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Pubblichiamo il Diario di Bordo 2017 Scarica il documento
UNO SGUARDO DALLA TORRE
di Fausto Belfiori

Liu Xiaobo nuovo martire della Cina comunista

Non è difficile immaginarlo. Se a entrare in miglior vita fosse stato un campione dello sport o un personaggio dello spettacolo, un beniamino del cinema o della televisione pubblica e privata, si sarebbe svolta una gara tra i giornalisti a chi fosse riuscito più e meglio a commemorare lo scomparso. Invece a morire è stato un patriota cinese, uno di quelli - sono milioni in vari paesi, non soltanto in Cina ma in tutte quelle regioni del mondo ancora soggette al dispotismo comunista - che con diligenza e modestia assolvono ai loro impegni quotidiani salvo a ribellarsi quando non ne possono più, quando si vedono violare nell’intimo la propria vita, quando si sentono pressati da una vigilanza poliziesca che li umilia e togli loro ogni ragion d’essere. Liu Xiaobo era uno di questi: un uomo come noi la cui disgrazia è stata quella di nascere in una nazione che, dimentica della propria storia, conduce un’esistenza attanagliata nella efferata rigidezza di una partito comunista retto fino a ieri dal un tiranno sanguinario Mao Tse-tung. Colui che era stato chiuso in una cella accusato ingiustamente e vilmente di aver ordito un tentativo di capovolgimento degli organi istituzionali è morto assistito soltanto dalla moglie, anch'essa in carcere per complicità con il consorte nel presunto progetto sovvertitore. In realtà si trattava di una coppia come tante altre dedite al lavoro e giunte ormai a un punto di insofferenza totale verso un regime che rimarrà nella storia come uno dei maggiori sistemi liberticidi. La peggiore accusa loro rivolta era quella di “spionaggio a servizio delle potenze occidentali”. Come potessero svolgere azione contro gli interessi del proprio paese non è stato mai detto. Ed era impossibile dirlo in quanto si trattava di due persone desiderose soltanto di curare i loro interessi intellettuali: poter leggere liberamente e altrettanto liberamente parlare delle loro letture e delle loro opinioni con quelli che coltivavano i loro stessi interessi culturali. Oggi Liu non da più fastidio, come non danno più fastidio coloro che in Cina, come in tante altre regioni del mondo, hanno subito torture e umiliazioni indicibili per il loro desiderio di rimanere se stessi. Liu è morto senza che il suo popolo fosse al corrente della sua vita tribolata, della persecuzione subita e della atroce morte tra i dolori provocati da un cancro incurabile. Liu è stato un eroe, un eroe di piazza Tienanmen. Chi si ricorda dell’episodio che ha portato alla strage di tanti cinesi in rivolta contro il canagliesco governo di Pechino. Chi ha ancora in mente la fotografia apparsa su giornali e televisioni dell’Occidente in cui si vedevano giovani che affrontavano i carri armati con la camicia aperta e il petto esposto al fuoco delle mitragliatrici? Ebbene Liu era tra questi indomiti ragazzi: studenti, impiegati e operai che nella loro verde età si sentivano impegnati a difendere l’onore della propria patria e la dignità del proprio popolo. Xiaobo con la moglie prima di essere tra le mura di un carcere aveva “visitato” molti campi di rieducazione, ma non è stato possibile rieducarlo perché neanche un momento è stato piegato, non si è reso disponibile a rinunciare a principi e valori che caratterizzavano la sua esistenza. Con lui muore uno dei principali animatori della rivolta di Tienanmen. Una vicenda di un passato che non passa fino a quando non si porrà fine a regimi infami come quello che ha torturato e assassinato il patriota Liu.

TRA MACRON E LE PEN DECISIVA L’EUROPA

Il leggero, ma significativo vantaggio ottenuto al primo turno da Emmanuel Macron su Marine Le Pen, costituisce una buona ipoteca

