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11/2017 [stampa]
RENZI, PISAPIA E ALFANO. IL TRIANGOLO NO
Qualche anno fa’ Renato Zero cantava “il triangolo no”, che esprimeva il rifiuto di un compagno di coppia a partecipare ad un “convegno” con un terzo non conosciuto . Tutto nello stile un po’ ”equivoco” del noto cantautore. La canzone sembra fatta apposta per il tentativo di “coppia” tra Renzi e Pisapia che l’infaticabile Piero Fassino ha tentato di mettere su in questi giorni. Dopo la direzione del 13 novembre, svoltasi a seguito dei disastrosi risultatiti elettorali siciliani, Renzi, più per tenere buona l’opposizione che per convinzione , si è deciso a dare mandato all’ex sindaco di Torino di sondare gli altri raggruppamenti di sinistra per tentare di formare una coalizione. E’ un tentativo senza grande entusiasmo, voluto al fine di raggranellare un po’ voti, poiché il segretario del PD non ha mai dato una prospettiva unitaria o aggregante alla sua strategia politica. Gli oppositori, a suo tempo , sono stati invitati ad uscire dal partito, mentre mancano a Renzi quelle categorie politiche con le quali i post comunisti, alcuni anni fa’, costruirono l’esperienza dell’Ulivo. Renzi tenta, in un momento ancora meno propizio, di percorrere l’indirizzo maggioritario che fu di Veltroni , ma che fallì, ritrovandosi solo con un alleato scomodo come Di Pietro. E’ questo il limite di tutte quelle strategie finalizzate solo al momento elettorale; anche se lo stesso esperimento dell’Ulivo solo parzialmente riuscì a conseguire qualche successo. Sulla decisione dell’”indeciso” Pisapia, come ha scritto il Corriere della Sera del 26 novembre , si è dipanato un giallo, in quanto ad una dichiarazione dell’ex sindaco di Milano ( “ saremo capaci di mettere insieme centro e sinistra” ) che sembrava disponibile a “digerire” Alfano nell’accordo, è poi subentrata una smentita alla presenza dello stesso “inviato” Fassino ( “mi dicono che circola la notizia secondo la quale io avrei detto sì ad Alfano. E’ una notizia del tutto inventata . Non confondiamo il centro con il centrodestra , o con la destra” ). Occorre riconoscere che Pisapia ha sintetizzato un ragionamento non banale. La sinistra si può alleare con il centro , ma , giustamente, non con un centrodestra . Peraltro questo “centro” dovrebbe avere caratteri culturali analoghi a quelli che, ad esempio, possedeva la sinistra democristiana di Prodi, cioè nel caso un riferimento dossettiano o quantomeno di contenuto sociale. In questi stessi giorni è circolata la notizia che il movimento di Speranza e Bersani ( Mdp ) avrebbe avvicinato Bodrato che è stato un parlamentare molto vicino a Donat Cattin che aveva una forte connotazione sociale e prossimo al sindacalismo cattolico. Tutto ciò, se pur di portata limitata , possiede elementi di una cultura politica che ha riferimenti storici e di programma. La verità è che Alfano non ha alcuna vera connotazione politica. Il suo raggruppamento ha perso qualche personalità di forte impronta culturale ( Quagliariello ) e rimangono al suo interno solo personaggio molto legati al potere ( Lorenzin ), mentre chi ha un riferimento associativo ( Lupi con il movimento ciellino ) offre forti resistenze a una alleanza elettorale con Renzi. In sostanza, per Pisapia è obbiettivamente difficile giustificare un accordo con partner che non hanno connotazioni politiche se non quelle di una forte vocazione di potere come Alternativa Popolare di Alfano. Non si può dimenticare che il leader di campo progressista è stato a lungo in Rifondazione Comunista. E se è vero che, a volte, il fascino del potere arriva anche lì ( il caso del parlamentare Gennaro Migliore, giunto a fare il sottosegretario alla Giustizia è un classico ) , tuttavia questa scelta non arrecherebbe alcun vantaggio e sarebbe letale per il movimento che l’ex sindaco vuole sospingere alla sua prima prova elettorale. Il faticoso giro di walzer di Fassino tenterà di coinvolgere anche Emma Bonino o di recuperare Pisapia, attraverso le proposte di legge sullo jus soli e il testamento biologico . Due provvedimenti di chiara matrice relativista sui quali ci sarebbe da aspettarsi una qualche resistenza del partito di Alfano che, però, a fronte del rischio di rompere con Renzi ripiegherà su un poco onorevole cedimento. Sono leggi che non solo dividono gli italiani e risultano contrarie al loro senso comune, ma che non comportano apprezzabili flussi di consenso elettorale. Anzi. Come avviene quando ci si incammina su una strada sbagliata e perdente , Renzi , si sta impigliando su intricati reticoli che lui stesso ha costruito e che non intende riconoscere come sbagliati . Il Pd sta scivolando fuori dal confronto-scontro tra centro destra e M5stelle, al punto che, ormai, giornalisti e “maitre a penser”, da sempre antiberlusconiani, sono arrivati al punto che tra Grillo e Berlusconi sceglierebbero di votare l’ex Cavaliere. Dopo Scalfari si stanno convincendo in tanti. Suona la campana dell’ultimo giro , non del walzer del solerte Fassino, ma del suo segretario politico. PIETRO GIUBILO

11/2017 [stampa]
IL VOTO SICILIANO CAMBIA LA PROSPETTIVA
Appare del tutto inadeguato il tentativo del PD di minimizzare il senso politico del voto siciliano, dichiarando come l’evidente sconfitta fosse “prevista”. Forse proprio per questo Renzi aveva evitato di coinvolgersi nella campagna elettorale, recandosi , proprio negli ultimi giorni, negli Stati Uniti a trovare l’ex presidente Obama. Senza contare che lo stesso Obama, come Renzi, è ormai un “loser” un perdente . Questo metodo del Segretario Pd di eclissarsi di fronte ad avvenimenti negativi – ricordiamo che non ha mai voluto discutere le vere ragioni della sconfitta referendaria – non lo aiuta politicamente, perché si stanno avvicinando i giorni nei quali, dopo l’esiziale scissione, si potrebbe proporre, questa volta all’interno, una resa dei conti per le ormai troppo numerose sconfitte politiche: dalle regionali del 2016, alle ultime amministrative, passando per il referendum . Qualcuno ha ricordato che altri leader del partito non sono sopravvissuti di fronte a risultati negativi anche di più ridotta importanza. D’Alema si dimise per la sconfitta alle regionali nel Lazio e Veltroni per quelle perse in Sardegna. Dentro il PD aumentano le preoccupazioni e, di conseguenza, anche i “movimenti”. Anche se Orlando sembra rimanere nel suo ruolo di “oppositore di Sua Maestà”, Franceschini propone una linea strategica per le alleanze e non un tatticismo elettorale; di conseguenza Renzi non potrebbe oggettivamente sopravvivere ad una modifica di strategia e come minimo dovrebbe fare quello che gli ha suggerito Eugenio Scalfari domenica, cioè una gestione allargata del partito , ma la collegialità non è nel dna di Renzi e di conseguenza la sua leadership alla segreteria non potrebbe sopravvivere. Gentiloni oltre ad una formale adesione al Segretario ha costruito un intenso e cordiale rapporto don Mattarella , come si è reso evidente nelle vicenda Visco. Ma il risultato di domenica mostra qualcosa di ancora più significativo: la sconfitta della sinistra, accompagnata dalla netta vittoria del centrodestra, pur restando in ambito siciliano , indica la concreta possibilità che le prossime elezioni politiche si presentino sotto una diversa prospettiva, rispetto a quella di poco più di un anno fa’. La crisi del centro destra e l’ascesa “formidabile” del PD di Renzi, la sua accattivante attività governativa a base di bonus ed elargizioni, il sostegno di gran parte della stampa e dell’establishment economico, avevano fatto intravedere come, a fronte della crescita del M5Stelle, il solo PD sarebbe stato in grado di rappresentare l’alternativa vincente per la guida politica del Paese. Possibilità che Renzi valutava come premessa di una vittoria certa. Dopo il 5 novembre la prospettiva è cambiata. Il risultato delle elezioni regionali in Sicilia, compreso il lento snocciolarsi dei dati che mostrava la crescita del divario vincente di Musumeci su Cancellieri, hanno prospettato, nell’immaginario collettivo, quello che potrebbe essere lo svolgimento e l’esito elettorale delle prossime politiche di primavera. Non a caso, rispetto alle recenti elezioni amministrative, l’attesa e l’evidenza mediatica sono state molto amplificate. Si trattava di un importante appuntamento elettorale, a poco più di due mesi dal possibile scioglimento delle Camere e, di conseguenza portatore di un messaggio politico in grado di influire sui prossimi orientamenti di voto. Dunque la vittoria del centrodestra in Sicilia è destinata ad assumere un connotato politico generale . Hanno contribuito a questa interpretazione sia le caratteristiche positive del candidato presidente, ma, soprattutto, una condizione unitaria che ha compreso una forte tenuta al centro. L’enfatizzazione del ruolo di Berlusconi ,pur sempre efficace nei momenti elettorali, non può nascondere un altro importante aspetto e cioè il buon il risultato dell’UDC, al quale ha contribuito una parte importante del mondo cattolico, che ha portato il sostegno di un 7 per cento, decisivo per la vittoria di Musumeci. Cesa è riuscito non solo a isolare Casini e porlo al di fuori del l’UDC , ma, proprio in terra siciliana, anche a sconfiggere Alfano che non è riuscito a portare consiglieri a Palazzo dei Normanni. Questo risultato non è, per i transfughi di Berlusconi, un buon viatico per le elezioni politiche e per Renzi la dimostrazione che l’alleanza con Alfano non gli sarà utile. Questi elementi connotano l’esigenza che, rispetto alle condizioni precedenti, l’articolazione del centrodestra appare più complessa con la presenza di un centro popolare che contribuisce a spostare il punto di equilibrio dell’alleanza in un ambito più moderato e inclusivo rispetto alle sollecitazioni di Salvini e Meloni. Questa visione più amplia si connette all’obbiettivo riuscito di Berlusconi di riavvicinarsi a livello europeo al Partito Popolare e alla Merkel , elemento sempre importante per il respiro di una strategia politica. I prossimi mesi ci diranno se il “modello Sicilia” di alleanza, vincente, contribuirà a comprendere ulteriori novità in termini di programmi e candidature, tali da costruire piattaforme adeguate a competere rispetto all’offerta politica renziana, ormai in palese difficoltà, e ad una proposta grillina sempre temibile in presenza dei problemi sociali, soprattutto nelle degradate periferie della grandi città. Non dobbiamo dimenticare, infine, che aldilà delle prospettive di governo , si presenta con connotati sempre più marcata la questione della rappresentanza . Che la maggior parte degli elettori siciliani abbiano scelto di non farsi rappresentare ( l’astensione è giunta ad oltre il 53 percento) è assai grave. La cattiva gestione della Regione ha generato un allontanamento record dal voto. Troppa autoreferenzialità di potere ha emarginato la partecipazione . Programmi attenti ai bisogni collettivi e candidature capaci per esperienza di una politica di servizio costituiscono un passo necessario. Novità forse decisive. PIETRO GIUBILO

10/2017 [stampa]
PD: GLI SLOGAN E LA POLITICA
Matteo Renzi in direzione del Partito affida il dialogo con la sinistra ad una affermazione nel suo stile autoreferenziale, dichiarando di “non avere nemici a sinistra”. E i renziani rilanciano, convinti che l’atteggiamento di Mdp sia legato “ più a rancori personali che alla politica”. In queste brevi sottolineature stanno i confini di un Partito Democratico che da quanto si è insediato e riconfermato segretario Renzi, rifiuta di fare una analisi politica sulla ormai lunga serie di sconfitte, sull’isolamento nel quale è piombato e, soprattutto, sull’allontanamento di una cospicua parte del suo elettorato. In fondo, ha ragione Bersani quando ricorda che lui e il Pd hanno avuto la maggioranza e la guida del governo per i voti ottenuti nel 2013. Ormai il linguaggio di Renzi, fatto di slogan e battute polemiche, è diventato la lingua di legno di un partito prigioniero di un leader perdente. Pensare che basti affermare di non ritenere nemici proprio coloro per i quali nulla è stato fatto per trattenerli all’interno del Partito, significa non prendere in considerazione la questione posta da Speranza, Bersani e D’Alema e cioè che una alleanza è possibile solo sulla base di un programma comune e che esso si costruisce con la volontà di rappresentare più compiutamente quello spazio di sinistra, ormai assai diviso e sfilacciato. Voler ridurre, poi, a “rancori personali” le questioni che agitano una sinistra in decomposizione, significa rinunciare a comprendere le ragioni di una parte dell’elettorato che non si riconosce più nel Pd. Matteo Orfini pensa poi di aver scoperto l’”arcano”, ossia è convinto di aver svelato il “trucco” del Mdp : “coloro che dicevano di voler fare il nuovo Ulivo in realtà volevano fare Rifondazione Comunista”. Anche in questo caso il Presidente del PD, campione di una gestione ottusa e burocratica del massimo organo assembleare del partito, ritiene irrilevante che anche Prodi consideri la guida di Renzi inadeguata a costruire alleanze, cioè lontana da quel senso inclusivo che aveva caratterizzato, invece, l’esperienza dell’Ulivo ed alla quale anche D’Alema diede il suo contributo, differenziandosi da Prodi solo su chi avrebbe dovuto guidarla. Il paradosso di Renzi e la sua spregiudicatezza, che lo porta a minimizzare gli aspetti politici per far emergere solo la leadership e la comunicazione, sono dimostrate dalla questione dell’alleanza con Pisapia. Non si può certo dimenticare che l’ex sindaco di Milano è stato per quasi venti anni un deputato di Rifondazione Comunista. Quando D’Alema e Prodi tentavano una via di trasformazione della sinistra post comunista in senso ulivista, Pisapia militava in un partito che si richiamava al comunismo. Ora il Pd renziano preferirebbe il fondatore di Campo Progressista, probabilmente perché sostenuto da quegli stessi ambienti che avevano all’inizio scommesso su l’ex sindaco di Firenze. Non dimentichiamoci che l’avvocato Pisapia aveva come cliente De Benedetti, cioè la famosa “prima tessera del PD”. La rottura tra Mdp e Pisapia riguarda proprio le questioni politiche ed il tema delle alleanze. Il tentativo di Speranza di costruire una forza politica in grado di condizionare sul piano sociale la linea di Renzi non piace a Pisapia che , invece, vorrebbe accentuare la componente “radicale” del PD; aggregare, cioè, quelle posizioni interessate ai diritti individuali e ai temi laicisti, di cui è sostenitrice la Presidente della Camera, per spostare maggiormente verso queste “sensibilità” un PD che con Renzi non è né carne , né pesce è, cioè, solo una macchina di occupazione del potere. Anche l’idea che, inserendo nella legge elettorale in discussione alla Camera, la possibilità di fare alleanze, offra uno spazio di mediazione e di incontro, appare una strada senza uscita. La questione a sinistra non è una questione di alleanze elettorali, ma di rappresentanza, di indirizzi politici, di idee di riferimento, di valori e di cultura. Ma tutto ciò non rientra nelle categorie politiche di Renzi. Quello che sbigottisce è anche l’assenza di dibattito con cui vengono decisi i cambiamenti di linea politica o affrontata la questione delle alleanze. Speranza decide di rompere con Pisapia senza aprire un dibattito interno, ma anche Renzi – ed è ancora più emblematico - decide di cambiare radicalmente linea , da partito autoreferenziale ad aperture politiche , mantenendo lo stesso refrain sulla centralità del PD e sulla sua leadership. Slogan e niente dibattito. E’ la politica che non ha ormai più bisogno di discutere ed è priva di partecipazione vera. La sinistra non è più una entità politica: con questo smentisce e cancella la sua storia lunga e travagliata. PIETRO GIUBILO

09/2017 [stampa]
PISAPIA RIFIUTA IL LISTONE
La dura risposta di Pisapia ad Orlando che aveva invitato il leader di “Insieme” a mostrare più coraggio nella volontà di “non dividere il fronte progressista”, svela , se ce se era bisogno, i limiti dell’opposizione interna del PD ed evidenzia l’isolamento della linea politica di Renzi. Per la verità la politica del Ministro della Giustizia è sempre apparsa come una sorta di “opposizione di sua maestà”. Infatti, oltre ad essere sempre stato un docile componente del gabinetto di Renzi, aveva poi accettato di far parte del governo successivo che è uscito dalla fotocopiatrice dell’ex premier. La proposta di unirsi al PD, senza contestare il ruolo del segretario, si tradurrebbe in un sostegno al segretario e consentirebbe di rafforzarlo e di giungere alle elezioni politiche, pur avendo collezionato una impressionante serie di sconfitte. La questione vera dentro il PD, che potrebbe diventare drammatica dopo una possibile sconfitta in Sicilia, è quella di una inadeguatezza della proposta renziana . Senza un chiarimento di questo tipo che, tra l’altro , sembra metterlo in campo il solo Franceschini, ogni ipotesi di confluenza significherebbe soltanto puntellare la posizione politica del segretario. Minimizzare tale problema ,in nome di un patriottismo di partito , comporterebbe il dare via libera ad un percorso politico dal quale il partito uscirebbe distrutto. Il PD ha ormai perduto ogni fisionomia politica. Ha oggettivamente abbandonato la sinistra , tentando di coprirsi convergendo sui temi dei diritti di impronta radicale, mentre come proposta di carattere sociale ha ormai lasciato il campo alle posizioni populiste o, addirittura alla stessa destra sociale. Non che in Italia non ci siano sul tappeto i temi classici del richiamo alle politiche di sinistra come quello della disoccupazione, particolarmente giovanile o l’arretramento dello stato sociale che provvedimenti spot del governo – pensiamo al minimo pensionistico dei giovani o il pensionamento anticipato - non possono assolutamente risolvere, anzi lo evidenziano. L’approdo della politica di Renzi non è neppure quello di un partito aperto ai ceti moderati, in quanto egli ne ignora totalmente i temi sensibili : dalla sicurezza , all’immigrazione, dalla tutela del lavoro libero e della piccole e medie imprese, del ceto medio , alla difesa di alcuni valori , negati per il dilagare del relativismo e della globalizzazione che cancella ogni spazio pubblico. Renzi nella sua accecante megalomania politica ha confuso l’area moderata con il partito di Alfano, ritenendo , piuttosto strumentalmente, che questi gli consentisse l’ingresso in quello spazio politico e sociale. Sarebbe stato poi lui stesso a consolidare questo consenso. Di fronte a questo snaturamento culturale, politico e sociale, che va oltre e cancella le ragioni di tutte le linee riformiste di sinistra del passato: da Amendola a Berlinguer, da Occhetto a Veltroni, l’unica azione possibile – anche per la autoreferenzialità di Renzi - per chi intende che ci sia un ruolo e spazi politici a sinistra , è quella di far cadere il segretario. E’ questa la ragione che impedisce di realizzare una alleanza elettorale in Sicilia e non consente a Pisapia, che pur non è animato da posizioni estremiste, di accettare di unirsi ad un PD che deve , invece, cambiare radicalmente linea politica e la stessa leadership. Renzi è oggi la camicia di Nesso della sinistra. Si è riaperto lo scontro classico che ha caratterizzato tanti anni di storia politica. Avrebbe dovuto fare tutto il possibile per evitare una scissione che , pur limitatamente, consente di polarizzare all’esterno uno spazio di rappresentanza che, altrimenti ,” turandosi il naso” poteva ancora votare Pd. Anche quel consenso di ambienti socialmente forti sta venendo meno . L’ aver lasciato uscire, anzi accompagnandoli alla porta, i vecchi leader di sinistra, D’Alema soprattutto, non basta a rendergli stabile il loro appoggio. La loro idea della politica è l’ “usa e getta” o il “taxi” . L’ex premier non ha vera consapevolezza della strumentalità dell’appoggio che l’establishment italiano concede a volte, in funzione della tutela dei suoi interessi. Renzi non ha consapevolezza della sua condizione . Anche Mieli che non ha mai manifestato una vera ostilità lo ha, a suo tempo, invitato a prendesi un periodo di riposo. Ci penseranno i fatti che, come diceva il vecchio Marx, hanno la testa dura. PIETRO GIUBILO

06/2017 [stampa]
RENZI DISORIENTATO E SENZA VIE DI USCITA
L’empasse dell’accordo sulla legge elettorale proporzionale incappata alla Camera su un emendamento “biancofiore” presentato da F. I., ma sostenuto compattamente dai grillini e da un po’ di franchi tiratori della maggioranza renziana, ha mostrato la difficoltà e la debolezza della strategia del rieletto segretario del PD. Il “nodo” che legava l’accordo PD-Forza Italia era lo “scambio” tra il proporzionale fortemente voluta da Berlusconi in funzione anti M5Stelle e la “concessione” dell’elezione anticipata a settembre-ottobre che avrebbe consentito a Renzi di non far assumere al governo-amico la responsabilità di una finanziaria severa per riparare ai molti “bonus” che la compagine da lui guidata aveva, a suo tempo, distribuito, mandando in sofferenza i conti, con il ricorso alle norme di salvaguardia. Che la cosa si presentasse male era sin troppo evidente. La polemica con il partito di Alfano, vittima di un accordo che, con la soglia del 5 per cento, lo tagliava fuori dalla rappresentanza, aveva raggiunto il culmine quando un esponente dei centristi era arrivato a dichiarare che da febbraio Renzi avrebbe voluto “fare la festa” a Gentiloni . Poi , per quel che contano - ma sui media avevano avuto grande evidenza - erano intervenuti sia Prodi che Napolitano per bacchettare Renzi a cui non aveva fatto mancare strali , da Parigi, anche il “grillo parlante” Enrico Letta che , da quando gliela assicurò Renzi, la serenità non l’ha più conosciuta. L’idea di un accordo vasto che comprendesse anche i grillini per dimostrare un necessario largo consenso alla legge elettorale può essere ritenuto una “fisima” inutile e pericolosa, in quanto è evidente che il M5Stelle, per sua natura, intende avere le mani libere e adottare una strategia assai mobile. L’intenzione costante di Grillo & soci è quella di scardinare le altre forze politiche e massimamente il PD, poiché il centro destra appare già sufficientemente diviso. Sono pronti a colpire in ogni momento , utilizzando, tatticamente, qualsiasi cosa capiti a tiro. Del resto l’idea di far terminare l’attività ad un governo amico, anche a fronte della necessità di governare tanti problemi irrisolti, è apparsa l’ennesima forzatura di Renzi, sempre più preso da una forma di onnipotenza che è direttamente proporzionale alle sconfitte a cui va incontro. In fondo anche la fase congressuale non è stata un trionfo, come si è cercato di far intendere, in quanto essa si è aperta con una scissione che, a sinistra, costituisce sempre un problema, come la storia ha dimostrato tante volte. Il vecchio detto ”nessun nemico a sinistra”, anche se, ormai, il PD ha perso qualunque connotazione di sinistra, conta sempre. Anzi, forse, proprio per questo. E le richiamate prese di posizione di Prodi e Napolitano - che un minimo di presa sulla base elettorale ce l’hanno - lo dimostrano. Ora la legge elettorale potrebbe a fatica riprendere il suo cammino a partire dalla commissione, come auspica Berlusconi, ma lo spostamento nel tempo, comunque, rende sempre più difficile votare prima della fine dell’anno. E Renzi sembra averne preso consapevolezza, avendo ormai perso la possibilità di accelerare la fine della legislatura. Pur “sconfitto” sullo “scambio” proporzionale-elezioni , Renzi, come è suo costume, è ripartito, assicurando di voler costruire un patto elettorale con l’ex sindaco di Milano, Pisapia, convinto di poter raggiungere il 40 per cento. Questa dichiarazione ha ricevuto l’aspro commento di una nota di Massimo Franco sul Corsera di domenica 11 giugno dal titolo “disorientano le alleanze a giorni alterni del vertice dem”. “ Che in poche ore – ha scritto - il pendolo del Pd si sia spostato dal voto anticipato al 2018, e da un futura alleanza con Silvio Berlusconi a quella con la sinistra di Giuliano Pisapia, lascia un po’ frastornati”. Giustamente, però, anche questa presa di posizione di Renzi – come l’accettazione del proporzionale – costituisce un arretramento in quando, come fa notare il notista “fino ad alcuni mesi fa’ l’unica offerta che il vertice del Pd era disposto a fare a Pisapia era di confluire nel partito”. Suo malgrado , dopo la sconfitta al referendum a dicembre dello scorso anno , Renzi è stato costretto, sostanzialmente, a ritirarsi continuamente rispetto alle strategie preferite e che corrispondono al suo carattere più vero. Le dimissioni dal governo sono state date a suo tempo con il retro pensiero di rilanciarsi senza una vera autocritica o , meglio , una riflessione su ciò che era accaduto. Renzi non ha tempo di riflettere : è furbo, ha una altissima considerazione di se stesso ed un altrettanto elevato disprezzo per gli altri, conosce solo il rilancio. Se è costretto ad arretrare lo fa come se si trattasse di una avanzata trascinante. La complessità della situazione italiana non la si può affrontare e risolvere con questi metodi, tanto spigliati quanto inappropriati. PIETRO GIUBILO

05/2017 [stampa]
SULLA LEGGE ELETTORALE UN DIFFICILE CONFRONTO
Pur restando alta la confusione e netta la spaccatura che va profilandosi tra le forze politiche , si stanno iniziando ad individuare i termini del confronto sulla legge elettorale. Da parte del PD, ormai omologato su Renzi, si insiste su proposte sostanzialmente maggioritarie fondate sui collegi uninominali . Anche la mediazione di Verdini mantiene una forte impronta maggioritaria, corretta da un 50 per cento di quota proporzionale con liste bloccate. Con questa proposta si accentua uno dei punti più negativi delle recenti regole elettorali e cioè quello delle candidature bloccate che, mentre nell’Italicum riguardavano solo i capilista , con la proposta di ALA/PD verrebbero estese a tutta la lista proporzionale . Già i collegi uninominali presentano l’ambivalenza di un candidato votato dai cittadini , ma scelto dalle segreterie, con le liste bloccate si deciderebbe prima delle elezioni la gran parte dei componenti delle Camere. Tutto ciò come non fosse successo niente il 4 dicembre , quando il popolo italiano bocciò quella che veniva ritenuta – e, per la verità, lo era – una svolta verticista delle istituzioni. Si oppone a questa linea quella che sembra, al momento, prevalere e che costituisce il testo base, adottato dalla commissione competente del Senato, sul quale, entro il 19 maggio, arriverà la pioggia degli emendamenti. Questa proposta si connota in termini proporzionali. Le liste presenterebbero candidati bloccati in 100 colleghi per la Camera e 50 per il Senato, per il resto la doppia preferenza di genere ; con una soglia di sbarramento bassa che dovrebbe essere armonizzata rispetto alle norme sopravvissute alle sentenze e senza premio di coalizione, ovvero mantenendo il necessario 40 per cento dei voti per accedere al premio di lista. Convergerebbero oltre all’ondivago Movimento 5 Stelle, Forza Italia e i partiti minori: dagli scissionisti del PD, alle formazioni centriste e ultrasinistre . In tutte le proposte restano pesanti ambiguità, soprattutto in ordine alle candidature plurime e bloccate. Si tratta di una negativa distorsione della rappresentanza, in quanto, mancando la scelta dell’elettore, aumenta la distanza delle istituzioni rispetto alla società, allontanando quella necessaria intermediazione che, invece, va ricostruita. Rispetto alla questione fortemente dirimente tra un sistema proporzionale ed uno maggioritario, si avanza frequentemente la tesi che quest’ultimo assicurerebbe maggiore governabilità. Per la verità, proprio l’esperienza dei vari sistemi con maggioritario di coalizione o, addirittura anche quello che si accompagno’ alla formazione di un unico partito (PDL e PD), che sono stati adottati negli ultimi venti anni, ha dimostrato che la forzatura preelettorale o del partito unico non tengono di fronte all’asprezza del confronto che, proprio la corsa a conquistare il premio , accentua tra e nelle forze politiche. Nel PD è scomparsa la cultura del confronto . Al contrario si è consolidata una idiosincrasia verso una politica che preveda la ricerca dell’accordo , cioè una politica che si apra ad una più ampia rappresentanza e, su tale base, realizzi una governabilità adeguata alla complessità dei problemi e delle sfide di oggi. Matteo Orfini, luogotenente dell’ordine renziano, in una recente intervista a Repubblica, ha affermato che il partito esce “rafforzato dalla primarie” ed ora “tutti devono collaborare col vincitore”, concludendo sul piano politico generale che “le coalizioni hanno rovinato il Paese”. Si tratta di una assai banale riaffermazione di un leaderismo personale e la sua critica non è solo rivolta all’abolizione delle alleanze preelettorali, ma al rigetto di ogni forma di accordo, equiparato all’”inciucio”. Quando il neo confermato presidente del partito sottolinea che “serve un progetto riformista e di sinistra allargato ad altri mondi”, conclude , perentoriamente : “questo progetto è il PD”. Il partito riassumerebbe in sé l’indirizzo riformatore : e ’ la caricatura del concetto gramsciano di egemonia, anche perché la linea politica e culturale del PD – se c’è - si va sempre più costruendo a servizio della cultura e del potere dominante. Infine segnaliamo, con qualche perplessità, come anche Romano Prodi sembra soggiacere al mito della qualità taumaturgica del “maggioritario” , quando, nel solito editoriale domenicale sul Messaggero, afferma che “le leggi elettorali di tipo proporzionalistico … avranno il risultato di frantumare ulteriormente la politica italiana, rendendo impossibile ogni decisione”. A parte l’enfatizzazione decisionista e l’addossare a tale normativa una responsabilità che ha ben più profonde cause, la tesi di Prodi appare ancora più ambigua quando, per avvalorarla , arriva a scrivere che in Francia la “legge elettorale fortemente maggioritaria” , “le ha reso possibile di essere considerata l’indispensabile partner della Germania”. Dimentica l’ex Presidente del Consiglio che l’asse Parigi-Berlino nacque con la Presidenza di De Gaulle che non si accontentò del ”maggioritario”, ma diede alla Francia uno Stato presidenziale . Che la critica al proporzionale giunga a esaltare il presidenzialismo di De Gaulle non è solo un cambiamento dei tempi , ma forse anche , una crisi della capacità di riflessione culturale e politica della sinistra. PIETRO GIUBILO

05/2017 [stampa]
DOPO LE PRIMARIE : LA CAMICIA DI NESSO DI RENZI
Piu’ che sul significato e sulle linee politiche del ritorno alla segreteria di Matteo Renzi , l’input al commento delle primarie di domenica è stato rivolto alla enfatizzazione dell’affluenza ai seggi. Con la nota furbizia, l’ex segretario aveva anticipato che una partecipazione ridotta dei due terzi, rispetto alla precedente del 2013, sarebbe stata un successo. Di conseguenza il fatto che circa un milione di simpatizzanti non si sia recato ai gazebi è stato del tutto minimizzato . Perdere “solo” la metà di quanto era stato messo in conto è, ovviamente, diventato un “successone”. Le cifre elettorali delle primarie sono quelle che sono : il 30 aprile si sono presentati 2 milioni e 360 mila elettori in meno dell’ottobre 2005, quando si indicò premier Prodi; 1 milione e 600 mila del 2007 quanto si elesse segretario Veltroni; 1 milione e 250 mila del 2012 quando venne candidato Bersani e 900 mila in meno sia del 2012 che del 2013, quanto vinsero prima Bersani e poi Renzi. La partecipazione al voto viene esaltata dai renziani come una conferma della forza del partito e quindi della sua autoreferenzialità. Una autoreferenzialità che viene incarnata nel suo segretario che ha ammonito tutti a “non fare polemiche” per quattro anni, continuando in quella che è stata la caratteristica del partito , cioè l’assenza di dibattito, anche dopo la sconfitta del 4 dicembre sulla quale neppure il confronto congressuale ha apportato analisi convincenti . Probabilmente il “ri-segretario” sfrutterà la “enorme” partecipazione per tenere duro sul punto di non concedere nella legge elettorale il premio alla coalizione, ma di orientarsi, come ha affermato la sua “portavoce” Maria Teresa Meli , ad abbassare la soglia per il premio di maggioranza dal 40 al 35 percento, in sintonia con quanto proposto da Di Maio nell’intervista al Corsera del 28 aprile, da far passare al Senato con il sistema di acquisire consensi con un po’ di sperimentata “manovra” parlamentare . Strada alquanto pericolosa sia per il percorso parlamentare , sia per la frattura che si determinerebbe ( ancora una legge elettorale a stretta maggioranza), sia per l’esito politico delle elezioni, per il quale resta forte la possibilità del M5Stelle. E poi, di quanto ci si possa fidare dei “grillini” e sia proficuo un dialogo con loro ne sa qualcosa Bersani che da quel penoso confronto iniziò la sua inesorabile parabola discendente. Nella sua ostinata visione leaderista e maggioritaria Renzi ritiene , invece, che un confronto politico ed elettorale tra Pd e M5stelle possa attrarre anche una parte dell’elettorato “moderato” che riterrebbe una sciagura l’eventuale vittoria del movimento di Grillo. Preferirebbe conservare il premio alla lista , ritenendo superflua una alleanza politica con altre formazioni “centriste”, considerata di scarso richiamo elettorale e con qualche prezzo politico da pagare . La sua strategia, dopo il primo maggio sarà orientata, come ha specificato Righetti, “ a coinvolgere soggetti sociali , l’area di Pisapia ed esperienze liberaldemocratiche “, per poi includerle in un “listone”al momento elettorale che si allontana solo il tempo per portare avanti questa linea . E il centrodestra ? Renzi ritiene scontato che esso mentre potrebbe convergere in una alleanza, non è in grado di dar vita ad una lista unica e, quindi, andrebbe alle elezioni in ordine sparso , non costituendo un problema, anzi, proprio questa situazione, favorirebbe una confluenza di parte di quell’ elettorato, quella più “responsabile”, nel “suo” Pd. Per portare avanti questa sua linea politica è disposto ad assumere , come già sta facendo toni “populisti” verso la politica di Gentiloni con l’intento di imporre la linea del Pd al governo, bloccando le politiche dei “tecnici” come quando ha scelto di fermare Padoan sul “ritocco” all’Iva, scegliendo di stare dalla parte dei lavoratori sull’Alitalia e annunciando di sfidare Bruxelles nella prossima legge di bilancio. Renzi sa che questi temi gli possono recare consensi, sia dalla sua destra che dalla sua sinistra. Quando finalmente si comincerà a discutere della legge elettorale Renzi ritornerà sul suo tema più caro, quello della governabilità. L’Italicum venne proposto come il sistema con il quale si sarebbe conosciuto la sera delle elezioni chi sarebbe stato il vincitore. Ora occorre assicurare la governabilità e quindi giustificare un “premio di maggioranza” più ravvicinato rispetto a quello lasciato dal “consultellum” e che vada alla lista e non ad una coalizione che lui non può costruire. Per ottenerlo sarebbe disposto a cancellare i capilista bloccati poiché ormai ha un controllo pressoché totale sul partito. Proprio questo è il punto più debole della sua strategia . Come può un leader politico che ha subito una scissione al proprio interno, riuscire ad includere posizione politiche differenti in un “listone”. Da sinistra Pisapia e non solo lui, azzererebbe la sua esperienza così come gli scissionisti; dal centro ciò che si sta faticosamente preparando di distingue dalla destra, ma è assolutamente alternativo al Pd ; mentre ogni giorno il partito di Alfano perde pezzi che ritornano in Forza Italia, mentre ormai quella di Verdini è un’ ALA spezzata. Renzi tenta l’ennesimo “azzardo”, ritenendo che le primarie gli abbiano ridato il “carisma”. E’ il ritorno dell’”uguale”. Renzi ripete e resta prigioniero della sua strategia di sempre. Molti nel PD insistono nel dire che è “cambiato”. Non è vero , e’ sempre lui. Ha indossato un abito diverso. Ma potrebbe essere una “camicia di Nesso”. PIETRO GIUBILO

03/2017 [stampa]
ASPETTANDO IL CONGRESSO PD…
L’attenzione sulle votazioni dei circoli del Pd si concentra sui consensi che i tre candidati ottengono dai tesserati. L’affluenza viene considerata adeguata dal gruppo di maggioranza, anche se non raggiunge il 60 per cento. Sui voti sinora espressi prevale nettamente Renzi, rispetto ad Orlando e ad un Emiliano che potrebbe avere qualche problema a raggiungere quel fatidico 5 per cento che gli consentirebbe di partecipare alle primarie vere e proprie che si terranno alla fine di aprile. Non si accenna minimamente a quelli che dovrebbero essere i contenuti delle diverse mozioni congressuali, soprattutto considerando che è la base del partito ad esprimersi. Tra l’analisi delle proposte e le persone in campo , prevale il toto candidati. Anche quel poco che emerge sotto il profilo politico non sembra andare più il là di evidenziare un Renzi ostinatamente autoreferenziale , un Orlando più aperto a riallacciare i rapporti con tutta la sinistra ( è l’unico che cita Gramsci ) ed un Emiliano teso a recuperare quel popolo di sinistra che da qualche anno diserta le urne . Tutto qui. Questo congresso del PD nonostante che segua ad una esperienza di governo e di fallite riforme, in un quadro politico difficile per il Paese e con un altrettanto complesso orizzonte europeo, rende evidente la crisi di un partito che l’attuale dirigenza mostra di aver condotto in un vicolo cieco. Il Pd appare chiuso in una camicia di Nesso costruita dalle sue stesse contraddizioni. Non solo si insiste su una visione politica leaderista e maggioritaria, senza guardare a possibili alleanze, ma, proprio mentre si ripropone la rincorsa del primato, ci si è rassegnati ad una scissione, i cui primi effetti , dai sondaggi, sembrano premiare il M5Stelle , quale possibile partito di maggioranza relativa. Con lo svolgimento delle primarie Renzi ritiene di poter confermare la sua larga vittoria e , di conseguenza, il rilancio del suo leaderismo personale. Non a caso è confermato che il Segretario eletto sarà anche il candidato premier. Lo strumento delle primarie è adatto a tale scopo, anche perché è noto che tale sistema di selezione della dirigenza di partito e, soprattutto, delle candidature, è proprio dei sistemi politici presidenziali. Ma anche con questo esito il Pd non riuscirà ad uscire da una profonda contraddizione. Il congresso potrebbe confermare una classe dirigente costruita per una prospettiva oggi esaurita. Un partito senza dialettica interna , che non discute e non fa sintesi, che pensa solo ad attuare la volontà di chi è stato “investito”. Questo partito si troverà di fronte ad una questione “estranea” alla sua cultura politica, quella, cioè di doversi aprire ad una fase che potrebbe definirsi di solidarietà democratica, cioè ad alleanze necessarie per la governabilità e per mantenere l’aggancio con l’Europa, oggi, oggettivamente a rischio. Anche l’inizio della sua campagna congressuale riecheggia un sogno infranto : quello bipartitico di Valter Veltroni che dal Lingotto lanciò il programma della sua segreteria, poi naufragata. Come in un copione già sperimentato , l’attesa congressuale, come lo è stata la campagna referendaria, ha paralizzato l’azione del governo. Le difficoltà del Ministro Padoan di predisporre la manovra richiesta da Bruxelles per i divieti di Renzi di inserire qualche prelievo fiscale; altrettanto per una riduzione della spesa, del resto mai tentata dall’ex premier. Anzi si insiste da parte di alcuni ministri - vedi Istruzione – di mettere in campo altre assunzioni. E, poi, il caso del ministro Lotti che , nonostante la gravità delle accuse, a differenza di analoghi e meno gravi coinvolgimenti in inchieste giudiziarie, resta al suo posto perché, altrimenti, significherebbe una sconfessione anche del suo compito , come ha scritto la stessa Maia Teresa Meli che, ancora una volta, è quello di “di assicurare a Renzi il controllo del partito” e di “ripetere il capolavoro della volta scorsa quando consegnò a Renzi una maggioranza blindata”. Ciò spiega perché , mentre il governo è fermo su tante cose, si è , invece, impegnato ad occupare tutte le possibili caselle di potere, con scelte che Roberto Speranza ha – non solo ironicamente - definito effettuate “con il compasso”, con qualche evidente allusione . Soprattutto, e questo meriterà una più articolata analisi, il Pd ha deciso di rinviare la stessa urgente legge elettorale a dopo il Congresso, per esplicita affermazione di Renzi. Anche in questo caso Renzi, che sul piano politico generale è debolissimo, forse, come ha scritto Massimo Franco, vorrebbe ”andare alle elezioni in autunno, prima di una legge di bilancio che i dem ritengono sarà così dura da costituire una minaccia per la loro tenuta elettorale”, ma è prigioniero del suo tatticismo sulla legge elettorale. Insomma è del tutto evidente che la crisi che involge il Pd non solo si riverbera nell’azione di governo, ma contribuisce a rendere ancor più difficile la condizione dell’Italia ed oscuro il suo immediato futuro. PIETRO GIUBILO

03/2017 [stampa]
RENZI AL LINGOTTO : UNA MINESTRA RISCALDATA DUE VOLTE
Nella affannosa ricerca del suo rilancio politico a partire dal congresso del suo partito, Matteo Renzi ha pensato di iniziare il percorso che lo dovrà portare alle primarie di fine aprile da quel Lingotto che fu il trampolino di lancio della esperienza di Segreteria dell’ormai rottamato Veltroni. In questa scelta c’è una doppia ragione : da un lato raccogliendo l’eredità da Veltroni, ha inteso rimarcare ancor di più la sua netta distinzione da quel D’Alema che accusa di aver animato la scissione; dall’altra rilancia , nonostante le sconfitte al referendum e sulla legge elettorale , la logica maggioritaria che continua a caratterizzare la sua linea politica. E non a caso , al di là degli inutili tavoli di lavoro nell’ex sede della Fiat , il confronto vero che ha animato questi giorni di inizio di campagna congressuale è tutto incentrato tra una riaffermazione autoreferenziale di Renzi e dei suoi e la proposta di una linea che “non ponga paletti” che si apra, cioè, ad alleanze o verso altre formazioni della sinistra o verso schieramenti disponibili. Veltroni nel PD fece uno sforzo in direzione di una stabilizzazione maggioritaria del sistema elettorale prossima al bipartitismo , con qualche avvicinamento al semi presidenzialismo. Ma si dimostrò estremamente fragile, proprio perché la sinistra allevata all’antiberlusconismo non poteva convergere con il centrodestra nella stabilizzazione del bipolarismo. Nel tempo di Veltroni e Berlusconi si svolse l’ultimo tentativo di staccare il sistema politico dai condizionamenti delle alleanze instabili. Tentare di ritornare ad una stagione analoga – magari in un bipolarismo tra PD e Movimento 5 stelle – significa non tenere conto di quanto è avvenuto il 4 dicembre, con il ritorno al primato della rappresentanza rispetto alle forzature maggioritarie ,magari giustificate dall’esigenza della governabilità. In questo senso Renzi compie un disperato tentativo di riproporre se stesso, magari facendo vedere di assumere l’eredità veltroniana, sempre secondo una sua interpretazione, non comprendendo che essa non può essere più utilizzata. L’esito maggioritario del sistema politico è stato bruciato sull’altare prima dell’antiberlusconismo e dopo della insipienza renziana . Al Lingotto è andata in scena una replica fuori tempo dell’istanza leaderista, malamente camuffata nel lessico del “noi” . Una conduzione collegiale del partito presuppone l’affermarsi di una cultura del confronto e dell’accordo, la forza del ragionamento e la capacità di percorrere la irta strada dell’intesa politica. Renzi, invece, resta sempre lo stesso ed il PD che lui concepisce è inadatto ad essere quell’alternativa a se stesso che, invece , caratterizzava i partiti politici che sapevano adattare la guida e la linea del partito al mutare delle condizioni politiche. Chi sceglie di voler fare di se stesso un leader deve sapere che non può esserlo per tutte le stagioni. Ed è quindi vano scaldare una minestra diventata immangiabile. PIETRO GIUBILO

02/2017 [stampa]
RENZI E’ SEMPRE RENZI
Come se nulla fosse successo. More solito, l’ex premier , di fronte ad un ostacolo , rilancia la palla più avanti. Lo ha fatto quando era al governo ; a maggior ragione, ritiene che sia la migliore strategia oggi che è “solo” segretario del partito. Non lo sfiora neppure lontanamente l’idea che l’asse sul quale ha costruito la linea politica del governo, cioè una riforma costituzionale ed una legge elettorale leaderista e maggioritaria, siano state clamorosamente battute dal popolo e dal massimo organo giurisdizionale del Paese. Il popolo e la legge gli hanno detto no e lui che fa ? Concentra la sua voglia di comandare e di “spezzare le reni” alla minoranza, ritenuta complice della sconfitta, nella “ridotta” del partito . Come? Decidendo un Congresso fast , veloce, finalizzato solo a dargli quello che gli elettori gli hanno negato, cioè una vittoria plebiscitaria per riprendere tutto d’accapo. Ricominciare, è questa l’ossessione che lo tiene sveglio in queste notti lontane da Palazzo Chigi che, come sappiamo, era il potere che conta , la sua heimat, la sua vera casa. Il tono ed i concetti fondamentali del suo discorso in direzione sono stati gli stessi di sempre. Forse con qualche nervosismo in più. Ripetitività e tic in abbondanza. Un abbigliamento studiato “alla Marchionne”, ma che lo livella a Fonzie e non sulla disinvolta ed apparente trasandatezza del manager Fiat. La sua immagine evidenzia quella che è sempre stata una sua caratteristica , appena velata dalla spigliatezza del linguaggio e dalla compiacenza dei media, cioè una trasandatezza concettuale, accompagnata da egocentrismo. Studiarlo consentirebbe a una importante psicologa tedesca come Barbel Wardetzki - autrice di un recente manuale su come difendersi dai narcisisti - di aggiungere ulteriori aspetti comportamentali su quei soggetti che vengono descritti nei suoi libri, come “egocentrici, o megalomani, supponenti, prepotenti, irascibili, subdoli, egoisti, bugiardi, insensibili, colpevolizzanti”, aggiungendo un sostantivo che non ci sentiamo di citare. Questa “mise” e questa “sceneggiata” tentano una banalizzazione che non può nascondere quanto di decisivo sia accaduto sul piano politico il 5 dicembre e il 24 gennaio con le “sentenze” del popolo e della Corte costituzionale. E’ finita l’ “aura” maggioritaria e il culto del leaderismo ; la politica è ormai sotto il segno del proporzionalismo, niente sarà come prima. I partiti tornano a contare per il consenso reale che raccolgono, i gruppi dirigenti devono saper coniugare consenso e prospettive,cioè, guardare oltre. All’interno non conta più solo il “capo”, ma la collegialità di intenti ; ritornano parole antiche come confronto, coinvolgimento, accordo. E’ il ritorno della politica, dopo l’ubriacatura mediatica. In fondo è la conseguenza , l’ultima onda d’urto della demolizione di Berlusconi, del suo progetto bipolare – forse maldestro - , che Renzi ha tentato, con una missione impossibile, di restaurare, dimenticando che il ritorno di una storia si presenta come farsa. Il senso del discorso di Renzi, colto criticamente da molti , ma enfatizzato dalla compiacente Maria Teresa Meli, è stato quello della sfida verso la sua opposizione che però guadagna consenso in parti di quello che era il blocco renziano. Orlando è il primo membro del governo che si sfila dalla linea di Renzi e non sarà l’ultimo. Franceschini per adesso ha votato la mozione di maggioranza, ma tenta una mediazione e potrebbe , invece, aver compiuto il primo passo sulla via del distacco; dei democristiani, anche ex, è lecito diffidare. E’ sfida sulla data del congresso, sulle modalità del suo svolgimento, sulle elezioni amministrative di primavera, sugli iscritti , le sezioni, i circoli, le primarie e le gazebarie. Tutto deve partire al più presto, alla fine della settimana; deciderà l’Assemblea nella quale, come in direzione e con un dibattito ancor più “assembleare”, dominano i renziani. Anche sulla durata del governo è sfida. Il “chierico” Orfini non ammette a votazione la mozione della minoranza che contiene l’impegno del partito a sostenere il governo Gentiloni fino a fine legislatura. Impegno imbarazzante per Renzi che dichiara che la durata del governo non è affar suo. Fassino, l’ex segretario battuto a Torino dall’Appendino, fa notare che se la si bocciasse , significherebbe la sfiducia al governo. Ma la motivazione del Presidente è più capziosa: l’approvazione della mozione di maggioranza rende inoperante quella minoritaria, come se si discutesse di emendamenti legislativi . La realtà è che il diritto di mettere in votazione documenti nel partito di Renzi, spetta, ormai, solo alla maggioranza. Una censura che non se la permetteva neppure il vecchio “centralismo democratico”. Tutto quello che si è visto alla direzione del PD è tutt’altro che una prova di forza . E’ tutt’altro che un esame serio delle ragioni di sconfitte e bocciature. E’ tutt’altro che un confronto – ormai impossibile lì dentro – tra maggioranza e minoranza. Principalmente è tutt’altro che un dibattito per far lavorare meglio il governo . E’ ,invece, lo svolgimento di un copione interno di cui da prima, si conosceva l’inizio e la fine. E’ l’assolo di un leader sconfitto che si incardina sulla sua debolezza . Forse penserà che la scissione lo rafforzerà. Renzi continua a ragionare con la logica maggioritaria, ma con la soglia del tre per cento alla Camera, dividersi diventa più facile e la rappresentanza parlamentare non ha più bisogno di essere garantita dalla compiacenza di un segretario bugiardo. Una preoccupazione è d’obbligo: l’Italia con i suoi problemi è lontana, fuori di questa direzione del Partito Democratico. PIETRO GIUBILO

01/2017 [stampa]
VENTI ANNI DI CAOS DI LEGGI ELETTORALI
L’Italia vanta un altro record negativo: 20 anni di caos di leggi elettorali. Dal Mattarellum al Porcellum, dal Consultellum all’Italicum. Il Parlamento fa le leggi e la Corte costituzionale le boccia, in toto o in parte. Amputazione parziale dell’Italicum è infatti la sorte dell’ultima legge elettorale voluta dall’allora premier Matteo Renzi con voto di fiducia. La legge elettorale mai entrata in vigore è comunque incostituzionale. Quando si conosceranno le motivazioni della decisione della Corte Costituzionale si comprenderà meglio il sistema lasciato in campo che seppur funzionante è non allineato tra Camera e Senato, lasciato in vita della bocciatura del Referendum del 4 dicembre. Una sentenza più d’opportunità politica che giuridica dal momento che non sono stati toccati alcuni aspetti palesemente incoerenti come quello dei capilista bloccati (sicuramente eletti) in una infinità di collegi salvo togliergli la possibilità di scegliersi il collegio e quindi determinare, di fatto, l’elezione dei più fedeli del suo schieramento. L’eventuale nuova Camera si presenterà, comunque, con 100 deputati non scelti dal popolo ma dai partiti. Dopo la pronuncia della Carta resta in campo una legge proporzionale che però potrebbe essere travolta qualora un partito raggiungesse il 40% dei suffragi, ottenendo così il premio di maggioranza che farebbe scattare 340 seggi su 630. L’Italicum rimasto vale solo per la Camera. Non è incostituzionale il premio di maggioranza contro il quale si sono scagliati giuristi e politici fin dai tempi della legge del 1924 di Mussolini e del 1953 di De Gasperi, chiamata “legge truffa”. E’ stato considerato incostituzionale il ballottaggio per una sola Camera. In Francia è prassi normale, anche nelle primarie. Perché allora in Italia il doppio-turno è valido per l’elezione del sindaco e dei Governatori delle regioni? Certo l’elettore può chiedere l’accertamento del proprio diritto a votare in base ad una legge che sia conforme alla Costituzione. Ma il controllo preventivo della Corte non limita il raggio d’azione politica del legislatore? Questo ha al suo interno gli organi e gli strumenti per valutare la correttezza costituzionale di un provvedimento. E le forza la mano allora intervengono i Supremi giudici. Poiché la legge elettorale era legata alla riforma costituzionale, caduta quest’ultima è saltato anche l’Italicum dopo che la Corte aveva bocciato nel 2014 il Porcellum che operò era stato usato per tre turni elettorali. La Corte si è pronunciata su ricorso di numerosi Tribunali, spazzando via il cosiddetto “maggioritario”, cioè l’egemonia del potere Esecutivo su quello Legislativo costruita negli ultimi 20 anni sotto il falso obiettivo della governabilità. Si torna al proporzionale, il sistema più adeguato alla mentalità italiana, più propensa agli accordi post-elezioni che prima delle urne. Il trasformismo di Agostino De Pretis e il ricorso alla corruzione del periodo di Giolitti insegnano. Se si guada l’insieme dei sistemi elettorali per i Comuni, per le Regioni e per il Parlamento ci si trova davanti ad una giungla di sistemi in cui è difficile muoversi. La sentenza della Corte pone Camera e Senato nella necessità di intervenire per rendere più logici e meno eterogenei i modelli di Montecitorio e di palazzo Madama. L’Italia vanta un altro record negativo: il valzer dei sistemi elettorali. Gli italiani tutte le volte che si sono recati alle urne hanno avuto una scheda diversa (a volte una lenzolata di nomi). C’è anche l’assurdo di aver avuto 3 riforme pubblicate sulla Gazzetta ufficiale e mai applicate. In Italia si era votato per una quarantina di anni con il sistema proporzionale, liste di partito, preferenze multiple quando con il referendum del 1993 (Segni) gli italiani scelsero di passare al “maggioritario”. L’anno dopo il “Mattarellum” con collegi uninominali a turno unico, corretto con un 25% di proporzionale permise all’imprenditore Berlusconi, sceso in campo, di vincere e battere il centrosinistra. I contrasti tra Fi e Lega consentirono nel 1996 a Prodi di vincere la competizione elettorale ma Berlusconi si ripresa la scena nel 2001 quando tentò una riforma costituzionale. Venne varato il Porcellum del leghista Calderoli che portò sfortuna al centrodestra battuto dall’Ulivo di Prodi. Berlusconi però con il Popolo delle libertà si rifece nel 2008 con una legge pasticciata che nel 2013 portò al pareggio tra la coalizione di Bersani (29,5%) e quella di Berlusconi (29, 1%). La sorpresa arrivò dal 25,5% dei suffragi al Movimento 5 stelle di Grillo. E’ la constatazione della fine del bipartitismo. Ormai in campo ci sono tre schieramenti che se la battono alla pari. Si arriva al gennaio 2014 quando la Corte Costituzionale dichiara il Porcellum incostituzionale, abolendo il premio di maggioranza e le liste bloccate, sostituendole con il proporziona le e le preferenze. E’ il Consultellum mai utilizzato dopo la modifica del Porcellum. Prima che si votasse con iil nuovo sistema l’allora premier Renzi fece approvare dalla sua maggioranza con voto di fiducia l’Italicum con ballottaggio al doppio turno, mai utilizzato ed ora amputato dalla Corte. Sergio Menicucci

01/2017 [stampa]
Un richiamo forte alla politica...
Nel mondo della comunicazione e della cultura esiste una sorta di scomunica preventiva che non va tanto a colpire un’idea ovvero una valutazione espressa (per quanto ovvio soggetta naturaliter all’altrui critica), quanto piuttosto chi la esprime. In altre parole, ai nostri giorni si contesta l’identità cattolica in quanto tale, inidonea e non legittimata, all’assunzione di opinioni in campo politico culturale. Si tratta di un vero e proprio pregiudizio, la cui inevitabile conseguenza è la censura preventiva, quella che, come dicevamo, colpisce non l’argomento ma l’identità, la qualità dell’interlocutore. In questo senso poco importa che sia il Papa piuttosto che un intellettuale ovvero qualsiasi altra persona. Ciò che rende poi abnorme questo modo di ragionare è la (solita…) pretesa dei pochi di rappresentare i molti, in cui si ripropone l’antica vocazione pedagogica del pensiero “illuminato”, vera e propria avanguardia intellettuale delle masse giudicate e ritenute incolte. Quindi, nulla di nuovo sotto il sole verrebbe da dire, quanto piuttosto la riproposizione di un “tic” culturale prima e della solita intolleranza poi. Quello che oggi fa la differenza, però, rispetto ai tempi, ad esempio, di San Giovanni Paolo II e di Papa Ratzinger, è la qualità della risposta del mondo cattolico, che mostra una mancanza di consapevolezza della portata dello scontro culturale in atto nel cuore dell’Europa e che sembra quasi aver rinunciato ad un’idea di delega alla politica delle proprie istanze. E’ indiscutibile che oggi i temi sensibili siano proprio quelli che rimandano alla condizione umana, alla qualità della vita ed all’insieme di diritti e doveri che essa implica, a quella sfera prepolitica dei valori, della visione del mondo che dovrebbe porre naturalmente in primo piano la risposta spirituale offerta dalla Chiesa. E’ la modernità viziata dei nostri tempi che dovrebbe costringere la Chiesa alla militanza attiva nel mondo e che oggi le consentirebbe di riproporre con maggior forza la propria risposta, in modo da attrarre anche chi le è lontano. E' questo il motivo per cui il popolo cattolico risponde in via diretta autonomamente come si è visto con gli ultimi family day e con il recente referendum sulle riforme costituzionali. I due milioni del Circo Massimo a Roma hanno espresso una volontà di testimonianza non solo di fede, ma di “idem sentire” in termini culturali, hanno proposto un’inedita lettura delle risposte da dare ai nostri tempi, hanno imposto una riflessione sulla portata dello scontro in atto. Ed i milioni di cattolici che hanno partecipato al referendum sulla riforma si sono mossi indipendentemente dalle indicazioni dei vertici dei vari movimenti ecclesiali. Questo popolo dei valori che si ritrova in questo tipo di battaglie e soprattutto, supera naturalmente tutte le mediazioni che sente inutili, impone uno sforzo di comprensione alla politica. Di fronte a questa peraltro nuova capacità di mobilitazione, silenziosa e trasversale, la “buona” politica deve dare buone risposte, sottraendosi alle battaglie di retroguardia ed affrontando il vero ed unico nodo culturale dei nostri tempi, ovvero quella dei valori su cui deve fondarsi la società che vogliamo per i nostri figli. Oggi questa battaglia diventa una battaglia di libertà, per la libertà e la libera cittadinanza delle idee, contro ogni tentazione di egemonia. Questa battaglia obbliga ad una scelta di campo e ad un’assunzione di responsabilità. E’ molto più che un semplice richiamo alla politica. E’ l’ultimo appello per la politica. Riccardo PEDRIZZI www.riccardopedrizzi.it

12/2016 [stampa]
VINCE IL NO : GLI ERRORI DI RENZI, LA VOLONTA’ POPOLARE
Dopo la nettissima vittoria del No e la “caduta” della proposta di riforma costituzionale insieme al suo più “fiero” sostenitore , la strada da percorrere per la ricostruzione politica del Paese appare difficile , ma non impossibile. Non vi è dubbio che la sconfitta di Renzi è avvenuta , in gran parte, per sua stessa responsabilità, imprimendo un indirizzo “governativo” alla riforma. Legando le sorti di questa a quelle del governo , il premier aveva scelto, sin dall’inizio, di camminare su una china sbagliata e pericolosa. Non solo, ma l’impudenza lo aveva spinto, soprattutto nell’ultimo mese di campagna referendaria, ad apparire sui media teso ad un obbiettivo plebiscitario . Un altro vero azzardo considerando anche precedenti tentativi autorevoli e fallimentari. Non gli è valso neppure una sin troppo evidente occupazione del potere. Addirittura, poi, il risultato ha evidenziato come, rispetto ad una forbice favorevole al No - più ristretta prima della raffica degli interventi televisivi - l’effetto della sovraesposizione mediatica abbia allargato il divario a favore del fronte del rifiuto. In fondo , il senso più profondo del risultato e la grande affluenza che lo legittima , si spiegano nella difesa da parte degli elettori di un principio fondamentale della democrazia : quello di tutelare istituzioni che non possono essere modificate restringendo la partecipazione e la salvaguardia della rappresentanza della volontà popolare. Del resto, questo elemento, cioè la voglia di votare e di scegliere da parte dei cittadini, costituisce un valore non certo sacrificabile in nome di un decisionismo e di un leaderismo, soprattutto se ostentatamente finalizzati ad una svolta verticistica del modello politico. Un rafforzamento dell’esecutivo avrebbe potuto essere realizzato solo ad una condizione : quella cioè che fossero chiamati direttamente gli elettori a sceglierlo con un modello politico di tipo presidenziale che non cancella, anzi esalta la volontà popolare. La crisi e l’indebolimento dei sistemi politici democratici hanno una sola strada per essere affrontate quella di radicare ancor più i cittadini nelle istituzioni, proprio la via opposta a quella intrapresa dalla riforma costituzionale di Renzi che eliminava l’elezione diretta del Senato . Anche gli interventi dall’esterno in favore del Si – in parte sollecitati dallo stesso premier , si pensi al viaggio negli Usa e gli incontri con Obama e la Clinton , poi sconfitti – hanno finito per essere controproducenti, poiché i cittadini già soffrono per un trasferimento di sovranità che ne limita le scelte, figuriamoci se, poi, l’elettore venga sollecitato ad ubbidire alle “minacce” del media finanziari internazionali . Anche la distribuzione delle “mance” profuse a piene mani precedentemente e nell’ultima finanziaria non hanno sortito l’effetto sperato da Renzi , in quanto l’attenzione popolare sa distinguere tra provvedimenti in grado di rimettere in moto l’economia ( ad esempio grandi investimenti pubblici ) o limitate risorse distribuite a pioggia , ma presto divorate dalla crescita delle tasse o dai costi dei servizi locali. Insomma, quello che è emerso dal voto di domenica 4 è la dimostrazione di una classe dirigente incapace di capire a fondo gli umori e le esigenze del Paese. Una classe dirigente paracadutata sulle istituzione senza un vero vaglio elettorale . Il voto ha dimostrato il rifiuto di un terzo esecutivo insediatosi fuori da un voto popolare . Ogni strada da intraprendere dopo questo voto passa necessariamente non solo per il rispetto della volontà popolare , ma per regole elettorali che legittimino governi espressione di maggioranze vere. Il successo dell’”accozzaglia” – altro fatale e gratuito errore di definizione di Renzi – mostra il permanere di una pluralità di culture e di realtà irriducibili alla semplicistica sintesi ed allo schematismo renziani, malamente ispirati da tecnici della comunicazione, sempre pericolosi quando vengono calati su realtà a loro del tutto ignote nella loro complessità, come quella italiana. Ormai è evidente, quindi, che questo Paese non è governabile per le spicce via bipolari o leaderiste. Al sistema politico si richiede di essere pienamente rappresentativo, ove ogni forza politica esprima la sua cultura di riferimento e il suo programma di governo ed alla politica spetti il dovere e la capacità di fare sintesi tra la coerenza con la propria identità e la necessità di ricercare, senza trasformismi, soluzioni comuni ed obbiettivi sui quali convergere per l’interesse generale e la governabilità. La legge elettorale che si dovrà discutere deve ispirarsi a questi obbiettivi e le forze politiche essere capaci di dialogo e di confronti, di interpretare la realtà e non solo dar voce a proteste secondo slogan e tweet. La legge elettorale sarà chiamata quindi a salvaguardare la necessità che a governare siano maggioranze vere e non fittizie. Occorre quindi prendere atto che la sconfitta di Renzi è anche la definitiva sconfitta di una lunga fase politica iniziata ancora prima. E’ l’ora di un impegno volto a recuperare un senso alto della politica, come la più elevata forma di attenzione verso la realtà di un Paese al quale ridare speranze e certezze: ai giovani, alle famiglie, ai ceti medi e popolari, al mondo del lavoro nelle sue diverse configurazioni. Il No ha spezzato definitivamente l’illusione di chi si sente investito di postverità, per dirigere, in un quadro troppo influenzato da poteri autoreferenziali, un Paese che prima di tutto vuole ritornare ad essere degnamente rappresentato e governato. PIETRO GIUBILO

11/2016 [stampa]
“ACCOZZAGLIA” E RECLUTAMENTO
In una delle sue solite e ripetute apparizioni televisive con le quali sta stanno violando ogni norma di par condicio e di stile istituzionale, il premier Matteo Renzi se ne è uscito affermano che “contro di lui” c’è una “accozzaglia” di personaggi animati solo dall’intento di opporsi al nuovo. Questa affermazione è stata accompagnata dalla esibizione di un fotomontaggio nel quale appaiono i volti di una serie di personaggi politici tra i quali quattro ex premier,schierati per il No al referendum costituzionale. Questo quadretto dagli intenti arroganti e qualunquisti verrebbe spedito a tutti gli italiani prima del giorno delle votazioni. Lo stato di esaltazione accompagnato dalla preoccupazione di perdere la”scommessa” referendaria, sta portando il premier Renzi ormai a superare ogni limite in termini di promesse politiche , elargizioni di bilancio e di allarmismi di ogni genere. Altro che personalizzazione del referendum, siamo all’armageddon, al giudizio finale . Mai una campagna referendaria ha avuto toni così esasperati , soprattutto provocati da un capo di governo che di per sé dovrebbe garantire certezze e tenuta istituzionale. Flebile, assente, non si leva neppure la voce del garante delle istituzioni , cioè del presidente Sergio Mattarella. Ne avrà la responsabilità storica, per una vicenda che sta facendo sprofondare l’ istituzione governativa nel marasma di una sciovinismo verbale grossolano offensivo e aggressivo. Con effetti degenerativi per la qualità della democrazia italiana. Ma atteggiamento di Renzi mostra una tracotanza, pari solo all’assenza di vergogna. Come può un personaggio politico che nel corso della sua gestione del potere ha sollecitato e ottenuto il massimo livello del trasformismo nella storia dell’Italia - cioè il cambio di casacca di parlamentari , che nel settembre di quest’anno ha raggiunto il numero di 143 deputati e 117 senatori - definire gli avversari della sua riforma costituzionale una “accozzaglia” ? E’ un fatto che un Parlamento eletto con una legge che una sentenza della Corte Costituzionale ha definito illegittima, che al Senato ha potuto assicurare la maggioranza anche per le riforme elettorali e costituzionale, solo grazie all’apporto dei “trasformisti”, abbiano consentito a questo premier di governare . Ora questo stesso premier si permette di dileggiare chi esprime critiche alla riforma costituzionale e alla legge elettorale , dichiarando di votare No al referendum. E’ riuscito perfino a dover dare ragione al senatore Monti che sulle colonne del Corriere della Sera ha detto una cosa vera e cioè che “ è nella stessa natura di un referendum l’aggregare i Si e i No secondo l’opinione che si ha sulla questione sottoposta al voto”. Anche l’ineffabile parlamentare pluridecennale Pierferdinando Casini usa , nonostante toni più morbidi, la stessa argomentazione e in una trasmissione della Gruber afferma che da una parte c’è una omogeneità politica – con Renzi – e dall’altra una eterogeneità – il fronte del No. L’ex leader dell’UDC che probabilmente non ha più neppure il voto di sua moglie dalla quale si è recentemente separato, si è mostrato in questa campagna referendaria in tutto il suo ruolo di mosca cocchiera di Renzi. E’penoso assistere a questa ennesima furbata dell’ormai non più giovane ex dc, motivata dalla speranza di ottenere una ulteriore candidatura per una aggiuntiva e , nelle intenzioni, non definitiva legislatura parlamentare. L’abbinata Renzi-Casini non depone bene per il premier. Casini si è avvalso per le sue piroette politiche di compagni di strada che, tutti, hanno fatto una brutta fine, come dimostrano i casi di Gianfranco Fini e di Mario Monti. Matteo Renzi non si limiti a guardare con disprezzo all’”accozzaglia” degli avversari, ma è meglio per lui che cominci a diffidare di questi amici di strada che le hanno battuto tutte … le strade. PIETRO GIUBILO

10/2016 [stampa]
L’Italia vegeta, l’Europa cammina
Qualcosa si muove in Europa. Tranne in Italia dove appare sempre più debole l’attività di un governo privo di senso dello Stato e incurante delle vere necessità del Paese. Basti pensare alla recente “iniziativa” dell’esecutivo la cui ministra della difesa, d’accordo con il presidente del consiglio, sempre più smanioso di protagonismo, ha deciso di eseguire gli ordini delle Nato e inviare i nostri soldati ai confini della Russia, di un paese verso il quale, lungi da ogni atto provocatorio, è opportuno mantenere un rapporto di mutua collaborazione.  Nel resto dell’Europa non si respira l’aria pesante che si registra nella penisola dove aumenta soltanto il peso di una retorica ingannevole e distruttiva. Ci sono indubbi segni di vita in tutto il continente. Perfino in Grecia che, pur tra mille difficoltà, ben superiori alle nostre, la situazione è tenuta sotto un sostanziale controllo da un governo con un programma che tiene insieme un movimento di sinistra e una formazione dichiaratamente di destra, nazionalista, nemica delle ideologie classiste e gelosa della identità ellenica. Perfino la Spagna va avanti nonostante la mancanza di un governo: mancanza che si protrae da non pochi mesi. Non fa eccezione la Francia pur mal rappresentata da un presidente del tutto incapace di svolgere il suo ruolo con dignità. Il governo, però, procede riuscendo a mantenere, anche immeritatamente, una posizione egemone nella (presunta) Unione Europea. In Gran Bretagna, il cui popolo ha saggiamente voluto liberarsi dei ceppi continentali, opera un esecutivo guidato da una signora che sta dimostrando di conoscere bene quali siano i propri compiti. Una signora che sa andare oltre i limiti ideologici del partito conservatore per interpretare le esigenze di tutto un popolo. Quando ė uscita dal Palazzo Reale, incontrando i giornalisti ha fatto, per riconoscimento unanime, dichiarazioni asciutte ed essenziali. Doti di un vero statista. Matteo Renzi le legga e ne tragga insegnamento.

