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07/2017 [stampa]
KOHL E LA SCOMPARSA DEGLI STATISTI EUROPEI
La notizia della morte di Helmut Kohl ci richiama al ricordo degli anni decisivi nei quali il Cancelliere tedesco svolse con grande maestria il suo mandato politico. La straordinarietà della sua figura politica non si misura sulla pur eccezionale longevità della permanenza alla guida della Germania ( 1982-1998 ), ma sulla capacità di vedere, anticipare e realizzare svolte politiche di carattere storico. Il suo principale merito storico riguarda la riunificazione della Germania. E’ noto che sulla questione tedesca operavano sia lo schema della divisione delle sfere di influenza tra Russia e America, sia anche e, forse, soprattutto, la diffidenza delle stesse nazioni europee, in primis Francia e Inghilterra. Mitterand era preoccupato per il ripresentarsi del gigante tedesco, Margaret Thatcher riteneva necessario un percorso più lento .E non solo se si pensa che contrario alla riunificazione fu perfino Giulio Andreotti, più volte Presidente del consiglio che non lo nascose, neppure a fatto avvenuto. Dello statista italiano fu nota la battuta “ Amo talmente tanto la Germania che ne preferisco due”. Sullo statista italiano pesava non solo e non tanto una preoccupazione per la forza economica e politica di Berlino, ma la difesa di uno status quo in ordine alla possibile attenuazione di quello schema occidentalista che avrebbe potuto – come poi avvenne – mettere in discissione la rendita di posizione “anticomunista” della DC e del suo sistema di potere. Una visione non del tutto coerente con il forte europeismo degasperiano. In quanto ai rapporti con USA e Russia, Kohl riuscì ad aprirsi un varco rispetto all’”ordine di Yalta” , utilizzando una disponibilità a porre fine alla guerra fredda da parte di George H. W. Bush e la volontà di rinnovamento di Gorbachev che fece cadere il veto determinante dell’allora Unione Sovietica. Il capolavoro politico di Kohl non si esaurì nella operazione di riunificazione in quanto tale, ma nelle garanzie e nel quadro che seppe offrire per superare le diffidenze. Il Cancelliere della CDU, parallelamente alla prospettiva di riunificazione, infatti diede impulso al percorso politico che significata la europeizzazione della Germania sotto il profilo che più alimentava preoccupazioni e diffidenze: quello economico e monetario. Ancorò l’economia tedesca all’Europa non solo con l’avanzata del processo di unificazione economica, ma soprattutto, sostenendo la moneta unica. Il gigante economico tedesco divenne definitivamente un pezzo dell’Europa e il marco venne sostituito dall’euro. Negli anni successivi Kohl dichiarò a proposito dell’Euro che lui si comportò da dittatore verso il suo popolo , in quanto era a conoscenza che due terzi dei cittadini tedeschi erano per il mantenimento del marco e, di conseguenza , non prese mai in considerazione lo svolgimento di un referendum per la ratifica del trattato di Maastricht che avrebbe avuto un risultato disastroso per l’europeizzazione della moneta tedesca. Sul piano interno realizzò l’unificazione con i lander che erano appartenuti alla DDR, attraverso l’imposizione del cambio 1 a 1 fra il marco occidentale e quello orientale. Piegò le resistenze degli ambienti industriali e conquistò al suo partito il consenso degli elettori dell’Est .Altro capolavoro che accelerò la riunificazione e che solo una visione politica ed un leader forte avrebbero potuto portare in porto. Occorre ancora ricordare , per la sua importanza, che Kohl continuò a condurre la Germania su quella via economica detta del “ capitalismo renano” e che, come ha sottolineato il Cardinale Marx significava “lavorare per una economia sociale di mercato fondata sulla dottrina sociale della Chiesa”. La scomparsa di Kohl rende ancora più evidente la distanza che separa quegli anni costruttivi per l’Europa dalla situazione attuale nella quale la mancanza di un impegno verso la unità politica corre parallela alla insignificanza di Bruxelles nei riguardi dei grandi problemi che incombono sul Continente. Crisi dei rapporti con la Russia, Medio Oriente, guerra tra sciiti e sunniti, emergenza immigrazione, instabilità del nord Africa, sono gli aspetti di quei sconvolgimenti sui quali si inseriscono giochi politici internazionali e che vedono l’Europa assente , se non con qualche velleitario intervento a scala di interessi nazionali. Questa assenza politica è la traduzione di quella scomparsa dei grandi personaggi dei quali , invece, ha fatto parte a pieno titolo Helmut Kohl. La Francia di Sarkozy e di Hollande, l’Inghilterra di Cameron e della May, l’Italia di Renzi e Gentiloni sono le sfaccettature di una Europa senza personalità e senza futuro. PIETRO GIUBILO

07/2017 [stampa]
RIVEDERE A LONDRA IL SISTEMA ANTINCENDI DEGLI EDIFICI
Test su 27 grattacieli a rischio incendio in Gran Bretagna dopo il rogo di Londra. Cinque grattacieli di edilizia pubblica popolare con 600 appartamenti nel quartiere di Camden nel Nord di Londra sono stati evacuati a fine giugno a causa dei rivestimenti esterni pericolosi dei palazzi. E’ stata una delle prime decisioni prese dalle autorità dopo il rogo della Torre Grenfell nella zona di Kensington-Notting Hill in cui hanno perso inizialmente la vita 79 persone tra cui due giovani fidanzati architetti italiani Gloria Trevisan e Marco Gottardi che dopo la laurea avevano trovato lavoro nella capitale londinese. L’incendio, sviluppatosi a causa di un frigorifero difettoso al quarto piano (appartamento 16), era stato domato dai pompieri ma non del tutto perché le fiamme avevano avvolto i rivestimenti esterni, i cosiddetti pannelli infiammabili. Sarebbe stata utilizzata, secondo gli esperti, la versione più economica dell’aluminium compisite material ( Acm) che ha determinato la propagazione rapida e fatale delle fiamme. Nel corso di una ricognizione tra i residenti la premier Theresa May è stata fischiata, inducendola a dare garanzie in Parlamento sulla destinazione dei sopravvissuti, collocati provvisoriamente in strutture di un complesso di lusso a Kensington. L’incendio e i lutti hanno fatto esplodere il problema degli edifici che hanno rivestimenti simili alla Torre Grenfel (24 piani, per 67 metri di altezza). Ce ne sarebbero circa 600 in tutta Londra che ora dovranno essere messi in sicurezza dopo le perizie degli esperti della sicurezza. L’altra questione sono i controlli. Durante i lavori di ristrutturazione di una parte del grattacielo nel 2016 non sarebbero stati riscontrati elementi di pericolo, anzi per migliorare l’aspetto della Torre era stato aggiunto il rivestimento ora incriminato. Le fiamme che hanno coinvolto il rivestimento esterno si sono propagate ad una velocità terrificante verso i piani superiori impedendo qualsiasi intervento di contenimento da parte della squadra di 150 pompieri. Le inchieste (una penale e una pubblica) promosse dovranno chiarire esattamente le cause del rogo e perché non sono stati utilizzati pannelli ignifughi dal costo appena poco superiore. A Londra è scatta la paura di incendi soprattutto degli alloggi popolari e secondo la Bbc e il quotidiano Guardian è da tempo che il gruppo Interparlamentare ha inviato al governo inglese appelli per garantire la sicurezza antincendi. La Grenfell Tower ed altri edifici simili non hanno una seconda scala di emergenza. Negli anni Settanta, quando vennero costruiti questi edifici di edilizia pubblica popolare, non erano obbligatorie certe misure di sicurezza come per le nuove costruzioni residenziali che debbono avere porte tagliafuoco. La forte emozione provocata dalla tragedia (alcuni ambienti temono 150 morti) sta spingendo il governo e gli amministratori locali a mettere in piedi un vasto piano di controllo della sicurezza antincendio, affidando ai vigili del fuoco il compito di redigere severe relazioni al fine di intervenire su vasta scala. Travolto dalle critiche è stato costretto alle dimissioni Nick Paget-Brown che era al vertice dell’Istituto titolare della proprietà dell’edificio. ( smen)

07/2017 [stampa]
STATI UNITI, MERKEL E L’EUROPA/b>
Un articolo di fondo di Federico Fubini sul Corsera dell’ 8 luglio legge secondo un’ottica di commercio internazionale lo “scontro” tra gli Usa e l’Europa. Secondo il commentatore di cose economiche la “colpa” della Germania sarebbe di essere “mercantilista” , con un “avanzo monstre nei saldi di beni , servizi e partite finanziarie di quasi 300 miliardi di dollari”. Questo “danno al commercio internazionale” verrebbe compensato dal deficit per 450 miliardi di dollari degli USA . Insomma, secondo Fubini “i fatti dicono che l’America crea domanda per il commercio, la Germania e l’Europa ne distruggono ogni mese e dunque la leadership di queste ultime appare discutibile”. La responsabilità di questa divergenza ricade dunque sulla Germania e “lo strappo della cancelliera” sarebbe , appunto, “discutibile”, come spiega in sintesi il titolo. Per la verità, la questione non è di oggi ed il surplus commerciale di Berlino da tempo è sotto la lente degli organismi internazionali , le cui ideologie economiche non vedono di buon occhio il fatto che la Germania abbia un attivo di bilancio, perché invece sarebbe il passivo a far girare l’economia internazionale, come condizione permanente e non di ciclo economico . Sarebbe interessante analizzare da un altro punto di vista queste diversità nella conduzione delle economie. In fondo si constaterebbe che mentre il capitalismo anglosassone vive nell’ iperliberismo, nella inflazione e nel ruolo decisivo della finanza, nel capitalismo “renano” si privilegia la produzione e si ci si muove nella logica della economia sociale di mercato. Tuttavia riteniamo che tali diversità non siano la ragione prevalente del duello tra Germania e Stati Unti. Ci aiuta a mettere a fuoco la questione un articolo di Dario Fabbri sul numero 5 di Limes nel quale si sostiene una tesi del tutto opposta. Lo strappo o meglio l’”attacco” viene dagli Stati Uniti : “l’impero americano – scrive – è ossessionato dal pericolo di un’Europa tedesca e filorussa. Per questo Washington è alla controffensiva sul fronte commerciale , geopolitico , militare e di intelligence”. L’Europa, soprattutto con il presentarsi della linea per un’”America first” di Trump, si trova a fare i conti con sé stessa. Il mancato disegno unitario sul piano politico, la scarsa attitudine ad assumersi le responsabilità – anche finanziarie - della propria difesa, la rinuncia da oltre 60 anni alla costruzione di un vero esercito europeo e di una politica estera comune, rischiano di rinchiudere sul solo piano economico una Europa a trazione tedesca o, al massimo, secondo l’asse franco tedesco. Un occidentalismo in crisi e un conflitto ad est , suscitato nei riguardi della Russia dal nucleo duro della potenza americana e cioè il “complesso militare industriale”, da un lato ne restringono gli orizzonti, ma dall’altro costituiscono elementi sui quali l’Europa non può fare a meno di scegliere e operare secondo un suo interesse complessivo. Sulla Merkel che, appare ancora favorita nelle prossime elezioni politiche di settembre, incombe una responsabilità grande. Ridurre il dilemma della politica tedesca alla questione del mercantilismo o del deficit è non solo sbagliato, ma non coglie la questione storica che è di fronte alla stessa Europa. Alla Merkel spetta la principale responsabilità per decidere se l’Europa potrà essere protagonista della politica internazionale. E soprattutto di ciò che accade ai suoi confini , sia ad Est, sia a sud o nel vicino oriente. Nonostante le questioni aperte, sia strumentalmente o senza prove come per le ipotizzate interferenze nelle elezioni, sia per la spinta per le sanzioni economiche, sia per i rischi di un conflitto anche militare tra Russia e USA nella Siria e sul futuro di Assad, Trump e Putin si sono incontrati ed hanno raggiunto un accordo – da verificare sul campo – per una tregua nella zona sud occidentale della Siria. Il”peso” della politica americana e l’abilità del leader russo dimostrano che la politica rappresenta la leva per affrontare le questioni . La politica decide. L’Europa che rappresenta un gigante economico non è in grado di far valere il suo peso economico perché non ha una politica. Per giunta non riesce a darsi una linea unitaria neppure sulla questione delle immigrazioni. I prossimi mesi - ma è urgente – ci diranno se lo strappo della cancelliera sia il primo segnale di un giusto percorso. PIETRO GIUBILO

05/2017 [stampa]
TRUMP DEMOLISCE LA POLITICA ESTERA DI OBAMA/b>
Il furioso attacco che ha fatto seguito alla visita del Ministro degli Esteri russo Lavrov a Trump aveva dimostrato il tentativo dell’establishment statunitense, legato a Obama, di bloccare l’azione internazionale del presidente eletto. E’ evidente il costante tentativo di impedire una riconciliazione con la Russia che rappresenta una componente essenziale per la strategia di stabilizzazione dei rapporti internazionali e di lotta al terrorismo islamista. Sotto questo profilo l’accusa di aver passato ai russi notizie su nuove tecniche di azione terrorista, appare pretestuosa e paradossale, come se si ritenga, da parte dei media, accettabile, se non auspicabile, che tali azioni si svolgano nei riguardi di cittadini russi. L’opera di “contenimento” nei riguardi del Presidente Usa, viene portata avanti con l’utilizzo di ogni mezzo, compresi l’uso di intercettazioni , di funzionari irresponsabili e sleali all’interno della stessa Casa Bianca, fuoruscita di notizie riservate e di rapporti “segreti”, campagne giornalistiche e di mobilitazione della opinione pubblica. Si tratta di un evidente utilizzo di un “contropotere” forte e dominante , al di fuori di ogni controllo democratico, ma che viene giustificato purché agisca contro il neo Presidente. L’altro aspetto di una gravità inaudita è che queste iniziative sono ben decise a dividere il campo degli Stati che dovrebbe , invece, essere unito contro l’assalto terrorista. Come i fatti hanno dimostrato ampiamente, la collaborazione della Russia al contrasto al terrorismo appare efficace e indispensabile. Ora, pur “soffrendo” questo tentativo di imporgli la linea anti russa, Donald Trump ha mostrato intelligenza politica con una iniziativa che ribalta la politica internazionale del suo predecessore. Il progetto che ha accompagnato , nei giorni scorsi, il viaggio a Riad e le tappe successive , riguarda, complessivamente, l’arco che va dalla penisola arabica alla parte est del nord Africa. In quest’area Obama, affermando, a suo tempo, che gli Stati Uniti non possono essere “i poliziotti del mondo”, di fatto, ne aveva favorito una pericolosa disgregazione. A cominciare dalla politica di “regime change” attuata in Libia e sollecitata per la Siria, comprese le incertezze nei riguardi dell’Egitto e che si aggiungevano ai precedenti interventi in Iraq. Tali obbiettivi dovevano prevalere anche rispetto alla lotta al terrorismo. Il quadro strategico complessivo si era fondato sul sostegno acritico delle “primavere arabe”, mentre nessun passo in avanti era stato ottenuto rispetto al conflitto israelo-palestinese. Anche il lasciar fare alla linea aggressiva dei sunniti nei riguardi degli sciiti di Iraq, Iran – da cui aveva ottenuto la rinuncia all’”atomica” - e Siria ha contribuito all’emergere di quella che la critica geopolitica più avveduta ha descritto come la “strategia del caos”. Proprio in questa area devastata dagli “errori” di Obama, Trump sembra intenzionato a intervenire per una normalizzazione, ponendo , al centro, la questione della lotta al terrorismo al di sopra di ogni altro interesse geopolitico e sul quale impegnare tutti gli attori della regione. E’ questa la condizione con la quale ha ristabilito buoni rapporti e forniture di armi a Riad . Non solo , la coalizione antiterrorista dovrebbe coinvolgere tutti, anche la NATO che non può baloccarsi in una ipocrita riedizione del contenimento antisovietico. Di conseguenza, sulla linea del contrasto al terrorismo , sarebbe da irresponsabili non associare la Russia di Putin. Con un efficace tempismo, Trump ha utilizzato lo sdegno e il risentimento per l’ignobile azione terrorista di Manchester, per proclamare la nuova priorità della strategia americana: “Sono malvagi e perdenti. Sradicheremo i terroristi dal mondo”. Questa parole - il senso non è di circostanza – chiariscono il significato del suo viaggio che aveva per scopo principale di creare una nuova coalizione per annientare l’estremismo. Definendoli “perdenti” ha fatto capire che intende annientarli. Una determinazione del genere non si era mai resa evidente negli orientamenti espressi all’indomani degli attacchi che si erano svolti nei mesi precedenti. Come riporta La Stampa del 24 maggio : “poco prima che il presidente partisse, il segretario alla difesa Mattis, aveva annunciato la nuova strategia adottata contro l’Isis. Il Pentagono non si accontenterà più di sconfiggere il Califfato, come sta facendo a Mosul e punta a fare a Raqqa, ma taglierà le vie di fuga ai suoi militanti. Li circonderà e li annienterà, proprio per evitare che possano tornare nei loro paesi d’origine, in Europa o in America, ad organizzare attentati, o magari raggrupparsi in zone vicine come la Libia”. Donald Trump che si è trovato in serie difficoltà nei primissimi mesi, sembra aver trovato una linea strategica rispetto alla quale sarà assai difficile attaccarlo e, soprattutto, sarà chiamato ad essere coerente anche quel “deep power” , cioè l’insieme degli apparati che, dal sua insediamento, ha remato contro. Il nuovo presidente appare in sostanza, un “osso” assai più duro di quanto i suoi detrattori e gli oppositori del vecchio establishment avevano ritenuto. Cadono anche le malcelate intenzioni per un “impeachment” sul quale avevano scommesso molti incauti commentatori politici, gli stessi che avevano puntato ed erano sicuri della elezione di Hilary Clinton. Far dimettere un Presidente che vuole annientare il terrorismo è operazione assai difficile e rischiosa anche per poteri abituati a organizzare “golpe” e “attentati”. PIETRO GIUBILO

04/2017 [stampa]
SIRIA I MISSILI DI TRUMP E L’EUROPA
Anche lo schieratissimo Corriere della Sera espone qualche dubbio sull’attribuzione ad Assad dell’uso del gas sarin a Khan Shelkhoun. Ci sono, infatti, ragioni di carattere politico e valutazioni tecniche che inducono a ritenere che la vicenda delle raccapriccianti morti per avvelenamento nella cittadina della provincia di Idlib è lungi dall’essere chiara. Non si è trattato di un bombardamento su larga scala, con centinaia di morti, come si addice ad un’azione area finalizzata ad eliminare una enclave di oppositori o qaedisti. Le morti sono state relativamente poche, come ,paradossalmente, si fosse trattato di un’azione solo a carattere dimostrativo, non mirata a sradicare una avamposto di resistenza . C’è da dire, poi, che il tipo di gas ancora non è stato identificato con esattezza da una inchiesta ad hoc di organismi internazionali, come sarebbe necessario , anche per tentare di risalire alla sua provenienza. Poi c’è da considerare l’argomento principale, cioè di natura politica, che lo stesso quotidiano prende in considerazione: “ Perché Assad sarebbe ricorso al sarin rischiando la reazione usa ?”; ciò proprio alla vigilia – aggiungiamo noi - di una evoluzione del tavolo delle trattative sulla Siria che andava volgendo verso l’accettazione della partecipazione del governo siriano. Oltretutto, sul piano militare, le opposizioni e i loro alleati, negli ultimi mesi, hanno subito sconfitte, trovandosi anche in un certo isolamento internazionale , per l’influenza russa , per lo spostamento di Erdogan fino a poco tempo prima loro sostenitore, per la posizione espressa da Trump fino a prima dell’”attacco” del 4 aprile, che indicava nell’Is la priorità da combattere in Siria. Sulla superficialità e soprattutto la strumentalità delle spiegazioni sulle operazioni dell’uso di armi non convenzionali, va ricordato quanto fece emergere l’inchiesta di uno dei più importanti giornalisti americani, Seymour Hersh, per il quale le armi chimiche usate a Ghouta nel settembre del 2013 furono sottratte in Libia e poi portate in Siria attraverso la Turchia dai “ribelli” sostenuti dagli USA e dalle monarchie del Golfo. L’articolo , pubblicato su Repubblica, è consultabile per intero sul sito http://www.lrb.co.uk . Come anche il Rapporto della Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons (consultabile su http://www.opwc.org ), secondo la quale la responsabilità fu dei ribelli e non di Assad. L’ “operazione”del 4 aprile ha cambiato completamente lo scenario verso il quale si andava assetando la situazione siriana. Dopo mesi nei quali non era stato più preso in considerazione il “regime change”, cioè la cacciata di Assad, la opzione ritorna pesantemente in campo. Gli Usa riprendono terreno in Siria, per ciò stesso ridimensionando la”garanzia” russa . Putin con il sangue freddo che lo contraddistingue ha contestato l’interpretazione di Washington sui fatti avvenuti , ma non ha usato il suo apparato militare per “respingere” l’azione missilistica di Trump. Si sarebbe sfiorato l’inizio di quella “ guerra mondiale in Siria” che gli analisti di geopolitica paventano da anni ( vedi Limes marzo 2013 ). Erdogan ha approfittato per riposizionarsi e ritornare allo schieramento sunnita, che tanta parte ha avuto nel suscitare il jihadismo e lo stesso Is. Israele ha rilanciato la sua tradizionale posizione ostile a Damasco, anche per continuare a giustificare l’occupazione del Golan, senza contare che azioni militari in territorio siriano sono state effettuate , anche recentemente da Tel Aviv. Resta, in alcuni osservatori, un ultimo dubbio e cioè che il lancio dei missili tomahawk che sembrerebbero - secondo fonti russe – non aver recato troppi danni , anche perché Mosca era stata avvisata prima , appartenga ad un aspetto tattico da parte di Trump, cioè un avvertimento a Damasco con l’occhio alla situazione interna statunitense. Non vi è dubbio che il neo Presidente si sia trovato in notevoli difficoltà per l’ostilità dei giudici che gli hanno bloccato le decisioni sul controllo dell’ immigrazione, del Congresso per l’ostilità di una parte degli stessi repubblicani, dei servizi segreti, della stampa e di ciò che essa rappresenta in termini di potere non solo mediatico e che , quindi, abbia anche sentito il bisogno di assicurarsi il sostegno dell’”apparato militare”, sempre molto importante negli Usa. Ma che tutto ciò abbia anche un carattere strategico sembra non esservi dubbio e ciò spiegherebbe il ridimensionamento del suo più stretto collaboratore, Steve Bannon, allontanato dal Consiglio di Sicurezza Nazionale. La linea politica di Trump si va configurando con un carattere pragmatico. Coloro che avevano tratteggiato un Presidente “isolazionista”, portatore di un esclusivo interesse nazionale , forse hanno commesso l’errore di catalogarlo in una idea, cioè una visione della politica. Il nuovo Presidente invece opererà su piano internazionale puntando , per i rapporti internazionali, esclusivamente secondo la convenienza degli USA ; il punto di appoggio di questa politica sarà la messa in campo della forza degli USA, commerciale, finanziaria, militare, senza particolari riferimenti ideologici o “missionari”. In questo contento si profila anche l’atteggiamento americano nei riguardi della Corea del Nord, e non è stato un caso che l’azione ”dimostrativa” sull’ aeroporto di Sharyat sia stata autorizzata mentre era a cena con il primo ministro cinese Xi Jingping. Nel contesto internazionale, considerando l’ascesa della Cina e il ruolo conquistato da Putin per la Russia , si sta assistendo al ritorno della politica di potenza. Nel confronto internazionale conterà il peso di ciascuno. In questa prospettiva, risulta ancora più drammatica la debolezza dell’Europa. Divisa, percorsa da venti nazionalisti, con una economia in difficoltà, soprattutto di alcuni paesi. Senza una politica estera e di difesa comune, aggrappata all’”ombrello americano” , minacciata e colpita dal terrorismo. L’elenco delle debolezze europee sarebbe lungo da elencare. L’elezione di Trump, la determinazione dei suoi interventi, rischiano di rendere ancora più evidente e di accelerare drammaticamente il declino dell’Europa. Il tutto in una ferrea logica geopolitica. Pietro Giubilo

03/2017 [stampa]
CINA “GLOBALIZZATA” ?
Aprendo il 5 marzo i lavori del Congresso nazionale del popolo, la più Importante istituzione cinese, il premier Li Keqian ha affermato che “la globalizzazione economica è nell’interesse fondamentale di tutti i Paesi” aggiungendo che “ la Cina non modificherà il suo impegno di promozione della cooperazione economica globale e confermerà il suo modello di interscambio multilaterale come primo canale del commercio internazionale”. Anche il Segretario generale del partito comunista cinese Xi Jinping, partecipando il 17 gennaio, per la prima volta, al Convegno di Davos, aveva esaltato la globalizzazione, firmando un accordo di “partnership decennale”, nell’ambito di quei lavori nei quali una sessione assumeva il tema ”l’Asia prende il comando”. In quella occasione, la presenza della massima autorità cinese venne apprezzata dal fondatore del forum Klaus Schwab e dall’autorevole presidente di Eurasia Group Ian Bremmer che ebbe ad usare espliciti apprezzamenti: ”La reazione di Davos al discorso di XI ? Successo su tutti i fronti “ . Lo stesso Xi non appena asceso al potere nel novembre del 2012, come ricorda Caracciolo sul numero di Limes del gennaio 2017, dimostrò di volersi ispirare al colonnello Liu Mingfu, un importante commentatore di cose militari, che aveva scritto un testo destinato ad influenzare la visione politico militare di Pekino: “Considerazioni di grande potenza e come fissare una strategia per l’èra post-americana”. In buona sostanza la linea cinese apparve volta a controllare una quota maggiore delle risorse mondiali perché l’America si è dimostrata incapace di farlo”. La Cina deve ampliare il suo ruolo mondiale contemperando sia la sua vocazione universalista e, quindi, globalizzante, sia mantenere l’unità interna che lo sviluppo economico potrebbe mettere in discussione . Come conferma anche nell’editoriale di febbraio il già citato mensile di geopolitica, la visione globalista di Pekino appare indirizzata verso una globalizzazione competitiva: “ Quando il presidente cinese si erge a campione della globalizzazione non intende salvare l’impero americano che Trump vorrebbe forse inconsapevolmente sacrificare al suo tardo mercantilismo, segnala invece che l’interdipendenza economica Cina-Usa non implica la perenne subordinazione agli standard commerciali e finanziari fissati dal Washington consensus, squalificati dallo shock del 2008”. Aggiungendo: “Xi propone di affiancare al paradigma americano una ‘sinoglobalizzazione’, di cui le nuove vie della seta sono l’emblema , in vista del sorpasso cinese sugli Stati Uniti, nella seconda metà del secolo”. E’ evidente lo sforzo emerso a Davos da parte dei circoli finanziari di “integrare” la Cina nell’ambito di una globalizzazione così come si è presentata dagli anni ’90 e cioè come il primato della finanza sulla politica ed anche sulla economia reale. Il “pericolo” Trump, evidenziato dal rifiuto dell’accordo TransPacifico, spinge a tentare di far intervenire la Cina in soccorso di una globalizzazione minacciata dall’”America first” del nuovo Presidente degli Usa. Tuttavia la Cina presenta due caratteristiche che non collimano con il paradigma ultraliberista e finanziario e cioè il ruolo forte della politica che si poggia su uno stato totalitario e ancora nominalmente “comunista” e una produzione di beni economici per la quale il gioco della finanza appare ancora e per il momento, subordinato agli obbiettivi produttivi. L’”utopia” globalista tenta ancora di giocare una partita per sottomettere identità , politica ed economia reale, ma l’esito difficilmente sarà quello auspicato dalle élite finanziarie. Per aspetti differenti la vecchia Europa continentale appare condizionata dal modello globalista e ne sta subendo le conseguenze sul piano economico e sociale , con un ridotto peso dell’economia reale, la disuguaglianza e, soprattutto l’impoverimento dei ceti medi che investono soprattutto alcuni paesi in sofferenza . L’America ha saputo reagire. Dell’Europa si attende ancora il risveglio politico. PIETRO GIUBILO

02/2017 [stampa]
TRUMP E IL VASO DI COCCIO DELL’EUROPA
Non bisognerà aspettare i fatidici “cento giorni” per tracciare un primo bilancio dell’attività e , soprattutto, dell’indirizzo operativo , del nuovo presidente degli Stati Uniti. I commentatori politici che già si erano distinti nell’aver sbagliato tutte le previsioni sul risultato elettorale, nell’attesa del suo insediamento avevano ripetutamente scritto che difficilmente Trump avrebbe potuto attuare quello che aveva promesso nel corso della sua campagna presidenziale. Puntualmente , invece, i primi atti hanno dimostrato una ferma coerenza con quanto annunciato: dall’annullamento del trattato Trans Pacifico alla cancellazione dell’Obamacare, dalla ripresa della costruzione del Muro con il Messico al blocco delle immigrazioni provenienti da alcuni paesi a prevalenza religiosa islamica. In politica estera i primi contatti con Putin, ancora non codificati in maniera ufficiale e, soprattutto la visita di Theresa May, fanno già presagire il carattere , anche nelle relazioni internazionali, di quell’ “America first” che sembra sintetizzare la presidenza di Trump. Nell’incontro molto significativo è stato l’esplicito elogio della Brexit da parte dell’inquilino della Casa Bianca. “Una cosa meravigliosa” è la definizione usata. La stampa dell’establishment italiano ( Corriere della Sera ) , nonostante il successo dell’incontro - la May ha voluto ricambiare invitando Trump a Londra - ha tentato di minimizzare, arzigogolando una serie di argomentazioni che vedrebbero gli USA e la GB in posizione “differente” nei riguardi del Capo del Cremlino. Per la verità, pur essendo nota la posizione britannica da anni in dissenso verso Putin e a sostegno degli oligarchi , tuttavia non si può non rilevare che, sul piano internazionale , i rapporti dell’Occidente con la Russia sono determinati da ciò che deciderà Washington, mentre Lontra , come tradizione, si metterà nella scia americana. Il fatto rilevante dell’incontro appare , invece, l’atteggiamento del Presidente americano verso la Ue. Ritenere positiva l’uscita di Londra significa esprimere un giudizio, se non negativo, quantomeno riduttivo dell’Unione europea. L’”America first” non deve essere valutato come un neo isolazionismo americano. Ed è veramente ridicolo come questa interpretazione banale abbia trovato spazio nei commenti di “esperti” della politica internazionale in Italia. Tutt’altro. C’è un cambio di strategia. L’America anticipa il cambiamento e, comunque, si pone nella linea, ormai emergente, del recupero di una geopolitica che ricostruisce il ruolo delle Nazioni inserite in grandi aree geografiche. La globalizzazione, in un certo senso, appare ormai in declino e si apre un tempo nel quale , rispetto al potere della finanza in quanto tale, si ripropone il ruolo della politica e quindi degli Stati. L’area geopoltica che si trova spiazzata e impreparata di fronte a questa nuova prospettiva è, appunto, l’Europa. Trump, probabilmente , lo sa e, quindi, ne prende atto. L’Inghilterra con la sua uscita dalla UE, si prepara ad affrontare questa nuova condizione internazionale, secondo la sua tradizionale politica da potenza insulare. La Russia di Putin che si è da tempo posta come alternativa alla globalizzazione, ha preparato da tempo la sua statualità e la sua forza militare , per recuperare il suo ruolo “imperiale” che gli Stati Uniti avevano cercato di impedire, soprattutto con la presidenza Obama. Di fronte a questo scenario di politica internazionale, dove, tra l’altro, la Cina opera su un doppio binario , sia nell’avvicinarsi alla globalizzazione – addirittura qualcuno ha definito “l’Impero del Centro”, “la colla che tiene insieme l’economia globale” ( Caraccio , Limes, Gennaio 2017 ) - sia con la “Belt and Road Initiative”( Iniziativa della Cintura e della Via ), come mascheramento di una geopolitica neoimperialistica, il “vaso di coccio” appare l’Europa. Senza una qualificata ripresa politica dell’Europa, appare ingenuo, entusiasmarsi per la politica estera di Trump. Lo stesso Putin – per quanto attratto, a suo tempo, dalla possibilità di un entente europeo- dovrà prendere atto di uno scenario nel quale l’Europa appare assente e senza futuro. Ci attendono scelte – pena la definitiva e totale irrilevanza politica - in termini di politica estera e di difesa che, al momento, non siamo in grado di effettuare . Sono gravemente inadeguati gli scenari che vedono il nostro Continente discutere su politiche del debito che si dimensionano sugli zero virgola, i cui stati non hanno ancora la giusta consapevolezza del fenomeno immigratorio in termini non solo di costi, ma di caos sociale, addirittura incapace di una politica verso quello che dovrebbe essere considerato il proprio “giardino di casa” cioè il sud del Mediterraneo. Il Mediterraneo rischia di diventare – ed in parte lo è già - un tratto della “ nuova via della seta” cinese ( Pireo ) o rampa di lancio degli interventi – non solo militari – della Russia ( dopo la Siria, Egitto e Libia ). L’Europa non dà alcun segale di ripresa. Se lo fa – vedi iniziativa italiana verso Fayez al-Serraj – sbaglia. Encefalogramma piatto. PIETRO GIUBILO

