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UNO SGUARDO DALLA TORRE
di Fausto Belfiori

FRANCESCO-TRUMP: INCONTRO STORICO O DI CIRCOSTANZA?

Talvolta viene da invidiare la brillante disinvoltura, non sempre disgiunta da superficialità del cronista "di razza" intento a descrivere momenti e vicende importanti e significative come quella, rivelatasi poi abbastanza deludente, del recente incontro tra il Pontefice e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Un avvenimento che l'osservatore è tenuto a considerare nei suoi tre aspetti: religioso, culturale e politico. Nel primo l'evidenza si impone. Bergoglio, da quando occupa il supremo seggio, ha dato la preferenza nel suo apostolato con ogni parola e gesto alla linea della devozione e della pietà popolare. Diversamente da Benedetto XVI la cui preoccupazione è stata quella di ricondurre la Chiesa ad assolvere il compito di maestra annunciando e testimoniando il Verbo. Non che tra i due vescovi di Roma l'impegno pastorale sia contrastante: per lo meno nelle intenzioni, volendo i due Pastori essere complementari l'uno all'altro e ne è simbolo l'abbraccio che si scambiano ad ogni loro incontro. Perfettamente visibili la differenza e al tempo stesso la distanza tra Francesco e Donald: il primo, formatosi alla scuola dei confratelli gesuiti dell'America Latina, si è prefisso fin da quando ha seguito la sua vocazione sacerdotale a Buenos Aires, l'ideale di una "Chiesa dei poveri per i poveri". Non è difficile, dunque, rendersi conto di come e di quanto tale prospettiva lo distanzi da un Trump il cui presbiterianesimo non guarda con occhio malevolo un seguace fortunato e spregiudicato nei campi dell'impresa e degli affari. Il divario culturale ha una conseguenza, se non l'unica, per lo meno la più probabile. Francesco, giovane seminarista, legge la "Civiltà Cattolica", rivista molto diversa da quella che aveva ritrovato con Pio XII la coerenza dottrinale e lo spirito pugnace e controriformista della "Civiltà Cattolica" che negli ultimi decenni dell'Ottocento e nel primo Novecento si era battuta opponendosi a positivismo, idealismo, marxismo e ad ogni altra espressione del pensiero progressistico. Infine, l'aspetto politico emerge in piena luce nei testi e nei discorsi del Papa che per certi critici giustificherebbero le simpatie verso Francesco di quel ceto intellettualsalottiero che ieri osannava Obama non soffermandosi sulla sua demagogia sia in politica interna che estera e che oggi parteggiano per le guardie rosse del despota venezuelano Nicolás Maduro il cui ruolo di successore di Chavez è l'eliminazione dei gruppi politici che si oppongono ai sistemi livellatori del socialismo. In conclusione si può tranquillamente fare a meno di un portavoce per conoscere i temi della conversazione fra i due grandi della terra. Sono stati quelli dettati dalla realtà: temi che risentono delle preoccupazioni del pontefice dinanzi ai drammi e alle tragedie di oggi e delle speranze legate ai progetti geopolitici della Casa Bianca. Preoccupazioni che l'austero inquilino del Vaticano ha rivelato con il dono del testo della sua enciclica incardinata sull'appello alla salvezza dell'ambiente e di un medaglione con l'effige di un ramo di ulivo. "Glieli offro in segno di pace" ha detto un Bergoglio meno teso a un Trump sorridente, ma sicuramente non convinto dalle perorazioni del pontefice a favore di una politica utopisticamente distensiva ed ecologica. Al di là delle formalità giornalistiche e diplomatiche resta il fatto - riconosciuto dai commentatori più obiettivi - che l'incontro tra il massimo rappresentante del cattolicesimo romano e lo statista più importante del pianeta non ha condotto a risultati apprezzabili. Forse l'uomo della strada, che a qualunque costo non vuole rinunciare all'ottimismo, potrà sempre tenere a mente come consolazione la frase conclusiva del presidente americano all'uscita dal Vaticano: "Non dimenticherò le sue parole".

