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03/2017 [stampa]
UNA CERIMONIA PER L’EUROPA
Nella stessa sala degli Orazi e Curiazi in Campidoglio a Roma dove sessanta anni fa’ vennero approvati i Trattati per l’Euratom e per la Comunità Economica Europea si è svolta il 25 marzo del 2017 una solenne celebrazione, un rito privo di nuovi accordi o obbiettivi, illuminato da un documento che è solo un grigio elenco di auspici. Una parte dei commenti dell’”establishment” ha inteso smentire la realtà e cioè l’ impasse di fronte al quale si trova il cammino dell’unità europea. Ma è evidente a tutti che da anni non si compiono passi in avanti, anzi, nel 2016, l’Unione europea ha dovuto subire il voto popolare inglese per l’uscita dall’Ue ed è evidente, come denuncia più di qualcuno, che “in Europa sembra prevalere la volontà di sospendere ogni attività sino alla fine del 2017”. Ovvero l’unica novità appare quella recentemente esternata dalla Cancelliera Merkel sulla intenzione di continuare il percorso europeo a più velocità e il successivo dibattito che vede i paesi europei divisi rispetto a questa ipotesi. Questa possibilità ha visto , comunque , la simpatia e il sostegno della stampa. Un esempio lo abbiamo letto sul Corriere della Sera del 26 marzo dove l’editoriale di Franco Venturini : “ La scelta delle politiche sulle quali avviare un gruppo più integrato deve avvenire nei prossimi sei mesi e il 2018, se le elezioni in Francia e in Germania avranno sancito la sconfitta degli antieuropeisti , dovrà segnare il varo concreto della Ue a diverse velocità”. Negli attuali membri dell’Unione europea alcuni resisterebbero a questa ipotesi per una difesa di interessi nazionali, soprattutto ad est; altri avrebbero obbiettive difficoltà ad inserirsi su un percorso più veloce in quanto già gli attuali “standard” soprattutto di carattere monetario – come ad esempio i parametri dell’euro, il fiscal compact ed i criteri dell’unione bancaria - risultano faticosi da rispettare. Resterebbe, in quella che Venturini definisce “una avanguardia ( la serie A )”, pressoché unicamente, l’area dei paesi centro settentrionali, guidata dalla Germania. E l’Italia ? Il nostro Paese al tempo dell’accordo di Maastricht non rispettava i parametri che erano stati presi in esame per l’adesione alla moneta unica: avevamo un debito che superava il 60 per cento del prodotto interno lordo. Riuscimmo ad entrare con l’escamotage di far approvare il principio che quello fosse un indicatore di tendenza, anche se, obbiettivamente, poi, la tendenza dell’Italia a rientrare in quel livello di indebitamento non si realizzò mai. E si aprì per l’Italia un periodo che l’ex governatore della Banca d’Italia definisce un “lento bradisismo”, cioè – proprio a causa di quel debito enorme - uno sprofondamento del nostro Paese in una crisi dalla quale non riesce ad uscire. Saremmo in grado di rimanere sulla strada europea viaggiando a più alta velocità ? Oppure dovremmo realisticamente scendere in “serie B “ ? Aldilà del possibile destino dell’Italia, la questione delle due o più velocità significherebbe prendere atto di una divisione dell’Europa. Oltretutto se il parametro prevalente resterebbe quello dell’economia è evidente che lo si accentuerebbe, allontanando , ancora di più, la prospettiva di una unità politica. Un solo esempio: come si potrebbe realizzare una comune politica estera e di difesa con una Europa a più velocità ? Anche nello scenario di carattere internazionale potrebbe accadere , alla parte europea “scivolata in serie B”, di avere la tentazione di sintonizzarsi su di una linea di disimpegno ed essere , magari, portata a stabilire rapporti – nel caso dell’est di buon vicinato - con l’”orso russo”, anche per il possibile “declino” della NATO, a seguito dell’attenuato impegno degli Stati Uniti. Tra gli uomini che si riunirono in Campidoglio 60 anni fa’ e quelli che hanno occupato la stessa sala lo scorso 25 marzo dovrebbe esserci un comune denominatore , intenti e interessi eguali. Probabilmente non è così. Anche tra i resoconti e le cronache di allora e di oggi affiora una differenza: solenni le prime, più leziose e distratte le odierne. Possono fare storia il “presumo” della Merkel al sindaco di Roma o la presentazione del “marito” del premier olandese a Mattarella ?. Abbiamo rintracciato su un importante libro del 1964 pro Europa( “Preistoria degli Stati Uniti d’Europa” di Achille Albonetti ) quanto scritto nella introduzione da un grande diplomatico italiano che fu Presidente del Comitato di Redazione dei Trattati di Roma e poi Direttore Generale degli Affari politici della Farnesina, Roberto Ducci : “I Trattati Roma hanno smosso dalla pigrizia intellettuale e dall’immobilismo politico non solo sei Paesi d’Europa , 160 milioni di uomini , ma buona parte del mondo”. E la frase conclusiva : “Se l’Europa non si unisce essa è destinata a cadere”. Così era allora e così resta oggi, forse con assai meno consapevolezza. PIETRO GIUBILO

02/2017 [stampa]
EURO SI, EURO NO, EURO FORSE
Mentre con la nuova politica internazionale degli USA e le previsioni sulle elezioni in alcuni paesi europei si va rafforzando il vento contrario alle istituzioni europee, la questione che si palesa più urgente riguarda lo stato di salute dell’Euro e le sue prospettive più immediate . Coloro che contestavano la moneta unica apparivano, fino a qualche tempo fa’, come una esigua pattuglia politica nazionalista, supportata, sul piano concettuale, da alcuni economisti non di primo piano, ai quali, però, si sono andati aggiungendo colleghi più autorevoli. Dopo i momenti più difficili della crisi greca - del resto non ancora rientrata - la questione dell’Euro, che aveva superato una possibile uscita di Atene, è andata assumendo nuovi aspetti, proprio di fronte a problemi reali che rischiano di compromettere complessivamente le istituzioni unitarie dell’Europa. Dopo la decisione degli inglesi di abbandonare la Ue, scuotendo la credibilità politica dell’Europa, il problema nuovo è dato dal fatto che nonostante la politica di allargamento monetario della BCE, permangono in Europa molti segni della crisi iniziata nel 2007, mentre si evidenziano disparità fra i diversi paesi della Ue, legati alla moneta unica. La situazione ha fatto scrivere a Paolo Savona che “una moneta unica tra paesi che presentano profonde diversità economiche non può funzionare” ( Italia Oggi, 2 febbraio 2017 ). Questa diversità, secondo l’anziano economista, è rimasta ed anzi, in taluni aspetti, è stata ulteriormente accentuata da alcune scelte politiche quali la rinuncia a “rimuovere i divari di produttività” tra i diversi Paesi, le “limitazioni all’uso della politica fiscale restata di competenza dei singoli paesi” e le “riforme che, nel breve periodo hanno effetti deflazionistici aggiuntivi rispetti a quelli dovuti alle diverse condizioni socio-politiche esistenti tra i paesi”. In sostanza, secondo Savona, non essendosi colmate le differenze strutturali tra i diversi paesi , la moneta unica è destinata ad arrivare alla “sua disintegrazione”. Un ulteriore elemento che aggraverebbe complessivamente la crisi anche a livello politico , è rappresentato dal fatto che i trattati hanno un eccessivo livello di rigidità dimostrata dai contenuti dell’articolo 140 del Trattato Ue, per il quale, al fine dell’entrata nell’area euro, il Consiglio “fissa irrevocabilmente il tasso al quale l’euro subentra alla moneta dello stato membro”, mentre nulla è previsto per l’uscita. Addirittura è nota l’interpretazione della Commissione e del Consiglio per la quale la stessa adesione all’euro è ritenuta “ irrevocabile”. Peraltro , invece, l’uscita dall’Unione europea è regolata dal Trattato di Lisbona che previde il recesso volontario e unilaterale , con l’articolo 50 di cui si discute per la trattativa con la Gran Bretagna. Le prospettive per il 2017 cominciano a far riflettere rispetto al futuro della moneta unica e non sembra impossibile che possano prendere forma concreta le tendenze verso l’uscita di alcuni paesi, sia per decisione , sia per le difficoltà a rimanervi. Finalmente l’establishment europeo, quantomeno quegli esperti che hanno sempre sostenuto la validità della moneta unica , sembrano disposti ad esaminare realisticamente la situazione per cercare di suggerire ricette e soluzioni per l’Euro. Un esempio è costituito dall’articolo di Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera di domenica 12 febbraio. L’economista, consigliere di amministrazione di Unicredit, già consulente della Fed di Greenspan e direttore di dipartimento della BCE , insegna alla London Business School ; pur essendo “figlia d’arte” di due comunisti doc come il padre Alfredo e Luciana Castellina, è una sostenitrice della economia liberista di profilo angloamericano . Addirittura nel 2014 si parlò di lei – lo scrisse il Times – come di una possibile candidata alla vicepresidenza della Bank of England. Ora nell’articolo citato , la professoressa Reichlin sostiene che occorre “cambiare l’euro per salvarlo”. Il punto centrale sarebbe ”la crisi del debito” e la constatazione che “durante la crisi” si è visto che ”la vulnerabilità anche di piccoli Paesi abbia reso instabile l’intera regione e sperimentato l’impossibilità dell’Europa a reagire”. Oggi, secondo l’economista italiana, pur lontani dall’instabilità finanziaria per effetto degli interventi della BCE, “l’euro non è al sicuro”, precisando: “in parte e forse soprattutto per la fragilità dell’Italia”, “l’Italia potrebbe diventare di nuovo un fattore di instabilità dell’euro”. La Reichlin non indica precise soluzioni ma ritiene che esse, comunque, “dovrebbero comportare una forma di condivisione del rischio tra Paesi”, ritenendosi , tuttavia, scettica rispetto alla loro fattibilità. L’articolo si conclude con un invito : si “deve avere il coraggio di affrontare il problema dell’euro e ammettere la necessità di ripensarne l’architettura non solo economica ma anche politica”. Come si può interpretare questa presa d’atto di una crisi che fino a qualche tempo fa’ non veniva riconosciuta ? Evidentemente questa ha compiuto passi da gigante; soprattutto è venuta meno la credibilità e la stabilità politica delle istituzioni connesse al sistema monetario dell’Euro. L’impoverimento di vasti settori sociali ed in particolare dei ceti medi , la loro “ribellione”e l’adesione verso offerte politiche alternative rende possibile un cambiamento che potrebbe comportare l’uscita dall’Euro ed il ritorno a scelte “sovraniste”, cioè nazionaliste. In alcuni casi – come quello italiano - le politiche di austerità hanno sfiancato il Paese e le opportunità sono state utilizzate non per realizzare investimenti, ma per gonfiare le uscite correnti. Le voci che si erano levate per denunciare i limiti applicativi dei trattati ( esempio Giuseppe Guarino nel 2014 ) e la necessità di apporvi correzioni sono state lasciate cadere ed ora si rischia di arrivare tardi per porvi rimedio. Con tutto il rispetto per le analisi di economisti come la Reichlin che cominciano a rendersi conto della situazione , la questione che abbiamo di fronte è tutta politica. Come ha scritto Giulio Tremonti nel suo ultimo libro “se fosse finalmente ridotto l’attuale strapotere della finanza e se l’Europa finalmente agisse in forme meno divise e divisive, solo a queste condizioni , potrebbe essere riformato anche l’euro”. Il 2017 si presenta come l’anno decisivo. PIETRO GIUBILO

01/2017 [stampa]
LE TRE MASCHERE DEL MOVIMENTO CINQUE STELLE
Il tentativo non riuscito di Grillo di far aderire il suo movimento , presente con 17 parlamentari a Bruxelles, al gruppo di ALDE , ha colto di sorpresa molti osservatori politici. Si è accusato il Capo del movimento di incoerenza , di opportunismo, addirittura di sprovvedutezza per aver richiesto una votazione, poi vanificata dal rifiuto del gruppo liberal democratico. Se è pur vero che lo spregiudicato tatticismo di Grillo mostra questi aspetti, tuttavia , nell’insieme, siamo di fronte a qualcosa d’altro che richiama la natura propria del movimento. Non tentare di analizzarla dimostra superficialità e, soprattutto, l’interesse di gran parte dei media a non distinguere la vera sostanza di questa formazione politica. L’adesione al gruppo di Farage prima e il tentativo di aggancio con Verhofstadt mostrano, in primo luogo, il rapporto del M 5Stelle con la politica. In effetti Farage e l’ex primo ministro belga divergono del tutto proprio sulla politica europea; euroscettico uno e ultraeuropeista l’altro; non solo , ma mentre il leader della Brexit ha rotto con l’establishment finanziario britannico che si era battuto per il remain, - così votò la City al referendum - il gruppo guidato dal leader belga ne è in piena sintonia. “ Se c’è uno , fra i 751 europarlamentari - ha scritto Curzio Maltese su Huffpost - che incarna al massimo livello l’establishment europeo , lo strapotere delle lobbies finanziarie e delle multinazionali, l’esaltazione quasi religiosa dell’austerità e del Ttip, il tradimento dell’idea di Unione a misura di popoli e non di banche, ebbene quello si chiama Verhofstadt”. A veder bene, l’idea di poter entrare a far parte di due gruppi così diversi negli obbiettivi politici, mostra l’indifferentismo di questo movimento verso la politica, considerata come dovrebbe essere, cioè come adesione ad una cultura e ad un programma e non l’utilizzo strumentale di opportunità che una organizzazione istituzionale consente. Anche il trasformismo si giustifica con questo interesse; la conferma di una visione nella quale un mezzo diviene il fine. In questa linea di indifferenza, si può rintracciare un fil rouge dipanato dal gomitolo del cofondatore del movimento, lo scomparso Gianroberto Casaleggio. Questi era sempre stato considerato sotto il profilo organizzativo, con qualche estemporaneità culturale. Si riteneva il suo apporto al movimento come un contributo altamente qualificato alle attività comunicative, senza considerare che si era in presenza di un caso nel quale la forma, cioè la formula operativa, è invece sostanza. L’idea impressa a suo tempo dal “guru” , come ha recentemente spiegato Giovanni Orsina, era quella di “un metodo alternativo di gestione della cosa pubblica , basato sulla democrazia diretta , sul meetup, sulla rete, sul politico come semplice portavoce”. Si tratta di un modello di democrazia di segno opposto all’idea sostanziale della democrazia moderna come si è affermata, soprattutto nel XX secolo con il suffragio universale , la rappresentanza e l’idea di partecipazione. Un conto è essere parte di un tracciato rappresentativo, ed entrare in un confronto nei luoghi politici delle scelte , un altro è ridurre il tutto da un lato alla semplice espressione di un parere o un voto, con l’uso del computer o di strumenti similari, e dall’altro di essere “portavoce” di indicazioni ispirate non si sa bene da chi. Una democrazia senza partecipazione non è una democrazia. E’ il passaggio verso quella “democrazia senza popolo” ( è il titolo di un fortunato saggio di Maurice Duverger) che altro non è, se non una costruzione élitaria, portatrice di influenze sui cittadini da parte di poco evidenti poteri . Questi connotati che il M5Stelle ha scelto di assumere lo rendono “liquido” e disponibile. Ciò si rende evidente in quella che è stata definita una “leadership subalterna”, nella quale quelli che sono eletti attraverso votazioni diventano contraenti di un contratto con una organizzazione che stabilisce le condizioni d’uso. Questa apparente rigorosità organizzativa indebolisce la capacità di rappresentanza e ne fa uno strumento controllato dai “padroni della rete”. Quale capacità di rappresentanza può esprimere un “portavoce” anche di vertice come Di Maio nel confronto con il mondo delle lobby con il quale si è incontrato in aprile in casa dell’ ISPI diretta da uno dei vertici italiani della Trilateral ? In quella circostanza Massimo Franco scrisse: “ Non è chiaro se colpisce di più Di Maio tra i lobbisti, o i lobbisti che lo stanno ad ascoltare per oltre un ora”. A questo punto anche ciò che ha originato ed alimentato il movimento , cioè la protesta , mostra il suo carattere strumentale . Il suo accoglimento non è lo sforzo di interpretazione delle esigenze di quei cittadini che , per le loro condizioni chiedono una rappresentanza nelle istituzioni laddove si decide del loro presente e del loro futuro. Il M5Stelle non dà vita alla rappresentanza dei non rappresentati , all’espressione dei “senza voce” o ad una risposta alle “attese delle povera gente” di lapiriana memoria. Si organizza un potenziale di consenso , di voti e di presenza istituzionale a servizio della rete che, anche in questo caso, diviene un fine . Non per nulla , da anni, sul movimento, si mostra l’attenzione di personalità chiave dell’establishment internazionale, come dimostrano ambasciate e presidenze di banche di affari . In sintesi, la spregiudicata operazione di Grillo che qualcuno, minimizzando, ha interpretato come un diversivo rispetto alle inadeguatezze mostrate dal sindaco Raggi, hanno confermato le tre maschere dell’organizzazione : la antidemocraticità della sua proposta di democrazia diretta, la subalternità della sua leadership e la strumentalità in termini di potere dell’utilizzo della protesta. Tre maschere di un volto unico. Quale volto ? Non è facile rispondere . Per restare nel campo della comunicazione, cifra del M 5 Stelle, è interessante quanto scrisse , in corrispondenza con Jacques Maritain , Marshall Mc Luhan, il più famoso e insuperato conoscitore dei meccanismi mediatici, noto anche per la sua conversione al cattolicesimo, ripreso in un interessante libro di Roberto Dal Bosco, per le edizioni Fede & Cultura: “ Gli ambienti dell’informazione elettrica che sono completamente eterei, nutrono l’illusione del mondo come sostanza spirituale. Questo è un ragionamento facsimile del Corpo mistico, un’assordante manifestazione dell’Anticristo. Dopotutto, il Principe di questo mondo è un grandissimo ingegnere elettrico”. PIETRO GIUBILO

12/2016 [stampa]
LE AUTOREFERENZIALI RIFORME DI RENZI
Mentre si è andata consumando la campagna referendaria, sono passati quasi sotto silenzio due decisioni degli organi dello Stato preposti alla correttezza delle leggi – Corte costituzionale e Consiglio di Stato – che hanno bocciato la legge di riforma e alcuni decreti emessi dalla Ministra Madia. L’atteggiamento spocchioso di Renzi , per qual poco che è emerso ( per alcuni pareri non è uscita neppure la notizia ) è stato quello di affermare che si è trattato di un puntiglio burocratico teso a rallentare il processo di riforma impresso dal suo governo. Le “bocciature” riguardano invece provvedimenti scritti male e carenti su punti fondamentali del loro procedimento di approvazione. E’ un esempio evidente - si tratta di norme che riguardano il funzionamento dello Stato – di una debolezza istituzionale, di scarsa qualificazione giuridica , di collaborazioni inadeguate, che caratterizzano sin dall’inizio l’operato e le scelte di questo esecutivo. Qualcuno ricorderà il caso del Capo dei Vigili di Firenze chiamata a assumere l’importante compito di dirigere l’ufficio giuridico di Palazzo Chigi. Un caso dove la conoscenza personale del premier ha prevalso rispetto alla esigenza di attingere ad una platea di esperienze più vaste e qualificate. La decisione della Corte costituzionale che ha dichiarato l’incostituzionalità della legge delega sulla pubblica amministrazione ha riguardato il fatto che il procedimento di approvazione non aveva tenuto conto dell’obbligo di legge di una intesa con le Regioni , ridotto , invece, dalla riforma Madia, ad un mero parere. La Consulta è stata particolarmente dura rimarcando che è mancato “un reale coinvolgimento” delle Regioni , in spregio al “ principio di leale collaborazione “ previsto costituzionalmente, non essendo sufficiente il loro parere: “ le molteplici interferenze con le competenze regionali” rendono necessaria una procedura idonea a garantire “lo svolgimento di genuine trattative”. Questa inadempienza grave dimostra ancora una volta quell’indirizzo verticistico del governo che già aveva improntato la riforma della Costituzione che ha eliminato e avocato al governo tutte le materie precedentemente previste di carattere concorrente. Proprio in questi giorni sono venute alla luce altre decisioni , questa volta da parte del Consiglio di Stato. Si tratta di pareri riguardanti norme decise dal Ministro Madia in materia di dirigenza sanitaria , sulle autorità portuali, in tema di società partecipate . In tutti i casi uno degli elementi evidenziato dal Consiglio di Stato è proprio la carenza “di una istruttoria ampia e qualificata” per dar luogo ad un procedimento partecipato che eviti di porre in atto una scelta del tutto discrezionale. Siamo di fronte , quindi, non solo ad una inadeguatezza di procedura , ma ad un indirizzo autoreferenziale che è nel dna della esperienza di governo di Renzi e dei suoi ministri. Si tratta della constatazione di un modo di governare e , soprattutto, di una concezione politica che ha come presupposto il rifiuto della partecipazione. Questa politica è destinata non a cambiare l’Italia, ma a farla indirizzare su una strada di rinuncia ai caratteri propri di una democrazia. Si costruisce una democrazia senza popolo con una articolazione legislativa imposta d’autorità per omologare un Paese che ha sempre avuto nel suo pluralismo e nelle sue diversità territoriali la sua ricchezza storica e culturale. PIETRO GIUBILO

11/2016 [stampa]
UNA RIFORMA COSTITUZIONALE SBAGLIATA
La sollecitazione propagandistica impressa, con dovizia di mezzi e apparizioni televisive, dal premier Renzi, alla campagna referendaria sulle riforme costituzionali , dimostra come, nonostante le affermazioni contrarie , il risultato del 4 dicembre più che rispecchiare un interesse del Paese, appare ormai caratterizzato dalla necessità di una conferma per l’azione del Governo. Invece di un dibattito chiarificatore sui contenuti della riforma , questa esigenza di parte sta comportando uno scontro a tutto campo che investe la storia politica recente, governi passati e protagonisti di quegli anni. Come è stato fatto rilevare , gli argomenti adoperati dal premier , vogliono far apparire il suo “avvento” come il passaggio dalla “politica inconcludente” alla “svolta istituzionale” , da cui si aprirebbe la prospettiva di un futuro di rinnovamento per l’Italia. “ Cambiare l’Italia ! ” , “ vuoi meno politici ? ”, sono tra gli slogan della campagna referendaria per il Si. Le nuove norme costituzionali assumerebbero quindi una importanza decisiva, dando al Paese ed ai cittadini un sistema democratico tale da favorirne lo sviluppo. Senza entrare nei dettagli, occorre verificare se tale assunto sia credibile , andando ad esaminare il senso più profondo dei cambiamenti introdotti. L’elemento più evidente è che, con la riforma proposta, cambia il modello di governo. Quando il premier afferma che non sono aumentare le competenze dell’Esecutivo e del Capo del Governo, nasconde l’elemento decisivo e cioè che , riducendo il ruolo del Parlamento - sia per la introduzione di un Senato dalle competenze pasticciate senza il voto di fiducia, sia per l’effetto della legge elettorale che è imperniata sul “capo” del partito vincente – si esalta il peso politico e istituzionale dell’Esecutivo. Si determina, quindi, nella Costituzione, un modello che inverte a favore del Governo un equilibrio del sistema politico che nel 1948 si volle, invece, imperniato sulle assemblee rappresentative. Inoltre, le nuove norme , nel caso di un voto confermativo, imporrebbero una netta riduzione della rappresentanza e della partecipazione politica in quella che era stata definita, sulla base del principio della sovranità popolare, una ”democrazia partecipativa”. Si introdurrebbero, infatti, a livello costituzionale, quegli elementi che la Carta del ’48 non aveva preso in considerazione e cioè le elezioni di secondo grado che già hanno mostrato tutta la loro distanza rispetto alla partecipazione degli elettori nelle designazioni degli organi delle città metropolitane; si cancellerebbe - invece di migliorare – quel poco di espressione istituzionale dei corpi intermedi contenute nel CNEL; si verticalizzerebbe il potere riducendo il ruolo delle Regioni; si inserirebbe un Senato che, lungi dall’essere un organismo federale, si presenta solo come espressione di indicazioni e interessi partitici privi di supporto elettorale. Il nuovo “bicameralismo imperfetto”, approvato con ampie dosi di autoreferenzialità, che verrebbe alla luce dal “combinato disposto” delle norme costituzionali con quelle elettorali, è destinato , nell’escludere lo spazio alle coalizioni , a spegnere ancora di più il confronto politico parlamentare tra i partiti , anche in un sistema di alternanza, riducendo il tutto ad uno scontro per la supremazia elettorale di una forza politica che determinerebbe premier e componenti della Camera . Sarebbe una “camicia di Nesso” inadatta ad un Paese plurale come l’Italia e ai suoi problemi. Emergerebbe , infatti, un Paese sempre più diviso , come lo sarà, comunque, nel voto e dopo il 4 dicembre. Balza, inoltre, l’evidenza dell’enorme distanza che questo sistema presenterà rispetto alla complessità e durezza delle “sfide” che l’Italia ha di fronte . Sulla base del fatto che un partito minoritario potrà “prendere tutt” grazie ad un meccanismo che gli procurerà la maggioranza dei seggi alla Camera dei Deputati , qualcuno ha, giustamente, affermato che non si potranno governare ”grandi problemi con piccoli numeri”. Pensiamo non solo alle emergenze, alla complessità del quadro internazionale, alle politiche per uscire dalla stagnazione, ma anche alle tutele di fasce sociali sempre più esposte alla povertà. Possiamo aggiungere che la storia del nostro Paese ha dimostrato che, alle grandi sfide del dopoguerra, corrispondevano, innanzitutto, uomini capaci e responsabili, oltre che un sistema costituzionale che , costruendo la rappresentanza sul consenso maggioritario e nel confronto parlamentare, garantivano la governabilità e consentivano la partecipazione anche a chi aveva un ruolo di opposizione. Oggi tutto sembra corrispondere ad una inversione della prospettiva. A fronte di un presente difficile e di un futuro incerto corrisponderebbe , se vincesse il Si, l’utopia di governare senza consenso con un sistema politico che sbarrerà la strada al confronto costruttivo ed alla partecipazione e che, ineluttabilmente, porterà a governare “piccoli uomini”. Il No intende impedire questa evoluzione negativa - cioè un cambiamento in peggio – per ripartire, con più consapevolezza, dalla necessità di rafforzare, con una più ampia adesione, una democrazia rappresentativa solida e partecipata e non di vertice, in grado di dare un futuro all’Italia. PIETRO GIUBILO

10/2016 [stampa]
IL “PROGETTO DI POTERE” DI RENZI
In una campagna elettorale referendaria esasperatamente prolungata dal premier per recuperare voti e dispensare mance elettorali, qualcosa non torna . Sembra, infatti, che il “progetto di potere” in base al quale Renzi ha portato avanti le riforme costituzionali e la legge elettorale, corrisponda sempre di meno ai suoi desiderata. I sondaggi che danno , se pur lievemente, perdente il Si stanno costringendo il premier ad una maratona di comizi e di riunioni che, tuttavia, mostrano anche un certo isolamento politico. Renzi , nonostante che abbia ammesso l’errore di aver a suo tempo personalizzato la battaglia e le sue possibili conseguenze, tuttavia nei fatti e cioè nel suo debordante impegno per il Si , conferma che un eventuale esito negativo significherebbe una sua – anche personale - sconfitta politica. Del resto il “pacchetto” istituzionale che ha faticosamente portato in porto alla Camere, presenta degli “errori”, in particolare sulla legge elettorale, come ha recentemente scritto Giulio Tremonti sul Corriere della Sera ( 24 ottobre ). La nuova Costituzione delinea una posizione stabile nel governo e nella sua guida , che per la riduzione del potere parlamentare , risulta anche rafforzata . La legge elettorale , poi, designa un leader di partito che sceglie i parlamentari – o comunque una buona parte di essi – e che, attraverso il meccanismo del ballottaggio, consente a chi non è maggioranza nel Paese di possedere una maggioranza assoluta alla Camera. In sostanza, si traccia una strada che impedisce che si formino governi che siano espressione di una maggioranza elettorale , come ad esempio avviene in Germania , dove pur a fronte di una limitata vittoria della CDU/CSU si è ritenuto più opportuno costruire una grande alleanza che offrisse una più ampia base di consenso, non solo parlamentare, al governo del Paese. All’Italia – nonostante le altezzose dichiarazioni di Renzi – non si prospettano tempi facili. Tra le difficoltà economiche e i problemi della banche , tra la sempre più complessa questione dell’immigrazione, sarà assai difficile - come sostiene Tremonti – che una minoranza elettorale , pur favorita da un meccanismo di attribuzione di seggi , possa avere il respiro e la rappresentanza adeguate ad affrontare questo difficile e complesso futuro . Del resto – come sostiene sempre Tremonti nell’articolo citato – lo stesso meccanismo elettorale pensato per un bipolarismo che vedeva un PD in crescita ed un centrodestra in crisi e quindi che avrebbe dovuto assicurare la vittoria alla sinistra ,oggi - con il realizzarsi del tripolarismo – potrebbe risolversi nella vittoria dell’emergente terzo polo dei 5 Stelle. Una possibile sconfitta di Renzi al referendum sulla riforma costituzionale porterebbe alla cancellazione del suo progetto di potere, perché coinvolgerebbe anche la legge elettorale approvata. La assai ipotetica promessa del cambiamento della legge elettorale con la quale sta tentando di riacciuffare l’ opposizione interna , diverrebbe un obbligo al quale dovrebbe sottoporsi un Renzi sconfitto e, di conseguenza la nuova legge elettorale potrebbe avere quel carattere proporzionale che aprirebbe la strada ai governi di grande coalizione , l’opposto della strategia fin qui portata avanti dal segretario del PD. Neppure uno spregiudicato come Renzi potrebbe sopravvivere al suo fallimento politico. Del resto il personaggio, costruito da coloro che lo avevano sostenuto per realizzare un disegno di potere non solo personale , ma di forze e interessi ormai evidenti, proprio in questo suo essere un prodotto mediatico trova la sua fragilità. Una volta diventato perdente verrebbe abbandonato da coloro che lo avevano costruito. Già qualche segnale lo possiamo cogliere: all’interno, nelle critiche di De Benedetti e all’estero, nelle note del Financial Times. Anche nel caso , meno probabile, di una vittoria di misura, la posizione di Renzi potrebbe diventare difficile. Quello di cui ha bisogno l’Italia, in questo momento, è una strategia politica che punti a costruire un quadro di ampie aggregazioni e che ponga argini al possibile piano inclinato del prevalere di forze politiche che si presentano come anti sistema. Nella fragilità delle istituzioni e nella difficoltà di venir fuori dai grandi problemi, una delle cause è proprio la debolezza di una politica che non si basi su un ampio consenso. Oggi non è sufficiente e non serve l’uomo solo al comando e, di conseguenza, come sostiene Tremonti, l’ esito di un referendum che, comunque, produrrà “una violenta e non necessaria divisione”. Al contrario di quello che pensa il premier la politica cambia . Anzi, è già cambiata rispetto al momento nel quale risultò per lui utile far fuori Enrico Letta. E , per lui, probabilmente, costituirebbe un vero azzardo puntare sul sostegno incondizionato del pur prudentissimo Presidente Mattarella. PIETRO GIUBILO

09/2016 [stampa]
UNA SCENEGGIATA ALLA CAMERA SUL CAMBIAMENTO DELLA LEGGE ELETTORALE
Anche il compassato Avvenire – organo della CEI – che – non è dato sapere su quali basi - non nasconde qualche simpatia per il premier , definisce il dibattito alla Camera sulla mozione per la modifica della legge elettorale una “sceneggiata”. Richiesta da sinistra Italiana e sollecitata dalla minoranza interna al PD la mozione intendeva chiarire e sollecitare il governo a prendere una posizione sulla questione della modifica dell’Italicum. Questa modifica , oltre ad un aspetto inerente alla legge che pur mai applicata già solleva enormi perplessità, presenta un dato politico che riguarda indirettamente il referendum sulle riforme costituzionali. Infatti la minoranza dem ha chiarito che in assenza di una variazione della legge si schiererà per il No al referendum. Anche ambienti che hanno sostenuto Renzi come Repubblica hanno spiegato sia con il suo fondatore Scalfari che con l’ex direttore Ezio Mauro che in assenza di un cambiamento dell’italicum voterebbero No. Delle mozioni presentate solo quella del governo è stata approvata e questa, sostanzialmente, afferma che la Camera si impegna a cambiare la legge elettorale nelle parti considerate a rischio di incostituzionalità. Non solo si è trattato si un testo del tutto generico e privo per il governo di un vero impegno nella direzione del cambiamento , ma dichiara una cosa analogamente ovvia, nel senso che qualora si ravvisassero elementi di possibile incostituzionalità la Camera dovrebbe agire di conseguenza. Impegno anche risibile in quanto la Corte Costituzionale sta esaminando alcuni quesiti in questa direzione ed ha rinviato l’udienza al dopo referendum che tra l’altro vede il governo in evidente difficoltà nel fissare la data che sta slittando verso il mese di dicembre inoltrato. L’indignazione della minoranza dem – che comunque si è presentata divisa anche questa volta – deriva dal fatto che il governo continua a non esprimere una sua proposta da presentare alle altre forze politiche, con l’intento di far slittare qualsiasi impegno o decisione a dopo il risultato della consultazione sulla Costituzione. Nonostante le preoccupate “raccomandazioni” di Giorgio Napolitano che vede nel ballottaggio il rischio di una vittoria del Movimento 5 stelle - come del resto è avvenuto in quasi tutti i ballottaggi tra PD e M5S nelle elezioni amministrative - Renzi continua a traccheggiare sul cambiamento dell’Italicum . Pur comprendendo , infatti, questo rischio, una sua decisione di modificare la legge apparirebbe, prima dello svolgimento del Referendum, come una sua “ritirata strategica” che offuscherebbe la sua immagine politica . Ormai i limiti politici dell’azione di governo , sia a livello interno che in quello internazionale, rendono sempre più difficile, per Renzi , presentarsi con provvedimenti ed iniziative politiche di successo ed allora il tema prevalente – unico – per l’ex sindaco di Firenze è quello di curare una immagine di forza e al limite di arroganza. Questo sfoggio di sicurezza viene sostenuto con sempre maggiore difficoltà dalla stampa fiancheggiatrice. L’impressione che si evince è quella che il sistema di poteri che hanno giocato sulla carta Renzi ora si stia guardando intorno , pensando, probabilmente, che il tempo del “ducetto” sia ormai giunto al termine. Del resto anche il riferimento internazionale al quale Renzi si è aggrappato - Obama – è ormai a meno di due mesi dal termine del suo mandato che, tra l’altro, passerà alla storia come il periodo meno significativo per il suo Paese e portatore dei maggiori rischi per la pace e la governabilità internazionale. Pietro Giubilo

06/2016 [stampa]
DOPO I BALLOTTAGGI INIZIA IL RENZEXIT
Non ci possono essere dubbi. Anche se a Milano ha prevalso di misura il candidato del PD, il bilancio dei ballottaggi alle amministrative ha evidenziato come questo partito ha perduto alcuni punti di forza , come per esempio Torino, dove da oltre venticinque anni governava in simbiosi con il potere industriale. La dove ha confermato la guida della Città – esempio Bologna – ha visto la perdita di migliaia di voti confermando il trend negativo che si era prodotto alle regionali. L’assenza al ballottaggio di Napoli e la presenza - solo per le divisioni nel centrodestra – in quella di Roma hanno confermato l’emarginazione di questo partito in due città importanti del centro sud, dove le uniche personalità che mostrano una capacità vincente sono figure locali ( Puglia, Campania ), spesso in polemica con il Segretario e portatrici di un partito radicato e clientelare. Si è giustamente detto che il “partito della nazione” , cioè la modifica della base elettorale del Pd nel senso di una riduzione della rappresentanza dei ceti tradizionalmente di sinistra e la loro sostituzione con quelli moderati , è fallito , anche perché è assai difficile pensare di sostituire Fassina con Verdini. Questa erosione dell’elettorato del PD e la perdita di attrazione della figura politica di Renzi non sono elementi che producono i loro effetti unicamente nel cambiamento amministrativo della Città, le elezioni amministrative hanno sempre un significato politico anche se Renzi chiude gli occhi su questa verità. E’ vero Renzi ha riconosciuto la sconfitta, tuttavia ha tentato di darne una lettura solo “municipale”. La volontà del governo di non trarre conclusioni politiche da un risultato negativo per il partito del premier , finisce tuttavia per nascondere un rischio ulteriore di carattere sistemico che il voto ha indicato come possibile e che va ben oltre lo stesso appuntamento referendario . In effetti il significato delle amministrative non segnala solo la possibilità di una sconfitta al referendum, ma fa intravedere quello che potrebbe accadere anche nelle elezioni politiche che, se dovesse fallire l’azzardo di Renzi sulle riforme , potrebbero svolgersi anticipatamente alla loro scadenza naturale. E’ vero che la partita dell’inizio di ottobre sarà diversa da quella che si è giocata a giugno, ma si è avuto, nei ballottaggi, la dimostrazione che il voto di opposizione dei cittadini , pur se di diversa tendenza politica , può coagularsi in una alternativa alla proposta politica che scaturisca dal potere governativo. La carta giocata da Renzi di intestarsi le riforme e, poi, solo parzialmente ritirata - ma che è confermata da tutto il loro iter parlamentare – ha prodotto una sovrapposizione, un collegamento stretto, tra il premier e la riforma costituzionale. Quella che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere un punto di affermazione e di forza, si sta rivelando una strategia azzardata e assai rischiosa. Il coinvolgimento elettorale del premier che tempo addietro sembrava un sostegno , si è oggi dimostrato un impedimento del consenso e non è detto che, per il referendum confermativo non sia la stessa cosa. Sembra che perfino lo spesso Renzi ne stia prendendo atto. Tuttavia, anche se il referendum dovesse risolversi in una vittoria di misura del Si , il pernicioso combinato disposto tra la nuova Carta e il sistema elettorale a doppio turno , aprirebbero, comunque, gli spazi a quell’addensamento del voto delle opposizioni che , nel caso dovesse essere il M 5 Stelle a partecipare al secondo turno , lo premierebbe, consegnandogli una maggioranza parlamentare del 55 per cento , come tutti i sondaggi oggi confermano. Prospettiva resa possibile dal permanere della crisi economica e sociale del Paese dalla quale il governo appare incapace di favorirne l’uscita, nonostante l’astuto ma inefficace utilizzo di bonus e mance elettorali. Nella non lontana scadenza del suffragio politico, si potrebbe realizzare la vittoria per via elettorale di un movimento sostanzialmente antisistema. In tal modo le riforme costituzionali e la legge elettorale, costruite per consolidare il sistema politico , lo esporrebbero invece ad una destabilizzazione, resa più efficace e determinata da un potere governativo privo di quei contrappesi che le riforme approvate rendono meno efficaci . Questo rischio - meglio dire azzardo - è il prodotto di una concezione politica autoreferenziale, pervicacemente sostenuta da Renzi , che ha messo in piedi un sistema di voto che, di fatto, punta alla autosufficienza elettorale di una formazione politica che raccoglie un consenso minoritario e che riesce a diventare maggioranza, non attraverso una linea di accordi e di mediazioni, ma per mezzo di un meccanismo elettorale che potrebbe essere definito “truffaldino”. Siamo di fronte ad una mutazione costituzionale che limita e distorce il sistema parlamentare e che ha come fondamento una rappresentanza maggioritaria espressione di una minoranza elettorale. Fino alla permanenza del bipolarismo, la correzione in senso maggioritario della rappresentanza rispetto al voto non era del tutto stravolgente, verificandosi una competizioni tra due grandi coalizioni politiche, ma ora, con la mutazione della polarizzazione del consenso elettorale, il sistema rischia di scivolare su di un piano inclinato, portandoci ad una incomponibilità sistemica . Il tripolarismo italiano , consolidato dall’ esito delle elezioni comunali , appare come una anomalia non solo in quanto tale, ma per una sua specificità rispetto ai paesi nei quali si è registrata l’emergere di una terza forza. In Francia e in Austria una compatibilità politica tra centrodestra e sinistra ha impedito la vittoria di una forza maggioritaria antisistema ; analogamente, in Germania, il ruolo determinante delle forze politiche parlamentari ha potuto dar vita ad una “grande coalizione” che tiene lontano e disinnesca lo sviluppo di partiti populisti. In Italia, come si è visto , non ci sono le condizioni per connettere in un progetto politico i due poli di centro-destra e di centro-sinistra in base ad un “interesse generale” e, tuttavia, invece di tentare una razionalizzazione del sistema politico in questa direzione o di svilupparne la reciproca legittimazione, ci si è diretti verso un maggioritario a partito prevalente , anche se elettoralmente minoritario, che insedierebbe un “uomo solo al comando”, con una “sua” compagine parlamentare . Occorrerebbe ricostruire quella capacità di una visione politica non esclusivista, aperta al confronto ed all’accordo, che veda nella rappresentanza non l’insediamento di una minoranza trasformata in maggioranza, ma l’espressione politica di una realtà complessa di corpi intermedi e di aree territoriali, di interessi, culture, bisogni a cui dar voce e peso istituzionale. La politica in questo senso non può essere decisione e comando, ma convincimento e recupero della partecipazione dei cittadini . PIETRO GIUBILO

05/2016 [stampa]
FIDUCIA SULLE UNIONI CIVILI. IL DECISONISMO CHE GIA’ C’E’
La decisone di porre la fiducia da parte del governo Renzi sulla legge per le unioni civili già passata al Senato dimostra alcune cose . Innanzitutto la volontà di annullare il dibattito. Carlo Costalli Presidente del Movimento Cristiano Lavoratori ha espresso la sua disapprovazione “nel merito e nel metodo” Infatti “questa volta, – ha aggiunto – al problema di merito se ne aggiunge uno di metodo: mettere la fiducia su temi di questo tipo, che hanno a che fare con i valori, è un errore clamoroso”. “Peraltro – ha precisato – con la maggioranza schiacciante che il governo ha alla Camera, non era certo necessaria la fiducia per l’approvazione della legge”,” il cui unico scopo – ad avviso del presidente del Mcl – è “evitare il dibattito”. Ma vi è un altro aspetto che va rilevato. E’ stato ampiamente detto che la motivazione principale della riforma costituzionale proposta dal governo ed approvata dal Parlamento che verrà sottoposta al referendum in ottobre , è quello di accelerare il processo di formazione legislativo. Ora questa vicenda della legge delle unioni civili alla Camera dimostra che è possibile già con l’attuale bicameralismo arrivare ad una approvazione in pochissimi giorni . L’attività legislativa delle Camere in combinazione con gli interventi del governo Renzi sta dimostrando il contrario. E cioè che già attraverso un uso ampio del voto di fiducia che , come si ricorderà fa cadere tutti gli emendamenti, con l’uso di sistemi operativi tipo “canguro” e “ghigliottina” si elimina l’ostruzionismo più riottoso, mentre con il famoso “emendamentone” sempre adoperato per l’approvazione dei bilanci di previsioni o legge di stabilità, anche questi provvedimenti vengono votati celermente. Senza ricordare che ormai tutte le leggi più complesse vengono approvate come leggi delega e poi è il governo a legiferare con i decreti delegati sui quali il Parlamento esprime un parere quasi sempre superfluo o, comunque, ininfluente . Ora è evidente che l’obbiettivo del governo nel proporre e far approvare - con l’uso spregiudicato del più ampio trasformismo - la riforma costituzionale è stato un altro. La direzione di questa riforma, in sostanza, sulla base della ipotizzata opportunità di accelerare il procedimento legislativo è orientata, in effetti, a verticalizzare e restringere la rappresentanza, proprio mentre la crisi politica richiederebbe alle istituzioni la necessità di coinvolgere cittadini , interessi ed inclusione di fasce sociali e di ambiti messi in difficoltà dalla lunga traiettoria negativa dell’ economia e dalla mancanza di una vera ripresa con quel che ne segue sul piano sociale ; insomma di quei fermenti che appaiono sempre più lontani dai luoghi delle decisioni e che anche in futuro il condizionamento generale dell’economia globale finanziaria tenderà ad accentuare. Una grande questione di rappresentanza, prodotta da questa tendenza non partecipativa, viene dunque risolta semplicisticamente accentuando il comando . E’ un grande mutamento costituzionale poiché la Carta vigente non poneva al centro la figura del premier; di conseguenza abbiamo un completo ribaltamento del modello precedente sul quale si dovrà esprimere il giudizio e il voto dei cittadini. Il modello che viene suggerito non appare né una corretta difesa di quello parlamentare , né un presidenzialismo che conterrebbe i necessari equilibri istituzionali e soprattutto la sua base di consenso maggioritario. Si tratta di una riforma che potrebbe definirsi come un cancellierato non elettivo , senza contrappesi, a partito non maggioritario, ma prevalente. La combinazione tra riforme costituzionali e nuova legge elettorale ha fatto argomentare, da parte di autorevoli politologi, un parallelismo con la legge Acerbo, concludendo che l’”italicum” ne risulta peggiorativo. E’ indispensabile chiarire all’opinione pubblica tutto l’equivoco sul quale è stata costruita la riforma e rendere consapevole l’elettorato della vera posta in gioco che ridurrebbe gli spazi dlla rappresentanza e della democrazia. PIETRO GIUBILO

04/2016 [stampa]
ALLA CHETICHELLA
Per il referendum sull’abrogazione della estensione delle convenzioni per le trivelle , il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha votato alle nove di sera, modificando una prassi consolidata , che vedeva la più alta carica dello Stato andare di buona mattina ai seggi. I commentatori della televisione LA 7, nella diretta sui risultati referendari, dopo aver accennato ad un “giallo” su questa autorevole votazione, hanno dato la notizia, comunicando che il fatto era stato reso noto dall’ufficio stampa del Quirinale. A commento, non si sa quanto “ispirato” o meno, aggiungevano che tale scelta era stata fatta dal Capo dello Stato per non influenzare, con il suo autorevole esempio, l’andamento della partecipazione ai seggi che era stata motivo di un confronto politico e istituzionale anche polemico. Il presidente della Consulta, ad esempio, si era espresso, nel corso di un suo intervento pubblico nei giorni precedenti , con chiarezza : “si deve partecipare al voto” , che pur non riferendosi espressamente alle imminenti votazioni referendarie , era stato giustamente interpretato come una riaffermazione dell’importanza di parteciparvi. Del resto così avevano fatto nella mattinata le altre alte cariche dello Stato: i Presidenti di Camera e Senato. La cosa non può passare inosservata poiché, al di là del merito dei quesiti in discussione , la questione politica rilevante era stata sollevata dal premier Renzi che, nella sua stessa qualità istituzionale, aveva invitato i cittadini ad astenersi, provocando, ovviamente, risentimento e critiche e non solo da parte degli attivisti o delle Regioni che si erano impegnate nella richiesta di referendum abrogativo. In sostanza Renzi si era assunto - e ciò accadeva in Italia per la prima volta - la responsabilità di invitare i cittadini a non andare alle urne, basando questa indicazione su una “casareccia” interpretazione costituzionale, secondo la quale, essendo stato previsto un quorum , la stessa Costituzione avrebbe contenuto l’ipotesi che oltre a votare si o no ci si poteva astenere. E’ vero che si tratta di una sempre possibile scelta personale, ma non la si può ritenere “costituzionalmente protetta” o “prevista”. C’è da rilevare anche un ulteriore elemento e cioè il fatto che la CEI – su iniziativa particolare del suo segretario monsignor Galantino - si sia schierata per la partecipazione al voto danda anche l’indicazione di votare Si per cancellare la norma, in coerenza con i contenuti degli ultimi messaggi pontifici , ed in particolare della Laudato si. Mattarella per la sua espressione di fede dovrebbe averne tenuto conto, anche se , come Prodi, probabilmente si ritenga, un “cattolico adulto”. In questo contesto, Sergio Mattarella – che fino ad oggi, sulle forzature parlamentari di Renzi non ha battuto ciglio - ha creduto opportuno trovare una via di mezzo, andare a votare, ma facendolo la sera, alle 21 quando, evidentemente, la notizia non era più in grado di mostrarsi come un esempio di comportamento del primo cittadino d’Italia e quindi, in qualche modo , di influenzare l’andamento della partecipazione al voto . E’stato evidente un modo per non irritare il suo sponsor politico. Poiché, evidentemente, Sergio Mattarella non poteva non votare , ha trovato una soluzione che qualcuno potrebbe definire “alla democristiana”, dimenticando , tuttavia, che non tutti i democristiani erano così. Diciamo meglio: il Presidente della Repubblica ha voluto votare – e non poteva non farlo - ma si è recato ai seggi di sera , come dire, un po’ di nascosto, alla … chetichella.