01/2017 [stampa]
GLI ULTIMI PERICOLOSI GIORNI DELL’”ANATRA ZOPPA”
In America quando un leader subisce una sconfitta è in uso chiamarlo “lame duck”, “anatra zoppa”, nel senso che il suo incedere politico diviene più difficile e incerto. Barak Obama a novembre del 2014 , dopo la sconfitta di quella tornata elettorale, con la conquista da parte repubblicana della maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato, venne, appunto , definito in quei termini. Da allora – ma anche prima aveva dimostrato enormi inadeguatezze come l’accelerazione della strategia del caos nel Medio Oriente e nel nord Africa – è stato un susseguirsi di errori , dimostrato dalla sconfitta finale dei democratici alle elezioni presidenziali del novembre 2016, in un abbraccio mortale che ha unito nel destino lui e la candidata Hillary Clinton. E come a volte accade quando un leader deve uscire di scena, le ultime fasi di governo si caricano di eventi negativi , disperatamente posti in essere per segnare e condizionare il percorso del suo successore. Il caso di Obama, sotto questo aspetto, è un classico. Tra il novembre dello scorso anno e il gennaio, quando avverrà l’insediamento di Trump è un susseguirsi di avvenimenti che tentano di impedire il nuovo corso della politica estera statunitense, annunciata dal presidente eletto. Il punto focale sono i rapporti con la Russia. Obama ha fatto dire alla CIA , senza prove, che Putin ha interferito sulle elezioni presidenziali danneggiando la candidatura democratica. E’ veramente singolare che un ente di intelligence che ha messo sotto controllo i telefoni dei principali leader europei - e probabilmente oltre – fino al noto spionaggio di quello di Angela Merkel – fatto provato e ammesso , con false scuse, dallo stesso Obama - , si permetta di mettere sotto accusa – senza dimostrare alcunché - il premier russo per aver esercitato pressioni sulla competizione di novembre. Ma c’è stata una dichiarazione di Obama che ha lasciato perplessi e preoccupati per il suo contenuto minaccioso. Il 16 dicembre il presidente uscente aveva infatti dichiarato: “Non c’è dubbio che quando un governo straniero cerca di avere un impatto sull’integrità delle nostre elezioni è necessario che intraprendiamo qualche azione. E lo faremo , a tempo e luogo di nostra scelta. Qualcuna sarà esplicita e pubblicizzata; qualcun’ altra potrà non esserlo”. Il sospetto, peraltro non provabile, che si è diffuso è che, tra quelle non “pubblicizzate”, ci siano l’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia che aveva avuto un ruolo decisivo nell’evitare che i rapporti tra Russia e Ankara, dopo l’abbattimento del caccia russo, volgessero verso uno scontro . Anzi è stato il prevalere di un rapporto diplomatico positivo che ha contribuito ad accelerare l’evolversi della lotta al terrorismo in Siria, con la conquista di Aleppo , che ha amareggiato gli Stati Uniti. Del resto una accusa esplicita verso Washington e del suo “protetto” Gulen è stata formulata direttamente da Erdogan. Tra le azioni “pubblicizzate” ha suscitato scalpore quella dell’allontanamento dei membri diplomatici russi e del rafforzamento delle “sanzioni” da parte statunitense vero l’economia russa e personalità legate a Mosca. Anche questa è stata una iniziativa con un carattere altamente provocatorio , nel senso che ci si aspettava , come logica reazione, un analogo provvedimento da parte di Putin. Tutto ciò avrebbe avuto come conseguenza , a pochi giorni dal suo insediamento, di bloccare uno dei capisaldi della politica estera di Trump e cioè una collaborazione con la Russia , più volte annunciata e riconfermata. Tuttavia questa “provocazione” ed anche quella dell’uccisione del diplomatico, non hanno fatto i conti con la capacità e la tenuta del leader del Kremlino che non è caduto nella trappola , anzi nel caso dei diplomatici, non solo ha dichiarato di voler mantenere i funzionari americani in Russia, ma ha anche confermato il tradizionale invito ai loro figli per la festa e il pranzo di conclusione dell’anno. Trump ha esplicitamente apprezzato “l’intelligenza” di Putin e Obama, con i suoi consiglieri, è rimasto ancora una volta sconfitto nei suoi tentativi di costruire una nuova guerra fredda, che, se fosse stata eletta la sua candidato Hillary, ci sarebbero stati tutti i presupposti per farla diventare “calda”, in quanto è noto che le intenzioni della candidata sconfitta erano quelle di bombardare le truppe di Assad con il coinvolgimento della struttura miliare russa e , a quel punto ,determinare una reazione che avrebbe prodotto una escalation militare imprevedibile e pericolosissima. Tra provocazioni e fallimenti, quindi, si sta concludendo mestamente il secondo mandato di Barack Obama; sono gli ultimi giorni del peggior presidente degli Stati Uniti. Un presidente privo di una vera personalità che ha trasmesso l’impressione di essere stato “costruito” più di qualunque altro suo predecessore. Addio, Obama. Senza rimpianti . PIETRO GIUBILO

12/2016 [stampa]
L’AUSTRIA NELLA CRISI DELLE CULTURE POLITICHE EUROPEE
La ripetizione delle elezioni presidenziali austriache , avvenute dopo l’annullamento per brogli di quelle di maggio, si sono svolte domenica 5 settembre, dopo che erano state fissate a settembre e ulteriormente rinviate. Lo spostamento ha giovato soprattutto al neo vincitore. Quella che viene presentata come una”vittoria” contro il nazionalista Hofer, tacciato nel dibattito televisivo dal rivale Van der Bellen addirittura di neonazismo, è in realtà un segnale ulteriore delle crisi delle culture politiche europee che hanno governato gran parte dell’Europa nel dopo guerra. L’ex socialdemocratico eletto Presidente della Repubblica austriaca appartiene al partito dei Verdi che, fino alle recenti consultazioni, era accreditato di non oltre il 10 per cento dei consensi . Tuttavia la crisi della grande coalizione tra popolari e socialdemocratici che governa il Paese, aveva sottratto consensi alle due formazioni, lasciando in campo, dopo il primo turno, al capo del Fpo e , appunto al leader dei Verdi, poi eletto. Questa condizione si era creata perché la soluzione di una alleanza tra quelli che sono stati per decenni i due principali partiti austriaci, un tempo alternativi, era diventata una formula permanente e non una soluzione provvisoria per assicurare una fase di governabilità. La disaffezione verso i due partiti che ne era derivata potrebbe essere interpretata come un segnale per il possibile logoramento della analoga formula politica al governo della vicina Germania. L’impopolarità anche sotto questo punto di vista dei partiti governativi, aveva prodotto l’ascesa dei nazionalisti del Fpo ed è stato gioco forza puntare da parte di tutto l’establishment politico sul partito dei Verdi. Il cui leader è stato osannato oltre ogni sua effettiva benemerenza e capacità. Si tratta, infatti, di un personaggio particolare intorno al quale sono sorte alcune leggende oltre che verità. A quest’ultimo aspetto appartengono le origini della sua famiglia russo olandesi e la condizione di profugo dalla Estonia invasa dalla Russia comunista all’inizio della seconda guerra mondiale. Sempre sotto questo aspetto, sembra acclarata, oltre l’aver sposato le idee “sessantottine” , la sua appartenenza ad una loggia massonica di Innsbruck dagli anni ’70 a metà degli anni ’80 e poi “in sonno”, da lui stesso confermata in una intervista del 2008. Il Giornale l’ha definito “aristocratico e massone”. Le “leggende” riguardano l’aver dato la sua disponibilità al sistema di intelligence russo, come riportato da un libro di un ex agente segreto austriaco, o l’essersi schierato in gioventù dalla parte dei russi ai tempi delle rivolte di Budapest e di Praga . L’elemento che affiora nel confronto che si è sviluppato nella campagna elettorale è lo scontro tra una visione multiculturale , di Van der Bellen e quella identitaria di Hofer . Tale questione è destinata ad ulteriori sviluppi in un Paese che già ospita tanti immigrati di religione musulmana. La crisi dell’Europa porta con sé la fine delle sue culture politiche . Essa, poi, consegna la politica a movimenti ed uomini sui quali punta l’establishment, cioè quell’insieme di poteri mediatici e finanziari che si sono sostituiti nel decidere il destino dei popoli . Il nazionalismo che nasce come una ribellione alla globalizzazione finanziaria ed ai suoi sostenitori anche istituzionali è una risposta inadeguata, ma resta un segnale forte per i limiti delle istituzioni comunitarie. L’Europa deve dimostrare di essere alternativa a se stessa, capace, cioè, di riappropriarsi del proprio destino e consegnarlo nelle mani della propria cultura e Tradizione. PIETRO GIUBILO

11/2016 [stampa]
TRUMP BATTE CLINTON E LA POLITICA ARRETRA
Quello che ha stupito nel risultato delle elezioni presidenziali americane è stato il fallimento di tutte le previsioni formulate sulla base dei sondaggi e, conseguentemente, la cocente smentita del sostegno offerto dai mass media, sostanzialmente unanime, alla candidatura della Clinton. Ambedue queste “sconfitte” dimostrano, da un lato, che il malessere al quale ha dato voce Trump si colloca nella società ad una profondità non avvicinabile dalle agenzie di opinione e, nel contempo, che gli interessi, legati soprattutto agli ambienti finanziari e che hanno influito sulle campagne giornalistiche, non sono riusciti a piegare il voto dei cittadini americani. Ricollegandoci ad un editoriale di Avvenire , prima delle elezioni, possiamo dire che i ”soldi” – la candidata democratica ha potuto contare oltre agli appoggi su un maggiore finanziamento della sua campagna elettorale - non sono riusciti a sconfiggere “gli insulti”. Ove, peraltro, non sono mancati i colpi bassi per i quali si è distinta la stampa fiancheggiatrice della Clinton. Il malessere americano è più profondo di quanto non registrino i dati macroeconomici. Le opportunità offerte dalla pur percettibile crescita economica non hanno compensato le difficoltà di lavoro in alcuni Stati; l’allargarsi della forbice della condizione tra il potere di acquisto dei ceti medi e popolari e la concentrazione della ricchezza ha creato insoddisfazione e rivolta soprattutto tra i giovani, rinunciando a farsi rappresentare dai partiti tradizionali. Ha vinto quindi un outsider che si è presentato al di là di partiti inadeguati a cogliere la realtà, compreso quello repubblicano. C’è quindi un dato politico che non va sottovalutato e che mai si era presentato negli USA in questa dimensione e cioè la condizione di difficoltà e crisi dei partiti che tradizionalmente governano il paese. Una crisi definita da Vittorio Parsi, “in caso di vittoria di Trump”, come “definitiva e manifesta”. Massimamente i repubblicani che hanno “subito” la candidatura dell’immobiliarista che ha avuto il sostegno personale solo di qualche esponente (esempio Rudolf Giuliani ), ma anche i democratici, divisi tra una Clinton espressione di Wall Street e di un establishment sempre meno credibile e un Sanders con connotati “socialisti”. Per questi aspetti si può anche parlare di una crisi della democrazia americana; tenendo, tuttavia, presente che vi è stata una forte manifestazione di volontà popolare; che le istituzioni restano sufficientemente stabili - Trump potrà contare su una omologa maggioranza al Congresso e al Senato - e che la Nazione americana presenta , ancora, un richiamo forte da poter far valere sulla scena internazionale. Si tratta quindi, più precisamente, di una crisi politica, cioè dei partiti americani e della loro capacità di rappresentare le esigenze dei cittadini, ma per questo Trump ha tutto il tempo del primo mandato affinché il “suo” partito ricostruisca la credibilità politica e di rappresentanza. Il dato più interessante, qui oltreoceano, cioè in l’Europa, invece, presenta ancora più rilevanti novità. Il programma di “rifare di nuovo grande l’America”, accompagnato da relazioni pacifiche , sottintende una politica estera che, senza trascurare buoni rapporti come nella tradizione atlantica, lascerà l’Europa alle sue responsabilità. Che riguarderanno sia iniziative nel campo della difesa, per una probabile ridotta assunzione di costi per la NATO da parte americana , sia una maggiore autonomia nelle relazioni internazionali, in conseguenza di una linea di politica estera che si presenta come un nuovo isolazionismo . Tuttavia una politica di difesa comune ed una politica estera capace di portare avanti un progetto geopolitico ritagliato sull’interesse dell’Europa, appaiono lontani, quantomeno per l’immediato, dall’orizzonte politico europeo. L’Europa sul terreno politico oggi non esiste. Ad una costruzione economicista dei “poteri” di Bruxelles fa riscontro una tendenza ad un riflusso nazionalistico. L’orizzonte internazionale volge verso una sempre maggiore irrilevanza politica dell’Europa che, con la vittoria di Trump, potrebbe accentuarsi. L’America dei prossimi anni sarà attenta soprattutto al suo essere Nazione che ad un ruolo internazionale; la Russia si sta riproponendo ad un ruolo ultraregionale e che , tra l’altro, la vede protagonista degli equilibri mediorientali non solo per i rapporti con la Siria, ma anche per quelli con l’Iran e la Turchia ed, infine, la Cina sta ricostruendo una sua “via della seta” proprio nei luoghi geografici che un tempo vedevano l’Europa protagonista ( esempio Africa ). Nello stesso ambito europeo, l’anello debole appare l’Italia, con una linea governativa che aveva scommesso su una America guidata dalla Clinton in continuità con Obama ed in conflitto con Bruxelles ; mentre la locomotiva tedesca procede con al seguito una Francia il cui asse con Berlino non presenta distrazioni. Senza l’”ombrello” americano e in conflitto con l’Europa renana; impegnato su una interminabile partita referendaria che comunque finirà per logorarlo; abbandonato da molti settori mediatici che lo avevano sostenuto, Renzi sente che il terreno si sta muovendo sotto i suoi piedi. Crede di poter contare su “certezze” che non ha. Il silenzioso Matttarella, a Gorizia, negli ultimi giorni di ottobre, mentre infuriava la polemica del premier con Bruxelles, ha definito l’Europa un “modello di convivenza e crescita”. Un segnale che Renzi farebbe bene a non sottovalutare. Quello che massimamente preoccupa, comunque, è il futuro di una Italia che meriterebbe una prospettiva diversa. PIETRO GIUBILO

11/2016 [stampa]
UNGHERIA: A SESSANT'ANNI DALLA RIVOLTA
Siamo convinti che nella celebrazione degli anniversari, il rito della memoria, se affidato alle regole del politicamente corretto, diventa un inutile e vuoto esercizio retorico, se invece serve per saldare nella coscienza della comunità il giudizio storico politico con quello etico morale, senza assoluzioni o sconti per nessuno, serve per evitare errori nel futuro e soprattutto per i giovani. Il sessantesimo anniversario della rivolta d’Ungheria è praticamente passato sotto silenzio, salvo poche pagine di quotidiani, perché è anniversario di quelli scomodi, duri da digerire troppe essendo le implicazioni che sarebbero derivate da una sua coerente lettura e soprattutto troppo scomode e politicamente assai poche ortodosse le conseguenze che il dibattito pubblico avrebbe dovuto trarne. La Destra politica e culturale, perciò, è la sola ad avere da questo punto di vista tutte le carte in regola per poter offrire il proprio contributo al rito della memoria, perché coerente con la sua identità. Proprio a quel periodo, metà degli anni cinquanta, infatti, risalgono le sue prime – e grandi - prove di mobilitazione collettiva e di piazza. E’ sulla miscela Trieste italiana ed Ungheria libera che la giovane Destra italiana sperimentò nel dopoguerra la sua capacità di mobilitazione. Coerente con se stessa perché per prima tradusse in protesta di piazza ed in mobilitazione una lettura critica non solo della dinamica mostruosa del comunismo internazionale, ma anche del primo sinistro scricchiolio della buona coscienza occidentale che in nome della “realpolitik” ci costrinse ad ignorare il grido di dolore dell’est europeo. Se è vero che il rispetto della memoria storica si gioca in primo luogo sulla coerenza di un disegno interpretativo allora questo merito la Destra può rivendicarlo. Perché per larga parte di quella buona coscienza europea, il 1956 è davvero il tempo della fine dell’innocenza. E’ la fine dell’innocenza per l’universo comunista, in primo luogo e soprattutto. Quel mondo aveva vissuto il dopoguerra in larga parte immerso nel mito della rivoluzione compiuta e nel sogno della rivoluzione da compiere. Eppure la realtà dei paese europei schiacciati dall’Armata Rossa era già ben visibile. Ad una mostruosa tirannia ne era succeduta un’altra, erano cambiati i guardiani, ma i campi di concentramento erano rimasti gli stessi. A tutti i gesti di riparazione postuma verso i martiri della rivoluzione del 1956, compreso quello compiuto in Ungheria dal Presidente Napolitano, va riconosciuto il valore alto e forte di una riconciliazione con la verità storica, ma questo valore non può che essere fondato sulla seria, netta ed inequivocabile presa di coscienza di un’incontrovertibile verità. Ovvero la consapevolezza che allora erano loro in errore, erano loro i complici dei massacratori e non gli altri. Diciamo questo perché oggi, e non solo da chi ancora esprime nell’orizzonte del comunismo la propria idealità, sentiamo troppo spesso far ricorso a ragionamenti che pongono nella guerra fredda, nella esigenza di schierarsi comunque contro il nemico capitalista la sola e vera ragione dell’adesione entusiasta di larga parte di quel mondo non solo alla repressione ma, prima ancora, alla costruzione di quei regimi totalitari. Ancora una volta di fronte alla lezione della storia quel mondo sente l’esigenza di sottrarsi alla ammissione dell’errore in nome delle proprie buone intenzioni. La fine di quell’innocenza trascina con sé il credere che il comunismo potesse esprimere al suo interno una capacità riformatrice che gli avrebbe permesso di condurre ad una transizione democratica, in nome di una supposta via nazionale al comunismo. E’ vero che questo sogno ha bruciato una generazione di comunisti ma è anche vero che pochi ne hanno tratto la conseguenza sul piano delle scelte politiche, rappresentata dalla fuoriuscita prima e dalla denuncia di quell'orrore poi. A quella parte del mondo comunista che ha saputo ripartire da quelle tragedie è giusto guardare con il rispetto dovuto a chi di fronte alla storia ha preferito privilegiare le ragioni della coscienza individuale piuttosto che obbedire alla coscienza collettiva imposta dal partito. Riccardo Pedrizzi www.riccardopedrizzi.it

10/2016 [stampa]
L’AMERICA REALE E I DUELLI TELEVISIVI
C’è un momento, quasi un rito, della politica americana che focalizza l’attenzione dei media e sul quale, si racconta, si determina il consenso elettorale e, quindi, la vittoria o la sconfitta dei candidati alla presidenza. Come è noto, gli USA sono una democrazia presidenziale , ciò significa che il Presidente rappresenta l’istituzione decisiva, anche se con lo sfalsamento delle elezioni parlamentari , il ruolo forte della presidenza viene bilanciato dalle assemblee rappresentative. Ora quel momento, che abbiamo definito decisivo, sono i dibattiti televisivi tra i due candidati. Sono attesi e preparati con grande enfasi, sono seguiti da milioni di telespettatori e , poi, il loro risultato è immediatamente comunicato dai sondaggi che definiscono chi sia stato il vincitore e chi lo sconfitto. Si svolgono nella più classica delle modalità delle campagne elettorali moderne su base televisiva, nelle quali conta in maniera decisiva l’opinione pubblica che, a sua volta, si forma un giudizio sulla base delle coincise domande e delle altrettanto brevi risposte e battute che i protagonisti riescono a dare. In questi dibattiti non contano solo le parole, ma l’abbigliamento, gli sguardi e le espressioni, addirittura il fatto che alla fine i contendenti si stringano o no la mano. I “comportamenti” e i contenuti degli interventi vengono preparati dai rispettivi consulenti di immagine, ma non solo. In prossimità degli incontri si svolgono operazioni giornalistiche che , spesso, gettano fango sui candidati in modo da intimidirne il comportamento e spingerli a “perdere” il confronto. Un po’ di tutto questo lo stiamo vedendo in questa campagna elettorale presidenziale, ma , potremmo dire che, con modalità diverse, è sempre avvenuto. Addirittura negli anni ’60 uscì un saggio , molto interessante, che si intitolava “Come si costruisce un Presidente”. Tuttavia questa volta le elezioni presidenziali americane vedono contrapposti due candidati, in qualche modo , “insoliti “. C’è infatti una distanza che separa i concorrenti come mai era avvenuto nella storia americana, quantomeno più recente. Da una parte un miliardario che sembra raccogliere il disagio di ceti medi e strati popolari che sentono il morso di una crisi americana che agisce nel profondo e solo apparentemente coperta dai dati macroeconomici. Dall’altra una donna che è stata la moglie di un presidente ed è gia stata segretario di stato di una parte della presidenza Obama , ma che dovette dimettersi e che, soprattutto rappresenta e viene finanziata da Wall Street, cioè dal potere finanziario delle grandi banche e compagnie. Tutti e due, tuttavia, appaiono condizionati. In difficoltà. L’uno per sue dichiarazioni private e per inchieste giornalistiche che hanno fatto apparire o, meglio, hanno costruito una immagine, descritta come arrogante e aggressiva verso le donne. Da quando sono apparse queste notizie il consenso di Trump è improvvisamente – così dicono i sondaggi – crollato. Da un testa a testa, si è aperta, invece, una voragine di oltre dieci punti. L’altra – la Clinton - si porta dietro aspetti forse più gravi e delicati come le mail ufficiali del suo ministero collocate su un indirizzo privato di posta elettronica o i “sospetti” finanziamenti alla sua fondazione da parte dei paesi sauditi con tutto ciò che comporta come possibile ulteriore allineamento della politica americana verso l’aggressività e l’opacità del loro sostegno alle guerre sunnite e allo jhadismo. Poco o nulla trapela, con un vero senso critico, dei reali aspetti che sostanziano le due candidature. Una facile e demagogica lettura indica Trump come un “populista” , mentre la Clinton, nonostante taluni propositi “di guerra” come quelli di aggredire militarmente Assad, viene “presentata” come più affidabile e credibile. Ed il gioco è fatto. Anche la nostra opinione pubblica legge pagine e pagine su come si sono comportati i due candidati nei faccia a faccia televisivi, ma un approfondimento delle conseguenze, anche sul piano internazionale, di una loro possibile presidenza non c’è o, è limitato . Ad esempio Trump appare tentato dall’isolazionismo, cioè da una politica che eviti i conflitti che , invece, Obama ha attizzato ad esempio nell’Europa orientale per far avanzare i confini della NATO sempre più verso Mosca e quindi provocando la reazione di Putin o con il sostegno alle primavere arabe che hanno destabilizzato il Medio Oriente Niente da fare. Trump non merita di essere presidente perché “donnaiolo” oltre ogni possibile tolleranza. La Clinton, invece, può fare il Presidente perché con lei ritorna l’America protagonista della politica internazionale a cui una Europa pallida può appoggiarsi , costi quel che costi. Una politica internazionale già sperimentata nella fallimentare aggressione alla Libia di Gheddafi, nel sostegno anti Assad che ha fatto dilagare il Califfato in Siria ed oltre. L’ultimo “scontro” ha visto , come era nelle previsioni, una Clinton non rispondere alle domande più imbarazzanti e definire Trump il “candidato più pericoloso della storia”. E questo è bastato. Alla fine , irritato e deluso di questa “ ipocrisia” clintoniana e dell’appoggio che riceve , Trump ha detto una cosa insolita per la democrazia americana e per le sue istituzioni “al di là di ogni sospetto”: “Non so se accetterò il risultato”. E’ la reazione di un candidato messo all’angolo da operazioni mediatiche portate avanti con massiccia aggressività dai media e dai poteri connessi ? E’ una velleitaria dichiarazione per motivare con più forza i suoi sostenitori? Forse c’è qualcosa di più. Questa elezioni sembra presentare per la prima volta in America una coppia di candidati che mostra un ”male” americano finora soffocato o non ancora grave e minaccioso. E’ il segno di uno scricchiolio nelle istituzioni finora non avvertito o non esistente. Segnalato anche dalla crescita della violenza non solo politica. Se un candidato alla Presidenza annuncia che potrebbe non riconoscere il risultato elettorale, si apre un tema , finora inedito, quello della crisi della democrazia in America. PIETRO GIUBILO

09/2016 [stampa]
O ISIS O ASSAD
Finalmente, ma con molto ritardo anche Paolo Mieli si convince come sia “ da tempo evidente che non si può pensare di combattere l’Isis con una qualche efficacia e nel contempo cercare di far cadere Assad”. Scopre anche “il ruolo di Al Nusra, la formazione nata nel 2012 da una costola di Al Qaeda che ha fin qui combattuto gomito a gomito con l’esercito libero siriano finanziato e armato in funzione anti Assad dagli Stati Uniti”, da luglio in dichiarata “separazione consensuale” con la formazione ideata da Bin Laden. Sul Corriere della Sera del 13 settembre scrive ancora : “La ‘tregua di Aleppo’ passerà alla storia – speriamo – non solo per gli aiuti che giungeranno ai superstiti di quella città, ma per quella che ne è l’essenza politica. Kerry, annunciando l’approvazione statunitense a futuri raid degli aerei di Assad contro gli jihadisti ha di fatto capovolto quella che fin qui ( diciamo fino ad alcuni mesi fa ) era stata la politica obamiana. Una politica che , non dimentichiamolo, nell’estate del 2013 era stata sul punto di trascinare l’America in guerra con Assad”. Aggiungiamo – e Mieli fa finta di dimenticarlo - che Obama fu fermato da Putin. La strategia di politica estera degli Usa in questi anni passerà alla storia come la strategia del caos e la vera questione da indagare non è quella degli “errori” di tale politica, ma delle reali finalità perseguite e di quali interessi hanno tenuto i fili di queste scelte internazionali. Il sostegno alle guerre dei sunniti contro gli sciiti, promosse dai sauditi che governano stati nei quali vige l’islam più rigoroso e integralista, ha avuto l’assenso di Obama, così come le “primavere arabe” destinate a destabilizzare tutta l’area mediorientale e nordafricana definite da un presidente italiano filoamericano come Napolitano, storicamente positive “come il Risorgimento italiano ” e questo contribuisce a spiegare , come anche l’eliminazione delle posizioni di governo più stabili e legate anche ad una connotazione politica ( Gheddafi – Mubarak ) sia stati sacrifici compiuti per gettare i loro paesi nel caos. Questo caos è destinato ad avere una influenza negativa soprattutto sull’area europea e russa al fine di condizionarne l’economia e la condizione sociale anche per l’effetto delle migrazioni che ne sono state il prevedibile esito. Questa condizione favorisce di fatto le azioni terroristiche. L’Europa sta diventando quello che era Israele al tempo del terrorismo palestinese e trova impreparati quasi tutti i Paesi europei , Russia esclusa per l’azione decisa con la quale Putin a suo tempo debellò l’eversione cecena. Gli effetti del caos internazionale sul piano economico si fanno sentire solo nei riguardi dell’economia reale, non in quello dell’economia finanziaria e questo contribuisce a spiegare il perché la Clinton – candidata democratica alla presidenza , a suo tempo punta avanzata della politica estera di Obama - e la sua Fondazione siano sostenute sia da Soros che dai sauditi. E’ comunque quasi inutile recriminare sugli “errori” – in verità vere e proprie scelte – degli USA, quello che manca è una politica estera europea. Avviluppata nella sue regole economiche e monetarie – come una vera e propri Camicia di Nesso - l’Europa non è in grado di sviluppare una sua politica estera , né a costruire quel “ponte” con la Russia , in una naturale integrazione delle complementari economie .Come ha scritto Lucio Caracciolo: “ La crisi dei migranti ha inferto il colpo forse definitivo ai progetti dei padri fondatori dell’Europa comunitaria”. Questa Europa - un nano politico – non conosce la strada per tutelare gli interessi dei suoi popoli e, continuando così, si avvierà su di una strada di decadenza per evitare la quale non sono certo adeguate le recenti sceneggiate a ricordo delle fallimentari utopie di Ventotene. P.S. Mentre scriviamo queste note giunge la notizia che attacchi aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti sulle posizioni dell’Esercito arabo siriano, hanno ucciso 62 soldati. Gli aviogetti della coalizione degli USA hanno bombardato posizioni delle forze governative siriane nei pressi della città orientale di Dayr al-Zur, uccidendo 62 soldati e “aprendo la via” ai terroristi dello Stato islamico, secondo il Comando Generale dell’Esercito arabo siriano. Il Ministero della Difesa russo ha detto che i velivoli che hanno effettuato i bombardamenti erano entrati nello spazio aereo siriano dall’Iraq. I quattro attacchi sulle posizioni siriane sono stati effettuati da 2 caccia F-16 e 2 aerei d’attacco A-10, aggiungeva. “Se l’attacco aereo è dovuto a coordinate errate degli obiettivi, è una diretta conseguenza dell’ostinata mancanza di volontà degli statunitensi nel coordinarsi con la Russia nelle operazioni contro i gruppi terroristici in Siria”, osservava il rappresentante del ministero della difesa russo Konashenkov, aggiungendo: “Subito dopo l’attacco aereo della coalizione, i terroristi islamici hanno lanciato l’offensiva. Aspri combattimenti con i terroristi sono in corso nella zona dell’aeroporto, dove per lungo tempo gli aiuti umanitari per i civili venivano paracadutati”. . “La Russia conclude che gli USA difendono lo SIIL, Ministero degli Esteri. Gli attacchi aerei USA all’Esercito arabo siriano portano alla conclusione che Washington difende lo Stato islamico (organizzazione terroristica vietata in Russia), ha dichiarato a Rossija 24 la portavoce ufficiale del Ministero degli Esteri russo Marija Zakharova. “Se in precedenza avessimo avuto sospetti che gli USA difendono Jabhat al-Nusra (organizzazione terroristica vietata in Russia) ora, dopo gli attacchi aerei di oggi all’Esercito arabo siriano, arriviamo a una conclusione inquietante, la Casa Bianca difende lo SIIL”, aveva detto Zakharova. “Se è così, allora è questo il motivo per cui gli Stati Uniti non vogliono rendere pubblici gli accordi russo-statunitensi sulla Siria”, continuava. “Chiediamo spiegazioni a Washington, se questa sia una politica deliberata o un errore”, osservava. il 18 settembre sera (19 mattina in Siria) il Ministero della Difesa della Federazione Russa sembra intenzionato a dichiarare la “No-Fly Zone” per gli Stati Uniti sulla Siria consentendo le operazioni solo all’Aeronautica turca nel nord del Paese. Questo significa che non ci saranno più operazioni di droni che permettano agli USA di raccogliere informazioni su al-Qaida (Nusra) in Siria, e neanche sulle forze dello SIIL. Significa anche che se il personale degli Stati Uniti non viene ritirato in questo frangente, la Russia potrebeb annunciare che sarà considerato nemico combattente dai governi russo e siriano. Siamo vicini al possibile inizio di una guerra mondiale?. PIETRO GIUBILO

08/2016 [stampa]
HILLARY E L’ULTIMA INVENZIONE DI UNA CAMPAGNA ANOMALA
La campagna elettorale americana di quest’anno, nella sua anomalia, ha svelato molte nuove realtà. Innanzitutto una crisi dei due partiti tradizionali che, da un lato, non hanno offerto candidature adeguate ad un momento molto difficile sul piano internazionale e dall’altro hanno rivelato divisioni interne piuttosto pesanti , testimoniate sia dalle polemiche degli ex candidati alle primarie contro Trump del suo stesso partito , continuate anche dopo la sua vittoria, e dall’ altro per le discriminazioni del vertice del partito democratico verso l’oppositore della Clinton, il senatore Sanders. Per la verità, la campagna ha messo in evidenza, insieme all’affermazione di Trump e il buon risultato di Sanders, le difficoltà, sconosciute da decenni, di alcuni settori della società statunitense: la grande fascia dei ceti medi, mentre sono cresciute le diseguaglianze, in una società che aveva puntato alla integrazione sociale e delle opportunità. Altri elementi si sono via via aggiunti: un ritorno agli scontri tra “bianchi” e “neri” e disordini e contestazioni nei comizi elettorali in particolare in quelli di Trump. Qualche osservatore ha parlato di “quella che sta assumendo sempre più le sembianze di una nuova ‘guerra civile’ tra neri disagiati e poliziotti d’America”. In questi giorni , poi, Hillary Clinton, ha superato se stessa – per arroganza e ipocrisia – accusando Putin di essere intervenuto – con i servizi segreti e l’utilizzo di hakers - dentro il sistema informatico del Partito democratico , per influenzare il risultato elettorale di novembre. La questione era nata dalla pubblicazione, venerdì 22 luglio, poco prima della convention democratica, su WikiLeaks , di 20 mila email, che rivelavano come la Clinton era stata favorita dal comitato nazionale del suo partito che aveva anche ostacolato Sanders. Un colpo non solo di immagine verso la ex first lady , ma che si aggiungeva ai molti problemi per le email istituzionali che, a suo tempo, l’ex segretario di stato aveva postato su un sito privato, mettendo a rischio la sicurezza nazionale degli USA. Con una tecnica tipica dei manipolatori di comunicazione, lo staff della candidata presidente ha utilizzato questa vicenda per gettare accuse ai russi e , quindi, chiamare in causa la presunta simpatia del suo avversario per il Presidente Putin . Il clamore suscitato dalle irregolarità interne del partito democratico – e negli USA queste cose hanno un peso non indifferente, si ricordi il Watergate - è stato utilizzato, con la chiamata in causa, senza alcuna prova, dei servizi segreti russi , per attaccare Trump e metterlo all’angolo di una opinione pubblica che, in America, è stata lavorata a fondo, per “criminalizzare” il leader russo. La stragrande maggioranza della stampa mondiale - e in Italia, in prima fila il Corriere della Sera - si è prestata a questa operazione a doppio obbiettivo : da un lato per rinfocolare gli attacchi a Putin ( il leader dei repubblicani al Congresso ha dichiarato: “ la Russia è una minaccia globale , un paese guidato da un teppista pericoloso” ) e dall’altro per “fermare” la continua avanzata del candidato repubblicano ( Obama ha dichiarato: “ The Donald è pericoloso. Lasciate perdere per un attimo la questione dei codici nucleari nelle sue mani. Il principale problema è che lui non sa di affari internazionali e non ha alcun interesse a imparare” ). Questa campagna , tra l’altro basata su una totale assenza di prove tanto è vero che la Russia – giustamente - l’ha definita “umorale”, nasconde, invece, una realtà suffragata da prove clamorose. Per anni , sotto la presidenza Obama la Cia ha spiato le comunicazione dei maggiori leader alleati europei - compresa la Merkel - e gli Stati Uniti sono stati costretti ad ammetterlo. In una intervista, Luttwak, che di queste cose se ne intende, disse esplicitamente che i colloqui tra Putin e Berlusconi, mentre si parlavano all’interno di una sauna, erano ascoltati . Quando poi la situazioni in Ucraina venne indirizzata verso il “golpe” di piazza Maidan, è noto come un esponente del governo americano , a riguardo dei problemi che si sarebbero prodotti in Europa occidentale, disse, rivolta a quest’ultima , “che se vada a farsi fottere” . Senza parlare della disinvolta attività dei servizi segreti statunitensi che per decenni hanno svolto clamorose operazioni “golpiste”, più o meno riuscite ( esempi : Cile - Cuba ) ed avallate dai Presidenti in carica. La politica estera della presidenza Obama, compreso il periodo nel quale era stata segretario di stato Hillary Clinton , è stata portata avanti sotto il segno del caos diffuso a piene mani in tutto il medio oriente e nel nord Africa , con un appoggio destabilizzante in Libia, Siria, Tunisia per il quale ancora si stanno pagando le gravi conseguenze in termini di diffusione del terrorismo islamista in paesi nei quali , tutto sommato, i regimi precedenti erano riusciti a tenere a freno l’integralismo mussulmano. Obama appare ancora avviluppato alle strategie dei sauditi che continuano ad alimentare la diffusione della guerra religiosa all’interno dell’Islam che finisce nella stessa Europa, anche attraverso le moschee che vengono finanziate . L’impressione che emerge da queste vicende è quella che le manipolazioni della comunicazione non riescono, tuttavia, più a mascherare la verità che si va facendo strada anche presso l’opinione pubblica statunitense. Ed è questo constatazione che costringe i “guru” del partito democratico ad inventarsi ogni giorno una falsità, per cercare di mantenere il consenso intorno alla candidata dell’establishment, anche finanziario degli USA e non solo . G. P.

