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UN LIBRO DA LEGGERE: GIUSEPPE PARLATO SULLA SCISSIONE DI DEMOCRAZIA NAZIONALE
Introdotta dal giornalista e saggista Gianni Scipione Rossi, si è svolta Roma, nella sede della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, la presentazione dell’ultimo libro di Giuseppe Parlato, “La fiamma dimezzata” che racconta, con dovizia di particolari, le vicende che accompagnarono la scissione di Democrazia Nazionale nel loro contesto storico e politico. Ad illustrare l’opera, oltre che l’autore, anche il professor Marco Gervasoni professore di storia contemporanea nell’Università del Molise. Scipione Rossi ha aperto i lavori, sottolineando come il pregio del libro sia, innanzitutto, quello di ricostruire una vicenda che era matura già 20 anni prima , ma che avvenne nel momento sbagliato. Il dilemma di sempre , dopo la nascita del MSI, era stato quello tra una “alternativa terza rispetto al mondo” o la costruzione di una “destra occidentale”. Ci fu – secondo Rossi - una costante opposizione di Almirante verso quest’ultima possibile trasformazione, dimostrata anche dalla richiesta ad Ordine Nuovo di rientrare nel partito, cosa che avvenne alla fine del 1969. Anche l’ipotizzato sostegno della DC a Democrazia Nazionale - è stato sottolineato nell’introduzione – è sostanzialmente da smentire in quanto questo partito non aveva interesse a che si creasse un qualcosa di presentabile alla sua destra. Esaminati questi aspetti , è stata la volta dell’intervento del professor Marco Gervasoni che ha subito messo in evidenza come il libro abbia la capacità di collocare la storia del MSI nel più ampio ambito della storia italiana , secondo la scuola e l’esperienza di lavoro di Renzo De Felice. La scissione – ha sottolineato Gervasoni – avvenne in anni nei quali il clima politico generale non era favorevole ad una destra conservatrice, sia per alcune iniziative per le quali la destra era vittima di una magistratura politicizzata, sia perche, complessivamente, nell’Italia repubblicana non si era formata una cultura , né quindi un esito partito, verso questo tipo di destra. Giuseppe Parlato ha spiegato perché, partendo dall’idea di un saggio, ha invece, poi, scritto un libro su Democrazia Nazionale. Si è infatti trovato di fronte – ha precisato - ad una totale mancanza di documenti, perché la questione politica non venne mai discussa, ma prevalsero gli attacchi, indicando i protagonisti come ”traditori” e “venticinqueluglisti”. Tutto ciò andava spiegato nei suoi termini reali e politici. Era infatti evidente che Almirante non intendeva confrontarsi politicamente, ma aveva , in un certo senso, lo stesso interesse della DC , cioè di un MSI muscolare e nostalgico . Manca, a detta di Parlato, una spiegazione più specifica , ma si può ipotizzare che il segretario dell’MSI avesse rapporti con ambienti che premevano su di lui in questa direzione. Il libro ricorda l’istrionesco “appello ai credenti” del segretario del MSI del dicembre 76: “avevamo una serpe in seno e non ce ne eravamo accorti”, in questi angusti e strumentali termini si esprimeva l’analisi del Segretario. Sui finanziamenti si ricorda quello di Berlusconi che , tuttavia, venne restituito, caso unico nella storia politica italiana. Non ci fu alcun appoggio né di Moro , né di Andreotti. Quest’ultimo, come poi l’Autore spiega nel libro, preferì, nel marzo del 1979, l’autoaffondamento del governo, facendo uscire dall’aula due senatori della sua corrente, piuttosto che giovarsi dell’appoggio di Democrazia Nazionale. L’unico appoggio venne da Fanfani che consentì, facendo cambiare il regolamento del Senato, di poter costituire il gruppo parlamentare . Parlato ricorda l’assonanza politica sulla critica al trattato di Osimo, per la quale il segretario della DC svolse una polemica dura con Aldo Moro. E la campagna referendaria sul divorzio . Parlato , nel concludere sul clima politico di quegli anni , ha sottolineato anche la similitudine dei momenti : nel ’60 la DC si apprestava ad aprire ai socialisti e si ebbe l’impedimento al Congresso del MSI; così come, a metà degli anni ’70, il partito democristiano andava verso il governo delle astensioni in accordo con Berlinguer, con la condizione posta dal segretario comunista che l’appoggio del PCI fosse determinante. Andreotti, che si muoveva con accortezza in questa direzione, si vantò nei diari di aver evitato il voto di astensione missino. Parlato ha concluso il suo intervento ricordando come, con Democrazia Nazionale, andò anche la gran parte della dirigenza giovanile che negli anni aveva dato vita a proposte politiche importanti nella direzione di superamento del rivoluzionarismo . Il libro presentato il 31 marzo è fondamentale per ricostruire il percorso della destra politica, ma anche per comprendere la direzione più complessiva della politica italiana negli anni ’70. Quell’operazione politica fu condotta da quella che potrebbe definirsi la migliore classe dirigente del MSI di allora, la più attenta alla necessaria prospettiva di una destra che intendeva essere protagonista della politica italiana. Mancarono le circostanze, ovvero la DC ritenne di avviare un percorso diverso, opposto, che non riuscì, comunque, a stabilizzare il sistema politico e che, probabilmente, provocò reazioni internazionali, anche drammatiche, come dimostrò la fine del suo principale protagonista, Aldo Moro. Il metodo di ricerca del professor Parlato è rigoroso e ricco di documentazione, da indicare come esempio di una vera ricerca storica. Dopo la presentazione del 31 marzo è auspicabile ritornare a discutere di questa importate ricerca storica, con un dibattito affidato anche ai protagonisti di allora che, ancora, possono testimoniare il senso di quella svolta politica e metterla a confronto con le ultime vicende che videro, non solo la fine di Alleanza Nazionale, ma , soprattutto, l’annullamento di un lungo cammino, pieno di contraddizioni, di debolezze, ma anche di momenti politici importanti che coinvolsero generazioni di giovani impegnati idealmente e politicamente. UN LIBRO DA LEGGERE PIETRO GIUBILO



Confini e conflitti
Quello che ti colpisce immediatamente dell’ultima fatica letteraria di Marco Valle è la fotografia con cui illustra la copertina del suo libro. Sono i paracadutisti francesi in marcia di ricognizione fra le sabbie del Sahara algerino. Sono gli eredi della sconfitta in Indocina, sono i figli di Dien Bien Phu che si rimettono in gioco perché la patria glie lo chiede, sapendo benissimo che li tradirà per una seconda volta, che il generale De Gaulle è pronto a sacrificarli per il “bene” della Francia e delle logiche internazionali. Chi affida a questa immagine la presentazione della propria fatica di scrittore ha già compiuto, prima ancora di una scelta editoriale, una scelta di campo. Vuole fare capire che quelli sono i suoi miti, le figure da cercare di imitare nella vita,. Quei “Centurioni” e quei “proscritti” che hanno fatto battere i cuori di migliaia di ragazzi che, ancora una volta, sceglievano nella vita di stare dalla parte degli sconfitti. Marco Valle è laureato in Storia e questo libro dimostra la sua passione per la Storia, quella che in pochi conoscono e vogliono conoscere, quella che non verrà mai scritta dagli agiografi del potere, e che vuole essere prima di tutto una testimonianza su fatti ed avvenimenti che hanno caratterizzato gli ultimi 150 anni della vita italiana e non solo. Potrebbe sembrare un percorso senza una logica visto che si parte dalla ricerca di una motivazione ad una indipendenza nazionale debole, per arrivare ad Andreotti ed ai giorni nostri. Poi si capisce che la motivazione è quella di dipingere un affresco di quegli uomini forti ed ingegnosi che, nonostante tutto, hanno rappresentato l’ossatura della nostra Nazione e che meritano di essere conosciuti ed imitati. Da Giuseppe Verdi ai nostri esploratori, dall’affondatore Luigi Rizzo ad Enrico Mattei, da Ottavio Missoni al colonnello dell’aereonautica Luigi Broglio, il visionario che rese possibile l’avventura italiana nello spazio. Non possono però mancare gli aspetti che legano l’autore ad una città come Trieste ed agli amici della sua gioventù, Gian Micalessin, che firma la prefazione al libro, e Almerigo Grizl, quel ragazzo, come dice Valle, “ucciso in Angola perché testimoniava orrori che nessuno voleva vedere e che da ancora fastidio”. E parlare di Trieste vuol dire parlare di quanto avvenuto durante e dopo la seconda guerra mondiale, vuol dire parlare della tragedia subita dagli italiani per colpa del comunismo. La tragedia di Porzus, dove i partigiani delle formazioni garibaldine uccisero gli altri partigiani della Osoppo che erano si antifascisti ma non favorevoli alla cessione di territorio nazionale ai seguaci di Tito-. La vergogna delle foibe, con migliaia e migliaia di morti, e del trattamento subito dai giuliano-dalmati che lasciarono le loro case per riparare in Italia e furono trattati dagli attivisti del pci con comportamenti ostili in ogni stazione in cui transitavano. Ma Valle apre anche il caso delle foibe scoperte in tempi più recenti in terra croata, secondo la stessa ammissione del ministro dell’Interno del 2011, Tomislav Kamararko. 628 fosse comuni in cui vennero fatti sparire, non solo gli Ustascia ma tutti color che potevano rappresentare un nemico di classe, dai cattolici ai piccoli proprietari, i moderati, gli imprenditori, i borghesi, in poche parole i “nemici del popolo”. Queste sono storie che nessuno vuole sentire, devono rimanere nascoste, non hanno il diritto di fare rumore neanche se riguardano “nemici del popolo” targati partito comunista italiano, inviati da Palmiro Togliatti , “Il Migliore”, a sostenere le tesi staliniane in terra jugoslava e abbandonati alle violenze delle milizie titoiste senza neanche sollevare un dito. E’ la storia di Goli Otok, l’isola calva, dove fra il 1945 ed il 1955 sparirono circa 16 mila deportati , in buona parte nostri connazionali che il capo del partito comunista italiano aveva inviato dall’amico Tito per fuggire alla giustizia per le azioni compiute nel periodo della “resistenza”. Il risultato fu che, nel momento in cui Tito comprese che i rivoluzionari italiani erano legati a Stalin e stavano cercando di organizzare un golpe per esautorarlo, ebbe inizio una mattanza tenuta nascosta, per primi, dagli stessi esponenti del partito comunista che non avevano alcun interesse a raccontare pubblicamente le “ meraviglie del paradiso titoista”. I pochi sopravissuti rientrati in patria solo dopo la morte di Stalin, quando ormai non rappresentavano più un pericolo per la sicurezza della Jugoslavia, ebbero l’ordine tassativo del silenzio. Un silenzio che il libro di Marco Valle squarcia come un velo vecchio, dopo oltre cinquant’anni, aprendo finalmente la porta a quelle verità che “Confini e conflitti “ (questo il nome del libro) non riescono più ad imprigionare.



I Giubilei di Papini e Cattabiani
Ho impiegato diversi giorni per cercare nella mia libreria, che scoppia per le migliaia di testi, nonostante periodicamente cerchi di alleggerirla regalandone a scatoloni a qualche biblioteca comunale o a qualche casa circondariale (carcere), un piccolo, ma prezioso libricino, che avevo comprato e letto alla vigilia del grande Giubileo del 2000 indetto da San Giovanni Paolo II.

L'ho trovato, finalmente, questo scrigno di tesori di poche pagine (33), minuscolo (18 x 13 cm) dal titolo “Quale Giubileo?” pubblicato dalla casa editrice “La Locusta” di Vicenza, nel marzo del 1998, con la prefazione di Massimo Baldini, che raccoglie alcune pagine del grande Giovanni Papini scritte in occasione dei giubilei del 1925 e del 1950.

Ed il benemerito editore ha fatto precedere la pubblicazione da queste poche parole: “Per il Giubileo del 2000 noi poveri cristiani, spesso smarriti, siamo già sommersi da tanta letteratura retorica e affaristica. Queste vecchie pagine di Giovanni Papini, forti e chiare, ci possono aiutare a riflettere su cosa è veramente un Anno Santo”.

Avvertenza che vale più che mai per il Giubileo straordinario della misericordia indetta da S. S. Francesco, perché questo è proprio il momento “di contemplare il mistero della misericordia”... - dice il Papa nella sua Bolla Misericordiae virtus - che è fonte di gioia, di serenità e di pace proprio come nel 1924 nel giorno dell'ascensione, aveva auspicato con la Bolla “Infinita Dei Misericordia” Pio XI per il quale - «l'Anno Santo non dev'essere soltanto, secondo la sua preghiera, un ritrovo di romei, uno spettacolo liturgico, un rinfocolamento di devozioni, una conquista di straordinarie indulgenze. Deve essere innanzitutto il principio della pace, di quella vera pace che restituisca all'umanità torturata e torturante il lume d'un primo riposo.

Riconciliazione perfetta d'ogni uomo con Dio. Riconciliazione sincera tra cittadini e cittadini d'uno stesso popolo. Riconciliazione leale tra popolo e popolo. Riconciliazione amorosa dei Cristiani separati con la Chiesa Universale». (Cfr. Giovanni Papini, già cit.).

A questo punto si può vedere come Papa Francesco si sia posto nella più ortodossa tradizione cattolica, contrariamente a quanto vogliono farci credere tanti commentatori (anche all'interno della Chiesa) interessati alla “rottura con il passato”. Basterebbe infatti leggere quale importante ruolo il Santo Padre affida e riconosce alla Vergine Maria, “Madre della Misericordia” ed ai Santi ed ai Beati che ci vengono in aiuto in questo Anno Santo. E questo perché il Signore - scrive sempre Papini in un suo articolo per il Giubileo del 1925 - «per sovrabbondanza di compassione ha incluso tra le leggi dell'universo spirituale quella che è la più meravigliosa di tutte: la reversibilità dei meriti. La perfezione d'un santo è un patrimonio che serve a compensare le imperfezioni dei fiacchi; il martirio dei martiri fa cancellare la condanna dei nostri cattivi piaceri; il fuoco di carità dei mistici serve a intiepidire la nostra gelidezza. Quel che i puri hanno offerto a Dio in più della purezza sufficiente alla loro personale salvazione, viene accantonato per servizio e soccorso degli impuri. Di questo patrimonio è amministratrice la Chiesa e son queste somme sterminate di meriti che vengono distribuite, celestiali oboli dei morti ai viventi, sotto forma d'indulgenze. L'Anno Santo - per esprimersi grossolanamente - è un'elargizione straordinaria ai peccatori questuanti del tesoro collettivo di grazie costituito dalle eccedenze di santità dei santi ed amministrato dal Papa».

Seguendo questa impostazione, Papa Francesco scrive nella “Misericordia vultus”: «La Chiesa vive la comunione dei Santi.

Nell'Eucarestia questa comunione, che è dono di Dio, si attua come unione spirituale che lega noi credenti con i Santi e i Beati il cui numero è incalcolabile (cfr Ap 7,4). La loro santità viene in aiuto alla nostra fragilità, e così la Madre Chiesa è capace con la sua preghiera e la sua vita di venire incontro alla debolezza di alcuni con la santità di altri».