FAUSTO BELFIORI
da La Pieve del Ricusante

10/2016 [stampa]
GIORGIO NAPOLITANO DA TOGLIATTI A RENZI
LNella storia e nel mutamento della sinistra comunista c’è un tratto comune che resta pur con il passaggio dal PCI di Palmiro Togliatti al Pd di Matteo Renzi. Giorgio Napoliano riuscì a restare comunista nel 1956 durante la rivolta ungherese e la sanguinosa repressione sovietica . Non solo, fu anche il “pubblico ministero” di quel Comitato Centrale che pronunziò l’atto di accusa contro Antonio Giolitti, il più deciso avversario del sovietismo comunista che fu costretto a lasciare il partito . Sotto la sua presidenza della Repubblica avviene il difficile esperimento di un governo di grande coalizione, quello di Enrico Letta che lui stesso , poi, contribuì ad eliminare non intervenendo sull’antiberlusconismo assoluto che ne minò la consistenza, aprendo la strada ad un Renzi che intanto si era affermato nelle primarie . Per salvare quel governo, sarebbe bastato che la sua mai smentita “autorevolezza” nei riguardi di quello che fu il partito di Togliatti avesse suggerito di accettare il “lodo Violante”, cioè la richiesta di un parere della Consulta sull’applicazione della legge Severino che, invece, venne rigorosamente applicata per cacciare dal Senato il capo della forza politica che aveva costretto al pareggio il Pd nelle elezioni politiche del 2013. Dopo aver imposto a Letta una linea rigorosa che avrebbe portato alla rottura con il partito di Berlusconi, ne ispirò la sostituzione con la debolissima “ciurma” di Angelino Alfano. Fu la premesse che consentì a Renzi di presentare il conto: ormai non era più un governo di grande coalizione e la conseguenza fu un governo guidato dal segretario del PD a cui il Nuovo Centrodestra offriva il suo appoggio. Sceso dal Quirinale, Giorgio Napolitano non ha rinunciato ad esercitare il suo paternalistico “notabilato” nei riguardi del Pd di Matteo Renzi. Di fronte al rischio di una sconfitta al Referendum sulla Costituzione è intervenuto, raccomandando più volte di cambiare la legge elettorale, con l’obbiettivo di riportare ad unità il “suo” partito e correggendo l’”errore” compiuto dal premier di personalizzare la campagna referendaria. Riesce ad ottenere il “miracolo” di una forte autocritica, cosa davvero inusuale per l’arroganza del “maleducato di successo”. E qui vale la pena di chiarire una volta per tutte l’origine della “personalizzazione “ della battaglia referendaria e l’obbiettivo vero della legge elettorale renziana. Dove avviene realmente la “personalizzazione” della riforma della Costituzione ? Essa ha luogo quando la proposta finisce di essere il frutto della iniziativa della commissione affari costituzionali del Senato e del confronto parlamentare, ma diventa una proposta di legge costituzionale del governo Renzi-Boschi . Ormai appartiene alla caratteristica della legge e non può essere fatta nessuna marcia indietro come invece ha compiuto il premier sulla ipotesi delle sue dimissioni in caso di vittoria del No. Quel’è il carattere innovativo rispetto al modello di governo parlamentare che la legge introduce e che quindi smentisce quella “riabilitazione del ruolo del Parlamento “ che Napolitano ritiene essere il punto di forza della riforma costituzionale all’esame degli elettori ? Il Capo del governo e la composizione partitica del governo stesso sono decise dalla elezioni e non dal Parlamento. Si tratta quindi si una impropria elezione diretta del premier che è agli antipodi del modello di governo parlamentare che Napolitano dice di voler difendere , ma che , invece, tradisce appoggiando una riforma che pur non aumentano le prerogative del Presidente del Consiglio, di fatto ne toglie il contrappeso parlamentare e di una seconda camera che i costituenti vollero in funzione proprio di un riequilibrio . Napolitano avalla una surrettizia modifica del modello politico italiano, dopo che per anni si era opposto ai suggerimenti presidenzialisti che diverse forze politiche e costituzionalisti avevano messo in campo. Il sistema”presidenziale” che fu ipotizzato prevedeva l’elezione popolare diretta del Capo dello Stato e, in tempi diversi, l’elezione del Parlamento con un sistema proporzionale corretto che evitava l’eccessiva frammentazione, ma non costruiva l’aberrante risultato dell’Italicum e cioè che una minoranza elettorale potesse ottenere una maggioranza di seggi parlamentari. Giorgio Napolitano ha tradito quel “patriottismo costituzionale” che aveva sempre sostenuto, avallando una legge costituzionale e appoggiandola nel Referendum confermativo che stravolge la Carta, che dividerà la Nazione invece di unirla, che chiuderà gli spazi di quella democrazia partecipativa che allontanerà ancora di più gli elettori dal voto. PIETRO GIUBILO

09/2016 [stampa]
Il fallimento dell'Assemblea dell'ONU - RIFUGIATI E PROFUGHI MANCANO LE SOLUZIONI
La bomba emigrazione è deflagrata alla 71° Assemblea delle Nazioni Unite. Per la prima volta nella storia del mondo le persone fuggite dalle guerre, dalle persecuzioni e dalle violenze hanno superato la soglia di 60 milioni. Secondo il dossier dell'Alto Commissario per i rifugiati la cifra ha raggiunto 65,3 milioni a fine 2015, circa l'uno per cento della popolazione mondiale. La metà circa sono bambini molti dei quali abbandonati nei propri paese e in balia di bande di criminali che li sfruttano per fini sessuali oppure rubandogli gli organi. La guerra in Siria resta la principale causa di fugua, da dove sono scappati circa 4,5 milioni di abitanti. Le pratiche di richieste d'asilo sono circa 3, 2 milioni. Il paese con più richieste è la Germania ( 450 mila), seguita dagli Stati Uniti ( 175 mila). In ordine invece della presenza dei profughi sul territorio al primo posto si trova la Turchia con 2,5 milioni, il Pakistan con 1,6 milioni, il Libano e il Sud Sudan con circa un milione ciascuno, seguono poi l'Iran, Etipia e Giordania con poco più di mezzo milione. In pratica sono i paesi poveri quelli che ospitano la gran parte dei 65 milioni di rifugiati. Si tratta di una sfida titanica per i paesi in via di sviluppo che devono già fare i conti con problemi economici. Una massa enorme derivante da una dozzina di conflitti scoppiati negli ultimi 25 anni. Una situazione che ha indotto la massima istituzione internazionale , l'ONU, a sollecitare un impegno dei circa 200 Pesi aderenti maggiore e passare dalla belle parole alle azioni concrete. Lo spostamento in massa è caratterizzato da 25 milioni di rifugiati richiedenti asilo che hanno attraversato i confini e 41 milioni di sfollati all'interno dei loro paesi. In Siria per esempio il 25% della popolazione è stata costretta a lasciare la propria città dopo anni di combattenti e bombardamenti. Nei paesi ricchi i programmi di integrazione sono “ lenti e deboli”. Negli Usa ci vogliono 10 anni perché un rifugiato trovi un posto di lavoro, il periodo sale a 15 anni nei paesi dell'Unione europea. Nel corso dell'Assemblea generale il presidente Barack Obama, nel suo ultimo discorso sulla scena mondiale, ha confermato che 50 Stati si sono impegnati ad accogliere 360 mila rifugiati, raddoppiando il numero del 2015. Una goccia nel mare con Germania e Canada disposti ad aprire i confini a coloro che fuggono dalla Siria. Il Presidente Usa ha sottolineato che “ la crisi è di portata epica. Oltre 65 milioni di persone sono state cacciate dalla loro terra. Una cosa mai vista dalla seconda guerra mondiale. Sbattere la porta in faccia a questa famiglie sarebbe un tradimento dei nostri valori più profondi”. Il commiato di Obama ( l'8 novembre si vota per il successore) è stato valutato più “ un'orazione civile e un tentativo di giustificare la sua ottennale amministrazione” che non un indirizzo politico. Gli errori della gestione Obama sono evidenti nei tanti conflitti in cui gli Usa non hanno saputo svolgere un ruolo risolutivo. All'Assemblea dell'Onu non si è andati oltre alcune buone intenzioni e l'approvazione di altri 3 miliardi di aiuti. Anni di errori,egoismi nazionali, divisioni politiche hanno impedito di varare progetti condivisi ed efficienti. Era la prima volta che l'Onu proponeva un vertice sui rifugiati e migranti, tenendo anche conto dei due differenti status sul piano del diritto internazionale. Un summit deludente per le associazioni umanitarie e del volontariato che hanno giudicato ipocriti e contraddittori gli atteggiamenti di molti Stati che firmano Dichiarazioni d'intenti e poi alzano muri. Il punto cruciale è quello di andare alle cause di tanta migrazione, riconducibili non solo alle guerre. Anche in questo la diplomazia dell'Onu ( con il segretario Ba Ki-moon in uscita) è in grave difficoltà. Se ne riparlerà nel 2018 non essendo riusciti a mettere a punto un impegno che possa fornire una risposta mondiale coordinata ed efficace alla crisi migratoria. Era stato un fallimento anche il vertice europeo di Bratislava dopo il caos degli sbarchi e i 7 mila morti in mare del 2015 e l'illusione del summit a Ventotene tra il premier italiano Renzi, il presidente francese Holland e la Cancelliera Merkel che proprio sull'ondata degli emigranti è stata sconfitta in due elezioni regionali. In Italia l'ondata migratoria non si arresta: circa 160 mila del milione e 300 mila profughi che hanno raggiunto l'Europa, di cui un terzo provenienti dall'Afghanistan, Siria, Iraq via Grecia mentre la seconda rotta è quella africana dalla Somalia,Etiopia, Sud Sudan, Eritrea terminale l'Italia. Impressionante nei primi 20 giorni di settembre gli sbarchi nei porti di Catania, Cagliari, Reggio Calabria, Salerno, Brindisi. L'emergenza è ai massimi livelli con i centri di accoglienza saturi. Dagli accertamenti della polizia risulta che il 95% di chi sbarca in Italia non ha diritto allo status di rifugiato e sempre più numerosi sono gli scafisti arrestati. Se l'Europa, come sostiene Renzi, sull'emigrazione “ ha parlato tanto e fatto poco” si tratta di vedere di chi è la responsabilità e se e come è possibile un cambiando di rotta. Sergio Menicucci

07/2016 [stampa]
L'eroica lotta del popolo curdo
Non sono molti oggi i films per i quali valga la pena di trascorrere qualche ora dinanzi allo schermo cinematografico o televisivo. In questi giorni, però, pochi privilegiati hanno avuto la possibilità di prendere atto, attraverso uno scrupoloso documentario, di una realtà solitamente trascurata da osservatori e "inviati". La pellicola testimonia l'eroismo del popolo curdo che si batte, contando soprattutto sul proprio coraggio e sulla propria tenacia, contro il suo feroce nemico, l'islamismo prevaricatore e distruttore. Infatti, è grazie soltanto all'eroico sacrificio dei peshmerga - gli indomiti soldati di una gente che non si piega - se non si è spenta la speranza degli iracheni e dei siriani sottoposti da anni agli attacchi continui dei miliziani dell'Is. Il merito di questo non facile lavoro cinematografico è di Bernard-Henri Levy che fu uno dei più vivaci esponenti del famoso gruppo dei "nuovi filosofi", formato da giovani pensatori francesi che si erano scrollati di dosso le rovinose fandonie del marxismo-leninismo: odiati per questo dai comunisti e dai loro valletti. Poi Bernard-Henri Levy si è perduto tra la folla di quella sinistra intellettuale che non si è ravveduta dopo il crollo del movimento filosovietico e seguita a provocare danni morali e sociali approfittando anche dell'impotenza di una destra priva di motivazioni ideali. Ora questo notevole e rischioso contributo alla conoscenza di una umanità che lotta ogni giorno per la sopravvivenza e per la libertà va giustamente segnalato. Sono stati e continuano ad essere i curdi, come prova il filmato, a proteggere i cristiani dalla furia devastatrice di coloro che inneggiano a Dio e lo offendono sistematicamente con il loro comportamento. Se il cristianesimo non è stato ancora sradicato dalla terra che ha accolto la venuta di Gesù ed ha ascoltato i suoi primi apostoli, lo si deve alla determinazione di un popolo che ha il diritto di costituire una Nazione e uno Stato nel segno dell'indipendenza. Grazie, dunque, a Bernard-Henri Levy e ai suoi collaboratori che con lui hanno affrontato difficoltà e superato insidie per raggiungere un nobile fine. Onore all'impavido popolo curdo, degno di essere ricordato nelle pagine luminose della storia. FAUSTO BELFIORI da La Pieve del ricusante.

07/2016 [stampa]
La grave crisi del socialismo europeo
Si racconta che Bettino Craxi ad alcuni "compagni" in visita a Tunisi, dove si era ritirato in esilio - parlando della rischiosa inquietudine manifestatasi in vari partiti socialisti non esclusi quelli scandinavi - abbia espresso il suo pessimismo con una sorprendente domanda: dopo i comunisti toccherá ai socialisti? Sono trascorsi decenni e, pur se niente fa pensare che alla sinistra classista europea si riservi una sorte ingloriosa come quella toccata alla internazionale marxista-leninista, non si può non accorgersi che i socialisti europei siano costretti ad affrontare, in modo più o meno pesante, triboli che offuscano le prospettive. Infatti, se si guarda al di lá delle Alpi, non si fatica a rilevare che l'esistenza quotidiana dei due maggiori esponenti del p.s., non sia tra le più serene. Il primo ministro Manuel Carlos Walls, dai forti legami familiari sia con la Spagna che con l'Italia (il suo padrino di battesimo fu il singolare scrittore Carlo Coccioli) si trova ad affrontare, non soltanto uno schieramento avversario forte e deciso, ma anche le continue "liti in famiglia" fra capi e capetti che gli insidiano il posto. Nè un valido aiuto gli può giungere dal suo tutore, François Hollande, fin dall'inizio della sua presidenza costretto a fare i conti con "grane" di ogni tipo, non fra le minori quelle di carattere familiare e sentimentale. A questi due fanno da contorno personaggi che non brillano di luce propria e, quindi, non procurano alcun lustro e alcun vantaggio. Se si guarda oltre i Pirenei la realtà non è più rosea. In Spagna, nelle recenti elezioni, il partito socialista ha rischiato di essere superato dai qualunquisti di Podemus. Il non brillante Pedro Sanchez è riuscito a non far prevalere Pablo Iglesias Turriòn, ma vede oggi la sua sedia in bilico perché contestato duramente all'interno e aggredito all'esterno dalle nuove formazioni progressistiche. Quanto al Portogallo, l'attuale vertice é rappresentato da Antonio Costa che é ben lontano, come riconosce anche la stampa di Lisbona, da ridare al suo partito la capacità di iniziativa che aveva ai tempi di Mario Soares, guida indiscussa della sua compagine politica per tredici anni, dal '73 all'86. Dall'Europa del nord i segni di letargo non offrono per ora spazi alla fiducia in un risveglio imminente: il partito socialdemocratico dei lavoratori di Svezia, non può rivendicare il merito, come attestano gli osservatori internazionali più attenti, di una condizione di sicurezza per il futuro in quel settore sociale che dovrebbe stare più a cuore ad un partito di sinistra. Ne consegue che non è più in grado di rappresentare un modello e un esempio per i "compagni" del continente. In Danimarca i socialisti debbono ricorrere ad alleanze che li scolorano e li debilitano non potendo imporre una propria linea operativa sul piano economico-sociale. I recenti dati statistici lo hanno confermato. Infine la Norvegia: qui le divisioni e le contraddizioni nella sinistra sono così marcate da rendere fantasiosa ogni pretesa di primato. FAUSTO BELFIORI da La Pieve del ricusante

06/2016 [stampa]
ROMA : IL POTERE LOGORA
Il vecchio e saggio detto di Andreotti recitava: “ il potere logora chi non ce l’ha”. I risultati delle amministrative che hanno visto la sconfitta dei Sindaci o, in molti casi, la penalizzazione elettorale dei partiti al governo delle città, sembrerebbe ridimensionare quella massima. Tuttavia ci si dovrebbe domandare se, effettivamente , oggi, il potere dei Sindaci sia vero potere o, a motivo delle difficili condizioni economiche e di bilancio degli enti locali e non solo, di fatto quello dei capi delle amministrazioni non si dimostri anche un potere “impotente”. Se , poi, il governo o, anche, l’ opposizione vengono esercitati male, allora si sviluppa una fuga dalle rappresentanze tradizionali, considerate – e lo sono effettivamente - del tutto inadeguate. Violante aveva avvertito il suo partito : ”nel ballottaggio c’è il voto a dispetto”, ma i risultati di domenica hanno detto qualcosa di più : il “dispetto” ha premiato soprattutto il M5Stelle , poco o nulla il centrodestra e penalizzato il Pd . Si è , cioè, polarizzato, rafforzando la consistenza di un terzo polo con caratteristiche anti sistema. A Roma si erano create le condizioni per una affermazione del movimento grillino. Alle difficoltà di governare una città complessa come la Capitale, si erano aggiunte le pesanti inadeguatezze delle ultime giunte ( di centrodestra e di centrosinistra ) e un processo che ha messo sotto accusa un sistema di appalti e di influenze sub specie mafiosa. Il centrodestra, diviso, aveva presentato due coalizioni e due facce , una con caratteristiche centriste ed un’altra più di destra con venature antisistema. Il mancato ballottaggio della Meloni ha contribuito a ridimensionare la strategia di Salvini per un’ opa sul centrodestra. Questa divisione aveva finito per offrire a Giachetti ciò che all’inizio era apparso impossibile, cioè la partecipazione al ballottaggio. Effimera soddisfazione che, in un certo senso, ha reso più dura la sconfitta. Sconfitta che presenta anche aspetti sconvolgenti per il partito di Renzi, in quanto è stato pesantemente estromesso dalla guida in tutte le sue roccaforti municipali nelle periferie, gestite da decenni. Perfino in quelle nelle quali era riuscito a vincere nonostante la sconfitta di Rutelli nel 2008. Ha retto solo nelle “ridotte” municipali del centro e dei quartieri del secondo municipio, a forte insediamento medio alto, dimostrando di essere sulla via del mutamento della sua connotazione rappresentativa. Non è bastato un lieve ed inutile smottamento di una modesta frazione del centrodestra o di ambienti legati ad interessi nel settore edile che , con la parola d’ordine “ la Raggi è l’antipolitica” avevano scelto, per il secondo turno, di votare per il mesto candidato renziano. Sul quale nulla ha potuto fare anche un endorsement del premier . La Raggi insieme al successo elettorale si gode lo slogan che l’accompagna: essere la prima donna sindaco. Tuttavia tutte e due questi importanti supporti, a poco serviranno di fronte alle difficoltà di un Comune che parte appesantito con un debito di oltre 13 miliardi di euro e con una condizione complessiva, per quanto riguarda i servizi e la manutenzione, che si avvicina al ”disastro”, oltre che una consolidata inadeguatezza di infrastrutture. La condizione indispensabile per questa Città è quella di avere uno “status” adeguato al suo carattere universale e al suo ruolo di Capitale. Una liaison con lo Stato centrale e una possibilità amministrativa di ordine superiore che la Città non è mai riuscita a conseguire stabilmente , né tanto meno sembra potergliela assicurare una eventuale iniziativa in questa direzione del Sindaco 5 stelle. La perenne aspettativa della Città per i grandi eventi e che vede una particolare mobilitazione per il sostegno dell’ assegnazione delle Olimpiadi del 2024, dimostra come la Capitale non sia nelle condizioni di adeguare le sue esigenze - anche semplicemente di ordinaria amministrazione - alle sue funzioni, se non approfittando di qualche , anche modesto, finanziamento straordinario per tali manifestazioni. E’ probabile che nei primi cento giorni il nuovo Sindaco punti ad iniziative sulla legalità e la trasparenza, sulla verifica degli incarichi dirigenziali e delle procedure amministrative , su qualche operazione ad effetto ad esempio nei riguardi delle inefficienze dei servizi di raccolta dei rifiuti, corredate da forme di comunicazione e di consultazione dei cittadini. I problemi cominceranno con la redazione del primo bilancio di previsione e dei suoi stretti corridoi di spesa , soprattutto per quanto riguarda gli investimenti e l’adeguamento delle risorse per una manutenzione cittadina che, in questi mesi , ha visto qualche intervento solo attraverso gli appalti speciali per il Giubileo. Ad un suffragio così ampio verso la nuova amministrazione, frutto di una diffusa esigenza di cambiamento, dovrebbe corrispondere non solo qualche correzione amministrativa e iniziative che avviino a soluzione prolungate trascuratezze, ma – e diremmo soprattutto – una riappropriazione della città da parte dei cittadini, la ripresa di una partecipazione civica, una maggiore fiducia nel governo della Città e di chi la rappresenta , insomma la ricostruzione di un senso civico che sembra essersi smarrito tra fallimenti , inadeguatezze o effimere operazioni di sola immagine. E’ una necessità che, però, richiederebbe la capacità di far risorgere le energie umane e spirituali di una Città sopita cosa non facile per un sindaco e un movimento nati, soprattutto, come protesta. Deve tornare a contare la Città e non il potere che ha mostrato l’aspetto di una governabilità fine a se stessa, spesso accompagnata da zone d’ombra. Un elemento importante potrebbe essere quello di puntare all’obbiettivo di una nuova stagione di partecipazione dei Municipi , diventati negli anni solo articolazioni periferiche di un limitato potere consultivo e di risorse troppo discrezionalmente amministrate. Purché si tratti di vera partecipazione che comporta vicinanza e coinvolgimento .

PIETRO GIUBILO

05/2016 [stampa]
IGNAZI RIPROPONE UN FUTURO ALLA DESTRA
Finalmente una analisi capace di superare l’ interessata immediatezza e condotta senza pregiudizi politici. Piero Ignazi su La Repubblica del 19 maggio sviluppa un ragionamento partendo dall’assunto di dover smentire l’”illusione ottica” che “la destra sia scomparsa, frantumata in tante componenti bizzose”. Ignazi evidenzia la crisi del berlusconismo , ma non risparmia critiche alle “debolezze” della fase bersaniana del PD. Smentisce il carattere permanente del”mitico 40 per cento ottenuto dal PD alle europee del 2014”, poiché, ricorda, come esso abbia “il suo corrispettivo nella vittoria del PCI alle europee di trent’anni prima “, quelle del “sorpasso” nelle quali per la prima e ultima volta i comunisti si affermarono come primo partito in una elezione di carattere nazionale. Infatti, spiega “quel mezzo milione di voti che in quell’occasione si è spostato dal centro-destra al Pd non è detto che vi rimanga, anzi”. Pur sottolineando come i “lettori moderati” siano rimasti “orfani del loro caro leader e si siano divisi in varie parti” il fatto che “ non ci sia più una voce sola”, pur “scolorendo” l’efficacia della proposta politica di destra , “consente di attirare un ampio ventaglio di uditori”. Ignazi sostiene – e qui l’analisi si fa molto concreta - che con “una vittoria in una grande città” , “la sua offerta politica acquisterebbe maggior rilievo”, facendo evidentemente riferimento a Milano o a Roma. A questo punto il ragionamento prende una svolta interessante: “contrariamente a quanto si pensava” , scrive, “ il fianco molle del sistema partitico non è la destra, bensì il M5s”; “il partito di Grillo e Casaleggio jr.” , aggiunge, ” ha toccato l’apice della sua fortuna” e “la sua indeterminatezza ideologica e organizzativa lo espone a rischio di fratture e dispersioni”. Non vi è dubbio che questa constatazione viene dall’esame dei numerosi casi di estromissioni che si sono verificati, anche di sindaci eletti, e da un esame obbiettivo dei limiti della organizzazione puramente mediatica che, seppur inizialmente coinvolgente, finisce per apparire, a medio termine, fragile e escludente ogni forma di vera partecipazione che costituirebbe , invece, un elemento di fidelizzazione elettorale e di selezione reale della sua classe dirigente. Ignazi è convinto, e ne condividiamo il pensiero, che: “e’ solo questione di tempo, e i nodi verranno al pettine”. A questo punto l’articolista si pone la domanda di rito: “Una crisi del M5s chi favorirà? “ . La risposta , secondo Ignazi è nella “pulsione populista e antipolitica” che il movimento grillino condivide con la destra , per cui la sentenza: “ chi trarrà vantaggio da una probabile , benché non immediata , crisi del M5s sarà la destra”. Indubbiamente ci sono due elementi che portano a condividere questa analisi : il primo è quello del presentarsi di una sempre più netta contrapposizione tra M5s e Pd non solo per il fatto che questo si trovi al governo rispetto ad un movimento che si presenta come il raccoglitore di varie forme di protesta; il secondo è la componente “antisistema” che caratterizza non solo parte del centrodestra ( Lega e in parte Fratelli d’Italia ), ma per alcune componenti di tale tipo che sono state presenti , storicamente, anche nel passato dello stesso MSI. La tendenza bipolare della politica italiana che verrà riaffermata dall’attuarsi della nuova legge elettorale tenderà a riposizionare parte delle componenti politiche che ancora tendono a formare “terzi poli”. Per il centro-destra si tratterà di vedere , pena l’impossibilità a raggiungere il 50,1 per cento dei voti - quindi ad essere maggioranza - , se esso riuscirà a ripetere il “miracolo” berlusconiano che ottenne di aggregare anche posizioni in qualche modo eversive ( si pensi che la Lega era secessionista ), ma di affermare una leadership politica non estremista. Oggi ,vari elementi, dalla crisi del ciclo berlusconiano, fino all’acuirsi di problemi gravi nel Paese – dall’immigrazione incontrollata alla stagnazione economica - hanno portato acqua alle posizioni più radicali nel centro-destra che puntano a capovolgere il giusto rapporto tra posizioni moderate ed estreme. Il centro-destra ha bisogno di ritrovare forti motivazioni politiche per una alternanza al PD che però non si presenti - ed anche non appaia - come una alternativa di sistema, alternativa che preoccuperebbe oltre misura fasce di elettorato non di sinistra, che si asterrebbero dal voto, facendo mancare quell’indispensabile supporto elettorale, ma anche di riferimenti sociali . Si tratta di un’opera indispensabile , non agevole ma senza la quale il PD si troverebbe nella invidiabile condizione di essere sostenuto da un nuovo bipolarismo imperfetto, diverso, ma con gli stessi risultati, di quello che favorì un lungo , incontrastato, potere democristiano. Ci consola se pur parzialmente - l’idea che, tuttavia, anche quel bipolarismo finì, portandosi dietro anche il privilegiato partito democristiano. Ma non sarebbe nel bene dell’Italia ripetere quella storia piena di errori e di ombre, forse, ancora non del tutto chiarite.

PIETRO GIUBILO

04/2016 [stampa]
LA FINTA RIVOLUZIONE DI GIANROBERTO CASALEGGIO
Come ha sottolineato qualche organo di stampa ( Il Giornale ed altri ) la prematura scomparsa del “guru” del movimento grillino, rattristante sul piano umano, è stata accolta con un eccesso di acritica ”santificazione”. Il Corriere della Sera – non sorprendendoci - si è distinto in questo disinvolto impegno agiografico. In un numero ( 13 aprile ) che gli dedica 5 pagine e due articoli di fondo, oltre che una foto gigante, Daniele Manca ( “ il pensiero spezzato” ) arriva a “pennellare” un parallelismo con Adriano Olivetti, nel quale, con un certo incanto, descrive - testualmente – “ le comunità concrete a base territoriale [ propugnata a Ivrea ndr ] che si trasformano grazie a Internet in una moltitudine di persone, comunità che interagiscono non solo e non più in relazione all’incontro fisico … “; cioè il virtuale diventa reale, come fosse la stessa cosa. Si valorizza l’idea di una democrazia diretta sub specie mediatica che vive attraverso l’uso globale di internet e degli strumenti ad esso collegate. Ci sembra proprio eccessivo, in una nazione che sulla democrazia diretta , tra i molti, ha nel suo patrimonio culturale l’intelligenza di Mortati, Capograssi e Miglio. La “democrazia diretta senza leader “ di Casaleggio, comporta la trasformazione della partecipazione dei cittadini dalle forme tradizionali del voto e dei partiti , nella espressione di un moderno strumento tecnologico che diviene la forma ultima del “Principe”. Ma quale significato attribuire al fatto che il quotidiano, che più ha rappresentato , anche storicamente, l’establishment italiano, si spenda in tal modo per Casaleggio e per la sua “utopia” ? Come lo spieghiamo ? Per rispondere, dobbiamo brevemente spostarci su di un piano culturale più elevato. Per comprendere le implicazioni del Casaleggio-pensiero occorre tenere presente Heidegger e Guardini e le pagine che dedicano alla questione della “tecnica”. Il filosofo di Messkirch – la cui influenza “esistenzialista” fu assai minore nei riguardi del nazionalsocialismo rispetto ad alcuni sviluppi filosofici e teologici europei degli anni’60 - in molte delle sue opere si misurò con quel tema ( “nell’orizzonte dischiuso dalla tecnica, la verità non è più disvelamento, ma pratica di dominio” ) , descrivendone la “tirannia” che conduce allo “sradicamento”. Le ultime conferme le possiamo leggere nella recentissima traduzione dei discussi “Quaderni neri”. L’insigne professore di teologia dogmatica che ebbe come allievo a Monaco Joseph Ratzinger, da parte sua, della “tecnica” denunciò l’”assoggettamento dell’essere vivente”, analizzando nelle “Lettere dal Lago di Como”, il suo “imperio sulla vita umana” che si esercitava anche attraverso i mezzi di comunicazione del tempo ; era il 1926. Tutti e due ed in particolare Romano Guardini ritenevano il prevalere della “tecnica” un oggettivo indirizzo che avrebbe, anche nella politica, minacciato la libertà dell’uomo, producendo la “scomparsa della misura umana”. Ora l’auspicata trasformazione delle democrazia così come teorizzato da Casaleggio ed attuata in una prima fase all’interno del suo movimento , appare come la crisi e la deformazione della democrazia stessa. In questo modo si annulla il ruolo del pensiero politico , della partecipazione, del rapporto di rappresentanza , per far prevalere il meccanismo della scelta telematica priva di dialogo, di confronto, di convincimento e della necessaria contaminazione. Il mezzo è reificato a fine quando compie questa opera di azzeramento . Ma c’è un’altra considerazione da fare . In un certo senso questa “rivoluzione” è una falsa “rivoluzione” ed anche una falsa “rivelazione” , cioè rappresenta un adattamento utile ai poteri prevalenti e che si compongono all’interno dello sviluppo della globalizzazione e del suo indirizzo finanziario. La “tirannia” della tecnica come pendant della “tirannia” della finanza. Sarà per questa disposizione che anche un “illuminato” commentatore politico come Stefano Folli su “Repubblica” assolve Casaleggio dal sospetto di “populismo”e lo innalza a “visionario, profeta, rivoluzionario” e non solo per “essere subentrato alla fallimentare stagione berlusconiana” che è sempre considerato un merito. Per Stefano Folli c’è di più. Convinto che il Movimento abbia dimostrato come esso sia “ben radicato nel tessuto sociale del Paese”, e “capace di superare le modalità infantili del populismo”, ritiene che si trovi di fronte ad una “sfida drammatica” , quella di “ coniugare la vecchia carica antisistema depurata dagli aspetti più infantili e provocatori e trasformarla nel supporto morale di un ipotetico ‘buon governo ’ grillino “. “E’ un punto che Casaleggio – precisa Folli – aveva ben chiaro”. E’ proprio così . Come tanti illustri colleghi di Folli che, in gioventù, si erano presuntuosamente definiti rivoluzionari e che oggi riempiono le pagine dei quotidiani della grande proprietà industriale e finanziaria, anche Casaleggio aveva in mente l’esito conformista della sua “utopia”. Esito che molti - ambasciatori e banchieri - avendo con avvedutezza vezzeggiato il suo movimento, ritenevano scontato.

PIETRO GIUBILO

03/2016 [stampa]
A ROMA GIOCHI POLITICI NAZIONALI DEL CENTRODESTRA
Ancora una volta le vicende collegate alle candidature, mostrano il carattere non solo municipale della dimensione civica, ovvero politica, della città di Roma .

Nel passato ce lo dimostrò quella che venne definita l’”operazione Sturzo” e, successivamente la nascita di un centro sinistra cittadino negli anni ’60 che anticipò analoghi avvenimenti nazionali; la conquista del Campidoglio da parte del PCI negli anni ’70 che segnalò l’espandersi di quel partito nelle grandi città; la nascita di un centrodestra bipolare nei primi anni ’90 , dietro alla candidatura di Fini contro Rutelli ; ed ora la crisi e la spaccatura del centrodestra.

Perché è evidente e significativo che, a fronte della oggettiva possibilità di sconfiggere un PD, che a Roma conosce la sua più grave crisi morale e politica, e della debole idoneità grillina ad assumere la guida di una città politica come la Capitale , il centrodestra non riesca a compattarsi onde misurarsi nella maniera più efficace in questa importante competizione che, ripetiamo, non è solo municipale, ma anche e soprattutto, ancora una volta, di grande significato politico.

Intorno alla candidatura di Bertolaso, a cui non va sottaciuto il merito di aver affrontato e risolto drammatiche emergenze , si sta giocando un contrasto politico radicale e cioè la scelta di quale forza politica debba assumere, in questa fase, la guida del centro destra . L’opzione salviniana appare evidente nella strumentalità con la quale ha motivato lo sgambetto all’ex responsabile della Protezione Civile : l’aver definito “categoria vessata” gli zingari. Ma quale sconsideratezza avrebbe dimostrato un qualsiasi candidato sindaco che a Roma, città dell’accoglienza, avesse definito la questione dei nomadi nei termini del noto linguaggio del capo della Lega nord ? Si tratta di un problema che va risolto nel rispetto dei diritti umani e della sicurezza dei cittadini e non certo nella logica delle “ruspe”.

Alla posizione leghista si è accodato il partito di Giorgia Meloni che, mostrando incertezze e contraddizioni, si è caricato della responsabilità di una divisione politica del centrodestra che ne rende assai difficoltoso il percorso elettorale oltre che pressoché impossibile un esito vincente per il candidato sindaco, in presenza di una doppia o , addirittura, tripla candidatura. Aldilà delle dimostrate incertezze politiche, emerge un asse Lega-Destra che tende a rendersi autoreferenziale in una dichiarata sintonia con le esperienze della destra francese - peraltro di diversa composizione culturale – o di altre in Europa.

Nella difesa della scelta del manager Bertolaso, Forza Italia, oltre alla tutela di una posizione politica, appare , in controluce, forse , anche il presidio di una diversità che fino ad oggi era rimasta velata e cioè l’appartenenza del partito berlusconiano al PPE e , quindi, ad una posizione non rinchiudibile in un orizzonte e, soprattutto, in una coalizione a prevalenza o, addirittura, a guida di destra , più o meno estrema. In questi esatti termini, in una riunione del coordinamento provinciale romano, Marcello Fiori, responsabile per gli enti locali, ha definito lo scontro con la Lega e Fratelli d’Italia, cioè una diversità politica e culturale tra destra e popolarismo.

Se la vicenda romana dovesse far emergere concretamente una simile diversificazione, saremmo di fronte ad un fatto politico di rilievo, perché si aprirebbe una prospettiva politica fino ad oggi impensabile e cioè il possibile inizio della ricostruzione di un forte polo di centro, forse alleabile, ma non condizionato a destra e in grado di riattrarre un più vasto elettorato su una posizione alternativa alla sinistra . Saremmo di fronte ad un salto di importanza rispetto alle contraddittorie mosse tattiche dell’UDC di Casini, alla esiguità del NCD o alle esperienze recentemente messe in campo da altri nell’area politica moderata ( Passera , Tosi ).

Non si possono precorrere i tempi o disegnare scenari che potrebbero rivelarsi inattendibili. Il partito dell’ex Cavaliere, poi, ci ha abituato ad essere restii a scommettere su questa prospettiva.

Intanto, l’occasione romana nelle circostanze ormai date , potrebbe indurre Forza Italia a compiere qualche altro passo nella direzione “popolare”, guardando al fermento civico che accompagna la candidatura di Marchini e sulla quale lo stesso Berlusconi aveva mostrato attenzione. Del resto al nipote dell’ex costruttore romano né l’appoggio centrista, né quello adombrato di Rutelli, offrono forza sufficiente per un possibile successo . Una prima analisi di questa possibilità la tratteggia Ernesto Menicucci in un articolo sul Corsera del 24 marzo pur riferendo che l’ex Cavaliere “resta a pancia bassa sull’ex Protezione civile”.

Lo stadio già avanzato della competizione e il possibile avvitamento della situazione, forse non consentiranno alle forze nel campo del centrodestra un cambiamento di strategia ; tuttavia si è verificata una discontinuità rispetto ad una prospettiva che sembrava stesse volgendo verso l’ineluttabile opzione ostile della destra nei riguardi di Forza Italia, con tutto ciò che ne sarebbe conseguito ed alla quale sembrava non potersi opporre alcunché.

Un’ultima preoccupata considerazione che esula dai “giochi” politici , ma che attiene all’essenziale. Le immense inadeguatezze della politica romana, pari solo alla disgregazione del suo tessuto amministrativo ed alla grande incertezza di governo della Città , potrebbero non risolversi neppure con l’esito delle prossime elezioni.

Oltre il superamento dell’attuale oscurità politica, si rivela, infatti, sempre più necessaria una nuova visione istituzionale della Capitale che ponga le basi per la sua reale governabilità ed in grado , quindi, di rendere attuabili programmi idonei , attrarre investimenti e attenzioni anche di carattere internazionale, adeguarne le infrastrutture alle sue complesse funzioni , assicurarne la vivibilità, qualificarne, infine, la dirigenza amministrativa .

Si tratta di un programma a medio e lungo termine, tanto necessario quanto non realizzabile e neppure avviabile con un esito che, dalla premesse, si presenta tanto incerto quanto insufficiente .

Come uscire da questa contraddizione è il vero dilemma di Roma.

PIETRO GIUBILO

02/2016 [stampa]
RENZI COLLOCA NEL PROGRAMMA DI GOVERNO LE UNIONI CIVILI E ALLARGA LA MAGGIORANZA . MATTARELLA TACE
Con il voto di fiducia sul maxiemendamento della legge per le unioni civili, Matteo Renzi non ha solo realizzato un compromesso per far arrivare in porto la legge, ma ha compiuto due passi politici di rilievo e destinati ad avere conseguenze : ha allargato la maggioranza alla compagine di Verdini e ha trasformato la questione dei diritti civili : da un tema da lasciare alla libera coscienza dei parlamentari , a programma politico della maggioranza di governo .

Il voto di fiducia da sempre nell’ambito del parlamento ha rappresentato la verifica del confine della maggioranza di governo . Già con le votazioni sull’Italicum , sulle riforme costituzionali e sulla sfiducia in Senato rispetto alle vicende bancarie, si era verificata la convergenza a sostegno del governo dei “ trasformisti” del senatore toscano già coordinatore di Forza Italia, ma si trattava di un appoggio a provvedimenti di legge o un sottrarsi ad una sfiducia , che potevano rientrare nella manovra e nella dialettica parlamentari.

Un episodio però aveva segnato un passaggio ulteriore che entrava nel campo del funzionamento delle istituzioni parlamentari: quando, cioè, l’appoggio del voti del PD, consentì ad esponenti del gruppo ALA di ottenere due vice presidenze di commissione che per norma spettano alle opposizioni. Era davvero singolare che la maggioranza determinasse il componente dell’opposizione. Eravamo nel campo non dei rapporti politici , ma di quelli istituzionali che veniva invaso e distorto dalle manovre Renzi-Verdini . Per la gravità del caso, già allora, dicemmo che la cosa non poteva sfuggire a Mattarella, garante del corretto funzionamento delle istituzioni parlamentari. Dal Colle, tuttavia, non giunse alcun segnale, mostrando una grave e deludente accondiscendenza alla “palude” trasformista.

Sulla fiducia con la quale si è approvata la legge per il riconoscimento delle unioni civili, il passaggio è ancora più chiaro : il voto del gruppo dei senatori ala non è solo aggiuntivo rispetto ad un provvedimento , ma diventa anche determinante per giungere alla fatidica quota di 161 senatori che rappresenta la maggioranza assoluta e che , tra l’altro, viene ritenuta indispensabile per provvedimenti di bilancio.

In questa circostanza si è verificata una ulteriore, clamorosa, “invasione di campo” che mostra la confusione istituzionale ormai dilagante. Richiesto di esprimere un parere sulla opportunità che Mattarella chiamasse Renzi al Colle ,con l’invito ad un “passaggio” parlamentare, l’ex Presidente Napolitano , si è permesso una battuta ( “per una passeggiata” ) con un esplicita indicazione di comportamento verso l’attuale inquilino del Quirinale, tanto più clamorosamente invasiva, in quanto proveniente da un ”emerito” .

A valle del risultato parlamentare sulla legge per le unioni civili si intravede una ulteriore prospettiva. Gli esponenti di vertice del PD ( in primis il vicesegretario Serracchiani ) dichiarano esplicitamente che la legge approvata costituisce un primo passo e non un obbiettivo, in quanto sin dalle prossime settimana avrà inizio la discussione su una legge riguardate le adozioni nella quale è esplicita intenzione del PD di porre di nuovo la questione dell’adozione del figliastro nelle coppie omosessuali. Per la verità , sotto un certo profilo, quasi non ce ne sarebbe bisogno, poiché la stessa legge approvata conferma la possibilità dell’intervento del giudice che può operare in base al principio della cosiddetta “continuità affettiva”. In brevi parole questo significa che già con la legge per le unioni civili, così come approvata, il magistrato può determinare l’adozione della coppia di uno dei figli dell’altro “coniuge”.

Al di là dell’evoluzione legislativa o giurisprudenziale c’è un elemento che va sottolineato: Alfano ha ottenuto una vittoria di Pirro con lo stralcio del’articolo 5 sulle adozioni, determinatosi, peraltro, per la decisione del M5Stelle , a suo tempo, di non votare il supercanguro e non dalla sbandierata , ma inesistente o quantomeno inefficace , fermezza del NCD.

Ora la questione delle adozioni sta diventando materia di proposta di governo perché essa, ormai – come le unioni - non è più sottoposta al libero voto di coscienza dei parlamentari , ma rientra nell’iniziativa politica e programmatica del PD. Questa è la sconfitta del NCD, anche perché si va profilando il vero scenario di questa fase finale della legislatura e dei relativi appuntamenti politici compreso il referendum di ottobre confermativo della riforma costituzionale. Il gruppo - che sta diventando un vero e proprio partito – di Verdini risulta per Renzi più efficace e affidabile della compagine di Alfano che, peraltro si è perso nella votazione sulle unioni una parte dei suoi parlamentari.

Dal governo Renzi-Alfano si è già , di fatto, passati al governo Renzi-Verdini .

Che qualcuno lo vada a dire al presuntuoso e ciarliero ministro dell’Interno.

P.G.

01/2016 [stampa]
IL BERLINGUERIANO ROSSI DENUNCIA IL TRASFORMISMO
Fino adesso l’appoggio di Verdini e del suo gruppo politico ha giovato a Renzi sotto un duplice aspetto: ha contribuito a ridurre a ragione le sue opposizioni , peraltro arruffone e inconcludenti, vanificando il peso numerico del dissenso compensandolo con le truppe dell’ex coordinatore di Forza Italia e, ancora più sostanziale , ha consentito di far arrivare in porto le sue riforme costituzionali , nelle decisive votazioni al Senato .

Ormai , passati questi momenti politicamente determinanti, la strada di Renzi comincia a entrare nella fase della ricerca della conferma elettorale. I traguardi sono due : il referendum costituzionale dell’ottobre e , a questo punto, le probabili elezioni politiche nel 2017. Sarà improbabile che, nonostante le preghiere di Alfano, Renzi vorrà far proseguire la legislatura fino alla sua scadenza naturale nel 2018. La partita decisiva è quella del referendum ; una volta ottenuta la conferma delle riforme costituzionali , Renzi avrà il solo interesse di acquisire una condizione parlamentare di tutta sicurezza con le elezioni politiche.

Questa legislatura è diventata una palude. Il Presidente della Toscana Enrico Rossi , la definisce, in una intervista al Corsera del 22 gennaio “un suk”. Eppure è stato questo il punto di forza di Renzi che non avrebbe potuto governare senza l’appoggio sottomesso del NCD e senza l’ulteriore sostegno delle pattuglia verdiniana , con annessi e connessi ( Tosi e qualche volta anche Fitto ).

La prova per un giudizio pessimo, sotto il profilo politico, dell’appoggio dei trasformisti , è dato dal fatto che Renzi non intende modificare la legge elettorale – l’Italicum - che impedisce le coalizioni e, pertanto, i due partitini centristi ( NCD di Alfano e ALA di Verdini ) se vorranno salvare il loro corpo politico non avranno altra scelta che quella di entrare dentro la formazione politica renziana , qualora veramente dovesse passare a trasformare il Pd in quell’ipotizzato Partito della Nazione. Alfano ,poi, lo ha dichiarato : le alleanze si decideranno in base agli schieramenti sul referendum di ottobre. Non potendo essere una alleanza sarà un assorbimento del centro nell’ambito di quello che Verdini teorizza come Partito della nazione.

Tuttavia , sarà assai difficile che formalmente il PD si trasformi e che, quindi , faciliti una scissione e , di conseguenza accolga parte dei parlamentari di centro ,peraltro senza voti , che certo non compenseranno le perdite di consenso che dovessero determinarsi, con una scissione, e l’annullamento del PD.

Renzi viaggia , dunque , sull’ambiguità rispetto a queste servizievoli forze politiche. Del resto la loro composizione è tale che li vede destinati a fare la fine di coloro che , senza una reale prospettiva politica ed una dignitosa strategia, finiscono per essere utilizzati nei momenti che servono, per , poi, finire nella spazzatura della cronaca politica.

Enrico Rossi di solida tradizione comunista ha annunciato sin dal settembre del 2015 di volersi candidare alla segreteria del PD nel 2017. E più volte ha rimarcato come il trasformismo impersonato da Verdini si intrecci con la “questione morale” indicata da Enrico Berlinguer , definendola, ultimamente , una ”denuncia forte sull’occupazione del potere” “ Questo fenomeno dei transfughi in politica, il trasformismo – aveva a suo tempo rilevato il presidente toscano - è ben noto nella storia italiana e molto studiato nei Quaderni di Antonio Gramsci. Sarebbe poi interessante domandarci come si intreccia oggi il trasformismo con la questione morale denunciata da Enrico Berlinguer”.

Appare quindi assai probabile che il tema al centro del Congresso del 2017 nel Pd sarà quello berlingueriano della “questione morale” e già si preannuncia una lunga campagna congressuale che inizierà prima del referendum di ottobre e porrà a Renzi un aut aut : quello di troncare con quell’area centrista che raggruma tutte le diverse sfaccettature di quel trasformismo evocato appunto da Enrico Rossi.

Evocare la vecchia tradizione di Berlinguer costituisce un forte elemento di animazione e di tradizione che è mancato nelle pallide opposizioni dei vari Bersani, Cuperlo , Speranza e compagnia cantando.

Se ciò dovesse accadere anche prima della campagna per i referendum confermativi dell’ottobre , introdurrebbe per Renzi un ulteriore elemento di incertezza sul loro risultato.

P. G.

01/2016 [stampa]
LA VALANGA DEI DECRETI DELEGATI
Due gli appuntamenti più rilevanti di ordine politico-istituzionale di fine anno: la conferenza stampa del Presidente del Consiglio sull'attività del governo e il consueto messaggio del Capo dello Stato a reti tv unificate.

L'anno si lascia indietro anche l'attività legislativa. Dei circa mille provvedimenti previsti dai governi Monti-Letta-Renzi ( nessuno dei tre eletti dal popolo) ne sono stati adottati 717. Ne mancano all'appello 271. Non pochi. Ma potevano essere di più.

Il risultato è il frutto di un provvedimento poco conosciuto preso a novembre 2015. Si chiama “ taglia-leggi” inserito nella riforma della Pubblica amministrazione che porta il nome della Ministra Madia.

Con un colpo solo sono stati tagliati 46 provvedimenti attuativi divenuti obsoleti o superati da altre norme. Con l'inizio del 2016 la situazione peggiora a causa della Legge di Stabilità, un testo mostruoso di 999 commi riuniti in un unico articolo.

La legge avrà bisogno di almeno 150 successivi provvedimenti tra decreti ministeriali, interministeriali, decreti della presidenza del Consiglio, normative fiscali, protocolli d'intesa, comunicazioni.

In pratica una quarantina in più della prima manovra del governo Renzi e il doppio dell'0ultima Finanziaria targata Letta.

La parte del leone nelle decisioni spetterà al Ministro dell'economica che dovrà soprattutto affrontare attraverso il Fondo da 100 milioni la questione dei rimborsi ai risparmiatori delle 4 banche sottoposte a “ risoluzione”, in termini semplici fallite con azzeramento dei risparmi. Palazzo Chigi da parte sua dovrà emettere 27 decreti tra cui quello per il bonus da 500 euro da erogare a chi compie diciotto anni.

Un percorso tortuoso è quello relativo alle leggi delega che hanno bisogno di decreti attuativi. Sono 46 i decreti delegati prodotti dal Jobs Act, dal provvedimento sul fisco, dalla riforma della P:A e dalla “ buona scuola”.

Secondo un'analisi del Sole 24 ore non è finita qui perché è stata creata una specie di effetto “ matrioska”, un provvedimento dentro l'altro. Una volta si chiamavano scatole cinesi.

Per il Jobs Act, a fine dicembre, ne era stato varato soltanto uno ( riordino dei contratti), per la delega fiscale sono stati approvati 22 decreti di cui 17 per il 730 precompilato dei 57 necessari. Tutto fermo ancora per i 18 decreti delegati della riforma della Pubblica amministrazione e dei 9 della riforma “ buona scuola”.

11/2015 [stampa]
A TRANI SI SVELA L’OBLIQUO POTERE DEL RATING
Ha destato scalpore l’autorevole deposizione del direttore del debito pubblico italiano, Maria Cannata, al processo che si sta svolgendo a Trani nei riguardi delle agenzia di rating che decisero nel 2011-12 alcune operazioni di declassamento dei titoli pubblici italiani, ritenute illecite dalla procura.

In particolare la dirigente del Tesoro si è scagliata contro il “declassamento di due notch ( gradini, ndr ) dell’Italia da parte di standard & Poor’s che non ci stava”. E’ interessante anche una considerazione che accompagna questa deposizione e che chiarisce il rapporto tra le agenzie e i governi , rapporto di totale indifferenza agli argomenti che vengono messi in campo dai ministeri. “ Con S&P è come parlare al vento” – ha affermato Maria Cannata - “a me è sembrato che quando noi rappresentavamo i progressi, loro li tenevano in pochissima considerazione”. La valutazione si riferisce al gennaio 2012 , dopo che il governo Monti era intervenuto con decisioni pesantissime inserite nella legge di stabilità e appare , quindi, come una difesa dell’operato di allora , non preso in considerazione dalle agenzie. Come a dire che, comunque , il potere di questi organismi sovrasta anche l’attività di quei governi che intendono operare secondo le logiche di intervento auspicate dagli organismi europei .

Tuttavia appare ancora più evidente il modo scorretto di considerare l’operato dei governi per ciò che avvenne il 1 luglio del 2011, allora in carica il governo Berlusconi. “Secondo la testimonianza data ai Magistrati di Trani dall’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti – scrivono Paolo Gila e Mario Miscali ( “I signori del rating”, Bollati, Boringhieri, 2012 ) - il giudizio negativo delle agenzie di rating sull’Italia e sulla sua manovra finanziaria venne diffuso in tarda mattinata , mentre la riunione del consiglio dei Ministri chiamato a licenziare il testo non lo fece prima delle 16. Durante i lavori istituzionali , il governo modificò ampiamente vari temi che erano all’ordine del giorno , tanto che il documento finale approvato e varato conteneva molte indicazioni diverse rispetto alle indicazioni che circolavano fino alla mattinata dello stesso giorno”.

Anche su quella vicenda la deposizione di Maria Cannata ha confermato quanto a suo tempo chiarito dal Ministro di allora , richiamando il comunicato con il quale Standard & Poor’s stroncava la situazione italiana prima che fosse nota la manovra fiscale . “ Una circostanza che mi fece arrabbiare “ ha detto in aula la dirigente ministeriale , aggiungendo “ il commento di S&P fu improprio , intempestivo , non corretto, peraltro fatto a mercati aperti”, domandandosi “ che fretta avevano ? “.

A questa domanda è impossibile dare una risposta fino a quando non verranno chiarite le circostanze complessive, anche di carattere internazionale, che caratterizzarono quello che può essere definito come il più pesante attacco dei mercati finanziari all’Italia e, indirettamente all’euro di quegli anni difficili. A prescindere dalle conseguenze di carattere politico , sarebbe necessario e auspicabile che su quelle vicende si potesse fare chiarezza attraverso una commissione parlamentare di inchiesta. E’ certo, intanto, che se dal processo che si sta svolgendo a Trani, dovesse derivare una condanna delle agenzie di rating, l’istituzione di una tale commissione , a quel punto, diverrebbe necessaria.

Occorrerà andare oltre a quanto già fu fatto in sede parlamentare nel luglio 2011 in commissione Finanza della Camera, quando venne approvata all’unanimità una risoluzione di condanna nei loro confronti rilevando che “all’inizio della crisi sono state incapaci di valutare con il dovuto anticipo alcune patologie registratesi con riferimento ai mutui sub-prime” e che tali agenzie “ opererebbero in un regime di sostanziale oligopolio” ed anche in ”presenza di conflitti di interesse”.

Del resto questa del processo di Trani non è la prima volta che vede le agenzie di rating sottoposte a interventi giudiziari. Come ricorda il libro di Gila e Miscali “nel 2010 il procuratore generale dell’Ohio , Richard Cordray , ha portato in giudizio le tre sorelle con l’accusa di frode ai danni di cinque fondi pensione” e “un anno prima, nel 2009, lo studio legale Grais&Ellsworth aveva citato le agenzie per responsabilità nella bancarotta della Banca Lehman ipotizzando anche il reato di corruzione perché ‘dietro compenso le agenzie sceglievano i titoli tossici che la banca collocava sul mercato e poi a quel titolo davano il voto e le triple A si sprecavano , anche se dietro quelle obbligazioni c’erano crediti irrecuperabili legati ai mutui sub-prime”. Senza dover ricordare anche ciò che ebbero a dichiarare ex manager ed analisti delle agenzie che rivelarono i metodi assai discutibili con i quali si compongono le “pagelle” o quei rapporti sottostanti che queste intrattengono con alcune banche d’affari. Sarebbe auspicabile non solo una normativa europea che rendesse ancor più rigorosa la ricerca degli elementi di analisi sui quali vengono emesse le valutazioni, ma anche la necessità di contenere o disinnescare gli effetti che da tali comunicazioni si riverberano automaticamente sulle attività finanziarie nazionali e , soprattutto, sulle attività economiche. Una questione che non è stata affrontata , ma che appare ormai di tutta urgenza per mettere un freno all’obliqua influenza sull’Europa delle attività di queste agenzie , è la necessità di creare una agenzia europea di rating che agisca in sintonia con la BCE.

“Il pregiudizio più pericoloso “ scrivono gli autori del saggio prima citato “ è quello legato alla presunta indipendenza delle stesse agenzie , una reputazione che a seguito degli accadimenti e delle riflessioni da parte di osservatori critici e di commentatori preparati , comincia traballare”.

Il processo di Trani e la testimonianza del direttore Maria Cannata lo stanno ampiamente dimostrando.

PIETRO GIUBILO

10/2015 [stampa]
MOLTE CRITICHE E RISERVE SULLA LEGGE DI STABILITA’
Il documento riguardante la Legge di Stabilità da Palazzo Chigi a Palazzo Madama ( circa 500 metri) ha impiegato una decina di giorni, dopo aver fatto una svolta per via del Tritone-Quirinale e ritorno. In questo tragitto ha subito alcune variazioni senza, però, sostanziali modifiche rispetto alle slide illustrate dal premier Renzi al termine del Consiglio dei Ministri. Alcune ricostruzioni giornalistiche hanno ipotizzato che il testo sia differente rispetto a quello inviato a Bruxelles che al primo appuntamento di verifica non ha trovato “ alcuna inosservanza grave degli obblighi di politica di bilancio definiti dal Patto di Stabilità e Crescita” sottoscritto dagli Stati europei.

Ci sono soltanto indiscrezioni che precisano che non si tratta di “ promozione”, anzi i problemi ci sono e verranno evidenziati nel giudizio complessivo che verrà dato tra metà novembre e metà dicembre. I numeri dell’aggiustamento strutturale non convincono come critici sono i vertici di Bruxelles sul rinvio del pareggio di bilancio al 2018 e il mancato miglioramento del debito pubblico che continua a rimanere oltre il 132% del Pil.

E’ probabile quindi che la Commissione, guidata da Jean-Claude Junker possa chiedere al governo italiano ( ma anche ad altri governi a partire dalla Francia) misure aggiuntive su fisco e spending review mentre la richiesta di applicazione della clausola per gli investimenti doveva essere chiesta in primavera e non inserirla nella Legge di Stabilità.

Questioni procedurali certo ma anche politiche in merito al rispetto di tutti i criteri comunitari. Per cui il rialzo dell’Iva ( clausole di salvaguardia) al 13 e al 25 per cento è solo rinviato di dodici mesi ma non cancellato. Anche l’agenzia Fitch ha lanciato l’allarme legato ad un debito pubblico troppo elevato e per una crescita troppo debole. “ Due fattori che lasciano l’Italia, scrive l’agenzia che ha lasciato invariato il rating ( BBB+) ,altamente esposta a potenziali shock avversi”.

L’Italia con il segno più è, quindi, un auspicio che non guarda al futuro ma si concentra in gran parte all’oggi per conquistare il consenso ( elettorale) di alcune categorie, rimandando a domani la soluzione dei gravi problemi economici derivanti dalla montagna del debito pubblico, dalla mancanza di un progetto per creare nuovi posti di lavoro. Dalla lettura del documento manca, in sostanza, un progetto, idee per una svolta reale.

Si tratta in buona sostanza di una speranza non ancora suffragata dai dati concreti dell’economia, della vita sociale delle famiglie, delle realtà che vivono i giovani e soprattutto le donne al Nord e al Sud. Intanto 20 milioni di italiani spera che il 16 dicembre con il saldo sia veramente l’ultima volta che pagano Imu-Tasi.

La legge di stabilità ( ex Finanziaria) varata dal Consiglio dei Ministri il 15 ottobre è composta da una struttura che poggia su fragili basi. C’è anche un giallo sulle coperture. La gran parte dei 26,5-29 miliardi dell’operazione è costituita per oltre la metà ( 17 miliardi circa) dallo sconto sulla flessibilità sui conti pubblici chiesto a Bruxelles.

L’immagine che vuole offrire il premier Renzi è quello di un’Italia in ripresa, che sta risalendo la china dopo 7 anni di recessione e di bassissima inflazione e dopo l’iniezione di liquidità immessa dalla Bce di Mario Draghi.

Il dato che maggiormente preoccupa Bruxelles è quello del debito pubblico: erano 2.135 milioni ad agosto 2014 sono diventati 2.219 milioni a maggio 2015, per scendere a 2.185 milioni ad agosto 2015. Cifre che rappresentano una minaccia costante sullo stato dell’economia italiana anche a causa dell’andamento dei tassi d’interesse internazionali. Analizzando le singole misure si nota una notevole disorganicità. Quello che non si intravede è un progetto unitario per lo sviluppo e capace di risolvere, nel triennio, alcune delle emergenze più gravi a partire dall’eccessiva tassazione, dalla disoccupazione che non fa passi indietro. Con la manovra si tenta di tamponare alcune situazioni, si cerca di attenuare le criticità di quella parte della popolazione più colpita dalla crisi.

Il piano per i bambini poveri con uno stanziamento di 600 milioni va riscritto e verificato. L’invenzione del part time ai lavoratori oltre 63 anni è un palliativo che arriva dopo i danni provocati ai cosiddetti “ esodati”( rimasti senza lavoro e senza pensione) dalla legge Fornero che fissa a 66 anni gli anni per andare in pensione.

C’è poi il bubbone della clausola di salvaguardia pari a 16,8 miliardi ereditata dai governi Monti e Letta a garanzia degli impegni con Bruxelles sulla finanza pubblica. Senza quella clausola sarebbero dovute aumentare Iva e accise.

Il governo Renzi ha fatto così l’equilibrista anche per l’impossibilità ( per le divisioni politiche e i contrasti nel Pd)di puntare maggiormente sulla spending review tanto che invece dei preventivati 10 miliardi nella manovra sono conteggiati soltanto 5,8 miliardi, saliti a 7,2 dopo le osservazioni dei tecnici del Presidente della repubblica Mattarella.

Molte quindi le incognite. Troppi i provvedimenti rinviati al 2016 e al 2017 ( sconto Ires condizionato all’ok di Bruxelles) compreso il raggiungimento del pareggio nel 2018. “ L’Italia con il segno più” è una scommessa che poggia sulle sabbie mobili delle incognite: la flessibilità dell’Ue, le spese per l’emergenza migranti, il rientro dei capitali all’esto ( 3,3 miliardi), lotta all’evasione ( il lavoro nero è stato calcolato in circa 130 miliardi l’anno).

E su tutte le questioni c’è la debole ripresa europea, la mancata spinta della Germania ( la locomotiva europea è alle prese con la debolezze della Cina, dell’India, del Brasile, dell’Argentina in materia di export).

Le misure sulla casa vanno nel verso giusto. L’abolizione della Tasi sulla prima casa avviene in contemporanea con il pagamento della seconda rata. Restano incertezze sulle seconde case e soprattutto i rapporti con i Comuni i quali reclamano dal governo i 3,5 miliardi di mancato gettito sulle case. Come verranno recuperati e da dove? C’è poi dietro l’angolo la questione della Local tax che dovrebbe anticipare la riforma del catasto.

Restano i dubbi sui tagli della sanità, il cui tetto del Fondo nazionale è stato fissato a 111 miliardi con una sforbiciata di 2 miliardi che ha fatto sollevare le proteste delle Regioni.

In conclusione prima del dibattito in Parlamento la Legge di Stabilità ha ottenuto più critiche che consensi e lasciato alcuni dubbi come il potere dei Comuni di mettere le addizionali sulla Tasi( la tassa sui servizi indivisibili come illuminazione pubblica, riparazione buche, tutela dell’ambiente) per gli immobili diversi dall’abitazione principale.

Sergio Menicucci

10/2015 [stampa]
IL PD NON PUO’ TIRARSI FUORI DAL FALLIMENO E DALLA CADUTA DI MARINO
Le dimissioni del Sindaco Marino, epilogo scontato di una vicenda amministrativa da tempo instradata vero questo esito, meritano riflessioni più ampie di quelle che occupano le cronache della stampa di questi giorni.

La inadeguatezza del personaggio per questo incarico , le sue gaffe - dalla panda rossa agli scontrini - , le distanze e i problemi con il suo partito, appartengono agli effetti di una condizione che ha radici e cause un po’ più remote e profonde.

La leggerezza della politica di oggi non ha mai riflettuto sul dato che la complessità e la difficoltà di amministrare una città come Roma non possono essere affrontate da sindaci eletti in base a una operazione mediatica, di sola immagine che, in coerenza con questa “virtualità” e “autoreferenzialità” oltre che una superficialità, non possono essere in grado di guidare e procedere tra gli articolati sistemi di interessi e nel groviglio delle procedure amministrative della Capitale.

C’è un precedente antico e quasi dimenticato: quando il PCI prese Roma nel 1976 mise a capo dell’amministrazione Giulio Cesare Argan un rispettabile professore e dirigente ministeriale talmente bravo e preparato che Mussolini lo aveva incaricato nel 1938 di fare da guida a Hitler nella sua visita a Roma; tuttavia, dopo due anni, Petroselli dovendo la città affrontare il risanamento delle borgate e tentare una nuova politica urbanistica , decise di sostituirlo . Argan, comprese l’esigenza del partito e lasciò con grande dignità l’incarico al nuovo Il nuovo sindaco , un dirigente viterbese del PCI che era cresciuto nella battaglia sindacali degli edili e che , poi, strinse con l’imprenditoria il “patto del mattone”; tentò , cioè di indirizzare la politica romana verso i suoi disegni , coinvolgendo le realtà sociali esistenti.

La candidatura di Marino , come ha ben sottolineato il direttore del Messaggero Virmar Cusenza è “nata da una faida dentro il Pd dell’era bersaniana per mano di alcuni ‘senatori’ protagonisti di vecchie stagioni e finita come una scheggia impazzita (il sindaco uscente ) contro il partito che l’ha scelto , lo ha fatto eleggere e lo ha sostenuto”. La “mano” che ha condotto l’operazione è stata quella di Goffredo Bettini , ormai sostanzialmente isolato all’interno del suo partito , ma che ha veicolato le precedenti sindacature - quelle di Rutelli e di Veltroni - durante le quali il “disegno della Città” attraverso “l’urbanistica contrattata” è passato nelle mani dell’imprenditoria consociativa, ma anche mettendo le prime radici di quel declino del ruolo di indirizzo del Campidoglio, giunto con le cooperative di Buzzi e Mafia Capitale alle estreme conseguenze.

Il grande disagio che emerge rispetto al fallimento di Marino e‘ , appunto, la constatazione di una città abbandonata, ove, le dilaganti illegittimità e gli “affari”, le assenze del sindaco e il disastroso stato della sua “manutenzione”, creano una spinta di protesta, di rifiuto della politica , che può aprire la strada delle prossime elezioni a qualunque scenario di ulteriore, perniciosa inadeguatezza.

Il bilancio della Città, sotto questo aspetto è disastroso.

L’operazione politica del PD è quella di addossare a Marino tutta la responsabilità di un esito così negativo, quando, invece, è evidente che la candidatura, costruita al suo interno, è stata sostenuta oltre ogni limite , arrendendosi solo quando la vicenda degli scontrini lo ha messo di fronte a sue dirette responsabilità. A questo punto il PD e Renzi hanno colto l’occasione per liberarsi di un personaggio ormai diventato scomodo , cioè comportante il rischio di coinvolgere complessivamente tutta la politica democratica. Il Pd e Renzi hanno agito con una perfidia eccezionale: quando si sarebbe dovuto commissariare Roma per la compenetrazione di Mafia Capitale nella amministrazione e , quindi addossare questa responsabilità al partito che aveva introdotto l’attività delle imprese vicine e per le quali a Marino si poteva solo addossare la responsabilità per aver operato un po’ tardivamente, allora non è arrivato il commissariamento , ora, invece, che su gli scontrini la colpa è solo sua , allora si impongono le dimissioni. E’ il tempestivo taglio chirurgico che il partito di Renzi decide di fare. Questa è la risposta alla angosciosa domanda che Marino rivolge al suo vice Causi e a Sabella quando gli annunciano, evidentemente su input di Renzi , che si deve dimettere.

Questo tentativo di porre un isolamento igienico verso Marino, tuttavia, non è possibile per due ragioni. Innanzitutto perché l’intreccio degli affari del partito , attraverso la Lega e le cooperative di Buzzi , giunge fino all’interno della compagine ministeriale di Renzi , mentre il fallimento di Orfini , inviato per salvare Marino, chiama in causa il partito nazionale. In secondo luogo la portata complessiva della vicenda romana non si esaurisce come in una qualsiasi città, ma ha una risonanza politica di carattere nazionale , come sempre è avvenuto per gli accadimenti politici romani.

La minaccia profferita dal sindaco uscente di “tirare dentro tutti“ non ha solo l’odore stantio di un ricatto , ma evidenzia una situazione assai scivolosa ed un rischio obbiettivo per il partito democratico e, quindi, per il suo segretario nazionale.

Di fronte a tutto quello che è accaduto e al livello a cui sono giunte la politica e l’amministrazione romana, si impone a questo punto un imperativo necessario per il risanamento della Città.

Ci sarà bisogno di ritrovare una forza amministrativa che riconduca la guida nell’ambito delle scelte programmatiche decise dai cittadini, di una classe dirigente politica e burocratica più adeguata , di partiti capaci di ricostruire un interesse generale a fronte delle deviazioni strumentali e personali.

Ma tutto ciò sarà possibile se la politica ritornerà ad essere svolta in spirito di servizio e i luoghi ove essa nasce si aprano ad una nuova linfa culturale e alle realtà sociali dei corpi intermedi . Ancora recentemente Giuseppe De Rita ha scritto – e l’analisi può adattarsi alla realtà romana - che la “valanga di delegittimazione non sembra nei fatti contestabile e ogni tentativo in merito sarebbe una avventura suicida visto il clima mediatico e visto anche il grande deficit di cultura collettiva in cui viviamo”.

L’obbiettivo prioritario è la ricostruzione della rappresentanza - che è il primo compito della politica – altrimenti, è sempre De Rita , “rischiamo il potere disintermediato o la vocazione alla mobilitazione di piazza”.

Se non si svilupperà una tensione verso questa opera di ricostruzione, si preparano altri giorni bui per la Capitale.

PIETRO GIUBILO

09/2015 [stampa]
NOVITA’ ANCHE SINDACALI NEL MERCATO DELL’AUTO
Vengono dall’auto alcuni segnali di ripresa del settore industriale. Ci sono anche novità nelle relazioni industriali che vengono dagli Usa.

E’ stato inaugurato il salone di Francoforte, vetrina delle vetrine, dove nel mega quartiere fieristico tedesco, i costruttori hanno presentato i modelli pronti per il mercato con berline,wagon, piccole supercar, Suv, crossever e auto che fa da sé.

Un manager tedesco per la Giulia Quadrifoglio dell’Alfa Romeo e un ex manager Fiat per la nuova Audi A4 si sfidano nella gamma lusso da 75 a 95 mila euro a vettura.

Il gruppo Bmv prevede una crescita a doppia cifra di vendite in Italia con 14 modelli. La Volkwagen ha pronti 20 veicoli elettrici. Il gruppo GM punta con la Opel ad essere il numero due in Europa dove il mercato continua a crescere. Tutti i gruppi prevedono utili a fine anno. Nella Fca vanno bene le Panda, le 500 tra le piccole, la 500 lunga, la Jeep Revegade.

L’altro elemento positivo è l’accordo che il sindacato Uaw americano ha trovato con la Fca di Sergio Marchionne dopo settimane di negoziati sulle condizioni di lavoro dei dipendenti del settore.

Una quasi rivoluzione. In primo luogo di metodo nelle relazioni industriali Usa e che potrebbe essere presa come esempio anche in Italia. Niente scioperi, trattative brevi, concretezza, più produttività, più salario. Il potente sindacato dei metalmeccanici ha scelto la Chrysler Fiat ( Fca) come interlocutore invece degli altri due colossi dell’automobile, la General Motors e la Ford. Questa scelta significa che ora negli Usa anche i dipendenti delle altre due big adotteranno le normative fissate dalle trattative avvenute a Detroit.

Il contratto, ha osservato il leader sindacale Dennis Williams, riguarda 140 mila dipendenti di tutte e le tre case ed ha una durata di 4 anni. Prima di entrare in vigore l’accordo sarà sottoposto al giudizio dei lavoratori.

Lo scoglio maggiore che bisognava superare era quello dei livelli retributivi dei nuovi assunti. Andava cioè eliminata la disuguaglianza creata al tempo della crisi del 2007/09 e del salvataggio della Chrysler da parte della Fiat con l’intervento statale, l’ammontare degli aiuti è stato tutto restituito.

Non più,pertanto, operai di serie A e di serie B come chiedeva il sindacato “ a lavoro uguale, paga uguale”. L’accordo è considerato “ equilibrato” e così le altre big dell’auto ora non possono giocare al ribasso. Va in archivio il periodo in cui GM e Chrysler poterono assumere un numero illimitato di dipendenti nelle peggiori condizioni contrattuali possibili mentre la Ford aveva fissato un tetto del 28%. L’intesa Usa arriva mentre le vendite in Europa della Fita-Chrysler sono salite in agosto del 13,9%, salendo anche nel totale della quota occupata. Le immatricolazioni in Europa di auto nuove sono state oltre 781 mila, confermando un trend positivo avviato da 2 anni. I dati positivi arrivano anche dalla Spagna, Francia, Inghilterra mentre si assiste ad un balzo delle case di lusso come Bmw,Audi, Mercedes insidiate dalla nuova Giulia dell’Alfa Romeo presentata a Francoforte.

Una sfida nella sfida: il segmento di gamma più alta è molto dinamico tanto che a febbraio 2016 la Fca presenterà al salone di Ginevra il nuovo Suv Levante della Maserati, prodotto nello stabilimento torinese di Mirafiori.

