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UNO SGUARDO DALLA TORRE
di Fausto Belfiori

Prodi e la prospettiva di Palazzo Chigi

Bologna è stata per l’Italia nel secondo dopoguerra un centro importante sul triplice piano religioso, culturale e politico. Il suo arcivescovo fu a lungo il cardinale Giacomo Lercaro che guidò l’importante diocesi emiliana per sedici anni operando con forte impegno apostolico in una città dominata da un partito comunista la cui ferrea disciplina era assicurata da vecchi militanti come Giuseppe Dozza che conservò la carica di sindaco imponendosi sui suoi avversari, interni ed esterni al p.c.i., per ben cinque mandati. Fu Dozza con il suo prestigio a dar vita ad un singolare rapporto che vedeva spesso schierati dalla stessa parte e patrocinatori della stessa causa vescovado e comune in una “innaturale” collaborazione che spinse un giornalista di destra a parlare ironicamente di monsignor Dozza e del compagno Lercaro. Esagerazione priva di intenti polemici e lontana da ogni faziosa animosità. Resta il fatto, però, che questo clima non tardò a manifestare i suoi effetti soprattutto in campo cattolico perché in quello comunista la rigidezza ideologica dei “quadri” del partito impediva la pur minima deviazione. Non meravigliò, pertanto, la presenza di cattolici rigorosi come Giuseppe Dossetti - poi fattosi frate e fondatore di una congregazione religiosa - a non trovare alcun contrasto tra la quotidiana frequenza eucaristica e l’appoggio nella campagna in favore del divorzio e perfino dell’aborto. A fianco, cioè, non soltanto dei radicali, ma pure degli attivisti di Botteghe Oscure. Si videro personaggi di primo piano con incarichi di alta responsabilità in organizzazioni di forte impegno confessionale partecipare a manifestazioni e a firmare appelli in sostegno di progetti di legge in netto contrasto con la morale e la dottrina professate dalla Chiesa. Aveva, dunque, da questo punto di vista, le carte in regola Romano Prodi quando emerse tra i cattolici felsinei per il suo esplicito progressismo non di rado in contrasto con le linee fissate dall’episcopato italiano. E nessuna sorpresa si manifestò quando si giunse al suo insediamento a Palazzo Chigi, costretto successivamente a lasciare per contrasti interni alla coalizione di cui era eminente figura. In questi giorni la situazione non è molto cambiata. Nelle stanze del Nazzareno si mostra il viso delle armi tra i maggiorenti: passano i decenni, ma le ambizioni sono sempre causa di serrati confronti per conquistare i vertici del partito o del governo. Così Letta è esortato dai suoi amici e sostenitori a lasciare la sua comoda cattedra parigina e tornare a Roma per riprendere la lotta che lo vede contendere a Renzi la poltrona di segretario del partito democratico. Gli obiettivi sono sempre gli stessi, governo e partito. Obiettivi cui mirano in molti; tutti ben temprati per una lotta di cui non si vede la conclusione e non si immagina il vincitore. C’è un personaggio che negli ultimi anni è restato nell’ombra ma che da qualche tempo si è rimesso in gioco scrivendo libri, partecipando a convegni e tenendo conferenze. È Romano Prodi che non vuole rinunciare alla prima fila in un nuovo governo sicuro di avere in mano carte non poche né leggere. Ha molti partigiani ed estimatori ed è uno di quelli che mira sempre in alto. Si tratta di vedere se anche stavolta riesce a colpire il bersaglio.

TRA MACRON E LE PEN DECISIVA L’EUROPA

Il leggero, ma significativo vantaggio ottenuto al primo turno da Emmanuel Macron su Marine Le Pen, costituisce una buona ipoteca

, ma non mette al sicuro il risultato del ballottaggio che, come spesso accade, è tutta un’altra storia, anche perché la scelta dei francesi che non hanno votato la coppia vincente rappresenta, nell’insieme, un decisivo 55 per cento. Un altro motivo che potrebbe lasciare più libertà alla scelta di questi elettori è la ridotta presa dei partiti tradizionali e dei loro leader, mentre non sono da trascurare le sollecitazioni provenienti dalle difficoltà sociali del Paese, che animano pulsioni antieuropeiste e contrarie all’establishment. Quindi non bastano le indicazioni di quasi tutti i candidati sconfitti di confluire sull’ex ministro dell’economia di Hollande. Già al primo turno roccaforti socialiste e golliste, in provincia, a nord come al sud, sono confluite sul candidato del FN. Due, peraltro, non si sono ancora pronunciati: Mélencon ( 19,6 % ) antieuropeista da sinistra e il sovranista, ex gollista, Dupont, con il suo “Prima la Francia” (4,75% ). Se questi elettori dovessero in larga parte essere attratti dalla Le Pen, questa si attesterebbe oltre il 40 per cento, ottenendo un risultato politicamente significativo.