03/2016 [stampa]
NO AL REFERENDUM SULLE RIFORME COSTITUZIONALI – INTANTO SORGE UN COMITATO
La legge che cambierà la Costituzione e introdurrà un Senato composto da rappresentanti designati dai consigli regionali non ha compiuto ancora interamente il suo percorso legislativo, anche se ormai i passaggi più difficili sono stati superati. La previsione è che l’iter si completerà entro giugno e nel mese di ottobre dovrà svolgersi un referendum confermativo, privo di una soglia di partecipazione per la sua validità.

Questo referendum, oltre alla finalità di sancire la modifica della Costituzione sul Senato e su altri aspetti come per esempio l’eliminazione del CNEL , la modifica del titolo quinto sulle competenze regionali e il quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica, rappresenta, sul piano politico, una verifica del governo Renzi, in quanto il premier ha caricato tutta la vicenda della riforma costituzionale del senso come di una sua iniziativa politica, arrivando a personalizzare la stessa prospettiva referendaria.

A livello parlamentare , infatti, la legge che avrebbe dovuto seguire il suo iter come iniziativa parlamentare e ricercare un consenso ampio delle forze politiche, al di là di maggioranza e minoranza, nel corso del tempo ha sempre più assunto un carattere di iniziativa governativa , fino ad arrivare a “catturare” l’appoggio ispirando un’azione trasformista che ha spaccato parte della stessa opposizione , con l’”ingaggio” del gruppo dei parlamentari che fanno capo a Verdini.

Per questi motivi e per altri più di merito sui danni di una modifica costituzionale che limita fortemente il modello parlamentare , ma che non ha avuto il coraggio di una vera riforma di carattere presidenziale con i suoi contrappesi e l’esaltazione del consenso popolare, sta sorgendo una forte opposizione nel Paese che si va coagulando intorno a comitati per il no al referendum.

Il primo marzo a Roma ne è sorto uno che nel comitato promotore vede la partecipazione di esponenti cattolici di centro o che hanno svolto attività anche in partiti di centrodestra , come Giuseppe Gargani, Ivo Tarolli, Raniero Benedetto, Carlo Giovanardi, Mario Mauro, Pietro Giubilo, ed altri che si propongono di presentare presto le iniziative del comitato anche in anticipo rispetto allo svolgimento della campagna referendaria.

Questo sito che ha svolto una intensa azione critica nei riguardi dei contenuti della riforma in approvazione e del quadro politico che la sta sostenendo , condivide questa iniziativa e guarda con simpatia ad altre possibili ulteriori analoghe prese di posizione, ritenendo che occorra difendere un principio fondamentale , cioè il consenso popolare che deve continuare a rappresentare il fondamento della democrazia italiana.

Più volte abbiamo scritto che questa difesa essenziale rispetto alle tendenze tecnocratiche e di limitazione del voto popolare , dovrebbe spingere verso una riforma presidenzialista che l’Italia attende da decenni e che solo la crisi dei partiti ed il loro declino ne ha impedito la realizzazione. In Italia una riforma con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, analoga a quella approvata in Francia sin dagli anni ’60, avrebbe un ampio consenso popolare e consentirebbe di rafforzare il sistema politico senza ridurne il carattere democratico e popolare.

Il maggiore ostacolo a questo progetto è stato il conservatorismo costituzionale della sinistra che, poi, di fronte alla crisi del sistema parlamentare, è arrivata a spingere per una riforma sbagliata, contraddittoria, che condurrà il Paese su una strada di conflittualità e di condizionamenti di potere con effetti disastrosi .

Nei prossimi mesi questo sito continuerà ad analizzare tutti quegli aspetti di una riforma che , sottoposta ad un referendum popolare, deve essere respinta. Siamo impegnati con il nostro contributo a rendere consapevoli gli italiani dell’importanza di partecipare al voto per respingere il progetto antidemocratico di Renzi e compagni di governo .

02/2016 [stampa]
BERLUSCONI, GLI USA E L’ITALIA – DIETRO ALLE INTERCETTAZIONI
Abbiamo sempre ritenuto che la vera causa del complotto internazionale nei riguardi di Berlusconi che portò al suo allontanamento dal governo nel 2011, siano state le sue relazioni internazionali, la direzione, cioè che aveva assunto con lui la politica estera italiana .

Nei riguardi della Russia di Putin la sua amicizia personale e l’avvio e la conferma di importanti progetti come quello del South Stream – il gasdotto che avrebbe dovuto collegare , da sud, l’Europa alla Russia, con la partecipazione imprenditoriale dell’ENI – significavano non solo lo stabilirsi di interessi di parthnership economici importanti ( l’energia è il settore industriale che ha più valore politico ) , ma la traduzione a dimensione europea di quella che, fino ad allora, era stata una linea di ostpolitik portata avanti dalla Germania, in una logica solo squisitamente economica.

Gli USA di Obama che pure sorvegliavano la Merkel – ma l’apertura ad est venne soprattutto da parte di esponenti socialdemocratici – quando si aprì lo spazio di una posizione italiana favorevole alla Russia, iniziarono a guardare con diffidenza al governo che la stava portando avanti . Il fronte pro Russi stava assumendo una dimensione troppo vasta . Lo testimoniano non solo le recenti rivelazioni , ma anche quelle che a suo tempo vennero diffuse .

Il braccio armato dell’azione americana nei riguardi dell’Italia fu l’operazione di Sarkozy in Libia, dove la Francia e la stessa GB avevano un interesse di non farsi scalzare dall’Italia nell’area mediterranea . L’altra parte della tenaglia che si strinse sull’Italia fu l’intervento finanziario da parte di investitori pubblici e privati , con una motivazione che non regge alla verifica del tempo: infatti la scusa fu il livello dell’indebitamento italiano che con i governi successivi non si è ridotto, ma ha continuato a crescere .

La successione dei governi Monti, Letta e Renzi ha riportato l’Italia in uno stretto ovile occidentalista, addirittura con i riferimenti della politica estera renziana totalmente allineati alla GB e agli USA e con una polemica nei riguardi della Germania e di Bruxelles che mira, soprattutto, ad accreditarsi verso Londra e Washington.

Le intercettazioni delle agenzie usa nei riguardi di Berlusconi e dei suoi più stretti collaboratori rientrano e si spiegano in questo contesto di rapporti internazionali .

Non può sfuggire, in questa vicenda, anche il comportamento di colui che fu il braccio operativo interno dell’allontanamento di Berlusconi , cioè dell’uomo politico di sinistra, storicamente, più accreditato in USA e in GB, cioè Giorgio Napolitano, coadiuvato da colui – Gianfranco Fini - che all’interno del PDL agì per delegittimare il premier e che a coloro che, in quei mesi, lo interrogavano sulla sua iniziativa, rispondeva, non solo facendo riferimento al capo dello stato, come di colui che guidava l’operazione ( rivelazioni dell’on. Laboccetta ), ma anche con l’argomento del deterioramento della posizione di Berlusconi nel quadro internazionale , con evidente riferimento agli USA.

Non a caso, dopo la vicenda della uscita di Berlusconi dal governo in Italia , a livello internazionale, è scaturito l’attacco contro la Russia, con il colpo di stato di Kiev, le sanzioni economiche, l’abbandono dei progetti di integrazione energetica nel versante sud e l’instaurazione di una nuova guerra fredda alla quale si sono sostanzialmente allineate le nazioni europee, salvo qualche tentativo per recuperare aspetti di natura economica.

La lettura delle rivelazioni sulle intercettazioni di Berlusconi vanno quindi lette alla luce degli avvenimenti interni italiani e internazionali . Mai come in questi anni il nostro Paese dimostra di non avere una vera politica estera e di non saper tutelare, sulla scena internazionale i propri interessi.

Si ricordi che anche nel periodo della guerra fredda e, addirittura , dell’imperante stalinismo , l’Italia, pur nel quadro di una coerente collocazione euro atlantica, sapeva trovare spazi politici e di rapporti tra stati - compresa la Russia sul piano economico – per salvaguardare i propri interessi e per svolgere una linea di politica estera costruttiva.

Quello che è poi dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, è che la forza che ha operato nella direzione di una contrarietà agli interessi nazionali, sia stata proprio la sinistra postcomunista. Dopo il fallimento ideologico, politico e storico il successori del PCI si sono posti a servizio di disegni e di strategie rivelando ampiamente – tranne qualche sporadica eccezione - una sudditanza politica e psicologica.

P.G.

01/2016 [stampa]
SICUMERA SOLO SICUMERA
Il “comizio” a cui ha dato vita il premier Renzi nel dibattito sulla mozione di sfiducia merita alcune considerazioni .

Claudio Velardi ex spin doctor di D’alema – anche lui oggi transitato tra i più feroci pasdaran renziani – in una trasmissione televisiva , ha giustificato questa ormai tipica esternazione renziana così : “a propaganda , propaganda e mezza di fronte ad una mozione di sfiducia che non aveva alcuna possibilità di essere approvata”. Claudio Velardi , propagandista del decisionismo renziano, che da spin doctor politico ha, ormai, imboccato la professione , ritiene , quindi, che le mozioni di sfiducia debbano essere presentate solo nel caso che abbiano possibilità di essere approvate. Con nonchalance nega l’intera storia delle iniziative parlamentari del suo passato e retroterra politico: PCI, PDS, DS, PD, ma questo non ci impressiona più di tanto , ritenendosi questi catenacci postcomunisti , autoreferenzialmente , ormai, come i soli , veri novatori.

Quello che ci lascia perplessi è la scarsa considerazione per quello che è il vero fine della mozione di sfiducia. Essa è il modo con il quale l’opposizione chiede la discussione di argomenti che, altrimenti, il governo si rifiuterebbe di discutere .

Dopo il giorno della “toccante” autodifesa della Boschi alla Camera sulla relativa mozione di sfiducia per il “conflitto di interessi” sul caso della Banca Etruria, sono sopraggiunte notizie di ogni genere circa la conduzione , le responsabilità e i rapporti esterni del padre della ministra che solo chi non vuole vedere, ritiene possano essere argomenti da non affrontare in sede parlamentare.

Di più, il sodalizio tra il padre di Renzi e il padre della Boschi appare sempre più colmo di elementi che non possono essere solo oggetto di indagine giudiziaria a motivo delle implicazione di ordine politico , di intrecci di interessi , di frequentazioni con elementi implicati in vicende oblique , con fondate supposizioni di affiliazioni massoniche .

Tutto questo non è ritenuto da Velardi motivo di discussione parlamentare , poiché, evidentemente, ci sono argomenti che il Parlamento non deve esaminare . Ma , ancora non siamo né stupiti, né indignati .

Siamo, invece, attoniti di fronte alla spavalderia ed alla sicumera con le quali Renzi ha avuto la faccia di bronzo di non rispondere , di ritenere che ciò che emerge nella vicenda Etruria sia solo fango gettato per discreditare un governo che “lavora per il bene del paese”. Siamo stupiti di come i giornaloni del regime incassino, senza alcuna ombra critica, questo modo di fare del premier . De Bortoli che partecipava al dibattito nel quale lo spin doctor di cui sopra “cazzeggiava” con grande abilità espressiva, ha ribadito un elemento essenziale non solo dell’informazione corretta, ma anche della dialettica democratica e cioè che i giornali dovrebbero essere un pungolo del governo , una coscienza critica , ma che , invece, molti hanno rinunciato a questo ruolo importante .

Be, diciamola tutta, non ce la prendiamo più di tanto con Renzi che sappiamo essere pieno di sicumera , di sola sicumera. Non ci stiamo – per usare una frase resa celebre dal non compianto Scalfaro - che l’Italia abbia perduto, nelle testate che hanno accompagnato gran parte della sua storia, ogni decente capacità critica. Sono settimane e più – da quando è stato insediato il nuovo direttore - che il Corriere della Sera si agita per difendere Renzi. Si è arrivati a scoprire anche una critica verso l’Europa ( Michele Salvati il 19 gennaio ) , dopo che per anni , qualsiasi rilievo veniva tacciato di rozzo antieuropeismo . Sulla strada del renzismo, via Solferino ha fatto a meno di due firme eccellenti: Ostellino e De Bortoli . Paolo Mieli deve stare attento perché non si è ancora del tutto legato al coro editoriale.

La sicumera di Renzi si regge solo sulla assenza di critica. Come dire, siamo all’arroganza del potere che può permetterselo, prefigurando un regime che sorge nel silenzio e nell’ossequio dei portatori dei grandi interessi.

Ma un regime della sicumera è un regime fragile.

P. G.

01/2016 [stampa]
CORRIERE PRO RENZI : ATTACCO A CHI SI OPPONE ALLA RIFORMA SBAGLIATA DEL SENTATO
Continua, dopo la difesa della legge sulle unioni civili e delle adozioni da parte delle coppie omosessuali, la linea del Corriere della Sera di sponsorizzazione del governo Renzi . Dopo il direttore Fontana , due giorni dopo , il 17 gennaio è sceso in campo Angelo Panebianco per attaccare chi si oppone alla riforma del Senato.

Più volte siamo intervenuti su questa legge per rilevarne il carattere ademocratico, in quanto amplia l’ambito di istituzioni non più elettive – come del resto la composizione dei consigli delle città metropolitane - sostituendo l’elezione diretta con quella di secondo grado. Non solo , ma l’affidamento ai consigli regionali della designazione dei senatori significa anche offrire una doppia garanzia di rappresentanza proprio a quelle istituzioni – le regioni – che hanno dimostrato un pessimo livello di governo della spesa ed una scarsissima qualità di classe politica e amministrativa che ogni giorno balza alle cronache anche giudiziarie.

Dopo tanti anni e tante discussioni e, soprattutto, dopo il disfacimento della rappresentanza politica e la perdita di sovranità , la crisi istituzionale doveva essere affrontata con ben altro spessore culturale e propositivo. Negli anni passati si era discusso di presidenzialismo e di cancellierato, si erano esaminati gli esempi a livello europeo e non solo, restava sullo sfondo il grande dibattito sulla seconda camera degli interessi che aveva suscitato al tempo della Costituente confronti e discussioni. Anche recentemente vennero redatti documenti e proposte sulle quali si erano avviati , durante il governo Letta , i primi lavori nella competente commissione. Poi la svolta renziana aveva fatto un tutt’uno di legge elettorale e riforma del senato, arrivando alla approvazione di un testo di riforma anche attraverso una manovra parlamentare nella quale ha trionfato il più vieto trasformismo . Tutto questo secondo Panebianco, non è abbastanza per giustificare una critica ed una opposizione.

Nella sostanza l’articolo dell’editorialista fa una specie di conto della serva ( “ i vantaggi dell’abolizione del bicameralismo paritetico … superano di gran lunga , secondo chi scrive, gli svantaggi “ ) aggiungendo , bontà sua , “non è certo illecito essere contro la riforma” . Poi l’articolo si invola criticando l’obiezione di chi ritiene la riforma “parte di un disegno autoritario”, anzi citando come democrazie autoritarie la Turchia di Erdogan e la Russia di Putin. In questa insalata non mancano i vecchi argomenti per distinguere parlamentarismo e assemblearismo o il “complesso del tiranno “ dei tempi della Costituente.

Ora quello che dovrebbe essere il punto di forza degli argomenti di Panebianco è quando definisce l’opposizione alla legge “una alleanza di fatto tra due gruppi “ e precisa : “gli iperconservatori costituzionali … a braccetto con i berlusconiani”. Riferendosi, ovviamente agli oppositori interni del PD e a tutto il centrodestra. Tenta cioè di sminuire l’opposizione con un argomento insostenibile , quello delle diversità delle ragioni culturali e politiche sostenute dai partiti contrari. Ma in un qualsiasi parlamento le opposizioni sono diverse e diversamente argomentano le ragioni delle loro contrarietà ai provvedimenti in esame. Insomma l’articolo di Panebianco , argomentato con forzature e scarsezza di approfondimento al contrario di come invece la questione avrebbe meritato, sa troppo di aprioristico sostegno al governo Renzi.

Sentiamo un odore stantio di ossequio intellettuale verso il potere. E non siamo i soli ad inalarlo leggendo l’intervista di Gaetano Quagliariello del giorno successivo che ricordando le proposte elaborate dalla commissione dei quaranta e il “coinvolgimento di tutte le scuole giuridiche e costituzionali”, rileva come il tutto sia finito con l’accelerazione impressa da Renzi: “ con me o contro di me” . La critica dell’ex ministro è puntuale , connette la riforma con la legge elettorale che “introduce un primariato forte” ad alcune iniziative del governo come la legge sull’emittenza televisiva simile a “quella polacca sulla quale l’Europa ha aperto un faro di attenzione … “, anche criticando il “muro contro muro prospettato da Renzi in vista del referendum di ottobre … alimentando una cinica operazione politica”.

E’ evidente che Il Corriere della Sera ha aperto anzitempo la campagna elettorale per il referendum a favore di Renzi e della sua “cinica operazione politica”.

E’ la conferma di un “patto” che ormai appare sempre più stretto tra Renzi e una parte importante di quel capitalismo di relazione sempre in cerca di una sponda per i propri interessi .

Proprio a fronte di questa configurazione di potere e alla sua involuzione istituzionale e politica, occorrerà opporsi nel referendum alla riforma costituzionale per chiudere una parentesi politica che va mostrando proprio in questi giorni alcuni contorni di poteri e relazioni delle quali l’Italia ha il dovere di fare a meno per riconquistare dignità e libertà, sviluppo e convivenza .

PIETRO GIUBILO

12/2015 [stampa]
NELL’ITALIA BLOCCATA CRESCE SOLO IL POTERE DEL PREMIER
Mentre i dati dell’economia mostrano come l’Italia ancora si muova ad un ritmo inferiore alla metà di quello che mediamente caratterizza lo sviluppo in Europa e l’autorevole rapporto CENSIS registra in una sintesi efficace il “letargo” del Paese, a ritmo serrato continuano le operazioni di occupazione del potere da parte del premier.

RAI, Ferrovie, ENI hanno visto intervenire , nei giorni passati, la mano sapiente dell’”efficientissimo” Luca Lotti e della”tenace” Maria Elena Boschi, così definiti da un recente fondo del quotidiano Il Tempo che descrive con soavità quella che definisce la ”miopia del Giglio magico “.

Miopia perché , viene detto, pur essendo “l’occupazione del potere … una costante di chi comanda , tuttavia le scelte non erano mai state come ora solitarie ma pur sempre condivise con una intera classe dirigente”. Aggiungendo a mo’ di avvertimento: “ per perpetuare il potere occorre anche distribuirlo e guardare fuori dal proprio recinto , nelle Università, alle imprese, in Europa ed evitare di premiare solo quelli che in Toscana , con una espressione ‘sinistra’ , vengono indicati come ’compagni di merende’ “.

Come accennavamo all’inizio , questa occupazione di potere,così sostiene il CENSIS afferra un’ “ Italia dello zero virgola”, dove “i soldi ci sono ma non girano, i consumi non decollano, l’inflazione è inchiodata intorno allo zero, gli investimenti si sono annullati , la produzione industriale non riprende slancio e la ripresa occupazionale stenta”.

La realtà del Paese è descritta in un modo preciso ed efficace ed è evidente che questa condizione significa che il potere di Renzi poggia sulle sabbie mobili , aiutato soltanto dalla incertezza e dalla crisi che ancora caratterizzano il centrodestra e, d’altra parte, da un consenso che ha voti ma non la possibilità di governare, come quello della protesta dei 5 stelle.

Mai nel nostro Paese si era registrata una occupazione di potere così autoreferenziale e che poggia soprattutto, per lo meno al momento, sulla mancanza di alternativa. Al tempo nel quale la DC era insediata al potere in quello che Giorgio Galli definì “bipartitismo imperfetto”, tuttavia il PCI aveva una forte presa sociale e , peraltro, proprio attraverso il sistema proporzionale partecipava ampiamente al governo del Paese, anche con il consociativismo legislativo . Certo non dobbiamo rimpiangere quel tempo anche perché , proprio per l’azione conservatrice dei comunisti e la insufficiente determinatezza della DC , il Paese si bloccò e non intraprese la strade delle riforme costituzionali .

Gli italiano stanno pagando un prezzo molto alto di questo potere senza sviluppo . La disoccupazione dei giovani rimane altissima e cresce l’emigrazione all’estero di italiani per lavorare o specializzarsi; si preferisce risparmiare perché c’è incertezza nei riguardi della politiche fiscali del governo; nessuno crede ai partiti ma non esiste più una rappresentanza , cioè un rapporto partecipativo tra cittadini e istituzioni ; l’Europa è vista come qualcosa di assai negativo ed è annullato anche questo ideale a cui l’Italia aveva dato un contributo importante; il disagio sociale cresce ed assume mille volti : si rinuncia alle cure o ci si indebita per curarsi, le diseguaglianze anche retributive o pensionistiche vanno crescendo ; la casa non è più un elemento di sicurezza e di difesa sociale, ma , spesso , un problema di lacci e laccioli fiscali di ogni tipo.

10/2015 [stampa]
MA NON E’ UNA “GRANDE RIFORMA”
Sono passati quasi trenta anni da quando nel tempo ormai declinante della prima repubblica si produsse l’ultimo tentativo di pensare una riforma costituzionale.

Un cattolico prestato al craxismo , come Gianni Baget Bozzo, premettendo che si dovesse andare verso un “Parlamento monocamerale”, commentando quegli intenti, scrisse già allora che “il nodo della questione istituzionale è quello di consentire sia una chiara scelta all’elettore che la stabilità ai governi”. Aggiungendo, inoltre , alcuni elementi che dovevano connotare il percorso verso questo obbiettivo e che mostrano una singolare attualità: “la riforma del sistema politico non è una questione della maggioranza di governo”; “il vero problema della riforma è che esso deve includere interessi politici opposti” ; “una riforma che non concili le esigenze di una maggioranza di governo con un pluralismo politico effettivo non avrebbe le condizioni di legittimità”; ed , infine, auspicando “un compromesso istituzionale”, arrivò a indicare che “il vero terreno è dunque quello della legge elettorale della Camera dei deputati” ( La Repubblica 28 novembre 1987 ).

Mancò allora la consapevolezza che senza quella riforma il sistema dei partiti sarebbe andato indebolendosi e corrompendosi e non si sarebbe salvato.

E’ pur vero che anche il tempo nuovo, che non è più quello della “democrazia dei partiti”, ristagna nella crisi della politica e della conflittualità esasperata , mentre continua a suscitare pessimistiche valutazioni, anche rispetto allo stesso clima politico già declinante di allora . Proprio la questione istituzionale riproposta oggi , per la sua rilevanza, era chiamata, a elevare il confronto politico e a ripristinare una via inclusiva nella definizione delle nuove regole . Enrico Letta ha descritto questa esigenza, sottolineando come questa fosse “materia del Parlamento e non del governo” e definendola appunto non come una manovra parlamentare , ma come un “processo costituente”.

Siamo , invece, di fronte ad un quadro politico che appare sempre più compromesso. Le decine di milioni di emendamenti presentata dalla Lega, con l’algoritmo di Calderoli , appaiono come l’aspetto più eclatante di una degenerazione del dibattito che ha visto il dilagare di un trasformismo che sta coinvolgendo centinaia di parlamentari, che ha subito una accelerazione proprio nei passaggi decisivi dell’approvazione della legge elettorale e delle letture delle nuove regole costituzionali.

Già questi aspetti dimostrano che il confronto non è stato adeguato, tanto è vero che nell’attuale lettura del Senato non solo è saltata la discussione nella commissione competente , ma , probabilmente verrà a mancare anche quella di aula a causa del dilagante ostruzionismo.

Non vi è dubbio che questa svolta subìta nell’iter parlamentare, appare dovuta al fatto che la riforma inizialmente pensata come lavoro istruttorio nella commissione del Senato – questo venne avviato dal Ministro Quagliariello - sia , poi, diventata materia di proposta del governo che ha impostato le linee operative sia della modifica costituzionale che della legge elettorale che ne costituisce un corollario importante. Questa deformazione si è determinata , certamente, per la rottura della “grande coalizione”, ma , anche nelle condizioni politiche mutate , si sarebbe dovuto salvaguardare il principio di un governo che “accompagnava” le riforme preservando la più ampia discussione tra le forze parlamentari.

Renzi ha deciso, invece, di passare dall’iniziativa parlamentare a quella governativa e la sostituzione del ministro per le riforme con una sua fedelissima è stata una dimostrazione di questa scelta, sottovalutata dal NCD nel confermare la collaborazione di governo. Il disegno di legge costituzionale del Ministro Boschi ha, quindi, percorso questa strada sempre accompagnata dall’idea della autoreferenzialità. L’iniziativa parlamentare è poi diventata una manovra parlamentare con l’utilizzazione di parte dell’opposizione per portare a più miti consigli la minoranza interna. In sostanza, Renzi, in questo decisivo passaggio al Senato , ha usato Verdini per bloccare Bersani, avviandosi su un percorso politico al termine del quale non sopravviveranno né Verdini, né Bersani.

Ne è venuta fuori una logica delle istituzioni come potere che favorisce la veicolazione del sistema politico italiano verso quello che di recente ha denunciato Galli della Loggia e cioè la costruzione intorno al premier “in tutto il Parlamento e fuori”, dell’”unanimismo” e di “ tutto il Paese del potere”. Anche per responsabilità dell’opposizione vengono così a scomparire quegli interessi politici opposti e quel pluralismo effettivo che hanno caratterizzato la nostra Carta costituzionale, indicati nel commento di Baget come elementi da salvaguardare. In questo senso e per il combinato disposto della Riforma costituzionale e della legge elettorale si può dire che siamo di fronte ad una costituzione formale ed al suo uso materiale che tendono a mettere in discussione gli stessi principi e valori indicati nella prima parte del testo del 1948, considerati dalla prevalente cultura politica come immodificabili. Non è una riforma di tipo presidenziale, perché questa deve avere contrappesi e salvaguardare il ruolo delle forze politiche e del confronto parlamentare.

Ha contribuito a degenerare il dibattito l’atteggiamento del premier Renzi che, ultimamente , di fronte alla questione complessa della possibile messa in discussione degli emendamenti sulle parti già oggetto di una doppia lettura conforme , ha invaso il campo di competenza del Presidente del Senato , arrivando a dare un altolà ad una possibile presunta disponibilità del Presidente Grasso ad offrire uno spazio di discussione degli emendamenti .

Si è trattato di un fatto gravissimo che solo per l’acquiescenza della stampa più conformista verso il governo non è stato evidenziato nella sua reale consistenza e cioè come una grave intimidazione istituzionale sulla quale ci si poteva aspettare un esplicito intervento del “garante” della Costituzione Sergio Mattarella piuttosto che le sollecitazioni al chiarimento formulate, secondo indiscrezioni non confermate, per le vie brevi.

Il “lapsus” di Renzi che minaccia di convocare Camera e Senato o, i gruppi parlamentari per valutare l’eventuale comportamento del Presidente Grasso rivela la sostanza del renzismo e il suo accentramento politico e istituzionale nella figura di un leaderismo personale. Questa , in ultima analisi, è il pensiero fondante delle riforme che l’Italia si appresta ad approvare, ovvero la negazione di una adeguata cultura costituzionale .

Non è certamente la”grande riforma” di cui, invece, ha estremo bisogno il Paese.

PIETRO GIUBILO

09/2015 [stampa]
LA RIFORMA DEL SENATO ALL’ULTIMO GIRO
La riapertura dei lavori parlamentari vede al centro la discussione per il secondo esame della riforma del Senato. I margini della maggioranza si presentano assai stretti che possono diventare, addirittura, insufficienti. L’opposizione interna al Pd, guidata da Vannino Chiti, che ha presentato specifici emendamenti, sotto il profilo numerico, è in grado di far mancare i numeri, a meno che non arrivino aiuti esterni .

E’ già iniziata la pressione mediatica per aiutare Renzi a superare le difficoltà. Il Messaggero il 3 settembre titolava: “riforme, la sinistra Pd fa retromarcia” e “Il Corriere della Sera”, con la disponibile penna di Maria Teresa Meli , sabato 5, scriveva : “ Senato, Renzi e l’ipotesi di accordo che può convincere Bersani e la Lega”, rilanciando la proposta del listino regionale che sarebbe , poi, la proposta ultimativa che il premier segretario presenterà al gruppo nell’incontro di martedì, ma sulla quale già si sono espressi negativamente i promotori degli emendamenti in commissione.

Il passaggio del ddl Boschi , quindi, appare affidato più alla manovra parlamentare, da attuarsi a Palazzo Madama prima in commissione e poi in aula, che ad una soluzione di accordo e di mediazione politica. La sicurezza ostentata da Renzi ( “ i numeri ci sono già adesso” ), si accompagna peraltro all’idea di recuperare qualche dissidente interno e di cementare il rapporto con il Ncd concretizzatosi nell’incontro con Alfano e i capigruppo del partito centrista.

Ma il margine di sicurezza non può che venire dall’esterno della maggioranza . Il “gruppo” del senatore Verdini, che si è costituito autonomamente, sta organizzando il soccorso . Le cronache giornalistiche hanno raccontato di come si stia tentando di mettere insieme di tutto: dai “coniugi” Bondi, lui passato alla storia per le poesie inneggianti a Berlusconi, ai senatori “tosiani”, fino a tentare i “fittiani” il cui leader, però, respinge ogni illazione: ”per noi il Senato o è abolito o è elettivo”.

Del resto è proprio la strategia dell’ex coordinatore di Forza Italia che viene incontro alla linea di Renzi, fondata appunto sul recupero di voti , così come esplicitata nell’ultima riunione dei suoi seguaci: “ Ma si vuol capire o no che in questa legislatura possiamo fare solo manovre parlamentari e non manovre politiche?”.

Che tutto ciò evidenzi un abnorme e degenere costume trasformistico sembra non preoccupare più di tanto . I soli numeri sbalordiscono: dopo 23 mesi di legislatura si sono avuti 235 cambi di casacca , 119 alla Camera e 116 al Senato . Il fenomeno rispetto agli anni e alle legislature precedenti marcia già ad un ritmo più che doppio.

Questa condizione sulla quale dovrebbero nascere le nuove istituzioni, è costituita da un brodo di coltura fondato sul potere e su un distorto rapporto tra governo e Parlamento che sta accompagnando la riforma.

In una interessante intervista al ”Corsera “, Tremonti ha sostenuto come si sia già realizzata una riforma della Costituzione materiale, con l’uso della fiducia che “ per decenni prevista come eccezione , è diventata la regola”( con Monti, Letta e Renzi 88 in 40 mesi ) , aggiungendo “ con questa evoluzione della Costituzione è indifferente che le camere siano due, una sola o la limite nessuna come vorrebbe qualcuno”, alludendo, evidentemente, a Palazzo Chigi. Rimarcando che , secondo lui, “il Senato non è la questione centrale”, ma c’è soprattutto il rischio “di conflitti orizzontali tra i due rami del Parlamento” e che “personalmente” voterebbe un “Senato elettivo” , auspicando “un ragionevole compromesso”.

E’ una critica alla logica di potere che anima le riforme proposte da Renzi.

Anche lo stesso D’Alema in un colloquio con Cazzullo ha parlato dell’ uso spregiudicato del potere da parte di Renzi , arrivando ad accusarlo di metodi stalinisti. Questa affermazione dell’ex premier , della cui intelligenza politica non si può dubitare, non può non far riflettere anche a motivo della tendenza renziana di preferire l’appoggio del trasformismo ad una mediazione politica.

E quindi , al di là della questione dei metodi di confronto interno al Pd, ciò che va esaminato è quale tipo di potere istituzionale verrebbe fuori dalle riforme in discussione ed in particolare dal combinato disposto tra legge elettorale e monocameralismo.

C’è una coerenza tra una legge elettorale che concede la maggioranza assoluta al primo partito, impedendo coalizioni e alleanze anche nell’eventuale secondo turno, e un Senato appannaggio delle indicazioni partitiche all’interno dei consigli regionali . Si avrà un parlamento di nominati con una elezioni alla Camera per la gran parte stabilita dall’ordine di lista sottoposto agli elettori ed una rappresentanza regionale fondata esclusivamente sugli interessi di queste istituzioni , compresi i limiti di uso dei loro poteri. Inoltre “il potere di chi vince”, appare liberato da una serie di contrappesi politici che il bicameralismo presentava e che l’evoluzione negativa della riduzione dell’ambito di scelta dell’elettore aveva già sottratto. Tutto questo avviene , come ha sostenuto Enrico Letta nel suo libro ( “Andare insieme, andare lontano” ) “in una fase di personalizzazione estrema della politica” che , per sua natura, produce e moltiplica il trasformismo.

Ma la critica di Letta, quanto mai puntuale, coglie il punto centrale, l’errore fondamentale: la legge elettorale “è materia del Parlamento e non del governo” e al “ processo costituente” deve applicarsi un percorso nel quale “il governo deve accompagnare , scandire, anche velocizzare, mai imporre “, come era stato avviato sotto il suo Esecutivo . “L’Italia – aggiunge l’ex premier ed ora anche ex parlamentare che ritiene di avere “ una visione più intransigente dei rapporti tra potere esecutivo e legislativo” - ha già pagato pesantemente in passato la scelta dissennata, di centrodestra , ma anche di centrosinistra, per quanto riguarda il titolo V, di fare tra il 2001 e il 2006 riforme costituzionali e poi leggi elettorali a maggioranza semplice”. “ Soprattutto – aggiunge – di farle immaginando di soverchiare l’avversario politico non con i contenuti delle politiche , ma con la scrittura delle regole. Forse uno dei punti più bassi della nostra vicenda politica, una discesa agli inferi”.

Se non siamo di fronte ad una messa in discussione della democrazia, che, peraltro, possiede solidi e diffusi agganci sociali , culturali e politici, si va, comunque, realizzando una diversa rappresentanza che non amplia gli spazi di democrazia e che diluisce il patto tra rappresentante e rappresentato . In nome di una maggiore governabilità, tutta da dimostrare, non si può ridurre la rappresentanza - conclude il suo libro Enrico Letta – proprio “in un epoca attuale” per la quale occorre ancora una ”democrazia italiana … accogliente e capace di integrare anche le istanze più radicali”.

Il futuro anche prossimo sarà chiamato a dimostrarlo.

PIETRO GIUBILO

07/2015 [stampa]
DALLE INTERCETTAZIONI ALCUNE CONFERME
L’ennesima ondata di intercettazioni che appaiono sulla stampa svelano alcuni elementi delle vicende politiche più o meno recenti, in parte già noti all’analisi politica, ma che, certamente, nelle parole di alcuni “protagonisti” assumono aspetti inquietanti.

Che Napolitano abbia esercitato una influenza determinante nella fine del governo Berlusconi e che ce l’ avesse “ a morte” – come sostiene Renzi in una conversazione - nei riguardi dell’allora Cavaliere non è una novità. Lo ha anche dimostrato il libro di Friedman .

Negli anni di governo , per una serie di circostanze elettorali , la Presidenza della Repubblica non è mai stata in ”sintonia” con il centrodestra. Proprio l’influenza decisiva del Colle sulla politica italiana ha dimostrato una anomalia del sistema politico , ove il Parlamento e i governi, in qualche modo eletti direttamente, rischiano di subire una destabilizzazione dal ruolo “forte” della Presidenza della Repubblica. Quindi una delle ragioni - forse la più importante – della crisi del sistema in Italia sta proprio nel non aver attuato l’elezione diretta del Presidente della Repubblica come era stato proposto sin dalla metà degli anni ’60 da politici e studiosi di ogni parte politica di centro e di destra . Non a caso fu il PCI a determinare, con il suo rifiuto, l’impossibilità a varare questa riforma costituzionale.

Anche l’arroganza del premier esce confermata dalle intercettazioni . Una arroganza che si permette di inquadrare la Presidenza della Repubblica come una poltrona da occupare per uno scambio di ruoli. Il disegno renziano inizialmente era stato infatti quello di togliere Letta da premier e collocarlo al Colle. Le conversazioni registrate descrivono il disappunto di Renzi perché “l’altro”, cioè Napolitano, “ non c’arriva” fino al 2016, data nella quale Enrico Letta poteva essere trasbordato al Quirinale avendo compiuto i 50 anni. Arroganza che arriva a definire più volte Letta, pur candidabile nel tempo per il Quirinale, come un “incapace” – “proprio un incapace” – per cui occorrerebbe “buttare all’aria tutto” , fare quello che poi avvenne e cioè la crisi del governo e la sua sostituzione con Renzi con il solo voto della direzione del PD.

Un altro elemento che esce confermato da queste chiacchierate fuori ordinanza è la debolezza e gli errori di Napolitano. In un clima che Enrico Letta, in un sobrio ma efficace commento definisce, giustamente, da “House of Cards” – una serie tv americana che racconta gli intrighi di potere – con Generali della Finanza che accennano a pressioni ricattatorie verso il Quirinale a causa del figlio e in cui si sviluppa una trama di potere che finirà per far cadere quel “governo del Presidente” che avrebbe dovuto affrontare i temi delle riforme costituzionali . Qualcuno li ha definiti discorsi da osteria forse anche per il fatto che una delle conversazioni è stata registrata in un locale denominato “Taverna Flavia”.

C’è un dato importante e significativo da ricordare : nei passaggi che portarono al governo Renzi, Napolitano non ebbe la forza di difendere il “suo” governo a fronte della presa di posizione di Berlusconi per il rifiuto del Pd di andare ad una verifica costituzionale della legge Severino. Fu un “errore” politico: incomprensibilmente, allora, invece di intervenire per una mediazione su questo punto sostenuto, tra l’alto, dalla competenza giuridica di Violante , Napolitano incoraggiò Letta a rompere con Berlusconi e a favorire una scissione del PDL che, oggettivamente, indebolì il governo e lo spinse nelle braccia di Renzi che diede vita ad una formazione di sinistra con l’appoggio di una debolissima fazione centrista.

In fondo, dietro a questa pubblicazione di intercettazioni , appare un conflitto politico e di potere tra i due protagonisti dello scontro nel PD: Enrico Letta e Matteo Renzi.

Con sincerità dobbiamo dire che il vincitore di quello scontro , cioè il premier, ne esce assai ridimensionato nella statura politica. Appare come un personaggio cinico e assetato di potere che trincia giudizi e pensa di dare, in maniera autoreferenziale, assetti conformi al suo disegno ed alla sua scalata politica. Tanto intrigo e poca politica vera.

L’altro, lo sconfitto, Enrico Letta, dimostra un po’ di ingenuità – che senza dubbio è un difetto in politica – ma assai più dignità e correttezza dell’altro. Non ha voluto commentare la pubblicazione delle intercettazioni esprimendo, sulle frasi dette da Renzi un “si commentano da sole”. Del resto quello che politicamente doveva dire lo ha scritto in un libro recente, intelligente e che guarda lontano.

Il suo messaggio politico, già indicato nel titolo ( “ Andare insieme, andare lontano”) è sostanzialmente contro le varie forme e i limiti di un leaderismo che, in Italia dopo la cancellazione delle culture politiche, finisce in un vicolo cieco.

Questo leaderismo sbagliato – oggi interpretato da Renzi - è l’altra faccia di una crisi della rappresentanza che taglia i cittadini e i corpi intermedi dalle istituzioni e minaccia di portare alla crisi della democrazia.

PIETRO GIUBILO

05/2015 [stampa]
CAOS POLITICO ISTITUZIONALE
L’irrompere della decisione della Cassazione a sezioni riunite circa la competenza del giudice ordinario in relazione all’applicazione della Legge Severino , riapre i casi nei quali il TAR aveva accolto i ricorsi contro la sospensione degli amministratori .

Oltre al caso de Magistris è evidente che si “spalanca” la questione De Luca – a suo tempo riammesso dal TAR campano - sul quale potrebbe intervenire o una decisione sospensiva della Corte d’Appello o dello stesso Presidente del Consiglio , qualora, ovviamente, venisse eletto.

Questo sviluppo in qualche modo prevedibile – la competenza in materia dei tribunali amministrativi era oggettivamente insostenibile – getta nel caos le elezioni in una delle regioni politicamente più significative , in quanto – ed è quello che sotto il profilo democratico interessa di più – la scelta degli elettori appare influenzata e compromessa da questa situazione che doveva essere assolutamente evitata.

Questo vulnus nel meccanismo elettivo si è prodotto in nome del diritto a candidarsi di De Luca , arrogantemente affermato e Renzi consenziente , forte della “legittimazione” derivante dallo svolgimento delle “primarie” .

Questo metodo di scelta, va detto una volta per tutte, è una cosa seria nei Paesi dove è regolamentato per legge, mentre in Italia – privatamente organizzato dal Pd - ha mostrato spesso irregolarità e abusi.

Aggiunge ulteriori elementi di criticità, in questa vigilia elettorale, la verifica effettuata dalla Commissione antimafia , in base al codice di autoregolamentazione approvato dai partiti , sui requisiti in possesso dei candidati alle elezioni regionali.

L’esame effettuato quasi alla vigilia del voto , la divulgazione a singhiozzo dei nomi “impresentabili” , il caotico svolgimento della riunione dell’organismo parlamentare , mostrano un altro aspetto di quel caos politico istituzionale nel quale si stanno svolgendo le elezioni del 31 maggio , ritenute di forte rilievo politico .

C’è da sottolineare che ai problemi propri di alcuni settori del sistema istituzionale si sono aggiunte, acuendoli, le ambizioni di potere e gli scontri interni al Pd che il segretario Renzi, autodefinitosi “rottamatore” , non ha certo saputo controllare. E già questo costituisce un primo bilancio politico.

04/2015 [stampa]
IL 25 APRILE : DA BERLUSCONI ALLA BOLDRINI
Quest’anno il 25 aprile, ricorrendo il 70° anniversario, ha assunto un carattere più solenne e, di conseguenza , anche come diffusione mediatica , è stato ricordato con ogni forma di comunicazione e di produzione giornalistica.

Resta , intorno a questa data, la questione di sempre e cioè il fatto che , giungendo al termine di una guerra civile condotta con mezzi crudeli da una parte e dall’altra, come fosse possibile dare alla ricorrenza stessa un significato più complessivo – diremmo unitario – al fine di averne un riconoscimento unanime che, nello stesso tempo , confermasse una vera , profonda pacificazione dell’interno popolo italiano.

I fatti che scavarono con ragione un solco non facilmente superabile, non sono stati solo quelli avvenuti nel corso del conflitto, prima del 25 aprile, ma ciò che avvenne dopo : rapimenti, uccisioni, persecuzioni di tanti ; si calcolò che le vittime fossero state venti mila, ma poco cambierebbe se la cifra si riducesse alla metà.

Un contributo alla verità storica, pur essendocene stati altri , lo hanno dato i libri di Giampaolo Pansa che non può certo essere considerato un nostalgico del fascismo , ma che li ha scritti per un contributo ad una verità che, secondo lui, era stata dimezzata, non considerando le ”ragione dei vinti”.

L’aggressione – a volte non solo verbale – alla quale è stato sottoposto il giornalista ha mostrato come l’idea di giungere ad un comune sentire , attraverso una ricostruzione completa e veritiera dei fatti accaduti, sia assai difficile da attuare, per la volontà di fare del 25 aprile e della Resistenza un “mito” conforme ad una visione di parte della storia e della politica. Pochi si sono battuti per tentare una acquisizione complessiva , cioè di tutti.