Sergio Menicucci

06/2015 [stampa]
FISIOGNOMICA DELLA SINISTRA
Chi non ricorda il viso sofferente di Enrico Berlinguer ? In lui, probabilmente, c’era la preoccupazione di una navigazione difficile : lasciare la sponda sicura di un PCI pieno della cultura leninista - tradotta nel gramscismo e soprattutto nel togliattismo - per raggiungere altre terre , difficili da individuare, ma nelle quali , comunque, si sarebbe dovuto prendere atto del crollo del mito comunista. Nell’imminenza di quell’approdo dovette tentare di dare alle masse comuniste un mito diverso , certamente meno efficace sul piano sociale, il mito della questione morale, con la quale tentò di salvare la presunta diversità del PCI.

Questa difficile svolta determinava in Berlinguer una sofferenza che trasmetteva alle sue masse . Berlinguer non rideva mai, al massimo sorrideva, mentre il suo sguardo rimaneva preoccupato . Sono molto belle quelle immagini che mostrano questo contrasto nella fisiognomica del non dimenticato leader del PCI.

Proprio nel tempo di Berlinguer, Roma ebbe un sindaco comunista: Petroselli. L’uomo veniva dalle lotte sociali nel viterbese e nel Lazio. Aveva un carattere nello stesso duro e conciliante. Anche lui ebbe un compito di traghettatore : dal PCI della lotta degli edili, al PCI del patto con le grandi imprese edilizie della Capitale. Scioperare e governare sono due cose diverse anche se in quel tempo il PCI amava definirsi di lotta e di governo.

Petroselli era rozzo: restò famoso il fatto che chiamò “signora” la Regina Elisabetta. Con lui anche la Lega delle Cooperative andò al governo di Roma,un suo assessore ne divenne dirigente, ma nessuno può dubitare che il “bastone del comando”, allora, sia rimasto nelle sue mani e i “cooperatori” restassero docili strumenti della ragion politica del PCI.

Come è cambiata la sinistra ed il Pd ?

Renzi di fronte a Berlinguer fa la figura del saltimbanco e del venditore di pentole. E’ lo stesso dislivello che ci può essere tra un Casini e un Moro, tra un Carenini ( uno scomparso e poco conosciuto, ma simpatico, parlamentare della dc a tendenze omosessuali ) e un Fanfani, tra un Cicchitto e un Craxi. Il volto furbastro dell’ex sindaco di Firenze, tutto parlantina e bolle di sapone, può rappresentare le speranze dei proprietari della grande stampa; Berlinguer, invece, riusciva a rappresentare quella di coloro che nella sinistra intravedevano un futuro riscatto.

A Roma il nuovo ha l’emblema del volto ilare di Marino . La città ha sulle spalle una inchiesta denominata Mafia Capitale e lui ride. Non c’ è uscita che non susciti fischi e indignazione e lui fa il segno di Vittoria con le dita; la città è bloccata e lui va in bicicletta a motore e con tanto di scorta; i romani sono perseguitati dalle multe e lui va in divieto di sosta e si dimentica di pagarle; le tasse e le tariffe crescono e lui prepara l’albo delle registrazioni del matrimonio delle coppie gay; il Pd perde pezzi sulle inchieste e lui si chiama fuori ; il governo corre ai ripari per il Giubileo incaricando il Prefetto e lui contesta. L’ultima immagine che abbiamo è la sua presenza , in prima fila, contento e sorridente di sfilare al gay pride.

Si dirà: è l’evoluzione democratica di una sinistra non più classista e ideologica. Ma se a Roma ci fosse ancora un solo coraggioso e consapevole iscritto o dirigente della sinistra post comunista, avrebbe tutto il diritto di scendere le scale , andare sulle banchine del Tevere, là dove hanno girato alcune scene dell’ultimo 007 e scrivere con la vernice rossa : “Aridatece Berlinguer e Petroselli”.

La storia non finisce qui anche perché non è vero che ciò sia accaduto per una “evoluzione” naturale.

Dietro alle vicende romane che vanno da Rutelli a Veltroni fino a Marino c’è una mano grossa e sapiente: quella di Goffredo Bettini.

Nel ”pentolone” di Goffredone c’è di tutto. Ha saputo , con grande maestria , adattare la sua cultura ingraiana alle banalità dell’eloquio bello e vuoto di Rutelli; al “modello Veltroni ” fallimentare, ma urbanisticamente portatore di interessi sostanziosi, fino al suo capolavoro : il malriuscito lancio del medico genovese, del quale si conosce solo la sua naturale tendenza al riso .

Alla corte di Goffredone, quando non era lontano nei piacevoli soggiorni thailandesi, era ammesso il generone romano delle imprese , sempre pronte a salire sul carro del vincitore . Anche Ciarrapico ha avuto il suo momento di gloria quando in un affollato raduno di imprenditori al teatro Eliseo , si è sentito salutare con grande effusione dal guru del Pd romano. Tutto ha fatto brodo .

In questo via vai tipicamente romano, affollato e scivoloso, a Goffredone sono sfuggite le lucrose manovre del cooperatore Buzzi . Come è potuto accadere ? Come mai questa defaillance, di un personaggio così capace ed attento che ha contato e conta nel Pd romano: dalla scelta di “Ciccio bello” fino al decisivo sostegno della candidatura di Marino e ai primi passi del nuovo sindaco ?

Tanti anni fa’ a proposito della DC romana di Sbardella , Bettini ripeteva come un giradischi rotto, con tono moralistico e spocchioso : “la peggiore Dc “.

Cosa mai si potrebbe dire di questo Pd romano nel quale ha ancora “magna pars” il Pd di Bettini ?

Non abbiamo aggettivi, ma , davvero, questa volta è finita. Il brodo è diventato rancido.

Pietro Giubilo

06/2015 [stampa]
INDICAZIONI POLITICHE DALLE ELEZIONI REGIONALI6
Come ogni elezione ”di mezzo” anche queste regionali e locali erano chiamate a fornire un chiarimento sullo stato della politica del Paese , contribuendo a verificarne le tendenze.

Innanzitutto esse hanno espresso un giudizio sull’operato del governo, nonostante le ripetute affermazioni in senso contrario del premier. Rispetto alle “europee” il gradimento appare in declino, confermato dal cedimento elettorale del Pd, come ribadito anche dai giornali che, a suo tempo, ne avevano fiancheggiato l’ascesa (La Repubblica ha titolato “ la battuta d’arresto di Renzi” ). Anche il “pasticcio” degli “impresentabili”, le redarguite “irruzioni” della Bindi e la inevitabile sospensione di De Luca, minano l’immagine e la credibilità del progetto politico del Segretario pd, evidenziando nei fatti un discutibile confine invalicabile alle sue roboanti “rottamazioni”.

Anche il peso e il ruolo dell’opposizione interna al partito del premier erano in ballo . Si trattava, infatti, del primo test elettorale dopo la rottura sul voto all’Italicum. Anche su questo aspetto le risposte non sono mancate : da un lato il peso dei consensi di questa parte del Pd sembra avere una consistenza tale che se sottratto porta alla sconfitta ( è il caso della Liguria); non solo, ma le candidature più vicine al premier sono risultate perdenti ( Paita in Liguria e Moretti in Veneto ), mentre i vincitori (soprattutto Rossi ed Emiliano, ) appaiono più vicini alla “ditta” ( Bersani, palesando una possibile “resa dei conti” ha detto con chiarezza : “senza sinistra si perde , partito da rifare, ora Renzi ci ascolti”). Nell’insieme il Pd di Renzi esce da queste elezioni come un coacervo di fazioni in lotta per il potere e non in grado di leggere e capire il Paese reale.

Anche sul centrodestra si è registrata una verifica non di poco conto, con l’affermazione della Lega, il consistente ridimensionamento di Forza Italia, la tenuta di Fratelli d’Italia e le difficoltà per le disinvolte scelte di Udc , ma non l’emarginazione, di Area popolare . Le elezioni dimostrano che il centrodestra può riaprire la partita, cioè competere ed anche vincere, se ritrova un ubi consistam unitario. Ma con quale indirizzo politico ?

Un risultato significativo , oltre a quello della vittoria di Toti in Liguria, favorita dalla divisione a sinistra, è stato il successo di Ricci in Umbria dove il centrodestra con “Umbria popolare” è arrivato, dopo la recente vittoria a Perugia, vicino al “miracolo” di strappare al Pd una roccaforte di sempre. Il senso è evidente : la ricomposizione del centrodestra, realizzata “in qualche modo” in alcune Regioni, può essere vincente, ma non può avvenire, a livello nazionale, sulla base del linguaggio e di alcuni contenuti della forza politica, al momento, di maggior consenso ( La Lega ). Occorre ritrovare la strada di una prospettiva equilibrata fondata sulla compatibilità politica e programmatica delle diverse “anime” del centrodestra. Tuttavia è venuto a mancare, con il declino di Berlusconi, un “federatore” che operi una “correzione” delle posizioni non compatibili. A suo tempo la Lega di Bossi partì secessionista per poi convertirsi ad una posizione conciliabile con una alleanza equilibrata. Salvini è di fronte al dilemma se contribuire a questa ricostruzione o scegliere di correre verso una autosufficienza di Lega e Fratelli d’Italia con una affermazione leaderista che, però, lo porterebbe in un vicolo cieco. La soluzione non sta nell’indizione delle primarie. Occorrerebbe innanzitutto verificare il complessivo quadro politico e programmatico. La scelta “forte” del centrodestra non è l’estremismo, ma radicarsi nel tessuto connettivo della cultura e delle esperienze sociali della tradizione politica popolare. La destra in Italia ha avuto il compito storico di mettere insieme ceti popolari e ceti medi, radici identitarie e prospettive di modernizzazione, tradizione e cambiamento.

Un altro aspetto è risultato dalla elezioni regionali che la “baldanza” riformatrice di Renzi aveva accantonato. Si tratta, in sintesi, della “bocciatura” dell’Italicum, cioè del sistema elettorale che punta al biparitismo. Vincono le coalizioni non chi affronta da isolato la competizione elettorale. Si è trattato – è vero - di elezioni senza il doppio turno, ma l’indirizzo semplificatorio renziano, inserito nell’Italicum è destinato a cancellare quel pluralismo di forze, espressione di un mosaico culturale e politico che, invece, andrebbe positivamente polarizzato nelle alleanze e non lasciato ad una rappresentanza parlamentare autoreferenziale e aperta a forme di trasformismo. Occorrerebbe rivedere gli ostacoli posti dal nuovo sistema elettorale alle coalizioni politiche.

Anche perché se si dovesse contenere ulteriormente la possibilità di scelta degli elettori – al doppio turno partecipa al voto meno della metà - la disaffezione elettorale raggiungerebbe livelli ancora più elevati . Non si può assistere, come ormai sta avvenendo da tempo, alle continue vittorie del partito delle astensioni.

Un’ultima considerazione partendo dall’ affermazione più netta di questa tornata elettorale : quella del Presidente Zaia in Veneto dove la netta sconfitta della Moretti ha reso evidente il “limite culturale” del Pd di Renzi . La rottura con Tosi, voluta da Salvini, è stata un errore, corretto dalla capacità del governatore di non rinchiudersi in una ridotta estremista , ma di mantenere una rappresentanza ampia di contenuti e di interessi territoriali. L’ex ministro ha avuto l’intelligenza non solo di evitare uno scontro esasperato con il sindaco di Verona, rimanendo in un confronto civile, ma di diluire ed ampliare l’appoggio leghista con liste di sostegno di carattere civico. Liste che non includevano quelle impresentabilità che, invece, si sono annidate in Campania e in Puglia.

E’ fondamentale, per riprendere la via dello sviluppo, ricostruire rappresentanza e senso civico minacciati e distorti dal falso decisionismo renziano , dal populismo mediatico dei 5 Stelle e dalle più evidenti asprezze leghiste.

Pietro Giubilo

04/2015 [stampa]
LA LOCAL TAX DAL 2016
A pagina 18 del DEF ( documento di economia e finanza programmatico del governo approvato dal Consiglio dei Ministri) è scritto:

“ Per semplificare il quadro dei tributi sugli immobili il governo ha annunciato l’introduzione nel corso del 2015 di una nuova Local Tax che unifichi Imu, Tasi e semplifichi il numero delle imposte comunali mediante un unico tributo/canone in sostituzione delle imposte e delle tasse minori . Il premier Renzi in conferenza stampa a Palazzo Chigi ha detto “ con il documento di economia e finanza non ci saranno nuove tasse e tagli”.

L’intenzione è di non ripetere il pasticcio di fine 2012 quando l’IMU cambiò pelle 3 volte.

La riforma dovrebbe entrare in vigore il 1 gennaio 2016 e sarebbe varata con la Legge di Stabilità in autunno. Renzi spera così di attenuare i contrasti con i Sindaci che contestano i tagli previsti dall’ultima legge di Stabilità.

La nuova Local tax dovrebbe assorbire tutti i tributi comunali sugli immobili. Se approvata in autunno consentirebbe ai Consigli comunali di approvare i bilanci con previsioni credibili. Riforma che ha l’ok dell’Anci presieduto dal sindaco di Torino Fassino.

Per mettere a punto la regolamentazione si sono già tenute alcune riunioni con gli esperti del Tesoro e di Palazzo Chigi presiedute dal sottosegretario Paolo Baretta ( Pd, ex vicesegretario generale della Cisl) e dall’ex assessore al bilancio del Comune di Ferrara Luigi Marattin ( Pd).

Secondo il responsabile economico del Pd il fiorentino e amico di Renzi Filippo Taddei “ l’impegno è in ogni caso di non aumentare il prelievo complessivo”. Secondo le analisi della Cgia di Mestre la sostituzione di una serie di tasse comunali con la Local Tax porterebbe in una unica soluzione 26 miliardi circa nelle casse dei Comuni. Secondo l’ufficio studi degli artigiani si arriva così a quella cifra: da Imu e Tasi 21, 1 miliardi, dall’addizione comunale Irpef altri 4, 1 miliardi, dall’imposta sulla pubblicità circa 425 milioni, dalla tassa sull’occupazione degli spazi e aree pubbliche circa 220 milioni, dall’imposta di soggiorno circa 105 milioni, dall’imposta di scopo circa 15 milioni.

Secondo il segretario Giuseppe Bertolussi l’eventuale semplificazione della tassazione comunale dovrebbe rendere più facile pagare le tasse: che è sempre stata una richiesta dei cittadini e delle associazioni di categoria. Dal 2011, ultimo anno in cui si è pagata l’ICI, la tassazione sugli immobili ha subito un’enorme incremento.

La IUC venne introdotta nella legge di Stabilità del 2014 e inglobava tasse e tributi dovuti in relazione alla casa ( IMU) e alla produzione di rifiuti ( ex Tia , Tarsu, Tares). Venne chiamata in un primo momento TRISDE ( nome pessimo) e allora con un maxi emendamento del governo approvato dal Senato assunse il nome di IUC, imposta unica comunale.

La nuova local tax costituirà circa il 65% delle entrate tributarie comunali.

Da Francesca puoi farti stampare lo studio della CGIA di Mestre

03/2015 [stampa]
E’ sempre tangentopoli
In questo sistema il super-burocrate Ettore Incalza ( dominus della sezione infrastrutture del Ministero per 15 anni, sempre al vertice con 5 Ministri) aveva “ un coinvolgimento diretto”. Coinvolto e indagato in 14 procedimenti era stato sempre prosciolto. Questa volta, scrive il Gip, Incalza ha guadagnato più dalla Green Field che da manager del Ministero delle Infrastrutture.

Le grandi opere, quindi, oggetto/strumento dell’articolato sistema corruttivo che coinvolge dirigenti pubblici, società aggiudicatrici degli appalti, imprese esecutive. Un’onda che sembra inarrestabile. Un fiume di euro vorticoso.

La moralità pubblica sotto terra. Dopo l’arresto del presidente della Camera di Commercio di Palermo Roberto Helg e vicepresidente della società Gesap che gestisce l’aeroporto palermitano ( per aver chiesto e confessato l’ estorsione di 100 mila euro nei confronti di un ristoratore dello scalo aereo) è giunto l’arresto a Bruxelles di Antonio Gozzi presidente della Federacciai e personaggio di rilievo del vertice della Confindustria per corruzione internazionale dopo una mazzetta di 60 mila euro ( prima rata di un pagamento di 240 mila) versata alla moglie dell’ex Primo Ministro del Congo al fine di ottenere l’apertura di attività nel settore dei giochi e delle lotterie per il suo gruppo industriale Dufarco. Sembrano lontani i tempi dell’arresto a Milano di Mario Chiesa nel 1992 che diede il via a Tangentopoli e le cui vicende oltre ai risvolti penali comportarono un pesante conto economico. I contribuenti italiani, a seguito della crisi dei conti pubblici, subirono una pesante manovra con prelievo forzoso sui conti correnti da parte del governo di Giuliano Amato.

Da allora un susseguirsi di scandali, di politici, nazionali e regionali, arrestati per corruzione e utilizzo illegittimo dei fondi del finanziamento pubblico dei partiti. Ci sono tutti dai furbetti del quartierino alla scalata della Bnl, dalla tangenti ammesse dall’Eni agli appartamenti gratis “ pagati a mia insaputa”, dalla cresta sui lavori per il G8 dell’Aquila al ponte crollato in Sicilia per il progetto modificato per aumentare i profitti ma a danno della sicurezza. Dal sistema Sesto san Giovanni da cui si è salvato per prescrizione il capo della segreteria di Pierluigi Bersani Filippo Penati all’arresto in Campania del deputato Cosentino con l’accusa di appoggi politici al clan dei Casalesi.

E’ il 2014, però, l’anno boom del connubio grandi opere-corruzione-mazzette politiche. Grandi e piccole ruberie da destra a sinistra.

A Venezia per il Mose ( il sistema di dighe anti-acqua alta) sono finiti in carcere il sindaco Pd Giorgio Orsoni, l’ex presidente della Regione veneto Giancarlo Galan ( centrodestra) e altri due Deputati del Pd Mognano e Zoggia, più altre 35 persone.

A Milano per l’Expo il Gup ha accolto, per la prima tranche d’inchiesta, il patteggiamento( pene intorno a 3 anni e 4 mesi di reclusione) per l’ex segretario della Dc milanese Gianfranco Frigerio, per l’ex cassiere del Pci e Pds Primo Greganti, per l’ex senatore Fi Luigi Grillo. Sei dei 7 imputati sono già liberi o ai domiciliari.

Nella capitale l’inchiesta “ Roma criminale” del Pm Pignatore ha fatto scoprire un vasto giro di operazioni illegali legate agli appalti del Comune alla Cooperativa “ 29 giugno” di Emanuele Buzzi e Massimo Carminati finito al 41 bis per la sua pericolosità. La ramificazione degli appalti ha evidenziato un vasto giro d’affari, un intreccio di vaste proporzioni tra affaristi e politica ( da qui il coinvolgimento anche dell’ex sindaco di centrodestra Gianni Alemanno).

Al centro delle indagine c’è sempre la gestione illecita degli appalti delle grandi opere mediante “ un articolato sistema corruttivo”provato da centinaia di perquisizioni e intercettazioni. A Roma le Coop di Buzzi-Carminati sfruttavano l’emergenza abitativa di sfrattati o stranieri senza casa. Facevano soldi sulla povera gente. Nei casi delle opere pubbliche gli importi, non solo dei tratti dell’Alta velocità, venivano gonfiati fino al 40%. Regalare quindi rolex, fare assunzioni di parenti eccellenti, assegnare progetti lucrosi diventava un “ costo minimo”. La mappa su cui ha acceso i riflettori la Procura di Firenze è imponente. Si tratta di 14 opere:

1-Linea ferroviaria A7V Milano –Verona ( tratta da Bresxcia); 2-Nodo Tav di Firenze; 3-Tratta ferroviaria A/V Firenze-Bologna; 4-Tratta ferroviaria A/V Genova-Milano ( terzo valico di Giovi); 5-Autostrada Civitavecchia-Orte-Mestre; 6-Autostrada Reggiolo-Rolo-Ferrara; 7-Autostrada Ras Ejdyer-Emssad ( in Libia); 8-Autostrada Salerno-Reggio Calabria ( macro lotto A3); 9- Milano Expo 15 ( costruzione Palazzo Italia); 10-Porto di Olbia ( costruzione nuovo terminal); 11- San Donato Milanese ( progettazione centro direzionale Eni); 12- Trieste ( realizzazione Hub Porto); 13- Roma ( linea C della metropolitana); 14- Milano ( tangenziale est e metropolitana).

L’imprenditore Stefano Perotti aveva le mani in pasta anche sulla Fiera Rho-Pero, sulla realizzazione della City Life con 3 grattacieli firmati da Isozaki, Hadid, Liberskid.

La domanda che di fronte a questi fatti il cittadino medio si fa è come stroncare la corruzione. E’ nel dna degli italiani come osserva qualcuno? Uno dei nodi è lo stretto rapporto tra alti burocrati e politica, un abbraccio che alimenta il sistema clientelare e di corruzione. Uno strumento per eliminarlo potrebbe essere quello di far effettuare la rotazione degli incarichi.

La sensazione che si ricava dopo gli scandali sulla ricostruzione dei terremoti ( Belice e Irpinia docet), gli appalti sui rifiuti e la terra dei fuochi, le opere incompiute ( carceri, ponte sullo Stretto) e le scarse o blande punizioni dei responsabili ( rimessi spesso velocemente in libertà o in attesa di giudizio al di là da venire per la lungaggine della giustizia penale) è che la legalità in Italia sia stata rottamata.

S. M.

03/2015 [stampa]
BERSANI ALL’ULTIMA BATTAGLIA ?
L’intervista di Bersani all’Avvenire merita una particolare attenzione non solo per il duplice aspetto di essere ospitata dal giornale della CEI e di avere toni alquanto “franchi”, ma anche per il quadro complessivo che se ne deduce sulla evoluzione della sinistra post comunista.

La schiettezza di Bersani che rasenta la disinvoltura, sorprende positivamente. E’ condivisibile Il suo “allarme” per la “prevalenza della finanza sull’economia reale”e, quindi, per una possibile “ripresa” , ma “squilibrata” , per una “accelerazione che mette in discussione le forme della nostra democrazia”, con ”partiti liquidi” e la”cancellazione dei corpi intermedi” . L’evidente obbiettivo di questa denuncia è la logica di Renzi.

Anche le “riforme” proposte dal governo non lo convincono : quella “elettorale” che produrrebbe “una Camera di nominati”, quella del Senato composto “ di consiglieri regionali mandati da consiglieri regionali” anche qui “ in un sistema di nominati”. Senza contare quella del job act “ove si è persa un’occasione storica di fare una operazione di decentramento e partecipazione alla tedesca” o la mancanza di una adeguata considerazione “di ogni valutazione sulla sproporzione del licenziamento”.

Ma il succo del senso dell’intervista dell’ex segretario si rivela nella critica “per essere andati senza discussione verso l’asse Thatcher-Blair”, dichiarando, invece, di “preferire quello Schroeder-Merkel”.

Bersani, dunque si accorge di trovarsi in una “ditta” ormai completamente differente , sia come modello politico che come programma di governo, rispetto a quella nella quale aveva svolto per decenni la sua attività.

Certo, non possiamo non riconoscergli un coraggio e una onestà intellettuale, ma è assai più difficile, convenire sullo stupore per vedere questo cambiamento radicale.

Innanzitutto perché vi è un vizio che la sinistra di origine comunista si è portata dietro in tutto il suo percorso storico : quello di rifiutare una possibile evoluzione socialdemocratica , vanificando quei segnali che giungevano al suo stesso interno da Giolitti, espulso dopo i fatti di Ungheria, o da Amendola emarginato, per imboccare una strada che, cancellando il “programma sociale” , spinse il partito , con Berlinguer, alla “questione morale” che divenne giustizialismo e radicalismo. E , poi, la scelta degli anni ’90 di aderire ad un “ulivo mondiale” che si presentò non solo con il volto di Blair e Clinton, ma con la caduta dell’argine della separazione tra banche d’affari e banche di investimento decisa dal presidente americano ed attuata da Greespan, che aprì il vaso di Pandora della globalizzazione finanziaria a danno dell’economia reale. Lo stesso totale rifiuto di ogni possibile dialogo con Craxi fu la prova del voler costruire qualcosa che fosse diverso dal socialismo moderno e che certamente riceveva il plauso di Scalfari e il sostegno del milieu mediatico imprenditoriale radicale .

Anche l’improvviso defilarsi dalle riforme elettorale e costituzionale giunge con un po’ di ritardo, quando queste sono quasi al capolinea. Ma sarebbe bastato andare a rileggersi l’immenso patrimonio di dibattito alla Costituente sul “Senato degli interessi” o una discussione più seria sull’abolizione del CNEL, che, perfino D’Alema, al tempo della bicamerale, riteneva essere una decisione sbagliata .

Ora l’opposizione interna del PD , nel frattempo, anche per una vocazione opportunista di molti , ha perso molto terreno e viene considerata da Renzi come un fastidioso e marginale club di gufi e passatisti , accusati di essere contro la crescita e la modernizzazione dell’Italia. E’ uno scorretto espediente polemico rispetto al quale ancora non emerge una risposta politica strategica in grado di far assumere connotati organici e alternativi per una efficace opposizione al gruppo dirigente costruito dal segretario, e corroborato da un ampio appoggio mediatico. Lo stesso Bersani fino ad oggi è sembrato oscillare tra posizioni “responsabili” e sfoghi di carattere personale , mentre l’oppositore più appuntito , Fassina, non si è sempre trovato intorno gli altri .

Non è un dettaglio casuale che l’uscita di Bersani, particolarmente decisa e argomentata , avvenga poche settimane dopo l’elezione di Sergio Mattarella e non mancano nell’intervista i riferimenti alla “cultura cattolico democratica che ha dato un grande contributo alla nostra democrazia”. Questo può far presagire che l’opposizione interna del PD non mancherà di richiamarsi allo “spirito della Costituzione” di fronte alle palesi forzature operate da Renzi, con l’uso spregiudicato della decretazione d’urgenza e per la marginalizzare del lavoro delle commissioni e delle aule , che, invece, restano essenziali in un sistema politico che continua ad essere di tipo parlamentare .

Restano, invece, molti dubbi, su quello che è stato , storicamente, il modo di fare i conti a sinistra e cioè la scissione. Una opportunità che non trova la leva di una personalità adeguata che, non a caso, viene evocata solo in ambiti sindacali.

Del resto la condizione economica e sociale del Paese appare incerta tra una persistenza debolezza non solo congiunturale e le opportunità che vari fattori – dalla discesa del prezzo del petrolio alla svalutazione dell’Euro, fino al “quantitative easing” di Draghi – potrebbero contribuire per avviare una ripresa, non si sa quanto consistente.

Insomma, Bersani colpisce duro, forse perché emerge l’orizzonte della necessità di una ultima battaglia prima della probabile omologazione interna che Renzi attuerebbe, in elezioni che potrebbero non essere lontane.

G.P.

02/2015 [stampa]
NO TASSE SULLA PRIMA CASA PATRIMONIALE SULLA RICCHEZZA
La riforma fiscale costituisce da tempo uno scoglio per tutti i governi, un’aspettativa per i contribuenti che pagano troppe tasse. Letta, Monti, Renzi confanno eccezione non solo per il caso del 3 per cento sui reati fiscali contro cui i partiti della sinistra ha voluto vederci un favore a Berlusconi e alle sue aziende.

La delega sul fisco torna in Consiglio dei Ministri dopo le polemiche. Sul tema si è fatta sentire anche la Cisl che propone l’estensione del bonus da 80 euro a mille per tutti coloro che hanno un reddito minore di 40 mila lordi annui, un nuovo assegno familiare, il blocco delle addizionali regionali e comunali, l’eliminazione delle tasse sulla prima casa ma un’imposta sulla grande ricchezza netta ( patrimoniale) e lotta all’evasione.

Nella proposta di legge d’iniziativa popolare per un fisco più equo e più giusto presentata alla Corte di Cassazione i punti principali riguardano: 1-eliminazione delle tasse sulla prima casa,

2-un contributo di solidarietà delle famiglie più ricche, quel 4% che detiene il 50% della ricchezza a favore di chi ha subito maggiormente la crisi;

3-l’estensione del bonus a mille euro per chi guadagna meno di 40 mila euro lordi.

Le risorse, osserva il segretario Annamaria Furlan, si possono recuperare attraverso il contrasto d’interessi da estendere oltre all’edilizia ad altri settori.

Con il primo articoli s’introduce un ampliamento del credito ( il cosiddetto bonus da 8° euro) ad una platea più ampia di destinatari. L’erogazione andrebbe estesa ai pensionati, ai lavoratori autonomi, agli “ incapienti”. Il calcolo del reddito di 40 mila euro dovrà essere al netto dell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale e delle relative pertinenze.

L’articolo 2 individua gli obiettivi dei principi di delega. Il governo dovrà ripensare il sostegno per le famiglie nell’ottica di una maggiore equità distributiva, introducendo un nuovo strumento d’intervento che superi, accorpandoli, gli attuali assegni familiari e le detrazioni per figli e coniuge a carico attraverso un assegno commisurato al reddito e ai carichi familiari.

Questo assegno prende in considerazione il nucleo familiare e non più l’individuo come le attuali detrazioni, ha un carattere di universalità non limitato ai soli lavoratori dipendenti come ora, consente di modulare il beneficio a favore delle famiglie con redditi medio bassi.

In attesa di una revisione organica della fiscalità locale la proposta prevede il blocco dell’aumento delle addizionali regionali e comunali.

E’ prevista una delega al governo per rivedere l’imposizione di prelievo sulla casa prevedendo una maggiore progressività di prelievo sulle abitazioni diverse da quella principale e modulandolo in relazione all’utilizzo della stessa e al numero di abitazioni complessivamente possedute da ciascun nucleo familiare.

Per finanziare l’operazione è prevista l’introduzione di una imposta ordinaria e progressiva sulla ricchezza netta mobiliare e immobiliare, escludendo la prima casa di abitazione e i titoli di Stato e salvaguardando, mediatamente, gi imponibili di ciascuna famiglia compresi entro 500 mila euro con esclusione da tale computo dei titoli di Stato e del valore dell’abitazione principale.

Le maggiori entrate provenienti dal contrasto all’evasione dovranno confluire ad un Fondo per la riduzione della pressione fiscale a favore dei lavoratori dipendenti e autonomi e delle imprese costituito con la legge di stabilità del 2014.

Una proposta di riforma che tiene conto di alcuni aspetti sociali necessari ma che ancora una volta , come sta avvenendo anche in Grecia, per la sinistra politica e sindacale il toccasana è la patrimoniale, facendola gravare sempre sulla casa e il patrimonio immobiliare che già paga troppe tasse: statali, regionali e comunali. ( smen)

09/01/2015 [stampa]
Isis: terrorismo, finanza, servizio pubblico
Terrorismo e finanza: sono queste le linee conduttrici di Abu Bakr al Baghdadi, il comandante-canaglia, come lo definiscono non pochi esponenti del fronte islamista o il guerriero sanguinario, secondo l’invettiva di non pochi ex seguaci, che è riuscito ad imporsi su tutti gli alti ufficiali dello schieramento jihadista.

L’esperienza gli ha insegnato che l’arma del terrore non basta; mostrarsi efferato verso i “nuovi crociati” e i loro alleati ebrei non è sufficiente se non si ha uno spazio che si possa considerare la propria terra e, soprattutto, se non si hanno le possibilità per organizzare le strutture necessarie ad una normale vita sociale.

Insomma, al Baghdadi ha compreso meglio e prima di altri suoi colleghi che gli omicidi mirati, gli attentati, le stragi per i suoi spietati progetti, sono importanti, essenziali, ma soltanto se si affiancano ad un’azione che permetta di mantenere, di rafforzare, di ampliare le proprie posizioni garantendo anche un’organizzazione capillare: dalla sanità alla scuola, dall’igiene fisica a quella “morale”, dalle moschee alle banche e alla coniazione di una nuova moneta che dona ulteriore prestigio al nascente organismo statuale.

Questo lo scopo prefissatosi da al Baghdadi e dai suoi colonnelli, oggi spiegato e documentato nel suo “Isis, lo Stato del terrore” da Loretta Napoleoni. Una studiosa che guarda al concreto e che, pertanto, ha ripercorso le tappe della “marcia” di un gruppo inizialmente di modeste proporzioni ma poi impostosi su tutti gli altri raggruppamenti jihadisti, non soltanto grazie ad un implacabile e generalizzato terrore ma pure per le abili operazioni finanziarie condotte con successo nei paesi della zona che favoriscono l’attuazione del suo disegno politico.

Conseguentemente, dal Qatar alla Turchia, al Baghdadi si è mosso con sicurezza ed indubbia sagacia tanto da realizzare un capitale degno di un vero Stato.

In questo modo ha iniziato a vivere lo “Stato islamico”, oggi talmente potente e aggressivo da costituire un pericolo per tutto il Mediterraneo, non esclusa naturalmente l’Italia. Molto più potente e aggressivo – sottolinea la Napoleoni – dell’OLP, la formazione creata dal defunto Arafat.

Tutto è stato compiuto nel neonato Stato islamico con una disciplina e un programma capillare svolto sistematicamente man mano che si procedeva nella conquista del territorio. Un lavoro – va rilevato – che non ha trascurato alcun settore guadagnando in tal modo il consenso della popolazione, abituata all’incuria delle precedenti amministrazioni.

Se non si tiene conto di questo salto di qualità compiuto dallo jihadismo non c’è da illudersi sui risultati. Gli Stati Uniti, da Bush a Obama, seguitano a commettere irreparabili errori, imitati in questa politica fallimentare dall’Europa. Miserabili fallimenti che hanno condotto rapidamente dalle “primavere” ai più rigidi inverni. E nulla cambierà – conclude mestamente Loretta Napoleoni – se i responsabili dell’Occidente, invece di scaricare i propri complessi di colpa e di impotenza nelle varie Guantanamo che li pongono sullo stesso piano del nemico, non avvertono il dovere di capire quel mondo che fino ad oggi hanno tentato inutilmente di fronteggiare. Con il risultato di renderlo ancora più forte e spietato.

Fausto Belfiori

da https://lapievedelricusante.wordpress.com

19/12/2014 [stampa]
GLI USA TOLGONO LE SANZIONI ALLA DITTATURA DI CUBA
Anche se non comanda più direttamente Fidel , Cuba resta una dittatura castrista perché a guidare questa isola povera e socialmente devastata dai tentativi di imporre un socialismo reale, vi è un altro Castro , Raul, fratello di Fidel.

Regime, partito unico censura e diritti umani calpestati, sono sempre gli stessi; quello che cambia, come ha scritto l’inviato di Repubblica Omero Ciai, è l’atteggiamento della Casa Bianca che “riconosce la Rivoluzione , non quest’ultima che consegna le armi”.

Dietro questa novità di Obama è stata fatta circolare la notizia che ci sia stato un ruolo determinate del Vaticano ed , in particolare, di Papa Francesco. Che il Vaticano avesse mostrato interesse nei riguardi di una possibile svolta del regime cubano è cosa che risale a Papa Giovanni Paolo II, ma – e non ci possono essere dubbi – senza un ruolo specifico e determinante, senza un “interesse” americano tutto sarebbe rimasto nelle – è il caso – “pie” intenzioni di una linea della Chiesa cattolica volta a rimuovere le barriere e le discriminazioni ancheinternazionali.

L’embargo in base al quale verso Cuba vi era isolamento e barriere per la circolazione delle merci e dei capitali è , esplicitamente, previsto, proprio a fronte di un regime “castrista”. E proprio in divisa da generale dell’esercito è il castrista Raul ad annunciare la notizia , confermando che nulla delle prerogative della “sovranità” del regime è messa in discussione.

Cuba, è appena il caso di ricordarlo , dopo la Rivoluzione del 1959 scelse di stare dalla parte dell’Unione sovietica e , da allora, è rimasta, caso pressoché unico,di un Paese legato all’ideologia comunista. Non è in vista alcuna “revisione” , non avverrà nessun “regime change”, linea cara alla politica statunitense in tante parti del mondo . Assisteremo a qualche scambio di “prigionieri”, cioè di spie detenute nei due Paesi, ma nient’altro.

Ora, a proposito di sanzioni, gli Stati Uniti si apprestano a vararne delle altre nei riguardi della Russia di Putin dove è finito il regime comunista, si svolgono elezioni politiche regolari , c’è una pluralità di opinioni ed era emersa una forte intenzione di realizzare una strada di integrazione a cominciare dalle risorse energetiche , con l’Europa occidentale.

Gli Stati Uniti non solo portano avanti questa linea di contenimento verso la Russia, alla quale supinamente si sono adeguati gli altri Paesi occidentali europei , ma , come ha rilevato Lucio Caracciolo, oltre al “peso delle sanzioni”, influiscono sulla “caduta del prezzo del greggio anche a causa della scelta saudita - concordata con gli americani - di mantenere alta la produzione di petrolio ( e quindi basso il prezzo ) come strumento di pressione su Teheran e Mosca “, per “mettere in questione la stabilità della Federazione russa”.

In sostanza Washington, attraverso le sanzioni e la riduzione del prezzo del greggio, tenta di realizzare creando crisi economiche e devastanti allargamenti della povertà, il cambio di regime in Russia, proprio mentre accettano di ripristinare rapporti diplomatici, di scambi commerciali e di accettazione di un regime che si richiama ancora alla rivoluzione comunista.

Aspettiamo di vedere gli effetti di questa decisione di Obama nei riguardi dell’opinione politica del Paese, in piena difficoltà di consenso che ha travolto il Partito Democratico nelle recenti elezioni di novembre.

Non sarà certo questa mossa quantomeno azzardata a far recuperare ad Obama un bilancio di politica estera fallimentare come mai era avvenuto nella storia recente americana.

26/11/2014 [stampa]
UN TEST ELETTORALE CHE SPIEGA MOLTO
Sarà pur vero che non si è trattato di un test per il Governo, come aveva affermato sin dalla vigilia del voto il Ministro Boschi , pur tuttavia le elezioni regionali di domenica, soprattutto in Emilia e Romagna hanno dimostrato, a iniziare dal piano politico, alcune significative tendenze .

L’altissima astensione nella regione sub padana che ha quasi dimezzato il voto espresso alle elezioni europee, si riconferma nel dato relativo al PD che ha visto , in termini assoluti, passare da un milione e duecento mila voti a seicentomila. Il dato non può essere spiegato solo con i problemi che la giunta rossa emiliana ha avuto e che hanno portato alla fine anticipata della legislatura. A questo proposito la minoranza del pd parla di “spaesamento” del suo elettorato , mentre Prodi ne aveva denunciato la “gravità”.

I due elementi , in qualche modo, correlati, dimostrano che pur vincente il premier gode di un consenso non stabilizzato , come se il suo successo tenda a dipendere più dalla debolezza degli avversari che non da una forte adesione alle sue scelte politiche.

Nel centrodestra spicca il netto rafforzamento elettorale della Lega di Salvini, unica forza politica ad incrementare i suoi voti in Emilia e Romagna che fa pensare ad una possibile mutazione dei rapporti di forza all’interno di questa area politica a danno di Forza Italia . Si è trattato di un voto regionale e non delle elezioni politiche , ma se questa fosse la nuova tendenza elettorale si aprirebbe una fase complessa, anche perché le posizione più moderate come il NCD, pur avendo personalità di rilievo nelle due regioni, non hanno conseguito risultati apprezzabili.

Un altro dato che sembra emergere è l’inesorabile declino del M5 Stelle che in Emilia e Romagna perde in percentuale un terzo dei suoi consensi e in Calabria arriva a superare di poco il 3 per cento.

Le questioni che solleva il voto di domenica sono , comunque, ancora altre , più rilevanti, a livello della struttura del sistema politico. Nonostante che la segreteria del PD abbia inneggiato alla vittoria dei suoi candidati nelle due Regioni, mostrando una esaltazione giustificata solo in termini di “potere” , il voto esprime invece un messaggio assai più complesso che non deve sfuggire alla considerazione delle forze politiche.

L’astensione, infatti, è una dato di assoluta gravità poiché mina la legittimazione democratica delle istituzioni. Al potere deve corrispondere il consenso e la partecipazione dei cittadini . L’analisi di Pierluigi Battista che vede nella emarginazione dei corpi intermedi una causa del loro disimpegno va oltre la superficie di analisi spesso troppo condizionate dalla ricerca del solo dato strettamente partitico. Nella situazione difficile del Paese questa astensione, poi, appare ancora più grave perché la insufficiente azione governativa e i tanti spazi di malessere anche dovuto alla crisi economica e occupazionale, richiedono azioni e decisioni di carattere politico e istituzionali alle quali deve corrispondere un coinvolgimento sociale che se assente, produce un fenomeno, la ”democrazia senza popolo”, che, speriamo, non appartenga al futuro del nostro Paese.

24/10/2014 [stampa]
PROPOSTA DI POMICINO PER ABBATTERE IL DEBITO PUBBLICO
Per abbattere il debito pubblico l’ex Ministro e braccio destro di Giulio Andreotti Paolo Cirino Pomicino, 75 anni,ha una proposta che ha presentato al Sottosegretario a Palazzo Chigi ed altri esponenti del Pd. Chiedere al 10% degli italiani che posseggono più del 45% della ricchezza totale un contributo volontario a fondo perduto. Far pagare i più ricchi è sempre stata una ricetta della sinistra. Come mai ora la ripropone uno dei leader napoletani della ex Dc? Per aiutare il governo Renzi,è stata la risposta , e l’Italia.

Secondo i suoi calcoli potrebbero aderire circa 2 milioni di persone o aziende con un contributo medio di 60 mila euro che garantirebbero, in termini di interessi sul debito, un risparmio di 10 miliardi di euro. E questo per far ripartire gli investimenti.

C’è un vantaggio anche per chi versa il contributo volontario: avere la garanzia di non subire accertamenti fiscali per 4 anni. E i pericoli dell’evasione? Pomicino ha pensato di mettere un paletto: niente controlli ma il reddito della persona o il fatturato dell’azienda devono crescere dell’1,5% l’anno.

Utopia? Certo di fronte alla crisi economica e con gli italiani oberati di tasse e bollette l’ipotesi è difficilmente realizzabile. Ma se pubblicizzata bene chi lo sa. Provare per credere, risponde l’ex Ministro che ricorda che nel 1989 quando divenne titolare del bilancio il disavanzo primario lasciato dal Ministro Giuliano Amato era di 38 miliardi di lire. Nel 1992 quando Amaro divenne Presidente del Consiglio l’avanzo primario era invece di 3 mila miliardi.

Il debito pubblico in quei 3 anni salì dal 93 al 98%. Ora è cresciuto a 2.146 mila miliardi di euro, pari al 134 per cento del pil.

Una montagna difficile da abbattere.

14/10/2014 [stampa]
LA LEGGE SUL LAVORO E LA CRISI ISTITUZIONALE E POLITICA
Il passaggio all’esame della Camera della legge, gia approvata al Senato, sulla riforma del lavoro merita alcune considerazioni di ordine istituzionale e politico.

E’ infatti assai problematico entrare nel merito dei contenuti di questa legge delega. Si tratta di un testo notevolmente generico che, di fatto, rimanda alla fase dei decreti delegati tutte le specificazioni che determineranno i veri contenuti della riforma.

Emblematico di questa voluta assenza di merito, il tanto discusso articolo 18 che , per le divisioni che aveva suscitato a sinistra, è stato addirittura ignorato dai testo della legge .

Innanzitutto un chiarimento. Si tratta , come abbiamo già accennato, di una legge delega , cioè di un testo con il quale il Parlamento delega al governo la funzione di predisporre la legge che, avrà al massimo un parere da parte di una commissione , ma che lascerà l’Esecutivo sovrano a decidere .

Avere posto la questione di fiducia ha significato soprattutto due cose: la prima e più importante – sul piano dell’immediatezza politica - è stata quella di aver fatto decadere tutti gli emendamenti sui quali si sarebbe determinata una spaccatura del PD e, presumibilmente , il sostegno determinante di Forza Italia per respingere le modifiche.

L’altro aspetto riguarda un elemento determinante per il sistema democratico rappresentativo. In buona sostanza si tratta di una legge che, pur intervenendo nel rapporto di lavoro e, quindi, su un aspetto essenziale dal punto di vista sociale, praticamente, non ha un vaglio parlamentare. La rappresentanza parlamentare non potrà intervenire sul merito e i contenuti di questa riforma.

La gravità di ciò che ha determinato il voto di fiducia non ha avuto attenzione adeguata da parte dei media. Il problema era solo quello di consentire a Renzi di recarsi ad un incontro internazionale con un primo passaggio parlamentare . Avere, cioè, il plauso per una riforma di cui non si ha alcun reale elemento di contenuto ed il cui iter per l’approvazione , comunque, comporterà diversi mesi.

Il “plauso” delle autorità monetarie ( BCE e FMI ) si fonda , quindi , sul nulla e, probabilmente, si riferisce unicamente ad una procedura che ha tagliato fuori il Parlamento. Agli occhi della tecnocrazia finanziaria si è trattato di un fatto molto positivo.

L’Italia, però, non è una Repubblica Presidenziale nella quale si può anche ammettere una parziale riduzione delle prerogative assembleari in nome di una elezione diretta del Capo dell’Esecutivo che assume, quindi,una vesta di legittimazione popolare. Siamo ancora una Repubblica parlamentare che subisce un taglio della sua rappresentanza . Cioè un vero e proprio esproprio di democrazia.

Un ulteriore aspetto politico che emerge dopo il voto al Senato è quello della condizione del PD.

La minoranza, che peraltro possiede una vasta presenza parlamentare, appare priva ormai di consistenza politica. A parte il passaggio di alcuni suoi esponenti nelle file renziane, colpisce l’impotenza dei suoi leader.

Cuperlo appare un ectoplasma, indeciso a tutto, sconfitto pesantemente alle primarie , incapace di elaborare una linea si aggira senza direzione nelle istituzioni e nel partito . Civati spara qualche pistolettata a salve , borbottando battute e frecciatine che non raggiungono mai il bersaglio. Bersani è ormai un caso patologico. Dopo aver gestito in maniera suicida il dopo elezioni ha subito lo schiaffo di Napolitano di non averlo incaricato a formare il governo, i suoi interventi ormai sono solo una lamentazione. La sua incapacità e inconsistenza è emblematicamente rappresentata dall’aver candidato e assunto come portavoce la Moretti e non essersi imposto a candidare D’Alema, forse, maldestramente, accettando, in cuor suo, la ”rottamazione” del leader maximo che gli impose Renzi .

Lo stesso D’Alema che vede il consolidarsi di un partito che non ha nulla in comune con la sua visione della politica , esprime solo disprezzo e disistima per quanto sta accadendo nella torre di comando del Partito Democratico. Fuori dalle istituzioni rappresentative e isolato nel suo stesso partito, appare ormai un vecchio leone in gabbia, dileggiato dal premier ( “ogni volta che parla D’Alema il mio consenso aumenta” ).

Anche la crisi all’interno del PD è un effetto di una più vasta crisi istituzionale. La scomparsa dei partiti mentre vige ancora il sistema parlamentare significa svuotare di rappresentanza le istituzioni senza sostituirla con una espressione diretta degli elettori .

Pietro Giubilo

3/07/2014 [stampa]
SULLA RIFORMA DEL SENATO, UN CONFRONTO CHE VIENE DA LONTANO
Il prof Enzo Balboni dell’Università Cattolica di Milano, in un convegno sulla Costituzione, organizzato, nell’ottobre del 2009, dal quotidiano “il Riformista”, suggerì , nel suo intervento, “l’idea di rivisitare dopo più di sessant’anni , e con la mente sgombra da pregiudizi, la proposta avanzata da Mortati in assemblea Costituente di una certa ‘rappresentanza degli interessi’ “. E subito dopo precisò: “se si riuscisse a fare del Senato delle Regioni e delle autonomie (comprese quelle funzionali e sociali ) un luogo vivo di confronto, scontro, rappresentazione e mediazione di una parte, almeno, degli interessi in campo , forse potremmo avere lì un luogo di evidenziazione dei fattori della democrazia economica più trasparente di quanto oggi non avvenga”. Ma cosa era accaduto alla Costituente da rendere quel dibattito una possibile fonte attuale di ispirazione riformista ?

Come ha sottolineato Alfonso Maresca in un saggio contenuto nel volume collettaneo su la “Camera degli interessi territoriali nello Stato composto” a cura di V. Baldini e pubblicato nel 2007 , “nell’Assemblea Costituente il dibattito sulla composizione del Parlamento fu molto complesso e acceso, le sinistre ( gruppo comunista e socialista) auspicavano il monocameralismo, seconda un’idea che vedeva, attraverso un’unica Assemblea, l’espressione della «volontà popolare », non intravedevano l’utilità di una seconda Camera ”. Questo orientamento non era condiviso dalla Democrazia Cristiana e dai partiti laici che preferivano un bicameralismo fondato su una seconda Camera che, per la DC, fosse rappresentativa di “tutte le forze vive della società nazionale” - vedi l’ordine del giorno degli onorevoli Mortati, Bozzi, Pastiglia ed Einaudi, seduta del 7 settembre 1946 - mentre gli altri partiti laici – soprattutto i repubblicani – propendevano per una “Camera delle Regioni” , rappresentativa del decentramento territoriale.

Lo stesso De Gasperi che , sin dal 1943 aveva elaborato i documenti della DC ( vedi soprattutto le “idee ricostruttive” alle quali collaborarono anche , tra gli altri, Bonomi, Campilli, Gonella, Grandi , Gronchi, Saraceno, Scelba e Spataro ) si era dichiarato in tal senso: “ Accanto all’Assemblea espressa dal suffragio universale , dovrà crearsi un’Assemblea Nazionale degli interessi organizzati , fondata prevalentemente sulla rappresentanza delle organizzazioni professionali costituite nelle Regioni … Il corpo rappresentativo della Regione si fonderà prevalentemente sull’organizzazione professionale “.

Il sostegno al bicameralismo paritario venne, soprattutto, da socialisti, comunisti e azionisti che, consapevoli che il monocameralismo era in minoranza, puntarono ad ottenere un bicameralismo paritario e rappresentativo del corpo elettorale , come emerse nel dibattito, che non dovesse «... alterare la fisionomia politica del Paese », in modo da rispecchiare «... la composizione della prima Camera».

Una volta stabilito il sistema bicamerale, nell’esaminare quale dovesse esserne la composizione, emerse, su iniziativa dei costituenti democristiani, la proposta che ipotizzava una: «seconda Camera che fosse ad un tempo espressione degli interessi delle categorie economico-professionali, e nello stesso tempo di derivazione regionale, dal punto di vista elettivo – politico»: questa avrebbe dovuto esprimere una «rappresentanza di categorie ed interessi», “ sulla base di certi interessi sociali più eminenti ed importanti» ( vedi intervento di Mortati, in La Costituzione della Repubblica, vol. VII, cit., p. 902). Le idee di Mortati non si rifacevano solo al modello «delle corporazioni d’arte e mestieri» che, peraltro, faceva parte del retaggio culturale cattolico e del primo programma della Democrazia Cristiana , ma era più avanzato, essendo fondato sull ‘investitura popolare - come scrisse su Cronache Sociali n. 9 del 1947 (“La seconda Camera” ) - e avrebbe fornito “efficienza rappresentativa al Parlamento”, attraverso il coinvolgimento diretto degli «appartenenti alle categorie sociali». Su tale linea erano anche Piccioni e Moro : l’obiettivo era quello di una «rappresentanza organica»; in modo da ottenere una visione più generale e più politica; interessi e categorie – non intese in senso economico,ovvero rappresentative di interessi strettamente professionali – intese in un significato che andasse al di là di quello economico ovvero culturale, assistenziale. ( sempre C. Mortati, La seconda Camera, in «Cronache sociali», cit.).

La provenienza regionale aveva il significato di ottenere una rappresentanza degli «interessi territoriali ed economici a base regionale» . L’espressione trovata per la formulazione dell’articolo 57 per l’istituzione del Senato , manteneva tale indicazione ( “ a base regionale” ) , senza, tuttavia, la essenziale contestualizzazione che non trovò la condivisione necessaria alla sua approvazione.

Per la verità questa “rinuncia” avvenne sia per la difficoltà di risolvere il problema del sistema elettorale, ma, soprattutto, per l’opposizione delle sinistre che non ammettevano una rappresentanza istituzionale degli interessi e delle categorie.

Si ripiegò su un organismo ( il CNEL ) che venne definito, insieme alla Corte dei Conti e al Consiglio di Stato, come ”organo ausiliario” che, comunque, nelle sue proposte iniziali avrebbe dovuto avere prerogative importanti come la facoltà di condurre inchieste, di giudicare per arbitrati consensuali in questioni di lavoro, di dare parere su contratti di lavoro “suscettibili di ripercuotersi con aumenti di prezzi sull’’economia nazionale” . Il parere del Consiglio sarebbe stato obbligatorio “per tutti i progetti diretti a disciplinare in modo unitario l’’attività produttiva del Paese”. Anche su tale progetto si espresse una ferma opposizione da parte delle sinistre che temevano che l’iniziativa legislativa andasse ad intaccare le prerogative parlamentari e che l’arbitrato venisse istituzionalizzato , indirettamente, nella Costituzione .

Alla fine venne redatto dallo stesso Terracini un testo generico che rimandava alla futura legge ordinaria che , anche in questo ambito vide la sinistra su posizioni di contenimento delle prerogative. Resta il fatto che il CNEL ha espresso quella esigenza, avvertita soprattutto dalla cultura politica cattolica di quegli anni, di un organismo che desse al lavoro , inteso non in senso classista, quel ruolo istituzionale che, peraltro, era stato posto come “fondamento della Repubblica” e agli “interessi” quell’ambito di rappresentanza che non era stato possibile collocare nel Senato .

Appaiono motivati i rilievi espressi recentemente dallo scrittore della destra sociale Mario Bozzi Sentieri circa l’abolizione di questo organismo : ” si vuole porre fine all’ultimo, debole tentativo di dare spazio e voce alla rappresentanza per categorie e agli interessi organizzati della società civile”, ricordando che dei 64 consiglieri , 10  sono “qualificati esponenti della cultura economica, sociale e giuridica”;  48 sono  ”rappresentanti delle categorie produttive di beni e servizi nei settori pubblico e privato”, di cui: 22 rappresentanti dei lavoratori dipendenti, tra i quali 3 “rappresentano i dirigenti e i quadri pubblici e privati”; 9 rappresentanti dei lavoratori autonomi e delle professioni; 17 rappresentanti delle imprese; 6 rappresentanti delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni del volontariato. Per concludere che per tali i motivi, pur in presenza di una attività non pienamente dispiegata - più che la sua abolizione - , occorreva un suo rilancio. A questo punto ci possiamo , legittimamente, domandare quali connotati culturali, quali esigenze rappresentative e di “governo” siano state poste alla base di un intervento di grande rilievo costituzionale come l’attuale proposta riforma del Senato.

E’ già sin troppo evidente che il quadro giustificativo del disegno di legge costituzionale , anche dopo gli emendamenti apportati ( riduzione della rappresentanza dei sindaci, delle nomine presidenziali e aumento delle rappresentanze proporzionali delle regioni ) , sia assai debole e limitato, in quanto fa riferimento, pressoché totalmente, ad una esigenza di accelerazione dell’iter approvativo delle leggi e, quindi di una governabilità in termini efficientistici. Certamente comprensibile , tuttavia, quando si vanno a modificare gli organi rappresentativi della democrazia , il problema della loro qualificazione non può non porsi in modo chiaro e adeguato.

Oltretutto, l’unico confronto , peraltro assai polemico e strumentale , è stato quello sulla introduzione della cosiddetta immunità che, peraltro, riguarda solo aspetti procedurali delle inchieste giudiziarie a cui sono ormai esposti tutti i parlamentari , essendo stata limitata l’autorizzazione a procedere, a suo tempo necessaria anche per il solo avvio dei procedimenti giudiziari.

Ora, la elezione, dei “senatori regionali” che resterebbe di secondo grado, non trova un inquadramento e si presta ad alcune riflessioni. Se, infatti, la modifica del Titolo V e l’abbandono del disegno federalista vanno nella direzione di una minor ruolo istituzionale delle regioni , il loro insediamento nell’ambito della seconda Camera dovrebbe giustificare ed esprimere, con maggiore evidenza , l’esigenza di una rappresentanza territoriale con caratteristiche legate a interessi economici , culturali, sociali .

Il rischio - anche per la concomitante soppressione del CNEL - è quello di una rappresentanza tutta istituzionale e partitica che potrebbe non solo accentuare quel neocentralismo regionale già manifestatosi, ma che, comporterebbe la emarginazione di quei “corpi intermedi” e di quel ”pluralismo” civile e di quelle esigenze di “democrazia economica” che erano state oggetto di attenzione alla Costituente che rappresentano , da sempre, una ricchezza e una peculiarità dell’Italia .

Proprio recentemente Giuseppe De Rita insieme a Aldo Bonomi ( “Dialogo sull’Italia,l’eclissi della società di mezzo”, Vita, marzo 2014 ) ha scritto che “lo spostamento verso la Regione del carico di potere ha comportato un disequilibrio con le Province e un abbandono del Comune , anche qui, con accentuazione del potere personale ( il governatore ), a discapito delle dinamiche istituzionali. Quello che nella visione di alcuni doveva rappresentare la ’vera’ società di mezzo territoriale è stata invece la sua rovina”.

Come garantire che, con il ruolo nel rinnovato Senato, le Regioni non accentuino questi indirizzi “centralisti”?

La verità è che occorrerebbe collegare , in qualche modo, le indicazioni delle Regioni alle realtà degli “ interessi”. Pochissime voci sono intervenute in un confronto che si è rivelato troppo ristretto.

Che il “Senato delle autonomie “ , possa essere anche un “Senato delle competenze” è stato affacciato a dicembre 2013 da il Sole24 Ore , che ha avviato un interessante dibattito facendo riferimento alle possibilità, inserite nel testo iniziale, derivanti dalle 21 designazioni del Presidente della Repubblica, ovviamente secondo una logica un po’ élitaria ( ad esempio si proponeva la designazione da parte dell’Accademia dei Lincei ). Tuttavia l’esigenza prospettata appariva spiegata con correttezza laddove si ravvisava l’opportunità di ” costruire un luogo dove il dialogo tra cultura e politica, tra scienza e deliberazione pubblica sia possibile”, trovando “ un meccanismo per mettere esperti e competenti al servizio dei diritti dei più deboli e dei meno rappresentati”.

Certo, oggi alla democrazia rappresentativa non occorre soltanto accelerare i procedimenti decisionali, ma dare spazio e rappresentanza a quanto nella società civile appare espressione di dinamismo e di tenuta sociale e che, assai spesso, tende ad essere emarginato e offrire tutela a quegli ambiti economici e sociali che si vanno impoverendo non solo economicamente.

Anche a questo dovrebbe servire il nuovo Senato .

PIETRO GIUBILO

3/06/2014 [stampa]
NCD-UDC OVVERO L’IRRISORIO E DUPLICE CENTRISMO
Il 4,4 per cento ottenuto dalla alleanza NCD e UDC sta già provocando molta agitazione interna . Non tanto e non solo per lo scarsissimo risultato raggiunto che, certo, non può essere nascosto affermando che, per un partito di recente costituzione , ottenere il superamento del quorum è un successo. Il partito – precisiamo noi - sarà nato da poco, ma nel simbolo presentato c’era lo scudo crociato che supera il mezzo secolo di vita e l’indicazione “UDC” che è sulla scena politica sin dall’inizio delle seconda repubblica. L’agitazione riguarda il fatto che pur con una rappresentanza così irrisoria iniziano le manovre per diversificare le linee politiche e aprire spaccature interne. Alla dichiarazione iniziale di Alfano – a cui comunque, va attribuita la massima responsabilità del deludente risultato – che realisticamente individuava la necessità di un confronto per verificare la possibilità di un nuovo rassemblement di centrodestra, si sono contrapposti prima il segretario dell’UDC Cesa ( uno dei tre eletti al parlamento europeo ) e poi, come riferisce il Giornale, le manovre del trio Schifani, Quagliariello, Cicchitto.

Cesa in una intervista al Corriere della Sera che gli dedica un’ampia colonna di Primo Piano di domenica 2 giugno, afferma: “ vogliamo realizzare un partito di centro moderato “ - precisando - “ alternativo al modo di fare del centrodestra che è stato la causa di molti mali del nostro Paese”. Un partito che continui in nome della governabilità la sua collaborazione con il PD di Renzi, per cui aggiunge : “ andare avanti con la legislatura fare le riforme prima quelle istituzionali e poi quella elettorale”. Questo significa anche mantenere il più a lungo possibile la legge elettorale in vigore dopo la sentenza della Consulta, cioè una legge proporzionale che costituirebbe l’unica garanzia di sopravvivenza per una formazione centrista, in caso di elezioni improvvise .

Questa persistenza centrista non conosce la vergogna tanto è vero che il neo eletto parlamentare europeo arriva a dire che in questa avventura ci potrebbe essere addirittura il posto per Gianfranco Fini : “ Con Fini , noi dell’UDC stavamo facendo il Terzo Polo e risulta che non abbia intenzione di rimettersi in pista. Ma se volesse rimettersi in pista noi saremmo interessati”. Appena rientrato in pista, salvando la sua posizione personale e la formazione politica di Alfano, il neo parlamentare europeo UDC, confermato recentemente al Congresso con il gioco delle tre urne , si ficca in mezzo per contrastare la possibilità di un dialogo con F.I. e Lega : “ Non penso che in questo momento ci sia una possibilità di dialogo tra noi e queste forze”. Scampati all’annullamento fisico in queste elezioni, approfittando della crisi del centrodestra per valorizzare un misero quattro per cento raggiunto insieme a NCD, insidiando la posizione di Alfano che , forse, realisticamente ritiene necessario riaprire un colloquio con tutto il centrodestra, arrivando a ritenere possibile il recupero dell’imbarazzante Fini per una sottile forma di ricatto, l’UDC mostra tutta la sua carica di perfidia politica , unica risorsa rimasta per una ”ridotta” centrista ormai fuori da ogni dignitosa prospettiva politica. Ci sarebbe da dire, parafrasando un detto popolare, che i “centristi” perdono i voti , ma non il vizio .

28/04/2014 [stampa]
NCD SEMPRE PIU’ UGUALE A UDC
Le parole di Renato Schifani nell’intervista al Corriere della Sera del 24 aprile sono pesanti: “ il premier non cada nella trappola di Berlusconi” e spiega: ” l’intesa di maggioranza deve prevalere rispetto ad intese esterne” ; chiarisce poi il rapporto tra NCD e PD:“ noi e Renzi siamo legati a filo doppio”.

Ci ritornano alla mente le critiche di Casini verso il leader di Forza Italia o la litania “Monti dopo Monti” che, come un mantra, Pierfurby ripeteva fino a esaurimento … dell’UDC.

E’ anche assai sgradevole l’ atteggiamento di considerare Berlusconi come animato solo da “recriminazioni sul suo passato e basta ” , come se il 20 per cento di consenso che ancora raccoglie Forza Italia non rispondesse ad una reale esigenza di opposizione nei riguardi di Renzi , a parte la possibile convergenza sulle riforme , i cui provvedimenti di governo, però, sono nella direzione di punire o trascurare l’area sociale e i ceti produttivi che si sono sempre riconosciuti nel centro destra .

Per la verità e forse in vista di adeguate ricompense, lo schema politico ormai assunto dal partito dell’ex presidente del Senato è quello di un centro sinistra ( che sarebbe più logico definire sinistra centro ) nel quale poter esercitare un condizionamento che, tuttavia sarebbe minimo , cioè pari al peso politico che l’elettorato riserva a queste posizioni di fatto neocentriste.

Il governo Renzi non è il governo delle larghe intese che lo stesso Berlusconi propose dopo le elezioni del 2013 e che l’ebbe vinta rispetto alla demenziale ostinazione di Bersani che, poi, fu pagata a caro prezzo con la perdita della maggioranza interna al PD .

Il rapporto politico tra PD e NCD è tale da definire questa formula come un governo di coalizione politica spostato nettamente a sinistra, sia pure secondo l’attuale guida di Renzi.

L’attrazione che per il suo maggior peso politico il PD esercita sul NCD insieme all’ arrendevole collaborazione di governo, incideranno sicuramente sulla sua natura politica, allontanando la formazione di Alfano dal possibile ritorno nell’alleanza di centrodestra , suo naturale alveo politico , per condurlo inevitabilmente nella collocazione centrista, utile per alleanze per tutte le stagioni.

Si ripeterà quella che è stata la storia di Casini e dell’UDC.

Questo voler mantenere le mani libere si accompagna, infatti, alla strategia di allontanare sia le elezioni che l’approvazione della nuova legge elettorale che, attraverso opportuni emendamenti, la si vorrebbe assai meno bipolare ( abbassare il quorum per la rappresentanza o per chi vada alle elezioni non in coalizione ) o, alzando il quorum per l’attribuzione dei seggi con il primo turno. Il doppio turno infatti consentirebbe di poter decidere le alleanze dopo essersi presentati da soli .

Anche l’ipotesi di non approvazione della legge elettorale andrebbe bene al partito di Alfano. Il NCD non sta esercitando infatti alcuna pressione per la sua approvazione.

Il NCD, andando a votare con la legge uscita dalla sentenza della Consulta, sostanzialmente proporzionale, potrebbe riconfermare l’ alleanza con il PD.

Ci sembra di vedere Casini, ormai stabile alleato, consigliarli in questa direzione.

Ma come ben dicono i saggi “ il diavolo fa le pentole e non i coperchi” e nella pentola c’è finito l’anno scorso proprio il diabolico Casini, cotto e bollito dall’elettorato; ed è probabile che nella seconda pentola ci finisca Schifani e il suo partito.

08/04/2014 [stampa]
Il CNEL da organo Costituzionale a Ente inutile
La decisione di abolire il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, previsto dall’art. 99 della Costituzione, non ha suscitato dibattiti, discussioni come per la trasformazione delle Province e del Senato.

Perché nessuno o quasi rimpiange il Cnel ? In verità dell’assemblea di Villa Lubin, al centro di villa Borghese a Roma, l’opinione pubblica conosce poco la sua storia, il suo ruolo, del perché venne istituito e perché è stato emarginato e reso quasi inutile.

Nasce, intanto, male. I Costituenti del 1948 dopo aver fissato i principi fondamentali della Carta ( con l’art. 1 che recita l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro), stabiliti i diritti e i doveri dei cittadini al titolo secondo avevano fissato la cornice entro la quale dovevano muoversi i rapporti etico-sociali e quelli economici ( art. 36 sul diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro; art. 39 l’organizzazione sindacale è libera; art .40 il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano; art. 41 l’iniziativa privata è libera; art. 46 diritto dei lavoratori a collaborare nei modi stabiliti dalle leggi alla gestione delle aziende) hanno scritto due articoli ( il 99 e il 100) sugli organi ausiliari e cioè il Cnel per la consulenza delle Camere e del Governo nelle materie economiche e sociali, il Consiglio di Stato per la consulenza giuridico-amministrativa e di tutela della giustizia nell’amministrazione e la Corte dei Conti per il controllo preventivo di legittimità sugli atti del governo e successivo sulla gestione del bilancio dello Stato.

Un’architettura dell’apparato statale che avrebbe dovuto funzionare a 360 gradi. A quasi 65 anni di distanza molti enunciati, molti propositi sono rimasti sulla carta, altri sono rimasti nel limbo come appunto l’attività del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.

E’ nato male perchè il legislatore dette attuazione all’art. 99 della Costituzione soltanto con la legge 5 gennaio 1957 n. 33, fissando compiti, funzionalità, composizione e nomina dei rappresentanti delle categorie. Non mancarono subito valutazioni positive e forti critiche. L’organo, così come è stata configurato nella struttura costituzionale, ha incontrato l’ostracismo del mondo partitico e sindacale che si richiamava alla lotta di classe e al conflitto.

L’orientamento favorevole scontava l’impostazione attinente alla trasformazione dello Stato in senso sociale e quindi portatore della tesi di una effettiva e efficiente rappresentanza organica nello Stato delle organizzazioni sindacali, espresse direttamente dalle categorie della produzione e del lavoro.

Uno strumento di attenuazione del predominio dei partiti che attraverso gli eletti nelle due Camere determinavano le scelte normative. Scelte parziali e unilaterali tipiche della partitocrazia.

Nel Cnel infatti le rappresentanze delle categorie produttive e del lavoro tornavano protagoniste istituzionali negli indirizzi in materia economica e sociale, indicando orientamenti unitari. Pur nella ristrettezza delle sue attribuzioni al Cnel erano affidati quattro compiti essenziali: 1- consulenza( esprimere pareri in materie che importino indirizzi di politica economica, finanziaria e sociale); 2-petizione e collaborazione legislativa ( contribuire alla elaborazione della legislazione facendo pervenire alle Camere e al governo osservazioni e proposte); 3- iniziativa legislativa ( proporre al Parlamento disegni di legge in materia di economia e lavoro); 4- studio e documentazione ( compiere studi e indagini sulla materie di sua competenza e diventare la sede della raccolta di tutti i contratti di lavoro firmati in Italia).

L’insediamento del Cnel avvenne il 20 febbraio 1958 nella Protomoteca del Campidoglio con una cerimonia solenne alla presenza del Capo dello Stato, del presidente del Consiglio, della Corte Costituzionale ,di numerosi ministri e del sindaco della città Cicchetti.

Primo presidente uno dei più illuminati studiosi di diritto costituzionale il prof. Meuccio Ruini il quale non nascose le difficoltà e le perplessità che si erano presentate. “ Il Cnel, osservò, si colloca in uno stadio intermedio tra il piano degli studi e quello delle decisioni che spettano al Parlamento e al governo. Non una Terza Camera ma neppure un’anticamera, presentando proposte sui campi di sua pertinenza a partire dalla legge sindacale, dei rapporti tra iniziativa privata e pubblica intervenuti nell’economia, alla riforma dell’ordinamento previdenziale, dai problemi della casa a quelli della scuola”.



La strada era tracciata. Di quella prima assemblea facevano parte personaggi storici del mondo sindacale e dell’imprenditoria: Bruno Storti, Pietro Boni, Itallo Viglianesi, Giuseppe Landi della Cisnal, Bruno Trentin, Raffaele Vanni, Dionigi Coppo, Paolo Cavezzali, Luigi Macario, Manlio Germozzi, Furio Cicogna, Angelo Costa, Stefano Siglienti, Giordano dell’Amore, Giuseppe Petrilli, Enrico Medi, Gustavo del Vecchio, Upo Papi, Francesco Santoro Passatelli.

Il ghota dei sindacati, delle associazioni imprenditoriali e dell’Università. Venne accolto con favore il fatto che la rappresentanza diretta del lavoro entrava in un organo costituzionale. Per trovare di nuovo le rappresentanze del lavoro soggette di diritto si dovette attendere il varo dello Statuto dei lavoratori nel maggio del 1970 “ che permetteva al sindacato, come scrisse Giuseppe Martucci su Azione sindacale, di rientrare come soggetto di diritto operante nell’ordinamento giuridico dello Stato”.

Come spesso accade però in Italia le buone intenzioni non vengono portate a compimento. Anzi iniziative o strutture che potrebbero facilitare i rapporti tra istituzioni o gruppi sociali vengono sacrificati ad interessi di parte. I partiti, temendo un ruolo preminente dei sindacati e in specie della Cgil cinghia di trasmissione del Pci, iniziarono ad emarginare o ignorare il Cnel dopo la prima sosta forzata che va dal 1948 al 1957.