07/2016 [stampa]
IN AUSTRIA SI RIPETERA’ IL VOTO DEL BALLOTTAGGIO
La corte costituzionale austriaca ha annullato l’esito delle elezioni presidenziali .Il comunicato con il quale è stata data la notizia parla di “irregolarità” e la stampa che aveva sostenuto l’ecologista Alexander van der Bellen contro Norbert Hofer del partito nazionalista Fpoe, ha subito affermato che non si è trattato di “brogli”. Continua , in sostanza, quella pressione mediatica che intende influenzare il risultato elettorale e che si era ampliamente espressa nell’attesa dei risultati e prima del ballottaggio. La vicenda è di una rilevanza enorme nonostante sia stata occultata nelle pagine interne dei quotidiani e passata quasi sotto silenzio. Si tratta della ripetizione del secondo turno di una elezione presidenziale in un paese europeo di stabile democrazia; una elezione semplice perché si trattava di scegliere tra due candidati e quindi con pochissime possibilità di errori . La stampa di informazione è stata , poi, assolutamente inadempiente nell’informare sugli aspetti specifici degli “errori” riscontrati , si è parlato con grande genericità. Ed anche questo è assolutamente grave perché l’annullamento di una elezioni comporta l’obbligo da parte del giornalismo di inchiesta di andare a vedere e riportare ciò che è avvenuto in quanto, con gli “errori”, può essere stata stravolta la volontà degli elettori. Sembra , dalle poche informazioni volutamente censurate, che la maggior parte , anche se non in maniera assoluta, gli “errori “ siano stati compiuti nel voto estero e/o per corrispondenza. . E qui dobbiamo fare alcune considerazioni. Prima di tutto è noto che con il voto all’estero e per corrispondenza con l’”aiuto” di alcune organizzazioni che si fanno tramite degli adempimenti elettorali , avvengono forzature sulle quali non si è mai voluto intervenire. Sono conosciute le vicende incredibili del voto estero per il Parlamento italiano che hanno visto la inaffidabilità di tali suffragi e l’emergere di figure inquietanti disposte a qualsiasi trasformismo ed oltre. Poi, desta gravi sospetti , nel caso austriaco , il fatto che, dopo lo spoglio dei voti dei seggi che vedevano in vantaggio cospicuo Hofer – che peraltro aveva vinto con largo margine al primo turno - l’attesa dello spoglio del voto per corrispondenza aveva fatto prevedere la certezza che il risultato sarebbe stato ribaltato. Da dove derivava questa certezza ? E poi come è stato possibile che quei votanti siano cresciuti incredibilmente rispetto ai dati inizialmente diffusi ? C’è obiettivamente lo spazio per ritenere che non si sia trattato di “errori” come si vuol far credere, ma di una forzatura che ha visto il coinvolgimento di quasi tutta l’informazione, una parte dell’organizzazione elettorale austriaca sulla quale Vienna dovrebbe indagare a fondo. Si tratta di una questione di grande rilievo per la democrazia. Il rispetto e la certezza del voto è uno dei pilastri del sistema democratico. Il consenso vero e verificato non può essere messo in discussione. Le manipolazioni vanno indagate e perseguite . C’è un virus antidemocratico che aleggia per l’Europa. I cittadini si stanno allontanando dalla democrazia e si alza l’astensionismo. C’è un potere forte che si sostituisce alla volontà popolare ed è quello delle lobby finanziarie e dei meccanismi mediatici. Attenta Europa, è questa la strada che può condurre alla tua fine!.

PIETRO GIUBILO

06/2016 [stampa]
BREXIT E LA TRADIZIONALE AUTONOMIA INGLESE
La stampa più”autorevole” interpreta la campagna del Sun in favore della Brexit come una “rottura” tra Cameron e Murdoch e, di conseguenza, come il segnale di uno spostamento dell’opinione pubblica verso l’opzione della uscita dalla Ue nella scelta referendaria del 23 giugno. I sondaggi sembrano “volare” verso questo esito e le borse europee ne risentono. Sono ancora dei segnali , come anche la decisione da parte del governatore della BCE, Mario Draghi , di studiare un piano in vista di questo possibile evento. Si sta creando, poi, da parte della stragrande maggioranza dei media, un clima che evidenzia un possibile scenario apocalittico che avrebbe conseguenze assai negative per l’Inghilterra e per la stessa Europa continentale. A quest’ultimo proposito questo “distacco” dalla Unione europea di Albione è presentano come una sorpresa, una discontinuità, rispetto ad una politica britannica, tutto sommato, considerata come connessa al disegno europeista. Ora le cose stanno in maniera diversa. Storicamente la Gran Bretagna a partire dagli anni ’50 si è mossa in modo ostile nei riguardi della costruzione europea. Bisognerebbe sfogliare lo studio del più importante esperto di politica estera italiana , Achille Albonetti, che nel suo “Preistoria degli stati uniti d’Europa “ descrive tutte le iniziative che Londra mise in cantiere per opporsi al disegno europeo . Lo stesso ambasciatore Sergio Romano nel suo “Europa storia di un’idea”( Longanesi, 2004 ), ricorda che la G. B. “ all’integrazione economica di Jean Monnet contrappose una specie di Commonwealth economico : un’associazione europea di libero scambio ( EFTA in inglese ) firmata a Stoccolma nel novembre del 1959, in cui entrarono , sotto la guida di Londra , l’Austria, la Danimarca, la Norvegia la Svezia e la Svizzera”, aggiungendo: “ se il Mercato comune avesse fallito , l’EFTA, nelle intenzioni britanniche, sarebbe stata pronta a raccogliere i naufraghi in una specie di confederazione”. Successivamente , per il succedersi di alcuni avvenimenti (difficoltà dell’economia britannica, crisi di Suez, contrasti con Kennedy per la collaborazione tecnologica al missile britannico Skybolt ed altro ), la GB si rese conto che la sua partnership con gli Stati Uniti si stava rivelando “sempre meno paritaria”. Come ricorda Sergio Romano “fu quello il momento in cui chiese di entrare nella Comunità. Non aveva alcuna intenzione di creare con i sei un’Europa federale, ma voleva avere il diritto di controllare dall’interno l’evoluzione del progetto federalista per meglio impedirlo o rallentarlo”. De Gaulle cercò di impedire tale ingresso , con la clamorosa conferenza stampa del 29 gennaio 1963 e lo ottenne; tuttavia - è sempre l’ex ambasciatore che lo ricorda - dopo i moti studenteschi del ’68 non poté più permettersi “di essere così altezzosa” e i negoziati ripresero nel 1971 e si conclusero l’anno successivo: Londra entrò nella Comunità insieme a tre Paesi dell’EFTA ( Danimarca, Irlanda e Norvegia ). Anche più recentemente (30dicembre 2014) , in risposta ad un lettore nella sua rubrica sul Corriere della Sera, Sergio Romano , conferma la sua analisi rilevando come “ Da allora (1972 ingresso nella comunità economica n.d.r. ) la sua politica europea ha oscillato tra le due formule: rallentare e diluire il processo unitario, oppure, quando fosse impossibile, pretendere di essere esonerata dal’osservare gli obblighi che non le erano graditi “. Ovviamente la GB non aderì alla moneta unica la cui trattativa venne avviata negli anni ’90, non intendendo perdere la sua sovranità monetaria; tutto ciò senza che i palati fini dell’europeismo ad oltranza, pronti a stroncare ogni critica all’euro , ancora oggi ne forniscano le vere spiegazioni . C’è grande rispetto per quello che Londra vuole , mentre le stesse esigenze di sovranità non sono considerate nei riguardi degli altri paesi europei. Non si tratta, a questo proposito, semplicemente di un problema dell’ambito di ciò che può essere definita la moneta nazionale che, ovviamente , vedrebbe deboli le valute nazionali europee ad eccezione del marco. Il problema è il rapporto tra autorità governative e autorità monetarie che, ad esempio , negli Stati Uniti viene regolato dalla Costituzione che afferma il primato del Congresso, mentre la Banca Centrale Europea, come del resto le Banche centrali nazionali non “possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari , dai governi degli Stati , né da qualsiasi altro organismo” ( articolo 7 del Trattato di Maastricht ). Neppure il Parlamento, né tantomeno la commissione possono influire sulla politica monetaria della BCE. Siamo al punto nodale. Londra che ha mantenuto la sua indipendenza monetaria ed è una dei protagonisti della globalizzazione finanziaria percepisce che ha di fronte a sé una sfida più grande rispetto a quella di stare - seppur in modo riluttante – in Europa. Come ben sottolinea Limes in un numero dedicato all’Inghilterra e alla City di Londra , di fronte alla prospettiva di lasciare l’Europa ( “ L’impero è Londra”, n. 10/ 2014 ): “Nell’epoca della finanza elettronica, degli scambi algoritmici in tempo reale, perché non sognare di farne il centro di gravità permanente dei movimenti di capitale su scala globale, la Greenwich geofinanziaria del XXI secolo ? “ . “ L’idea - continua – è che il mondo in gestazione non apparterrà più agli stati nazionali o alle loro costellazioni come l’Unione Europea, ma alle città globali che gestiranno la ricchezza finanziaria”. Si giunge così a quella che viene definita la “de-territorializzazione dell’impero britannico” : “il segno del comando non è più il possesso di colonie, nemmeno informali, ma il controllo delle nervature finanziarie che disegnano le architravi del potere reale … “. Del resto l’importanza determinante nell’economia inglese della piazza finanziaria è provata dai numeri: Londra è giunta nel 2012 a produrre il 22,4% del valore aggiunto lordo nominale nazionale, mentre sul piano fiscale il contributo all’erario britannico dei suoi servizi finanziari rappresenta l’11 % dell’intero volume nazionale delle entrate fiscali “. Si può dire che questa evoluzione dell’”impero” inglese non è cosa recente ed è vero. Tuttavia , accanto a questa prospettiva si è andato delineando negli ultimi anni una crisi dell’Europa non solo di carattere economico – tranne che, in parte, la Germania – ma soprattutto di natura politica . In sostanza il fallimento dell’Europa politica che è alla base delle sue stesse difficoltà economiche ha resto il limes europeo non più appetibile per Londra che, dopo aver ottenuto anche condizioni privilegiate rispetto agli altri partner europei, ormai deve prendere il largo e tentare - assolutamente libera da ogni vincolo – la partita globale. Le aspirazioni autonomiste della G.B. suonano quindi anche come la dimostrazione dell’impotenza politica dell’Europa nella quale l’allargamento che ha sostituito l’approfondimento politico ha portato dentro il continente le politiche nazionali , con i rancori e le vecchie questioni del XX secolo , come ad esempio il nazionalismo di alcuni paesi dell’est che spingono per un vero e proprio conflitto con la Russia di Putin, impedendo – con il sostegno di Londra e Washington – la realizzazione di quel grande limes europeo dall’Atlantico agli Urali che non solo è stato ipotizzato in alcuni momenti della politica estera europea, ma che produrrebbe la vera svolta storico-politica del Continente ponendo fine a quella frattura che ha prodotto la più grande catastrofe dell’Europa e cioè la sua guerra civile da Napoleone a Hitler.

PIETRO GIUBILO

05/2016 [stampa]
RIPORTARE IL BRASILE ALL’ORDINE GLOBALE
Le Olimpiadi non portano bene ai paesi Bric. Ricordiamo tutti che le vicende ucraine che portarono al golpe antirusso di Kiev e all’inizio della guerra civile nel Paese, cominciarono a cavallo dello svolgimento dei giochi invernali di Sochi nel febbraio 2014. Questa volta l’impeachment della presidente brasiliana Dilma Rousseff ha preceduto di soli pochi mesi l’inizio dei giochi olimpici previsto per agosto di quest’anno. Come è noto, le sollevazioni di piazza Maidan furono il risultato di una interferenza politica ispirata dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra – attraverso cospicui finanziamenti ad agenzie non governative, comprese quelle del solito finanziere Soros - alla quale aderirono anche i paesi dell’Europa occidentale . Il voto del Senato brasiliano che ha portato alla sospensione della Rousseff sembrerebbe il frutto di una opposizione interna, tuttavia, le prospettive generali che si aprono e le caratteristiche ed il programma politico del successore, sembrano dimostrare, invece, un cambiamento di direzione politica ed economica del Paese, in linea con gli interessi strategici degli Stati Uniti e della globalizzazione liberista legata al dollaro. Poiché nulla succede per caso e tantomeno in America Latina, non si può escludere che le accuse alla presidente brasiliana - peraltro assai limitate – di aver presentato ai cittadini dati non veritieri sulla situazione economica del Paese , potrebbero essere originate da pressioni e da azioni di intelligence originate da organismi nordamericani. Il risultato che la vicenda dell’uscita della Roussefff produce è l’oggetto di un articolo di fondo del Corriere della Sera ( 13 maggio 2016 ) del super occidentalista Danilo Taino che descrive le prospettive che si aprono ben oltre i confini del pur vasto stato sudamericano. L’impeachment della Rousseff “ è anche il racconto – scrive – della fine del fenomeno dei Bric, della nuova fase della globalizzazione e delle responsabilità di cui dovrebbero farsi carico America ed Europa”. Il giornalista , sull’abbrivio dei suoi ragionamenti, si sente autorizzato a decollare verso altri continenti. Quanto è avvenuto in Brasile lo conduce a ragionare sul futuro di Mosca: “tutto dovrebbe cambiare in Russia , per considerare il secondo dei Bric”. E precisa: “ Anche qui il crollo dei prezzi delle materie prime ha provocato, come in Brasile, il blocco e il rovesciamento della crescita economica”. E continua: “ situazione peggiorata dalle sanzioni occidentali imposte dopo l’annessione della Crimea voluta da Vladimir Putin”, aggiungendo poi, le considerazioni di rito sull’”enorme corruzione e del sistema di spoliazione delle risorse nazionali a favore di un’oligarchia”. E qui siamo alla più vieta e indecorosa falsificazione, essendo arcinote le manovre a suo tempo organizzate, dopo la fine del comunismo, dagli oligarchi – in particolare da Khodorkovski - con agganci finanziari in Occidente , soprattutto a Londra e nei relativi paradisi fiscali , che si accaparrarono per poche migliaia di dollari società proprietarie di materie prime come la Apatit (miniere) , la Avisma ( titanio ) , fino ad arrivare al gran colpo di acquisire la petrolifera Yukos, privatizzata tramite asta , pagata 309 milioni di dollari e, immediatamente dopo, quotata alla Borsa russa con un valore di 6 miliardi di dollari. Già che c’è, Taino arriva al terzo paese del gruppo dei BRIC, la Cina. Gli argomenti sono sempre gli stessi: “ Il dubbio che … in una fase di rallentamento dell’economia e di fronte all’accumulo di bolle finanziarie e immobiliari i vertici di Pechino non riescano a gestire la situazione è sempre più forte”; ed anche in questo caso troviamo il taglio moralistico nei riguardi dell’”intreccio di dirigismo, corruzione e distorsioni del sistema di governo”. Anche l’ultimo dei quattro paesi presi di mira , cioè l’India, non sfugge alla penna rigorosa di Taino : “l’unico a non soffrire per ora”; “ma”, aggiunge il fiero giornalista, “ anche a Delhi la governance è un problema: corruzione, iperburocrazia, tensioni tra governo e banca centrale per citarne alcune; tutti rischi per la crescita futura”. Ci sarebbe da dire molto su questa visione, a senso unico della crisi e della “corruzione” dei paesi del gruppo Bric. La più grave crisi economica occidentale , dopo il 1929 è nata negli Stati Uniti e gli effetti sull’Europa occidentale si fanno sentire ancora adesso. La globalizzazione finanziaria sta producendo la più grave frattura dei ceti sociali che si sia mai vista nella storia recente . La diseguaglianza che vede l’arricchimento di una infima percentuale di popolazione e l’allargarsi della miseria è un fenomeno che muove a critica le intelligenze più avvertite in occidente anche ben oltre le personalità di cultura di sinistra . Sono note le manovre effettuate dalla banche più potenti del mondo per truffare sull’Euribor e le pesanti multe inflitte ad esse . Non mancano fenomeni corruttivi nell’Europa occidentale, dove, in alcuni paesi, si coprono i paradisi fiscali per riciclatori ed evasori . Fenomeni, dunque, che non sono certo una prerogativa dei paesi osservati con duro cipiglio dall’articolo di Taino . La conclusione dell’articolo è una”sentenza” già scritta: “La globalizzazione a targa Bric è terminata , ne serve una in cui il commercio e il busines prosperino in un ambiente aperto e fondato su regole”. Quali sono le regole della globalizzazione del dollaro: la moneta creata al computer con i derivati che sono giunti al livello di nove volte il Pil mondiale? I luoghi dove di rifugiano capitali di ogni provenienza? Lo strapotere incontrollato della grandi banche ? L’ oligarchia tecnocratica che governa , senza mandato elettorale, nei luoghi dove si decidono regole veicolate da lobby economiche ? Ed alla fine esce il vero obbiettivo: “E’ per questo che la Partnership transatlantica Ttip oggi in discussione è importante: per evitare che la prossima fase dell’economia del mondo sia un’olimpiade senza regole , dove si litiga senza competere”. Cioè occorre costruire una NATO economica che, come quella militare , sappia circondare gli altri Paese, cioè gli “emergenti”, cioè i Bric. Riguardo alla Russia già ci sono i missili puntati a pochi kilometri da Mosca; sulla Cina, abbandonata, la vecchia linea kissingeriana, si tenta una rischiosissima azione di contenimento; il Brasile sta andando come si è visto ; all’India ci si penserà tra non molto. Il vecchio e decadente unipolarismo statunitense tenta di sopravvivere a se stesso, agganciando una Europa debole e incapace di pensare al proprio destino. Si offre il modello della globalizzazione finanziaria per la quale il vecchio continente sta già pagando un altissimo prezzo economico e sociale. Ma si tratta di una prospettiva che pur sostenuta dalla forza delle finanza e dalle pressioni politiche non fa i conti con un mondo che non si può ridurre al dollaro e al mercato. Alcuni anni fa un intellettuale brillante che ebbe forte notorietà, scrisse che eravamo giunti alla fine della storia. I fatti dimostrarono che si era sbagliato. E non possono essere le “mosche cocchiere” di un giornalismo asservito a dimostrare il contrario. PIETRO GIUBILO

PIETRO GIUBILO

04/2016 [stampa]
PANAMA E DINTORNI
La diffusione delle carte panamensi, rubate ad uno studio commercialista e finanziario ( Mossack Fonseca ), vanno sempre più assumendo aspetti inquietanti .

Innanzitutto il gruppo di “giornalisti investigativi” – tra i cui finanziatori figura l’Open Society di George Soros - che le hanno ottenute e iniziato a diffondere, non sembrerebbe essere l’autore della sottrazione. Qualcuno sospetta che dietro a questa iniziativa ci sia stata “un’ operazione di intelligence”, del livello della NSA americana, in grado di intervenire nei registri elettronici dell’azienda. Del resto ciò apparirebbe confermato non solo dal fatto che tra i nomi diffusi non ci sia nessun americano, che sarebbe giustificato dalla legislazione usa contraria alla utilizzazione di società panamensi, ma proprio perché la presenza di questo impedimento non comporta per l’iniziativa, ex origine, di danneggiare Washington, mentre colpisce a vasto raggio investitori di altri paesi .

Rispetto alla precedente divulgazione di dati sensibili operata da Edward Snowden, si nota subito un particolare differente: nessuno si attribuisce il merito dell’operazione . Questo fatto sembrerebbe derivare dalla impossibilità che un singolo impiegato dello studio possa aver avuto accesso a tutti i dati che sono stati diffusi; nel contempo la eventuale mancata ricerca di pubblicità non sembrerebbe giustificata dalla prudenza rispetto alle rischiose conseguenze . In questi casi per il soggetto che ha operato è assai più sicuro mostrarsi che, invece, rimanere nell’ombra e rischiare un killeraggio che resterebbe coperto dalla stessa scelta di anonimato.

Appena uscite le prime notizie , la stampa internazionale ha tirato in ballo con grande evidenza il Presidente russo Putin. Un esempio eclatante è stato fornito dal Corriere della Sera che mentre dedicava una intera pagina al premier russo , riduceva ad una riga e mezza la notizia del coinvolgimento del premier britannico Cameron. Il nome di Putin non era tratto dai file , ma gli si attribuivano operazioni che sarebbero state effettuate da personaggio conosciuti e ritenuti amici del leader russo. Il nome di Cameron appariva in quanto il padre aveva operato su quei conti , anche se, sembrerebbe , per cifre non elevate.

Nei giorni successivi , per la stessa evidenza dei fatti, Putin scompariva dalla pagine dei quotidiani, mentre il premier britannico subiva al suo interno un attacco politico. In quest’ultimo caso la vicenda girava nel senso di incrementare la tendenza dell’opinione pubblica britannica verso una Brexit che Cameron sta cercando di evitare, mentre crescerebbe la forza del suo antagonista , l’attuale sindaco di Londra favorevole alla uscita dalla Ue.

La vicenda sembra assumere sempre più i connotati di uno scontro di interessi finanziari. I Paesi più colpiti, sotto questo aspetto, sono la Gran Bretagna, Hong Kong e la Svizzera . Gli intermediari finanziari e clienti della ditta chiamata in causa, fanno capo in modo particolare ai paradisi fiscali inglesi, oltre che a banche di primo piano. L’operazione sembrerebbe diretta a screditare quelle società finanziarie che non operano negli Stati Uniti, invitando coloro che non vogliono avere pubblicità a rivolgersi a importanti studi statunitensi che abbiano legami con il governo di Washington , piuttosto che a società inglesi o svizzere che, come dimostrato dalla carte panamensi, possono essere piratate.

Questa “guerra” rientra nel più vasto ambito della globalizzazione che non significa solo la prevalenza della finanza rispetto alla economia reale, ma si presenta anche come uno scontro per la egemonia del potere finanziario ed economico .

Punti di attrito sono presenti nella trattativa – meno palese - tra Gran Bretagna e Unione Europea in materia di servizi finanziari e i panama papers possono rendere più difficile il negoziato . Il rafforzamento di coloro che spingono per la Brexit, inoltre, è più che compatibile con la strategia degli Usa che spinge verso la balcanizzazione dell’Europa, anche per rendere più facile l’accodo di libero commercio che Washington tenta di imporre a Bruxelles, prima delle fine del mandato di Obama. . Lo stesso indebolimento di Londra renderebbe indirettamente più forte Washington in questa guerra finanziaria ed economica che ormai opera all’interno della globalizzazione.

Dietro al fumo delle notizie che riguardano il comportamento di personaggi dello spettacolo e dell’economia che si rivolgono ai paradisi per evitare il taglieggio fiscale e che vengono gettati in pasto ad una opinione pubblica ormai “assetata di sangue”, anche con risvolti di natura politica, si cela dunque uno scontro assai più importante e decisivo per la vita di tutti. Lo sviluppo dell’economia finanziaria e , a maggior ragione, l’egemonia finanziaria producono , come si è visto in questi ultimi decenni, l’impoverimento dei ceti medi e popolari e il rafforzamento delle ricchezze del vertice della piramide sociale.

Ne ha fatto una sintesi efficace Joseph Stiglitz, sin dall’ottobre 2013 : “le asimmetrie della globalizzazione hanno fatto la loro parte a livello globale. La mobilità del capitale ha costretto i lavoratori a fare concessioni salariali e ha imposto al governo di fare concessioni fiscali. Il risultato è una corsa al ribasso nella quale salari e condizioni di lavoro si trovano sottoposti a continue minacce”. L’economista in questo caso si riferisce agli Sati Uniti ; medesima è l’evoluzione in tutti i paesi che stanno ancora subendo gli effetti della crisi economica.

Un’ultima notazione. A fronte di questa evoluzione della globalizzazione, della finanziarizzazione dell’economia , delle sfide e delle diseguaglianze sociali , come scrive Domenico Losurdo, un professore di storia della filosofia dell’Università di formazione culturale marxista, la “sinistra è assente” . Ma su questo torneremo presto .

PIETRO GIUBILO

03/2016 [stampa]
L’ITALIA VA ALLA GUERRA ?
Sul possibile “intervento” in Libia da parte dell’Italia regna la più grande confusione. Già qualche tempo fa il Ministro della difesa mostrò “ardori interventisti” dichiarando in una intervista al Messaggero che l’Italia era pronta a mandare cinque mila uomini.

Ora sono evidenti due cose. Da un lato i tecnici del ministero e le massime autorità militari dovrebbero, per ufficio, predisporre schemi strategici e piani di intervento per ogni circostanza che lo scenario internazionale propone. Ma tutto ciò appartiene ad un livello che non dovrebbe apparire sui media in quanto richiede a monte decisioni politiche di carattere internazionale,e interne, governative e parlamentari . E’ da irresponsabili ,prima di prendere decisioni in qualsiasi senso, dare pubblicità a concetti contenuti in piani strategici.

In secondo luogo, quando intervengono gli organi politici , cioè il governo , ogni dichiarazione , soprattutto in materia di interventi militari in altri paesi, non può derivare che da decisioni prese da organismi internazionali , dai sistemi militari euro atlantici e da accordi intervenuti con soggetti interessati all’area in questione e, specificatamente, nel caso della Libia, anche e soprattutto da richieste da parte di governi legittimamente costituiti in quanto è impensabile che si possa intervenire con aggressioni prive di fondate istanze locali .

L’esempio più indicativo è quello che riguarda la Siria, ove il governo legittimo di Assad, al fine di impedire l’espandersi dell’Isis fino a mettere in difficoltà la permanenza del governo di Damasco, ha richiesto alla Russia un aiuto militare che si è realizzato con un ampio spiegamento di azioni di bombardamento sulle roccaforti dei terroristi islamici e le sue attività economiche, con un sostegno di consulenza militare , in modo tale da porre in grado l’esercito governativo di riacquistare forza e controllo del territorio .

La realtà libica è del tutto differente. Da quando si è verificata l’improvvida e delirante azione militare voluta da Francia , Gran Bretagna e Stati Uniti per abbattere il governo legittimo di Gheddafi , la situazione è piombata nel caos : il paese tende ormai ad una divisione a tre, la realtà tribale impedisce ogni stabilizzazione, l’Isis sul quale sembra convergere il residuo apparato militare del rais ucciso , si espande, proprio utilizzando le divisioni del Paese e la mancanza di una autorità politica effettiva.

Non essendoci questa, poiché qualunque intervento occidentale dovrebbe poggiarsi su una”parte” in gioco nel Paese, è evidente che avrebbe una influenza interna, favorendo e cambiando i rapporti di forza. Lo analizza con precisione un articolo di Mattia Toaldo su Limes di febbraio. Ciò significherebbe determinare ed aggravare le condizioni di una guerra civile che porterebbe a coinvolgere i paesi europei in un modo assai rischioso e produttivo di ulteriore instabilità.

A questa difficoltà non facilmente superabile con dichiarazioni unitarie che si definiscono sempre come imminenti, ma mai realmente in grado di portare “ad unum” la situazione libica ormai definitivamente lacerata dalla sprovvedutezza dell’intervento del 2011, si aggiungono interessi contrastanti tra gli stessi paesi occidentali . Da un lato gli USA non sono particolarmente coinvolgibili in una zona che non rientra tra le priorità del quadro strategico della sua politica estera globale, mentre la Francia e l’Italia sentono avvicinarsi i pericoli di azioni terroriste che si stanno presentando sempre più imminenti. La Gran Bretagna di Cameron ha una questione che per il momento non gli consente di “distrarsi” su altri fronti , cioè il Brexit e come impedirlo. Il vicino africano più interessato al Paese, cioè l’Egitto di Al Sisi non agisce per la realizzazione di una condizione unitaria nazionale Infine, quello che viene chiamato il “tesoro libico” cioè i giacimenti di petrolio, vede non solo lo scontro tra l’Est e l’ovest del Paese, ma anche quello tra operatori nazionali in forte concorrenza, sia locali che europei .

L’Italia mostra la sua debolezza in politica estera alternando prese di posizioni al limite dell’irresolutezza a quelle più prudenti. Sembra quasi che la prospettiva della possibile guerra in Libia si presenti come uno spot rispetto al quale in certi momenti si esalta l’interesse e la forza nazionale ed in altri l’esigenza di responsabilità e moderazione.

A ben vedere nonostante gli “inviti” espressi da esponenti di Washington, che fanno più pensare ad un atteggiamento che sproni l’Italia ad assumere una linea più seria e responsabile , assai difficilmente in caso si verifichino le condizioni – sopra esaminate – per un intervento , all’Italia possa oggettivamente spettare un ruolo di “guida” dell’operazione. Al massimo , quando ci saranno le condizioni, che per ora non esistono, il nostro Paese potrebbe avere un ruolo primario in una missione di addestramento delle forze libiche . Resta il fatto che le vere decisioni esulano dal nostro ambito politico , ma spettano come sempre agli USA e , dopo la fine di Gheddafi , non certamente all’Italia, ma al massimo alla Francia e alla Gran Bretagna. Non a caso quando si trattò di decidere chi dovesse svolgere la missione diplomatica dell’ONU fu scelto Leon e non Prodi che non solo era in sintonia con altri Paesi europei e non il nostro , ma che , a dimostrazione di un suo muoversi in sintonia con Washington , finito senza successo il suo compito , ha accettato di lavorare per i sauditi.

E’ evidente che l’Italia non andrà alla guerra. I due lavoratori italiani morti sono un segnale inquietante . In questi momenti il fallimento di una operazione di salvataggio dei nostri servizi segreti - che hanno in passato ottenuto successi insperati – ci indicano la prospettiva di un pericolo e cioè che le nostre “difese” , i nostri “anticorpi” verso il terrorismo, potrebbero non essere sufficienti ad assicurare la sicurezza. In breve alla guerra noi non andremo, ma la guerra potrebbe arrivare da noi.

PIETRO GIUBILO

02/2016 [stampa]
LA “RISERVA BRITANNICA”
“ Dev’essere perfettamente chiaro che il governo di Sua Maestà Britannica accetta il nuovo trattato solo se sussiste il totale accordo in merito al fatto che esso non deve pregiudicare in alcun modo , da questo punto di vista , la sua libertà di azione”. Così scriveva il segretario di stato britannico per gli affari esteri in una nota fatta pervenire all’ambasciatore americano a Londra , il 19 maggio 1928 nell’ambito delle trattative per il patto Kellogg.

Quel patto che tentava di introdurre la rinuncia alla guerra come strumento di politica internazionale, venne firmato a Parigi nell’agosto del 1928 e coinvolse 15 paesi, fu avviato per iniziativa francese dal ministro degli esteri Aristide Briand e proposto al segretario di stato statunitense Frank Kellogg. Esso rappresentò un tentativo di integrazione di logiche politiche internazionali, in un mondo che aveva vissuto i drammi della prima guerra mondiale e che , purtroppo, ineluttabilmente, dopo dieci anni, si sarebbe trovato a combatterne un’altra, ancora più drammatica e cruenta.

La preoccupazione britannica – nel tempo del Commonwealth – era quella di assicurarsi un estensivo concetto di autodifesa della sua concezione britannico-imperialista delle vie e delle rotte di traffico.

Quasi novanta anni dopo, nel tempo della globalizzazione finanziaria, l”’autodifesa britannica” non consiste più nell’assicurarsi il libero transito sul Canale di Suez o dello stretto dei Dardanelli , ma quello di poter agire liberamente sul mercato finanziario, attraverso la sterlina e la City di Londra che è stata definita da John Christensen, un esperto in finanza che ha vissuto molto nella capitale inglese e organizzatore del Network Tax Justice, “il più grande paradiso fiscale del pianeta , con diramazioni nella Cayman Island piuttosto che a Jersey, nelle Bermuda, , a Singapore o a Hong Kong”.

Non c’ è, quindi, molto da sorprendersi se la logica che ha animato la trattativa con la Ue sia stata, da parte inglese, appunto, quella di salvaguardare la sua libertà finanziaria, politica, militare e interna anche per quanto riguarda i diritti dei suoi cittadini, rispetto agli altri , perfino agli “immigrati” dalla stessa Europa.

Londra non conosce neppure l’idea di una rinuncia alla sua sovranità e Cameron nella conferenza stampa, subito dopo aver raggiunto l’accordo con un’Europa piuttosto assecondante, ha specificato che la Gb non farà mai parte di un super stato europeo, né di una unione politica, né di un esercito comune.

L’Inghilterra conosce bene il valore di una libertà in politica estera , cioè nel settore che più esprime la forza di una nazione, cosa ignota all’Europa continentale che non possiede proprio una sua politica estera.

Alcune brevi notazioni sulla vicenda.

Perfino un “bocconiano” come il professor Giuseppe Berta – non montiano – ha rilevato su Il Messaggero del 19 febbraio che Cameron era giunto Bruxelles “disposto a negoziare pochissimo , praticamente nulla, delle richieste del Regno Unito”. In particolare Berta rilevava che l’intenzione era chiarissima e cioè che “ nessun provvedimento adottato dall’Unione possa penalizzare quel determinante snodo finanziario costituito dalla City di Londra “. E’ questo , come rileva l’articolo, il “punto davvero cruciale” e si domanda : “ Può una nazione che ha escluso fin dall’inizio di entrare nel sistema della moneta unica chiedere di avere voce in capitolo sulle scelte economiche e finanziarie dell’Eurozona ?” . Questo “paradosso” si giustifica, secondo il professore bocconiano non ortodosso, “con il rilievo che la City londinese ha all’interno del sistema economico britannico”. Aggiungendo: “ Stiamo parlando della seconda piazza finanziaria del mondo, che negli anni della globalizzazione ha attirato e gestito enormi capitali da ogni parte , anche in virtù di una normativa più lassista di quella in vigore a Wall Street”; dimostrata dal fatto che “ se non vi fossero state queste condizioni , non avremo visto affluire alla metropoli inglese i più grandi magnati di tutto il mondo , dagli emiri ai miliardari russi che ne hanno fatto la loro nuova patria”.

Cosa si è contrapposto a questa potenza finanziaria ? Cosa poteva fare un ‘”Europa senza anima” , cioè un “europeismo mai debole come oggi” di fronte ad una Inghilterra che non è mai stata europeista, proprio per difendere questo suo “impero”, ieri territoriale e mercantile, oggi finanziario ?

Nulla , come proprio è accaduto, mostrando , ancora una volta, tutta la sua debolezza. Sempre il prof Berta , in un saggio abbastanza recente ( “ Oligarchie , il mondo nelle mani di pochi – Il mulino , 2014 ) Ha individuato la radice di questa “debolezza “ politica dell’Europa: “ Non ci possono essere dubbi sul fatto che Maastricht abbia codificato un’oligarchia di coordinamento sovranazionale investita di poteri ben maggiori di quelli della politica e mossa da una logica che non corrisponde alle procedure democratiche. Un’oligarchia connotata da una radice tecnocratica, che costituisce il motivo più appariscente della debolezza che ne circonda l’immagine pubblica”.

Un’ultima considerazione che, però , sul piano della comprensione degli schieramenti politici italiani, è, forse, la più importante.