Persino la struttura della “Bolla” segue pedissequamente quella dei suoi predecessori in particolare Pio XI con la sua Bolla “Infinita Dei Misericordia” e Giovanni Paolo II: la misericordia: “Come successore di Pietro chiedo che in questo anno di misericordia la Chiesa, forte della sua santità che riceve dal suo Signore, si inginocchi dinanzi a Dio e implori il perdono per i peccati passati e presenti dei suoi figli” (cfr Giovanni Paolo II - Lettera apostolica Tertio Millennio adveniente); il pellegrinaggio; la purificazione, la carità per i più bisognosi ed ai poveri; la carità “che apre i nostri occhi ai bisogni di quanti vivono nella povertà e nell'emarginazione.” (Lettera apostolica cit.) Non è un generico appello alla carità: la memoria dei martiri e dei santi, la centralità di Maria. “Donna del silenzio e dell'ascolto, docile nelle Mani del Padre, la Vergine Maria è invocata da tutte le generazioni come 'beata' perché ha saputo riconoscere le meraviglie compiute in lei dallo Spirito Santo. Mai si stancheranno i popoli di invocare la Madre della misericordia e sempre troveranno rifugio sotto la sua protezione”. (Lettera apostolica cit.).

In questa segnalazione di veri e propri tesoretti di storia e di spiritualità non può mancare il volume assai utile e sempre attuale per potersi orientare nella lunga serie di Giubilei, del mai tanto rimpianto amico Fausto Belfiori, che alla vigilia del giubileo del 2000 diede alle stampe per i tipi di Bompani “Una breve storia dei giubilei (1300-2000)” nella collana Saggi Tascabili.

Il libro di Cattabiani racconta come nacque il giubileo; il giubileo ebraico; il giubileo cristiano; l'origine della pratica delle indulgenze; il primo giubileo del 1300, per il tredicesimo centenario della nascita di Cristo; l'intervallo fra i giubilei ridotto a 50 anni e la dottrina delle indulgenze; i giubilei della ricostruzione, con la fine dello scisma con Martino V e Niccolò V; i giubilei del Rinascimento di Sisto IV, l'Urbis restaurator con il simbolismo della Porta Santa; la solenne apertura dell'anno santo del 1500 ed i giubilei della speranza e del concilio di Trento (Paolo III); Gregorio XIII e la riforma della Chiesa; il giubileo del 1575; Carlo Borromeo e Torquato Tasso al giubileo; i giubilei barocchi del secolo XVII; il giubileo di Urbano VIII e di Clemente X; i giubilei del secolo XVIII e la Rivoluzione francese; il giubileo di Innocenzo XII; la bolla “Tetio millennio adveniente” del 1994, di San Giovanni Paolo II.

Infine Cattabiani conclude la sua opera sottolineando le novità e la tradizione nella bolla d'indizione del Grande Giubileo del 2000.

Riccardo Pedrizzi

Giovanni Papini; “Quale Giubileo?”, Prefazione di Massimo Baldini, Casa Editrice “La Locusta”, Vicenza 1998. Pagg. 33 Alfredo Cattabiani; “Breve storia dei giubilei (1300-2000)” Casa editrice Bompani (Collana Saggi Tascabili), Milano 1989. Pagg. 281.

Robert Brasillach, Presenza di Virgilio, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2015, pp. 251 (con illustrazioni), € 22,00
L'interesse di Robert Brasillach per l’opera di Virgilio risale agli anni del liceo, quando un suo insegnante, quel professor André Bellessort che viene rievocato con toni affettuosi in Notre avant-guerre, pubblicò (era il 1920) un saggio intitolato Virgile, son oeuvre et son temps. Il professor Bellessort era un seguace di Charles Maurras e, come “ogni intellettuale di rispetto dell'Action Française, - scrive Alice Kaplan - poteva citare a memoria versi del poeta latino”.

Lo stesso Brasillach, partecipando nel 1926 ad un concorso di poesia, per la sua composizione in versi si ispirò a Virgilio. Fu così che quattro anni più tardi, allorché dovette scrivere il saggio richiesto dall'École Normale nell'anno del Diploma, il futuro scrittore scelse di occuparsi di Virgilio, del quale ricorreva il bimillenario della nascita.

“Era esplosa la moda delle ‘vite romanzate’ – spiega Brasillach in Notre avant-guerre – e mi chiedevo se non fosse possibile, partendo da dati così esigui, scrivere una biografia dove nulla fosse inventato, nemmeno un dialogo… Si parlava già, del resto, di celebrare nel 1930 il secondo millenario del poeta latino. Diedi inizio alla stesura di questa biografia, in cui mi ingegnavo di non immergere il mio personaggio nel suo tempo, ma di presentarlo come se fosse vissuto ai nostri giorni – peraltro senza inventarmi nulla!”

Prese forma così Présence de Virgile, il primo libro dello scrittore francese, che, finora mai tradotto in nessun’altra lingua, viene proposto al lettore italiano in un elegante volume con copertina rigida, corredato da un saggio introduttivo di Attilio Cucchi, da un apparato critico di Claudio Mutti e da belle fotografie di Cristina Gregolin. L’opera è apparsa presso le Edizioni all’insegna del Veltro, che di Brasillach hanno già pubblicato due opere di teatro (Berenice e Fratelli nemici), ispirate anch’esse a temi che l’autore accostò nei suoi studi di filologia classica.

Virgilio, che aveva aderito al progetto imperiale di Augusto mostrandone la corrispondenza col mito d’origine di Roma, non poteva non rappresentare una fonte d’ispirazione e un modello di impegno politico per un intellettuale come Brasillach, il quale vide nel fascismo, più che una dottrina politica, un mito nel senso soreliano del termine: il mito del XX secolo. La funzione ideale del letterato non poteva quindi essere essenzialmente molto diversa da quella di cui un Virgilio o un Orazio si erano fatti carico sotto l'influenza del mito di Roma. Come il suo amato Virgilio, così anche Brasillach aveva abbandonato la convinzione che l'arte sia sufficiente a se stessa e che la bellezza sia l'unica cosa di cui essa debba preoccuparsi. Infatti anche Brasillach, al pari di Virgilio, riteneva che la bellezza avesse un ruolo non puramente estetico, ma anche etico, politico, religioso.

Non solo. Nel decennio inaugurato dal bimillenario virgiliano risuonavano in Europa parole d’ordine che sembravano esprimere nuove aspettative messianiche: “Neuordnung”, “Tausendjähriges Reich”, "Ordine nuovo", "Reich millenario". Fu facile per Brasillach scorgere nelle rivoluzioni nazionali dell’Italia e della Germania una rinascita analoga a quella che Virgilio aveva vaticinata annunciando l’inizio di un "magnus saeclorum ordo" e l'avvento di una "nova progenies" di natura celeste.

UN CALCIO DA LEONI MA ANCHE DI VIOLENZE, RAZZISMO E CORRUZIONE - DI ERNESTO E SERGIO MENICUCCI
Ci sono tanti modi per parlare e scrivere di calcio. Quotidiani, radio, televisioni hanno pagine e pagine di resoconti, commenti, valutazioni, tabelle delle partite dei vari campionati e soprattutto dei mondiali che si tengono ogni 4 anni. Il calcio è lo sport più diffuso e popolare del mondo. Sta comunque diminuendo la partecipazione dei tifosi negli stadi, preferendo la televisione.

“ L’assegnazione poi delle sedi delle manifestazioni calcistiche, scrive Ernesto Menicucci giornalista del Corriere della sera nell’introduzione al libro del padre Sergio Menicucci ( nostro collaboratore), è diventata l’occasione di scontri di geopolitica. Sono volate mazzette, tanti milioni di dollari. Nulla che abbia a che fare con lo sport”.

Il riferimento è alle inchieste in corso che hanno costretto alle dimissioni il presidente della Fifa Blatter e coinvolto anche quello della Uefa Platini che ne stava per prendere l’eredità. Con il Congresso straordinario del 26 febbraio si dovrebbe ricominciare da capo. Il calcio attende un cambiamento, una rivoluzione.

Il calcio, scrivono i due giornalisti, è diventato anche materia giudiziaria ( ordinaria e sportiva) e molte inchieste giornalistiche hanno messo in evidenza i filoni della corruzione ma anche le vicende che rischiano di stravolgere il mondo del calcio: le violenze dentro e fuori degli stadi, il moltiplicarsi di episodi di razzismo ( anche tra i giovanissimi), la corruzione dilagante che passa attraverso le combine e le scommesse clandestine con centrali internazionali non solo a Singapore come scoperto dalla Procura di Cremona.

C’è poi l’aspetto economico. Il calcio muove interessi per miliardi di dollari come si vede nei bilanci dei club, con i più grandi che si accaparrano, con ingaggi favolosi, i migliori giocatori del momento.

Nel libro di Ernesto e Sergio Menicucci ( edizione ondine www.Youcanprint.it anche in ebook) c’è una lunga carrellata degli avvenimenti legati al calcio internazionale e italiano con episodi clamorosi come quello di vendersi il derby con un autogol e la vergogna dei buu razzisti dei giovanissimi di Torino, le città messe a soqquadro dalla furia degli ultrà, il cui potere è in crescita

I ripensamenti del vecchio Marx: populismo o comunismo?
Si pensava che su Marx fosse stato detto tutto, anche sul superfluo, perfino sul femminaro, sugli eccessi e sulle contraddizioni. Si era indagato sul suo egocentrismo in contrasto con il collettivismo propugnato nella ideologia; sul suo maschilismo in netta opposizione alle teorie emancipazioniste da lui elaborate; sul suo esoterismo che ha dato lo spunto per saggi di non oziosa lettura, ma in ogni caso incompatibile con il suo irriducibile e inappellabile ateismo. Nonchè sul suo razzismo, inviso a chi, come lui, proclamava l'uguaglianza di popoli, nazioni, etnie.

Va detto che queste incoerenze non sono un'esclusiva del fautore della società pianificata e livellata. Non si è parlato e si continua a parlare, per portare un luminoso esempio, di un Beethoven occultista? Inconcepibile - così pensano gli esperti - in un intellettuale ben integrato nel s

uo tempo. Adesso Ettore Cinnella, studioso e docente di storia che si è già conquistato

un meritato interesse per le sue ricerche, afferma in un intervento apparso in questi giorni, che si può ancora scandagliare nell'esistenza e nel pensiero di Marx: è convinto che si debba proseguire sulla strada esistenziale e, in special modo, sul tortuoso cammino intellettuale dell'agitato e agitatore di Treviri. E con "L'altro Marx" ha pertanto ritenuto di dover tornare sul progetto della società improntata al più rigido collettivismo.

L'autore non si sottrae al compito di indagare sui tempi e sui luoghi non osservati in precedenza con la dovuta attenzione. E in questo senso il professore non ha esitato a procedere nell'ulteriore smascheramento di Marx e della ideologia che, lungi dal favorire lo sviluppo civile e culturale, ha dato spazio a nuove forme, ancora più deprimenti, di predominio e di schiavitù.

Marx si infuriava contro "il lezzo della barbarie asiatica", ma cosa ha prodotto di redentivo il comunismo nella Mongolia, nella Cina, nella Corea, nel Vietnam (dove gli stessi dirigenti sono costretti ad ammettere il tremendo aumento della corruzione e dei dislivelli), nella Cambogia (dove un intero popolo è stato sterminato da un delirante e sanguinario utopista, Pol Pot): si è forse usciti dalla barbarie o si è invece reso più incalzante il processo tendente alla disumanizzazione?

Non è vano porsi questo interrogativo dal momento che sono ancora molti coloro che si rifiutano di pronunciarsi. È di ieri il discorso del papa in cui, a proposito delle persecuzioni dei cristiani sotto il comunismo in Albania, si è limitato a parlare, con una prudenza a dir poco esagerata, di un "regime totalitario" esteso in molti paesi.

A chi ha letto Marx sarà capitato spesso di notare come nelle sue asserzioni sia mosso più dalla emotività che dalla posatezza della mente: in lui il ragionamento è impedito dall'istinto sopraffattore che ha la meglio nella polemica con i populisti. In realtà molto più sensibili e, quindi, meno eterodiretti dalla ideologia nel rivendicare le ragioni dei ceti inascoltati e sottomessi.

Naturalmente qui si parla del populismo genuino, immune da simpatie giacobine: il populismo che si trova nelle pagine vibranti della passione solidale di un Dostoevskij. Una polemica estremizzata in Marx sino a condurre al rifiuto di tutta una nazione. Sulla Russia, infatti, non fu morbido. Fece eccezione per qualche seguace e simpatizzante cui ripose la tenue speranza di mutamenti politici nella terra degli zar. Ma pure sui pochi fortunati mantenne serie riserve che divennero evidenti quando gli fu proposto di tradurre in russo "Il capitale". Nè la conoscenza della lingua russa per lui di arduo apprendimento, secondo la sua stessa ammissione, gli permise di liberarsi dal sospetto di cattive o tendenziose traduzioni.

Dal generale disprezzo si salvò un autodidatta che per decenni si dedicò pazientemente alla traduzione dei testi marxiani, Nikolaj Francevič Daniel'son che gli diede la possibilità di conoscere i lavori di Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, considerato il battistrada del sovversivismo sovietico sul piano culturale e come tale valorizzato e celebrato dagli esegeti comunisti italiani precipitatisi nel dopoguerra a volgere nella lingua della penisola i messaggi antipassatisti del letterato indicato da Togliatti come un maestro da seguire.

Lo stesso privilegio toccò a Maksim Maksimovič Kovalevskij, uno studioso cosmopolita riconosciuto come esperto in diritto internazionale. Con altri, in numero ristretto, ebbe relazioni legate a questioni politiche per la cui soluzione poteva avvalersi delle loro competenze.

Il capitolo finale del libro di Ettore Cinnella è dedicato all'ultima stagione politica di Marx: gli anni in cui si registrò un rovesciamento in positivo del giudizio perentorio che aveva precedentemente dato sul populismo, additato come un tentativo reazionario di bloccare la storia. E questo non lieve mutamento di valutazione verso un movimento, in precedenza condannato e combattuto duramente, non poteva che essere a scapito del comunismo, astro-guida di una vita. Un tema sul quale gli studiosi dovrebbero tornare.

Fausto Belfiori

da http://lapievedelricusante.wordpress.com

PAOLO PASQUALUCCI:“ UNAM SACTAM”
Intervento di Pietro Giubilo alla presentazione del libro presso il Libero Sindacato Scrittori Italiani – Aula Magna di Palazzo Sora – Roma 15 maggio 2014
Come tutte le opere del prof. Pasqualucci anche questa dedicata allo studio delle deviazioni dottrinali nella Chiesa Cattolica del XXI secolo argomenta nel profondo i temi trattati. Questo libro che esamina , in modo specifico, le questioni sorte dai documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, trova ispirazione, anzi ,come lui stesso scrive, ”ammaestramento “, dall’opera di mons. Gherardini e dal ”testo fondamentale” Iota Unum di Romano Amerio. Debbo dire a quest’ultimo proposito che la lettura dell’opera fondamentale di Romano Amerio mi venne consigliata in un colloquio che ebbi con il Cardinale Palazzini al quale ricorsi per qualche consiglio spirituale nei momenti più difficili e impegnativi della mia attività politica e amministrativa. Più recentemente , e per questo sono onorato di intervenire, ebbi anche l’occasione di affiancare il prof Pasqualucci nella presentazione di un libro dell’amico Piero Vassallo , proprio in questa sede del Sindacato Scrittori.