I padri costituenti erano convinti dell’opportunità di dare una sede di rappresentanza agli interessi sociali, del lavoro e della produzione; una sede cioè dove affrontare problemi comuni senza scontri o lotte per chiedere consensi elettorali.

Prima dei conflittuali anni Settanta stava avanzando, sia a destra che a sinistra, l’ipotesi che era possibile individuare nella partecipazione sociale e nella democrazia sostanziale concetti da condividere.

Con il giurista Ruini e con la presidenza di Pietro Campilli ( durata 14 anni) il Cnel svolse un ruolo attivo fornendo pareri, formulando osservazioni, avanzando proposte. Era un ruolo di alta consulenza.

Tutto cambia dopo il varo dello “ statuto dei lavoratori” concepito dalla Cgil,Cisl,Uil come uno strumento per contestare in azienda e nelle fabbriche il potere decisionale degli imprenditori e dei manager pubblici delle partecipazioni statali. Il sindacato confederale, che aveva emarginato la Cisnal dopo il no di Gianni Roberti allo sciopero generale sulla casa, andava alla ricerca del potere, del conflitto, dell’imposizione di alcune scelte di economia. Il ruolo politico del sindacato si affianca a quello dei partiti della sinistra per spingere verso alcune riforme di carattere dirigista.

Quando Campilli morì nel 1974 il Cnel rimase senza presidente per 3 anni, affidato alla gestione di due Vicepresidenti, uno di parte sindacale e l’altro espressione degli imprenditori.

Per uscire dalla stallo la soluzione che venne adottata peggiorò le cose. La nomina di Bruno Storti, fino a quel momento segretario della Cisl, fu giudicata troppo di parte. Il sindacalista per evitare tensioni e contrasti addormentò la vita dell’ente.

Si arriva così ala presidenza del sociologo Giuseppe De Rita, un meridionale di estrazione cattolica che tentò di fare del Cnel la sede della “ concertazione” cara alla Cisl e mal sopportata dalla Cgil che preferiva portare i lavoratori in piazza. E’ l’epoca dell’attenzione alla realtà sociale del localismo, dei problemi della rappresentanza dei gruppi professionali non difesi dagli Ordini, dei patti territoriali in cui s’incontravano forze istituzionali ( Sindacai, presidenti delle Provincie e delle Regioni), economiche e sociali.

Il Cnel di De Rita era un’altra cosa rispetto a quello previsto dai costituenti e delineato dalla legge istitutiva del 1957. Sfuggito alla fine degli anni Ottanta all’abolizione come chiedevano alcune proposte di legge parlamentari, dopo aver vivacchiato per buona parte degli anni Novanta, con al presidenza del segretario della Uil Pietro La rizza all’inizio del 2000 il Cnel era ancora alla ricerca di “ una funzione sociale e istituzionale”.

Era mancata una ricognizione sia del lavoro fatto sotto la presidenza De Rita che del lavoro che avrebbe potuto fare. In quegli anni inoltre il presidente della Confindustria l’imprenditore campano Antonio D’Amato non era affatto disponibile ad accettare le logoranti e improduttive concertazioni con i sindacati.

Il Cnel andava sempre più rinchiudendosi in se stesso, con scarsa partecipazione degli stessi consiglieri e con l’avanzare nel mondo politico della tesi che le attività del Cnel si potessero fare più efficacemente in altre sedi.

Con la presidenza del liberale Antonio Marzano, nominato nel 2005, si sono intensificate le attività di presentazione di ricerche, dossier, analisi, convegni. Un Cnel sopravvissuto ai suoi tempi, nato con ritardo, vissuto male, considerato un organismo inutile o per lo meno di scarso utilizzo. E alla fine anche costoso.

I Consiglieri che nel 2000 erano 98, più 4 esperti nominati da Palazzo Chigi e 8 dal Quirinale con una legge del 2011 sono stati ridotti a 64 ma sempre con troppe persone nominate dal Colle e dal governo compreso il segretario generale. Nessuna proposta di legge per l’insofferenza dei partiti ad intromissioni nella sfera politica e d’indirizzo. Pochi pareri offerti o richiesti dal Parlamento.

Cosa è rimasto? Un prezioso archivio di tutti i contratti di lavoro stipulati in Italia da primi del Novecento e i volumi delle analisi del Censis sull’evoluzione della società italiana.

Troppo poco in tempi di tagli all’apparato dello Stato e all’orientamento renziano non favorevole a mediazioni con le parti sociali.

Sergio Menicucci

04/04/2014 [stampa]
RENZI VERSO OVEST : DOPO OBAMA INCONTRA CAMERON , BLAIR E LA CITY
Dopo le fallimentari missioni a Parigi e a Berlino, il premier Renzi, con la velocità e la spregiudicatezza che lo contraddistinguono, sta orientando diversamente la rotta della sua politica estera.

L’occasione della visita di Obama, peraltro organizzata per l’incontro con Papa Francesco, è stata vista da Renzi – ha spiegato Paolo Biondi il 27 marzo sulla Reuters - come la possibilità di una consacrazione a “fedele alleato europeo per l’America”, ottenendo l’apprezzamento del Presidente statunitense per il primo viaggio internazionale da lui effettuato in Tunisia , cioè in un Mediterraneo fronte cruciale delle preoccupazioni americane, e ponendosi in contrapposizione ai movimenti antieuropeisti, altro timore di Obama per il possibile indebolimento del pilastro europeo.

Non si è trattato di una necessaria operazione mediatica e di rafforzamento della sua immagine ancora sconosciuta e di poca esperienza internazionale come interpretata da alcuni osservatori .

Anche il viaggio a Londra, l’incontro con Cameron, la cena con Blair e il doveroso presentarsi alla City con i “big della finanza internazionale”, tendono a consolidare questa linea occidentalista, attraverso la quale Renzi tenterebbe di aggirare l’irrigidimento di Berlino e Bruxelles con l’aiuto di USA e GB.

A Cameron , Renzi avrebbe assicurato il suo impegno a collaborare per risolvere quei problemi che preoccupano il premier inglese in vista del referendum che si svolgerà sulla permanenza o meno della GB nell’Unione europea.

La visita londinese si presenta come il viaggio internazionale di maggior successo per il premier .

“La Repubblica” - sponsor da sempre dell’ex sindaco di Firenze – non a caso, nelle pagine del 3 aprile, insieme alla cronaca della giornata londinese , ospita una intervista in grande rilievo all’ex primo ministro britannico che assicura che “Renzi cambierà l’Italia” , mentre il commento sul meeting con i big della finanza è affidato all’ex ministro del Tesoro Domenico Siniscalco, attuale vice presidente di Morgan Stanley , responsabile per l’Italia , che così si esprime: “ non sono un tifoso, ma mi dicono che l’incontro è andato benissimo” , precisando “ hanno trovato uno che parla la stessa lingua”.

Ci viene in mente quello che ha scritto recentemente Luciano Gallino sulla “presa del neoliberismo sulle sinistre” , non avendo “ più senso la contrapposizione fra destra e sinistra, stato e mercato, capitale e lavoro” con il “ suo corollario”, cioè “ l’ orientamento decisamente positivo nei confronti delle corporation e della finanza , e una riformulazione degli interessi collettivi in termini individualistici” ( Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino, 2013 ).

Il Premier tenta di aprirsi uno spazio nei rapporti transatlantici per potersi giocare un ruolo forte in questa direzione nel semestre europeo che dovrebbe far proseguire la strada per l’importante accordo economico e tariffario tra gli USA e l’Europa occidentale , sul quale punta l’America – critica per l’austerity imposta da Berlino e Bruxelles - per rafforzare e rendere di lungo periodo la sua ripresa economica.

Tuttavia anche questa strada disinvoltamente intrapresa da Renzi non è poi così facilmente percorribile poiché resta la necessità di un confronto in Europa non solo per le problematiche legate ai parametri dell’euro che stringono la ripresa italiana, ma anche perché il solco storico della nostra politica estera non può che essere quello della partecipazione alla costruzione europea , avviata da De Gasperi nel dopoguerra e sostanzialmente deviata verso un ridotto orizzonte economicistico che non ci aiuta.

La edificazione dell’unità politica che spinga l’Europa ben oltre il più modesto progetto del libero scambio e dell’euro o del “protettorato” politico e militare americano rappresenta un dovere ed una responsabilità storica di tutti i paesi europei ed in particolare dell’Italia.

La vicenda ucraina ha mostrato i rischi che derivano dalla debolezza politica europea con la conseguenza che su Kiev e la Crimea si stanno esercitando le vecchie politiche di potenza che riaprono scenari da guerra fredda, non certamente idonei ad aiutare il superamento della crisi dell’Europa.

Sergio Menicucci

28/02/2014 [stampa]
Rischio multa dall’UE:Pagamento a rilento della Pubblica Amministrazione
La pubblica amministrazione cattiva pagatrice è un ostacolo alla ripresa. I tempi medi di pagamento delle amministrazioni alle imprese fornitrici di beni e servizi sono di circa 170 giorni, superori di 109 a quelli medi dell’Unione europea che si attestano sui 61 giorni.

L’Italia si era impegnata a far diventare legge le osservazioni alla trasposizione delle direttive Ue sui ritardati pagamenti entro il maggio di maggio 2014. Il tempo stringe per evitare l’apertura della ennesima procedura d’infrazione.

Secondo i dati presentati dal presidente della Conartgianato Giorgio Merletti i “ cattivi pagatori” tengono in ostaggio la ripresa economica. L’Italia ha il maggior debito commerciale della Pubblica amministrazione verso le imprese che è stato stimato intorno al 4% del prodotto interno lordo.

A questo proposito un rapporto dell’associazione dei costruttori ( Ance) è stato inviato al vicepresidente della Ue Antonio Tajani. Se Bruxelles dovesse mettere in atti la procedura d’infrazione l’Italia rischia una multa di migliaia di euro al giorno e una sanzione di mora pari a circa 3-4 miliardi. Pari al gettito dell’IMU sulla prima casa per un anno.

Sergio Menicucci

14/02/2014 [stampa]
SOLDI PUBBLICI AI PARTITI
Uno degli aspetti più problematici che hanno caratterizzato il passaggio dalla prima alla seconda repubblica è costituito dal finanziamento dei partiti o, meglio, dai soldi che arrivano alle casse dei partiti ,oggi quasi tutti di provenienza pubblica.

Non c’è dubbio che fino alle vicende giudiziarie di Tangentopoli il finanziamento pubblico era una quota limitata rispetto a quello privato. Le inchieste fecero emergere clamorosamente che soldi privati, di provenienza illecita e/o irregolare, venivano rastrellati da tutti i partiti nel rapporto con il mondo imprenditoriale .

Nonostante che le indagini si riversassero soprattutto verso le forze politiche di governo , coinvolgendole ampliamente ,in realtà, del finanziamento illecito ne beneficiavano, con modalità diverse, tutti indistintamente i partiti . In qualche modo il maggior partito di opposizione , il PCI, venne pressoché risparmiato dalle inchieste giudiziarie e la sua classe dirigente riuscì, in gran parte, ad evitare di esserne coinvolta.

La diversità del Pci rispetto al finanziamento illecito è stato un mito che ebbe anche successivamente clamorose smentite , ma che riuscì ad affermarsi unicamente per il fatto che il Pci aveva un sistema di schermi assai efficace, attraverso il quale riuscì a tener fuori quasi tuta la sua classe dirigente, complice una debolezza investigativa .

Con il passaggio al finanziamento pubblico prevalente abbiamo assistito allo scandalo dell’uso privato di tali risorse emerso nelle inchieste che hanno riguardato sia le spese dei gruppi regionali , sia di quelle dei gruppi parlamentari. Tuttavia, anche in questi casi, si sono verificate alcune debolezze investigative che hanno schermato la responsabilità – quantomeno politica - di alcuni leader . Un caso eclatante è quello di un amministratore di un gruppo parlamentare che si sarebbe personalmente appropriato di circa 24 milioni di euro senza che – risulta dalle indagini - i leader politici di riferimento ne avessero minimante cognizione.

Il Corsera del 9 febbraio dà notizia di un altro aspetto del finanziamento pubblico dei partiti – o quantomeno di personaggi politici - che avverrebbe tramite il 5 per mille alle fondazioni , per mezzo, cioè, di quel filone legislativo che nacque al fine di finanziare le organizzazioni di volontariato sociale.

Questo articolo è stato ispirato da recenti relazioni della Corte dei conti che ha ravvisato la presenza di organizzazioni collegate direttamente a personaggi politici che beneficerebbero di questi sistemi di finanziamento.

Queste fondazioni dovrebbero svolgere una importante attività culturale e per tale motivo sono ammesse al sistema del 5 per mille , tuttavia , tranne alcuni casi, di vera attività in questo ambito se ne vede ben poca.

Il disagio che prova il cittadino di fronte a queste notizie è assai evidente. Partiti politici spesso assai distanti dagli elettori e dai cittadini partecipato a finanziamenti, rimborsi elettorali e sostegni ai gruppi consiliari, oltre a quelle prerogative di ogni specie che , ancora , piovono sui parlamentari, consiglieri regionali ed altro , attraverso stipendi, rimborsi spese e vari privilegi.

Ci fu un tempo nel quale , forse per motivi di carattere ideale o, per quello che era una visione della politica fondata su utopie ideologiche o , forse ancora, per uno slancio giovanile in politica per il quale anche con “un pugno di riso” si organizzavano associazioni alle quali aderivano tantissimi di giovani che riuscivano ad essere presenti nelle scuole superiori o nelle università con manifestazioni di migliaia di studenti, riviste autofinanziate, bollettini ciclostilati stampati in proprio e con mezzi di fortuna. Alcuni partiti vivevano con l’apporto di finanziamenti offerti da simpatizzanti e benefattori .

E’ se è vero che questa realtà oggi non esiste più, tuttavia non si può accettare passivamente una degenerazione di un costume politico che ha raggiunto livelli assurdi.

Nelle ultime vicende che accompagnano gli scandali dell’uso del finanziamento pubblico, c’è un vero e proprio paradosso. Dopo le inchieste di Tangentopoli siamo in presenza di una forma di perversione che non viene considerata nella sua gravità: mentre prima i soldi privati andavano ai partiti per organizzare le attività politiche, quindi, in qualche modo pubbliche; oggi i soldi pubblici vanno alle forze politiche per un uso ormai dilagante di carattere personale e che gli elenchi delle cose acquistate pubblicati dalle inchieste ne dimostra la frivolezza e la estrema “privatizzazione” .

Ed drammatico, come questa filiera non sembri finire mai, non si riesca , cioè a debellare, proprio come una casa invasa dalle termiti.

Pietro Giubilo
15/01/2014 [stampa]
IMMIGRAZIONE E PROGETTI DI REGOLAZIONE E INSERIMENTO. LE ANALISI DEL PROFESSOR PANEBIANCO E DEL CARDINALE BIFFI
In un editoriale non conformista sul Corsera del 13 gennaio ( “ Troppe ipocrisie sugli immigrati” ), Angelo Panebianco interviene sulla questione dei flussi immigratori. Si tratta di uno dei pochissimi tentativi di affrontare la questione secondo criteri logici e proposte che evidenzino , senza infingimenti, i veri nodi .

Innanzitutto occorre rilevare che, purtroppo, anche le recentissime vicende sulle “tragedie del mare” e le condizioni del tutto inadeguate dei centri di accoglienza hanno – per certi versi giustamente – spostato il problema sul versante “umanitario” , tralasciando quegli aspetti che debbono essere considerati e risolti per organizzare in modo giusto i grandi spostamenti migratori verso l’Italia e l’Europa. Sostenere a spada tratta solo l’aspetto dell’accoglienza , per ragioni umanitarie, tuttavia, nasconde una realtà che, invece, andrebbe evidenziata e cioè che intorno a questi flussi migratori allignano forti e inconfessabili interessi di traffici illegali, sia dal lato di chi favorisce queste ondate umane , sia nell’aspetto di manodopera per attività illegali o di settori imprenditoriali marginali che da una elevata offerta di “braccia” a buon mercato, ne ricavano utilità insperate .

Panebianco sostiene che non ci si può limitare a contenere i flussi, ma occorrono interventi attivi e selettivi, sostenendo , poi, che la politica statale non possa basarsi “sul criterio … dell’accoglienza”, ispirata da “sovrastrutture ideologiche” alimentate da “una confusione tra messaggio evangelico e missione della Chiesa e compiti degli stati ”.

Anche con riferimento all’aspetto della “convenienza” l’editoriale sottolinea che ”un Paese a economia avanzata non può permettersi il lusso di importare mano d’opera non qualificata” e che occorre privilegiare “ alcuni gruppi e non altri … se si possono integrare più facilmente “.

Ora le riflessioni di Panebianco , del tutto condivisibili , richiamano la responsabilità dello Stato italiano e delle organizzazioni internazionali ed appare drammatico come non siano state approvate e messe in atto , politiche ed interventi idonei a organizzare sin dai territori di provenienza quelle regolamentazioni e quei controlli che oggi, anche con l’ausilio di strumentazioni tecnologiche avanzate, possono essere adottati. Un aspetto poco noto al grande pubblico, oggi colpito dagli interventi di grande rilievo mediatico di Papa Francesco, è rappresentato dal fatto che, il 30 settembre del 2000, ben 14 anni fa’, un importante esponente della Chiesa cattolica, il cardinale Giacomo Biffi, intervenendo al Seminario della Fondazione Emigrantes sostenne sostanzialmente con gli stessi argomenti , le modalità con le quali affrontare la questione delle immigrazioni.

Il ragionamento dal quale partiva il Cardinale Biffi era che per quanto fosse “incontestabile … il principio che a ogni popolo debbano essere riconosciuti gli spazi, i mezzi e le condizioni che gli consentano non solo di sopravvivere ma anche di esistere e svilupparsi secondo quanto è richiesto dalla dignità umana … non se ne può dedurre - se si vuole essere davvero ‘laici’ oltre tutti gli imperativi ideologici – che una nazione non abbia il diritto di gestire e regolare l’afflusso di gente che vuole entrare a ogni costo”. Anzi, sottolineava il Cardinale, “bisogna piuttosto dire che ogni auspicabile progetto di pacifico inserimento suppone ed esige che gli accessi siano vigilati e regolamentati”.

Veniva, già da allora, denunciata proprio l’indiscriminata possibilità di accesso: “ e’ tra l’altro davanti agli occhi di tutti che gli ingressi arbitrari - quando hanno fama di essere abbastanza agevolmente effettuabili – determinano fatalmente che da un lato il dilatarsi incontrollato della miseria e della disperazione ( e spesso pericolose insorgenze di intolleranza e di rifiuto ) , dall’altro il prosperare di una industria criminale di sfruttamento di chi aspira a varcare clandestinamente i confini”.

Nel discorso, il Cardinale Biffi affermava la necessità di “progetti realistici”: “ciò che dobbiamo augurare al nostro Stato e alla società italiana è che si arrivi presto a un serio dominio della situazione, in modo che il massiccio arrivo di stranieri nel nostro paese sia disciplinato e guidato secondo progetti concreti e realistici di inserimento che mirino al vero bene di tutti , sia dei nuovi arrivati che delle nostre popolazioni”. E precisava: “ Tali progetti dovrebbero contemplare tanto la possibilità di un lavoro regolarmente remunerato quanto la disponibilità di alloggi dignitosi non gratuiti: per questa strada si potrà arrivare ad un sicuro innesto entro il nostro organismo sociale, sena discriminazioni e senza privilegi”. Come ”contropartita dell’ospitalità”, si richiedeva “il rispetto di tute le norme di convivenza che sono in vigore da noi , comprese quelle fiscali”.

Biffi aveva con chiarezza posta anche la questione della “salvaguardia dell’identità nazionale”: “una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione”. “L’Italia – continuava – non è una landa deserta o semidisabitata , senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale , da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto … bisogna perciò concretamente operare perché coloro che intendono stabilirsi da noi in modo definitivo ‘si inculturino’ nella realtà spirituale, morale, giuridica del nostro paese e vengano posti in condizione di conoscere al meglio le tradizioni letterarie , estetiche, religiose della peculiare umanità della quale sono venuti a far parte”.

Il Cardinale concludeva questa parte del suo intervento con una indicazione che suscitò allora alcune polemiche: “ In una prospettiva realistica , andrebbero preferite … le popolazioni cattoliche o almeno cristiane , alle quali l’inserimento risulta enormemente agevolato ( per esempio i latino-americani, i filippini, gli eritrei , i provenienti da molti paesi dell’Est-Europa , eccetera) , poi gli asiatici ( come i cinesi e i coreani ) che hanno dimostrato di sapersi integrare con buona facilità pur conservando i tratti distintivi della loro cultura”.

Il Cardinale era consapevole che queste proposte sollevavano critiche anche da alcuni settori dello stesso mondo cattolico: “ Questa linea di condotta - essendo ‘laicamente’ motivata – non dovrebbe lasciarsi condizionare o disanimare nemmeno dalle possibili critiche sollevate dall’ambiente ecclesiastico o dalle organizzazioni cattoliche”. E concludeva “ Come si vede si propone qui semplicemente il ‘criterio dell’inserimento più agevole e meno costoso’ un criterio totalmente ed esplicitamente ‘laico’ a proposito del quale evocare gli spettri del razzismo , della xenofobia , della discriminazione religiosa, dell’ingerenza clericale e perfino della violazione della Costituzione, sarebbe un malinteso davvero mirabile e singolare; il quale se effettivamente si verificasse , ci insinuerebbe qualche dubbio sulla perspicacia degli opinionisti e dei politici italiani”.

Abbiamo voluto ricordare queste idee del Cardinale di Bologna per due motivi: il primo perché rende evidente come il tempo trascorso e le tragedie verificatesi non hanno prodotto alcun vero progetto di regolazione e di inserimento di questo fenomeno , il secondo perché non tutto il mondo cattolico ha sposato l’idea della pura accoglienza indiscriminata, ma, responsabilmente, ci sono state voci autorevolissime che hanno indicato con chiarezza criteri e progetti per favorire e agevolare la regolamentazione e l’integrazione degli immigrati.

Queste proposte , sia quelle odierne di Panebianco che quelle più lontane nel tempo del Cardinale Biffi sono alternative a quelle della sinistra che partendo dall’ideologia del multiculturalismo, finiscono per favorire la grande tratta dei moderni schiavi e accentuare tensioni e strumentali pregiudizi etnici.

Pietro Giubilo
18/12/2013 [stampa]
L'appello di un presidente senza potere
L’appello di Napolitano nel corso del suo tradizionale messaggio di auguri alle più alte cariche istituzionali ha sollecitato, ancora una volta, l’avvio delle riforme e degli altri impegni per il superamento della crisi ; ha espresso il suo rammarico per la mancata approvazione della legge elettorale, anche in prossimità della pronuncia della Consulta e la possibilità di valutare la sostenibilità del suo gravoso incarico.

Il modo accentuato con il quale ha fatto riferimento alla eventualità di una rinuncia all’alto incarico non è sfuggito ai commentatori pur frastornati e divisi sulla valutazione più o meno positiva della nuova condizione che si è venuta a creare nei confronti del governo e delle alleanze politiche in relazione alla elezione del nuovo segretario del PD.

La coalizione a cui aveva dato vita l’incarico del Capo dello Stato , prima larga e poi più stretta, si è fino ad oggi poggiata sulla garanzia presidenziale, la quale ha costruito una posizione il cui centro di gravità è il concetto di accordo politico che dovrebbe sottendere a tutto il percorso delle riforme e dei principali obbiettivi programmatici.

Lo sbarramento ad ogni ipotesi di elezioni anticipate, la rinuncia ad obbiettivi sui quali si sarebbero avute divaricazioni politiche, l’esigenza di una discussione sulla riforma elettorale che iniziasse dal Senato ove era necessario trovare un accordo, sono stati alcuni degli elementi sui quali si è mosso il governo nella esigenza primaria di salvaguardare il principio di un agire concordato.

L’irruzione di Renzi alla guida del PD, anche per il livello di consenso raggiunto, comporta la cancellazione del tracciato sul quale Napolitano aveva sospinto l’azione governativa.

I primi effetti sono evidenti: l’esame della legge elettorale partirà dalla Camera, dove il PD è autosufficiente, l’accordo può essere ricercato anche oltre la stessa maggioranza , i temi dirimenti come quelli sui cosiddetti diritti individuali , che vedono assai freddo il Nuovo Centrodestra, sono annunciati dal Segretario PD come imminenti.

Poi, sulle riforme istituzionali il contrasto è evidente: mentre il ministro Quagliariello ritiene che la legge elettorale debba essere fatta in funzione del nuovo assetto costituzionale , e quindi quantomeno dopo la prima lettura delle modifiche alla Costituzione, il Segretario del PD ha detto chiaramente che, invece, per la legge elettorale occorre fare presto, addirittura entro un mese.

Ed è troppo evidente che la messa a disposizione di una nuova legge elettorale costituisce non solo un salvagente per una eventuale necessità di rivolgersi alle urne, ma costituirebbe, soprattutto, un’ arma in più per annullare le resistenze di fronte al debordamento politico che ormai il PD sta assumendo in vista della possibilità di una vittoria elettorale che Renzi sembrerebbe assicurargli.

La vittima sacrificale di questa nuova condizione è senz’altro la nuova formazione politica alla quale hanno dato vita Alfano e co.

Enrico Letta non è in grado di garantire nulla alla compagine ex PDL attaccata alla rocca governativa. Come Renzi , del resto, aveva annunciato chiaramente nel corso delle primarie, l’Agenda cambia e viene dettata dal Partito e più di una volta è stato, addirittura, offensivo nei riguardi della consistenza numerica del NCD.

Napolitano non può non essere consapevole di tutto questo e della fragilità sopraggiunta del governo. Del resto Renzi si è limitato a contrastare l’ipotesa presidenziale sulla base del fatto che nel sistema parlamentare sono i partiti e non è il Capo dello Stato a dettare la linea , ed il nuovo segretario PD , raggiunta con forza una posizione strategica, la intende usare in toto.

Il presidenzialismo improprio di Giorgio Napolitano, senza la forza legittimante della elezione diretta, pare giunto al capolinea e questa ultima navicella sulla quale stava navigando la condizione politica sembra proprio sul punto di affondare.

Tuttavia anche di fronte a questi fatti evidenti che richiamano la necessità di volgersi con speditezza verso le riforme costituzionali , il chiacchiericcio politico e massmediatico ristagna sul modesto pantano della mera riforma elettorale.
11/11/2013 [stampa]
Il PD affonda nel tesseramento
Nel PCI il tesseramento era l’espressione di una militanza attiva. Pertanto non registrò mai disfunzioni, se non in quelle zone ove tale caratteristica aveva maggiore diffusione.

Tale presunta “diversità”, che il “vecchio PCI “ pensava di aver trasferito al PD , è clamorosamente venuta meno. Nel PD , infatti, le vicende ultime, dimostrano che il reclutamento è diventato uno strumento di potere interno, in forme assai più vistose rispetto ai modi d’essere che furono di altri partiti.

A questo “approdo” il PD giunge tardi , quando la forma partito non appare più assolutamente incentrata sull’adesione militante territoriale.

Nella DC, ad esempio, le degenerazioni del tesseramento rappresentavano le modalità dello scontro tra le correnti. Nel PD ,invece, registrano il tentativo della “ditta” di contestare l’influenza dell’opinione pubblica veicolata dai media che assedia il partito con le primarie.

Il senso di tutto ciò è evidente: il partito scompare come radicamento e rappresentanza sociale e la lotta interna assume i connotati di una concorrenza di potere tra ciò che era stato e ciò che tenta di diventare.

La realtà è tuttavia una soltanto: il PD è giunto al tempo della crisi della politica e del diffondersi della protesta , senza una forma ed una identità e, quindi, fragile e senza difese.

Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 3 novembre ne offre un quadro significativo: “ il volto nuovo dell’antico estremismo italiano che oggi ha preso le sembianze di un radicalismo iperdemocratico nutrito di una ossessiva rivendicazione di “trasparenza” e di “diritti” … un estremismo che, proprio per la sua forma ”democratica” è capace, però, d’infiltrarsi per mille rivoli anche nell’opinione “ media” di sinistra , finendo in tal modo per prendere in ostaggio e condizionare lo stesso PD”.

Questo spiega come il PD sia permeabile sia al giustizialismo, sia alla protesta giacobina impersonata dal Movimento 5 stelle.

L’emblema di questo sforzo inane di respingere la deriva verso il partito liquido che si mischia con l’opinione guidata da “ La Repubblica” e con le grida di Grillo è rappresentato da D’Alema che ormai sta diventato una vox clamans in deserto.

Anche Renzi , nonostante il frastuono dei suoi pifferai mediatici, è coinvolto nel lento declino di un partito senza forma e la sua ormai stantia “novità” appare nella modalità di una chiacchiera continua, sempre meno seducente.

I giochi elettorali sono quindi, come intuisce Berlusconi, sempre aperti, ai quali si contrappone un governo Letta che certo non mostra proprio di avere “le palle d’acciaio”.

Pietro Giubilo
29/10/2013 [stampa]
Il PDL alla resa dei conti
Probabilmente deve essere stata l’iniziativa del senatore e ministro della difesa Mario Mauro in tandem con Pierferdinando Casini, diretta alla costituzione di un partito popolare europeo “d’occasione” a far scattare la decisione di Silvio Berlusconi di convocare l’ufficio di presidenza del PDL per annunciarne la “sospensione” e la costituzione di Forza Italia.

Il rischio che quella iniziativa potesse far da attrazione ai “governativi”, trovandosi ,nello stesso tempo, il PDL guidato formalmente dal principale animatore della compagine “ministeriale” , ha fatto pensare a Berlusconi di non poter indugiare oltre, pena l’aprirsi di una “frana” .

L’ex premier , quindi, ha riassunto la guida politica, decidendo una serie di indirizzi e contenuti politici che verranno ratificati dal Consiglio Nazionale che si svolgerà l’otto dicembre.

In effetti la “pretesa” che una corrente interna , ormai di questo si stratta, di avere il monopolio della presenza ministeriale e del vertice politico del partito , è apparsa una forzatura obbiettiva che solo il fiancheggiamento dei “media” esterni al partito e interessati al sostegno al governo potevano giustificare La reazione dei “governativi” è stata quella di non partecipare alla riunione, di ritenere ancora in carica il segretario Alfano e di iniziare la conta dei sostenitori in vista della riunione dell’assemblea del PDL.

Se si trattasse di una verifica politica interna rientrerebbe in una logica di confronto ,anche duro, ma politico , una logica che , in passato, con un leader forte e indiscusso , appariva superflua , ma che oggi, nelle difficoltà di Berlusconi, appare possibile ed in un certo senso necessaria. Quali prospettive si aprono in poco più di un mese ? Partiamo dal quadro generale, quello del governo.

Mentre si svolgeva la riunione del parlamentino del PDL, si apriva alla Leopolda la convention di Matteo Renzi. Senza simboli di partito, cosa che dà l’idea di una linea del tutto leaderista , Renzi ha tagliato alle radici la stentata piantina governativa e le ”manovre” che la circondano: ha attaccato “la nostalgia del proporzionalismo”, per dire che occorre una legge elettorale per la quale “chi vince governa”. A parte il tono semplicistico , è evidente che l’obbiettivo era Letta, ma anche l’idea che si possa fare una legge elettorale di correzione del porcellum per alzare l’asticella del maggioritario e, quindi, data l’impossibilità per le coalizioni di assicurarsi il premio, ritrovarsi un Parlamento sostanzialmente proporzionale, dove la governabilità verrebbe assicurata solo con una larga coalizione.

Questa linea sbarra la strada anche al tentativo di Napolitano, avviato qualche giorno fa’, preoccupato della tenuta del governo, di indirizzare il Parlamento ad approvare una legge elettorale di questo tipo , continuando , sostanzialmente , sulla prospettiva politica già percorsa con il governo Letta.

Il PD non è in grado di “fermare” il sindaco di Firenze che viaggia non solo verso la segreteria , ma verso la candidatura alla premiership. Poiché, poi, le “riserve di responsabilità” di Berlusconi , sono ormai finite, logorate dalle sentenze, dalle inchieste e da un PD impossibilitato ad assumere una linea di disponibilità come aveva chiesto Violante, la tenaglia si sta ormai stringendo intorno al governo , riaprendo uno scenario elettorale. Il compromesso tra PD e PDL è destinato a rompersi, così come fallì il compromesso storico tra DC e PCI.

Se lo scontro elettorale dovesse avvicinarsi , la compagine governativa del PDL non avrebbe spazi. Con Casini e Mauro si infilerebbero su una ridotta già percorsa da Monti e da Scelta Civica , camminerebbero, cioè, verso l’ annientamento politico.

Sarebbe assai più saggio operare all’interno , con una prospettiva sui tempi medi , dove il loro carattere moderato, potrebbe alla lunga, trovare un terreno di sviluppo . La costruzione di un sistema bipolare presidenziale, se mai dovesse realizzarsi , richiederebbe, infatti, che i due poli ,per prevalere, debbano acquisire anche il voto moderato e di centro, attenuando il peso degli apporti più estremi .

La crisi del sistema che i partiti non riescono a dominare sta soffocando anche il tentativo del governo Letta . L’unica possibilità di continuare ed avere un ruolo storico sarebbe quella di porre al centro della sua “missione” politica la riforma della Costituzione, ma sono ormai troppi decenni che il conservatorismo istituzionale impedisce questa necessaria riforma. Di fatto il centrodestra e il centrosinistra si vanno preparando all’ennesimo confronto elettorale e politico .

Per questo motivo sono destinate a prevalere, all’interno delle due forze politiche, le posizioni che sostengono il bipolarismo . Come il PD ormai appare rassegnato a vedere la prevalenza del sindaco di Firenze, nel centrodestra sarà la linea di Berlusconi a prevalere, indipendentemente dall’agibilità dell’ex premier .

Pietro Giubilo
24/09/2013 [stampa]
Napolitano: "Ridistanziamento tra politica e diritto"
L’intervento di Giorgio Napolitano alla giornata di studio che la Luiss ha dedicato il 20 settembre a Loris D’Ambrosio, che gli era stato vicino come consigliere per gli affari della giustizia, segnala un sottile, ma significativo mutamento di linguaggio e di concetti sull’argomento giustizia.

Sarà stata la circostanza che serviva ad onorare un suo “collaboratore e amico” che – sono parole dello stesso quotidiano che dà ampio risalto alla notizia - è “indicato come colui che, sollecitato da Mancino, attivò un meccanismo per ‘scippare l’inchiesta ai magistrati di Palermo” e sul quale proprio nello stesso giorno altri quotidiani “hanno dato conto delle nuove carte scoperte dall’accusa” , ma le parole del Capo dello Stato segnano un mutamento del punto di equilibrio nella sua analisi del distorto rapporto tra politica e diritto.

Ha detto, infatti, che siamo in presenza di “un conflitto fuorviante” e “ gravido di conseguenze pesanti per la stessa vita democratica” da neutralizzare magari “passando attraverso un ridistanziamento tra politica e diritto”.

Ora, solo pochi giorni erano trascorsi dal pesante videomessaggio di Berlusconi, contenente accuse pesanti ai Magistrati e alla loro organizzazione sindacale Magistratura Democratica. Da sinistra e da parte di esponenti dell’”ordine” erano stati invocati interventi per “respingere” questo attacco.

Invece Napolitano parla di pesanti conseguenze per la vita democratica e chiede un “ridistanziamento”.

Poiché è a tutti evidente che da anni è la giustizia a intervenire in modo devastante sulla politica, in ciò modificando un tradizionale rapporto di separazione, a suo tempo costituzionalmente garantito attraverso ad esempio l’istituto dell’immunità, - inserito nella Carta e con superficialità cancellato -, questa indicata esigenza di un rapporto di maggiore separazione, dovrebbe essere soprattutto nei riguardi dell’invadenza dei giudici.

Certo, siamo ancora nella troppo fioca luce di un linguaggio di sottile decifrazione e , tuttavia, l’indicazione autorevole è data , pur considerando che , oggi, la tutela della democrazia, andrebbe realizzata riaffermando il principio del primato della politica quando esprime la volontà e la sovranità popolare.

L’intervento di Napolitano rappresenta, anche se la sinistra non è nella condizione di poterlo accogliere, un nuovo invito alle forze politiche ad operare per una riforma della giustizia che non riguardi i mezzi, le condizioni di lavoro o una migliore organizzazione amministrativa, ma affronti e risolva il nodo di carattere costituzionale del non equilibrato rapporto tra giustizia e politica per salvaguardare “la stessa vita democratica”.

C’è un altro aspetto che desideriamo sottolineare. Non crediamo che solo ragioni affettive e di stima per il suo amico e collaboratore abbiano spinto Napolitano ad usare un linguaggio comunque ben indirizzato.

La circostanza concomitante della prevista partecipazione del Capo dello Stato al convegno della Luiss e la pubblicazione di “nuove carte” di possibile provenienza della stessa fonte che operò un gravissimo conflitto di attribuzioni, non può essere sfuggito alla capacità di lettura da parte di colui che fu un abile e attento leader politico, nei tempi nei quali la classe politica era in grado di analizzare e interpretare fatti e parole.

Napolitano, a suo tempo, ha saputo con fermezza respingere insidiose e destabilizzanti manovre. Questa capacità di tenuta può far ben sperare in quello che da parte sua può essere compiuto per una corretta azione “ridistanziatrice”.

Pietro Giubilo
05/09/2013 [stampa]
Questo PD un po' stalinista
Forse ha ragione Piero Sansonetti quando sostiene che il Pd mantiene una sua forma di stalinismo, anche se, paradossalmente , nei contenuti politici “la sinistra è di destra” .

Non avendo mai ancora espresso con chiarezza la sua idea di partito e di programma politico, Matteo Renzi, assiste, sostenuto dai sondaggi, ad una crescita di consensi , ultimo quella dell’ex margheritino Franceschini.

Non si spiega questa adesione con la tesi un po’ antropologica sull’italiano che va in soccorso del vincitore, anche perché, ancora, il sindaco di Firenze non ha vinto nulla.

Né appare rilevante il passaggio di taluni recenti e giovani dirigenti allevati e promossi da Bersani che ormai fanno la fila davanti alla sua porta. Anche questa tendenza al tradimento rientrerebbe in una semplicistica visione un po’ troppo “genetica”.

Poiché i sondaggi lo danno avanti a tutti, in caso di elezioni , l’unica ragione che spinge a ingrossare le sue file , è , senz’altro la possibilità che attraverso la sua candidatura il Pd possa vincere le elezioni e ritornare al potere.

Il brillante direttore di Calabria Ora così definisce quella che lui chiama “la svolta a destra della sinistra”:“la sinistra italiana … immagina la lotta politica moderna non più come una contrapposizione di idee, ma solo come una competizione di potere”; e prosegue: “ la sostanza vera dello stalinismo è ritenere che la conquista del potere venga prima delle idee, sia anzi la condizione delle idee: perché la conquista del potere è l’unica garanzia per poterle realizzare” ( Piero Sansonetti La sinistra è di destra, Milano 2013 , pag 129 ) .

Renzi rappresenta appunto questa possibilità che, quindi, appare sufficiente ad attrarre consensi, a prescindere da un vero chiarimento politico interno. Non a caso queste adesioni giungono da correnti opposte : i dalemiani e i cattolici democratici.

Tuttavia oltre a quella che appare una concentrazione politica volta alla conquista elettorale e di potere, il PD vede una mutazione genetica, poiché emerge , dal lato del ruolo di governo e in quello di partito una classe dirigente che non deriva e non appartiene alla sua tradizione politica.

Anche questo , però, non sorprende: quando il PCI abbandonò il suo programma sociale e si orientò sulla questione morale, quando , con ferocia disumana, abbattè il suo “nemico” storico , cioè Craxi e il socialismo democratico , non ebbe una vittoria, ma iniziò il suo cammino verso l’annientamento.

Questo spiega anche – e lo rileva ancora Sansonetti – perché ciò che resta della sinistra è ancorata al giustizialismo: “La nuova sinistra giustizialista per esistere ed esprimere potere ha bisogno del sostegno della magistratura, o più precisamente dei suoi settori più fondamentalisti e intransigenti”( ibidem, pag 204 ) .

Questa alleanza, che Renzi si guarda bene dal mettere in discussione, perché è solo la magistratura che dimostra di poter abbattere il “nemico” Berlusconi e, appunto ”lo stalinismo vive solo in presenza di un nemico” , tuttavia, dipinge i tratti di un complessivo indirizzo autoritario, al quale contribuisce una sinistra che ha perduto ogni connotato politico .

Pietro Giubilo
23/07/2013 [stampa]
Casini: perdere e' umano, perseverare e' diabolico
Pierferdinando Casini riappare sulla scena politica.

La sconfitta elettorale di febbraio che ha portato l’UDC all’ 1,7 per cento è di quelle che sotterrano definitivamente una forza politica.

Non solo, la stessa condizione politica che è emersa da allora ha tagliato fuori il partito di Casini: il PD ha perso voti , ma – in coalizione con SEL – ha ottenuto di essere la prima forza politica; il PDL pur lasciando sul campo tanti voti ha costretto la sinistra a patteggiare; come terza forza si è affermato il Movimento 5 Stelle; nel centro è largamente determinante Scelta Civica di Monti che si appresta a diventare partito autonomo relegando Casini ad essere ininfluente.

La storia è nota: Casini dopo aver a lungo logorato la coalizione di centro destra della quale pur faceva parte , rifiutò una alleanza stabile con Berlusconi nel 2008 ed esercitò, per difendere la sua “autonomia”, alleanze variabili a sinistra come a destra.

L’ambizione era quella di scrollare l’albero PDL , imbrigliare tatticamente il PD per porre fine al bipolarismo e ritornare ad una politica di alleanze nelle quali il centro sarebbe diventato il perno degli accordi politici.

Più volte Casini preparò il canestro, cioè il contenitore, per i frutti che gli dovevano cadere dall’albero-PDL e, in parte, PD; propose la Costituente di Centro, il Partito della Nazione, ma ,in verità, i frutti li raccolsero altri … addirittura lo stesso Monti.

Come se niente sia successo, Casini oggi ripete lo stesso discorso : dichiara che è finito il bipolarismo, propone la creazione del Partito Popolare Europeo, ma rifiuta di andare da Berlusconi “ con il cappello in mano” e difende la sua “ autonomia e dignità politica”.

Dalle parole di Casini abbiamo una prima netta sensazione: ripropone lo stesso discorso di sempre, non per coerenza – essere coerenti nella sconfitta significa essere ottusi – ma per perpetrare la cerchia dirigente del suo Partito: da Buttiglione ad Adornato, da Cesa a De Poli, da Galletti a Libè e così via, Rao si è perso per strada … . Non si è mai vista , nella storia politica italiana, una classe dirigente che subisca una sconfitta così evidente e che tenti, con iattanza, di continuare, impunemente, a dirigere un partito che è arrivato al capolinea.

Solo l’eliminazione della classe dirigente della Balena Bianca ha potuto consentire l’emergere di personaggi che avevano svolto malamente la loro esperienza in quello che era diventato negli anni ’80 il pasticcio del movimento giovanile della DC, senza lasciare alcun segno culturale e politico. Negli anni ’50 i giovani democristiani pubblicarono riviste importanti alle quali collaborarono le menti più vivaci di quegli anni ( Felice Balbo, Gianni Baget Bozzo, Baldo Scassellati, Claudio Leonardi, Augusto Del Noce ed altri ) .

Nessuna vivacità intellettuale, molta presunzione ed ostinatezza negli errori politici. Queste sono le caratteristiche dei giovani d.c. del tempo di Casini. Venendo ad oggi, lo sbaglio di Casini è ritenere che il bipolarismo sia finito.

La condizione politica maturata per volontà di Napolitano – la cui riconferma la si deve soprattutto a Berlusconi – è quella di un accordo tra i due principali partiti che pur essendo alternativi, ma di fronte alla condizione del Paese, hanno costruito un accordo politico e programmatico che, pena una crisi catastrofica dell’Italia, deve durare il tempo necessario per avviare la ripresa economica e, soprattutto, per cambiare la Costituzione e realizzare un modello istituzionale bipolare, cioè un semipresidenzialismo o un cancellierato sui quali la parte più responsabile del PD è ormai d’accordo.

Le isteriche e melense litanie di Casini non le ascolta più nessuno. ” Abbiamo avuto ragione, ma abbiamo perso” afferma, oggi, pateticamente , per salvarsi. Se si osservano con attenzione le mosse di Napolitano – di oggettiva lucidità politica – si notano tre significativi prese di posizione : la dichiarazione di ininfluenza di Monti, quando il professore ha chiesto una ”verifica”, il rimprovero alle posizioni renziane di contestazione a Letta e la difesa della stabilità compresa la essenzialità del PDL nel governo. Tutto ciò significa che Napolitano ritiene che la stabilità politica derivi da un accordo tra i due partiti: PD e PDL, senza alternative. Ed anche questo è bipolarismo.

In questo quadro politico serio e responsabile Casini non c’è neppure come comprimario ed è veramente ridicolo ascoltarlo porre condizioni e veti per una aggregazione politica sul modello PPE intorno all’UDC. Casini ripete il suo ritornello, mentre ha dimostrato che non ha saputo neppure mantenere una aggregazione con Scelta Civica.

Il modello PPE , che è una cosa seria e importante, risponde innanzitutto alla logica del bipolarismo europeo ed è formato, soprattutto, da partiti con larghi consensi e non da minuscole forze politiche personali.

La politica non appartiene ai saltimbanchi, ma a chi ha capacità di ragionamento e di costruzione di un quadro possibile e adatto alla condizione del momento. P. G.
07/05/2013 [stampa]
Il grande dilemma del governo Letta
Sul governo Letta - che viene definito di grande coalizione o, addirittura “governassimo” - , si agitano differenti interpretazioni o valutazioni.

Da parte di alcuni si fa riferimento ad un accordo o compromesso, magari ricollegandolo a quello che venne definito come l’incontro tra Berlinguer e Moro, cioè all’ultimo tentativo della cosiddetta prima repubblica di giungere a rendere compiuto il disegno di un allargamento delle istituzioni politiche che comprendesse anche il PCI.

Moro, in fondo, era stato il maggiore interprete di quella tendenza della politica italiana che , dopo il centrismo, cioè la collaborazione dei partiti in funzione di alternativa alla sinistra, avviò la collaborazione con PSI, inaugurando la stagione del centrosinistra.

Moro andò oltre e, anche per la situazione determinata dal terrorismo, si adoperò per realizzare i governi di solidarietà democratica coinvolgendo il PCI.

Con tali riferimenti storico politici si interpreta il governo Letta come il recupero di quello spirito, mantenendo il sistema incentrato sul Parlamento e con meccanismi elettorali non bipolari.

Un’altra interpretazione è quella che vede nella nascita di questo governo una fase transitoria nella quale si debbano compiere le azioni necessarie a favorire una ripresa economica del Paese, e , soprattutto , si discutono e si approvano le riforme costituzionali finalizzate ad un sistema presidenziale nel quale la legittimazione del governo non provenga unicamente dai partiti, ormai non più adeguati sotto il profilo della capacità di rappresentanza, ma dagli stessi elettori che decidono la coalizione vincente ed il Presidente .

Di fronte a questa possibilità che, tra l’altro, secondo recentissimi sondaggi, appare condivisa da circa il 60 per cento degli italiani e che vede lo stesso Bersani aprire al “semipresidenzialismo”, già, da parte dei conservatori della sinistra , vede costituirsi i “comitati per la difesa della costituzione” per contrastare l’idea della realizzazione di una “Convenzione per le riforme” da affidare a coloro che più spingono per il cambiamento della Costituzione, cioè il centrodestra.

In fondo è questo il vero dilemma che è di fronte a Enrico Letta ed alle forze politiche.

Sulle formule per la ripresa economica, poiché richiedono una modifica delle politiche finanziarie europee ed una possibilità di iniettare liquidità nel sistema, non vi sono grandi differenziazioni tra le forze politiche . Sono, tutte o quasi, convinte che occorre limitare la politica del rigore e abbassare il livello della tassazione a partire dall’IMU e dalle tasse sul lavoro, che occorre una revisione della spesa pubblica non in termini lineari ,ma cha affronti le aree dello spreco e dell’inefficienza e che si valorizzi il patrimonio pubblico ai fini della riduzione del debito.

Le differenze più profonde sono riferibili alle diverse concezioni del sistema politico, tra chi ,glorificando “l’intreccio tra DC e PCI “, difende la Costituzione e concede solo riforme minimali e chi, invece, ritiene che gli stessi interventi per il risanamento economico debbano avere dietro una capacità di decisione, di chiarezza e di stabilità che possono essere garantiti solo da un sistema politico presidenziale.

Oltre che la sopravvivenza del governo Letta, la mancata attuazione delle riforme costituzionali nel senso indicato, e ormai condiviso dalla maggioranza del popolo italiano, può mettere in discussione la stessa sopravvivenza dell’Italia.
04/04/2013 [stampa]
Il fallimento di Monti e la necessita' di ricostruire la politica
“Il tecnocrate Mario Monti” così lo definisce Le Monde Economique il 25 marzo, “è politicamente morto per l’Europa”. “La sua decisione alla fine del 2012 di ‘salire’ in politica” continua Philippe Ridet sul quotidiano francese “è finita con un fiasco”. L’aura di prestigioso professore di economia messa in discussione da alcuni autorevoli colleghi accademici, la stima dei mercati così lungamente sottolineata dal provincialismo dei giornali italiani, da definizione di salvatore dell’Italia e dell’Europa come ebbe a definirlo una parte della stampa internazionale salvo ricredersi, non sono bastate a salvarlo da un percorso ed un esito fallimentare. Parole di vetro andate in frantumi.

Giulio Sapelli già a febbraio del 2012 aveva scritto un gustoso libricino intitolato “L’inverno di Monti” che concludeva con una profetica citazione del poeta inglese T.S.Eliot: “ O buio buio buio. Tutti vanno nel buio. Nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto. I capitani d’industria, gli uomini d’affari ,gli emeriti letterati. I generosi patroni delle arti, gli uomini di stato e i governanti. Gli esimi funzionari, i presidenti di molti comitati. I capitani d’industria e i piccoli imprenditori, tutti vanno nel buio. … “.

Mario Monti,inopinatamente nominato senatore a vita,è riuscito nel non facile risultato di scontentare e deludere tutti. Innanzitutto lo stesso Presidente Napolitano che , invano,aveva tentato di convincerlo a rimanere distante dall’impegno partitico ed elettorale; il Cardinale Bagnasco che dopo averlo sostenuto anche con una grande disponibilità del quotidiano l’Avvenire,si è dovuto ricredere amaramente dichiarandolo solo riservatamente ; le due forze politiche “centriste” ( UDC e FLI ) uscite esangui dall’abbraccio con il professore ed oggi guardate con sufficienza dai “pretoriani” del professor Riccardi; PD e PDL pesantemente criticate da una campagna elettorale acida e spocchiosa nonostante lo avessero sostenuto con decine e decine di voti di fiducia.

E, soprattutto,Monti ha deluso anche quei pochi italiani che avevano riposto nel premier la loro fiducia.

Anche alcuni recenti articoli del Financial Time lo avevano maltrattato, criticando soprattutto la sua politica di sola austerità.

Non c’è dubbio che l’articolo del Monde è la pugnalata finale.

Questa vicenda , oltretutto, è assai emblematica di una condizione di crisi di un sistema politico che investe ormai non solo la condizione democratica dell’Italia, ma il suo sistema di relazioni strategiche.

Al lungo elenco dei risultati negativi per l’economia del Paese, si è poi aggiunto il drammatico fallimento della vicenda dei due Marò, prima lasciati approdare in territorio indiano, quindi fatti arrivare per partecipare alle elezioni, poi stabilito che restassero in Italia ed, alla fine, rispediti, dietro ricatto diplomatico ed economico, a New Delhy.

Questa incredibile pantomima ha fatto emergere la realtà di un governo presentato come autorevole sulla scena internazionale ed invece capace di impantanarsi in situazioni che ne mostrano un bassissimo profilo diplomatico.

Cosa si può trarre come insegnamento più generale, per il nostro sistema politico, da questa vicenda ?

Il ricorso alla soluzione tecnocratica e ad un assetto élitario delle istituzioni democratiche non risolvono i problemi che la politica ha il dovere di affrontare.

Il fallimento di Monti dimostra che oltre ad una crisi di classi politiche ,nel nostro Paese, abbiamo anche una crisi del personale accademico, burocratico e tecnico. Non vogliamo qui ricordare i gravissimi errori comportamentali ed amministrativi di altri ministri del governo Monti .

Da un lato occorre avere la consapevolezza che è necessario ricostruire i canali della formazione politica , cioè i partiti, possibilmente alimentati da un humus formato da un associazionismo e da un fermento culturale che sembrano scomparsi , rispetto ad una tradizione importante presente addirittura in tutta la prima metà del ‘900, radicata nella storia italiana e aperta alle sfide di oggi.

Richiamare alla responsabilità ceti medi e borghesia produttiva, invitandoli ad abbandonare la deriva qualunquista e protestataria anche se giustificata dagli errori dei politici, per ricollocarsi in un orizzonte di sostegno all’ interesse nazionale e di crescita del Paese.

Riformare a fondo l’intelaiatura del sistema istituzionale che, per la debolezza della struttura governativa e per la fragilità parlamentare, sta provocando una confusione di ruoli tra i poteri e le funzioni dello stato e, soprattutto, ormai, l’ingovernabilità dell’Italia.

La prova di questo è nella dimostrata impossibilità del Parlamento di esprimere una maggioranza e nella nomina alla seconda carica dello Stato di un ex magistrato.

In sintesi, il fallimento di Monti dimostra che occorre ricostruire la politica: non ci sono e non ci possono essere deviazioni o scorciatoie.

di Pietro Giubilo
07/02/2013 [stampa]
Crocetta In Sicilia Blocca Il Radar Nato
Relegata in diciassettesima pagina del Corriere della Sera di mercoledì 6 febbraio la notizia è, invece, assai significativa.

Il neo presidente della Regione Rosario Crocetta ha revocato il parere positivo circa l’autorizzazione a costruire una sofisticata apparecchiatura radar nei pressi di Sigonella per telecomunicazioni satellitari ad altissima frequenza .

Ora, a parte, l’aspetto legato agli impegni militari provenienti dalla nostra collocazione nella NATO, la cui inosservanza ci renderebbe alquanto ridicoli rispetto alla credibilità circa il ruolo del nostro paese nel sistema di difesa militare occidentale, si evidenzia un dato politico che riguarda la governabilità e i rapporti tra le forze politiche.

L’”autorevole” quotidiano espone la tesi, assai credibile, che Crocetta, a parte alcune sue convinzioni ambientaliste, si sia deciso a revocare l’ok non solo per il peso che il partito di Grillo ha nel parlamento siciliano , compresa la presidenza della commissione ambiente, ma, soprattutto, perché, in vista dell’approvazione del bilancio, non avendo il presidente una maggioranza, deve ricorrere ad apporti di voti che dovrebbero poter arrivare dal movimento 5 stelle, collegato stabilmente con i movimenti di protesta ambientalista e pacifista.

Il laboratorio siciliano dimostra in modo assai convincente che l’insieme tra UDC, PD ed affini non è in grado di governare ed è costretto a vendere le nostre posizioni e i relativi obblighi militari di carattere internazionale per giungere alla costruzione di una maggioranza per poter presentare un bilancio di previsione approvabile dall’assemblea.

Si parla ad ogni piè sospinto della non credibilità di Berlusconi a livello europeo per vicende collegate alla sua vita privata e non si dice nulla su formule di alleanza che ci portano a disattendere importantissimi obblighi sull’ossatura militare dell’occidente.

Questa vicenda , oltretutto, è assai emblematica di una condizione di crisi di un sistema politico che investe ormai non solo la condizione democratica dell’Italia, ma il suo sistema di relazioni strategiche.
09/01/2013 [stampa]
In un editoriale del Corriere bocciate le proposte del Professore
Troppo Stato nell'agenda Monti
Fissata la data elle elezioni generali e regionali in Lombardia, Lazio e Molise ( 24-25 febbraio) le forze politiche sono entrate in campagna elettorale. Si susseguono dossier, programmi,agende. Tante le analisi, poche le indicazioni sui provvedimenti che dovrebbero essere realizzati a partire dalla riduzione del debito pubblico. Si può invertire il percorso dell’economia che ha portato l’Italia alla recessione? C’è un’equazione del benessere?

La “ cura Monti”, martella Silvio Berlusconi in tutte le trasmissioni tv in cui può andare prima che scatta la par condicio, è stata “ assolutamente sbagliata”. E questo perché tutti gli indicatori fondamentali dell’economia registrano segni negativi. Quella dell’ex premier è, comunque, una valutazione di parte.

Ha destato, invece, qualche sorpresa l’editoriale dei professori Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere della sera, non certo ostile al presidente del Consiglio dimissionario. I due editorialisti intervengono sull’agenda Monti bocciandola. Non per le singole parti. Ma per la filosofia di fondo che vi intravedono: troppo Stato in quell’agenda. Il ragionamento è semplice. Per diminuire in modo significativo il debito pubblico italiano e quindi ridurre la rilevante pressione fiscale occorre ridurre lo spazio che lo Stato occupa nella società. I due professori precisano che occorra in futuro spostare il confine tra attività svolte dallo Stato e quelle dei privati. L’era dello Stato imprenditore è finita. L’Iri non c’è più. Eppure di tanto in tanto riemergono concezioni stataliste. Nel 2012 il governo ha tagliato 12 miliardi di euro, altri 12 sono previsti per il 2013 nella legge di stabilità ( ex finanziaria).

Non è razionalizzando la spesa ( spending review) che si possono risolvere i problemi della spesa pubblica che per riportarla agli anni Settanta ( quando la pressione fiscale era al 33% mentre oggi è al 53,2) si dovrebbero eliminare spese per 224 miliardi di euro.

Nell’agenda Monti non si parla di ridurre lo spazio che occupa lo Stato. Anzi avviene il contrario come per la Snam trasferita alla Cassa depositi e prestiti di cui lo Stato detiene il 70%. Per risanare l’Alitalia si parla di un intervento delle Ferrovie dello Stato , cioè un ritorno alla nazionalizzazione della compagnia aerea. Anche per la sanità si dovrebbe spostare il confine tra Stato e privati e prendere esempio dai centri privati di eccellenza.

Un altro campo è quello delle Università. La maggioranza sono pubbliche ma funzionano male, sono finanziate da tutti i contribuenti ma frequentate solo dai più ricchi. Si dovrebbe studiare, invece, un sistema di finanziamento diverso, adottare corsi che portino alla laurea e non a lasciare i giovani parcheggiati, tanto c’è papà e mamma che pensano a loro fino a 40 anni.

Agenda bocciata anche per la parte riguardante il lavoro delle donne.

I due professori concludono “ a noi pare che il programma Monti sia troppo Stato-centrico e non punti abbastanza al ridimensionamento dell’intervento pubblico. Con un debito al 126% e una pressione fiscale tra le più alte al mondo non c’è da illudersi che sia sufficiente riqualificare la spesa”.
05/12/2012 [stampa]
Il ritorno a sinistra delle ACLI di Olivero
Il “giovane” Andrea Olivero, presidente delle ACLI, getta la maschera e riscopre il “vecchio” modulo politico che, enormemente più dignitosamente, fu di Dossetti: l’intreccio tra progressismo cattolico e sinistra, in questo caso postcomunista e vendoliana.

Dossetti interloquiva anche tramite La Pira con Togliatti, convincendolo, peraltro, alla Costituente ad approvare i patti lateranensi; oggi i cattolici progressisti si vogliono accordare con Bersani e Vendola per partecipare al governo, prima che la sinistra vinca da sola.

La scelta di poter “fare un accordo con i democratici prima di andare al voto” si dovrebbe fare secondo Olivero “quando ci saranno precise indicazioni politiche da parte di Bersani e della sua coalizione”.

L’ossequio del giovane Olivero verso i post PCI è davvero totale e la parola d’ordine è “attendere ordini dal vincitore Bersani”.

Il potere esercita sempre il suo fascino sui volonterosi.

Questi cattolici progressisti nei giorni scorsi avevano tremato : la possibilità di una vittoria di Renzi e della sua cultura liberista , li aveva preoccupati e c’è da credere che in molti saranno andati alle primarie per sostenere il segretario del PD e non a caso tutta la sinistra post democristiana si era immolata su Bersani, dimostrando la sua totale insussistenza politica e culturale dentro i “ democratici”.

Comunque la strada del giovane Olivero è tutta in salita. Non crediamo che Montezemolo abbia messo in campo tutto il circo mediatico del suo movimento per ritagliarsi uno strapuntino nel caravan di Bersani.

E poi, quanta parte del modo cattolico rappresentano le ACLI ?

E’ noto che l’indirizzo politico del cattolicesimo “ufficiale” e che ha ispirato gli incontri di Todi non è quello di un sinistra centro nel quale i cattolici farebbero le mosche cocchiere, ma una ipotesi di accordo federativo tra le forze di centro-destra a guida Monti che presenti anche le implicazioni politiche dei valori “non negoziabili”.

Sono due strategie completamente differenti .

E poi, ancora, se la necessità di dover continuare, anche dopo le elezioni politiche, una politica governativa di rigore nella spesa pubblica e di indirizzo di risorse per la ripresa che indurrebbe “sacrifici” e, di conseguenza, la necessità di un governo a forte base parlamentare , solo l’accordo tra due formazioni politiche di pari consenso potrebbe creare una condizione di stabilità.

Si tratterebbe di agire per una linea politica “aggregativa” nell’ambito del centro-destra e non trincerarsi in una esigua ridotta centrista di scarsissimo appeal elettorale .

Ma non è la strada che gli Olivero o i Casini posseggono nel loro dna politico.
19/11/2012 [stampa]
Primarie e giochi tattici mentre il Paese affonda
Le primarie del PD sembrano concentrare larga parte del confronto politico.

Tuttavia il Paese reale si pone con distacco verso un confronto tutto interno alla coalizione di sinistra , mentre i cittadini vengono assaliti dai gravi problemi che la recessione strutturale sta aggravando , senza vedere significative via di uscita.

Anche questo metodo di selezione dei candidati non è in grado di parlare alla gente nel senso che l’argomento di differenziazione tra gli stessi candidati riguarda la questione delle alleanze possibili, altro tema senza spazio tra gli elettori preoccupati da ben altro.

Una analisi del senso complessivo di queste primarie deve andare oltre lo scambio di battute e di attacchi tra i candidati.

Innanzitutto si può ritenere che Bersani rappresenti l’ultimo tentativo di un partito che punti ad una leadership che si ponga come sintesi tra i post comunisti e i post cattolici democratici.

Le componenti di sostegno ( CGIL – Quadri regionali istituzionali e di partito – associazionismo cattolico democratico ) risultano sostanzialmente le stesse del tempo dell’ispirazione e del disegno dossettiani.

Questa parte di classe dirigente, passata indenne dalla prima alla seconda repubblica, ripropone, poi, dopo quasi venti anni, il tentativo di una vittoria della sinistra ( si chiamano progressisti ): allora dopo la fine dei partiti di governo e l’eliminazione del “nemico” Craxi, oggi dopo la messa in crisi dei partiti di centrodestra e l’eliminazione del “nemico” Berlusconi.

La cultura liberale e socialdemocratica non ha potuto incidere nella “corazza” integralista di questo nucleo “duro” che, grazie all’egemonia sulla struttura politica della sinistra, ritiene di poter vincere alle primarie e tentare la vittoria politica, con ogni mezzo, compreso un “elevato” premio elettorale.

Renzi, più o meno consapevolmente, rappresenta il tentativo più importante dopo quello craxiano, eliminato sul punto di conseguire la vittoria, di sciogliere il moloc dell’intreccio “cattocomunista” e, attraverso la diffusione di una pur superficiale cultura liberale, aprire il PD al vento del cambiamento.

La sconfitta di Bersani rappresenterebbe lo sprigionarsi delle forze dissolutive delle sinistre ( post comuniste e post cattolico democratiche ), ma anche la sua vittoria , soprattutto se Renzi dovesse conseguire un risultato importante , difficilmente potrebbe arrestare un “movimento di liberazione” che terremoterebbe la sinistra.

Solo una affermazione , abbastanza ipotizzabile , di Bersani anche alle elezioni politiche potrebbe inoculare degli antidoti di potere per contrastare il sisma liberista dentro il PD.

Quali linee poltiche si confrontano con quanto sta accadendo dentro il PD ?

Casini tra Bersani e Renzi sceglie come possibile alleato Bersani e , giustamente viene ripagato della stessa moneta dal sindaco di Firenze.

Berlusconi invece preferirebbe una vittoria di Renzi proprio perché intuisce gli effetti disgregatori che si andrebbero a verificare , indebolendo il nucleo integralista della sinistra.

Berlusconi sa anche che il tempo di Renzi non è ancora maturo e allora la sua preoccupazione di una possibile vittoria delle sinistre, guidate da Bersani, comporterebbe la conseguente necessità di realizzare un rassemblement di tutto ciò che è alternativo alla sinistra che sappia competere e impedire questa prospettiva.

Questa intuizione si scontra con il gioco tattico di Casini che preferirebbe consentire una vittoria di Bersani e delle sinistre alle elezioni,con relativo premio di maggioranza al primo partito ( PD ? ) per poi, attraverso l’altro aspetto della legge elettorale che fa scegliere le alleanze e il governo dopo il risultato elettorale, tentare un “abbraccio “, secondo lui, condizionante.

La lista per l’Italia di Casini esclude Berlusconi, ex AN e Lega e vorrebbe inglobare componenti tutte da verificare nella loro portata di consensi ( Montezemolo – cattolici di Todi – ex forzisti disponibili ). Questo ambito di moderati si dovrebbe incontrare con i progressisti per un governo di larghe intese sull’agenda Monti.

Quello che colpisce nella fragilità di questo gioco tattico è la differenza di peso politico ed elettorale tra la sinistra e questa componente , ma , soprattutto, l’esiguità di una possibile maggioranza che , anche con i premi si aggirerebbe intorno al 50 per cento.

Ma come si potrebbe governare il Paese in un 2013 ancora in recessione e con tutti i conseguenti effetti sociali con, nella migliore delle ipotesi, questa maggioranza, che, peraltro, avrebbe al suo interno forti contraddizioni , in un Parlamento nel quale il secondo partito potrebbe essere il Movimento Cinque Stelle ?

E, poi, quanto inciderà sugli elettori la prospettiva di un sistema elettorale nel quale essi non scelgono chi governerà ed, anzi, lo stesso risultato elettorale sarà indifferente rispetto alla scelta già stabilità, di un governo con l’agenda Monti?

Potrebbe ampliarsi l’area dei cittadini indifferenti al voto, cioè l’astensionismo, mentre avrebbero assai più motivazioni quelli che indirizzerebbero il loro voto verso la protesta.

Ci sembra di vivere le cronache di un declino politico che lascia sempre più indifferenti i cittadini che si trovano di fronte a primarie e giochi tattici, mentre le loro condizioni sono ogni giorno rese più difficili da un governo che non riesce a far uscire il Paese dalla recessione.

Per battere i rischi di una dilagante protesta e di istituzioni ingovernabili occorrerebbero idee, progetti, speranze ed il pieno recupero della consapevolezza dei ceti centrali di una riscossa politica, istituzionale e ideale della Nazione italiana e della sua missione in Europa.
08/11/2012 [stampa]
Contro Fini una contestazione morale
La assai irrituale contestazione al Presidente della Camera che si è avuta ai funerali di Pino Rauti è stata oggetto di considerazioni banalmente conformistiche, in quanto si è detto che essa è stata il frutto del riemergere del nostalgismo e qualcuno ha anche protestato in quanto si sarebbero dovute identificare le persone che avevano salutato con il braccio alzato per, eventualmente, denunciarle per apologia di fascismo.

Ma siamo alle solite “letture”, anche un po’ a tutela del leader FLI.

Non vi è dubbio, invece, che Gianfranco Fini, andando a presenziare al funerale dell’ex segretario del MSI, abbia messo nel conto la possibile rivolta dei presenti come annunciato dall’on. Storace.

Non si è trattato di un atto di coraggio sospinto dal desiderio di rendere omaggio ad un avversario politico, come ha pensato donna Assunta Almirante, poiché, come ha sottolineato, di coraggio Fini non ne ha mai dimostrato.

E’ stato invece un gesto cinicamente preordinato a provocare la contestazione e gli insulti, al solo scopo di dimostrare la sua rottura definitiva con il mondo politico ed umano che lo aveva accompagnato nella sua carriera.

Ma questa astuta finalità politica che, nelle intenzioni , lo avrebbe dovuto aiutare a riproporsi, magari in alleanza con uno schieramento di sinistra, visto peraltro che, ormai, anche quella parte lo ha “mollato” ( vedi le rivelazioni dell’Espresso sulla casa di Montecarlo ), non servirà allo scopo prefissato.

Anche perché, in effetti, il personaggio non ha subito una contestazione politica , né tantomeno ideologica, ma una riprovazione morale per la vicenda di Montecarlo che, di fronte alle ultime rivelazioni, ha tentato di ridurla ad una vicenda dei suoi familiari, senza chiarire chi abbia offerto loro tale opportunità.

Ma tant’è : ai funerali di colui che Giuseppe Parlato definisce “l’ultimo fascista” non poteva certamente essere gradito un personaggio che, direttamente o indirettamente, aveva violato il patto morale che aveva spinto un nobildonna idealista a consegnare ad una forza politica, per la “giusta causa”, un bene importante, sottraendolo al suo stesso ambito familiare.

( P.G. )
06/11/2012 [stampa]
In memoria di Pino Rauti
Pino Rauti, fu protagonista di voli suggeriti dall'intrepidezza pensante e di cadute causate dal desiderio di occupare lo spazio dell'avanguardia esausta e proibita.

Alimentata dall'opinione dell'ultimo Mussolini, secondo cui il fascismo non aveva distrutto ma purificato il socialismo, Rauti aveva condiviso le ragioni della rivolta globale contro il capitalismo.

D'altra parte Rauti aveva aggiornato le pagine della Rivolta contro il mondo moderno, nelle quali Julius Evola narrava la decrepitezza della plutocrazia neo babilonese, ruspante in America.

Affascinato dalla profezia annunciante la virtuosa povertà dei futuri aristocratici e il benessere dei lavoratori aveva concepito un audace progetto tradizional-progressista.

Alla rischiosa escursione nel campo delle sintesi sembra alludere il nome gramsciano, Ordine nuovo, attribuito alla sua rivista, che fu cassa di risonanza dell'estremismo antimoderno.

La sconfitta di Rauti ha il nome del fragile ponte, che, segretario del Msi a tempo scaduto, gettò tra gli ultimi sogni del passato fascista e il declinante futuro del socialismo, ormai indirizzata alla metamorfosi francofortese.

Il tradizional-modernismo di Rauti era tuttavia sostenuto da un'erudizione ingente e animato da una scrittura tanto facile quanto rapinosa.

Riassunto spigoloso delle diverse e contraddittorie aspirazioni nutrite dalla corrente missina dei figli del sole, il progetto di Rauti destò una vasta eco negli ambienti giovanili, insoddisfatti e delusi dal tran-tran missino.