, ma non mette al sicuro il risultato del ballottaggio che, come spesso accade, è tutta un’altra storia, anche perché la scelta dei francesi che non hanno votato la coppia vincente rappresenta, nell’insieme, un decisivo 55 per cento. Un altro motivo che potrebbe lasciare più libertà alla scelta di questi elettori è la ridotta presa dei partiti tradizionali e dei loro leader, mentre non sono da trascurare le sollecitazioni provenienti dalle difficoltà sociali del Paese, che animano pulsioni antieuropeiste e contrarie all’establishment. Quindi non bastano le indicazioni di quasi tutti i candidati sconfitti di confluire sull’ex ministro dell’economia di Hollande. Già al primo turno roccaforti socialiste e golliste, in provincia, a nord come al sud, sono confluite sul candidato del FN. Due, peraltro, non si sono ancora pronunciati: Mélencon ( 19,6 % ) antieuropeista da sinistra e il sovranista, ex gollista, Dupont, con il suo “Prima la Francia” (4,75% ). Se questi elettori dovessero in larga parte essere attratti dalla Le Pen, questa si attesterebbe oltre il 40 per cento, ottenendo un risultato politicamente significativo.

Macron rispetto alla Le Pen è ispirato da un deciso europeismo e , quindi, possiede titolo per diventare Presidente dei francesi e, probabilmente, lo sarà, in quanto il vero discrimine di queste elezioni è tra un’Europa confermata e capace di misurasi sulla scena internazionale e una Europa decadente che, invece , assista ad un rifluire nel nazionalismo, con tutti i suoi limiti, a cominciare dal rifiuto dell’Euro . Tuttavia l’esperienza storica francese non mette al sicuro il risultato per questo decisivo obbiettivo , in quanto troppe volte, proprio da Parigi, sono arrivati “rifiuti” che hanno rallentato il corso dell’integrazione europea, come nel 1955, con la bocciatura della Comunità Europea di Difesa o, ancora paggio , con la cancellazione della Costituzione europea nel referendum del 2005 dove prevalsero i no con il 55 per cento. . Emmanuel Macron dovrebbe dare un cuore al suo europeismo che non può corrispondere né agli interessi della finanza della quale è in qualche modo espressione , né dell’arido “socialismo” paramassonico di Hollande con il quale è stato ministro . Il suo essere di centro, così come viene presentato e come può definirsi il suo pur incerto posizionarsi politicamente ( Caracciolo lo ha definito “né carne, né pesce”), lo dovrebbe indurre a recuperare un po’ di quell’europeismo costituzionalista di Giscard d’Estaing o di quel ”socialismo” personalista di Jacques Delors, che tanto contribuirono ad un’Europa più solidale e integrata e dalla quale rischia di allontanarsi definitivamente. Non sarà sufficiente la conferma di una Europa misurata sull’asse franco tedesco. Quella fu la “soluzione” per il fallimento di una più adeguata idea di integrazione della politica estera e di difesa; oggi non sarebbe sufficiente di fronte al rischio della dis-integrazione. Macron sta diventando protagonista nel tempo della emarginazione dei partiti , ma anche delle culture politiche. E se non si debbono rimpiangere le ideologie che hanno contribuito a devastare il ‘900, non ci si deve rassegnare ad assistere ad una dicotomia rischiosa quella , cioè, tra il relativismo che annulla le radici dei popoli e il nuovo integralismo spinto dalla jihad che esplode in aggressioni terroriste in una Europa esitante che teme, forse oltremisura, per la sua sicurezza, ma proprio questo è significativo . Il suo capolavoro politico non si può fermare alla affermazione elettorale ottenuta in pochi mesi , forse aiutata da chi ritiene che possa rinsaldare poteri messi in discussione dalla crisi e da qualche scandalo di troppo che ha colpito Francois Fillon, colui, cioè, che avrebbe potuto essere il concorrente più insidioso, anche per la candidata del Fronte Nazionale, oltre che per la sua improvvisata prospettiva, nata dalla diaspora socialista. Il vero capolavoro politico è quello che l’attende dopo il 15 maggio e, cioè, la consapevolezza di non aver solo ricevuto il voti degli sconfitti, ma di dover accettare qualcosa di significativo di quello che essi non hanno saputo rappresentare. Anche perché , il suo essere senza partito che lo aiuta oggi , lo rende fragile di fronte alle elezioni legislative di luglio e non è detto che questa debolezza non finisca per condizionarne il decisivo test del ballottaggio . Del resto il ritorno del ruolo della politica è la questione che riguarda sia la stabilità e la rappresentatività dei sistemi democratici, sia la stessa crescita dell’Europa nel suo disegno integrativo e politico, oltre le “convenienze” e i “mercati”. Una politica non più ancella dell’economia, che ricostruisca un tessuto sociale giusto e solidale, che non distribuisca favori, ma opportunità, che sappia ritrovare le vie della stabilità e della sviluppo. Che vada oltre l’idea di una Europa come libero scambio e libera circolazione, ma che affermi, così come la pensarono i suoi “fondatori”, l’ integrazione di popoli , di culture , di civiltà, un’idea di pace e sicurezza , in un mondo che sta assistendo al ritorno della politica di potenza, economica o militare che sia. L’Europa nacque nel tempo della “guerra fredda”, ora deve affermarsi, definitivamente, nel tempo di una “terza guerra combattuta a pezzi ”. PIETRO GIUBILO