Anche in un senso più generale molta parte della storiografia italiana è stata rinserrata in un letto di Procuste , contrastando qualsiasi tentativo “revisionista”. L’accettazione della storia della nostra Nazione, di tutta la sua storia corrisponderebbe all’accettazione di una identità grande che ha radici nel corso di tanti secoli . Nel 2011 il Cardinale Giacomo Biffi , a proposito dei centocinquantanni dell’unità italiana scrisse: “Se si volesse individuare la ragione e la fonte della nostra identità soltanto nel Risorgimento o addirittura ( come qualcuno si avventura a dire ) nella Resistenza ; se si dovesse misurare il valore dell’Italia unicamente su ciò che abbiamo saputo essere e fare a partire dal 1860 – o peggio – anche perchè non c’è limite all’insipienza , a partire dal 1943 o dal 1946 – la nostra rilevanza nel consorzio delle nazioni sarebbe tra le più tenui e le meno significanti” . Ricordiamo che già negli anni ’50 nelle riviste dei giovani cattolici che ebbero, poi, ruoli importanti nella cultura ( Claudio Leonardi ), nella professione ( Ubaldo Scassellati ), nella politica ( Bartolo Ciccardini ), nel pensiero cattolico ( Gianni Baget Bozzo), si scriveva “non dobbiamo rinnegare nulla della storia d’Italia”, intendendo riferirsi anche esplicitamente allo stesso fascismo.

Qualcosa di questo indirizzo di pacificazione è stato, negli ultimi anni, a volte, tentato in sede politica. Lo fece Luciano Violante in un celebre intervento alla Camera al momento del suo insediamento come Presidente nel 1996 parlando delle “ragioni dei ragazzi di Salò” , ma non venne raccolto soprattutto dalla stessa parte politica nelle quale militava.

In una occasione ancora più ufficiale - alla ricorrenza del 25 aprile ad Onna, che era stata distrutta dal terremoto sei anni fa’- lo tentò anche Silvio Berlusconi allora presidente del consiglio.

“E con rispetto dobbiamo ricordare oggi – disse in quella circostanza - tutti i caduti, anche quelli che hanno combattuto dalla parte sbagliata sacrificando in buona fede la propria vita ai propri ideali e ad una causa già perduta. Questo non significa naturalmente neutralità o indifferenza. Noi siamo - tutti gli italiani liberi lo sono - dalla parte di chi ha combattuto per la nostra libertà, per la nostra dignità e per l’onore della nostra Patria”.

“La Resistenza – aggiunse - è , con il Risorgimento , uno dei valori fondanti della nostra nazione, un ritorno alla tradizione di libertà. E la libertà è un diritto che viene prima delle leggi e dello Stato, perché è un diritto naturale che ci appartiene in quanto esseri umani. Una nazione libera tuttavia non ha bisogno di miti. Come per il Risorgimento, occorre ricordare anche le pagine oscure della guerra civile, anche quelle nelle quali chi combatteva dalla parte giusta ha commesso degli errori, si è assunto delle colpe. È un esercizio di verità, è un esercizio di onestà, un esercizio che rende ancora più gloriosa la storia di coloro che invece hanno combattuto dalla parte giusta con abnegazione e con coraggio”.

Dopo aver accennato alla Costituzione, aggiunse : “fu il miglior compromesso allora possibile. Fu però mancato l’obiettivo di creare una coscienza morale “comune” della nazione, un obiettivo forse prematuro per quei tempi, tanto che il valore prevalente fu per tutti l’antifascismo, ma non per tutti l’antitotalitarismo …. Oggi, 64 anni dopo il 25 aprile 1945 e a vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino, il nostro compito, il compito di tutti, è quello di costruire finalmente un sentimento nazionale unitario”.

Concluse con un forte appello alla pacificazione: “Noi abbiamo sempre respinto la tesi che il nostro avversario fosse il nostro nemico. Ce lo imponeva e ce lo impone la nostra religione della libertà. Con lo stesso spirito sono convinto che siano maturi i tempi perché la festa della Liberazione possa diventare la festa della Libertà, e possa togliere a questa ricorrenza il carattere di contrapposizione che la cultura rivoluzionaria le ha dato e che ancora “divide” piuttosto che ‘unire’ “.

Questa idea di dividere anziché unire, ritorna e permane . Protagonista indiscutibile è apparsa proprio in questi giorni la Presidente della Camera Laura Boldrini che già il 16 aprile a Montecitorio , raccontano le cronache , aveva intonato il canto di “Bella ciao “ nella cerimonia alla presenza delle associazioni partigiane. Il rito si è ripetuto , proprio il 25 a Gattico, nel reggiano , nel luogo dove avvenne l’uccisione dei fratelli Cervi. E’ evidente che ognuno ha il diritto di esprimere la propria adesione ad una posizione o ad un giudizio storico e nella ricorrenza dell’anniversario del 25 aprile ciò appare comprensibile. Tuttavia questo sforzo retorico , dovrebbe essere sempre accompagnato dall’idea di una ricostruzione unitaria, proprio di fronte alle grandi prove a cui si sta sottoponendo il nostro Paese, ai sacrifici richiesta dalla crisi economica e alle sfide che ci giungono da una condizione internazionale , con i rischi gravi di possibili azioni terroristiche.

Registriamo tuttavia nella scarsa comprensione di questa esigenza e nel ritornare ai facili “miti” un adagiarsi della coscienza , una perdita di volontà , una incapacità di affrontare le sfide e di costruire un futuro nuovo e forte per la Nazione italiana, per il quale tutti dovrebbero esprimere una adesione ed un impegno.

Speriamo, soprattutto per i più giovani di non dover vivere in un Paese rassegnato, anche perché ormai gli anniversari non riescono più a esaltare nessuno.

Pietro Giubilo

04/2015 [stampa]
RENZI E LE CILIEGIE MARCE
Non c’è dubbio che la battuta migliore che sintetizza il modo di comunicare i dati economici del governo spetti all’Avvenire. “l’Esecutivo – scrive Francesco Riccardi – ci ha abituati ultimamente a fare quello che inglesi chiamano cherry picking, cioè scegliere le “ciliegie” migliori in un canestro di dati variegati “.

Dopo la pubblicazione dei dati Istat, infatti, che dimostrano come la disoccupazione a febbraio sia tornata al 12, 7 per cento ed in particolare quella giovanile risalita al 42, 6 , mentre continua lo stato di deflazione a motivo della ridotta domanda interna , si rendono evidenti anche le troppe ciliegie bacate.

Sarà forse presto per definire, come scrive Francesco Forte su Il Giornale che “il job act è un bluff”, ma è evidente, lo sintetizza Massimo Franco sul Il Corsera contrastando la “narrativa del premier” , che “a febbraio la situazione è peggiorata” e “ l’Italia è in deflazione” . Anche il Sole24 Ore, per mano di Alberto Orioli , evidenzia la “pericolosità di rappresentare una Italia felix divaricata e distante dall’Italia infelix” , aggiungendo che “il dato” sull’occupazione “con cui Matteo Renzi ha annunciato trionfalmente un record si è rivelato una miccia corta ed è esploso nelle mani di chi lo ha maneggiato con poca perizia”. Sono gli stessi quotidiani “imprenditoriali” che rendono evidenti significative emarginazioni come quella della disoccupazione giovanile e , soprattutto, quella femminile che cresce di oltre il due per cento. Sono queste antiche piaghe che mostrano come il Paese, nonostante le letture ottimistiche del premier non riesce a dare le risposte vere e a connotare una linea in grado di sanare le sue ferite più gravi.

L’Italia non ha bisogno di narratori furbi , ma di parole di verità, di fatti concreti, di riforme reali , facendo leva non su illusorie affabulazioni mediatiche, ma sul richiamo ad un senso di responsabilità al quale il Paese non si è mai sottratto.

Il ”cherry picking” del premier non è solo un modo per nascondere la realtà, ma è anche il corollario di una ancor ben più grave demolizione della partecipazione e del coinvolgimenti dei corpi sociali e delle stesse istituzioni alle decisioni che attengono alla vita dei cittadini.

Si sta costruendo un sistema politico secondo una logica di regime. Una legge elettorale che premia la lista e le concede un’ampia maggioranza; una riforma della RAI che mette quasi tutto nelle mani di un amministratore delegato scelto dal governo; una spregiudicatezza nelle nomine delle aziende a partecipazione statale come mai si era verificata; un trattamento prezzante con l’opposizione interna e degli altri componenti della maggioranza; due pesi e due misure nelle valutazioni sulle opportunità di allontanare dal governo coloro che vengono coinvolti dalle fughe di notizie delle inchieste giudiziarie anche senza essere indagati ( i casi Lupi e Poletti ); l’uso abnorme del voto di fiducia minacciato anche per la conferma alla Camera dell’Italicum sono solo alcuni degli elementi che configurano la costruzione di un “ regime”.

L’uso spregiudicato della comunicazione fa pensare ad un corollario immancabile del rapporto tra governo e cittadini, visti come oggetto di notizie e di annunci privi quasi sempre di una loro verità sostanziale , come ad esempio nelle conferenze stampa sulle riforme delle quali non è stata ancora portata a termine nessuna.

I fatti si assumeranno il compito di dimostrare la realtà della condizione dell’Italia ed il futuro del “regime” renziano dovrà fare i conti con loro . P. G.

03/2015 [stampa]
GLI SCANDALI , LE INCHIESTE E I GIOCHI POLITICI
IL’iniziativa della Procura di Firenze con gli arresti di manager e imprenditori mostra come la catena delle illegittimità e degli “scandali” sembra non avere fine. Dai primi anni novanta ad oggi , praticamente, non c’è stata soluzione di continuità. Qualcuno aggiunge che non è cambiato nulla.

Certo, una piaga di carattere morale si palesa con persistenza nella società e nelle istituzioni, mentre il malessere complessivo del Paese e l’esigenza di una”ripresa” non solo economica, non si mostrano ancora in grado di suscitare un rinnovamento del costume su valori civili più forti e coinvolgenti.

Il senso complessivo è che ci si arrenda ad un “sistema” – è il nome dato all’inchiesta – al quale gli “onesti” dovrebbero saper “reagire”.

Peraltro qualcosa è cambiato. Se i fatti che emersero nei primi anni novanta rendevano evidente il connubio tra impresa e politica e il giro di tangenti finiva per la gran parte , anche se non del tutto, a finanziare le forze politiche , oggi la figura centrale che emerge in quasi tutte le inchieste è quella del manager sia pubblico che privato , mentre è del tutto prevalente la parte dell’”illecito” che finisce per favorire arricchimenti personali.

D’altronde i riflessi e le conseguenti utilizzazioni politiche delle inchieste mostrano un mutamento , anche in peggio. Infatti, se per quanto riguardò la prima repubblica bastava un “avviso di garanzia” per affondare, automaticamente, chiunque venisse colpito e se la sinistra venne - per motivi diversi ma, forse, anche discrezionali - solo relativamente interessata dalle inchieste, oggi si ha la netta sensazione che gli effetti politici subiscano ancor più singolari e diversificate manipolazioni.

Chi , ad esempio, è indagato e ricopre cariche di governo – come nel caso di alcuni sottosegretari del governo Renzi – può sopportare senza doversi dimettere lo svolgimento delle indagini. Chi invece, non risulta colpito da provvedimenti giudiziari, ma da meri sospetti di comportamenti censurabile, entra pienamente nel tritacarne mediatico con i relativi effetti. Che non mancano di essere utilizzati come ”occasione” politica.

Sulla vicenda che ha visto coinvolto il ministro Lupi , in questi giorni, abbiamo assistito ad un capolavoro di ipocrisia . E’ stato fatto trapelare sulla stampa pesando sulla bilancia delle fughe di notizie e delle intercettazioni - centellinate quasi all’uopo - l’”imbarazzo” del premier , o la “necessità morale” per l’interessato a farsi da parte. Cosa che è poi avvenuta puntualmente dopo che questi ha avuto colloqui con Alfano e Renzi.

Sarà pur vero che , a motivo del susseguirsi delle “fughe di notizie” e del coinvolgimento della famiglia, la posizione di Lupi non sarebbe stata a lungo sostenibile, ma è evidente nella disparità di considerazione e di una valutazione fatta con “due pesi e due misure”, la strumentalità politica, orchestrata alla bisogna.

E ci spieghiamo con un riferimento ad un precedente , assai più grave, che è stato valutato differentemente.

Il ministro delle infrastrutture, infatti, è entrato nel vortice solo qualche settimana più tardi di quando un suo collega di governo risultò al vertice – come presidente - di una organizzazione generale che aveva come aderenti le cooperative coinvolte, assai pesantemente, nello scandalo di Roma Capitale. Foto e cene di gruppo comprese. Nonostante che il ministro come presidente della Lega non potesse non sapere il “giro di affari” – se non altro come trasmissione dei bilanci – delle cooperative che gestivano taluni settori del Comune di Roma, oltre che la qualità dei servizi e i metodi con i quali venivano assegnati, bastò una mera dichiarazione di estraneità per evitare ogni e qualsiasi conseguenza. Non ci fu il minimo “imbarazzo” da parte del premier , così attento e sensibile, invece, sulla vicenda Lupi .

Lungi da noi la sola idea che si debba ”sparare nel mucchio”, ma è altrettanto irricevibile l’idea che si decida caso per caso e materia per materia. E le competenze del ministro Lupi appartengono alla sfera di quelle più “appetibili”.

P. G.

02/2015 [stampa]
LA NUOVA COSTITUZIONE NASCE IN UN’AULA SEMIVUOTA
Il momento più importante nella difficile storia della riforma della Costituzione italiana si svolge nell’opacità di un’aula della Camera semivuota, “ illuminata” dai beffardi tweet di Renzi.

L’irrigidimento delle opposizioni , compresa Forza Italia del dopo Nazareno, ha reso più complicato l’iter della riforma dei 40 articoli della Carta.

Chi conosce la storia del confronto politico che portò alla Costituzione del ’48 sa che quel risultato fu accompagnato da polemiche e contrapposizioni, ma anche da compromessi e accordi, come si addice a tutti quei momenti nei quali sono in gioco non solo interessi e visioni di parte , ma norme e destini dell’intera Nazione.

Come per l’approvazione dell’Italicum, accelerata a suo tempo dal premier per avere mani più libere in vista del passaggio istituzionale dell’elezione del Capo dello Stato, così anche la spinta per il sì sulla riforma del bicameralismo ha dato la sensazione che Renzi voglia sfuggire ad ogni forma di condizionamento in vista di possibili elezioni.

Tanto è vero che il punto di una rottura senza ritorno è avvenuto proprio nel momento nel quale Renzi , rientrato in Italia e planato a Montecitorio ha detto, minacciosamente e con chiarezza, a tutti e specialmente ai “suoi” e a molti deputati di Berlusconi, che il blocco della riforma avrebbe portato a elezioni .

Si è trattato di un errore grave innanzitutto perché sembra voler disporre di un potere di scioglimento che non gli appartiene e la cosa non può essere sfuggita all’attento Mattarella, in secondo luogo perché approvare una riforma della Costituzione sotto la minaccia del ricorso elettorale non appare il miglior viatico per l’indispensabile nuovo cammino politico ed, in terzo luogo, perché una elezione senza la nuova legge elettorale e nella conferma del bicameralismo costituirebbe un passo indietro per l’Italia ed una palese sconfitta politica per Renzi.

L’Italia a fronte delle persistenti difficoltà ed alle nuove minacce che provengono dal nord Africa – anch’esse inadeguatamente e velleitariamente valutate – non può permettersi né bullismi politici , né il qualunquistico rito del “tanto peggio tanto meglio”.

L’Italia ha bisogno della capacità di riammagliare ciò che è rimasto di serietà e di capacità rappresentativa e della affermazione di un coagulo di interesse nazionale da affermare e difendere prima che sia troppo tardi.

Ancora una volta si dimostra che occorre mettere sul tappeto una “grande riforma” perché il modesto monocameralismo renziano con la costituzione di una “camera delle regioni” a tutela delle stesse , per nulla migliora o risana la crisi di rappresentanza che è la prima crisi del Paese.

E non sarà un referendum sul quale chiamare a ratifica la riforma così costruita dal Parlamento che sanerà questo deficit di democrazia e provocherà un ritorno ad un rapporto sana tra popolo e istituzioni.

P. G.

12/01/2015 [stampa]
UNA LEGGE ELETTORALE NELL’OCCHIO DEL CICLONE
Sulla legge elettorale, sulle sue difficoltà e contenuti, in tutti i venti anni che vanno dal 1994 ad oggi, si sono sempre scaricate le questioni politiche di carattere istituzionale che avrebbero dovuto trovare altrove la vera soluzione oltre che i problemi più contingenti che riguardano la condizione dei rapporti tra le forze politiche ed al loro stesso interno.

Sul provvedimento in discussione nell’aula del Senato , forse nel suo passaggio più difficile, si sono aggiunti sia l’imminenza dell’elezione del vertice costituzionale , sia turbolenze più immediate come la norma fiscale del 3 per cento e le polemiche sulle vacanze del premier e dell’uso del Phantom per la famiglia.

La “maionese impazzita” della politica italiana non ha saputo distinguere i tre aspetti: quello della crisi che ha indebolito il sistema parlamentare che andava risolta da tempo nel suo ambito specifico e che solo recentemente e inadeguatamente è affrontato con i disegni di legge costituzionale; quello della rappresentanza politica con la salvaguardia e la qualificazione del ruolo dei partiti e della loro capacità di selezionare una adeguata classe dirigente; quello della contingenza politica che richiedeva una capacità di dialogo e di confronto che avrebbe dovuto aprire alla collaborazione o alla mitigazione dell’ asprezza della contrapposizione.

Come in un grande imbuto tutti i problemi stanno confluendo in una difficile fase parlamentare che va dall’esame delle legge elettorale al Senato alla elezione del nuovo Capo dello Stato.

I modi a disposizione che si intravedono, attualmente, per governare questa fase sono tutti fragili e, soprattutto, inadeguati : dal “patto del Nazareno”, ai possibili emendamenti governativi per troncare ostruzionismo ma anche confronto , dallo scambio di favori a incroci di interessi, da modesti dettagli tecnici di modifiche della legge elettorale a soluzioni politicamente deboli per il Capo dello Stato, purché salvaguardino la centralità politica del leaderismo renziano.

L’importante per chi non intende fermare lo sguardo e l’analisi politica a questi aspetti , è continuare a proporre ciò che è indispensabile, ancorché difficile, da realizzare e cioè il primato e la restaurazione della rappresentanza politica , del suo fondamento sociale nei corpi intermedi, della sua legittimazione sulla base del consenso e del perseguimento dell’interesse generale , della sua capacità di svincolarsi da lobby e di condurre tutto il Paese sulla strada dello sviluppo , della crescita economica e del ruolo dell’Italia nel contesto europeo.

Tutto ciò richiede più politica e meno tecnicalità, più strategia e meno tattica, più interesse generale e meno prebende particolari, più autorevolezza e meno garanzia di posizioni personali. E, soprattutto, la volontà, la capacità e la forza di portare il Paese ad una vera “grande riforma” che restituisca forza alla democrazia e una legittimità fondata sul consenso agli organismi istituzionali.

A ben vedere queste possibilità saranno difficilmente protagoniste delle scelte di questi giorni, ma è sperabile che qualche cosa possa realizzarsi per introdurre una vera e necessaria fase nuova della politica italiana.

22/12/2014 [stampa]
LE PROBABILI DIMISSIONI DI NAPOLITANO
L’approvazione al Senato e la conclusione dell’iter della legge di stabilità per il 2015 ha reso evidenti, ancora una volta, le caratteristiche e i limiti del modo di operare di Renzi e del suo governo.

Al Senato il provvedimento ha mostrato un percorso ancora più accidentato del solito . I senatori hanno atteso per un’intera giornata un testo che si era rivelato pieno di ”errata corrige”, che lo stesso Grasso ha ammesso: “ errori umani fatti per un coordinamento frettoloso degli uffici economici nel mettere insieme un testo non completato in commissione”.

Infatti il Sanato ha subìto non solo il disagio di una approvazione notturna priva di discussione a motivo del maxi emendamento, ma anche - ed è ancora più grave – l’annullamento del lavoro della commissione . Non è questa certamente la strada per far recuperare dignità e credibilità alle istituzioni rappresentative.

La sperimentata tecnica mediatica di Renzi ha tentato di far passare questa dimostrazione di inefficienza e di stroncatura del dibattito con la necessità di “fermare l’assalto alla diligenza”, riferendosi alla varie “leggi marchette” che avevano trovato spazio nel provvedimento. Ma a smentirlo su questa versione di comodo è stato il suo collega di partito e presidente della commissione bilancio della Camere Francesco Boccia. “Veramente” ha detto , “se di marchette si tratta , la parentesi-marchette e stata aperta e poi chiusa dal governo” e precisando: “ la Legge di stabilità era uscita snella dalla Camera , dove il governo era stato invitato a presentare non più di 7 – 8 emendamenti . Se poi al Senato ne presenta 90, il messaggio è ‘ si è aperta la festa dei balocchi’ “.

I tempi consentiti per l’approvazione definitiva della legge alla Camera hanno , poi, di fatto, impedito ancora una volta ogni discussione vera.

La giustificazione ulteriore per questo iter convulso della legge sulla quale si baserà l’azione del governo nel prossimo anno per uscire dalla crisi e intraprendere la strada dello sviluppo è stata quella di poter aprire, subito dopo la legge di stabilità, la discussione per l’approvazione della legge elettorale, l’” Italicum”.

E’ interessante, a questo proposito, l’esito di un sondaggio pubblicato sul Corriere della Sera in base al quale il 59 per cento degli intervistati si dichiara di non averne mai sentito parlare e, addirittura , di quelli informati, il 45 per cento esprime un parere negativo o molto negativo a fronte di una valutazione positiva del 32 per cento e nessuna indicazione del 24 per cento. Per la verità se si svolgesse un analogo sondaggio sul progetti di riforma costituzionale del Senato, molto probabilmente, di avrebbe un risultato analogo.

Si spiega così il momento difficile che attraversa la democrazia italiana e la “rinuncia” della maggioranza degli elettori ad andare a votare come dimostrato dalle ultime elezioni.

Di fatto, quando alla realtà di una privazione della rappresentanza si sostituisce la surroga di una verità mediatica che, poi, verità non è, ai cittadini non rimane che una espressione di dissenso nei sondaggi. Ma questa non può essere la democrazia di oggi e neppure quella di domani. .

18/11/2014 [stampa]
LE PROBABILI DIMISSIONI DI NAPOLITANO
Non è stata tanto la nota di Stefano Folli, neo collaboratore di Repubblica, quanto l’ampio articolo di Marzio Breda sul Corriere della Sera, a confermare che le ipotesi sulle imminenti dimissioni di Giorgio Napolitano sono fondate.

Ma è anche la logica a spingerci a ritenere ormai concluso il ruolo istituzionale dell’attuale Capo dello Stato.

Napolitano ha interpretato al massimo consentibile, in senso “presidenzialista”, le sue prerogative di vertice di un sistema politico parlamentare. Le vicende descritte nel libro di Friedman “Ammazziamo il gattopardo” sono state la dimostrazione di una iniziativa non certamente derivata da un indirizzo parlamentare e , soprattutto , la rinnovata elezione, due anni fa’ , venne accolta dall’ex leader comunista a condizione di impegnare il governo sulla strada delle riforme necessarie.

Questa strada doveva essere percorsa dal governo Letta , scelto dal Presidente, con una formula politica, anch’essa indicata, di una grande coalizione. Gli eventi innestati dalla sentenza della Cassazione che confermava la condanna di Berlusconi, portarono alla sua estromissione dal Senato, da parte della giunta per le elezioni, sulla base di una forzatura interpretativa della legge Severino che , lo stesso Violante , ex magistrato ed ex parlamentare, aveva proposto di inviare alla Corte costituzionale.

Napolitano avrebbe dovuto , al fine di difendere la formula politica della grande coalizione, chiedere al PD di accettare la proposta Violante, imporglielo , al fine del superiore interesse di difendere una condizione politica essenziale per il governo e per le riforme .

Invece, contribuì a indurire la posizione di Letta che di fronte alle irrequietezze di Forza Italia e di Berlusconi , invece di affrontare la questione, andò alla verifica parlamentare innestando la strada per la scissione del PDL. Uno dei pochi errori dell’”ultimo comunista”.

Nonostante che si disse, assai banalmente, che, con la scissione del centrodestra, nasceva un governo più forte perché più coeso, la verità era, invece, che veniva cancellata la formula della grande coalizione e , a quel punto, l’effettivo segretario del PD, uscito dalle primarie, imponeva un governo di alleanza da lui stesso guidato.

Terminava allora, con la fine del governo del Presidente, il ruolo politico di Napolitano. E cambiava nettamente anche il modo di procedere sulla strada delle riforme. Niente procedura del programma del Ministro Quagliariello, prevista dagli esperti che aveva istituito a suo tempo il Capo dello stato, ma un pragmatismo tattico con soluzioni modeste.

Alla politica del governo Letta che agiva sotto l’egida di Napolitano è seguita la politica del governo Renzi , con il quale a Napolitano è riservato un ruolo di mera presa d’atto.

Il tatticismo di Renzi, inoltre, non esime dalla possibilità di interrompere la legislatura , mentre una strumentale polemica contro le istituzioni di Bruxelles mascherano una linea di politica economica che , nella sostanza, mette a rischio il paese di non uscire dal crisi economica. In sintesi la posizione politica di Renzi è quella di una forte autoreferenzialità , in una situazione che, oggettivamente richiederebbe invece ampie coesioni che i patti del Nazareno non garantiscono.

Da questa situazione deriva che il ruolo di Napolitano appare cessato e, di conseguenza , l’inquilino del Quirinale non appare più disponibile ad avvallare una situazione che non ha voluto, che tende ad andare su una strada irta di difficoltà e di pericoli.

Certo l’elezione del nuovo presidente potrebbe essere un passaggio non semplice e , quindi, una”grana” per il Segretario premier . Tuttavia Renzi intravede un vantaggio non lieve.

Infatti, mentre Napolitano sarebbe indisponibile allo scioglimento delle Camere e potrebbe trovare una soluzione per continuare la legislatura , nel caso che Renzi , di fronte alle difficoltà di una crisi che non passasse, decidesse di andare a elezioni , un nuovo capo dello stato , scelto dal premier , ne asseconderebbe le intenzioni. Un Capo dello stato ad hoc.

Con grande abilità l’ex sindaco di Firenze sembra poter continuare con facilità la sua politica. Ma non tutto quadra.

Un accordo con Berlusconi che , tuttavia , lascia fuori i punti più delicati della riforma elettorale, i tempi non brevi della riforma costituzionale del Senato, gli annunci della commissione europea di prevedibili ulteriori verifiche sulla legge di stabilità, la crisi che non passa, il ridestarsi dell’opposizione interna in sintonia con la mano pesante della CGIL, le ripercussioni sociali e di appesantimento fiscale se, in conseguenza della crisi i conti del bilancio non dovessero quadrare. Da ultimo, ma non ultimo, segnali non lievi di contestazione sulla sue “apparizioni” e episodi sempre più pesanti di un disagio sociale al quale sarà difficile rispondere.

Anche i “grilli parlanti” delle voci della grande finanza non mostrano, da un po’ di tempo, molta fiducia su quello che Cossiga avrebbe potuto definire un ”premier ragazzino” ( L’Economist lo raffigura che mangia un cono gelato ) e che i suoi devoti sostenitori nello stesso campo di attività finanziaria non potrebbero certo tutelare e difendere adeguatamente.

Le dimissioni di Napolitano, sulle quali l’abilità di Renzi potrebbe anche vederne i lati positivi, non sono un segnale rassicurante .

14/10/2014 [stampa]
ELEZIONI PROVINCIALI SENZA ELETTORI I
Si sono svolte le elezioni per il rinnovo dei consigli provinciali . E’ la prima volta che avvengono dopo la “riforma” della Province .

I cittadini non se ne sono accorti perché gli elettori in questo caso sono stati i consiglieri comunali . Si è avuta, cioè, una totale autoreferenzialità di coloro che siedono già nelle istituzioni con il loro corredo di autotutela . Le poche cronache raccontano di accordi trasversali tra le forze politiche e del privilegio dei grandi centri rispetto alla scarsa influenza dei piccoli centri.

In fondo, le province avevano lo scopo di rapportarsi con i piccoli comuni che venivano penalizzati dai capoluoghi di provincia e da quella tendenza centralista che si è prodotta anche nelle Regioni.

E’ la dimostrazione di ciò che avviene con le elezioni di secondo grado che verranno applicate anche per la rappresentanza del Senato qualora la riforma di Renzi arrivi in porto. Non vi è nulla di democratico , né di rappresentativo.

Anzi, in qualche modo, si accentuerà la sensazione, piuttosto diffusa presso i cittadini, della sempre maggiore lontananza delle istituzioni , della autoreferenzialità della “casta” politica, dell’inutilità del voto.

Si accredita e si potenzia il ruolo dei consiglieri comunali che pur eletti con la preferenza, tuttavia, si presentano sempre di più come espressioni individualistiche , spesso sostenuti da ambienti e con rilevanti spese elettorali , ma avulsi dal loro stesso partito di appartenenza.

Gli intrecci che si sono avuti tra le forze politiche per accordarsi sui nomi da eleggere nei consigli provinciali, poi, hanno sviluppato l’idea che il compromesso prevalga su tutto e che , molto spesso, un partito vale l’altro, allontanando la partecipazione alla politica e al voto stesso. La riforma della Province, come quella del Senato sono figlie della crisi istituzionale e non tentativi di superarla o di sanarla.

La prospettiva è alquanto negativa. L’Italia nel corso della sua storia ha spesso mostrato la forza di affrontare e superare le difficoltà . Nei tempi lontani del Rinascimento, rispetto ai giochi internazionali della potenze europee, gli stati regionali scrissero storie importanti di riscatto per offrire un alto profilo della nostra Nazione. Anche nel recente dopoguerra abbiamo impresso forza e determinazione per riprendere un posto dignitoso nell’agone internazionale.

Avanza la sensazione che oggi sia venuta a mancare quella forza profonda e la dimostrazione è nella debolezza del pensiero politico, nella irrilevanza delle forze politiche , nella pochezza delle sue riforme.

14/07/2014 [stampa]
NUOVO SENATO E ANTICHI VIZI
Pur relegato nella pagine finali del quotidiano a fianco delle “lettere al Corriere” , Piero Ostellino continua la sua denuncia, anticonformista , del “politicamente corretto”, anche rispetto alla stessa linea editoriale di via Solferino.

Questa volta ( 12 luglio ) prende di vista “la sostituzione del vecchio Senato - i cui membri erano eletti a suffragio universale - con la cosiddetta Camera delle autonomie locali , i cui membri saranno eletti dai consiglieri regionali “, per affermare , perentoriamente, che “il Presidente del Consiglio , come riformatore, o è un incapace o è un imbroglione”.

L’analisi dell’ex direttore fa risalire alla antica propensione della sinistra, ”orfana di potere a livello centrale “ , per le autonomie locali, che, pur tuttavia, sono diventate “il luogo della collusione fra interessi privati e Casta politica , tra sfera amministrativa ed establishment , terreno di cultura di clientele e parentele politiche e affaristiche già presenti nel sistema politico smantellato da Mani pulite”. “ Per dirla con altre parole – continua Ostellino – erano il ricettacolo di una corruzione dal basso che si distingueva da quella dall’alto della Prima Repubblica solo perché venduto come ‘democratico’ da una sinistra in cerca di soldi”.

Non vi è dubbio , inoltre, che , ancor più recentemente , proprio il disinvolto uso dei fonti affidati ai gruppi politici regionali, ha scoperchiato un sistema di spesa che ha sollecitato quella necessaria riforma del Titolo V della Costituzione - nato dagli sviluppi del “tutto a tutti” sessantottino - che, oltre ad eliminare la confusione delle competenze Stato Regioni , dovrebbe ridurre e responsabilizzare la spesa locale regionale. Senza contare che le stesse Regioni, proprio per una spinta a divorare competenze , poco o nulla hanno fatto per devolvere queste verso i comuni e, tantomeno, nei riguardi delle Province, fino a sanzionarne , giustamente, la scomparsa per inutilità. Si è sviluppato quello che è stato definito un neocentralisno regionale.

Di fronte a questo innegabile sviluppo si sta dando vita ad una riforma del Senato che vede i suoi rappresentanti come scelti dai gruppi regionali, ignorando tutto il dibattito , di grande spessore, che animò alla Costituente l’idea che , occorresse un “seconda Camera” come espressione degli “interessi” e dei “corpi sociali” , insomma di quella parte della società italiana che non doveva essere subordinata alla politica e sottomessa ai partiti.

Il riferimento regionale della seconda camera riguardava proprio il fatto che tali interessi dovessero esprimersi dal basso e non come espressione dei “poteri forti” . Affidare ai partiti regionali l’indicazione dei senatori , significa distorcere completamente l’idea di allora e offrire uno spazio istituzionale ulteriore a quelle forze politiche e alle istituzioni regionali che non hanno certo dato prova di correttezza e di responsabilità.

Le riflessioni di Ostellino, giustamente , valutano assai criticamente la linea delle proposte del Governo: “ il riformismo è … un regalo al malaffare delle corrotte Caste locali che sono succedute alla corrotta Casta centrale”.

Quello che sorprende è il fatto che di questa evidente contraddizione della riforma del Senato pochissime voci si siano fatte interpreti, nonostante che sono ancora fresche di stampa le pagine che hanno descritto le degenerazioni della spesa di molte regioni.

Ma è la pochezza di temi che sono stati posti a corredo della riforma del bicameralismo perfetto che lascia perplessi e che vengono ribaditi con arrendevole semplicità dalla Ministra Boschi oltre che dallo stesso Renzi e cioè la mancanza di indennità e la non elettività per giustificare meno poteri . La denuncia di Ostellino, oltre che argomentare con forza i limiti della proposta del Nuovo Senato , proprio per essere una voce sostanzialmente isolata, dimostra anche il livello raggiunto dall’impoverimento del dibattito politico e delle sue culture di riferimento.

Alla fine delle ideologie si va aggiungendo la fine delle culture politiche o , quantomeno, del supporto che queste avevano sempre dato alla politica, mentre si rende evidente l’assenza di una adeguata capacità di riflessione e di proposta da parte degli “intellettuali” le cui voci “libere” e “autorevoli”, appaiono nei quotidiani sempre più rare e afone.

09/06/2014 [stampa]
L’ILARE MARINO E GIORNI DURI DEI ROMANI ?
Le foto lo immortalano ridente alla guida del corteo, culmine della manifestazione del Gay Pride nell’edizione romana del 2014. Per dare più senso alla sua partecipazione il sindaco di Roma ha annunciato che “l’assemblea capitolina discuterà il registro per le ‘unioni civili’ “. Marino arriverà , quindi, ad approvare quello che non hanno realizzato , in passato, i suoi predecessori di sinistra . Questo vale per giudicare l’inaffidabilità e l’inutilità di quella componente “cattolica”, o meglio ex democristiana , che ritenne di proseguire la sua missione politica aderendo e diluendosi dentro il Partito Democratico, assumendo anche ruoli istituzionali di rilievo. Con buona pace di quegli ambienti catto-progressisti che appoggiandoli , ne hanno sempre giustificato le scelte .

Tutto questo non ci sorprende . Nei giorni prima del ballottaggio che si risolse con la sconfitta di Alemanno , alcune importanti personalità del mondo cattolico rivolsero ai due candidati delle domande tra le quali anche quella sulla istituzione del registro delle unioni civili . Mentre il sindaco uscente rispose con un fermo no , Marino fu reticente , ma la sua impostazione politica e altri interventi dimostravano , senza alcun dubbio, la sua posizione relativista su questo ed altri importanti temi. Ma c’è dell’altro che non può non destare una preoccupazione nei cittadini della Capitale.

L’ilare e leggiadro relativismo del sindaco si contrappone ad una sua durezza in termini di azione per il potere o di arrendevolezza nei riguardi dei problemi della Città. La eliminazione per “giusta causa”, tuttavia da dimostrare, del Presidente e del c.d.a. dell’Acea ha mostrato la determinazione ad assumere le leve del potere capitolino anche con la possibile prospettiva di un risarcimento per l’interruzione del contratto approvato pochi mesi prima della fine del mandato amministrativo precedente. Ma è il fronte del disagio che avanza a rendere evidente il fallimento amministrativo e politico di Marino, evidenziato anche dalla maggioranza del suo partito e dalla durissima critica dei sindacati, CGIL in primis.

I cittadini romani pagheranno più tasse per l’aumento dell’IRPEF comunale e un forte aumento della tassa sui rifiuti perché alla chiusura di Malagrotta , Roma non è riuscita a trovare una soluzione , cioè un sito per accogliere i rifiuti che, invece andranno in altre regioni o addirittura all’estero per essere trattati, con un conseguente elevato incremento dei costi per i romani . E ci sarà da aspettarsi, presto, l’utilizzo della massima aliquota per quanto concerne la tassa per i servizi indivisibili ( TASI ).

Lo sciopero dei lavoratori del Comune, con una adesione pressoché unanime – mai avvenuta nella storia amministrativa della Città – dimostra, insieme ad altri segnali , come il sindaco sia ormai un uomo solo al comando che ha prodotto e produrrà il vuoto di attuazione di provvedimenti che, invece la Città attende. Non ci sono opere pubbliche, non c’è manutenzione delle strade, mentre la cancellazione di decine di linee di trasporto rende difficile l’utilizzo del mezzo pubblico, con il conseguente aumento del traffico privato, trattenuto solo dalle economie dei consumi . Sono solo alcuni esempi di impoverimento della Città.

I disagi enormi dei cittadini nella giornata di venerdì a seguito dello sciopero dei dipendenti comunali sono stati l’ultimo segnale della gestione del tutto inadeguata della giunta di centrosinistra. Nelle fotografie del corteo gay la maschera ilare di Marino appare forzata a e un po’ contratta. Non saranno le sfilate ideologiche a salvare il sindaco dal suo fallimento.

Pietro Giubilo

08/05/2014 [stampa]
IL PRESIDENZIALISMO A SINISTRA NON E’ PIU’ UN TABU’ ?
Nella sua lettera al Corriere della Sera con la quale rilancia l’idea dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica , Silvio Berlusconi, rileva come , di fronte alla prospettiva di un”passaggio ad una nuova Repubblica” o a “una fase costituente”, “la sinistra ha sempre alzato un muri di gomma”.

In effetti, il PCI aveva, in tempi lontani, identificato l’area politicamente “corretta” per le alleanze politiche con i “confini” dell’”arco costituzionale”, opponendosi a qualunque progetto di riforma della Costituzione che solo ipotizzasse una modifica della forma di governo in senso presidenzialista.

Nei decenni passati, di fronte ad una sempre più incombente crisi istituzionale, chi aveva proposto un cambiamento della Costituzione era stato “aggredito”, sospettato di “fascismo” e isolato politicamente.

Anche un esponente partigiano come Randolfo Pacciardi che propose una “Nuova Repubblica” era stato politicamente processato a sinistra; gli ambienti moderati della DC che avevano proposto l’elezione diretta del Capo dello Stato erano stati spregiatamente descritti come”gollisti”, mentre uno dei motivi che indussero il PCI a contrastare Bettino Craxi risiedette, probabilmente, nel suo, pur inattuato, progetto di “grande riforma”. Per non parlare delle proposte avanzate in questo senso dalla destra contro le quali si invocò la mobilitazione antifascista.

Napolitano , poi, ha ,spesse volte, parlato di “patriottismo costituzionale” pur se, recentemente, ha sostenuto la necessità di alcune riforme, escludendo , tuttavia, la possibilità di qualsiasi ipotesi di “presidenzialismo”.

La Costituzione italiana è stata definita in una manifestazione dell’ottobre del 2013 “la più bella del mondo” da Zagrebelsky , Rodotà, Landini , don Ciotti e , così appellata anche da un guitto di professione come Roberto Benigni .

Il fatto nuovo però si è verificato.

Prendendo in esame le dichiarazioni di Berlusconi, Matteo Renzi ha dichiarato: “ non ora, le priorità sono altre, ma dopo l’approvazione della riforma del Senato e del titolo V si può anche ragionare”.

Quindi non un rifiuto aprioristico, come puntualmente si era verificato nel lontano e recente passato ( anche Violante nella sua bozza aveva escluso qualunque progetto presidenzialista ) , ma uno spiraglio da allargarsi dopo l’avvio e l’approvazione delle riforme ad oggi in discussione .

Questo atteggiamento possibilista di Renzi non è certamente condiviso da tutto il PD, né tanto meno dalle altre forze politiche della sinistra.

Il capo gruppo a Palazzo Madama , Luigi Zanda, significativamente lo sottolinea Repubblica ,ha subito sbarrato la strada: “ Né la forma di governo, né tantomeno il modo di eleggere il presidente della Repubblica sono all’ordine del giorno”, mentre la giovane Elena Boschi non ha perso occasione per stare zitta. Rivolgendosi a Berlusconi ha subito alzato barricate politiche: “ E’ in contatto con Calderoli? Facciano loro , noi andiamo avanti per la nostra strada”, ricollocandosi su una presuntuosa e arrogante autoreferenzialità, peraltro recentemente “sculacciata” da Napolitano.

Questo fronte del no che, sicuramente, se si dovesse affrontare il tema, sbarrerebbe la strada a Renzi, non considera che la stragrande maggioranza degli italiani condivide l’opportunità di questa riforma, proprio perché con essa si verrebbe a verificare quel cambiamento vero per rendere più governabile il Paese e più forte il consenso popolare nelle istituzioni politiche.

Renzi che sa cogliere le tendenze dell’opinione pubblica, probabilmente, ha capito che non può tirarsi fuori da questa prospettiva e, quindi, non se l’è sentita di escluderla anche se proposta da Berlusconi. Sommamente deludente è la posizione di Alfano e del Nuovo Centrodestra la cui visibilità politica è ormai quasi del tutto azzerata . Anche in occasione delle riforme in discussione le piccole rettifiche che, timidamente, intenderebbe proporre non sono percepite dall’opinione pubblica che non distingue oltre l’impegno riformista di Renzi e l’abilità di intervenire per richiamare l’attenzione da parte del vecchio leader di Forza Italia.

Nonostante questa “apertura”, non c’è da essere ottimisti. Per troppo tempo e per troppe ragioni storico politiche – l’intreccio costituente tra comunisti e cattolici – la questione costituzionale è stata accantonata .

Parlando con Lucia Annunziata , Silvio Berlusconi ha pronosticato per sé un destino da “padre della patria” , senza poi chiarire fino in fondo cosa effettivamente intendesse con questa definizione . Battersi per questa riforma , riformulando un patto costituzionale che consegnerebbe ai cittadini il potere di scegliere la più alta carica dello Stato democratico, gli consentirebbe un passaggio alla storia ed un ruolo non cancellabile di padre di una Nuova Repubblica .

Pietro Giubilo

08/04/2014 [stampa]
LA RIFORMA DI RENZI NON E’ SULLA STRADA DELLA DEMOCRAZIA
Come al solito , proprio nei momenti di maggiore difficoltà, Silvio Berlusconi recupera lucidità e decisione per centrare la questione politica reale.

Dopo aver criticato a fondo la proposta di riforma del Senato di Renzi ( “ meglio chiuderlo” ) e aver smentito di voler rompere l’accordo con il segretario del PD, dichiara esplicitamente che occorre “ l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica”. Indica cioè, responsabilmente, la via di un più forte ruolo degli elettori nelle istituzioni.

La riforma del Senato di Renzi si fonda del tutto su una logica di nomina e non di elezione : triplica il ruolo dei sindaci dei grandi centri che ne fanno parte ed eleggono il Presidente della Provincia; il Capo dello Stato nomina 21 componenti; le regioni indicano altri senatori . Si cancella un elemento costitutivo del sistema di democrazia : la scelta da parte dei cittadini delle rappresentanze legislative e politiche .

Questo organo, espressione di soli “nominati”, oltre a mantenere importanti funzioni legislative, partecipa , in seduta comune, alla elezione del Presidente della Repubblica, cioè della carica più elevata dello Stato.

In buona sostanza la proposta di riforma di Renzi viaggia sul binario opposto rispetto a quella esigenza di un più forte rapporto tra istituzioni e popolo che dovrebbe essere la strada più democratica ed efficace per affrontare e risolvere la crisi costituzionale e approvarne la riforma.

Questa proposta, invece, risente della modesta logica che anima la linea istituzionale riformista di Del Rio , già sindaco di Reggio Emilia.

Renzi non comprende che le riforme costituzionali sono un “materiale politico” da maneggiare con grande cura ed attenzione perché riguardano la struttura della democrazia. Non a caso se ne occuparono commissioni presiedute da personaggi politici di grande prestigio. Il fatto che non arrivarono a far approvare le modifiche non significa che non si debba seguire la strada maestra della logica democratica.

Si costruisce un modello costituzionale che rende più distanti le istituzioni dal popolo.

La nomina dei 21 membri da parte del Capo dello Stato ricorda ed amplifica quelle “ prerogative regie” previste limitatamente anche nell’attuale Carta; la presenza delle rappresentanze locali significa che a queste si offre lo spazio di una tutela diretta anche in sede legislativa che sarebbe incompatibile con quella indispensabile esigenza di verifica e di responsabilità verso le politiche di bilancio degli enti locali , anche sotto il profilo della gestione delle risorse ; vengono a mancare del tutto le “ categorie produttive , le forze culturali e professionali, le associazioni rappresentative degli interessi dei cittadini “ le cui rappresentanze venivano, se pur insufficientemente, inserite nel Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro che verrebbe cancellato dalla riforma.

Anche il confronto sui modi e i tempi della riforma appare sguaiato e arrogante.

La risposta del PD alle obiezioni di Berlusconi e di Forza Italia è affidata alla Serracchiani e già questo dimostra quanto siamo lontani dai tempi delle grandi polemiche costituzionali come, per fare due esempi, quella tra Basso e Mortati su “ Cronache sociali” o Gonella e Togliatti alla Costituente.

E la vice segretaria del PD rilancia, in sostanza, con un prendere o lasciare: “ le riforme vanno realizzate e nei tempi stabiliti , si faranno con chi ci sta , vedremo i numeri in Parlamento”.

I numeri non stanno certo dalla parte di Renzi che all’interno del suo partito vede qualche decina di senatori presentare una proposta diversa e distante , mentre il voto di Forza Italia risulterebbe necessario al Senato sia per approvare la proposta, sia per tentare di raggiungere i due terzi per allontanare il referendum confermativo previsto dall’articolo 118.