La dignità del disegno rautiano è dimostrato dall'accanimento persecutorio indirizzato contro di lui dai poteri dello stato e dagli organi della disinformazione marxista.

Primo Siena
23/10/2012 [stampa]
Chiusi i duelli tv. Si vota il 6 Novembre per il presidente
Crisi, pensioni, sanita'
Incognite del voto USA
Chiusi i giochi televisivi, la partita per l’elezione del Presidente degli Usa è ancora aperta. Fino a qualche mese fa la riconferma del giovane Barak Obama era data con percentuali molto alte. Il repubblicano Mitt Romney si è dimostrato, invece, un avversario combattente, preparato sui temi economici e in politica interna. Si è comportato in maniera convincente nei dibattiti televisivi. Secondo i sondaggi, che negli Usa contano anche per la loro autorevolezza, Mitt ha vinto il primo confronto, perso di poco o quasi pareggiato il secondo, ha lasciato qualche punto in politica estera al più esperto Obama nel terzo mentre il faccia a faccia tra i candidati vice Biden e Ryan ha visto prevalere leggermente la vecchia volpe della politica democratica. A due settimane dal voto la battaglia si sta giocando sul quel pugno di incerti ( meno del 10 %) che decideranno quale dei due candidati votare all’ultimo momento. I duelli Tv ( seguiti ciascuno da una media di 70 milioni di americani) forse non sono stati determinanti nella scelta tra i due ma l’opinione pubblica Usa è stata messa in condizione di valutare e pesare i due leader del Partito democratico ( Asinello) e del Partito Repubblicano( Elefante).

Obama ha descritto Romney come il candidato dei ricchi. Il repubblicano ha ripetuto che gli ultimi 4 anni sono stati un fallimento sul piano sociale ( aumento della disoccupazione, economia stagnante) e in politica estera ( crisi libica, Iran, Afganistan, presenza di Al Qaeda in Africa). In tv, tuttavia, Obama dopo il primo sbandamento ha recuperato la grinta di un tempo , ha mobilitato la base. Romney è sembrato all’altezza del compito, più deciso su tasse e pensioni.

Prima del voto ancora comizi, spot televisivi, accese polemiche a distanza. Secondo gli “ statistici” Obama sarebbe in vantaggio in ordine ai voti dei grandi elettori ( 237 contro 181). Per vincere nel complesso sistema elettorale statunitense ce ne vogliono 270. Siamo, comunque, distanti anni luce dalle contorte, complicate norme italiane elettorali che sembrano fatte per consolidare la convinzione che dalle competizioni elettorali nessuno ha perso.

Negli Usa no. Il 6 novembre si chiude. Si sa chi è il presidente, chi il vice, chi ha vinto al Congresso tra il partito democratico e quello repubblicano. Ogni due anni si rinnova la metà del Congresso ( 435 membri in totale) e ogni sei i Senatori che sono 100 per 313 milioni di abitanti).

Usa alle urne con il peso della crisi. Tre i fenomeni principali degli ultimi 4 anni: una riduzione del reddito medio ( diminuito del 6% a 53 mila dollari), una riduzione dell’indebitamento ( era balzato prima dal 90 al 130% del reddito disponibile, ora ridotto al 1105), una ripresa del risparmio ma più disparità sociali ( 4 famiglie su 5 indebitate e che abitano in case che valgono il 40% in meno di quando le hanno comperate). Peserà anche la decisione della Corte Suprema che ha salvato la riforma sanitaria voluta da Obama che dovrebbe costare a regime 2.600 miliardi di dollari, 500 circa dall’aumento delle tasse. Una legge che non garantisce l’assistenza medica a tutti gli americani. In realtà entro una data tutti i cittadini privi di assistenza saranno obbligati( prima era soltanto facoltativa) a contrarre una polizza con una compagnia d’assicurazione che dovranno accettare anche coloro che hanno malattie pregresse e che rappresentano un rischio maggiore. L’obbligo dell’assicurazione e l’onere a carico dello Stato hanno suscitato l’opposizione dei repubblicani. Una riforma molto lontana dal sistema europeo dove è lo Stato che si prende cura della salute dei cittadini con i vari sistemi sanitari.

Tasse, socialismo e statalismo sono tre realtà difficilmente digeribili per l’opinione liberista americana. ( smen)
16/10/2012 [stampa]
Casini senza PD - Con il proporzionale risultato elettorale incerto
Già il quadro politico tra PD e UDC andava divergendo tra una linea che tendeva a mantenere un bipolarismo e un’altra volta ad affermare il multipolarismo proporzionale.

Ora i fatti più recenti vanno mostrando punti di rottura non recuperabili

Al Senato, sulla proposta di legge elettorale ( proporzionale con sbarramento – premio di maggioranza – preferenze e mini listino ), il PD si è dichiarato nettamente contrario.

Nei dibattiti televisivi, poi, gli esponenti del PD ripetono che vogliono una legge elettorale per la quale “ la sera dei risultati si conosca il vincitore”.

Il PD continua a mostrare una linea di accordo con SEL, tanto è vero che ha avviato le primarie di coalizione , un meccanismo leaderista , che ha il significato di indicare il candidato premier di una alleanza stabilita prima del voto e che, in una eventuale vittoria, deve essere nominato primo ministro.

L’intenzione di consolidare l’alleanza a sinistra è approdata pochissimi giorni fa’ anche al piano programmatico, non solo accogliendo molte critiche all’operato di Monti, ma approvando una Carta d’Intenti , presenti Bersani e Vendola, che ha gettato le basi dell’azione di governo della coalizione tra PD e SEL.

In questa occasione è stato inserito l’”inaccettabile” per l’UDC e cioè il “riconoscimento del principio espresso dalla Corte Costituzionale per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico”.

Una alleanza tra PD e UDC appare impossibile.

Il leader centrista ha fatto di tutto per convincere Bersani, oggi deve constatare il fallimento del suo disegno politico.

Al leader dei centristi rimane, se la proposta di legge elettorale verrà approvata, la carta proporzionalistica con la possibilità che, a urne chiuse e voto dichiarato, si dimostri l’inesistenza di una maggioranza di schieramento e si convincano PDL e PD a costruire una coalizione ( se numericamente sarà possibile) per sostenere un Monti bis.

Quest’ultimo disegno, tuttavia, deve fare i conti con gli elettori che, nelle prossima primavera, si recheranno ai seggi elettorali in un clima di difficoltà economiche, disoccupazione e recessione, ( è lo stesso Monti che, dismessi i panni dello scrutatore della luce in fondo al tunnel, lo dichiara ), in una condizione di assalto verso i partiti e quindi di protesta e di un meccanismo elettorale che , pur introducendo le preferenze, non consente ai votanti di esprimere una scelta sul premier, sui programmi, sulla coalizione vincente.

Si tenterà di riprodurre l’ alleanza di oggi, ma con una aggiunta di difficoltà non solo per le opposte identità delle forze politiche , ma per i differenti propositi espressi in campagna elettorale oltre che per le difficoltà del PDL a rischio scissioni , in un tempo nel quale occorreranno decisioni importanti e severe per l’Italia nell’anno nel quale si dovrebbe giungere al pareggio di Bilancio.
05/09/2012 [stampa]
La prospettiva del plebiscitarismo.
Non vi è ancora nelle stampa italiana più ”autorevole” una sufficiente consapevolezza della necessità di un corretto ripristino del ruolo della politica e dei partiti per il mantenimento della democrazia nel nostro Paese.

E’ assai rischioso continuare a comprimere l’autonomia dello stesso Parlamento rispetto al peso e all’influenza delle forze provenienti dall’esterno.

C’è l’illusione da parte di quel mondo intellettuale che gravita intorno ai “grandi interessi” che si potrà raggiungere per l’Italia una condizione di salvaguardia e di ripresa economica e sociale, solo continuando da parte loro a dettare l’agenda politica e a spaventare le rappresentanze istituzionali circa i pericoli di voler sfuggire alla logica e al peso dei mercati .

La verità e che politica e sviluppo sono inseparabili come lo sono democrazia e crescita.

Nell’osservare le vicende legate alla discussione sulla legge elettorale che, secondo i progetti in discussione, otterrebbe il solo risultato di non decidere chi governerà e vedendo le preoccupazioni che vengono costantemente diffuse circa le candidature , si ha la netta impressione che le elezioni vengono considerate un fastidioso passaggio che, qualunque sia il suo esito, dovrebbe vedere la riconferma dell’attuale formula politica .

Addirittura si palesa in modo sempre più evidente l’opportunità che i protagonisti della fase del dopo le elezioni, che verrebbero anticipate di qualche mese, siano gli stessi della attuale fase politica e cioè Mario Monti e Giorgio Napolitano.

Con il fondo del Corriere della Sera di martedì 4 settembre, Francesco Giavazzi, addirittura, auspica che “per rassicurare i mercati”, “il Presidente del Consiglio potrebbe chiedere ai partiti della sua maggioranza … di votare una risoluzione parlamentare in cui si assumono impegni precisi: ad esempio il centro destra si impegna a non cancellare l’IMU e il centro sinistra a non modificare la riforma delle pensioni”.

E’ uno esplicito invito alle forze politiche a rinunciare alla loro autonomia e specificità programmatica e, di conseguenza a omologarsi alla volontà dei mercati.

Gli elettori non si troverebbero più a scegliere tra differenti proposte politiche, ma a loro sarebbe sottoposta una piattaforma comune che avrebbe due effetti : o quello di spingerli a rinunciare a votare , o quello di invitarli, nelle difficoltà non risolte a rivolgersi verso forme, anche eversive, di protesta sulle quali riversare il loro consenso.

Che cosa resterebbe della politica, della rappresentanza e, in ultima analisi della democrazia in una condizione simile?

Tutto ciò è realmente inaccettabile.

La strada deve essere differente e cioè quella di chiedere ai partiti di presentare piattaforme programmatiche concrete nelle quali esprimere le proprie diversità di riferimento ideale e sociale da sottoporre agli elettori con la consapevolezza di offrire ricette percorribili.

E’ ovvio che il prezzo della ricostruzione politica, economica e sociale del Paese può essere diversamente pagato dalle componenti sociali e che l’interesse generale può essere perseguito in modi diversi.

Ai partiti spetta di formulare le proposte e agli elettori di scegliere. La sovranità in democrazia si esprime solo in questo modo.

Le ricette di Giavazzi e non solo le sue, hanno il sapore di una sorta di prebiscitarismo che per il politologo Gianfranco Pasquino “si produce prevalentemente dopo la conquista del potere”, e quando “gli elettori furono chiamati a sanzionare la conquista di un potere politico”.

Senza voler insistere su definizioni irriverenti, riteniamo, comunque, necessario che la politica ritorni al suo ruolo , che essa si esprima attraverso i partiti e adeguate classi dirigenti e che gli elettori ritrovino la strada della rappresentanza, rimanendo convinti che ciò può essere ottenuto con un rafforzamento istituzionale della democrazia italiana da attuarsi approvando una riforma presidenziale.
24/07/2012 [stampa]
Gianfranco Fini : dall’impermeabile al salvagente.
Gianfranco Fini solo dopo una lunga carriera partitica che va dalla cooptazione di Giorgio Almirante che lo impose come segretario del MSI, fino alla cofondazione del PDL con Silvio Berlusconi, avrebbe scoperto che può fare politica fuori dai partiti.

Il suo modo di “comandare” dentro l’MSI, che non fu morbido ma autoritario, come quando azzerò gli incarichi a seguito delle “chiacchiere da bar” dei suoi amici più vicini, si riprodusse anche nel PDL, nel quale voleva continuare a comandare quando i suoi colonnelli lo avevano abbandonato per dissenso dalle sue posizione politiche.

Ne’ il suo aplomb fu mai leggero come dovrebbe accompagnare uno fuori dai ranghi. Ci teneva sempre ad apparire come un “duro”, con impermeabile e occhiali scuri.

Ma sotto l’impermeabile non c’era niente.

Nel momento peggiore si è messo sotto la protezione della zampa del gatto Casini, ma continua a sospettare che il suo “angelo custode” , poi, decida , giustamente, come gli pare, senza tener conto del topo Fini.

Ed è inutile corrergli appresso, come sulla svolta a sinistra, magari tentando di dimostrare una sua improbabile vocazione ad accordi di questo segno.

Ora sembrerebbe disposto ad abbandonare la politica partitica per aprirsi al mare aperto della società civile e del patriottismo degli italiani ignoti alla politica.

Siamo perplessi.

Dopo otto legislature – fu eletto nel 1983 alla Camera – si appresta festeggiare nel 2013 il trentennale della sua presenza parlamentare nella nona .

Può uno che non ha saputo nuotare nelle piscine chiuse dei partiti , provare a misurarsi nel mare aperto?

Invece dell’impermeabile è bene che questa volta si metta un salvagente.
09/07/2012 [stampa]
A proposito dei tecnici , della destra e della sinistra, l’occhio storto del professor Galli della Loggia.
Nel suo articolo su “i tecnici , la destra e la sinistra” apparso sul Corriere della Sera del 4 luglio, il professor Galli della Loggia, descrivendo la politica della “destra” attuale , cioè dei senatori e dei deputati del PDL , così conclude: “ capeggiati da una delle massime concentrazioni di ricchezza del Paese, tutti o quasi con un reddito abbondantemente sopra quello medio degli italiani, la loro parola d’ordine preferita è diventata ‘dagli ai poteri forti’! “.

Nell’articolo il professore si strugge nel constatare che “la destra politica vera, il PDL”, “in Monti e nella sua politica non sappia riconoscere nulla che la riguardi, che parli alla sua cultura e al suo cuore”.

Non c’è dubbio che Galli della Loggia affronti , tra le sua ampie argomentazioni, due temi di fondo che proviamo ad analizzare.

Il primo e più rilevante è quello dei poteri forti.

Non crediamo che il professore pensi che tutto ciò che sta avvenendo in Europa sia il virtuoso prodotto del mercato e della sua “mano invisibile” : dalle operazioni di carattere speculativo sui titoli del debito pubblico di alcuni paesi tra i quali l’Italia, all’andamento delle quotazioni di Borsa sulle banche, dai “terremoti finanziari” ( vedi l’omonimo libro di Raghuran G. Rajan ), alla crescita delle disuguaglianze come risultato della globalizzazione finanziaria.

Caro professore ci sono o non ci sono potenze economico finanziarie che operano ormai con una capacità di intervento superiore a quella delle Banche centrali ed anche della stessa BCE?

Questi poteri finanziari in grado di mettere in ginocchio gli stati e le loro economie possono o meno essere definiti poteri forti ?

In poche parole esistono o no, caro professore, i poteri forti ?

Caro professore sarebbe necessario o meno intervenire, come già fece Roosevelt nel 1933 con il Glass Steagal Act, per ridurre gli spazi alla finanza speculativa o come si decise con gli accordi di Bretton Woods nel 1944 al fine di consentire un ordine finanziario internazionale che limitasse le azioni speculative?

Le decisioni che si stanno prendendo in Europa e in Italia, praticamente da un anno, con effetti pesanti su produzione , famiglie, ceti popolari e ceti medi produttivi, si stanno dimostrando adeguate per superare una crisi che sta non solo aggravando la situazione sociale in molti paesi, ma eliminando, forse per sempre, risorse produttive e ricchezze imprenditoriali ?

Si possono ritenere sufficienti i compiti a casa, come amabilmente definiti da Monti, per superare una condizione nella quale operano, con micidiali interventi speculativi, le devastanti potenze di fuoco finanziarie ?

Tutti gli interventi del governo Berlusconi prima e del governo Monti che, con incrementi dell’imposizione fiscale, hanno prodotto nuove entrate per lo Stato sono o no destinate in gran parte al pagamento degli interessi sul debito che, con le ultime emissioni , nel frattempo si sono triplicati ?

O forse non sarebbe necessario intervenire al livello nel quale operano indisturbati tali poteri e cioè con la riforma del sistema finanziario.

Si deve o meno intervenire sull’anarchia monetaria e finanziaria generata dai derivati e che ha reso ancor più fragile il sistema finanziario internazionale e quello europeo ?

Forse non lo ha sufficientemente compreso ma economisti, intellettuali , politici non certo e non solo di destra continuano, ripetutamente, a porsi tali questioni

Sul suo stesso giornale ne ha scritto recentemente anche il professor Paolo Savona .

Forse ritiene anche lui un populista di destra, fissato sui poteri forti ?

Certo scrivendo su un quotidiano di proprietà non di editori puri , ma di imprenditori nei diversi campi è difficile ammettere che tali poteri esistono poiché anche il Corriere della Sera è un pezzo importante di questi assetti .

In fondo la proprietà dei giornali è un modo di intervenire nella società, nella politica, nei dibattiti culturali, ma anche di difendere solidi interessi.

In quanto al problema della natura della destra, nel suo articolo, Galli della Loggia ricorda la “destra storica”, corrispondente , secondo lui all’atteggiamento “borghese” di Monti che si caratterizza “con una certa esibita sprezzatura verso tutto ciò che sa troppo di ‘popolare’ e, dunque inevitabilmente di demagogia”.

Ora invece, secondo l’editorialista , la destra PDL scivolerebbe inconsapevolmente verso una deriva populista.

Mentre potremmo essere d’accordo su un generale scadimento delle forze politiche accentuatosi negli ultimi venti anni, ma certamente, già in nuce precedentemente, le caratteristiche popolari della destra di oggi sono anche in derivazione proprio dei limiti storici della destra risorgimentale.

Essa non seppe dare all’idea risorgimentale quel carattere popolare che le avrebbe giovato e consentito di fare oltre all’unificazione anche l’unità dell’Italia.

Invece anch’essa fu, in gran parte, l’espressione di una élite politica e sociale e i suoi programmi furono , con l’eccezione di Minghetti , centralisti e sostanzialmente costruiti su di una linea filo piemontese.

Anche la borghesia italiana non seppe esprimere una forte visione unitaria nazionale .

In qualche modo questa caratteristica borghese di Monti rispecchia proprio questo retaggio storico e, di conseguenza, non è in grado di assorbire le sollecitazioni popolari che, tra l’altro, scaturiscono da certi aspetti della tradizione dell’Italia cattolica.

Criticare il populismo della destra – anche in presenza di alcune venatura di questo tipo - tuttavia significa entrare nelle categorie di giudizio proprie della sinistra che soprattutto oggi è sempre più plasmata dal radicalismo neo illuminista.

E l’ingenerosità di Galli della Loggia arriva anche a disconoscere che il principale problema dell’Italia e cioè la sua crisi istituzionale che richiederebbe una modifica della Costituzione è suggerita e proposta dalla destra, mentre è rifiutata dalla sinistra che, in nome del compromesso politico e costituzionale del ’48, si rifugia nel più vieto conservatorismo.

La questione in fondo è sempre la stessa: così come la destra storica non riuscì a rendere popolare la sua idea risorgimentale , per le stesse ragioni il professor Monti non è in grado di parlare alla cultura e al cuore degli italiani.
26/06/2012 [stampa]
Pierfurby e la politica .
Pierferdinando Casini possiede una alta considerazione di se stesso unita ad una innata abilità tattica.

Queste “qualità” gli derivano dall’aver “frequentato buone scuole” – quelle di Forlani e di Bisaglia - nel tempo, però, nel quale si andavano producendo le prime cellule della decomposizione e, di conseguenza, cominciava la fase declinante della DC.

Diventa consigliere comunale a Bologna a venticinque anni, due anni dopo la morte di Aldo Moro.

Bologna e la sua Regione non hanno mai prodotto figure di rilievo per il partito cattolico, tranne la prestigiosa personalità di Giuseppe Dossetti, il “monaco principe”, per qualche tempo alternativo a De Gasperi.

Romano Prodi è stato un prodotto residuale del dossettismo e la sua fortuna nacque proprio quanto iniziò il declino del partito.

La DC nella quale si fa le ossa il futuro leader dell’UDC non è più la DC di Sturzo, De Gasperi e Moro; anzi è proprio dopo Moro che la politica italiana inizia a smarrirsi, mentre la DC esaurisce le sue grandi risorse intellettuali e storiche . E, alla fine , giunse il 1992.

Fino al 1978 la classe dirigente democristiana riusciva a entrare nell’animo popolare e, come ha scritto Baget- Bozzo, “ anche la dove non si comprendevano le sue azioni, si capivano però le sue intenzioni , il senso della sua direzione” ( Baget-Bozzo, Tassani : Aldo Moro il politico nella crisi, Firenze 1983 pag 18 ).

Il tempo e gli uomini della DC fino a Moro furono quelli della strategia e del respiro storico, dopo subentrarono solo l’ambizione dei disegni personali , il tatticismo per controllare le alleanze, l’incapacità a coinvolgere l’animo popolare nelle azioni politiche.

In questo contesto si capiscono i contenuti , le tattiche e le logiche della politica di Pierferdinando Casini.

Con l’”amico bello”, come lo definì Bisaglia, è tutto possibile. La sua intervista al Corriere della Sera del 25 giugno, nonostante che teorizzi l’”asse progressisti moderati”, può sempre essere un ennesimo messaggio a Bersani perché il PDL intenda.

Se però volessimo prendere sul serio le parole di Casini esse hanno un significato abbastanza chiaro.

L’accusa di “una deriva populista” del PDL è la stessa formulata dalla sinistra che non comprende una linea che applichi l’idea e i programmi di una economia sociale di mercato , cioè di una economia che superi statalismo e iperliberismo , concependo una economia a dimensione dell’uomo, federalista, a tutela del lavoro e dell’impresa, cioè non schiava della finanza anonima.

Le parole di Casini sulla “solidità del gruppo dirigente del PD … più forte di quella del PDL” richiamano le categorie di giudizio sull’ineluttabile alleanza con il PCI che fu a base della sinistra ideologica democristiana; il “Renzi … alla mia destra, basti pensare alla santificazione di Marchionne” fa capire quanto Casini abbia rinunciato a quegli elementi cattolici liberali per sentirsi ormai un cattolico di sinistra e quanto rimpianga sia l’intreccio consociativo tra sindacati e CONFINDUSTRIA che Marchionne aveva messo in crisi, sia l’unità sindacale che Sacconi aveva spezzato e che , purtroppo, il governo Monti ha ricostruito.

Casini tenta anche di applicare a scala europea le sue categorie politiche fondate solo su tattiche di alleanze che però non debbono essere sottoposte al giudizio elettorale ( “ in Germania il tema di un patto di emergenza tra chi è nel Ppe e chi è nel Pse esiste… tra progressisti e moderati si può creare un asse per governare l’Italia” ).

Non coglie le differenze di fondo tra le forze politiche e i sistemi istituzionali dei due paesi .

Il suo travisamento tattico gli impedisce di capire come la sinistra italiana a differenza dei socialdemocratici tedeschi sia giacobina e giustizialista, che Bersani non voglia, a differenza di Veltroni e secondo una vecchia tradizione, nemici a sinistra e che l”’irrilevanza dei cattolici”, denunciata da Galli della Loggia è, soprattutto, a sinistra.

Il suo programma di riforme istituzionali si esaurisce in una modesta “riduzione dei parlamentari … come risposta all’antipolitica” e introducendo “almeno le preferenze” , ma in realtà il sistema politico è oggi in crisi perché si è spezzato il rapporto di rappresentanza che deve essere ricostruito a partire da un modello politico costituzionale fondato sul presidenzialismo.

Continua non capire che la questione della giustizia si presenta proprio come l’aveva compresa e affrontata l’ex Ministro Alfano con la sua riforma e, prima di lui, da Cossiga e che l’azione di quelle che anche lui definisce “schegge della magistratura” , passa attraverso il ruolo e i poteri alla Magistratura attribuiti dalla Costituzione ( ruolo e composizione del CSM ) ed il rapporto tra magistratura inquirente e media, come dimostrano la diffusione delle intercettazioni e i casi delle anticipazioni giornalistiche sulle indagine prima che vengano notificate agli inquisiti come è avvenuto ancora una volta con il Presidente della Regione Lombardia.

Casini si indigna per le intercettazioni su alti funzionari del Quirinale - in una indagine che dovrebbe fare finalmente chiarezza sull’eliminazione di un elevato numero di 41 bis a detenuti della cupola mafiosa - ma sorvola ancora oggi sul fatto che il Presidente del Consiglio Berlusconi è stato a lungo intercettato e le sue telefonate sono state trasmesse in televisione e sono scaricabili dai siti internet.

In quanto all’Europa politica, Casini chiede per la sua costruzione di “cedere sovranità per mettere in comune responsabilità”. Ma la cessione di sovranità che sta provocando la crisi dell’euro è quella degli stati europei e delle loro strutture istituzionali verso la finanza e le scorrerie della speculazione , non valutando, perché à fuori dalla sua logica, se il governo dei professori, guidato da un ex consulente di Moody’s e Goldman Sachs , sia il più adatto ad agire in sede internazionale per il recupero di una sovranità politica europea.

Avevamo sostenuto in questo sito che , probabilmente, Casini non si sarebbe orientato ad una alleanza, che lui oggi chiama asse , con i progressisti ( PD e SEL ) perché il livello del suo consenso tra il 6 e il 7 per cento non lo avrebbe posto in una condizione dignitosa, essendo al momento, il sesto o il settimo partito.

Pensavamo che avrebbe prima tentato di scarnificare il PDL, come aveva fatto in questi anni, per irrobustirsi e, poi, trattare con la sinistra.

Ci siamo sbagliati : Casini sembra aver rotto gli indugi dopo che non ha colto neppure un frutto, pur avendo ha contribuito a scrollare l’albero berlusconiano .

Ora si avvia su un percorso tutto personale per la costruzione di un asse di centro-sinistra. Un centro sinistra che appare strutturato su logiche vecchie, su alleanze eterogenee e con l’ambizione di vincere le elezioni .

Eppure, paradossalmente, questa scelta potrebbe riaprire un vasto spazio di rappresentanza al centro-destra che, forse non gli consentirebbe di vincere le lezioni, ma restituirebbe un forte ruolo di rappresentanza parlamentare ad uno spazio politico che è in crisi , ma sta seriamente pensando ad un rinnovamento.
19/06/2012 [stampa]
Il governo Monti, i sindacati e le istituzioni.
La manifestazione dei tre sindacati a Roma sabato 15 giugno ha dimostrato alcune evidenze sulle quali occorre riflettere.

Nonostante quanto affermato dagli organizzatori la partecipazione è stata deludente. La crisi invece di premiare la tutela sindacale dei lavoratori, sta deviando e conducendo il disagio sociale sotto il segno della protesta. Il default della rappresentanza politica trascina anche i sindacati e tutto slitta verso una protesta che, sul piano politico, finisce per rafforzare il movimento cinque stelle e, sul piano sociale, potenzia i centri sociali e le nuove rappresentanze che esulano dai sindacati tradizionali.

Le politiche del governo Monti e i deludenti interventi del Ministro Fornero hanno finito per ricompattare i sindacati, mentre , dal 2008, anche in periodo di crisi, il Ministro Sacconi aveva operato per staccare il sindacalismo riformista dalla posizione classista della CGIL con iniziative interessanti circa la riduzione del ruolo della contrattazione nazionale per favorire gli indirizzi aziendalisti , in linea anche con le esigenze di collegare rivendicazioni e produttività.

Su questo terreno deludente è stata anche l’azione della CONFINDUSTRIA guidata da Emma Marcegaglia.

Questa manifestazioni si caratterizzano anche sul piano di un uso, per ora limitato, della violenza .

Non mancato infatti in ogni circostanza, scontri con la polizia mentre continua lo stillicidio degli attentati all’Agenzia delle entrate. La prevista non breve fase di recessione e di crescita della disoccupazione potrebbe influire anche sotto questo aspetto portando a far crescere il livello dell’azione eversiva.

Avrà il governo tecnico la determinazione per fronteggiare una situazione che si va delineando come un nuovo terreno di coltura per l’azione terrorista?

Un direttore generale di banca che era divenuto Presidente della Repubblica in Francia seppe affrontare il maggio del ’68, ma aveva alle spalle una condizione nella quale la massima rappresentanza istituzionale e il governo avevano una legittimazione popolare forte .

E l’Italia di oggi e le sue massime istituzioni cosa offrono in termini di saldezza e legittimità popolare ?

E la domanda che rivolgiamo ai cultori delle alleanze deboli, delle leggi elettorali proporzionali, delle piccole riforme di un modello parlamentare che vive ormai lontano dalla realtà del Paese.
07/06/2012 [stampa]
Finita la luna di miele tra Ferrara e Casini ?.
Ha avuto una breve durata la luna di miele tra Ferrara e Casini.

Dobbiamo dire che eravamo rimasti assai sorpresi che l’intelligente direttore del Foglio avesse preso una “cotta” per Pierfurby .

In fondo, con tutte le sue provocazioni, Giuliano Ferrara, era sempre stato un’anima di forte cambiamento per Berlusconi, spesso inascoltato, ma non questo meno valido.

Dopo le elezioni amministrative nei colloqui e nelle analisi aveva sostenuto che il politico più lucido e adatto alla situazione fosse il leader dell’UDC e che su di lui si poteva costruire quell’alleanza dei moderati per avviare un’operazione di grande coalizione per portare l’Italia fuori dalla crisi.

Tutto bene, solo su di un punto si celava l’equivoco.

Ferrara pensava che Casini facesse una scelta precisa verso un polo o un rassemblement moderato, invece lo scintillante Casini pensava di scarnificare il PDL, ponendo un veto alla candidatura di Berlusconi anche ad un comitato di quartiere, e andando a raccattare tutto quanto poteva fare brodo per lui : da Montezemolo alla Marcegaglia, da Fini ai malpancisti ex democristiani del PD e del PDL.

Il tutto per fornirgli quella base minimale di consenso - puramente teorico – con il quale potersi sedere per dettare le sue condizioni.

E’ un vecchio schema, una brutta copia della grande mediazione morotea o dell’equilibrio doroteo.

Casini è irrecuperabile ad un disegno politico che comporti il dover affrontare i temi veri : dalla modifica della Costituzione in senso presidenzialista ad un bipolarismo serio come quello che nascerebbe dal doppio turno, dei quali l’Italia ha un bisogno reale.

Il suo campo di azione è e rimane quello di tentare di intrufolarsi in un disegno di alleanze come in un gioco di specchi che non riflettono mai la direzione vera degli spostamenti .

L’editoriale del quotidiano del 6 giugno si titola “Svegliati Casini “ e invita il leader udc a “impegnarsi per mettere insieme il ‘tutti per l’Italia’, dare basi politiche serie a uno sforzo unitario utile a contrastare i terribili rischi che corre il paese e metterci la faccia, senza nasconderla, nella ricostruzione del centrodestra italiano”.

Ma Casini non vuole il centrodestra, sogna un “grande centro”, ma sa che non può costruirlo. Gli basta un centro che sia in grado di condizionare gli altri e come esattamente scrive Ferrara “sembra intenzionato a limitarsi a sopravvivere allo tsunami per lucrare poi da un ruolo caudatario con qualche strapuntino di governo” Ferrara , rammaricato, conclude che “una sveglia Casini non riesce a darsela”.

Anche questa è un’ingenuità.

Casini opera secondo una sua logica che è quella democristiana, ma di una DC che rantola intorno al 6 per cento.

L’humus culturale democristiano è sempre stato assai complesso ed è impossibile comprenderlo se non ci sia stati dentro.

Per questo Baget Bozzo conosceva i democristiani, mentre Ferrara non ci riuscirà mai.

Anche gli intelligenti possono, qualche volta, non capire.
25/05/2012 [stampa]
Il lumicino di monti sulla selva dei debiti.
Prima il G8 a Camp David in una sede inaccessibile al pubblico e alle proteste, senza Putin ma con la new entry Francois Hollande, il neo presidente francese eletto per determinare un’inversione alla politica europea. Bocciata anche alle elezioni amministrative tedesche e inglesi, ritenuta insopportabile in Grecia e criticata in Olanda. Poi a Chicago il vertice Nato. Infine, programmato a Bruxelles summit di Capi di Stato e di governo dell’Ue. Intrecci, telefonate, incontro bi-trilaterali. Tutti alla ricerca di soluzioni Per rimettere l’economia mondiale sulla strada della ripresa.

E’, però, sempre emergenza. Fa paura la situazione della Grecia. L’auspicio che resti, nonostante le difficoltà, nell’euro. Se dovesse uscire e tornare alla dracma le conseguenze sono imprevedibili. Tra le ipotesi quella di una Grecia preda economica di Paesi europei e non Preoccupano anche la Spagna che rischia di non avere più accesso ai mercati, il differenziale tra Bonos e Bund è schizzato ad oltre 500 punti e il Portogallo.

E l’Italia? Monti riconosce che l’emergenza non è finita e sta tentando varie strade: lo spread tra Btp e Bund tedeschi è risalito a 445 punti, il debito pubblico invece di diminuire varcherà a fine anno i 2000 milioni di euro. Le nuove tasse e la stretta all’evasione non bastano a dare ossigeno alla ripresa. Quello che più manca in Italia è la fiducia per il futuro. Puntare alla crescita è più uno slogan che un’operazione di strumenti concreti idonei ad invertire il trend della recessione: basta con la sola austerità. Dai vertici dei big mondiali si attendono decisioni concrete e di rimettere al centro delle politiche Ue strumenti per la crescita e l’aumento dei posti di lavoro.
18/05/2012 [stampa]
FLI: Poco consenso, molte poltrone, … nessun futuro - il suk delle elezioni e del mancato accordo con il Pd a l’Aquila
Le cronache giornalistiche ( vedi Libero e Il Tempo del 17 maggio ) riferiscono di un accordo, poi saltato, tra il sindaco uscente dell’Aquila Massimo Cialente ( PD ) e il responsabile locale di Futuro e Libertà Enrico Verini.

Il “Protocollo d’intesa per la rinascita dell’Aquila” sottoscritto tra i responsabili dei due partiti di riferimento prevedeva l’assegnazione di un assessore e diverse altre poltrone al FLI in cambio dell’appoggio al secondo turno per il sindaco uscente.

Al primo turno, mentre Cialente ha raggiunto il 40 per cento, forse anche per alcuni “pasticci” compiuti dal PDL, il candidato di FLI, Verini, si è fermato ad un irrisorio 2,6 per cento.

Forse proprio per l’insuccesso della lista di Fini e per la necessità di tentare altre più confortanti alleanze da parte di Cialente, sembra che l’accordo sia saltato e la conseguente polemica ha fatto uscir fuori il patto scellerato.

La stampa elenca il contenuto dell’accorso che riguardava una assessorato con tantissime competenze, la presidenza dell’azienda per la gestione delle farmacie, e diversi membri nei cda dell’aziende ( ex Onpi, Asm – rifiuti -, Consorzio dei beni culturali, collegio revisori Ama – trasporti-, ecc. ecc. ), oltre che “consulenze e assunzioni part-time”.

Questo accordo assume , come ha scritto Mario Sechi sul quotidiano romano, le caratteristiche di un suk.

Un suk che si svolge in mezzo alle rovine ancora giacenti del centro cittadino, ignorando quella necessaria moralità, coerenza e chiarezza che l’Aquila meriterebbe di fronte al grande tema della ricostruzione sul quale si dovrebbe misurare la capacità amministrativa della prossima giunta comunale.

Mentre si richiede un grande sforzo amministrativo che ponga al centro l’interesse generale della città e che dovrebbe offrire al cittadino la opportunità di una scelta ben definita in termini di programma e di credibilità, si tentano strade impervie di accordi politici lastricate di promesse e spartizioni di potere.

m Questo è un grande scandalo morale e politico che non si può ignorare e che, clamorosamente, fa piazza pulita di tutte quelle dichiarazioni moralistiche e legaliste che hanno riempito i discorsi del manipolo di finiani che oggi si trovano soli e abbandonati dall’astuto Casini.

Come dire: poco consenso, la tentazione di molte poltrone e … nessun futuro.
04/05/2012 [stampa]
Corrado Passera: un nuovo politico sta andando in scena ?
L’ex banchiere e neo ministro Corrado Passera sembra volersi cucire addosso un abito politico.

L’intervista al poco autorevole Fatto Quotidiano del 3 maggio dà la sensazione che voglia uscire dal recinto dorato ed èlitario dei grandi quotidiani di proprietà del sistema bancario-industriale italiano.

La tribuna scelta, tuttavia, non è esaltante rappresenta la sponda mediatica di un certo qualunquismo giustizialista con riferimenti anche nell’ultra sinistra.

Per gli accenni di simpatia che aveva dimostrato verso posizioni politiche moderate e cattoliche forse qualche porta gli si è chiusa come dimostra la stizzosa polemica nei suoi confronti da parte di Carlo De Benedetti ad una recente puntata di Servizio Pubblico, alla quale risponde non senza eleganza ( “ non mi ha fatto un grande effetto”).

Si tratta di una scelta di arretramento o di una indiretta avance politica verso ambiti che sentirebbe più vicini alla sua cultura ?

Anche le parole piuttosto in libertà con le quali preannuncia programmi a tutto campo e promesse non facilmente mantenibili, fanno pensare ad una prospettiva di impegno politico.

Ma anche qui mostra di parlare molto e lavorare poco in quanto pur essendo il ministro con maggiori competenze e strutture non sembra brillare per coraggio e decisionismo.

Si tratta di una condizione complessiva del governo che è dovuto ricorrere ad altri “tecnici” per affrontare problemi come la revisione della spesa.

L’impressione è che il gabinetto Monti, “tecnico”, ma con ambizioni politiche, stia perdendo colpi proprio per l’inesperienza o l’incapacità politica che sta dimostrando.

Si apre a questo proposito un interrogativo fondamentale e cioè se le personalità che hanno assunto un ruolo nel governo Monti posseggano le qualità per un impegno politico tale da renderle punti di riferimento con un futuro non ”tecnico”, ma pienamente “politico”.

Anche Casini nel presentare il suo partito della nazione ha fatto cenno alla possibile disponibilità di alcuni ministri attualmente in carica e più d’uno ha pensato a Corrado Passera e tuttavia , sempre nell’intervista al Fatto il ministro, alla domanda : “ i cattolici hanno bisogno di un nuovo partito – come dice Casini – che riesumi la Democrazia Cristiana ?”, risponde: “posso solo dirle cosa penso io, come cittadino e come credente: non credo sarebbe una buona idea”.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza: Corrado Passera , che ha partecipato all’incontro di Todi di qualche mese fa’, gode dell’attenzione di alcuni ambienti cattolici che vedrebbero con simpatia un suo impegno politico.

Da quegli stessi ambienti , peraltro , non si ritiene sufficiente una operazione di sola facciata che ricalchi le linee compromissorie che caratterizzarono la Democrazia Cristiana, come sta portando avanti l’UDC.

Inoltre non appare compatibile con il nuovo impegno della Chiesa sui valori anche il compromesso “dossettiano” che la sinistra DC ha portato avanti con insuccesso. E questo dovrebbe far riflettere Passera che qualcuno sospetta di simpatie prodiane.

Il dato fondamentale immesso nella politica dal mondo cattolico che conta è quello riferito alla necessità di assumere una posizione chiara sui valori non negoziabili.

Passera è consapevole di questo contesto sul quale potrebbe poggiare il suo impegno politico?

E, tuttavia, dovrebbe anche dimostrare di avere una caratura politica. Dovrebbe cioè dismettere non solo la professione bancaria, come ha già fatto, ma assumere un habitus politico.

La strada non sarà breve e le difficoltà che lo attendono sono molte, anche perché la politica di ispirazione cattolica non si è mai confusa con le logiche iperliberiste e della finanza internazionale, né con un approccio tecnocratico, tantomeno sotto il forte indirizzo valoriale di Benedetto XVI.
12/04/2012 [stampa]
Strasburgo boccia l’Italia sul finanziamento ai partiti
Controlli Inefficienti,sanzioni inefficaci, carenze importanti. Il Consiglio d’Europa boccia il sistema italiano di finanziamento pubblico dei partiti. Una situazione, osservano gli organismi di Strasburgo, a cui “ è urgente porre rimedio”.

I partiti italiani tra il 1994 e il 2008 hanno ottenuto 2 miliardi e 253 miliardi di euro ma hanno speso solo 570 milioni. E a dire che i soldi ricevuti dallo Stato e prelevati all’elettore li chiamano “ rimborsi”. In alcuni casi, precisa l’organismo europeo, i partiti hanno ricevuto il 400% in più rispetto alle spese. Fatto che rappresenta una discrepanza dovuta al fatto che in Italia l’erogazione dei fondi è legata al numero dei voti ottenuti e non alle spese certificate sostenute.

. Una volta incassati i soldi non ci sono adeguati controlli anche perché lo statuto dei partiti previsto dall’art.49 della Costituzione non è mai stato varato, come non sono ancora attuati altri due articoli fondamentali ( 39 e 40) riguardanti le organizzazioni sindacali che restano associazioni di fatto, private.

Dopo le scandalose vicende che hanno coinvolto i tesorieri dell’ex Margherita e della Lega si è messa in moto, anche se lentamente, una mobilitazione d’opinione pubblica contro l’attuale sistema di finanziamento deciso dai partiti contro la volontà popolare che nel 1993 avevano votato sì al referendum abrogativo proposto dai radicali.

L’ondata di sfiducia nei confronti della politica ( definita da alcuni osservatori l’antipolitica) cresce mano a mano che si scoprono ulteriori casi di corruzione e di mazzette, sistema non chiuso con la stagione di “ tangentopoli”. Cresce anche lo sdegno per l’arrivo di altri fondi a pioggia. Si tratta di 40 milioni per il 2011 e di altri 100 tra quest’anno e il 2013. E allora anche su sollecitazione del Presidente della Repubblica gli esperti del Pdl, del Pd, e del Terzo Polo hanno iniziato a mettere a punto un provvedimento legislativo di modifica del sistema da approvare, entro l’estate, in Parlamento con il contributo di Lega e del partito di Di Pietro. Si va così verso una maggiore trasparenza e a maggiori controlli e sanzioni ma non è questa la strada che molti vorrebbero. “ I contributi pubblici devono restare” ha precisato il capogruppo del partito di Bersani Anna Finocchiaro al contrario di quanto pensa il sindaco di Firenze Matteo Renzi che chiede l’abolizione totale di qualunque finanziamento pubblico. Propone di passare al sistema volontario tipo 5 per mille, il segretario del Pdl Alfano. Le norme comunque entrerebbero in vigore con le nuove regole solo dopo le elezioni politiche dell’anno prossimo. Per ora Camera e Senato si accingerebbero a deliberare a giugno e a luglio sulla base delle vecchie regole e sulla base dei bilanci di partito del 2010 e 2011 che portano le firme della Lega del contestato Belsito e per la Margherita dell’indagato Lusi.

Ecco esattamente l’andamento dei rimborsi decisi con una legge del 1993, cioè prima della discesa in campo di Berlusconi: totale dei contributi statali 2, 253, 6 milioni “ delle spese accertate 579 milioni

Vari grafici evidenziano l’esplosione delle cifre in discussione. Si parte da 46, 9 milioni del 1994( spesi 36,3) delle politiche ai 23 milioni delle Europee, dai 29,7 milioni delle Regionali 1995 ai 46,9 delle politiche del 1996. Primo salto di qualità con le Europee del 1999 con 86, % milioni avuti e appena 40 spesi e con le Regionali del 2000( altri 85,9 milioni a fronte dei 28,7 spesi). Botto alle politiche del 2001 con 476, 4 milioni erogati dallo Stato e solo 49,7 spesi. Dimezzati i finanziamenti nelle due successive elezioni: 246 alle Europee del 2004 e 208 alle Regionali del 2005. Nuovo boom per le politiche del 2006 con 499,9 milioni erogati e solo 122,9 spesi e per quelle del 2008 in cui i contributi superano 503 milioni a fronte di spese appena di 110.

Un fiume di denaro. I paragoni non si possono fare ma il modello americano è lontano anni luce. Sono infatti i sostenitori dei due partiti a contribuire alle spese dell’organizzazione e delle campagne elettorali con le loro donazioni volontarie denunciate al fisco e rese pubbliche dai candidati. In Italia si cambia? Come? Si parla del controllo da parte della Corte dei Conti con molti dubbi perché i soldi sono pubblici e i partiti privati. Senza contare l’invenzione delle Fondazioni da parte dei partiti per avere le mani libere. Sergio Menicucci
29/03/2012 [stampa]
Una nuova legge elettorale ? intanto , scrollato l’albero di Berlusconi, il Partito Democratico si appresta a raccogliere i frutti.
La riunione di ABC ( Alfano, Bersani e Casini ) sulla riforma elettorale e costituzionale è sembrata assai più un messaggio rassicurante per un sospettoso Monti che un incontra dal quale deriveranno atti certi.

Casini nei giorni scorsi ha sentito aumentare il rischio di un logoramento della maggioranza che appoggia il governo, sia per le note difficoltà sull’articolo 18 che per le distanze, del resto assai difficilmente colmabili, sulle proposte per la giustizia.

L’elemento sul quale sembra volersi costruire un nuovo sistema elettorale sarebbe quello di rendere non più appetibili le alleanze preelettorali e , sostanzialmente, di lasciare agli accordi successivi tra le forze politiche la scelta del governo e del presidente del consiglio. Si ritorna all’antico, ad un sistema ritagliato sulla logica proporzionale e sulla centralità del parlamento.

Resterebbe solo come bandiera l’indicazione da parte di ogni partito del candidato premier.

Sulla scelta dei parlamentari non si introdurrebbero le preferenze, ma si ripristinerebbero i collegi.

Si tratterà di vedere se il nuovo sistema sarà più tedesco o più spagnolo, nel senso che il primo ha effetti più proporzionali del secondo.

Rispetto al bipolarismo e alle scelte di governo dell’elettorato si fanno passi indietro.

I partiti tentano di recuperare un ruolo più forte ; verrebbe da dire più possibilità di manovra che collegamento con gli elettori.

Ancora una volta si mettono da un lato i veri problemi politici dell’Italia che derivano da una crisi costituzionale, da un ridotto ruolo della politica, da una devastante crisi dei partiti e delle loro classi dirigenti, da un distacco sempre maggiore tra popolo e istituzioni.

Questa proposta sul terreno politico , invece, converge, soprattutto sull’idea di Casini di proporre anche per la prossima legislatura una grande alleanza : PDL, PD, UDC.

Mentre già si presentano critiche all’interno dei due partiti ci si chiede quanto questa formula politica possa rafforzare la governabilità , la stabilità e la capacità di attuare programmi incisivi.

L’esempio di quanto sta già realizzando il governo Monti, non è calzante in quanto in termini di cambiamento poco o nulla si è fatto , ma si è intervenuti solo accentuando la pressione fiscale e il centralismo dello Stato.

Su liberalizzazioni e mercato del lavoro poco e quel poco è in discussione, sulla riduzione della spesa pubblica nulla, sulla revisione degli incentivi a sostegno della ripresa nulla; niente all’orizzonte sulle riforme del sistema che portino ad un cambiamento ( a livello fiscale si pensa solo ad aumentarne la pressione ); anche il federalismo sembra abbandonato come ha scritto recentemente Sergio Romano su Il Corriere .

Se il governo sui temi affrontati così parzialmente ha già scricchiolato, figuriamo se una coalizione di questo genere potrà sostenere una intera legislatura che intenda condurre finalmente l’Italia in una dimensione nuova sotto il profilo costituzionale, di sistema politico, di rigore amministrativo di riforma della giustizia, fiscale e del federalismo.

E poi, il PD che, peraltro non cessa di considerare una sua antica preoccupazione: quella di non avere nemici a sinistra, non solo è dilaniato al suo interno, ma è fortemente influenzato dal giustizialismo , dal giacobinismo di Repubblica, dall’esplosione dei cosiddetti nuovi diritti che il relativismo vuole introdurre nella società italiana .

Questa presenza “intossicante” nel PD rende impossibile alleanze di lungo periodo con il centro e la destra. Pensiamo ai temi sensibili, della famiglia, della vita, delle unioni di fatto, delle biotecnologie, della bioetica che il pragmatismo di Casini non considera, ma che dovrebbero rappresentare – soprattutto per un partito che si definisce attento ai valori cattolici – punti importanti sui quali intervenire. Anche i nemici a sinistra del PD crescono, magari sotto la vesta di una nuova ondata qualunquista che giornali come Il Fatto vanno diffondendo a tutto spiano. Il PD, poi, dimostra sempre la sua tendenza ad assorbire la sua “sinistra”, anche se qualunquista , superando le difficoltà delle primarie , in tutte le competizioni elettorali locali, dove resta ben saldo il sistema elettorale di tipo presidenziale o, comunque, bipolare.

E, quasi sempre, insieme ( l’ “Unità” ) vince le elezioni.

La riforma elettorale di cui si è parlato dovrebbe essere affrontata dopo le elezioni amministrative.

Queste elezioni si presentano con un Terzo Polo che non stringerà alleanze significative a destra , un PDL indebolito, con una Lega che viaggia per proprio conto, con un PD che tiene e che, in alleanza con il resto della sinistra si appresta a conquistare molte città.

Pensare che dopo aver vinto le elezioni amministrative con un sistema elettorale bipolare che premia le alleanze a sinistra, il PD si acconci ad approvare una legge elettorale nazionale per rompere con questa alleanza, in funzione di un possibile Monti bis, ci sembra una azzardata previsione che dovrebbe far dubitare anche lo stesso Casini .

D’Alema mostra, piuttosto, un PD che vuole avere le mani libere.

Accantonato Berlusconi – anche se il suo silenzio non significa , come afferma Ferrara, che stia dormendo - indebolito il PDL, caduta la Lega nella ridotta estremista, i centristi dell’UDC con la camicia di Nesso dell’alleanza con l’algido Fini e lo sfiancato Rutelli, il Partito Democratico si sente in grado di richiamare alle armi la occhettiana macchina da guerra. A Casini dice : chi ci vuole stare ci stia.

Il leader dell’UDC ha scosso l’albero del governo Berlusconi, intanto i frutti rischia di raccoglierli il PD.
07/03/2012 [stampa]
Partito Democratico: Palermo chiama Roma.
La Sicilia sul piano politico ed elettorale ci ha abituato da decenni alla sua originalità.

Basti andare a ritroso nel tempo e ricordare quei giorni di fine ottobre del 1958 quando Milazzo accettò la presidenza della Giunta regionale – ebbe 57 voti contro i 37 del candidato ufficiale democristiano - e formò una giunta cui parteciparono liberali, monarchici , missini, democristiani dissidenti e socialisti.

Segretario della DC allora era Amintore Fanfani e Sturzo commentò la sua elezione sul Giornale d’Italia : “ è l’insofferenza ad una disciplina di partito discriminatoria e caporalesca”.

A Palermo domenica scorsa non è avvenuta una rivolta contro una disciplina di partito, ma l’uscita da una linea che Roma aveva tentato di far approvare dalla sua base elettorale.

Ferrandelli il vincitore delle primarie , infatti, ha lasciato l’idv per sposare la linea politica di quella parte del Partito Democratico che vuole l’alleanza con il Terzo polo e l’Mpa di Lombardo.

Rita Borsellino appoggiata da Bersani, Vendola e Di Pietro, invece, sosteneva una alleanza diversa che escludeva l’attuale Presidente della giunta Lombardo.

La reazione di Bersani a questa vicenda è stata quella classica: tenta di riassorbire queste dissonanze , che registrano o l’affermazione di un candidato più a sinistra del PD come a Genova o più a destra come a Palermo, come elementi di un puzzle periferico nel quale, poi, complessivamente il suo partito può raccoglierne politicamente i frutti.

Come dire: le multiformi e variegate maggioranze nelle quali spesso prevalgono i candidati non del partito, poi, si formano e vincono solo perché il PD rappresenta il partito più forte politicamente ed elettoralmente.

Bersani pensa quindi di mantenere aperte le sue opzioni sul piano nazionale come perno di un’alleanza che potrebbe comprendere un fronte che vada dal Terzo polo a Vendola e all’Idv. Ed in questo senso è corsa in suo aiuto il segretario Rosy Bindi .

Ma è evidente che Bersani ormai si illude: sia perché l’onda lunga delle candidature non espressione del partito si sta trasformando in un vero e proprio tzunami, sia perché non può più utilizzare il “serrate le righe” per contrastare il comune nemico Berlusconi ed, infine, perché Casini, allineandosi a Monti, non è più il riottoso post democristiano da “stringere” magari pagandogli il prezzo alto del Quirinale.

Bersani, poi, sente scricchiolare il “palazzo”: il suo appoggio a Monti è apprezzato da De Benedetti, ma contestato dalla CGIL - e non sembra certo un buon affare dal punto di vista elettorale - , mentre comincia ad avvertire che se rimane legato alla foto di Vasto si apre una prospettiva di scissione della parte più consistente della ex Margherita e di contestazione, fino ad uscire, degli stessi veltroniani.

La crisi di Bersani è giunta ad un punto che non può essere più nascosta da qualche vittoria elettorale amministrativa; drammaticamente si sta vanificando la sua linea politica ed è assai difficile ricostruire un’altra.
08/02/2012 [stampa]
Le battute infelici dei professori al governo.
L’emergenza neve ha svelato alcune condizioni che caratterizzano l’azione del governo.

La sinistra e i media che sostengono Monti hanno amplificato le polemiche tra il Sindaco Alemanno e la Protezione Civile, mettendo in secondo piano altre gravissime disfunzioni verificatesi in quegli stessi giorni.

Più gravi dei disagi verificatisi a Roma per quanto di competenza comunale, si sono avuti nell’Enel con la mancanza di energia elettrica, nelle Ferrovie dello Stato con treni fermi con scarsissima assistenza, nel blocco di alcuni tratti di autostrada , compreso il raccordo anulare di Roma, nell’isolamento di alcune province tra le quali quella di Roma e nel ritardo con il quale sono stati raggiunti moltissimi comuni isolati dalla neve.

La sensazione cha hanno avuto gli italiani è che oltre alle difficoltà degli enti a prevedere e ad intervenire , ci sia stata una scomparsa dello Stato in quanto tale.

In particolare il ministro Cancellieri in queste giornate convulse si è caratterizzata da un lato nel gettare addosso ai Comuni ogni responsabilità della situazione, dichiarando “Il sindaco è sempre il primo responsabile degli interventi di Protezione civile.“, e dall’altra esibendosi in quegli stessi giorni in battute assolutamente infelici: “Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città, di fianco a mamma e papà”, facendo seguito alle già poco commendevoli parole di Monti.

Si possono fare tutte le critiche di questo mondo sul governo precedente , ma non vi sono dubbi che gli interventi nelle situazioni di emergenza poste in atto dalla Protezione civile di Bertolaso e le decisioni operative sul terremoto a L’Aquila mostrarono un diverso spesso di decisione e di partecipazione.
01/02/2012 [stampa]
In primavera scatta l’operazione “ Serpico” dell’Agenzia delle entrate.
Cinquanta milioni di italiani sotto i riflettori delle tasse.
I controlli fanno bene agli incassi. La presenza dei funzionari dell’Agenzia delle entrate, coadiuvati da quelli dell’Inps e dalla polizia comunale, ha fatto a Milano, Roma, Torino il miracolo: gli incassi sono improvvisamente lievitati di oltre il 40 per cento rispetto al precedente sabato quando non si vedeva l’anima di un ispettore. L’Italia del sommerso e delle attività produttive illegali, quando portati in superficie, fanno registrare una mole un reddito consistente che sfuggiva a qualsiasi elaborazione statistica. Nel prodotto interno lordo queste “ ricchezze” non sono calcolate.

Da alcuni mesi il direttore dell’Agenzia delle entrate Attilio Befera ha dato impulso ai controlli e i risultati ci sono.

Nella zona della Movida di Milano, dai bar e discoteche della zona di Brera alle trattorie sui Navigli, da piazza San Babila a corso Como e Buonos Aires, i controlli hanno evitato , per lo meno per una sera, l’evasione fiscale in massa. Tante le irregolarità: in 55 esercizi sono stati trovati mancati aggiornamenti dei registri dei corrispettivi e divergenze con le dichiarazioni presentate ai fini degli studi di settore, sono stati identificati 116 lavoratori in nero.

In Piemonte la Guardia di Finanza ha recuperato oltre 2 miliardi di euro per evasioni fiscali, di cui circa 450 provenienti da microaziende. Sono state controllate 8.100 aziende e compiuto 43.500 interventi per la verifica di scontrini, ricevute, documenti di merci viaggianti. Le irregolarità riscontrate hanno superato il 32 per cento dei casi, cioè uno su tre. L’Iva evasa ha superato i 230 milioni di euro, denunziate all’autorità giudiziaria 732 persone per reati tributari. Lo sforzo per la lotta all’evasione sta dando i suoi frutti: due milioni di controlli fatti durante il 2011, di cui 700 mila su imposte indirette, oltre un milione sulle dichiarazioni dei redditi.

Il clou è preannunciato, però, per la prossima primavera quando diverrà operativo il nuovo redditometro, basato su 100 voci di spesa, che consentirà di risalire al reddito in base alle capacità di spesa del contribuente. Sono stati passati in rassegna i dati di oltre 22 milioni di famiglie. Il che vuol dire che le indagini hanno riguardato circa 50 milioni di italiani. La grande svolta avverrà poi con il controllo dei conti bancari e a partire dalle dichiarazioni dei redditi di giugno prossimo scatteranno quelli che gli esperti chiamano “ controlli massivi”.

Come sarà possibile? L’Agenzia delle entrate ha apportato gli ultimi aggiornamenti al sistema informatico “Serpico” che lavora sulla Laurentina a Roma. Uno strumento sofisticatissimo di cui abbiamo già parlato e che sarà potenziato sia nell’organico che negli aspetti tecnologici. Un gioiello dell’amministrazione pubblica che per ben operare ha bisogno solo di una precisa volontà politica a considerare la lotta all’evasione una priorità oltre che economica un’emergenza sociale. Anche i furbi di Cortina con i costosi Suv intestati magari a società fittizie o prestanomi debbono pagare le tasse come i lavoratori e i pensionati che hanno la ritenuta alla fonte.( smen)
30/01/2012 [stampa]
Varato da Monti il terzo pacchetto di interventi legislativi urgenti.
Rendere più semplice la vita dei cittadini.
Il web eliminerà code, ritardi, burocrazia? Le semplificazioni decise dal governo, dall’istruzione agli appalti, dai certificati on line alle nuove funzioni dell’Inps, dovrebbero andare nella direzione di facilitare la vita dei cittadini nei rapporti con gli enti pubblici Circa 7 milioni di comunicazioni all’anno verranno effettuate esclusivamente in via telematica.

In questo campo ci sono molti esempi storici. Alcuni rimasti famosi. Il principale è quello compiuto dall’imperatore romano Giustiniano con il “ Corpus juris civilis” che con i Codici, il Digesto o Pandette e le Istituzioni organizzò il diritto romano in una forma e uno schema organico rimasto alla base della legge per numerosi secoli. In tempi più recenti le semplifica zio amministrative avevano trovato fondamento nella cosiddetta legge Bassanini che introduceva l’autocertificazione, uno strumento che avrebbe dovuto snellire tutti gli iter burocratici, salvo querela di falso. Nel governo Berlusconi c’era addirittura un Ministro per la semplificazione il leghista Calderoli il quale in maniera plateale e mediatica dette fuoco a centinaia di migliaia di leggi.

Ora “ semplifica Italia” dovrebbe rendere la vita dei cittadini più facile nei rapporti con le amministrazioni pubbliche attraverso cambi di residenza ( circa un milione e mezzo l’anno) in tempo reale e trascrizioni di tutti gli atti dello stato civile in via telematica.

In termini di impegno si gettano così le basi per un cambiamento quasi radicale nei rapporti tra utenti e pubblica amministrazione con l’individuazione di un dirigente al quale i cittadini potranno rivolgersi per ottenere la conclusione di una pratica rimasta in sospeso, attraverso tempi certi di consegna.. In realtà la figura del responsabile dei rapporti con il pubblico già c’è negli enti ma si tratta di una struttura poco funzionante.

Novità per le imprese con l’arrivo della banca dati nazionale dei contratti pubblici che assolverà all’obbligo di produrre decine di migliaia di documenti tutte le volte che le ditte partecipano ad una gara o appalto, esentandole dal ripresentare tutto da capo. Scompare anche l’obbligo di compilare il documento programmatico di sicurezza mentre per le piccole e medie aziende ci sarà la possibilità di accedere all’autorizzazione unica in materia ambientale.

Dal 2013 poi verrà indicato il documento di riferimento per avviare un’attività in determinati settori. I pagamenti all’Inps andranno effettuati solo con strumenti elettronici.

Si tratta di un corposo volume di norme che toccano molti settori che permette l’abbattimento di 330 leggi, alcune risalenti agli anni Settanta.

Il pacchetto sulle semplificazioni di quanto migliorerà la vita dei cittadini alle prese anche con le tante scadenze con il fisco e con il pagamento delle bollette per servizi come luce, gas, acqua, telefono? Molto dipenderà dalla capacità delle amministrazioni pubbliche di adeguarsi ai ritmi moderni, dalla professionalità degli operatori e dalla volontà di mettersi al servizio del cittadino il quale dovrà anch’esso cambiare atteggiamento nei confronti dello Stato. Entra in ballo così il discorso culturale che dovrebbe portare ad un vero equilibrio tra diritti e doveri,, senza furbizie, aggiramenti delle norme o evasioni.

La spallata agli extracosti burocratici serve soprattutto allo Stato e alle amministrazioni locali per raggiungere una maggiore efficienza e modernizzare se strutture. Un passo avanti sulla strada tracciata dall’ex Ministro Brunetta con qualche compito in più per l’Inps che diventerà il guardiano sulle misure di assistenza monitorando la spesa e segnalando ai Ministeri la discordanza tra dati delle prestazioni e l’ISEE, cioè il redditometro che in queste settimane sta utilizzando la Guardia di finanza anche per la verifica dell’evasione fiscale.

L’obiettivo del terzo pacchetto di interventi dopo “ Salva Italia e “ Cresci Italia” è quello di far risparmiare al paese tempo e denaro e di portarlo sulla strada delle riforme di struttura, sollecitate dalla Commissione di Bruxelles e da altri istituti internazionali ( smen)
19/01/2012 [stampa]
Nove milioni di processi da smaltire lo stato paga 130 milioni per i ritardi.
Si parla molto in questi giorni delle vicende carcerarie: suicidi, evasi da Regina Coeli, fine pena per Adriano Sofri, l’unico detenuto rimasto dei quattro condannati per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Al di là delle discussioni politiche e ideologiche la situazione della giustizia italiana è anomala. Lo ammette il Ministro Paola Severino che in un’audizione in Parlamento ha reso noto che il 42% della popolazione carceraria + in attesa di giudizio.

I mali sono giganteschi. Ci sono da smaltire quasi 10 milioni di processi penali e civili, una montagna di provvedimenti per ingiusta detenzione o errore giudiziario. Quasi 2400 ogni anno per uno esborso da parte dello Stato di circa 46 milioni di euro nel 2011 e un boom di richieste di indennizzo per i processi lumaca con l’erario che ha sborsato altri 85 milioni, ricorrendo alla cosiddetta legge Pinto dopo le condanne della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

C’è una crescita esponenziale degli indennizzi. Erano 5 milioni di euro nel 2003, saliti a 40 milioni nel 2008 per raggiungere la cifra astronomiche di 84 milioni nell’anno appena finito.

Il dato più preoccupante resta la mole enorme di cause arretrate. Troppi processi da smaltire, con tempi per arrivare a conclusione che vanno dai 7 anni nel civile ( la cui inefficienza pesa per l’1 per cento del prodotto interno lordo secondo i dati di Bankitalia) ai quasi 5 del penale.

Un quadro allarmante. Al 30 giugno 2011 c’erano da smaltire 9 milioni di processi ( 5, 5 nel civile e 3, 4 nel penale). Sono stati calcolati i tempi di smaltimento. Occorreranno 2.655 giorni per le cause civili e 1.753 giorni nel penale. Con l’ingresso di 2 milioni e ottocentomila cause in primo grado all’anno l’Italia è seconda soltanto alla Russia nella speciale classifica elaborata nel rapporto Cepej sulla giustizia e i suoi ritardi. ( smen)
13/01/2012 [stampa]
No all’arresto di Cosentino : una lettura politica.
L’esito della votazione sulla richiesta di arresto dell’on. Cosentino costituisce una netta battuta di arresto per la strategia posta in essere da alcuni apprendisti stregoni .

L’obbiettivo della votazione, con l’autorizzazione, era quello di far arrivare ad una spaccatura definitiva il rapporto tra PDL e Lega e distruggere definitivamente quel filo di alleanza tra Berlusconi e Bossi.

Il killer di questa operazione nell’area leghista doveva essere l’ex Ministro Maroni coccolato a sinistra e al centro.

I fatti si erano svolti secondo questo copione : i due esponenti del Carroccio nella giunta per le autorizzazioni avevano votato per l’arresto che era passato con una maggioranza di 11 a 10.

I centristi avevano, ovviamente votato per il sì.

La differenza negli schieramenti era notevole circa 70 parlamentari, difficilmente colmabili con il voto segreto.

Bossi ha agito con una lucidità impressionante.

Dapprima aveva avallato la posizione dei due leghisti della giunta e Maroni si era sentito tranquillo nel prendere una posizione giustizialista. Successivamente Bossi ha esplicitamente lasciato alla libertà di coscienza il voto, ma, probabilmente, liberando le posizioni contrarie all’arresto.

Il risultato di misura, ma netto, ha prodotto importanti risultati politici.

Bossi ha sconfitto la linea di Maroni e, nello stesso tempo, con il risultato ha tenuto in vita il filo del rapporto con il PDL che rischiava di spezzarsi clamorosamente e definitivamente.

Il PDL porta a casa il risultato non solo e non tanto di aver evitato l’arresto per un suo esponente, ma quello di dimostrare che il dialogo con la Lega non è finito.

Dopo l’esito del voto le parole più dure, ovviamente, sono uscite dalla bocca di Casini ( “il suicidio della Camera”).

Il leader dell’UDC, almeno momentaneamente, vede sconfitta la sua strategia che si fondava sulla spaccatura definitiva tra Lega e PDL, pensando sempre di creare un partito forte, raccogliendo i cocci di PDL e del PD.

Per questo obbiettivo nella vicenda , come anche nella votazione su Papa, ha trasformato il suo partito in una forza giustizialista che non dovrebbe essere nella sua natura, avendo la DC subito tutto il peso della linea giustizialista ai tempi di tangentopoli.

Nell’UDC alcuni ricordano che qualcuno si suicidò per le inchieste della magistratura e nessuno dimentica l’assurdo calvario di Calogero Mannino.

Qualcuno pensa anche a inchieste più recenti che potrebbero impensierire alcuni esponenti di questo partito. Inchieste di sapore strumentale, ma molti osservarono che Casini si tirò platealmente fuori rispetto agli uffici di via due macelli.

La spregiudicatezza politica del leader dei centristi ha subito una battuta di arresto anche se verranno cercate altre occasioni.
19/12/2011 [stampa]
Partito dei cattolici. una forzatura giornalistica. Carlo Costalli presidente del mcl invita Casini a sciogliere il partito .
Una nota di Roberto Zuccolini sul Corriere della Sera del 14 dicembre, pur tra sfumature e distinguo, dà conto di un quadro di rapporti tra il segretario della CISL Bonanni, il ministro della cooperazione internazionale Riccardi, gli udc Casini e Cesa e il pd Fioroni.

Il titolo , poi, è ancor più tendenzioso, poiché si parla di “iniziativa dei cattolici il nuovo manifesto con Cisl, Udc e Riccardi”.

Certo viene riferito anche il pensiero del segretario della Cisl che ricorda, riferendosi al convegno di Todi, “il nostro è un progetto prepolitico”, ma l’articolo si chiude, assai prosaicamente, delineando l’ipotesi di un patto elettorale. Si scrive infatti : “e se si andasse a votare prima , nella prossima primavera?”. “Come Terzo Polo – rispondono dall’Udc – siamo già al 18 per cento. Se poi parte il nuovo soggetto politico … “.

E’ fin troppo facile dedurre che l’intenzione di questo articolo, come di qualche altro intervento di via Solferino alla vigilia del convegno di Todi, sia quella di sostenere la nascita di un soggetto politico che accompagni e irrobustisca la posizione dei centristi del terzo polo, il cui leader dovrebbe essere Andrea Riccardi, riservando, comunque, a Casini un ruolo di “operaio” del terreno più squisitamente politico istituzionale.

Perché Andrea Riccardi andrebbe a genio a RCS ?

Perché, come scrive il Corriere, questa operazione verrebbe “promossa dai cattolici, ma aperta alla cultura laica”. Si insiste più volte su questo aspetto ricordando che il Ministro sarebbe l’elemento più idoneo , in quanto cattolico, basando il suo indirizzo sull’”intenzione di costruire un’area di dialogo con una parte significativa della cultura laica”. E’ lo stesso Riccardi a descriverne le ragioni perché “la cultura cattolica è per sua natura di sintesi, secondo il modello degasperiano: occorre superare una volta per tutte gli steccati storici tra guelfi e ghibellini”.

In fondo, a ben vedere, il modello di Riccardi, più che propriamente degasperiano , appare una riedizione dell’interpretazione di Scoppola del leader trentino. Senza contare che, il contesto ecclesiale sul quale si svolgerebbe l’operazione, l’attuale linea pontificale confermata da Bagnasco, non consentirebbe di favorire un soggetto politico dei cattolici senza una assoluta chiarezza sui valori non negoziabili.

Del resto la forza della “questione antropologica” posta dalla lotta al relativismo va ben oltre la divisione tra “guelfi e ghibellini” richiamata da Riccardi, che , al fondo, era una questione di “potere”, ma riguarda valori sui quali gli spazi di “sintesi”sono assai esigui e gli “steccati ” ben più alti, nell’epoca attuale segnata dal relativismo.

Sugli aspetti più propriamente politici della nota è intervenuto Carlo Costalli presidente del movimento Cristiano Lavoratori, uno dei protagonisti dell’incontro di Todi.

In una dichiarazione del 14 dicembre spiega quello che è successo e di cui ha scritto il Corriere.

“A margine di un convegno ci sono stati dei ‘purparler’, come accade sempre, queste persone si sono viste e hanno fatto un po’ di ragionamenti… Ma se poi qualcuno lo dice al ‘Corriere’ per suggerire interpretazioni unilaterali, non va bene. E mette in imbarazzo qualcuno dei partecipanti”. Il riferimento riguarderebbe Bonanni, ma anche ambienti “autorevoli”.

Costalli ha tenuto a precisare che a gennaio si svolgerà un incontro pubblico – ne aveva fatto riferimento l‘articolo del Corriere come promosso dai ‘todiani’ – ma si tratta di una iniziativa che parte dall’UDC.

“ A Casini – ha poi aggiunto il Presidente del Movimento Cristiano Lavoratori – noi diciamo: sciogli il partito, facciamo le cose in grande,camminiamo insieme verso una formazione che sta a casa nel Ppe. Casini può essere l’artefice di questa iniziativa. Il Pd è incerto e il Pdl è ancora segnato dalla presenza di Berlusconi. Se però Casini pensa che il mondo delle associazioni cattoliche alla fine confluirà nell’Udc si sbaglia, perché l’antipolitica può colpire tutti”.

E’ evidente, anche da questa nota puntuale di Costalli, che l’iniziativa di cattolici per riformulare un impegno politico in linea con l’attuale posizione ecclesiale potrà dar vita ad una fase importante solo se andrà avanti con coerenza e specifici contenuti, evitando strumentalizzazioni politiche o, addirittura, elettoralistiche.
ì 29/11/2011 [stampa]
Vecchi personaggi per vecchie ricette.
Il prodigo Aldo Cazzullo intervista sul Corriere del 28 novembre “Beppe” Pisanu , con l’umiltà di un “devoto”.

