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2016 [stampa]
Conferenza tenuta da Pietro Giubilo presso la Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis il 12 gennaio 2016 ROMA , SUO CARATTERE UNIVERSALE E LE SFIDE DI OGGI
Non sarà possibile nel breve tempo di questa comunicazione approfondire come sarebbe necessario, storicamente e politicamente, l’origine dei “mali” di Roma e la condizione attuale. Cercherò , invece, di fornire la chiave logica con la quale comprendere come si è giunti fino ad oggi. Tenterò di evidenziare il carattere particolare della Città e il suo evolversi.

Un “supplemento d’anima”

Un auspicio , autorevole, verso questa comprensione , insieme ad una analisi necessaria , è recentemente giunto dalla “lettera alla Città” del Cardinale Vallini. Il Cardinale Vicario ha usato parole forti : “Oggi Roma è afflitta da varie malattie che hanno indebolito il tessuto sociale e le stesse istituzioni”; ma anche diagnosi approfondite e coraggiose che nella presentazione a San Giovanni hanno avuto espressioni ancora più incisive: “ La spinta morale - ha detto Vallini – non sembra più avere rilevanza pubblica . Tutto ciò ha una radice nella preponderanza della cultura illuminista, radicale, secolarizzata. Vi è l’idea di una libertà autoreferenziale con una cultura tecnica sempre più lontana da una sana visione antropologica. E’ una cultura incompleta che taglia alcune sorgenti ideali , della cultura e della storia”. Nella conclusione il Cardinale ha parlato della “vocazione” di Roma per il cui svolgimento occorrerebbe un “supplemento d’anima”.

Roma “universale”

Da questi riferimenti ho preso lo spunto per comprendere la questione di Roma ,partendo da un primo concetto : il suo carattere universale. Andreotti nella sua “Piccola storia di Roma” aggiunge agli argomenti a cui accenneremo, una considerazione solo apparentemente banale : “ L’accoglienza indiscussa , dopo tanti secoli, a un papa non italiano sta a dimostrare il carattere veramente universale di Roma e del suo popolo”. Di questa specificità della Città ne abbiamo avuto cognizione anche attraverso gli scritti e le parole di don Ennio sulla presenza degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e nella pubblicazione sul confronto religioso nella Città. L’universalità romana si innesta e si scioglie in quella cristiana. La “donazione di Costantino” suggella questo passaggio per Roma. Ciò è dimostrato anche dalla sovrapposizione e sostituzione dei templi e degli edifici romani con quelli cristiani. Le porte della Basilica di San Giovanni sono quelle che appartennero al Senato romano. E’ l’essere Chiesa cattolica, apostolica, romana a imprimere alla Città un carattere indelebile. Nei secoli successivi anche la Roma medievale e rinascimentale conferma questa “vocazione” . Nelle lunghe e, a volte, difficili vicende della Città, dai saccheggi e le umiliazioni a seguito della caduta dell’Impero , fino alla conquista della Città da parte delle truppe sabaude, permane questo carattere. Esso non viene meno nel periodo medievale che anche il Gregorovius, ingiustamente, descrisse come ”i secoli bui” o quando - nel 1143 – durante il pontificato di Innocenzo II, sepolto in Santa Maria in Trastevere, avvenne una rivolta popolare con la quale nacque un nuovo istituto che prese il nome antico di Senato. Quelle vicende diedero il via ad una lunga controversia tra il papato e il nuovo Senato che terminò solo nel maggio del 1188, durante la quale si ebbe la tragica fine di Papa Lucio II, già Cardinale di Santa Croce in Gerusalemme, che , recatosi in Campidoglio , rimase ucciso colpito in pieno da una pietra. L’accordo del 1188 stabilì un compromesso con il quale il Senato riconobbe la sovranità del Papa, impegnandosi al giuramento di fedeltà da rinnovare ogni anno e restituendo i beni sottratti alla Chiesa. Il Papa , a sua volta, concesse ai cittadini l’autonomia comunale - questo organismo si chiamò SPQR adottando i colori dell’antico Impero ( porpora e oro ) - , contributi finanziari, elargendo una cospicua somma per la riparazione delle mura ed altre strutture della città.

Non venne mai meno la prerogativa papale di nomina del Senatore di Roma ( così era chiamata la guida del Campidoglio ). Anche nel periodo “avignonese” i cittadini romani continuarono a considerare il loro Senatore come il simbolo - anche se solo nominale – della loro autonomia comunale. A questo proposito mi piace segnalare un aspetto di carattere urbanistico che rende evidente il ruolo della Chiesa nella stessa organizzazione della Città. Mi riferisco alla visione urbanistica di Domenico Fontana che, sotto il pontificato di Sisto V , nei primi anni del 1500, approntò un vero e proprio Piano Regolatore . Con esso i romani - che vivevano accalcati nella grande ansa del Tevere – venivano esortati a rioccupare le parti alte della Città che venivano servite da acque salubri dell’Acquedotto Felice. Questo “piano” era basato su di un tracciato “stellare” di grandi arterie dritte che congiungevano S. Maria Maggiore alla Trinità dei Monti, a San Giovanni in Laterano , a Santa Croce e a San Lorenzo , al Foro Traiano e a Santa Susanna. Gli obelischi delle piazze di San Pietro, di San Giovanni, di Santa Maria Maggiore e del Popolo, allora elevati da quel Pontefice ad opera sempre di Domenico Fontana , segnavano e segnano tuttora come delle mete o dei fulcri per lo sviluppo cittadino. Le linee urbanistiche di Sisto V continuarono ad operare nel ‘600 e nel ‘700 contribuendo a risanare la Città e a imprimerle uno sviluppo anche in termini di crescita demografica.

Roma Capitale: il “proposito cosmopolita”

Un mutamento radicale di questa condizione avvenne con il passaggio della Città a Capitale del nuovo Stato. Esso fu preceduto dalla Repubblica napoleonica del 1798 e da quella del 1849 per il diffondersi delle idee illuministe. E’ noto il “proposito cosmopolita” con il quale l’Italia andò a Roma . Alla domanda di Mommsen su quali principi di valore universale l’Italia si recasse a Roma, Quintino Sella rispose con il “messaggio del secolo”: la scienza. All’idea universale si intendeva sostituire un’idea gnostica. Il monumento simbolo di questo patriottismo fu l’edificazione dell’altare della Patria, con il suo pesante e sincretistico simbolismo che “nascose” l’Ara Coeli e il Campidoglio. L’operazione urbanistica che più rese l’idea di una sostituzione della “pianta “ della Città fondata sugli edifici ecclesiastici fu l’urbanizzazione dei Prati di Castello. Accanto al Vaticano l’affermazione della “terza Roma” che recasse “una luce di libero pensiero” avvenne con la creazione di un quartiere nel quale nessuna delle grandi arterie avrebbe permesso la visione della Cupola di San Pietro. Infine, un segno delle tensioni anticattoliche fu l’episodio, nel luglio del 1891, che vide il tentativo di gettare la salma di Pio IX al Tevere durante la sua traslazione dal Vaticano a San Lorenzo, con una masnada di anticlericali armati di bastoni. In sintesi comincia a stravolgersi quel clima sociale della Città che Silvio Negro - un giornalista che lavorò negli anni 40 e 50 al Corriere della Sera – descrisse come ”metropoli paesana” e che tanti autori ottocenteschi tratteggiavano come un “sentirsi a casa propria”. Gregorovius registrò questo mutamento nei suoi diari descrivendolo così: “ Roma ha perduto il suo incanto” . Del resto Massimo d’Azeglio lo aveva detto: “ Roma non è fatta per essere la Capitale d’Italia. Essa appartiene all’universo . Come eredità del passato , Roma è troppo grande per l’Italia ; rischia di diventare una capitale retorica; rischia di suscitare negli italiani , con i suoi ricordi sproporzionati alla misura della Nazione, una pericolosa ebbrezza … La mania di salire in Campidoglio rischia di convertirsi in mania di grandezza. Si lasci a Roma il suo significato universale. Ridotta a Capitale d’Italia , Roma si immiserisce”. Il passaggio – come descrive in un libro attuale e ricco di notazioni originali Armando Ravaglioli ( La Capitale incompiuta, Edizioni SugarCo, Roma 1987 ) - da metropoli del mondo a Capitale d’Italia comporta un pesante costo in termini di valori urbani e di presenza sociale cattolica. Di pari passo vengono eliminati orti e parchi che caratterizzavano la Città – si pensi alla sola Villa Ludovisi sostituita da un quartiere intensivo – mentre avviene la soppressione delle corporazioni religiose nel 1873, avviando un grande processo di secolarizzazione dei beni ecclesiastici che vennero inglobati nel patrimonio statale. Speculazione fondiaria e confisca dei beni destinati alla assistenza dei poveri andarono di pari passo. Della soppressione delle case religiose di Roma ( 134 su 221 ) ne soffrirono non solo gli stessi religiosi ( 60 per cento), ma anche i cittadini poiché tali istituzioni svolgevano una grande attività di assistenza e beneficienza, come di istruzione. Un solo dato: la scolarizzazione primaria , grazie alla capillare presenza educativa delle istituzioni religiose, era estesa nella Roma pontificia e l’alfabetizzazione diffusa, con valori di analfabetismo in città -42 per cento al censimento del 1871 – tra i più bassi dell’intero Paese ( Vittorio Vidotto, Roma contemporanea, Laterza, 2001 ).

“Carattere sacro della Città Eterna”

Un altro importante mutamento storico avviene – per la Città – con l’avvento del fascismo e , soprattutto con i patti lateranensi. Tali accordi, tra gli altri aspetti positivi , all’articolo 1 comma 2 dichiaravano: “ in considerazione del carattere sacro della Città Eterna, sede vescovile del Sommo Pontefice , centro del mondo cattolico e metà di pellegrinaggi , il Governo italiano avrà cura di impedire in Roma tutto ciò che possa essere in contrasto con detto carattere”. Con il fascismo la ricostruzione e la tutela del carattere universale della Città, tuttavia, avviane , per la caratteristica ideologica e totalitaria con una sovrapposizione. Come l’elemento nazionalistico aveva a Porta Pia superato l’aspetto cattolico , così nel fascismo questi contese con l’elemento della romanità imperiale . Non solo lo testimoniano gli scavi che misero alla luce le testimonianze dell’antica Roma ( via dell’Impero ) , ma ciò è dimostrato dall’ultima grande opera - incompiuta - del ventennio : l’Esposizione del 1942 nella quale si ergono prospetticamente il neoclassico Palazzo della Civiltà e del Lavoro e la chiesa dei Santi Pietro e Paolo . Più volte lo steso Mussolini assimilò l’universalità romana a quella cristiana . Di questo avviso , peraltro, erano anche importanti settori del mondo cattolico del tempo. Un esempio fu il gesuita Padre Paolo Tacchi Venturi e il confronto che venne avviato con Arnaldo Mussolini con la sua scuola di mistica fascista . Vedi anche il Cardinale Schuster di Milano. Accanto ad importanti elementi strutturali positivi e interessanti , avviene anche l’espandersi di un periferia con forti elementi di degrado, ove finirono gli abitanti delle zone oggetto degli scavi, fenomeno che si svilupperà ancora più nel dopoguerra con caratteristiche di abusivismo assai marcate.

A Roma furono risparmiate solo in parte le tragedie degli eventi bellici. L’intervento dell’autorità morale del Pontefice che invocò il rispetto dovuto per il suo carattere universale, tuttavia, non riuscì ad evitare il rastrellamento e la deportazione di numerosi abitanti ebrei del Ghetto, il bombardamento di San Lorenzo - con l’intervento di Pio XII a consolare le vittime - e la rappresaglia tedesca all’attentato gappista di via Rasella deciso dalla direzione clandestina del PCI, tra i più tragici avvenimenti della Città nella fasi decisive del conflitto. Come ricorda Andreotti il giorno seguente l’entrata delle truppe alleate nella Città – avvenuto il 4 giugno del 1944 – una gran folla accorse in piazza San Pietro salutando nel Papa il defensor urbis , il “difensore della città”. Negli anni difficili del conflitto la popolazione romana mantenne una forte coesione sociale ed un adeguato senso di solidarietà, testimoniato da tanti episodi .