Macron rispetto alla Le Pen è ispirato da un deciso europeismo e , quindi, possiede titolo per diventare Presidente dei francesi e, probabilmente, lo sarà, in quanto il vero discrimine di queste elezioni è tra un’Europa confermata e capace di misurasi sulla scena internazionale e una Europa decadente che, invece , assista ad un rifluire nel nazionalismo, con tutti i suoi limiti, a cominciare dal rifiuto dell’Euro . Tuttavia l’esperienza storica francese non mette al sicuro il risultato per questo decisivo obbiettivo , in quanto troppe volte, proprio da Parigi, sono arrivati “rifiuti” che hanno rallentato il corso dell’integrazione europea, come nel 1955, con la bocciatura della Comunità Europea di Difesa o, ancora paggio , con la cancellazione della Costituzione europea nel referendum del 2005 dove prevalsero i no con il 55 per cento. . Emmanuel Macron dovrebbe dare un cuore al suo europeismo che non può corrispondere né agli interessi della finanza della quale è in qualche modo espressione , né dell’arido “socialismo” paramassonico di Hollande con il quale è stato ministro . Il suo essere di centro, così come viene presentato e come può definirsi il suo pur incerto posizionarsi politicamente ( Caracciolo lo ha definito “né carne, né pesce”), lo dovrebbe indurre a recuperare un po’ di quell’europeismo costituzionalista di Giscard d’Estaing o di quel ”socialismo” personalista di Jacques Delors, che tanto contribuirono ad un’Europa più solidale e integrata e dalla quale rischia di allontanarsi definitivamente. Non sarà sufficiente la conferma di una Europa misurata sull’asse franco tedesco. Quella fu la “soluzione” per il fallimento di una più adeguata idea di integrazione della politica estera e di difesa; oggi non sarebbe sufficiente di fronte al rischio della dis-integrazione. Macron sta diventando protagonista nel tempo della emarginazione dei partiti , ma anche delle culture politiche. E se non si debbono rimpiangere le ideologie che hanno contribuito a devastare il ‘900, non ci si deve rassegnare ad assistere ad una dicotomia rischiosa quella , cioè, tra il relativismo che annulla le radici dei popoli e il nuovo integralismo spinto dalla jihad che esplode in aggressioni terroriste in una Europa esitante che teme, forse oltremisura, per la sua sicurezza, ma proprio questo è significativo . Il suo capolavoro politico non si può fermare alla affermazione elettorale ottenuta in pochi mesi , forse aiutata da chi ritiene che possa rinsaldare poteri messi in discussione dalla crisi e da qualche scandalo di troppo che ha colpito Francois Fillon, colui, cioè, che avrebbe potuto essere il concorrente più insidioso, anche per la candidata del Fronte Nazionale, oltre che per la sua improvvisata prospettiva, nata dalla diaspora socialista. Il vero capolavoro politico è quello che l’attende dopo il 15 maggio e, cioè, la consapevolezza di non aver solo ricevuto il voti degli sconfitti, ma di dover accettare qualcosa di significativo di quello che essi non hanno saputo rappresentare. Anche perché , il suo essere senza partito che lo aiuta oggi , lo rende fragile di fronte alle elezioni legislative di luglio e non è detto che questa debolezza non finisca per condizionarne il decisivo test del ballottaggio . Del resto il ritorno del ruolo della politica è la questione che riguarda sia la stabilità e la rappresentatività dei sistemi democratici, sia la stessa crescita dell’Europa nel suo disegno integrativo e politico, oltre le “convenienze” e i “mercati”. Una politica non più ancella dell’economia, che ricostruisca un tessuto sociale giusto e solidale, che non distribuisca favori, ma opportunità, che sappia ritrovare le vie della stabilità e della sviluppo. Che vada oltre l’idea di una Europa come libero scambio e libera circolazione, ma che affermi, così come la pensarono i suoi “fondatori”, l’ integrazione di popoli , di culture , di civiltà, un’idea di pace e sicurezza , in un mondo che sta assistendo al ritorno della politica di potenza, economica o militare che sia. L’Europa nacque nel tempo della “guerra fredda”, ora deve affermarsi, definitivamente, nel tempo di una “terza guerra combattuta a pezzi ”. PIETRO GIUBILO