Chi ha maggiormente sostenuto la positività dell’accordo è stato Roberto Gualtieri – uno dei soli tre rappresentati del Parlamento europeo coinvolti nella trattativa - presidente socialista della commissione economica. “ L’accordo raggiunto a Bruxelles “ – ha dichiarato il 21 febbraio a Repubblica - " ha due importanti risultati politici. Il primo è che pone le condizioni per consentire alla Gran Bretagna di restare nell'Unione europea con uno statuto speciale. Il secondo, non meno importante, riconosce all'unanimità la necessità di una maggiore integrazione della zona euro nel quadro delle istituzioni comunitarie". Ora è ben difficile sostenere che in una visione ed un progetto politico europeista, possa concedersi ad una nazione uno statuto speciale rispetto alle altre . E’ evidente che la linea antieuropeista inglese ha vinto nei confronti della concezione politica del resto dell’Europa. Ed alla domanda se le concessioni fatte a Cameron fossero interpretabili come un segno di debolezza dell'Europa, la riposta è lapidaria : "Al contrario. È stata una prova di forza. L'Ue ha dimostrato di essere capace di grande flessibilità e di grande resistenza. Vorrei ora che queste qualità passassero dal livello istituzionale al livello politico. L'Europa ha dato un colpo di reni dimostrando che si può gestire un processo complicato come questo in modo politico. Ora deve andare avanti, ma per farlo occorrono una visione e un progetto, come sostiene il governo italiano".

In queste considerazioni c’è il nucleo essenziale del renzismo e cioè l’ossequio al potere finanziario, il riferimento politico internazionale verso la Gran Bretagna e , quindi, un europeismo velleitario.

C’è una evidente radice nell’ origine e nell’evoluzione del percorso renziano e che si rende evidente in alcune scelte - le principali – operate dal suo governo : la trasformazione della banche popolari in società per azione e, quindi , acquisibili dalla grande finanza ; l’inserimento – all’ultimo momento e su suggerimento di chi ? - della clausola di uscita nella riforma delle banche di credito cooperativo minandone la forza e cancellando la mutualità sulla quale sono state costruite; non aver contrastato, anzi l’aver applicato ancor prima della sua entrata in vigore, le nuove regole del bail in, per il quale autorevoli economisti e la stessa BANKITALIA, assolutamente inascoltati da Renzi, ne richiedono la sospensione.

Un filo rosso lega Renzi alla City . E’ bene che si sappia.

PIETRO GIUBILO

01/2016 [stampa]
A COLONIA DONNE SENZA DIFESA
La vicenda delle violenze sulle donne tedesche nella sera dell’ultimo dell’anno a Colonia, apre un altro capitolo della questione immigrazione. Dopo i problemi di gestione - che in Germania pensavano di risolvere ospitandoli nelle caserme - , dopo quelli sulla sicurezza - sin troppo ottimisticamente trascurati - è sorto , improvvisamente, quello sulla violenza. Non si può non rilevare che questi soprusi verso le donne mostrino non solo un comportamento violento e ostile, ma anche una condotta che riflette un modo di intendere il rapporto tra uomo e donna , cioè una concezione di identità culturale.

Non si è trattato di episodi singoli come spesso la cronaca riferisce , quando in circostanze particolari e isolate un individuo più o meno in complicità con altri compie una violenza . Siamo nel centro di una città, davanti alla storica cattedrale , più di mille extracomunitari in una notte ed in un luogo frequentato, usano violenza verso centinaia di donne anche accompagnate , ma certamente facile preda di una moltitudine aggressiva .

Sembra che l’azione abbia anche avuto una preparazione , una sorta di piano per mostrare la forza e la capacità di recare offesa e quindi affermare una presenza rispetto alla quale occorre prenderne atto . Ciò potrebbe non corrispondere al vero, tuttavia resta il fatto che i fatti di questa notte potrebbero essere il segnale di un qualcosa che il multiculturalismo rifiuta di considerare e cioè il rischio di una difficoltà o addirittura di una impossibilità di convivenza tra comunità originarie e immigrati , specie recanti una ben precisa identità culturale e religiosa.

Cosa rende ancor più preoccupante quanto è avvenuto ? L’assenza di un intervento della polizia. Anche questo è un dato che non può non far pensare. Non vi è dubbio che ci siano responsabilità locali tanto è vero che il capo della polizia è stato costretto alle dimissioni, tuttavia il fatto che questa violenza di massa si sia svolta in Germania, paese notoriamente efficiente sotto il profilo dell’organizzazione dello Stato, può anche significare che le nostre società siano vulnerabili rispetto a questi rischi . Già le azioni terroristiche dimostrano che è impossibile vivere in una condizione di rischio zero, ma se questo si trasferisce anche all’aspetto della convivenza, allora sulla questione immigrazione si devono accendere quei fari che ancora troppi pensano di tenere spenti.

Ci sembra già di sentire le litanie di coloro che si sono da sempre arresi di fronte alle ingovernabili ondate immigratorie,quelli che già tanti anni fa’ difendevano i “senza carta”, cioè gli irregolari, raccontando la favola degli immigrati italiani all’estero , equiparandoli - una vera e propria carognata storica e culturale - oppure sulle opportunità economiche o addirittura previdenziali che verrebbero dagli immigrati. Ciò che è avvenuto soprattutto in questo anno è la dimostrazione finale che questa immigrazione non riguarda la richiesta di asilo o la ricerca di un lavoro , si tratta di una immigrazione epocale che trasforma le nostre società e che per una serie di ragioni culturali ma anche economiche l’Europa non è in grado di assorbire e governare .

Non c’è altra via di uscita se non quella di intervenire sui luoghi ove essa nasce o si coagula per avviarsi verso l’Europa. Non c’è una questione di quote sulle quali si riuniscono penosamente senza ovviamente arrivare ad alcuna conclusione i ministri dell’interno dei paesi europei. Il secchiello delle quote non può prosciugare il mare delle ondate immigratorie che potrebbero arrivare nei prossimi anni a milioni, aggiungendosi a quelli già stanziati. Non si tratta più di piccole minoranze che possono essere assorbite . La massa violenta di Colonia ha mostrato il volto di una condizione che non può essere derubricata a fatto di cronaca. E’, piaccia o meno, un fatto di civiltà. PIETRO GIUBILO

11/2015 [stampa]
BRUXELLES RINVIA IL GIUDIZIO SULL'ITALIA
“ Rischio di non conformità con il Patto di stabilità e sviluppo”. Per la Commissione europea, presieduta dal popolare Jean-Claude Junker, il giudizio sulla legge di Stabilità del governo Renzi è rimandato ad aprile-maggio 2016.

Se fosse dipeso dai tecnici di Bruxelles il documento era da bocciare. Ma di fronte ai grandi problemi della sicurezza ( dopo gli attentati di Parigi da parte di terroristi islamici e l'emergenza profughi) i politici delle Istituzioni europee non hanno alcuna intenzione di aprire altri fronti di tensione con gli Stati membri alle prese non solo con la crisi economica ma anche con un attacco al cuore dell'Europa e ai valori democratici e di libertà del mondo occidentale.

Junker, Valdis Dombrovskis, Pierre Moscovici hanno scelto le maniere soft nei confronti dell'Italia che aveva puntato le carte della manovra sulle flessibilità previste dal patto di stabilità al fine di poter contare su 13 miliardi di euro a fronte di alcune riforme fatte ( Jobs Act, Buona scuola riforme del Senato e della legge elettorale) e di altre da completare o da realizzare ( Pubblica amministrazione, catasto, fisco, giustizia civile) e di altri 3,3 miliardi per le maggiori spese affrontate a causa dell'emergenza migrazione.

In pratica l'Italia si è giocata tutta la flessibilità possibile, lasciando ai prossimi due anni la possibilità di trovare altre soluzione per coprire la manovra economica. Bruxelles ha dato, pertanto, 6 mesi all'Italia per non deviare dall'aggiustamento richiesto per il pareggio di bilancio ( diventato norma costituzionale) e posticipata al 2018.

La manica larga di Bruxelles nonha riguardato soltanto l'Italia. La Francia fortemente impegnata nella lotta al terrorismo ha richiesto con il presidente Francois Holland che i problemi della sicurezza vengano prima delle questioni economiche. Un evidente richiamo all'eventuale sforamento dei rigorosi parametri di bilancio, tra l'altro già superati.

Giudizi benevoli anche per la Spagna alle prese con una difficile campagna elettorale con i partiti populisti all'attacco del governo proprio sui problemi eco0nomici e per il Portogallo dove il governo di Coelho appena insediato è stato sfiduciato sulle misure di austerità che vanno avanti da 4 anni.

L'Italia ha quindi altri sei mesi per correggere alcuni rilievi contenuti in un documento di Bruxelles reso noto il 18 novembre ,5 giorni dopo gli attentati terroristici di Parigi.

I punti deboli della legge di Stabilità italiana sono considerati la debole operazione di spending review ( solo 5 miliardi dei 10 preventivati per cui necessitano altri passi aggiuntivi), l'incertezza delle privatizzazioni e degli incassi sui giochi, l'indeteminatezza della somma proveniente dal rientro dei capitali (le 90 mila domande presentate all'Agenzia delle entrate porteranno gli attesi 3,5 miliardi?), l'abolizione della Tasi considerata non in linea con la raccomandazione europea di spostare il carico fiscale dal lavoro al patrimonio, la rinuncia a rivedere la tax expenditures ( detrazioni fiscali), il timido e parziale tentativo di rendere più efficiente ed equo il sistema di tassazione nel suo complesso.

Perplessità restano sulla riduzione del rapporto debito/Pil al 131,4% dal 132,8 del 2015 e del rapporto deficit/pil al 2,3% anziché tagliarlo all'1,8%. Restano così troppe incognite per il 2017 e il 2018 quando serviranno almeno 11 miliardi come base delle manovre economiche oltre alla necessità di far fronte alle clausole di salvaguardia per non aumentare l'Iva e le accise.

Fino a maggio quando arriverà il giudizio finale Bruxelles monitorerà da vicino che le riforme vengano fatte e che gli investimenti siano stati messi in cantiere con el destinazioni previste per la crescita.

Solo la loro realizzazione giustificherà l'erogazione della flessibilità dello 0,4% di extra deficit. Il problema principale dell'Italia resta quindi l'eccessivo debito pubblico che nel 2015 si è attestato al 132,8% del prodotto interno lordo, con peggioramento del disavanzo dello 0,5% rispetto al miglioramento richiesto dello 0,1%. Mentre il Ministro dell'economia Padoan continua a suonare il ritornello che “ il bilancio 2016 è in linea con le regole” i rapporti tra Italia e Bruxelles, per le meno a livello tecnico, non sono buoni.

Dopo il rientro dalla procedura per debito eccessivo sembrava che fossero finite le serie di procedure d'infrazione individuate dai burocrati di Bruxelles. Si è appreso invece da un'inchiesta del giornalista del Corriere della sera Federico Dubini l'apertura da parte della Commissione Ue di 11 dossier per i cosiddetti aiuti di Stato che colpirebbero interi settori dall'acciaio dell'Ilva di Taranto al progetto di banda larga, dal sistema di concessioni e loro durata di autostrade, porti, 30 aeroporti minori alla mancata separazione della contabilità delle varie attività del gruppo Poste. Critiche anche per la convenzione Stato-Rai. IL diritto ad assicurare il servizio pubblico andrebbe assegnato in una gara tra emittenti concorrenti, essendo la Rai finanziata per circa la metà dal canone che dall'anno prossimo sarà pagato dai contribuenti tramite la bolletta della luce.

Un volume di questioni di non poco conto. Venutone a conoscenza dai colloqui con Junker e Moscovici il premier Renzi ha incaricato il Ministro per gli affari europei Sandro Gozi di predispotrre a Palazzo Chigi un gruppo di lavoro per affrontare i dossier prima che si abbattano sull'Italia le procedure di contestazione ai salvataggi statali e agli aiuti di Stato proibiti dal principio di concorrenza perno di tutte le decisioni economiche della Comuinità.

S.M.

n 11/2015 [stampa]
Parigi, Baghdadi e le mezzecalzette progressiste
Anche momenti tristi come questi sono occasione malamente utilizzata dall'intellettualismo progressista per scatenarsi nell'accumulare bugie, per diffondere madornali falsità. Così, allo sfortunato spettatore televisivo del sabato, ansioso di essere informato sui sanguinosi avvenimenti parigini, è capitato di dover subire la concione di un conduttore che, parlando con un suo ospite della tragedia, si è abbandonato in lamenti sulla sorte di quella che, secondo lui ed i suoi compagni, sarebbe la vera vittima del feroce scatenamento jihadista, cioè, la "nobile" Francia dell'illuminismo e del razionalismo.

Niente di più lontano dal vero perché i nemici degli islamisti non sono i Voltaire e i Sartre, non è la filosofia che si prefigge di sradicare la fede cattolica nelle menti e nei cuori riducendo il Paese confinante a campo spiritualmente incolto e, quindi, disponibile a nuove semine. La verità è che l'islamismo e i suoi capi - lo ripetono in continuazione - non vogliono lasciare spazio al cristianesimo e, pertanto, si propongono di sradicarlo dall'Europa, intesa come terra di conquista.

Il timore di Baghdadi è che la Francia possa ricordare e rivendicare fieramente di essere la patria del protomartire Dionigi, di Genoveffa che si mise alla testa del popolo parigino per respingere gli Unni e più tardi salvò la sua città da una terribile carestia; di Luigi IX, di Giovanna e di tutti i condottieri e Pastori che fecero grande la loro nazione prima che divenisse preda di oligarchie sfruttatrici di paesi e classi sociali. È il risveglio della Francia cristiana che temono. Ma è un timore che purtroppo non ha ragion d'essere.

La realtà dimostra che la Francia di oggi è divenuta estranea al suo passato così come Baghdadi non è Saladino, il curdo che illuminò l'Islam del suo tempo.

Fausto Belfiori

11/2015 [stampa]
USA: UNA CRISI DI LEADERSHIP?
La lunga campagna delle primarie americane per le elezioni presidenziali del prossimo anno, pur non essendo ancora ufficialmente iniziata , mostra già, nelle sue premesse, alcuni elementi sui quali si possono fare delle analisi.

Nel campo democratico il vento sembra favorevole alla candidatura di Hillary Clinton che viene sponsorizzata dai media che ne esaltano le performance nei dibattiti pubblici.

Tuttavia è evidente che il punto di forza, cioè il fatto di essere la moglie “tradita” dell’ex presidente Bill, può spingere significativamente il voto femminile, anche perché sarebbe la prima volta di un Presidente donna negli Stati Uniti, ma non ne fa un leader. In fondo, con la Hillary si tenta , al di là di altre considerazioni, una operazione mediatica in quanto sotto il profilo politico, cioè come Segretario di stato di Obama , non ha dato risultati soddisfacenti ed un esempio clamoroso si è avuto nelle vicende libiche , dove il caos subentrato alla cacciata di Gheddafi , produsse uno degli episodi più cruenti per le rappresentanze all’estero degli Stati Uniti con la brutale esecuzione dell’ambasciatore Chris Stevens a Bengasi .

Probabilmente, sulla candidatura della Hillary puntano anche quei settori della finanza che ebbero dalle scelte del marito e di Greenspan , il via libera per una deregulation che, come è noto, portò alla eliminazione della legge di Roosevelt , cioè il Glass Steagall Act che aveva diviso l’attività bancaria tradizionale da quella di investimento. Sono note le conseguenze che tali decisioni determinarono in tutto l’occidente finanziario con la corsa alla crescita dei derivati , elemento determinante nella crisi della finanza scoppiata nel 2007.

Tra i repubblicani, al momento, regna il massimo della confusione e ciò evidenzia una crisi del vecchio partito perché , invece, i numerosi fallimenti interni ed internazionali di Obama, farebbe pensare al presentarsi di una opportunità favorevole per le elezioni del novembre 2016.

Le candidature non decollano, ne fa une elenco impietoso e imbarazzante Marco Valsania su Il Sole 24 ore del 2 novembre: da Donald Trump che viene definito un “bancarottiere seriale”, a Ben Carson “ un ex neurochirurgo che si fa notare per l’insostenibile leggerezza delle sue opinioni”, ma anche quelli più “interni” al partito come il texano Ted Cruz, o il governatore del New Jersey Chris Christie o altri outsider come John Kasich “politico ormai speso”, Rand Paul “perennemente spaesato”, Mike Huckabee “un giullare conservatore dalla battuta pronta e poco altro”. Anche il fratello dei due precedenti presidenti Jeb Bush, che qualche mese fa’ veniva dato come favorito non riesce a dare slancio alla sua candidatura.

L’articolo evidenzia come possibile favorito Marco Rubio , un “ispanico” che al momento, si segnala, ha dalla sua il sostegno del “finanziare d ’assalto” Paul Singer , passato alla storia non per un impero finanziario - in fondo è solo il 1177esimo nella classifica dei più ricchi di Forbes - ma perche il suo fondo speculativo Elliott Management riuscì a bloccare i fondi del governo argentino destinati ai risparmiatori che avevano aderito alla ristrutturazione del debito , dopo il default.

Al di là degli appoggi di poteri forti che intervengono su tutti e due i fronti in competizione , se dovesse andare avanti la candidatura di Rubio, i repubblicani sembrerebbero tentare quello che , con successo, fecero i democratici con la candidatura di Obama e cioè costruire e presentare un candidato presidente che possa raccogliere il voto di quelli che non votano , cioè delle rappresentanza anche emarginali della società americana: gli afroamericani per l’attuale presidente e gli ispanici domani per Marco Rubio.

Una notazione, a questo punto è d’obbligo. Al momento ed in assenza di fatti nuovi si ha netta l’impressione che l’attuale pre campagna elettorale mostri una evidente crisi di leadership in America che coinvolge tutti e due i partiti. Non si vedono all’orizzonte né grandi famiglie, né personalità che pure hanno spesso occupato la scena politica degli Stati Uniti.

La presidenza di Obama, le sue incertezze e i gravi errori strategici , una visione da caoslandia nelle zone nevralgiche del medio oriente e del nord Africa, una politica antirussa che danneggia l’Europa, la velleità di isolare la Cina con gli accordi economici transpacifici , stanno portando al declino una Nazione che sembra aver perso la visione complessiva della storia e del potere mondiale , come del resto , sta affermando – inascoltato - da alcuni anni lo stesso Herry Kissinger .

PIETRO GIUBILO

10/2015 [stampa]
RENZI FUORI DELLA PORTA EUROPEA
L’articolo di Paolo Valentino sul Corriere della Sera del 2 ottobre che analizza le “frizioni” tra il premier e l’Alto Rappresentante dell’Unione , svela e , per l’allineamento del quotidiano al governo , possiamo ben dire, ufficialmente, il disagio del capo del governo italiano per la sua posizione marginale in Europa.

Gli episodi citati come la cena sui dossier di Libia e Siria di una settimana prima a Parigi tra i capi delle diplomazie di Francia, Inghilterra e Germani alla quale venne invitata solo la Mogherini che ha fatto infuriare il premier ; i “faccia a faccia chiarificatori “tra questa e Gentiloni a margine dei lavori dell’ONU senza “incrociare” Renzi ; tutto ciò esprime una “insoddisfazione di Matteo Renzi “ che , sintetizza l’articolo, ” lamenterebbe anche di non trovare sempre sponde efficaci a Bruxelles nelle battaglie che il nostro governo ha in corso con la Commissione di cui Mogherini è vice presidente e unico membro italiano”. Hai voglia a prendersela con la Mogherini , questa situazione sta avverando la “profezia”, ovvero la constatazione che fece Ferruccio de Bortoli quando il 24 ottobre dello scorso anno scrisse quell’editoriale nel quale diede un quadro tanto esatto quanto devastante della personalità politica del premier. “ L’oratoria del premier è straordinaria - scrisse - nondimeno il fascino che emana stinge facilmente nel fastidio se la comunicazione pur brillante, è fine a se stessa. Il marketing della politica se è sostanza è utile, se è solo cosmesi è dannoso. In Europa - concluse profeticamente su questo punto - meno inclini di noi a scambiare la simpatia e la parlantina per strumenti di governo , se ne sono accorti “.

Renzi che non è uno sciocco, probabilmente, consapevole della sua caratura provinciale che gli appoggi dei “poteri forti “italiani non avrebbero potuto compensare essendo modeste e marginali appendici dei sistemi finanziari e industriali internazionali – si pensi alla rottura tra Fiat e CONFINDUSTRIA o ai tentativi fallimentari di Carlo de Benedetti in Usa delle”nozze” tra Olivetti e AT&T e la tentata scalata alla Sgb in Belgio - , pensò di crearsi uno spazio puntando ad assicurarsi l’Alto Rappresentante di politica estera, non riflettendo bene, però, che una politica estera comune europea non esiste, ma permane, dopo lo storico fallimento del tentativo della Comunità Europea di Difesa nei primi anni ‘50 solo l’asse franco tedesco e il ruolo della Gran Bretagna come riflesso della supremazia occidentale degli USA.

Del resto il “giglio magico” che lo circonda e la stessa classe dirigente politica che lui ha allevato non appaiono assolutamente in grado di confrontarsi sui grandi temi e ricevono spazio per l’intenso sostegno di alcuni poteri “mediatici” e , soprattutto, per la debolezza politica complessiva dell’opposizione.

Le mosse di politica internazionale di Renzi sembrano sempre dettate dall’idea di un volersi aprire la strada attraverso un rapporto di “simpatia”, così almeno viene presentato l’unico “argomento” spendibile anche dalla stampa amica, ovviamente a corto di argomenti. Dietro alla politica estera italiana non c’è un’idea , una consapevolezza benché minima di un ruolo specifico , un portato frutto di una tradizione diplomatica o di una condizione geopolitica. Ora si tenta di aprire, senza successo, una strada di avvicinamento alla Germania della Merkel, poi , verso Hollande , quindi qualche mossa tattica e ammiccamento con Cameron, infine incontri tanto “cordiali” quanto improduttivi con Obama che non lo informò neppure della morte di un nostro connazionale sotto i bombardamenti americani in medio oriente.

Non possiamo non ricordare come negli anni del dopo guerra, in una condizione che permaneva difficoltosa per il nostro Paese e nella parziale diffidenza di alcune nazioni europee , L’Italia ottenne spazi di intervento e di interesse in Nord Africa, Medio Oriente , nella stessa Europa orientale e in Unione Sovietica, senza contare il ruolo determinante nella costruzione europea.

Senza voler analizzare quelle vicende storiche è interessante, a questo proposito , un articolo sul numero di agosto di Limes, dedicato al Vietnam, dell’ambasciatore Mario Sica che è stato direttore generale per l’Asia del Ministero degli Esteri.

Viene ricordato il ruolo dell’Italia negli anni tra il 1965 e il 1968 , quando la nostra diplomazia, guidata da Amintore Fanfani , svolse alcune iniziative di mediazione per la pace in Vietnam con “lo scopo di aiutare gli Stati Uniti a uscire dal ginepraio vietnamita” ( Quando l’Italia mediava tra Stati Uniti e Vietnam pagg. 91-98 ).

L’articolo riporta quanto Fanfani ebbe a dire all’omologo statunitense Dean Rusk, “in frasi verbalizzate dagli stessi americani” : “ L’Italia non vuole partecipare ai negoziati, ma solo agire come amico ed alleato”, e, tuttavia “ pur essendo un alleato fedele degli Stati Uniti , ha molto a cuore la libertà di non essere d’accordo”.

Sica dà atto del ruolo dell’Italia rilevando che il governo di Hanoi pur rifiutando “incontri con veri o presunti mediatori occidentali”, “gradisce la mediazione dell’Italia”. Dopo aver descritto le iniziative portate avanti dal nostro Paese sottolinea come “i nordvietnamiti … pur non avendo con noi legami diretti … apprezzarono la linea politica condotta da Fanfani … perché essa garantiva loro quella segretezza da essi sempre richiesta” , concludendo che ”almeno nel periodo della presidenza Johnson , l’Italia meglio di ogni altro paese, era in grado di comprendere il Vietnam e di facilitare il conseguimento “ dell’accordo, con ciò “si aprirono i legami ufficiali , una salda base storica di amicizia e di collaborazione”.

Ora abbiamo voluto richiamare il recentissimo articolo di Limes proprio per render evidente, nell’accostamento tra Fanfani e Renzi, la distanza siderale oggi esistente tra l’Italia che allora si presentava con dignità nell’ambito internazionale – che si condividanoo meno quelle iniziative di politica estera – e la figura odierna nei consessi internazionali, vestita di solo velleitarismo e iattanza.

Ed è davvero espressione di questa sicumera da parte di Renzi il voler attribuire alla Mogherini una qualche responsabilità per questa condizione dell’Italia. E’ un’Italia fuori di una porta che non si aprirà “battendo i pugni”, ma ricostruendo il ruolo politico e, soprattutto , ritornando a dibattere della nostra vocazione internazionale e della partecipazione al confronto sui grandi temi della politica estera. Un piccolo ma significativo esempio di come, invece, ci sia una assenza ormai totale, è il fatto che la rivista “Affari Esteri”, diretta per il Ministero da Achille Albonetti che usciva dal 1969, è rimasta ferma al numero di aprile del 2014 ed ha cessato le sue pubblicazioni. Una rivista sulla quale scrivevano i maggiori esperti del settore e i protagonisti anche internazionali .

Nell’ultimo numero nell’editoriale il direttore rilevava ancora una volta che “ la discriminazione e il declassamento internazionale dell’Italia sono particolarmente gravi e pericolosi. Ciò vale, in particolare, per i nostri rapporti con la NATO, la più grande ed importante alleanza della Storia - della quale l’Italia fa parte - e per i nostri rapporti con l’Unione Europea, il secondo pilastro della politica estera italiana” . L’Italia di Renzi non sarà certo in grado di cambiare le cose e riconsegnarci ruolo e dignità.

PIETRO GIUBILO

09/2015 [stampa]
LE RICADUTE DEI TRUCCHI TEDESCHI
Lo tsunami nel mondo automobilistico, scoppiato con le emissioni truccate dei motori diesel delle autovetture Volkswagen negli Usa ma anche in Europa ( le cifre non complete parlano di 15-20 milioni di auto), ha aperto le porte a profonde riflessioni di ordine etico-morale, economico e politico.

Negli ultimi 50 anni altri clamorosi scandali hanno coinvolto il settore industriale tedesco con il caso Siemens, il campo farmaceutico, il mondo bancario europeo e americano.

Il fatto grave, questa volta, è che la Germania non ha rispettato le regole che vuole imporre agli altri, dal rigore economico e di bilancio al sistema bancario.

Il secondo elemento di gravità è legato alle violazioni avvenute in un campo molto delicato per la salute come quello dell’inquinamento atmosferico. In Europa è stata proprio la Germania a voler imporre a tutti norme severe per indicare agli Stati Uniti, alla Cina e ai paesi emergenti la strada da seguire in merito allo sviluppo di un’industria pulita e quando Angela Merkel prese la decisione ,improvvisamente, di porre fine al nucleare sembrava che questa fosse la strada giusta..

I principi e i paletti a salvaguardia dell’ambiente saranno ribaditi e rafforzati in dicembre alla Conferenza di Parigi con l’Unione europea impegnata a ratificare il protocollo di Kyoto.

Lo strappo compiuto dalla più grande industria della Germania è tanto più grave perché le disposizioni sull’inquinamento delle autovetture erano state alleggerite dopo un estenuante negoziato per tenere conto degli interessi dell’industria automobilistica tedesca, i cui modelli necessitavano, per far fronte alla concorrenza, di norme meno severe.

Il buco nero è stato la mancanza di controllo del comportamento reale delle vetture su strada. Gli esami si facevano in laboratorio. E anche per questo in 15 anni si è registrato il boom del diesel che ha guadagnato costantemente terreno sulle vetture a benzina. Oggi in Europa le immatricolazioni con diesel raggiungono quota 53%. Una vettura su 5 al mondo è tedesca.

L’altra questione più generale riguarda scrive Romano Prodi ( ex commissario Ue) “ il fatto che le imprese tedesche fanno parte di un sistema di protezione efficiente e compatto che si estende dal governo nazionale alle autorità regionali, dai sindacati alle associazioni imprenditoriali”.

E’ un cordone di protezione che gli altri Stati non hanno. Il caso Volkswagen insegna che le violazioni sistemiche possono avvenire solo quando vengono a mancare o ad indebolirsi gli equilibri di potere che debbono esistere tra Stati e tra Stati e grandi imprese.

Il problema è allora la politica industriale europea che va ripensata. Servono riforme strutturali considerando che il settore auto aveva puntato per decenni troppo sulla tecnologia diesel di cui è difficile rispettare i valori di emissione consentiti.

Le ricadute sull’Europa di una Germania che si scopre debole saranno evidenti nonostante i tentativi dei nuovi vertici ( Matthias Mueller vicino alla famiglia Porsche/Piech e gradito ai sindacati) abbiano fatto mea culpa giudicandolo “ un disastro morale e politico” ma pronti a riconquistare la fiducia dei consumatori.

La crisi della Volkswagen è uno dei grandi eventi dell’anno perché coinvolge l’immagine della “ locomotiva” tedesca e quindi il suo modello economico. La relazione tra il gruppo di Wolsfsburg nel Land industriale della Bassa Sassonia e la politica tedesca è stata da sempre molto stretta.

Non si può allora considerare un incidente di percorso. La scelta del diesel era strategica. Falsare i test individua una volontà di supremazia ad ogni costo. Una scelta quindi consapevole che va punita e cambiata che coinvolge il futuro dei motori. Dal 2016 scatteranno in Europa nuovi e diversi controlli.

In Germania e non solo ci si interroga tuttavia sulla capacità del paese di essere ancora la locomotiva dell’Unione. Il discorso etico-morale ha una sua fisionomia: per essere leader bisogna per primi saper rispettare le regole comuni.

Naturalmente dietro la vicenda è le modalità dell’individuazione della truffa ci sono molti risvolti a partire dal fatto che a far scoppiare il bubbone delle emissioni di gas truccate siano stati gli Usa dove il diesel non ha mai trovato terreno fertile. L’altro fatto tecnico è che nell’Ue l’inquinamento delle auto si misura in emissioni di C02 mentre il diesel con le moderne tecniche ne produce meno.

Il colpo alla Germania è pesante che deve riflettere sui suoi errori, a partire dal silenzio del potente sindacato dei metalmeccanici tedeschi che siedono al vertice del gruppo in nome della Mitbestimmung, “ cogestione”. E’ certo comunque che indebolendo la Germania s’indebolisce l’Europa che per gli americani stava diventando “ troppo autonoma e indipendente” nelle scelte strategiche mondiali.

Ora il made in Germany quale simbolo della ricostruzione post-bellica è ammaccato. La tecnologia imbrogliona dovrà pagare dazio perché la Vw con la truffa delle emissioni si è creato un vantaggio illegale e scorretto rispetto alla concorrenza mondiale.

IN conclusione nella vicenda Volkswagen sono coinvolti molti soggetti. Innanzitutto l’azienda e i suoi tecnici autori dei trucchi delle emissioni. In secondo luogo il potente sindacato dei metalmeccanici ( IgMetal) che dopo aver accettato le riduzioni salariali e d’occupazione nella precedente crisi ha cercato di recuperare ad ogni costo aumenti di salario e potere sposando le scelte aziendali.

In terzo luogo è coinvolto il Lander ( Stato) della Bassa Sassonia azionista al 20% del gruppo e con una golden share che gli garantisce di avere voce in capitolo sul controllo. Perché non c’è stato? E perchè lo Stato dovrebbe essere azionista di controllo di un’azienda che opera sul mercato in concorrenza con altri privati?

La truffa evidenzia che l’azionista pubblico non ha garantito ( che era la premessa del sjuo intervento) una migliorerebbe governante aziendale e la possibilità di realizzare progetti pluriennali senza dover rincorrere utili di breve periodo. E’ mancato il rispetto delle regole nell’interesse di tutti: manager, azionisti, dipendenti, clienti. E’ anche scandaloso che l’amministratore in carica al tempo delle truffe se ne vada con una liquidazione miliardaria.

C’è infine il ruolo passivo della Commissione europea di Bruxelles che, secondo il giornale economico inglese Financial Times, sapeva fin dal 2013 dell’esistenza delle centraline truccate che riducevano le emissioni solo nei test e non nelle prove in strada dove invece superavano i limiti.

Quei software-truffa usati da Vw erano fuorilegge dal 2007 e c’è voluto l’organismo dell’ambiente americano per far scoppiare il caso che le lobby dell’auto avevano coperto.

Ora Wolfsburg correrà ai ripari intervenendo gratis su 11 milioni e oltre di vetture diesel sporche per rimuovere il software truffatore.

E la fiducia? Per riacquistarla il nuovo Ad Matthias Maueller e il leader del sindacato IgMetal Berns Osterloh, capo dei consigli di fabbrica, hanno scritto insieme ai 600 mila dipendenti del gruppo impegnandosi a trovare tutti gli strumenti adatti “ per restituire onore e credibilità all’azienda e difendere i posti di lavoro”.

Sergio Menicucci

07/2015 [stampa]
L’ISIS E’ VICINO
I commenti sull’attentato del Cairo all’ambasciata italiana pongono in evidenza soprattutto i problemi interni all’Egitto che, recentemente , hanno visto acuirsi le azioni terroristiche , fino ad arrivare a vere e proprie operazioni militari.

Già l’uccisione con un veicolo bomba del procuratore generale Hisham Barakat che ha istruito il processo contro Morsi, ha dimostrato una capacità di scelta dei bersagli che evidenzia i limiti delle azioni antiterroristiche di Al Sisi. Nel Sinai dove lo Stato Islamico ha costituito una Provincia del Califfato, nei giorni scorsi si erano verificate azioni contro 15 postazioni militari egiziane con l’uccisione di almeno 70 militari.

La reazione dopo l’attentato a Barakat e alle azioni militari non si è fatta attendere e 13 capi militari dei fratelli Musulmani sono stati uccisi.

L’azione contro l’ambasciata italiana ha un duplice significato da un lato mostra ancora una volta la capacità di colpire anche fuori dalle zone periferiche e la scelta di attaccare un alleato dell’Egitto che si è candidato ad un intervento nella Libia .

Ora questa situazione richiede di valutare la capacità dell’Egitto di Al Sisi di contrastare azioni terroristiche e di guerriglia. Alcuni importanti commentatori - riporta il Corriere della Sera del 12 luglio – della rivista specializzata Foreign Policy, ritengono che “in questi decenni l’esercito si è addestrato e preparato ad un conflitto su larga scala con nemici esterni , uno scontro che probabilmente non scoppierà”. Anche i consulenti americani che, insieme ai finanziamenti all’esercito, Washington dispone per il Cairo, non sembrano sufficienti per una attività di contrasto a queste forme particolari di azioni del Califfato e degli stessi Fratelli Musulmani. In fondo gli USA non hanno mai dimostrato una grande capacità di tecnica di lotta alla guerriglia, preferendo lo scontro diretto sul terreno o attraverso i sistemi tecnologici avanzati che mostrano una efficacia relativa e mai un successo definitivo.

Se vogliamo essere formalisti l’attentato all’ambasciata , in qualche modo , significa anche un attentato al territorio italiano. Il passaggio ad azione nella Penisola dovrebbe essere considerato e si spera che i sistemi di sicurezza siano adeguati ad una necessità che potrebbe non essere lontana.