I tentativi di un “innovamento religioso”

Dopo la fine della guerra e le elezioni politiche generali del 1948 data la particolare situazione delle forze politiche che si presentò con il confronto decisivo tra la DC e il blocco delle sinistre , si sviluppò, per le elezioni municipali del 1952, un tentativo che avrebbe potuto essere guidato da un illustre protagonista dell’impegno politico dei cattolici , don Luigi Sturzo, e che ipotizzava una alleanza che avrebbe messo insieme tutte quelle forze politiche che si opponevano alla possibile vittoria delle sinistre . Più che questo progetto politico, sostanzialmente contrastato da De Gasperi, è interessante rammentare il contesto di fermento cattolico che animò la Città. Già all’indomani del 18 aprile del ’48, padre Lombardi intervenne alla consacrazione di Roma al Sacro Cuore “ alla presenza – rammenta Andrea Riccardi - di una folla calcolata dalla 300 mila alle 500 mila persone, accalcata attorno al Campidoglio”. Il sindaco Salvatore Rebecchini , presente con tutta la Giunta, lesse la formula di consacrazione. Sono gli anni nei quali Pio XII e il Vicariato e gran parte dell’associazionismo cattolico tentano uno sforzo comune per il rinnovamento religioso e civile della Città. L’indirizzo lo aveva dato il Papa sin dal radiomessaggio per il Natale del 1945 per il quale l’Urbe avrebbe dovuto rappresentare un “faro” ed un modello di civiltà : “ In tal modo – diceva – Roma apparirà veramente come la Città Eterna , la Città universale, la Città Caput Mundi, l’Urbs per eccellenza, la Città di cui tutti sono cittadini , la Città sede del Vicario di Cristo, verso la quale si volgono gli sguardi del mondo cattolico” ( citato in Luigi De Rosa Roma del duemila, Laterza, 1999 ). “ Il progetto – scrive Riccardi ( Roma Città Sacra ? , Vita e Pensiero, 1979 ) - era grandioso e si sviluppava in un momento di crisi internazionale: l’idea di un rinnovamento religioso e civile che partisse da Roma e da qui si irradiasse nel mondo aprendo una nuova via di convivenza sociale, prevalse su dubbi e resistenze”. Il progetto di Pio XII incontrò molte resistenze e, forse, un interessato scetticismo di carattere internazionale e tuttavia Roma nel decennio tra il 1950 e il 1960 ebbe uno sviluppo tra i più importanti della sua storia urbana. Esso iniziò, non a caso, con il Giubileo e terminò con le Olimpiadi, due eventi di carattere internazionale che richiamarono a Roma migliaia di persone,e che, soprattutto , consentirono di varare importanti opere pubbliche: di viabilità ( via Colombo e via Olimpica ), la via della conciliazione, nuove arterie di viabilità, nuove organizzazioni di quartieri , tra tutti l’Eur che era stato progettato e iniziato per l’Esposizione dl 1942 e che , comunque , divenne il più importante quartiere direzionale della Città.

Gli anni ’60 e il Piano Regolatore

Negli anni ’60 si consolidò nella Città l’impegno per una sua qualificazione urbanistica. Sono gli anni dell’approvazione del PRG del 1962-65 che apporta alcune importanti novità: dalla riaggregazione delle funzioni urbane con la previsione del Sistema Direzionale Orientale ( SDO ) che avrebbe decentrato la direzionalità pubblica e privata e liberato il centro storico , alla salvaguardia integrale del centro storico ; dall’avvio del decentramento amministrativo , alla destinazione a Parco pubblico dell’area dell’Appia Antica . Fino ad una innovazione che vedeva Roma protagonista : la previsione di un piano intercomunale , una sorta di visione metropolitana della città per coordinarne insieme lo sviluppo . Proprio in quegli anni avviene un’ altra grande novità: la visita del Papa in Campidoglio . Erano secoli che ciò non avveniva. Paolo VI viene accolto dal sindaco Amerigo Petrucci a testimonianza che Il passaggio della guida della Città dalle personalità espressione del notabilato romano a quelle della classe dirigente politica della DC non cambia il rapporto tra la Chiesa e il Campidoglio che rimane di forte assonanza. Sono gli anni nei quali si invoca l’approvazione di una legge speciale per Roma che, però vedrà la luce solo nel 1991. E’ la cornice che potrebbe contribuire a risolvere i grandi nodi irrisolti della Città e del suo sviluppo, poiché Roma risulta carente di risorse e, soprattutto di normative - peraltro caratterizzanti tutte le amministrazioni delle città capitali in Europa e non solo – che si rendono necessarie proprio per le sue complesse funzioni . Invece sono gli anni nei quali il quadro normativo – che era quello di tutti i comuni italiani - e finanziario in cui si lascia la Città, produrrà quel ritardo e quella compromissione che ne condizioneranno tutto il suo sviluppo futuro. Non si potrà procedere ad una politica di attuazione del PRG e delle sue previsioni, né si avrà un vero decentramento che verrà attuato, solo parzialmente , in seguito.

Instabilità politica e crisi della Città

Con la fine della consigliatura di Amerigo Petrucci e la realizzazione di una instabile alleanza di centrosinistra, poi di un monocolore democristiano ( Clelio Darida ) , la Città abbandona i grandi disegni e vede frenare il suo sviluppo. I costruttori romani non potendo attuare l’edilizia legale – sono ferme le convenzioni edilizie - si riversano nelle borgate. L’Edilizia economica e popolare non tiene il passo necessario per una adeguata offerta pubblica di alloggi necessaria all’incremento della popolazione romana , soprattutto proveniente dal sud e dallo stesso hinterland laziale. Anche le grandi opere infrastrutturali segnano il passo, soprattutto quelle della mobilità pubblica. Mentre l’Italia negli anni ‘60 si doterà della più avanzata rete di autostrade , le sue città non si adegueranno con le necessarie reti metropolitane all’incremento della motorizzazione e di questo ne soffrirà soprattutto Roma che quando ne riprenderà i programmi, sarà più complesso e costoso realizzarli. Si mette mano al sistema della depurazione ambientale, ma sarà del tutto insufficiente a seguire il vertiginoso sviluppo dell’edilizia “spontanea”, cioè abusiva . Quando , come si vedrà, si attueranno i programmi di recupero delle borgate ciò avverrà ad un costo proibitivo che peserà in modo determinante sui bilanci della Città. La Chiesa nel febbraio del 1974 denuncia il degrado che ha investito la Città con il convegno sui mali di Roma. In fondo anche questo è un modo per difendere il carattere universale della Città, svolto soprattutto sul piano sociologico ( la relazione principale venne tenuta da De Rita ): la particolarità , cioè la sua pretesa di essere città universale viene, però, tradotta nella affermazione della necessità di dotarla di sevizi, di partecipazione, di soluzioni per il disagio sociale . Le “ aspettative di carità e giustizia dei cristiani” , così si chiamò il convegno, vide protagonista il Vicariato e don Luigi Di Liegro .

Le borgate e il Campidoglio

Quell’evento che nelle intenzioni avrebbe dovuto sospingere i cattolici ad un più incisivo impegno sociale e politico, ebbe, indirettamente , invece , l’effetto di spianare la strada alla conquista del Campidoglio da parte del PCI che portò a sindaco prima un uomo di studi come il professore Argan e poi Petroselli , dirigente del Partito. Qual’era il significato di questo passaggio ? La borgate con i loro problemi irrisolti o tardivamente affrontati ( il primo piano di recupero delle borgate lo sviluppò l’ACEA a conduzione democristiana ) avevano “conquistato” il Campidoglio. Non era l’affermazione di “carità e giustizia” , ma la vittoria “classista” delle borgate nella Città che in quegli anni Franco Ferrarotti definiva una ”fabbrica”. L’idea di Città della sinistra si completò in due aspetti : nella realizzazione di Piani di Edilizia Economica e Popolare di dimensioni abnormi ( Tor Bella Monaca, Laurentino ’38, Fidene e Castelgiubileo ). Peraltro già nei primi anni ’70 la sinistra dc - assessore Cabras – aveva affidato ad architetti di sinistra il progetto di Corviale . Questi programmi vennero realizzati con un accordo con i costruttori romani, sempre pronti a salire sul carro dei vincitori - al centro la lega delle cooperative – ( il cosiddetto “patto del mattone” ) . L’altro elemento caratterizzante fu la trasformazione in area archeologica della via dei fori imperiali , con il grande progetto del parco archeologico dei Fori . La “romanità” mussoliniana finiva nell’archeologia museale. Mancò alle giunte di sinistra una visione quantomeno moderna dello sviluppo di Roma : i nuovi quartieri di edilizia privata vennero in parte pensati come ”ricucitura” delle borgate abusive ; venne abbandonato il progetto del Sistema Direzionale Orientale che si sarebbe dovuto realizzare ad est , cioè nella parte più devastata dall’abusivismo; il Piano Regolatore, paradossalmente, rappresentò ciò che non doveva essere fatto, mentre si espande tutto ciò che lo derogava ;si fermò il decentramento amministrativo che, addirittura, nell’amministrazione precedente, era stato coinvolto nella procedure per le varianti al PRG – al PCI erano sufficienti i comitati di quartiere - ; si espresse una ridotta attenzione ai problemi del centro storico impegnando , invece, tutte le risorse sulla realizzazione dei sistemi di smaltimento della acque; si trascurarono le soluzioni strutturali della mobilità pubblica e privata ( arterie tangenziali, parcheggi, metropolitana). Roma tendeva a diventare una immensa periferia .

Ritorna la DC

E’ evidente che queste carenze avrebbero condotto al fallimento la giunta di sinistra che cadde sulle nevicate dell’inverno 1984-85. Le successive giunte basate sull’accordo tra DC e PSI ( Signorello, Giubilo, Carraro ) tentarono di ripristinare una visione complessiva della Città. Si torna a lavorare per le grandi infrastrutture : innanzitutto lo SDO – questo segno tentato e mai raggiunto di modernizzazione di Roma – arrivando ad affidare la progettazione alle imprese guidate da Italstat e che vede coinvolti Tange , Cassese e Scimemi, quanto di più qualificato sul piano internazionale ; vengono drasticamente ridimensionate le volumetrie dei piani di edilizia economica e popolare, creando quartieri a dimensione più vivibile; si individuano le aree ove localizzare 15 parcheggi sotterranei nell’area centrale; si approva il progetto e l’inizio dei lavori per il prolungamento della linea A della metropolitana fino a Primavalle, verrà inaugurata da Rutelli ; ritornano i mezzi su rotaia di superficie ; su sollecitazione della DC romana il Parlamento approverà finalmente una legge per Roma Capitale che prevederà un programma da approvare in Consiglio dei ministri elaborato da una commissione formata dalle tre istituzioni Comune, Provincia, Regione e con un apposito Ufficio presso la Presidenza dl consiglio dei Ministri . Le procedure attuative potranno avvalersi delle conferenze dei servizi , cioè di una accelerazione delle procedure che vengono utilizzate , per la prima volta, in occasione delle opere per i mondiali di calcio del’90. Sembrano riaffacciarsi le speranze per un nuovo tempo per la Città attraverso una consapevolezza ritrovata da parte dello Stato per la sua Capitale. Si tenta di far passare l’idea che Roma non doveva ricevere finanziamenti e realizzare opere solo in occasione dei grandi eventi ( olimpiadi, giubileo, mondiali di calcio), ma occorreva che venisse dotata di risorse e procedure speciali per il fatto stesso di essere Capitale sempre e non solo in occasioni di carattere internazionale. La questione istituzionale della Città era , appunto, quella di possedere uno statuto speciale. Negli anni successivi si parlò di Città Regione con poteri legislativi e di programmazione, tuttavia non se ne sarebbe fatto nulla e rimane una questione aperta da affrontare e risolvere. Ancora abbastanza recentemente a febbraio 2011 perfino monsignor Georg Ganswein, segretario di Benedetto XVI, in un articolo su Avvenire, richiese per Roma uno “statuto speciale”.