STORIE DI ECONOMIA
di Sergio Menicucci



REAL MADRID: asso pigliatutto. Dietro l’ultima vittoria in Champions League a Cardiff contro la Juventus c’è anche la partita dei bilanci e del business legato allo sport. Titoli vinti 32 in tredici anni, fatturato record (620 milioni nella stagione 2015/16, terzo dopo Manchester United e Barcellona), valore complesso che sfiora i 3 miliardi. Tutto super: dai ricavi ai tifosi dei “ galacticos”, dallo stadio tra ni più famosi del mondo il Santiago Bernabeu per la cui ristrutturazione sono stati investiti 400 milioni al mega presidente Florentino Perez, imprenditore di 70 anni e che ha licenziato allenatori a grappoli compresi Vicente Del Bosque e Carlo Ancelotti per prendersi il francese campione del mondo l’algerino Zinedine Zidane. Chi vince ha sempre ragione. Due anni sulla panchina dei “Blancos” e due successi consecutivi per l’allenatore una volta giocatore anche della Juventus. E molti acquisti favolosi (110 milioni per il gallese Gareth Bale nato ad appena 4 miglia dal Millennium in una casa acquistata dai genitori a 12 mila sterline una trentina di anni fa, altri per Ozil e Khedira) e cessioni ( da record anche quella di Angel De Maria) si intrecciano con gli affari della sua impresa di costruzioni, la ACS da 35 miliardi di fatturato all’anno. Il suo primo colpo fu l’acquisto del portoghese Figo, poi il brasiliano campione del mondo Ronaldo, Beckham, Kakà, Cristiano Ronaldo. Stravince le elezioni per la presidenza nel 2013, va varare un nuovo statuto che rende difficile la scalata al vertice del club. Senza l’esplosione di Lionel Messi al Barcellona i trofei sarebbero stati superiori. La finale al Millennium Stadium di Cardiff (impianto da 75 mila spettatori e regno della nazionale gallese di rugby, costato 138 milioni di euro, 52 dei quali arrivati da fondi pubblici) ha cancellato molti record: il Real è la seconda squadra dopo il Milan di Arrigo Sacchi a vincere per due volte di fila la Champions, vista da almeno 130 milioni di telespettatori di 200 paesi. La diretta di Canale 5 e Premium ha superato i 13 milioni, il picco televisivo più alto degli ultimi 14 anni. Record di gol (4-1) con doppietta di Cristiano Ronaldo, raggiungendo quota 12 di cui 5 al Bayern e 3 all’Atletico Madrid nel doppio confronto. Capocannoniere della Champions con prenotazione del quinto pallone d’oro. La partita al di là dell’aspetto tecnico era tutta a favore del Real dal punto di vista economico. Le entrate dei madrileni superano i 620 milioni, quelle della squadra bianconera si fermano a 341 milioni. Il gap con il Real del club guidato da Andrea Agnelli sembra impossibile da colmare. Il club guidato da Florentino Perez si propone di superare il miliardo di fatturato nei prossimi anni grazie alla ristrutturazione del Santiago Bernabeu che comprende anche la Ciutad Real Madrid, il centro sportivo di 120 ettari Solo dallo stadio il Real ha incassato 153 milioni a cui si aggiungono 212 milioni di ricavi commerciali in crescita dopo l’accordo con la società Marka degli Emirati Arabi Uniti, intesa che costringe però il Real ad eliminare la croce dalla corona dell’emblema. Poi c’’è il contratto di sponsorizzazione per circa un miliardo da parte del gruppo di abbigliamento sportivo Adidas. In Italia la Juventus sta sviluppando alcune iniziative innovative: lo stadio di proprietà (sulla stessa area del demolito Delle Alpi), conti in ordine e in attivo per il terzo esercizio consecutivo, terza accoppiata Coppa Italia-Scudetto, vincendo per sei anni di fila il campionato di serie A. All’amarezza della sconfitta sportiva si è aggiunto il flop in Borsa nonostante i 125 milioni di premi incassati dall’Uefa. La cosa a Piazza Affari si è fermata il 5 giugno al rientro della squadra ad una Torino sconvolta dai gravi incidenti di Piazza San Carlo che hanno provocato oltre 1500 feriti calpestati dal panico. Il titolo è crollato di 10 punti e il valore della società dopo essersi avvicinata a 900 milioni è sceso a 700 milioni. Tra le cause secondo gli operatori di borsa il timore che la Juventus dopo la delusione possa decidere, prima dell’estate, di effettuare una rifondazione dell’impianto base della squadra che potrebbe pregiudicare il ripetersi delle prestagioni delle passate stagioni.


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