E’ ormai evidente che dietro alle azioni “militari” vi è una strategia politica e non una casualità. Per certi aspetti questa situazione nella quale il Sinai costituisce l’entroterra che alimenta il terrorismo nella Città , ricorda il rapporto città-campagna della guerra in Vietnam . L’impressione evidente è che l’azione del Califfato stia agendo in modo da accerchiare la resistenza dei poteri governativi .L’area che va dalla Turchia alla penisola arabica fino alla Libia e alla Tunisia è attraversata da conflitti di natura religiosa e di prospettive di egemonia. La verità è che anche il Califfato intende giocare questa carta.

Infine una notazione di politica internazionale. L’ultimo documento strategico statunitense il “2015 National Military Strategy “ stilato dal generale Martin Dempsey , capo di stato maggiore delle forze armate indica nel medio lungo termine il pericolo di una guerra convenzionale con Russia e Cina. Come commenta anche Avvenire “ lo Stato maggiore interforze non fa che ratificare il pensiero del Presidente e le sue inclinazioni”.

L’inadeguatezza di questa strategia americana è quanto mai evidente e l’Europa dovrebbe prenderne atto. L’ISIS è sempre più vicino.

P. G.

06/2014 [stampa]
ERDOGAN PERDE PUNTI
Le elezioni in Turchia costituiscono un importante elemento di riflessione. Il partito di Erdogan scende di quasi dieci punti ( 40, 9 per cento ) e non ha più la maggioranza assoluta nel parlamento, nel quale si affaccia per la prima volta, con il 13 per cento , il partito curdo guidato da un leader, Demirtas, che viene definito “carismatico” e “progressista”; il Chp , partito repubblicano e di tradizione kemalista perde voti , ma si attesta sul 25 per cento; gli ultra nazionalisti, infine, prendono un 16, 6 per cento che li pone come primo candidato ad un’ alleanza con il partito di maggioranza relativa.

La prospettiva interna , costringendo Erdogan ad un accordo o , addirittura facendo balenare una possibile alleanza-maggioranza delle opposizioni , indica una forte instabilità anche perché la stabilizzazione auspicata dal presidente con le riforme costituzionali diviene impercorribile. Lo stesso ritorno alle urne porterebbe il Paese in una situazione imprevedibile.

All’esterno il progetto neo ottomano di Erdogan appare destinato ad arrestarsi; anche esperti di relazioni internazionali indicano un ridotto ruolo della Turchia nell’appoggio ai ribelli contro il regime di Assad. Una ripresa dei rapporti con l’ Unione Europea potrebbe costituire una strada obbligata, ma ciò passerebbe attraverso una drastica rinuncia al progetto di una ”democrazia assolutista” portato avanti in questi ultimi anni. Gli anni di Erdogan - che è arrivato a sostituirsi alla stessa autorità giudiziaria - infatti, sono stati caratterizzati dal più alto numero di giornalisti incarcerati e condannati con pene pesanti . La Turchia è finita tra gli ultimi posti nella graduatoria mondiale sulla libertà di stampa , mentre vige ancora una censura rilevantissima soprattutto sugli argomenti della questione curda e del genocidio degli armeni.

Non a caso l’ex ministro turco per l’Europa Egemen Bagis considerato comunque vicino a Erdogan, ritorna a parlare di “sogno europeo” come “obbiettivo di democratizzazione e di standard di vita per il nostro Paese”. Bagis ammette che “creare le istituzioni necessarie e costruire una società pluralistica richiede tempo” e che, comunque, “non puoi silenziare le masse che hanno imparato a mobilitarsi “.

Per essere considerato il sintomo o di una revisione critica della politica fino adesso condotta da Ankara è ancora poco. La Turchia, come ha detto Ozkok - direttore per venti anni di Hurriyet il maggiore quotidiano del Paese – vive “in un clima psicologico molto difficile … la gente ha paura “ . Un Paese così non può entrare in Europa.

04/2014 [stampa]
Dall’Università di Havard - ITALIA BOCCIATA PER CASA E SICUREZZA
Brutta pagella per l’Italia su sicurezza e casa. Secondo i dati dell’Università di Harvad, che ha monitorato 58 parametri, l’Italia sul tema della sicurezza occupa il 44° posto su 133 paesi misurati. Precipita al 94° quando si parla di criminalità percepita mentre per la corruzione è al 52°posto.

Per l’accesso alla casa a prezzi abbordabili l’Italia viene piazzata al 64°posto.

Le cose vanno meglio quando si misura la qualità della vita( sanità, risorse economiche, libertà politica e d’espressione, accesso all’educazione). In materia di progresso sociale l’Italia, secondo il curatore dell’indagine prof. Michael Porter, ha perso qualche gradino pur piazzandosi al 31° posto grazie al buon piazzamento del prodotto interno lordo.

A livello internazionale si sta discutendo di affiancare per valutare il benessere di un paese accanto alla crescita economica ( Pil) il concetto di progresso sociale, un indicatore di benessere equo e solidale ( Bes) che viene adottato alche dall’Istat e dal Cnel.

05/2015 [stampa]
FRANA LA STRATEGIA USA IN MEDIO ORIENTE
Nel giorno nel quale l’Isis conquista Palmira nella tormentata Siria , anche il “compassato” Corriere della Sera esce con un editoriale molto esplicito e significativo: “ Lo scacco a Obama”.

Questa città che viene presentata – giustamente – come sede di un grande patrimonio archeologico , tuttavia, per lo scenario di guerra , presente altri e più importanti aspetti : dista solo 240 kilometri da Damasco e possiede importanti giacimenti di gas e petrolio ora in mano del Califfato.

La possibile distruzione delle vestigia dell’impero romano, semmai, aggiungono una nota drammatica e simbolica a quella che può essere presentata come una nuova minaccia verso l’Europa e l’Occidente .

Pochi giorni prima - il 17 maggio – dall’altra parte delle aree sotto il controllo dell’Isis , in Iraq, veniva conquistata dal Califfato la città di Ramadi a 110 kilometri da Bagdad , conquista che aiuta a saldare il lungo itinerario sul quale si muovono le truppe dello stato islamico . A questo punto il sostegno militare a Falluja – in mano dei militari dell’Isis da un anno - e la convergenza verso Abu Ghraib dove si sono attestate cellule del Califfato che dista soli 20 kilometri da Bagdad , stanno creando le condizioni per la conquista della Capitale dell’Iraq. E’ solo questione di tempo, di poco tempo, ma il Paese che fu di Saddam Hussein, sembra destinato a passare a far parte del Califfato.

Anche sul fronte siriano la situazione si fa sempre più difficile con quasi la metà del territorio sotto il controllo dell’Isis.

Assad resiste come un leone avendo tutti contro: Turchia, Usa, Israele, Sauditi, rivoluzionari cosiddetti “democratici”, jahdisti e Califfato. Se non ci fosse stato il sostegno di Iran e Russia e la forte difesa diplomatica di Putin , gli Usa avrebbero , a suo tempo ,bombardato l’ esercito siriano ,lasciando libere le armate dell’integralismo mussulmano di creare il caos nella regione.

Oggi , oltre Assad, gli unici baluardi contro l’ondata integralista dell’Isis sono l’Egitto e, soprattutto l’Iran che è già entrata in campo , sostenuta militarmente dalla Russia, ma ancora sotto sanzioni americane che gli impediscono di agire in modo ancor più adeguato. Proprio per la impenetrabilità dell’idea del Califfato gli sciiti si dimostrano i più forti avversari del Califfo.

Si continuano , però a pagare, gli effetti di una strategia americana interessata a creare il caos.

In fondo a ben vedere pur essendo distinti per storia, per cultura e, soprattutto, per le condizioni che si sono andate costruendo nei tre Paesi, Iraq, Siria e Libia, lo schema strategico con il quale gli USA si sono “interessati” della regione è stato sempre lo stesso , come identico è stato il suo fallimento .

Lo smantellamento del regime di Saddam Hussein ha condotto il paese a non controllare più la sua condizione interna con lo scontro tra sunniti e sciiti, mentre si è rivelata utopistico il tentativo di imporre una svolta democratica . Addirittura , come ha spiegato con chiarezza Maurizio Molinari nel suo recente libro ( “ Il Califfato del terrore”, Rizzoli, 2015 ), la componente nazional-sunnita del Baath si è unita a quella jihadista ed è stata questa “alleanza” che ha portato alla decisiva caduta di Mossul nel giugno 2014. Il Libia l’assalto contro Gheddafi ha condotto alla divisone in due del Paese ed alla sua disgregazione non più controllabile. In Siria solo la fermezza di Putin ha impedito che si procedesse nello stesso modo , ma il sostegno all’opposizione che si è rivelato un sostegno , di fatto, al Califfato, sta conducendo anche questo Paese verso un identico destino.

Anche l’alibi è stato sempre lo stesso . Partito dal sostegno alle “primavere arabe” e invece ispirato da interessi sul petrolio e di appoggio alle scorribande saudite, con l’intento di tenere sotto scacco la regione e impedire qualsivoglia crescita di ruolo politico , oggi, gli apprendisti stregoni di Washington si trovano di fronte ad una situazione incontrollabile. Resta il fatto che , in fondo, per gli Usa si stratta di un prezzo che può anche essere pagato poiché i maggiori rischi che provengono dal Califfato riguardano in prospettiva l’Europa e la Russia che la strategia di questi “apprendisti” vorrebbe tenere sotto scacco per facilitare la tenuta del decadente unipolarismo americano.

Una studiosa delle comunità etnico-religiose dei paesi islamici , Bat Ye’or , già nel 2008 scriveva: “ Il califfato è già in Europa , nell’estinzione della libertà , nel controllo del pensiero e della cultura, nella shari’a , nell’autocensura della dhimmitudine [è lo status giuridico riconosciuto ai non-musulmani che vivono in un sistema politico governato dl diritto musulmano, n. d. r. ]. Il califfato universale , al quale l’Europa ha offerto il trampolino dell’Onu , si eleva davanti a noi , unendo il potere politico e quello religioso ; si erige a protettore delle masse musulmane immigrate nel mondo ed esige di mantenerle ancorate alle tradizioni islamiche del Corano e della Sunna , mentre gli europei si vedono costretti ad abbandonare la loro stessa identità” ( “ Verso il califfato universale”, Lindau, 2009 ).

In sostanza, l’Europa deve prendere coscienza che questa nuova minaccia che si affaccia pericolosamente nel Mediterraneo la riguarda direttamente ed in modo sempre più grave. Essa ha un solo possibile alleato , anch’esso direttamente minacciato : la Russia . Proprio quella Russia di Putin che, invece, Obama , sollecitando i ciechi nazionalismi dell’est Europa, vorrebbe contrastare, fino a prevedere un possibile conflitto .

Sulla politica estera si gioca il futuro dell’Europa . Il tempo di questa assunzione di responsabilità è sempre più breve.

Pietro Giubilo

03/2014 [stampa]
PARIGI, TUNISI, CIOE’ EUROPA
L’attentato al museo di Tunisi , la sua dinamica e il significato complessivo che ha inteso raggiungere presentano delle analogie con quelli avvenuti a Parigi poco tempo fa’.

Esso ha colpito la più “europea” delle nazioni nordafricane ; quella che ha sopportato meglio , cioè senza finire nel caos, quantomeno finora, gli effetti delle “primavere arabe”.

E, ancora non a caso, essa è la più vicina alle coste italiane, altro obiettivo indicato dal Califfato, come prossimo ad essere colpito. Le vittime italiane , in questo senso, sono, quindi, emblematiche di un avvicinamento , sempre più probabile.

Del resto e a maggior ragione , come per gli attentati di Parigi , si viene ad evidenziare che il terrorismo riesce a colpire dove vuole ed i limiti degli apparati di sicurezza non possono esaurire la “difesa” che l’Europa deve apprestare di fronte a queste minacce.

Rispetto alla fase del terrorismo di Osama bin Laden, è anche evidente una diversità che non solo non va sottovalutata , ma che spiega i connotati di questa modalità offensiva nuova dell’islamismo radicale.

Mentre al qaeda colpiva nei punti più disparati, senza una precisa connotazione territoriale ed una politica espansiva, il Califfato , si presenta come una minaccia più localizzata, con una sua configurazione territoriale e, quindi, destinata ad una espansione , se non si pone una strategia di attacco più efficace.

Ad una “rete” è, infatti, subentrato uno “ Stato”, appunto l’Isis.

Nato dall’appoggio politico e militare che Sauditi e Obama hanno offerto ai gruppi guerriglieri anti Assad, coadiuvati dai sunniti nel nord dell’Iraq, si sono diffusi nelle regioni vicine , approfittando del caos che le “primavere arabe” , gli errori americani e le manovre francesi e britanniche, hanno prodotto in quest’area geografica.

Tunisi potrebbe rappresentare il segnale di una intenzione più aggressiva verso l’Europa , cioè l’ultimo “avviso” di una direzione di marcia della strategia terroristica islamista. In questo senso potrebbe essere più significativo dello stesso attentato di Parigi al settimanale satirico, causato, secondo i proclami, per il solo fatto della blasfemia contro Maometto.

Ora, di fronte a questa nuova strategia islamista occorre innanzitutto che si appresti una diversa impostazione geopolitica , perché questo avversario va affrontato con un vasto sistema di alleanze. L’occidente e l’Europa , purtroppo vanno in una diversa direzione.

Questo “errore” , ovvero questo insieme di “errori” sono descritti con efficacia nell’editoriale del numero di gennaio 2015 di Limes.

“Nei conflitti africani e mediorientali noi siamo con i regimi arabi sunniti che alimentano il jihadismo, a partire dall’Arabia Saudita .Inoltre siamo alleati della Turchia , porta girevole dei foreign fighters nei viaggi di andata e ritorno dalle palestre del jihad … Siamo invece avversari dell’Iran, l’unico stato - islamico o meno – che mandi i suoi soldati a combattere davvero lo Stato Islamico , mentre non si conosce un solo terrorista di matrice persiano-scita che abbia preso di mira l’Europa. Per non farci mancare nulla , ci dedichiamo contemporaneamente allo scontro con la Russia, che a sua volta è in guerra permanente con i terroristi nel Caucaso, alcuni dei quali sono accorsi a rafforzare le file del”califfato” di al-Bagdadi. Infine non abbiamo il coraggio di confessare a noi stessi che qualche foreign fighter non è affatto sfuggito alle nostre maglie di sicurezza , ma è finito in Siria su mandato delle intelligence occidentali impegnate a supportare la battaglia contro al- Asad , colpevole di eccessiva prossimità all’Iran e alla Russia.” “Tutto logico, tutto normale?” si domanda il mensile di geopolitica.

Senza una revisione della visione complessiva della politica estera occidentale , negativamente condotta da Obama , sarà impossibile contrastare la spinta del Califfato.

Sarebbe ora che l’Europa affronti questo tema. In tempi non troppo lontani l’Italia seppe muoversi con un ambito di autonomia in politica estera , al fine di difendere i suoi interessi non solo di natura economica ed energetica.

Oggi siamo chiamati a difenderci da ormai possibili attacchi del terrorismo . In Italia ed in Europa se ne abbia , infine, la necessaria consapevolezza. Pietro Giubilo

03/2014 [stampa]
UCCISIONE DI NEMTSOV. I MEDIA ITALIANI PROCESSANO PUTIN
Appena le agenzie hanno battuto la notizia dell’uccisione di Nemtsov a Mosca, è scattato il processo nei riguardi di Putin.

Senza nessuna prova di un coinvolgimento diretto o indiretto delle strutture governative si è già trovato il colpevole.

Come è possibile tutto questo ? Opinionisti e quotidiani che si piccano di essere espressione di liberalismo e di garanzia democratica ,senza alcuna prova, imbastiscono , per conto terzi , un atto di accusa temerario e interessato.

Un esempio di questa prosa è dato dal fondo del Corsera del 2 marzo di Angelo Panebianco che offre giudizi come caramelle . Non solo la Russia è descritta come una ”democrazia autoritaria” , forse perché lì è rimasta la sovranità della politica e la legittimazione popolare dei Presidenti eletti direttamente, ma, aggiunge, “il suo regime è oggi disvelato dall’omicidio Nemtsov”.

Che l’uccisione di un uomo politico sia la dimostrazione di un regime autoritario, avrebbe dovuto porre nella lista nera anche altri Paesi come, per esempio gli Stati Uniti ai suoi inizi ed anche negli anni ’60 che, non solo conobbero l’assassinio di presidenti come Lincoln e Kennedy, ma anche del fratello Robert e, soprattutto del paladino dell’integrazione Martin Luther King.

Panebianco sottolinea più volte la “pericolosità di quel regime” invitando ad accentuare il sostegno all’Ucraina, diversificare gli approvvigionamenti rispetto alle risorse energetiche russe , insomma mettere in atto quel “rumore di guerra” per costringere la Russia a ridimensionarsi a potenza regionale.

Non si spiega altrimenti il senso di una operazione di propaganda politica anti russa che serve a puntellare tutto ciò che è scaturito da quello che uno storico come Eugenio Di Rienzo definisce “un colpo di stato … ultimo atto di una strategia messa in atto per spingere l’Ucraina nella NATO” ( “Il conflitto russo-ucraino”, Rubettino 2015 ) . Spinta che , ricorda sempre Di Rienzo , era stata esclusa dagli accordi intercorsi tra Stati Uniti e Russia ai tempi dell’unificazione tedesca.

Non è valso a nulla il commento di colui che avviò il cambio di regime dell’Unione Sovietica, cioè Gorbaciov, che ha interpretato l’avvenimento definendolo “un complotto per destabilizzarci” e , più volte, nei mesi precedenti, aveva criticato gli interventi occidentali a sostegno di quello di piazza Maidan.

Ma Panebianco ne sa più di chi è stato il più importante protagonista della svolta politica democratica in Russia ! Anche la figura politica di Nemtsov è stata mitizzata in quanto aveva dismesso da tempo un vero impegno politico, essendo non più parlamentare sin dal lontano 2003, mentre aveva intessuto contatti con quegli ambienti all’estero che adesso chiedono di fare chiarezza . La stessa presenza di cittadini ai funerali , piuttosto scarsa per una metropoli popolosa quella Mosca, mostrava più una partecipazione di vecchi esponenti dell’incolore regime elziniano che giovani oppositori in grado esprimere una alternativa alla presidenza attuale.

Per anni in Italia una pubblicistica debole aveva sempre teorizzato su vicende non chiare che per spiegare il senso di taluni avvenimento si dovesse usare il criterio di comprendere a chi giovassero. Oggi, improvvisamente, anche questo criterio viene messo da parte perché è obbiettivamente contrario ad ogni utilità per Putin , in grande consenso popolare, un omicidio che può solo attirargli inimicizie e contrarietà. Mai il Presidente Putin sarebbe stato così stupido da fare una cosa del genere.

Siamo ormai nel clima di una propagande di guerra. E’ notizia che gli USA stanno modernizzando le loro armi nucleari tattiche in Europa occidentale . Il viceministro degli esteri ucraino Vadym Prystaiko ha dichiarato , in una intervista alla Radio CBC il 21 febbraio che il suo paese si sta preparando ad una ”guerra vera e propria” contro la Russia. Aggiungendo: “ Tutti hanno paura di combattere contro uno stato nucleare . Noi in Ucraina non più; abbiamo perso tanto dei nostri, abbiamo perso così tanto territorio . Per quanto possa suonare pericoloso , dobbiamo fermare [Putin] in qualche modo “. Dietro questa posizione c’è il sostegno di Victoria Nuland - assistente segretario di Stato per gli affari europei e euroasiatici, moglie del potente Robert Kagan - nota per la gaffe nel febbraio 2014, con la quale, a proposito dell’Ucraina, disse “l’Unione europea si fotta”.

Suona sinistramente chiarificatore quanto ha scritto Dario Fabbri nell’ultimo numero di Limes : “Conscia delle fondamenta su cui si regge la sua supremazia , l’America si affida puntualmente allo Stato o alla guerra per rilanciare l’economia. Fu così durante il secondo conflitto mondiale , quando l’esborso bellico estrasse definitivamente il paese dalla recessione”( “Burro e cannoni: il segreto del dollaro è la grandezza dell’America” pag. 24 ) . La FED ha compiuto il suo ciclo di quantitative easing , cioè l’ intervento di sostegno monetario di Stato, speriamo che non sia arrivato il momento dell’economia di guerra .

02/2014 [stampa]
LA GRECIA E L’EUROPA : IL ”CHE FARE? “ DI TSIPRAS
La vittoria elettorale non esaurisce il percorso politico di Tsipras. Anzi lo pone di fronte alle sue responsabilità ed alle scelte necessarie.

Gli obbiettivi della rinegoziazione del debito e la possibilità di iniettare liquidità per far crescere la domanda interna e sollevare dalle difficoltà alcuni strati della popolazione in assoluta indigenza, assai difficilmente saranno accolti dalle autorità europee, in quanto aprirebbero una voragine troppo ampia, coinvolgendo le scelte politiche di altri Paesi. Il delicato equilibrio del “sistema finanziario europeo” non lo potrebbe permettere.

Il sentiero nazionalistico sembra essere, dunque, la scelta obbligata del giovane neo premier e l’alleanza con Anel, partito di destra anti Unione, lo farebbe ulteriormente pensare.

Questa possibilità, del resto, è la strada obbligata anche degli altri partiti antiEuro che in Gran Bretagna, in Francia e in Italia, indicano una “Europa diversa”, ma finiscono per avere solo una linea nazionalista.

E’ da escludere anche quella ventilata possibilità di un fronte di politiche solidali con gli altri Paesi europei dell’area mediterranea : Italia, Francia, Spagna , Portogallo , difficilmente riconducibili ad un “fronte comune”, tanto meno se innestato, anche solo parzialmente, in una conflittualità di tipo greco verso il resto dell’Europa.

Questo stretto sentiero nazionalistico appare del tutto inadeguato a sollevare la Grecia dalle sua gravi ambasce economiche; avrebbe bisogno di interlocutori e sintonie importanti.

L’Area mediterranea e il centro Europa sono scosse da convulsioni che rendono porosa e non schematizzabile la situazione . Qualcuno è andato a rinvangare l’antico rapporto storico con il Cremlino , a suo tempo attuato in funzione antiturca e che anche recentemente ha conosciuto alcuni vicendevoli vantaggi . Tuttavia si tratta di due Paesi in difficoltà che una reciprocità attenuerebbe di pochissimo.

Si tratterà di vedere se e fino a qual punto Tsipras rivelerà una capacità diplomatica in grado di contrarre nuovi rapporti in questa area, ma la sua personalità pare connotarsi soprattutto , se non solo,in termini comunicativi e di protesta. Cavalcarla è facile, governare con successo assai meno.

15/12/2014 [stampa]
GRAN BRETAGNA: FINANZA E POVERTA’
Dalla Gran Bretagna giungono notizie allarmanti, ma , nello steso tempo, assai indicative. Secondo un rapporto parlamentare della fine della scorsa settimana, 4 milioni di persone sono a rischio fame, mentre sono in costante aumento coloro che si rivolgono alle 272 banche del cibo . Una di queste , nei mesi scorsi, aveva comunicato che più di 900 mila persone si sono rivolte a loro nell'ultimo anno, con un aumento del 163 per cento.

Le cause più evidenti sono da riferirsi alla riforma del welfare, l'aumento del costo della vita, i salari troppo bassi e la disoccupazione.

Il Children’s Commissioner, un ente pubblico non ministeriale, in un comunicato dello scorso anno, commentava così l’impatto dei tagli del governo sulle famiglie: «circa 700mila bambini in più finiranno in povertà entro il 2015 a causa delle politiche fiscali del Governo e dei cambiamenti introdotti nell’assistenza economica e fiscale» . Il totale dei bambini poveri raggiungerà la cifra di tre milioni nel 2015. Dallo stesso comunicato emergeva come gli interventi abbiano creato una crescita delle diseguaglianze : «l’aspetto più ingiusto della riforma del welfare e delle misure fiscali fra il 2010 e il 2015 è che i più duramente colpiti sono i più poveri: il 10% più povero vedrà una riduzione del proprio reddito netto pari al 22% contro il 7 dei più ricchi» .Le difficoltà delle famiglie sono ulteriormente aggravate dagli aumenti delle bollette dei servizi essenziali come luce e gas . E’ stato calcolato che, mediamente, una famiglia inglese spende 1.540 euro l’anno e perciò, secondo un sondaggio del Daily Telegraph un inglese su cinque ha molti problemi a pagarle, con le prevedibili conseguenze : l’anno scorso 24 mila persone sono morte di freddo e una parte vivevano in case che non erano riscaldate a causa dell’indigenza.

Uno dei risultati più evidenti, lo riferisce lo stesso autorevole settimanale britannico l’Economist, che ha descritto il proliferare delle città fantasma (‘Città Sicker’), esortando il governo ad intervenire per evitare tale degrado.

Ciò che fa meditare è l’altra faccia di questa realtà, e cioè che, Londra, la Capitale inglese , rappresenta il principale centro finanziario , luogo privilegiato mondiale per gli scambi di valuta, con la tentazione , sottraendosi alle regole comunitarie, di diventare un “financial super-hub” per attrarre la finanza cinese e islamica.

La Gran Bretagna è il Paese nel quale la finanziarizzazione dell’economia ha compiuto i passi più spediti, mentre la sua economia reale ne soffre di conseguenza ed, in definitiva lo squarcio che si apre sulla sua situazione sociale ne rappresenta la conseguenza ineluttabile .

E questo il modello che il Fondo monetario internazionale vorrebbe imporre ai Paesi in difficoltà : una concezione iper liberista nella quale un darwinismo economico in nome della suprema libertà dei mercati finanziari taglia e/o privatizza la sanità e i sistemi assistenziali vengono del tutto cancellati.

A ben vedere è questo il terreno ove si stanno giocando gli effetti della partita economica in atto a livello internazionale.

In Italia siamo solo all’inizio. L’attacco più massiccio è stato portato a quell’ambito di sicurezza che in Italia è rappresentato dalla proprietà dell’abitazione. Questa scelta degli italiani - un vero e proprio ammortizzatore sociale - ha consentito anche ai percettori di un reddito basso di giungere alla condizione di ceto medio in quanto , sottratti alla schiavitù dell’affitto, hanno potuto contare su una capacità di spesa relativamente più ampia.

L’impoverimento del ceto medio non può arrivare oltre perché è questa la causa principale che mette in ginocchio l’economia e non gli consente di camminare per una ripresa economico produttivo.

Chiarire come funziona in Gran Bretagna il sistema economico e quali ricadute sociali esso comporti , aiuta a comprendere le esigenze di una ripresa fondata sull’economia reale e sulla difesa del ceto medio sociale e produttivo.

07/11/2014 [stampa]
OBAMA OVVERO L’ANATRA SENZA GAMBE
Gli stati Uniti sono una grande Nazione. Qualcuno, ancora, li definisce un “Impero” anche se in “declino” ( Sergio Romano ).

Un “Impero” non vive solo della propria condizione interna, ma di come gestisce ed afferma la sua posizione sulla scena internazionale.

Non a caso i Presidenti degli Stati Uniti sono ricordati ed hanno avuto il consenso dei cittadini per come hanno affermato la forza dell’” Impero”.

Per rimanere negli ultimi settanta anni Roosevelt, pur pagando il prezzo dell’alleanza con Stalin sconfisse la Germania; John Kennedy aveva fronteggiato l’ Unione Sovietica a Cuba e a Berlino ; Reagan aveva condotto la guerra contro l’ “ impero del male” ; Nixon aveva aperto al nuovo ordine mondiale con la Cina; lo stesso Clinton aveva una visione militare , seppur unilaterale , dei rapporti internazionali che lo portò ad autorizzare ben 44 spedizioni militari oltremare; Bush junior reagì all’attentato dell’11 settembre con avventure militari se pur non sempre riuscite. In alcuni casi la comunicazione ebbe più peso della sostanza politica, tuttavia, questi presidenti ebbero una personalità marcata.

Barack Obama non si è mai scrollato di dosso la patina di un “presidente costruito”, il premio Nobel che gli si è subito attribuito, con un favoritismo pari alla sprovvedutezza di chi lo aveva scelto , non gli ha dato smalto, ma ha confermato il sospetto che era stato candidato con una geniale intuizione mediatica per portare alla vittoria il Partito Democratico, per avere, cioè, il voto di chi non votava mai , di quei ceti sociali che dal voto non aspettano nulla che possa cambiare la loro condizione.

Oggi quell’elettorato non è andato a votare e le elezioni del medio termine hanno portato alla sconfitta il Partito Democratico che non ha più maggioranza né alla Camera , né al Senato.

I suoi tentativi di realizzare una riforma sanitaria , un controllo delle armi e una politica ambientale non sono serviti ad evitargli la sconfitta . Anche qui , in fondo, c’era un imbroglio mediatico, perché , ad esempio, il disastro ecologico delle trivellazioni sottomarine al largo delle coste atlantiche, con la vicenda della BP nel golfo del Messico, aveva una sua precisa responsabilità, aveva cioè deciso nel marzo del 2010 di autorizzarle nuovamente.

Gli americani avevano eletto un ’anitra zoppa che, oggi, non ha più neppure l’altra gamba.

Forse Obama paga il costo di una visione unilaterale che non è stato lui ad inventare e ad avviare , ma che sotto di lui sta producendo i sui effetti più negativi.

Sono, invece, tutte sue le responsabilità di un abbandono troppo intempestivo dell’Iraq, l’appoggio alle primavere arabe con i fallimentari esperimenti anti Gheddafi e anti Mubarak, il condizionante appoggio ai sauditi contro Assad, il logoramento dei rapporti con la Cina, la crisi ucraina e la rottura con Putin , le inconcludenti prospettive degli accordi economici e commerciali transatlantico e transpacifico.

E’ evidente che, dopo la debacle elettorale queste ultime due iniziative non potranno avere successo e svaniranno quindi gli unici progetti di un imperialismo seppur solo economico .

Nella difficile condizione internazionale ove il potere dei governi appare condizionato dal potere finanziario, dove l’Europa – centrale per gli avvenimenti mondiali - è in crisi economica; mentre cresce la spinta integralista islamista con le sue estremizzazioni terroriste; non vi sono riferimenti sui quali costruire stabilità e sviluppo.

La situazione di oggi , paradossalmente, è più difficile di quella caratterizzata da un mondo bipolare e dall’ equilibrio del terrore nucleare, dove due imperi si contrastavano, ma anche si accordavano.

Gli USA ed in particolare Obama, non hanno capito che la crescita della Russia, scomparso il comunismo, costituiva una grande opportunità , quella cioè di avere un partner con il quale tenere a bada le insorgenze islamiste o le sollecitazioni nazionaliste.

Il cieco unilateralismo ha condotto gli USA , proprio in un vicolo cieco. La sensazione di impotenza è stata avvertita anche dall’America profonda che, giustamente, gli ha voltato le spalle. Il problema è che ciò avviene nel momento nel quale l’Occidente subisce una potenziale aggressione ed avrebbe più bisogno di difesa e di stabilità, cioè di una guida.

E’ giunto il tempo , per l’Europa , se vuole avere ancora un futuro di pensare al proprio destino , di costruire l’unità politica, di irrobustire la sua economia reale, di non farsi lusingare dalle sirene londinesi e newyorkesi della finanza globale.

Pietro Giubilo

24/10/2014 [stampa]
SUI CONTI EUROPEI LA MERKEL SALVA ITALIA E FRANCIA
La Commissione europea uscente, presieduta ancora dal portoghese Josè Barroso , ha chiesto a Italia, Francia, Austria, Slovenia e Malta di chiarire alcuni aspetti del progetto di bilancio per il 2015 ( la cosiddetta legge di stabilità, alias Finanziaria in Italia). Secondo i vertici di Bruxelles i cinque paesi non rispettano gli obblighi del patto di stabilità e quindi sono necessarie alcune correzioni.

Lo scontro tra gli Stati e la Commissione sui conti era prevedibile ma la lettera di richiamo è meno drastica di quanto si poteva temere. Si deve infatti alla mediazione della Cancelliera tedesca Angela Merkel se i toni della lettera di Barroso sono meno duri. Il rischio di un braccio di ferro dalle conseguenze imprevedibili hanno indotto la leader dell’economia più importante europea, ma che negli ultimi mesi sta conoscendo una frenata, a far pressione affinché l’ultimo atto della Commissione guidata dal portoghese non fosse di rottura dei difficili equilibri che si stanno tessendo con il suo successore il lussemburghese Jean-Claude Junker, anche lui popolare ma molto più vicino alla Cancelliera e leader del gruppo Cdu-Csu che in patria deve far fronte ai “maldipancia” dell’alleato socialdemocratico della Spd.

Ora nella riunione dei Capi di Stato e di governo del 29 ottobre le correzioni da portare ad opera di Italia, Francia, Austria, Slovenia e Malta dovrebbero essere più sopportabili anche se restano molti problemi da risolvere. Nessuno comunque voleva uno shock sistemico come aveva osservato il falco del rigore il finlandese Katainen, coordinatore degli affari economici della nuova squadra di Junker.

Che le difficoltà ci sono per tutti è stato evidente al voto del Parlamento europeo sulla fiducia a Junker che ha ottenuto 423 sì( popolari, socialisti, liberali), 209 no ( verdi, estrema sinistra, estrema destra, antieuropei) e 67 astensioni( conservatori inglesi), votazione che ha messo in evidenza l’esistenza di molti franchi tiratori.

Junker ha confermato nel suo discorso l’intenzione di varare, entro natale, un piano d’investimenti Ue da 300 miliardi di euro , venendo incontro alle tesi dei socialisti che chiedono da tempo un massiccio intervento pubblico da parte dell’Ue e non solo da parte dei privati per puntare alla crescita e all’abbattimento della disoccupazione nel medio- lungo termine.

Secondo Renzi e Holland “ sono rilievi normali non diktat di Bruxelles”. Il cartellino giallo invece di quello rosso equivale a dare fiducia con l’obiettivo di rientrare all’interno delle norme comunitarie nel più breve tempo possibile. La Francia che ha sforato deliberatamente il rapporto debito/pil ( a 4,3%) chiede altri tre anni per l’assestamento dei conti. Per l’Italia il pareggio slitterà al 2017. I giorni e gli anni devono servire ,però, per fare le riforme strutturali.

( smen)

16/10/2014 [stampa]
LA GERMANIA RALLENTA I BIG DEL MONDO A MILANO
“ Un bilancio a zero deficit”. L’obiettivo del governo tedesco non cambia. La Germania si trova però “ in acque increspate” come ha riconosciuto il vicecancelliere Sigmar Gabriel, socialdemocratico e responsabile dei dicasteri dell’economia e dell’energia.

La legge finanziaria inviata a Bruxelles, come quelle degli altri 27 paesi europei, è ancora all’insegna dell’austerità. Prevede cioè il pareggio di bilancio senza l’emissione di nuovi debiti. L’Italia ha chiesto che la data del pareggio venga spostata al 2017 mentre la Francia ha chiesto di poter sforare il paletto del 3 per cento andando oltre il quattro.