L’opera presentata oggi , per la sua organicità e complessità, rappresenta un apporto fondamentale per ciò che riguarda il lungo dibattito che ha seguito lo svolgimento del Concilio Vaticano II e l’analisi teologica e culturale dei testi più significativi. Non avendo il tempo e , soprattutto, la preparazione per una lettura complessiva del testo, mi sono soffermato in quella che , a mio avviso, rappresenta uno dei punti fondamentali delle questioni sollevate dall’assise vaticana, anche per le implicazioni che da essa possono derivare in campo sociale e di convivenza nelle società d’oggi. Mi riferisco al capitolo XVI di “Unam Sanctam” dedicato alla analisi della libertà religiosa alla luce della dichiarazione “Dignitatis Humanae”, definita già nel titolo “ laico corpo estraneo nel Vaticano II “.

Il testo inizia con una lunga confutazione delle tesi del prof. Cantoni sulla “continuità” di questa dichiarazione con la dottrina tradizionale della Chiesa. Il prof Pasqualucci si sofferma su di un punto estremamente importante quando impugna un “presunto presupposto” del Concilio nel senso che questi nell’”accettazione del principio della libertà religiosa “ avrebbe ritenuto esservi la condizione di una ”riconciliazione con lo Stato laico, in quanto capace di non essere ‘neutro’ riguardo ai valori”. Quella possibilità, già allora, a mio avviso, appariva poco credibile in quanto erano evidenti gli indirizzi di carattere laicista che contrassegnavano alcune legislazioni statuali . Tutto ciò era ben presente nei primi anni ’60.

Quanto, poi , è andato verificandosi successivamente, in particolare negli ultimi decenni, dimostra che tale neutralità non è mai sostanzialmente esistita ed è, comunque, venuta meno con il presentarsi, in quasi tutti gli stati occidentali con popolazioni di tradizioni prevalentemente cristiane, di una legislazione chiaramente relativista che si è posta nell’indirizzo della negazione della legge e dei valori naturali.

Merita, secondo l’autore un approfondimento anche l’ulteriore aspetto della dichiarazione che sottolinea come la libertà religiosa si “fondi sulla stessa dignità della persona umana” e finalizzata a che “ in materia religiosa, nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza” e facendo in modo che questo diritto debba essere “riconosciuto e sancito come diritto civile dell’ordinamento giuridico”. E’ evidente , secondo questo testo, che esso si riferisce a tutte le religioni , ma affermarlo in modo così assoluto potrebbe significare, secondo l’autore, che esso potrebbe comportare un livellamento di tutte le religioni , “come se fossero tutte uguali”.

Proseguendo l’analisi, il prof Pasqualucci approfondisce l’argomento del rapporto tra libertà di religione e libertà di coscienza con riferimento alla roncalliana Pacem in Terris nella quale il Pontefice afferma che “ognuno ha il diritto di onorare Dio secondo il dettame della retta coscienza” . Quand’ è, dice l’autore “che la coscienza è ‘retta’, qual è il criterio per stabilirlo? “.

In soccorso a questa fondamentale domanda giungono gli stessi riferimenti ad un passo di Lattanzio e ad un testo di Leone XIII contenuti nell’enciclica, ma interpretati diversamente. Secondo l’autore il riferimento di Giovanni XXIII ad una possibile libertà di coscienza in religione, uguale per tutti, non è riscontrabile nei testi leoniani in quanto, “la libertà dell’uomo , inerente la sua dignità di ente razionale creato da Dio , si doveva ammettere ma non si poteva intendere in modo assoluto poiché doveva esercitarsi con il limite di obbedire alla ragione, di perseguire il ‘bene morale’ e di non discostarsi mai dal ‘sommo fine’ proprio dell’uomo (la vita eterna )”. Leone XIII “ribadiva la condanna dell’opinione di chi voleva concepire come ’diritti naturali ‘ la libertà di pensiero , di espressione, di insegnamento e di ‘promiscua religione”.

Inoltre, sempre secondo Leone XIII “ se fosse stata la natura a conferire questi diritti , sarebbe allora legittimo ricusare i comandi divini e nessuna legge potrebbe temperare la libertà dell’uomo”. Cosa gravissima - prosegue perciò “questi tipi di libertà” si potevano solo “tollerare”, con la dovuta moderazione, unicamente “si justae cause sint” , cioè , in sostanza, per evitare mali peggiori , in determinate situazioni.

Il libro, continuando, compie anche una acuta analisi dei radiomessaggi di Pio XII che se pur difendeva un “diritto della persona” a professare liberamente la sua religione, tuttavia non poteva porre sullo stesso piano la “vera” religione insieme alle altre. “ La proposta di Pio XII – sottolinea Pasqualucci – sembra limitarsi a formulare l’obbligo per lo Stato di non perseguitare nessuno per la sua religione di appartenenza, ma non quello di considerare tutte le religioni meritevoli di un’uguale tutela, in nome della libertà individuale di coscienza, come farà poi il Vaticano II “. Prima di concludere vorrei brevemente soffermarmi su una specificazione .

Pasqualucci dopo essersi inoltrato sul tema della libertà religiosa, come abbiamo visto, si domanda “quale ‘diritto naturale’ ci proponga la ‘Dignitatis Humanae “ . Il “diritto [ naturale ] della persona” alla libertà religiosa che sostiene la dichiarazione Dignitatis Humanae , scrive Pasqualucci - riposa esclusivamente sulla persona stessa , sull’uomo, sull’individuo in sé e per sé considerato, sulla sua supposta “sublime dignità” . E’, in sostanza, un diritto naturale dell’uomo in quanto uomo. Questa impostazione non considera - prosegue Pasqualucci – la plurisecolare concezione cristiana tradizionale che, invece, considera questo diritto come espressione di un’idea di giustizia il cui fondamento è nella volontà stessa di Dio.

“Esso - precisa – non riposa mai nell’essere umano in quanto tale , riposa in Dio”. E’ dunque, secondo san Tommaso “partecipazione della legge eterna nella creatura razionale”. Invece il diritto naturale non così fondato risente della svolta imposta dalla Rivoluzione Francese e della proposta della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 e si risolve in un diritto naturalistico , di un uomo prodotto della natura che si riferisce solo a sé stesso.

“in tal modo la libertà e l’uguaglianza – precisa Pasqualucci - intese come ‘diritti’ che ci appartengono per natura , vengono in realtà ad essere un prodotto dell’io pensante , ossia della ragione che concepisce l’uomo come quella parte della natura increata che deve ritenersi sempre uguale ed indipendente da ogni altra parte della stessa natura : quella parte che si presenta come essere umano”. Dopo avere ulteriormente precisato la nozione soggettivistica della verità, secondo il liberalismo, e riaffermato che “tra cattolicesimo e Liberalismo c’era ( e c’è ) un contrasto insanabile nel modo di intendere la verità e per conseguenza la libertà” , Pasqualucci conclude questo importante capitolo ricordando come “i Papi del passato si attenevano al vero concetto cristiano del dritto naturale , il cui contenuto , per essere giusto , deve sempre essere conforme , alla legge di natura , della quale partecipa la legge divina”.

Concludo , a questo proposito , con un riferimento, a me, intellettualmente molto caro, ad alcune considerazioni del Padre Cornelio Fabro nel libro “Riflessioni sulla libertà”. Fabro evidenzia come in Hegel “ è portato a compimento il processo di radicalizzazione della libertà come soggettività, come “certezza” che è propria del cogito moderno “. Più il là precisa: “ la antropologia trascendentale è diventata … il comune denominatore , diversamente interpretato , delle filosofie dominanti della seconda metà dell’Ottocento e del novecento” . Ed aggiunge: “Non è infondata allora l’affermazione che il crescente allontanamento dal Cristianesimo è uno dei tratti incontrovertibili nell’immagine della filosofia moderna ovvero che se qui o là essa sembra allo storico di aver cercato un avvicinamento al Cristianesimo essa ha mostrato – come in particolare il grande tentativo dell’idealismo tedesco di Fichte, Schelling ed Hegel – cha la spaccatura era essenziale e che l’anticristianesimo di Nietzche appare alla fine come il vertice dell’aspirazione di una libertà sovrana sicura di sé stessa che ha determinato la filosofia moderna del cogito sin dall’inizio ”.

Con l’idealismo – precisa Fabro – “non ha più senso dire che l’uomo è lui a fare la scelta e le scelte dell’esistenza , ma bisogna piuttosto dire che nell’avanzare della storia egli non tanto è il soggetto che sceglie , quanto colui che ’è scelto’ nel gioco delle forze che operano nella storia”. Di conseguenza , conclude sui questo punto Fabro: “ senza un preciso riferimento all’Assoluto non c’è verità che dirima fra il vero e il falso , così senza un riferimento reale nell’Assoluto non c’è per l’uomo libertà positiva e costitutiva che dirima tra il bene e il male”. Ove naturalmente il riferimento all’Assoluto è il riferimento alla Verità rivelata e alla giusta fede. Solo Dio rende liberi.

Pietro Giubilo

DA PAG 326

ALLA FINE CORNELIO FABRO SULLA LIBERTA’ BASATA SUL DISCERNIMENTO TRA BENE E MALE , MA ANCHE TRA FEDE VERA E NON VERA.

Un romanzo rievoca il caso Dreyfus: chi riscattò l’onore dell’ufficiale ebreo
Il razzismo antiebraico è stato ed è tuttora abituale e facile bersaglio, dopo essere stato non di rado oggetto del desiderio, di una sinistra internazionale che aveva e ha molto da farsi perdonare. Naturalmente in questa sinistra – doppiamente sinistra: morale e politica – vanno inseriti quei settori, sempre più ampi, dell’alto e basso clero “cattolico” che oggi distribuisce senza economia baci e abbracci ai discendenti di coloro che erano lasciati, fino all’altro ieri, senza batter ciglio, al boia e ai linciaggi. Uno dei temi più utilizzati nelle speculazioni propagandistiche lo ha fornito il notissimo caso Dreyfus: un fatto tragico che ebbe come protagonista un ufficiale ebreo, accusato ingiustamente dai rètori dello sciovinismo in divisa di aver tradito il proprio paese consegnando documenti riservati allo Stato Maggiore tedesco.

Passò del tempo prima che il malcapitato militare fosse riabilitato. Un tempo turbolento che vide scatenarsi, non soltanto l’odio razzistico, ma anche la macchina demagogica delle varie formazioni del laicismo radicale, sempre nostalgico della ghigliottina e del socialismo. Iniziò Emile Zola le cui pagine costituirono lo squillo di tromba d’una battaglia, non soltanto cartacea e oratoria, il cui effetto si rese evidente in tutta la sua maleficità nel secolo alle porte: teatro del calvario di Alfred Dreyfus fu l’ultimo decennio dell’Ottocento.

Adesso la vicenda rivive in un romanzo di Robert Harris, autore che ha raggiunto il successo con precedenti lavori nei quali riesce a mantenere costante l’attenzione del lettore. E anche in questa ricostruzione non è meno abile nel tenere legati al suo racconto gli appassionati della letteratura gialla non ostile alla realtà.

L’eroe della narrazione, però, non è l’ufficiale vittima di una infame congiura, ma il compagno d’armi: colui che, accortosi dell’imbrogliata matassa documentale, si battè per la revisione e l’annullamento del processo che ottenne dopo essere stato costretto a sopportare anch’egli non lievi traversie dovute al disperato accanimento delle gerarchie militari non rassegnati alle smentite. Georges Picquart – questo è il nome del militare fattosi investigatore per amore della giustizia – resosi conto di trovarsi dinanzi ad una grande montatura che poteva soltanto fare il gioco delle fazioni, non si stancò di raccogliere le prove della assoluta innocenza del commilitone. E non retrocesse dai suoi intenti neppure quando fu punito con l’allontanamento dall’esercito. Ma la vittoria fu sua. Egli riuscì ad eliminare ogni sospetto che gravava sul Dreyfus e ridare onore e serenità ad un uomo che aveva servito la patria con dedizione. Dopo la reintegrazione, a Georges si aprì una luminosa carriera politica che lo condusse a ricoprire l’incarico di ministro con Clemenceau. Stavolta il coraggio del patriota aveva cancellato le miserie dei partiti.

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di Fausto Belfiori

Robert A. Dahl e gli equivoci della democrazia
Quattro anni per una vignetta
Mai si conosceranno sino in fondo le efferatezze del “socialismo realizzato”, cioè, del comunismo imposto in Russia dai moti sovvertitori di Lenin e di Troskij e, decenni dopo, dalle truppe sovietiche nelle nazioni dell’Europa orientale.

Una realtà che si presenta, nella sua riesumazione e sempre parziale ricostruzione, terribilmente uguale come uguale, dovunque si affermi, è la realtà del totalitarismo: dalla Germania est, passata senza speranza dal buio hitleriano a quello non meno fitto dello stalinismo, alla Cuba dei Castro e di Guevara che soltanto i patiti del gangsterismo politico ammirano come eroi.

Anche la Cecoslovacchia era chiusa in questo enorme gulag dove era proibita, non soltanto la rivolta legittimamente vigorosa, ma perfino il rassegnato umorismo. Ne è la prova la storia di una giovane praghese colpevole di essere l’autrice di vignette “irrispettose” verso uomini e aspetti del regime comunista. La risata che nei paesi normali da adito a momenti di allegria, nelle “democrazie popolari” non era meno grave di una cospirazione, anzi, va incontro alla stessa sanzione perché giudicata “atto contro lo Stato”.

Così la ragazza, Dagmar Simkova, lascia le aule universitarie per divenire, suo malgrado, ospite della prigione che l’accoglierà per quattro anni. Può sembrare incredibile che ciò sia conseguenza di un disegno ma, per convincersene, si leggano le pagine di questi anni di angoscia raccolte nel libro “Io N. 1211″ che descrive “l’inferno delle carceri comuniste cecoslovacche”. Un lungo periodo in cui soltanto la fede è stata un sostegno. Una fede mai abbandonata o negletta: la cella di un detenuto non è più stretta di quella d’un frate e, quindi, nessuno può impedire di raccogliersi nell’orazione mentale e nella contemplazione.

Tornata finalmente a casa dopo anni trascorsi nella privazione di ciò che alimenta e ravviva il corpo e l’anima, Dagmar decide di non rimanere in un paese ridotto a schiavitù e ripara lontano dalla sua terra, in Australia. E qui trascorre il resto dei suoi giorni. Può di nuovo ridere, ma da quel momento, dal momento in cui ha riacquistato la libertà, il suo sorriso sarà senza gioia perché è stata rapinata dei suoi anni migliori, delle sue giovanili speranze.