La polemica finisce, poi, per camminare sul terreno viscido della demagogia e del populismo più triviale: come quello dei presunti risparmi sui compensi dei “senatori” che vengono amplificati perché, invece, rimarrebbero quelli della struttura o come quello del “ chi vuole la riforma e chi non la vuole” che, nel caso di Forza Italia, appare del tutto pretestuoso, in quanto , nel 2006 una riforma istituzionale più organica venne approvata dalla maggioranza di allora e , poi, cancellata da un referendum voluto e condizionato dalla demagogia della sinistra e dall’eclissarsi del centro , già in fase antiberlusconiana.

A proposito di quest’ultimo , appare scomparso dai radar proprio su un tema così rilevante ; sembra non voler disturbare il manovratore per timore di una crisi.

Nonostante le conferme verbali da parte del partito di Alfano di voler rimanere legato al polo di centro destra , il neo gruppo NCD-UDC sembra proprio destinato a ripercorrere la illusoria e fallimentare strada che fu di Casini e soci.

07/03/2014 [stampa]
"Italicum dimezzato" Renzi ridimensionato
Il “compromesso” sulla legge elettorale a cui ha dovuto sottostare il premier Renzi, aiutato, anche per suoi interessi strategici, da Silvio Berlusconi, apre una prospettiva diversa rispetto a come il segretario del PD aveva impostato la sua discesa in campo.

L’esigenza di una “ svolta politica” con la quale aveva giustificato la liquidazione del governo Letta, richiedeva una determinazione , una accelerazione ed una speditezza che , pur nella condizione di un governo di coalizione, avrebbe fatto capo direttamente al Presidente del consiglio.

Il Nuovo centrodestra, tuttavia, ha fatto pesare il suo essere determinante per la maggioranza e, di conseguenza , ha imposto, al fine di avere il tempo di assestare il partito attraverso il potere governativo, la condizione di far approvare la nuova legge elettorale solo per la Camera, ritenendo con ciò di aver allontanato il rischio di elezioni anticipate.

C’è una prima valutazione da fare : approvare una legge elettorale maggioritaria solo alla Camera lasciando, nel lungo tempo che occorre per la modifica costituzionale , la legge proporzionale per il Senato uscita dalla sentenza delle Corte , rischia di produrre una condizione di incostituzionalità.

Infatti, fino a che il sistema politico è basato sul bicameralismo , le norme elettorali per le due camere debbono essere omogenee, come è sempre stato, altrimenti si stabilisce il principio che nei due organi parlamentari debbano formarsi maggioranze diverse, cioè l’ingovernabilità. Questo non può essere in linea con la Costituzione così com’è e la Corte non può non intervenire per salvaguardare la coerenza del sistema politico e delle sue norme elettorali.

Ma il significato politico di questo sgangherato “compromesso” legislativo è soprattutto un altro : Matteo Renzi non ha più la sua “arma segreta”, cioè la possibilità di imporre una linea forte di governo , ma appare oggettivamente dimezzato. Dopo questo passaggio per lui sarà sempre più difficile opporsi alle richieste di ogni genere che gli pioveranno addosso dai suoi alleati; in sostanza è ormai esposto al ricatto senza la possibilità di giocarsi la carte delle elezioni anticipate.

Un leader dimezzato poi, non può avere vita facile in Europa . Sarà un caso , ma la reprimenda di Bruxelles giunta con un tempismo eccezionale sugli “squilibri macroeconomici eccessivi”, appare un segnale chiaro e preoccupante.

Del resto la Commissione europea, non può non avere un certo grado di perplessità, vedendosi arrivare un nuovo premier che ha preso il posto di un Letta che risultava invece assai più accreditato in quegli ambienti internazionali.

Gli stessi capi di governo , tutti usciti da risultati elettorali che ne sostengono adeguatamente l’autorevolezza, si vedono arrivare una new entry designata … dalla direzione del PD.

Ritornando al ”fronte interno”, la sconfitta e il compromesso sull’italicum, avrà effetti non lievi sulla solidità della posizione di Renzi. La minoranza del PD, annientata alla elezioni, ma forte alle camere, non può che essersi rianimata e, quindi, pronta a dar battaglia , né possiamo pensare che , proprio per questo , il”salvataggio” che, in varie circostanze, potrebbe essere necessario al Senato con i voti di Forza Italia, non potrà essere esente da un conto più o meno salato che, a sua volta, potrebbe comportare ulteriori riflessi negativi sulla maggioranza ufficiale .

Forse Renzi, la cui proverbiale ambizione non ha modo, starà , però, rendendosi conto di quanto sia differente, istituzionalmente, politicamente e umanamente , fare il sindaco piuttosto che il Capo del governo.

di Pietro Giubilo
17/02/2014 [stampa]
La settimana nera di Giorgio Napolitano
Non è stata una buona settimana per Giorgio Napolitano quella che si è aperta con le anticipazione pubblicate dal Corriere della Sera sul libro di Alan Friedman “Ammazziamo il gattopardo” e si è conclusa con l’inizio delle consultazioni a seguito della crisi del governo Letta aperta dalla riunione della direzione del Pd.

Il libro del giornalista americano ha esposto le prove di quella manovra, non trasparente , iniziata a giugno 2011 che portò Monti a sostituire Berlusconi al governo, prove fornite dallo stesso professore bocconiano non si sa per quali oscuri risentimenti verso il Capo dello Stato.

Le dimissioni di Letta hanno posto fine a quel “governo del Presidente” che Napolitano aveva posto come condizione per la sua rielezione, in una fase di grave empasse per la Repubblica, a seguito delle spaccature all’interno della sinistra che avevano portato a “smacchiare” ben due candidati in corsa per la massima carica dello Stato: Marini e Prodi.

Il Pdl ha chiesto che la crisi fosse formalmente aperta alle Camere , Napolitano lo ha negato con la motivazione di accelerare i tempi e con i precedenti di Berlusconi e Monti che non avevano dato vita ad un dibattito parlamentare.

Si potrebbe dire, nel linguaggio popolare, che la toppa risulta peggiore del buco.

Infatti, mentre si è confermata, nella sostanza, quella caratteristica poco democratica e per niente istituzionale che vede le segreterie dei partiti decidere l’apertura delle crisi di governo, non è stata ravvisata da chi ha il ruolo di “garante della costituzione” la opportunità di un prassi che dovrebbe essere rispettata proprio nel modello di governo parlamentare, cioè di portare nelle sedi istituzionali le motivazioni e il dibattito sulla crisi.

Se questa prassi era seguita pressoché ininterrottamente nel tempo del ruolo forte dei partiti che peraltro dimostravano nel voto di avere anche una forte delega da parte degli elettori , oggi, nell’esigenza ormai evidente di una scelta diretta dei programmi e dei governi, diventa un motivo in più di frustrazione e di disaffezione dei cittadini.

Sul piano politico è paradossale che Giorgio Napolitano, il più strenuo difensore del modello di democrazia parlamentare e di una idea “togliattiana “ della politica fondata sulla condivisione – vedi l’interessante articolo di Francesco Piccolo su La Lettura del 16 febbraio – assista oggi alla riproduzione clamorosa delle crisi extraparlamentari e la fine dell’esperimento di un governo di “larghe intese” uscito dalla sua strategia.

Tutto ciò dimostra come non solo la cultura fondativa della sinistra, ma anche ”l’ultimo comunista” siano ormai fuori del tempo del PD renziano. Il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord non hanno accettato l’invito per le consultazioni . Ciò non era mai accaduto neppure quando qualche forza politica di opposizione era, malevolmente, considerata fuori del quadro costituzionale.

Pur non comprendendo questa scelta , si ha la sensazione che anche questo fatto sia una dimostrazione di quella crisi istituzionale che ha, ormai, investito anche quel ruolo di supplenza che la Presidenza della Repubblica aveva impropriamente assunto.

Fino a quando Giorgio Napolitano sopporterà questa condizione di disagio che lo porta ad assistere con sempre meno possibilità di intervento a logiche lontane dalle sue convinzioni politiche? Forse l’evidente protagonismo pubblico dell’astuto Romano Prodi è una possibile risposta.

di Pietro Giubilo
14/01/2014 [stampa]
Elezioni e magistratura
L’annullamento da parte del TAR delle elezioni piemontesi, avvenuta a distanza di quasi quattro anni dal loro svolgimento – procedimento non ancora concluso poiché sarà presentato ricorso al Consiglio di Stato - ha evidenziato, ancora una volta, non solo e non tanto l’influenza delle decisioni della magistratura sulla politica, ma , soprattutto, la incredibile lunghezza dei procedimenti che rendono, oggettivamente, precari anche i risultati elettorali e la costituzione dei relativi governi e assemblee legislative.

Del resto, un caso ancora più eclatante si era avuto , recentemente, con la sentenza della Corte costituzionale che ha invalidato alcune norme fondamentali della legge elettorale vigente. Addirittura, in questo caso si erano svolte per ben due volte le elezioni politiche ed una attività legislativa delle Camere per oltre otto anni.

Queste vicende contribuiscono ad aggiungere discredito alla politica ed alle istituzioni italiane.

Non staremo qui a esaminare la complessità dei procedimenti amministrativi e giudiziari che contraddistinguono il sistema italiano e neppure , sul piano delle procedure per la presentazione delle liste, quelle inutili e ripetitive presentazioni di firme per liste che sono già ampiamente presenti nelle istituzione per le quali ripresentano liste e candidature. Diciamo soltanto che, proprio tali procedure aprono gli spazi a forzature e a “imbrogli” o a “errori” che, in alcuni casi, clamorosamente, hanno influito sullo svolgimento delle stesse elezioni. Un caso eclatante fu la mancata presentazione della lista del PDL per la circoscrizione di Roma nelle elezioni regionali del 2010, fatto che contribuì a dequalificare la rappresentanza consiliare del partito di centrodestra, con le note conseguenze scandalistiche che portarono ad interrompere la legislatura anticipatamente .

Riteniamo importante sottolineare come l’attività della magistratura , nella crisi del sistema istituzionale del Paese, sembra agire come un potere assoluto e definitivo . Un potere che interviene sulla vita politica non solo modificando leggi e intervenendo con sentenze anche laddove non vi siano normative, che indirizza e giudica l’attività legislativa della Camere, nei tempi e nei modi che ritiene più opportuno. Questa situazione che è oggetto di critiche soprattutto da parte del centrodestra, tuttavia era conosciuta e criticata sin dagli anni ’50 e ’60 dalle più sapienti intelligenze politiche come, ad esempio, da Luigi Sturzo.

In un libro recente ( “ I Fondamenti della Filosofia Politica” di Luigi Sturzo, Solfanelli, Chieti, 2013 ) il professor Giulio Alfano che insegna Istituzioni di Filosofia politica e Etica politica presso la facoltà di filosofia della Pontificia Università Lateranense, esamina le critiche che il fondatore del Partito Popolare rivolgeva al sistema giudiziario italiano così come delineato dalla Costituzione del 1948. Partendo da una valutazione storica , Alfano scrive: “ Sturzo osservava, già in tempi non sospetti, che il potere della magistratura rischiava di diventare una variabile indipendente e che ‘sarebbe ingiustizia e disonestà affermare che in secolo di storia del nostro Paese la magistratura non abbia avuto l’indipendenza morale che l’ha fatta e la fa garante di giustizia nonostante i difetti degli uomini e le imperfezioni del sistema’ “ ( L. Sturzo, Politica di questi anni, vol XI, p. 246 ). Tuttavia , continua Alfano “Sturzo osservava implicitamente l’anomalia che uno dei tre poteri dello stato, quello giudiziario, fosse l’unico non elettivo , ma vigente per un concorso pubblico indetto dallo stato stesso. Avendo l’esperienza degli USA dove la magistratura è eletta dai cittadini , egli ricordava che ’ se la magistratura è un potere costituzionale o un organo del potere dello Stato , deve essere organizzata come tale e non altrimenti e in un regime democratico il potere viene solo dal popolo; l’emanazione popolare sia diretta che indiretta , e il controllo dell’esercizio del potere in forme adatte alla delicata funzione debbono essere evidenti per il potere giudiziario come per gli altri poteri , in democrazia non esistono poteri irresponsabili ‘ ( L. Sturzo, cit. ) ”.

La situazione creatasi dopo l’approvazione della Carta del 1948 era ben presente al fondatore del Partito Popolare e così rileva Alfano: “ Sturzo obbiettava che la Costituzione italiana aveva considerato la magistratura un servizio e non un potere , ma che essa ha ‘ creato una situazione indefinita che non sa bene cosa sia il rapporto fra l’ordine giudiziario e il popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge in base all’articolo 101 della Costituzione, ma anche i cittadini comuni sono soggetti soltanto alla legge , … nella Costituzione della Repubblica italiana si legge all’articolo 104 che la magistratura ‘costituisce un ordine indipendente e autonomo da ogni altro potere ‘ e quest’altro potere non può che essere l’esecutivo , compresi il Presidente della Repubblica, ovvero il legislativo , ovvero il Parlamento. Conseguenza dovrebbe essere l’istituzione della magistratura elettiva come negli Stati Uniti d’America. Tale sistema per un sistema incline politicamente alla demagogia come il nostro, potrebbe essere un salto nel buio , ma altro salto nel buio sarebbe organizzare la magistratura come ordine chiuso ed irresponsabile, sarebbe una specie di Stato nello Stato! ‘ ( L. Sturzo, cit. ) “.

Appunto, siamo nella condizione , oggi, che l’ordine giudiziario sia , di fatto, diventato uno “Stato nello Stato”.

Queste analisi, frutto dell’intelligenza politica del popolarismo cattolico, rappresentano una linea di pensiero in netta antitesi e controtendenza rispetto al “politicamente corretto” di oggi dove vige il più assoluto conformismo ad un sistema di potere che poggia su di una concezione di conservazione costituzionale che sta portando la società italiana e l’Italia stessa verso un irreversibile declino.

di Pietro Giubilo
11/11/2013 [stampa]
"Senza modificare la costituzione"
Una intervista del politologo “di fiducia” di Renzi, Roberto D’Alimonte, sul Corriere della Sera del 6 novembre spiega con chiarezza le reali intenzioni del PD in ordine alla questione della nuova legge elettorale che dovrebbe sostituire il “porcellum”e del problema delle riforme costituzionali. Il professor D’Alimonte sostiene la proposta di una riforma elettorale per le politiche fondata sul doppio turno di coalizione, quella che è stata presentata come analoga alla legge per l’elezione popolare diretta dei sindaci.

Innanzitutto un chiarimento : quale fu la reale innovazione della legge per l’elezione diretta dei sindaci ? Appunto la loro elezione popolare; per il resto restarono le liste concorrenti, il proporzionale anche se corretto con il premio di maggioranza e le preferenze. La vera innovazione e il contributo di chiarezza e stabilità di quella legge fu di staccare l’elezione del Sindaco dalle assemblee consiliari, terreno di caccia della instabilità politica. Certo, c’entra anche il doppio turno – al quale è particolarmente affezionato il PD - , ma questo è in funzione del candidato sindaco ed il premio di maggioranza viene assegnato ai partiti della coalizione che sostiene il candidato vincitore.

La verità, senza infingimenti , è che per rendere simile l’elezione parlamentare a quella dei sindaci occorrerebbe modificare la Costituzione e scegliere un modello politico non più solo parlamentare, ma di tipo presidenziale o di cancellierato.

D’Alimonte rigira completamente la frittata poiché nel sostenere questo modello elettorale, aggiunge esplicitamente: “ Si tratta di un sistema elettorale che incide sulla forma di governo, senza modificare la Costituzione … che più si avvicina a quello con cui eleggiamo i sindaci … introduce non formalmente, ma di fatto, l’elezione diretta del primo ministro”.

Ora l’ ”imbroglio” del professor D’Alimonte è evidente perchè senza una riforma della Costituzione al massimo questo sistema elettorale può contenere una ”indicazione” alla carica di primo ministro, come, peraltro, già avviene con il ”porcellum”, ma sappiamo bene ed è riscontrato dai fatti che tale indicazione non è sufficiente a determinare la stabilità politica dei governi, senza contare che proprio il livello della forma di governo appare debole nell’impianto costituzionale e la “legittimazione” popolare è ben altro rispetto alla “indicazione” e per ambedue queste riforme occorre cambiare l’architettura costituzionale.

Ora, cosa evidenzia , questa insistenza dell’ala renziana e di buona parte del PD sull’argomento della legge elettorale ?

Innazitutto che si è contrari ad una riforma della Costituzione che investa il modello di governo e, poi, che con l’approvazione della legge elettorale si intende sottrarre tempo e obbiettivi al governo Letta.

Si rende evidente l’atavica e irremovibile diffidenza del PD nei riguardi delle riforme costituzionali e la fretta di andare ad elezioni prima che svanisca l’effetto Renzi che, comunque, già appare appannato, come dimostra lo scarso appeal dell’opinione pubblica nei riguardi dei congressi e delle primarie del PD.

di Pietro Giubilo
24/10/2013 [stampa]
Un partito popolare europeo d'occasione
La defenestrazione del professor Mario Monti – Senatore a vita assai singolare – è avvenuta come nelle migliori tradizioni proprio da chi – da Bruxelles - lo aveva accreditato contro Berlusconi presso il Partito popolare europeo, del quale , comunque, non ha mai voluto far parte.

Un alto esponente dell’UDC ci aveva fatto rilevare, proprio in questi giorni , che il responsabile di Scelta civica si era recato ad un incontro con il gruppo dei liberaldemocratici presso il Parlamento europeo, definiti “ con forti presenze massoniche”.

Mario Mauro, poi, si è avvalso della consulenza di un esperto in questo tipo di manovre, Pierferdinando Casini, che, nell’operazione, ha visto , dopo la debacle elettorale che aveva quasi azzerato il suo partito, la possibilità di reinserirsi nei giochi politici.

Subito intervistato dal Corriere della Sera, tuttavia Mario Monti non ha potuto contare sulla solidarietà che si aspettava da quegli ambienti con i quali è stato sempre in buoni rapporti. Anzi, nell’intervista, le parole del Senatore sono apparse rancorose, critiche verso tutti ,con espressioni troppo severe verso il governo e la sua posizione politica appare ormai archiviata.

Era già scontato che chi aveva, a suo tempo, sponsorizzato la premiership del professore, oggi intende puntare le sue carte sul premier e , quindi, sostenere l’iniziativa del Ministro della difesa che rappresenta la vera cerniera del rapporto tra i ministri pdl con ansie governative e un premier sottoposto a dure critiche anche all’interno del suo partito .

Il senatore Mauro sta dando vita ad una iniziativa di un certo respiro, quella che aveva già tentato prima delle elezioni politiche , ma con una tattica più prudente. Con una certa abilità , non ha forzato troppo sulla possibilità di una scissione nel Pdl, anzi, sembrerebbe aver rassicurato Berlusconi, in senso contrario, ritenendo che una scissione avrebbe, comunque reso esigua la maggioranza del governo e che,ormai, lo stesso Berlusconi, al momento, non sembra avere alternative al mantenimento del Pdl nella maggioranza. I prossimi giorni, le prossime sentenze, la decadenza o l’interdizione , dovrebbero, secondo Mauro, fare il resto, rendendo più debole l’influenza del Cavaliere sul centrodestra.

A Berlusconi non è sfuggita l’operazione che si è andata costruendo; indebolito dagli assalti della magistratura e da una situazione interna di partito difficile, non si è potuto opporre, ha pensato di attuare una strategia assorbente ed ha agito di conseguenza: prima rinunciando a votare contro il governo , poi frenando le irruzioni dei lealisti , quindi anticipando la possibile deriva verso la costituzione di un nuovo partito, con la richiesta ad Alfano di lasciare la segreteria del PDL, che trasferirebbe a lui , anche formalmente, la guida effettiva.

Infatti mentre il governo Letta continuerà a vivacchiare - sembra improbabile che riesca al alzare il tono - la partita decisiva si giocherà sulle forze politiche.

In vista delle elezioni europee , che saranno un test importante e che , in base al risultato, potrebbero accelerare la corsa verso le elezioni politiche – se non interverranno fatti deflagranti - , a destra potrebbe partire l’operazione partito popolare europeo.

L’obbiettivo dovrebbe essere quello della costituzione di un partito fortemente ancorato al PPE sul modello della CDU tedesca che, nelle intenzioni dovrebbe mettere insieme le componenti “moderate”.

E’ una operazione da tavolino, giocata su schemi precostituiti che pur riaffermando il bipolarismo “europeo”, presupporrebbe l’architettura del sistema politico tedesco, che non si adatta alle condizioni storico politiche del sistema italiano.

l sistema politico tedesco nasce senza un partito comunista, sin dall’inizio con un modello bipartitico: uno democristiano e l’altro socialdemocratico. La chiusura di quest’ultimo verso la sua sinistra è netta , fino al punto di evitare ogni forma di alleanza elettorale anche con la conseguenza della sconfitta . La prova di tutto ciò è nei risultati delle ultime elezioni, che hanno visto uscire un parlamento nel quale una maggioranza di sinistra non costituirà un governo delle sinistre, ma una grande coalizione. La CDU/CSU non ha quindi alcuna necessità di allargare la sua frontiera di destra, ma si limita alla alleanza con i liberali, non sempre fortunata.

In Italia c’è un fronte della sinistra , cioè una alleanza tra il PD e la sua sinistra, fino al punto , dopo le ultime elezioni, di voler tentare di arrivare ad un’ accordo con il M5Stelle, impedito da Napolitano.

Il PCI che non ha mai voluto fare i conti con la sua storia e quindi percorrere la strada socialdemocratica e riformista è oggi influenzato dalle posizioni giustizialiste , di ispirazione radicale che non rinunciano a svolgere manifestazioni ed iniziative con tutte le più svariate espressioni della sinistra.

Una alternativa a questo fronte non può essere nella logica del partito popolare europeo , perché richiede una alleanza con le posizioni della destra e di partiti come la Lega che detiene un alto consenso nelle tre importanti regioni settentrionali.

E’ nota la diffidenza del PPE , condizionato dai partiti democristiani di sinistra in alcuni Paesi, verso la destra ed ancor più nei riguardi della Lega.

Il partito popolare europeo di Mauro e Casini non può nascere come una strategia personale.

Non può essere un partito d’occasione, ma deve interessare e aprirsi al confronto di tutte quelle componenti che hanno dato vita, in questi anni, al centro destra, espungere i toni e le asprezze estremiste , costruire una vasta piattaforma nella cultura popolare , cattolica liberale e riformista.

Le strade troppo strette e le strategie personali non portano lontano.

di Pietro Giubilo
03/09/2013 [stampa]
La tesi di Violante e il muro giustizialista
Violante - uno dei componenti della commissione per le riforme costituzionali voluta da Giorgio Napolitano - ritiene “legittimo rivolgersi alla Consulta” per una valutazione circa la costituzionalità della legge Severino.

Fonda il suo ragionamento su due presupposti : che “il procedimento davanti alla Giunta è di carattere giurisdizionale” e che il PD è “ una forza legalitaria … la legalità comprende il diritto di difesa e impone di ascoltare le ragioni dell’accusato”.

La posizione di Violante ha suscitato clamore all’interno del PD ed una parte lo ha “accusato con inaccettabile livore”, come lui stesso ha detto, in modo deciso, in una non affollata riunione domenica 1 settembre presso un circolo PD a Torino.

Molti esponenti nazionali - anche soprattutto gli ex Margherita - e qualche componente della Giunta si sono espressi chiaramente contro questa ipotesi e ciò dimostra come il nocciolo duro del Partito sia formato da un pensiero che ritiene intoccabile ogni posizione e decisione della Magistratura, anche se queste comportano rilevanti conseguenze politiche che possono far saltare l’attuale importante accordo di governo.

Questa identità giustizialista del PD è ormai un dato inamovibile di un partito oggettivamente in crisi e in grande difficoltà a presentare un richiamo sociale e politico, come era stato nella sua tradizione storica e politica.

Anche quelle posizioni che non sono radicate in questa nuova tipicità , tuttavia, nel confronto politico, ammettono che se il PD dovesse convenire su una proposta che eviti la decadenza di Berlusconi, rischierebbe di vedere “azzerare” il suo consenso.

C’è , poi, un altro aspetto della proposta di Violante che non viene posto nella giusta evidenza.

Questo riconoscimento del carattere giurisdizionale della Giunta, oltre a consentire la richiesta di verifica della costituzionalità della legge Severino, può essere inteso come l’ elemento prevalente per il formarsi dell’opinione e della decisione da prendere.

In presenza di una pronuncia della Consulta che sancisse la correttezza della legge sulla decadenza, qualora si intendesse in questo modo la funzione della Giunta, è evidente che questa non potrebbe che prendere atto di ciò che uscirà dal giudice delle leggi.

Si verificherebbe un ineliminabile svuotamento del ruolo politico dell’organismo del Senato e ai suoi componenti non resterebbe che la funzione della presa d’atto.

Da questa combinazione di elementi emerge ancora una volta come il Parlamento stia perdendo il suo ruolo politico di scelta e di mediazione, con ciò proseguendo sulla strada dell’impoverimento del sistema politico proprio nel suo aspetto di democrazia parlamentare rappresentativa .

di Pietro Giubilo
08/07/2013 [stampa]
Il fascino discreto delle grandi lobby
Michele Ainis nel fondo del Corriere della Sera del 5 luglio si intrattiene sul tema assai scivoloso della regolamentazione delle Lobby.

La questione era balzata, improvvisamente, alle cronache per una esternazione poco felice del Ministro Cancellieri che aveva maltrattato gli avvocati definendoli “lobby che frenano le riforme”, a parte anche qualche infelice “fuorionda”.

Il tema è delicato e, incautamente, il professor Ainis si avventura anche in una elencazione , seppur generica : “ L’Italia dei mercati sotterranei, dei poteri trasversali, della P4 che segue la P3 che segue la P2, è ben poco democratica”.

Ainis richiede una” legge sulle lobby”, ne guadagnerebbe, secondo lui, “la trasparenza della nostra vita pubblica , ma pure la libertà di concorrenza”.

Probabilmente è tutto vero e siamo d’accordo.

Come al solito , però, i nostri intellettuali arruolati nei quotidiani, mostrano sempre uno sguardo parziale, anzi, distorto.

Se, davvero si volessero eliminare le lobby si dovrebbe iniziare dalla proprietà dei quotidiani che in Italia, caso unico al mondo , appartengono a imprese, banche, che nulla hanno a che fare con l’editoria.

Che interesse ha un imprenditore che fabbrica cemento ad avere il quotidiano più tradizionale di Roma? Cosa spinge un costruttore di automobili ad avere la quota maggioritaria dei quotidiani più “autorevoli “ del Paese e quali vere intenzioni avrà un concorrente che fa il “ ciabattino” ? Mistero, al quale inutilmente chiediamo ad Ainis di risponderci. Anche se noi sappiamo risponderci da soli .

Nessun articolo di fondo ci spiegherà questi dilemmi. Ma noi sappiamo che la carta stampata può avere una influenza determinante sull’attività di giunte comunali, ad esempio quando decidono sul piano regolatore o a governi che ripartiscono i finanziamenti ed i sostegni alle imprese.

E poi, in quando al tema della Massoneria , Ainis dovrebbe essere meno selettivo.

Noi siamo sempre poco propensi a scrivere sulle logge, anche perchè non ci sentiamo di appartenere alla categoria dei commentatori delle cose politiche che, pigramente, analizzano la storia attraverso i complotti.

Perché limitare la questione alla P2, P3, P4 e non avere il coraggio di chiamare in causa tutta la Massoneria ? Forse perché, altrimenti, sarebbe come parlare di corda in casa dell’impiccato ?

Questo atteggiamento, ci ricorda il falso confronto di quasi un anno fa’ , quando parlando di aperture al mercato si elencavano i giornalai, i tassisti e i farmacisti e non gli altri veri, grandi privilegi del chiuso sistema politico, sociale ed istituzionale dell’Italia: giudici, professori universitari, patti di sindacato vari, fino ai partiti di oggi e ai sindacati di sempre.

Sarà …, ma avvertiamo sempre, quando si toccano i temi “sensibili” , un’aura di saggezza “innata”, cioè di rango, di casta, un atteggiamento di presunzione intellettuale, un occhio attento ad alcuni temi, ma distratto e lontano su altri.

E’ sempre il risultato del sottile , insidioso e discreto, fascino delle vere, grandi , lobby.

di P. G.
05/07/2013 [stampa]
Quattro donne Cavalieri del lavoro
Solo quattro donne Cavalieri del lavoro sui 25 nominati quest’anno dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’onorificenza, istituita nel 1901, viene conferita ai cittadini italiani che si sono distinti in 5 settori: agricoltura, industria, commercio, artigianato, attività creditizia e assicurativa.

Attualmente sono in tutti 592.

Le quattro donne sono: Anna Alois, classe 1958 di Caserta che disegna e realizza dal 1986 con il marchio “Annamaria Alois” tessuti di altissima qualità con una lavorazione artigianale. Esporta l’80% della produzione.

Nicoletta Fontana, classe 1948 di Milano, che è la fondatrice e la presidente di Regia, l’azienda che produce e commercializza in 25 paesi arredi per i bagni.

Marta Grezzi, classe 1944 di Firenze, presidente dell’azienda alimentare fondata nei primi del Novecento e che produce tonno in scatola, alici sott’olio, pesce pronto da cucinare.

Teresa Naldi, classe 1957 di Napoli, presidente e direttore generale della Royal hotel resort proprietaria di alberghi come il Continental di Napoli e il Parco dei Principi di Sorrento.
10/06/2013 [stampa]
Giovani italiani emigrano in Germania per trovare lavoro
L’EMERGENZA è IL LAVORO. Per sfuggire alla crisi 42 mila italiani nel 2012 hanno raggiunto la Germania che torna ad essere il paese verso cui emigrare, anche se nella prima parte del 2013 l’economia tedesca ha perduto qualche colpo.

Per gli italiani la ricerca del posto di lavoro in Germania ha riservato buone e cattive notizie, come all’inizio degli anni Sessanta quando le fabbriche tedesche erano piene di manovali e operai italiani. Trattati anche male come raccontano le tante storie di emigrati vissuti nei capannoni-dormitori, in quatro-sei in una camera, senza famiglia, senza conoscere la lingua, isolati dal contesto sociale e culturale dei paesi tedeschi. Allora c’erano i treni della speranza che partivano dal meridione.

Oggi la fisionomia dell’emigrante è profondamente cambiata. I giovani emigrano in treni ad alta velocità o volano su aerei low-cost. Spesso sono laureati, quasi sempre diplomati o operai specializzati i cerca di un posto di lavoro ben remunerato. La Germania ha bisogno di lavoratori, ha un tasso di disoccupazione del 6,9 a fronte dell’undici della media europea e del 12,5 dell’Italia.

L’immigrazione è vista dai vertici dello Stato ( dal Cancelliere Angela Merkel in testa che a settembre si presenta alle elezioni per il terzo mandato ) e dagli imprenditori dell’economia reale una risorsa per rafforzare la posizione di potenza economica.

La novità, rilevata dall’Ufficio federale tedesco, è la crescita particolarmente forte dell’immigrazione dai paesi dell’Unione europea colpiti dalla crisi finanziaria e dal debito pubblico. Rispetto al 2011 i migranti dall’Italia, Spegna, Grecia, Portogallo sono aumentati di oltre il 40%.

Altro aspetto messo in evidenza è che l’arrivo di italiani, greci, spagnoli e portoghesi ( mai così tanti dal 1996) crea meno tensioni sociali della presenza della folta comunità turca e soprattutto dall’ondata dei circa 350 mila polacchi, rumeni e bulgari.

I dati statistici rilevano che se la disoccupazione giovanile è sotto il 10 per cento in Germania, Olanda, Austria nell’Europa del Sud il tasso dei giovani senza lavoro supera il 30 per cento.

La creazione di posti di lavoro è la sfida futura dell’Europa. Si inizia con il quadrangolare di Roma promosso dal premier Letta e si conluderà in dicembre nel summit dei Capi di Stato e di governo dei 28 paesi dell’Unione, dopo l’adesione della Slovenia.

di Sergio Menicucci
04/06/2013 [stampa]
Liberta' e valori: laicismo contro democrazia
Quello di domenica 2 giugno sul Corriere della Sera è un importante editoriale di Ernesto Galli della Loggia ( “ Una libertà minacciata” ).

Il tema è di assoluto rilievo : l’ intolleranza verso la religione, soprattutto in Europa, costituisce una minaccia ed una privazione della libertà.

E poco più avanti precisa: “un’intesa sul sistema francese, doppio turno e presidenzialismo, è da tempo a portata di mano: chi la realizzasse passerebbe alla storia”.

L’editorialista lo svolge con argomentazioni ampie : dalle espressioni di volgare blasfemia, alla impossibilità per i cattolici di restare fedeli alla loro fede nell’esercizio di professioni ; dalla “cancellazione” dei riferimenti cristiani, alla inconsapevolezza che “la libertà religiosa ha rappresentato storicamente l’origine di tutte le libertà civili e politiche”, per concludere che “oggi, in Europa, in molti luoghi e per molti versi , la libertà dei cristiani appaia oggettivamente messa in pericolo “.

La cultura cattolica più attenta, già negli anni ’70 aveva colto questo rapporto tra laicizzazione e fine della libertà.

Gianni Baget Bozzo rilevava che la “proposta politica radicale è la negazione dei fondamenti del problema di Dio: il valore della natura e della società” , nel senso che la società non era più tutelata da un qualcosa di ulteriore rispetto all’individuo, e di conseguenza il diritto sarebbe divenuto la forza dell’individuo , dimostrato anche dal concepire l’aborto come un diritto ( Il Partito Cristiano, il Comunismo e la Società Radicale , Firenze 1976 ).

Augusto Del Noce nell’esaminare gli effetti della civiltà tecnologica criticava l’individualismo che andava dilagando : “ se ogni individuo sarà visto dall’altro unicamente come strumento della propria realizzazione, di quale ordine si potrà parlare se non di quello della reciproca schiavitù” e concludeva : “fine della religione, della libertà e della democrazia , che sarà pure la fine dell’Europa: perché il principio su cui è sorta la civiltà europea è quello di un mondo di verità universali ed eterne a cui tutti gli uomini partecipano” ( L’Epoca della secolarizzazione, Milano 1970 ).

L’articolo di Galli della Loggia esamina puntualmente i tanti aspetti nei quali si tende a cancellare il ruolo pubblico della religione ed in particolare l’espressione da parte dei cristiani. Non si tratta, a nostro avviso, solo di un problema di libertà religiosa per i cristiani che, effettivamente, è posta in discussione in Europa come imposizione laicista e in molti altri paesi come persecuzione.

La questione più rilevante ancora è quanto questa irreligiosità si ponga a danno della libertà di tutti e della stessa democrazia.

Come ebbe a notare il costituzionalista tedesco Bockenforde in un famoso articolo su “Lo stato secolarizzato e i suoi valori”, l’idea di una laicizzazione estrema dello stato, intesa come “religione civile”, “non può tollerare deviazioni dai suoi principi”. “Tutto ciò”, aggiungeva “può essere letto in Rousseau: chi non faccia propri i fondamenti della religione civile , anzi li rifiuti, va esiliato dallo stato , non tanto perché non creda ai principi fondamentali dell’ordinamento statuale, ma in quanto “insociable”, cioè incapace di integrarsi nella comunità”.

Questo atteggiamento preconizzato dall’autore del Contratto Sociale è quanto oggi avviene nei confronti di coloro i quali riferiscono la loro visione politica al cattolicesimo: la marginalizzazione e la espulsione dal confronto politico, l’accusa di essere antimoderni, arretrati e intolleranti.

Essi debbono essere fuori dalla democrazia che , secondo questa opinione, presuppone fondamenti laicisti e positivisti.

Si tratta , invece, dell’annullamento della democrazia, delle sue radici storiche e valoriali e del quadro di civiltà in Italia e in Occidente.

di Pietro Giubilo
26/03/2013 [stampa]
La “Grande Riforma” Nel Tempo Della “Guerra Civile”
Anche Antonio Polito arriva, in ritardo – e più avanti spiegheremo perché – alla necessità che l’Italia affronti la vera grande riforma, cioè quella della Costituzione.

Su “Il Corriere della Sera” di domenica 24 marzo scrive, infatti, a proposito del cambiamento invocato da tanti: “ma quale cambiamento sarebbe più radicale di una trasformazione del nostro sistema elettorale e istituzionale che renda finalmente l’Italia governabile, una democrazia al posto di una partitocrazia? “.

E poco più avanti precisa: “un’intesa sul sistema francese, doppio turno e presidenzialismo, è da tempo a portata di mano: chi la realizzasse passerebbe alla storia”.

E Polito adombra anche un possibile scambio tra un ”non voto” del PDL sul governo Bersani e una “regia” sulla “trama” della riforma, affidata ad un esponente del centro destra.

Certo che banalizzare la necessità “storica” di una riforma costituzionale di ampia portata agganciandola ad una tattica parlamentare per salvare Bersani, mostra un atteggiamento di basso profilo che rappresenta il motivo conduttore con il quale l’intellighezia giornalistica affronta i temi di fondo della politica italiana.

Manca anche una critica al perenne “patriottismo costituzionale” con il quale la sinistra italiana sia post comunista che cattolico democratica – le “anime” del PD - ha contrastato qualsiasi discussione su un cambiamento della Costituzione che ponesse fine alla centralità del Parlamento quale unico pilastro istituzionale del sistema politico italiano. Due considerazioni per concludere.

Non solo la questione viene posta con grande timidezza, ma, ne accennavamo all’inizio, anche con grande ritardo.

Alla fine degli anni ’60, quando il primo centro sinistra mostrò le difficoltà di avviare una fase di stabilità politica nacquero iniziative sia a destra ( Nuova Repubblica di Pacciardi, MSI) che al centro ( Europa Settanta nella DC ), anche nella fase del pentapartito negli anni ‘80 si tentò di porre al centro dei problemi del Paese la “grande riforma” ( Craxi ) ,negli anni della cosiddetta seconda repubblica il centro destra propose il presidenzialismo. Nel frattempo il logoramento del sistema politico ha provocato danni enormi sul piano economico, amministrativo , giudiziario e della rappresentanza politica che non è più in grado di “trattenere” una dilagante protesta.

Il “Corriere” sempre del 24marzo ripercorre le fasi delle “Bicamerali fallite” per proporre il modello della commissione De Mita – Jotti “ che parte con una commissione di studio … e diventa commissione redigente”.

Tuttavia per avviare anche un procedimento di questo tipo occorrerebbe un colpo di reni delle forze politiche che, invece, sono esauste e giunte ad un punto di conflittualità senza soluzioni.

Manca, infatti, - per concludere - il senso di una direzione della politica verso l’interesse generale, mentre si persegue unicamente l’obbiettivo di combattere e, addirittura, eliminare con ogni mezzo, l’avversario politico, avvalendosi della via giudiziaria, nel risultato evidente che la giustizia si sostituisce alla politica.

Siamo ancora nel tempo di una politica segnata da una guerra civile permanente. Il clima, le dichiarazioni, gli intenti di questa fase post elettorale lo stanno dimostrando in maniera evidente nei riguardi di Silvio Berlusconi.

In questa condizione come si può avviare il percorso verso una nuova Costituzione , ovvero verso ciò di cui l’Italia ha, oggi, più bisogno ?
15/02/2013 [stampa]
Il palco elettorale di Via d'Amelio e la sdegnata smentita della famiglia Borsellino al giustizialista Fini.
L’”irruente” Fabio Granata, così lo definisce il Corriere della Sera dell’11 febbraio , aveva giustificato la prevista presenza elettorale di Gianfranco Fini domenica 17 febbraio sul palco di Via D’Amelio , ricordando come il presidente della Camera tre anni prima fosse “l’unico big della politica gradito alla famiglia Borsellino”.

L’on Granata infiora questa notizia glorificando un Fini giustizialista sottolineando che “la sua voce s’alzò allora per dire che il pentito Spatuzza con le sue accuse più o meno dirette a Marcello dell’Utri e Berlusconi , andava ascoltato, protetto e riconosciuto come collaboratore affidabile”.

In sostanza, Granata afferma che da queste prese di posizioni era nato lo scontro con Berlusconi , tentando di offrire una base “nobile” alle motivazioni della rottura che, invece, nacque da un livore personale che si espresse attraverso prese di posizioni contrarie alla linea politica dell’allora premier.

In verità, con i magistrati, Fini parlava nei fuori onda auspicando scosse giudiziarie per il premier, e se le dichiarazioni di Granata rispondono a verità esse confermano l’arrogante giustizialismo del Presidente della Camera che, sostituendosi agli stessi magistrati, avrebbe , lui, deciso l’affidabilità di alcuni pentiti.

Il Corriere racconta ancora che il parlamentare siciliano si inorgoglisce della definizione di “amico” attribuitagli da Ingroia, confermando la tendenza a rivendicare legittimazioni politiche.

La sua vocazione emerge anche dalla chiusa dell’articolo, dove si descrive un Granata “ sempre pronto a difendere i magistrati più combattivi, a cominciare dal neoprocuratore generale Roberto Scarpinato , quando in estate volevano metterlo sotto inchiesta per la filippica contro i potenti echeggiata sul palco di via d’Amelio. Lo stesso che si rimonta per Fini”.

In quanto al “gradimento della famiglia Borsellino” giunge puntuale una clamorosa smentita .Il Tempo del 13 febbraio pubblica una dichiarazioni dell’eurodeputata del PD Rita Borsellino che assai dignitosamente dichiara: “Mi preme smentire che ci sia un assenso in qualsiasi forma da parte della famiglia Borsellino: non spetta a noi darlo o negarlo” e per essere più chiari la sorella del magistrato precisa: “ mi chiedo soprattutto se sia opportuno che un partito faccia una iniziativa pubblica in via D’Amelio proprio nel pieno della campagna elettorale , fatto che creerebbe un precedente”, continuando: “ mi associo da quanto già espresso da mia sorella Rita in merito al preteso tacito assenso della famiglia Borsellino e alla inopportunità della iniziativa stessa, mi preme fare presente che nessuna adesione a quest’ultima è stata data dal Movimento delle Agende Rosse che è . per statuto , assolutamente trasversale e che si è sempre astenuto da iniziative ed eventi legati a competizioni di tipo elettorale”.
30/01/2013 [stampa]
L’Inps ha sborsato una montagna di euro negli ultimi 4 anni Cassa integrazione quattro miliardi di ore
Quattro miliardi di ore di cassa integrazione in quattro anni. Gli effetti devastanti della recessione e della crisi economica si sono abbattuti sul mondo del lavoro. In modo particolare sull’industria costretta a ricorre agli armonizzatori sociali per circa 3 miliardi di ore. Il record negativo è stato accumulato da quando è esploso il bubbone finanziario. A partire, infatti dal 2009, le ore autorizzate sono cresciute sfiorando e superando il tetto del miliardo, con il picco di 1,2 miliardi nel 2010. Dal 2005 al 2008 le ore autorizzate dall’istituto di previdenza ( Inps) si sono mantenute intorno ai 250 milioni di ore l’anno, per un totale di 888, 2 milioni.

L’andamento peggiore lo ha fatto registrare il commercio che è passato dai quasi 19 milioni di ore del periodo 2005-08 ai 432 milioni del 2011. Non è stato risparmiato neppure l’artigianato che ha raggiunto 382 milioni di ore. Sempre critica la situazione dell’edilizia con 342 milioni di ore. A livello geografico è il Nord la zona in cui maggiormente l’Inps è dovuta intervenire: 2, 6 miliardi di ore.

Sul largo ricorso alla Cassa Integrazione andrebbe fatta una riflessione sull’onere che si paga senza che alcuna crisi aziendale venga portata a soluzione. C’è poi il fatto che questa massa di lavoratori prende il sussidio ( povero) e non fa niente. Perché a fronte dei 700-800 euro al mese questi dipendenti non possono essere utilizzate per qualche scopo utile? Eppure nelle scuole occorre personale ausiliario, gli enti locali non hanno i soldi per ripulire le strade, gli argini dei fiumi, dei laghi, parchi, hanno edifici che vanno in rovina. Il mondo della cultura lamenta carenza di organici nei musei o in altre sedi culturali. Perché non utilizzare i lavoratori in cassa integrazione?

Lo Stato paga solo e attende. In Inghilterra e in altri paesi i disoccupati vengono assistiti a trovare un nuovo impiego e quando lo rifiutano perdono il diritto al sussidio in parte o per intero. In Italia no. Ci si ricorda dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori ma mai è stata criticata a sufficienza la colpevole abolizione degli uffici di collocamento del Ministero del lavoro, previsti al titolo quinto nell’ultima parte dello stesso statuto.

E’ di fronte a questo quadro che gli industriali hanno presentato il “ Progetto per l’Italia”, chiedendo di ricostruire il paese perché nel giro di sei anni si è perso quasi l’8 per cento del prodotto interno lordo ( e quello del 2013 secondo tutte le stime sarà ancora negativo di un punto mentre dovrebbe crescere per lo meno del 2 per cento l’anno fino al 2018 ) e il settore manifatturiero il 25% del volume di produzione.

Una delle ipotesi per la crescita potrebbe essere quella lanciata dalla Confindustria di lavorare 40 ore di più all’anno che comporterebbe maggiore occupazione e retribuzione doppia, quindi rilancio dei consumi.

L’altro dato allarmante, emerso dagli ultimi dati del Censis, è che circa il 28 per cento della popolazione italiana è a rischio povertà o esclusione sociale come dimostra il numero crescente delle persone che si rivolge alle associazioni di carità e alle loro mense o che raccolgono gli “ scarti” ai mercatini. ( smen)
15/01/2013 [stampa]
Una brutta notizia in Italia dalla Cassazione per la famiglia
Non è sufficiente minimizzare il senso della sentenza della Cassazione che ha affidato un bimbo a due donne gay, argomentando, come fa il quotidiano della CEI, che “i giudici si riferiscono al caso specifico e non teorizzano in alcun modo la necessità di legiferare a favore dell’adozione delle coppie omosessuali” ( Avvenire 12 gennaio pagina 5 )

E’ la tesi che inerisce alla sentenza che appare infondata e pericolosa alla luce del diritto naturale.

In sostanza i giudici scrivono che non è altro che “un mero pregiudizio” sostenere che “sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale”. Non ci sarebbero “certezze scientifiche o dati di esperienza”, mentre si darebbe “per scontato ciò che invece è da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto familiare per il bambino”.