Scricchiola così non solo l’Unione ma anche la grande coalizione tedesca guidata da Angela Merkel, con il partito Spd sempre più in affanno ad accettare gli indirizzi rigoristi della premier. I socialdemocratici chiedono che venga varato un piano di stimoli economici in grado di ridare slancio alla crescita. La discussione è aparta dopo che il ministro dell’economia ha rivisto a ribasso le previsioni del prodotto interno lordo che passa dall’1,8 % all’1,2 per il 2014 e dal 2 all’1,3% per il 2015.

Il problema della prima economia dell’Eurozona è la domanda devile sia all’interno che all’esterno anche a causa della debolezza della congiuntura mondiale che limita nettamente la capacità di export di Berlino e dell’intensificarsi delle crisi geopolitiche internazionali che hanno aumentato l’incertezza e spinto gli imprenditori a congelare i piani d’investimento soprattutto nelle infrastrutture che sono quelli che permettono la crescita.

Male la Germania ma situazioni difficili anche negli altri paesi alle prese con i burocrati di Bruxelles che stanno guardando con i riflettori i dati di bilancio. Difficoltà emerse anche dal summit Ue-Asia di Milano alla presenza di 54 capi di Stato tra cui il Capo dello Stato Giorgio Napoletano, il premier italiano Renzi, il presidente francese Holland, la Cancelliera Merkel, Putin per la Russia, Petro Poroshenko per l’Ucraina, Li Keqiang per la Cina .

23/07/2014 [stampa]
OPERATORE DELLA CROSE ROSSA UCCISO DALLE BOMBE DI KIEV NELLA CITTA’ DI DONETSK A
L’uccisione dell’operatore della Croce Rossa internazionale a seguito dei bombardamenti effettuati dal governo di Kiev su Donetsk , roccaforte dei ribelli filo russi, che in una dichiarazione iniziale del governo russo sembrava fosse italiano , pare , invece, di origine svizzera..

Questa precisazione non toglie nulla al tentativo operato , spregiudicatamente, di effettuare una gravissima provocazione nei riguardi delle forze antagoniste , per rompere la tregua in atto..

Probabilmente questa operazione militare che ha prodotto numerosi morti dimostra come lo stesso governo non sia in grado di garantire la tregua decisa e co.

ncordata tra Poroschenko e Putin. .

La “rivolta” di Maidan ha creato, a livello centrale, un insieme di forze dentro le quali operano schieramenti nazionalisti che ricevono input finalizzati a spingere la crisi e a sollecitare un conflitto che si ripercuota nei rapporti internazionali. .

E’ noto che lo stesso esercito di Kiev è affiancato da reparti organizzati da movimenti politici che influiscono notevolmente sulle azioni militari portate avanti. .

I bombardamenti effettuati non vengono stigmatizzati come si dovrebbe da parte dell’informazione europea che, invece, è pronta a denunciare le azioni belliche delle forze filo russe. Ma c’è di più. .

Ci poniamo, infatti, una domanda: se l’operatore della Croce Rossa fosse stato italiano, il nostro governo avrebbe avuto la forza per chiedere spiegazioni al governo ucraino e far aprire una inchiesta internazionale per accertare le intenzioni belliche del suo governo ? .

Siamo, ormai, in quella situazione di manipolazione dell’opinione pubblica tipica della propaganda di guerra ..

Questo è il sintomo più evidente delle intenzioni di chi ha in mano l’informazione e degli interessi che ad essa si riferiscono: interessi che vogliono portare ad una rottura dei rapporti con la Russia , interrompendo definitivamente quell’ avvicinamento che si era registrato negli ultimi anni non solo con un interscambio economico e con i progetti energetici, ma che, non viene mai ricordato, aveva portato Mosca ad entrare in alcuni organismi della stessa NATO. .

Questo “vento di guerra” che forse , nelle intenzioni, vorrebbe sopperire alla crisi economica e produttiva, va denunciato affinché ,a cento anni dalla prima guerra mondiale , non si verifiche quello che viene descritto in un recente ed interessante libro dello storico Christopher Clark (“I sonnanbuli – come l’Europa arrivò alla grande guerra” , Laterza, 2014) e cioè i fatti che dimostrarono come i governi furono ciechi di fronte alla realtà che stava portando al conflitto .

23/07/2014 [stampa]
GUERRE AI CONFINI DELL’EUROPA
Questi giorni mostrano un drammatico aggravamento delle crisi presenti a poche centinaia di kilometri dall’Europa.

L’abbattimento dell’aereo passeggeri della Malaysia Airline nei cieli dell’Ucraina, anche se, come è probabile, si sia verificato per un “errore”, segna oltre che la criminale uccisione di centinaia di passeggeri civili, un segnale evidente di aggravamento delle tensioni in atto , scatenate dalla volontà di fare del paese dell’est il teatro di una nuova guerra fredda condotta per evidenti interessi .

La rottura del difficile equilibrio di un Paese con diverse etnie e culture che si è verificato con la rivolta di piazza Maidan ha portato ad una guerra civile favorita soprattutto da chi vuole “ portare indietro” l’Europa rispetto all’integrazione economica ed energetica che si andava realizzando da alcuni anni con la Russia.

L’”incidente” è un episodio di questa complessa e difficile condizione.

Invece di avviare una rigorosa inchiesta e andare a cercare o a esibire le “prove” per individuare le responsabilità, è iniziato, da parte di Obama la messa in stato di accusa di Putin. Intorno a questo tragico episodio si intrecciano voci e vicende che richiedono, invece, la più rigorosa indagine, prima di attribuire colpe . Come è avvenuto più volte in questi anni si sono inventate “prove” di colpevolezza che si sono poi rivelate solo opera di propaganda bellica, come nel caso delle foto sulle armi di sterminio di Saddam, le fosse comuni nella Libia di Gheddafy o l’uso delle armi chimiche da parte di Assad che un importante giornalista americano ha dimostrato essere falsità. In tutti i questi casi, l’ esaltazione bellicista e la “costruzione” di queste prove hanno contribuito a creare una Libia in preda a scontri tribali, un Iraq ingovernabile che , insieme all’azione degli integralisti e terroristi oppositori di Assad, ha prodotto la nascita di un Califfato la cui volontà di “guerra santa” non sarà facilmente domabile.

La costruzione del Califfato rappresenta quindi la seconda delle minacce che si vanno costruendo nei riguardi dell’Europa. Una Europa che vede la presenza di numerose comunità mussulmane che sono in continua crescita e che potrebbero un giorno non lontano essere influenzate da quei richiami integralisti che , già si sono dimostrati presenti in alcune Nazioni e grandi città europee.

Infine un ulteriore elemento di crisi è la ritorsione di Israele nei riguardi dell’azione missilistica di Hamas che, in pochi, giorni ha fatto centinaia di vittime civili .

Il conflitto Israelo-palestinese si palesa ogni giorno sempre meno componibile. Sia per l’ostinata ostilità di alcuni ambienti di Tel Aviv verso la creazione di uno stato palestinese e il sostegno al progetto del “grande Israele”, sia per la pervicace negazione verso lo Stato ebraico che anima l’azione di Hamas, con il relativo lancio di missili che se pur con un carattere dimostrativo, comportano la possibilità di una minaccia ben più grave di danni all’incolumità dei cittadini israeliani.

Se è vero che anche la diplomazia americana appare inadeguata a tentare di percorre una strada di coesistenza e pacificazione, l’Europa si mostra del tutto assente rispetto ad un focolaio di guerra che ha ripercussioni su tutto il medio oriente che, a sua volta, costituisce una minaccia verso l’Europa. La politica europea verso questa area mostra qualche atteggiamento di passiva e inutile simpatia per la causa palestinese provocando diffidenze e nessuna possibilità di influire su Israele.

In questo quadro internazionale che presenta pesanti ombre di guerra , la discussione sulla nomina del “ministro degli esteri “ della comunità europea , se pur rappresentando una figura limitata nei poteri reali , non appare assolutamente adeguata ai problemi e ai bisogni della diplomazia europea.

La proposta di Renzi di affidare questo incarico alla Mogherini presenta una evidente inadeguatezza per la scarsa esperienza che la caratterizza. Le ragioni del rifiuto da parte di alcuni organi di stampa internazionali ( Financial Time ) e di alcuni Paesi del nord-est dell’Europa, oltre che di Londra, mostrano tuttavia un altro aspetto ancora più significativo e preoccupante.

La Mogherini non andrebbe bene, secondo questi interessati oppositori, perché non ha assunto posizioni dure e di contrasto con la Russia e perché non ha criticano con forza la politica di Putin.

La verità è un’altra ed è ben evidente.

La politica estera europea non può avere margini di autonomia o di iniziativa diplomatica o ambiti di realizzazione di presupposti che seguano gli interessi geoeconomici del Continente.

E’ una vecchia storia che, in Italia, abbiamo vissuto già negli anni nei quali Enrico Mattei nel portare avanti gli interessi energetici dell’Italia fu oggetto di attacchi e di interventi da parte della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, fino alla “soluzione finale” dell’incidente aereo che gli tolse la vita , ampiamente documentati dal libro di Fasanella e Cereghino “ Il golpe inglese” . Un prestigioso statista , non sospettabile di indulgere alle teorie complottiste come Amintore Fanfani, commentò il fatto – lo ricorda il libro di Amoroso e Perrone ”Capitalismo predatore”- affermando “ Forse l’abbattimento dell’aereo di Mattei è stato il primo gesto terroristico nel nostro Paese”.

Per non ricordare come l’opposizione internazionale a Berlusconi , partita anche in questo caso da Londra, si sia determinata e costruita per la familiarità politica del premier italiano con il collega russo.

Un esempio di dipendenza intellettuale dalle tesi angloamericane al punto di vanificare un oggettivo interesse italiano è quanto ha recentemente scritto sul Corriere della Sera , l’”occidentalista “ Angelo Panebianco, quando ha sostenuto che l’Italia deve uscire dal Progetto South Stream di approvvigionamento energetico dal gas russo nel quale opera attraverso l’ENI, con il risultato che saremmo ancora più dipendenti dall’energia proveniente dai paesi arabi ampiamente esposti al disordine integralista , come i fatti della Libia dimostrano senza ombra di dubbio .

Come dire meglio il Califfato che Putin .

No, grazie.

23/06/2014 [stampa]
L’AVANZATA JAHIDISTA , LE DIFFICOLTA DI OBAMA E L’ASSENZA DELL’EUROPA
Per qualche giorno la gravità della situazione nell’Iraq del nord, che aveva visto l’avanzata delle milizie dell’Isis, cioè degli jihadisti, non era stata rilevata nella sua gravità dai media italiani. Poi, improvvisamente, forse per la preoccupazione delle implicazioni sul piano degli approvvigionamenti energetici, i quotidiani hanno cominciato ad analizzare la situazione.

Peraltro, anche su questo stesso piano , nonostante l’ottimismo allora prevalente, un manager di grande livello e conoscitore della situazione come Paolo Scaroni, come ricorda La Repubblica del 19 giugno, alla fine del 2013, aveva messo in evidenza le difficoltà, dichiarando : “ Sull’Iraq non ci facciamo troppo affidamento . Non mi piace fare affari con un Paese dove appena scendo dall’aereo devo mettermi il giubbotto antiproiettile”.

L’avanzata degli integralisti è giunta a soli 250 kilometri da Bagdad ed ha conquistato il complesso petrolifero di Baiji , il primo del paese, dove operano la Exxon Mobil e la BP che stanno abbandonando la zona, mentre l’ENI resta poiché il giacimento di Zubair nella regione di Bassora per il momento non è toccato dalle rivolte.

A contrastare l’azione dell’”esercito” jihadista sono i curdi che dopo la fine di Saddam Hussein hanno stabilizzato la loro presenza nell’area nord est del Paese ed ora si confrontano militarmente con l’area nord ovest in mano ai rivoltosi.

L’appello di Bagdad agli USA per un intervento militare diretto, al fine di contenere e sconfiggere l’avanzata jihadista non sembra convincere Washington che al massimo prevede di operare con armi sofisticate ( i droni ) che, tuttavia , difficilmente possono risolvere un fenomeno di guerriglia che , tra l’altro, vede impegnati a fianco dei rivoltosi anche i consiglieri militari del vecchio regime di Saddam o, addirittura la “defezione” di alcuni dei quadri militari del regime attuale.

Siamo in presenza di una situazione che oltre agli aspetti più squisitamente militari presenta , per la sua vastità e centralità nella regione medio orientale, implicazioni di carattere politico. Gli Stati Uniti si trovano al centro di una rete di grandi difficoltà.

Non è consigliabile una avventura di carattere militare che non presenta neppure aspetti sui quali si possa esercitare una copertura dell’ONU. Sembra assumere un ruolo decisivo il possibile intervento dell’Iran , in accordo con gli Strati Uniti , che dovrebbero di conseguenza cedere rispetto ai programmi nucleari civili che Teheran chiede da tempo e sui quali Washington tenta di resistere su indicazione di Israele. L’obbligato rapporto con l’Iran presenta per Obama alcune controindicazioni, oltre la diffidenza israeliana, come il dover cedere definitivamente nei riguardi della Siria di Assad e , quindi, l’incrinarsi ulteriore dei rapporti con i sauditi.

L’Europa, come al solito, non è in grado di svolgere alcun tipo di intervento politico diplomatico, pur essendo interessata indirettamente non solo per gli approvvigionamenti energetici, ma per un assetto complessivo di una regione che arriva fino alla sponda sud del Mediterraneo.

Non c’è dubbio che l’instabilità che tende a crescere in questa area nevralgica avrà conseguenze piuttosto pesanti rispetto ai progetti e ai flussi energetici. Questa condizione si va diffondendo in molte zone dove non si riesce a domare l’attività integralista e terrorista.

Mentre , quindi, si rende più difficoltoso contare su questo polo energetico, l’Europa dovrebbe seguire gli Usa nella politica di scontro con la Russia di Putin mettendo in discussione anche questo riferimento , sia in termini progettuali che di approvvigionamento.

Anche questa vicenda rende più evidente la necessità per l’Europa di una propria politica estera , a prescindere dalla scontata gemellanza tra USA e GB.

Nel tempo delle crisi economiche e delle difficoltà per la ripresa, che toccano in modo principale l’Italia, occorre ritrovare i tradizionali canali di una politica estera che abbia come scopo principale l’interesse generale del Paese, nel quadro di una Europa protagonista e non succube dell’interesse o degli errori altrui. Pietro Giubilo
3/06/2014 [stampa]
I MORTI DI DONESTSK NON CONTANO PERCHE’ FILORUSSI
Le drammatiche notizie provenienti dalla città di Sloviansk, una delle roccaforti dei filo russi nella Regione di Donetsk che si è espressa nell’”irregolare” referendum per l’autonomia da Kiev, raccontano di circa 200 morti in 5 giorni causati dai bombardamenti dell’artiglieria del governo ucraino. Quello che allarma e che evidenzia lo sviluppo dell’azione militare governativa è la notizia confermata il 31 maggio dall’agenzia di informazione russa Ria Novosti che «L’ultimo bombardamento ha causato vittime tra i civili».

«Il bombardamento è durato diverse ore, in questo momento tutto sembra calmo», riferisce una portavoce dei ribelli nella città citata da Itar-Tass. «In genere bombardano di notte e all’alba, temiamo nuovi colpi», aggiunge un portavoce. Venerdì un colpo di artiglieria è piovuto sull’ospedale pediatrico della città. Secondo Itar-Tass sono rimasti feriti sette bambini. I ribelli sostengono invece che i piccoli pazienti sono stati fatti evacuare in un rifugio antiaereo, e sono rimasti tutti illesi. Su questo argomento i palati fini degli “umanitari a senso unico” che si stracciarono le vesti alle notizie , poi rivelatesi infondate, dei bombardamenti di Gheddafy sulla popolazione “inerme” e delle “fosse comuni” che altro non erano che un normale cimitero, questa volta tacciono.

Addirittura si è messa in moto una iniziativa comunicativa contraria da parte del governo degli Stati Uniti. Questi ridimensionano la situazione: l’Ucraina starebbe esercitando con moderazione la sua operazione militare nell’est e i denunciati casi di abusi dei diritti umani - che Mosca bolla come crimini contro l’umanità, come l’uccisione indiscriminata di civili o gli spari contro ambulanze e medici - sono «solo incidenti», ha affermato Jen Psaki, la portavoce del dipartimento di Stato americano rispondendo alle domande incalzanti di diversi giornalisti nel corso di una conferenza stampa. Ma non è tutto: c’è nell’est dell’Ucraina un grave problema umanitario che riguarda i bambini La Russia per bocca del responsabile dei diritti dell’Infanzia, Pavel Astakhov, si dice pronta ad accogliere i bambini in corso di evacuazione dall’est dell’Ucraina. «Ho chiesto a ministri e governatori delle regioni confinanti con l’Ucraina di mettere a punto piani d’evacuazione, predisporre il transito al confine e dare status legale alle famiglie dei piccoli», ha detto Astakhov citato da Itar-Tass. Nella sola Sloviansk ci sarebbero circa 20mila minori, 5.000 i bimbi. Adesso che il governo ucraino sta tentando di “normalizzare” la situazione, con carri armati e bombardamenti , come avvenne nei riguardi delle popolazioni che a suo tempo tentavano di ribellarsi alla Russia sovietica, i quotidiani tacciono, la notizia non è più una notizia.

Il Corriere della Sera che ha riportato le informazioni , dalle quali abbiamo tratto i riferimenti alle agenzia citate, tuttavia nelle edizioni di sabato 31 maggio e di domenica 1 giugno non scrive una sola riga sui “bombardamenti” nell’est dell’Ucraina.

Le cruente azioni repressive costituiscono non solo una violenza inaccettabile ma anche una strada pericolosa che deve essere duramente stigmatizzata da chi invece crede nella pace , nella libertà e nel diritto di autodeterminazione dei popoli.
24/04/2014 [stampa]
Bagliori di guerra in ucraina
Gli scontri che in questi giorni si stanno verificando sul territorio ucraino e lo spiegamento degli apparati militari sembrano sempre più il presagio di un possibile conflitto . Su sollecitazione della “fatale” Polonia gli Stati Uniti stanno inviando uomini e mezzi per una “esercitazione” militare, ma, di fatto, a protezione di Kiev, mentre per analoghi obbiettivi la Russia si pone a “copertura” delle iniziative portate avanti dalle popolazioni russofone nell’est del Paese.

Anche l’opinione pubblica appare influenzata da preparativi di guerra, attraverso una informazione a senso unico che anticipa l’identificazione del “nemico” con la nazione di Putin . Si sta giocando in Ucraina una importantissima partita geopolitica tra USA e Russia, che assume un carattere essenziale per quanto riguarda il significato e la direzione della politica europea. Obama continua con più intensità la politica estera dei suoi predecessori volta al “contenimento” della Russia , ma assai meno saggiamente. Come ricorda l’editoriale del numero di Limes dedicato all’ ”Ucraina tra noi e Putin”( aprile 2014 ) il 1 agosto 1991 l’allora Presidente George Bush padre, ammonì gli ucraini in festa per l’emancipazione del giogo sovietico, di non di non avviarsi sulla strada dei “nazionalismi suicidi”, chiarendo che “ gli americani non appoggeranno coloro che bramano l’indipendenza per rimpiazzare una lontana tirannia con un despotismo locale. Non aiuteranno coloro che promuovono un nazionalismo suicida sull’odio etnico”.

Invece dopo piazza Maidan, gli USA si sono fatti trascinare su un cambio di regime avvenuto con l’uso della forza, organizzato da settori nazionalisti estremisti, sostituendo di fatto alcuni oligarchi con altri ( “gli oligarchi non mollano”- scrive Limes “ cambiano d’abito” ) dimostrato dalla liberazione della cosiddetta “principessa del gas” Julija Tymosenko , senza che il futuro del Paese appaia migliore sotto il profilo democratico o dello sviluppo economico.

Tutto ciò ha fatto dire , recentemente , a Henry Kissinger: “ Per l’Occidente , la demonizzazione di Vladimir Putin non è una politica; è un alibi per l’assenza di una politica”. L’obbiettivo americano di oggi di serrare la Russia in una dimensione regionale , ponendo fine alla “linea rossa” con la quale gli stessi Bush e Gorbaciov alla fine del 1991 avevano affrontato l’indipendenza (“ ma non la separazione” ) dei paesi dopo lo scioglimento dell’URSS , evocando il rischio Jugoslavia, presenta non solo una motivazione arrogante, ma il rischio di dar corso a eventi che possono ad un certo punto , non essere più controllabili.

D’altro canto questa concezione della politica internazionale di Washington , presenta un corollario : quello secondo il quale l’Unione Europea appare una “regione” dell’impero occidentale, nel quale – peraltro - non possiede alcuna possibilità di codecisione.

In tutta la vicenda ucraina è apparsa questa inesistenza europea, tangibilmente espressa dall’”elegante sintesi” dell’inviata di Obama a Jevromajdan : “ Unione Europea vaffanculo! “. Ciò che manca nelle analisi , anche interessanti del mensile Limes, tuttavia è la cognizione che dovrebbe vedere l’Europa occidentale non chiusa in un “noi” di fronte a Putin , nel quale non conta nulla, ma volgersi su una direzione nella quale , anche per ragioni di sovranità e di interesse complessivo , si sviluppi una integrazione con la Russia. Proprio lo spazio che su questa linea si era iniziato a realizzare , con i progetti dei gasdotti a nord e a sud, e con il forte interscambio tedesco e italiano con l’est , ha sollecitato l’America di Obama ad accentuare la politica anti Putin, spalleggiata dalla perenne politica antieuropea di Londra.

La verità è che oggi la rottura delle relazioni economiche con la Russia ( le famose sanzioni di Washington ) avrebbe un costo per l’Europa davvero insopportabile che il trattato euro occidentale, in corso di realizzazione, non colmerebbe. Per quanto riguarda le risorse energetiche indispensabili per l’economia, l’ipotetica surrogazione del metano russo con il gas naturale liquefatto che gli USA vorrebbero venderci richiederebbe anni , investimenti e progetti sia in America che in Europa.

L’interesse della nazione europea è opposto a quello dell’America di Obama. Esso non confligge con la Russia .

La mancata unita politica dell’Europa occidentale è il risultato dell’assenza di una sua politica estera che conduca , finalmente, a sanare la drammatica ferita storica che da Napoleone a Hitler ha portato lutti e tragedie nel Continente, conducendolo ad essere un “terra di frontiera”, esposta , come l’Ucraina, ai venti di guerra.
26/03/2014 [stampa]
La Russia identitaria e il ritorno alla guerra fredda
Argomento facile quello usato da Vittorio Feltri nei riguardi della sinistra post comunista quando le ricorda che “oggi accusa la Russia anti-democratica [ ma ] ieri sosteneva quella sovietica”.

Questo scaltro elemento di polemica politica, tuttavia, comprende una verità più ampia.

Lo scontro sull’Ucraina ha rimesso in campo argomenti che non venivano usati dagli anni più neri della guerra fredda.

Leggendo gli articoli della stragrande maggioranza dei commentatori dei quotidiani italiani sembra di essere ritornati agli anni ’50, alla polemica antisovietica più aspra.

Eppure , si potrebbe dire, tanta acqua è passata sotto i ponti del Volga.

Sul piano ideologico e politico del comunismo in Russia sono rimaste poche reliquie materiali e nulla sul piano culturale.

L’essenza politica della Russia di Putin è quella , come sui stesso l’ha definita, di una ”democrazia sovrana” che richiede, per essere forte, il riferimento identitario a valori e radici che penetrano nel profondo della storia russa. Putin è stato eletto in un confronto democratico , vi è una ampia libertà politica e di idee. Gli unici “perseguitati”, così vengono definiti dai media occidentali, sono alcuni grandi speculatori che , approfittando della debolezza del sistema dopo la fine del regime comunista, soprattutto negli anni di Eltsin, avevano accentrato – con l’appoggio della finanza occidentale - grandi ricchezze, con metodi illegali, e da questa posizione, tentarono la scalata politica.

Ancora oggi , in una esilarate nota di Fabrizio Dragosei sul Corriere della Sera del 15 marzo dal titolo significativo “ E l’Europa ‘scommette’ sugli oligarchi “ si auspica una strategia che partendo da “ sanzioni dure contro la Russia”, si arriverebbe ad “ esercitare una tale pressione da provocare reazioni nel Paese” da parte di alcuni “personaggi” di cui l’articolo fa i primi nomi “ che oggi non osano dissentire “, “ ma “ – e qui la minaccia – “ di fronte ad un congelamento dei loro beni ? “.

Questo “golpe” degli oligarchi, non potrebbe che avere un contenuto antidemocratico , poiché come scrive Paolo Galimberti in un articolo del 20 marzo sull’insospettabile Repubblica “ “ il Levada Center, unanimemente considerato il più indipendente centro di sondaggi della Russia , oltre il 70 per cento dei russi approva la politica di Putin verso l’Ucraina e di conseguenza l’annessione della Crimea “.

Nello stesso articolo Galimberti, dopo aver dimostrando come anche prestigiosi oppositori recenti e meno recenti del Presidente – come Gorbaciov e Gergiev direttore della London Symphony Orchestra - si siano schierati con lui, fa una interessante analisi sulle caratteristiche della Russia di oggi.

La linea di continuità tra l’attuale governo e la storia della “Grande Madre Russia “ coglie aspetti interessanti, anche se troppo forzatamente orientati all’idea di espansione della nazione e di eccessiva vocazione slavista, quando invece le indicazioni più recenti sul “progetto euroasiatico” offrono una prospettiva di integrazione economica e politica tra Europa occidentale e Russia “europea”. E significativa la conclusione dell’articolo che spiega il pressapochismo con il quale Obama è intervenuto sulla vicenda Ucraina, non considerando i consigli assai più saggi di Henry Kissinger pubblicati sempre su Repubblica il 7 marzo ( “ Quel ponte di Kiev tra Est e Ovest “ ) .

“ Nessuno aveva capito il disegno di Putin in Occidente – scrive Galimberti – e ancor meno negli Stati Uniti , dove la sovietologia è stata dismessa dalla Casa Bianca, dal dipartimento di Stato e perfino dalle università come una scienza obsoleta e inutile … L’unico che aveva avuto l’intuizione che la vocazione imperiale russa potesse prima o poi risorgere dalle ceneri dell’URSS era stato Bill Clinton quando aveva detto al suo sovietologo Strobe Talbott , che si lamentava dell’erraticità del comportamento di Eltsin, bevitore, fumatore, donnaiolo : ‘Meglio avere a che fare con un Eltsin ubriaco che con un suo successore sobrio’ “.

Questo interessante episodio dimostra come la guerra fredda non era stata soltanto un conflitto ideologico, ma di carattere geopolitico ed è questa la ragione per la quale gli USA e la rassegnata Europa abbiano sollecitato un nazionalismo ucraino , mettendo a rischio non tanto un equilibrio centro europeo , che la Russia, prontamente ha ristabilito, ma la stessa pace in Europa, rischiando addirittura un conflitto militare.

Ne sono testimonianza le delirati accuse della Tymoshenko che in una intervista al Bild Zeitung ( ospitata su Repubblica del 20 marzo ) paragona Putin a Hitler chiedendo una contrapposizione militare a quella russa nella Crimea ( “ noi dobbiamo difendere la nostra patria costi quel che costi “ ).

E’ la classica richiesta di protezione che ha sempre preceduto i grandi conflitti mondiali ( “ la crisi si allarga, diventa globale, Il fatto decisivo è che Putin tenta di sradicare il sistema di sicurezza mondiale così come si è formato dopo la seconda guerra mondiale” dichiara l’ex premier ucraino invocando l’assetto della guerra fredda e indicando il “male assoluto”, facendo finta di non conoscere le violenze nazionaliste fino all’intervento armato nei riguardi del Parlamento di Kiev portato avanti dagli estremisti che sono stati la punta di diamante di piazza Maidan ) .

Nell’Europa del 2014 riappare il fantasma del nazionalismo estremo e strumentalmente armato , nella stessa area centro europea e balcanica che condusse alle guerre civili europee , questa volta senza giustificazioni ideologiche . Resta l’impotenza dell’Europa che invece di seguire un disegno unitario e di ponte tra est e ovest ( L’Europa dall’Atlantico agli Urali ), come conferma la telefonata del diplomatico statunitense “ se ne fotta “ , dimostrando di essere ormai solo un espressione geografica di economia decadente.

Pietro Giubilo
17/02/2014 [stampa]
Monuments e Montecassino
Le due anime degli americani
Tutti gli eroi di George. S’intende, in queste settimane, l’attore e regista americano George Clooney che ha raccolto una moltitudine di artisti amici ( Matt Damon, Bill Murray, Jeans Dujardin, Hugh Branneville, la bella Cate Blanchet ed altri) per il suo film “ Monuments Men”, in proiezione in quasi tutte le sale cinematografiche italiane, che racconta la storia vera di una grande caccia al tesoro per recuperare i capolavori artistici trafugati dai nazisti.

Era una gara contro il tempo e rischiosa in piena seconda guerra mondiale per evitare la distruzione o l’occultamento di un inestimabile patrimonio artistico. Un piccolo gruppo di artisti, storici dell’arte, architetti, curatori di musei partì dall’America su impulso del presidente Roosevelt per l’Europa. Il leader del gruppo era il tenente comandante George Stount, il futuro direttore del Metroplitan Museum tenente comandante James Rorimer, lo scultore Walzer Hancock, l’architetto capitano Robert Posey della Terza Armata del generale Patton.

La cultura durante la Seconda guerra mondiale era in pericolo. Come in tutte le guerre. Di recente è stato scoperto un tesoro nascosto in un appartamento di 1500 capolavori trafugati comprendenti dipinti di Ricasso, Matisse, Dix. Su disposizione di Hitler i nazisti trafugarono circa 6 milioni di opere perché il dittatore voleva realizzare a Linz il più grande museo d’Europa per testimoniare la grandezza del Terzo Reich. Avevano battito in rapine artistiche Napoleone.

Tra le opere a rischio c’era “ L’ultima cena” di Leonardo a Milano con le cui immagini si apre il film. Americani bravi e generosi? Consapevoli del valore dell’arte? Certo. Ma il 15 febbraio 1944 non ebbero dubbi nel far scaricare da 227 fortezze volanti sul cielo di Cassino una tempesta di 576 tonnellate di bombe dirette a Montecassino, distruggendo una parte dell’Abbazia fondata da San Benedetto nel 1529.

Militarmente non era un’operazione strategica. La città sottostante venne rasa al suolo, morirono 200 civili, i pochi tedeschi che erano nei bunker della montagna, lontani dal Monastero, rimasero al loro posto e ritardarono l’avanzata degli “ Alleati” verso Roma della Quinta Armata che giunse nella capitale il 5 giugno 1945.

I tedeschi che si erano trincerati sul colle in previsione dell’assalto anglo-americano avevano deciso di trasferire in Germani parte dei quadri, codici, reliquie, gioielli. Il compito fu affidato a due ufficiali della divisione Hermann Goring secondo la ricostruzione di Francesco Bianchini e Benedetta Gentile nel libro “ I Ministeri dell’Abbazia: la verità sul tesoro di Montecassino”. Julius Schlegel e Maximilien Becker guidarono il prezioso convoglio che da Cassino andava al nord. Giunto a Roma venne però bloccato dal generale Frido von Senger un Etterlin, un cattolico tedesco contrario a certe posizioni di Hitler. Aveva contatti in Vaticano e questo gli permise di dirottare il treno alla stazione del Vaticano, salvando i tesori del Monastero. Il rilevante valore culturale fu salvo ed è tornato dopo la guerra all’Abbazia. I monaci benedettini d’altra parte avevano messo in salvo, nel tempo, trascrivendo a mano, le opere classiche di Platone e Aristotele, di Ovidio e Virgilio, i codici del diritto romano, gli incunaboli( i libri stampato quando l’arte della stampa era all’origine), i saggi di astronomia, geometria e botanica.

Il 15 febbraio 1944 le fortezze volanti sganciarono bombe a bassa quota senza stanare i pochi difensori del colle. Distrussero molto anche se la mano divina non fece crollare tutto.

Bene allora l’americano George Clooney per “ Monuments Men”. Male gli americani che colpirono al cuore la culla della civiltà europea, d’intesa con Winston Churchill come fa comprendere Nando Tasciotti nel recente saggio “ Montecassino 1944). Ancora peggio andò quando ritiratisi in tedeschi lungo gli Appennini le donne di Cassino rimasero in balia delle truppe alleate. La violenza è stata bollata dalla storia con l’espressione “ marocchinate”. Le violenze vennero immortalata nel film “ La Ciociaria” di Vittorio De Sica con Sofia Loren (che vinse sia a Cannes che l’Oscar) nella parte della vedova Cesira che con la figlia dovette subire il martirio dello stupro.

Nel film tratto dal romanzo di Alberto Moravia anche Jean-Paul Belmondo, l’intellettuale Bebel innamorato di Sofia.

(smen)
11/02/2014 [stampa]
La pace olimpica non vale per Putin
Se è allarmante e negativo che in Europa si ripresentino le logiche della guerra fredda, ancora più grave che tali “pulsioni” avvengano anche nei confronti di un avvenimento che dovrebbe , in quanto tale, assicurare momenti di tregua anche alle tensioni più acute.

Nel tempo antico di fronte alle olimpiadi si fermavano anche le guerre. Questo era il concetto che ha sempre animato l’idea della fiamma olimpica. Ma l’ostilità verso il Presidente russo non si arresta di fronte a nulla. Questa idea tradizionale non vale nei riguardi di Putin, il nuovo nemico dell’”Occidente”.

L’articolo di fondo del pur intelligente Franco Venturini sul Corriere della Sera dell’8 febbraio è una pletora di accuse e di giudizi sommari.

E’ definito “medaglia d’oro dell’arroganza”, “ha scelto sulla via per Sochi una strategia offensiva”, ha dato vita a “una serie di provocazioni come se il tenebroso sovrano di Mosca avesse davvero deciso di prendere di petto il ‘decadente modello occidentale’ “, e poi “il disprezzo per il mondo dello spettacolo”, il lancio “di quale tozzo di pane alle inquietudini dell’occidente”, “troppo propenso a credersi onnipotente”, e coì via sproloquiando.

Ma per il fondo di Venturini il punto chiave viene raggiunto quando affronta un tema cardine : quello della sfida che Mosca affronta nei confronti del terrorismo che proviene dalle regioni del Caucaso nelle quali si sviluppa l’integralismo islamico.

Non solo non c’è una parola di condanna delle minacce che pesano sui giochi e delle stesse azioni terroristiche che anche nei giorni scorsi hanno provocato la morte di molti cittadini , e questo è già assai grave, ma , addirittura, si definisce la scelta di Putin di ottenere con le Olimpiadi la riaffermazione del ruolo di Mosca nella regione, come un “gioco alla roulette” con il “rischio di perdere” , aggiungendo, “ non auspichiamo certo che a Sochi o altrove in Russia si verifichino attacchi terroristici, ma l’insidia esiste”.