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di Fausto Belfiori

Convegno
Itinerari del pensiero cattolico
Introduce il Presidente dell’ AssocIazione Europea Scuola e Professionalità Insegnante
Prof. Angelo Ruggiero
Intervengono: Sen. Alfredo Mantica, Prof. Piero Vassallo, Prof. Giulio Alfano,
Prof. Paolo Deotto, Prof. Francesco Menna, Avv. Francesca Caricato
modera il Presidente del Centro Studi Europa 2000 Prof. Giuseppe Manzoni di Chiosca
Nella circostanza Piero Vassallo e Giulio Alfano presenteranno i loro volumi: "Un treno nella notte filosofante" e "I fondamenti della filosofia politica di Luigi Sturzo"

27 febbraio 2014 alle ore 17 presso la sede A.E.S.P.I. di via Col di Lana 12, Milano Scarica la locandina

Anni spezzati
Gli anni di piombo su Rai Uno
Il racconto di uno dei periodi più sanguinosi della storia italiana è contenuto in sei puntate che andranno in onda su Raiuno a partire da martedì 7 e mercoledì 8 gennaio. Si parte dalla strage di piazza Fontana nel cuore di Milano (12 dicembre 1969) che provoca 17 morti e 88 feriti. E’ l’inizio della strategia della tensione. Da quel momento il commissario Luigi Calabresi comincia la sua lotta per cercare la verità e smascherare i colpevoli. Ma le sue indagini si infrangono contro le ambiguità del Governo. Dopo la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della questura milanese, i media, non soltanto quelli di sinistra, lo diffamano, accusandolo di essere il responsabile del tragico evento.

Il commissario, rimasto isolato, sarà assassinato il 17 maggio 1972 da estremisti di sinistra. Completano la serie altri due episodi: “ Il giudice” ( in onda il 14 e il 15 gennaio) e “L’ingegnere” (programmato per il 28 e 29 gennaio). Regista e sceneggiatore è Graziano Diana, consulenti storici Adalberto Baldoni, Sandro Provvisionato e Luciano Garibaldi.

Il cast è di primissimo piano: Emilio Solfrizzi, Alessandro Preziosi, Alessio Boni, Ennio Fantastichini, Stefania Rocca, Giulia Michelini, Ninni Bruschetta, Anna Safroncik, Paolo Calabresi, Thomas Trabacchi, Enzo De Caro, Paola Pitagora, Luisa Ranieri, Arianna Jacchia.
Federazione Unitaria Scrittori Italiani
PRESENTAZIONE DEL LIBRO “OMBRE SUL SOLE” DI ENZO NATTA – EDIZIONI TABULA FATI
Intervento di Pietro Giubilo
Scarica l'interno intervento di Pietro Giubilo clicca qui

Paolo Mieli e i conti con la storia
Attraversa i secoli con la perseveranza di un viandante abituato a divorare le miglia. Affronta le epoche con la sicurezza degli strateghi e dei dominatori di popoli che diventano oggetto delle sue riflessioni e delle sue ricostruzioni di remoti avvenimenti e di società e stati che si perdono nella notte dei tempi. Legge, prende appunti, raccoglie annotazioni e idee, formula giudizi per poi far confluire tutto in recensioni e saggi talmente folti di scandagli e citazioni da occupare pagine intere di giornali.

Questa disciplina seguita nel lavoro da Paolo Mieli – la conferma viene dal suo recente “I conti con la storia” – va ben oltre la professionale curiosità e gli permette di coinvolgere il lettore nelle sue scorribande che possono condurlo, come è successo, dai luoghi dell’impresa geniale quanto sfortunata del cartaginese Annibale al ventesimo secolo dell’americano Franklin Delano Roosevelt, il presidente della nazione più potente del mondo che, in un breve spazio di tempo, trasferì le proprie simpatie dal capo del Fascismo Benito Mussolini a Stalin.

Riconosciuta la serietà del suo metodo di lavoro ci si deve soffermare sui suoi giudizi e sulle sue interpretazioni di uomini ed eventi. Certo, non è uno di quegli scrittori pronti a rovesciare la posizione con il volgere del tempo e della situazione. In proposito sarebbe facile citare persone che sono state sistemate frettolosamente nel pantheon della cultura appena hanno spirato, ma non vale la pena.

Sicuramente non contribuisce ad aggravare i danni della menzogna molto diffusa nella produzione storiografica contemporanea. Non di rado, però, appare esitante e non è piacevole constatare reticenze e silenzi che non hanno spiegazione e giustificazione. Senza abbandonarsi a moralismi fuori luogo ogni studioso deve sentirsi legato alla realtà così come appare dalle sue ricerche. Sull’esempio del padre, Renato, meno noto di lui, ma più di lui deciso a difendere la verità – uscì dal partito comunista nel momento del pieno conformismo dei chierici e fondò una rivista cui collaborarono sociologi e storici molto validi – non esiti ad andare contro correntemente e a rimanere fedele ai compiti dello scienziato oltre che del giornalista.

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Fausto Belfiori

Il “realismo socialista”? Soltanto sterile nostalgia
Ci sono fascisti di vecchia generazione – i “mai morti”, come li chiamavano e continuano a chiamarli gli anarchici di Carrara – e quelli di nuovo conio. Ma non si sente il bisogno di distinguerli secondo l’età: fascisti e basta.

Per i comunisti, invece, non è così. È necessario far precedere il sostantivo da un “neo” o da un “paleo”. Tuttavia, se li si ascolta o li si legge, ci si accorge che questi prefissi sono inutili tanto sono identici gli uni agli altri. Tutti continuano a vedere in Lenin e in Stalin figure esemplari sia come teorici che come statisti. Il comune riferimento ideale è la “rivoluzione d’ottobre”. Rossa, naturalmente. Agli antipodi dall’ottobre della “marcia su Roma”, cara memoria degli odiati “fasci”.

Lo spinto per tale rapida considerazione è offerto dal giovane romanziere russo Zachar Prilepin che rivendica ad ogni piè sospinto il suo neo comunismo. Dove, anche in questo caso, il “neo” non ha ragione d’essere dal momento che il suo modo di pensare e di scrivere è tipico del famigerato “realismo socialista” di stampo zdanoviano: stile e mentalità che nell’era dell’Unione Sovietica pochi critici e narratori ebbero il coraggio di respingere.

Prilepin ripropone il realismo socialista nel suo “Scimmia nera”, un romanzo – pubblicato anche in Italia – in cui si cerca invano qualcosa di originale che possa distinguerlo dal codazzo di scriba della irregimentata unione degli scrittori, l’organizzazione che denunciò Pasternak e Solgenitzin.

Non si può avvicinare, come qualcuno pretende, Prilepin neppure al peggiore Gorkij, tanto meno all’inimitabile Dostoevskij. Non basta per raggiungere un decente livello estetico, fare ricorso agli stessi ambienti e personaggi descritti con ben altro vigore dai maestri.

Questo narratore, dunque, non si distingue dai “compagni” che lo hanno preceduto nel campo della letteratura asservita alle ideologie anche se Zachar ha preferito il nazionalbolscevismo di Limonov (sì, l’eroe del romanzo omonimo di Emmanuel Carrère, figlio della storica, nonché accademica di Francia, Helene) al partito erede ufficiale del partito comunista sovietico.

Tempo fa Prilepin scomodò il defunto Josef Visarionovic Dzugasvili, detto Stalin per ringraziarlo di aver combattuto vittoriosamente contro il capitalismo mondiale offrendo il modello di una società felice. Ma dove vive il tapino? Non ha un amico più anziano che possa metterlo al corrente di ciò che è successo?

Molti critici non sono severi con lui: meglio aspettare – ritengono – è ancora in tempo per correggersi. In ogni caso, il suo cammino – assicurano – non è pericoloso come il neoliberalismo di chi non critica i poliziotti corrotti, ma li usa per bastonare gli oppositori dell’attuale regime oligarchico.

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Fausto Belfiori

"Hannah e le altre", eroine di una cultura inquieta e vulnerabile
A conclusione della lettura di "Hannah e le altre" di Nadia Fusini non ci si può esimere da alcuni rilievi. Tali osservazioni, però, non rendono meno interessante la lettura di questo saggio che propone, se non nuovi aspetti, almeno un approfondimento della personalità di tre "eroine" della cultura del secolo scorso. "Eroine" si è scritto e non a caso. Questa definizione, infatti, vale per tre donne la cui intelligenza, anzi, la loro intraprendenza intellettuale permette di distinguersi dalle altre scrittrici e pensatrici del novecento.

Un dato di fatto, dunque, trattandosi di Simone Weil, di Hannah Arendt e della meno conosciuta Rachel Bespaloff, presentata dall'autrice, studiosa e docente di letterature comparate, come "la più misteriosa". Figure indubbiamente rilevanti e non dimenticabili anche se l'amore per il personaggio preso in esame ha condotto la Fusini - fenomeno tutt'altro che raro - a considerare meritevoli di positiva sottolineatura, a lodare come pregio ciò che pregevole non è.

A sostegno di quanto si è detto, pur convenendo con la studiosa che le meditazioni sull'Iliade di Simone Weil rivelano una non comune tensione a raggiungere la parte più intima dell'opera, non si può fingere di non accorgersi del travisamento, sia pure a fini nobili, del pensiero sotteso nell'opera che non è certo quello di esaltare l'insana violenza, ma di indicare nella forza, incelestiata dalla misericordia verso il caduto e il vinto, l'unica via alla riconciliazione e all'armonia. No, la nostra cara e indimenticabili Simone, la signora che molti suoi lettori avrebbero voluto conoscere, nonostante le difficoltà del carattere, non riuscì a penetrare nel cuore del poema. Va rilevato, infatti che, sebbene il cantore o i cantori siano vissuti in un'epoca in cui si era imposto il linguaggio logico-discorsivo, si avvertiva ancora l'eco di quello mitico-simbolico, proprio di un mondo dove non costituiva eccezione il rapporto con il soprannaturale. Questo Simone lo sapeva bene, ma non le fu possibile compiere quei passi in più nella conoscenza che le avrebbero permesso una maggiore intimità con l'anima omerica.

Purtroppo - c'è da aggiungere - in questo caso non ha potuto avvalersi dei consigli di autentici maestri. Ha avuto un Alain, ma costui non era in grado di dirle e darle qualcosa oltre l'effimero. Come avrebbe potuto introdurla con i suoi enunciati filosofici in un mondo che ha dato i natali a Pindaro, Eschilo, Platone?

Appassionata del sommo poeta epico, del mitico vate che ancora alimenta l'immaginazione, è stata pure Rachel Bespaloff che per Nadia Fusini è, fra le sue beniamine, "la più misteriosa, la più segreta, sfuggente riservata" nonché "donna meravigliosa, fragile e impulsiva".

Rachel, eccellente musicista con la passione della filosofia, presenta molti aspetti in comune con Simone: le due - ricorda l'autrice di questi ritratti - sono ebree; entrambe vivono in Francia per poi emigrare in America. Ma, soprattutto, "negli stessi anni leggono lo stesso libro". Cioè, Omero.

Diversamente da Simone, la Bespaloff scorge nella poesia del cantore greco dalla potente vista spirituale, la strada alle "scelte morali e religiose". L'avvicinava alla Bibbia: l'una e l'altra fornite della "suprema facoltà di ricostituire il cuore umano".

L'acume indagatore, frutto di analisi di confronto fra autori e testi diversi, ha spinto la Fusini a vivificare il profilo di Rachel ponendole vicino tre anime in consonanza con la sua. Irène Némirovsky, la narratrice anch'essa ebrea che ha ravvivato con le sue pagine le serate di molti insofferenti alla televisione e alle conversazioni del dopocena; l'ebrea che si è rifiutata di salvarsi accettando il destino tremendo della sua gente e contribuendo pure con il suo sacrificio alla condanna storica di un popolo che oggi continua con altre armi quella politica del cinismo elaborata e condotta alle estreme conseguenze da un partito giunto al potere attraverso una regolare consultazione popolare.

E vicino a Irene c'è Paula Philippson, medico ma cultrice della filologia greca, entusiasta della mitologia classica che ha espresso "per la prima volta in Occidente l'esigenza innata dello spirito umano di riportare all'unità la sconcertante moltitudine delle forze e dei fenomeni che ci circondano…". La terza, soltanto intravista, è Katherine Mansfield, la sventurata scrittrice spinta alla morte da colui che le aveva assicurato di salvarla da un'angoscia sempre più incalzante. Quanto a Rachel l'amicizia con due ascoltati filosofi non le giovò. In particolare, quella con Jean Wahl che servì soltanto a infonderle inquietudine. Ma neppure Gabriel Marcel riuscì a darle un indirizzo rassicurante: le sue sollecitudini non ebbero effetto su uno spirito debilitato.

La Fusini lascia in fondo, per dare meglio libero sfogo ai suoi sentimenti di lettrice prima che ti studiosa e di critica, la figura dell'eroina intellettuale il cui nome ha dato il titolo al libro. Hannah Arendt "bella, riservata, distante, i tratti del volto così distinti, nobili, intenso lo sguardo" nel quale si coglie "il riflesso ammaliante di un equilibrio interiore perfetto, una forma di gravità che non esclude la leggerezza."

Una donna, dunque, di notevole bellezza e culturalmente spigliata e avventurosa. Senza esitazioni a parlare di Kant, di Nietzsche e perfino di Duns Scoto. Scrisse anche un saggio elogiativo di Giovanni XXIII per la gioia dei giudei-cristiani di questi tempi. Signora affascinante e intellettualmente provocatrice tanto da provare piacere a svalutare il finto olimpico Thomas Mann per spingere in alto il povero Franz Kafka, il narratore filosofeggiante eletto a "suo nume tutelare".

Volitiva, con una tenacia propria delle donne decise a non lasciarsi tagliare la strada e con la costanza nei propositi che le permise di affermarsi presto a New York - centro di un intellettualismo di sinistra non meno rancoroso e spietato di quello europeo - Hannah poté contare sul potere di Mary McCarthy, stella del firmamento letterario tanto vicina al marxismo della corrente troskista quanto lontana dai proletari per i quali,però, spargeva lacrime nei suoi articoli e nei suoi interventi salottieri.

Ancora un accenno a Kafka amato per finta da molti che lo esaltano senza aver compiuto il minimo sforzo per addentrarsi nel suo rassegnato (ma non molto e non sempre) pessimismo. Hannah Arendt e Rachel Bespaloff non erano tra questi, ma l'attrazione per il praghese delle due era di natura diversa. Per Hannah era un sostegno alle sue opinioni, un sopporto alle sue tesi, un appoggio nelle sue polemiche. Rachel, invece, considerava Franz un suo simile, anzi, un fratello che "si abbevera in quella fonte inesauribile della mestizia che è la vita".

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Fausto Belfiori

Futuro e tradizione
La rifondazione italiana
Autore: Piero Vassallo
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-833-5]
Pagg. 136 - € 11,00

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Il mito del progresso universale si è rovesciato in un'utopia contemplante un paradiso terrestre riservato alla minoranza degli oligarchi festaioli & thanatofili, selezionati secondo gli incubosi princìpi, che orientano le azioni delittuose della banca mangia uomini.

Dai lugubri ideologi, dagli usurai e dai giornalisti trombettieri, i comportamenti in guerra contro la natura sono lodati in quanto necessari a frenare il pericolo della natalità.

Di qui l'alluvione di testi catastrofisti e di desolanti chiacchiere, che propagandano la mitologia malthusiana e incensano i comportamenti scellerati e/o ripugnanti contro la vita, in special modo suicidio, aborto, sodomia e onanismo.

Nella scena tenebrosa allestita dall'oligarchia crepuscolare la sperata reazione della Chiesa cattolica è purtroppo dolcificata da scadute suggestioni modernistiche, da infondati timori e da immotivati rispetti umani.

La verità contenuta nella sacra Tradizione, avanza tuttavia sulle rovine dei pensieri elucubrati dalla modernità, che ormai ridotta alla misura di un nichilismo, fomite di umilianti trasgressioni e di sacrifici umani.