TRA MACRON E LE PEN DECISIVA L’EUROPA

Il leggero, ma significativo vantaggio ottenuto al primo turno da Emmanuel Macron su Marine Le Pen, costituisce una buona ipoteca

, ma non mette al sicuro il risultato del ballottaggio che, come spesso accade, è tutta un’altra storia, anche perché la scelta dei francesi che non hanno votato la coppia vincente rappresenta, nell’insieme, un decisivo 55 per cento. Un altro motivo che potrebbe lasciare più libertà alla scelta di questi elettori è la ridotta presa dei partiti tradizionali e dei loro leader, mentre non sono da trascurare le sollecitazioni provenienti dalle difficoltà sociali del Paese, che animano pulsioni antieuropeiste e contrarie all’establishment. Quindi non bastano le indicazioni di quasi tutti i candidati sconfitti di confluire sull’ex ministro dell’economia di Hollande. Già al primo turno roccaforti socialiste e golliste, in provincia, a nord come al sud, sono confluite sul candidato del FN. Due, peraltro, non si sono ancora pronunciati: Mélencon ( 19,6 % ) antieuropeista da sinistra e il sovranista, ex gollista, Dupont, con il suo “Prima la Francia” (4,75% ). Se questi elettori dovessero in larga parte essere attratti dalla Le Pen, questa si attesterebbe oltre il 40 per cento, ottenendo un risultato politicamente significativo.

Macron rispetto alla Le Pen è ispirato da un deciso europeismo e , quindi, possiede titolo per diventare Presidente dei francesi e, probabilmente, lo sarà, in quanto il vero discrimine di queste elezioni è tra un’Europa confermata e capace di misurasi sulla scena internazionale e una Europa decadente che, invece , assista ad un rifluire nel nazionalismo, con tutti i suoi limiti, a cominciare dal rifiuto dell’Euro . Tuttavia l’esperienza storica francese non mette al sicuro il risultato per questo decisivo obbiettivo , in quanto troppe volte, proprio da Parigi, sono arrivati “rifiuti” che hanno rallentato il corso dell’integrazione europea, come nel 1955, con la bocciatura della Comunità Europea di Difesa o, ancora paggio , con la cancellazione della Costituzione europea nel referendum del 2005 dove prevalsero i no con il 55 per cento. . Emmanuel Macron dovrebbe dare un cuore al suo europeismo che non può corrispondere né agli interessi della finanza della quale è in qualche modo espressione , né dell’arido “socialismo” paramassonico di Hollande con il quale è stato ministro . Il suo essere di centro, così come viene presentato e come può definirsi il suo pur incerto posizionarsi politicamente ( Caracciolo lo ha definito “né carne, né pesce”), lo dovrebbe indurre a recuperare un po’ di quell’europeismo costituzionalista di Giscard d’Estaing o di quel ”socialismo” personalista di Jacques Delors, che tanto contribuirono ad un’Europa più solidale e integrata e dalla quale rischia di allontanarsi definitivamente. Non sarà sufficiente la conferma di una Europa misurata sull’asse franco tedesco. Quella fu la “soluzione” per il fallimento di una più adeguata idea di integrazione della politica estera e di difesa; oggi non sarebbe sufficiente di fronte al rischio della dis-integrazione. Macron sta diventando protagonista nel tempo della emarginazione dei partiti , ma anche delle culture politiche. E se non si debbono rimpiangere le ideologie che hanno contribuito a devastare il ‘900, non ci si deve rassegnare ad assistere ad una dicotomia rischiosa quella , cioè, tra il relativismo che annulla le radici dei popoli e il nuovo integralismo spinto dalla jihad che esplode in aggressioni terroriste in una Europa esitante che teme, forse oltremisura, per la sua sicurezza, ma proprio questo è significativo . Il suo capolavoro politico non si può fermare alla affermazione elettorale ottenuta in pochi mesi , forse aiutata da chi ritiene che possa rinsaldare poteri messi in discussione dalla crisi e da qualche scandalo di troppo che ha colpito Francois Fillon, colui, cioè, che avrebbe potuto essere il concorrente più insidioso, anche per la candidata del Fronte Nazionale, oltre che per la sua improvvisata prospettiva, nata dalla diaspora socialista. Il vero capolavoro politico è quello che l’attende dopo il 15 maggio e, cioè, la consapevolezza di non aver solo ricevuto il voti degli sconfitti, ma di dover accettare qualcosa di significativo di quello che essi non hanno saputo rappresentare. Anche perché , il suo essere senza partito che lo aiuta oggi , lo rende fragile di fronte alle elezioni legislative di luglio e non è detto che questa debolezza non finisca per condizionarne il decisivo test del ballottaggio . Del resto il ritorno del ruolo della politica è la questione che riguarda sia la stabilità e la rappresentatività dei sistemi democratici, sia la stessa crescita dell’Europa nel suo disegno integrativo e politico, oltre le “convenienze” e i “mercati”. Una politica non più ancella dell’economia, che ricostruisca un tessuto sociale giusto e solidale, che non distribuisca favori, ma opportunità, che sappia ritrovare le vie della stabilità e della sviluppo. Che vada oltre l’idea di una Europa come libero scambio e libera circolazione, ma che affermi, così come la pensarono i suoi “fondatori”, l’ integrazione di popoli , di culture , di civiltà, un’idea di pace e sicurezza , in un mondo che sta assistendo al ritorno della politica di potenza, economica o militare che sia. L’Europa nacque nel tempo della “guerra fredda”, ora deve affermarsi, definitivamente, nel tempo di una “terza guerra combattuta a pezzi ”. PIETRO GIUBILO