L’inizio è tutto un programma : “ Presidente Pisanu , lei è stato tra i fautori del nuovo governo …”.

Ci piacerebbe conoscere attraverso quali reti di influenza il senatore pdl abbia agito per la soluzione Monti. Ma la meccanica di questo assunto di Cazzullo non ci verrà mai svelata.

L’intervista a Pisano si svolge intorno ad una tesi , che , poi, è la stessa di Casini: il nuovo governo avrà una forte possibilità di far evolvere la politica italiana favorendo la ricollocazione di alcune parti delle forze politiche: in sostanza i centristi del PD e di PDL andrebbero verso il centro che diverrebbe abbastanza forte da costringere alla collaborazione le altre forze politiche, che rinunceranno alle alleanze sulle loro ali: il PDL deve rompere con la Lega e il PD con le forze politiche più estremiste ( IDV e SEL ).

Lo schemino di Pisano parte da un primo step: “Alfano si stacchi dalla Lega”.

Ora questa proposta di Pisano risente di una vecchia logica centripeta che era stata la linea storica con la quale la DC aveva governato: quella di un passaggio graduale della politica italiana dal centrismo al centro sinistra e dal centro sinistra alla solidarietà nazionale che avrebbe incluso per una fase anche il PCI. Questo disegno veniva presentato come l’allargamento della base democratica e del consenso intorno allo stato democratico.

Ora, questa prospettiva storica avveniva in una condizione di sviluppo del paese e della sua crescita sociale , rispetto alle quali si presentò solo il pericolo terrorista. Nel contempo il suo respiro storico era sotto la regia di un autorevole dirigente della DC come Aldo Moro.

Ora la fase economica e sociale che si va aprendo e continuerà a lungo presenta il rischio di interventi socialmente durissimi, come mai è avvenuto nella recente storia italiana, che potrebbero far crescere, oltre il limite di guardia, il consenso verso il separatismo e le contestazioni sociali. Un governo di coalizione come quello ipotizzato da Pisano saprebbe contenere le tensioni che si produrrebbero sul sistema politico?

In fondo, a ben vedere, la proposta di Pisano è sulla linea opposta a quella che ha percorso Berlusconi negli anni più recenti. L’ex presidente del consiglio ha operato per “costituzionalizzare” un movimento che se lasciato a se stesso e di fronte alla questione regionale aveva rischiato e oggi rischierebbe ancor più di avviarsi definitivamente sulla strada della secessione, trascinando una larga parte dell’elettorato.

Il bipolarismo sul quale Berlusconi aveva avviato il sistema politico aveva, cioè, la funzione di riassorbire, in un quadro riformistico, le sollecitazioni rivoluzionarie che premevano sulle istituzioni a motivo di un centralismo divenuto insostenibile nelle grandi regioni settentrionali.

La incompiutezza di questa prospettiva è derivata dalla mancanza di una riforma costituzionale che avrebbe dovuto stabilire la costruzione di un sistema di governo presidenziale per offrire a chi lo guidava una sufficiente autorevolezza per convogliare nelle riforme ( federalismo) le spinte e le sollecitazioni che erano insite in alcune delle forze politiche alleate.

L’Italia ha bisogno oggi ed ancor più domani di riforme, a partire dalla sua Costituzione.

Ritornare ad una logica proporzionale e a governi di coalizione che si compongano nella logica parlamentare esporrebbe il Paese, nel quale avverranno cambiamenti sociali che colpiranno anche le classi medie, a tensioni come mai è avvenuto nella recente storia italiana.

Una logica partitocratica di ritorno non è in grado di ricostruire e ridare dignità al rapporto tra politica ed elettori. Esso va rifondato offrendo al consenso popolare la scelta dei programmi, delle coalizioni e di chi governa.

Di conseguenza, invece di vecchie ricette fallimentari occorrerebbe completare la riforma bipolare e avviare finalmente il percorso verso il presidenzialismo.
29/11/2011 [stampa]
Stefania Craxi, il presidenzialismo e l’esempio spagnolo.
Riformisti italiani": è il nuovo movimento politico lanciato da Stefania Craxi, deputata PdL ed ex sottosegretario agli Esteri, a Milano il 26 novembre.

I temi dell’iniziativa ricordano il linguaggio della discesa in politica di Berlusconi: significativo il titolo del manifesto programmatico: L’Italia che abbiamo nel cuore.

Si tratta di una lunga serie di propositi con i quali la figlia di Bettino intende rilanciare la sua azione politica basata su uguaglianza, giustizia, equità sociale. Presenti all'appuntamento anche il segretario del PdL, Angelino Alfano, e il leader dell'Udc, Casini oltre che il Governatore lombardo Roberto Formigoni, il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa, il coordinatore lombardo del Pdl Mario Mantovani e l'ex ministro della Difesa Ignazio La Russa.

Ora, la prima battaglia che promuove il movimento è una "nuova Repubblica presidenziale" e La Russa ha ricordato che il presidenzialismo "è un tema che vive e a suo tempo rappresentò un momento di vicinanza politica tra il mio partito di allora (Msi, ndr) e il padre di Stefania". L'ex ministro non si è sbilanciato sul fatto che il Pdl possa fare sua questa battaglia, spiegando però "personalmente sono molto interessato e oggi sono qui per questo, lo è meno Casini ma sono contento che sia venuto".

Craxi ha spiegato: "Ho lanciato un appello a tutti i riformisti, vecchi e nuovi, attraverso un manifesto che declina l'identità riformista, ho lanciato una battaglia e innescato un processo per la costruzione di una nuova repubblica presidenziale".

"Abbiamo invitato tutti i partiti”, ha, poi, precisato, “ tranne l'Idv. Bersani mi ha fatto sapere di essere impegnato".

Stefania Craxi , è bene ricordarlo, riprende il tema che il padre offrì alla politica italiana, quello della “grande riforma”, cioè di un programma riformatore che comprendesse anche una modifica della Costituzione in senso presidenziale.

Allora, la tendenza conservativa e conformista della politica italiana impedì che il progetto venisse adeguatamente discusso e attuato. Sbarrarono la strada a questo progetto sia il carattere consociativo della politica italiana (influenzato dall’asse DC- PCI ) , ereditato dagli errori e limiti della politiche dei governi di centrosinistra ( è interessante a questo proposito il libro di Celso Destefanis “La guerra dei sette anni” Scheiwiller, Milano ed in particolare quello che scrisse a proposito del “centro sinistra delle illusioni”), che sopravvissero anche nella fase di “pentapartito”, sia , soprattutto, la resistenza della sinistra democristiana contraria all’epoca anche ad una legge elettorale di tipo tedesco, con la sola eccezione di Roberto Ruffilli il costituzionalista ucciso dalla Brigate rosse.

Per la verità è mancata anche nei governi a guida Berlusconi una determinazione adeguata, mentre riaffiorano non solo nel centro, ma anche a sinistra le tendenze proporzionaliste.

A questo proposito Angelo Panebianco su “Il Corriere della Sera” del 21 novembre ha osservato con una giusta dose di ironia, a proposito delle manovre e delle aspirazioni centriste, che “Qualcuno, non ricordo chi, ha spiritosamente osservato che l’era berlusconiana potrebbe essere stata solo un lungo intermezzo tra la fine della DC e la sua rinascita”. “ La DC- ha poi aggiunto – ovviamente non rinascerà, ma che un grosso rassemblement parlamentare “centrista” si formi a breve termine per effetto di processi di scomposizione/ricomposizione delle forze politiche è possibile”.

Giustamente l’editorialista osserva che con questa prospettiva , se pur incerta e con una legge elettorale proporzionale, “andrebbero definitivamente in cavalleria sia il bipolarismo che l’alternanza e un cupo futuro di accentuata instabilità politica ci attenderebbe anche dopo le elezioni”.

L’articolo si conclude con un riferimento alla Spagna dove le elezioni hanno prodotto un risultato certo. “Lì la stabilità è garantita: chi vince governa e basta. Non è solo la legge elettorale che disincentiva la frammentazione, è un intero sistema istituzionale (fondato sul cancellierato, ossia sull'indiscusso primato del governo) che assicura la compattezza del corpo politico, il fatto che in esso vengano frustrate le spinte centrifughe”.

Panebianco infine punta l’indice sulla questione della riforma della Costituzione proponendo il presidenzialismo , come appunto oggi sostiene anche Stefania Craxi:

“ Forse, sarebbe bene smetterla di fare finta, come continuano a fare i cantori del parlamentarismo all'italiana, che le nostre siano le migliori istituzioni del mondo. Forse, bisognerebbe anche riconoscere quale sia (per parafrasare il grande giornalista britannico ottocentesco Walter Bagehot) il «segreto» della Costituzione italiana: la possibilità di ricorrere, ma solo per brevissimi periodi, quando i partiti siano resi impotenti dall'emergenza, a governi del presidente. Forse bisognerebbe almeno pensarci su e chiedersi se non sia il caso, fatto trenta, di fare anche trentuno, scegliendo la strada maestra della piena responsabilizzazione politica del presidente della Repubblica mediante l'elezione diretta”

Amara conclusione dell’articolo: “ Solo che non lo faremo. Poiché le scelte chiare, e le decisioni nette, non sono nel nostro stile”..
9/11/2011 [stampa]
Financial Times : “in the name of god and Italy, go ! “.
Il Financial Times titola l’ennesimo attacco al governo italiano utilizzando la frase che Oliver Cromwell ( “In nome di Dio, andatevene ! “) indirizzò al Parlamento nell’aprile del 1653 per chiederne lo scioglimento dopo che qualche anno prima aveva contribuito alla eliminazione di Carlo I.

Questo affondo del giornale dell’establishment finanziario britannico non suscita alcuna reazione di un sano patriottismo nei giornali dell’establishment economico italiano ed è sin troppo facile vederne una affinità non solo di natura economico culturale.

Ricordiamo agli immemori che non solo Cromwell dopo l’uccisione del Re divenne il padrone incontrastato dell’Inghilterra con il titolo di “lord protettore”, ma trattò i cattolici con durezza e li perseguitò in ogni modo, richiedendo ad essi il giuramento di abiura.

A questo fine , a suo modo, mise una “patrimoniale”, in quanto ove non avessero accettato di abiurare, avrebbero subito la confisca dei due terzi del loro patrimonio e di quasi tutti i diritti civili.

Vietò anche la permanenza di sacerdoti cattolici sul suolo inglese . In fondo, in fondo, in questi giorni in Italia si discute di patrimoniale e di rispetto delle scelte degli elettori, cioè del diritto civile più alto che spetta al popolo.

Alla fine di questa fase storica le cose mutarono radicalmente.

Scrivono Adriano Prosperi e Paolo Viola nel libro “Dalla rivoluzione inglese alla rivoluzione francese” (Einaudi, 2000) “dopo qualche esecuzione capitale di rivoluzionari regicidi e l’impiccagione del cadavere di Cromwell , fu concessa un’amnistia e ristabilito il Parlamento insieme alla Chiesa episcopale”.
17/10/2011 [stampa]
Fiducia al governo opposizione nella porta girevole.
La votazione che ha confermato la fiducia al governo Berlusconi , se pur di stretta misura rispetto al quorum di maggioranza assoluta, ha dimostrato un vantaggio di quindici deputati rispetto alle opposizioni unite.

La maggioranza c’è anche se ha un margine abbastanza esiguo.

La vicenda delle cause che hanno portato alla necessità di una votazione sulla fiducia e lo svolgersi del dibattito e del voto oltre a dimostrare le difficoltà della maggioranza, hanno palesato anche una condizione dell’opposizione sempre più pericolosamente avviata sulla strada di un estremismo che , mentre fallisce nel suo intento di far cadere il governo, contribuisce alle spinte qualunquiste dell’antipolitica.

L’antiberlusconismo ha un connotato manicheo e possiede una caratura di violenza che sposta sempre più in avanti l’asticella dell’aggressività, rivelandosi solo utile al distacco dei cittadini dalle massime istituzioni democratiche.

L’immagine dell’aula senza la presenza dei deputati del centro e della sinistra , la concomitante presenza sulla piazza di Montecitorio di esponenti dell’opposizione mostrano soltanto l’inquietante dispregio dell’istituzione parlamentare. Coloro che sono chiamati a svolgere la funzione parlamentare hanno il dovere di essere presenti in Parlamento e di argomentare con chiarezza e dignità la loro proposta politica o la loro critica, anche se facenti parte dell’opposizione.

In democrazia l’opposizione non si fa nelle piazze ma si svolge nelle aule parlamentari.

I deputati radicali che nella loro storia politica hanno fatto della provocazione un metodo per porre al Paese le questioni da loro ritenute essenziali, con la presenza nel dibattito e al voto, hanno dato a tutta la goffa e multiforme compagine di minoranza una lezione di stile e di rispetto per l’aula parlamentare. Pannella dimostra di essere un gigante politico di fronte ai Bersani , Di Pietro e Casini .

Spiace che un disegno non imprecisabile di prospettiva istituzionale, probabilmente, abbia indotto Casini ad aggregarsi a questa poco decorosa scelta .

Il momento più imbarazzante è stato quando avendo deciso i radicali di partecipare con la seconda chiamata alla votazione e, quindi confermando il raggiungimento del numero legale, i deputati prima assenti sono confluiti in aula per partecipare alla votazione.

Questo voto/non voto mostra anche l’uso strumentale di una essenziale prerogativa istituzionale che ridotta a strumento tattico , scende al livello delle meschinità.

Meschinità che ha superato ogni margine quando , come scrive l’Agenzia Dire delle 13, 46 del 14 ottobre, “gli schermi di Montecitorio mostrano i deputati radicali passare sotto lo scranno della presidenza… Rosy Bindi si lascia andare ad uno sfogo colorito: ‘Quando gli stronzi , so’ stronzi galleggiano senz’acqua’ ”.

Impareggiabile colpo d’ala di stile della esponente cattolico democratica.

A cosa può servire questa ennesima fiducia ottenuta dal governo?

Se si tratta di prolungare una lenta agonia , allora sarebbe non solo inutile, ma anche dannosa.

Questa maggioranza consente di varare e presentare i provvedimenti per la ripresa economica. Consenta anche di avviare il lavoro parlamentare per le riforme, concludendo quella sul federalismo, passando alla discussione parlamentare quelle sulla giustizia, sulla fiscalità e , soprattutto quelle sull’architettura costituzionale.

Quando anche il Governo dovesse cadere nel voto sulle riforme si dimostrerebbe chi sta dalla parte del cambiamento e chi vuole conservare questo sistema ormai alle corde.

E, la conseguente campagna elettorale porrebbe agli elettori questa scelta fondamentale ed in grado di motivarli a partecipare e decidere.
12/10/2011 [stampa]
Il gruppo del Lingotto esce dalla Confindustria. La Fiat corre da sola si della Cisl e Uil, no Cgil.
La Fiat esce dalla Confindustria dal primo gennaio 2012. L’aveva preceduta il gruppo Riello. L’hanno seguita le industrie Pigna, i tessili di Prato e Gallozzi group. L’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne ha rotto un tabù: l’unità della categorie degli industriali. Uno strappo che era nell’aria ma che in molti si erano adoperati perché non avvenisse. La Fiat da oltre 90 è legata all’associazione degli imprenditori privati con filo doppio. Non solo perché per anni è stata l’azienda più rappresentativa del sistema imprenditoriale ma anche perché è stata la guida delle scelte degli imprenditori allorché il suo proprietario Giovanni Agnelli assunse direttamente l’incarico di presidente della Confederazione di viale dell’Astronomia all’Eur.

Lo strappo di Marchionne segna una svolta ancor più marcata di quella operata da Cesare Romiti al tempo della marcia dei “quarantamila”, i quadri e dirigenti che si ribellavano alla ingovernabilità dell’azienda provocata dai continui scioperi, dall’eccessivo assenteismo e dalla scarsa produttività delle tute blu guidate dalla Cgil.

La Fiat non intende più essere vincolata nelle relazioni industriali da lacci contrattuali eccessivamente rigidi. Con la proposta “ Fabbrica Italia” aveva sottoposto ai lavoratori e ai sindacati un percorso che a fronte di investimenti dell’ordine di 20 mila miliardi prevedesse maggiore flessibilità e nuove regole nell’organizzazione del lavoro. La linea approvata dai lavoratori di Pomigliano d’Arco, di Mirafiori e di Grugliasco con i referendum aziendali va avanti.

I vertici del gruppo torinese confermano gli impegni per l’Italia ( un suv Jeep a Mirafiori, un motore Alfa Romeo a Grugliasco, la nuova Panda a Pomigliano) e si apprestano ad “ utilizzare la libertà d’azione applicando in modo rigoroso le nuove disposizioni legislative. I rapporti con le organizzazioni sindacali saranno gestiti senza toccare alcun diritto dei lavoratori, nel pieno rispetto dei reciproci ruoli, come previsto dalle intese raggiunte a Mirafiori, Pomigliano e Grugliasco”.

Si tratta ,comunque, di una svolta delle relazioni industriali anche se la Fiat non ha alcuna intenzione a rompere i rapporti con le sedi territoriali della Confindustria. Per la presidente Emma Marcegaglia uno smacco personale che offusca la sua gestione quadriennale, caratterizzata in questi ultimi mesi da nervosismo e da crescenti attacchi nei confronti del governo e della sua politica economica.

La decisione di lasciare la Confindustria per cercare nuovi spazi contrattuali e una diversa organizzazione del lavoro avrà bisogno di molte verifiche sindacali. Per la Cisl e Uil, che basano la loro azione sindacale soprattutto sulla contrattazione, non cambia molto. La Cgil ha già preannunciato l’inasprimento della mobilitazione ( sciopero dei metalmeccanici di otto ore il 21 ottobre) e il ricorso alla Magistratura per bloccare l’applicazione del nuovo corso impresso dagli accordi sottoscritti dalla maggioranza dei lavoratori.( smen)
08/10/2011 [stampa]
Pisanu e Scaiola: il nuovo che avanza.
La Stampa del 6 ottobre titola in primo piano : Verso l’intesa degli ex DC. Pronti a far cadere il premier. Gli uomini di Pisanu e Scaiola ormai vicinissimi a staccare la spina”.

A Beppe Pisanu è rimasta appiccicata addosso l’etichetta di aver fatto parte della ”banda dei quattro” , cioè dei più stretti collaboratori del segretario della DC Benigno Zaccagnini eletto nel 1975, anzi, di esserne stato il “capo” in quanto responsabile della segreteria.

Il paludato Corriere della Sera del 20 febbraio 1994 ne tracciava un profilo interessante: “ Pisanu era ragazzo quando a Sassari nel 1956 Cossiga e i "giovani turchi" s' impadronirono della Dc e fu uno dei pochi esterni ad essere cooptati: deputato a 30 anni e per 18 anni di seguito.”

“. Dal 1975 al 1980 – continua il giornale di allora - potente capo della segreteria di Zaccagnini. Della banda, Pisanu era il più operativo. Belci direttore del Popolo, Bodrato e Salvi custodi dell' ideologia, lui addetto alla bassa cucina: enti, banche e altri affari che il santo segretario non poteva toccare e possibilmente neanche sapere”.

La Repubblica del 4 luglio 2002, descrive il clima festaiolo quando era in odore di nomina a Ministro degli Interni: “è soddisfatto perché è la giornata che lo ripaga di quel 6 giugno di un anno fa, quando il Viminale gli fu soffiato da Claudio Scajola sul filo di lana. Abbracci e baci per Pisanu, a Montecitorio.

Gli stringe entrambe le mani Clemente Mastella, un ex nemico dc, che lo accusò di essere avvezzo alla compravendita dei parlamentari dopo le dimissioni del governo D'Alema e, tanto per regolare un vecchio conto, di avere manovrato come "il mago Silvan quando bisognava eleggere Aldo Moro presidente della Dc". ”Cossiga – precisa il quotidiano - lo chiamò in causa per dire che sul caso Moro, Pisanu con Bodrato, Galloni e Belci (la banda dei quattro) avevano depistato Zaccagnini”. Allora venivano menzionate anche le critiche spietate di D'Alema e Rutelli: "Pisanu spieghi cosa è accaduto per togliere la scorta a Marco Biagi".

Al di là di ogni commento malevolo su Beppe Pisanu da parte di quei giornali che oggi lo elogiano, resta l’invidiabile constatazione che, l’ex dc risulta in politica da 50 anni e parlamentare da oltre 40 anni. Claudio Scaiola ha un curriculum meno prestigioso.

Di lui si sono occupate, recentemente, assai più le cronache giudiziarie che quelle politiche, a parte quel “Biagi rompiscatole” che gli venne attribuito dal Corriere della Sera e il Sole 24 ore, che gli costò la poltrona di ministro degli interni.

Quello che constatiamo è la totale impudicizia di quella informazione che getta fango sui personaggi che fanno parte del P.D.L. mentre appena mostrano, non si sa per quali nobili motivi, l’intenzione di uscirne , diventano degli eroi.

Mai si è registrata una così banale e distorcente analisi della politica e dei suoi protagonisti.

Questo bipolarismo di giudizio; buoni o cattivi, onesti o disonesti, capaci o incapaci, che muta radicalmente a seconda delle circostanze e degli interessi politici delle aziende-partito della cara stampata, è entrato, ormai, nel costume nazionale. Quando, giustamente, si richiede di “cambiare aria”, non si può non riferire anche a questa atmosfera mefitica e vagamente ricattatoria.

Sentiamo un gran bisogno di novità , di cambiamento, di nuove idee e nuovi protagonisti. Questo nuovo che ci auguriamo avanzi non ce lo possono recare né Pisanu , né Scaiola.
04/10/2011 [stampa]
La crisi dell’euro minaccia tutti.
La Grecia licenzia 30 mila statali. Arrivano anche negli Stati Uniti gli indignati che avevano fatta la loro comparsa in Spagna, in Inghilterra e in Francia.

Sono molti i paesi alle prese con tensioni sociali forti ed anche clamorose. Mentre in Italia i politici protestano a parole nelle altre parti del mondo le categorie che si sentono fortemente colpite dai provvedimenti di ristrettezza scendono in piazza e protestano vivacemente.

Corrono il rischio di essere arrestati come in Inghilterra e a New York per aver bloccato il ponte di Brooklyn, dopo l’assalto alla sede di Wall Street, spinti dagli effetti della crisi. Sono fenomeni che sfuggono a qualsiasi catalogazione.

In realtà mettono in grande difficoltà i vertici delle amministrazioni.

Il premier spagnolo il socialista Zapatero dopo la grande marcia in maggio dei 250 mila “ indignatos” tra Madrid e Barcellona ha deciso di passare la mano, anticpando il ricorso alle urne.

In agosto si sono registrati in Inghilterra scontri e saccheggi dopo l’uccisione del 29enne di colore Mark Duggan da parte di un agente di polizia.

Il fenomeno promosso da giovani teppisti è stato ridimensionato da un deciso intervento del governo del conservatore Cameron. Sempre in agosto centinaia di indignatos si sono accampati in strada a Tel Aviv per chiedere al premier Netanyahu un cambiamento delle priorità di governo. In Grecia continuano le proteste contro i tagli previsti dal pacchetto di austerità approvato dal governo del socialista Gorge Papandreu.

Entro ottobre il governo ellenico ha bisogno di fondi per otto miliardi ma molti osservatori ritengono che non saranno raggiunti gli obiettivi concordati con il Fondo monetario internazionale e con la Ue. In Italia dopo due manovre finanziarie sono allo studio nuovi provvedimenti per favorire la crescita.

Sono mesi cruciali per l’Europa.

Dopo i tanti faccia a faccia i big di Stato e di governo si ritroveranno a novembre a Cannes per la riunione del G20 quando tutti i Parlamenti dovrebbero aver dato il via libera al rafforzamento del Fondo salva Stati, cioè all’aumento delle sue risorse e della sua flessibilità operativa. Duro, schietto, antipatico il premier inglese David Cameron è intervenuto alla Bbc per dire “ oggi come oggi l’Eurozona è una minaccia non soltanto per se stessa ma anche per l’economia britannica e per quella del mondo intero. Perciò i capi europei debbono rimboccarsi le maniche e far funzionare il mercato unico”.

Ma anche lui al congresso del partito conservatore a Manchester è stato fischiato da 35 mila manifestanti in rappresentanza dei disoccupati che superano la percentuale dell’8 per cento mentre la crescita del prodotto interno lordo è stato ridimensionato dal Fondo monetario internazionale all’1,1% .

La crisi dell’euro minaccia tutti, britannici compresi. ( smen)
23/09/2011 [stampa]
Patrimoniale per tutti.
Oscar Giannino non è certo tenero con il governo. Tutti i giorni da Radio 24 critica il centrodestra per le promesse non mantenute, per le incertezze e i ripensamenti sulle decisioni nelle fasi della recente manovra.

Insomma è pienamente schierato con il suo editore, cioè Confindustria.

E, comunque , non si può negare che non abbia una competenza vera ed una capacità di analisi a volte anticonformista e disvelante.

Su Panorama del 28 settembre svolge alcune considerazioni sulla patrimoniale i cui “fautori della prima ora” sono stati “i Giuliano Amato e i Carlo De Benedetti” a seguire, aggiungiamo noi, Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini.

Il titolo dell’articolo è già chiaro “ non illudetevi, tifosi della patrimoniale: quando i politici faranno bene i conti, non colpiranno soltanto i ricchi”.

Le conclusioni altrettanto: ” tutti si illudono così che siano pochi ricchi a pagarla. Dimenticando l’amara lezione della storia , anche italiana e anche recente (il prelievo notturno sui conti correnti di tutti l’avete dimenticato? ). Quando Stato e politici si convincono ad una patrimoniale forzosa , perché valga l’effetto allora bisogna prendere dove si può: nelle tasche dei più non dei meno. Forse è meglio che gli italiani se ne ricordino. E che il centrodestra rifletta”.
07/09/2011 [stampa]
La speculazione incalza. Il Governo vara una manovra piu’ forte .
Mentre le notizie sull’assalto della speculazione alle borse europee ed in particolare a Milano mostrano l’aggravarsi della situazione economica e i rischi che si vanno configurando sulla stessa tenuta dell’ Euro, il Consiglio dei Ministri approva alcune modifiche al Decreto, aggiungendo al testo già passato in commissione bilancio anche un contributo di solidarietà del 3 per cento sui redditi superiori ai 300 mila euro fino al paraggio di bilancio , l’innalzamento di un punto dell’IVA al 20 per cento, interventi sull’età pensionabile e l’annuncio, che alla successiva riunione del CDM verrà approvata un disegno di legge di modifica costituzionale per l’abolizione delle province.

Il governo ha quindi disposto che sul testo definitivo venga posta la questione di fiducia.

Il percorso dei provvedimenti con i quali tentare di contrastare l’aggressione speculativa si fa sempre più stretto e il contributo che le opposizioni possono offrire è, sostanzialmente nullo , soprattutto dopo che il PD, ha aderito allo sciopero generale.

Rompere ogni ulteriore indugio, superare le divisioni all’interno della stessa maggioranza, prendere decisioni immediatamente operative sono ormai un dovere ed una scelta obbligata.

Occorrerà verificare il comportamento delle opposizioni non solo in sede parlamentare e come reagiranno alcune forze sociali e la stampa che fino ad oggi hanno inseguito ogni forma di resistenza agli interventi.

Contribuiscono, infatti, alla credibilità del Paese non solo, ed in primis, le decisioni in sede politica, ma anche il contesto generale e cioè il senso di responsabilità che complessivamente verrà dimostrato da tutti.

Siamo curiosi di conoscere se continuerà o meno, anche in questi frangenti e con decisioni che a questo punto risultano efficaci, l’assalto al “Palazzo d’Inverno” a cui fino adesso abbiamo assistito.
01/09/2011 [stampa]
31 Agosto con la modifica della manovra ritorna la politica.
Il vertice di Arcore ha posto fine alle interessate interpretazioni politiche di questi ultimi giorni sulle insanabili divisioni nella maggioranza e sulla prospettiva di avvitamento negativo del governo per i rischi elettorali della manovra.

L’accordo raggiunto innanzitutto ha un importante significato politico ed è frutto di un serio lavoro di mediazione tra Alfano e Maroni che si sono guadagnati un ruolo nuovo dentro i rispettivi partiti.

Infatti dopo la smodata esaltazione leaderista, ritorna nel campo politico la qualità della mediazione, cioè la capacità di mettere insieme culture e orientamenti diversi per realizzare una condizione di governabilità.

In particolare si rende evidente il fatto che dentro il PDL, piuttosto ingessato nel tempo della leadership berlusconiana, dopo l’insediamento di Alfano si è sviluppato un forte dibattito politico che il nuovo leader ha saputo smussare e farne un arma di confronto e di accordo con la Lega. Il direttore del Tempo Mario Sechi ha commentato: “la sorpresa di un PDL diverso”.

Anche sui contenuti dell’accordo ci sono da rilevare importanti novità.

La più significativa è quella intitolata “nuove misure fiscali finalizzate a eliminare l’abuso di intestazioni e interposizioni patrimoniali elusive”, cioè la caccia a trust e società di comodo che consentivano di trasformare i ricchi in nullatenenti.

Ne abbiamo detto più volte. Come scrive La Stampa : “nel mirino …all’incirca 35 mila società” e qualcuno chiarisce che in questo campo ci sono “il 47 per cento dei contratti di locazione delle ville più ricercate” e “ il 64%delle imbarcazioni di lusso che circolano in Italia… intesta e nullatenenti, prestanome e società di comodo “, “idem per auto fuori serie e oggetti d’arte”.

Con la nota spontaneità il ministro Calderoli ha commentato: “ la pacchia è finita”.

Altre le altre novità sono importanti: dalla riduzioni dei costi della politica ( abolizione delle Province e dimezzamento del numero dei parlamentari, naturalmente attraverso una norma costituzionale ), ai minori tagli agli enti locali, dalla eliminazione del contributo di solidarietà che anche se colpiva i redditi alti era un incremento di tassazione contrario al dna del PDL, alla tassazione delle coop che invece sono nel dna del PD rosso e bianco.

Alle opposizioni non sono restati molti argomenti ed affidano la loro polemica ad una ostinata valutazione ragioneristica sul fatto che “i conti non tornano” .

Ora il significato complessivo di questo passaggio , che deve comunque misurarsi sull’ l’iter parlamentare e le sue possibili imboscate, è quello di una fase di forte impegno riformista.

Il centro destra che sembra ritrovare la sua caratura tradizionale ha di fronte una sola possibilità di poter competere alle prossime elezioni con una possibilità di conferma: quella di dimostrare agli italiani che i presupposti sui quali è nato sono l’obbiettivo della sua azione di governo e che i risultati e le riforme arrivano, complici le necessità imposte dalla grande crisi.
26/07/2011 [stampa]
Fini: da una “Repubblica” all’altra per andare oltreconfine.
Sei mesi dopo l’intervista del 12 gennaio, quasi all’indomani della sconfitta del 14 dicembre, “La Repubblica”, torna, il 24 luglio a far parlare Fini.

I toni non cambiano e neppure le parole: il paese è confuso e paralizzato, l’appello è a maggioranza e opposizione, piena sintonia con il Capo dello Stato, alleanza strategica con Casini.

Il Presidente della Camera, mentre a parole riafferma la sua vocazione di destra (“ il perimetro di Futuro e Libertà è quello del centrodestra”), mette su i tasselli per una compatibilità a sinistra.

Non manca, infatti, nella sua idea di destra una sfumatura operaista ( “ non è la mia idea di destra pensare che gli unici lavoratori siano i commercianti.. E gli operai?”), per ossequio alla sinistra vendoliana.

La fisionomia ideologica di fondo è quella nella quale riappare il concetto della eticità ridotto all’orizzonte della legalità, con una difesa a tutto campo della Magistratura, questo per accattivarsi Di Pietro.

Del resto era lo stesso fedelissimo Fabio Granata che sull’Espresso del 12 luglio aveva, esplicitamente, teorizzato la futura alleanza tra Fini e_Di Pietro.

Rispetto a queste “simpatie” finiane sappiamo tutti quel che pensa Casini.

C’è anche una novità politica che rappresenta il succo di questa ultima intervista: l’apprezzamento per il Ministro Maroni e la sua candidabilità a premier di un governo di unità nazionale.

Non crediamo proprio che il leader UDC abbia molto apprezzato questa indicazione: meno di un anno fa’ Bossi aveva dato dello “stronzo” a Casini che lo aveva definito: “noto trafficante di banche e quote latte”.

Anche l’affermazione: “meglio i collegi delle preferenze”, lanciata nel corso dell’intervista , propone un distinguo rispetto a Casini di non poco conto, considerando che la posizione del leader UDC favorevole al proporzionale è strategica ed in sintonia con la linea di D’Alema che sostiene il referendum Passigli, rispetto al contro referendum di Veltroni per tornare ai collegi uninominali .

Stretto dentro un Terzo Polo a guida Casini , il Presidente della Camera tenta di presentare una sua posizione politica che, come un neofita democristiano, però, oltrepassa la linea di confine che il vero e antico dc Casini gli ha tracciato.

Come i suoi seguaci per caratterizzarsi, contravvenendo alle disposizioni di Casini, hanno portato le loro bandiere nella manifestazione di venerdì all’Auditorium della Conciliazione, così nell’intervista a Repubblica Fini pone dei distinguo per far vedere che esiste.

Ma andare oltre il confine per tentare di farsi accettare dalla nuova, poco gioiosa, macchina di guerra dell’unione delle sinistre, significa entrare in un terreno paludoso, in quelle sabbie mobili dalle quali Casini, pur con tutti i suoi tatticismi, si tiene alla larga.

Ormai è evidente: Fini non è in grado di capirlo. Auguri.
19/07/2011 [stampa]
Accordi legittimi per Pomigliano tra Fiat e Fiom la partita continua.
Lo scontro in Tribunale tra Fiat e Fiom-Cgil si è concluso 2-1 per il gruppo del Lingotto. Ma la partita non è finita. Nessuna delle due parti intende fermarsi alle conclusioni giudiziarie. Eppure non ci dovrebbero essere più alibi o dubbi.

I licenziamenti dei tre operai di Melfi sono legittimi perché i tre sindacalisti fermarono al termine di un’assemblea spontanea i rifornimenti delle linee di produzione , bloccando i robot che portavano il materiale a valle.

Gli accordi che l’azienda ha firmato con Cisl, Uil, Ugl e Fismic per Pomigliano d’Arco, sottoposti poi a referendum, sono legittimi. Il giudice del lavoro di Torino ha riconosciuto, comunque, che la Fiat ha messo in atto azioni antisindacali, estromettendo la Fiom dalla rappresentanza di fabbrica, violando così l’art. 28 dello statuto dei lavoratori. La sostanza della questione è, però, passata. Per Melfi è stato ribadito il concetto che l’azione sindacale non può essere svolta impedendo la produzione o mettendo in atto comportamenti illeciti che violano i diritti degli altri, in primo luogo il diritto al lavoro.

C’è un limite anche nei contrasti sindacali più duri. Nel caso Pomigliano la Fiom-Cgil si era esclusa da sola, non firmando l’accordo sottoscritto invece dagli altri sindacati per salvare, osservare Luigi Angeletti della Uil, la prospettiva di uno stabilimento e difendere l’occupazione. La sentenza del giudice del lavoro di Torino riconosce, aggiunge il segretario generale, che “ le litanie su un accordo illegittimo che calpestava i diritti era solo una montatura”.

Non tutto è chiaro, come accade di solito in Italia. Anche la Fiom deve godere in azienda dei normali diritti sindacali. Si dovrà vedere come, anche perché , sottolinea il Ministro Maurizio Sacconi, nel frattempo è intervenuto l’accordo interconfederale firmato anche dalla Cgil di Susanna Camusso il 28 giugno che consente il passaggio dalle rappresentanze sindacali unitarie a quelle aziendali.

Ora, pertanto, bisogna guardare avanti.

La Fiom non ci sta ad abbassare la lotta. Potrebbe andare avanti con le cause individuali oppure con azioni sindacali di disturbo.

C’è un accordo, ci sono delle regole fissate e sottoscritte rispondono gli altri sindacati e l’azienda e quindi l’investimento deve andare avanti anche se i vertici del Lingotto hanno annunciato che gli investimenti vengono congelati in attesa del ricorso.

Il Lingotto intende procedere ad un accurato esame del provvedimento del giudice Vincenzo Ciocchetti per valutare l’impatto della decisione sulla praticabilità dei piani d’investimento. Una ulteriore fase di fibrillazione sindacale non giova a nessuno.

A Pomigliano il Lingotto aveva previsto di investire 700 milioni per produrre la nuova Panda, le cui prime vetture dovrebbero uscire dallo stabilimento entro la fine dell’anno. Fa parte del pacchetto Fabbrica Italia che prevede anche un miliardo per produrre a Mirafiori automobili e Suv di classe per i marchi Jeep e Alfa Romeo e altri 550 milioni per l’ex Bertone di Grugliasco per produrre la nuova Maserati.

Dell’intera operazione industriale dovrebbe parlare l’amministratore delegato Sergio Marchionne in Brasile a fine mese nel corso della riunione dei consigli di amministrazione di Fiat spa e Industrial sui conti del secondo trimestre 2011. ( smen)
14/07/2011 [stampa]
Designati, eletti, preferenze e collegi uninominali.
Ernesto Galli della Loggia ha senz’altro ragione quando scrive nell’editoriale del Corriere della Sera dell’11 luglio che il degrado della funzione parlamentare avviene anche perché l’attuale legge elettorale ha completamente deresponsabilizzato l’eletto ( sarebbe più giusto parlare di designato ) nei confronti degli elettori.

“Grazie alla legge elettorale in vigore, infatti, si è eletti alla Camera o al Senato per il puro ed esclusivo fatto di occupare un determinato posto nella lista presentata da un partito non per altro”.

Aggiungiamo che, per mandare ancor più in confusione gli elettori, in quasi tutte le circoscrizioni elettorali, i primi posti della lista vengono occupati dai vertici di partito o da altri candidati e , di conseguenza, saranno, poi, le rinunce intrecciate in tutta Italia a far venir fuori i veri nomi degli eletti in Parlamento.

E’ una ulteriore raffinatezza che consente ai vertici dei partiti di decidere tutto, ma proprio tutto, perché se non vi fossero le duplicazioni delle candidature, gli elettori, quantomeno, saprebbero che i primi indicati nella lista diverrebbero parlamentari, a seconda del livello di consenso ottenuto dalla lista.

Maestro sublime di questa “tecnica” è il leader dell’UDC, ma non è solo in questo.

Ricordiamo tuttavia al giornale di via Solferino che, a suo tempo, quando si scatenò la campagna contro le preferenze con il passaggio dal sistema proporzionale al cosiddetto Mattarellum, il giornale fu in prima fila per dimostrare , anche a ragione, che le preferenze facevano aumentare i costi delle campagne elettorali e, venne sostenuto il sistema dei collegi uninominali, che, tuttavia, poneva in capo alle segreterie dei partiti la scelta di chi candidare nei diversi collegi a seconda del grado di probabilità di elezione.

Anche Galli della Loggia, e lo sottoliniamo con favore, si rende conto che “è dubbio però che il vero rimedio possa essere una diversa legge elettorale”.

Ma il pensiero dell’illustre politologo non riesce a decollare e si ferma ad un livello minimale, infatti così conclude: “Cambiare quella attuale - per esempio ritornando non già a qualche sciagurata riedizione della proporzionale, ma al “ Mattarellum” – rappresenterebbe per lo meno un segnale. E’ vero infatti “ - e qui dà ragione alle nostre riflessioni che abbiamo esposto poco innanzi – “ che anche con il “ Mattarellum” i candidati dei collegi uninominali venivano scelti dai partiti …ma quel che dopo tutto fa una certa differenza è per che cosa si viene scelti. Se per prendere più voti possibile in un determinato collegio , ovvero, come accade oggi, se per ricevere un regalo in cambio dell’obbedienza o di altro”.

Sulla validità del sistema elettorale basato sui collegi occorrerebbe approfondire ciò che avviene nella Francia o negli Stati Uniti dove vige la logica delle candidature naturali o dove le primarie sono una cosa serie ed importante.

E’ dubbio che nella logica del nostro Paese, nel punto a cui siamo giunti, si possa dar corso a quel necessario rapporto tra territorio e rappresentanza indispensabile in una democrazia forte e rappresentativa. Intorno ai sistemi elettorali continua a dipanarsi il filo della convenienza particolare delle forze politiche prive ormai di una visione di interesse generale e di una reale esaltazione della volontà e legittimazione popolare .
08/07/2011 [stampa]
FLI : sopravvivere e far vincere la sinistra.
Parole di Italo Bocchino riportate da Italia Oggi del 6 luglio: “ FLI ha raggiunto il suo primo obbiettivo: sopravvivere, e al tempo stesso ha destrutturato il berlusconismo estremista che ha permesso alla sinistra di vincere a Torino, Milano, Trieste, Bologna, Napoli e Cagliari “.

Nella foga di enfatizzare il proprio antiberlusconismo il deputato di FLI si attribuisce il merito anche dei successi del PD nelle città nelle quali il partito di Bersani ha vinto , come dire, a prescindere dal livello di consenso del centro destra.

Poi, se si va a sommare quanto ottenuto da tutto il Terzo Polo e lo si aggiunge al consenso del centrodestra i conti non tornano comunque, poiché in quelle città indicate da Bocchino, la sommatoria dei voti non avrebbe consentito, comunque, di arrivare al successo.

Se poi, ancora, si andassero a contare i voti che Fini ha preso, si verificherebbe che sempre, in tutte le città, i voti di Fli sono al di sotto di quelli dell’UDC di Casini.

Per carità siamo di fronte a percentuali talmente irrisorie che rischiano di potare il Terzo Polo sul piano della irrilevanza elettorale e politica.

Tanto è vero che nel PD si sta aprendo la questione se sia necessario inseguire Casini e compagnia cantante o sia, invece, più utile portare avanti una alleanza che sembra avere il vento dietro.

Mentre lasciamo al dibattito interno al PD tale questione, riteniamo realmente velleitario e irreale, quanto afferma, sempre Bocchino, che , dopo tutto quanto è successo nell’ultima tornata elettorale amministrativa, per Fli “ è necessario ripartire con i contenuti”, facendo intendere che si potrebbe riaprire un rapporto con il centro destra.

Ma l’ambizione sarebbe ancora maggiore e cioè quella, addirittura, di ristrutturare il centro destra.

Ma vi immagina l’elettorato del PDL aprire le braccia, come trionfatori e benvenuti, a Casini, Rutelli e Fini e ,magari, affidare loro le sorti di questa parte politica ?

Certo Casini, forse anche per la sua esperienza democristiana, non si è mai chiuso del tutto le porte di un possibile ritorno al centro-destra, ma, anche per lui, sarebbe una missione impossibile un’alleanza verso destra portandosi dietro Fini.

Abbiamo infatti l’impressione che il tempo dei tatticismi e delle furberie stia passando per tutti.

Lo schema sul quale si sta innestando la politica italiana dopo le ultime amministrative e i referendum, sembra riprodurre lo schema bipolare per un ultimo decisivo scontro tra le due principali alleanze politiche, anche se, ambedue gli schieramenti , presentano non pochi problemi di tenuta.
09/06/2011 [stampa]
Fini non vuole essere una costola della sinistra ma sarà solo una costola di Casini.
Sarebbe troppo facile esporre le contraddizioni di opinione di Fini sulle materie oggetto dei referendum.

Giustamente qualcuno ha rilevato che quando erano nel PDL Fini e i suoi approvarono tutte e quattro le leggi oggetto dei referendum.

Il terzo polo riunitosi il 6 giugno ha stabilito due no per l’acqua e libertà di voto per il nucleare e legittimo impedimento.

Quando si è riunito FLI il giorno dopo le divisioni sono state clamorose chi era per non votare, chi per i no e chi per tutti e quattro sì.

E’ emersa anche una confusione sulle linee strategiche , ad esempio se Fini diverrà il leader di FLI e si presenterà o meno candidato presidente.

In sostanza si è nella più totale confusione politica e mentale.

Fini ha tentato di riportare il discorso sulle prospettive dicendo, in sostanza, che oltre la fase di contestazione a Berlusconi, l’FLI non può essere una costola della sinistra, ma ritornare a rappresentare un movimento politico di destra.

Dopo aver votato nei ballottaggi di Napoli e Milano per i candidati dell’ultra sinistra non è facile ricercare la strada per fare un percorso di destra.

Per uscire da un impasse evidente della riunione Fini ha avuto un’idea : quella di riempire di contenuti la convention del terzo polo che si svolgerà a luglio.

Quali idee? Quelle di Granata e Bocchino o quelle di Urso ?

Chissà se Fini riuscirà farsi dare una mano dai suoi due intellettuali che, peraltro, hanno già marcato le distanze: Alessandro Campi e Sofia Ventura.

A parte il ricorso ai temi di programma e agli intellettuali più o meno disponibili e più o meno compatibili con l’intellighenzia casiniana ( Adornato, Buttiglione, Pezzotta ) è, soprattutto, evidente che Fini non ha più alcun potere di influire politicamente non solo sul centro destra, dove troverà sempre la strada sbarrata, ma anche nell’ambito del cosiddetto terzo polo dove è solo Casini a dirigere la musica.

Il destino di Fini è segnato : non vuole essere una costola della sinistra, ma si appresta a diventare una costola del bel torace di Casini.
20/05/2011 [stampa]
Responsabilità del terzo polo su una Milano affidata alla nuova sinistra.
Giustamente Ettore Maria Colombo su “ Il riformista” del 19 maggio,commentando il risultato del vertice tra Fini, Casini e Rutelli che si sono chiamati fuori dai ballottaggi di Milano e Napoli, rileva che “sostanzialmente,…, la decisione presa ieri … equivale nei fatti ad un sostanziale via libera , per quanto implicito possa essere, ai candidati della sinistra”.

L’obbiettivo del terzo polo che ha riportato risultati assai deludenti è quello di favorire l’esplosione delle difficoltà all’interno del centro destra che la vittoria al secondo turno di Milano potrebbe determinare.

L’affermazione del polo di sinistra e lo stabilizzarsi del rapporto con SEL e IDV (il PD a Napoli ha deciso di appoggiare De Magistris) pone il terzo polo , oggettivamente, nella impossibilità di aggregarsi a sinistra e, di conseguenza si farà del tutto per favorire una scomposizione politica nel centro destra.

Il passaggio decisivo, secondo le analisi terzopoliste, è nella sconfitta di Milano per Berlusconi.

Si affastellano già le ipotesi per un futuro che appare imminenti e realistico: spaccatura con la Lega, crisi di governo, richiesta di un governo presidenziale di larga convergenza, modifica della legge elettorale.

Secondo queste affabulazioni il futuro si apre su scenari ghiotti.

Tuttavia Bossi e Berlusconi sono stati sempre, in qualche modo, sottovalutati nella loro capacità politica.

Questi posseggono un elemento forte sul quale fissare il rampino per scalare le attuali e possibili difficoltà che si originerebbero per un risultato negativo di Milano.

La maggioranza parlamentare ragionevolmente resta coesa e la capacità di attrazione del terzo polo non esce accresciuta da questa tornata elettorale; al contrario la base parlamentare del centro destra difficilmente vedrà fughe verso elezioni anticipate che garantirebbero poche rielezioni.

Se così sarà, la maggioranza al governo deve avviare, nei due anni che restano, un significativo percorso di riforme , fino a mettere in campo quella fiscale attesa da cittadini e operatori il cui impedimento, a motivo della necessità di tener fermi i conti pubblici, è all’origine di molte disaffezioni, in primis di quella degli imprenditori.

Il tatticismo del terzo polo e di Casini in particolare rischia di favorire l’affermazione di un sindaco a Milano che aprirebbe uno spazio alla cultura sessantottina, minando il carattere non solo borghese della città, ma anche sotto il profilo dei contenuti e dei valori di ispirazione cattolica.

Anche in conseguenza di ciò, è ben evidente che le attese per l’avvicendamento della massima autorità della Chiesa in Città assumono connotati più precisi.
02/05/2011 [stampa]
SINDACATI DIVISI: bandiere Cisl bruciate, Uil fischiata, Ugl isolata.
Primo Maggio, festa dei lavoratori. Mai sindacati così divisi, tante polemiche, violenze e fischi. L’invocata unità sindacale, richiamata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, non è neppure dietro l’angolo. E’ tornata ad essere una chimera, allontana da comportamenti, dichiarazioni, prese di posizioni, contrasti come quelli che hanno portato la Cgil a non firmare alcuni contratti o la riforma del sistema contrattuale o come i no della Fiom-Cgil sulle scelte per Mirafiori e Pomigliano d’Arco nella trattativa con la Fiat per gli investimenti del progetto “ Fabbrica Italia”. Unità lontana anche per la nuova decisione della Cgil di proclamare per il 6 maggio un mezzo sciopero generale, al quale sono contrari gli altri sindacati.

Solo a Trapani i tre leader delle Confederazioni erano insieme ma non a Torino dove nella centrale piazza San Carlo sono state bruciate sul palco alcune bandiere della Cisl da parte di lavoratori dell’area antagonista che le avevano strappate ai lavoratori in corteo. Non a Milano dove sono stati fischiati Danilo Galvani della Cisl e Walter Galbusera della Uil da parte dei dipendenti della Scala e dove gruppi di lavoratori precari hanno bersagliato vetrine di banche e di agenzie immobiliari con lanci di vernice e danneggiato bancomat con iniezioni di acciao liquido. Festa separata e anticipata a Bologna( mai accaduto), niente corteo a Napoli per le divisioni tra le organizzazioni locali, affluenza al minimo al corteo di Firenze.

L’Ugl di Giovanni Centrella ( il segretario metalmeccanico) ha scelto Campobasso per rimarcare i problemi dei lavoratori del Mezzogiorno ed anche la difficile ed effimera colleganza con la Cgil,Cisl, Uil raggiunta con la gestione di Renata Polverini.

E’ proprio Susanna Camusso al termine della giornata di tensioni e divisioni ad ammettere “ insistiamo a dire che le differenze ci sono e non si superano facendo finta che non ci siano ma occorrono nuove regole che permettano ai lavoratori di decidere”. Tra le priorità non c’è solo l’unità sindacale risponde Raffaele Bonanni secondo il quale “ è il lavoro il cemento del nostro paese e finchè i lavoratori non avranno voce in capitolo ci sarà sempre un problema per la nostra democrazia. Ai governi, nazionale e regionale, non chiediamo solo di fare di più, di abbassare le tasse ai lavoratori e ai pensionati ma che si smetta di sperperare soldi senza alcun pudore rispetto allo stato in cui si trova l’Italia”. Anche per Luigi Angeletti della Uil il vero problema è affrontare i problemi dei lavoratori con la disoccupazione che è la vera emergenza. “ L’unità sindacale, ha aggiunto, è quella delle persone che lavorano e quindi occorre ritrovare non solo unità ma anche la capacità di individuare obiettivi comuni”.

Ma l’esempio che veniva dal “ Concertone” di Piazza San Giovanni, promosso dai sindacati come ogni anno e trasmesso dalla Rai, non era incoraggiante. Bandiere contro il nucleare, simboli della sinistra, balli sulle note di Bella ciao, l’inno nazionale “ Fratelli d’Italia” cantato in versione rock, satira bipartizan ( ma non troppo) del comico Marcorè. In questo contesto anche bandiere e stendardi di Papa Wojtyla appena beatificato, portati dai giovani che avevano partecipato alla veglia e alla cerimonia a Circo Massimo.
27/04/2011 [stampa]
Elezioni di Milano: i guai del terzo polo.
Bene ha fatto Antonio Calitri su Italia Oggi del 26 aprile, a proposito delle elezioni amministrative di Milano, a ricordare quel confronto tra Rutelli e Fini del 1993, a Roma, sul quale irruppe Berlusconi tirando fuori dal “cono d’ombra” il leader dell’MSI.

Quel gesto del fondatore di Forza Italia contribuì moltissimo a costruire la logica del nuovo bipolarismo italiano, purtroppo, oggi, rimasto ancora incompiuto.

Fini ebbe un grande vantaggio dalla spinta bipolare, togliendolo dalle sabbie mobili di una marginalizzazione politica nella quale il sistema proporzionale lo aveva relegato.

Questa volta sono le elezioni di Milano a decidere le sorti del bipolarismo. Il terzo polo costruito grazie anche all’apporto, peraltro non valutato fino ad oggi, dei finiani, ma guidato da Casini, è alla prova elettorale.

Piero Bassetti sul Riformista del 26 aprile segnala le ambiguità e le divisioni di questo polo che non polarizza: “Il Terzo Polo a Milano, dovendo seguire gli amici di Casini che in parte optano per la Moratti, in parte non dicono chiaramente cosa fare , oppure gli amici di Fini e Rutelli che opterebbero per Pisapia, si propone come un ‘non soggetto politico’, anche per questo fermo nei sondaggi al 6-7 %”.

Peraltro, la spaccatura creatasi all’interno del FLI ( Bocchino, Granata e Briguglio per votare Pisapia al secondo turno, Urso per la Moratti) rivela la doppia difficoltà del partito di Fini e, di conseguenza di Casini.

La scelta di votare con la sinistra da parte del FLI , non solo rischierebbe di azzerare il consenso nei riguardi di questo partito, ma trascinerebbe il riottoso Casini ad una posizione di sinistra, quando questi non intende fare scelte definitive prima delle elezioni politiche generali.

Milano è una piazza troppo importante e indicativa per fare scelte avventate e sbagliate.

Fini cresciuto grazie al bipolarismo, ne subisce la ferrea logica ed un terzo polo senza una linea politica ed un forte consenso non è un soggetto politico.
13/04/2011 [stampa]
Attività edilizia con il "patentino". La Camera dei Deputati approva nuove norme per le imprese edili.
Il Parlamento ha deciso, con una maggioranza trasversale schiacciante, di regolare l’attività del costruttore edile. A seguito di un complesso esame parlamentare la Camera dei Deputati ha approvato, infatti, con 437 voti favorevoli, 15 astenuti e un solo voto contrario, una proposta di legge sulla disciplina dell'attività edilizia, che ora è transitata presso l’altro ramo del Parlamento.

Quando questa proposta diventerà legge il mondo delle costruzioni edili, attualmente parzialmente regolamentato, sarà disciplinato da principi e da norme attuative contenute principalmente in un unico testo. Il lavoro parlamentare che ha portato all’approvazione del testo si è svolto, in buona parte, presso un comitato ristretto, appositamente costituito, che ha provveduto ad unificare diverse proposte di legge presentate sia dalla maggioranza che dall'opposizione.

Il provvedimento in questione stabilisce, prima di tutto, che per svolgere l’attività di “costruttore edile”, che può essere esercitata in forma di impresa individuale, societaria o cooperativa, sarà necessaria l’iscrizione in una sezione speciale dell’edilizia, istituita ex novo, presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura. Tale sezione sarà articolata in due subsezioni: una dedicata ai costruttori che svolgono interventi di costruzione, ristrutturazione, restauro, risanamento conservativo e manutenzione ordinaria, nonché interventi di lavori di completamento e di finitura e l’altra a quegli operatori che esercitano soltanto attività inerente ai lavori di completamento e di finitura.

Sono esclusi dall’applicazione di questa disciplina i costruttori che svolgono la propria attività nell’ambito della promozione e dello sviluppo di progetti immobiliari e del restauro, conservazione e manutenzione di beni culturali. L’iscrizione alla sezione speciale, e la conseguente possibilità di poter esercitare la professione di costruttore edile, sarà subordinata al possesso di una serie di requisiti che dovranno essere verificati dalle camere di commercio al momento della richiesta dell’iscrizione stessa. Le camere di commercio, inoltre, saranno chiamate anche a controllare, mediante verifiche annuali, da effettuarsi anche a campione, la sussistenza di tali requisiti in capo ai costruttori edili iscritti. Per far fronte agli eventuali nuovi oneri introdotti dalla normativa le camere di commercio saranno autorizzate a chiedere il pagamento di quote agli iscritti.

I requisiti richiesti, che si vanno ad aggiungere a quelli previsti dalla normativa vigente in materia di qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi, riguardano: la formazione, l’onorabilità, la moralità, l’idoneità professionale e la capacità organizzativa; essi sono richiesti per garantire la permanenza, nel mercato dell’edilizia, di imprese non improvvisate che realizzino lavori di qualità. I requisiti di onorabilità attengono all’assenza di condanne penali definitive per reati contro la pubblica amministrazione, bancarotta, usura ed emissione di assegni a vuoto e condanne penali definitive che prevedano una pena detentiva superiore a due anni.

Il costruttore dovrà dimostrare, inoltre, di possedere i requisiti tecnici previsti al fine di comprovare la propria capacità organizzativa, cioè di possedere la disponibilità di attrezzature di lavoro e di mezzi d’opera conformi ai requisiti di sicurezza, adeguati in relazione all’attività da esercitare, per un valore di almeno 15.000 euro (a tale scopo sono prese in considerazioni anche le attrezzature possedute in leasing o a noleggio). Per l’iscrizione alla subsezione dedicata ai lavori di completamento e di finitura dovrà essere dimostrata, invece, la disponibilità di attrezzature di lavoro e di mezzi d’opera necessari all’esercizio dell’attività per un valore minimo di 7.500 euro.

Sul piano tecnico, il provvedimento prevede che la conduzione dell’azienda debba essere affidata a un responsabile interno all’azienda, quindi non a un consulente esterno, che può essere individuato alternativamente in uno dei seguenti soggetti: titolare, socio partecipante al lavoro, consigliere di amministrazione, familiare coadiuvante, dipendente, associato in partecipazione o addetto operante nell’impresa secondo le diverse tipologie contrattuali previste dalla legge.

Inoltre, si richiede che tale responsabile, con esclusione dei professionisti tecnici (ingegneri, architetti, periti e geometri) iscritti agli appositi Ordini e in attività da almeno due anni, dovrà frequentare un corso che va da un minimo di 40 ad un massimo di 250 ore e superare un apposito esame. La regolamentazione dei citati corsi avverrà su base regionale secondo programmi stabiliti con decreto ministeriale concertato con le regioni e sentite le organizzazioni di categoria maggiormente rappresentative a livello nazionale.

Il responsabile tecnico, inoltre, dovrà possedere alcuni requisiti morali che sono determinati dalla mancanza di condanne definitive per reati concernenti la violazione di norme in materia di lavoro, di previdenza e di prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro e per alcuni tipi di reati in materia ambientale e paesaggistica e per quelli inerenti l’esecuzione di lavori in totale difformità o assenza del permesso per costruire o di lottizzazione abusiva.

La proposta legislativa prevede che le imprese operanti nel settore dell’edilizia alla data di entrata in vigore della legge in questione, regolarmente iscritte nel registro delle imprese o nell’albo delle imprese artigiane, possano continuare a svolgere la propria attività per un periodo di dodici mesi a condizione che comunichino alle camere di commercio il nominativo del responsabile tecnico.

Nell’ambito sanzionatorio, si introducono, in caso di violazione delle predette norme, alcune sanzioni amministrative nonché la sospensione dell’attività e la confisca delle attrezzature impiegate. Il testo dispone, infine, che il 50% delle entrate delle sanzioni dovrà essere destinato ai comuni per l'organizzazione dei controlli sull'attività edilizia, mentre la restante parte dovrà essere devoluta alle regioni per l'organizzazione e al funzionamento dei corsi di apprendimento.
07/04/2011 [stampa]
Processare Berlusconi con ogni mezzo, ma....
A volte sono i particolari nascosti nelle pieghe della storia a determinare gli eventi.

Questa volta dalle carte del processo a Berlusconi su Ruby è spuntata come la coda del diavolo la trascrizione di tre telefonate del premier.

Queste poche pagine di un fascicolo che ne conta ventimila possono cambiare il corso degli eventi.

Che l’obbiettivo di questo processo non sia quello di una sentenza giudiziaria, ma che – soprattutto per la sollecitazione mediatica – sia invece lo “sputtanamento” del Presidente del Consiglio è cosa ormai voluta ed acclarata.

Sappiamo che il premier è abile nel difendersi sotto il profilo dei contenuti di merito, ma conosciamo anche l’eccezionale capacità di Berlusconi di spostare sul piano mediatico l’attacco giudiziaria, fino a dimostrarsi vittima di una aggressione, con la conseguenza di creare un alone di simpatia e di difesa.

Anche se il tema è delicato e la sinistra gioca sulle corde del moralismo, lo scontro è tutto su i riflessi condizionati che si determineranno.

Da una parte l’ondata di fango mediatico sulle frequentazioni disinibite del Cavaliere, dall’altro la risposta mediatica all’attacco ed alla limitazione delle sue prerogative private, condotti con ogni mezzo.

La liceità dei mezzi messi in campo da Milano - già messa a dura prova dal controllo “cellulare” e non solo degli invitati ad Arcore - è cancellata con la trascrizione delle telefonate del premier , senza le necessarie, inderogabili, autorizzazioni.

Questo “errore” dei magistrati milanesi verrà mostrato come la “prova” della persecuzione e potrebbe far pendere dalla parte del Cavaliere l’esito della battaglia mediatica in corso.
09/03/2011 [stampa]
La "rottura" di Fini trascina al fallimento anche Bersani.
In genere il giudizio sulle capacità e lo spessore di un uomo politico non può essere immediato, nel senso che del tempo deve trascorrere per considerarne, complessivamente, il valore.

Gianfranco Fini ha vissuto nel MSI un lungo periodo privo di qualsiasi attitudine o gesto che gli desse un ruolo importante nella politica italiana.

Quando Silvio Berlusconi, contro tutto e contro tutti, si fece carico di inserire il futuro leader di AN nel suo progetto politico, lo pose nella condizione di assicurargli un ruolo importante nella politica nazionale. Il 2010 verrà ricordato come un anno decisivo ; Berlusconi era reduce da successi importanti come il superamento della emergenza rifiuti in Campania, la risposta al terremoto de L’Aquila, la soluzione italiana per Alitalia, la sostanziale tenuta del sistema economico finanziario nella grande crisi del 2008. Obbiettivi importanti erano stati raggiunti nel campo degli ammortizzatori sociali e tali da ricevere l’appoggio dei sindacati CISL e UIL. Novità anche in campo fiscale come l’eliminazione dell’ICI sulla prima casa, premessa di un fisco più equo. Il governo inoltre aveva approvato la legge delega ed avviato l’iter della riforma federale.

Questo positivo cammino del governo venne confermato dal grande successo elettorale alla Regionali, successo ascrivibile sopratutto alla capacità del Presidente del Consiglio di coagulare consenso anche in presenza di limiti organizzativi e politici del suo partito.

E’ a questo punto che iniziano i distinguo di Fini che non rientrano in una dialettica interna, ma vanno a costruire una sponda importante nei riguardi dell’opposizione.

E’ inutile elencare le “rotture” di Fini : dalle scelte etiche, al ruolo della magistratura, dalla cittadinanza alla famiglia. Linee politiche e contenuti che creavano un “ponte” con la sinistra, più che con lo stesso centro di Casini.

La polemica tra Fini e Berlusconi viene veicolata dai giornali che concorrono a fomentare un clima di grande scontro e Fini decide di dar vita ad una strategia nuova: la fondazione Futuro e libertà ispira una organizzazione territoriale autonoma e si ipotizza la formazione di un nuovo gruppo parlamentare avendo l’obbiettivo di condizionare, in sede parlamentare, il Presidente del Consiglio. La rottura avviene perché Fini ha inteso mantenere il doppio ruolo di oppositore interno e di Presidente della Camera perché riteneva che quest’ultima lo aiutasse a sostenerne il peso politico che, altrimenti, nel mero ruolo di confronto interno, non avrebbe avuto sia lo spessore che la battaglia richiedeva, sia la sponda a sinistra.

E’evidente che questo doppio ruolo rendeva incompatibile la sua permanenza nel partito. Nella famosa direzione del 22 aprile Berlusconi esprime proprio questa posizione . Non c’è una “cacciata”, ma l’ intuizione politica di una oggettiva incompatibilità. Incompatibilità condivida dalla maggioranza degli opinionisti indipendenti.

Queste novità nel centro destra si verificano quando nel centro sinistra si era concluso da pochi mesi l’iter congressuale.

Il PD, mentre Berlusconi si rafforzava nel 2008-2009. eleggeva, alla fine dell’anno, Bersani segretario.

In fondo il PD compiva con Bersani una scelta riformista, sconfiggendo l’estremismo dei i due avversari : Franceschini che rappresentava l’ultimo anelito dei cattolici democratici e Marino che esprimeva una linea laicista, più ideologica di quella del segretario.

Il significato di questa scelta era la possibilità che si dava il PD di assumere una posizione di confronto e di proposta di progetti politici alternativi al centro destra, superando l’antiberlusconismo in quanto tale, fino ad arrivare all’idea di un accordo con il centro di Casini, in una possibile alleanza riformista, non estremista.

E’ a questo punto che irrompe sulla scena politica la strategia di Fini che spacca il PDL e, conti alla mano, crea le condizioni di far cadere il premier.

L’illusoria prospettiva di Fini, convince il debole Bersani che è giunto il momento finale del premier.

Il PD, con l’idea di una crisi di Berlusconi e della nascita di un “governo del Presidente”, abbandona la linea di un confronto di progetti politici e viene trascinato nel gorgo dell’obbiettivo della fine del governo, rispolverando tutto l’armamentario giustizialista che viene sollecitato anche dalle inchieste giudiziarie. Su questa linea il PD, lasciata ogni resistenza, cade nelle braccia di Di Pietro e della pressione giudiziaria, mentre i mass media di sinistra gli impongono l’alleanza con Vendola.

Bersani tenta la quadratura del cerchio: salvare l’alleanza con Casini, “ma anche” quella con Di Pietro e Vendola, e lancia l’dea della “Santa alleanza”.

Questa posizione, solo apparentemente forte nei numeri, è priva di qualsiasi logica politica, mentre la spallata a Berlusconi non riesce e il premier riconquista i numeri necessari a governare.

Bersani, ormai spostato sulla linea giustizialista, non sarà in grado di realizzare l’alleanza con Casini e , di conseguenza crolla il disegno riformista che doveva contenere l’asse con l’UDC. Nonostante i problemi del PDL si accelera la crisi del PD e il bluff delle dieci milioni di firme non nasconde la realtà dell’esodo dei parlamentari.

Fini che ha portato Bersani ad abbandonare la sua strategia, unica possibile alternativa al centrodestra, sta diventando anche un alleato scomodo per Casini, poiché il suo antiberlusconismo crea una rottura incolmabile con il centrodestra e questo non piace al leader UDC che vuole rafforzare una posizione di centro e, comunque, mantenere sempre una doppia possibilità di alleanza.

Fini sollecitato da orgogliosa inettitudine è prigioniero di questa situazione, tanto è vero che le sue scelte di conferire i ruoli principali nel partito a Bocchino e Della Vedova rispondono a questa linea ostinata e pregiudiziale. “Findus”, congelato, lo ha definito lo stesso Urso che tenta, invano, di ricostruire un recinto di destra al partito.

Oggi Fini tenta di accreditarsi a destra come se ci potesse essere un centro destra non solo privo di Berlusconi, che prima o poi accadrà, ma contro Berlusconi, cioè contro le idee di riferimento e i contenuti riformatori della politica berlusconiana.

Ed è per questo errore strategico che Fini è destinato ad avere uno spazio politico offertogli solo dalla sinistra, una sorta di partito di azione, ma non di quel livello. Granata definisce il nuovo partito “repubblicano, riformatore, moralizzatore”, ma la cui cultura è nichilista, libertaria e radical chic .

Non ci sarà bisogno di tempo per una valutazione politica su Gianfranco Fini: la sua presunzione, i suoi errori e le relative conseguenze sulla politica italiana ne definiscono, già ora, il giudizio.
28/02/2011 [stampa]
Soccorso rosso per Fini.
Mentre, come scrive il Foglio del 24 febbraio, “si consuma in silenzio la rivolta dei gentiluomini contro Fini”, a dimostrazione che la linea politica del Presidente della Camera si allontana definitivamente da quell’identità che la destra aveva tentato di mantenere e aggiornare, giunge in aiuto del Presidente della Camera la multiforme compagnia di genere del soccorso rosso.

Dopo la Annunziata che, con il suo solito acume, aveva anticipato tutti, giunge il clan giustizialista di Santoro, mentre l’ ”autorevole” Espresso segna la presa in carico del Presidente della Camera nell’ambito dell’antifascismo più ideologicamente impegnato.

E non finirà qui.

Accettando questo soccorso, Fini dimostra che la linea divulgata dai suoi parlamentari doc ( Bocchino, Briguglio, Granata ) di una possibile alleanza con la sinistra, di fronte ad una emergenza democratica, è la vera strada che FLI intende percorrere.

Ora questa scelta, dissimulata ma reale , promette di avere due conseguenze ineludibili.

Innanzitutto questa linea politica , sostenuta dal “ soccorso rosso “, costituisce una mazzata non digeribile per l’elettorato ex AN , con il risultato che anche l’aiuto mediatico verrà pagato a caro prezzo in termini elettorali e di consenso.

Sul piano politico, poi, questo stato di necessità che vede FLI con l 'unica possibilità di una alleanza pre elettorale o post elettorale con la sinistra, mette in difficoltà il leader del terzo polo Casini che ha sempre connotato la sua posizione su una autonomia strategica rispetto a scelte di destra o di sinistra.

Da buon democristiano Casini aborrisce di trovarsi in una condizione obbligata, cioè di avere una sola possibile scelta.

La linea di Fini finisce, quindi, per condizionarlo perché, anche nel dopo Berlusconi, sarà impossibile per il PDL prendere in considerazione una alleanza con un partito nel quale Fini abbia una parte importante.

Si leggono con riferimento a queste considerazioni le perplessità di Casini nei riguardi della costituzione di un unico gruppo al Senato, dove FLI non ha più i numeri. In particolare è significativo che siano stati proprio i senatori udc a respingere questa proposta.

Mentre scorre il tempo di questa legislatura, sembra sempre più evidente che la parabola dell’ex segretario di AN sia in discesa , mentre, proprio per questa oggettiva valutazione, ai suoi ultimi parlamentari, sulla base delle idee che sostengono, si prospetta la confluenza nell’UDC o in un gruppo di tipo azionista e giustizialista, ultima costola della sinistra.
28/02/2011 [stampa]
Ripetuto il malvezzo delle milleproroghe.
E’ il momento di avere più coraggio nelle riforme. Il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi continua a ripeterlo ad ogni occasione. L’ultima l’annuale assemblea dei tesorieri del Forex. La necessità è quella di risvegliare l’economia perché la crescita stenta da quindi anni.

Il sistema italiano ha superato indenne la prima fase della crisi ma ora risente degli effetti della recessione. Preoccupa inoltre lo scenario d’incertezza dominato anche dalle rivolte del Nord Africa. Un aumento del 20 per cento del prezzo del petrolio determina una minor crescita del prodotto interno lordo di mezzo punto nell’arco di tre anni. Un dato allarmante se si considera che le previsioni attribuiscono all’Italia una crescita dell’1 per cento. L’altro aspetto che evidenzia lo stato di malessere è il dato della disoccupazione giovanile che sfiora il 30 per cento e con salari d’ingresso fermi da dieci anni.