L’avveduto Venturini conosce assai bene quale sia il “ nuovo grande gioco” geopolitico in quell’area .

Ha scritto con estrema acutezza il professor Aldo Ferrari dell’Università Ca’ Foscari di Venezia: “ Per Washington l’area caucasica è di notevole importanza, collocata com’è al centro del Grande Medio Oriente ( o Grande Asia Centrale ),vale a dire l’enorme spazio, fondamentale su scala globale per le sue ricchezze energetiche che va dalle coste orientali del Mar Nero alle frontiere con la Cina. Alcuni anni fa Zbigniev Brzezinsky ha indicato con molta chiarezza quale debba essere la strategia degli Stati Uniti in questa regione, da lui definita i ‘ Balcani dell’Eurasia’ : evitare il riemergere di un impero eurasiatico che possa ostacolare la supremazia americana . Dopo la dissoluzione dell’URSS , Washington ha condotto una politica di penetrazione nella regione, in cui l’aspetto economico – in primo luogo il controllo delle fonti energetiche - è inscindibile da quello geopolitico e strategico” ( Limes 2/ 2014 pag 27 ).

Questo spiega non solo l’ostracismo di Obama nei riguardi dei giochi di Sochi, ma anche la recrudescenza dell’azione separatista in Ucraina ispirata dalle migliaia di organizzazioni non governative finanziate da Washington che utilizza qualsiasi modalità, anche la più nazionalista ed estremista, nei riguardi dell’influenza, peraltro storica, della Russia nel Paese. L’indebolimento della Russia farebbe il gioco geoenergetico degli Stati Uniti .

Va detto poi, a questo proposito, che le iniziative statunitensi nella Siria che di fatto hanno sostenuto direttamente o indirettamente la rivolta contro Assad e nella quale operano le formazioni qaidiste , appartengono a questo nuovo grande gioco e l’elemento di collegamento sono i rapporti tra i jihadisti caucasici e i combattenti siriani che aiuterebbero a internazionalizzare le rivolte nella federazione caucasica.

L’articolo di Venturini si muove nella evidente logica secondo la quale “la guerra fredda non è finita con l’Unione Sovietica perché la sua radice non era solo ideologica , ma soprattutto geopolitica” e , quindi, proprio per tali motivi, non è avvenuta tra Russia e Stati Uniti quella “tregua sacra” tra le città greche che , per le olimpiadi, nel tempo antico, ne segnava lo svolgimento.
18/12/2013 [stampa]
L'Ucraina e la divisione dell'Europa
Sulle decisioni del governo di Kiev di non aderire al trattato dell’UE sono andare in scena una serie di manifestazioni ed un aspro confronto internazionale.

L’Ucraina è una terra di mezzo ugualmente filo russa e filo occidentale. Il confine tra queste due ucraine si traccia lungo il fiume Dnepr, una ad est ortodossa e industriale e una ad ovest cattolica ed agricola.

In Ucraina oltre a una parte della popolazione di provenienza russa e quindi naturalmente orientata a condividere una posizione che non isoli il Paese da Mosca, esiste anche un forte sentimento che guarda con diffidenza alla nazione vicina, a motivo - ancora sentito - della durezza della “occupazione” sovietica.

M qual è la partita politica che si gioca in Ucraina?

Parag Khanna direttore della Global Governance Initiative per conto della New America Foundation, considerato dalla rivista Esquire “una delle persone più influenti del XXI secolo”, già nel 2009 scriveva che sul paese est europeo “la posta in gioco è alta : si tratta nientemeno che di mettere le briglie alla Russia e di espandere verso est l’impero europeo” ( “ I tre Imperi” , Fazi Editore , 2009, pag 51 ).

E quale è l’atteggiamento della Russia a fronte della insistenza con la quale la Ue tenta di agganciare Kiev con un ampio concerto occidentale da Bruxelles fino a Washington ?

Ruslan Pukhov membro del Public Advisory Board ha scritto recentemente: “ La possibile entrata dell’Ucraina nella NATO equivale a una esplosione nucleare tra Mosca e i paesi occidentali. I tentativi di tirare Kiev entro l’Alleanza atlantica porteranno ad una crisi di enormi proporzioni in Europa, in campo sia militare che politico. E la stessa Ucraina assisterà a una profonda crisi interna visti i diversi orientamenti culturali della sua popolazione. L’Occidente sottovaluta l’importanza della questione ucraina per la Russia e non percepisce a dovere come Kiev possa rappresentare un grave fattore di destabilizzazione nelle sue relazioni con Mosca” ( Limes n. 11 dicembre 2013 pag 88 )

Ora non vi è chi non veda come lungo il fronte ovest della Russia dall’Estonia fino alla Turchia si stia stendendo e completando una rete di basi missilistiche in Paesi che fanno parte della NATO o che ambiscono a farvi parte, con l’installazione dei missili previsti per lo scudo spaziale e per le strutture radio ad esso connesse. Se si guarda la carta geopoltica si nota che l’unico spazio ancora non occupato è quello dell’Ucraina. Dopo di ché la Federazione russa vedrà chiudersi una cortina di strumenti militari che certo non esprimono un rapporto di apertura e fiducia con un Paese con il quale si verificano incontri e meeting internazionali anche con riferimento alla politiche di sicurezza e di contenimento del terrorismo, per le quali Mosca ha operato in sintonia con gli stessi Stati Uniti .

D’altra parte - e questa appare una reale contraddizione – è a buon punto la realizzazione dei due grandi progetti di collegamento energetico tra la Russia e l’occidente europeo come il North Stream, già operante, ed il Sud Stream in corso di opera.

In questi stessi giorni, poi, si sono verificati altri episodi che fanno ritenere possibile il ritorno a rapporti da guerra fredda, come la minaccia di sanzioni espressa da Washington nei riguardi dell’Ucraina ove si fossero verificate violenze nei riguardi dei manifestanti pro Europa e la minaccia di sistemare basi missilistiche nei territori occidentali da parte di Mosca.

Il quadro di questa forte competizione che coinvolge anche l’opzione militare, mostra come l’Europa possa trovarsi ancora al centro di una divisione globale che rimanda al tempo della guerra civile europea e che , storicamente, si sperava di veder superato per sempre.

Emerge sempre più pressante la necessità che l’ Europa possa davvero voltare pagina e non trovarsi nuovamente come luogo di scontri ideologici , politici ed economici.

Questa possibilità nuova può essere aperta unicamente da una visione geopolitica , da un nuovo limes che consenta all’Europa, nel suo complesso, di raggiungere anche adeguati livelli di complementarietà e di sviluppo economico.

Questa prospettiva è rappresentata dall’Europa dall’Atlantico agli Urali.
11/11/2013 [stampa]
Il processo Morsi e la primavera araba
Il processo a l’ex presidente egiziano Mohammed Morsi che si è aperto al Cairo appare pieno di paradossi .Si svolge nella stessa aula nella quale processano il “faraone” Mubarak, con accuse simili e che riguardano le uccisioni di dimostranti in piazza Tahrir , con l’ex presidente che si proclama ancora in carica.

Qualcuno ha giustamente ricordato che il leader dei Fratelli musulmani è stato “ il vincitore delle prime elezioni presidenziali libere del Paese”, mentre si esita a definire la presa di potere dei militari come un golpe.

La vicenda di Morsi, tuttavia, esprime soprattutto, con evidenza, l’itinerario contraddittorio della “primavera araba”. Salutata in Occidente, inizialmente, come l’avvio di una rivoluzione laica e democratica - si arrivò in Italia a paragonarla al Risorgimento – si è andata trasformano in un “autunno” di instabilità e di delusione. Essa, per la verità, si è realizzata come una forma di re islamizzazione politica sulla quale hanno agito posizioni contrastanti nello stesso mondo arabo , come, ad esempio, gli interessi di Riyad e il suo conflitto con l’emirato del Quatar, l’influenza dell’Iran e le infiltrazioni del terrorismo di al-Qa’ida .

Non vi è dubbio che l’Occidente si sia trovato impreparato a valutare gli eventi e, da parte dell’ Europa – soprattutto Francia e Gran Bretagna – con qualche tentazione neocolonialista, come , ad esempio, in Libia.

Fino ad oggi “la primavera” in atto ha determinato , soprattutto per quanto riguarda il nord Africa, una condizione politica e sociale caotica ( pensiamo al rapimento del premier libico Alì Zeidan e all’uccisione del leder dell’opposizione tunisina Belaid ) e ad ulteriori difficoltà economiche. Anche un Paese, tradizionalmente stabile come la Turchia, che è stato per decenni un baluardo della “laicità” contro l’islam politico , appare in bilico, con Erdogan che ripristina regole istituzionali di carattere religioso.

Per tornare alla vicenda egiziana, l’azione dei militari che ha condotto alla deposizione di Morsi ha mostrato come la caduta di Mubarak aveva segnato la fine del contenimento nei riguardi dell’islam politico radicale con l’emergere e l’affermarsi di due posizioni politiche forti: quella dei fratelli mussulmani ( Libertà e giustizia ) e quella dei salafiti ( al-Nur ) che nelle elezioni parlamentari del 2011 avevano ottenuto rispettivamente il 37,46 % e il 27,84 %. I primi, come ha sottolineato l’ analisi della stampa geopolitica, dopo una fase “moderata” , nella quale avevano mostrato un indirizzo “centrista”, poi, “avevano cambiato tattica, alleandosi con gli altri islamisti” approvando la nuova Costituzione con l’introduzione della Shari’a, mentre nel Paese si erano andati diffondendo gli attentati contro i cristiani copti.

Non vi è dubbio che la giunta militare abbia condotto ad una sospensione della democrazia formalmente introdotta da Morsi , ma indubbiamente non garantita sul piano sociale. La domanda che si pone è se il governo del Presidente Mansour , ma sostenuto dal generale Al Sisi , avrà la capacità di ottenere stabilità e sicurezza nel Paese, sconfiggendo le tensioni integraliste . L’Egitto è un Paese, come si dice, “too big to fail” essenziale per l’equilibrio della regione mediorientale, sia per aiutare la garanzia nei riguardi di Israele ,sia per contrastare concretamente gli attentati anti cristiani, sia per evitare l’espansione, sempre in agguato, del terrorismo islamista . Tre aspetti collegati ed essenziali per la pace.

P.G.
29/10/2013 [stampa]
Intercettazioni: l'Europa fa la "faccia feroce"
“Facite ‘a faccia feroce” così raccomandava ai soldati il massimario di addestramento delle forze di mare e di terra di Franceschiello, all’avvicinarsi dello scontro con il nemico.

Questa massima ci è ritornata in mente osservando le reazioni dei principiali leader europei alle nuove notizie del Guardian sulle “scoperte” di Snowden, con le quali si è appreso che anche i loro telefonini, oltre a quelli di milioni di cittadini, erano intercettati.

Si tratta , poi, di reazioni “ a scoppio ritardato”

Alcuni mesi fa’, quando emersero le prime rivelazioni , la questione venne minimizzata poiché, allora, le notizie misero in evidenza che il principale obbiettivo della NSA era stato Putin. Il fatto che tali “ascolti” si fossero svolti a partire dal vertice del G20 del 2009 avrebbe dovuto invece, quantomeno, insospettire tutti. Oggi si tratta di reazioni abbastanza “controllate”.

Anche il paludato Corriere della Sera sottolinea , in un articolo di Massimo Gaggi , il 26 ottobre, che”c’è un po’ di ipocrisia nelle proteste di governi che sapevano, ma ora sono costretti a ostentare indignazione davanti ai loro cittadini infuriati”, anche perché, sottolinea il giornale, “chi obietta davanti a qualche funzionario americano che, spiando anche gli alleati in modo capillare, gli stati Uniti hanno esagerato , si sente rispondere che questa è stata la prassi sempre conosciuta e tacitamente accettata da tutti nella comunità occidentale”.

Le cronache, poi, dell’incontro tra i 28 capi si stato e di governo al Consiglio Europeo di Bruxelles e della cena serale , raccontate sempre dal Corsera, presentano aspetti assai rivelatori. Addirittura esilaranti.

Il più “isolato” viene descritto il premier inglese David Cameron che , nella cena, “ definisce un danno le rivelazioni dell’ex agente Edward Snowden” e sembra “come imbavagliato dall’imbarazzo” ; in questa esilarate reazione ( si accusa chi ha rivelato e non chi ha spiato ) sembra ricevere la condivisione del premier Letta che, a sua volta, però “chiede spiegazioni al collega britannico” sul fatto “ che anche i servizi segreti britannici avrebbero spiato gli alleati europei”. Segue “ uno scambio di idee vivace”.

L’altra domanda “che aleggiava intorno al tavolo” è stata : “ ma Obama sapeva ? “. Come se un’operazione così complessa e a vasto raggio , formalmente ispirata dall’esigenza di contrastare il terrorismo , potesse essere realizzata senza avvertire il Presidente degli Stati Uniti. Anche questo aspetto della cronaca , se reale, rivela un atteggiamento supino dei leaders europei e ispirato da un pregiudizio: quello che presentò a suo tempo e tenta ancora di presentare Obama come il “premio nobel per la pace”, come, cioè, colui che ha realizzato una politica estera animata dalla ricerca di una migliore convivenza tra i popoli , nella libertà e nella pace.

Infine è assai simpatico scorgere gli atteggiamenti “ miti” di altri premier , come quello di Hollande che , pare , si affetti a sottolineare : “ non sono qui per demonizzare i servizi segreti … ma ci sono milioni di intercettazione”, o quello di Jaen Claude Juncker , premier uscente del Lussemburgo che “ invita tutti alla prudenza”, affermando, non si sa mai, “ : siete sicuri che i vostri apparati non facciano lo stesso? “. E’ come l’”ammazzacaffè” nella cena delle beffe.

Insomma, questa Europa non riesce neppure a fare la faccia feroce, alla maniera dell’esercito di Franceschiello.

In questa cronache si dimostra ancora una volta l’inesistenza di uno stato , di una politica estera , di un coordinamento difensivo, dell’Europa.

Non c’è l’Europa. Sono bastate le rivelazioni di un impiegato della NSA per dimostrarlo ancora una volta.

Ed è per questa ragione che le ricette rigorose e i regolamenti finanziari legati all’Euro, non sono certo la strada per costruirla.

P.G.
24/09/2013 [stampa]
Bellicisti ad oltranza
Aldo Cazzullo sulle pagine del Corriere della Sera del 3 settembre, a proposito dell’intervento in Siria , muove contro coloro che a “destra e sinistra” si compiacciano “per la nostra estraneità e il nostro pacifismo, il nostro buon senso che ci tiene fuori ai guai”, prendendo di petto anche il Ministro della Difesa e quello degli Esteri.

Poi, con un certo sussiego, intona l’inno nazionale: “ Questa non è la reazione di un grande Paese, che ha nel Mediterraneo i suoi interessi vitali , il suo futuro e pure i suoi militari”.

Nel suo stile , dopo aver liquidato le posizioni politiche contrarie alla partecipazione italiana, sfiora leggiadramente le “buone ragioni” contro l’intervento “espresse sul Corriere dal Angelo Panebianco e Sergio Romano” , per giungere alla vera questione”: quella di un dibattito in Parlamento per delineare un “ruolo politico, oggi del tutto oscuro”..

Ma il cuore dell’articolista è tutto contro il “regime tra i più abbietti della terra”, elencando i veri o presunti misfatti di Assad che “ ha mantenuto il potere in questi anni con l’appoggio iraniano e russo”. Non manca l’esaltazione di Obama e Hollande “ gli unici leader progressisti del G8 che sostengono l’intervento” e muove al Pd un’accusa graffiante: “pensa di ritrovarsi di fatto sulla linea di Putin ? “.

La insinuazione è pesante verso una sinistra che da tempo ha smesso di “guardare a Est” per accoccolarsi sotto l’ala protettrice della grande finanza e dei giacobinismo giustizialista, sottomessa alla ”cultura” dei cattivi maestri sessantottini passati al libro paga dei grandi capitalisti. E a questo proposito non si può non rilevare l’ inclinazione di molti esponenti ed intellettuali che guardano a sinistra , pensiamo alle posizioni espresse in Francia dal filosofo Bernard-Henri Lévy e dagli ex ministri degli Esteri André Glucksmann e Bernard Kouchner sulle pagine di Le Monde.

La loro posizione, come ha sottolineato la rivista Formiche, è a favore dell’intervento. E dall’autorevole quotidiano tuonano: “Basta con le scuse. Basta con la vigliaccheria. Il futuro democratico della Siria ci impone di reagire con decisione”.

Perfino l’ “estremista” Jean-Marie Le Pen, simpaticamente, ha avuto gioco facile a criticare queste esternazioni , dicendo che Bernard-Henri Lévy, André Glucksmann e Bernard Kouchner vogliono fare la guerra “dalle poltrone dei bistrot parigini”.

La realtà è ormai quella che è: la sinistra serve ormai alla tavola dei potenti ed è pronta al suo ruolo di salmeria delle truppe in guerra .

P.G.
05/09/2013 [stampa]
Venti di guerra in Siria
“ La Siria è diventata la grande tragedia di questo secolo. Una vergognosa calamità umanitaria con livelli di sofferenza ed esodi mai registrati nella storia più recente”.

L’allarme è dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Quanti sono?

Secondo il capo dell’organizzazione umanitaria Antonio Guterres dopo 2 anni di conflitto i rifugiati sono passati da 230 mila a due milioni con i rischi di un’eplosione in tutto il Medio Oriente che aumentanoogni giorno. Ai due milioni di donne, bambini, uomini che hanno cercato rifugio nei paesi vicini ( 716 mila in Libano, 515 in Giordania, 460 mila in Turchia) si sommano altri 4, 5 milioni di persone sfollate all’interno della Siria su una popolazione di circa 21,5 milioni di abitanti. Le persone che hanno perso la vita in questo periodo sarebbero circa 100 mila. Il regime di Assad ( medico oculista senza esperienza politica) è legato alla setta degli alauiti legata agli islamici sciiti ( Iran e Hezbollah). I ribelli sunniti( la maggioranza dei musulmani nel mondo è sannita) contano su ampi appoggi del paesi del Golfo. Le manifestazioni contro il regime iniziarono nei primi mesi del 2011 sotto l’impulso della primavera araba. Le forze dell’ordine di Assad spararono sulla folla causando mille morti. La guerra civile vede contrapposti da un lato il regime siriano e dall’altro i ribelli riuniti in vari gruppi tra cui il Fronte islamico di liberazione che punta ad una islamizzazione della società siriana.
23/07/2013 [stampa]
La regola del vincolo UE del 3% del deficit
La stagione nera dell’economia europea e italiana non è affatto chiusa.

Nonostante il declassamento dell’Italia a BBB dell’agenzia Standard e Poors, le revisioni al ribasso del pil da parte della Banca d’Italia (- 2%) e del Fmi (- 1,8) il portavoce del Commissario agli affari economici Olli Rehn ha escluso che Bruxelles chieda al governo Letta manovre extra nel caso in cui il disavanzo salisse oltre al 3 per cento.

Ma che cos’è questa soglia? Bisogna risalire al 1997 quando i paesi membri dell’Ue sottoscrissero ad Amsterdam il “ patto di stabilità e crescita” che stabilisce le regole delle politiche di bilancio degli Stati. Tra queste regole c’è l’impegno di non superare il 3 per cento nel rapporto deficit/pil e di mantenere il debito sotto quota 60 per cento del prodotto interno lordo.

E’ possibile aggiornare il patto o superare i due tetti? Nella realtà i vincoli sono superati da molti paesi. Va ricordato, comunque, che il rapporto tra deficit e pil fu fissato al 3% tenendo conto della media degli investimenti pubblici realizzati nel periodo 1974-1991 e considerando la media di crescita normale allora intorno al 5 per cento.

Le cifre oggi sono diverse. Se c’è la volontà politica a livello europeo la soglia si può cambiare in presenza d’investimenti pubblici stagnanti e una crescita vicina allo zero o minore in molti paesi.

Chi buca il tetto? Sono ben 15 gli Stati con un rapporto deficit/pil superiore al 3% con in testa Spagna e Francia. A maggio Bruxelles ha chiuso la procedura d’infrazione anche nei confronti di Ungheria, Romania e Lituania ai quali si è aggiunta l’Italia che sono tornati tra i paesi virtuosi che possono godere di margini di maggiore flessibilità nei bilanci con l’obbligo di perseguire il pareggio stabilito dal “ Fiscal compact”.

Entro il 15 ottobre l’Italia dovrà inviare a Bruxelles la legge finanziaria ( ora chiamata legge di stabilità) nella quale potrà indicare le richieste per derogare sulle spese infrastrutturali con la garanzia di rispettare le coerenze indicate dalla Commissione.

Potrà esserci il cambio di passo indicato dal premier Letta?
08/07/2013 [stampa]
Un discutibile ritorno all'occidentalismo
Le rivelazioni di Edward Snowden sui sistemi di intercettazione della NSA hanno provocato una serie di tensioni di carattere internazionale ed in particolare tra Europa e Stati Uniti.

Alle iniziali perplessità, in quasi i tutti casi espresse, comunque, con molta pacatezza, hanno fatto seguito alcune prese di posizione tese non solo a ridurre la portata di un sistema sleale e poco dignitoso per i paesi “osservati”, ma indirizzate ad assicurare il carattere “indispensabile” della relazione USA/Europa ( vedi l’articolo di Angelo Panebianco su il Corriere della Sera del 5 luglio ).

Questo ostentato ritorno di occidentalismo che minimizza il senso di un rapporto di sudditanza che le intercettazioni hanno svelato, viene giustificato a partire dalla esigenza di non “compromettere le trattative per l’accordo di libero scambio fra Stati Uniti e Europa , la Ttip … un accordo che , in prospettive, potrebbe dare un salutare colpo di frusta all’economia euro-atlantica , ma , anche, forse, contribuire a falsificare le più cupe profezie sul ‘ declino dell’occidente’ e l’inarrestabile ascesa dell’Oriente “.

Proprio così.

In quanto al primo aspetto, cioè alla capacità taumaturgica dell’accordo Ttip per risolvere i problemi dell’economia europea, ci sarebbe da ricordare all’immemore Panebianco, che i guai dell’Europa hanno inizio dalla tragica vicenda della crisi del sistema finanziario statunitense che, indirizzato da Clinton e Greenspan sulla bolla dei derivati, ha, poi, innestato la “necessità” di politiche di rigore, fermamente volute dalle autorità finanziarie internazionali, ma portatrici di recessione e disoccupazione in Europa .

Sul secondo aspetto, cioè la possibilità – sempre con l’accordo Ttip - di arrestare il “declino dell’occidente”, siamo veramente di fronte ad uno spudorato imbroglio intellettuale.

Il tema è assai più complesso di quanto l’articolo del Corriere, pur di passata, registra.

Senza riandare alle grandi opere degli scrittori europei tra le due guerre che affrontarono il tema del declino sotto l’aspetto della fase di “civilizzazione” o di “nichilismo culturale” nella quale si trovava il Continente, il ridotto ruolo dell’Europa appare fortemente segnato dalla rinuncia ad una unità politica dell’Europa occidentale e ad una concezione di politica estera che non solo segni la fine della guerra civile europea, ma che costruisca la casa comune “dall’Atlantico agli Urali”.

Ed è questo l’altro aspetto che l’articolo di Panebianco chiama in causa. Questo rilancio di un occidentalismo in un quadro nel quale “la tensione fra gli Stati Uniti e la Russia di Putin era arrivata alle stelle” e “le relazioni con la Cina sono destinate a diventare sempre più competitive e tese” puzza terribilmente di “guerra fredda”, di schieramenti tra due blocchi, in “ un mondo” – conclude l’articolo – ove “si giocano complesse partite per il potere e l’egemonia internazionale”.

Ora – pur essendo sostenitori di buoni rapporti con gli USA e lontani da ogni forma di sciovinismo antiamericano – è assolutamente intollerabile incasellare l’Europa nella sfera di una comunità atlantica in contrapposizione con il resto del mondo e con una stessa parte dell’Europa, cioè la Russia.

Checchè ne pensi Panebianco, la Russia è sempre appartenuta all’Europa, come comunità civile, religiosa ed anche culturale.

Tutta la storia della Russia è una storia europea.

Fu la tragedia della rivoluzione bolscevica a tagliare la Russia ( che divenne URSS ) dall’Europa occidentale e fu l’errore di Yalta a stendere una cortina di ferro tra una parte e l’altra dell’Europa.

Helen Carrère d’Encausse , in un libro del 2011 ( “ La Russia tra due mondi”, Salerno Editrice ), ha scritto : “ Per la maggioranza dei cittadini come per chi li governa, la Russia non è un paese asiatico, ma una grande potenza europea che la geografia situa in Asia e che, grazie a questa sua collocazione eccezionale a cavallo di Europa e Asia, può partecipare a pieno titolo al mondo post-occidentale”. E prosegue: “ Ma la coscienza dell’identità europea della Russia non è mai stata tanto forte come in questo XXI secolo in cui la questione è venuta alla luce”. E conclude: “ Per altro, i due uomini che guidano la Russia , Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev , in più occasioni hanno posto l’accento sul ruolo del cristianesimo , ortodosso nello specifico, nella formazione dell’identità russa”.

La riproposizione di una visione duale dei rapporti internazionali, suggerita anche dall’ultimo numero di Aspenia ( n. 61 giugno 2013) dal significativo titolo “Ritorno a Occidente “, tende a limitare le aperture di alcuni paesi europei agli accordi energetici con la Russia o a rapporti con la regione mediorientale che , salvaguardando l’esistenza di Israele, eviti i rischi di un conflitto generalizzato nell’area.

Al mondo di oggi non è sufficiente un equilibrio di carattere imperialistico o di deterrenza economica, ma richiede di raggiungere un grande equilibrio geopolitico.

Un’Europa che non si ponga come un’entità politica in una visione continentale viene , di necessità, ricondotta a seguire gli interessi economici e le politiche degli Stati Uniti anche quando intervengono, senza grande avvedutezza e con palesi contraddizioni, in alcune aree calde, come in Siria e in Egitto, aprendo scenari inquietanti.

di Pietro Giubilo
25/06/2013 [stampa]
Minijobs da 450 euro esentasse al mese Ricetta Tedesca per l'occupazione
Contratti a termini più facili. Meno tasse sul lavoro. Agevolazioni per gli under 30. Ipotesi, annunci, summit internazionali. In Italia la disoccupazione totale ha superato il 12,5% della forza lavoro, in Germania è al 6,9, negli Usa al 7,2, in Inghilterra al 7,8, in Francia all’undici, in Grecia al 26,6, in Grecia al 26,8%. Il tasso di disoccupazione degli under 25 ha toccato in Italia il 41,9 nel primo trimestre del 2013.

Il Ministro del lavoro Enrico Giovannini ( ex Istat) ha messo tutti i tecnici del dicastero a studiare ipotesi concrete d’intervento. Il premier Letta ha ricevuto tutti i sindacati a Palazzo Chigi. Cgil, Cisl, Uil dopo 10 anni vissuti da separati avevano manifestato in piazza San Giovanni insieme per il lavoro. Si discute molto, poche le decisioni risolutive. Anche in Germania si polemizza soprattutto alla vigilia delle elezioni politiche del 22 settembre ma non mancano fatti concreti come gli accordi per i metalmeccanici. C’è anche una ricetta che vale per i tempi di vacche magre. Si tratta dei contratti per “ i mini lavori”, ossia i minijobs, cioè secondi lavori a part time per arrotondare un salario regolare non sufficiente o una pensione.

Sono 7 milioni e mezzo, in forte aumento rispetto a 10 anni fa quando vennero regolamentati. Con i “ minijobs” i tedeschi si mettono in tasca fino a 450 euro al mese senza pagarci le tasse mentre il datore di lavoro paga a forfait il 28& alle casse malattia e di pensione e il 2% di tasse.

Non è il toccasana della piena occupazione ma per lo meno si svolge un lavoro alla luce del sole anche se non mancano abusi soprattutto da parte di immigranti che all’inizio preferiscono non pagare le tasse, sommando però anche due o tre minijobs. L’ufficio del lavoro, Arbeitsant, controllla per evitare che qualcuno cumuli il minijobs con il sussidio sociale “ Hartz IV”.Questo tipo di contratti nacquero per facilitare gli studenti che ricevendo un assegno per frequentare l’Università non potevano lavorare. Poi il Cancelliere socialdemocratico Gerhard Scroeder estese a tuti la facilitazione, anche come sfogo sociale in un momento in cui la Germania presentava 5 milioni di disoccupati. Sull’utilizzo di questi contratti i pareri sono discordanti in campagna elettorale. Una riflessione avverrà dopo l’autunno.
24/06/2013 [stampa]
Democrazia sorvegliata
Una serie di notizie provenienti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra diffondono l’informazione che sono in atto sistemi di intercettazione che , per dichiarati motivi di sicurezza, controllerebbero le comunicazioni e le attività private dei cittadini americani, mentre, nello stesso tempo , per motivi ancor meno confessabili, sarebbero state poste sotto controllo le chiamate svoltesi in incontri internazionali tra i massimi rappresentanti dei governi nazionali.

Anche il “paludato” Corriere della Sera del 18 giugno arriva a scrivere, in una corrispondenza da Londra : “ Hanno spiato governi amici . E governi meno amici. Hanno spiato durante il G20 del 2009, durante il summit del Commonwealth. Telefoni e posta elettronica di premier, capi di Stato , loro collaboratori e consiglieri”.

“ Hackeraggio perfetto: – continua l’articolo – gli 007 di Londra con il via libera dell’allora governo laburista di Gordon Brown e spalleggiati dalla National Security Agency americana tenevano gli illustri ospiti nel mirino e ne monitoravano le mosse”.

Non sono parole e descrizioni tratta dai siti che si dilettano di “complottismo” ; tutto ciò viene scritto da “autorevolissimi” quotidiani internazionali. E’ stato, del resto , il Guardian ad iniziare a diffondere queste notizie.

L’articolo descrive il clima che si è creato nella ultima riunione del 17 giugno del G20: l’imbarazzo e la reticenza di David Cameron, la “furia” dei russi ed altrettanta dei turchi, la fiacca richiesta di “spiegazioni” della Merkel .

E’ inutile tentare di analizzare le motivazioni dei “controlli”, ma estremamente indicativa è la notizia, sempre data dal Corriere, che allora “ le comunicazioni dell’ex presidente Dmitry Medvedev erano state scrutinate dai servizi americani su indicazione degli inglesi”.

Basterebbe riandare al clima dei rapporti internazionali del periodo 2009-2010.

Alla fine di novembre del 2010 Il New York Times riportava notizie sui rapporti tra Putin e Berlusconi. Parlano dei “regali sontuosi”, dei vantaggiosi contratti energetici e di un “misterioso” intermediario russo-italiano. I diplomatici scrivevano che Berlusconi “sembra sempre più il portavoce di Putin” in Europa.

Proprio nello stesso giorno Edward Luttwak , affermava in una intervista sul Corsera del 29 novembre, accusando Berlusconi di ingenuità: “Semmai Berlusconi è solo forse un po’ ingenuo …” e precisava: “ Spontaneo. Quando pensa di parlare confidenzialmente con Putin mentre fanno insieme la sauna e non sospetta che anche lì ci possa essere un terzo uomo …”. Il 1 dicembre 2010 proprio su questo sito, segnalando l’intervista, scrivevamo “ a proposito di quali mezzi vengono impiegati per seguire le politiche estere e i contatti tra i leader mondiali”.

Londra si pone come la Capitale occidentale più ostile ai russi, ma è evidente che la politica internazionale statunitense non si discosta da quella inglese, come si è visto nelle iniziative nell’area nord africana, dove Albione ha ispirato le rivolte ed in particolare la vicenda libica con l’uccisione- o meglio l’assassinio - di Gheddafy.

Obama , si potrebbe dire, “ fa l’inglese”, preso com’è dalla questione delle intercettazioni che riguardano la popolazione statunitense e che sta suscitando una ferma reazione trasversale da parte di esponenti del Congresso sia democratici che repubblicani.

In una conferenza stampa il senatore repubblicano Rand Paul ha dato l’annuncio della presentazione di un disegno di legge per porre fine all'attività di spionaggio della NSA e per ripristinare la validità del Quarto Emendamento, che proibisce "perquisizioni e acquisizioni" illegali. "Adesso basta", ha affermato Paul, aggiungendo: "Rivogliamo la nostra Costituzione".

Bruce Fein, ex vice ministro della Giustizia sotto Reagan ha ricordato che John Quincy Adams aveva ammonito contro i pericoli del "recarsi in giro per il mondo alla ricerca di mostri da distruggere", in riferimento all'attuale "guerra al terrorismo" ingaggiata dagli USA, che ha condotto alle violazioni dei diritti civili sotto Obama.

Intanto si stanno diffondendo le iniziative parlamentari con proposte di legge per abolire i sistemi posti in atto per il controllo della cittadinanza e denunce vengono presentate da associazioni per le liberta e i diritti civili.

Due democratici, Ron Wyden e Mark Udall, membri della Commissione Servizi del Senato, hanno firmato una dichiarazione critica nei confronti del governo, sostenendo che non si ha “ alcuna prova" che l'acquisizione dei tabulati telefonici da parte della NSA abbia prodotto informazioni utili ai fini del contrasto al terrorismo.

Questi esempi, alcuni gravissimi, di democrazia controllata , forse dimostrano l’esistenza di una insicurezza nei sistemi politici ed il ricorso alla violazione della riservatezza mostra più debolezza che autoritarismo.

La difesa della democrazia o dell’equilibrio internazionale discendono dal consenso e dall’arte della diplomazia e di costruzione di sistemi geopolitici saldi perché tesi ad eliminare sopraffazioni e ritorni colonialisti , privi di senso storico e civile.
11/03/2013 [stampa]
Portogallo alle strette tra scioperi e rigore
Scioperi, manifestazioni di protesta, giovani in piazza e con bombolette spray a colorare i muri degli edifici pubblici e privati. A Lisbona e in tutte le città del Portogallo l’austerità imposta dai creditori internazionali ( nell’aprile del 2011 l’allora premier il socialista Josè Socrates fu costretto a chiedere alla Ue-Bce-Fmi ben 78 miliardi di euro per salvare il paese dalla bancarotta) fa ribollire il sangue.

Centinaia di migliaia di persone hanno sfilato, più volte, per le vie intonando canzoni rivoluzionarie e slogan contro la Troika di Bruxelles.

Le misure di rigore sono in realtà dolorose. Il Portogallo è per il terzo anno consecutivo in recessione, il tasso di disoccupazione si avvicina al 18%, il prodotto interno lordo calerà anche nel 2013 di altri due punti, l’inflazione ufficiale è del 3, 3 per cento, ma quella reale è doppia, le tasse e le imposte come l’Iva aumentano, nuovi tagli colpiscono il servizio sanitario, l’istruzione, il sistema pensionistico.

Il governo deve risparmiare altri 4 miliardi nei prossimi due anni dopo aver ridotto con i tagli il deficit di 3, 5 punti.