Il presente saggio di Piero Vassallo propone alcune vie d'uscita dagli incubi generati dal delirio ateista. Vie d'uscita indicate da autori controcorrente, calunniati e censurati dall'oligarchia progressista ma riabilitati dai testimoni del conclamato fallimento e dalla laida inversione del pensiero moderno.

Sintesi della monografia di Walter Williams
“Housing sociale, il ruolo e le proposte del non profit” - Homeless Book edizioni on line

Autore: Walter Williams
Collana Prassi Cooperative
Homeless Book (2012)
ISBN 9788896771419

Il testo di Walter Williams, il primo sul tema in esclusiva edizione digitale, si pone innanzitutto il compito di fare chiarezza sulla terminologia usata nel dibattito in corso, affinché si possa arrivare a condividere il senso, il significato e le finalità delle attività e delle proposte relative a progetti di housing sociale, superando equivoci e visioni ideologiche sull’emergenza casa e sulle soluzioni operative proponibili.

Accanto a ciò non viene trascurato l’approfondimento della gamma delle differenti tipologie di interventi e servizi sperimentati per rispondere ai bisogni abitativi delle “fasce deboli” della popolazione, che contribuiscono a definire un quadro sicuramente molto articolato e differenziato, peraltro necessario per cogliere la complessità della questione abitativa, che va ben al di là della semplice costruzione edilizia.

Il primo obiettivo, che si può considerare raggiunto, è, quindi, quello di fornire un quadro conoscitivo del fenomeno “housing sociale” in Italia, che va condiviso e diffuso perché uno dei limiti delle esperienze promosse in Italia è che, pur essendo certamente innovative, sono molto circoscritte sul piano geografico e territoriale (sostanzialmente nel Nord Italia) e restano spesso ancora di carattere pionieristico e fortemente condizionate dalle specifiche condizioni ambientali e territoriali in cui sono maturate e dalle leadership che le hanno promosse.

Viene, in particolare, enfatizzato il ruolo del non profit (analizzandone, peraltro, anche i limiti nell’attuale quadro istituzionale, giuridico e organizzativo) sia perché è il principale protagonista – sul piano promozionale e gestionale – dell’housing sociale di “nuova generazione” nel nostro Paese (nel caso si voglia ricomprendere al suo interno anche la tradizionale edilizia popolare a gestione pubblica) e sia perché questa è la dimensione principale al cui interno poter concepire una nuova politica per l’abitare in grado di “aggredire” l’emergenza sociale sempre più drammatica che la rende così urgente. I margini per attività economicamente remunerative in campo abitativo si sono drasticamente assottigliati e le speculazioni così diffuse in campo immobiliare non sono più tollerabili e sopportabili…da qualsivoglia punto di vista.

E c’è una motivazione in più: è grazie al non profit che si è sperimentato e spesso consolidato – finalmente – quel necessario nuovo rapporto “pubblico/privato” che, nell’ottica della sussidiarietà (principio costituzionale non dimentichiamolo) e dell’ottimizzazione delle insufficienti risorse disponibili sul territorio, rappresenta una strada pressoché obbligata per la definizione realizzazione e gestione di una nuova politica sociale della casa e della qualità dell’abitare. Certo, esso va allargato ad altri interlocutori e categorie fondamentali del settore per costruire e far funzionare l’intera filiera abitativa (di cui l’housing sociale costituisce solo una parte) e dare il necessario respiro alle politiche ed agli interventi da realizzare.

In proposito, definito il quadro delle variabili in gioco per qualsivoglia ipotesi di politica di housing sociale Walter Williams avanza una proposta concreta favore di un nuovo “contenitore” che sia in grado di operare con modalità operative snelle e de-burocratizzate e di aggregare e valorizzare – sul territorio – tutti gli interessi, le esperienze e le professionalità che si muovono attorno al bene-casa ed all’abitare e che possono concorrere a costruire in questo campo il “bene comune”.

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Presentazione del libro di Primo Siena "Incontri nella terra di mezzo" - Solfanelli Editore 2013
Intervento di Pietro Giubilo

Sindacato Liberi Scrittori Italiani

AULA MAGNA di Palazzo Sora

Mercoledi' 26 giugno 2013

Il libro che ho l’onore di presentare , insieme ad altri, certamente più illustri, relatori, è un’opera che induce alla riflessione sul percorso intellettuale e politico di una parte della generazione nata prima o a cavallo degli anni della seconda guerra mondiale.

E’ un itinerario nella “terra di mezzo”, cioè in un luogo tra un’Italia culturale e politica fisicamente distrutta e un’altra Italia, uscita dalla guerra, alla quale, una parte di giovani italiani, non sentiva di appartenere compiutamente.

In questa patria differente, gli incontri di Primo Siena possono essere anche gli incontri che molti di noi hanno avuto negli anni ’50, per alcuni, e ’60 e ’70 per altri.

Spero che vorrete perdonarmi se mi lascerò sedurre, per poco, dalla tentazione di partire, in queste mie argomentazioni, da qualche ricordo autobiografico, anche per comprendere meglio l’animus con il quale ho letto il libro.

Sono nato nel 1942 a Roma e avevo poco più di un anno quando mio padre, da poco rientrato dall’Africa, dove era andato volontario, portò tutta la famiglia al Nord, a Sacromonte , vicino a Varese, arruolandosi come ufficiale nella Guardia Nazionale Repubblicana.

La mia prima formazione politica è avvenuta nei racconti di mia madre e di mio padre di quegli anni , per i quali conservo anche qualche immagine di serenità familiare che – è quasi incredibile – il dramma della guerra non era riuscita ad eliminare dalla nostra conduzione di vita.

Erano racconti che descrivevano un rapporto buono con gli abitanti di quelle zone nelle quali eravamo arrivati da poco. Rapporto che mutò solo a seguito delle azioni dei partigiani, all’indomani del 25 aprile.

Mia madre sfuggì miracolosamente alla diffusa e “democratica” abitudine del taglio dei capelli o altro , mentre mio padre salvò la vita solo per l’intervento degli americani che lo condussero al campo di concentramento di Coltano, dove passò alcuni mesi, alloggiando in piccole tende e dormendo sulla terra nuda. Noi lo aspettammo a Como, dove ci eravamo trasferiti, insieme alla famiglia della sorella di mio padre, nell’aprile del ’45.

Data la giovanissima età, soltanto successivamente ebbi la consapevolezza di essere stato un privilegiato , rispetto ai tanti che uscirono orfani dalla guerra civile.

Il ritorno a Roma è il ricordo più netto di quel tempo: accovacciato sulla “camionetta” che ci riportava a casa, dopo il viaggio in treno, andando dalla stazione Tiburtina a Piazza Ragusa, dove si trovava la casa lasciata nel ‘43 , scorsi , soltanto incuriosito e senza sgomento, i palazzi feriti o distrutti dai bombardamenti.

Tornati a Roma trovammo la casa, risparmiata dai bombardamenti, ma occupata dagli “sfollati”, una famiglia che se ne era impadronita, e nella quale , peraltro, eravamo in affitto, e con essa convivemmo diverso tempo, fino a quando , all’ennesima incursione della polizia che notificava denunce penali al nostro convivente, mio padre , perentoriamente, gli impose di uscire di casa.

Furono gli anni , della borsa nera per cercare cibo, dell’epurazione di mio padre che si inventava mestieri nuovi, della tessera annonaria per i consumi contingentati; anni difficili, ma affrontati con coraggio e serenità e soprattutto, con la mia famiglia, messa a dura prova, ma rimasta coerente e fedele alle idee di sempre.

Mi fermo qui.

Dal mio esempio familiare ho avuto l’indicazione, per la vita, di una ricerca di un itinerario che, lasciato un mondo e un ideale sconfitto, riuscisse a ritrovare la conferma ad un ancoraggio ideale e politico, forte e ben radicato sui valori propri della natura umana , civile e spirituale.

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Questo libro di Primo Siena è dettato dall’esigenza di descrivere e ripercorrere alcuni di quegli ancoraggi culturali e ideali che consentirono alla generazione che abbiamo indicato ed alla quale, pur meno anziano, appartengo , di formarsi e consolidare le proprie convinzioni per , poi, contribuire, ognuno nel proprio campo, alla vita dell’Italia.

E’ il cammino di chi, consapevole del ritrovarsi nella terra arida e devastata delle distruzioni morali e fisiche della guerra e sentendo al proprio interno e nell’ambito di ciò che restava della comunità familiare o civile un riferimento altro e superiore , ricerca e trova le ragioni culturali e intellettuali per fondare in se stesso quella città dei valori che nessuno può più distruggere . Proprio a questo proposito sono significative le parole di Siena sulla sua famiglia, l’affetto, la stima, nelle difficoltà dei giorni difficili di quei tempi.

Come viene fuori dal testo del libro e dalle storie delle idee dei protagonisti, c’è un filo comune che collega personalità intellettuali diverse per formazione e luoghi nei quali scrissero e operarono.

Questo filo comune è la concezione dell’uomo e della vita, spirituale e non materiale, razionale e non dialettica , ideale e non positivista, metafisica e non immanentista che costituisce lo spartiacque della condizione umana e delle ragioni sulle quali fondare la Città e lo Stato.

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Da dove parte l’itinerario di Primo Siena?

Inizia con Giovanni Gentile, ripercorrendo lo sforzo di conciliare il filosofo di Castelvetrano con Julius Evola.

O meglio, ricorda il suo “tentativo … volto … a far convivere … gli apporti culturali di Evola e quelli di Gentile” ( pag. 15 ).

Ritengo questo passaggio abbastanza centrale rispetto al senso di questi ”incontri nella terra di mezzo”.

C’è, infatti, una vasta parte della generazione, alla quale, in quale modo, mi sento di appartenere che, rispetto alla filosofia di Gentile, si fermò, nella lettura e nell’approfondimento, leggendo il famoso articolo di Evola : “Gentile non è il nostro filosofo”.

Questa linea interpretativa evoliana , di fatto, emblematicamente, rappresenta quell’indirizzo aristocratico, ma, anche, un po’ settario, che impedì a molte valide energie di recare un apporto intellettuale e politico ad una destra che fosse più in grado di influire sulle vicende politiche del Paese.

Non che Gentile avesse un qualche lasciapassare nella temperie culturale del dopoguerra, tuttavia l’aristocratico isolamento e la susseguente apoliticizzazione a cui conduceva il pensiero evoliano restrinsero gli orizzonti operativi di molte intelligenze. Con Gentile, peraltro, l’antifascismo aveva chiuso i conti, con la sua barbara e criminale uccisione e pochi se la sentirono di valutare il grande apporto del filosofo di Castelvetrano alla cultura italiana.

Cosa che , invece, compie, con coraggio e lucidità, Primo Siena.

E la compie con un interpretazione creativa, non una vera forzatura, nel descrivere la “possibile riconversione” del pensiero gentiliano al cristianesimo.

Consentitemi di approfondire, per un momento questo aspetto, sul piano storico e politico , più che su quello filosofico per il quale, ammetto, di non essere adeguato.

Siena riferisce che Gentile , citando gli scritti dei “Discorsi di religione” sosteneva che con “la caduta della destra, nell’ultima fase dell’Ottocento, la politica italiana rompeva nuovamente con la religione e la Chiesa cattolica, per rivendicare una laicità che portava solo il vuoto nello Stato e nella scuola; vuoto dal quale bisognava uscire comunque, giacchè il problema dell’attinenza tra cultura, religione e stato è problema che investe la coscienza di ciascun cittadino” ( pag. 18 ).

Era il 1920 quando Gentile scriveva queste cose, individuando un tema di grande attualità, per allora, ma che non abbandonerà l’Italia per quasi un secolo ; in molte polemiche di oggi, infatti, percepiamo questa stessa problematica, quando, ad esempio, anche un esponente di rilievo della destra, che ha mostrato tutti i suoi limiti culturali, politici e umani, come Gianfranco Fini, espresse la sua netta contrarietà ad un ruolo pubblico della religione.

C’è un altro aspetto intelligentemente riferito da Siena su Gentile , questa volta tratto da “Genesi e struttura della società”, quando sostiene che “la legge ha l’inderogabile necessità del divino” ( pag. 28 ) . Io qui però vorrei spingermi un po’ più oltre e , senza avventurarmi nel suo pensiero, ritengo necessario ribadire che la vera contrapposizione , sul piano giuridico e dello Stato, tra laicità e religiosità è che il diritto positivo non può non aver radici nel diritto naturale, come, poi, avremo modo di rilevare in altra parte del mio intervento.

Infine, una ulteriore citazione di Gentile da parte di Siena, mi trova sensibilmente attento: “ La politica – ha scritto nel suo ultimo libro – è una immanente attività dello spirito umano. E chi, sinceramente e, sapendo il significato delle proprie parole, si proponesse di restar fuori d’ogni politica, dovrebbe rinunziare a vivere” ( pag. 29 ).

E’ questa una dimensione della politica ormai quasi scomparsa e che idealmente, per rimanere nell’ambito della religiosità desunta da Siena su Gentile, ricollego all’idea che anche Paolo VI ebbe della politica come “ la più alta forma di carità”.

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Due libri sul papa Bergoglio e la Chiesa di oggi
di Fausto Belfiori

C’è voluto soltanto qualche giorno per riempire gli scaffali delle librerie di volumi dedicati al pontefice Francesco. Non tutti meritano di essere letti e, quindi, occorre attenzione nella scelta per evitare di perdere tempo. Infatti, non sono soltanto i giornali a diffondere errate informazioni ed a produrre equivoci. Anche alcuni libri messi in giro non aiutano ad avvicinare la figura del vescovo giunto da una regione estrema della terra.

Il primo a “salvarsi” è stato anche il primo assoluto a vedere la luce. Per la verità l’autore, Vittorio Messori, non nuovo a lavori del genere, scrive soprattutto della Chiesa che papa Bergoglio dovrà guidare. Compito gigantesco. Soprattutto con l’intenzione di seguire la via della carità rafforzando la fede e rianimando la speranza. Non sono pagine inutili, quelle di Messori, tutt’altro. E’ bene conoscere, non superficialmente, la situazione di una Chiesa che vede ogni giorno allontanarsi dal suo grembo migliaia di persone; che ha un numero consistente di sacerdoti che abbandonano e in ogni caso non sufficiente alle necessità dell’apostolato; che presenta diocesi affidate a prelati incapaci di tener vivi ed uniti i fedeli e ha seminari e università dove non sono pochi i docenti dediti ad esprimere i  loro dubbi in fatto di dottrina più che a confermare ed a rafforzare le basi di una fede sempre in pericolo di rimanere soffocata dai patimenti inflitti da chi avrebbe dovuto irrobustirla nello spirito e nell’azione pastorale. E tutto questo perché, dopo il Concilio Vaticano II, si è scelta la strada opposta a quella percorsa in quasi due millenni di storia della Chiesa e che ha condotto alla perdita della chiarezza e del rigore. Messori mette a disposizione un quadro dinanzi al quale i credenti debbono fermarsi a riflettere.