Ritornano le sinistre: prevalgono gli interessi

Le ricorrenti difficoltà dei rapporti politici tra DC e PSI crearono problemi politici e l’emergere di una scarsa tenuta morale e legale della classe politica e amministrativa faranno il resto. Cominciano nei primi anni ’90 gli arresti che spingono su quel piano inclinato verso il quale si indirizza la politica romana. La sinistra ritorna alla guida del Campidoglio in un periodo non breve dal 1992 al 2008, avvalendosi della stabilità prodotta della nuova legge che prevede la elezione diretta del sindaco .Queste giunte sembrano rinverdire quel “patto del mattone” che aveva caratterizzato la giunta Petroselli , nel senso che Roma vede un grande sviluppo degli interventi di edilizia . Il motore amministrativo di questo sviluppo è rappresentato da una innovazione normativa – non una legge – contenuta solo nelle norme tecniche di una ennesima variante di Piano Regolatore. E’ ancora vigente quello del 1962,dopo 40 anni nessuno ne ha ancora approvato un altro. E’ l’esplosione della cosiddetta “urbanistica contrattata” con la quale verranno realizzate qualche decina di milioni di metri cubi di edificazione , spesso in deroga alle tutele paesaggistiche. In sostanza e in sintesi vengono approvati i progetti presentati dai privati e con essi le relative varianti di piano. Si moltiplicano le compensazioni cioè l’indiscriminato spostamento di cubature sempre su proposta dei privati costruttori . Il disegno della Città passa dal consiglio comunale agli interessi e ai programmi delle imprese . Il tutto avviene sotto lo slogan del “pianificar facendo”. Se il Comune abdica al suo ruolo di indirizzo politico e amministrativo , ciò viene apprezzato da gran parte della stampa legata alle imprese coinvolte poiché nel frattempo, a Roma e non solo, le grandi imprese diventano editori dei giornali per realizzare quel capitalismo di relazione che rappresenta un degrado ed una influenza sulla opinione pubblica e sulle stesse forze politiche, ormai sempre meno autorevoli e indipendenti . Poche voci e isolate si levano a denunciare questo indirizzo ; ne citiamo due: i professori Pietro Samperi presidente dei tecnici cattolici ( UCI Tecnici ) e Sandro Berdini a sinistra del PCI, PDS, DS PD che viene attaccato dai suoi ex compagni. L’intellighenzia urbanistica della sinistra “istituzionale” tace, anch’essa è al servizio dei privati incassando progettazioni e consulenze ben pagate. La motivazione di questo indirizzo urbanistico è banale e fuorviante, ma si accompagna all’abbandono da parte dello Stato di un politica per Roma , dopo le speranze accese all’inizio degli anni ’90. Il combinato disposto è davvero imbarazzante: lo Stato chiude i rubinetti dei finanziamenti ed allora l’ amministrazione comunale concede ai privati una deregulation per avere risorse. La Città si espande a macchia d’olio . Il PRG approvato al termine del secondo mandato di Veltroni nel 2008 non solo rappresenta il recepimento di ciò che si è andato autorizzando negli anni precedenti, ma distribuisce in un policentrismo urbanistico quella che era stata la linea di una riaggregazione strategica delle funzioni direzionali . Il progetto SDO al quale hanno lavorato intelligenze di valore e prestigio internazionale viene messo nel cassetto e cancellato per sempre.

Come era prevedibile la Città piomba nel caos. L’allargamento a macchia l’olio senza infrastrutture accentua i problemi della mobilità e dell’inquinamento. Rutelli si vanterà di un opera per il Giubileo del 2000 non realizzata dal comune : il parcheggio Vaticano; Il nuovo progetto per la linea C della metropolitana ritarda e incontra problemi irrisolvibili e vede cancellate le più importanti stazioni nel centro storico. Un esempio del caos urbanistico sono la diffusione senza programmazione dei centri commerciali che addirittura sostituiscono nelle zone dove vengono autorizzati in variante al PRG, le previsioni urbanistiche come ad esempio all’EUR ( Euroma 2 ) dove , insieme a pezzi di direzionalità e residenze, sostituisce i servizi di quartiere e a viale Jonio al posto di un Centro Merci che avrebbe impedito l’ingresso in Città dei TIR. Invece di realizzare infrastrutture ci si orienta su limitazioni del traffico,peraltro inidonee e poco controllabili . Salta il Piano Parcheggi che avrebbe consegnato migliaia di posti sosta nel centro storico senza alcuna spesa per il Comune, se ne realizzerà solo uno a piazza Cavour dopo 20 anni. Si accumulano ritardi nell’organizzare un sistema moderno di smaltimento dei rifiuti , arrivando addirittura ad esportarli : quello che per Roma è un costo per gli altri paesi è una risorsa. L’edilizia economica e popolare punta su varianti del vecchio piano approvato dalle giunte Signorello e Giubilo e si va avanti con decine e decine di varianti sempre ridimensionate e smentite, mentre non si percorre la strada di collegarle ed allacciarle ai programma di insediamenti privati , in percentuale, come avviene in altre città italiane. Roma diventa anche una Città incompiuta . Il suo quartiere più moderno - l’asse Cristoforo Colombo Eur – ristagna di abbandoni e di opere dai cantieri infiniti: dalla struttura espositiva dell’ex Fiera al Luneur, dall’ ex Velodromo all’Acquario sotto il laghetto; dall’ex ministero delle finanze, alla “nuvola” di Fuxas costosa e inadeguata in termini di strutture residenziali e parcheggi. Nella stessa piazza dei navigatori è sorto un ecomostro senza il contesto previsto dalle autorizzazioni rilasciate con molta spigliatezza. C’è un’altra prova della inconsapevolezza della Città a rappresentare una specificità: la gestione fallimentare degli enti espositivi. E’ incredibile come a Roma non si riescano a gestire spazi espositivi e congressuali senza produrre deficit.

Il “modello Roma” di Veltroni , come quello di Rutelli, non si ferma alla disponibilità verso gli interessi forti del mondo imprenditoriale , ma, per ragioni politiche, nasconde sotto il tappeto la polvere più sporca: l’inserimento , con la copertura politica, delle cooperative aderenti alla Lega delle coop per i servizi di assistenza agli immigrati e ai nomadi. E non solo . Il suo Capo di Gabinetto si rivelerà l’erogatore delle assegnazioni di immigrati . L’assistenza a queste categorie diventa l’affare , definito dai suoi protagonisti , che “rende più della droga”. Un personaggio assai inquietante per i suoi trascorsi criminali - aveva ucciso il suo complice con 35 coltellate – viene politicamente veicolato fino diventare il responsabile dell’impresa cooperativa con il maggior fatturato del centro sud soprattutto per gli appalti concessi a trattativa privata su Roma che vengono rinnovati di anno in anno ed ampliati in vari settori ( manutenzione e verde ).

Una parentesi inadeguata

La giunta Alemanno che succede a Veltroni si presenta con l’idea apprezzabile di ricostruire l’”identità” di Roma. Ma a parte alcune iniziative verso gli enti culturali e sulle “memorie” della Città o l’importante visita di Benedetto XVI in Campidoglio non si va oltre. Alemanno , poi, compie il grave errore di non rompere con la consuetudine dell’affidamento ai privati del disegno della Città e neppure di rivedere tante iniziative sbagliate , costose e di complessa realizzazione. Ancora più grave: non interviene per fermare gli affidamenti alle cooperative che verranno poi indagate per attività mafiosa forse con l’idea, sbagliata, di poter ammorbidire l’opposizione del PD. Anche la selezione della classe amministrativa appare del tutto inadeguata. Insomma la maggioranza di centrodestra e il sindaco Alemanno votati per interrompere la lunga fase di governo delle sinistre finiscono per essere avviluppati nelle logiche portate avanti dalla sinistra. E’ forse il segno di una debolezza politica e culturale. Si sarebbe dovuto cogliere l’occasione del successo a Roma per riaffermare il carattere particolare della Città . Certo si tratta degli anni nei quali nasce la crisi economica internazionale e si fanno più severi i criteri di controllo dei bilanci e, di conseguenza, più difficile trovare le risorse necessarie che, peraltro, erano state oltre misura impegnate dalle giunte di sinistra – un “buco” di oltre 12 miliardi - che il nuovo sindaco dovette coprire , tuttavia la presenza di personaggi inadeguati a cui vengono affidate responsabilità amministrative produce un clientelismo di basso profilo, spesso sin troppo evidente. Non che le giunte di sinistra non avessero alimentato la loro rete di interessi , ma ciò era stato fatto con la nota capacità di dissimulazione e avvantaggiandosi dell’occhio distratto di media e delle istituzioni competenti. Alemanno oltre i suoi stessi errori ha pagato anche il prezzo di una opposizione dei grandi gruppi che invocavano il ritorno della sinistra perché si sentivano assai più garantiti nel portare avanti i loro progetti ed i loro interessi.

Il ”disastro”

Le vicende della breve consigliatura di Marino registrano – a prescindere da responsabilità specifiche del Sindaco - il punto di arrivo della crisi politica e morale del Pd e l’assenza di amministrazione come mai era avvenuto nella storia della Città. La corruzione, a differenza delle precedenti vicende di illegalità che avevano riguardato settori legati agli appalti ed alle concessioni edilizie, si è diffusa a partire da attività di tipo assistenziale e di manutenzione ordinaria, segnando un ulteriore degrado. Lo scandalo delle cooperative è stato devastante per il terzo settore che avrebbe dovuto agire con finalità di tipo assistenziale o, addirittura, volontaristico. Si è trattato di un abbassamento della moralità e della legalità pubblica . Per mesi si è assistito, mentre andavano intensificando le indagini della procura, ad una attività pressoché del tutto “virtuale” del Sindaco, con l’invito surreale in una condizione disastrosa del traffico e nella mancanza di piste ciclabili di servirsi della bicicletta; con una apparente ed inutile pedonalizzazione di via dei fori imperiali; con la possibilità, poi annullata, di registrare le nozze delle coppie gay contratte all’estero. Il quadro che è emerso è devastante: ostentazione del ruolo sociale della criminalità organizzata con i funerali di Casamonica; insofferenza, disagi e scontri nelle periferie che si vedono gravate, oltre l’insufficiente urbanizzazione, della localizzazione di campi nomadi e strutture di accoglienza per immigrati; inefficienza dei mezzi pubblici; incremento delle tariffe per i servizi scolastici ; aumento delle tasse locali sono l’altra faccia di una amministrazione nelle mani del malaffare che aveva a libro paga assessori, funzionari, consiglieri comunali . E’il punto più basso raggiunto dall’amministrazione romana – il primo processo che la vede coinvolta con l’accusa di mafia - che mostra il fallimento non solo e non tanto del sindaco Marino , ma certamente del PD, senza che , purtroppo, si palesi una alternativa per le difficoltà politiche della destra , mentre il movimento 5 stelle appare inadeguato ad assumere la responsabilità politica e amministrativa di una città complessa come Roma.