STORIE DI ECONOMIA
di Sergio Menicucci



ACCIAIO BOLLENTE. Non solo per la colata degli impianti ma anche per la gestione delle politiche industriali in un settore considerato, da sempre, strategico per lo sviluppo economico di un paese. L’acciaio ha conosciuto stagioni d’oro, seguite a profonde crisi, anche per la concorrenza dei paesi dell’estremo oriente. Accese anche le polemiche per l’impatto ambientale della loro collocazione: spesso vicino al mare per sfruttare l’acqua di raffreddamento o la facilità del trasporto dei laminati per vie marittime. In Italia la siderurgia ha accompagnato la rivoluzione industriale tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Alcuni stabilimenti erano d’avanguardia e le città che li ospitavano usufruivano della piena occupazione come a Terni, Piombino, Genova, Marghera, Napoli, Taranto. L’emblema dell’efficienza produttiva era l’Italsider, statale con capitale pubblico, alla quale facevano da contraltare le aziende private dei Lucchini, dei Riva, dei “ tondinari” del bresciano. Da una ventina di anni dopo la chiusura di Bagnoli (una città operaia dentro la capitale partenopea che dava lavoro a circa 5 mila metalmeccanici, case alla popolazione di circa 15 mila unità) l’attenzione si è spostata a terni e a Taranto. La città umbra è entrata in crisi con il ridimensionamento delle Acciaierie ( famose per la produzione bellica e per il fucile ’91 modello di precisione nella prima guerra mondiale su cui innestare le baionette per l’assalto) e da vari passaggi di proprietà dai tedeschi agli svedesi. Per l’Ilva di Taranto la situazione è più complessa, anche per la maggiore grandezza e il ruolo avuto nello sviluppo industriale italiano. La produzione e la trasformazione dell’acciaio risale al 1905. Nel quartiere di Tamburi ci sono 12 batterie di forni per coke, 5 altiforni che sformano 5 colate continue. Messa in liquidazione dallo Stato Italsider e Finsider, chiuso Bagnoli, venduto Piombini ai Lucchini, la cessione decisa a favore dei privati (famiglia Riva) ha suscitato fin dal 1999 polemiche sia per l’aspetto economico (fatturato, livelli occupazionali) sia per l’impatto ambientale. Inchieste giudiziarie si sono accavallate con indagini sanitarie per sospetti casi di morte per tumore. Crisi industriale, speculazioni edilizie, business dei rifiuti e delle discariche, denunce hanno alimentato tensioni e conflitti. Un referendum sulle condizioni sanitarie della città andato deserto per non aver raggiunto il quorum. Nel 2015 barriva l’amministrazione controllata ex legge Marzano per le aziende in crisi. Arrestato a Fiumicino Emilio Riva, a processo una quindicina di manager, messi altri soldi pubblici il governo ha nominato un collegio commissariale composto da Pietro Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carruba. Dovranno gestire l’utilizzo di un miliardo e mezzo dei Riva sbloccato dalla Royal Court di Jersey, il paradiso fiscale dell’isola inglese sulla Manica, somma destinata all’operazione di “de-contaminazione e adeguamento alle norme ambientali”. Il secondo compito è quello di valutare quale delle due cordate che sono rimaste dopo la selezione per l’aggiudicazione dello stabilimento siderurgico. C’è comunque da attendere il parere della Commissione Ue sulla eventualità di eccessiva concentrazione nel settore. In competizione la cordata guidata dall’ex presidente della Confindustria Emma Marcegaglia e da Arcelor Mittal supportate da Banca Intesa ( si chiama Am Investco Italy) e quella dell’indiano Jindal con Lorenzo del Vecchio, il gruppo delle acciaierie Arvedi e la Cassa depositi e presti. L’ultima incognita è il rinnovo dell’amministrazione comunale di Taranto. Il nuovo sindaco( 11 i concorrenti) non intende rimanere estraneo alle vicende del più grande complesso industriale del Mezzogiorno.


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