Si parla di “ritorno ai primi tempi”. Bene, purchè si precisi che il ritorno è d’obbligo per ravvivare la vocazione missionaria, non per sognare presunti trascorsi frutto soltanto della fantasia di chi vagheggia un “cristianesimo” permeato di sentimenti e di idee per nulla consoni ai postulati evangelici. E qui viene in aiuto il libro-intervista in cui papa Bergoglio spiega a due giornalisti – Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti – la sua visione ecclesiale. In  proposito il vescovo di Roma e pontefice Francesco non ha dubbi: è necessario guardare ad una Chiesa che faccia dell’annuncio, della testimonianza e della solidarietà la ragion d’essere. Dunque, una Chiesa missionaria che non trasgredisca nell’esposizione del Vangelo, cioè, che non faccia del Vangelo, come vorrebbero certi esegeti, un manifesto adatto alle circostanze. Una Chiesa che si rivolga a chi è lontano e a chi si è allontanato e, pertanto, non pensi ad aggiornamenti che la snaturano e che non hanno alcuna efficacia su coloro ai quali si vuol far conoscere Cristo. La verità non ha bisogno di adattamenti e di ripiegamenti. Una Chiesa che proclami il Vangelo e il conseguente Simbolo apostolico nella loro solare evidenza e non attraverso – sono parole di Messori – “la manipolazione delle parole per nascondere la realtà nella sua verità”.

Non si deve permettere – è il monito di papa Bergoglio – che l’ideologia prevalga sulla fede: mai “scelte religiose basate sull’ideologia”. Per questo Ratzinger stese un documento in cui segnalava i rischi della cosiddetta “teologia della liberazione”. C’è da auspicare che Francesco sappia indurre a  tenersi a giusta distanza sia dalla pigrizia conservatrice che dall’insano progressismo per scongiurare l’anchilosi della fede ed aprire nuovi spazi alla speranza. Nessuno pensi di riportare in auge quella sbrindellata filosofia del “volemese bene” incolmabilmente lontana dalla carità paolina come dall’amore-conoscenza giovannea. E’ già molto triste ricordare i tempi in cui nella Curia vaticana si simpatizzava per Krusciov, nemico e persecutore di cristiani.

da http://lapievedelricusante.worpress.com
Incontri nella Terra di Mezzo
Profili del pensiero differente
di Primo Siena - Solfanelli Editore

Convocati in una ideale “Terra di Mezzo” l’autore incontra quindici esponenti del “pensiero differente” del secolo XX, sui quali egli s’è formato intellettualmente e spiritualmente. Dieci di essi, italiani (Giovanni Gentile, Marino Gentile, Julius Evola, Guido Manacorda, Attilio Mordini, Silvano Panunzio, Michele Federico Sciacca, Giovanni Papini, Ferdinando Tirinnanzi, Emilio Bodrero); e cinque stranieri (Vintila Horia, Russell Kirk, Romano Guardini, Charles Maurras, Carlos Alberto Disandro). Si tratta di una minoranza di pensatori che hanno saputo concepire intellettualmente e testimoniare nei fatti una visione metapolitica del mondo e della vita: confessori di un “pensiero forte” che – in tempi dominati dal “pensiero debole” – riscatta il vigore essenziale di una cultura “politicamente scorretta”.

L’itinerario intellettuale dei pensatori qui ritratti, ripropone gli aspetti plurimi di un “realismo metafisico” che, affrontando il kaos della nostra epoca inquieta, cerca di riaprire la via del kosmos sulla quale incamminare nuovamente la società attuale per ricondurla ad un modello sapiente di civiltà, nel solco della tradizione perenne.
Un treno della notte filosofante
di Piero Vassallo - Solfanelli Editore

Il romanzo è il resoconto di un viaggio satirico/nostalgico nella realtà delle organizzazioni confusionarie e velleitarie,vincenti o perdenti, dalle quali ha origine il potere esercitato dalla filosofia bicamerale, dal circolo degli invertiti e dalla banda politicante.

Nelle sferzanti caricature, il lettore attento non avrà difficoltà a riconoscere i protagonisti italiani del concorde delirio in atto tra il fantasma della rivoluzione e la parodia della reazione.

Manifesto dall'animosa rivolta alla cultura iniziatica, Un treno nella notte filosafante, avventuroso scritto di Piero Vassallo, narratore esordiente in età avanzata, descrive la mostruosa e feroce desolazione generata dallo sposalizio tragicomico degli errori filosofici convergenti nella scena postmoderna, dopo aver duellato nei secoli della violenza illuminata. Pagine impietose rappresentano, con stile arridente e sfregiante, gli autori e le azioni oscene e violente ispirate dal neo-pensiero All'ostinato credente nella dialettica conservazione-rivoluzione è dunque svelato il cuore del delirio, che regge la neo tirannide. Il cuore del viaggio, infatti, è la locanda dell'armonia fra gli opposti, soffice e limacciosa versione del sistema concentrazionario, instaurata dalla copula ultramoderna - et sinistra deragliata et destra alienata - per il Bene della Sodomia e della Banca tanatofila. Nella locanda s'incontrano, in maschera, i gloriosi avanguardisti dell'ultrarivoluzione, ad esempio gli anagrammati Depastera e Lattonuci e i cattedratici Erminio Zulo e Ubaldo Gamballarghi, il dotto uromane Ceneretti. Narrando il viaggio nella incubosa e grottesca notte del postmoderno, l'autore insinua la nostalgica rievocazione delle incompiute biografie degli antimoderni, militanti - in vertiginosa acrobazia - tira Evola e San Tommaso. Sfilano tra commozione e umorismo le malinconiche figure degli entusiasmi, delle attese, del disinganni e delle umiliazioni, nelle quali sono specchiate le biografie dei ribelli al sistema delle opposte e convergenti menzogne. Vicende ora patetiche ora affascinanti, sempre censurate o diffamate dal potere sfidano la desolata piattezza del presente. Nel finale a sorpresa la speranza cristiana si propone attraverso i paradossi scintillanti e le espressioni enigmatiche e spericolate del poeta tradizional-futurista Francesco Grisi.
Domenico Fisichella - Dal Risorgimento al Fascismo 1861-1922

Dopo il grande successo del Miracolo del Risorgimento, in questo suo nuovo libro Domenico Fisichella ripercorre le vicende dell'Italia unita dalla nascita e lungo un sessantennio che, pur tra crisi significative, conducono il giovane Stato nazionale a dovenire una potenza continentale. In tale quadro, demografia, economia, partecipazione popolare, cultura, politica coloniale, alleanze internazionali, partiti e movimenti, fino alla prova decisiva della Grande Guerra, sono altrettanti tasselli di un processo storico ricostruito in una prospettiva sempre attenta alla comparazione con la realtà europea. I primi passi, le difficoltà, infine, il successo del fascismo, il suo confronto con socialisti, liberalisti, popolari, nazinalisti, comunisti, monarchia costituiscono i momenti di un percorso il cui svolgimento fa emergere le condizioni, le circostanze e le responsabilità che consentono a Benito Mussolini di conquistare ilk governo.

Domenico Fisichella ha unito una lunga carriera accademica a un'ampia esperienza politica e istituzionale come ministo per i Beni culturali e ambientali, vicepresidente del Senato e membro della Commissione bicamerale per la riforma costituzionale. Fra i suoi libri più recenti per Carocci editore: Il miracolo del Risorgimento (5° rist. 2011), Il caso Rosmini (2011) e Autorità e libertà (2012)

Pagine strappate. Le verita' nascoste nei testi di storia

Nel libro “PAGINE STRAPPATE. LE VERITA NASCOSTE NEI TESTI DI STORIA”, il saggista e giornalista Adalberto Baldoni, attraverso la disamina di importanti e tragici avvenimenti (come foibe, guerra civile, anni di piombo) afferma che per pacificare gli italiani, è necessario riscrivere la storia. Soltanto in tal modo potrà esserci una “memoria condivisa”.

L’agile pamphlet di Baldoni è ricco di testimonianze e di fatti inediti, quasi sconosciuti o ignorati. Giampaolo Pansa, nei suoi, recenti e polemici libri, ha rimarcato il suo pensiero in 4 punti, che riassumiamo e condividiamo:

1) In ogni guerra, convenzionale e non, le parti coinvolte sono sempre due. I vincitori e i vinti. Nell’ultimo conflitto mondiale hanno vinto gli Alleati e i Russi contro la Germania, il Giappone e l’Italia. Il processo di Norimberga ha rinnovato e rappresentato in tutta la sua drammaticità la storia secolare dei vincitori e dei vinti.

2) Anche se sono sempre i vincitori a raccontare, spiegare, scrivere quando, come, perché si sono svolti gli avvenimenti, sarebbe necessario ascoltare anche le ragioni dei vinti. Ascoltare e riferire le ragioni dei vincitori e dei vinti non significa condividerli.

3) E’ impossibile costringere i vinti e i loro familiari al silenzio. Perché il silenzio obbligato genera una storiografia faziosa, quindi falsa.

4) Impedire il dialogo ai vinti, significa calpestare la democrazia e i principi liberali per cui ci si è battuti contro tirannia, dittature, regimi autoritari.

BATMAN E CO SOLDI PUBBLICI AFFARI PRIVATI
Denaro pubblici a fiumi per iniziative personali giustificate come politiche: convegni nei ristoranti di lusso, costose cene elettorali, versamenti di fondi assegnati ai gruppi consiliari regionali su conti privati in banche anche all’estero, feste in maschera, acquisto di auto di grossa cilindrata, vacanze in alberghi di lusso anche all’estero.

Sempre con i soldi pubblici, con in più clientelismo e parentopoli. Le inchieste delle Procure, gli scandali, gli spreghi hanno fatto scendere la credibilità degli enti locali e soprattutto delle Regioni ai minimi termini. “ La slavina partita dalla Pisana, sede della regione Lazio, rischia di non fermarsi” scrivono Sergio Rizzo e Ernesto Menicucci nell’instant book “ Barman e Co” pubblicato dal Corriere della sera. Un successo editoriale, con dibattiti alle radio e in tv.

Perché tanta attenzione? Nel libro ci sono i protagonisti e i retroscena dello scandalo che ha travolto il Lazio e fatto tremare l’Italia e perché le inchieste delle Procure della Repubblica si sono allargate a quasi tutte le Regioni. Prima la Sicilia poi Lombardia, Lazio, Molise alle urne per rinnovare la classe dirigente di un ente che in molti vorrebbero abolire al posto delle Province. Elezioni condizionate dalla crisi economica ma anche dalla rabbia della gente comune di veder sperperati i soldi del finanziamento pubblico. Un fiume che dai Consigli regionali finiva ai gruppi e da questi ai singoli consiglieri, che non avevano alcun obbligo di renderne conto.

Un assurdo. Bastava una semplice dichiarazione di aver speso migliaia e migliaia di euro per il funzionamento della politica. Con la faida tra Franco Fiorito di Anagni, il politico capogruppo del Pdl che ha acquistato tante cose con i soldi del suo gruppo tra cui una Bmw X5 blindata da 88 mila euro, e Franco Battistoni di Viterbo, ex capogruppo defenestrato,è emerso , scrivono Rizzo e Menicucci, che “ Barman e Co sono prodotti di un sistema che non regge più. Per colpa dei partiti. Altro che le solite mele marce. C’entrano anche le regole, certo, come pure la mancanza di controlli”. Ma quanti Barman ci sono per l’Italia?

Tutti sapevano, tutti prendevano, nessuno controllava e si è andati avanti così per anni.

Ogni consigliere dei 70 che sedevano alla Pisana ( analogo il sistema in altre Regioni) aveva a propria disposizione circa 200 mila euro, oltre stipendi, diaria, indennità di capogruppo ( 17) e di presidente di commissione ( 19), Niente ricevute, niente scontrini, niente controlli. Cifre da far venire i brividi in tempi di crisi. In tutte le Regioni? Più o meno. “ Il problema, scrivono ancora Rizzo e Menicucci, è quello di aver fatto passare il principio che i consiglieri regionali fossero come tanti piccoli Parlamenti , con prerogative simili a Camera e Senato. Un’autarchia inventata e casereccia, modellata secondo ciascuna esigenza che ha prodotto un groviglio di regole, disposizioni, retribuzioni, privilegi, vitalizi”.

Il merito dell’instant book è quello di aver scoperchiato gli altarini di un meccanismo distorto ( abuso) del finanziamento pubblico ai partiti, che era stato ripristinato contro la volontà popolare che aveva votato al referendum per l’abolizione. Lo tsunami regionale non ha ancora terminato gli effetti moralizzatori. Federico Martellini
Roberto Vivarelli Storia delle origini del fascismo, Il Mulino Bologna 2012 ;3 volumi
L’opera del professor Roberto Vivarelli ,studioso di storia contemporanea, è la conclusione di una seria e rigorosa ricerca e la dimostrazione di cosa sia il lavoro dello storico.

Fuori dagli schemi di una pseudo storiografia di parte, Vivarelli approfondisce sul campo, cioè con una documentazione di grande spessore, le condizioni che resero possibile la conquista del potere da parte di Mussolini e del movimento fascista.

Queste vengono indicate nella debolezza dello stato liberale e nella sua condizione élitaria ( il “fallimento del liberalismo” ) , nel massimalismo socialista e nel suo rifiuto del riformismo (“ l’apparente paradosso di un partito che dispone alla camera del più numeroso gruppo parlamentare, ma in nessun modo si serve di questo potere per difendere gli interessi dei ceti che rappresenta e siede alla camera solo per paralizzarne i lavori” ), nella mancata nazionalizzazione delle masse ( “ il problema di ogni stato moderno è stato quella della nazionalizzazione delle masse, cioè trasformare i sudditi in cittadini …in Italia questa trasformazione non avvenne…sia con il suo indirizzo di governo, sia con le sue pratiche repressive, sia per i tratti di una cultura nazionale del tutto estranea ai sentimenti e alle esperienze delle classi subalterne …” ).

L’Autore analizza anche la questione della partecipazione dell’Italia alla guerra 15-18 e il suo valore nella direzione del cambiamento storico , della incapacità a comprenderne il senso da parte dell’”interventismo democratico”, e come “la carta vincente del fascismo sia stata la difesa dello stato nazionale”.

Eravamo abituati alle noiose ricostruzioni sulle micro vicende che precedettero la marcia su Roma , quasi a considerare i fatti storici come la conseguenza di una serie di “equivoci” e “complotti”.

Vivarelli con questa opera ci restituisce il gusto di una lettura alta degli avvenimenti e della ricostruzione del loro senso complessivo.

Gli anni che abbiano di fronte, considerando già il tempo trascorso, ci impediscono di avvicinare le letture inutili e faziose.

Leggere le pagine di questa “storia delle origini del fascismo” significa mettere bene a frutto il tempo che ci rimane.

“La difesa dello stato nazionale fu la carta vincente del fascismo”
Intervento di Pietro Giubilo alla presentazione del libro di primo Siena “La perestroika dell’ultimo Mussolini“
Vorrei innanzitutto esprimere una considerazione non collegata direttamente al libro di Siena.

Il malessere italiano che nasce come crisi morale e politica e che si esprime in un Paese che oggi arretra economicamente e presto anche socialmente e che non riesce a trovare la strada per una grande riforma costituzionale, sola in grado di ricreare una reale e forte condizione democratica, cioè un nuovo patto tra istituzioni e popolo, questo malessere, dicevo, deriva , a mio avviso, da una lunga linea grigia di “guerra civile” politica, permanente, che riemerge come un fiume carsico nel corso della nostra storia contemporanea ed anche negli ultimi decenni.