L’”appello” del Cardinale

In questo quadro desolante, l’”appello” del Cardinale Vallini , a pochi giorni dall’inizio del Giubileo, del quale abbiamo accennato all’inizio, rappresenta una svolta quasi “provvidenziale” . Nel suo intervento il Cardinale riapre nei termini più complessivi la questione della Città: “la crisi di Roma - scrive la rivista Civiltà Cattolica in un ampio articolo dedicato all’evento nella Basilica di San Giovanni - rivesta anche un valore simbolico e tocca l’intero Paese “. Ritorna la consapevolezza che i problemi di Roma si devono affrontare innanzitutto ripartendo dall’idea centrale del suo carattere universale. Roma richiede, come dice il Cardinale “un supplemento d’anima per essere all’altezza della sua vocazione e delle nostre attese di speranza”, “rendere reciproca la Città, più attiva, più partecipe, più unita”. In sostanza si tratta di ricostruire il senso civico e la rappresentanza . Civiltà Cattolica entra anche nello specifico : “ dal punto di vista politico è urgente una riflessione sia sulla natura dei partiti politici che governano la Città, ridotti a comitati elettorali o a gestione di affari , sia sul debole strumento delle primarie “. La critica è riferita anche all’idea della personalizzazione della politica. Ed a proposito dei cattolici “non si devono porre il problema del dove stare - il voto del mondo cattolico anche nella città di Roma, è ripartito ormai tra tutte le forze politiche - ma su come formarsi e cosa fare. E così che le parrocchie , diocesi, movimenti, che per anni hanno delegato ad altri la formazione politica, possono tornare a farsene carico come nuova missione”. “La scommessa della chiesa di Roma [è] sulla dimensione prepolitica [e] ha il fine di stimolare e proporre ai partiti la soluzione dei problemi , l’organizzazione di forme di controllo , l’attuazione dei progetti concreti “.

Cinque “sfide” per Roma

Andando alla conclusione qualche riflessione sulle cinque “sfide” indicate dal Cardinale Vallini . La prima è quella contro “le vecchie e nuove povertà che colpiscono famiglie, anziani soli e disoccupati”, mettendo al centro “la ricostruzione del fondamento antropologico ed etico su cui si basano le relazioni all’interno della città”. Oltre ai necessari interventi assistenziali, poiché la povertà non ha solo un aspetto legato alla disoccupazione, ma inerisce anche alla estromissione ( lo “scarto” di Papa Francesco ) e, soprattutto, la riaffermazione di un nuovo senso civico; si richiede un programma di sviluppo per Roma che sia conforme alla sua vocazione di centro internazionale sia culturale che religioso e , quindi, turistico , ma anche come ”vetrina” di eventi destinati a coinvolgere la comunità internazionale . Roma non ha mai realmente usufruito in modo sistematico – spesso invece solo occasionalmente - di questo suo carattere che ne può costituire la spinta dello sviluppo . La seconda sfida è quella dell’accoglienza e della integrazione. Roma è sempre stata un punto di arrivo di grandi fenomeni di transito o di immigrazione che hanno arricchito la Città senza produrre quei fenomeni di alienazione caratteristici delle metropoli odierne. Roma ha sempre accolto e integrato tutti per la sua caratteristica universale . Occorre a questo proposito evitare gli effetti dannosi di un certo multiculturalismo che impedisce il dialogo tra le culture e crea separatezza, come ha recentemente analizzato il professor Pierpaolo Donati in alcuni scritti critici affermando che “il multiculturalismo ha generato effetti più negativi che positivi.

Ha creato frammentazione della società, separatezza delle minoranze, relativismo culturale nella sfera pubblica” ( Pierpaolo Donati, Oltre il multiculturalismo, Laterza, 2008 ). La terza sfida indicata dal Cardinal Vallini riguarda l’educazione , precisando che “la scuola , l’università e gli enti di formazione professionale , così numerosi a Roma” debbono porre “al centro del processo educativo delle nuove generazioni la crescita integrale della persona” e “ promuovere il senso etico e civico , educare alla legalità, al rispetto reciproco e all’accoglienza di ciascuno …”. Senza una visione personalistica che contrasti la spinta verso l’individualismo non si ricostruisce il senso civico necessario per vivere ed amministrare bene la Città. La quarta sfida fa riferimento alla “vera e corretta comunicazione “ … “ per promuovere contenuti che investano il rapporto media-famiglia-cultura-solidarietà-giovani “. E’ una grande questione di carattere culturale . L’editoria, la stampa hanno perduto il ruolo di confronto di idee. Nella comunicazione prevalgono quelli che anche Vallini definisce “interessi economici e di parte”. Già il potere della grande impresa sulla editoria in Italia , ma anche a Roma – i due quotidiani di tradizione romana e non solo quelli , sono di proprietà di imprese cointeressate alle vicende amministrative –dimostra come questa si ponga molto spesso a servizio del capitalismo di relazione che caratterizza il nostro Paese. Ciò ha impoverito la capacità di comprensione dei problemi , trasformando tutto in termini di potere e di chi possa assumerlo. Un esempio è rappresentato dalla distorsione in atto sulle prospettive delle elezioni di primavera , dopo la fine della giunta Marino. Sulla stampa e sull’informazione in genere non ha luogo alcun vero dibattito sulla Città , il tutto viene semplicisticamente ristretto ad una ricerca di candidature che si presentano solo, nel migliore dei casi, come un insufficiente leaderismo personale. Come rileva invece Civiltà Cattolica “un leader è il frutto di una lunga formazione al servizio e la somma di molte relazioni , non può mai essere calato dall’alto”. Roma è una città complessa che non può essere governata senza un contesto di riferimenti alla realtà dei suoi corpi intermedi , della sua storia e della sua vocazione della quale si deve avere consapevolezza. Infine - e termino – l’ultima sfida è quella che appare come la più necessaria, cioè quella di “formare pazientemente la classe dirigente di domani”. Annullato questo aspetto nell’attività delle forze politiche, reso marginale ciò che un tempo veniva espresso dall’associazionismo sociale cattolico, rarefattosi anche un dibattito urbanistico che a Roma, in passato, ha avuto momenti importanti - per esempio quando si discusse del Piano Regolatore, di Roma Capitale o dei “mali della città” – andrebbe avviato su vasta scala l’impianto di “cantieri” - come indicato da Vallini - riattivando cioè “politiche dal basso, quelle sussidiarie, che permettano ai cittadini di ritrovarsi e di elaborare soluzioni condivise intorno a temi e problemi concreti del proprio territorio”. Come rendere lievito e incisivo sulla realtà questo necessario rifiorire di idee, problematiche e soluzioni elaborato nel corpo vivo della città? Assicurando un coagulo unitario. Dall’unità politica dei cattolici - oggi improponibile – si deve passare ad una linea unitaria dei cattolici verso la Città di Roma , in termini di valori, di idee, di programmi, di formazione, di quella “disposizione al bene comune” richiamata da Papa Francesco, per impegnare al servizio della città uomini nuovi disposti a proporre e a lavorare per un interesse generale dovuto ad una Roma che ritorni ad essere coerente con la sua storia e il suo destino universale.

BREVE NOTA BIBLIOGRAFICA

VALLINI Cardinale Agostino – Lettera alla Città – Diocesi di Roma, Vicariato Urbis, 2015

ENCICLOPEDIA CATTOLICA – voce Roma – Città del Vaticano , 1952

INNOCENTI Ennio – Gesù a Roma IV edizione – Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis – Roma 2007

INNOCENTI Ennio , BIAMONTE Giuseppe - Decisivo il confronto religioso a Roma – Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis , Roma 2015

VIDOTTO Vittorio – Roma contemporanea, Laterza Editori,Bari 2001

SAMPERI Pietro – Mezzo secolo di urbanistica romana – Marsilio Editori ,Venezia 2008

FONDAZIONE SALVATORE REBECCHINI – Origine e storia del comune di Roma I e II parte – Roma, 2008

RAVAGLIOLI Armando – La Capitale incompiuta – Mediocredito del Lazio, Roma 1987

RICCARDI Andrea – Roma “città sacra” ? – Vita e Pensiero , Milano 1979

ANDREOTTI Giulio – Piccola storia di Roma – Mondadori Editore, Milano, 2000

SAMPERI Pietro – Distruggere Roma,la fine del Sistema direzionale Orientale – Testo & immagine, Torino 1996

OCCHETTA S.I. Francesco – Roma e le sue sfide – La Civiltà Cattolica n. 3971, 12 dicembre 2015