Questa dichiarazione appare priva di razionalità . Non si tratta semplicemente di riferirsi a ciò che dice con chiarezza la dottrina sociale della Chiesa quando afferma che “ nell’educazione dei figli il ruolo materno e quello paterno sono ugualmente necessari” (Compendio n. 242 ), ma è importante conoscere che quello della paternità e della maternità è definibile come un “compito di natura” , al di là di pseudo dimostrazioni della sociologia.

L’agire del diritto della Cassazione, in presenza di una questione di interpretazione brancola nel buio (“ non ci sono certezze scientifiche”) e, invece di risalire all’origine del diritto positivo, cioè a quello naturale, preferisce operare cancellando il diritto naturale.

E’ proprio questa la prospettiva della “rivoluzione laicista” .

La politica deve, invece, affrontare questo tema e non rinviarlo come intendono e dichiarano Monti e Riccardi.

Sono, infatti, questioni relative a valori che non attengono alla sfera religiosa o della fede, ma a quella della ragione , come ha sottolineato con chiarezza, recentemente, Mons. Negri , validi anche per i non credenti .

In un passato abbastanza recente la CEI su tali questioni in politica si schierò con chiarezza e indicò il non voto per il referendum sulla legge 40.

All’epoca Gianfranco Fini, oggi alleato di Mario Monti, disse che i vescovi invitando all’astensione facevano opera “diseducativa”.

Potrebbe darsi che, nelle sedi appropriate , qualcuno possa chiedere quale senso abbia tale alleanza.
10/12/2012 [stampa]
Le "primarie" ultimo anelito della "Repubblica dei partiti"
Secondo il PD la nuova dimensione della democrazia italiana sono le primarie.

Asseconda tale idea anche la gran parte della stampa “padronale” che si è sempre dimostrata poco propensa ad una riforma costituzionale per rafforzare la democrazia sulla base del consenso e del voto popolare.

Invece le primarie sono l’estremo tentativo di sopravvivenza della “ repubblica dei partiti” : non a caso chi voleva parteciparvi doveva sottoscrivere un documento pubblico di impegno elettorale verso il PD o la coalizione.

Con queste primarie si confermava l’assioma della prima repubblica secondo il quale la forma partito prevale sulle istituzioni e la libera scelta elettorale non è verso chi governa, ma verso i partiti che, a loro volta, esprimono la scelta di chi governa.

Berlusconi è stato sempre contrario perché ha capito che nel contesto italiano esse sono l’ultimo tentativo di salvare quel che resta della partitocrazia.

Lui è sempre stato dalla parte della democrazia diretta.

In un certo senso il sostegno mediatico alle primarie è stato la controrisposta per vanificare la richiesta di un cambiamento costituzionale per aprire le istituzioni al valore determinante del voto popolare diretto.

Sul suo esito emergono alcuni elementi assai chiari.

Innanzitutto la presenza dei cattolici democratici dentro il PD è completamente svanita. L’irrilevanza di questa componente appare come l’esito del fallimento del disegno dossettiano e dell’allontanamento delle gerarchie cattoliche dalla utopia post conciliare del modernismo con le sue conseguenze in politica.

E, poi, la sinistra democristiana ha avuto ben altri leader da Dossetti a Moro, da Donat Cattin a Ruffilli, mentre nel PD troviano Fioroni e Franceschini e … la Bindi.

Poi il ripresentarsi della sinistra secondo gli schemi occhettiani del ’94 provoca la reazione nel centro destra con la ripresentazione sulla scena di Berlusconi.

A Casini era completamente sfuggita questa conseguenza e il suo simpatizzare per Bersani gli ha impedito di prevedere di doversi trovare di nuovo nella “valle dell’inferno” del centrismo schiacciato dai due poli.

Casini che ha rifiutato l’offerta del PDL di realizzare una grande alleanza per aggregare uno schieramento alternativo alla sinistra oggi, come ha rilevato Fabrizio Cicchitto si trova “con un pugno di mosche in mano” e ricorre all’ausilio di Frattini e Pisanu che non sono certo in grado di un purchessia apporto elettorale, senza contare la fastidiosa polemica dei montezemoliani sulla indispensabilità di un rinnovamento interno .

Il PD ha certamente avuto una crescita nei sondaggi anche per l’apporto della simpatia dei ceti moderati per Renzi. Ma alcune analisi già dimostrano che il 50 per cento di chi ha votato per il candidato sconfitto ha perplessità a votare per il partito di Bersani.br />
Passate le primarie e l’euforia indotta dai media restano intatti i problemi costituzionali e di governabilità del sistema politico e cioè la debolezza del sistema parlamentare, l’allontanamento dello stesso linguaggio delle forze politiche dai problemi della gente, una sinistra che resta salda in un massimalismo che non vuole nemici a “gauche”, un centro destra che non avendo riformato le istituzioni attraverso il momento magico del carisma di Berlusconi vede profilarsi il suo declino.
18/10/2012 [stampa]
La Costituzione: simbolo della patria o compendio del pensiero debole?
Dietro la cortina dei fumi carboniferi, alzati dai soffiatori politichesi, due scuole di pensiero giocano a nascondino.

La scuola oligarchica, che la delicatezza dei comunicatori organici definisce progressista, pensa che le costituzioni nascano dalla mente dagli intellettuali, i soli che sarebbero capaci di ricreare la nazione sottraendola alla bieca tradizione.

La scuola tradizionale, spiritualmente unita alle imprese cattoliche della popoulace, afferma che la costituzione deve interpretare la legge naturale e l'autobiografia dei popoli.

Nella visione tradizionale la costituzione è infatti un atto notarile, un certificato del consenso del popolo alla sua sapienza e alla sua storia. Un atto che manifesta la forma culturale ricevuta dalla provvidenza storica e la trasmette allo stato, che deve adempiere a funzioni specialmente delegate dal preesistente corpo sociale.

La scelta tra le due dottrine (in radice antitetiche) non può essere evitata, pena l’impianto del dibattito sulle riforme all’interno di una struttura ambigua e ondivaga. Bicamerale come il pensiero dei cattolici, che in privato riconoscono la sovranità di Dio e obbediscono alla legge naturale in pubblico alla costituzione contemplante la sovranità del popolo.

I rappresentanti della cultura tradizionale, dunque, hanno l’incombenza di contrastare l’inclinazione ad eludere il problema di definire esattamente che cosa è una carta costituzionale, e di riportare il dibattito al piano alto della teologia della storia e della filosofia del diritto.

Compito arduo, che richiede, preliminarmente, la piena comprensione della posta in gioco nell’attuale dibattito sulle riforme.

La filosofia tradizionale, infatti, deve liberarsi dal gravame delle obiezioni, che contrastano l'idea di costruire la legge fondamentale dello stato sopra il fondamento delle verità morali conosciute dai popoli attraverso la loro storia.

Si tratta di comprendere che tali obiezioni dipendono dall’influenza del pessimismo antropologico di Thomas Hobbes, secondo cui il passaggio dalla selvatichezza primitiva all’ordine civile richiede l’azione di un potere estrinseco, in pratica la sapienza educatrice del fondatore assoluto.

Al proposito non è inutile rammentare che il brodo di cultura che ha nutrito i padri costituenti italiani contemplava la perfetta uscita dell'Italia dalla parentesi tenebrosa, nella quale regnavano i neri iksos.

Ora l’illuminismo sarebbe coinciso con il pensiero cattolico e avrebbe avuto dalla sua parte la ragioni della critica a Hobbes, se la sua critica si fosse diretta unicamente alle monarchie assolute. Se così fosse stato, oggi si potrebbe predicare la coincidenza dell’illuminismo con i princìpi del diritto naturale.

Se non che il nucleo del progetto illuminista, al contrario di quel che almanaccherà Jacques Maritain, non era la rivendicazione del diritto naturale. Nel corpo delle dottrine illuministiche il diritto naturale era un’escrescenza fittizia.

Russel Kirk ha dimostrato che i rivoluzionari francesi “tentarono di sostituire alla concezione biblica la dottrina ottimistica della bontà dell’uomo” [Cfr. “Le radici dell’ordine americano”, a cura di Marco Respinti, Leonardo Mondadori, Milano, ottobre 1996, pag. 37.] , e, in ultima analisi ad escludere il giusto uso della forza (per sostituirlo con la surreale giustizia che innaffia i suoi solchi con il sangue impuro delle monache refrattarie).

Del Noce, il giudizio del quale trova autorevole conferma nell’Evangelium Vitae, ha dimostrato esaurientemente che la tradizione illuministica si è separata, senza difficoltà, dai princìpi del diritto naturale ed è regredita alle forme della trasgressione libertina e sadiana. Ultimamente la pornotanatofilia dei sessantottini di scuola francofortese ha perfezionato l'illuminismo affossandone le pie illusioni.

Nella vacanza dell'ottimismo illuminato non è dunque irragionevole la proposta d’inserire la revisione della carta costituzionale tra le finalità della filosofia tradizionale. Se i pensatori fedeli alla tradizione italiana non vedessero questo cambiamento della scena si dovrebbe parlare di suicidio della tradizione.

Ora l'attenzione al problema della riforma costituzionale rafforza e non indebolisce la dottrina tradizionale, in vista dell’atteso conflitto con quella devastante versione del positivismo giuridico kelseniano, che ha fondamento nel mito della libertà assoluta.

Di qui la lacuna che la scuola tradizionale deve colmare, per uscire dallo stato di minorità, che la costringe alla condivisione qualunquistica delle idee ricevute. Affinché il movimento della restaurazione si faccia forte della identità tradizionale, è indispensabile ribadire il suo orientamento popolare e dichiararlo in opposizione all’indirizzo oligarchico e francofortese della sinistra di Vendola, Pisapia e Luxuria.

Questo significa che, “a destra”, le fisime elitarie, di solito dettate da suggestioni iniziatiche e massoniche, vanno liquidate senza alcun rimpianto.

Anche da questo punto di vista appare ineludibile la necessità d’inserire la costituzione tra le classiche questioni del diritto naturale.

Alla costituzione va pertanto attribuito il titolo di contratto del popolo con la sua tradizione, un significato diverso da quello delle costituzioni illuminate e massoniche.

In forza di questo contratto, i costituenti sono, anzi tutto, tenuti a riconoscere l’identità storica della nazione e a compendiare fedelmente i valori tradizionali condivisi.

Una volta redatto questo certificato d’identità, sarà ragionevole produrre l’elenco delle distinte funzioni e dei diversi organi politici ad esse preposti, e stabilire i metodi per selezionare la classe dirigente.

Il procedimento inverso, separare le istituzioni dai concetti, o peggio illudersi che le forme istituzionali siano sufficienti a chiarire il concetto del bene comune conveniente a quel dato popolo, non produrrebbe altro che la metastasi dell’hegelismo confusionario e antiquato della falsa destra e dei rivoluzionari conservatori.

Nella definizione illuministica, e veteroprogressista, il popolo era concepito alla stregua di massa amorfa, alla quale la vita era partecipata dal pensiero degli illuminati, inventori e autori del contratto sociale.

Questa teoria identificava il popolo con la costituzione sovrana e con lo stato, presunta forma sostanziale della società.

La filosofia hegeliana ha portato alle estreme (e tragiche) conseguenze l’equivoco illuminista, introducendo la nozione dello stato come totalità. Tutto era nello stato, niente fuori dello stato. Nel Novecento la destra e la sinistra hegeliane condividevano questo postulato.

Al proposito non è inutile, rammentare le catastrofi prodotte dalla definizione totalitaria di stato-nazione, poiché tale ricordo corrobora il realismo politico e il temperamento dei cattolici.

Nella sola definizione irriducibile al pensiero totalitario, quella tradizionale, il popolo, già organizzato in società, come aveva rammentato Pio XII nel Radiomessaggio del Natale 1944, decide di delegare alle istituzioni pubbliche alcune funzioni, che sono utili a sostenere, a sussidiare, l’azione dei privati in vista del bene prescelto.

In questo caso la costituzione non è altro che lo specchio dell’identità nazionale e della sua idea di sviluppo storico.

L’essenza delle costituzioni sta nell’enunciazione dei princìpi nel preambolo, censimento non creazione dei criteri, che indirizzano gli organi la vita della nazione.

Ora è chiaro che la politica d’ispirazione cristiana non può non riconoscersi nella cultura plebiscitaria. Il fatto che il plebiscitarismo sia ferocemente contestato dalla sinistra oligarchica, è un segnale forte, che sarebbe stoltezza disattendere.

Del resto plebiscito, termine composto da plebs e scitum (da sciscere, in-vocare, esigere, comandare) è un termine che - da solo - esprime l’obiezione formidabile allo stato d’animo prodotta dalla filosofia hobbesiana:sono l’autorità del popolo e la tradizione le fonti dell’ordine politico.

Le obiezioni antihobbesiane di Vico, pertanto, hanno una funzione decisiva nella costruzione della politica dopo la modernità.

In opposizione alla cultura plebiscitaria, la sinistra postmoderna sostiene, e non per caso, l’origine extra storica ed extra popolare dei princìpi, che sono invece dettati - octroyés - dai clubs esclusivi o dal partito unico, oracolo dello Spirito del Tempo e demiurgo del mondo dei valori nuovi e sconosciuti al volgo. Come aveva puntualmente sostenuto Antonio Gramsci nelle pagine dei "Quaderni dal carcere", che trattano del pensiero dei semplici.

La cultura della sinistra, oggi come nel XVIII secolo, è un formicaio di sedicenti padri della nazione. I venerati guru, Bobbio, Rodano, Dossetti, Scoppola, Scalfaro, Scalfari, Valiani, Bocca, Galante Garrone, Alberigo, Galli della Loggia, Ottone, Lerner, Bindi, Melloni, Riccardi ecc. hanno imposto una sapienza esclusiva, intesa a riscattare lo spregevole [e spregiato da Gramsci] popolo italiano, a salvarlo dalla deriva plebiscitaria, per condurlo nei sicuri e felici asili del diritto antitaliano e nel falansterio anarcoide.

La verità è che la neosinistra rappresenta fedelmente l’unione ipostatica dell’autoritarismo deteriore (Hobbes, Robespierre, Schmitt ecc.) e dell’anarchia libertina e francofortese (Beniamin, Bloch, Wiesengrund, Horkheimer, Taubes, Marcuse).

Purtroppo un cortese sedativo qualunquista copre di foschia il contrasto tra le due scuole: il dibattito sulle riforme, conseguentemente, si è smarrito in un tedioso sussurro, e nell’evasivo fruscio della televisione colta.

Nell’attuale congiuntura storica, il problema delle riforme costituzionali è falsificato da quel partito invisibile, la radunata dei poteri forti - supermassoneria, banca mangia uomini, club dei miliardari, centri studi mondialisti, lobby e cartelli del vizio - che stanno tentando, con ogni mezzo, e senza avere alcun mandato, di arginare l’insorgenza popolare.

Il primo successo di questa rivoluzione culturale, che procede del tutto inavvertita, è la metamorfosi del movimento marxista: da partito dei lavoratori in partito radicale di massa. Trasformazione avviata con successo dalle sette iniziatiche, dalle case editrici sublimi, dalle cattedra ausiliarie, dai media influenti e ultimamente dalla neodestra folgorata dal niccianesimo di risulta.

I promotori del libertinismo tuttavia hanno bisogno di guadagnare tempo, per colmare la distanza, che separa il loro pensiero, intrinsecamente nichilista e antitaliano, dalle aspirazioni e dai placebo progressivi, generosamente assunti dagli elettori di sinistra.

Gli elettori delusi, pur fedeli al vecchio partito comunista, non amano la nuova ideologia libertina, che effonde l’odore sgradevole e superbo del boudoir. E’ necessario assuefarli, somministrando caute dosi di permissivismo e di diritti civili. Ma non è facile appagare il desiderio di un mondo migliore proponendo ai danneggiati una politica finalizzata al contenimento del danno da trasgressione.

E' impensabile che gli agenti di tale mistificazione, nel momento della loro estrema vulnerabilità, convengano in un serio dibattito sulla costituzione.

Il problema delle false avanguardie non è la costituzione, ma il depistaggio dei critici, ossia anestetizzare la delusione, affondare le inquietudini nella gora delle ciarle televisive.

In effetti la discussione in atto sulle riforme assomiglia ad un vaporoso tip-tap, ritmato da inni evasionistici alla taumaturgia bipolare e altalenante. Le argomentazioni astruse e i cavilli dei costituzionalisti con la paglietta, girano intorno agli spettatori come statue di Dedalo, e procurano un’uggia comatosa. L’effetto desiderato dai superiori occulti.

Così il progetto di cambiare le regole del gioco, fingendo consenso sui valori scritti nella polverosa costituzione del 1948, svanisce come abbaglio in un pensiero notturno.

Il problema delle riforme rimarrà chiusa nell'armadio degli anestetici fino a quando non sarà a tutti chiaro che la strada è ostruita dai rottami della dissolta cultura laica e marxista. E dai poteri forti, guardiani inflessibili sulla soglia del vero ordine civile.

Nel poliverso della sinistra sedotta dai libertini, irretita dagli ecologisti post umani e addomesticata dai pensatori deboli in uscita dalla falsa destra, non c’è spazio per una costituzione divergente dall’ideologia radical-chic, che considera l’autorità quale garante dell’anarchia prossima ventura.

Sotto la protezione grondante del perdonismo a senso unico, l’ex sinistra è destinata a trasformarsi in fanum della neoreligione vespasianea, ossia in contraltare del cattolicesimo.

La saturnale contraddizione della sinistra è rappresentata dal potere repressivo - infuriante a senso unico nella patria di Beccaria - e dal concomitante mito della tolleranza, che tutto ammette fuorché la forza della legge morale.

Grazie alla suggestione, che settari diffondono mediante un’implacabile macchina culturale, la tolleranza del male, astro baluginante per l’assenza d'ogni altro principio, è già il valore supremo degli intellettuali dell’ex sinistra e dei loro adepti.

Non appena la filosofia permissiva, invasati gli elettori della sinistra, supererà gli argini storici, la politica sarà posto sopra il piedistallo inattaccabile del relativismo, dell’assoluta, sofistica indifferenza davanti al bene e al male.

Non a caso i messaggi, che la sinistra culturale indirizza alla destra, si traducono inviti a capire, a tollerare e condividere le trasgressioni.

Un opinionista del mensile “Area” [Nicola Ponte, “Attenti alle sirene del grande Nulla”, in “Area”, anno I, n. 7, ottobre 1996, pag. 83-85.], quasi in previsione della metamorfosi gaucciana di Fini, notava che la cultura del nichilismo ebbe un’importanza soverchiante alle origini della destra moderna, prima di diventare “una sorta di ponte, di motivo d’incontro tra destra e sinistra”.

Malauguratamente quest'incontro non ha per oggetto le istanze popolari, ma le dissolventi idee del salotto. Non senza valide ragioni Lucio Colletti definiva i dialoganti di destra “ascari di Cacciari”.

La posizione dei neodestri è speculare a quella degli scolari bolognesi di Maritain e Dossetti, i quali s’illudono di andare incontro al popolo... tendendo le mani all’intellettualismo di Bloy, un autore risplendente nella bacheca di Adelphi.

E' finalmente visibile la perfetta chiusura del circolo nichilista, da destra a sinistra. La fragilità mentale dei neodestri, non avendo colto l’essenza crepuscolare e sconfittista del pensiero francofortese, attribuisce, infantilmente, un significato politico ad un dialogo che verte sul nichilismo e sull’apolitia.

Cacciari non getta un ponte tra destra sociale e sinistra postcomunista, ma costruisce il circuito della corsa nel vuoto mistico.

L’unanime intonazione di proclami permissivistici, dalle diverse tribune, dei supermassoni, degli intellettuali postmoderni, della primedonne post fasciste, e delle vergini folli del cattocomunismo, rivela, per ora al livello del piccolo teatro babilonese, l’unico possibile armonia di quella destra con quella sinistra.

E’ impossibile non accorgersi che il linguaggio del buonismo cacciariano coincide con quello della permissività radicale: Dio non esiste, anzi si è sdoppiato e pertanto tutto è consentito ai buoni. La ferale Politeia di Cacciari è fondata sulla bontà. Siate buoni, spirituali e spalmati come la placida Nutella.

Ecco: lo spettacolo virtuale fa nuove e virtuose tutte le cose. Scroscia l’applauso, e la vita diventa spettacolo d’intrattenimento, dove il Conduttore Incognito cava armonie dall’effervescenza conformistica e dalla vertigine in passerella.

La condivisione si riduce ad effetto speciale, chi non beve con i buoni/duoni peste lo colga. La repubblica apocalittica di Cacciari sarebbe la rappresentazione tragica dei pensieri profondi del cabaret. Un maquillage del nichilismo, eseguito con belletto lagunare.

Oggi è ridicolo credere nell’esistenza di princìpi condivisibili, come quelli posti a fondamento della costituzione del 1947.

Allora il conflitto tra cattolici e marxisti fu composto grazie ad un compromesso verbale, che poneva il lavoro a fondamento della repubblica.

Il compromesso, poi, reggeva su una finzione, in pratica sull’occultamento delle diverse e incompatibili nozioni di lavoro: per i cattolici il lavoro era (ed è) l’adempimento del comando divino "dominate la terra"; per i comunisti la distruzione dell’esistente da parte dell’umanità ateista. Ma all’interno dell’armoniosa finzione un accordo era possibile.

Oggi è la quella finzione a venir meno: il dilagante radicalismo ha affondato i comunisti in una religione atea e regressiva, impiantata nel cabaret di Vendola.

Dal deserto è esclusa anche la mitologia operaista, sistematicamente sottoposta ad una critica stizzosa e implacabile, da parte dei neopagani, diventati padroni della cultura pidiessina.

La prima parte della costituzione del 1948 è un feticcio al quale presta fede solamente la diafana comunità dossettiana.

Il vuoto, la forbice tra l’ideologia invasata e l’elettorato di sinistra, offre un formidabile strumento di propaganda al Matteo Renzi, prodiano mascherato da nuovo.

Ora l’alternativa al regime crepuscolare sta nel sentimento della gente comune, nella popoulace [L'ingente folla che ha partecipato alla marcia romana per la vita, ad esempio.], che, nei secoli bui della rivoluzione, ha vittoriosamente contrastato lo spurgo del boudoir.

La questione delle riforme deve essere strappata all’oligarchia e portata nel cuore vivo della piazza italiana, dove i princìpi tradizionali ricevono il consenso della maggioranza, refrattaria all’ideologia nichilista.

Nelle piazze verrebbe fuori la verità, che il palazzo vuole ad ogni costo costringere sotto la coperta del tecnicismo giuridico: le idee del partito radicale di massa sono condivise da una risibile minoranza di smidollati, nutriti dalle quisquilie adelphiane di Repubblica.

di Piero Vassallo
03/10/2012 [stampa]
Intorno al Monti bis : tattiche e opportunismi.
Abbiamo la sensazione che le reticenze e le contraddizioni del premier Mario Monti circa la sua riconferma dopo le elezioni del 2013, derivino non tanto da una indecisione – il personaggio è assai più determinato di quanto non voglia apparire – ma da una diversa possibile scelta .

Sono evidenti due elementi della politica italiana: da un lato, come abbiamo già rilevato, essa da anni ruota intorno alla Presidenza della Repubblica. Senza andare troppo indietro ricordiamo il ruolo forte di Pertini e di Cossiga, ma anche, la prova , al contrario, dell’impossibilità per personaggi di indubbio valore come Moro o Fanfani di giungere a questo obbiettivo, impedito allora da forze “interne” ed “esterne” al Paese. Ricordiamo, poi, che Scalfaro manovrò per preparare la crisi del primo governo Berlusconi e per orientare le scelte della Lega, mentre sono ben note le vicende intorno alla crisi di novembre ed alle decisive indicazioni dell’attuale premier da parte di Napolitano.

Il Parlamento, poi, attraversa una crisi che appare sempre più devastante: espressa non solo dalla presenza di parlamentari designati e , sostanzialmente, non eletti , ma anche dal livello della classe dirigente e per finire nella costante delegittimazione verso le forze politiche operata sia attraverso le iniziative della Magistratura, sia per la consunzione del ruolo istituzionale delle stesse Camere ( ormai si governa per decreti e per voti di fiducia ).

A fronte di questo scenario per Mario Monti , uomo che rappresenta in questo momento il “partito” più forte in Italia, quello dei poteri forti e delle relazioni internazionali che contano, si prospetta la via del Quirinale.

In questa possibile prospettiva , tuttavia, il Parlamento che dovrebbe eleggere lui o chiunque altro , sarà quello che uscirà dalle urne delle elezioni politiche del 2012 , essendo composto da forze politiche in larga parte delegittimate dagli “scandali” in corso o con una forte presenza dei movimento di protesta che agiranno in termini che, già adesso, si possono definire, a dir poco, “folkloristici”.

Occorrerebbe avere la consapevolezza politica che se la Presidenza della repubblica tende a divenire ancor più la posizione istituzionale chiave del sistema politico italiano, essa dovrebbe scaturire da una elezione popolare diretta.

Su questo patto e rapporto tra popolo e più alta istituzione democratica si inizierebbe a ricostruire il tessuto democratico istituzionale del nostro Paese.

Comunque, a parte le considerazioni precedenti, una eventuale utilizzazione, anche per la prossima legislatura, della figura del professore della Bocconi , dovrebbe conservare una caratura fuori dai partiti, cioè dovrebbe conservare una sua autonomia e necessità. Al fuori dei giochi politici e di schieramento.

Non si tratta solo della possibile permanenza di una condizione di eccezionalità che vede oggettivamente , per la loro intrinseca debolezza, la politica e i partiti fare un passo indietro.

Appare quindi del tutto improprio , in questa condizione, il tentativo di qualche forza politica , in carenza di una propria leadership, di intestarsi il personaggio “forte” Monti.

Ad Arezzo l’ 1 ottobre Fini ha lanciato, d’accordo con Casini, la formazione di “una lista civica nazionale “ , aggiungendo che se "quella lista vince le elezioni, Monti a palazzo Chigi ci rimane".

Toni analoghi li ha aggiunti Casini. E’ sin troppo evidente il tentativo di Fini ,ormai giunto al capolinea politico e personale, di aggregarsi, penosamente, al carro di Monti.

Ma il presidente della Camera compie un errore ancora più evidente: quello , cioè, di forzare la mano a Monti, come espressione di una forza politica , trascinando anche Casini, questa volta incautamente a fianco di Fini.

Siamo di fronte ad una crisi del sistema Italia a partire dalla Costituzione per arrivare a quella economica e sociale.

Risanare la rappresentanza politica e contribuire alla ripresa economica sono un unico obbiettivo . In sintesi ricostruire democrazia e crescita dell’Italia .

Solo una riflessione generale e un capacità di ridare alla politica un colpo d’ala può far intravedere l’uscita dell’Italia da questo tunnel lungo e tortuoso.v Invece prevalgono tatticismi e opportunismi, operazioni di piccolo cabotaggio e furberie come i tentativi di coinvolgere personaggi della cosiddetta società civile e delle istituzioni che appaiono logori e coinvolti negli stessi difetti di un sistema al tramonto e del quale hanno abbondantemente usufruito.

Anche intono al Monti bis ruotano questi miserevoli rivolgimenti.

18/07/2012 [stampa]
Il ritorno di Berlusconi non e’ questione di nome ma di un radicale programma di riforme .
Il ritorno sulla scena politica del Cavaliere deve evitare un pericolo : quello di entrare nelle paludi di una diatriba interna tra correnti ex AN ed ex FI o di arenarsi nelle secche di una querelle sull’eventuale nuova denominazione del partito.

La caratteristica politica di Berlusconi è stata sempre quella di comprendere l’animo degli elettori e indicare una strada per dare all’Italia una prospettiva nuova e di successo.

In questo senso il suo compito di oggi rimane lo stesso, in una condizione che presenta, tuttavia, due ulteriori difficoltà rispetto alla sua entrata in politica: l’aggravarsi della condizione del Paese e la critica per la ridotta o mancata attuazione del programma iniziale.

Alcune delle finalità dichiarate del governo Monti sono importanti e da perseguire.

L’Italia ha bisogno di una revisione della spesa,di un ridimensionamento della prassi consociativa,della diffusione nei diversi livelli istituzionali di una forte responsabilizzazione , di liberalizzazioni diffuse e promotrici di sviluppo, di una riduzione del patrimonio pubblico e la sua valorizzazione ai fini reddituali.

Si tratta, per certi aspetti, di una rivoluzione del modo con il quale per decenni è stato gestito il Paese e che la prassi parlamentare , negli anni della decadenza , ha incoraggiato e prodotto.

Questo forte impegno non può essere il risultato di una mera, pur auspicabile convergenza politica, in quanto permangono negli attuali partiti , tali differenze che rallenterebbero la prassi attuativa che, invece, richiede determinazione e tempi rapidi.

Senza contare che il mediocre livello della stragrande maggioranza della classe dirigente attuale impedirebbe di realizzare accordi di alto contenuto politico e programmatico.

L’Italia ha innanzitutto bisogno, come ha scritto anche Renato Brunetta su Il Giornale del 16 luglio del presidenzialismo.

In fondo e con un certo ottimismo, Berlusconi aveva fondato il suo impegno politico sulla sua capacità di gestire un cambiamento diretto più sul piano di nuove politiche e di nuovi spazi di sviluppo, piuttosto che su autentiche riforme di carattere costituzionale che incidessero profondamente nel modello politico italiano. Aveva sperato che riducendo la pressione fiscale , sollecitando uno sviluppo produttivo, modificando i modi di funzionamento di taluni settori pubblici, il Paese sarebbe cambiato.

E questo è stato un errore di strategia politica che Berlusconi deve spiegare agli italiani .

Il cambiamento è stato tentato ma partendo dagli effetti e non dalle vere cause che riguardano il livello istituzionale.

Infatti sono state la struttura consociativa, la tutela di ogni forma di parassitismo, la burocratizzazione di ogni procedura attuativa che , non essendo stata incise ed asportate da una forte azione di governo , ne hanno bloccato l’azione .

Le istituzioni hanno operato contro il cambiamento e l’esempio più evidente è stata l’azione della magistratura che si è posta in concorrenza con quella di governo , ritenendo che il cambiamento dell’Italia non derivasse dalle riforme, ma da una nuova moralità da imporsi con selezionate operazioni sulla politica e la sua classe dirigente.

Berlusconi deve oggi indicare con chiarezza quegli obbiettivi di riforma della Costituzione - anticipate con la presentazione in Parlamento degli emendamenti per la realizzazione del semipresidenzialismo - che sono la condizione essenziale per dare a chi governa la forza di operare tutti quei cambiamenti per modernizzare un paese fermo ad ogni difesa corporativa e ad ogni tutela immobilista.

Berlusconi deve chiarire agli elettori che solo la modifica della Costituzione potrà rendere governabile questo Paese , portarlo fuori dal baratro della recessione e dell’impoverimento a cui intendono condurlo le azioni speculative a livello internazionale, approfittando della debolezza dell’Italia e dei suoi problemi strutturali.

In questo senso il programma di Berlusconi è completamente differente da quello dei suoi oppositori che , invece, desidererebbero ricondurre il sistema politico italiano alle regole della prima repubblica ( proporzionalismo , scelta del governo dopo le elezioni, conferma del modello parlamentare ) e affermare, come formula politica, quella dei governi consociativi , di coalizione, in un tempo nel quale, oltretutto, è venuta a mancare da anni una classe dirigente che, pur con alcuni difetti, aveva un grande livello di conoscenza politica e legislativa ed una capacità di mediazione di spessore politico.

Un Paese saldo nel suo assetto istituzionale potrà anche operare sulla scena internazionale per proporre e far passare quelle politiche di cambiamento in Europa per vanificare le azioni speculative che le attuali istituzioni finanziarie non sono in grado di arginare.

Questi convincimenti che certamente animano l’azione di rientro di Berlusconi non possono finire nella diatriba sul nome e sugli spazi interni delle diverse correnti politiche.

Il nuovo nel ritorno politico di Berlusconi non è nel nome del partito ma in una nuova , vera spinta ed un programma di cambiamento.
10/07/2012 [stampa]
Fini opportunista e Maroni avventurista , ovvero dell’incoerenza politica .
Forse farà parte del patto segreto di riconciliazione con Casini il fatto che Gianfranco Fini, leader di un partito che non arriva al due per cento, abbia ottenuto uno spazio enorme per la sua intervista sul Messaggero di domenica 8 luglio.

Si tratta di una scialuppa di salvataggio per un personaggio che, se abbandonato anche da Casini, finirebbe di fare politica.

Il quadro sul quale inserisce il proprio ruolo politico è quello della grande coalizione con Monti anche per la prossima legislatura. Quindi un sostegno acritico delle linee politiche e programmatiche anche se queste non riescono ad incidere laddove origina la crisi, cioè lo scenario finanziario internazionale e le ondate speculative rispetto alle quali l’Europa appare indifesa, mentre le scelte interne stanno innestando recessione, disoccupazione e problemi sociali, come ha detto il Presidente di CONFINDUSTRIA e come ha dimostrato, in un drammatico scenario per il 2012, il suo centro studi.

Ma non è solo questo servile inchino che dimostra la volontà di inserirsi purchessia in un gioco politico da parte del Presidente della Camera, ma quello che ormai non meraviglia più è la rinuncia ad ogni coerenza con il tradizionale programma della destra.

Non solo viene cancellato il bipolarismo, ma con chiarezza Fini afferma “il premier lo sceglieremo dopo”.

Come dire : italiani votate e , poi, l’inciucio lo faremo noi .

Ci si balocca con l’idea di reinserire la preferenza per le elezioni politiche – che forse al massimo avverrebbe solo parzialmente, secondo gli schemi circolati in discussioni segrete – ma nello stesso tempo si vuole cancellare quella norma per la quale, attualmente , insieme al programma politico i partiti alleati debbano presentare anche il candidato premier .

Che, poi, questa proposta venga dall’ex rappresentante di una forza politica che ha sempre sostenuto il presidenzialismo è davvero significativo dell’allontanamento di Fini dalle sue posizioni, cioè la sua costante incoerenza.

Altro esempio di incoerenza, peraltro a tempi ancor più ravvicinati, è quello di Roberto Maroni .

Su Sky Tg 24 l’8 luglio ha dichiarato di aver pagato l’IMU, dopo che la Lega aveva fatto una battaglia sulla tassa per la casa ed i sindaci si erano impegnati ad applicare la tariffa zero.

“Il mio sindaco” , ha detto candidamente il nuovo leader della Lega Nord , “non ha fatto nulla per permettermi di non pagarla”.

Tutto qui .

A parte l’immagine di poca coerenza, si continua ad avere l’impressione che la Lega del dopo Bossi si divincoli tra un secessionismo ed una protesta , senza riuscire ad esprimere una linea politica forte.

Cioè un velleitarismo senza prospettive.

Anche la questione del federalismo appare meno rilevante degli aspetti protestatari.

A ben vedere invece i problemi del contenimento della spesa pubblica e la necessità di non procedere per tagli lineari richiamerebbero pienamente in campo il senso più profondo del federalismo , cioè di una condizione istituzionale che rendendo le Regioni responsabili delle risorse e con l’individuazione dei costi standard si interverrebbe realmente sugli sprechi e si otterrebbe la governabilità della spesa pubblica.

L’accordo con il PDL per il Senato federale e il semipresidenzialismo andrebbe positivamente in questa direzione.

Se la Lega dovesse abbandonare quella linea nazionale di riformismo costituzionale sulla quale l’aveva portata Berlusconi ( “a Roma per cambiare lo Stato” ) e ritornare al localismo miope , secessionista e giustizialista, si avventurerebbe in un vicolo cieco azzannata e stremata dal grillismo.
28/06/2012 [stampa]
Casini e Fini , il gatto e il topo.
Casini gioca con Fini come il gatto con il topo. A suo tempo , dopo la rottura con Berlusconi , lo recuperò , mettendogli una zampa sopra per proteggerlo.

Sperimentato il suo apporto nullo alla coalizione, all’indomani delle amministrative di maggio , il leader dell’UDC decide, con un twitter, di liberarsene.

La fine del terzo polo è semplicemente l’abbandono di Fini, in quanto l’altro comprimario , Rutelli, si è escluso da solo, invischiato nella melma della gestione dei finanziamenti pubblici.

Quando, poi, Casini annuncia, via intervista al Corriere della Sera l’asse moderati progressisti, Fini è entrato nel panico.

A questo punto il Presidente della Camera ha preteso un incontro tra UDC e FLI che si è svolto il 26 giugno , chiedendo di far parte della compagnia che dovrebbe raggiungere i progressisti ( Bersani e Vendola ) per un accordo in vista delle elezioni politiche del 2013.

E Casini si è ripreso Fini, gli ha rimesso sopra la sua zampa protettrice .

Ma Fini non sa che Casini è un gatto furbo e può sempre , quando lo decide lui, stringere la sua zampa protettrice che diventerà una trappola mortale per il povero topo.

Al di là della metafora è davvero penoso constatare come Fini e la sua compagnia di giro, nel tentativo di un salvataggio personale, sia disposto a seguire tutte le avventure, anche quella di una alleanza di governo con la sinistra .

Quello che appare emblematico della condizione di crisi istituzionale che viviamo è che questo gioco poco politico viene condotto da presidenti della Camera : uno ex ed un altro ancora in carica.
07/06/2012 [stampa]
Mario Fazio, la gogna mediatica e la vera unita’ dell’Italia.
A Mario Fazio cosa mai servirà l’assoluzione con la quale è stato prosciolto in appello dall’accusa di aver favorito la scalata delle BNL ?

Si dirà che ripristina la verità in una vicenda sulla quale si erano determinate grandi sconvolgimenti politici e istituzionali.

Si dirà anche, e questo suona ancor più beffardo, che a Fazio viene pienamente restituita onorabilità e giustizia.

Ma è mai possibile che anche dopo questa sentenza non ci sia qualcuno che chieda con decisione che si ponga fine a quel rapporto tra magistratura e media che per tanto tempo ha raccontato con dovizia di intercettazioni e di commenti una menzogna per la quale si è dovuto dimettere , con ignominia, uno dei più bravi governatori della Banca d’Italia che ebbe l’unico torno di guardare con attenzione alla italianità degli istituti di credito.

La gogna mediatica che funziona come una ghigliottina moderna è invece difesa e vezzeggiata da giustizialisti e giacobini che di fronte alla smentita delle loro ricostruzioni e interpretazioni non batte ciglio e continua con la lingua di legno il suo balbettio in difesa della libertà di informazione.

Quanto si dovrà aspettare per restituire la dignità a tutti coloro che entrando in inchieste giudiziarie delle quali leggono con titoli cubitali tutti i dettagli sui quotidiani, poi vengono , nella stragrande maggioranza dei casi , prosciolti.

La madre di tutti questi processi mediatici e di piazza che hanno ucciso il garantismo in Italia sono state le inchieste su Berlusconi per le quali si attende ancora una condanna, ma anche tanti da Ottaviano Del Turco a Calogero Mannino,da Guido Bertolaso a Silvio Scaglia ed altri se ne stanno aggiungendo ogni giorno , sono passati attraverso questa opera di distruzione personale e politica, poi assolti.

Ci si attenderebbero gesti significativi da chi sovrintende al vertice del sistema giudiziario.

E tanto per essere espliciti Giorgio Napolitano dovrebbe incontrare Mario Fazio che è stato a capo della massima istituzione bancaria italiana, per stringergli la mano e restituirgli, formalmente, sul piano istituzionale, la piena dignità .

Tutti coloro che inzupparono il pane nella mefitica minestra mediatica dovrebbero chiedere scusa ad un uomo probo e onesto.

Ma tutto ciò non succederà, per lo meno fino a quando continuerà questa lunga guerra civile condotta sul piano politico che certa sinistra , in nome di un moralismo assolutamente mal posto, continua a combattere .

Il pervicace protrarsi di questo clima rende beffarde le parole retoriche con le quali si celebra ricorrentemente l’Unità del Paese.

Ecco un compito ed un obbiettivo che nessuno vuole tentare di conseguire : la costruzione di un vero comune sentire, di un vero interesse generale, di un vero patriottismo, di un’Unità non solo celebrativa, ma autentica.
1/06/2012 [stampa]
Fini contro Minzolini: l’ordine dei giornalisti archivia un esposto arrogante e illiberale.
L’Ordine dei Giornalisti del Lazio ha archiviato l’esposto presentato nell’ottobre scorso dal Presidente della Camera Gianfranco Fini contro l’allora direttore del TG 1 Augusto Minzolini.

Ecco come Affari Italiani del 28 maggio riferisce la vicenda:

“La vicenda prende le mosse dai servizi del Tg1 sui conti dello Stato e sul ruolo svolto nell'occasione dal presidente della Camera. Dopo i due servizi mandati in onda dal Tg1, la terza carica dello Stato era intervenuta lamentando "l'intollerabile faziosita'" del direttore della testata, chiedendo le sue dimissioni. "C'e' un limite anche all'indecenza", aveva detto Fini - stando a quanto si era appreso la sera del 13 ottobre -, riservandosi anche di tutelare la propria onorabilita' nelle sedi giudiziarie e professionali. La vicenda aveva investito anche i vertici Rai, destinatari di una lettera di protesta da parte di Fini, che per conoscenza era stata indirizzata anche alla commissione di Vigilanza Rai. Tanto e' vero che poi in audizione il presidente Paolo Garimberti aveva parlato di servizio tendenzioso ed anche parziale, riferendosi a quello andato in onda il 13”.

". Era seguito l'esposto di Fini all'Ordine dei giornalisti del Lazio, lamentando "aspetti lesivi dei doveri del giornalista, tanto piu' del servizio pubblico", oltre che denunciare di essere stato "attaccato duramente" per il suo comportamento sull'iter da seguire sulla questione che aveva innescato il tutto. Il Consiglio regionale dell'Ordine dei giornalisti del Lazio ha preso in esame il carteggio e nella sua decisione finale si e' richiamato all'articolo 2 della legge istitutiva, la numero 69 del 1963, ovvero il diritto di critica da parte del giornalista, e di conseguenza la possibilita' per il giornalista stesso di esprimere la sua opinione "su tutto lo scibile, che finora non risulta essere patrimonio esclusivo dei parlamentari". Inoltre c'e' un richiamo all'articolo 21 della Costituzione: l'informazione non e' soggetta a censura. E ancora "il giornalista non puo' essere considerato una semplice cinghia di trasmissione e di conseguenza ha una sua autonomia, e una loro autonomia editoriale l'hanno i giornali". Una linea editoriale su cui non puo' essere esercitata alcuna forma di censura da chicchessia. E pertanto, vista anche la Carta dei Doveri del giornalista, oltre alle norme previste dalla legge istitutiva dell'Ordine, l'esposto di Fini e' stato archiviato”. Questa vicenda merita un commento.

Il fatto che la terza carica dello Stato denunci un giornalista tentando di far censurare la sua attività e l’Ordine dei giornalisti respinge questo tentativo invocando la Costituzione e la sua garanzia nei riguardi della libertà e autonomia dell’informazione e dei giornalisti è grave. Non solo si riconosce che Minzolini non ha “leso la dignità” di Fini, ma indirettamente si rende evidente un comportamento illiberale del Presidente della Camera.

E’ stata, poi, una manifestazione di arroganza chiedere le dimissioni di un giornalista per il testo di una notizia diffusa dal telegiornale mentre si è coperti e tutelati dalla norma che consente al parlamentare di non essere perseguito per le opinioni espresse nell’esercizio delle sue funzioni.

Questo comportamento arrogante e censorio da parte di colui che invocava libertà di critica verso Berlusconi dimostra anche la strumentalità delle polemiche che Fini suscitò, a suo tempo, all’interno e all’esterno del PDL.
03/05/2012 [stampa]
Proteste IMU: una tassa statale non comunale.
“ Questa IMU non è dei Comuni. E’ solo nominalmente un’imposta comunale. I cittadini debbono sapere la verità”.

Parole chiare ribadite in un documento e in una conferenza stampa da parte dell’Associazione comuni italiani( sono 8.092 secondo l’ultimi dati Istat) guidata da Graziano Delrio.

Di fronte alle perplessità dei cittadini e degli esperti le amministrazioni locali hanno sentito la necessità di ribadire clamorosamente che la tassa è statale e non comunale. In una lettera ai propri residenti i Sindaci spiegano che l’IMU non è la vecchia ICI, che il prelievo per i contribuenti sarà anche del 233% superiore all’Ici del 2011 e che ai Comuni resta solo il 73% dell’ammontare Ici del 2011.

L’operazione verità era partita da lontano non appena il Parlamento ha approvato le ultime novità e i proprietari di case sotto le bandiere dell’Arpe e dell’Uppi avevano manifestato davanti al Parlamento e organizzato un incontro-dossier al cinema Capranichetta.

Secondo l’Anci l’intento della lettera è quello di rendere chiari alcuni passaggi chiave della disciplina. Il giudizio complessivo resta quello “ di un’imposta ingiusta che alla fine comporta una perdita netta nelle casse dei Comuni del 30 per cento rispetto all’anno scorso e determina un aumento dell’imposizione fiscale di due volte. Il risultato: cittadini più tassati e Comuni più poveri. Se l’IMU fosse invece lasciata ai Comuni potrebbe essere più bassa del 50%. I Comuni dicono di dover fare la parte da paravento per una patrimoniale occulta voluta dallo Stato. La mobilitazione contro l’IMU continuerà con una manifestazione a Venezia il 24 maggio in cui l’Anci chiederà che lo Stato lasci il gettito ai Comuni i quali rinunceranno ai trasferimenti statali.

Per offrire assistenza e informazioni sulle complessità connesse con il pagamento dell’imposta è stato organizzato dalla Fondazione enti locali il numero verde:

800.200.007.

Non ha certo contribuito a rasserenare gli animi la dichiarazione del Ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri secondo la quale “ i Sindaci sono ufficiali di governo, hanno funzioni istituzionali ed è bene che non dimentichino mai che portano la fascia tricolore e lavorano per il paese”. IL richiamo alla responsabilità è sempre auspicabile a patto che non sia a senso unico. Se una norma è sbagliata e va contro i cittadini anche il governo e il Parlamento ne dovrebbero prendere atto. ( smen)
26/04/2012 [stampa]
Crisi dei partiti e modello identitario.
Oltre la stessa crisi economico finanziaria, in l’Italia, appare centrale la questione della natura e della evoluzione dei partiti.