I quasi venti anni della politica italiana dai primi anni novanta ad oggi sono espressi da due episodi emblematici : il lancio delle monetine a Craxi davanti al Raphael il 30 aprile del 1993 e le contestazioni a Berlusconi quando si reca al Quirinale per dimettersi il 12 novembre 2011.

Corollario di questa lunga linea di odio politico è l’idea teorizzata da Massimo Giannini – vice direttore di Repubblica - e divulgata dal suo editore , di un Berlusconi “fascista”.

Ricordiamo di passata che tale giudizio venne attribuito nel passato anche a Tambroni, a Fanfani ( Nenni lo definì “vecchio fascista” ), a Craxi e me ne dimentico altri.

Come dire: c’è sempre un antifascismo che riappare come la ragione della politica italiana.

Un libro come questo di Primo Siena che mostra aspetti su Mussolini e la RSI ignorati dalla storiografia azionista o comunista, può aiutare a spiegare più compiutamente la recente storia italiana.

E, soprattutto a ritrovare elementi unitari e pacificatori che sempre andiamo rincorrendo, e, per certi aspetti, invano.

Debbo dire, sempre a questo proposito che c’è un altro episodio emblematico rappresentato dal discorso di Berlusconi ad Onna il 25 aprile del 2009 – unica occasione nella quale l’ex premier festeggiò la ricorrenza della liberazione - nel quale celebrò la ricorrenza come “una festa di tutti gli italiani che amano la libertà e vogliono rimanere liberi “.

Sempre in questo ordine di questioni , senza volermi dilungare, ritengo che un altro problema storiografico dovrebbe essere oggetto di ulteriori ricerche.

Mi riferisco alle vicende del 25 luglio del 1943 definite “per certi versi ancora da decriptare” dal professor Giuseppe Parlato nella prefazione ad un intelligente libro di Pietro Ciabattini e che sono state oggetto di alcune “rilevazioni”, in parte già note, nel libro di Piero Buscaroli “Dalla parte dei vinti”, ma il cui contesto, quello cioè della “pace separata con l’URSS “ è oggetto, in questo periodo, di una importante ricerca da parte di Eugenio Di Rienzo ed Emilio Gin , anticipata nel numero di gennaio aprile 2011 del quadrimestrale “Nuova Rivista Storica”.

Passando al contenuto del libro oggi presentato, che intenderebbe descrivere il Mussolini più vero, che fa studiare e vorrebbe presentare un progetto di Costituzione , esso sembra andare in controtendenza rispetto al giudizio più drastico di Renzo De Felice, per il quale “Mussolini come capo politico della RSI non esistette o quasi”.

Primo Siena , anzi, riconosce come nella perestroika della sua fase ultima, il Mussolini affermi la vera natura del suo pensiero che non era dittatoriale o totalitario, ma quello di una democrazia organica, alternativa alla democrazia dei partiti ed espressione della società civile e dei corpi intermedi.

E’ una tesi coraggiosa e non senza fondamento.

Ne sono ampliamente descritti i riferimenti intorno al fermento culturale e religioso di organizzazioni, intellettuali, periodici e giornali che dimostrano un pluralismo intellettuale e politico dentro la RSI , pensiamo a Pound, Marinetti, Coppola, Ojetti Buzzati, Spampanato, Spirito, Amicucci, Pettinato ed altri.

Ed è questo un elemento importante che dimostra il carattere non assolutista di questa fase del fascismo repubblicano.

Soprattutto è interessante la descrizione e l’analisi dei documenti sugli aspetti istituzionali del popolarismo mussoliniano dal Manifesto di Verona al progetto costituzionale del Ministro Carlo Alberto Biggini e di Vittorio Rolandi Ricci.

Tuttavia su questo punto desidererei fare alcune osservazioni:

la prima è che non trovo nella pur attenta descrizione di Siena sul Congresso di Verona, forse mi sono sfuggite, quelle critiche o piuttosto quella “delusione” che Mussolini provò – come ha descritto Spampanato nel suo Contromemoriale - poiché avrebbe voluto, come riporta Renzo De Felice “una maggiore maturità dei delegati” o “entrare più in profondità” per cui avrebbe preferito “dieci giorni di riunioni”. l’altro aspetto che vorrei sottolineare è che pur nella positività del far emergere questa idea di democrazia organica, trovo più congeniale , per una ispirazione cattolica, l’idea di una società organica , che , ovviamente, non è la stessa cosa.

Una democrazia organica è forse l’espressione di un sistema politico basato sul potere dei corpi intermedi, differente dalla idea di una democrazia diretta che, ad esempio, in modo magistrale, descrive Giuseppe Capograssi nei suoi scritti sull’argomento.

C’è, infine, un aspetto che giustifica un giudizio ampiamente positivo e offre un significato importante a questo lavoro di Primo Siena.

Siena documenta ampiamente e ci aiuta a capire la vera natura del fascismo che è massimamente necessaria ed utile per smantellare le tesi azioniste e della storiografia di sinistra che sempre hanno accumunato fascismo e nazismo, come una evidente somiglianza, tanto è vero che il termine nazifascismo è quello usato per descrivere questi fenomeni storici tra le due guerre , assimilate nella definizione di “male assoluto”.

Siena ci aiuta a comprendere l’identità del fascismo soprattutto attraverso quelle adesioni dall’area del socialismo moderato, della destra cattolica e dell’area mazziniana che descrive come quelle di Nicola Bombacci, Carlo Silvestri, Emilio Cione, Luciano Stanghellini, Barna Occhini, Giovanni Spadolini, Giacomo Barnes Ugo Manunta, Siro Contri e tanti altri.

Sono interessanti i fermenti, descritti nel libro, legati intorno a don Tullio Calcagno e Crociata Italica e le condivisioni di Giovanni Gentile che apprezzò questo rinnovamento di Mussolini verso una più accentuata identità cattolica certamente in contrasto con gli indirizzi neo pagani del nazionalsocialismo e della cultura di riferimento del nord Europa, peraltro indirettamente confermati dalle difficili relazioni con Farinacci.

Ma è soprattutto il sostrato culturale che anima il progetto costituzionale di Biggini a rilevare le caratteristiche di questa svolta importante del fascismo di Salò, nel quale, tuttavia, permane , se pur attenuato, un riferimento razzista forse influenzato dalla presenza germanica.

Questo aspetto del rapporto con l’”alleato” tedesco costituisce un problema storiografico che, come per le altre questioni indicate all’inizio, merita un approfondimento.

Occorre, per una analisi che possa alleggerire le responsabilità di Mussolini, continuare le ricerche e diffondere con ulteriori argomentazioni, la tesi per la quale la RSI fu anche un modo per il fascismo di esprimere più una esigenza di dignità nazionale messa alla prova dalla “morte della Patria” dell’ 8 settembre, che non la conferma di una alleanza - rispetto alla quale forse il Mussolini , accettando il voto del 25 luglio, pensava di porre in atto una strategia di sganciamento – che segna pesantemente il significato complessivo della vicenda mussoliniana.

Anche questa opera di Primo Siena dimostra non solo l’utilità della revisione storiografica, ma anche e soprattutto lo sforzo di libertà che non può non accompagnare lo studio e la ricerca scientifica della storia, contrastando alla radice gli argomenti di coloro che , invece, considerano il giudizio politico sulla storia come un dato non eliminabile, confermando un’idea di egemonia e di assolutismo che nessuna considerazione di tipo ideologico può giustificare.
Francesco e Chiara nella riflessione di Chiara Frugoni
di Fausto Belfiori

Chi ha letto i due volumi dedicati da Chiara Frugoni a Francesco e Chiara d’Assisi e non ha dimenticato quella ricostruzione che risolveva molti problemi, ma ne poneva altrettanti per la conoscenza dei due alti rappresentanti della religiosità medievale, non avrà mancato di constatare quanto la nota e appassionata studiosa scriva in questa sua “Storia di Chiara e Francesco” allo scopo di fornire un confronto tra due figure ecclesiali vicine, ma diverse. Infatti, “tutta la vita di Chiara fu segnata dall’incontro con Francesco”, ma sarebbe illecito pensare che la patrizia assisiana, votatasi a Cristo, sia vissuta “all’ombra e dell’ombra di Francesco”. Ha pienamente ragione la Frugoni: la storia, per quel che ne sappiamo – e ne sappiamo abbastanza per formulare un giudizio – ci consegna una “donna dalla fortissima personalità e dal grande fascino” che agì sorretta da “una straordinaria libertà mentale”: libertà che la spinse ad una disciplina ferrea ed alla perenne adorazione del Verbo incarnato.

Figure diverse, ma con le stesse doti essenziali per inoltrarsi in quella complessa e talvolta sconcertante realtà spirituale cui diede vita l’iniziativa di Francesco. Complessa e sconcertante: due aggettivi non usati senza motivo poiché è innegabile che nei primi tempi – e, purtroppo, tale triste fenomeno si sta ripetendo anche ai nostri giorni – l’entusiasmo per una povertà come proposito di vita abbia debordato fino al punto di sfiorare l’utopia se non l’eresia. Ed è evidente che la responsabilità coinvolga lo stesso figlio dell’avido Pietro di Bernardone, coè, il giovane conquistatore di anime la cui fremente rottura con il mondo da lui precedentemente frequentato, lo spinse su posizioni non perfettamente in linea - contrariamente a quanto asserito da interessati apologeti – con il dettato evangelico.

Fu lo Spirito Santo ad impedirgli di varcare la soglia dell’ortodossia ed a fare anzi di lui l’apostolo di Gesù Eucarestia. Con il tempo non abusò della facilità di rapportarsi al prossimo e si sforzò di essere più controllato. Nei momenti di raccoglimento e di preghiera si interrogò e interrogò il Signore. La risposta fu sempre la stessa: fedeltà in ogni atto ed in ogni parola.

Chiara Frugoni, a mio giudizio, avrebbe dovuto sottolineare questo dato di fatto per contribuire da storica ad eliminare gli equivoci ricorrenti su Francesco e sulla sua opera. Tuttavia, va riconosciuto alla ricercatrice ed alla studiosa lo scrupolo nell’assicurarsi la maggiore documentazione possibile per favorire un rapporto di intima confidenza attraverso la ricognizione della vita e la messa in piena luce della personalità tormentata dell’asceta assisiano.

Mi sembra, però, che la biografa – doviziosa nell’apparato documentale, ma insoddisfacente nell’interpretazione - non abbia valutato nel suo giusto peso la differenza tra l’adesione evangelica ad una vita improntata alla rinuncia e un pauperismo che riduce la virtù ad ideologia , a una scelta che conduce al conflitto. In proposito, va detto che nel corso dei secoli più volte si registrò questa confusione per colpa di un clero che non seppe o non volle, per viltà, procedere alla dovuta distinzione.

Non fu costantemente mantenuta la distanza ideale tra l’uomo che opta per la povertà e che vede nel povero il fratello da soccorrere sollecitamente e colui che affonda l’istanza evangelica nel liquame della demagogia: c’è la stessa ineliminabile lontananza che divide il fautore, il promotore della pace – il pacifico- da chi per “quieto vivere” non si oppone alle potenze terrene negatrici della dignità e della vita.

Più calibrata spiritualmente di Francesco., più pacata e contemporaneamente irremovibile nella risposta alla divina chiamata appare sin dal primo momento la nobile Chiara, profondamente mistica e ardentemente attiva nel porre le basi e sviluppare il ramo femminile del nuovo Ordine. Contraria per principio ad ogni velleità rivoltosa , a qualsiasi atteggiamento sovvertitore: non sostituiva, nonostante l’affetto e la devozione, la linea non dirado temeraria del suo amico all’autorità del Pontefice cui non teme di esporre filialmente le proprie ragioni.

La Frugoni, inoltre, rimprovera a Bonaventura di Bagnoregio - che unì la meditazione filosofica e teologica alla tutela della memoria e del patrimonio spirituale di Francesco - d’aver parlato poco di Chiara. Non si può essere d’accordo: “Chiara, vergine carissima a Dio, che fu la prima pianticella ed esalò il suo profumo come candido fiore di primavera e risplendette come stella fulgidissima. Ella, ora gloriosa nei cieli, viene giustamente venerata sulla Terra della Chiesa: ella fu, in Cristo, la figlia del padre san Francesco poverello e la madre delle Povere Dame”. Da uomo consacrato Bonaventura esprime in questo commosso ritratto la grande considerazione per la santa.

Aggiungerei, infine, se non avessi il timore di apparire irriverente verso il Fondatore, che in certe circostanze Chiara mostra una ineguagliabile saggezza non disgiunta da un’inimmaginabile energia nel difendere le sue idee ed il suo progetto: saggezza ed energia che la impongono all’ammirazione di ogni credente.

Non c’è bisogno di conoscere la sua biografia. “Spirito limpido e valoroso”; “lampada tanto vivida, tanto splendente”. Quel che è noto basta per fare di lei il modello della donna indomita nella mitezza.

“Con corsa spedita, passo leggero, piede sicuro, in modo che i tuoi passi non sollevino polvere, avanza gioiosa e vivace, sul sentiero di una pensosa felicità.” E’ il consiglio- augurio che la prima Dama Povera di San Damiano rivolge ad Agnese di Boemia. Ma è anche la volitiva e poetica presentazione della forma vitae di Chiara.
Un Calcio al pallone
di Ernesto e Sergio Menicucci.

Conti in rosso. I 733 club di calcio che aderiscono alla Uefa, guidata da Michel Platini, ha chiuso i bilanci in passivo. Il totale è una montagna impressionante un miliardo e 200 milioni di euro. Le spese sono state in sostanza più delle entrate ( 12, 9 miliardi contro 11, 7. La voce principale delle spese riguarda gli stipendi dei giocatori che arriva al 64 per cento del totale,in Italia addirittura il 72.

Così non si può più andare avanti, ripete il presidente della Uefa il francese e campione del mondo Michel Platini che ha fatto approvare il cosiddetto far-play finanziario in base al quale un club non deve spendere più di quanto incassa. Le norme entreranno in vigore dal 2014. E’ una spirale infernale come si è visto in queste settimane di spese da parte dell’Inter, Milan, Juventus che hanno movimentato 26, 4 milioni. Un cifra consistente minore tuttavia di quella sepesa dalla Premier inglese, la più indebitata, che ha fatto registrare due clamorosi trasferimenti: quello di Ferdinando Tornese al Chelsea per 60 milioni e quello di Dzaco e Carrol per 40 ciascuno.

Nel libro “ Calcio al pallone” di Ernesto e Sergio Menicucci ( per acquisto, edizione HYPERLINK "http://www.lulu.com" www.lulu.com, copertina del disegnatore Gianni Chiostri ) sono ripercorse alcune complesse vicende del calcio: dai bambini cucitori e sfruttati, al pallone simbolo di libertà di Nelson Mandela, dalle imprese di Annibale Frossi agli Azzurri di Marcello Lippi campioni del mondo in Germania 2006, da calciopoli alle violenze negli stadi, dai padroni del calcio ai malati del morbo di Gherig, dall’Italia precipitata al tredicesimo posto nella classifica mondiale ai vivai che sono sempre più stranieri come le formazioni maggiori.
Adalberto Baldoni e Gianni Borgna
Una lunga incomprensione. Pasolini fra Destra e Sinistra.