Il nuovo richiamo del Governatore arriva mentre veniva pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale il contestato decreto “ Milleproroghe”, accompagnato da due lettere del Quirinale sull’impegno della non emendabilità dei Decreti- legge come fonte normativa straordinaria ed eccezionale come prescrive la Costituzione.

Il “ milleproroghe” è andato nel tempo trasformandosi in una quasi seconda Finanziaria. Nel documento approvato sia dalla camera che dal Senato e promulgato da Napoletano sono previsti una ventina di provvedimenti che vanno dalla proroga per il blocco degli sfratti e la stretta sulle case fantasma all’euro in più per il cinema, dal bonus sulle perdite per i crediti in banca, al foglio rosa anche per motorini e minicar, dalle norme sulla protezione civile alla sanatoria per i manifesti elettorali abusivi, dal ritorno della social card ( carta acquisti alimentari e pagamento delle bollette) per i più bisognosi all’allungamento dei tempi per pagare le quote latte.

Il “milleproroghe” è un grosso contenitore in cui dentro c’è di tutto.
25/02/2011 [stampa]
Soccorso rosso per Fini.
Mentre, come scrive il Foglio del 24 febbraio, “si consuma in silenzio la rivolta dei gentiluomini contro Fini”, a dimostrazione che la linea politica del Presidente della Camera si allontana definitivamente da quell’identità che la destra aveva tentato di mantenere e aggiornare, giunge in aiuto del Presidente della Camera la multiforme compagnia di genere del soccorso rosso.

Dopo la Annunziata che, con il suo solito acume, aveva anticipato tutti, giunge il clan giustizialista di Santoro, si annuncia l’arrivo a Ballarò, mentre l’ ”autorevole” Espresso segna la presa in carico del Presidente della Camera nell’ambito dell’antifascismo più ideologicamente impegnato.

E non finirà qui.

Accettando questo soccorso, Fini dimostra che la linea divulgata dai suoi parlamentari doc ( Bocchino, Briguglio, Granata ) di una possibile alleanza con la sinistra, di fronte ad una emergenza democratica, è la vera strada che FLI intende percorrere.

Nonostante le strumentali dichiarazioni di voler rifondare la destra,infatti, i contenuti più rilevanti e i riflessi politici di ogni presa di posizione finiana rientrano oggettivamente nel quadro strategico politico della sinistra. E non è un caso che la sinistra così attenta alle regole istituzionali non provi alcun imbarazzo per l’azione debordante del Presidente della Camera. Non solo è impossibile una ricomposizione del rapporto di Fini con il centro destra nel tempo di questa legislatura e alle prossime elezioni non è pensabile un accordo elettorale o successivo a queste .

Ora questa scelta, dissimulata ma reale , promette di avere due conseguenze ineludibili.

In questa quadro , già il sostegno del “ soccorso rosso “, costituisce una ulteriore mazzata non digeribile per l’elettorato ex AN , con il risultato che anche l’aiuto mediatico verrà pagato a caro prezzo in termini elettorali e di consenso.

Sul piano politico, poi, questo stato di necessità che vede FLI con l 'unica possibilità di una alleanza pre elettorale o post elettorale con la sinistra, mette in difficoltà il leader del terzo polo Casini che ha sempre connotato la sua posizione su una autonomia strategica rispetto a scelte di destra o di sinistra.

Da buon democristiano Casini aborrisce di trovarsi in una condizione obbligata, cioè di avere una sola possibile scelta.

La linea di Fini finisce, quindi, per condizionarlo perché, anche nel dopo Berlusconi, sarà impossibile per il PDL prendere in considerazione una alleanza con un partito nel quale Fini abbia una parte importante.

Si leggono con riferimento a queste considerazioni le perplessità di Casini nei riguardi della costituzione di un unico gruppo al Senato, dove FLI non ha più i numeri. In particolare è significativo che siano stati proprio i senatori udc a respingere questa proposta.

Mentre scorre il tempo di questa legislatura, sembra sempre più evidente che la parabola dell’ex segretario di AN sia in discesa , mentre, proprio per questa oggettiva valutazione, ai suoi ultimi parlamentari, sulla base delle idee che sostengono, si prospetta, nella migliore delle ipotesi la confluenza nell’UDC o, per i più radicali, la ridotta in un gruppo di tipo azionista e giustizialista, con la destinazione finale di essere un’ ultima costola della sinistra.
21/02/2011 [stampa]
"Marco's version".
Marco Follini ha un dono. Quello di parlare a se stesso, senza porsi il problema di chi lo ascolti.

Non ha amicizie che durino a lungo, né luoghi dove si trovi a suo agio.

Casini, mentre era Presidente della Camera lo fece Segretario dell’UDC e poi lo buttò via. Il PD lo accolse a braccia aperte e lo mise in frigorifero.

Tenta di imitare i ragionamenti di Aldo Moro e per questo usa un linguaggio antico, quello della prima Repubblica, ma di quella stagione politica adopera solo le parole della decadenza.

Quanto era anche vice presidente del consiglio reintrodusse il concetto della discontinuità, lasciando allibito il Cavaliere. Senza il contesto della “repubblica dei partiti” quella parola non aveva senso e nessuno lo capì

Ha una rubrica settimanale fissa su “il riformista”, un po’ come la “Andrea’s Version” de Il foglio, una “Marco’s Version”.

E’ il tipo classico, vezzeggiato dai giornali dei poteri forti e, cioè, un “politico” che non ha consenso e non conta nulla. Ma questo non lo preoccupa.

Nell’intervista al Corriere della Sera del 18 febbraio ricambia la cortesia proponendo quel galantuomo di Mario Monti come premier di una coalizione tra PD e Terzo Polo.

Conoscendo come sono fatti i democristiani che perdonano, ma non dimenticano, ci assale un dubbio.

Certo, Marco Follini, politico che non conta, con questa intervista ribadisce che la politica non deve contare e che il premier deve essere preso in prestito dall’economia, ma lancia anche uno spillo avvelenato al suo ex amico Pierferdinando che D’Alema ha indicato come possibile candidato premier di una alleanza tra terzo polo e sinistra.
15/02/2011 [stampa]
No a Minetti, No a Binetti.
La manifestazione di orgoglio femminista di domenica 23 ripropone, in una modalità più folkloristica, la piazza sessantottina.

Una piazza, però, questa volta, come ha detto Giuliano Ferrara, “neopuritana”.

Ma non cambia nulla.

E come in tutti i richiami a formare un'unica forza, alle attiviste di sinistra anche estrema si sono unite anche le donne “cattoliche” del PD e dell’UDC che dovrebbero avere ben altri valori rispetto a quelli del femminismo militante.

Il vero intento della manifestazione era chiaro: formare un fronte antiberlusconiano sui “diritti delle donne”, mettendosi insieme e cancellando le differenze; un po’ come l’accordo di tutte le forze politiche, un nuovo CLN, contro l’emergenza del “nuovo fascismo” di Berlusconi.

Così come con un certo antifascismo comunisti e democratici, atei e cattolici dovevano stare insieme, così il femminismo e la sua ideologia abortista ha sfilato a braccetto con chi rifiuta tutto questo.

Paola Binetti ha partecipato a Roma alla manifestazione di domenica.

Racconta Mario Aiello su Il Messaggero che accanto alle “sboccate” che gridavano “Berlusconi, vieni qui pure tu , è pieno di figa”, c’erano le “super-laiche” che scandivano: “No a Minetti, no a Binetti”.

Perché, in una domenica di febbraio a Roma, cancellare una grande e nobile diversità e farsi strillare nelle orecchie un idiota slogan laicista?
11/02/2011 [stampa]
Congresso FLI: nasce un partito plurale, non di destra.
Il congresso fondativo di Futuro e Libertà non nasce con una idea fondante, ma con diverse ipotesi di contenuti e di strategia politica.

E’ quantomai inusuale che nel momento della nascita di un partito ci si presenti già con tre distinte mozioni.

E’ evidente che, se anche queste dovessero essere ritirate , sul piano delle strategie politiche, siamo in presenza in FLI di differenti opzioni tra chi accetterebbe una alleanza con la sinistra, come hanno esplicitamente dichiarato Granata, Bocchino e Briguglio, chi ritiene di ancorarsi ad una alleanza di centro con una autonomia per le liste della Camera (Della Vedova e Consolo ) e chi ritiene che si debba operare per una nuova destra, senza tentazioni centriste o di alleanze a sinistra ( Ronchi e La Morte).

Queste diverse opzioni politiche riflettono diverse sensibilità culturali.

Le posizioni di destra dentro FLI si stanno spegnendo anche se gli intellettuali più impegnati e coerenti sono coloro che sostengono la vocazione a destra del nuovo partito come Sofia Ventura e Alessandro Campi. La loro è anche una posizione che conferma il sistema politico bipolare, mentre si mantiene coerente con le idee presidenzialiste. Su queste posizioni ritroviamo un filo ideale che aveva avuto spazio parziale nel MSI, sostenuto fortemente da Giano Accame, anche con la sua adesione a Nuova Repubblica di Pacciardi, attraverso l’esperienza di Democrazia Nazionale, fino alle simpatie filo craxiane di una parte di questa destra.

Sono note le polemiche di Sofia Ventura, duramente redarguita dal Secolo e l’intenzione di non partecipare al congresso di Alessandro Campi. Sembra proprio che agli ultimi intellettuali di destra sia inibita ormai la presenza nel FLI.

Le posizioni schierate sulla possibilità di una alleanza a sinistra derivano da un insieme culturale e politico che trova alimento sulle pagine del Secolo, il cui direttore esalta il ’68, e con esponenti che sviluppano una lettura a senso unico delle idee di Pino Rauti negli aspetti “rivoluzionari” (esaltazione del futurismo – simpatie per la cultura radicale e filo giacobina), anche se questa alleanza a sinistra rappresenterebbe la forma di conservazione più esplicita del “politicamente corretto” radical chic.

La linea “centrista” è quella che intende rifarsi ad una tradizione che non appartiene alla destra, bensì a quella democratico cristiana del Partito popolare europeo. Questa si scontrerebbe con le posizioni giacobine e laiciste dello stesso Fini e finirebbe certamente per essere assorbita dall’UDC, anche se questo partito non possiede forti categorie culturali, che risultano soverchiate dal suo spregiudicato tatticismo politico.

Un ultima considerazione : la cancellazione del nome di Fini significa da un lato un suo ulteriore sforzo per rimanere nella carica di Presidente della Camera, ma anche, per FLI rassegnarsi ad accettare la candidatura di Casini alla leadership del terzo polo, fatto che avrà le sue conseguenze sulla tenuta elettorale del nuovo partito..
26/01/2011 [stampa]
Luciano Lanna sul secolo si inginocchia a Scalfari.
Luciano Lanna sul Secolo del 25 gennaio tenta di disegnare un grande affresco, una cornice nella quale collocare la politica italiana e le sue prospettive.

Riprende l’affabulazione di Veltroni che nel recente discorso al Lingotto ha detto “dobbiamo uscire dal novecento”, intendendo che questo è stato il secolo delle contrapposizioni, delle lotte e delle divisioni che caratterizzerebbero ancora la politica di oggi in Italia.

E’ innanzitutto assai riduttivo vedere nel secolo trascorso la sola contrapposizione.

Il novecento è stato qualcosa di più: ha visto l’assunzione al potere dell’ideologia comunista ed il contrapporsi del totalitarismo di destra, con il pericolo della scomparsa della democrazia in Europa.

La grande guerra civile europea che si combattè con i due conflitti mondiali, proseguì in Italia, prima con le uccisioni e le vendette all’indomani del 25 aprile, poi, nell’ambito politico, con una conflittualità non paragonabile con le altre democrazie europee.

Nel dopoguerra la contrapposizione era tale che spinse Pio XII e i Comitati Civici a votare per la sola DC e , come ha scritto Baget-Bozzo “la maggioranza parlamentare democristiana sarebbe stata una garanzia di stabilità per il Paese negli anni duri dello stalinismo e della guerra fredda”.

Lanna polemizza con gli estensori PDL della recente lettera che ricorda il valore storico del 18 aprile del ’48, per sostenere che questi sarebbero sostenitori “di un mondo ormai scomparso e archiviato con tutte le lacerazioni del secolo scorso”.

Al Secolo sfugge il senso più profondo di quella contrapposizione e cioè il forte ruolo dei cattolici per la difesa di una democrazia che non si risolveva nel mero parlamentarismo, ma in una condizione della società che mantenesse vivi i valori naturali che la sinistra, abbandonati i contenuti del leninismo, e sempre più imbevuta di laicismo, intendeva cambiare e sradicare completamente.

Questa operazione, solo in parte riuscita, è stata la linea politica del radicalismo e dello scalfarismo, volta non tanto e solo a distruggere la DC e i partiti moderati, ma a cancellare la presenza cattolica.

I radicali italiani hanno sempre rimproverato coloro che nel tempo osavano prendere atto di questa realtà del nostro Paese. Togliatti e Craxi, personalità di grande livello soprattutto di fronte ai personaggi della sinistra di oggi, disobbedirono al diktat radicale che voleva impedire la riconferma dei Patti Lateranensi e del ruolo della Chiesa in Italia.

Ora è evidente che la lunga linea grigia del radicalismo, per le caratteristiche culturali del PCI sin dall’influenza gramsciana, ha finito per entrare nella sinistra, fino ad annullare tutti quei contenuti che si potevano esprimere nella socialdemocrazia, cioè in una sintesi tra socialismo ed umanesimo non antitradizionalista, cioè non anticattolico.

E’ questo il significato della guerra a Craxi, ispirata da Repubblica al PCI, fino alla sua eliminazione fisica.

E’ questa la guerra civile che si combatte ancora nel nostro Paese, una contrapposizione che oggi, non può trovare una composizione se non quella che rientra nell’orizzonte laicista.

A destra solo un fine intellettuale come Giano Accame comprese il senso della presenza radicale nello schieramento politico italiano e ne analizzò i riferimenti storici ed economico finanziari. Il Secolo non capisce che l’appoggio di Repubblica e Scalfari a Veltroni significa la ripresa della battaglia laicista. Ma questa insipienza è anche la dimostrazione che il fumo del laicismo è ampiamente penetrato all’interno dei finiani.

Non a caso l’articolo di Lanna finisce per condividere la teorizzazione dell’alleanza del Terzo Polo con la sinistra, magari sotto forma di “un governo di unità nazionale”, mentre le spericolate esaltazioni del “metodo Ciampi” e del “sogno” di Scalfari segnano l’inginocchiarsi di questa pseudo destra di fronte agli idoli radicali.

Altro che novità, l’esplorazione a cui Lanna si riferisce citando da Veltroni, Mark Twain, la porterà ad entrare nei palazzi e a porsi al servizio di quel potere che intende sottomettere la politica ai suoi obbiettivi.
13/01/2011 [stampa]
Tra Fini e Casini.
Nonostante tutti i tentativi di minimizzare la sconfitta, Gianfranco Fini va accorgendosi ogni giorno che il voto del 14 dicembre è stato l’esito di uno scontro finale tra lui e Berlusconi che il premier ha vinto, senza possibilità di recupero.

Il “salvataggio” che Casini ha posto in atto, accettando la costituzione del Terzo Polo, ha un prezzo molto alto per il Presidente della Camera, cioè il riconoscimento della leadership all’esponente centrista.

Paradossalmente gli unici a sostenere un “futuro” per l’ex leader di AN sono le sinistre, tanto è vero che Repubblica ha ospitato, con grande rilievo, l’intervista che aveva l’ unico scopo di tentare di dimostrare che non sarebbe solo Casini a dettare la linea del nuovo polo.

Fini dovrebbe tenere a mente che nella DC la logica politica spingeva a non effettuare scelte immediate e, spesso, azzardate, ma il vero sviluppo della strategia politica lo si deduceva dopo un po’ di tempo. Qualcuno, brutalmente, aveva sintetizzato l’aspetto dell’esito ultimo dello scontro con il motto che “la vendetta va servita fredda”.

Casini ha ricordato a Fini l’estromissione dall’accordo elettorale del 2008 che, a ragione, Casini aveva imputato, soprattutto, al segretario di AN.

I democristiani non parlano mai a caso e ricordare quell’episodio significa solo che Casini avverte Fini che, sì, lo ha accolto dandogli rifugio politico, ma la strategia di questo attuale raggruppamento la decide lui , perché il Presidente della Camera sull’elaborazione delle strategie ha dimostrato di essere incapace ed inaffidabile. Fini subisce il riavvicinamento tattico di Casini a Berlusconi, portato avanti, presumibilmente, con l’obbiettivo di rinviare le elezioni e con la speranza e, forse, l’illusione di un logoramento del Presidente del Consiglio. Ma non ha altra scelta.

Il riconoscimento della leadership di Casini ha già un costo politico ed elettorale per Futuro e Libertà; tuttavia se volesse spostarsi più a sinistra pagherebbe un prezzo ancora più alto.

Casini, invece, riesce a coniugare il suo interesse immediato a non andare ad elezioni, a quello più a medio termine che punta sul logoramento del premier, ma ha ben presente che sul piano strategico il suo spazio vitale elettorale è a destra e, quindi , questo riavvicinamento serve anche a questa esigenza. Tanto è vero che ha ridotto anche i toni polemici nei riguardi della Lega, fino a far intravedere un possibile via libera al federalismo.

La dura competizione all’interno del terzo polo, richiamata anche da autorevoli quotidiani, ha una condizione di partenza pressocchè irreversibile, che vede Fini e Rutelli come due ”loser”, perdenti, e Casini, invece, che è riuscito a sopravvivere, dopo essere stato messo al bando nel 2008, porsi oltre che come ago della bilancia, come leader responsabile e “pacifista”.
04/01/2011 [stampa]
Accordo per Mirafiori più produttività e più soldi.
L’intesa raggiunta per Mirafiori dalla Fiat e quattro dei cinque sindacati ( hanno firmato la Fim-Cisl, la Uilm, l’Uglm, la Fismic ma non la Fiom-Cgil) apre le porte al completamento dell’operazione “ Fabbrica Italia” messa in campo dall’amministrazione delegato Sergio Marchionne e che prevede a regime un investimento di 20 miliardi di euro, una ristrutturazione degli stabilimenti Fiat, nuova organizzazione del lavoro, più salario in busta paga sia attraverso straordinari e notturni che a seguito della detassazione di questa parte della retribuzione decisa dal governo ( 10 per cento invece dell’attuale 23%).

L’intesa, come avvenuto per Pomigliano d’Arco, sarà sottoposta a referendum tra i lavoratori( tra il 18 e il 20 gennaio), i quali in attesa che gli impianti siano in grado di produrre la nuova berlina e i Suv con marchio Alfa e Jepp Chrysler subiranno le restrizioni previste dalla cassa integrazione. Inizia una nuova fase delle relazioni industriali con la produzione del settore che resta in Italia, con Mirafiori di nuovo leader, senza toccare i diritti dei lavoratori anche se la Fiom parla di “ firma vergognosa”, coerente con la sua posizione ideologica basata sulla lotta di classe. Rimasto l’unico sindacato a dire sempre no.

Anche il neosegretario della Cgil Susanna Camusso scarica la sua rabbia contro Marchionne giudicato “ autoritario, antidemocratico e illiberale” e non risparmia critiche alla Cisl e Uil considerati “ sindacati aziendalisti Fiat”.

La Fiat è sempre stata una delle chiavi del mutamento di fase delle relazioni sindacali ora nel senso della tempesta ( 1956, 59, 62, 69), ora in quello della bonaccia( 1981), ora in quello più sereno dopo il 1994-2004. “ Questa volta, scrive Raffaele Bonanni nel libro “ il tempo della semina”dopo la grande crisi dell’autunno 2008 “ la partita ha minori valenze politiche complessive e più dimensioni aziendal-industriali. E’ cioè diventata un terreno interessante per sperimentare una linea cooperativa e di sviluppo nei modi che più corrispondono alla logica di contrattazione aziendale, cioè allo scambio tra prospettive per i lavoratori e chance per l’impresa”.

Nonostante qualche critica su alcune scelte e una certa preminenza in Confindustria ( da Giovanni Agnelli a Luca Corsero di Montezemolo) la Fiat con gli stabilimenti di Mirafiori, Melfi, Cassino, Val di Sangro, Termoli, Somigliano d’Arco, Pratola, Grottaminarda ha favorito l’industrializzazione di una parte del paese ,aiutandolo a superare alcune arretratezze storiche. Restano aperti alcuni nodi: il principale dei quali la chiusura dello stabilimento siciliano di termini Imerese.

I rischi s’intrecciano con le opportunità.

Per un sindacalismo che tutela i lavoratori l’obiettivo era quello di concentrarsi sulle priorità:che la Fiat cioè realizzasse l’investimento progettato e che questo produca tutti gli effetti di sviluppo che sono programmati in difesa non solo dell’espansione della produzione ma anche per la difesa dell’occupazione e il miglioramento delle buste paga degli operai, tecnici e amministrativi.

E’ stato questo l’obiettivo dei sindacati tedeschi con l’accordo alla Volkspawen in Germania e statunitensi con l’intesa e il rilancio della Chrysler a Detroit.
20/12/2010 [stampa]
Il terzo polo e l'illusione di Casini.
La freccia più velenosa inaspettatamente, la lancia il Corriere della Sera del 17 dicembre con la vignetta di Giannelli, in prima pagina, nella quale sono raffigurati i tre re magi fermi ad un bivio, il primo dei tre (Casini, gli altri, Fini e Rutelli seguono ) chiede ad un pastore : “Buonomo, a destra o a sinistra per la mangiatoia ? “

L’affondo più pesante l’aveva portato il direttore dell’Avvenire che aveva scritto il giorno prima “ non c’è bisogno di un terzo pasticcio”, ribadendo tutte le perplessità sulle posizioni di Gianfranco Fini.

Gli inviti più autorevoli erano stati espressi dai cardinali Bagnasco e Bertone con l’elogio della stabilità e l’invito al dialogo.

Le perplessità più esplicite sono arrivate, significativamente,da Paola Binetti e Enzo Carra che hanno rimarcato, sui temi etici, la netta divergenza rispetto ai futuristi. Anche il politologo Alessandro Campi, direttore scientifico di Fare Futuro ha parlato di “un progetto piuttosto evanescente, una sommatoria di forze politiche che possono diventare elemento di disturbo in caso di competizione elettorale, ma, per il resto, non c’è una leadership, non c’è un programma, un disegno complessivo”

Per contro: gli elogi vengono solo da una parte del PD , una forza politica devastata dalle divisioni ed ancor più dalla evanescenza del suo progetto politico che si aggrappa ad un terzo polo per costruire una sommatoria impossibile e, palesemente, poco appetibile per gli elettori italiani. Lo scomposto plauso del neomontezemoliano Bettini ha il triste suono della campana a morto.

L’operazione terzo polo nasce con tutte le caratteristiche di una iniziativa priva di una visione e di una strategia complessive, di un sufficiente amalgama culturale e politico, di una prospettiva operativa stabile, e sin dai primi passi emergono le divergenze.

E’ dettata unicamente da una esigenza di autodifesa dopo la netta sconfitta numerica e politica di Gianfranco Fini e il tatticismo fine a se stesso di Casini che comincia ad irritare lo stesso PD.

Anche l’operazione terzo polo contiene il limite, già sperimentato a sinistra con l’esito fallimentare di Prodi, dell’antiberlusconismo come amalgama di una alleanza tra soggetti diversi, anche se ugualmente opachi nelle prospettive politiche e programmatiche.

Ancora una volta si è dimostrato e si dimostrerà che con l’antiberlusconismo non si va da nessuna parte, anche se, invece di trenta deputati, se ne hanno cento.

Il voto del 14 dicembre ha dimostrato che un governo di ribaltone non è fattibile e che la prospettiva o è quella della governabilità o delle elezioni anticipate. Questo il clamoroso risultato politico della fiducia, anche limitata, ottenuta da Berlusconi, contro tutto e contro tutti.

Pur nelle sue contraddizioni, il Premier aveva fatto alcune aperture sulla possibilità di rivedere il programma, su una modifica della legge elettorale, fermo restando il bipolarismo e su un possibile passaggio di dimissioni e riconsegna dell’incarico concordato con le forze politiche e il Presidente della Repubblica.

Sulla base di questa disponibilità ci si aspettava che, quantomeno, si aprisse una fase di confronto e di verifica e che l’UDC indicasse pubblicamente i punti irrinunciabili sui quali costruire una possibile nuova fase di governo.

La ostinazione con la quale Casini continua a muoversi su di un terreno tattico, senza tener conto di quanto significativamente si muove intorno a lui, definisce anche la consistenza del personaggio che primeggia per abilità rispetto agli sconfitti Fini e Rutelli, ma che, basando il suo progetto politico sull’idea che il Premier sia finito – e non è la prima volta – si muove in uno schema politico, angusto, animato dalla sola idea di sostituirlo.

La politica di Casini è la forma decadente della politica di palazzo dorotea che, tuttavia, si muoveva in un quadro interno ed internazionale certo e stabilito dal sistema dei rapporti della democrazia parlamentare imperniata sui partiti.

Da allora è cambiato il quadro internazionale, il sistema parlamentare è stato sostanzialmente modificato, i partiti hanno perso l’esclusiva della raccolta del consenso e espressione del governo, la classe politica non ha solo una legittimazione di partito, i poteri economici e mediatici sono cresciuti e condizionano le scelte della politica, il leaderismo si è aggiunto nel sistema istituzionale a tutti i livelli ed appartiene ormai al sentire dell’elettorato che sceglie anche in base al leader, al programma, alle coalizioni che si definiscono prima del voto.

Casini guarda con nostalgia alla prima repubblica, ma non comprende che è velleitario pensare di riuscire nel tempo di oggi a realizzare governi di coalizione espressioni di alleanze parlamentari.

Come fa a pensare di avere successo là dove fallirono anche i “grandi” di allora ?
23/11/2010 [stampa]
Berlusconi resiste, Casini si smarca e torna in campo la "soluzione giudiziaria".
Il discorso del leader dell’UDC Casini all’assemblea del partito a Milano sembra, a taluni osservatori, aprire alla possibilità di “un tavolo con il PDL”e, secondo gli stessi, farebbe pensare ad una riapertura verso il centrodestra.

Ora, questa interpretazione appare piuttosto incauta in quanto non tiene nel dovuto conto il fatto che Casini, al momento, si muove solo in un ambito di tattica politica. Or con l’uno (nella settimana aveva aperto ad un accordo con il PD alla presentazione del libro di Merlo su “Il Centro e il PD” ) or con l’altro polo.

Questo pendolarismo tattico è assolutamente essenziale per l’UDC, in quanto stante il fatto che il suo consenso rimane a fatica intorno al 6 per cento, la sola speranza è quella di una modifica del sistema bipolare , attraverso una riforma della legge elettorale che, di fatto, reintroduca un proporzionalismo nel quale far valere la sua seppur esigua quota politica.

Come al solito il leader udc, comprendendo prima degli altri dove soffia il vento politico, ha preso atto che la solidità di Berlusconi al Senato impedisce di arrivare a formare un governo “tecnico” o di “responsabilità nazionale” e ritiene che la linea da assumere sia quella di evitare le elezioni e di mantenere in vita, condizionandola, l’attuale compagine governativa , presidente del consiglio compreso, per arrivare ad un indebolimento della figura del premier che resterebbe alla guida, di una maggioranza comunque destinata a logorarsi nel “pantano” dell’attività parlamentare, con margini troppo esigui per fare le riforme.

In sintesi, Casini pensa, in attesa che si creino le condizioni per l’approvazione di una nuova legge elettorale, di sfiancare l’immagine del premier. Nel frattempo vuole evitare le elezioni non solo perché non c’è una diversa legge elettorale, ma anche perché non ritiene di doversi affidare ad una alleanza di centro nella quale Fini avrebbe un ruolo determinante.

Del resto l’intervento di Casini contiene anche un’altra finalità, in risposta a Fini. Se si dovesse arrivare ad un accordo di centrodestra il giovane “vecchio” leader ex dc tratterebbe per conto suo, senza la mediazione del Presidente della Camera. E’ un antico, ma sempre valido, modo di ragionare, quello che non ritiene di far lucrare il mediatore, quando si possono stabilire rapporti diretti.

Questo smarcarsi del leader dell’UDC da Fini , risente, probabilmente, anche delle esplicite perplessità del mondo cattolico nei riguardi dei finiani che Casini non può far finta di non capire, anche perché l’assemblea dell’UDC di Milano era stata preceduta dalla riunione, alla quale aveva partecipato il cardinale Bagnasco, dell’intergruppo sulla sussidiarieta il cui Presidente è l’on. Maurizio Lupi del PDL vice presidente della Camera.

Ora, questo ipertatticismo di Casini, mentre mostra una certa abilità manovriera, porta ad un sempre più visibile logoramento, dimostrato dal fatto che, nonostante le difficoltà di PDL e PD, il centro di Casini non cresce nei consensi e rimane fisso al sei per cento o giù di lì, e questo perché, oggi, l’elettore più che ai posizionamenti tattici è interessato alle finalità programmatiche e di accordo delle forze politiche.

Resta poi, pesante come un macigno, la questione dello scarso spessore riformatore dell’UDC. L’opposizione al federalismo impedisce che si possa giungere ad un accordo con la Lega , anche perché Casini si rifiuta di tentare una possibile mediazione su questo tema che pur appartiene al patrimonio storico, ideale e programmatico dei cattolici, ad esempio, suggerendo quel fondo di solidarietà che potrebbe permettere, in tempi limitati e con percorsi virtuosi anche alle regioni più in difficoltà, di arrivare ai cosiddetti costi standard.

Anche sui temi costituzionali ( rafforzamento del governo ed elezione diretta del premier ) e della giustizia (divisione delle carriere e riforma del CSM ), l’UDC si mostra più conservatore che riformatore, mentre il PDL, pur tra difficoltà e ritardi, tenta una politica di cambiamento.

Per concludere: la traiettoria dei finiani, sostenuti a sinistra, ma destinati all’isolamento, il debole tatticismo dell’UDC, le divisioni e la mancanza di identità del PD, le intemerate di Di Pietro e l’impossibile alternativa di Vendola, dimostrano che, nonostante le enormi difficoltà del PDL, non sembrano maturi i tempi per una alternativa a Berlusconi.

La situazione potrebbe comportare il ritorno dell’ipotesi giudiziaria come soluzione politica. La sinistra e gli editori-partito sono pronti a riproporla : all’orizzonte c’è la decisione della Consulta e gli inevitabili strascichi dei processi Dell’Utri e Mills. Questa opzione presenta un connotato di rischio per il sistema politico e per le reazioni dell’elettorato.

Non sarebbe da augurare alla democrazia italiana.
09/11/2010 [stampa]
Fini in Umbria: un goffo ritorno alla prima repubblica.
Nella retorica di una manifestazione che il “perfido” Sallusti definisce affollata “come una partita di serie B”, Bocchino ha indicato in Fini il leader della terza Repubblica.

I toni del discorso, il palese leaderismo evidenziato anche nel simbolo dell’ FLI, una ricerca del nuovo di sapore berlusconiano hanno fatto da mera cornice ad una operazione in puro stile prima Repubblica.

Si annuncia l’uscita da una coalizione e si chiede di formare un nuovo governo inserendo anche un altro partito, in questo caso l’UDC.

Per questa prospettiva si chiedono le dimissioni del Presidente del Consiglio in carica e che ha avuto la fiducia del Parlamento su cinque rilevanti punti programmatici appena quindici giorni fa’.

Poichè non è dato di sapere se Casini sia disposto ad accordarsi su un allargamento della maggioranza attuale, - anche in considerazione del fatto che l’UDC è all’opposizione, come ribadisce sempre il suo leader, per scelta propria e degli elettori – questa ipotesi politica si presenta come una crisi al buio anch’essa di sapore antico.

Che Fini chieda una crisi politica che sia originata fuori dell’aula non fa scandalo a sinistra. Ovvero fa scandalo, ma la sinistra non vuole vedere questa distorsione che, da sola, dovrebbe provocare una richiesta di dimissioni del Presidente della Camera. E’ solo l’ultimo esempio di come l’antiberlusconismo, che appare ormai l’unica anima della sinistra, impedisca alla sinistra di caratterizzarsi e sviluppare un suo disegno politico.

C’è da ricordare che la parabola discendente della sinistra - ridotta ad attendere le mosse dell’ex leader di AN - si rende evidente dal diverso comportamento di Prodi che non accettò mai l’idea di lasciare senza un esplicito voto del Parlamento, questo per rispetto dell’Aula e della democrazia.

Ma ci sono altri due aspetti della kermesse umbra di Fini che meritano alcune precisazioni.

L’idea che questo nuovo governo si accordi su un nuovo programma, differente da quello che hanno votato gli elettori, se non altro perché si aggiungerebbe un’altra componente politica che è contraria ad una delle riforme caratterizzanti come quella del federalismo, marca ancor più la distanza di Fini da quell’elemento di innovazione e di “morale” politica che nel sistema bipolare e nell’avvicinarsi ad una forma di democrazie più diretta è stato introdotto.

Un dato nuovo della politica dopo la prima repubblica, infatti, è offerto dall’idea che il voto legittimi un programma, una coalizione ed un leader che dopo cinque anni saranno giudicati con un nuovo voto che potrà cambiare tutto.

Fini ritorna all’idea che tutto possa essere cambiato a prescindere dal voto, forse come neppure accadeva prima quando si affacciavano differenti premier e le coalizioni subivano aggiustamenti, ma il tutto avveniva con una sobrio rispetto dei fondamentali orientamenti elettorali.

Il ritorno di Fini alla prima repubblica è un ritorno goffo, privo di quello spessore culturale e politico che apparteneva ai leader dei partiti di allora, con un neppur troppo vago sapore di opportunismo.

Ma c’è un altro aspetto da sottolineare nel discorso di Fini: il riferimento ai valori.

A parte il fatto che Fini non ha parlato, elencandoli, della difesa della vita, della libertà di educazione, del concetto di sussidiarietà, di famiglia e matrimonio come unione tra uomo e donna coma ha detto anche domenica Benedetto XVI e come sostanzialmente afferma la stessa Costituzione.

Cioè non ha voluto riferirsi a quella cornice storica, culturale ed identitaria propria dell’Italia, cioè di un Paese prevalentemente cattolico. Anzi nel citare la regolazione delle coppie di fatto ha preso ad esempio ciò che avviene in Europa forse pensando alla stessa Spagna di Zapatero, alla permissiva Inghilterra, alle pulsioni relativiste che serpeggiano a Bruxelles.

Il primo valore a cui, poi, ha fatto riferimento è quello della legalità. Dallo stato etico di Giovanni Gentile allo stato legalitario di Gianfranco Fini, si evidenzia il percorso relativista di questa “nuova” destra.

Questo relativismo di destra è da considerare come un elemento che tenta di fermare quella accettazione di contenuti di ispirazione cattolica e della sua dottrina sociale che avevano consentito al centrodestra di difendere la vita di Eleonora Englaro,di opporsi ai DICO, di varare la legge sulla procreazione assistita, di aiutare le scuole libere, di riempire di contenuti sociali interessanti le politiche di Sacconi e Tremonti.

Quella di Fini è una spregiudicata operazione “laicista” che non può sfuggire all’attenzione di Pierferdinando Casini.

Sia chiaro che oltre i tatticismi politici ci sono i valori politici e su questo terreno non è poi facile ,né lecito comporre superficiali compromessi.
19/10/2010 [stampa]
Fini e Udc alleanza poco raccomandabile.
Nel baillamme delle previsioni politiche si esercita, doverosamente, anche il Riformista del 12 ottobre.

“Ove si votasse con l’attuale Porcellum – scrive - lo schema è questo: Terzo Polo a guida Casini ( e non Fini ), liste separate alla Camera (quattro: UDC, API, FLI, MPA), listone unico (UDC- FLI ) al Senato, dove i centristi, superato lo sbarramento, sarebbero decisivi”.

Il giornale di Antonio Polito, attento al contesto complessivo rispetto alle alleanze, aggiunge, citando voci dall’UDC che intrattengono buoni rapporti con la stampa: “anche la CEI che è fredda verso Fini, ci capirebbe, in caso di voto anticipato”.

E’ interessante questa opinione raccolta dal quotidiano della sinistra riformista.

La considerazione che esce da via due macelli pecca di estrema superficialità.

Innanzitutto non è mai buona norma, né prudente, anticipare presunte assoluzioni da parte degli ecclesiastici, anche se non riguardano i segreti del confessionale.

Ma, uscendo dalla metafora, è sin troppo evidente che il relativismo laicista di Fini, dimostrato in numerose occasioni, va in rotta di collisione con i contenuti di questo pontificato di contrasto al relativismo che sta ispirando un indirizzo formativo della “nuova classe dirigenti di politici cattolici” per un impegno coerente con i “valori non negoziabili”.

Una interessante testimonianza di una cultura che si sta muovendo in questa direzione è il libro di mons. Giampaolo Crepaldi “Il cattolico in politica” che presenta la prefazione del Presidente della CEI Cardinale Angelo Bagnasco.

Questa nuova e significativa influenza della dottrina sociale della Chiesa sulla politica è dimostrata anche dall’attenzione che esponenti del governo da Sacconi a Tremonti esprimono in più occasioni. A questo proposito ricordiamo la partecipazione del Ministro dell’Economia a Via della Conciliazione ad un convegno sulla decisiva enciclica Caritas in Veritate.

Minimizzare l’ostilità dimostrata da Fini nei riguardi delle posizioni della CEI costituirebbe per l’UDC un errore grave che comprometterebbe le residue possibilità di questo partito di rappresentare una forza politica di ispirazione cattolica.

Già lo scarso livello di riflessione culturale sulle storiche differenziazioni tra cattolici democratici e cattolico liberali che emerge nelle parole dei vari Buttiglione, Pezzotta, Carra cioè dei mètre à penser dell’UDC è sintomo di una superficiale indifferenza rispetto ad un dibattito che ha forti implicazioni anche nella attuate realtà politica .

Già con troppa superficialità sono state lette le reprimende de La Civiltà Cattolica su “doppio forno” e “bipolarismo”.

L’Economist, sempre ben informato, scrisse a suo tempo che l’ex leader di AN rappresentava in Italia la posizione politica più autonoma dal Vaticano.

Ora considerare con sufficienza le preoccupazione della CEI sull’ostilità di Fini è un azzardo che è assolutamente sconsigliabile per il partito di Casini.
07/10/2010 [stampa]
Bettini: Montezemolo superstar e la"Mosca Cocchiera".
“Dovrebbe compiere un atto di servizio, unilaterale, disinteressato e a termine, mettendo la sua popolarità ed esperienza a disposizione di una battaglia civile e democratica e giustificando la sua scelta con l’emergenza che l’Italia vive e che sta diventando sempre più pericolosa per il suo avvenire”.

Chi può essere questo personaggio che dovrebbe anche guidare “una legislatura costituente”, “ristabilire l’equilibrio, il funzionamento e il rinnovamento delle istituzioni democratiche”, e varare “ pochi e chiari provvedimenti per la sicurezza, per le famiglie, per i cittadini più deboli e per la ripresa della crescita”.

Questo “Papa straniero” o, meglio, questo “Mosè” che farà uscire l’Italia dalla grave situazione nella quale si trova è, finalmente, uscito dall’ombra ed ha le sembianze di Luca Cordero di Montezemolo.

Sembrerebbe una boutade inventata da Francesco Pingitore per il Bagaglino: è, invece, l’ultima trovata di “Goffredone” Bettini.

Per il “disinteresse” del personaggio rimandiamo alle recenti parole di Romiti su lontani, non edificanti, episodi giovanili; per la “popolarità” essa è indiscutibile nell’ambito dei Ferrari clubs, ma, in quanto ad una politica a favore dei cittadini più deboli e delle famiglie, che Bettini si affidi a vecchi cavalli della scuderia di Villar Perosa dà il senso della mancanza, a sinistra, di leaders e del suo sottoporsi al neocapitalismo.

Se, però, affrontiamo il senso politico di questa proposta il ragionamento si fa serio.

L’itinerante Bettini dopo aver servito, senza grandi risultati, Veltroni, coordinato senza successo la campagna congressuale di Marino, guardato con scetticismo a Bersani, ora pensa che Montezemolo potrebbe essere idoneo a mascherare le contraddizioni di una coalizione che vada da Di Pietro a Fini, da Bersani a Casini, da Vendola a Beppe Grillo.

Questo affidarsi ad un leader – tutto da verificare nella sua capacità di avere consenso – per contrastare un altro leader, Berlusconi, cancella completamente quel programma di ricostruzione di indirizzi basati su alleanze omogenee e su politiche non leaderiste, per le quali la sinistra diceva di combattere Berlusconi ed il suo bipolarismo.

E’ il segnale del vicolo cieco della sinistra. E se il disinvolto Riformista ospita questa proposta è, purtroppo, il segno che anche D’Alema vive il declino del suo non fortunato ciclo politico. Forse spera ancora in Casini, ma sarà difficile anche per l’allievo del compianto doroteo Bisaglia, mettersi a capo del caravan serraglio multicolore della sinistra.

Nel desolante panorama politico italiano Massimo D’Alema aveva rappresentato una eccezione: aveva condotto con intelligenza una bicamerale che preparò riforme su giustizia e presidenzialismo, aveva riavviato per i postcomunisti una scelta culturale e politica socialdemocratica di tipo europeo, non si era rifugiato nel mero antiberlusconismo, si era mostrato scettico su terzo polo e centrismo, aveva sempre guadato con diffidenza al “capitalismo illuminato”.

Insomma aveva tentato un ragionamento basato sul primato della politica, fuori dagli steccati del dossettiano “patriottismo costituzionale”, con la volontà di costruire un sistema politico di alternanza. Per molto tempo pensò perfino che si potesse prendere a modello il sistema politico francese.

D’Alema non ha mai giudicato con benevolenza Bettini che si era inventato l’operazione Rutelli a Roma, facendo crescere un personaggio che prima, con l’appoggio di De Benedetti, tentò la candidatura a premier cancellando l’ipotesi Amato e, poi, fu lasciato uscire dal PD senza rimpianti , dopo averlo abbandonato in pasto ad Alemanno.

Ora un giornale a lui vicino ospita la proposta di Bettini di un’alleanza con Montezemolo per battere Silvio; attendiamo, forse invano, adeguati commenti e autorevoli smentite politiche. Per il momento abbiamo una disponibilità del dalemiano La Torre e un commento “a due facce” di Bersani.

La verità è che ormai l’ex presidente del consiglio ha abbandonato il suo progetto politico e, di conseguenza, rischia di diventare la … mosca cocchiera di Goffredone.
04/10/2010 [stampa]
Il voto sulla fiducia dimostra che il ribaltone non si farà: o si governa o si va a elezioni.
Il dibattito sulla fiducia ai punti programmatici riproposti dal governo Berlusconi si è concluso e non ha offerto elementi che consentano di guardare con serenità al prosieguo della legislatura e, soprattutto, alla prospettiva dell’attuazione delle necessarie riforme .

Pur rappresentando un momento importante ed un passaggio politico difficile e significativo, l’atteggiamento delle forze politiche è stato deludente e del tutto inadeguato.

Certo l’impressione che il discorso del premier appaia l’ennesima ripresentazione di un programma che non si riesce ad attuare, comporta una sensazione di stanchezza che fa pensare alla possibilità che il “ciclo politico berlusconiano volga verso la fine”, anche se il linguaggio, le divisioni, la incapacità ad elaborare una strategia alternativa dimostrano che ad un Berlusconi opaco si contrappone una opposizioni oscura., non certo rischiarabile dalla prospettiva di una , come scrive Flavia Perina sul Secolo, “destra normale”,quella di Fini, che, anche nel linguaggio più banale, non fa che copiare la sinistra.

Nel discorso Berlusconi ha confermato di lavorare per una riforma della giustizia che affronti anche gli aspetti costituzionali per contrastarne l’uso politico che ormai ha trovato un radicamento tale da minare gravemente il sistema democratico, come è dimostrato anche dalla fine dell’ultimo governo Prodi e dalla prospettiva di porre fine al governo Berlusconi cavalcando il processo Mills a Milano.

Hanno trovato apprezzamento nella stampa cattolica (Osservatore Romano e Avvenire ) i coraggiosi riferimenti al sostegno alla libertà di educazione, al quoziente familiare, al principio di sussidiarietà sul quale ancorare il federalismo e , soprattutto, all’obbiettivo dell’attuazione della agenda bioetica, con riferimento ai cinque punti ( inizio vita; fine vita; uso di embrioni e materiale biologico umano; ricerca ) inseriti in un documento presentato il 5 agosto dai ministri del welfare e della salute sul quale si cerca di trovare un accordo più ampio.

Alla fine del discorso Berlusconi ha fatto riferimento alle riforme istituzionali, per confermare e rafforzare il sistema bipolare e la stabilità del governo.

Il dibattito non ha offerto spunti di livello. L’intervento di Di Pietro non ha eguali nella storia parlamentare per rozzezza e per aggressività ed è tuttavia sintomatico che nessuno degli altri esponenti dell’opposizione abbiano avuto modo di rilevarlo. Di Pietro, ed è un elemento da considerare per le prospettive politiche dell’opposizione a Berlusconi, si è guadagnato un posto inamovibile nello spazio politico nel nuovo … CLN che intende lottare contro il premier.

Anche il discorso di Bersani è apparso solo teso a sferrare un attacco e a creare un aura di derisione su Berlusconi, senza offrire contenuti che facciano intravedere una strategia politica, una prospettiva adeguata al momento politico e al medio termine. La classe politica post comunista ha perso del tutto quella capacità che, pur in presenza di una condizione di contrapposizione politica di fondo derivante da elementi interni ed internazionali, consentiva a personaggi come Togliatti e Berlinguer di fare interventi politici o parlamentari offrendo anche il senso di una strategia e di un respiro storico che dimostrava l’esistenza di un pensiero politico, di forte caratura ideologica, ma suffragato da stile e respiro culturale.

Pierferdinando Casini continua a muoversi in una ristretta area di tatticismo, non potendo decidere le scelte da fare e sperando solo nella fine di Berlusconi.

Per la verità le sue ambizioni teoriche, legate alla costituzione del “terzo polo”, dovendo passare per una nuova legge elettorale, non hanno avuto conferme dai risultati del confronto politico e dalle votazioni nelle due Camere.

Infatti, il significato più evidente, sul mero aspetto numerico che tanto aveva appassionato e continua ad appassionare i giornali, con ridicole congetture di ogni tipo, è invece evidente ed è a favore di Berlusconi. Infatti mentre alla Camera si è dimostrato che i gruppo dei finiani e dell’ mpa sono indispensabili per ottenere la maggioranza, al Senato Lega e PDL sono ampiamente maggioranza.

Questo dato dimostra inequivocabilmente che il “ribaltone” non si può fare, anche ipotizzando un fronte unitario che vada da Di Pietro all’UDC, dal PD ai finiani e ai lombardiani.

In estrema sintesi l’esito di questo passaggio parlamentare ha significato che o il governo sarà in condizione di operare le riforme oppure si dovrà andare a votare.

Una ulteriore conseguenza è che, un governo che metta all’opposizione Bossi e Berlusconi e che realizzi la riforma elettorale non si può fare.

E se non si può fare una nuova legge elettorale, sostanzialmente di tipo proporzionale, senza premio di maggioranza, il terzo polo non può nascere. Ovvero da questa posizione politica si potrebbe tentare una operazione elettorale al Senato (dove l’intervento di Ciampi obbligò a porre il premio di maggioranza a livello delle Regioni ) per sabotare l’esito elettorale e impedire cha nella “camera alta” si realizzi una maggioranza per governare. Non è il massimo di una strategia politica e di una visione storica .

Nonostante una congerie di differenti posizioni e proposte nell’ opposizione e l’esito del voto al Senato, si continua a parlare di una nuova legge elettorale.

Si propone l’eliminazione delle liste bloccate per restituire la scelta degli eletti ai cittadini . Per arrivare a questo risultato si propone il collegio uninominale quando si è visto che all’epoca del sistema proposto da Mattarella erano le segreterie dei partiti, né più ne meno di oggi, che stabilivano i candidati in tutti i collegi e collocavano coloro che dovevano essere eletti in quelli ritenuti più sicuri. Si ricorda sempre il caso dello stesso onorevole Mattarella uomo politico siciliano che, non essendoci collegi sicuri in Sicilia, venne spedito a Trento con buona pace degli elettori di quelle zone ai confini d’Italia che si trovarono un siciliano doc come candidato, non certo naturale.

La verità è che per risolvere la questione della scelta degli elettori , l’unico sistema è quello delle preferenze che sono presenti nelle elezioni comunali, regionali ed europee e non si vede perché non possano essere reintrodotte nelle elezioni politiche, magari in collegi elettorali limitati.

E’ assai strumentale rilevare che le preferenze nelle elezioni possano aumentare l’influenza delle mafie, quando è noto che tali influenze avvengono a prescindere dal momento elettorale e invadono i settori dell’economia imprenditoriale e della burocrazia politica.

Anche sulla discussione dei sistemi elettorali la politica non riesce a volare alto e la convenienza di parte o la politica del ricatto sembrano sempre più prevalere.
17/09/2010 [stampa]
Il presidente Lombardo, il "mercato" e la "borsa nera".
A proposito di trasformismo è interessante quanto sta succedendo in Sicilia dove il Presidente Lombardo sta portando avanti grandi manovre per cambiare la sua maggioranza.

Secondo l’interpretazione del finiano Granata sarebbe in atto “ un laboratorio per il ‘terzo polo’”.

Che cosa comprenderebbe questa compagnia di giro a cui si vorrebbe dar vita ? Si metterebbero insieme i deputati regionali dell’MPA, la parte UDC fedele a Casini, l’API di Rutelli, i finiani ,con l’appoggio esterno del PD.

Nessun palato fine nei giornali e nel dibattito politico osa esprimere la benché minima critica su questa operazione trasformistica che fa impallidire anche le antiche vicende dell’ operazione Milazzo. Tutto questo perché il “laboratorio” avrebbe il sapore di una iniziativa antiberlusconiana.

Il ruolo di primo piano che svolge nell’ambito istituzionale l’Assemblea siciliana meriterebbe una valutazione politica più seria e rigorosa su tutto ciò che sta succedendo.

Evidentemente, per quanto attiene il Parlamento, dove si decide sulla prosecuzione dell’attività del governo e si vuole evitare la fine delle legislatura, si denuncia il “mercato” dei deputati, mentre per le manovre di potere nell’Assemblea siciliana non si critica il “ mercato” perché siamo alla “borsa nera”.
15/09/2010 [stampa]
Terzo polo: lavori in corso, ma quando si concluderanno?.
Nell’intervista a Mentana, chiudendo l’assemblea di Chianciano, Pierferdinando Casini ha detto che i lavori per il terzo polo “sono in corso e ognuno metterà la sua pietra”, con un riferimento volutamente vago su Rutelli e, soprattutto, su Fini.

L’impressione più valida a Chianciano è stata quella che descrive il leader dell’UDC in un atteggiamento solamente tattico, quello che gli riesce meglio, tuttavia non in grado di individuare una strategia, evidenziato dalla mancata risposta all’intervistatore che gli chiedeva, nel caso di elezioni a marzo, a quale ipotesi di alleanza pensasse.

Non c’è dubbio che la fase attuale di divisioni e incertezze nel centrodestra, provocata dai distinguo di Fini e degenerata dagli attacchi dei finiani, favorisce tatticamente la posizione “terza” dell’UDC che, tra l’altro, gode di una ulteriore rendita di posizione per le divisioni all’interno del PD e il possibile abbandono di altri ex popolari e veltroniani che, al momento, ha ricevuto le solite e rituali smentite.

A questo vento favorevole sul piano tattico, corrisponde tuttavia un logoramento dovuto alla poca chiarezza strategica ( Il Foglio scrive “ Casini come l’asino di Buridano” ) che si è evidenziato con la presa di posizione politica di Mannino e degli altri parlamentari siciliani che, per la prima volta e di fronte alla possibile fine della legislatura, hanno posto a Casini l’aut aut di non poter andare ad un accordo a sinistra. Il pur abile leader dell’UDC farebbe bene a non minimizzare il problema anche perché l’uscita di questi parlamentari potrebbe aprire nel partito una falla non facilmente riparabile.

Passando dalla “tattica” alla “strategia”, occorre dire che il terzo polo per affermarsi ha bisogno di una diversa legge elettorale.

L’optimum di Casini sarebbe un sistema elettorale che favorisse la balcanizzazione della rappresentanza e consentisse ad un presunto polo di centro di essere l’ago della bilancia. Ciò potrebbe avvenire con il superamento dell’attuale bipolarismo “obbligato” dalla necessità di puntare al premio di maggioranza, che si vorrebbe abolire, e la sua sostituzione con un il sistema di tipo tedesco che solo in Germania e non sempre funziona in termini bipolari o con un “provincellum”, senza elezione diretta del premier e premio di maggioranza, cioè una legge elettorale sostanzialmente proporzionale.

Nei dibattiti sulla nuova legge elettorale, resta, non chiarita, la questione delle alleanze, se esse debbano avvenire prima del voto oppure, lasciando ai cittadini la sola scelta dei partiti , si faccia decidere a questi, nel dopo elezioni.

Anche nelle difficoltà politiche e nelle inadeguatezze dell’attuale sistema bipolare, sarà assai difficile giungere ad una riforma del sistema che riporti indietro il calendario ai tempi della prima repubblica, nella quale il cittadino sceglieva la rappresentanza ed i partiti decidevano la formula di governo. Ormai il cittadino è arbitro della decisione di chi governa: questo avviene nei comuni, nelle province e nelle regioni e, indirettamente, anche per il governo, con la legge che ha deciso che sulla scheda apparisse il nome del candidato premier. Sarà difficile espropriare i cittadini di questo diritto democratico. In questo senso il bipolarismo di coalizione è ormai nella considerazione di ogni elettore.

Il cammino di questa nuova legge elettorale appare difficile anche perché se molti vorrebbero cambiarla, le divisioni impediscono di formare una maggioranza.

Lo stesso connubio tra Fini e Casini appare assai improbabile.

Rispetto agli stessi temi istituzionali, Fini, pur affermando “la salvaguardia della possibilità di scelta, da parte degli elettori, della coalizione di governo”, non ha chiarito le sue posizioni, come gli ha ribadito Angelo Panebianco, sottolineandone le contraddizioni, sul Corriere della Sera del 9 settembre ( “rafforzare contemporaneamente la capacità deliberativa del Parlamento e quella decisionale del governo è molto difficile nel’ambito delle democrazie parlamentari” ).

La verità è che Fini ha abbandonato le vecchie idee presidenzialiste ed è passato alla difesa del modello parlamentare e su questa base ha fondato il suo nuovo “patriottismo della Costituzione” e con questa scelta è stato arruolato nel fronte della conservazione del sistema.

La costruzione di un centro non è solo una questione di chiarezza nella proposta del sistema politico e della legge elettorale. Una forza di centro dovrebbe avere un comune denominatore di valori e di programmi.

E’ del tutto velleitaria la recente proposta di Bocchino di confluire in un’ unica forza politica insieme a Casini e Rutelli. Tutti ricordano che i distinguo di Fini sono partiti proprio dalle questioni etiche ( contrarietà all’astensione sul referendum sulla procreazione assistita, questioni sul testamento biologico, apertura a modelli alternativi alla famiglia tradizionale, caratteri della cittadinanza ) e Casini non può non tener conto di come su tali aspetti ci sia una particolare attenzione della Chiesa che ritiene l’ex leader di AN, che ha modificato le sue idee in proposito, come un personaggio che appartiene, da destra, ad una linea politica relativista.

L’essenzialità di questi temi ha trovato una ulteriore e ultima conferma nelle parole del Papa all’udienza al nuovo ambasciatore tedesco: “la Chiesa non può approvare delle iniziative legislative che implichino una rivalutazione di modelli alternativi della vita di coppia e della famiglia”.

Anche sulla giustizia le posizioni non possono essere condivise: a Chianciano De Mita ha detto la sua sul giustizialismo, fino a definire Di Pietro uno “sbirro”, mentre Fini, notoriamente, ha sviluppato una linea di difesa delle prerogative non solo costituzionali, ma anche politiche dell’azione dei magistrati.

Le possibilità aggregative al centro sembrano, quindi, piuttosto limitate, mentre la probabile ulteriore frammentazione politica ( PD-Veltroni, nuovi gruppi parlamentari) di fatto renderebbe più difficile approvare una legge elettorale che non incentivi le aggregazioni politiche.

Questa difficile estate iniziata con l’indebolimento del centrodestra sembra finire con un suo possibile rafforzamento ed i lavori in corso per il ”grande centro”, appaiono destinati, come avviene spesso in Italia, a durare a lungo e, forse, a non portare a terminare l’opera.
03/09/2010 [stampa]
La politica presidenziale di Giorgio Napolitano.
In due giorni il Presidente Napolitano è intervenuto, anche con qualche venatura polemica, sull’attività del Governo e del Parlamento.

Con un tono al quale non sono mancate “battute maliziose” (Il Riformista) ha indicato contenuti e priorità, auspicando il completamento della formazione governativa, ha espresso perplessità sull’agenda dei lavori parlamentari e, rispetto alle leggi in formazione ha confermato di aver espresso il suo pensiero, svolgendo una sorta di “vigilanza preventiva”.

Data l’assenza politica dell’opposizione, divisa su tutto e, di conseguenza, bloccata, le esternazioni del Presidente della Repubblica vengono lette come una critica verso la maggioranza politica, poiché, di fatto, colmano il vuoto lasciato dal PD.

Trova conferma, anche con queste prese di posizioni, che al Presidente della Repubblica, appartiene, nei fatti, un ruolo politico al quale in pochi, negli ultimi decenni, hanno rinunciato, svolgendolo con caratteristiche e modi diversi.

Negli anni passati questa condizione aveva suggerito l’idea che, in Italia, per trasformare la repubblica parlamentare in repubblica presidenziale, bastasse, lasciando inalterato il resto della Costituzione, eleggere direttamente il Capo dello Stato , sottraendolo ad una elezione parlamentare spesso sofferta e frutto di operazioni trasversali.

La elezione diretta, inoltre, offrirebbe ad un Presidente con forti poteri politici - ricordiamo che ha la competenza delle designazione del premier e il potere di scioglimento della Camere – quella base di legittimazione popolare che ne rafforzerebbe il prestigio, sotto il profilo del consenso. Ricordiamo che, a volte, come nel caso di Napolitano l’elezione del Capo dello Stato, a camere riunite, è stata ottenute con poco più del 50 per cento dei voti.

L’ampio risalto che viene dato agli interventi del Presidente, confermano ulteriormente che siamo di fronte alla necessità di rivedere l’impianto costituzionale che consegue all’articolo 1 nel quale si stabilisce il principio primo della democrazia italiana e cioè che “ la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Le “forme e i limiti” vigenti, consentono, oggi, una vera espressione della sovranità popolare?
27/08/2010 [stampa]
La politica Italiana gira ancora intorno a Berlusconi.
Pierluigi Bersani ha liquidato il summit tra Bossi e Berlusconi a Villa Campari definendolo “due chiacchiere sul Lago Maggiore” che non impediranno “il disfacimento della maggioranza”.

E’ preoccupante come il segretario del PD continui a sottrarsi ad una analisi più profonda e reale del berlusconismo, che pur aveva tentato Massimo d’Alema a suo tempo per, poi, abbandonala, e riproponga quella “santa alleanza” contro il cavaliere che è stata criticata anche da Walter Veltroni , recentemente, nella lettera al Corriere della Sera.

Aver rinunciato a proclamare le elezioni anticipate per l’immediato e aver concordato la continuazione dell’attività di governo, convincendo anche il capo della Lega, costituisce un raffinato passaggio con il quale il Presidente del Consiglio si ripropone al centro della difficile vicenda politica di questi giorni.

Continuare l’impegno per l’attuazione del programma rappresenta una scelta coerente con gli elettori ed una sfida nei riguardi dell’opposizione e, soprattutto, verso coloro che pensavano e pensano di sfiancare il premier e costringerlo a passare la mano. Aver, poi, convinto Bossi è stata la dimostrazione di una forza e di una capacità di cui non si può non tener conto.

Nel contempo, in questi stessi giorni, si sono rese evidenti le differenti intenzioni politiche e le divisioni interne che contraddistinguono gli oppositori di Berlusconi.

Il PD è diviso: alle difficoltà di Bersani, anche per l’insidiosa presenza di Vendola -- supportato dal “partito” Repubblica e dal massimalismo qualunquista di sinistra – si sta aggiungendo il revival di Veltroni che, oltre a criticare le linee “frontiste” ripropone ai democratici un orizzonte bipolare.

L’UDC ha fatto capire anche ai più illusi che non intende offrirsi ad una coalizione antiBerlusconi che vada da Di Pietro a Vendola, proponendo, tatticamente, una grande coalizione che stemperi ed emargini le ali estreme. Il dialogo con il PDL è in atto ed il pendolo di Casini si sta spostando sul centrodestra.

I finiani che hanno provato il brivido del baratro delle elezioni anticipate, tirano un sospiro di sollievo, attenuano le polemiche, avendo ben presente che se organizzeranno agguati parlamentari, mettendo in difficoltà l’esecutivo, rischiano la fine della legislatura, facendo rientrare l’ipotesi delle elezioni anticipate, rispetto alla quale non sono in grado di pensare realisticamente ad alleanze né a sinistra, né con Casini – sconsigliato a ciò da autorevoli esponenti vaticani – né con il PDL.

In questo quadro, la svolta decisa a Villa Campari ha trovato il consenso di larga parte delle forze politiche e , soprattutto, di quegli ambienti che chiedono la continuazione e l’accelerazione della governabilità e dell’attuazione del programma.

Forte di questo consenso Berlusconi è tornato al centro della scena politica, più forte rispetto alla fase del logoramento che Fini stava tentando di infliggergli.

Resta da spiegare il “mistero” di un Berlusconi che, nel momento nel quale appare nella massima difficoltà, riesce sempre a ritrovare la strada per riproporsi quale protagonista della politica italiana.

La questione può essere compresa solo se si prende atto che le categorie politiche di un tempo, quelle cioè legate alle alchimie numeriche degli schieramenti parlamentari, oggi sono finite e sono state sostituite da logiche di una democrazia diretta, basata cioè sul consenso del leader e sulla priorità del valore della coerenza politica e programmatica.

In sintesi, Berlusconi ha compreso più di tutti gli altri le nuove regole di un sistema politico che è cambiato e che rende inefficace le vecchie “armi”.

Resta alla sua azione politica un compito di grande portata che non va abbandonato, cioè la capacità di arrivare alla riforma del sistema politico attraverso la modifica della Costituzione.

Sulla capacità di giungere a questo risultato di fonderà il giudizio storico sul leader e sui protagonisti di questa fase politica e, soprattutto, il futuro dell’Italia.
06/08/2010 [stampa]
La mozione contro Caliendo apre la prospettiva delle elezioni anticipate.
La mozione contro il sottosegretario Caliendo , con la sua indubbia strumentalità, è l’esempio di come la spinta giustizialista sostituendosi alla logica politica, ne danneggi le possibili strategie.

Questa mozione che nelle intenzioni avrebbe dovuto creare difficoltà di immagine o incrinature politiche alla maggioranza berlusconiana si è, di fatto, tramutata in un condizionamento della situazione politica complessiva, contribuendo al piano inclinato delle elezioni anticipate.

Per una sorta di eterogeneità dei fini, questa conta che ha rivelato che alla Camera non esiste una maggioranza che garantisca il governo, si sta risolvendo contro il PD - che pur ha sostenuto e votato la mozione - che si accorge di essere affacciato , diviso e del tutto impreparato, sul “baratro” delle elezioni.

Nello stesso tempo, ed è ciò che più conta, questo voto porta argomenti decisivi all’intenzione di Berlusconi di andare , in mancanza di una condizione di governabilità, ad elezioni anticipate.

Anche l’altro effetto che è stato attribuito al voto su Caliendo e cioè la nascita del “terzo polo”, appare del tutto enfatizzato e distorcente.

Si sono trovati nella stessa scelta di voto tre intenzioni del tutto differenti: Casini che riteneva di astenersi per mantenere un’equidistanza dai due poli e per non cadere nella trappola giustizialista, Fini per evitare comportamenti differenziati dei suoi al primo impatto con il voto e Rutelli, ormai diventato un “loser”, un perdente, salito sul primo treno.

Questa eterogenea alleanza di voto non è in grado di diventare un unico partito, né una aggregazione politica. Può essere solo utile a Casini per la sua trattativa a tutto campo, compreso Berlusconi.

Oltretutto un terzo polo per avere un peso politico dovrebbe essere garantito da una riforma elettorale proporzionale che , a sua volta, dovrebbe essere varata da una maggioranza e da un governo, a sua volta insediato dal Presidente della Repubblica che dovrebbe validare una coalizione antiberlusconiana che, comunque, al Senato non ha una maggioranza.

Siamo nel mondo delle favole.

Paradossalmente, il condizionamento ed il logoramento che Berlusconi stava subendo sono finiti con l’iniziativa del Cavaliere di cacciare Fini – che si appresta a camminare sul viale delle dimissioni come gli cominciano a chiedere i giornali che avevo sostenuto la sua azione di disturbo - e, come è sempre accaduto nella vita di Berlusconi, proprio nel momento nel quale si presentano le maggiori difficoltà, il premier con la sua iniziativa ,fuori dalle regole, riprende in mano la situazione.

Lo riconosce anche il Corriere della Sera del 5 agosto che, nell’articolo di fondo a firma Galli della Loggia, scrive: “Oggi, in Italia, senza Berlusconi non ci sono più partiti, non c’è più nulla. C’è solo una grande palude parlamentare”.

Dalla “palude parlamentare” non si esce con modeste manovre tattiche, o eversive sollecitazioni giustizialiste o ipotizzati , trasformistici, amalgama tecnici.

Dalla crisi dei partiti si esce con riforme costituzionali che ricostruiscano il rapporto tra il popolo e chi governa, tra elettori e forze politiche e che esaltino il valore della politica rispetto ai poteri corporativi.

Il senso e l’identità nazionale si riaffermano con una politica che sappia affrontare e raggiungere questi obbiettivi.
07/07/2010 [stampa]
La moderna destra di Goffredo Bettini.
Un articolo di Goffredo Bettini su “Il riformista”del 23 giugno, analizza “la tensione ed il conflitto tra Berlusconi e Fini”, affermando che esso “appare, davvero, il confronto, senza mezzi termini, tra due prospettive politiche, culturali ed etiche … tra due destre difficilmente conciliabili: una autoritaria e populista , l’altra nazionale e conservatrice: tradizionale nei valori, ma aperta al dinamismo economico e attenta ai cambiamenti della società”.

L’analisi di Bettini non è originale, essa rientra pienamente nell’alveo degli indirizzi critici espressi all’indomani del Congresso di fondazione del Popolo della Libertà, quando un attento Eugenio Scalfari “annusò” la differenza tra il discorso di Berlusconi e quello di Fini e concluse con un fatidico “meno male che Fini c’è”.

E le ragioni della “benedetta” presenza di Fini sono da ricercare nella sua contrapposizione a quello che viene definita “ per la sua stessa essenza e natura”, “una tensione per la democrazia” e cioè “il populismo” di Berlusconi, “forma vincente con la quale la destra ha rivitalizzato la sua politica e allargato e stabilizzato il suo consenso”.

L’ex coordinatore della segreteria di Veltroni si sbizzarrisce a dare giudizi a destra e a manca, definendo le ragioni del dissenso nei riguardi del presidente della Camera da parte degli “ex colonnelli”, una “non rinuncia al potere”, marcando il “ populismo” berlusconiano come “plebiscitario e monocratico” , con ciò facendo emergere il tipico disprezzo radicale per la cultura di destra: “ la destra con la quale è costretto a convivere Fini è un brodo di coltura di una impressionante anarchia di poteri, di una permanente deroga delle regole, di una esplicita minaccia all’integrità e all’unità della nazione”. Non manca un tocco di aristocratico élitismo tipico del filone culturale azionista come quando afferma che “animare e motivare politicamente in Italia una destra moderna è dunque un’impresa sociale, culturale e politica assai complessa”.

Nello scritto di Bettini avvertiamo lo sgradevole odore di rancida intolleranza per coloro che hanno idee differenti rispetto a quelle della dittatura delle lettere della sinistra che finisce per colorarsi di sfumature razziste perché, scrive Bettini, se il popolo italiano non si adegua alle idee “illuminate”, è per una sua debolezza storica, “fatta di diserzioni, egoismi, compromissioni delle classi dirigenti”.

Questa intolleranza di Bettini è comprensibile perché il cambiamento politico che si è sviluppato, soprattutto attraverso Berlusconi, si è presentato come la sfida al politically correct, cioè una sistematica resistenza al radicalismo giacobino.

Lo schema ideologico di ispirazione radicale sul quale ha operato la politica italiana e cioè che la modernizzazione del Paese significasse il progressivo allontanamento dalle idee della tradizione popolare italiana è stato fatto saltare proprio da questo nuovo corso politico .

La crisi dei partiti a metà degli anni ’90 è stata superata ponendo a fondamento della politica il riferimento alla nazione e al popolo ed è stato il solo modo per ridare stabilità al sistema. Con questo riferimento nella politica sono rientrate le categorie della tradizione italiana : quella cattolica, quella umanistica, in una laicità conforme al sentimento religioso della storia italiana.

Questa linea politica si è poi concretizzata nella richiesta di un cambiamento della Costituzione che nel ’48 aveva posto a fondamento del sistema parlamentare i partiti e che , invece, oggi intende ricollocare la sovranità popolare a base della legittimità democratica.

La sinistra ha osteggiato Berlusconi proprio per il carattere aideologico della sua proposta politica. Per tale ragione , è riuscito ad unificare le diverse culture politiche confluite nel PDL.

Al PD non è riuscito una analogo allontanamento dalle ideologie formatrici. Al comunismo gramsciano è subentrato il giacobinismo, mentre la sinistra democristiana si è definitivamente legata all’ideologia della Costituzione, di ispirazione dossettiana.

Il vicolo cieco nel quale è rifluita la sinistra la conduce ad inneggiare al ruolo di Gianfranco Fini e a contrapporre la sua proposta di “destra moderna” a quella “populista” di Berlusconi.

La verità è che la destra che auspica Bettini è l’altra metà della mela radicale e neoilluminista, cioè una destra che rompe con l’idea dell’auspicabile risveglio della cristianità e che resta contraria al concetto di identità.

Il dibattito politico e culturale nell’ambito del centro destra deve chiarire gli esatti contenuti di questo confronto e spiegare il senso del sostegno di una certa sinistra alle proposte di Gianfranco Fini.
17/06/2010 [stampa]
La lezione di Pomigliano referendum tra gli operai.
Accordo separato. Referendum il 22 giugno. Ci sono i riti sindacali. I blocchi ideologici. Vecchi. E ci sono le realtà aziendali e della società che cambia. Nuove. E anche le rivincite dei riformisti.