DE ROSA LUIGI ( a cura di ) Roma del Duemila – Edizioni Laterza, Bari 1999

DONATI Pierpaolo - Oltre il multiculturalismo – Editori Laterza, Bari 2008

2015 [stampa]
Una possibile geopolitica dei popoli cristiani
1- Il Cristianesimo in Russia: cenni storici. La Chiesa Ortodossa e la tradizione cristiana hanno da sempre assolto un ruolo di primaria importanza nella storia e nella cultura della Russia. Le origini del cristianesimo in Russia risalgono all'anno 988 e coincidono con il battesimo del principe Vladimir il Grande avvenuto a Costantinopoli e a seguito del quale ebbe inizio l'evangelizzazione del Principato Rus’ di Kiev. Quest’ultimo comprendeva quello spazio occupato dagli attuali territori della Russia, Ucraina e Bielorussia, considerato come il predecessore dell'Impero russo. Costituito da Igor nel 882, il Principato Rus’ rappresenta la prima forma politica organizzata delle tribù slave orientali che erano stanziate su quei territori e dalla quale scaturirono la comune fede ortodossa ed il senso di appartenenza nazionale del popolo russo. Ripercorrendo brevemente l'iter storico del Principato si può, infatti, osservare che la Fede Cristiana Ortodossa venne abbracciata sin da subito da quelle popolazioni, riuscendo anche ad affermarsi con successo nelle zone orientali dove vi era una forte influenza di paganesimo che mal digeriva l'avvento del nuovo credo, e accompagnò la loro evoluzione fungendo da colonna portante dell'identità nazionale e culturale del Paese. All'Ortodossia si deve infatti la scrittura, che senz'altro rappresenta il cardine fondamentale di una cultura. Essa venne introdotta per la diffusione del cristianesimo tra le tribù slave attraverso la creazione dei caratteri cirillici ad opera di due grandi santi, Cirillo e Metodio, e costituì il presupposto per lo sviluppo politico e culturale del principato di Kiev, lasciando un'eredità culturale che durò anche dopo la sua disintegrazione. Di fondamentale importanza è stato anche il sostegno che il popolo russo ha trovato nella Chiesa durante i momenti difficili della sua storia, quali la dominazione mongola sui principati della Rus', in occasione della quale i russi si rafforzarono ancor di più nella fede ritrovando in essa quel senso di unità perduto, sia politicamente che militarmente, a causa della sconfitta dei loro eserciti. Nell'occasione infatti la Chiesa Ortodossa, pur essendo stata sempre discreta nell'intervenire nelle questioni temporali, fu costretta a sostituirsi ai principati sconfitti, costituendo il riferimento spirituale per la nazione russa. Fu sempre in quel periodo che il centro dell'Ortodossia venne trasferito da Kiev a Vladimir nel 1299 e, infine, a Mosca nel 1322 così contribuendo ad accrescere l'importanza della città che divenne il principale centro politico e religioso e a gettare le basi per la creazione del potente principato di Mosca, predecessore dell'impero zarista. I prìncipi, che nel frattempo avevano ampliato significativamente i propri territori, si sentirono in grado di sfidare i mongoli e, nel 1380, sotto la guida del Principe Dimitri Donskoj, ottennero una vittoria schiacciante contro l'esercito mongolo nella battaglia della piana di Kulikovo (alle sorgenti del fiume Don, da cui il nome onorario Donskoi). Tale battaglia, pur non avendo segnato la fine definitiva della dominazione mongola in Russia, conferì a Mosca un ruolo di supremazia incontrovertibile su tutti i principati russi, facilitando al contempo il rafforzamento del ruolo della Chiesa Ortodossa Russa che nel 1448 si dichiarò indipendente da Costantinopoli divenendo patriarcato ecumenico indipendente. Ma la data fondamentale per la Chiesa Ortodossa Russa, e per l'Ortodossia nel suo complesso, coincide con il 1453, anno in cui Costantinopoli venne conquistata dall'Impero Ottomano. La capitolazione di Costantinopoli fece accrescere la convinzione in seno ai Russi che i Bizantini erano stati puniti da Dio per aver anch'essi deviato dall'ortodossia e che solo la Russia era rimasta depositaria della vera fede. Ciò li indusse a indicare Mosca come la “Terza Roma”. Tale idea, che trovava un suo riscontro sotto il profilo strettamente geopolitico – visto che le terre del principato di Mosca e il resto dei principati costituivano l'ultimo lembo dell'Ortodossia orientale ancora indipendente dal dominio Musulmano – venne consolidata dal matrimonio tra Ivan III e Sofia Paleologa, nipote di Costantino XI, ultimo imperatore bizantino. L'idea della “Terza Roma” venne inoltre ravvivata e sostenuta anche dall'impero zarista che voleva, attraverso la centralità dell'Ortodossia moscovita, accreditarsi come erede legittimo dell'Impero Romano d'Oriente. Durante il periodo imperiale, che ebbe inizio nel 1547 con lo Zar Ivan IV, meglio noto come “il Terribile”, la Chiesa Ortodossa aumentò significativamente la propria ricchezza e la propria influenza. Ivan per arginare questo potere convocò un concilio affermando il principio bizantino tradizionale di “sinfonia”. Tale principio e gli obiettivi dello Stato prevalsero sempre su quelli canonici religiosi. Nel 1589, durante il regno di Fiodor I, la Chiesa Ortodossa Russa divenne autocefala e il metropolita di Mosca divenne patriarca e di tutta la Russia. Importante fu ancora una volta il ruolo di difesa patriottica assunto dalla Chiesa Ortodossa agli inizi del XVII secolo allorquando Polacchi e Svedesi invasero il territorio imperiale confermando il suo ruolo di paladina dell'unità dell'impero e di denominatore comune delle popolazioni slave orientali. Però sotto il regno di Pietro il Grande (1692-1725) e di Caterina la Grande (1762-1796) che il ruolo della Chiesa Ortodossa venne drasticamente ridimensionato, relegato in una posizione di netta subordinazione nelle decisioni politiche del Paese. L'avvento del bolscevismo intraprese una micidiale opera di laicizzazione. Il regime, infatti, vedeva nella religione una rivale della sua ideologia; dunque, una nemica da combattere. L'utopia socialista era di per sé stessa un credo che non poteva ammettere altri dogmi se non quelli dettati dal Partito, ragione per cui l'appartenenza ad una religione era vista come un pericolo per l'integrità del popolo comunistizzato. Gli anni successivi alla Rivoluzione hanno portato a una vera e propria guerra contro la religione ortodossa, che ha visto la distruzione di migliaia di chiese e luoghi di culto. Per meglio marcare il contrasto rispetto al periodo precedente, il governo bolscevico adottò politiche fortemente contrarie ai valori ecclesiastici, fra cui la legalizzazione del divorzio e dell’aborto. 2. La rinascita del Patriarcato di Mosca. All’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, che ha segnato la fine del regime comunista e dell’opera forzosa, spietata e disumana che ne ha contraddistinto la sua azione, la religione Ortodossa ha riconquistato quel ruolo che tradizionalmente le apparteneva anche per via del processo di ri-cristianizzazione della società che ancor oggi è in atto. Per meglio comprendere la portata di tale fenomeno si possono analizzare alcune statistiche effettuate dall'International Social Survey Programme (Russians return to religion, but not to Church 10/02/2014) relative al numero di fedeli presenti nel Paese nell’arco temporale compreso fra il 1988 e il 2008. Se nel 1988, prima del crollo dell'Unione Sovietica, la Chiesa ortodossa russa contava 67 diocesi, 21 monasteri, 6.893 parrocchie, 2 accademie e 3 seminari teologici, nel 2008 contava 133 diocesi, oltre 23.000 parrocchie, 620 monasteri (di cui 298 maschili), 322 conventi, 5 accademie e 32 seminari teologici, 43 scuole di preparazione al seminario, 1 istituto teologico, 2 università ortodosse e 2 scuole teologiche diocesane femminili. Dalla disamina dei dati emerge, inoltre, che tra il 1991 e il 2008, la quota di adulti russi che si consideravano ortodossi era cresciuta dal 31% al 72%, mentre la quota di popolazione russa che non si riconosceva in alcuna religione era scesa dal 61% al 18%. Tuttavia, dalla ricerca effettuata dall'International Social Survey Programme emerge, altresì, che il ritorno alla religione non corrispose alla pratica della stessa. Dalla ricerca emergono sostanzialmente due dati: che soltanto una persona su dieci di coloro che si professavano religiosi si recavano a messa almeno una volta al mese; che l'aumento dei praticanti era irrisorio rispetto a quello dei credenti come dimostra il fatto che dal 1991 al 2008 esso è stato di soli 5 punti percentuali, passando dal 2% al 7%. La crescita della popolazione verso le varie affiliazioni religiose è stata analizzata anche su vari gruppi demografici dalla cui analisi è emerso che dal 1991 al 2008 vi è stato un incremento del 38% circa di donne che si sono avvicinate alla religione Ortodossa, passando dal 43% all'81%, e un incremento del 46% di uomini che sono passati dal 17% al 63%. Da tale analisi emerge, inoltre, che l'incremento dell'identificazione con la religione Ortodossa è cresciuta del 43% tra i gruppi di giovani di età compresa tra i 16 e 49 anni, passando dal 26% del 1991, al 69% del 2008, e del 39% tra le persone di età superiore ai 50, passando dal 40% del 1991 al 79% del 2008. Si registra, inoltre, che l'avvicinamento alla Fede Ortodossa è sostanzialmente cresciuto tra la popolazione che ha un alto grado di istruzione ed in particolare tra i laureati. A ciò si aggiunga che nel 2008 le donne di fede erano in maggioranza e più praticanti rispetto agli uomini e che gli over 70 era il gruppo più religioso rispetto a quello dei più giovani. Dunque, con riferimento all'età si rileva che i più religiosi sono gli anziani: l’82% degli over 70 si professa ortodosso rispetto al 77% delle persone di età compresa tra i 50 e 69 anni e del 74% di quelle di età compresa tra i 30 e 49. Infine, rimane il 62% dei giovani di età compresa tra i 16 e i 29. Anche se dallo studio sopra indicato emerge una netta discrepanza tra i fedeli praticanti e quelli non praticanti, non può disconoscersi la grande rinascita dell'ortodossia nel popolo russo. A tal proposito è interessante citare l'episodio di grande partecipazione di massa avvenuto nel novembre 2011, allorquando tre milioni di moscoviti, fronteggiando il freddo e la pioggia, si riversarono per strada per venerare la cintura della Vergine portata dal Monte Athos alla Cattedrale di Cristo Salvatore (la chiesa distrutta da Stalin e sostituita da una piscina, fu ricostruita in pochi anni sotto El’cin). L'episodio passò sotto silenzio tra i mass media occidentali che, al contrario, non si risparmiarono nell’esaltare e mistificare le manifestazioni di protesta che hanno scandito le elezioni legislative e presidenziali del dicembre 2011 e del marzo 2012, parlando a lungo delle migliaia di manifestanti liberali contro Putin. 3. La politica di Vladimir Putin in sintonia con la Chiesa. Il ruolo della Chiesa e la sua collaborazione col potere politico è nel corso del tempo cresciuto significativamente, intensificandosi in occasione di due eventi in particolare: l'elezione nel 2009 dell'arcivescovo Kirill Somolensk a patriarca di Mosca e di tutta la Russia e il ritorno al potere nel 2012 di Vladimir Putin. La politica condotta dalla Chiesa Ortodossa ben si concilia, infatti, con la visione di Putin e con il suo forte richiamo alle tradizioni del Paese. Già il Patriarca Alessio II aveva preso nettamente le distanze dai concetti occidentali di “diritti umani” e “globalizzazione”, non ritenendoli adatti alla specificità russa, mentre Kirill I, suo successore, ha emanato la “Dichiarazione dei Diritti Umani della Chiesa Ortodossa Russa”, dopo aver ripudiato la occidentale Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. L'intensificazione dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato è diventata ancora più evidente negli ultimi tempi tanto è vero che in occasione del quarto anniversario della nomina del Patriarca Kirill il Cremlino ha auspicato esplicitamente che la Chiesa Ortodossa aumentasse il proprio benefico ruolo all’interno della società. In un meeting tra Stato ed esponenti religiosi, tenutosi l’11 febbraio del 2013, Putin ha inoltre sottolineato la necessità di riconoscere alla Chiesa Ortodossa maggiore spazio anche nelle discussioni politiche riguardo questioni come la famiglia, l’istruzione dei giovani e lo spirito patriottico. Con riferimento alla difesa di tali valori, ed in particolare a quello della famiglia, la Russia ha in più occasioni voluto confermare e rimarcare la difesa dei valori tradizionali e naturali della società umana. A tal fine ha sottolineato come la sua concezione della “famiglia” – intesa come elemento basilare dello sviluppo ordinato dello Stato e della società – e l’attuazione di una strategia politica e sociale che la favorisca, abbia contribuito in modo decisivo ad invertire il trend demografico fortemente negativo che ha afflitto il Paese negli scorsi decenni, scongiurando quella che poteva configurarsi come una vera e propria catastrofe sociale. Se