In soli otto giorni Angelo Panebianco è intervenuto sul Corriere della Sera con due lunghi editoriali: il primo per definire necessaria oggi una figura di partito “non più principe ma utile sherpa”, il secondo per difendere il modello di partiti “guidati da un leader” e per segnalare il pericolo di “partiti guidati da una ristretta oligarchia”.I primi sarebbero quelli definibili anche come comitati elettorali, i secondi come partiti-struttura organizzati in correnti.

Il secondo articolo del 24 aprile è scritto in risposta ad una intervista di D’Alema alla Stampa del 22 aprile nel quale l’ex presidente del consiglio esprimeva la convinzione che sia in crisi “il modello dei leader populisti” e per segnalare il rischio di una “trasformazione dei partiti in comitati elettorali”, “ e magari senza il finanziamento pubblico, metterli nelle mani delle lobby economiche e finanziarie più spregiudicate”.

Questa dissertazione ha sullo sfondo la questione costituzionale che in Italia si presenta come la vera “priorità” come lo stesso D’Alema sembra, oggi, riconoscere.

E’ evidente che quest’ultimo stia modificando la sua strategia , poiché in pochi mesi sembra passato dall’idea di un accordo tra moderati e PD consentibile con una legge elettorale sul modello tedesco, in sostanza il modello parlamentare rivisitato, ad una linea che sembra riproporre la questione del presidenzialismo.

Ma, al di là della visione sul modello politico, D’Alema sembra avere a cuore più che gli aspetti costituzionali in quanto tali - da lui, invece, sempre considerati in prospettiva della strategia di alleanze e di quadro politico generale - , la proposta di un accordo a sinistra rispetto al quale aggregare quella parte dei moderati interessati ad una alleanza che li possa comprendere .

E’ evidente che le posizioni di D’Alema, che ormai prevede il superamento del governo tecnico ( “si andrà alle elezioni e chi vincerà governerà il Paese, come in ogni democrazia” ), abbiano spinto Casini, che si vuole preparare per tempo, ad accelerare la trasformazione dell’UDC in Partito della Nazione.

Tuttavia la svolta di Casini che vorrebbe essere anche una risposta all’antipolitica, appare debole in quanto pur aprendosi ad alleanze omogenee, non sa apportare contenuti ed elementi realmente innovativi , come la situazione di crisi dei partiti oggi , assolutamente, imporrebbe.

Pensare di presentarsi con la rappresentanza attuale e portandosi dietro Fini e Rutelli ed eventualmente ingaggiando personaggi come Pisanu è una operazione suicida.

Sono state calcolate, ironicamente, le centinaia di anni che pesano su questi personaggi. Volti logori e consumati, linguaggi ormai desueti, del tutto incapaci a proporre una innovazione della rappresentanza politica.

Ricordiamo che nel 1992 la sfida della crisi dei partiti di allora , che venivano comunque da importanti tradizioni storiche culturali e politiche, fu vinta da una forte innovazione politica , di immagine, di linguaggio e di contenuti che Berlusconi seppe interpretare, ma non portare a compimento.

Oggi, forse, occorre una novità che sia di immagine e generazionale, ma che si presenti con forti caratteri identitari.

La riaggregazione del consenso, infatti, non può che passare attraverso la ricostruzione di una rappresentanza che dia valore alla politica rispetto ai poteri di parte veicolati dall’egoismo degli interessi economici, in grado di far risaltare l’ideale dell’interesse nazionale in un quadro di una Europa forte ed indipendente, di tutelare le comunità e i corpi sociali dai rischi disgregatori della società moderna e dei suoi fenomeni, come base della società democratica, di una classe politica interprete del bene comune.

In sintesi, per la ricostruzione della politica e dei partiti il modello di “comitato elettorale”, non appare sufficiente, poiché presenta la tendenza a considerare la società come opinione pubblica, mossa da gusti anzichè da valori, idee e interessi e il partito come un produttore di messaggi, da organizzare esclusivamente secondo i più aggiornati criteri promozionali.

Senza una capacità di indirizzo e di elaborazione la sola tecnica elettorale tende ad inseguire la parcellizzazione sociale oggi devastata dall’individualismo , dal soggettivismo, cavalcato dal qualunquismo dell’antipolitica.

Non si tratta di ripresentare un vecchio modello di partito che dallo spirito di servizio era declinato alla sola dimensione del potere, ma di costruirlo sulla base di elementi culturali e di valori che le sfide di oggi richiedono.

Un partito che non pensi solo alle alleanze e ai giochi parlamentari, ma abbia un forte senso istituzionale e di rappresentanza , oltre quella meramente elettorale.

Per concludere una riforma della politica e dei partiti che deve camminare insieme ad una riforma della Costituzione.
03/04/2012 [stampa]
“Maledetta Proporzionale”
Il tentativo di proporre una nuova legge elettorale scaturita dall’ incontro tra Alfano, Bersani e Casini non riesce a far decollare un dibattito adeguato.

Ci prova Angelo Panebianco su il Corriere della Sera del 2 aprile, con un articolo di fondo che, significativamente, intitola “Partitocrazia sena i partiti”.

Ne riportiamo alcuni passi significativi:

“L’accordo previsto con il ritorno alla proporzionale e ai governi fatti e disfatti in Parlamento, assicurerà all’Italia un futuro di esecutivi deboli e brevi, di perenne instabilità”.

“Scordatevi per sempre i ‘governi di legislatura’ quelli che durano per tutto l’intervello che va da una elezione all’altra”.

“Ma che c’entrano le riforme istituzionali previste con l’impossibilità di tagliare seriamente la spesa pubblica? C’entrano perché la spesa pubblica potrebbe essere tagliata solo da governi istituzionalmente forti che possiedono tutti gli strumenti per imporre le proprie scelte e che abbiano la certezza di durare per una intera legislatura”.

Senza “che in Palamento siano rappresentati pochissimi partiti coesi e disciplinati e che una sola Camera sia abilitata a fiduciare o a sfiduciare gli esecutivi, … ‘la fiducia costruttiva’ è solo un pasticcio, una norma aggirabile con facilità. Non meno truffaldina di quella che prevede l’indicazione del candidato premier sulla scheda”.

“Il bipolarismo , di cui ci si vuole sbarazzare non è un ideale estetico. E’ una concretissima esigenza … è una condizione necessaria …per avere governi forti. Il governo forte è, a sua volta, una necessità per una democrazia bene funzionante e molti problemi italiani sono sempre dipesi dalla debolezza istituzionale dei governi”.

“ Ma il bipolarismo , nei suoi diciotto anni di vita, non ha forse funzionato male? E’ vero, ma fra le ragioni va anche ricordato l’attivo sabotaggio attuato dagli stessi che oggi ne denunciano con soddisfazione il fallimento”.

“Non si può fare , come facemmo noi nei primi anni novanta, una riforma maggioritaria e poi pretendere di non spazzare via le regole consociative su cui si regge il Parlamento … Non si può fare una riforma maggioritaria e poi negare ai primi ministri , come abbiamo sempre fatto, i poteri istituzionali di cui dispongono il premier britannico, il cancelliere spagnolo o il presidente francese”. “Una classe politica all’altezza delle sfide incombenti proporrebbe altro da quanto ci viene ora cucinato. Proporrebbe una buona legge elettorale , una drastica riforma del finanziamento dei partiti e L’ABBANDONO DEL PARLAMENTARISMO PURO A FAVORE O DI UN AUTENTICO SISTEMA DI CANCELLIERATO ( AUTENTICO : NON LA CARICATURA DA NOI INVENTATA CHE CHIAMIAMO ‘MODELLO TEDESCO’ ) O DI UNA QUALCHE FORMA DI PRESIDENZIALISMO”.

Da quando questo sito ha iniziato a pubblicare i suoi articoli ha sempre proposto la necessità di una vera riforma di tipo presidenziale per superare la situazione di difficoltà dell’Italia , giunta oggi ad una vera crisi economica e sociale , ma anche e soprattutto di carattere costituzionale.

Constatiamo con favore che questa consapevolezza che abbiamo sempre auspicato oggi viene espressa da questo articolo di fondo di Angelo Panebianco.

Come siamo convinti da tempo che questo cambiamento costituzionale sia assolutamente indispensabile, così, purtroppo siamo non ottimisti sulla reale consapevolezza delle forze politiche su queste indispensabili riforme.

Nel centro sinistra prevale l’idea di conservazione del “patriottismo costituzionale”, al centro si pensa al ripristino della proporzionale , a destra accanto ad alcuni che sono convinti di una riforma presidenziale, altri sono ancora legati ad una cultura e a idee e programmi vecchi e superati, una sorta di nostalgia democristiana, ma della DC della decadenza.

A commento delle tesi di Panebianco pubblichiamo l’incipit del libro di Aldo A. Mola : “Giolitti , lo statista della nuova Italia” (Mondadori, 2003), senza, ovviamente entrare nella analisi delle vicende storiche che nel primo dopoguerra portarono alla instabilità politica e all’avvento del fascismo:

“Era stata quella ‘maledetta proporzionale’ a rendere ingovernabile l’Italia. La proporzionale. Giolitti lo scrisse all’amico Luigi Ambrosini il 1° gennaio 1923. Ne era convinto da anni. Il riparto dei seggi sulla base dei voti ottenuti dalle singole liste aveva frantumato la Camera in un coacervo di partiti e gruppi parlamentari. Ognuno di essi aveva il chiodo fisso di contare solo perché aveva racimolato un po’ di voti. Di quanto sarebbe accaduto all’Italia poco importava loro, anche perché poco ne sapevano. Alcuni di essi, anzi, lo ripudiavano. Per taluni lo Stato era solo il paravento di affaristi spregiudicati. Per altri il frutto avvelenato un complotto massonico contro il trono e l’altare. Un’’Italietta’ da seppellire sotto le macerie”.
19/03/2012 [stampa]
Dopo le critiche alla cassazione: potere di lotta giudiziaria.
La limitazione della possibilità di critica delle sentenze giudiziaria è stata sempre invocata dalla sinistra e usata assai spesso nei riguardi di Berlusconi e delle prese di posizioni del centro destra verso alcuni giudici.

Ma, come avviene assai spesso e in diversi ambiti, ciò che è negato ad alcuni settori politici – in genere di centro destra - , viene, invece riconosciuto ad altri soggetti.

E’ il caso delle critiche che alcuni magistrati hanno rivolto alla sentenza della Cassazione sul caso Dell’Utri, critiche che hanno trovato ampio spazio sui giornali fiancheggiatori come ad esempio Il Fatto che ha definito “estroso” il p.g. Iacoviello.

Generalmente una possibilità di esprimere diversità di opinioni sui casi e le sentenze giudiziarie non può non essere riconosciuta nelle fasi nelle quali non si sia in presenza di un giudizio definitivo.

Anche la Costituzione prevede un diritto al riconoscimento di innocenza fino a giudizio concluso; infatti l’articolo 27 della Carta recita: “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”.

Mentre, quindi, le sentenze intermedie lasciano uno spazio ad ulteriori specificazioni da parte dei soggetti sottoposti al giudizio e, di conseguenza, possono essere rilevate lacune o fraintendimenti che ne possano aver alterato il giudicato, le sentenze definitive richiedono di massima l’accettazione da parte degli imputati condannati.

A questo proposito esemplare è stato l’atteggiamento dell’ex governatore della Regione siciliana Cuffaro che all’atto della condanna definitiva disse: “rispetto la magistratura, adesso affronterò la pena come è giusto che sia”.

E, poi, il fatto che alcuni appartenenti alla magistratura critichino una sentenza della Suprema Corte o le arringhe del sostituto procuratore è la dimostrazione che siamo in presenza di un conflitto interno a questa funzione di sapore tutto politico.

Come ha riportato Il Giornale del 15 marzo, il togato Angelo Racanelli ha sottolineato che: “ E’ ancor più grave che queste polemiche siano venute da magistrati che direttamente o indirettamente hanno avuto un ruolo nel processo Dell’Utri”.

Questo conflitto si è riprodotto anche all’interno del CSM chiamato a esaminare il caso. Le parole del Procuratore Generale della Cassazione al plenum del Csm sono particolarmente gravi: “ Mi chiedo se la libertà di espressione possa estendersi fino al vilipendio del magistrato e se sia possibile tentare di condizionare l’esercizio della giurisdizione”.

Esse esprimono una realtà a fronte della quale appare indispensabile un intervento fermo del Capo dello Stato, che dopo alcuni giorni dalla sentenza non è ancora arrivato.

Al conflitto tra poteri dello Stato, infatti, si va aggiungendo, con grande evidenza, un conflitto all’interno dello stesso ordine giudiziario.

Questa aggressività ci fa tornare alla mente le parole di un pensatore che è considerato l’ispiratore della democrazia moderna e della sua separazione dei poteri.

Come spiega Gianfranco Miglio nelle “Lezioni di politica” : “Montesquieu riteneva il potere giudiziario il più pericoloso in assoluto: rendendolo transitorio, il collegio giudicante veniva creato solo di fronte al caso specifico da giudicare, evitando una magistratura professionale permanente…Era necessario limitarne al massimo la portata perché le sue decisioni, a differenza di quanto avveniva al legislativo e all’esecutivo, arrivavano direttamente all’uomo, incidendo sulla sua libertà”. (Gianfranco Miglio, Lezioni di politica, vol. I, pagg. 286-287, Il Mulino ).

E’ troppo diffusa , invece, una concezione secondo la quale la funzione giudiziaria sia invece e soprattutto un potere . Di conseguenza, alle forze politiche spetta il compito di una modifica della Costituzione per salvaguardare in senso più democratico l’equilibrio tra le funzioni legislativa, esecutiva e giudiziaria.

Al di là di tanti aspetti sui quali sembra concentrarsi l’attenzione dei “vertici” politici anche su questo tema, la questione giustizia in Italia non sarà risolta fino a quando non si entrerà in questo ordine di idee.
09/03/2012 [stampa]
Bersani , casini e il caffe’ dal ministro Severino, ma Alfano spiazza tutti.
Sembra proprio che il caffè che il segretario del PD e il leader dell’UDC avrebbero gustato con il Ministro di grazia e giustizia non sia stato apprezzato dal segretario del PDL Alfano.

Le cronache raccontano, come scrive Avvenire, che “ i tre avrebbero parlato di alcuni dossier caldi: ddl anticorruzione (sul quale gli azzurri non vogliono interventi sul codice penale, specie sui termini di prescrizione ), responsabilità civile dei giudici ( norma che il partito di Berlusconi non intende stralciare dalla legge comunitaria , ora al vaglio del Senato ), e in generale sui capitoli di un eventuale riforma”.

Su questo episodio il Ministro ha rilasciato, tardivamente, una smentita poco convincente: “ Sono abbastanza stupita perché è stato un incontro casuale, tra l’altro molto breve e non preordinato”.

Come dire , il tempo di un caffè.

Questo pare essere l’antefatto del rifiuto di Alfano di andare ad un vertice governo- leader, precisando: “ non ci stiamo a parlare di Rai e giustizia”.

E’ giusto ed evidente che i temi che esulano dall’emergenza economica e dalle sue implicazioni non appartengono all’iniziativa del governo il quale può anche occuparsene, ma , al massimo, ponendosi con una prospettiva di mediazione tra quelle forze politiche di peso determinante per la sua maggioranza.

Ma questa mediazione richiede, innanzitutto, una verifica prioritaria nei riguardi dei partiti sulla disponibilità ad affrontarli e, poi, l’elementare metodologia di una mediazione equilibrata , non svolta con iniziative a senso unico.

Sulla RAI, fino a quando non si sarà trovata una logica diversa, vige il principio del rispetto dei dati di rappresentanza politica parlamentare e non ci possono essere , sulle poltrone, scorciatoie modificative . Cioè un banchetto di poltrone a buon mercato.

Sulla giustizia, come è noto, le due principali forze politiche sono di avviso completamente diverso: il centro destra ed il PDL in particolare pensano ad una revisione anche costituzionale e che riguarda il sistema di potere della magistratura, il centro sinistra, ma anche il pallido UDC , ritengono sufficienti alcuni ritocchi di efficientamento delle strutture.

Il mancato incontro a tre con il governo è, solo apparentemente, un episodio da minimizzare come ,invece, con una certa abilità , il premier ha commentato.

Rivela, invece, qualcosa di più profondo e cioè la scarsissima omogeneità delle forze politiche che sorreggono il governo, in termini di programma e di indirizzi politici sostanziali.

L’impressione fondamentale, tuttavia, è una: i temi dell’incontro, più che una reale intenzione di mediazione operativa, dovevano rappresentare una qualche forma di risarcimento preventivo per il PD, in vista degli interventi sull’articolo 18 rispetto ai quali, pur rinviando, il governo non può sottrarsi, per le note sollecitazione dell’ Europa.

Alfano, con un buon tempismo, ha disinnescato questa operazione, spiazzando anche l’astuto Casini.

Alfano, con l’abile attenzione di Berlusconi, ha un programma abbastanza ben definito : quello di una attenta gestione di questa fase politica, facendo rientrare nell’ottica del centro destra molte delle decisioni di questo governo, dimostrando una alta considerazione dell’interesse generale del Paese, mantenendo un ruolo non secondario al PDL, cioè non facendosi emarginare, come hanno tentato, in questa circostanza, Casini e Bersani.

Resta un aspetto di grande difficoltà: quello dei rapporti con la Lega la cui partita si dovrebbe giocare sul difficile terreno del federalismo.

E’ un tema – già in un avanzato stato di attuazione parlamentare - che, se ci sarà l’abilità di farlo, dovrebbe essere collegato alla linea delle riforme per la responsabilizzazione e la riduzione della spesa pubblica, terreno sul quale anche il governo dei tecnici – pur centralista per vocazione - potrebbe essere costretto a mostrare qualche apertura.

Del resto, l’incontinente Bossi sa che per questa riforma non servono “i fucili” o il “Parlamento padano”, ma una maggioranza parlamentare a Roma e la mancata vittoria del centro destra nel 2013 potrebbe far arretrare il suo già difficile e incerto cammino.
31/01/2012 [stampa]
Scalfaro: la costituzione sopra il popolo.
Gianni Baget Bozzo in un libro del febbraio 1994 (“Cattolici e democristiani” Rizzoli ) fa risalire alla elezione di Oscar Luigi Scalfaro, per quanto riguarda la DC “la fine del partito come collettività ideale” e per quanto riguarda l’Italia “l’ingresso in un'altra storia”.

“Era un democristiano anomalo “ scrive a pagina 130, “come Pertini era stato un socialista anomalo”. “Ma l’elezione”, precisa “aveva un significato opposto: Pertini era l’eletto dei partiti, Scalfaro era eletto contro i partiti”.

Baget Bozzo ricorda il clima che accompagnò la sua elezione: la strage di Capaci, i contrasti tra democristiani, la designazione di Pannella .

Questa lettura spiega il senso della sua azione come Capo dello Stato nella vicenda della crisi del primo governo Berlusconi: la sollecitazione e la garanzia verso Bossi, il venir meno all’impegno per lo scioglimento delle Camere ricordato a suo tempo da Berlusconi, i suoi rapporti con la Magistratura, la difesa della Costituzione.

Con lui , dopo Cossiga, terminò bruscamente ogni importante tentativo di cambiare la Costituzione e si inaridì dentro la cultura democristiana ogni attenzione e sensibilità a questo tema.

Secondo Scalfaro la Costituzione doveva prevalere anche rispetto alla volontà popolare; in questo attuò , nonostante le differenze politiche e culturali, il perfezionamento del disegno dossettiano.

Senza l’intelligenza e il fascino culturale del monaco principe, Scalfaro è stato il propagandista della religione della Costituzione, corroborandola di una regola di costume morale : una sorta di catechismo costituzionale.

In questo è stato un conservatore che viene presentato come innovatore solo perché contrastò Berlusconi, diede sponda al diktat dei giudici sul decreto Conso-Amato, e sciolse le Camere degli inquisiti, anche se, poi, la gran parte di quei parlamentari venne assolta.

Poche figure democristiane sono state così funzionali al disegno delle sinistre, anche di quella giacobina e radicale che, nella sua vocazione laicista, sembrava essere all’opposto del cattolicesimo dell’ex Presidente.
13/01/2012 [stampa]
Credibilita’.
C’è qualcosa che non torna nelle analisi sulla crisi del debito italiano. I soli parametri economici non giustificherebbero l’accanimento dei cosiddetti “mercati”, in quando è noto, come è stato più volte sottolineato, che i “fondamentali” del Paese sono tra i più sani del Continente.

La cartina di tornasole per comprendere meglio la crisi italiana è rappresentata dalle vicende spagnole. In quel paese che presenta dati di fondo più allarmanti e meno solidi rispetto all’Italia, tuttavia, sin dalle dimissioni di Zapatero , si era in presenza di un dato completamente differente rispetto alla nostra condizione.

Infatti era noto che dopo la provvisorietà di Zapatero, dimissionario, le elezioni avrebbero consegnato, con quasi assoluta certezza, il potere ad un partito ritenuto affidabile , il partito popolare . Le consultazioni elettorali, in sostanza, si presentavano con la prospettiva di una maggiore credibilità del nuovo governo e, di conseguenza del consolidamento del parametro più necessario , cioè quello politico.

E così è avvenuto.

Qual è, invece, la situazione italiana ?

Il governo Monti, al di là del sostegno e delle intenzioni di una parte della borghesia industriale ( De Benedetti – RCS ) che lo vorrebbe “consacrare” come soluzione permanente ( governo del presidente ) è, e resta, provvisorio e, al massimo, nella primavera del 2013 si svolgeranno le elezioni .

Questo è il punto.

La crisi dei partiti, alcuni limiti della legge elettorale, e la stessa cornice costituzionale debole contribuiscono a presentare un quadro assai problematico del risultato elettorale.

Gli schieramenti tradizionali- peraltro in crisi - non sembrano essere affidabili; il tentativo di Casini di riaccordare al centro una diaspora che si determinerebbe nei partiti più forti, presenta una aleatorietà di risultato, mentre lo stesso sistema elettorale in vigore non favorisce certo la prospettiva centrista.

Il confronto politico ristagna nel pantano di una discussione infinita sulla legge elettorale nella quale ogni forza politica gioca per sé e per la propria piccola strategia politica.

Emerge una verità rispetto alle cortine fumogene che vengono diffuse: la speculazione agisce contro uno Stato costituzionalmente debole che non può eludere il momento elettorale al quale si deve presentare con coalizioni stabili e coese e programmi chiari per favorire la crescita del Paese e rassicurare gli altri partners europei.

La stabilità politica, poi, senza la quale anche i migliori programmi non possono essere realizzati, richiede anche un cambiamento della Costituzione, con un ruolo più forte della Presidenza del consiglio, la eliminazione del bicameralismo, nuovi regolamenti parlamentari ed una separazione più netta delle funzioni statali messa in discussione dal debordare del potere giudiziario.

Qualcuno ha calcolato che per attuare le prime necessarie riforme occorrono sette mesi.

La stessa modifica della legge elettorale richiede il recupero di uno spirito costituente, rompendo il tabù della immodificabilità della Carta, sostenuta dalla ideologia dell’esaurirsi del potere costituente a suo tempo teorizzato da Dossetti.

Senza queste riforme il futuro politico dell’Italia resta incerto e le difficoltà economiche non risolvibili.

Questo è lo spazio che le forze politiche debbono occupare.

Questo è il nodo politico costituzionale della crisi italiana.
02/12/2011 [stampa]
Il “patriottismo costituzionale” ovvero la “cadaverica rigidita’ di un testo”
Dopo le acute analisi di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 21 novembre, che riportiamo in un altro articolo, scende in campo, nove giorni dopo, anche Ernesto Galli della Loggia con un altro articolo di fondo dal titolo “Una discussione a carta aperta”.

La sua analisi ricalca le cose che da molti mesi andiamo scrivendo: “tutta l’impalcatura dei poteri disegnata dalla Carta del 1948, tutto l’insieme del regime parlamentare puro lì immaginato ( che, lo ricordo, non ha corrispettivo in nessun altro grande Paese dell’Europa occidentale ), appare bisognoso di una decisa revisione. Non fosse altro perché, in specie a causa della presenza dei partiti, il ruolo delle Camere e dei parlamentari come centro e motore unico della formazione dei governi e della decisione politica ha subito nei fatti un radicale ridimensionamento”.

Dopo aver descritto le diverse incongruenze, ad esempio tra il ruolo del Presidente della Repubblica che oggi tende a debordare ed il modesto ruolo del Presidente del Consiglio, l’articolo ne deduce che “inevitabilmente la concreta esistenza delle costituzioni produce degli scollamenti di fatto dalle loro norme scritte … non essendo possibile racchiudere la vita reale delle persone e delle istituzioni nella cadaverica rigidità di un testo”.

L’articolo si chiude con una speranza , cioè che “finalmente si ponga fine al clima da stadio e ci si metta a ragionare dando inizio a una discussione (sulle inadeguatezze della nostra Costituzione n. d. r. ) degna di questo nome” ed è “una delle speranze che è obbligatorio avere”.

Sarebbe interessante ricostruire il dibattito che si è trascinato su questo argomento in questi ultimi decenni.

Riferiamo solo qualcosa.

Ad esempio Bettino Craxi, intervenendo nel dibattito per la fiducia al governo Spadolini il 31 agosto 1982 disse : “ ‘la Costituzione non si tocca’ è stata la parola d’ordine dei conservatori; … il problema delle istituzioni e della loro riforma ha via via preso le dimensioni di una questione centrale…; l’elezione diretta da parte del popolo può rafforzare l’istituto del Presidente della Repubblica e cioè del Capo della Nazione che interamente la rappresenta…”, aggiungendo che sarebbe stato necessario anche “rafforzare la posizione del capo del governo”.

Se si andassero a rileggere le reazioni che suscitarono le parole del Segretario socialista si noterebbe il netto rifiuto da parte del PCI e della DC di prendere in considerazione tali proposte, mentre si affermava una tesi “minimalista”per la quale gli eventuali ritocchi della Carta avrebbero dovuto riguardare dettagli come “il regolamento delle camere, il numero dei parlamentari o differenziare le funzioni dei due rami del Parlamento ( Alessandro Natta) o si rilasciavano dichiarazioni come “noi ci sentiamo vincolati fortemente ai valori costituzionali; la cosa più importante è attuarla la Costituzione” ( Antonio Bisaglia ).

A distanza di circa tre decenni, le posizioni dei postcomunisti e dei post democristiani sono sostanzialmente le stesse: dietro alle affermazioni sul “patriottismo costituzionale” si cela un atteggiamento totalmente conservatore della Carta, mentre la disponibilità verso qualche minima riforma – le stesse che indicava Alessandro Natta - non muterebbe il modello politico parlamentare criticato da Galli della Loggia.

Di una riforma in senso presidenziale se ne discusse in Italia sin dagli anni ’60 – le idee sulla Nuova Repubblica di Pacciardi e quelle circolate nella DC con il gruppo parlamentare di Europa Settanta– o, addirittura ancora prima con le proposte del Partito d’Azione. Su questo tema, nel corso degli anni ed anche recentemente, sono intervenuti politici e costituzionalisti, soprattutto a destra e sono state comprese nei programmi elettorali e nelle dichiarazioni programmatiche dei governi Berlusconi.

Questa “rigidità cadaverica” del sistema politico italiano, come denuncia l’editoriale di Galli della Loggia, è dimostrata dal fatto che non si è mai avuto il coraggio di decidere.

29/11/2011 [stampa]
In pensione si’ , mai rivoluzionari.
Ha ben da ironizzare Aldo Grasso sul Corriere della Sera di domenica 27 sulle pensioni e vitalizi di alcuni attempati “rivoluzionari” di sinistra : Fausto Bertinotti, Mario Capanna e Giovanni Russo Spena.

Dobbiamo dire comunque che l’effetto di queste notizie e soprattutto le risate e l’ironia che potrebbero accompagnarle non trova luogo.

Ma non perché non siano pittoresche le ultime abitudini di questi personaggi alle prese con cashmere e vasetti di salsa con il pomodoro e che mostrerebbero, secondo il giornalista, il ridimensionamento della loro vocazione rivoluzionaria.

Scrive, infatti, Aldo Grasso con una goccia di veleno nell’inchiostro : “Volevano cambiare il mondo, hanno cambiato la loro situazione previdenziale”.

Prendiamoli in giro, ma non ci prendiamo in giro.

Ma quali rivoluzionari ! Ma quale mondo avrebbero inteso cambiare !

Tutti ben pasciuti e coccolati da una borghesia italiana modesta, priva di cultura e di identità, sono vissuti nell’agio e nelle stanze delle istituzioni, hanno sempre fatto notizia sulla stampa dei “padroni” mai pensando veramente di sovvertire qualcosa: né l’ordine costituito, né i rapporti di classe, attenti, invece, questo sì, ai loro contributi previdenziali.

Hanno ottenuto quello che in fondo avevano posto come obbiettivo della loro vita.

La storia della sinistra ha conosciuto pochi rivoluzionari dei quali abbiamo rispetto e che non sono certo loro.

Questi piccoli “impiegati” della sinistra non possono definirsi neppure dei “massimalisti” perché questi appartengono ad una storia importante della sinistra rivoluzionaria e delle sue polemiche politiche.

Però, mossi da un eccesso di generosità verso di loro, ci vengono in mente le parole che Amadeo Bordiga scrisse sull’ Unità – il giornale che 86 anni dopo verrà diretto da Concita De Gregorio ( sic ! ) - il 23 aprile del 1924, prendendo di petto, con la sua prosa sferzante, il “massimalismo”: “Il massimalismo tenta di ingannare il proletariato dicendo di seguire quella stessa dottrina: ma alla prima occasione rivela di essere agli antipodi. ...È nelle vostre colonne, signori dell’ “Avanti!”… sfuggendo voi alla nostra tesi rivoluzionaria, e non avendo almeno il coraggio di dire che vi identificate del tutto colla tesi della “Giustizia” e del “Mondo”, voi venite a documentare una cosa sola: quanto siete coglioni. Ipocriti e coglioni insieme “.
26/11/2011 [stampa]
Senza dignita’.
I fotografi che frequentano abitualmente il Palazzo sono stati invitati a darsi un codice di autoregolamentazione con il quale si preveda il divieto di zoomare su appunti, carte, pc e display per preservare la privacy delle comunicazioni degli onorevoli. Chi lo violerà verrà privato del diritto di accedere alla tribuna stampa di Montecitorio. Decisione dell’ufficio di presidenza della camera alla quale si sono opposti Pdl e Lega.

Questa decisione così tempestiva e che interviene a limitare l’attività informativa dei giornalisti e fotografi, sostenuta dal fronte antiberlusconiano che ancora sopravvive , non può che essere scaturita dalla pubblicazione del contenuto del “pizzino” che Enrico Letta aveva inviato al Presidente del Consiglio il quale , ingenuamente, lo aveva fatto riprendere dai fotografi.

Non ci scandalizziamo per il contenuto di “sapore antico” che aleggiava nel testo, che sosteneva in sostanza la possibile lottizzazione delle nomine dei sottosegretari e la loro indicazione partitica , anche se con un tono “caldo e personale”.

E’ l’atteggiamento servile che vede un esponente di partito chinarsi e mettersi al servizio “riservatamente” dei voleri del premier appena nominato.

C’è un ansia ad essere il primo a “raccomandarsi”, a svolgere un’azione di “consulenza” .

Certo la politica è il regno del compromesso e della mediazione. Non ci scandalizziamo che ciò avvenga. Anzi può essere utile per governare e giungere ad un ampio coinvolgimento delle volontà.

Il tutto però, non deve cancellare la dignità delle forze politiche e dei protagonisti.
15/11/2011 [stampa]
Infamia giustizialista
La Cassazione ha fatto cadere le accuse più gravi nei confronti dell’on. Alfonso Papa.

Il deputato dell’UDC Pierluigi Mantini è il più veloce a versare lacrime di coccodrillo, forse perché sente tutto il peso di una decisione parlamentare – quella che stabilì l’arresto di Papa – per la quale il suo partito fu determinante.

Ed aggiunge una considerazione significativa. “Oggi , alla luce dell’imputazione residua per reati più modesti, lo stato di detenzione sarebbe davvero incomprensibile. Papa è un avversario politico ma a lui deve essere garantito il libero esercizio delle funzioni parlamentari in una fase politica e istituzionale assai delicata”.

Mantini, con queste affermazione, scoperchia, tuttavia, il baratro giustizialista nel quale sta scivolando la democrazia italiana.

Non ci si rende conto abbastanza , presi dall’intrigo di palazzo, della gravità dei connotati di una lotta ideologica e di potere che porta a incarcerare ingiustamente un parlamentare per impedirgli di svolgere la sua funzione.

Le lingue di legno dei giustizialisti per antonomasia ( la sinistra e IDV) e dei neo giustizialisti per opportunismo (UDC e Fini ) tacciono di fronte a questa infamia ed è inutile l’appello dell’on. Farina – vox clamans in deserto – quando afferma che UDC, PD, IDV e Lega, dovrebbero chiedere scusa al parlamentare che hanno mandato in galera.

Voce nel deserto. Deserto di dignità, di valori etici, di intelligenza, di giustizia.
09/11/2011 [stampa]
Di fronte al vero dilemma politico.
Nell’articolo di apertura del Foglio di venerdì 4 novembre Giuliano Ferrara scrive: “Il vero punto è: consociativismo e piagnisteo oppure maggioritario e ottimismo e riforme che squillano , che reinnescano qualcosa che ridanno il gusto dell’azzardo sul futuro”

E aggiunge: “Il vero punto è: esiste ancora un popolo elettore in grado di decidere o dobbiamo tornare a logiche oligarchiche e parruccone?” .

L’intelligente direttore e amico di Berlusconi sintetizza in questo modo la partita che si sta giocando nelle trincee giornalistiche dei poteri “forti”, della conta numerica delle Camere, nelle tattiche e nelle strategie di ciò che resta delle forze politiche.

C’è una grande analogia con le vicende che nei primi anni novanta segnarono la fine della esperienza politica della repubblica dei partiti.

Allora, per la vigliaccheria di una classe dirigente – soprattutto democristiana - ormai esausta, non si avvertì che quel passaggio non poneva in discussione l’immoralità della politica, ma il ruolo dei partiti nella società italiana.

Fu una operazione di potere con la quale le “logiche oligarchiche e parruccone”, dovevano addomesticare le forze politiche che, purtroppo, avevano perduto da tempo il senso della loro funzione.

Oggi si attua il secondo tempo: non è più la funzione di partiti che non esistono più a essere aggredita, ma è la politica a divenire piattamente omologata agli interessi “oligarchici e parrucconi”.

E’ vero che, ove venisse disarcionato Berlusconi, la strada delle elezioni anticipate, cioè l’appello al popolo, potrebbe non avere un esito vincente, ma è l’unica strada dignitosa che ricolloca nel luogo sacro e giusto il futuro della democrazia italiana.
24/10/2011 [stampa]
Banca d’Italia: autonomia o potere burocratico ?.
Il notevole rilievo che è stato dato dai giornali di proprietà della borghesia imprenditoriale italiana circa la questione della nomina del Governatore della Banca d’Italia ci fa tornare alla mente quanto scriveva Giano Accame nel 1997: “Proprio il ‘centralbanchismo’ che oggi conquista una sempre maggiore rilevanza ed autonomia istituzionale affiancandosi ai poteri democratici e soverchiandoli , sta a sua volta subendo un sempre più vistoso scadimento rispetto alla finanza privata , sia a livello nazionale che soprattutto internazionale” ( “Il potere del denaro svuota le democrazie”; Roma 1997, pag.45 ).

Accame aveva presente e denunciava non solo il distaccarsi del ruolo della Banca d’Italia dal potere governativo, ma anche la crescita di quella finanza internazionale privata che sarebbe stata sempre più in grado di mettere in crisi i governi con le operazioni speculative sui titoli del debito sovrano.

E’ interessante rileggere l’atmosfera che si diffuse intorno alla decisione di rendere autonoma la Banca Centrare nel lontano 1992 che avvenne con l’approvazione della legge 7.2, 1992, n. 82 varata dal Ministro del Tesoro Guido Carli – già governatore di Bankitalia – che attribuì alla Banca d’Italia la facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo più concordare con il Tesoro.

Ne scrive lo stesso Guido Carli : “Ricordo con piacere quella domenica nella quale il dottor Ciampi ed io ci trovammo, alla sola presenza di un collaboratore, nel mio studio di via Due Macelli. Lì decidemmo il rialzo del tasso di sconto. Lì dettai il comunicato stampa che ne dava notizia. Mi rivolsi al collaboratore e gli dissi: ‘Vede, questa è l’ultima volta che un ministro del Tesoro firma il decreto per la modifica del tasso di sconto. La prossima volta toccherà a voi’. E’ stata l’ultima volta davvero” ( G. Carli Cinquant’anni di vita italiana; Bari 1996, pag 392 ).

Non c’è dubbio che l’autonomia della Banca avveniva anche per un indirizzo ormai prevalente in Europa, ma colpisce la scarsa o nulla considerazione per le implicazioni politiche e sociali che questa decisione comportava voluta ed attuata da in una fase di estrema debolezza della classe politica nazionale e di gestione “tecnocratica” del governo.

La riduzione di potere di questo Istituto che, poi, si ebbe, per il concomitante sviluppo delle istituzioni finanziarie europee, ha condotto la Banca d’Italia a svolgere assai più una funzione di prestigioso istituto di studi e di analisi economico finanziaria che , tuttavia, ha spostato l’ essenza della sua struttura dall’autonomia al potere burocratico.

Questo spiega la forte resistenza palesata dai suoi organi, ai quali hanno fatto da sponda molti mass media, circa la possibilità che venisse nominato un esterno, anche se prestigioso.

A parte gli importanti ed evidenti giochi di potere, questo elemento costituisce un ulteriore conferma di quel carattere corporativo e impermeabile al cambiamento che presentano tanti aspetti della società italiana.

E la conseguente, ulteriore, perdita di ruolo della politica.

Anche il diritto restato, formalmente, al Presidente del Consiglio di indicare il nome del Governatore, appare ormai scolorito e accerchiato, messo in discussione dagli stessi organi della Banca e da quello del Presidente della Repubblica che tende a rivestire sempre più le sembianze di un presidenzialismo improprio.
11/10/2011 [stampa]
Una nuova legge elettorale e un’alta mediazione tra i partiti.
L’articolo di Angelo Panebianco su “Il Corriere della Sera “ di domenica 9 ottobre che riprende la proposta del senatore Ceccanti per un sistema elettorale che combini bipolarismo e salvataggio dei partiti minori, stabilità e scelta del candidato, invita i diversi partiti a “rinunciare a qualcosa”, trovando, però, un valido compromesso.

Questo ragionamento di buon senso indica una strada che, oggi, i partiti stentano a percorrere.

Ciò che impressiona nell’attuale momento politico è l’estrema debolezza del sistema dei partiti che impedisce un vero confronto e la disponibilità a trovare soluzioni ampiamente condivise.

Le violente campagne giornalistiche, l’aggressività verbale e non solo dello stesso confronto parlamentare, l’apparire di movimenti politici che si caratterizzano per un linguaggio da strada o per un attivismo sguaiato, invece di rappresentare posizioni isolate , vengono utilizzate per una lotta senza quartiere tra le formazioni politiche.

Proprio di fronte alla difficoltà di percorrere una via di alta mediazione, necessaria per affrontare e risolvere aspetti fondamentali della politica e delle istituzioni, ci si accorge che si sta spingendo l’Italia all’angolo.

Deve essere chiaro a tutti che quando un Paese non è in grado di esprimere soluzioni e accordi per tutelare un interesse generale si rischia di arrivare ad un punto di non ritorno.

Chi soffia sul fuoco o per un interesse di parte o per sottrarre la guida del Paese a chi è scelto dal voto non mette nel conto che senza la politica e i partiti si incrina la democrazia e ci si prepara ad ogni possibile avventura.

La questione istituzionale che comprende anche la necessità di una nuova legge elettorale deve essere posta al centro del dibattito politico, poiché molte delle carenze sotto il profilo delle riforme di settore o della stessa certezza nelle politiche per la ripresa dipendono da essa.

Non si deve rinviare alla prossima legislatura il tema istituzionale. In passato se ne occuparono bicamerali e riforme costituzionali poi contrastate dai referendum, in questa legislatura ci sono bozze di accordi e proposte di legge del governo, della maggioranza e dell’opposizione.

Su questo terreno la politica ed i partiti possono riscattare la loro funzione. Non perdano questa ultima occasione.
06/10/2011 [stampa]
La legge elettorale, i bluff e le riforme istituzionali.
Il dibattito sulla nuova legge elettorale è un falso dibattito.

Non perché l’attuale legge non meriti di essere cambiata, ma per il fatto incontrovertibile che su questo tema le ipocrisie , le strumentalizzazioni e i bluff ne sono il vero coagulo.

Partiamo dall’inizio: la legge Calderoli fu strenuamente voluta dall’UDC perché metteva fine agli accordi obbligati che il mattarellum imponeva alle coalizione dei partiti per presentare i candidati nei collegi e la quota proporzionale era troppo esigua per marcarne la individualità. Il partito di Casini vedeva, attraverso questa legge proporzionale, una modalità per riconquistare la propria indipendenza.

L’UDC, incassata la legge, però, ha sempre dichiarato che era da rifiutare per un aspetto essenziale: non consente agli elettori di scegliere il proprio rappresentante. Evidentemente, però, quando venne approvata, anche con il suo voto, non si ritenne questo un elemento essenziale, altrimenti, non avrebbe dovuto approvarla.

La preferenza, poi, non venne mai seriamente proposta da nessuno, anzi, come ha affermato il ministro Calderoli non smentito, fu avversata in particolare da Gianfranco Fini che pretese la lista bloccata.

Tutti i partiti, peraltro, videro nella lista bloccata un modo per decidere chi dovesse essere eletto. In Toscana, ove vige da sempre un regime della sinistra, la legge elettorale ha adottato da tempo questo stesso sistema, senza preferenze.

Del resto questo meccanismo modificava di poco quello precedente poiché è noto che, con il mattarellum – che i referendari vorrebbero riesumare - , per la designazione dei candidati dei collegi, tutti i partiti – ma proprio tutti, senza eccezioni, - decidevano il candidato in base alla maggiore o minore certezza di elezione.

Nessuna forza politica ha mai operato designazioni nei collegi in termini di candidati naturali: basti ricordare Di Pietro al Mugello o Mattarella a Trento.

Questa è la verità che la stampa non gradisce ricordare alle forze politiche, mentre si fa finta di dimenticare come la preferenza sia stata sempre criminalizzata, più o meno a ragione. Oggi, pur di attaccare maggioranza e governo si ritorna alla nostalgia dell’elettore che sceglie.

Detto questo, stiamo oggi assistendo alla smascheratura di questa autentica commedia degli inganni, in quanto appena il nuovo segretario del PDL ha parlato di ripristino della scelta dal basso degli eletti, il campione della critica all’attuale sistema, Pierferdinando Casini, ha subito risposto che questa non è una priorità e che la situazione richiede di esaminare altre questioni più urgenti.

La verità è che Casini, come del resto tutti i leaders degli altri partiti, nella possibile imminenza delle elezioni, guardano con preoccupazione al caravan serraglio di coloro che occupano i seggi parlamentari che, se venissero reintrodotte le preferenze, non avrebbero i voti neppure per entrare nel consiglio del proprio condominio, mentre oggi, occupano, nelle Camere e nel Partito, posizioni di altissima responsabilità e “fiducia”.

Ora la raccolta delle firme sta portando ad un vicolo cieco perché divide ulteriormente le opposizioni in due fronti contrapposti tra chi vuole una legge che mantenga una forma di bipolarismo ( i promotori del referendum ) e chi tenta di mettere su un sistema elettorale che pur consentendo ai cittadini di scegliere partiti ed eletti, lasci la composizione della coalizione di governo agli accordi successivi alle elezioni stesse ( Casini, D’Alema).

Nel PD Bersani si trova in mezzo e, a parte le vicende Penati, rischia di esserne travolto, perché da un lato la coalizione a foto di famiglia ( con Vendola e di Pietro ) lo spinge sui binari del bipolarismo, ma dall’altra tenta di salvare la possibile alleanza con Casini sostenendo la opportunità che la modifica della legge venga votata dal Parlamento per raggiungere un compromesso sulla base del sistema tedesco.

Sul piano della possibile approvazione della legge siamo nella confusione più completa.

Non si segue il ragionamento più logico che dovrebbe partire dalla individuazione di quale sistema istituzionale sia oggi necessario per l’Italia.

Anche il professor Sartori è andato in confusione: nell’ultimo articolo di fondo sul Corriere della Sera del 3 ottobre è arrivato a scrivere: “Io ho conosciuto bene, data la mia età, la Prima Repubblica. Allora protestavo. Ma la Seconda Repubblica è stata incomparabilmente peggiore. E’ il momento di dirlo a chiare lettere”.

Ma “a chiare lettere” occorre dire che non è una legge elettorale che può risolvere la questione della vera e propria crisi istituzionale che blocca l’Italia.

La “sovranità popolare” non significa solo votare per il proprio rappresentante in Parlamento, ma scegliere chi governa, cioè un sistema presidenziale. I governi non possono subire un condizionamento continuo, l’invadenza delle competenze ed una interdizione delle proprie decisioni da parte di una funzione giudiziaria che da ordine è diventata potere che confligge con quello esecutivo e parlamentare. Il federalismo significa affidare le risorse agli enti locali responsabilizzandone la classe dirigente, , scomponendo il potere delle amministrazioni centrali e le ingenti devoluzioni alle grandi imprese che da questo centro vengono elargite. La riforme del sistema fiscale è un dovere di efficienza e giustizia verso cittadini, famiglie, imprese, un altro modo per spezzare le catene di un Paese bloccato.

Bene ha fatto Berlusconi a sfilarsi dal dibattito sulla legge elettorale cioè da questa ennesima commedia del teatrino della politica sul quale lo si vorrebbe trascinare anche davanti alla televisione.