La lezione che si trae dalla lunga, complessa, vertenza di Pomigliano d’Arco, piena di tensioni e di drammi personali, è che si è trattato di una vicenda spartiacque del sistema delle relazioni industriali, destinato ad un cambiamento definitivo. Da una parte l’azienda, Fiat, che presenta un progetto di rilancio dello stabilimento campano destinando un investimento di 700 milioni di euro per produrvi 270 mila vetture Panda all’anno, chiedendo una diversa organizzazione del lavoro, una maggiore flessibilità, sanzioni più rigide per scioperi e assenze anomale. Sacrifici. Abbandono di vecchi sistemi comportamentali. Magari con qualche forzatura. D’altra i sindacati di categoria, le tute blu, e le Confederazioni Cgil, Cisl, Uil, Ugl che trattano, negoziano anche per mesi ( il primo piano industriale Fiat è della vigilia del Natale 2009) e alla fine si dividono: chi firma e chi no. Per la Fiom la proposta del gruppo Lingotto è stata giudicata inaccettabile, un “ricatto” da respingere perché chiede deroghe al contratto nazionale dei metalmeccanici e a principi costituzionali( tipo art.40 sullo sciopero o obblighi previdenziali). Gli altri sindacati hanno firmato l’intesa e vanno al referendum in fabbrica per verificare le volontà dei 5.200 operai.

Dare voce alle tute blu dello stabilimento campano significa accendere i riflettori su una situazione produttiva che ha vissuto anni complicati, tensioni, trasformazioni. L’attuale tasso di utilizzo dello stabilimento è fermo al 14%, gli operai lavorano 4-5 giorni al mese, sono in cassa integrazione straordinaria ( quella ordinaria è terminato) con retribuzioni che vanno dai 700 agli 800 euro al mese. Pomigliano è stato il più colpito dalla crisi e avuto una produzione in discesa dalle 78.500 vetture del 2008 alle 40 mila del 2009. L’obiettivo è quello di passare dai tre modelli Alfa Romeo alla nuova Panda che attualmente veniva prodotta a Tichy in Polonia. Perché allora di fronte ad un massiccio investimento e a prospettiva di lavoro per il futuro la Fiom-Cgil dice no? E perché non viene accolta con favore l’ipotesi Fiat di produrre al Sud dopo l’annuncio della chiusura per la fine del 2011 di Termini Imerese e la flessione delle immatricolazioni che a maggio ha segnato – 22% sul 2009?

Il dato di fondo è che la Cgil e la Fiom ,di cui fa parte, sono rimaste alla concezione ideologica del sindacato, alla lotta di classe, ai no preconcetti a qualsiasi forma di collaborazione in azienda. Per la presidente degli imprenditori privati Emma Marcegaglia è “ enorme cecità”. Per il Ministro Sacconi si fa strada sui territori “ lo statuto dei lavoratori flessibile. Una specie di federalismo normativo che risponda alle esigenze produttive”. E’ questo che preoccupa la Cgil che ha proclamato uno sciopero generale per il 25 giugno contro la manovra economica del governo.

L’accordo firmato da Fim, Uilm, Fismic, Ugl metalmeccanici è ritenuto dalla sinistre sindacali e politiche una specie di “ cavallo di Troia”, con altre decine di aziende pronte a rischiare somme miliardarie in nuovi modelli produttivi. Ma dal dilemma non si esce in periodi di crisi: non si può rinunciare agli investimenti, pena l’aumento della disoccupazione e la riduzione ed emarginazione del settore industriale.

Sulla vertenza e le modalità del negoziato si sono espressi in tanti. Ha parlato anche il sindaco di Torino, sede del cervello nevralgico del Lingotto, Sergio Chiamparino secondo il quale “ la risposta doveva essere diversa: accettiamo la sfida e chiediamo semmai condizioni migliorative del lavoro e delle retribuzioni aprendo una fase nuova della negoziazione. Se non si capisce questo vuol dire che non abbiamo capito la nuova fase in cui è inserito il sistema industriale italiano”.

La maggioranza degli operai di Pomigliano sembra orientata a capire che in ballo c’è il futuro Fiat in Italia. L’origine industriale di Pomigliano cominciò nel 1938 quando l’Iri incaricò l’Alfa Romeo di fondare nel Sud il centro aeronautico. Nel 1968 nasceva il progetto Alfasud ( 300 miliardi di lire dalla Cassa per il Mezzogiorno e il Banco di Napoli) che iniziò la produzione di vetture nel 1972. Un flop economico. Poi dopo la chiusura di Arese le Alfa tornarono al Sud. Passato lo stabilimento alla Fiat, che ci mise 120 milioni di euro, arriva anche il miglioramento delle linee produttive fino alla grande crisi con 40-50 mila vetture l’anno. Negli anni dal 2008 al 2010 la media d’apertura dello stabilimento è di 3-5 giorni al mese.

Per produrre restando concorrenziali occorrono cambiamenti ma Pomigliano è storicamente una fabbrica difficile. Anche nel 1993 quando la Fiat voleva aprire Melfi la maggioranza della Fiom era contraria a differenza della Confederazione guidata da Bruno Trentin che si pronunciò a favore dell’avvio dello stabilimento. Oggi il sindacato a Melfi ha ottenuto consistenti miglioramenti attraverso la contrattazione.

I lavoratori campani ( dei 5.200 dipendenti solo il 63% è iscritto ad un sindacato e cioè 25% alla Fim, 25 alla Fismic, 22 alla Uilm, 17 alla Fiom e gli altri tra Ugl e sindacati autonomi) sperano che avvenga lo stesso.
11/06/2010 [stampa]
Il resistente di Pietro e l'astuto Casini.
L’occupazione dell’aula del Senato da parte dell’IDV e le dichiarazioni di Di Pietro sulla “ resistenza contro il dittatore Berlusconi”, a parte il loro carattere “eversivo”, consentono di definire due aspetti che non possono non avere conseguenze politiche.

Innanzitutto viene meno quell’atteggiamento “moderato” che il leader dell’IDV aveva preannunciato alla vigilia delle elezioni regionali e che sembrava essere il fondamento di un rapporto politicamente più stabile e non conflittuale con il Partito Democratico di Bersani.

In secondo luogo la “crociata” contro la legge sulle intercettazioni, assai più aggressiva dell’opposizione del PD, conferma ancora una volta il connotato giustizialista del partito dell’ex magistrato, per la pesante ostilità ad un provvedimento che tenta di rompere l’indubbio intreccio tra magistratura e giornalisti.

Le conseguenze politiche di questa ribalta si possono già intravedere nella polemica, tempestivamente aperta da Casini che ha tacciato Di Pietro di essere uno “sciacallo”, ponendo al PD una condizione impossibile da accettare “o con noi o con Di Pietro”.

L’atteggiamento di Di Pietro e le sue polemiche giustizialiste, poi, finiscono per inoculare nell’elettorato di sinistra ulteriori virus di antipolitica, sospingendo il Partito Democratico su una china politicamente sempre più debole e in balìa dei media di cultura radicale nelle varie angolature dall’Espresso a Repubblica, dal Fatto a Santoro.

Questo connotato politico, ma anche culturale e di metodo, della sinistra la rende sostanzialmente impotente ad elaborare proposte concrete e presentabili, come si sta drammaticamente evidenziando nel confronto sulla manovra finanziaria.

La sinistra, di conseguenza, non può rappresentare minimamente una alternativa e la dialettica politica oggi si svolge intorno al dibattito interno della maggioranza.

A questo punto l’alternativa a Berlusconi assume, nella fantasia di alcuni giornalisti, ricorrenti scenari di carattere “golpista”, tecnocratico, rispetto ai quali il Presidente della Repubblica, depositario delle prerogative costituzionali in materia, a differenza di qualche suo predecessore, non risulta disponibile.
24/05/2010 [stampa]
“GOVERNISSIMO” O “GOVERNICCHIO” ? .
L’idea di un governassimo, cioè di un esecutivo che metta insieme forze politiche non legate da un accordo elettorale, ma unite da un interesse politico volto a realizzare un comune interesse di alto carattere istituzionale, non è nuova.

All’inizio degli anni ’90 fu lanciata dal settimanale Il Sabato diretto da Paolo Liguori con l’obbiettivo di un accordo tra la DC ed il PCI-PDS per affrontare, sulla base di un programma comune, le due grandi questioni che si affacciavano allora sulla scena politica: il rientro dal debito pubblico e le riforme costituzionali ed elettorali.

In sostanza fu il tentativo delle forze politiche, allora maggioritarie, di assumersi la responsabilità di una serie di riforme, per far uscire il sistema politico ed economico da una difficile condizione, salvaguardando il loro ruolo politico. Il progetto mirava a impedire che il necessario cambiamento dovesse avvenire sulla spinta di poteri rilevanti che premevano per il superamento di un sistema politico, quello della prima Repubblica, e per omologare il sistema alla loro cultura e alla loro sfera di interessi.

Quel tentativo fallì, le modifiche elettorali avvennero sulla base delle spinte referendarie che vennero supportate dal potere mediatico legato ai grandi interessi, le riforme costituzionali non vennero affrontate ed il debito pubblico rimase congelato negli accordi di Maastricht.

Il risultato fu un ulteriore indebolimento delle forze politiche, già logorate dalle trame di palazzo e da una disattenzione sullo stato della società italiana. Le inchieste della magistratura fecero il resto.

Lo scenario politico di oggi presenta alcune similarità rispetto alla situazione di allora. Il potere politico appare debole e contestato. Il sistema si tiene soprattutto per la popolarità ed il carisma di Berlusconi che, comunque, resiste a dispetto degli attacchi mediatici e delle inchieste della magistratura. Non esiste una alternativa da sinistra che appare divisa, priva di una identità politica e condizionata dal giustizialismo. La situazione dell’Italia richiede, come allora, una serie di riforme istituzionali e una forte capacità di misurarsi sulle questioni di carattere economico e dei conti pubblici, drammaticamente innescate dalle speculazioni finanziarie internazionali nell’area dell’Euro.

Questa nuova versione del “governissimo” appare debole sotto il profilo dei necessari contenuti , cioè delle politiche che dovrebbe affrontare e promuovere. Sulle riforme costituzionali l’UDC, che ha promosso l’iniziativa, ha ricette diverse dal PDL e da una parte della sinistra che ritengono di rafforzare il sistema bipolare rispetto all’idea di un proporzionale corretto proposta da Casini. Sulla riforma del federalismo fiscale, PDL-Lega e UDC sono su posizioni praticamente antitetiche. Sulla riforma della magistratura, per quanti sforzi stia facendo il PD per assumere una linea riformista, difficilmente potrà avvicinarsi all’idea del PDL di eliminare il ruolo politico che la magistratura si è costruita negli anni, per la contrarietà di tutta l’ala post democristiana.

Anche rispetto alle ricette economiche un governissimo rischierebbe di annacquare la linea tremontiana di economia sociale di mercato e di difesa dell’economia reale in un quadro di compatibilità di conti pubblici che ha portato avanti efficacemente in sede nazionale ed internazionale. Diciamolo con franchezza: il PD che ha perduto la sua identità politica e che non è approdato all’idea socialista subisce il pesante condizionamento della sinistra democristiana completamente in linea con le posizioni dei grandi banchieri, secondo una impostazione che le è stata impressa , a suo tempo, dal dossettiano Beniamino Andreatta.

Non a caso la sinistra disponibile ad un governassimo, non accetterebbe mai che fosse guidato da un leader sottoposto al consenso elettorale come Berlusconi, ma pensa ad una personalità presunta espressione dei poteri forti come l’improbabile Montezemolo, al governatore della Banca d’Italia Mario Draghi o a qualche “gran ciambellano” eventualmente disponibile.

L’idea di un governassimo come una specie di cordone di salvataggio di fronte alle vicende di corruzione dei grandi burocrati che hanno coinvolto o sfiorato anche personalità politiche è debole e priva di contenuti di alto spessore politico e istituzionale ed, in fondo, tenderebbe a porre sotto tutela Berlusconi condizionandolo nella sua volontà di attuare le riforme.

Berlusconi e il suo governo non possono sottrarsi alla loro unica ragion d’essere: quella di attuare, con il massimo dell’accordo possibile, senza tuttavia rinunciarci, quelle riforme che sole possono costituire un rafforzamento del sistema politico e un riordino del sistema della spesa pubblica del Paese.

E’ sintomatico che il dibattito sul “governassimo” si soffermi solo sulla formula ed evada completamente i contenuti.

Se non ci sono importanti obbiettivi condivisi la proposta di Casini rischia di assomigliare più ad un governicchio che ad un governissimo .
29/04/2010 [stampa]
Berlusconi e Fini, le riforme, il "tirare a campare" e le elezioni.
Una interpretazione piuttosto diffusa del duro scontra tra Berlusconi e Fini ha posto in evidenza soprattutto la questione della libertà di espressione all’interno del PDL.

Non è esatto quanto scrive il 23 aprile Marcello Sorgi nell’ articolo di fondo del suo quotidiano quando sostiene che Berlusconi intende instaurare “ il più autoritario centralismo democratico del vecchio partito comunista”.

La differenza tra una doverosa disciplina di partito che impediva di votare in dissenso dagli organi ( Direzione e Gruppi) vigente già all’epoca nella DC ed in altri partiti, e il centralismo democratico del PCI é che mentre nel primo caso le diversità di opinione potevano esprimersi anche all’esterno, nel secondo caso oltre al dovere di disciplina di voto non era possibile portare all’esterno il dissenso.

Nei riguardi di Berlusconi i finiani esprimono il loro dissenso quotidianamente nella fondazione Fare futuro e in decine di apparizioni televisive e interviste, senza, gli impedimenti dell’evocato “centralismo democratico”. Ci sarà da vedere, d’altro canto, se la minaccia di far venire meno i voti alle proposte del governo, già anticipata da Granata nell’intervista a Micromega, dopo la riunione della direzione del 22 aprile e le “scintille” preannunciate da Fini, dovesse essere sistematicamente attuata. In questo caso potrebbero scattare legittimamente, anche sotto un profilo democratico, i provvedimenti disciplinari.

Non sarà facile, tuttavia, per i dissidenti che intendono muoversi secondo una antica logica correntizia, boicottare l’azione di governo e la leadership berlusconiana che appare forte.

Peraltro il leaderismo che condiziona tutti i partiti di oggi ha origini lontane: è il frutto di un lento, ma inesorabile processo iniziato quando nella DC si cominciò ad eleggere direttamente dal congresso il Segretario politico ,continuando, poi con l’introduzione dei primi connotati presidenzialisti nelle istituzioni ( elezione diretta di sindaci, presidenti di province e di regioni). Il ragionamento che iniziò allora vedeva il segretario di partito o il vertice istituzionale non come la più alta capacità di mediazione, ma il leader investito direttamente di un mandato politico. La crisi dei partiti iniziata nei primi anni ’90 e la loro conseguente debolezza prepararono il terreno per una esasperazione del leaderismo nascente.

La nostalgia per il vecchio assetto dei partiti, forse determinata dai limiti organizzativi delle attuali formazioni politiche ( tranne la Lega) non può indurre a far ritenere possibile il ritorno a quel modello sconfitto non solo per motivi “storici” e “ di cronaca”, ma anche per l’incapacità di una classe dirigente di difenderne le ragioni positive. E’ mutata profondamente e definitivamente la base di legittimazione dei vertici politici istituzionali un tempo affidata ai partiti, ora al rapporto con l’elettorato.

Certo c’è una differenza nella leadership di PDL e PD, ma essa deriva dalle caratteristiche carismatiche di Berlusconi rispetto ad un PD le cui anime non sono mai riuscite a comporsi , condizionate anche da una crescente componente giustizialista.

Non si vedono all’orizzonte elementi che facciano ritenere modificabile questa condizione e, soprattutto ne viene impedita la formazione di correnti tanto è vero che nello stesso PD il dissenso è dovuto uscire dal partito.

In un partito che non può avere correnti la “rottura” di Fini come ha scritto sempre Marcello Sorgi ad “un suicidio politico “ o al “il gesto di un kamikaze”.

Quali prospettive si aprono dopo questa resa dei conti nel PDL? Per tentare di capire ciò che potrà accadere, occorre fare, innanzitutto, una valutazione politica generale , cioè cercare di delineare quali razionali esigenze politiche il Paese ha di fronte.

La ragione politica che sostiene l’attività di governo, oltre ad accompagnare l’uscita dalla crisi e la ripresa dell’Italia, è senz’altro quella di approvare quelle riforme che investono la stessa Costituzione e riguardano federalismo fiscale, giustizia, governo, sistemi elettorali e fisco.

Il Paese è giunto ad un punto di snodo , nel senso che o si affrontano questi temi e si dà loro una soluzione adeguata a rafforzare complessivamente il sistema politico o si va al declino. Questa condizione ricorda la crisi della cosiddetta prima repubblica quando non riuscendo a leggere i segnali evidenti che si presentavano a indicare la strada da percorrere, ci si accontentò di un “governicchio” che lasciò il Paese in rovina, prigioniero di una transizione dalla quale, ancora oggi, non si è usciti.

Non crediamo che Berlusconi intenda “tirare a campare” per i tre anni che ancora gli competono di governare e, del resto, affrontare e decidere sui veri nodi istituzionali e politici è anche quello che gli chiedono elettori, forze economiche e l’interesse nazionale nel suo complesso.

Questo dovere di governare riguarda, comunque, un po’ tutti, nelle differenti responsabilità: maggioranza, opposizioni e le stesse forze all’interno dei due schieramenti. L’appello di Berlusconi per riforme condivise ha questo preciso significato.

Rischiano di risultare emarginati da questo necessario corso della politica italiana tutti coloro che o per una posizione di conservatorismo costituzionale, o per un preconcetto antiberlusconismo, o per tatticismo operativo e logorante, di fatto, si pongano in una posizione di freno rispetto agli obbiettivi di riforma.

Se Gianfranco Fini tenterà di imbrigliare l’azione di governo, avvalendosi del suo importante ruolo istituzionale e ponendo in cantiere anche nuove trasversalità rischierà di collocarsi in questa ultima categoria.

Anche i tentativi di mediazione sono destinati ad arenarsi.

Le mediazioni erano il terreno principale della politica dell’epoca del proporzionalismo, ed anche oggi avrebbero un senso, ma alla sola condizione che esse operino su di un terreno politico e di contenuti, realmente migliorativi delle proposte e purchè non cancellino la incisività e l’ adeguatezza delle scelte.

L’urgenza e la necessità dell’approvazione delle riforme, impongono di operare nel confronto e nella ricerca di ogni apporto che non comporti tuttavia un logorante immobilismo. Oggi la politica non è più lenta come sostiene Follini, ma deve correre.

Sotto il profilo istituzionale, poi, il dibattito tra chi chiede l’assoluto prosieguo della legislatura e chi, invece, prende in considerazione la possibilità di elezioni anticipate deve considerare certamente il fatto negativo di interrompere un mandato elettorale, ma anche il grave logoramento istituzionale che si avrebbe con tre anni nei quali lo scontro interno al PDL e la debolezza delle opposizioni dovessero rendere non adeguatamente produttiva l’attività parlamentare.

Difficilmente Berlusconi cadrà nella trappola del “governicchio” e del “tirare a campare”.

Anche su questa prospettiva la fine della prima repubblica può insegnare qualcosa.
09/04/2010 [stampa]
Il ritorno del presidenzialismo.
Dopo mesi passati a fa finta di “dialogare” sulla “bozza Violante”, le elezioni regionali hanno spalancato la porta delle riforme, restituendo all’argomento la sua dignità e le sue vere priorità.

Come avevamo più volte sottolineato le riforme ripartono dalla riforma, cioè dalla questione della restituzione della piena legittimità al voto popolare che è chiamato a indicare il vertice rappresentativo dello Stato o del Governo , in sostanza dalla questione del “presidenzialismo”. Il rafforzamento dei poteri del premier di cui spesso si parla o che di fatto si vanno verificando deve essere accompagnato dalla scelta popolare diretta. Questo è il primo concetto a base del presidenzialismo.

Emarginato da un finto confronto politico, esso ritorna non solo come esigenza di cambiamento di una Costituzione che era fondata su un parlamentarismo espressione di partiti politici forti, autorevoli e, soprattutto rappresentativi a cui spettava la scelta del governo, ma anche come punto di equilibrio tra le diverse proposte che richiedono un terreno di intesa con PD, UDC ed anche come necessità di una linea comune nell’ambito del PDL e della Lega.

Non a caso – ed anche questo avevamo rilevato – si ritorna con attenzione a quanto era stato elaborato dalla Bicamerale che si chiuse con il voto, a sorpresa, della Lega per il semipresidenzialismo ed anche oggi, il bandolo della intricata questione sembra ritornare, non in maniera esclusiva, alla stessa Lega.

Il confuso quadro politico intorno alle prospettive di riforma della Costituzione già delinea alcuni indirizzi contrari: i sostenitori della costituzione come ideologia ( Franceschini e i dossettiani), i giustizialisti ( Di Pietro ) ed il qualunquismo radicale; mentre a riformisti di sinistra (PD post comunisti) e a centristi (UDC) non sembra sfuggire l’importanza di quest’ultimo treno per ritornare ad essere protagonisti di una importante stagione politica.

Rispetto al tipo di presidenzialismo l’iniziativa di Calderoli presentatosi al Capo dello Stato o la proposta di Fini per un modello francese, con sistema elettorale a collegi uninominali a doppio turno sono delle fughe in avanti . Nel gran vociare su possibili versioni italiane di sistemi francesi o americani basterebbe innanzitutto partire dalla constatazione della positiva esperienza regionale, cioè dell’elezione a un turno per il presidente e a un sistema elettorale proporzionale, con preferenza e premio di maggioranza per l’assemblea legislativa. Adottare tali meccanismi significherebbe anche cominciare ad omogeneizzare i sistemi elettorali che in Italia sono incredibilmente differenziati e che spesso disorientano gli elettori.
24/03/2010 [stampa]
Piazza San Giovanni: voto e popolarismo contro astensionismo e fondazioni.
La piena riuscita della manifestazione di sabato 19 marzo a Piazza San Giovanni ha visto la sinistra impegnata a cercare di minimizzare questo appello alla piazza del premier e, soprattutto rispondere con una polemica sulle cifre, nella quale , peraltro inopinatamente, si è fatto trascinare anche il PDL.

Non è stato valutato il senso politico del fatto che lo stesso Bossi, in una elezione regionale e, quindi “federale”, abbia accolto l’”appello” di Roma e che in quella piazza l’elettorato ed anche i quadri del PDL, tramortiti dalle vicende delle liste, abbiano potuto ritrovare entusiasmo ed impegno operativo. E questi effetti immediati, già manifestano l’intuito comunicativo e politico di Berlusconi.

Ci sono comunque altri aspetti che sono sfuggiti all’analisi superficiale di molti opinions makers.

Il ricorrere alla piazza da parte di Berlusconi, oltre a contrastare il possibile astensionismo, sottolinea ancora una volta una caratteristica di fondo della sua politica: quella del recupero del ruolo del consenso popolare al fine della legittimazione della politica ed del radicamento del partito. Non a caso nei giorni precedenti ed anche in Piazza San Giovanni Berlusconi ha ripetuto il suo impegno a varare una riforma della Costituzione che preveda l’elezione diretta del premier, cioè di quella riforma, non compresa nella bozza Violante, ma che da sola può caratterizzare la svolta istituzionale dell’Italia .

Per comprendere lo sfondo sul quale opera questa indicazione del capo del governo, occorre richiamare il gravissimo fatto , coma abbiamo avuto modo di riferire in un altro articolo, che settori rilevanti del sistema economico, espressi nella Fondazione Italia Futura, invitino all’astensionismo e si lancino in troppo facili ed azzardate previsioni di una percentuale di non voto, a fine marzo, simile a quella che si è avuta nelle elezioni regionali francesi.

A tirare le orecchie alla fondazione di Montezemolo, ancora una volta è il Corriere della Sera del 19 marzo che, in un fondo di Sergio Romano, analizza, con molta esattezza, le differenze politiche, di comportamento elettorale ed istituzionali, per quanto concerne l’istituto regionale, tra l’Italia e la Francia e significativamente titolando “l’astensione fa male a tutti”. L’astensionismo servirebbe solo gli interessi di coloro che intendono mantenere sotto scacco la politica o farla rientrare nel loro orizzonte di interessi.

La scelta di Berlusconi per una riforma della Repubblica fondata sul consenso popolare, poi, potrà correttamente dirimere il contrasto tra politica e giustizia, nel senso che la politica non deve prevaricare la giustizia, ma, assolutamente, non può indebolirsi al punto di aprire varchi al debordare della Magistratura come è avvenuto in passato e come, per certi aspetti, appare nel presente. La fonte più adeguata alla crescita dell’autorevolezza della politica è quella del consenso e dell’investitura popolare anche per contrastare le tentazioni élitarie che serpeggiano nella società italiana come il proliferare delle fondazioni dimostrano. Popolarismo contro fondazioni.

Dopo le elezioni regionali, indipendentemente dal loro risultato, occorre che si cancellino dall’ordine del giorno del dibattito politico tutti quei diversivi che hanno distratto l’azione del governo e della maggioranza su input di parte della magistratura,di settori della informazione e della stessa opposizione.

La politica deve ritornare a dettare l’agenda e occuparsi dei grandi temi. Il governo deve assolutamente portare all’attenzione del Parlamento le riforme della Costituzione, della giustizia e del sistema fiscale nei tempi consentiti dalla situazione generale della finanza del Paese. Se ci sarà una adeguata fermezza da parte del premier sarà difficile , per l’opposizione, fermare il dibattito, ma, anche, per chi, all’interno del PDL, coglie ogni occasione per diversificare la sua posizione, sfuggire ad un confronto o sabotare l’azione di governo.
22/03/2010 [stampa]
Il "Giustizialismo" malattia infantile del partito democratico.
C’è una disparità di trattamento da parte dell’informazione sulla condizione interna dei due maggiori partiti. Mentre si evidenzia, con grande enfasi, ogni reale differenziazione di Fini nei riguardi della linea politica del premier, - complice la stampa filo berlusconiana - poco si dice di ciò che accade e del significato delle divisioni e delle separazioni che riguardano il PD.

L’uscita dal partito di Rutelli e quella, ancor più significativa, dei cosidetti teocon delle quali la più rilevante è stata quella della Binetti, che ha una sua particolare figura politica e di riferimento ecclesiale, non hanno suscitato, in una stampa piuttosto teleguidata, alcun approfondimento sui motivi e sui contenuti.

Non c’è dubbio che queste defezioni producono un inaridimento che le isterie di Franceschini e le battute della Bindi non colmano. Tutti sanno, poi, che altri sono con le valigie in mano, come ha avuto modo di annunciare un ex ministro ad un esponente politico di centro impegnato nel nord del Lazio. Il silenzio di Marini, poi, è un altro segnale di distacco che trova eco nell’altrettanto disimpegno del nipote di Gianni Letta.

All’interno del cuore postcomunista del PD si preannunciano venti di guerra come fa intendere l’intenzione di Bettini di costituire presto una sua corrente e la potenza di fuoco dell’ex coordinatore della segreteria di Veltroni acquisita ai tempi delle giunte comunali di Roma, non può far stare tranquille le altre componenti interne. A quest’ultimo avviso, si aggiunge il “ritorno” di Veltroni, come riferito in un articolo del Corriere della Sera del 18 marzo, che sulla base di sondaggi attendibili sarebbe secondo in popolarità al solo Berlusconi.

Questi movimenti interni e in uscita dal PD, avvengono mentre il partito rischia di essere soffocato dalla camicia di Nesso che ha voluto indossare con il rilievo dato alla alleanza con Di Pietro. L’IDV di identifica con il giustizialismo che, nonostante gli sforzi di giornalisti e opinion makers di sinistra non è accettato dalla stragrande maggioranza degli italiani che ne vedono una forma di estremismo politico. E’ incredibile che Bersani che ha vinto il congresso PD su una linea moderata e riformista, finisca nel dare un’impronta estremista al PD, secondo un contenuto ed un linguaggio che mette in imbarazzo molti settori moderati del partito.

La verità è che nel PD l’esigenza di rafforzarne l’identità, che era emersa nel dibattito congressuale, rispetto all’astrattismo di Veltroni, è venuta meno in nome della ricerca di un successo elettorale nelle elezioni del 28 e 29 marzo.

/ In questa fessura tattica, si è inserito Di Pietro e il suo giustizialismo estremo. L’estremismo fu un’antica malattia del comunismo della quale se ne accorse anche Lenin, definendola “malattia infantile”. Si attende, forse invano, che qualcuno all’interno del PD denunci questa nuova malattia di un ancora infantile PD.
12/03/2010 [stampa]
"Ordine nuovo", Montezemolo e Berlusconi.
Negli anni ’50, una scissione dal MSI nella quale si ritrovarono diversi giovani quadri , diede vita al Centro studi Ordine Nuovo che in alcune occasioni di elezioni politiche invitò a “votale scheda bianca”, sostanzialmente per “battere la partitocrazia”, così si diceva.

A quegli esponenti ,ormai in là con gli anni, potrà senz’altro far piacere che quell’appello lontano , in questi giorni, è stato raccolto, in modo ancor più vigoroso, da una facoltosa fondazione: Italia Futura, che, addirittura, ha invita a disertare le urne.

Partendo dalla constatazione che “la qualità delle liste raggiunge livelli mai visti, il confronto sui programmi evapora e delle cose da fare non c’è più traccia nel dibattito politico” - anche in quegli anni si dicevano , da parte di quei gruppi estremi, più o meno le stesse cose - , si arriva a chiedersi se “ esercitare ancora una volta il diritto di voto senza alcuna convinzione, per riprendere il giorno dopo la quotidiana lamentazione sul sistema politico nel suo complesso, non rappresenti l’espressione di un qualunquismo ancora peggiore”.

Il Corriere della Sera del 12 marzo che ha notato questa posizione di Italia Futura, nello stesso articolo, maliziosamente, segnala che “ il settimanale francese Le Point in un articolo intitolato ‘il sogno di Motezemolo’, rifacendosi ad un sondaggio di ottobre, spiegava che il presidente (minuscolo n.d.r.) della Fiat “rappresenta il candidato ideale alla successione del premier Berlusconi”.

Casualmente, ma , forse, non troppo, nello stesso numero del Corsera, l’articolo di fondo di Pierluigi Battista dopo aver riferito della “ fortissima tentazione astensionista” e della “tendenza a disertare le urne” , ricorda come, proprio l’invito a votare consentì di influire sul risultato sia nel 2006 “che rimise un Berlusconi già sconfitto al centro della scena”, sia nel 2001 che vide la sconfitta del centrosinistra perché “molti dei suoi scontenti e sconcertati disertarono le urne”.

La conclusione del pezzo è interessante: “ Nell’’uno contro tutti’ solitamente Berlusconi ritrova il suo terreno favorito, il che dovrebbe sconsigliare il PD dall’imboccare la strada dell’’unione sacra’ antiberlusconiana in cui rischia di farsi risucchiare. Ma ritrova anche la debolezza di una ‘sua’ classe dirigente che, lasciata a sé stessa, non è in grado di rappresentare autonomamente un punto di riferimento per l’elettorato. E di fronteggiare con convinzione il fantasma dell’astensione”.

A parte questa convinta analisi che ancora una volta mette in guardia dalla solita strategia perdente del’antiberlusconismo nel quale sta affogando anche il PD di D’Alema, in ciò rivelandosi, sorprendentemente, meno attento di Veltroni, non si può non rilevare e positivamente sottolineare che il quotidiano di via Solferino non è tenero nei confronti di certo qualunquismo antipartitico e forse antipolitico che pensa che si giusto non votare nelle elezioni rappresentative. Ci aspettiamo che qualcuno che tuonò contro “l’esempio diseducativo” dei Vescovi quanto invitarono, legittimamente, a non andare a votare al referendum sulla legge per la procreazione assistita, si faccia sentire anche in questa occasione, anziché pensare a “fare un’Italia futura”.
02/03/2010 [stampa]
Summum Ius.
Il pasticcio brutto dell’esclusione della lista del PDL nella circoscrizione di Roma per le elezioni regionali del Lazio merita alcune riflessioni.

Ci domandiamo: è fondata e logica la norma che richiede ancora la “raccolta” di migliaia di firma per partiti che hanno un’ampia rappresentanza nelle assemblee per le quali ritornano a concorrere? O anche questa norma, insieme a tante altre procedure burocratiche, spesso “finte” ed “aggirabili” fa parte di quel ginepraio di normative che andrebbero disboscate da una sana opera riformatrice?

Nel merito di questa vicenda, tuttavia, emergono altre e più rilevanti considerazioni.

Nel PDL siamo in presenza di una lotta interna che ha come probabile matrice la divisione ed il continuo differenziarsi di Fini nei riguardi del premier. Emblematica la vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera del 1 marzo che raffigura un pensoso Fini che tra se e se dice “ Quando Berlusconi non parla non so come contraddirlo”. Questo spiega come si siano accentuate le lotte interne in questi ultimi mesi, fino ad arrivare alla stessa compilazione delle liste.

Anche il PD ha subito, dopo il congresso che ha eletto Bersani, numerose scissioni e, probabilmente, se ne preparano altre.

Quello che colpisce di queste situazione non è la dialettica interna, sempre esistita nei partiti che non avevano il “centralismo democratico” del PCI, ma è la mancanza di classi dirigenti con l’autorevolezza per ritrovare la sintesi politica. Sintesi che diventa sempre meno ottenibile, ma mano che si scende nei livelli organizzativi e politici inferiori. Con le relative conseguenze.

L’impressione è che la politica ed i partiti non siano più in grado di esprimere una classe dirigente e diventano terreni di caccia per le scalate personali o di ambienti . La ricostruzione di una condizione dei partiti che consenta di esprimere nuovamente una classe dirigente di valore non può che passare attraverso la costruzione di un quadro istituzionale che richiami fortemente ed obblighi i partiti a ricostruire il rapporto con l’elettorato.

La vicenda delle liste di Roma, pone in evidenza altri elementi che vanno sottolineati.

Colpisce il basso profilo della Bonino che si aggrappa ad una ossequiosa osservanza di procedure burocratiche per impedire che gli elettori del partito di maggioranza relativa nel Lazio possano esercitare il loro diritto di voto. Sono lontani i tempi nei quali i radicali violavano le leggi per fare battaglie per quelli che loro ritenevano essere i diritti individuali. Siamo ormai passati alla codina difesa dei codicilli. Anche i radicali hanno perso lo smalto di un tempo.

Né sfugge l’impressione che in nome della opportunità di avere un risultato positivo dalla mancata presenza della lista del PDL nella circoscrizione di Roma e Provincia, nell’altra coalizione o, forse, anche all’interno della stessa coalizione della Polverini, si passi sopra all’evidente vulnus democratico che si avrebbe nel Lazio per elezioni il cui risultato sarebbe falsato. Pressocchè nessuno ha posto la questione che sarebbe realmente dirimente e cioè che è primario interesse politico quello dello svolgimento di elezioni non falsate dalla eliminazione della lista del partito di maggioranza relativa e che l’ordinamento giuridico costituzionale, comprese le norme sulle procedure elettorali, ha il precipuo obbiettivo di garantire elezioni il cui risultato sia realmente rappresentativo degli orientamenti degli elettori. La democrazia dei codici rischia di mangiare sé stessa, con il contorno della maionese impazzita dei partiti.
19/02/2010 [stampa]
L'Avvenire e Paola Binetti tra Bersani e Casini.
Giusta la soddisfazione di Pierferdinando Casini per l’ adesione di Paola Binetti. Tra gli abbandoni di parlamentari PD di radici cattoliche, certamente la più importante e significativa.

Non convince l’analisi di Gnocchi e Palmaro su “Libero” del 16 febbraio, secondo la quale la Binetti sposterebbe i centristi ancora più a sinistra. A ben vedere, infatti, la componente cattolica ideologicamente di sinistra nell’ambito politico è quella che ha le sue radici culturali e politiche nel dossettismo, mentre la parlamentare già Presidente di Scienza & Vita è membro dell’Opus Dei che con l’ideologia dossettiana ha poco a che vedere, dimostrato anche dal fatto che l’Ares la casa editrice collegata con l’Opera ha pubblicato l’anno scorso il libro di Baget Bozzo e Saleri su “ Dossetti e la Costituzione come ideologia politica”.

Piuttosto si potrebbe dire, e non solo per il peso obbiettivo della personalità di Paola Binetti, che questa scelta impegna l’UDC ad una coerenza ancor più definita poiché la “rottura” con il PD è avvenuta sui temi riferiti ai valori non negoziabili e per la scelta di candidare Emma Bonino nel Lazio quasi una sfida “laicista” in una Regione nella quale la politica non può prescindere dallo stabilire un rapporto di equilibrio con la realtà cattolica e delle sue istituzioni. Invece nel Lazio si è verificata, oggettivamente, per il PD una deriva regionale zapaterista.

E’ interessante in particolare nell’articolo di Soave sull’Avvenire dello stesso giorno una considerazione non contingente quando si afferma: “ C’è chi pensa che in questo modo si realizza un progetto strategico attribuito a Bersani, quello di lasciare fuori dal partito i settori moderati e cattolici, per poi recuperarli ‘dall’esterno’ con un alleanza organica con l’UDC. Però è proprio sul terreno delle alleanze che si sono determinate le condizioni per l’abbandono di Binetti e di altri”.

Queste parole di Soave potrebbero essere indirizzate a Bersani, perché Casini intenda. E non lasciano dubbi neppure sulla ipotesi ipertatticistica, che circola all’interno dell’UDC, secondo la quale D’Alema in un raffinato gioco di sponda avrebbe dato il via libera alla Bonino, per favorire la convergenza di Casini sulla candidata di Fini, rispetto alla quale per un po’ di tempo il leader dell’UDC era rimasto piuttosto freddino prendendo in seria considerazione l’ipotesi di convergere direttamente su Zingaretti.

Se, in sostanza,come afferma Soave, il problema è delle alleanze, la presenza della Binetti nell’UDC non è proprio compatibile con la “ Triplice Santa Alleanza tra Fini, Casini e D’Alema” che l’Espresso ha ipotizzato per il superamento di Berlusconi e per porre fine al bipolarismo nell’accettazione comune del sistema elettorale tedesco; tutto questo anche perché, in quanto a contenuti opinabili, nel blog di Fare futuro non ne mancano.

Anche sulla questione del bipolarismo –a parte alcune simpatie in ambito CEI – l’UDC non appare in linea con i commenti che su questo tema sono apparsi più volte sull’autorevole Civiltà Cattolica.

Peraltro lo stesso Casini dovrebbe avere reali motivi di riflessione sulla praticabilità di questo suo importante obbiettivo da quando si è ripresentato l’asse PD IDV, sigillato al tempo del bipolarista Veltroni che, confermato nelle elezioni regionali, certo si va rafforzando in un importante coagulo di potere come quello delle Regioni.

In questo quadro, al momento, il punto di forza di Casini resta il suo eccezionale pragmatismo che mentre stringe alleanze a sinistra in alcune regioni dà una mano a Berlusconi sulla venefica materia della Giustizia.

Paola Binetti non concederà a Casini quello che non ha consentito a D’Alema e Bersani, cioè sacrificare il peso dei valori non negoziabili alla prassi politica, anche e soprattutto sull’altare del pragmatismo più abile.
10/02/2010 [stampa]
Perchè non piacciono più alla Fiat gli
eco-incentivi.
Colpo di scena sugli eco-incentivi per l’auto. Non interessano più alla Fiat. Le incertezze e le lungaggini del governo hanno fatto precipitare la situazione. L’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne ha fretta di decidere sulle due sponde dell’Atlantico. Il quadro del mercato automobilistico mondiale non è più lo stesso del pre-crisi internazionale.

I tentativi della politica di mettere bocca sulle decisioni strategiche del gruppo torinese ( chiusura di Termini Imerese, riorganizzazione di Pomigliano d’Arco, varo del polo sportivo, evoluzione dell’accordo con la Chrysler), le iniziative della Ue sulle politiche del settore, gli interventi delle Regioni per garantire l’occupazione e scongiurare le tensioni sociali nei territori in cui sono ubicati gli stabilimenti ( Piemonte, Abruzzo, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia) hanno determinato un cambiamento di percorso da parte dei vertici del gruppo torinese.

Forse una svolta storica nei rapporti tra l’azienda torinese, il governo e la politica.” Con il governo, dice Montezemolo, abbiamo un rapporto costruttivo” ma secondo Bonanni “ Il Lingotto corre il rischio di rompere il sodalizio che c’è sempre stato con il paese e sarebbe un grave errore”. La famiglia Agnelli non parla ma lascia fare a Marchionne, secondo il quale, “ i palliativi non servono al mercato ma occorre una forte e serie politica industriale che miri ad un rafforzamento competitivo dell’industria dell’auto, considerato un settore trainante da tutti i governi del mondo”.

Un’inversione di tendenza. Perché in precedenza la Fiat, azienda simbolo dell’industria italiana, è stata sempre sostenuta e spalleggiata dai governi e dallo Stato. Gli stabilimenti del Sud ( Cassino, Pomigliano, Termoli, Termini Imerse) sono stati fatti con i soldi della Cassa del Mezzogiorno. Soldi pubblici anche per Melfi. Risale al novembre 1996 il passaggio dell’Alfa Romeo dall’Iri-Finmeccanica alla Fiat ( pronubi Prodi, Viezzoli e Fabiani), preferita alla Ford.

Qualche anno prima l’azienda era sull’orlo del collasso.Puntuali le annotazioni di Indro Montanelli “ non solo la salvarono ma le ridiedero ali per competere vittoriosamente con qualsiasi concorrenza. All’equivoco che gli interessi della Fiat sono gli interessi dell’Italia si devono molti scompensi: primo quello di una rete autostradale da paese supersviluppato che faceva comodo alla Fiat e convive con attrezzature ferroviarie,sanitarie, scolastiche da terzo-quarto mondo”.

Perché ora il cambio di vedute sugli eco-incentivi che gli altri produttori di auto e imprenditori di altri settori considerano utili a superare le difficoltà? Non solo perché dei 600-700 milioni che il Tesoro si apprestava a mettere a disposizione solo 200-300 andavano all’auto. La ragione principale va trovata nel fatto che era sempre più esplicito l’orientamento di politici e sindacati, sintetizzato dalla frase del presidente del Senato Schifani, “ bisogna avere il coraggio di dire basta ad elargizioni statali se non vengono salvaguardati i posti di lavoro e i presidi industriali”. La Fiat ha capito che il clima a suo favore era cambiato e l’operazione Chrysler ( 4, 5 milioni di vetture vendute all’anno con obiettivo di 6 milioni a breve) sta inducendo i vertici del Lingotto ad agire sempre più su scenari globali e internazionali .

Chiudere Termini Imerese ( per la quale si prospetta un soluzione sociale, da valutare, dice Scajola, 8-10 proposte), avere più flessibilità a Pomigliano, tipo Melfi , contrattare con i sindacati salari diversi dal contratto nazionale sono traguardi da raggiungere senza condizionamenti dello Stato che giustamente si preoccupa della salvaguardia dei posti di lavoro e di mantenere in piedi una realtà industriale nel Mezzogiorno.

L’operazione “mani libere” di Marchionne non prevede vincoli che potevano derivare dagli eco-incentivi ed estenuanti trattative con i sindacati per vendere 30-35 mila vetture in più o passare dalle 650 mila vetture all’anno alle 900 mila entro un triennio.

La partita si sposta sul piano industriale e sul sostegno all’economia, come dice Emma Marcegaglia, a tutti i settori in sofferenza. La Glaxo, multinazionale inglese, che abbandona Verona , chiude il laboratorio ricerche e lascia a terra 500 ricercatori, i 400 tagli dell’Italtel e chiusura del centro di ricerche di Roma, la minaccia di chiusura degli stabilimenti di Portovesme in Sardegna e di Fusina in Veneto della multinazionale statunitense dell’alluminio Alcoa e la crisi dell’Alcatel di Battipaglia inducono il governo a rivedere i rapporti con il mondo delle imprese.
10/02/2010 [stampa]
Il nuovo asse Bersani-Di Pietro e l'alternativa a Berlusconi.
Basterebbe il solo intervento di Gioacchino Genchi e le due ovazioni del popolo dell’Idv a misurare i limiti della cosiddetta “svolta” dipietrista al congresso.

Ma il discorso si fa più serio se si considera che il congresso è stato preceduto da un incontro a due tra lo stesso di Pietro e Bersani qualche giorno prima, dove, probabilmente, è stata concordata la linea congressuale che ha consentito, poi, al segretario del PD di prendervi parte.

La “moderazione” di Di Pietro sarebbe la rinuncia alla piazza, quindi all’idea movimentista, per scegliere una strategia fatta di accordi politici (sostegno al candidato PD in Campania sotto indagine giudiziaria e ottenimento dell’appoggio PD al candidato IDV in Calabria), senza escludere una possibile fusione tra le due forze politiche. Tutto ciò per preparare l’alternativa a Berlusconi.

A questo punto non si può non rilevare che il Partito Democratico di Bersani sembra confermare la scelta a suo tempo fatta da Veltroni alle elezioni politiche del 2008 di una alleanza organica con Di Pietro che addirittura precede gli ulteriori possibili accordi verso il centro (UDC) o verso la sinistra sui quali hanno insistito D’Alema e lo stesso Bersani nella fase congressuale del PD e dopo.

Ma quale alternativa in termini politici e programmatici può venir fuori da questa inedita edizione dell’opzione strategica PD-IDV ?

Già le reazioni si sono fatte sentite. Casini ha criticato con forza questa decisione di Bersani, mentre Ferrero ha stigmatizzato la “scelta moderata” dell’IDV. Ma è soprattutto l’amalgama tra queste due forze che non appare assolutamente adeguato a dar corso ad alternative a Berlusconi. Non dimentichiamo che è già clamorosamente fallita l’alternativa prodiana a Berlusconi. In fondo questa viveva su alcuni intrecci con un certo spessore storico e culturale come quello sulla visione di un capitalismo non liberista, una politica estera non filo occidentale, una concezione cattolico democratica. E tuttavia questi punti di aggancio non sono bastati a proporre una linea stabile e capace di governare.

Quale amalgama avrebbe la proposta di una alternativa a Berlusconi che di costruisca sull’intreccio Bersani-Di Pietro? Questi accetta il candidato De Luca, ma non abbandona il giustizialismo in senso istituzionale, cioè nei rapporti di potere tra le istituzioni, la sua è una linea oggettivamente populista e, poi, resta una enorme personalizzazione del partito e le “amicizie” da Genchi fino a Rocco Modiati che gli consegnò il premio della Kroll Secret Service nella famosa cena del 15 dicembre 1992.

Bersani, da parte sua, sembra piegarsi ad un pragmatismo di alleanze, rinunciando o assottigliando l’identità del partito, come rivelano le scelte delle candidature per le regionali. Quale sommatoria potrà avere un insieme che vede la “laicista” Bonino nel Lazio, il “leaderista” Vendola in Puglia, il “tecnico” Bortolussi in Veneto o la candidata Marini in Umbria che l’ha spuntata sul concorrente sostenuto da Fioroni grazie anche all’appoggio dei veltroniani e di Ignazio Marino.

Il PDL e Berlusconi debbono operare per il buon governo e dare quelle risposte che la condizione difficile del Paese richiede e che non possono prescindere da una strategia di grande rispetto per il quadro delle alleanze complessive in politica estera, per le compatibilità finanziarie del Paese, per un uso rigoroso delle risorse disponibili verso i sostegni di carattere sociali, ma anche per la stabilizzazione delle componenti strutturali dello sviluppo. Tuttavia la risposta al pragmatismo e al populismo che animano questa nuova frontiera dell’alternativa a Berlusconi non può non comprendere l’iscrizione nell’agenda del 2010 della questione delle riforme costituzionali e la sua soluzione. E’ sul terreno della grande politica che si deciderà il futuro di governo dell’Italia.
04/01/2010 [stampa]
Le gambe del PDL.
Mentre si vanno chiudendo le logoranti vicende per la scelta delle candidature a Governatore nelle Regioni si può tracciare un primo bilancio sullo stato dei partiti maggiori alla luce di ciò che va emergendo.

Nel PD si sono confrontate due linee che sottendono a due diverse concezioni di partito: quella che tenta di rafforzare la visione leaderista che si è espressa soprattutto con il sostegno a Vendola e all’idea statutaria delle primarie per la scelta dei candidati e quella che ritiene la politica degli accordi tra i partiti la condizione dalla quale far scaturire la stessa strategia per la individuazione dei candidati.

Dalla Campania alla Puglia, dal Lazio all’Umbria e oltre ,questo scontro ha evidenziato una forte crisi del PD e tuttavia questo conflitto interno, poiché deriva da un confronto di idee politiche, potrebbe, a non breve termine, sviluppare positività e trasformarsi in un rafforzamento di questo partito.

Nel PDL , in alcune Regioni, soprattutto nella Puglia è emerso qualcosa assai meno afferente ad un conflitto di idee. In questo partito si va sviluppando una situazione che vede il ripercuotersi verso il basso degli effetti negativi di una concezione verticista. E’ in qualche modo evidente che la logica elettorale che vede un Parlamento composta da ”nominati” sta rafforzando l’idea che nella scelta dei candidati, più che far riferimento alle possibilità di vittoria si decide in base alle appartenenze di gruppo o, addirittura di singoli personaggi locali.

Queste scelte sono state fatte passare anche come un esercizio di sovranità dei “capi locali”, rispetto alle indicazioni del leader Berlusconi.

E’ evidente che questo “scontro” poco ha a che vedere con una prospettiva di ampio respiro in senso riformatore del PDL. Quando Berlusconi disse con chiarezza che il nome doveva essere quello di Popolo della Libertà, rinunciando alla definizione di Partito, indicò nel radicamento popolare e nel consenso il percorso caratterizzante la nuova formazione politica ed in questo senso operando il superamento della mera aggregazione tra due partiti.

L’ambito delle istituzioni regionali, a prescindere dalla loro importanza, in una visione federalista, fa riferimento allo spazio dal quale deve emergere la classe dirigente che i partiti selezionano nell’assetto della loro composizione politica generale.

Se il PDL si vedrà impegnato , come deve fare pena la sua stessa sopravvivenza politica, ad una riforma elettorale e costituzionale che consolidando il bipolarismo, rafforzi il concetto costituzionale di “sovranità popolare” , deve prepararsi a disporre di una classe dirigente che si misuri solo e soprattutto sul consenso e sulla scelta vincente, depurandosi dalle scorie “correntizie”, o dei “caciccati”.

Non per sempre Berlusconi potrà intervenire per sopperire ai limiti della classe dirigente locale; occorre che il PDL sia capace di camminare sulle proprie gambe, cioè risultare vincente per capacità politica e di consenso dei propri quadri politici e istituzionali.
27/01/2010 [stampa]
Vendola, il bipolarismo e la democrazia.
Non c’è dubbio che il risultato delle primarie del PD in Puglia ha un significato che esula dalla vicenda delle elezioni a governatore in quella regione.

Sia D’Alema che Casini avevano parlato dei nuovi rapporti politici tra PD e UDC come di un laboratorio politico per la stessa politica nazionale.

La strategia per la correzione o, addirittura, la cancellazione del bipolarismo aveva come prima tappa la prospettiva pugliese.

Questa strategia è pensata e voluta soprattutto da Casini che alle elezioni politiche del 2008 rifiutò di fare alleanza con il PDL per non rinunciare all’identità politica del suo partito. La crisi del veltronismo e la scalata di Bersani alla segreteria del PD avevano rafforzato questa possibilità in quanto D’Alema, nella necessità di ricostruire una linea politica dalle macerie della segreteria Veltroni, aveva condiviso l’idea del superamento del bipolarismo, rinunciando alla sua primitiva idea di un sistema politico a doppio turno, di tipo francese, cioè ad un semipresidenzialismo sul quale si era reso disponibile prima e durante la bicamerale a suo tempo fallita.

L’asse Casini-D’Alema, comunque è sopravvissuto alla sconfitta del candidato Boccia, tanto è vero che pur di impedire la vittoria del centrodestra nella Regione, il leader dell’UDC ha concordato con D’Alema la presentazione della candidatura a presidente della Poli Bortone, come risulta dalla notizia di una telefonata tra i due, dopo i risultati delle primarie, pubblicata dall’Unità.

Tuttavia il contesto nel quale si cala questo asse politico appare piuttosto complesso e pieno di difficoltà. D’Alema che aveva pensato di ricucire con la sinistra, nel quadro di una politica delle alleanze, se la trova schierata contro, con il paradosso che Vendola, leader di Sinistra e Libertà è stato sostenuto da Franceschini e dai veltroniani. Nello stesso tempo si è dimostrato che l’ex presidente del consiglio non è in grado di espellere dal partito i contenuti leaderisti (primarie) che vi sono stati immessi da Veltroni e che tendono a conservare la logica bipolare. Lo stesso elettorato del PD, altra indicazione di queste primarie, non sembra gradire l’alleanza con l’UDC, poco comprendendo i complessi movimenti dell’ex presidente della Camera.

Restano nei riguardi di D’Alema i nemici di sempre, cioè il partito imprenditoriale-editoriale, guidato da De Benedetti - e non solo lui - che non gradiscono a destra, come a sinistra, leader politici animati dall’idea dell’autonomia dei partiti dal mondo imprenditoriale. Da questa parte provengono le azioni anti Bersani come l’uscita di Rutelli dal PD e le campagne mediatiche pro Vendola.

In questa situazione piena di problemi , piuttosto logorante per la politica, e nella quale il tatticismo prevale su tutto, si rende evidente una contraddizione di fondo e cioè il paradosso per il quale vengono esaltate le primarie di partito, cioè il voto dei militanti e dei simpatizzanti, come espressione di “vera democrazia” e si contrasta la vera scelta dei cittadini e cioè l’elezione popolare diretta del premier, di chi, cioè, deve governare il Paese. .
20/01/2010 [stampa]
Il processo Mannino e la riforma della giustizia.
Intervistato all’indomani della sentenza assolutoria, l’on Mannino ha commentato che la sua vicenda “concretizza tutto il repertorio dei problemi della giustizia italiana”.

Sedici anni di procedimenti giudiziari per giungere ad una sentenza definitiva sono certamente l’espressione di un grave malessere della giustizia, anche perché se la notorietà dell’ex ministro ha dato risalto alla vicenda della quale è stato protagonista, migliaia di casi del genere non giungono alla ribalta dell’opinione pubblica, ma feriscono gli interessi e la vita di altrettanti cittadini.

Mentre , di fronte a questi casi, appare una banalità ed un’unanime opinione sostenere la necessità e l’urgenza di una riforma della giustizia, è più difficile snidare un connotato ideologico che si accompagna, spesso, ai fatti giudiziari: il giustizialismo.

Il giustizialismo nelle sue espressioni più tenaci colpevolizza a prescindere dal giudizio dei tribunali, prevarica le valutazioni storiche e politiche, limita la funzione politica sottoponendola alla funzione giudiziaria.

Di fatto il giustizialismo costituisce un freno per la riforma della giustizia perché, tra l’altro, ritiene che i suoi contenuti debbano avere il preventivo gradimento dei magistrati e, soprattutto, delle loro associazioni sindacali, per le quali può prevalere un interesse corporativo a conservare l’attuale assetto.

Non c’è dubbio che le vicende giudiziarie di Berlusconi, strumentalizzate dal giustizialismo, complicano la strada per la riforma della giustizia e sarebbe bene congelare i processi al premier, meglio se attraverso provvedimenti più generali, proprio per favorire una discussione libera tra le forze politiche e consentire al governo di procedere senza affanno e con proposte adeguate.

E’, tuttavia, necessario un chiarimento di fondo in riferimento al primato della politica, rispetto alle tesi sulla “superiorità della Legge rispetto alla politica”, sull’idea della corruzione connaturata alla politica, sulla “giustizia come tutela delle emancipazione sociale ed economica delle classi lavoratrici”. L’uso ideologico della giustizia costituisce una grave corruzione del pensiero politico; se esso è stato reso evidente dai totalitarismi, può presentare residui all’interno delle culture politiche attuali. Il richiamo di Napolitano della decisione del 2002 della Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo per la violazione del “diritto a un processo equo” in una sentenza definitiva di condanna a Craxi, costituisce anche una indiretta ammissione che, soprattutto in un processo a carico di un uomo politico, la violazione di tale diritto , possa avvenire per un uso ideologico della giustizia.
20/01/2010 [stampa]
La resistenza di Paola Binetti.
L’abbandono di Enzo Carra e Renzo Lusetti, oltre all’uscita di qualche settimana fa di Dorina Bianchi, dimostrano, insieme altri fatti, le difficoltà che la linea del segretario Bersani incontra nel Partito democratico. Eppure chi volesse interpretare questo esodo verso l’UDC, come una chiara scelta di una parte del mondo cattolico di collocarsi dentro il partito di Casini, apparirebbe come portatore di una valutazione quantomeno prematura.

Il personaggio più autorevole nel Partito democratico sotto il profilo culturale e di riferimenti in ambito ecclesiale è certamente Paola Binetti che sembra interpretare nel modo più corretto la linea dell’approccio alla politica del Cardinale Ruini: quella di esprimere una grande coerenza sulle questioni di rilievo per i cattolici, indipendentemente dalla collocazione partitica.

Le numerose prese di posizione che le hanno avvalso la critica ingiusta e pesante, a suo tempo, anche del cattolico democratico Franceschini, mostrano l’irriducibilità forte della coscienza cristiana alle ragioni politiche di partito e, soprattutto, l’impossibilità di una mediazione sui valori non negoziabili.

L’on. Binetti non lascia, al momento il PD, anche se ha annunciato che la vittoria del candidato di sinistra nel Lazio la obbligherebbe ad abbandonare il partito di Bersani. Questo annuncio, quasi fuori tempo , suona come un disperato tentativo di impedire lo slittamento dei democratici verso la deriva laicista che, probabilmente, il segretario Bersani ha subito con leggerezza.

Roma e il Lazio, politicamente, spesso, hanno anticipato eventi di natura politica che si sarebbero, poi, riversati sulla scena nazionale. Dopo la leadership di Prodi e le segreterie di Veltroni e Franceschini, Bersani dovrà prendere atto che il PD è divenuto, a tutti gli effetti, secondo la profezia di Augusto Del Noce, un “partito radicale di massa” ?
17/01/2010 [stampa]
Craxi: la cronaca e la storia.
Il tempo che trascorre e le convulse vicende politiche di un sistema che stenta a trovare un equilibrio consentono di riflettere ed offrire una lettura più completa della figura politica di Bettino Craxi.

Craxi rappresentò l’unica possibilità per l’evoluzione socialdemocratica del PCI e questa sua prerogativa storica che difese con determinazione, gli costò l’ostilità di gran parte della DC – i cattolici democratici della tradizione dossettiana – che invece ritenevano l’intreccio tra cattolici e comunisti la strada delle democrazia italiana. Occhetto non comprese che la fine di Craxi cioè del partito riformista originario, non avrebbe consentito che il PDS divenisse il punto di forza di una politica socialista riformista. E questo errore è ancora tutto sulle spalle di D’Alema.

Ritenendo necessario rafforzare le istituzioni democratiche, Craxi riprese con grande coraggio, come ha ricordato Giano Accame, l’idea della grande riforma, dopo il tentativo della Nuova Repubblica di Randolfo Pacciardi. E lo fece con l’idea che la politica, nel suo ambito, dovesse svolgere il suo ruolo con pienezza di potere: sul piano sociale lo testimoniò con l’appoggio al referendum sulla scala mobile in contrasto con il sindacato, sul piano economico ricordando al mondo industriale che le politiche di sostegno diretto o indiretto alle imprese per il rilancio produttivo aveva contribuito in modo determinante al formarsi del debito pubblico, sulla politica estera con la difesa delle prerogative nazionali, fermando a Sigonella i marines USA.

Nonostante fosse stato il più autorevole sostenitore di uno scambio a carattere umanitario per salvare la vita di Aldo Moro, anche dopo venti anni dal rapimento, nel 1998, si tormentava per non esservi riuscito, ancora sentendo l’amarezza per il comportamento algido di quasi tutti i leaders democristiani.

Affrontò le conseguenze giudiziarie sulla sua persona che si svilupparono dall’ancora non chiarita vicenda di tangentopoli – non si è mai deciso di dar corso ad una commissione parlamentare su quei fatti - con grande dignità, testimoniata dalla sua deposizione nelle aule del Tribunale di Milano e dall’esilio ad Hamamet dal quale non volle uscire a prezzo della vita.

Ci sono personaggi della politica italiana che si rifiutano di considerare la sua figura sotto il profilo storico e politico per comprimerla nella distorta cronaca delle condanne giudiziarie.

Il giudizio vero, quello della Storia, non condannerà Bettino Craxi, perché concepì la politica come costruttrice di Storia; non avrà la stessa sorte chi è stato ed è protagonista di una politica che costruisce solo cronaca.
11/12/2009 [stampa]
Giustizialismo e Politica.
Nessuno avrebbe immaginato il 23 giugno 1981 quando Enrico Berlinguer rilasciò ad Eugenio Scalfari la famosa intervista sulla questione morale, che gli eredi del PCI, si sarebbero trovati di fronte, ventotto anni e mezzo dopo, allo stesso Eugenio Scalfari teso a tenere sotto tutela il neo segretario del PD Pier Luigi Bersani, non facendogli mancare qualche larvata minaccia intesa a non fargli abbandonare la linea giustizialista.

Eppure c’è una sottile linea che unisce le tesi dell’ex direttore di Repubblica di oggi al direttore di allora.

Come ha scritto Pier Paolo Saleri ( G.B. Bozzo, P. P. Saleri: Giuseppe Dossetti la costituzione come ideologia politica ) “ questa intervista segna un punto di svolta: è il terreno sul quale si stringe l’alleanza del PCI con i poteri forti e con il ‘giornale-partito’di Scalfari che ne rappresenta la punta di lancia. A questa alleanza parteciperanno con entusiasmo i cattolici dossettiani della sinistra Dc … con la ‘questione morale’ posta come ‘questione politica’ centrale della società italiana vengono poste le premesse di quella che sarà la liquidazione della prima Repubblica all’inizio degli anni novanta”.

Non a caso in piazza per il No B Day c’erano gli ultimi dossettiani ( Franceschini) e la Rosy Bindi ,che pur accettando la presidenza P D di Bersani , non ha resistito al richiamo giustizialista.

Dopo l’uscita di Rutelli è questa la seconda importante divisione che avviene nel PD della nuova fase, ed è evidente lo scenario politico che si apre nella sinistra: il conflitto tra chi intenderebbe affermare un ruolo alto della politica , cioè un programma ed un possibile accordo generale sulle riforme e chi intende legare il PD alla linea dell’antiberlusconismo, ma, in sostanza, mantenere legato questo partito, che tenta di riprendere una sua indipendenza dai poteri forti, alla linea giustizialista dell’antipolitica.

Il terreno è stato ben preparato. Mentre Bersani rimetteva insieme i pezzi del partito del territorio, cioè dei quadri politici, a suo tempo marginalizzati da Veltroni sotto scacco dei suoi potenti sponsor, l’attacco a Berlusconi, la ripresa delle iniziative delle Procure e, soprattutto , la diffusione delle notizie e le campagne giornalistiche che, apparentemente avevano come obbiettivo il solo premier, tendevano di fatto a sbarrare la strada ad ogni possibile intesa istituzionale e impegno a modificare la Costituzione operazione necessaria per rimettere in grado il sistema politico ed il Paese di competere sul piano internazionale.

Si opera con lo stesso copione e con gli stessi protagonisti del ‘92 – ‘94 ed è ridisceso in campo Eugenio Scalfari perché teme di non avere un Occhetto a disposizione , conosce la sofferta indipendenza di D’Alema e, soprattutto ritiene necessario l’accerchiamento a Berlusconi per la riuscita della manovra politica, così come avvenne in quegli anni per l’eliminazione di Craxi e della DC.

Il PD si trova di fronte ad un grande dilemma: o avere il coraggio di tagliare la strada al giustizialismo non ripetendo gli errori del ’92, arrivando anche a rivedere il giudizio storico su quegli anni - come ha sostenuto Galli della Loggia – e avviare una linea autonoma da Di Pietro o cedere il suo ruolo politico e rendersi complice di una strada pericolosa per la tenuta dello stesso sistema politico.

In questa fase oltre alla probabile tenuta psicologica di Berlusconi e alla “tempra” di D’Alema, si tratterà di verificare fino a che punto incideranno le avances di Scalfari su Fini e se il giustizialismo, attraverso tutte le sue possibili armi, potrà agire nei riguardi del Centro che sembra mantenere la su autonomia dal partito dei giudici.

Come molti osservatori rilevano è a rischio la tenuta del sistema, ma, aggiungiamo noi, di fronte a questa prospettiva occorre rilanciare il tema della Grande Riforma.

Al Senato si è cominciato con i riferimenti alla cosiddetta bozza Violante che prevede importanti ritocchi alla Costituzione, ma la vera questione rimane quella che non fu affrontata negli anni della fine del pentapartito: ridare forza al governo con la legittimazione popolare, riconsegnare dignità al Parlamento con l’elezione e non la nomina dei suoi rappresentanti, collocare la giustizia fuori dal ruolo politico che è andata assumendo. Non solo Bersani, come dice il Riformista, anche l’Italia è ”messa male” e rischia.

Visti i riferimenti della stampa internazionale che soffia sul fuoco dello scandalismo giudiziario ci verrebbe da pensare che si tenta di far salpare per l’Italia di nuovo il Britannia. Può darsi che, questa volta, non levi le ancore.
29/11/2009 [stampa]
Pillola Abortiva.
E’ fuori luogo considerare ipocriti e tendenziosi i cattolici se manifestano alcune perplessità nei confronti della pillola abortiva :è noto che essi hanno costantemente affermato che l’aborto procurato consiste nella volontaria dispersione del nuovo essere umano concepito con la fecondazione, una dispersione, quindi, che costituisce – la scienza lo conferma da sempre – l’estinzione di una nuova vita umana unica ed irripetibile.

Ciò premesso, quando da più parti, in verità, si manifestano preoccupazioni sull’uso della pillola RU 486, non si intende specificatamente esprimere la su esposta contrarietà, si intende invece addurre argomenti clinici, umani e di “dimenticanza” di quanto disposto dalla 194: il preventivo accesso al consultorio, la possibile dissuasione, l’assistenza di vario genere. Né si adduca come spontanea remora e valutazione la personale riflessione sulla drammaticità dell’evento, saltuariamente invocata: la propagandata semplicità del metodo farmacologico vanifica – qualora esistesse- quella presunta capacità di valutazione della responsabilità personale.

Con il metodo farmacologico, singolarmente deciso, o disponibile in tal senso, la donna, magari una sedicenne, è sola come invece non avviene allorquando si procede chirurgicamente alla revisione strumentale dell’utero, dato che in questo caso c’è almeno la necessaria presenza del ginecologo-ostetrico che opera una adeguata esecuzione tecnica e che può aggiungere consigli e prescrizioni essendo obbligato per legge all’osservazione del successivo decorso.

Viene sostenuta, tra l’altro, la maggiore possibilità di infezione o di sterilità alle quali si può incorrere con il metodo manuale e chirurgico rispetto a quello farmacologico: ma ne siamo proprio sicuri? C’è da dubitarne.

A tutto questo si aggiunga che con la pillola – nome tranquillizzante e rasserenante – l’espulsione, del prodotto del concepimento è, non si deve dimenticare, un evento patologico e che può avvenire nelle più svariate sedi ed ambienti, totalmente imprevedibili e su un soggetto il quale, al più, ricorre ad una mamma preoccupata, ad una sorella inesperta, ad un compagno favorevole, o ad un’amica spesso indifferente.

In conclusione tutte queste riflessioni non sono in contrasto con quanto stabilisce la legge in materia, ma anzi sostengono la necessità di adeguarvisi, come gran parte degli osservatori afferma, ritenendo opportuna l’adozione del metodo in sedi ospedaliere per il tempo che si presenterà necessario.
25/11/2009 [stampa]
Il "Grande Centro" e i "Due Forni".
Con un futuribile “ci incontreremo” si è concluso il colloquio tra Casini e Rutelli alla presentazione del nuovo libro di Bruno Vespa .

Un futuro non immediato in quanto tra la nuova formazione dell’ex esponente dl PD e il leader dell’UDC sembra esserci al momento solo un’intesa in negativo volendo distinguersi sia da un PD “partito di sinistra”, che dal PDL “che ha consegnato alla Lega le chiavi della politica italiana”.

Ma se una lezione si può apprendere dai fatti che hanno accompagnato in questi anni il sorgere di nuove formazioni politiche essa dice che, senza una identità culturale, il partito che nasce è debole. In fondo il fallimento di Veltroni, nonostante la grande sponsorizzazione dei media di centrosinistra è stata motivata dall’idea di far nascere un partito senza identità che, rompendo con la tradizione socialista, si imbarcasse su di una improbabile prospettiva liberal.

Sull’Alleanza per l’Italia di Rutelli i contorni politico culturali sono ancora incerti, comunque l’elemento più significativo è che il gruppo di teodem del PD, al momento, ha preferito restare nel partito e ciò ha un significato abbastanza evidente.

Casini, ugualmente pragmatico, lascia parlare il cattolico woithiliano Buttiglione, il liberale Adornato e il cattolico democratico Pezzotta, ben sapendo che la sua linea politica prescinde da tali contenuti, animata sopratutto da un forte tatticismo e attenta alle indicazioni provenienti dalla Conferenza Episcopale nella quale il leader udc aveva qualche riferimento.

Sul piano più specificatamente politico l’amalgama tra le due formazioni politiche deve superare una questione di geografia politica, in quanto mentre Rutelli appare interessato ad una linea di centro, ma in quadro di centro sinistra, Casini punta ad un ruolo di centro equidistante ed in grado di fare accordi con la destra e con la sinistra, cioè la cosiddetta politica dei due forni. Aderirà Rutelli alla politica dei due forni?

Infatti ad un occhio che voglia aprirsi ad una visione più complessiva , la politica di centro si trova di fronte alla necessità di fare i conti con il sistema bipolare che in Italia è stato costruito partendo dalla legge per l’elezione dei sindaci e dei presidenti delle province, proseguendo sulla linea del maggioritario nella prima e nella seconda versione e nella legge per l’ezione dei consigli e dei presidenti delle Regioni.

La rivista Civiltà Cattolica che segnala anche un punto di vista, in qualche modo istituzionale nella Chiesa, e che era già intervenuta sulla politica dei due forni di Casini, suscitando una reazione pacata, ma indispettita da parte dell’ex senatore D’Onofrio, a settembre è ritornata sull’argomento scrivendo che “ è difficile pensare che possa perseguire ancora tale politica” e “ nelle future elezioni politiche”, ”dovrà decidersi con chi allearsi”.

Nella ricerca di incrementare il suo pacchetto azionario di voti, l’astuto Casini, interpretando a suo modo tali autorevoli consigli, probabilmente, preferirà nelle vicine elezioni regionale presentarsi da solo, ritenendo che ciò possa far crescere i consensi e sulla base di tale consenso tentare di portare Rutelli sulle sue posizioni e solo allora, e nella speranza che il PDL si incrini nella leadership berlusconiana ed il PD si logori ulteriormente per l’azione erosiva di Di Pietro, pensare ad alleanze strategiche.

Nel frattempo non sarebbe male che questo futuro “grande centro”, al di là dei ben evidenti tatticismi, rifletta sulla sua identità politica, per evitare di percorrere strade che, a causa di una aridità culturale, risultino, piuttosto, dei vicoli ciechi, come ha insegnato il “veltronismo”.
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Domenico Fisichella - "Dal Risorgimento al Fascismo 1861-1922"
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