STORIE DI ECONOMIA
di Sergio Menicucci



ITALGAS. L’azienda torinese specializzata nell’attività della distribuzione del gas ha compiuto il 12 settembre 180 anni di vita. Ora è alla svolta digitale che arriverà a partire dal 2020 con la sostituzione dei contatori intelligenti. Sarà un passo in avanti perché consentiranno la rilevazione dei consumi a distanza. Il gruppo Italgas entra nell’era di Internet consolidando il terzo posto in Europa con 7,4 milioni di contatori dopo l’inglese National Grid e la francese GrDF del gruppo Engle. Da circa un anno Italgas è tornata in Borsa dove capitalizza circa 4 miliardi di euro, con l’obiettivo indicato dall’amministratore delegato Paolo Gallo di crescere ancora superando l’attuale quota di mercato che è del 34 per cento e i 1500 Comuni serviti. C’è molta concorrenza nel settore per la presenza di circa 200 operatori ma che dovrebbero scendere secondo i nuovi regolamenti a non più di 30-40. Il secondo dei quali è la rete gas dell’ex Enel che copre circa il 17 per cento. Con il piano industriale 2013 l’obiettivo è una maggiore efficienza operativa e una riduzione del costo in bolletta per le famiglie. Nella strategia di crescita l’azienda tende a servire sempre più utenze nel Mezzogiorno. Due dei 5 miliardi d’investimenti previsti nel piano per i prossimi 7 anni verranno destinati al mantenimento e al miglioramento della rete. Altri due serviranno per le acquisizioni tipo asset della spagnola Gas Natural che ha 460 mila utenze o di alcune reti locali nazionali. Una storia industriale che risale agli anni precedenti dell’Unità d’Italia. Il battesimo della Compagnia di illuminazione a Gaz per la città di Torino, scrive lo storico Valerio Castronovo, risale a fine agosto 1837 e reca la firma di banchieri francesi di Lione e di uomini d’affari torinesi. Inizialmente il gas domestico era un bene di lusso, prevalevano i camini a legna o carbone, che potevano permettersi solo le famiglie ricche. Dopo l’Unità grazie agli incentivi delle amministrazioni comunali l’azienda ha iniziato ad allargare il raggio d’azione. Negli anni di Torino capitale il primo nome di Italgas, società italiana per il gas. L’apporto di manager usciti dai Politecnici di Torino e Milano consentì lo sviluppo della tecnologia mentre sul piano economico la banca Credito italiano divenne l’azionista di riferimento. Siamo all’inizio del secolo e l’evoluzione energetica è lenta. A metà degli anni Venti assume la guida Alfredo Frassati che era stato costretto a vendere il quotidiano La Stampa. Alla vigilia del boom economico degli anni Sessanta al vertice di Italgas viene nominato il conte Paolo Thaon de Revel che era stato Ministro delle Finanze per un decennio di Mussolini. In quel momento il capitale Italgas era diviso tra tanti piccoli azionisti e nel 1966 il controllo della società passa sotto la Snam del gruppo Eni, contribuendo anche alla metanizzazione nazionale. Dopo lo scorporo torna in Borsa. Nel tempo l’attività di Italgas si è estesa da Torino fino a coprire un vasto territorio italiano. In occasione dei 150 anni di attività la società ha creato un archivio e un museo dove sono raccolti documenti, volumi, opuscoli, manifesti riguardanti la storia della evoluzione della distribuzione del gas nelle abitazioni italiane. Per avere una visione della galoppata di quasi due secoli c’è il libro di Castronovo, edito da Laterza, intitolato “ Luce, colore, energia: 180 anni di Italgas”.


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