si tiene conto del fatto che “l’inverno demografico” che ha colpito la Russia negli anni dal 1991 al 2005 circa rappresenta oggi una situazione comune alla maggior parte degli Stati europei, non vi è dubbio che il modello russo costituisca un esempio a livello internazionale. Tenendo conto di questi dati, in alcuni casi allarmanti, risulta quindi ancora più importante e attuale il tentativo di definire e di orientare le politiche degli Stati verso il supporto alle famiglie e alle giovani madri per garantire un corretto sviluppo demografico, costituendo quest’ultimo un settore cruciale e strategico relativamente all’influenza che può esercitare nell’andamento delle principali questioni politiche di uno Stato, sia interne che esterne. A tal proposito, il Presidente Putin ha più volte ribadito come oggi l’umanità si trovi a scontrarsi con delle sfide molto serie, tra le quali i continui attacchi all’istituto della famiglia. Questo spiega perché la Russia di Putin sia molto attenta alla questione demografica e alla famiglia: la protezione dei diritti e degli interessi delle famiglie, della maternità e dell’infanzia sono una questione prioritaria per le autorità pubbliche che si rendono parte attiva nel supportare ed incentivare le politiche e le iniziative in loro favore, avvalendosi della stretta collaborazione con le organizzazioni non governative e con le associazioni di volontariato di cittadini. L’obiettivo russo è quello di sconfiggere questo deficit demografico con il quale la Russia combatte da tempo cercando di raggiungere un tasso di fecondità del 2,1 rispetto all'1,7 attuale. Per le autorità russe, infatti, il problema della riduzione di natalità non è attribuibile solo alla sfera economica, ma ha radici più profonde di carattere culturale, il che spiega la necessità di intervenire anche nel campo dell’educazione e dell’informazione. Il sistema di vita capitalista e globalizzato, infatti, oltre ad aver contribuito all’attuale crisi economica e alla creazione di un tipo di finanza parassitaria, ha condotto ad una crisi della morale che si è sviluppata in tutto il mondo creando una pericolosa «tendenza alla distruzione della società umana». Tale crisi morale ha aggravato una tendenza all’egoismo che si traduce in Russia in fenomeni come quelli dell’“orfanato sociale”, per cui l’80% di quei bambini che vengono abbandonati di norma possiedono entrambi i genitori i quali scelgono deliberatamente di non educare i figli. Per tali ragioni la Chiesa è considerata dal Cremlino un alleato fondamentale per preservare l’identità spirituale e culturale della Russia. La politica e la Chiesa sono legate a filo doppio: come il Cremlino ha bisogno di promuovere la Chiesa come ente che rappresenta i valori della nazione per ricompattare il consenso, così per la Chiesa è opportuno collaborare con la politica al fine di promuovere scelte che proteggano la famiglia e salvaguardino la moralità pubblica. Con riferimento alla tutela della vita, la Chiesa Ortodossa si è adoperata molto per spiegare alle persone che l’aborto non è altro che l’uccisione di un essere umano innocente, anche attraverso l’opera di decine di ONG che promuovono la causa pro-vita in Russia. Un caso emblematico della strategia politica comune che lega la Chiesa Ortodossa ed il Cremlino è la legge anti-blasfemia adottata in seguito all’episodio delle tre attiviste femministe, Pussy Riot, che si sono esibite all'interno della Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, con musiche Rock di carattere blasfemo eseguite sulla piattaforma dell'altare, per protestare contro le politiche di Putin. Per le autorità secolari il gesto è stato considerato di carattere teppistico e vandalico mentre per i dirigenti ecclesiastici è stata una profanazione blasfema. Anche in questa occasione, i media occidentali hanno montato il caso, accusando la Russia di violare i diritti umani e di perseguire artisti creativi. Inoltre, la Chiesa ha appoggiato le nuove norme che limitano l’accesso all’aborto e la legge introdotta da Putin che vieta di pubblicare qualsiasi materiale che ritragga omosessuali, lesbiche, bisessuali e transessuali. L’azione della Chiesa Ortodossa si dispiega anche a livello internazionale ponendosi come promotrice del dialogo tra le differenti religioni e culture. Il Patriarca Kirill ha infatti affermato la necessità della costruzione di una geopolitica ortodossa, in linea con la politica estera di Putin. Per favorire questo ruolo, nel 1998 è stato istituito il "Consiglio Inter-religioso della Federazione Russa" e l'analogo "Consiglio Inter-religioso della CSI" (Comunità degli Stati Indipendenti). I Cristiani ortodossi, complessivamente 230 milioni, comprendono: i paesi ortodossi per tradizione (Bielorussia, Bulgaria, Cipro, Georgia, Grecia, Macedonia, Moldova, Montenegro, Romania, Russia, Serbia, Ucraina), con proprie Chiese nazionali ortodosse, i paesi che contengono minoranze etnico-culturali ortodosse (Albania, Repubblica Ceca, Finlandia, Polonia, Slovacchia), e i paesi che contengono fedeli ortodossi, principalmente in Europa Occidentale. Il Patriarca Kirill visita spesso paesi dell’ex cintura sovietica per rinsaldare i rapporti culturali, religiosi, ma anche politici. La Chiesa Ortodossa si muove all’interno dell’ex spazio sovietico, che il Cremlino mira a ricompattare, assecondando in tal modo le necessità di politica estera del governo che fa di continuo appello alla comunanza di valori tra le “nazioni sorelle” con “un’unica storia, un’unica Chiesa e un unico futuro”. Con riferimento alla politica estera è interessante evidenziare la situazione che si sta vivendo in Ucraina a seguito del conflitto dove gli esponenti della Chiesa Ortodossa sono sottoposti alle pressioni esercitate dalle nuove autorità filo americane e dalle organizzazioni “nazionaliste” ucraine che hanno interesse ad appropriarsi della facoltà di trasferire il clero dipendente dal Patriarcato di Mosca sotto il Patriarcato di Kiev (quest'ultimo non riconosciuto neppure dal Patriarcato di Costantinopoli). A tal proposito va sottolineato che l'Ucraina conta il più grande numero di parrocchie ortodosse dopo la Russia. 4. L'attuale quadro geopolitico. La situazione geopolitica odierna ci pone di fronte ad una serie di crisi internazionali in cui gli equilibri tra le potenze si mostrano sempre più labili e in cui l'esplosione di un conflitto globale appare, secondo Papa Francesco, già in atto. Gli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO hanno condotto una politica aggressiva e minacciosa verso Oriente, producendo differenti situazioni di crisi nella zona di influenza strategica russa (vedi Ucraina, Georgia, Siria, Afghanistan), con il precipuo scopo di accerchiare Russia e Cina. Il controllo di tale area è stato, per via delle sua centralità geografica e delle risorse presenti nel sottosuolo, l’obiettivo a cui hanno mirato gli strateghi. Il teorico inglese Halford John Mackinder, uno dei padri fondatori della geopolitica classica, riuscì meglio degli altri a raffigurare in modo letterario l'importanza di tale area elaborando nel periodo a cavallo tra la fine dell’ ‘800 e gli inizi del ‘900 la famosa teoria dell’Hertland, secondo cui “chi controlla l’Est Europa comanda l’Hertland: chi controlla l’Hertland comanda l’Isola- Mondo: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”. L’Hertland indicato da Mackinder corrisponde sostanzialmente alla grande massa di terra euroasiatica il cui pivot è identificabile nella regione dell’Asia Centrale, storico luogo di interesse e di confronto per le grandi potenze, nonché teatro del memorabile “Grande Gioco” fra l’Impero britannico e quello russo. A seguito dell'implosione dell’Unione Sovietica, che portò all’indipendenza delle Repubbliche Centroasiatiche, la regione tornò all’attenzione dei grandi strateghi e, in particolare, dello statunitense Brzezinski il quale, nella sua maggiore opera The Grand Chesboard pubblicata nel 1997, ha sostenuto che la chiave del potere globale è il controllo dell’Eurasia e che la chiave per controllare l’Eurasia è il controllo delle Repubbliche dell’Asia Centrale. Per ottenere tale controllo – spiega Brzezinski - è importante spingere la Russia (debilitata) verso la struttura atlantica-europea di modo che rinunci a ricostruire il suo impero euroasiatico lasciando, così, campo libero a Washington di farsi garante della stabilità e del libero accesso all’area. Corollario dell’egemonia statunitense sarebbe stata la realizzazione di una rete di oleodotti che avrebbero segnato la fine del monopolio russo nel trasporto di idrocarburi. Dagli scritti di Brenzinski emerge con chiarezza il piano di estensione dell'impero egemonico statunitense. Egli afferma, inoltre, che non essendo gli Stati Uniti una potenza euroasiatica, essi devono necessariamente agire influenzando i Paesi che occupano tale territorio e, più in particolare, tre Stati periferici di quel continente euroasiatico al fine di arginare il pericolo che proprio da quell’area nasca un concorrente alla supremazia americana. É per tali ragioni che molti analisti intravedono nel contesto geopolitico euroasiatico l’origine e al contempo il fine ultimo della maggior parte degli stravolgimenti politici che interessano l’intero pianeta. In particolare, vi è chi ipotizza che la strategia del caos di matrice statunitense – che nell’ultimo ventennio ha destabilizzato varie e vaste aree del pianeta, partendo dai Balcani e passando per Afghanistan, Iraq, Siria e che ha sfiorato l’Iran con i falliti tentativi di rivoluzione colorata, senza tralasciare la guerra in Georgia, le varie rivoluzioni dei tulipani e delle rose e non ultimo le primavere arabe, l'Ucraina e l'avvento dell'ISIS – sia stata senz’altro mirata a spostare il baricentro geopolitico nelle due aree più sensibili del globo: il Mediterraneo e l'Asia Centrale. La finalità di tale strategia è stata appunto quella di ostacolare, in un primo tempo, la rinascita di una nuova potenza nello spazio euroasiatico, e successivamente, dopo che la Russia ha ripreso vigore, di impedirle lo sbocco al mare; ma sopratutto di impedire che una Russia potente e sovrana, qual è quella attuale, possa entrare in sintonia con l'Europa. A ben pensare, la frammentazione della cerniera mediterranea per mezzo di azioni militari, dirette o coperte, oltre a costituire innumerevoli focolai di tensione nell'area geostrategica della Russia, favorirebbe anche l'apertura di una via di accesso, sul tracciato della via della seta, verso lo spazio centro asiatico (non a caso già definito dagli euroatlantici “Balcani Euroasiatici”) per la realizzazione del Grande Medio Oriente che da anni alberga nei progetti del Pentagono. I vari focolai di tensione generati dalla suddetta strategia del caos per destabilizzare la cintura di influenza russa mirano a rendere lo Stato vulnerabile nei suoi confini e quindi costretto a difendersi contrattaccando. La situazione al momento già incandescente, se dovesse esplodere, provocherebbe una drammatica guerra tra superpotenze, che si contenderebbero il dominio dell'Isola Mondo. 