PASOLINI: UNA LUNGA INCOMPRENSIONE NELLE LIBRERIE: “UNA LUNGA INCOMPRENSIONE. PASOLINI FRA DESTRA E SINISTRA” DI ADALBERTO BALDONI E GIANNI BORGNA. MARTEDI’ 16 NOVEMBRE ALLE ORE 17, NELLA SALA PIETRO DA CORTONA, PALAZZO DEI CONSERVATORI IN CAMPIDOGLIO, ALEMANNO E VELTRONI SI CONFRONTANO SULLA FIGURA E SULLE OPERE DI PASOLINI DI CUI RICORRE IL 35° ANNIVERSARIO DELLA MORTE. Dal 10 novembre si trova nelle librerie: “Una lunga incomprensione. Pasolini fra Destra e Sinistra”. Autori: Adalberto Baldoni e Gianni Borgna (costo del volume 16 euro). Il libro, edito dalla Vallecchi e prefato dal filosofo Giacomo Marramao, è diviso in due parti.

Gianni Borgna ripercorre le tappe fondamentali della vita di Pier Paolo Pasolini, descrive le sue principali opere letterarie e cinematografiche nonchè i suoi rapporti altalenanti, spesso tumultuosi, con il Pci, e specialmente con gli intellettuali di sinistra. Inoltre Borgna racconta i suoi frequenti incontri con il poeta - quando rivestiva l’incarico di segretario della Federazione giovanile comunista - assieme a Goffredo Bettini e Walter Veltroni, da sempre suoi ammiratori e sostenitori. Da parte sua Adalberto Baldoni illustra, supportato dai documenti dell’epoca, l’iniziale avversità della destra ufficiale nei confronti di Pasolini, condannato perché comunista e omosessuale. Il Msi di Michelini, Almirante e Romualdi, infatti, era visceralmente anticomunista ed omofobico. Le cronache dei giornali di destra, dal “Secolo d’Italia” al “Borghese”, dallo “Specchio” al “Nuovo Meridiano”, amplificavano le controversie giudiziarie di Pasolini ed i suoi “incidenti di percorso”, giungendo persino ad approvare le aggressioni (anche fisiche) dei giovani missini nei suoi confronti. Un primo, se pur cauto cambiamento di rotta, lo si avvertì nei primi anni Settanta quando Pasolini iniziò a collaborare al “Corriere della Sera”. Ma, nonostante i suoi illuminanti “scritti corsari”, in cui, ad esempio, il Potere (con la P maiuscola) era accusato da Pasolini di gestire la strategia della tensione, la destra ufficiale mantenne inalterata la sua posizione negativa verso la scrittore. Salvo rare eccezioni, anche la sua tragica morte venne accompagnata da una serie di giudizi sfavorevoli.
Gianni Baget Bozzo, Pier Paolo Saleri
“ Giuseppe Dossetti: la Costituzione come ideologia politica”.

Cenni all’attualità di alcuni temi fondamentali trattati nel libro.

L’intera storia politica italiana, dal dopoguerra in poi, trova la sua principale chiave di lettura nel rapporto tra comunisti e cattolici: in poche parole in quello che chiamiamo “cattocomunismo”. E’ questa la tesi fondamentale che emerge dal libro di Gianni Baget Bozzo e Pier Paolo Saleri:

“ Giuseppe Dossetti: la Costituzione come ideologia politica”. Dossetti è uno dei principali artefici della Costituzione vigente che, grazie alla sua opera, nasce proprio dall’intesa politica, culturale ed ideologica tra cattolici e comunisti, tra lui stesso e Togliatti, trasformandosi così da documento giuridico fondamentale di intesa e convivenza tra tutti gli italiani in strumento di una “ideologia politica”: l’ideologia cattocomunista. E’ questa la ragione per cui il pensiero e l’azione di Dossetti sono, ancora oggi, essenziali per analizzare e comprendere a fondo comportamenti e disegni politici non solo del passato ma anche, e soprattutto, della lotta politica attuale: il suo pensiero, infatti, lo ritroviamo, sempre, alla base delle strategie più illiberali ed autoritarie. Dossetti, negli anni’50, è il vero antagonista di De Gasperi in quanto De Gasperi rappresenta una concezione autenticamente popolare, liberale ed europea della democrazia .

Dal ’94 in poi, cioè dalla vittoria elettorale della Casa della Libertà, Dossetti è il principale e vero antagonista di Berlusconi contro il quale nei suoi ultimi anni di vita si scaglia con una violenza fuori del comune individuandolo come “nemico della Repubblica” da fermare ed abbattere a qualsiasi costo “con una azione veramente fattiva ed inventivamente graduale, che sperimenti tutti i mezzi possibili...”.

Dossetti capisce che Berlusconi incarna l’idea di una rivoluzione liberale e popolare in Italia sulla linea di De Gasperi, per questa ragione ha con sé la maggioranza degli italiani e per questo deve essere fermato ad ogni costo e con qualunque mezzo: in nome della “Ideologia della Costituzione”.

Per Dossetti la Costituzione è al disopra della democrazia ( sempre guardata con sospetto) e della stessa sovranità popolare. E’ in questa ideologia che trova la sua legittimazione - oggi come nel 1992 - la strategia eversiva di piegare la sovranità popolare delegittimando e sovvertendo, con colpi di stato mediatico-giudiziari, le istituzioni democraticamente elette.

Nel libro sono documentati ed esaminati i rapporti di Dossetti e del dossettismo con gli ambienti e la cultura giustizialista ( Gherardo, Colombo, Caselli ecc.) e le ragioni ed il contesto, in connessione con la “questione morale” di Berlinguer, della, ancora tristemente attuale e drammaticamente manifesta, egemonia giustizialista sulla sinistra italiana. Una egemonia che finisce con l’attribuire ai “magistrati di sinistra” il ruolo di “guardia armata della Costituzione”.
Essere nel Mosaicosmo.
di Tommaso Romano

pagine: 75

Dialoghi con maria Patrizia Allotta e Luca Tumminello.

Tommaso Romano, nato a Palermo nel 1955. ha fondato e dirige le Edizioni Thule e Spiritualità e Letteratura. Docente di Filosofia nei Licei ha pure insegnato Estetica all'Accademia di Belle Arti di Palermo ed è Cultore Universitario di Antropologia. E' stato dal 1990 al 2007 Consigliere, tre volte Assessore alla Cultura e Vicepresidente della Provincia, nonchè Assessore alla Cultura della Città di Palermo.



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Se la "morte cerebrale" non è la vera morte.
da un libro di Paolo Becchi


In questo agile ed incisivo volume, l’autore “comprende e rifonde materiali già in parte pubblicati” dal 2002 al 2007, disponendoli in modo organico, sistematico1. Egli non è contrario al prelievo d’organi; lo è, al prelievo effettuato “ a cuore battente” sul presupposto di una “morte cerebrale” che non è in realtà la vera morte, perché il paziente per quanto in coma, con l’encefalogramma piatto o quasi, è tuttavia in realtà ancora vivo. Espiantare gli organi vitali di un paziente moribondo ma ancora vivo, facendolo passare per morto, ciò è del tutto inaccettabile, sul piano etico.

E proprio questa è la questione di “etica giuridica” di cui al sottotitolo dell’opera.

Questione che l’autore, però, propone di risolvere informando apertamente il donatore di organi del fatto che il prelievo avverrà quando lui sarà sì in fin di vita ma ancora in vita! Siffatta conclusione, per me sconcertante, non toglie al lavoro la sua qualità, che è soprattutto quella di far vedere in maniera personale, competente, chiara e lineare come la nozione di “morte cerebrale” sia stata validamente contestata, sul piano scientifico e filosofico, nell’ampio dibattito che si è sviluppato, soprattutto dall’inizio degli anni novanta in vari paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Germania fra tutti), con l’Italia sinora praticamente assente, a parte, appunto, il valido contributo ad esso offerto dal prof. Becchi in questi ultimi anni.

L’argomentazione si svolge muovendo dalla “nuova definizione di morte e le sue giustificazioni” (pp. 9-30).



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Insistete a tempo e contro tempo.
di Belfiori Fausto

pagine: 411

Si tratta di un diario relativo a 3 anni (1999,2001 e 2005) ciascuno dei quali reca un titolo (rispettivamente INTRA IN TE IPSUM, ADSUM,MEMORIA E SAPIENZA), che dà subito l'idea che ci si trovi davanti a qualcosa che travalica contenuti intimistici o cronaclustici; idea confermata appieno da un 'attenta lettura e dalle stesse prime righe: " E' una grazia iniziare l'anno con due libri che anitano a raggiungere piani solitamente imbattuti. Uno, sulle divinità arcane della Roma delle origini e, conseguentemente, sui re che favoriscono l'unione del mito alla storia.

L'altro, su Giuseppe d'Animatea e sulla sua presenza in una Chiesa che ben poco ha a vedere con l'omonima istituzione odierna".

E' il contrappunto che informa tutto il libro del quale l'autore prende a pretesto fatti piccoli e grandi della nostra epoca per esporre il suo pensiero in ordine alle dimensioni spirituali della realtà, ma anche per censurare aspramente le ideologie che quest'epoca contrassegnano negativamente e sottolineare senza mezzi termini l'involuzione della Chiesa cattolica connessa in buona parte all'elezione al soglio di Pietro di qualche papa non adeguato.

Al di là delle critiche ai fondamenti ed agli sviluppi delle ideologie (che vivono e prosperano specie in assenza d'idee), specifica attenzione è posta dall'autore alle conseguenze pratiche dell'affermarsi nel mondo del consumismo pratiche dell'affermarsi nel mondo del comunismo che ha prodotto (e produce ancora) non solo l'annullamento dell'umana personalità, ma anche una serie impressionante di eliminazioni fisiche delle persone.

Per converso non mancano spunti sulla cultura del Novecento ed in particolare su quella italiana tra la 1 e la 2 guerra mondiale, che viene giudicata positivamente sia per le intenzioni originarie e le idee originali sia per i risultati pratici; ciò-sottolinea Belfiori- nonostante i tentativi, di derivazione marxista, per asseverare la falsa immaginazione di una cultura soffocata in Italia da un regime arcigno e poco attento ai problemi dello spirito.

Da buon cattolico l'autore torna più volte aspramente a criticare non soltanto, come sopra accennato, l'impostazione data alla politica vaticana, ma anche tutta una serie di perversi epifenomeni che contrassegnano negativamente la vita della Comunità ecclesiale, ormai incline in buona sostanza da una parte delle sue componenti a considerare la religione più come un servizio di carattere umanitario e caritatevole che come l'attuazione in interiore hominis delle virtù teologali, Fede,Speranza e Carità, da non confondere.

Infine sono da ricordare le note ricorrentemente dedicate al valore della liturgia in correlazione con la giusta considerazione dei sacramenti.

In conclusione si tratta di un bel libro la cui inevitabile frammentarietà espositiva si compone e si ricompone nell'attenzione e nella mente del lettore, obiettivata in contorni d' esatta fermezza, nei grandi temi disegnati dall'autore, il cui ancora giovanile entusiasmo (nonostante gli oltre3/4 di secolo) lascia in fondo lo spazio alla speranza di esiti rivoluzionari, intesi come ritorno all'essenza originaria della Chiesa (e della società).

Mezzo secolo di Fiume.
Economia e società a Fiume nella prima metà del Novecento.
di Giuseppe Parlato

formato: 13,5x21
pagine: 411
costo: euro 14,90

Mito e simbolo dell'irredentismo, la città di Fiume nella prima metà del novecento fu un laboratorio di intensa attività politica e oggetto di numerosi e radicali mutamenti a livello sociale e istituzionale.

Dopo essere stata modello di autonomismo sotto l'Austria-Ungheria,Fiume divenne con D'Annunzio simbolo della passione nazionale, per poi trasformarsi in "città di vita" nell'ambito di un progetto libertario,sindacalista e rivoluzionario che prese forma lirica e politica nella Carta del Carnaro.

Diventata Stato Libero dopo il "Natale di Sangue", fu annessa nel 1924 all'Italia e italiana rimase fino alla seconda guerra mondiale.

In questo volume Fiume vienepresentata sotto una forma originale.

Nella complessità di una città contesa dai nazionalismi,questa ricerca evidenzia la situazione sociale ed economica dei fiumani nei cinquant'anni più drammatici della loro storia: dal benessere del periodo ungherese al blocco economico durante la presenza di D'Annunzio;dalle speranze suscitate dall'annessione all'Italia alla marginalità che contraddistinse buona parte del periodo italiano.

Una storia di crisi economiche, di agitazioni sociali e di insperati sviluppi che si intreccia con i controversi problemi del Novecento.


GIUSEPPE PARLATO è professore ordinario di storia contemporanea presso la Libera Università "S.Pio V" di Roma.Tra i suoi libri più recenti: La sinistra fascista.Storia di un progetto mancato (Il Mulino,2000,nuova ed.2008) e Fascisti senza Mussolini.Le origini del neo-fascismo in Italia (Il Mulino,2006). E' presidente della Fondazione Ugo Spirito.

La versione di K.
Sessant'anni di controstoria.
di Francesco Cossiga

Anche se talvolta misteri inestricabili si sono addensati in alcuni passaggi della vicenda italiana, la mia impressione è che ormai nessuno creda più alla realtà cosi come è. E dunque c'è sempre una seconda realtà da ricercare. Non credo che sia in principio sbagliato,e non posso certo dirlo io che ancora non ho smesso di scavare, chiedere, provocare.Ma aspirare sempre alla quadratura del cerchio fa sì che spesso ombre riottose sfidino le leggi della percezione e affollino impazzite la scena fino a oscurarla del tutto.

Fede economia e sviluppo.
di Riccardo Pedrizzi

formato: 13x21
pagine: 160
costo: euro 13,00

Sostenere che la crisi internazionale sia frutto di un impazzimento dei mercati finanziari è limitativo e non spiega la gravità della crisi. In più concede un alibi alla governace dell'economia mondiale,che invece ha tante responsabilità in questo tracollo al sistema produttivo. Il libro apre uno squarcio sugli errori e le omissioni dei grandi soggetti economici: organismi internazionali,nazioni,fondi,banche e multinazionali e consente di mettere a fuoco la lente sul silenzioso processo di rimozione di modelli economici,sociali,morali che avrebbero potuto costituire un formidabile antidoto alla tempesta della recessione globale.

Per questo la partecipazione,la sussidarietà,il solidarismo,lo sviluppo etico-compatibile,al dila dell'utilizzo propagandistico, sono parole che riempite di contenuto, andrebbero riportate al centro del dibattito sui nuovi scanari di sviluppo.Cosi come la dottrina sociale della chiesa rappresenta oggi una proposta attualissima anche difronte ai disastri procurati dalla finanza speculativa.

E' la logica della sussidarietà che dovrebbe farsi strada contro ogni forma di burocratizzazione, di assistenzialismo, di presenza eccessiva dello stato.La strada che indica il libro è,dunque,quella di un'economia sociale di mercato che valorizzi le specificità territoriali che si fondano sulle piccole e medie imprese,sulle anche popolari e di credito cooperativo e sul mondo del volontariato.

Con questi ancoraggi anche la crisi che stiamo vivendo potrà essere superata e la sfida della globalizzazione vinta.

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