Rinunciando, per adesso, ad andare alla tv ha espresso due concetti. Il primo: “Governo e maggioranza stanno lavorando a un nuovo decreto legge , con misure concrete ed efficaci che ridiano fiducia ai cittadini, alle famiglie e alle imprese”. Secondo: “La riforma del sistema elettorale non è materia sulla quale mi sto esercitando. Le riforme che mi interessano in questo momento sono quelle del fisco, dell’architettura istituzionale, della giustizia che sono il completamento delle riforme attuate in questi tre anni”.

Questi due impegni costituiscono il compendio di tutto il programma politico del centro destra.

L’opposizione e Bersani in particolare, che tentano di gettare tutto in barzelletta, farebbero bene a non minimizzare.

Però, siamo ormai nella zona rossa. I tempi a disposizione del governo e del Parlamento divengono ogni giorno più stretti. Prima della fine dell’anno tutti i provvedimenti di riforma devono andare alle Camere.

Lì, si verificheranno le intenzioni di tutti: chi vuole un vero cambiamento e chi vuole conservare.

Lì, si stabiliranno quelle condizioni che consentiranno un giudizio vero del popolo italiano: non sul gossip, ma sulla capacità di preparare il Paese al futuro.

Da lì verranno chiarite la possibile vittoria o la sconfitta del centro destra, la tenuta delle alleanze a sinistra e l’arco delle nuove alleanze .

Berlusconi deve gettare il dado. E’ l’ultima partita.
09/09/2011 [stampa]
Le indulgenze di Buttiglione.
Il primo a sentire l’odore di incenso che gli aleggia intorno è lui stesso : Rocco Buttiglione.

Questa “aura” gli ha consentito di camminare indenne tra le insidie della politica militante , di forzarne le regole - qualcuno ricorda la scissione del PPI - di uscire a destra ma di partecipare al primo governo del post comunista D’Alema.

Non solo.

E’ arrivato al punto, rivolgendosi al premier Berlusconi, di assumere ed esercitare la funzione sacerdotale, annunciando con tono vescovile: “ Se ci aiuti acquisirai un credito in nome del quale i peccati ti saranno perdonati”.

Non gli mancano gli argomenti “storici”: sull’Avvenire ricorda “il perdono presidenziale di Gerald Ford a Richard Nixon”, fa scivolare che Beppe Pisanu possiede “la convinzione di avere dietro qualcuno o qualcosa di consistente” e date le vecchie amicizie del parlamentare sardo sentiamo odore di “rituali segreti”.

Sul possibile “salvacondotto” fa capire di essere al corrente dell’”offensiva diplomatica e silenziosa che si è messa in moto in queste ore”. Ma è ancora più esplicito, chiamando in causa il Colle, che secondo bazzica dovrebbe quantomeno smentire: “Napolitano sa da sempre che in momenti drammatici bisogna avere il coraggio di decidere fuori dell’ordinario. E questo è un momento assolutamente drammatico”.

Ora l’aura consente a Buttiglione non solo di spargere indulgenze, ma di avvertire che il Capo dello Stato potrebbe essere indotto a “decidere fuori dell’ordinario” cioè , interpreterebbe Cossiga, fuori della Costituzione.

Ma siamo matti ?

A questo punto, come cattolici preghiamo affinchè il solfureo Buttiglione continui a donare le indulgenze, ma pensi un po’ a se stesso.
14/07/2011 [stampa]
Abolizione delle province : un altro aspetto della crisi istituzionale.
Si è accesa una importante polemica intorno all’”abolizione delle Province” che , tuttavia, risente del carattere distorto e strumentale del dibattito di oggi e della incapacità ad individuare un livello di discussione di contenuto realmente riformatore.

Occorre, innanzitutto, fare chiarezza sul merito della questione dal punto di vista del sistema delle autonomie locali.

L’Italia è stato sempre descritto come il Paese delle cento città, nel senso che le diversità storiche e culturali e la loro ricchezza posseggono un valore che verrebbe soffocato da un sistema istituzionale amministrativo di tipo centralistico.

Già, in qualche modo l’Unità d’Italia, ebbe un carattere centralista suggerito al Paese dalla cultura illuminista francese che permeò l’azione del Risorgimento sabaudo.

La cultura cattolica si scontrò con questa visione politica e istituzionale e provò, senza riuscirci, a dare una lettura diversa del processo unitario.

L’introduzione delle Regioni negli anni ’70, previste dalla Costituzione, rappresentò l’affermarsi di una idea diversa dello Stato con l’abbandono di una funzione legislativa ed amministrativa fortemente accentrata sulle strutture centrali ministeriali.

Tuttavia la caratteristica italiana di un sistema di comuni piccoli e medi non ha trovato nella Regione un sufficiente livello di attenzione politica ed amministrativa e nell’ambito di questa nuova realtà istituzionale si è verificato un nuovo centralismo rappresentato dal permanere nell’ambito del potere regionale ( che dovrebbe svolgere solo funzioni di legislazione e di programmazione) di forte contenuti amministrativi e di gestione.

L’attuazione della riforma federalista potrebbe accentuare questo carattere di neocentralismo regionale se non si procederà verso un equilibrato sistema dove alle regioni spetti il ruolo di programmazione e di legislazione e agli enti locali i compiti amministrativi e di gestione.

Purtroppo oltre alle province si sono andati affastellando una serie di strutture intermedie e locali ( comunità montane, enti parchi, distretti di varia natura, aziende sanitarie, circoscrizioni e municipalità ) che hanno creato una vera giungla amministrativa, sviluppando, di fatto, un fitto labirinto nel quale le burocrazie configgono fra di loro e i procedimenti decisionali si allungano e si perdono , mentre , di fato, scompare l’istanza partecipativa.

Alle iniziali province, poi, se se aggiungono di continuo altre, riferite ad un ristretto numero di abitanti, creando più che una forma di partecipazione una segmentazione complessiva del sistema istituzionale.

Ora quello che sarebbe necessario è una forte capacità di riforma perché questo sistema genera sprechi di risorse, sovrapposizioni di procedure amministrative e decisionali, burocratizzazione che, per essere aggirata o snellita può produrre irregolarità e illeciti interventi.

Per le Province, anche dal settore stesso delle autonomie e nella prospettiva di razionalizzazione delle funzioni con riduzione evidente dei costi, provengono proposte centrate sui problemi reali, come quelle di attribuire le competenze di tali enti a raggruppamenti o consorzi di comuni, se attinenti ad esempio agli assetti di area vasta , ma anche per altre esigenze. Per restare nell’ambito degli enti locali, altri notevoli risparmi possono ricavarsi da un lato da una non dilazionabile delle aree metropolitane e dall’altra dalla limitazione della istituzione delle municipalità ai comuni con almeno 750 mila abitanti, fermo restando una l’esigenza di un più efficiente decentramento funzionale.

Occorrerebbe cioè una vera capacità riformatrice che dovrebbe agire sulla base di valutazioni oggettive e non di convenienze di parte o sollecitazioni corporative o territoriali.

Quello che , ormai, non sorprende più è l’incapacità di tutte le forze politiche, anche di quelle che dovrebbero vantare un riferimento alle culture storiche dell’Italia, di avviare un vero processo riformatore che, pur cambiando un sistema ormai divenuto aggrovigliato e fonte di sprechi, sappia tutelare ciò che nelle istituzioni appartiene all’istanza partecipativa dei cittadini.

Anche questa vicenda dimostra come la crisi istituzionale scorra parallela alla crisi dei partiti.

Siamo, ormai, di fronte al fenomeno della individualizzazione della politica, per la quale prevalgono le sole scelte di convenienza immediata, senza alcuna capacità di porsi al livello della tutela del bene comune.

L’interesse generale è ormai una categoria abbandonata dalla politica.

Il ragionamento politico è scomparso e tutto è ridotto a slogan e a polemiche ispirate da interessi corporativi e lobbistici.

L’invocazione per la nascita di una nuova classe politica, suggerita autorevolmente dai massimi esponenti del mondo cattolico, sembra essere l’appello necessario per immettere nuova linfa vitale nelle istituzioni dell’Italia.
24/06/2011 [stampa]
Ci fanno rimpiangere “bolero film”.
Dedicare, in pochi giorni, decine di pagine al gossip delle intercettazioni sulle conversazioni private di Bisignani con personaggi più o meno autorevoli è clamoroso.

Che lo facciano i giornali a tesi o più propriamente scandalistici è sin troppo ovvio, ma su questo sciovinismo moralistico si è ormai adagiato anche il più “autorevole” dei quotidiani.

Siamo di fronte ad un giornalismo intimista e scandalistico. Quando mai i direttori di un tempo, nell’epoca dei quotidiani non di esclusiva proprietà di imprese industriali, da Luigi Barzini junior, a Concetto Pettinato, da Alberto Giovannini a Leo Longanesi a Giovanni Spadolini e a tanti altri, avrebbero offerto lo spazio che oggi viene imposto a questo tipo di informazione.

Questo giornalismo ci fa rimpiangere Bolero Film.

C’è rilevare che la distorsione informativa è finalizzata a delegittimare la politica, poiché è evidente che il ruolo di Bisignani viene volutamente enfatizzato, tentando di dimostrare che tutta la politica e le istituzioni erano al suo servizio.

Emerge ancora una volta il rapporto illegale tra giornalismo e inchieste giudiziarie, poiché non solo viene violato il diritto costituzionale di tutti alla riservatezza, ma anche parlamentari vengono intercettati e queste vengono girate ai giornali.

Ci saremmo aspettati da chi ha il compito della custodia della Costituzione un intervento di critica anche aspra nei riguardi di questa incredibile campagna giornalistica che sta aggiungendo nuove elementi alla creazione del clima e al raggiungimento di ben chiari obbiettivi politici, come nell’imminenza della fine della prima repubblica.

Il cittadino ha ormai la certezza dell’esistenza di una rete spionistica che controlla la vita di tutti, come era la condizione della società negli stati comunisti dell’Europa orientale.

Non si può a lungo tenere la società italiana in questa condizione. Non si può porre le istituzioni e la politica sotto il ricatto di campagne giornalistiche frutto di migliaia di pagine sfuggite alle istruttorie della magistratura. Non si possono violare i diritti dei cittadini in modo così evidente, senza che qualcuno si opponga.

Tutto ciò finisce per mettere a rischio la tenuta della democrazia in Italia.
09/06/2011 [stampa]
Referendum: Di Pietro e il taglio dei voti degli italiani all'estero.
Di Pietro ne ha pensata un’altra molto bella.

Il quorum per i referendum del 12 e13 giugno, ha detto in una intervista a Repubblica TV “non è facile da raggiungere” , per questo “lunedì pomeriggio alla chiusura dei seggio depositeremo ricorso alla Cassazione perché sollevi conflitto d’attribuzione alla Consulta in merito alla questione del voto degli italiani all’estero”. Continuando: “Se si pensa al conteggio dei più di 3 milioni di italiani che sono all’estero, il quorum passa, di fatto, dal 50+1 al 58 per cento”.

Il leader Idv invita quindi la Cassazione a non conteggiare, per il raggiungimento del quorum, i cittadini che non si trovano in patria. Saranno “proprio quei voti a fare la differenza: oltre il 50 per cento noi ci arriviamo, al 58 per cento no”. Per l’ex magistrato il diritto di voto e come una certa pelle che si modifica a seconda delle esigenze politiche.

Non ci sorprende che una tesi così strampalata possa far parte del bagaglio politico del leader dell’IDV, quello che è da vedere e valutare quale potrà essere il comportamento e le decisioni dei massimi organi della magistratura in ordine a questi possibili ricorsi e quesiti.

Già è stato del tutto sorprendente il dribbling sulla proponibilità dei quesiti dopo la modifica sostanziale della legge sul nucleare e le stesse esternazioni che hanno preceduto l’ultima decisione della Consulta.

A ben vedere questo arrogante atteggiamento che nega il diritto di voto agli italiani all’estero e certe decisioni dei massimi organi giurisdizionali sono l’ennesima prova della profondità della crisi italiana.

Quello che colpisce è l’assuefazione che va diffondendosi rispetto a questi fatti, dimostrando, peraltro, la totale strumentalità della sinistra quando si erge a difesa delle “regole”.

Non siamo neppure tanto convinti che la custodia della Costituzione intervenga sempre e a prescindere da chi deragli dai binari giusti , con dichiarazioni o atti .

Non si può dire solo che si va a votare perché è un dovere al quale non ci si può sottrarre, occorrerebbe, con chiarezza, stigmatizzare anche chi pensa che il diritto di voto sia da attribuire solo in funzione dei propri interessi di bottega politica.
16/05/2011 [stampa]
Ancora un settennato per conservare la costituzione.
Con un titolo sintomatico sul Riformista ( “Il triangolo delle Bermude” ) Emanuele Macaluso e Rino Formica propongono che “se in questo biennio non si ritrova una soluzione di pacificazione istituzionale , occorre prevedere sin da oggi la rielezione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano”.

A parte la facile ironia che desta il conto delle età dei protagonisti di questo triangolo di ipotesi, soprattutto per il fatto che a sinistra si è, più volte e già negli scorsi anni, sottolineato il calendario del Presidente del Consiglio, l’aver suggerito questa idea dimostra, soprattutto, come il sistema politico italiano sia bloccato.

Se ricercare una garanzia di stabilità ed equilibrio comporta invocare “l’istanza dell’arbitro istituzionale più alto”, significa che c’è una inadeguatezza degli altri livelli istituzionali e cioè del Parlamento e dell’Esecutivo.

Ed è evidente che proprio per il carattere di “custode della Costituzione” del Capo dello Stato, l’esaltazione della sua funzione politico istituzionale significherebbe di conseguenza che il settennato 2013-2020 si confermerebbe come una ulteriore fase di conservatorismo costituzionale.

Sorprende che la proposta parta da Rino Formica che visse, anche se non condividendolo, lo sforzo di Bettino Craxi per discutere e avviare la “grande riforma”.

E’, invece, interessante sottolineare come nel volume su gli “ Anni ’70 i peggiori della nostra vita” , con una interessante prefazione di Maurizio Sacconi, si faccia risalire la causa del diffondersi del clima e delle idee che portarono alle tragedie di quegli anni, alla mancanza di “un generale De Gaulle e non essendo possibile neanche una sua imitazione” ( il riferimento è a Randolfo Pacciardi “accusato di golpismo” ) “le forze politiche, tanto per cambiare, non furono all’altezza”.

E’ davvero rischioso per l’Italia rassegnarsi ad invocare, ancora per due anni più sette, il mantenimento di un sistema politico a livello centrale ibrido che, mentre ha riconosciuto la necessità di stabilità e governo delle istituzioni locali con un sostanziale presidenzialismo, continui, invece, a ritenere intoccabile quella forma di governo che ebbe per molti anni forza, e autorevolezza dettategli da partiti che esprimevano rappresentanza e leader di alto livello, ma che oggi mostra tutta la sua inadeguatezza.

Non ci si può rifiutare, ancora una volta, di guardare con spirito innovatore alla realtà del sistema politico ed alle sue inadeguatezze.

Attendiamo con pazienza che gli accenni che, episodicamente, ascoltiamo e leggiamo, sulla necessità di una riforma di tipo presidenziale della Costituzione, siano raccolti da quegli intellettuali che quasi quotidianamente ci fanno le loro “prediche” sulla crisi.
29/04/2011 [stampa]
L'intelligente predica di zio Romano.
Il “fondo” dell’autorevole ed equilibrato Sergio Romano sul Corsera del 28 aprile appare senza dubbio come un ragionamento corretto, al quale, tuttavia mancano alcune considerazioni e conclusioni.

Si dilunga sulle inadeguatezze e divisioni del governo, sfiora l’argomento, un po’ tabù per la proprietà RCS, su qualche inadeguatezza degli industriali che “preferiscono litigare piuttosto che lavorare insieme”, riduce l’incontro tra Berlusconi e Sarkozy ad una partita a due per evitare uno scontro che avrebbe danneggiato entrambi e, infine, lievemente accarezza contro pelo l’opposizione che “preferisce mandare a casa il governo piuttosto che dargli una mano a vincere una partita nazionale”.

Sotto sotto si sente l’odore suadente di una preferenza per il modello francese.

E allora?

Come si combina questa sua intelligente dissertazione, forse un po’ vaga, con una linea del giornale, di proprietà di quel mondo industriale che lui critica con soavità; giornale il cui direttore, Mieli, propose di votare per una coalizione, quella di Prodi del 2006, divisa su tutto, ed i cui opinionisti escludono riforme della Costituzione in senso presidenziale che, adottata a suo tempo in Francia, consente lì ancora oggi , stabilità e autorevolezza.

Il Corriere della Sera, il più importante ed autorevole quotidiano italiano, governato da un patto di sindacato, rappresenta bene il costume delle caste di questo Paese, pronte ad accusare i privilegi degli altri, ma a difendere i propri e che produce quelle prediche che Longanesi definiva “ delle vecchie zie”, inutili e senza costrutto, a cui piace, in fondo, una politica addomesticata.

Come ha ricordato Tremonti, in una intervista con Dino Messina, contenuta in un libro del maggio 2008, con la riforma della seconda parte della Costituzione, voluta dal governo Berlusconi, approvata dal parlamento e poi bocciata dal referendum , si perse una occasione storica, come rilevarono gli stessi Panebianco, Ostellino e Romano, che, tuttavia, rimasero voci isolate, mentre l’opinione “sociale” del giornale di via solferino non fece nulla per sostenerle.

Si va riaffacciando anche in questi giorni, in modo strumentale, il tema delle modifiche costituzionali.

Sarebbe ora che le “vecchie zie”, abbandonando le prediche, contribuiscano a rimuovere il piatto conservatorismo costituzionale della sinistra e affrontino il tema di una “grande riforma” che Craxi intuì, ma che non gli riuscì, per responsabilità della DC e che se non verrà discussa e avviata adesso , potrebbe comportare le stesse pesanti conseguenze, per le quali, allora, scomparve una classe politica e recò qualche danno al Paese
18/04/2011 [stampa]
La lettara di Pisanu e Veltroni non va nella giusta direzione.
La lettera di Pisanu e Veltroni pubblicata sul Corriere della Sera di venerdì 15 aprile è motivata dall’intento dichiarato di “riscrivere le Regole”.

Nonostante l’intento rinnovatore, e a parte alcune antiche reminiscenze linguistiche ( “discontinuità” , “dialogo fra visioni ed indirizzi programmatici differenti” ), la proposta risulta essere una logora ricetta consociativa ( nei primi anni ’90 qualcuno su “il Sabato” teorizzò il governissimo ) che presenta, anche una contraddizione di fondo.

Da una parte si vorrebbe “un bipolarismo … più avanzato di tipo europeo” e una “ democrazia matura dell’alternanza”, ma dall’altro si afferma che “la nostra stella polare è la Costituzione” , “ essa è l’espressione più alta dell’unità degli italiani, l’incarnazione meglio riuscita del mito democratico” .

Dopo questa esaltazione del “mito” della Costituzione , la lettera ritiene che le forme di questa siano “perfettibili” , ma “poiché i costituenti l’hanno scritta tutti insieme,anche noi, figli e nipoti, dobbiamo tutti insieme adeguarla ai tempi”.

E si ritorna quindi alla ricetta ormai stantia di “un nuovo governo che… potrebbe porre mano alle emergenze in corso, riformare la legge elettorale e consentire poi ai cittadini di scegliere tra proposte alternative di governo”.

La verità è che la Costituzione non deve essere solo “perfettibile”, ma deve essere cambiata, perché una democrazia dell’alternanza non è compatibile con il sistema parlamentare incarnato da questa Carta.

Ricordiamolo ancora una volta : prima del ‘94 il Parlamento era l’arena politica dei partiti e il cittadino esprimeva una mera delega , non era “arbitro” cioè non sceglieva né la formula di governo né chi era chiamato ad attuare il programma.

Finchè il sistema ha tenuto ed i partiti esprimevano, comunque, una rappresentanza, il consenso arrivava.

Poi il sistema si ruppe e la debolezza dei partiti consentì l’opera di distruzione delle procure.

Come scrisse Ruffilli nel 1988, prima di essere ucciso dalle Brigate rosse, la crisi del sistema politico doveva aprirsi ad un tempo nel quale il cittadino diveniva “arbitro”, perché già allora si intravedeva la possibilità che la crisi del sistema provocasse l’allontanamento dei cittadini dalle istituzioni.

Le cause, le condizioni e i modi nei quali avvenne il crollo della prima repubblica non consentono, oggi, di mantenere o ritornare al sistema parlamentare, ma occorre invece andare avanti verso un sistema dove il cittadino vota e sceglie un programma, una coalizione, un governo ed un leader. Solo questo è un sistema bipolare di alternanza democratica.

E’ sin troppo ovvio che una riforma della Costituzione dovrebbe essere approvata da un ampia maggioranza, ma poiché una parte delle forze politiche ritiene questa sostanzialmente intoccabile , la prospettiva è o quella di lasciare sostanzialmente le cose come stanno o fare una riforma che necessariamente viene approvata da una maggioranza limitata , ma che comunque sarebbe una maggioranza che intende cambiare le Regole, ormai obsolete, e che pongono a rischio il rapporto democratico tra istituzioni e cittadini.

E non può essere una legge elettorale a operare il necessario cambiamento e ciò è dimostrato dal fallimento di tutte le leggi elettorali che non hanno consolidato il sistema bipolare ed hanno allontanato i cittadini dalla politica , togliendo loro, prima con i collegi imposti e, poi, con le liste bloccate, anche la scelta di chi eleggere.

Un sistema politico che più corrisponderebbe alle esigenze che pone la crisi di oggi in Italia può essere simile a quello del presidenzialismo francese.

La soluzione “consociativa” proposta da Pisanu e Veltroni ha il banale obbiettivo di togliere Berlusconi dalla scena politica, gestire l’importante “emergenza”, e poi, probabilmente, sostituire l’attuale legge elettorale con un sistema di tipo “tedesco” che, nel clima politico dell’Italia,   in una tradizione frazionista piuttosto elevata e che ricorre anche in presenza di leggi elettorali che sollecitano le aggregazioni, sarebbe del tutto inefficace a conseguire gli obbiettivi della stabilità e dell’alternanza.

No, caro Buttiglione, la lettera di Pisanu e Veltroni non va nella giusta direzione: piuttosto che a un democrazia dell’alternanza si arriverebbe ad una democrazia di maggioranze variabili.

 
07/04/2011 [stampa]
La mediazione civile approvata da Borrelli.
Gli italiani sono litigiosi. Basta partecipare ad un’assemblea di condominio per rendersene conto. Le cause pendenti nei Tribunali civili sono 5 milioni e mezzo. In pratica 5 mila cause ogni 10 mila abitanti. Smaltire gli arretrati è quasi impossibile e per veder concludersi una causa civile ci vogliono in media 845 giorni lavorativi, ossia oltre due anni e mezzo. Tempi che si allungano quando si passa al processo d’appello per il quale ci vogliono 163 giorni e in Cassazione altri 1195 giorni.

E’ una situazione paradossale. Tra le riforme della giustizia questa era urgente. Su proposta allora del Ministro Angelino Alfano i due rami del Parlamento hanno approvato un nuovo sistema per evitare le lungaggini delle cause civili. Si chiama conciliazione che diventerà obbligatoria a partire dal 2012. Per quella data dovranno essere tagliate 300 mila controversie nei prossimi sette mesi e altre 700 mila alla fine del prossimo anno.

In sostanza le parti prima di recarsi, se lo vogliono, in Tribunale possono trovarsi davanti ad una nuova figura che si aggiunge a quella del giudice di pace chiamata mediatore che dovrà risolvere la controversia con una stretta di mano in 120 giorni. Gli organismi di conciliazione già operativi sono 600 e si potranno consultare sul sito internet www.giustizia.it. Le materie per le quali ci si può rivolgere al mediatore sono diritti reali, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, risarcimento danni per responsabilità, colpa medica, diffamazione a mezzo stampa, contratti assicurativi, finanziari, bancari e dall’anno prossimo per liti condominiali, risarcimenti danni da incidenti stradali.

La novità ha fatto scattare la protesta dell’organismo unitario dell’Avvocatura. Altri avvocati sono però favorevoli al nuovo strumento di conciliazione. C’è una tariffa trasparente e certa da pagare che mette in corrispondenza valore della lite e costo della procedura.

Tra i favorevoli del mediatore civile l’ex Procuratore generale della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli, per 20 anni giudice civile. “ Condivido questo obiettivo, ha detto iscrivendosi al corso di formazione che si terrà a maggio, della riforma Alfano. Considero, infatti, positiva l’etica del compromesso”.

Le affermazioni dell’ex capo di Mani pulite e del team chiamato delle “ toghe rosse” hanno suscitato sorpresa e scalpore. Borrelli riconosce che in Italia c’è un tasso di litigiosità molto alto e quindi “ per riportare i tempi della giustizia in parametri ragionevoli serve un cambiamento profondo e la riforma Alfano è un valido tentativo”.

E se lo dice Borrelli ci si deve credere. Peccato che lo dica ora che è in pensione.
09/03/2011 [stampa]
Riforma della giustizia: la parola a francesco Cossiga.
Se tutto procederà come previsto, giovedì 10 arriverà in Consiglio dei Ministri la riforma della giustizia. Una riforma ampia che Berlusconi, con una certa enfasi, definisce “epocale” e che cambia la Costituzione, e riorganizza, con un nuovo architrave normativo, la terzietà dei giudici e l’equilibrio tra accusa e difesa.

Sono contenuti fondamentali che servono a costruire un più democratico equilibrio dei poteri dello Stato.

Tuttavia, ci sono già, nel campo politico, coloro che minimizzano questi aspetti fondamentali della riforma per guardare solo alle esigenza più funzionali (UDC), non comprendendo che anche gli aspetti funzionali, senz’altro da migliorare, sono la conseguenza di una condizione che ha visto la magistratura consolidarsi sempre come potere e non come funzione per lo Stato e i cittadini.

Il PD non si pronuncia, non facendo capire se ciò avviene per convinzione o per timore di reazioni da parte dei magistrati, come già avvenne all’epoca del governo Prodi. Ma , forse, come vedremo oltre, per una sua cultura giustizialista, ormai ineliminabile.

I magistrati, invece, si mobilitano. Il Procuratore di Milano Armando Spataro bolla le proposte del governo, anche se non ancora presentate, affermando “nessuna delle riforme annunciate serve a far funzionare la giustizia e per rispondere agli interessi dei cittadini”.

Si arriva da parte di qualche magistrato a proporre una mobilitazione immediata , e come dice Spataro “ una risposta in tempi rapidi che non consista nell’ennesimo per quanto ottimo e condivisibile, comunicato stampa”.

Per contribuire a sottrarre questo tema, essenziale per valutare la qualità della nostra democrazia e la libertà dei cittadini, alla strumentale polemica ed alla critica corporativa, riportiamo alcuni passi scritti nel gennaio del 2003 da Francesco Cossiga e che lui stesso definì “una riforma utopica”.

“Anzitutto - scrive Cossiga – occorrerebbero riforme che portassero alla realizzazione di un vero e proprio processo accusatorio, con una vera ed effettiva terzietà del giudice e una effettiva parità tra le parti, sia private che pubbliche”; ciò -precisa - “ha il suo ineliminabile presupposto in una concezione del pubblico ministero come parte pubblica e cioè come organo amministrativo dello Stato”.

E’ necessaria. Continua Cossiga – “ la inderogabilità della divisione delle carriere dei giudici da quella dei pubblici ministeri secondo principi di unità, impersonalità e indivisibilità e secondo un principio di gerarchia, che non porta necessariamente alla subordinazione di esso al Governo – come nella maggior parte degli stati moderni – ma almeno della sua costruzione con un vertice, la cui nomina o sia approvata dal Parlamento e che verso il Parlamento sia responsabile, almeno per le linee generali della politica giudiziaria, nel suo aspetto esecutivo di realizzazione della pretesa punitiva dello Stato”.

“Altro presupposto – continua Cossiga – è quello della non obbligatorietà dell’azione penale non soltanto per motivi ideologici e di principio, ma soprattutto per motivi di realismo giudiziario e di prevalenza, anche solo eventuale, degli interessi supremi dello Stato, rispetto alla soddisfazione della pretesa punitiva “. Questa obbligatorietà, fa sì che “ di fronte alla moltitudine dei reati portati a sua conoscenza, diventi di fatto discrezionale e di una discrezionalità cui non corrisponde alcuna responsabilità”.

“Altro elemento di una riforma utopica dovrebbe essere la deburocratizzazione della magistratura …ancora governata da un regime di tipo impiegatizio, basato sui cosiddetti ‘pubblici concorsi’ con forti elementi di cooptazione familiare, di casta e di correnti … deburocratizzazione da realizzarsi mediate un più ampio e qualificato accesso alla magistratura ( da ‘arruolare’ solo tra avvocati, notai, funzionari di polizia, ufficiali dei Carabinieri e della Guardia di finanza, professori di diritto, funzionari di prefettura …)… con la non promovibilità dei magistrati stessi ( il magistrato è nominato a quel posto e , salvo altra nomina, in esso permane per la vita, come è appunto nell’ordinamento giudiziario inglese, salvo la progressione della carriera economica e per anzianità)…”.

Il “ Consiglio Superiore della Magistratura” – precisa Cossiga – “ organo che secondo la Costituzione è di sola alta amministrazione, e quindi da riportare alla sua posizione e natura di organo non costituzionale, ma solo e forse, di sola cosiddetta rilevanza costituzionale, come stabilito dalla Costituzione, poi ‘violata’ dalla legge ordinaria di applicazione, che gli conferì improprie funzioni superiori”.

“ La riforma – affermava Cossiga – deve essere incentivata nel rafforzamento massimo delle garanzie di indipendenza dei singoli giudici, che come organi singoli e non come corpo sono investiti dalla Costituzione della funzione giurisdizionale e questo anche sotto il profilo di una tipizzazione legislativa degli illeciti disciplinari dei magistrati, al fine di sottrali all’arbitrio della determinazione caso per caso da parte del Consiglio superiore della magistratura di ciò che sia ‘lecito’ e di ciò che sia ‘illecito, e quindi mediante la creazione di una vera e propria giurisdizione disciplinare distinta dal CSM, imparziale e non dominata quindi dalla logica del baratto tra le correnti, eventualmente attribuita ad un organo eletto ad hoc da magistrati e Parlamento o, ancor meglio, costituito mediante estrazione a sorte”.

Questo non recentissimo scritto di Francesco Cossiga affermava alcuni concetti molto chiari sulla sinistra che , diceva “in Italia è ancora giustizialista e poliziesca” e che “ ha cercato di aprirsi una strada giudiziaria al socialismo, organizzando in fazione parte della magistratura”.

“ La sinistra – aggiungeva Cossiga – non riesce a liberarsi né di questa cultura giustizialista, dopo esserne stata sacerdotessa tra i suoi elettori, né dell’alleanza con l’ala ‘militante’ della magistratura, di cui non dovrebbe accettare il potere politico, ma il cui potere politico invece accetta perché essa ha qualche interesse politico coincidente con alcuni dei propri”.

Lo scritto di Francesco Cossiga si conclude con tre “cose” : “quello della giustizia è il più grave dei problemi del nostro Paese”, “ il problema del giustizia, ancor prima che giuridico, tecnico e politico, è un problema di ordine culturale, e direi, addirittura, di etica pubblica è un problema che attiene alla coscienza, al senso di dignità del cittadino, al suo amore per la libertà” ; “il principale ostacolo alla soluzione di questo problema è la pervicace ostinazione di una parte dei magistrati nel concepire il proprio ufficio non come servizio, ma come potere”.
16/02/2011 [stampa]
Adozioni: una sentenza che fa politica.
Siamo ormai abituati a interventi della Magistratura che, invece di applicare le leggi esistenti, le interpretano fino al punto di sentenziare laddove non ha operato l’azione legislativa del Parlamento.

A volte – ed è accaduto in ogni campo applicativo – la Corte Costituzionale interviene per abrogare leggi o parti di provvedimenti legislativi dove si è espresso, con il voto, l’organo politico democraticamente più legittimato che è il Parlamento, modificando elementi essenziali di quanto statuito dalle Camere.

Con la recente sentenza 3572 depositata il 14 febbraio la Cassazione arriva ad esortare il Parlamento ad intervenire innovando decisamente il sistema delle adozioni.

“ Il legislatore nazionale – chiede la Suprema Corte - ben potrebbe prevedere , nel concorso di particolari circostanze, ad un ampliamento dell’ambito di ammissibilità dell’adozione di minore da parte di una persona singola anche con gli effetti dell’azione legittimante”.

Questa invito alla Camere di agire in questa direzione e cioè svincolando le adozioni dall’ambito del nucleo familiare, rappresenta, non solo una evidente intromissione nell’ambito politico, ma una ingerenza di carattere ideologico che, oltretutto, interferisce e limita il ruolo che la Costituzione affida alla famiglia come concepita dalla Carta stessa.

Su questo aspetto appare assai positiva la presa di posizione dell’Associazione Matrimonialisti Italiani che, tuttavia, sostiene anche la possibilità di adozione da parte di coppie conviventi le quali non si comprende come pretendano questo diritto, ma non accettino di arrivare ad un atto – il matrimonio - che costituirebbe una garanzia aggiuntiva di stabilità all’adozione stessa.

L’auspicio della Corte di Cassazione potrebbe, di fatto, aprire una prima porta alla possibilità di adozione da parte di coppie omosessuali che rappresenta una richiesta, già recepita in talune legislazioni europee di governi laicisti.

Appare sempre più evidente che siamo in presenza di uno squilibrio tra gli organi dello Stato , dove alla limitazione del potere politico legislativo, corrisponde una invadenza della funzione giudiziaria, che oggi si presenta come un potere.

L’accentuarsi di questa disfunzione, che si è sviluppata lungo diversi decenni, ha una data precisa e cioè quando vennero cancellate le prerogative di autonomia del Parlamento eliminando le immunità prevista dalla Costituzione del ’48.

Non vi è dubbio che oggi il governo ed il Parlamento siano “condizionati” dall’azione giudiziaria.

Il costituente di allora aveva stabilito un ruolo forte della Magistratura non solo riconoscendo l’autonomia di quella giudicante, ma , a differenza di altre costituzioni europee anche di quella inquirente.

Mentre offriva alla Magistratura questa prerogativa, ritenne necessario mantenere una autonomia della funzione legislativa da possibili ingerenze dell’azione giudiziaria. E se è pur vero che di questa immunità se ne fece un abuso, tuttavia, è dimostrato che proprio per un’azione giudiziaria, spesso senza esiti di condanna, si sono verificate crisi politiche che hanno devastato il sistema politico, sia quando governava il centrodestra che quando la maggioranze era di centrosinistra.

La sinistra non ritiene che si debba affrontare questa condizione con le necessarie riforme al fine di riportare in equilibrio il sistema istituzionale.

Al di là delle inadeguate intemperanze e delle mancate cautele nel comportamento del Presidente del Consiglio – che riguardano tuttavia la sfera privata – la questione giudiziaria rappresenta lo snodo istituzionale che andrebbe affrontano prima che l’ideologia giustizialista porti ad un imbarbarimento dello scontro politico nel Paese.

Questo scontro, questa divisione dell’Italia non sono certo il miglior viatico per celebrare i 150 anni di una unificazione che, come dimostrano le attuali spaccature politiche , sembra ancora lontana.
25/01/2011 [stampa]
Corte costituzionale: l'opinione di francesco Cossiga.
La decisione della Corte Costituzionale di ricondurre il “legittimo impedimento” a comparire del Presidente del Consiglio dei Ministri nell’alveo della disciplina ordinaria con la riaffermazione che il giudice sarebbe comunque chiamato a valutare, di volta in volta, la legittimità dell’impedimento a comparire, pur presentandosi come un “compromesso” rispetto alle diverse tesi che si sono confrontate , ha affermato un principio di prevalenza della magistratura rispetto al potere politico.

Su questa interessante questione che rappresenta, sul piano istituzionale e politico , il tema di fondo che ha condizionato la storia italiana degli ultimi decenni, pubblichiamo quanto, a suo tempo, Francesco Cossiga disse al giornalista Andrea Cangini nella suo ultimo libro-intervista “Fotti il potere” ( Aliberti editore, pagine 71-72 ).

“ E’ così diffidente , Francesco Cossiga, che non appena gli si chiede del potere dei giudici sulle cose della politica cita Carl Schmitt: “ Il quale scrisse che l’invenzione della Corte Costituzionale era una solenne sciocchezza, nonché un pericolo perché un giudice che può giudicare le leggi è, di fatto, un organo politico. Di più: è un organo politico superiore all’organo politico per eccellenza, il parlamento. Non a caso i due Paesi che nel Novecento per primi si diedero una Corte costituzionale furono tutti e due travolti: prima l’Austria della dittatura antitedesca , ma patriottica del fascista Engelbert Dollfuss, poi la Germania di Weimar, sulle cui ceneri nacque il Terzo Reich. La gente non sa che negli stati Uniti vi è una durissima polemica contro la Corte suprema, e i più critici sono i cattolici teocon, gli ebrei praticanti, i battisti e gli altri evangelici che fanno capo alla rivista First Think. Ambienti diversi, ma accumunati dalla preoccupazione per un organismo giustamente accusato di emettere sentenze ‘politiche’. Personalmente, ho sempre sostenuto che la Corte costituzionale italiana è un organo di arbitraggio politico esercitato in forma giurisdizionale”.
20/12/2010 [stampa]
Dall'inchiesta sul 41 bis emerge il governo debole di allora.
A prescindere da quanto emergerà dall’inchiesta della Magistratura sulla vicenda della mancata conferma, all’epoca del governo Ciampi, del 41 bis ad una serie di detenuti per reati di mafia, alcune evidenze spingono a riflettere.

Se pensiamo a quanto è stato scritto in base a congetture e inattendibili dichiarazioni di pentiti, sull’ipotesi, ormai dimostratasi infondata, di un coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri, non possiamo non constatare che una parte della stampa si è occupata della vicenda sotto l’influenza di teoremi di carattere politico e che questo ha, oggettivamente, comportato una grave distorsione della funzione di informazione della pubblica opinione.

Resta peraltro inspiegabile come il solo riscontro delle date dei mancati rinnovi o, ove ci fossero, delle revoche o non applicazione della normativa speciale, avrebbe dovuto far promuovere una obbligatoria azione di indagine da parte della Magistratura inquirente che, invece, si muove ora, solo dopo le dichiarazioni dell’ex Ministro Conso.

Desta perplessità, inoltre, e se ne auspica una breve durata, la segretazione dei verbali delle testimonianze degli ex presidenti della Repubblica che hanno, recentemente, riferito agli inquirenti, essendo stati al tempo ai massimo vertici della Repubblica.

La gravità degli eventi di allora, il sospetto di una trattativa, analizzati secondo le precedenti inchieste, non possono rimanere come i dati più evidenti, mentre si aprono scenari del tutto differenti di possibili responsabilità.

L’opinione pubblica ha diritto di conoscere il vero quadro nel quale si svilupparono i gravissimi fatti del 1992-93.

Una impressione emerge,comunque, con sempre maggiore chiarezza. Anche accettando l’ipotesi di una assoluta estraneità di intenzioni meno che corrette da parte di Conso, Mancino, Ciampi e Scalfaro, in qualche modo chiamati in causa, il risultato che emergerebbe rispetto alla vicenda della eliminazione del 41 bis è la debolezza del governo e delle istituzioni di allora.

Quella fase politica che, in qualche modo, è stata rappresentata con una sorta di superiorità morale dei protagonisti di allora , rispetto agli esponenti ed ai governi precedenti, è tuttora considerata come uno dei passaggi alti nella storia della Repubblica.

Sembra emergere una diversa verità politica: anche l’idea che si sia verificata una iniziativa autonoma da parte del Ministro di grazia e giustizia di allora e non conosciuta dagli altri vertici politici dimostrerebbe uno scarso coordinamento politico e inaspettate “distrazioni”.

Questa “debolezza” politica , di per sé, farebbe giustizia di tanti stereotipi diffusi su personaggi e governi di quel periodo.
10/12/2010 [stampa]
Una Crisi al buio.
I cultori del sistema tedesco sanno che, oltre ad una rappresentanza sostanzialmente proporzionale, con soglia di sbarramento non elevata, il sistema politico della Germania prevede la cosiddetta “sfiducia costruttiva” (Misstrauensvotum) introdotta in Germania dalla Legge fondamentale del 1949, che recita: "Il Bundestag può esprimere la sfiducia al Cancelliere federale soltanto eleggendo a maggioranza dei suoi membri un successore e chiedendo al Presidente federale di revocare il Cancelliere federale. Il Presidente federale deve aderire alla richiesta e nominare l'eletto".

In tre casi , di cui due hanno avuto successo essa venne proposta: nel 1974 quando Helmut Schmidt sostituì Willy Brandt e nel 1982 quando Helmut Kohl successe allo stesso Schmidt nella cancelleria.

La Costituzione italiana non la prevede, ma affida al “sovrano” Presidente della Repubblica il compito di risolvere una crisi politica che si presentasse con le dimissioni del governo o con la sfiducia delle camere.

E’ questa una delle tante anomalie di una Costituzione vecchia di oltre sessanta anni e , soprattutto, diventata, nelle sue articolazioni della forma di governo, una vera e propria camicia di nesso della nostra democrazia.

Questa condizione di debolezza strutturale ha consentito in passato e consente ancora oggi alle forze politiche e parlamentari di aprire crisi al buio, favorendo operazioni politiche volte solo a eliminare un governo, senza porsi minimamente una prospettiva di uscita dalla crisi che si viene a creare.

Queste crisi erano state il modo con il quale la partitocrazia, cambiando un governo ogni anno, salvo rare eccezioni, regolava i conti interni, riarticolando gli equilibri tra le forze politiche e all’interno di esse.

Tutto ciò aveva la possibilità di mantenere una continuità democratica per il solo fatto che, soprattutto nei primi decenni del dopoguerra, le forze politiche avevano una forte capacità di rappresentanza ed segretari dei partiti una notevole possibilità di mediazione.

E, soprattutto perchè, nonostante questi giochi parlamentari e politici, la politica manteneva una sua forza ed autorevolezza decisionale e di sottrarsi al condizionamento estero o dei cosiddetti poteri forti.

Oggi, aprire una crisi al buio, come si sta ipotizzando in questi giorni, girando al Capo dello Stato la responsabilità di risolvere la crisi , in una condizione, peraltro, assai poco risolvibile, rappresenterebbe un ulteriore indebolimento del sistema politico di fronte ai poteri interni delle lobbies e di fronte ai mercati ed alle logiche speculative che la deregulation del sistema finanziario internazionale ha reso notevolmente più forti.

In mancanza di una riforma che introduca in maniera organica gli elementi indispensabili per favorire la governabilità e la stabilità degli esecutivi, l’unico modo per assicurare autorevolezza e stabilità, allontanando le deleterie manovre di palazzo, è quello di affermare il principio che la legittimità sostanziale di un governo è rappresentata dal voto degli elettori ed il venir meno delle condizioni della sua stabilità non può che determinare il ricorso ad elezioni anticipate.

L’ostinatezza con la quale Berlusconi rifiuta di dimettersi prima delle votazione sulla fiducia, non significa solo diffidenza o rifiuto aprioristico, ma appare come la difesa di un principio politico di salvaguardia del governo dalle manovre di palazzo che oggi, assai più che ai tempi della prima repubblica, rappresenterebbero un danno per la democrazia e per la credibilità delle istituzioni, oltre che la eliminazione del valore obbligante delle scelte degli elettori.
25/11/2010 [stampa]
Contro la riforma universitario Bersani "va per tetti".
L’ ”assalto” al Senato degli studenti contro la riforma universitaria mostra ancora una volta come la ”piazza”, soprattutto quella mossa dall’estrema sinistra, si dimostri, spesso, un’arma di sostegno di poteri e di aree di privilegio.

Nel caso dell’Università una riforma come quella in discussione che pone un limite alla durata massima dei mandati dei rettori, che introduce un concorso nazionale per l’abilitazione scientifica e che stabilisce il limite delle 12 facoltà per ogni ateneo, eliminando quelli antieconomici, sta provocando la “rivolta” di quei poteri che vengono intaccati e ai quali offre il suo appoggio la “rivolta” degli studenti.

Bersani insieme a Di Pietro, con la scusa della difesa di ricercatori e studenti, compie un atto di tipo movimentista salendo sul tetto della facoltà di Architettura dell’Università di Roma e con questo gesto sigilla la posizione del PD contrario anche a questa riforma.

Correre dietro a qualsiasi interesse costituito oltre a non rappresentare una capacità di scelta politica, significa per il PD assumere anche un ruolo di conservazione di quanto di parassitario e di irrazionale si è accumulato nei decenni in Italia.

E’ evidente anche un’altra lettura di questo gesto del segretario del PD. La sensazione che ci si trovi a fine legislatura e nella prospettiva di una imminente campagna elettorale impone al partito di Bersani di inseguire tutto ciò che si muove alla sua sinistra, fino a giungere ai gesti che, nei mesi scorsi, hanno spinto manifestanti che non si sentono tutelati dalle organizzazioni sindacali a salire sui tetti.

Mentre nel passato il PCI era in grado di contenere i movimentisti, oggi i movimentisti dettano la linea al PD.

E difficile che un partito che deve ricorrere a questa strategia possa pensare di costruire alleanze con altri partiti moderati o espressione di idee non compatibili con le linee dei movimenti estremi.
30/09/2010 [stampa]
Bossi e Montezemolo ovvero il consenso popolare e le fondazioni.
A volte Bossi davvero sorprende.

Da parte di molti si tende a sottovalutare il forte senso politico del leader leghista. Ci si sofferma a ironizzare sulle sue uscite estemporanee ( l’ultima è stata la traduzione di SPQR in chiave da avanspettacolo), ma si riflette poco sulla sua abilità strategica, senza contare che la più importante riforma istituzionale che si sta realizzando in Italia deriva dalla sollecitazione politico programmatica della Lega di Bossi.

Pur con il noto carattere spigoloso e la forte verve polemica il leader leghista non ha risposto alle pesanti accuse rivoltegli dal sito “Italiafutura” di Montezemolo: “ha costruito il successo politico … anche sulle provocazioni. Di fatti se ne sono visti ben pochi. Se non la corresponsabilità della Lega in questi sedici anni di non scelte che hanno portato il paese ad impoverirsi materialmente e civilmente”.

Il motivo che ha spinto Bossi a non rispondere a Montezemolo è perché non lo ritiene un interlocutore politico.