5. La Russia nella visione geopolitica di Vladimir Putin. Contrariamente alle aspettative di quei teorici che al tramonto dell’impero sovietico avevano decretato la “fine della storia” e la realizzazione dell’unipolarismo perfetto a guida statunitense, oggi si va delineando un quadro del tutto differente. Se è innegabile che sotto il profilo culturale e più marcatamente sociologico stiamo assistendo ad una tendenza unificante e ricompositiva del mondo, strutturato per mezzo dell’“industria culturale” made in U.S.A. utilizzata dagli strateghi come strumento di soft power, al tempo stesso sotto il profilo geopolitico si va affermando in modo inequivocabile un’architettura multipolare, o come è stato detto, un «uni-multipolarismo». Con questa espressione si vuole indicare quel momento intermedio tra la caduta dell’unipolarismo e il consolidarsi del multipolarismo. Quest’ultimo si genera dalla commistione di differenti elementi che, come dei fiumi carsici, hanno camminato sotto traccia per poi riemergere quasi improvvisamente. Tra questi vi è l’irrompere sulla scena di potenze quali Cina, Russia, India, Brasile, Sud Africa – meglio noti come BRICS – che divenendo dei poli regionali con un ruolo di primato nella loro area di influenza (si pensi, a titolo di esempio, alla Russia in Eurasia o al Brasile in Sud America), hanno avuto l’abilità di coniugare legami politici ed interessi economici; fattori che, interconnessi alla dimensione geografica, ne hanno consentito l’organizzazione all’interno di un nuovo quadro internazionale. La Federazione Russa nata dalle ceneri dell'Unione Sovietica, dopo un decennio di instabilità, è riuscita efficacemente a riconfermare il proprio ruolo di gigante internazionale. In tale delicato e fugace contesto unipolare, contraddistinto dalla progressiva espansione statunitense nella massa euroasiatica (attuata, come sopra menzionato, con la prassi delle guerre “umanitarie” nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan), Mosca ha recuperato pienamente il suo prestigio sia presso gli attori ex sovietici che presso gli attori globali emergenti, consentendo un sostanziale riequilibrio nello spazio ex sovietico che è stato definito “gran-regionale” e “pro-euroasiatico”. É di fondamentale importanza sottolineare che in tale nuovo assetto la Federazione Russa non ha assunto una posizione egemone ma, al contrario, ha privilegiato gli aspetti cooperativi volti allo sviluppo socio-economico e alla sicurezza collettiva dell'intera area. La prassi cooperativa adottata da Mosca ha caratterizzato anche le successive relazioni intessute con i paesi emergenti – Brasile, India, Cina e Sud Africa – con i quali costituisce il raggruppamento geoeconomico dei BRICS destinato ad incidere sempre più profondamente nei nuovi scenari globali. La peculiarità di detta organizzazione risiede principalmente nel fatto che i Paesi membri stiano formulando un nuovo modello di inserimento internazionale e di cooperazione al cui interno si affrontano tutte le questioni nodali dell'economia mondiale: dalla questione climatica a quella del paniere delle valute, da quella inerente i processi di modernizzazione e di sviluppo innovativo a quella relativa alla sicurezza di particolari settori industriali. A tal proposito, sono di notevole rilievo i progetti messi in campo per sviluppare delle valide alternative al regime finanziario nordamericano, dominato dal dollaro e per rendersi indipendenti dai dicktat economico finanziari “imposti” dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca dei Regolamenti internazionali. Tra le iniziative in cantiere vi è la creazione della Banca dei BRICS il cui obiettivo principale sarà sostenere progetti comuni di sviluppo nei Paesi associati e fronteggiare le future ed eventuali crisi finanziarie internazionali adoperando un paniere di valute che possa fare da contraltare al dollaro. Annunciatane la creazione nel 2013 a Durban, durante il V vertice dei BRICS, l'accordo vero e proprio per la realizzazione è stato siglato durante l'incontro tenutosi lo scorso luglio 2014 nella città di Fortaleza dove si è deciso che l'istituto, che avrà sede in Sud Africa, sarà operativo già dal 2015. I BRICS, inoltre, fanno percepire la loro presenza con grande determinazione anche nelle tematiche scottanti dello scenario internazionale concernenti le tensioni e i conflitti. Ne rappresenta un esempio sia la posizione assunta nel 2011 sulle questioni di Libia e Siria, quanto sull'attuale crisi ucraina in merito alla quale, durante il loro incontro a margine del vertice sulla sicurezza nucleare a L’Aja, hanno dichiarato la loro ferma opposizione contro le attuali sanzioni nei confronti della Russia. La riaffermazione di Mosca su un così ampio piano internazionale è stata possibile grazie a due fattori principali riscontrabili nel ruolo svolto da Putin nel capitanare e compattare il Paese e la sua classe dirigente e nel ristabilimento di nuove ed adeguate relazioni con i vicini. Tali fattori hanno sancito il compimento del ritorno russo e quindi l’affermazione della Russia come grande potenza eurasiatica che, preoccupata di difendere i suoi “interessi nazionali” (e non più ideologici) amplia lo spazio dell’ex-URSS alla Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Sotto la guida di Vladimir Putin, la Russia sta realizzando la sua strategia sulla base del suo sviluppo economico e militare (soprattutto nucleare) e della sua rilevanza all’interno della CSI, il suo “estero vicino”, diventato la priorità della sua politica esterna. È chiaro, dunque, che Putin miri ad instaurare un'architettura mondiale multipolare che possa garantire un pacifico e collaborativo equilibrio tra le varie potenze del globo partendo da quelle (ri)emerse (quindi la Russia, il Brasile, la Cina e l’India e Sud Africa) e che contrasti la visione egemone statunitense. In tal senso è fondamentale citare l'Unione Economica Euroasiatica sviluppata dalle relazioni tra Bielorussia, Kazakistan, Russia e Armenia. Tale progetto è di straordinaria importanza perché potrebbe essere letto come un parziale riorientamento ad est delle economie dell’area euroasiatica ma anche come l’avvio della creazione di un ponte tra le economie di Europa ed Asia. L'idea di Putin era di sviluppare, attraverso l'appoggio dei partner europei (molti dei quali erano d'accordo con tale visione) uno spazio comune di cooperazione economica e umanitaria da Lisbona a Vladivostok. Progetto che si sarebbe potuto gradualmente realizzare soltanto attraverso una costante cooperazione tra le due unioni. L'agenda di Putin è principalmente orientata all’integrazione positiva e pacifica, che esclude tentativi di limitazione della sovranità dei vicini. In questo quadro l'Europa sarebbe divenuta un partner naturale sia per la continuità geografica che per il comune bagaglio culturale e valoriale che intercorre tra le due aree. In ragione delle politiche sin qui condotte e degli obiettivi che si era prefissato, è evidente che Putin avrebbe gradito l’inizio di un dialogo concreto tra l’Unione Eurasiatica e l’Unione Europea, un dialogo che invece ha sempre trovato il veto, peraltro mai motivato in maniera plausibile, di Bruxelles e a cui la crisi ucraina ha fatto seguito incrinando manifestamente i rapporti. In definitiva, alla luce della attuale situazione geopolitica appare ragionevolmente ipotizzabile che se la Russia fosse accolta in fraterna solidarietà potrebbe svolgere un ruolo decisivo per la Pace. L'unione di queste due importanti aree del pianeta andrebbe a suggellare senz'altro la stabilità e la pace mondiale. Dott. Filippo Romeo del Consiglio Direttivo della Fraternitas Aurigarum.
2015 [stampa]
INTERVENTO DI PIETRO GIUBILO ALLA TAVORA ROTONDA ORGANIZZATA DALLA SACRA FRATERNITAS AURIGARUM URBIS SUL TEMA: “I MOVIMENTI POPOLARI NEL XX SECOLO : POLITICA, COSTITUZIONE , EUROPA” - ROMA, 24 MARZO 2015
La questione delle politiche dei movimenti cattolici non può non considerare il tema dell’Europa. La costruzione dell’Unione europea ha rappresentato nel secondo dopoguerra e per qualche decennio il progetto di maggior rilievo nelle relazioni internazionali. Le proposte più significative presentate all’inizio degli anni ’50 furono: la CECA ( Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio ) sostenuta in primis da Jean Monnet , già segretario aggiunto della Società delle Nazioni, rappresentante del governo inglese per i negoziati commerciali di sistemi d’arme con gli USA, quindi presidente dell’Alta Autorità della CECA ); la CED ( Comunità Europea di Difesa ) proposta dai tre leader “popolari “ De Gasperi, Adenauer e Schuman. Dietro questi due progetti vi erano due differenti concezioni europeiste con diverse implicazioni di ordine politico : la concezione funzionalista ( CECA ) per la quale l’Europa si sarebbe costruita attraverso funzioni settoriali , quella politica (CED) che mirava alla costruzione di una realtà con implicazione immediatamente e direttamente politiche. La prima intendeva sviluppare una convergenza di interessi economici, la seconda ,invece, una costruzione politica nel decisivo ambito della politica estera e di difesa. In quale modo il progetto di De Gasperi assumeva un carattere fortemente politico? Egli descriveva allora il secondo conflitto come “una guerra civile” e non riteneva sufficiente “una unione doganale” . Scriveva infatti in quegli anni “se la realizzazione della solidarietà economica dovesse dipendere dalle forme di compromesso elaborate dalle diverse amministrazioni interessate , questo ci condurrebbe molto probabilmente a debolezze e contraddizioni”. Egli era, inoltre, contrario alle sollecitazioni pacifiste che si erano andate sviluppando dentro il mondo cattolico , basterebbe ricordare che personaggi importanti come Dossetti e Gronchi esprimevano la loro contrarietà alla NATO. De Gasperi , poi, non si limitava a sostenere una posizione atlantista, ma con il progetto della CED si sarebbe potuto realizzare, secondo il suo pensiero , “una più paritaria articolazione dell’Occidente” proprio mentre si era dato vita alla NATO a guida USA. C’è uno scritto di Sergio Romano ( “Europa: storia di un’idea” ) che descrive il senso profondo dell’idea europeista dello statista trentino: “ è probabile che l’Europa apparisse davvero a De Gasperi una ideale continuazione del Sacro romano Impero e che egli traesse da questo sentimento di continuità un certo ottimismo per il futuro”. Da questo “sentimento” veniva l’ispirazione per superare i nazionalismi che avevano diviso e devastato il Continente. “ Ebbe la fortuna” - continua l’ex ambasciatore alla NATO e a Mosca - “di trovare sulla sua strada un francese e un tedesco che avevano coni loro rispettivi paesi un rapporto non diverso d quello di De Gasperi con l’Italia . Robert Schuman era lorenese a Konrad Adenauer renano . Nessuno dei tre era strettamente ed esclusivamente ‘nazionale’ . Tutti e tre erano cattolici e democratici cristiani , parlavano tedesco e appartenevano a zone di frontiera in cui i nazionalismi , nelle migliori circostanze , sono temperati dalle necessità e dalle virtù della convivenza . Lavorando insieme , negli anni in cui ciascuno dei tre fu capo del governo , divennero di fatto , un direttorio affiatato ed efficace”. Sappiamo come andò. Bino Olivi – storico ed altro funzionario europeo – ha scritto : “ Il progetto per l’esercito europeo ha dato vita all’unico tentativo, storicamente registrabile , per la creazione di un potere politico unificato europeo”. E’ significativo e fa ancora meditare quanto scriveva De Gasperi, pochi giorni prima di morire, da Sella di Valsugana quando giunsero le notizie dalla Francia sulle difficoltà che incontrava in quel Paese il progetto della Comunità di difesa: “ Se le notizie che oggi giungono dalla Francia sono vere, anche solo per metà, ritengo che la causa della CED sia perduta e ritardato di qualche lustro ogni avviamento dell’Unione europea”. Come lo stesso De Gasperi intuì, terminata la possibilità di realizzare il progetto politico unitario, in Europa si sviluppò l’asse franco tedesco. Negli anni ’60 si affacciò l’alternativa gollista che pur basandosi su di un recupero di tipo nazionalistico ( L’Europa delle patrie ) e sulla contestazione della visione meramente atlantista , affermò un nuovo progetto per il Continente: l’Europa dall’Atlantico agli Urali che, tuttavia, non venne recepito, non solo per l’ostilità americana o per l’impraticabilità di una apertura verso la Russia allora sovietica, ma anche per diffidenza verso il nazionalismo francese. In Italia gli anni dell’influenza politica di Aldo Moro e Bettino Craxi vedono l’Italia tentare di svolgere un ruolo nella politica estera con una parziale autonomia rispetto al “sistema atlantico” e non a caso sui due leader politici si concentra una forte diffidenza degli Stati Uniti . Ma l’Europa politica non fa sostanzialmente passi in avanti anche se inizia a maturare il percorso dell’allargamento delle sue istituzioni economiche. La prospettiva muta tra gli anni ’80 e i primi anni ’90 nei quali si porta avanti il disegno di una Europa monetaria. Il disegno funzionalista e tecnocratico che ha ormai saldamente preso il posto di quello politico celebra il suo punto di arrivo. Come si esprime il pensiero e l’azione politica dei cattolici? Diciamo subito che non c’è consapevolezza del cambiamento di questo paradigma. Il popolarismo europeo e la DC italiana in particolare che avevano con De Gasperi progettato e tentato il disegno dell’unità politica non hanno la capacità di connotare politicamente questa ripresa della iniziativa europeista. Anzi la DC affianca e sostiene il disegno tecnocratico . Ciò è evidente con riferimento ad un settore specifico degli schieramenti democristiani, infatti si va a definire quella che possiamo indicare come la linea Ciampi-Andreatta . Essa contribuisce in maniera importante a porre le basi per la costruzione dell’Unione monetaria . Andreatta è il massimo propugnatore del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. La sua politica – come sottolinea Per Paolo Saleri nel suo libro su Dossetti, scritto insieme a don Gianni Bagert Bozzo ( “ La Costituzione come ideologia” ), citando un articolo di M. Marozzi su La Repubblica del marzo 2007: “liberò l’istituto di credito dal vincolo di acquistare – emettendo valuta – titoli di Stato non assorbiti dal mercato. Mossa storica , cementò il rapporto con Carlo Azelio Ciampi: si dava un ruolo primario agli organi tecnici e si ripuliva il potere di controllo dei politici”. Lo evidenzia anche Giano Accame nella sua “ Storia della Repubblica” : “ il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia venne deciso dal Ministro del Tesoro Nino Andreatta nel 1981 su suggerimento del Governatore della Banca d’Italia Carlo Azelio Ciampi. E’ il preludio alla costruzione dell’Euro in quanto il governo perde il primo tassello della sua sovranità monetaria”. Ed aggiunge a proposito dell’Accordo di Maastrict: “ Agli impegni per l’unità europea nessun governo democratico italiano avrebbe potuto sottrarsi. Non vi è un gran merito nell’avervi aderito, perché per un paese a stragrande maggioranza europeista come l’Italia l’adesione era scontata; ma negoziandola sarebbe occorsa una migliore comprensione di ciò che comportava , quindi almeno qualche resistenza di fronte a innovazioni sconvolgenti per il modello economico e politico italiano”. E prosegue: “ S’impegnarono ad affossare l’economia mista , con forte componente pubblica su cui per un secolo s’era fondato lo sviluppo della grande impresa italiana e del nostro stato sociale. Inoltre la politica economica concordata a Maastricht di tipo recessivo , teneva poco conto del 18 milioni di disoccupati presenti nell’Unione Europea, tra cui molti nel mezzogiorno d’Italia”. Lo conferma con acutezza e coraggio e con gli stessi accenti Nino Galloni - economista e dirigente del ministero del Lavoro - in un libro dal significativo titolo: “ Chi ha tradito l’economia italiana”. “ Si finisce – scrive – per accettare tutto ciò che viene spacciato per ineludibile : i tagli della spesa pubblica ( senza sufficiente selezione degli stessi ); una pratica del cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia che raggiunge l’irrazionale in termini di mancata difesa degli interessi nazionali; una difesa del cambio della lira che terminerà in una inutile catastrofe e la continua erosione di sovranità dello Stato a favore dei grandi gruppi privati , soprattutto bancari”. Si noti che prevale la visione finanziaria anche nel PCI. Riferisco, a questo proposito, due testimonianze personali comunicatemi dallo stesso professor Galloni . Quando collaborava , nei primi anni ‘80 con i Ministero del Tesoro, occupato da Nino Andreatta, tentò di esporre le preoccupazioni circa quegli indirizzi di riduzione degli interventi della sfera pubblica, ricevendo risposte solo in termini di cifre di bilancio , senza alcuna valutazione degli effetti sull’occupazione . Nello stesso periodo - sempre primi anni ’80 - collaborando con alcuni economisti del CESPE – una organizzazione di studi economici del PCI – si stava approfondendo il tema della funzione monetaria e dei suoi effetti sulla politica di crescita economica, giunse una telefonata di Ciampi - allora Governatore della Banca d’Italia - a Enrico Berlinguer, Segretario del PCI, che bloccò tutto. Questa conversione economica che abbandona alcuni postulati dell’impegno politico dei cattolici riceve un impulso fondamentale da uno degli esponenti più in vista della sinistra democristiana, collegandosi con la cultura monetarista finisce per entrare nell’orizzonte tecnocratico che coinvolge anche il PCI. Questo parallelismo tra sinistra democristiana , tecnocrazia bancaria e azionista e PCI sarà il terreno di cultura nel quale naufragherà, in seguito, il ruolo politico dei cattolici . A queste testimonianze se ne possono aggiungere altre , come quella di Giuseppe Guarino che recentemente ha scritto un saggio ( “ Cittadini europei e crisi dell’Euro “ ) che rivela l’esproprio della sovranità politica degli Stati rispetto alle politiche di sviluppo , a seguito delle modifiche dei trattati di Maastricht avvenuta attraverso i regolamenti successivi. “ Il diritto costituzionale degli Stati membri – ha scritto – è stato violato perché non sono state osservate le norme costituzionali interne da osservarsi nella ratifica dei Trattati. La sovranità degli stati membri è stata vulnerata perché è stata loro sottratta la funzione ’esclusiva’ da esercitarsi singolarmente e come gruppo, di promuovere lo sviluppo della Ue e della zona Euro con le proprie ‘politiche economiche’. La costituzione degli Stati è stata violata perché sono stati imposti ai loro organi interni obblighi e condotte che i rispettivi ordinamenti costituzionali non contemplano”. “ Il golpe – precisa Guarino – è stato attuato per mezzo del regolamento 1466/97”, che, spiega, venne approvato utilizzando una procedura che “ in nessun modo avrebbe potuto essere impiegata per modificare norme fondamentali del Trattato”. Anche Giulio Sapelli – professore di storia economica alla statale di Milano - in un recente libro intervista con Ludovico Festa ( “ Se la Merkel è Carlo V “ ) ha rilevato questo esproprio dei Parlamenti e l’emergere delle “tecnostrutture”. Alla domanda su che cosa intenda per “Titanic europeo”, risponde : “ E’ l’insieme di macrorigidità imposte ai singoli Stati che formano l’incompiuta confederazione europea, con macro obbiettivi relativi ai debiti sovrani. Un evento mai verificatori nella storia del mondo , soprattutto perché questi macro obbiettivi mancano di legittimità, ossia non sono mai stati votati da un Parlamento sovrano , ma da una tecnostruttura di decine di migliaia di funzionari , che rispondono appunto a una Commissione che si regge sulla cooptazione di commissari e ambasciatori che non obbediscono ad un Parlamento , quello europeo, privo del principio di sovranità, … La commissione decide in forma autoreferenziale su input delle tecnostrutture governative non elette. Il Parlamento crea uno spazio argomentativo, ma non governa né l’atto né il tempo della realizzazione della legge in pratica di governo”. A questo punto dobbiamo chiederci di chi siano le responsabilità politiche per essere arrivati a questa situazione. Ce le descrive un testimone insospettabile , il già citato professor Nino Galloni - che, ricordiamolo è il figlio di un importante esponente della sinistra democristiana, Giovanni – che sempre nel libro citato , ce le indica con chiarezza: “ La fine della sovranità monetaria come punizione della politica appare , dunque, l’opzione fondamentale e, soprattutto, la principale discriminante di una sinistra che da ambienti laici moderati arriva fino al PCI, attraverso la stessa sinistra democristiana ( con alcune eccezioni come Bodrato, Galloni, Donat Cattin e Mannino ) tutti personaggi che avevano preso le distanze dal trio De Mita, Goria, Andreatta”. Proseguendo nel ragionamento Galloni , nell’esaminare le “responsabilità” della classe politica italiana svolge alcune interessanti considerazioni: “col senno del poi – scrive – si potrebbe aggiungere che il solo Craxi fosse contrario alla prospettiva dell’euro. Qui non si tratta - semplicisticamente – di trovare citazioni a favore di una o di un’altra tesi; ma, semmai , di riflettere sulla possibilità – in quei tempi e in quella situazione ( non si dimentichino le condizioni della “Prima” Repubblica all’inizio degli anni ’90 ) – per l’Italia, di intraprendere con successo un percorso alternativo a quello che avrebbe portato all’euro . Comunque sia , tesi centrale di questa ricerca è che né gli euro-scettici, né gli euro- moderati riuscirono ad influire sulle scelte perché furono - quasi tutti – tolti di mezzo , in un modo o nell’altro : Moro, Baffi, Caffè, Craxi, Donat-Cattin … E Andreotti , forse, fece solo da notaio all’accettazione di un male che – erroneamente – venne ritenuto minore, l’adesione all’euro pilotata dagli ‘estremisti’ “. Un ‘ultima notazione per spiegare la situazione attuale. La crisi economico finanziaria del 2007 ha come premessa la deregulation che parte dagli Stati Uniti con la eliminazione voluta da Clinton e Greenspan, governatore della FED, del Glass Steagall Act di Roosevelt sulla separazione tra banche commerciali e banche d’affari, cioè speculative. Il significato di questa operazione e quindi della riunificazione delle due diverse tipologie di credito ce la offre Leonardo Becchetti un intelligente studioso di economia, cattolico , autore di numerosi saggi , che scrive sull’Avvenire. “ Con la commistione tra banca commerciale e banca d’affari – ha scritto in un recente saggio ( “Wikieconomia – manifesto dell’economia civile” ) – i soldi delle banche centrali ( per esempio quelli che il governatore della BCE Draghi ha garantito alle banche europee a tassi estremamente bassi ) finiscono in realtà per finanziare il carry trade e le operazioni speculative invece che i prestiti alle imprese”. “ C’è – continua – qui un’ulteriore e importante fallacia ... Quando si applica il principio della massimizzazione del profitto alle banche la coincidenza di tale obiettivo con quello del benessere della collettività è particolarmente problematica . Per le banche ormai l’attività di prestito alla clientela è una commodity rognosa che rende assai poco”. Questo spiega come, pur in tempi di grandi disponibilità finanziarie, le famiglie e le imprese non riescono ad avere mutui mentre le grandi corporation sì. E’ il caso eclatante della società Sorgenia il cui pacchetto di maggioranza apparteneva alla famiglia De Benedetti che aveva cumulato due miliardi di euro di debito nei riguardi del sistema bancario. A fronte della disponibilità della famiglia di far fronte con soli cento milioni , le banche si sono decise a trasformare i crediti in azioni , sottoscrivendo, cioè un’operazione che si è risolta nell’acquisizione di una società che produce debito, nella prospettiva- vigente il governo Renzi – di poter contare su agevolazioni governative nell’ambito delle politiche energetiche che potrebbe aiutare a risalire la china. Possiamo essere certi che tale disinvolta operazione non sia stata veicolata dal fatto che la famiglia De Benedetti possiede un importante quotidiano capace di condurre con efficacia campagne di stampa incisive ? Ritornando al tema e alla storica decisione di Clinton di abolire la citata legge voluta negli anni ’30 da Roosevelt , non possiamo non rilevare che è proprio allora che la sinistra , compresa quella ex democristiana aderisce al quadro tracciato dalla presidenza americana con l’idea dell’”ulivo mondiale” . Ciò avviene proprio negli anni nei quali si apre il vaso di Pandora dei derivati che, a seguito dell’indirizzo di deregolamentazione impresso dagli Usa si espandono in maniera incontrollata e che contribuiranno in maniera determinante alla finanziarizzazione e la crisi dell’economia reale. L’immagine plastica di questa operazione politica e l’accostamento tra Clinton, Blair e Prodi . Ricordo che il Corriere della Sera del 30 giugno del 1998 esce riportando un articolo dell’Herald Tribune con un titolo assai significativo “ Clinton e Blair contano su Prodi per creare il “super Ulivo mondiale”. Viene descritto il quadro politico che si va costruendo: “ Il primo a lanciare l’idea, nel febbraio scorso, fu Tony Blair che disse di avere in mente una nuova sede di dialogo tra le forze della sinistra e del centro che andasse oltre i confini dell’Internazionale socialista e coinvolgesse direttamente anche i democratici americani e le forze progressiste di Paesi emergenti come il Brasile di Cardoso ”. L’articolo ne sottolineava la portata politica: “ Anche chi pensava di avere a che fare con qualcosa di simile ad un superconvegno si è dovuto ricredere davanti alla fitta serie di consultazioni su questo tema tra Blair, Clinton ed ora anche Prodi . Ogni volta che si incontrano in vertici ufficiali , questi leader non perdono mai l’occasione di ritagliarsi un po’ di tempo per discutere il loro progetto per la creazione del center-left : qualcosa che, vista con occhiali italiani , rassomiglia veramente ad una sorta di ‘Ulivo sovranazionale’, anche se mirante soprattutto a trovare soluzioni politiche comuni per i problemi politici e sociali che nascono dalla globalizzazione dei mercati … “. Veniva poi descritto l’attivismo del premier italiani nel diffondere la nuova prospettiva ulivista a livello internazionale. La parabola del pensiero politico e dell’iniziativa dei cattolici si è compiuta : dal progetto degasperiano di una Europa politica , la sinistra cattolica è arrivata all’accettazione della globalizzazione finanziaria e del suo quadro di potere internazionale. L’Italia nel frattempo invece di conquistare , nel concerto con le altre nazioni europee un più forte ruolo si ritrova in una condizione di minorità politica, per certi aspetti assai più marcata rispetto a quella che la sconfitta aveva determinato. Quantomeno allora, l’Italia ebbe un ruolo decisivo nel favorire il cammino europeista, anche se il progetto principale – quello della Comunità Europea di Difesa - non venne recepito per la miopia del governo francese. Oggi, il nostro Paese ha perso sovranità; ha ridotto il suo ruolo politico internazionale - pensiamo alle coraggiose iniziative politico commerciali di Enrico Mattei di allora - ; è in piena crisi recessiva e le ipotesi di crescita - tutte da verificare - sono tra le più basse d’Europa ; sta riducendo il suo welfare e la disoccupazione – particolarmente giovanile – ha livelli mai raggiunti prima; sta vivendo anche per queste ragioni una lunga crisi politica e costituzionale dalla quale non sono certo le ricette del governo Renzi a poter risollevarla. Eppure propri dalle sue radici cattoliche l’Italia può ritornare a sperare .
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