In democrazia è fondamentale che il confronto e la polemica politica si svolgano tra i soggetti politici e la fondazione Italiafutura non è un soggetto politico.

Ovviamente le fondazioni hanno tutto il diritto di esprimere le loro valutazioni di carattere politico, ma esse restano , come sono, gruppi di pressione, soprattutto quelle che sono state costruite da imprenditori. Diversi sono i soggetti politici: essi devono misurarsi sul consenso, devono elaborare la loro linea a partire dagli iscritti e simpatizzanti e dibattere le scelte nei loro organi e , infine, misurare la loro influenza sul piano delle elezioni e in base al voto dei cittadini.

Questa differenza tra soggetti politici e fondazioni deve essere ben presente in un momento politico nel quale è messo in discussione il consenso elettorale e il suo ruolo nella indicazione di chi deve governare il Paese.

Negli ultimi tempi al dibattito tra i partiti si va sostituendo quello tra le fondazioni e non è certo un elemento positivo per la democrazia italiana.

A Montezemolo e alla sua fondazione la democrazia del voto piace assai poco ed è nota la posizione che assunsero invitando gli elettori ad astenersi dal voto nelle ultime elezioni regionali.

Piacerebbe a questa fondazione un sistema elettorale diverso da quello attuale che, con il premio di maggioranza, consente a chi vince le elezioni di poter governare, introducendo invece una legge di carattere proporzionale non bipolare che consentirebbe a chi perde le elezioni ed acquisisce un consenso nettamente minoritario, di vincere diventando l’ago della bilancia per formare le maggioranze e, quindi governare.

E’ questo l’obbiettivo di quel “terzo polo” che dovrebbe mettere insieme Fini, Rutelli, Casini e Montezemolo.

La via italiana per il rafforzamento della democrazia passa attraverso una riforma politica che affidi definitivamente agli elettori e non alle alchimie parlamentari la scelta di chi governa ed è contro questa riforma che agiranno sempre i gruppi di pressione, le fondazioni e le oligarchie conservatrici del Paese.
17/09/2010 [stampa]
Trasformismo, parlamentarismo e democrazia.
Sulla questione della costruzione di un nuovo gruppo parlamentare chiamato di “responsabilità” e sulle possibili adesione si è accesa una campagna con toni variamente sussiegosi.

Per la verità la questione del “trasformismo” è una antica caratteristica delle assemblee parlamentari e sarebbe facile risalire a precedenti storici vicini e lontani.

E non ci sono dubbi che si tratti di una pratica condannabile che, spesso, presenta aspetti di carattere personalistico più che politico.

Tuttavia appare ridicolo e strumentale l’assunzione di toni moralistici che, rispetto alla vicenda in corso, si palesano soprattutto a sinistra.

Chi lo fa da questa posizione politica dimentica che il governo D’Alema potette essere insediato per l’apporto determinante nell’ottobre del 1998 di voti in Parlamento che provenivano da una scissione che fu organizzata dal CDU, con parlamentari eletti nel ‘96 nelle liste di Forza Italia; ricordiamo anche che tra i “transfughi” vi fu allora anche l’ “autorevole” professor Buttiglione.

E facile dimostrate come lo sdegno morale si usi a seconda della convenienza politica di criticare o meno l’avversario e non ha nulla a che vedere con l’esigenza di un più rigoroso rispetto del voto o di una necessaria coerenza politica.

Per la verità questo moralismo d’accatto risponde alle logiche politiche prevalenti soprattutto a sinistra ove l’ideologia leninista ha passato la mano alla ideologia giustizialista che, proprio per non essere una espressione politica, appare più pericolosa e sterile.

Il trasformismo si presenta come una degenerazione del parlamentarismo, nel senso che il principio di per sé valido della prerogativa del parlamentare di svolgere la sua attività ”senza vincolo di mandato” degenera nella possibilità di spostarsi da una posizione politica ad un’altra – da opposizione a maggioranza e viceversa - , anche nel caso di un sistema bipolare.

Poiché è evidente che il rimedio non può essere offerto da interessate perorazioni moralistiche, occorrerebbe portare avanti quelle riforme del sistema politico che traducano in norme costituzionali il principio democratico che il governo è deciso dagli elettori e che, la modifica di una maggioranza o il venir meno della stessa non può che determinare lo scioglimento delle Camere.

Un’ultima notazione: appare del tutto inadeguato il ragionamento di chi, avendo criticato Berlusconi e Bossi quando avevano espresso l’idea che il venir meno della compattezza della maggioranza avrebbe potuto determinare la crisi e il ricorso alle elezioni , oggi si scaglia contro il “mercato” di parlamentari che tende ad allargare il consenso al governo per impedire la fine della legislatura.
26/08/2010 [stampa]
La fazione dei Finiani all'origine della rottura nel PDL.
Come è stato rilevato , datano da lungo tempo le distinzioni di Gianfranco Fini nei riguardi delle scelte politiche di Berlusconi. Ciò che ha determinato l’improvviso aggravamento dei rapporti è il fatto che Fini, nettamente in minoranza nel PDL, aggiungeva alla sua posizione il peso politico della carica di Presidente della Camera.

Non si può non richiamare alla mente il differente comportamento di Pierferdinando Casini quando faceva assumere a Marco Follini – segretario dell’UDC partito alleato, ma diverso - posizioni critiche nei riguardi del governo, mentre, da parte sua, manteneva in una linea ineccepibile, in ossequio alla sua carica terza.

L’improprio uso politico della Presidenza della Camera ha aggravato il problema di per sé già difficilmente gestibile delle diverse leadership all’interno del PDL, creando le condizioni della rottura politica.

Le posizioni di Fini, dei suoi sostenitori e di “Fare Futuro”, sono state, poi, enfatizzate dai media collegati con le posizioni politiche antiberlusconiane, creando quella condizione, a suo tempo analizzata dal prof. Antonio Lombardo, allievo del prof. Sartori, una interessante figura di scienziato della politica, di un ”fazionismo eterodiretto”( Il Mulino luglio-agosto 1971), cioè dell’esistenza di una fazione assolutamente minoritaria che assume un ruolo politico all’interno di un partito sulla base del sostegno che riceve dall’esterno.

Se nella prima repubblica tutto ciò determinava una precaria condizione di governabilità, nell’attuale situazione di bipolarismo, seppur incompleto, la situazione diventava non sopportabile.

Per questa ragione è assolutamente improprio sostenere da parte dell’on Bocchino e di altri che Fini e i suoi siano stati “cacciati” , mentre è nella logica bipolare che all’interno di un partito prevalga un assetto coerente con il programma: infatti nel sistema bipolare le fazioni non sono tollerabili e vengono espulse dal “sistema”. Qualcosa di analogo sta avvenendo da mesi, anche nel Partito Democratico.

La costituzione di nuovi gruppi parlamentari e quella imminente di una nuovo partito , del quale già si sono create da tempo le basi logistiche oltreché di indirizzo politico-culturale, rende ancor più evidente che ci si trova di fronte ad una rottura insanabile.

Sono evidenti le difficoltà di portare avanti un programma di governo con questa scissione politica all’interno del centrodestra, poiché se pur passasse a settembre la mozione sui punti programmatici, la concreta vita parlamentare fatta di voti su leggi ed emendamenti, costituirebbe il terreno di coltura di una serie di “agguati” che renderebbero precaria la stabilità e l’efficacia operativa dell’ esecutivo, e, soprattutto darebbero ai finiani la possibilità continua di ricattare la maggioranza.

Berlusconi, per la sua caratterizzazione in politica, non può scivolare in questa situazione.
26/07/2010 [stampa]
CSM, Giustizialismo e politica.
In fondo, dietro alle vicende complesse e contraddittorie della legge per le intercettazioni c’è la questione istituzionale del ruolo della Magistratura e della giustizia , del loro peso nelle vicende politiche italiane, dei collegamenti con il mondo dell’editoria e del giornalismo e dell’ espandersi della loro cultura nelle idee e nella natura delle forze politiche.

Tale questione ha la sua origine nella struttura della Costituzione e, per la loro rilevanza, nelle ideologie che ne animarono il dibattito e le soluzioni.

Si fecero delle scelte allora che posero in nuce la possibilità che alla Magistratura ed ai suoi organismi costituzionali fosse affidato un ruolo di supplenza e di intervento nella politica sulla base di un’idea di democrazia guidata.

Questa condizione costituzionale che ha posto nel tempo la Magistratura come potere e non come funzione ha il suo centro propulsivo nella natura che è andato assumendo il Consiglio Superiore della Magistratura.

Carlo Federico Grosso il 20 luglio sulla Stampa ne analizza obbiettivamente le caratteristiche e le conseguenze: “Due sono i nodi – scrive - che devono essere affrontati in modo prioritario: il peso straordinario delle correnti, i rapporti con la politica. Due nodi che, sia pure in modo diverso, condizionano le decisioni del Consiglio”. “Il peso delle correnti – continua Grosso – è assolutamente asfissiante. Lo era già anni fa’ … è difficile pensare che, senza una spinta forte, senza, magari, uno scandalo, l’ordine giudiziario sia in grado di riformare sé stesso, rinunciando a qualche abitudine consolidata o a qualche privilegio o potere di qualche suo dirigente”.

Nell’analisi dell’ex membro laico del CSM emerge anche un distorto rapporto con la politica: “il Consiglio superiore non è stato insensibile alle sirene dei partiti, alle interferenze, agli scambi;…magistrati che cercavano la simpatia e l’appoggio dei politici; politici che cercavano a loro volta di appoggiare per acquisire meriti e potere; rapporti con il mondo dei partiti …”.

L’inizio di una fase diversa, per Grosso, dipenderebbe da una diversa e più qualificata designazione dai componenti laici del CSM.

La sferzante analisi di Grosso è stata ripresa il giorno dopo da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera.

Panebianco va oltre le ricette di qualità e comportamento auspicate da Grosso e invoca “seri interventi di riforma”, poiché tra i due aspetti analizzati su La Stampa “ c’è una relazione: la competizione correntizia porta inevitabilmente le correnti ad intrecciare rapporti con le varie componenti della classe politica”. “Ma _ è la constatazione del Corriere – allo stato degli atti far finire il correntismo è impossibile”.

“Occorrerebbero delle buone riforme – suggerisce Panebianco – e, insiste: “l’istituzione avrebbe bisogno di un forte rinnovamento”, poiché “ il difetto del CSM , così come lo ha designato la Costituzione , è strutturale. E’ un organo i cui componenti sono eletti dagli stessi delle cui sorti decidono. Gli eletti si occupano , oltre che dei provvedimenti disciplinari che riguardano i loro elettori, anche delle loro nomine trasferimenti, eccetera. Era inevitabile che in queste circostanze le correnti organizzate finissero per dominare il CSM e la lottizzazione diventasse, per diretta conseguenza, il criterio dominante delle decisioni del Consiglio”.

L’articolo di Panebianco si conclude con un interessante post scriptum. “Tra i compiti del CSM ci dovrebbe essere anche quello di vigilare sulle dichiarazioni dei magistrati. Quella di ieri del pm di Caltanissetta, secondo il quale la verità sulle stragi sarebbe vicina e la politica potrebbe non reggerne l’urto, appare clamorosa ed assai avventata. Cerchi la verità, ma non ne anticipi le conseguenze politiche”.

La tesi che discende dallo scritto di Panebianco è evidente : nell’humus istituzionale nel quale si sviluppa il ruolo politico della Magistratura, il pm di Caltanissetta ha fatto una dichiarazione politica: alcuni avrebbero smentito quella dichiarazione, ma, se confermata, comporrebbe rilevanti effetti politici; il fatto che il CSM non interverrebbe sarebbe la prova che alla Magistratura appartiene ormai un ruolo che non è solo quello di surroga della politica, ma, addirittura, di giudizio e di condizionamento della politica.

In questa condizione una democrazia rischia di non sopravvivere; anche perché ci troviamo di fronte ad una grande e clamorosa contraddizione: la politica ed il governo che vengono avvertiti ed attaccati dalla Magistratura sono quelli che , in questi anni, hanno inferto i colpi più clamorosi ed efficaci alla criminalità organizzata.

La politica, il governo e il Parlamento non possono arrendersi di fronte a questa situazione di grave squilibrio istituzionale.

Una riforma costituzionale del CSM dovrebbe realizzarsi con un più vasto accordo rispetto alle forze politiche che sostengono il governo, tuttavia il giustizialismo pervade ampiamente e trasversalmente sia il partito di maggioranza che le forze di opposizione, ne sono la dimostrazione le polemiche del Presidente della Camera verso Berlusconi e il recente confronto interno al PD tra Bettini e Violante che ha trovato spazio sul Riformista.

Le posizioni giustizialiste impediscono un confronto pacato e costruttivo tra le forze politiche per le necessarie riforme e introducono elementi ideologici che comportano un significato assolutista della giustizia.

A proposito del giustizialismo ci piace riportare alcune parole dell’illustre giurista tedesco Ernst-Wolfgang Bockenforde scritte nell’epoca della riunificazione tedesca e dei problemi dei rapporti e delle responsabilità sui crimini commessi all’Est che ne scaturirono.

Sono riflessioni che riguardano le vicende del dopo 1989, ma posseggono una valenza autorevole e convincente ed un significato più generale.

Si domandava il giurista tedesco: “La giustizia è dunque l’alfa e l’omega della vita di una comunità politica?”. “ Nella vita dei singoli – si rispondeva – ci sono situazioni in cui procedere sulla base del diritto e della giustizia, e tener fermo l’obbiettivo di produrre la giustizia, distrugge la stessa opportunità di vita”.

Ma, si incalzava ancora Bockenford: “sono possibili situazioni di questo tipo nella convivenza propria di una comunità politica? “. Ed ancora si rispondeva:” Io penso di sì. In quanto unità d’azione e operativa di più uomini, anche la comunità statale non si sottrae alle circostanze e alle insidie che appartengono alla vita umana. E’ naturale, del resto, che queste si riflettano sul piano della convivenza organizzata. Un caso oggi attuale è dato dai periodi di rottura politica, in particolare dall’uscita da un dominio totalitario ormai crollato”.

Concludendo queste riflessioni Bockenforde, a proposito della riunificazione della comunità tedesca, invocava una “ conciliazione “, “ di cui una comunità politica ha bisogno… Questo distogliere lo sguardo sarebbe allora nell’interesse del bene comune”.

“In questa sede – continuava e concludeva – si presenta una possibile differenza tra bene comune e giustizia. Per come stanno le cose umane la giustizia non sempre è sufficiente, ed essa talvolta deve essere oltre-passata dalla grazia e dalla rinuncia. Ciò è cosa fondamentalmente diversa dalla negazione della giustizia”.

Riportare nel corretto rapporto politica e giustizia non significa andare contro la giustizia. Ed anche la politica deve riallinearsi al senso della ricerca del bene comune.

La “conciliazione” tra politica e giustizia passa per la emarginazione del giustizialismo, poiché quest’ultimo e la cattiva politica si alimentano reciprocamente.

Le necessarie riforme costituzionali che l’Italia attende debbono esprimersi, rigorosamente, come un alta espressione di buona politica.
15/07/2010 [stampa]
Casini e il ritorno alla "Palude Dorotea".
Negli anni ruggenti del potere democristiano qualcuno coniò la definizione di ”palude dorotea” per quella realtà democristiana che organizzava le scalate e la gestione del partito sulla base del mero potere.

Che , poi, il doroteismo fosse un fenomeno assai più complesso, in quanto esprimeva, purtroppo senza la giusta caratura culturale e politica, la base moderata del partito, questo non venne mai sufficientemente analizzato. Rumor, Piccoli, Bisaglia, Gaspari , Gava, Petrucci ed altri leader democristiani furono personalità importanti, purtroppo sopraffatti, sul piano della immagine, da una pubblicistica di ispirazione radicale che ne tratteggiò unicamente la caratteristica di potere.

Per la verità le manovre dorotee di potere prestavano il fianco alla critica perché, spesso, le scelte ed i posizionamenti interni al partito prescindevano dal disegno storico politico. Solo Aldo Moro possedeva l’arte di connettere gli assetti interni di partito e le soluzioni di governo ad un respiro di spessore storico.

Sono passati decenni, la DC non c’è più; la logica politica della grande mediazione è scomparsa , probabilmente con la morte di Aldo Moro; i democristiani che scorrazzavano nel movimento giovanile della DC oggi sono all’interno di molte forze politiche.

Con queste premesse, probabilmente si è in grado di dare una valutazione alle diverse trame che stanno percorrendo la politica, soprattutto nell’affannoso rincorrersi delle possibili strategie per la costruzione di una alternativa a Berlusconi e al suo governo.

Berlusconi e il centro destra hanno vinto le elezioni ed è questa la base di legittimità democratica che impegna anche l’esecutivo alla attuazione di un programma che gli elettori hanno condiviso.

Il tentativo di superare questa condizione, in una presunta ed eventuali crisi politica del governo, sulla base di un intreccio di accordi trasversali tra le forze politiche presenti in Parlamento, risponde ad una logica che animava la politica prima che intervenisse non solo e non tanto un incompiuto meccanismo bipolare, ma quel rapporto tra scelta di chi governa e l’indicazione del premier che è stato introdotto nell’assetto istituzionale del Paese.

E’ stato introdotto il principio con il quale il cittadino è il decisore delle scelte di chi deve governare anche in base ad un programma e un leader che si sottopone al consenso elettorale.

Le manovre volte a costruire la possibilità di una alternativa politica all’attuale maggioranza costituiscono il rifiuto e l’abbandono di questo principio.

Ora se le alleanze non sono sottoposte al vaglio degli elettori, se esse non si formano sulla base di programmi anch’essi giudicati dagli elettori, se si vuole procedere sulla base di possibili divisioni all’interno delle forze politiche , modificando il ruolo che ad esse gli elettori hanno assegnato con il voto, è evidente che le nuove alleanze si formano sulla base di una scelta di potere.

Ancor più evidente è che questo tentativo di accordo di potere si fonda unicamente sull’idea di accantonare l’esperienza politica di Berlusconi che, ricordiamo ancora una volta, è stato designato dagli elettori con il voto.

Siamo al tentativo di costruire una mediazione con lo scopo di realizzare un accordo di potere alternativo a Berlusconi.

Casini viene indicato come il maggiore protagonista di questa prospettiva.

Ora l’esperienza del leader dell’UDC, pur nella giovane età si è svolta intorno ad una esperienza politica nell’area dorotea, in quanto la figura di riferimento di maggiore spessore, per lui, fu quella di Antonio Bisaglia.

Casini ha di fronte a lui una doppia possibilità che la complessità della situazione politica gli offre. O quella di lavorare per la costruzione di un sistema bipolare fondato su regole certe che attenui le asprezze dell’attuale condizione politica, ma che confermi pienamente il ruolo essenziale degli elettori nelle scelte di chi governa, secondo quella concezione che Roberto Ruffilli teorizzò con grande lucidità prima che le Brigate Rosse lo uccidessero, quella cioè del cittadino arbitro, o l’altra possibilità, quella cioè di realizzare un accordo di potere, privo di legittimità elettorale, che mettendo insieme un eterogeneo fronte politico e programmatico, consenta di realizzare un assetto diverso

E’ abbastanza evidente che tale ultimo progetto presenta una serie di difficoltà che lo rendono abbastanza velleitario in quanto verrebbe violato un principio della attuale costituzione materiale che si è andato affermando da quando si è indirizzato il sistema elettorale sulla base di scelte di schieramenti contrapposti ed il vincitore stabilito dagli elettori. Lo stesso Presidente Napolitano difficilmente avvallerebbe una prospettive in tal senso.

Questo improbabile accordo di potere , di non alto profilo politico e istituzionale, questo ritorno alla “palude dorotea”, avverrebbe, tra l’altro, in una condizione di debolezza delle forze politiche, di scarso spessore delle classi dirigenti, di prevaricazione di una serie di poteri al di fuori della politica e delle istituzioni,ed emarginerebbe, ancora una volta, gli elettori.

Casini che conosce più di tutti i sentieri angusti della “palude dorotea”, dovrebbe essere in gradi di evitare di finirci dentro, insieme al sistema politico del Paese.
28/05/2010 [stampa]
Federalismo solidale e identitario.
Una intervista del professor Stefano Zamagni su Avvenire del 26 maggio offre una chiave di lettura possibile dell’atteggiamento cattolico sulla questione istituzionale del federalismo.

“Sono per il federalismo solidale, a patto che non diventi una scusa per frenare il federalismo” afferma con chiarezza Zamagni, cogliendo un aspetto del tatticismo che accompagna il dibattito su questa importante riforma costituzionale.

Quante delle preoccupazioni che emergono a destra e sinistra circa i rischi di impoverimento di alcune regioni sono sinceramente rivolte ad assicurare che il meccanismo federalista non penalizzi il meridione e quante, invece, sono motivate da una difesa aprioristica del modello centralista dello Stato ?

Una ulteriore affermazione del professore della cattolica chiarisce il contesto storico che non va trascurato rispetto alla questione del federalismo: “noi cattolici siamo soci fondatori dello Stato unitario, ma il federalismo è nel nostro dna, basta pensare a don Sturzo”.

Nella sua sintetica semplicità questa sottolineatura tende a riproporre una rivisitazione del processo unitario dell’Italia, condotto in un senso centralistico ed anticattolico, rispetto ad un possibile percorso che coinvolgesse, senza sopprimerle, le diversità storiche e culturali.

C’è, infatti, aspetti del federalismo che non vengono colti da un dibattito tutto teso a stabilirne i costi, pur essi importanti sotto il profilo delle necessarie economie di spesa pubblica, e sono quelli della responsabilità e della identità.

Il concetto di responsabilità appartiene in primis all’idea cattolica della sussidiarietà e quello della identità è la questione non risolta dal Risorgimento che pensò di imporre al processo unitario, storicamente giusto, una visione di carattere nazionalistico, cioè al valore della patria, a volte si sostituì l’ideologia e il mito della Nazione.

Il coraggio dei cattolici e la tradizione sturziana dovrebbero ritornare nel programma di coloro che si pongono su una linea di centro, magari estremo.
20/04/2010 [stampa]
Amato, anzi ..."amatissimo".
Giuliano Amato interviene con garbo ed argomentazioni nel dibattito delle riforme istituzionali, in un articolo sul Sole 24 Ore che reca due titoli significativi “Le riforme solo ponte tra politica ed economia” e “ Parlamento da non svilire”.

Dopo aver premesso, concordando con Gianni Riotta, che “le riforme che ci interessano sono quelle che ci possono aiutare a non trovarci , fra qualche anno , più vecchi e meno ricchi, anzi … più vecchi e più poveri”, rileva che il miglioramento del “ processo decisionale politico non passa attraverso l’elezione diretta del capo dello stato, ma investe l’equilibrio da trovare fra le prerogative del governo e la messa a punto di un ruolo del parlamento, di cui le democrazie contemporanee stanno percependo tutta la delicata importanza”.

La contrarietà per l’elezione diretta del Capo dello stato è da intendersi rispetto ai poteri che esso detiene nel sistema francese o , comunque, in quello presidenziale. L’ex presidente del consiglio ritiene, comunque, che dovrebbero essere incrementati i poteri del premier , ma senza elezione da parte del popolo.

E’ evidente l’intento di Amato che è quello di preservare l’attuale forma di democrazia parlamentare. Ora questo è un punto fondamentale. Oggi il sistema istituzionale italiano si trova di fronte ad un doppio problema: quello di delineare con maggiore efficacia i poteri del governo e del Presidente del consiglio, deboli nella Carta, nell’attuale sistema scelti dal Capo dello Stato su designazione delle forze politiche e quello di recuperare la perdita di rappresentatività dei partiti dopo il ridimensionamento intervenuto e dimostrato dall’incremento dell’astensionismo.

In sostanza, in passato il modello di democrazia parlamentare ha consentito di governare perché sopperiva all’inadeguatezza dei poteri governativi con la forza del potere dei partiti. Oggi i partiti sono la pallida copia del passato.

La questione del recupero della rappresentatività dei partiti è un problema complesso, riguarda tutte le forze politiche e non può certo essere ottenuto con soluzioni organizzative. Ai partiti occorre restituire il rapporto con gli elettori non solo con la buona politica, ma anche nel coinvolgimento sulle grandi scelte nazionali.

E’ evidente, poi, che così come stanno le cose, una nuova forza e autorevolezza dell’esecutivo non è separabile dalla legittimazione popolare che, ridimensionati i partiti, può venire solo dalla elezione diretta. I partiti, in questo modo, si impegnerebbero in un grande confronto nazionale per la scelta del capo dell’esecutivo.

Con la elezione diretta si dovrebbe anche varare una nuova legge elettorale che elimini la designazione dei partiti per il Parlamento che sussisteva anche con i collegi uninominali, e ripristini la scelta degli elettori con la preferenza, salvo una quota di premio di maggioranza con indicazione dei partiti. Un sistema da anni sperimentato nel Paese, suggerito a suo tempo da Tatarella e che garantisce stabilità, governabilità, alleanze politiche e minore frammentazione è, ad esempio, quello per la elezione dei consigli regionali.

Amato sostiene poi che “l’elezione diretta , lungi dal darci il capo dello stato in cui si riconosce l’intera comunità nazionale, ci darebbe invece un capo dello stato percepito come espressione di una parte politica e ci si priverebbe di quello felicemente creato dalla Costituzione vigente e affermatosi proprio come rappresentante dell’unità nazionale”.

Ritenere poi , come continua Amato che l‘ Italia sia un “paese caratterizzato da una fortissima conflittualità politica e da un mal consolidato tessuto di valori condivisi”, e che “ il miracolo dell’elezione di parte che genera un presidente di tutti dopo una accesa campagna elettorale è un miracolo che non si realizza”, significa considerare, sul piano della maturità politica e della democrazia, l’Italia un paese di serie B.

Si esprime in Amato una idea élitaria della democrazia per la quale sugli italiani e sulle istituzioni deve esercitarsi una vigilanza che stabilisca quale sia l’interesse generale con un Capo dello stato come garante, che si debba intervenire sulle scelte del Parlamento, come per le decisioni politiche della magistratura, e che in fondo concepisce le istituzioni governative, per usare una metafora tremontiana per l’Europa, come “guardiani del traffico” economico.

Questa idea élitaria che sottostà ai ragionamenti del condirettore di Italianieuropei ci fa venire alla mente quanto scrisse Bettino Craxi in una nota di due cartelle scritta ( titolo “ Amatissimo”) a proposito di Amato quando questi accettò la poltrona di ministro del Tesoro con D’Alema , riportata da Massimo Pini nella biografia del leader socialista, nella quale ne ricordava i “sostenitori illustri che se ne servono”.
24/03/2010 [stampa]
E' un "Golpe"...ma non tutti i mali vengono per nuocere.
Le recenti vicende legate alla presentazione delle liste elettorali rivelano una situazione politica ed etica gravissima, sotto molteplici aspetti, che deve far riflettere tutti, per comprendere fino dove giunga la spregiudicatezza delle varie forze della sinistra, che, anche ammesse carenze formali nella vicenda, in precedenza ampiamente imputabili anche ad esse, non hanno esitato a impedire alla maggior forza politica del Paese di partecipare alla consultazione elettorale.

Voglio iniziare dalle responsabilità di chi avrebbe dovuto provvedere, con più prudenza, agli adempimenti per la presentazione delle liste e di chi, partecipando in ogni modo alla formazione di queste ultime, non s’impose fin dall’inizio un margine cautelativo di almeno 24 ore rispetto al termine ufficiale. Oggi, purtroppo, il mancato rispetto della legalità è diffuso e, pur se spesso può apparire giustificato da eccessi normativi, richiede comunque una valutazione pericolosa perchè discrezionale e, questa volta, la discrezionalità è stata applicata, ma troppo ....... discrezionalmente. Nel caso attuale vi è però un aspetto di sostanza che colpisce non solo e non tanto i diretti responsabili della vicenda, quanto i cittadini che sono ampia maggioranza relativa, negando loro il fondamentale diritto in democrazia: scegliere i propri amministratori.

Di fronte a questa conseguenza, la giustizia amministrativa, quella civile e quella penale, dovrebbero salvaguardare anzitutto i diritti primari dei cittadini e, nel caso, perseguire i colpevoli senza discriminazioni, e accertare se le condizioni per ammettere le liste, pur non documentate come previsto, comunque sussistano. Ma la Magistratura, nel complesso, ha fatto ancora prevalere in modo evidente le preferenze politiche di alcuni suoi componenti, incurante delle conseguenze sulla sua stessa credibilità, per far vincere “a tavolino” le forze preferite. Le vicende, contemporanee, di Lombardia e Lazio rivelano un disegno preciso e spregiudicato.

Le forze politiche riferibili alla sinistra, salvo significative eccezioni, non hanno esitato a sfruttare - anzi a provocare - questa situazione al fine di escludere dal giuoco democratico il principale concorrente, rivelando un ben misero senso della democrazia. Il colmo è che proprio la componente radicale, apparsa in alcune occasioni più seria, abbia montato la vicenda, dopo aver cercato deroghe alle norme di presentazione delle liste per ovviare alla reale mancanza di requisiti nel suo potenziale elettorato e nel suo stesso partito, fin qui incapace di raccogliere consensi elettorali significativi, nonostante le notevoli visibilità e considerazioni godute anche a seguito delle coraggiose posizioni indipendenti dai maggiori e tradizionali partiti assunte più volte. Si è potuta constatare la reale “non violenza” dei radicali, i quali, stesi in terra o facendo muro con i propri corpi, hanno impedito a quei ...violenti che pretendevano di consegnare le liste di avvicinarsi.

A questo punto, all’elettorato di centro-destra della provincia di Roma rimane ancora la possibilità di ribaltare la situazione che la sinistra ha prefigurato, subendo certamente una punizione, forse non del tutto immeritata, per la lista del PdL esclusa dalla competizione e dal rimborso delle spese della campagna elettorale. Può infatti votare anzitutto il candidato presidente Renata Polverini (la quale potrà scegliere in quella lista i soggetti più validi come assessori), nonchè la sua lista civica indipendente o altre collegate, fra le quali, fortunatamente, è stata riammessa quella Liberal di Vittorio Sgarbi, cui però è stato negato il rinvio delle votazioni per recuperare il tempo perduto, non per sua colpa, per svolgere la campagna elettorale. Occorre una capillare informazione e sensibilizzazione dell’elettorato che, in una situazione non chiara, almeno per i non addetti ai lavori, potrebbe scegliere la soluzione peggiore: astenersi dal voto.
26/01/2010 [stampa]
Un'"Impresa Titanica".
Così Luca Cordero di Montezemolo definisce la necessaria lotta alla corruzione. Ed aggiunge che per tale lotta occorrerà lo spazio di una generazione, che bisogna agire con grandi sforzi e lungimiranza e che la politica ha una precisa responsabilità: “ quella di non aver introdotto riforme adeguate per far funzionare bene la macchina dello Stato”.

Questa bella tirata moralista riceve la sottolineatura di Pierferdinando Casini “ci sono troppi ladri in politica” e Beppe Pisanu “per certi versi siamo oltre Tangentopoli”. Si è poi aggiunto Gianfranco Fini con toni analoghi, mentre Bersani esprime il suo scetticismo sulle norme anticorruzione che il governo si appresta a varare e Di Pietro pensa già all’effetto elettorale dell’esplosione delle nuove inchieste della Magistratura e di altre all’orizzonte. Manca in questo coro che accompagna le dichiarazioni dell’ex Presidente di Confindustria qualche voce coraggiosa che chiami in causa attori importanti del malaffare quali una parte del mondo imprenditoriale e finanziario, spesso in combutta, come sanno tanti italiani che hanno subito l’azzeramento dei loro risparmi e dove accade che mentre gli imprenditori a volte vengono portati alla sbarra, le imprese bancarie rimangono, sostanzialmente, indenni dai processi.

Nella improvvisata filiera della produzione di questa nuova moralità che si rivolge solo alla politica appare, invece, un filo conduttore che si svolge intorno ad una rivisitazione della storia politica d’Italia, nella quale si contrappone la buona società civile alla politica corrotta, riecheggia la priorità della questione morale che caratterizzò l’inizio della trasformazione politica del PCI e si finisce per intendere che le riforme debbano essere pensate ed approvate con l’intentoprioritario di controllare meglio la corruzione.

Non siamo di fronte ad un disegno politico, come qualcuno, mettendo in fila i nomi degli intervenuti, ha ipotizzato, ma ad una suggestione politica, dettata dalla cultura “illuminata”, sì: l’Italia è storicamente portatrice di corruzione perché la sua politica è fortemente condizionata dalle idee nazional popolari di ispirazione cattolica, la sinistra è stata portatrice di una istanza sociale e morale che, se non ci si fosse messo di traverso Berlusconi, avrebbe condotto ad una nuova era di rigore e buon governo, si deve andare verso uno stato etico perché questo deve essere l’obbiettivo delle riforme.

A nessuno viene il dubbio che la mancanza del senso dello Stato che induce a mettere sotto i piedi i principi etici e morali a tutti i livelli è anche il portato individualistico di una storia italiana segnata da divisioni e contrapposizioni, dal ferimento dell’identità nazionale, da guerre civili e da odio sparso a larghe mani dalle idee di gran parte di coloro che oggi richiamano la necessità di riforme etiche o sostengono la loro diversità.

Cercando di gettare lo sguardo oltre il contingente , “identità” e “unità” sono ancora oggi i contenuti caratterizzanti la questione italiana, ma nel rispetto di un patriottismo della nostra storia e della nostra tradizione che non si sostituiscono con l’idea antiidentitaria del patriottismo costituzionale. Il diritto positivo, anche se autorevolmente iscritto nei testi costituzionali, non può sostituire quella legge, di cui scriveva Cicerone nel secolo prima di Cristo, non scritta, ma nativa, non appresa, né ricevuta, né letta, iscritta da Dio nel cuore degli uomini. Tanta parte della storia dell’Italia contemporanea è la storia di come si sia tentato di sradicare negli italiani la coscienza della legge morale naturale.

Non arriverà mai ai problemi reali della gente una politica senza identità o ispirata da coloro che Malaparte definiva “atei e possidenti” che spesso dimostrano di fronte al popolo italiano, con i loro comportamenti, il livello morale del loro stile di vita o il darwinismo sociale che li anima ed i ricordi dei colloqui di Rizzoli con Agnelli sono emblematici.

La moralità nella amministrazione non è aliena dalla moralità nei comportamenti etici. Se rispetto all’etica naturale tu poi fare ciò che vuoi, è difficile che ti ricordi dei principi morali quando amministri un bene pubblico o privato che sia.

Inoltre, se è immorale appropriarsi di denaro pubblico, non è ugualmente morale dividere tra gli azionisti gli utili e accollare alla comunità le perdite o apparire nullatenente, come accadde ad un noto imprenditore ai tempi del processo per il Banco Ambrosiano od anche seguire logiche di mercato che non siano rispettose della dignità dell’uomo, privandolo del lavoro, e del bene comune.

Su quest’ultimo punto il richiamo della CEI sull’impoverimento del Mezzogiorno non può non suonare come una critica a quel mondo imprenditoriale che chiude gli stabilimenti in Italia e investe o acquista dall’estero utilizzando il differenziale nel costo della mano d’opera.

In quanto alle riforme che certamente debbono cambiare il ginepraio delle competenze e delle procedure sulle quali si sviluppa la mala pianta della corruzione, esse non possono non porsi anche e soprattutto l’obiettivo di ricostruire il rapporto tra le istituzioni e il popolo il cui identificarsi con lo Stato non può prescindere dal riconoscimento del suo ruolo legittimante. L’agenda delle riforme non può dettarla la Magistratura, ma una politica che sia dalla parte dell’interesse popolare.
22/01/2010 [stampa]
Democrazia dei partiti e democrazia degli elettori.
Nasce all’interno del PDL la questione del futuro di questa forza politica, nel quadro della necessità di definire complessivamente la questione del carattere istituzionale della democrazia italiana.

E’ giusto e necessario che tale dibattito sorga dentro quella forza che, per l’intervento in politica di Berlusconi, rappresenta la sollecitazione più forte verso il cambiamento del sistema politico del Paese, dopo la crisi del ’92.

Libero ha recentemente ospitato un articolo a doppia firma dei senatori Gasparri e Quagliariello che, tuttavia, si limita ad auspicare il superamento della “regola dei 70-30”, l’affermazione che “il PDL è lo strumento della democrazie degli elettori” ed “un luogo in cui quando serve ci si conta e si prende atto del verdetto” e poche altre cose. E’ una sommaria introduzione al dibattito che troverà sedi più ampie per l’approfondimento.

Solo in un passaggio dell’articolo si accenna ad un aspetto fondamentale che costituisce lo snodo istituzionale che è di fronte ad ogni progetto di stabilizzazione del sistema politico e dei partiti e cioè che il PDL “dovrà essere in grado di istituzionalizzare il rapporto tra popolo e leader”.

Questo aspetto merita qualche breve approfondimento.

Esaminando il piano istituzionale è evidente che l’azione di Casini contro il bipolarismo che, in qualche modo, trova sponda in D’Alema tende a restaurare quella che lo scomparso politologo allievo di Sartori, il prof. Antonio Lombardo, definiva nel 1984 “partitocrazia positiva”, cioè un assetto di potere che riproponga gli elementi strutturali che negli anni cinquanta e sessanta permettevano la stabilità del sistema, l’identificazione dei titolari del potere politico nei partiti, la governabilità del paese ottenuta con accordi tra forze politiche omogenee, ed eliminando quegli altri elementi strutturali che si sono rivelati successivamente come negativi. Si ritornerebbe al proporzionale, ma con soglia di ingresso come prevede il sistema tedesco. Tuttavia è tutto da verificare come il sistema elettorale tedesco possa trovare una virtuosa applicazione in Italia, in quanto la struttura partitica in Germania è sempre stata sostanzialmente bipolare e negli ultimi anni ha comunque subito un certo logoramento. L’Italia presenta una struttura multipolare che potrebbe rendere meno governabile l’applicazione nel nostro Paese del sistema tedesco.

Per contro, la difesa del bipolarismo ed il suo completamento con l’elezione diretta del capo del governo, l’auspicabile ritorno alla scelta dei parlamentari da parte degli elettori e i necessari aggiustamenti costituzionali ed elettorali per garantire un assetto equilibrato del sistema verso i quali sembra orientato il PDL, sposta il punto di gravità del sistema dai partiti verso gli elettori, secondo una visione di cultura politica assimilabile all’ idea espressa a suo tempo dal prof. Roberto Ruffilli, il “cittadino arbitro”. Il bipolarismo che caratterizza la scelta di sindaci, presidenti di province e di regioni, è a un bivio: o si consolida anche a livello delle elezioni politiche o la fragilità del suo operare rischia di trasferire a livello locale le sue contraddizioni, come dimostra la complicata vicenda della scelta dei candidati a governatore .

Il confronto tra queste due prospettive non è supportato da un sufficiente dibattito politico-culturale, ma evidenzia soprattutto i tatticismi e ragionamenti dettati prevalentemente, se non esclusivamente, dalle opportunità di ciascuna forza politica o, addirittura, dall’ interesse di singoli personaggi politici. E’ questo un primo aspetto da approfondire.

Un ulteriore elemento di chiarezza deve essere individuato nel tipo di partito che si ritiene più idoneo in Italia nella prospettiva individuata dal PDL di un sistema bipolare con elezione diretta del premier . Alcune tendenze sostengono che in conseguenza di questa modifica istituzionale siano necessari partiti leggeri, poco più di meri comitati elettorali, come esistono negli USA e , parzialmente, in Gran Bretagna. C’è da dire che in Italia la forte tradizione culturale dei partiti e la necessità di impedire il prevalere di lobby e corporazioni richiede la presenza di partiti strutturati, come del resto sono rimasti in Francia, anche dopo il passaggio alla repubblica presidenziale.

In quanto alla esigenza di assicurare la istituzionalizzazione del rapporto tra popolo e leader, spesso essa viene tradotta nella questione di chi potrà assumere la leadership del PDL una volta che sarà compiuta la vicenda politica dell’attuale premier. La preoccupazione nasce dalla difficoltà di individuare chi, senza le caratteristiche carismatiche di Berlusconi, possa assumere una leadership . Anche su questo aspetto è di insegnamento l’esperienza francese nella quale, avviata la trasformazione del sistema grazie all’opera storica di De Gaulle, con la nascita dell’UDR, fu la riforma presidenzialista che assicurò la continuità anche alla guida del partito gollista, consentendo ad una figura assolutamente priva di carisma come George Pompidou, vicino al generale sin dagli anni ’40, che si divise tra la politica e l’amministrazione bancaria, di assumere con successo il ruolo di nuovo leader politico e partitico, anche se contrastato all’interno della stessa UDR.

Ci fermiamo a queste prime valutazione sul dibattito che si è aperto nel PDL, auspicando che esso sia l’occasione per un confronto importante al quale non si deve sottrarre non solo lo stesso Popolo della libertà, ma anche chi sostiene un prospettiva istituzionale diversa del nostro sistema politico.
20/11/2009 [stampa]
Corte Costituzionale e Democrazia.
La sentenza sul lodo Alfano è la ennesima e coerente dimostrazione del ruolo politico che la Corte Costituzionale ha acquisito negli anni e che comunque le appartiene per le scelte che vennero fatta alla Assemblea costituente e, soprattutto per la lettura e le caratteristiche  della Costituzione indicate  della cultura cattolico democratica.

Essa non ha tenuto in alcun conto  della soluzione ai rilievi già espressi con il precedente provvedimento, il  lodo Schifani,  e ha visto  collocare la decisione su di un nuovo versante, quello della gerarchia delle fonti, precedentemente del tutto ignorato,  dimostrando ancora una volta quel ruolo dinamico della Corte che è stato più volte acutamente analizzato. La suprema corte è l’organo di garanzia posto a suo tempo per sorvegliare sulla rigidità e sulla immodificabilità della Costituzione, sintetizzate dalla famosa espressione di Dossetti degli anni novanta “il potere costituente è oggi esaurito”.

La decisione produce, probabilmente, anche, un serio imbarazzo da parte della più alta carica dello Stato che aveva ritenuto il testo conforme alla Costituzione e, nel contempo non può non aborrire conflitti istituzionali.   Questa vicenda comporta alcuni rilievi di carattere politico che attengono ai rapporti tra le istituzioni e  tra le istituzioni e la democrazia.

Ad una semplice e letterale lettura del testo costituzionale, nei primi anni cinquanta, sembrò che il compromesso costituzionale si fosse trovato “sull’idea che la Corte costituzionale dovesse valutare la normale e fisiologica validità della legge”, cioè casi di evidente difformità rispetto alla Carta.

L’idea sottesa all’influenza dossettiana che la Costituzione, manifesto ideologico ( G.B. Bozzo, P.P. Saleri Giuseppe Dossetti la costituzione come ideologia politica), dovesse avere la precipua funzione di  condurre ad una rifondazione della comunità nazionale , insieme ad una evoluzione che ha visto “l’opera  del legislatore  affiancarsi a quella della Corte”, hanno comportato che tale organismo da una semplice funzione di garanzia divenisse organo di governo del Paese.

Come ha sottolineato in un interessante ed equilibrato saggio Damiano Nocilla ( I cattolici e la Costituzione tra passato e futuro), professore di diritto costituzionale e consigliere di Stato, già allievo di Crisafulli, dalla “prima sentenza del 1956 che smentì ogni interpretazione riduttiva dei propri poteri, asserendo che la propria competenza a giudicare della legittimità costituzionale delle leggi dovesse estendersi anche alla legislazione entrata in vigore anteriormente al 1 gennaio 1948, cioè alla legislazione prerebubblicana”, fino a quando “si è trovata ad affrontare la questione delle legittimità delle leggi che si assumevano contrastare con l’art.3 della Costituzione” , la Corte costituzionale ha esteso “il proprio sindacato fin quasi a sfiorare quella valutazione politica che si voleva in origine riservata al Parlamento”, fino alla sentenza n.1146 del 1988 che testualmente esprime l’idea che “ la Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali”. C’è da supporre che , così permanendo gli orientamenti di questo organo, non passerebbe neppure una legge costituzionale che intervenisse in materia.

Siamo di fronte all’esercizio di un ruolo essenzialmente politico che non solo interviene rispetto alle decisioni del Parlamento, modificando norme da esso approvato (il caso, tra i tanti, dell’annullamento di alcune norme sulla legge per la procreazione assistita), ma ad un organo dello Stato che limita di principio l’attività dell’istituzione fondamentale della democrazia rappresentativa, cioè del Parlamento.

E’ evidente che questa condizione del sistema politico italiano determina quella che potrebbe definirsi una democrazia limitata o meglio e per i  riguardi della sovranità popolare, una democrazia a sovranità popolare limitata.   Ma il ruolo politico della Corte costituzionale rappresenta anche il vertice di un “regime” politico che impedisce all’Italia di assumere quelle riforme condivise e volute dalla maggioranza dei cittadini e che sono presenti nei programmi delle coalizioni vincenti nelle elezioni politiche generali.

Come ebbe a scrive Gianni Baget Bozzo “ il conflitto tra Costituzione e democrazia diventa la vera divisione sovrastante le stesse forze politiche. L’arma materiale di questo regime invisibile è la magistratura inquirente, che interpreta il suo potere come ultima istanza della legge e dell’ordine e lo attua iniziando un processo continuo contro Berlusconi, divenendo così la chiave del sistema politico italiano, in cui si esprime l’alternativa tra costituzione e democrazia”.

Il conflitto che si conferma dopo questa sentenza è di tale natura. Per il futuro del nostro Paese è necessario che se ne abbia piena consapevolezza. A fronte di questo condizionamento del sistema politico appare necessario un programma che punti a rafforzare la democrazia a partire dal pieno riconoscimento della sovranità popolare. Occorrono riforme che colmino un vuoto dell’attuale Costituzione nei riguardi della stabilità e legittimazione del governo, riempito durante la cosiddetta prima repubblica dal ruolo del partiti che, di fatto, erano la fonte di legittimità dei governi, fonte che oggi non può che essere il voto e la sovranità popolare.  Una democrazia debole può far correre seri rischi all’Italia ed aprire spazi ad involuzioni autoritarie, magari sotto la specie di formule tecnocratiche. .
Corte Costituzionale e Democrazia.
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