Non c’è da stare allegri e di fronte alla mancanza di prospettive 150 mila portoghesi hanno lasciato il paese per l’Africa o il Sudamerica in cerca di lavoro.

L’obiettivo del “ Programma di emergenza sociale”, il Pes è quello di tornare sui mercati internazionali entro la fine di quest’anno. Ma per farlo occorre seguire strettamente le indicazioni degli organismi internazionali che hanno erogato il maxi-prestito, il cosiddetto “ resgate”, il salvataggio. Per i lavoratori, gli studenti e le famiglie il governo è colpevole di esser andato al di là delle misure restrittive richieste.

Il premier socialdemocratico Pedro Passos Coelho ( come il presidente della Repubblica Animal Cavaco Silva) si è presentato il 6 marzo 2013 in Parlamento ( dove con i conservatori detiene la maggioranza) per difendere la politica di austerità intrapresa a partire dalla vittoria elettorale del giugno 2011 sul socialista Josè Socrates che guidava il governo dal 2005.

I nodi da sciogliere nei prossimi mesi sono crescita, occupazione, competitività, aiuti alle famiglie più bisognose, salvare il sistema previdenziale. Ormai più dei tagli e delle restrizioni operate non si può andare. Nelle giornate di lotta in piazza “ O Terriero do Paco” di Lisbona la gente gridava “ è tempo di tassare il capitale”. Ma anche questa misura è più mediatica e psicologica che reale.

Appaga l’anima di sinistra del sindacato “ Cgtp” guidato da Armeno Carlos vicino ideologicamente alla Cgil italiana.

E’ irto d’ostacoli e pieno di sacrifici anche il cammino portoghese verso la soluzione reale e durevole dei problemi economici.

S. Men.
04/03/2013 [stampa]
La lezione virtuosa dei sindacati tedeschi
E’ iniziata in Germania la stagione dei rinnovi contrattuali. La parte economica si negozia anno per anno. Non esiste la possibilità di una vacatio contrattuale. Il contratto scaduto si rinnova in poco tempo. E spesso senza scioperi.

I riflettori sono puntati quasi sempre su quello che avviene nell’industria. Si parte con le richieste del potente sindacato Ig Metal, i metalmeccanici italiani sono però divisi in vari schieramenti con capofila la Fiom-Cgil.

Le previsioni sono che il negoziato si concluderà intorno al 3%. Il tutto è il risultato di 10 anni di moderazione salariale con retribuzioni quasi ferme per ottenere il mantenimento dei livelli occupazionali.

Moderazione accompagnata da parte del governo e del Parlamento con riforme incisive: mercato del lavoro più flessibile ( la Foriero vi avrebbe potuto dare uno sguardo), sollecitazione ai disoccupati di accettare un lavoro con la certezza di essere aiutato. In Italia vengono erogate dall’Inps oltre un miliardo di ore di cassa integrazione senza che sia previsto alcun percorso di trovare un impiego. Ci sono casi di lavoratori in cassa integrazione per 10-15-20 anni. Uno spreco.

Pur con qualche rallentamento l’economia tedesca è ripartita: i disoccupati sono scesi a 2,9 milioni ( nonostante i tagli alla Commerzbak e alla Deutshe Telekm), con un tasso di disoccupazione del 6,9 ( in Italia 12%), i prezzi al consumo sono scesi all’1,5 il minimo da due anni.

La foto economica è costituita da aziende leader ( non solo Volkswagen), da prodotti di qualità, incremento delle esportazioni grazie all’euro,inflazione e disoccupati in calo. La crisi economica italiana ha spinto negli ultimi due anni circa 50 mila giovani a cercare lavoro in Germania. Quasi tutti laureati: ingegneri, fisici,, matematici, architetti, economisti ed esperti di politiche ambientali.

S. Men.
13/02/2013 [stampa]
I nuovi Unni Lo scisma anglicano, prambolo alla eversione libertina
Non è lontano il giorno in cui, accertata la perfetta estinzione degli equivoci intorno alla destra a trazione liberale e/o neopagana, sarà possibile meditare seriamente i princìpi di una scienza e di un'azione conformi alle verità indeclinabili della tradizione cristiana.

Un rilevante contributo alla restaurazione della politologia, intanto, è offerto da Gianfranco Amato, uno studioso formato alla scuola di don Luigi Giussani e di S. E. Luigi Negri e affermato nell'impegnativa attività di editorialista del quotidiano Avvenire.

Per l'editore veronese Giovanni Zenone, titolare di Fede & Cultura, Amato pubblica un saggio, "I nuovi Unni", che offre la puntuale indicazione di una muova via di ricerca - il catalogo degli errori discendenti dallo scisma anglicano - indicazione utile a quanti intendono risalire alle lontane cause del nichilismo scorrazzante nelle indifese società occidentali.

S. E. Negri, infatti, riconosce che Amato "riesce a dimostrare come e perché proprio la Gran Bretagna sia diventata il paradigma di una società in cui i frutti velenosi della Riforma hanno portato alla scomparsa di Dio dall'attuale orizzonte culturale".

Il giudizio apre nuovi orizzonti agli studiosi dell'eversione distogliendo l'attenzione dei critici dalle arretrate regioni della Germania luterana e indirizzandola, come suggerì Hilaire Belloc, al regno d'Inghilterra "che prestò e non cessò di prestare, l'energia di una grande tradizione civile alle forze [dell'eresia luterana] il cui impeto originario era diretto contro la civiltà europea e le sue tradizioni".

Il rovesciamento sulla rivoluzione inglese delle accuse per pigra convenzione rivolte al pensiero germanico, rettifica e perfezione il pensiero antimoderno, consentendo ai suoi interpreti di coniugare la controrivoluzione con la visione del disordine - la desocializzazione - generato dall'individualismo e dal relativismo. Si tratta delle suggestioni abilmente diffuse dalla contraffatta filosofia, che da secoli confonde i sudditi di Sua Maestà e ultimamente desta l'ammirazione dello stile inglese fra i popoli di antica tradizione cattolica.

In forza del nuovo criterio gli storici di scuola tradizionale possono comprendere il processo per cui l'aristocrazia inglese, per effetto della riforma attuata da Enrico VIII e da Elisabetta I, degenerò trasformandosi in oligarchia di stampo liberale e plutocratico.

Alla luce del rinnovato giudizio sulle origini dell'eversione decadono i motivi della stima infondata che alcune scuole controrivoluzionarie nutrono nei confronti della cultura anglosassone, del capitalismo e della massoneria americana, ammirazione destata dell'obliqua avversione al neopaganesimo nazista.

La ragionevole ma disarmata stima attribuita alla giusta guerra contro il male tedesco nasconde la magagna anglosassone e trascina all'apprezzamento del pensiero che ha generato una società infettata dal culto dell'io e del super-io, dal potere degli strozzini e dall'estenuazione edonistica.

Al proposito Amato cita un penetrante giudizio di Alasdair MacIntyre: "L'io specificamente moderno, nell'acquistare la sovranità nel suo proprio reame, ha perduto i confini tradizionali che gli erano stati forniti da un'identità sociale e da una visione della vita come processo orientato verso un fine prestabilito".

D'ora in avanti la critica antimoderna, senza dimenticare l'orrore del passato germanico, deve indirizzarsi alla fiorente plutocrazia anglosassone e in ultima analisi alla filosofia che valuta le azioni degli uomini in ragione della loro capacità di produrre benessere materiale e piaceri squisiti.

Di qui ha infatti origine l'appiattimento della morale sul relativismo, "che relativizzando se stesso scompare nel buco nero della sua stessa creazione".

Il risultato finale del relativismo è "la riduzione dell'esistenza a mero sentimento" infine l'apparizione dell'uomo de-socializzato e de-culturalizzato, il nomade smarrito nella foresta delle iniziatiche emozioni offerte dalla fabbrica del surreale.

Quasi sviluppando la tesi di Ennio Innocenti sul ribaltamento nello stato d'animo libertario della dottrina luterana sulla natura quale species contraria al Creatore, Amato rammenta che la magia nera praticata praticata nelle tenebrose logge massoniche, non poteva trovare un terreno migliore di quello offerto dal libero protestantesimo.

Nella seconda, robusta parte del volume è proposta una desolante/raccapricciante fenomenologia dei vizi estremi e ributtanti che accompagnano la festosa diffusione del relativismo.

Nel campionario degli orrori narrati dalla cronaca inglese e puntualmente ripresi e commentati da Amato brilla la vicenda di Gianfranco Fini, il necroforo affossatore della destra, che celebra il proprio autodafé laicista e antifascista nella Chatam House "vero e proprio santuario massonico dei poteri fortissimi". Un segnale forte, lanciato ai tradizionalisti depistati dai messaggi musicali trasmessi dalla destra pifferaia.

Di Piero Vassallo
13/02/2013 [stampa]
I dubbi sulla "Primavera araba" gli USA e l'Europa
La colta rivista di geopolitica LIMES, anche dopo i più recenti fatti in Egitto ed in Tunisia e, sullo sfondo le cronache di una Libia instabile nel complesso contesto nordafricano, comincia ad avere seri dubbi sulla “primavera araba”.

“Nella migliore delle ipotesi – scrivono sul n. 1/2013 – la “primavera” può preparare la lenta marcia verso istituzioni passabilmente democratiche, includendo nella partita attori politici e sociali fin’allora emarginati. Nella peggiore, degenerare nello scontro di tutti contro tutti , nella polverizzazione dei poteri territoriali , nella guerra (in)civile , nell’attesa del prossimo padre padrone”.

Mentre sottolinea le vittorie che in Egitto ha ottenuto la “Fratellanza mussulmana “, nasce un interrogativo e cioè se “scaltrezza e flessibilità dei Fratelli”, “saranno sufficienti a reggere la prova del governo”.

Resta il fatto, secondo Limes ,che “la transizione alla democrazia sarà lunga, sempre che non deragli”.

Rispetto al quadro internazionale la rivista afferma un elemento ormai evidente e cioè che “il caso egiziano conferma che nel Grande Medio Oriente gli Stati Uniti contano poco”.

La politica usa rimane ancorata da una parte all’idea che “Israele è l’alfa e l’omega della geopolitica americana” e dall’altro a non far mancare , come ai tempi di Sadat, Mubarak e ora di Morsi, l’offerta “ogni anno di quasi 1 miliardo e mezzo di dollari in aiuti militari”, “utili” come sottolinea in chiusura “ a pesare negli equilibri domestici , forse a colpire ijihadisti, certo non a distruggere Israele, potenza atomica”.

La conclusione appare giustamente problematica : “ Questa è la regola di successo sperimentata all’ombra dei regimi. Ma dopo le “primavere”, nell’era dei Fratelli?”.

Questa analisi che mette in discussione l’acriticità con la quale è stata valutata dai grandi media italiani la fase della “primavera araba” o di una buona parte della politica che è giunta ad identificare tutto ciò con il Risorgimento italiano, mette in rilievo anche l’inadeguatezza della politica americana.

Quello che si rende ancor più evidente è l’assenza di una politica europea verso il nord Africa. Ai difensori di professione del modello economico finanziario di Bruxelles e che aggrediscono coloro che reputano non adeguata la politica monetaria europea e le sue istituzioni, diciamo che ciò che realmente manca in termini unitari in Europa è una comune politica estera e di difesa.

Anche perché una prospettiva unitaria di questo tipo non solo vanificherebbe i ricorrenti tentativi di asse politico, ad esempio quello recente franco tedesco, ma eviterebbe di relegare il nostro paese ad essere al servizio degli interessi nazionali di altri. Come, da sempre, si collocano le scelte politiche della sinistra italiana. (P.G.)
22/01/2013 [stampa]
A Parigi una giornata in difesa della famiglia naturale
La grande manifestazione di Parigi contro il matrimonio e le adozioni omosessuali è un evento “storico”, di quelli che segnano il passaggio da una condizione sociale ad un’altra.

La Francia illuminista ha assistito ad una imponente presenza di popolo sotto la torre Eiffel il simbolo della Capitale che , fonti obbiettive hanno indicato in 675 mila.

Un parallelo può essere indicato nel Family Day del 12 maggio 2007 dove un milione di italiani scese in piazza a Roma per difendere il modello tradizionale di famiglia rispetto all’ipotesi di Dichiarazione di Convivenza , un progetto di legge presentato da due ministre del governo Prodi: Barbara Pollastrini e Rosy Bindi.

Allora l’iniziativa fu ispirata dal Cardinale Ruini e si posero in evidenza soprattutto le organizzazioni cattoliche.

A Parigi la manifestazione di domenica 13 gennaio ha avuto un carattere prevalentemente civile e non confessionale ed alla componente cattolica si sono unite, come ha riferite l’Avvenire “una miriade di altri orientamenti , coloriture sensibilità e visioni del mondo”.

Quello che è interessante è che l’opposizione alla proposta di legge di Hollande del matrimonio tra omosessuali è posta come questione antropologica, cioè questione razionale, di diritto naturale.

Un socialista francese Philippe de Roux si è espresso in modo significativo: “ Da tempo ci siamo resi conto della gioia che può provocare a sinistra il fatto di tornare ad affrontare in modo profondo e responsabile le questioni antropologiche e di etica sociale , che sono sempre pure questioni di giustizia”.

La posizione di questi socialisti francesi ci ricorda quella che ad esempio è portata avanti in Italia da Sacconi ed altri come Quagliariello e la Roccella che a Roma il 18 gennaio hanno svolto un incontro dal titolo “Tradizione, valori, politiche sociali nell’agenda di governo“, promosso dalla fondazione Magna Carta.

Il senso che ha mosso l’iniziativa è quello che i valori oggi in discussione e sui quali si fonda la questione antropologica come vita, famiglia, educazione, non possono non far parte dell’agenda politica non appartenendo alla sola sfera della testimonianza e della coerenza individuale.

Parole e indicazioni assai più chiare rispetto a quanto emerse a suo tempo nei convegni di Todi, dove non sono mancati equivoci e dove alcuni “cattolici adulti” hanno pensato bene di dar vita e partecipare ad un “soggetto politico” che non ritiene attuali i “principi”non negoziabili e che si esprime in politica nella opportunità di un accordo di governo con il Partito Democratico .
27/11/2012 [stampa]
Dopo il compromesso l’attenzione si sposta sul bilancio L’europa Delle Divisioni Decide Di Aiutare La Grecia
Dopo tante divisioni, tre vertici dei Ministri delle Finanze dell’eurozona, una maratona notturna a Bruxelles durata 13 ore è stato raggiunto il compresso sui debiti e gli aiuti alla Grecia. L’Europa,dopo il fallimento del vertice sul bilancio 2014-2020, che metteva in dubbio la solidarietà europea( tanto da far dire all’ex presidente della Commissione Jacques Delors avremmo fatto meglio a lasciare fuori gli inglesi), ha trovato la forza per uscire dai veti, dalle incomprensioni, dai calcoli politici. E’ giunto il momento di scoprire le carte e verificare se davvero anche la Germania e i paesi del Nord vogliono più unione politica. Le questioni economiche e finanziarie sono la base del percorso ma le decisioni sono dei governi e degli Stati.

I tecnici si sono affannati per giorni e giorni a lavorare sulle soluzioni da presentare affinché si prendessero decisioni sulla sostenibilità del debito greco. Senza risolvere questa questione, tutti i meccanismi s’inceppano. Si è proceduto a zig-zag tra momenti di sfiducia profonda e momenti di avvicinamento delle posizioni. Sui vari tavoli ballavano miliardi.” La Dis-Unione europea”, come qualche osservatore l’ha chiamata, è stata sul punto di non ritorno e pochi credevano nell’affermazione del premier italiano Mario Monti “ abbiamo salvato l’Europa e l’euro”.

I nodi stanno venendo al pettine sotto la pressione dei paesi nordici ( Inghilterra in primo luogo, poi Olanda, Norvegia) che hanno chiesto un deciso taglio al bilancio dei prossimi sette anni e che non vogliono pagare( in prima fila la Germania) nemmeno i debiti accumulati da chi per decine di anni ha sperperato denaro pubblico indebitandosi ( vedi Grecia, Spagna, Portogallo).

Al vertice-fiume del 26 novembre si è arrivati al via libera per la concessione dei 31, 5 miliardi di euro che la Grecia attende dall’estate, che aumentano a 43, 7 se si considerano altri finanziamenti entro la fine dell’anno. Il mix di misure decise dovrà aiutare la Grecia a riportare il debito verso livelli più sostenibili e riformulare le tappe secondo cui dovrà avvenire l’abbattimento. Il debito pubblico che secondo le stime si aggira sul 190% del pil dovrà scendere al 124% entro il 2020 e attestarsi due anni dopo al 110 per cento.

La decisione formale sull’accordo raggiunto arriverà il 13 dicembre dopo la pronuncia dei Parlamenti nazionali. C’è stato uno sforzo di tutti: Stati, Grecia e Fondo monetario internazionale. Non c’è stato il famoso “ haircut”, ossia un nuovo taglio del debito della Grecia, ostico alla Germania e a molti altri paesi nordici. Angela Merkel era stata decisa e il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert aveva ripetuto che “ un taglio del debito non era in agenda”.

L’operazione salvataggio è complessa. Una parte l’ha fatta anche la Bce di Mario Draghi ( che rinuncerà ai profitti sui 5 miliardi di euro di bond greci che comperò a prezzo scontato) mentre per il taglio spingeva il Fmi che chiedeva una ristrutturazione del debito nei confronti degli Stati come quello che furono costrette a fare le banche che per aiutare la Grecia persero fino al 90% di profitti sui bond.

Scampato il pericolo ora l’attenzione si sposta sul bilancio europeo.

Sergio Menicucci
12/11/2012 [stampa]
La vittoria di Obama e la tenutadel sistema politico USA
Appena confermato il Presidente USA ha lanciato un nuovo messaggio di speranza agli americani: “Il meglio per l’America deve ancora arrivare”.

L’Avvenire in Italia ha titolato “Obama, un’altra chance”.

Ma la realtà appare piuttosto difficile ed il sogno potrebbe somigliare assai più ad una illusione.

I segnali più evidenti delle difficoltà che si appalesano sul cammino del rieletto Obama, infatti, sono stati l’andamento negativo delle borse e l’intervento delle agenzie di rating che preannunciano un abbassamento della tripla a .

Tutto ciò perché oltre la politica estera piena di incognite , l’altro grande tema che segnerà questo secondo mandato non potrà che essere il deficit – il cosiddetto “baratro fiscale” - e la necessità di affrontarlo.

Peraltro la questione del deficit si pone come un vero e proprio bastone tra le ruote alla politica obamiana in quanto è noto come proprio in questi mesi, ma anche dopo il 2008, l’uscita dalla crisi finanziaria e dalla recessione negli USA sia stata affrontata con enormi iniezioni di liquidità, fino alle recenti decisione della FED di immettere 40 miliardi di dollari ogni mese con l’obbiettivo di portare la crescita annua del PIL ad oltre il 3 per cento.

Non sarà, quindi, soltanto la maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti ad ostacolare l’ampliamento della spesa pubblica che sottende il programma del Presidente di fare “meglio” – pensiamo ai limiti rispetto a quanto programmato della riforma sanitaria approvata a suo tempo – ma la difficoltà di continuare a portare avanti una politica finanziaria che ad esempio mostra i primi segnali di minore certezza a piazzare all’estero i titoli di stato USA, come emerge da qualche dichiarazione in questo senso del governo di Pekino.

Le elezioni americane dimostrano altre cose importanti.

Innanzitutto quella particolare condizione del quadro politico degli Stati Uniti che vede una profonda differenza con il travagliato continente europeo.

Negli USA il confronto politico non appare condizionato dal giacobinismo che dalla Rivoluzione francese in poi ha reso cruento per due secoli in Europa il rapporto tra stati , con la lunga guerra civile europea del novecento e lo scontro politico interno come rapporto amico/nemico.

La rivoluzione americana non ha deificato la Nazione, ma ne ha affermato il senso, temperato da una sensibilità religiosa che si esprime anche nelle affermazioni della politica.

Le cronache riportano che, pur a fronte di un risultato incerto in alcuni stati chiave, il candidato repubblicano abbia, con determinazione, rinunciato ad attendere eventuali riconteggi proprio per fare in modo che gli Stati Uniti si presentassero più celermente possibile con un Presidente eletto, di fronte a tendenze critiche che occorreva affrontare nella pienezza dei poteri presidenziali.

Questa saldezza degli Stati Uniti può essere di aiuto ad una Europa che non conosce la strada dell’unificazione politica e l’atteggiamento meno isolazionista di Obama rispetto a Romney potrebbe, per un interesse comune , sollecitare di più l’Europa a risanare, in termini di ripresa , la disastrata condizione economica del continente.

Si spera peraltro che la rimozione assai probabile del Segretario di Stato Hillary Clinton possa evitare ulteriori possibili sponde alle avventure neocoloniali di qualche nazione europea , come si era invece verificato ad esempio nelle vicende della Libia, risoltesi poi con l’uccisione dell’ambasciatore a Bengasi.

In un panorama statunitense sostanzialmente positivo si mostrano comunque alcune ombre come quelle riferibili alle denuncie della Conferenza episcopale circa le minacce alla libertà religiosa e circa alcuni aspetti della riforma sanitaria che imporrebbe “a tutti i datori di lavoro di offrire ai propri dipendenti piani assicurativi privati che includano anche la sterilizzazione, la contraccezione e la distribuzione di farmaci abortivi”.

Anche alcuni risultati dei referendum sulle nozze gay ( sì nel Maine e a Washington ), marijuana a scopo ricreativo ( si Colorado e Washington, no in Oregon ), fondi all’aborto ( si in Florida), eutanasia ( no in Massachusetts ) mostrano pulsioni relativiste , ma anche qualche tenuta sui temi sensibili.

Anche su queste problematiche negli Stati Uniti si evidenzia una tendenza più attenta e plurale, a fronte di uno scivolamento relativista assai più marcato in alcuni Paesi europei (Olanda, Gran Bretagna, Spagna di Zapatero e Francia di Hollande ed, in genere, il Parlamento europeo ) e che dimostra come il terreno per la “nuova evangelizzazione” debba partire proprio dall’Europa.
17/09/2012 [stampa]
I FATTI DI BENGASI E LA POLITICA ESTERA ITALIANA
L’Azione di Bengasi – in una fatale coincidenza con l’11 settembre - che i commentatori ritengono “pianificata da tempo” e che ha portato all’uccisione dell’ambasciatore americano in Libia, nella sua enorme gravità, apre scenari, in qualche modo, ancora più gravi.

Innanzitutto è puerile soffermarsi per attribuire al film “ L’innocenza dei mussulmani “ la causa scatenante delle violenze che si sono verificate anche al Cairo.

E come guardare il dito che indica la Luna.

La cause della diffusione del terrorismo risiedono nella nuova condizione della Libia e forse anche dell’Egitto, i due più importanti paesi del nord Africa, dove si sono sviluppate le cosiddette “primavere arabe”, definizione che oggi appare in tutta la sua strumentalità e falsità.

I regimi dittatoriali sono stati abbattuti, e con essi anche quel contenimento della diffusione dell’elemento sul quale agisce e si sviluppa l’azione della “rete” terrorista.

Il “crudele” Assad in Siria si sta difendendo contro gli insorti foraggiati dall’esterno e, possiamo esserne certi che anche con questa guerra si svilupperanno i germi dell’integralismo .

Poi, come ha sottolineato il filosofo politico americano Michael Walzer, “ nel Golfo Persico abbiamo come alleati regimi autoritari, cosa che fa il gioco del radicalismo islamico”.

Lo stesso Walzer nell’intervista al Corriere della Sera del 13 settembre fa un quadro assai reale della Libia: “ E’ un Paese in preda a tremende convulsioni, con un governo che , forse ha il controllo di Tripoli ma non della maggioranza del Paese, con milizia guidate da signori della guerra , con gruppi terroristici, con formazioni islamiche estremiste”.

Quello che è ancora più significativo e che la causa di questa condizione è indicata nel governo americano: “ Questa situazione l’abbiamo prodotta noi, bombardando la Libia per rovesciare Gheddafi senza sapere chi ne avrebbe preso il posto e se sarebbe stato in grado di governare”.

Con quale risultato?

Per quella singolare “eterogenesi dei fini” gli USA incassano oggi il più duro colpo dal tempo della tragedia delle torri gemelle.

Dalla Libia cambiata anche per l’intervento americano escono le armi avvelenate del terrorismo antiamericano.

Il segretario di Stato Hillary Clinton ne esce a pezzi e, pur con l’appoggio del marito ad Obama, difficilmente vedrà continuare a ricoprire il suo incarico, in una possibile riconferma dell’attuale presidente.

Inoltre, gli intenti di Francia e Inghilterra, coperti dagli USA e spinti da interessi economici e geopolitici, anche in netto contrasto con gli interessi e la politica estera italiana, sono stati, a suo tempo difesi , nei modi più beceri , da molta parte di forze politiche italiane, soprattutto a sinistra.

E l’Italia ?

A pagina 5 del Corriere appare una manchette che annuncia un’intervista del Ministro degli esteri Terzi che si leggerà il giorno dopo su “Sette”.

Nella foto, il Ministro “in jeans” risponderà sul settimanale dalla sua casa a Tresolzio di Brembate di Sopra, annunciando che “l’Italia e l’euro ce la faranno”.

Un’operazione di immagine che tuttavia non può nascondere una assai cruda realtà.

Mai, nella sua storia, l’Italia è stata così priva di una politica estera, a parte il ruolo personale di Monti nell’ambito delle istituzioni e dei paesi europei, sui temi economici.

Cancellati dalla sponda africana del Mediterraneo, svanito il rapporto personale, ma utile per le politiche energetiche di Silvio Berlusconi con il premier russo Putin, trattati a “pesci in faccia” dall’India, l’Italia ha abbandonato quell’area di politica estera che il Paese aveva sempre portato avanti oltre lo stesso quadro euro atlantico.

Anche questo è un aspetto di una crisi complessiva che i media tengono ben nascosto agli italiani.

20/06/2012 [stampa]
L’Egitto e il fallimento dell’utopismo democratico – altro massacro di cristiani in Nigeria.
L’Ineffabile Catherine Ashton , Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Unione Europea, il 18 giugno ha dichiarato che le elezioni presidenziali in Egitto costituiscono un ”grande passo nella transizione verso la democrazia”ed aggiunge parole di circostanza sull’azzeramento del Parlamento ad opera della Corte costituzionale: ”La transizione democratica non deve essere messa in discussione . Noi continueremo a sottolineare l’importanza fondamentale del processo democratico e delle istituzioni, oltre al dovere di proteggere i diritti umani basilari per tutti”.

La verità e che sono così finite nel nulla le prime elezioni politiche democratiche degli ultimi 50 anni di storia egiziana e la crescente influenza della giunta militare che va assumendo anche i poteri legislativi dovrebbe far riflettere sull’esito degli sconvolgimenti che si sono determinati nel Paese dalla fine di Mubarak.

Lo schema interpretativo del rappresentante dell’U. E. è quello secondo il quale nei paesi del nord Africa, come negli altrui a maggioranza mussulmana si possono adoprare le categorie della cultura politica occidentale e cioè l’evoluzione progressiva verso una democratizzazione.

Il progresso verso questa prospettiva procederebbe parallelamente alla evoluzione economica e produttiva di questi Paesi , cioè a dire la democrazia è il frutto dello sviluppo dei consumi e, si è aggiunto recentemente , degli strumenti di comunicazione mediatica.

Una democrazia che nasce da face book.

Ora anche questa tesi non tiene conto, peraltro, che le prospettive economiche globali viaggiano in senso contrario rispetto alle ipotesi di sviluppo economico infinito . Lo stesso Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon ha dichiarato, in questi giorni , che la persistente crisi economica mondiale riduce progressivamente la richiesta di prodotti esportati dall’Africa, così come degli aiuti internazionali e rallenta il flusso di rimesse inviate dagli emigrati.

Assume un tono nettamente utopistico anche l’idea che basti una diffusa possibilità di comunicazione internet a fondare le basi di una democrazia, incidendo profondamente sui fattori strutturali di queste società.

In realtà. si sta preparando nel nord Africa una miscela altamente pericolosa con la crescita del ruolo politico delle formazioni ispirate dall’integralismo mussulmano, le difficoltà economiche indotte dalla crisi mondiale, l’annullamento della possibile evoluzione verso un sistema di potere che conteneva, anche con sistemi autoritari, le sollecitazioni di carattere religioso integralista. E’ evidente, poi, soprattutto, come i fatti egiziani dimostrano , la fragilità delle istituzioni democratiche .

La probabile vittoria in Egitto del candidato dei fratelli mussulmani Mohammed Morsi avviene in un clima che non ha nulla a che vedere con una condizione democratica anche e non solo per le iniziative della giunta militare.

Sono elezioni che non saranno certo una “transizione verso la democrazia”.

E’ significativo che nella vicina Nigeria proprio nei giorni nei quali gli avvenimenti egiziani volgevano verso una sospensione del parlamento da poco eletto, nello stato settentrionale di Kaduna cinque chiese cristiane venivano attaccate dai mussulmani provocando un massacro con decine di persone uccise tra le quali numerosi bambini.

Certamente l’ONU, il cui intervento viene continuamente invocato – ultimamente, in Italia, da Margherita Boniver e dall’europarlamentare Mario Mauro- , ma anche le istituzioni europee, non dimostrano la necessaria risoluta determinazione per porre fine a questa carneficina, che provoca, a sua volta, cruenti rappresaglie.

L’attenzione del Consiglio di sicurezza è fissato sulla Siria, così come, in modo decisamente strumentale , lo fu verso gli interventi in Libia.

Nel nord Africa l’utopismo democratico continua ad inneggiare alla primavera araba e alla sua improbabile evoluzione democratica , ma chiude gli occhi sulle stragi dei cristiani.
16/05/2012 [stampa]
Terremoto nel sistema bancario mondiale Allarme derivati per speculare dal maxi-buco della Jp Morgan.
Scossone nel sistema bancario americano. Cadono le prime teste in Jp Mogan, il colosso finanziario di Wall Street. La prima a dare le dimissioni è una delle donne più note e più pagate dell’alta finanza ( 15, 5 milioni di dollari nel 2011, altri 16 l’anno prima) Ina Drew, capo degli investimenti e braccio destro dell’amministratore delegato Jamie Damon, un altro guru della finanza che guadagna oltre 23 milioni di dollari l’anno e sotto la cui guida i 26 mila manager hanno ottenuto un bonus complessivo di quasi 6 miliardi di dollari. Con la Drew, 55 anni, 30 anni passati in azienda, hanno lasciato il posto il responsabile del desk londinese Achilles Macis, il direttore generale di Londra Javier Martin Artajo e Bruno Michel Iksid, l’operatore autorizzato del buco.

La maxi-perdita di 2-4 miliardi di dollari provocata da scommesse sbagliate e minimizzata in un primo tempo ha innescato, invece,un vero e proprio regolamento di conti all’interno della prima banca Usa e il riaccendersi delle polemiche sui controlli e sul ruolo delle autorità che come nel 2008 per il crac Lehman Brothers non si sono accorte di quanto stava accadendo.

Di fronte alle inchieste giornalistiche e al tam tam degli operatori di Borsa di Londra ( dove il manager di origine francese Iksil stava facendo trading sui derivati del credito per coprire i rischi dovuti all’esposizione della banca verso i mercati europei, autorizzato dall’alto) lo scandalo è esploso in maniera dirompente. Quando succedono cose così clamorose in America i vertici aziendali ci mettono almeno la faccia e non nascondono la verità. Il potente amministratore delegato Dimon è stato così costretto a presentarsi ai microfoni della potente tv NBC e riconoscere non solo di aver sbagliato a sottovalutare il caso ma che “ il maxi-buco fu un terribile, oltraggioso errore per il quale non ci sono scuse e la banca ne dovrà pagare il prezzo”. Il titolo ha perso in Borsa subito il 10 per cento e la triplice A da parte delle agenzie di rating. Il colossale passo falso di Jp Morgan potrebbe ora scatenare altre tensioni nel sistema bancario mondiale.

Moody’s ha proceduto al declassamento di numerose banche a partire da quelle americane che hanno in portafoglio oltre 231 miliardi di dollari in derivati dei circa 465 totali. Una montagna. Il problema è che questi strumenti finanziari più che per diversificare i rischi come sosteneva nel 1999 il presidente della Federal Riserve Alan Greespan sono sempre più utilizzati a fini speculativi, moltiplicando così i rischi.

Tornano, pertanto,all’attenzione politica e finanziaria le questioni legate ai Credit default swap, cioè delle polizze assicurative che vengono comperate dagli investitori per proteggersi dal rischio d’insolvenza di qualunque emittente obbligazionario: Stati, banche, aziende. E poiché queste polizze sono negoziate il loro valore cambia continuamente. E come le ultime esperienze insegnano sono i mercati ad influenzare l’economia e a determinare le politiche dei governi e delle aziende.

L’allarme è quindi alto sia oltreoceano che in Europa dove si sollecitano nuove e più precise regole. I derivati dovrebbero essere allora negoziati in Borsa e superare gli ostacoli frapposti dalle lobby che hanno impedito e ritardato il varo di norme di trasparenza in materia. E’ sugli scambi fuori mercato che “sguazza” la speculazione. La mole dei derivati è 14 volte più grande della capitalizzazione di tutte le Banche del mondo. Nove volte più del Prodotto interno lordo della terra. Intorno a loro giri vertiginosi di affari economici e politici. Da alcune inchieste della Magistrature italiana sta emergendo che spesso le banche hanno venduto derivati ad enti locali ( Comuni, Regioni, Province), ad enti ospedalieri, istituti previdenziali facendo la “ cresta” con costi occulti. Clamorose furono le vicende dei Boc del Comune di Roma e di Napoli ai tempi di Rutelli e Bassolino.

A livello mondiale si tenta di arginare il danno e di restringere il caso Jp Morgan nell’ambito di una valutazione sbagliata sul miglioramento di salute di alcune aziende. Non si è trattato di derivati di Stati concentrati in gran parte in mani americane. La perdita di 2-4 miliardi di dollari è un duro colpo ma può essere riassorbita dalla prima banca Usa che solo nel primo trimestre 2012 ha incassato 5, 4 miliardi di dollari. La perdita di prestigio e d’immagine è tuttavia immensa. I fatti di Jp Morgan costituiscono per la Casa Bianca l’occasione per una stretta sulla necessità di varare la riforma di Wall Street e in particolare del trading bancari sulla base della proposta Volker Rule.

Dalle vicende del crac Lehman Brothers del 2007/8 è apparso chiaro che il sistema finanziario ombra ( quel complesso di operazioni, intermediari, mercati che svolgono la stessa funzione delle banche senza però alcun regolamento) sia diventato troppo grande, complesso e pieno di trappole. Sfuggono ai controlli intermediazioni dell’ordine di 11 miliardi di dollari in Europa e 15 miliardi negli Usa, con effetti negativi sulle politiche economiche della moneta e quindi sui mercati regolamentati. Il fatto che una banca come Jp Morgan usasse i derivati in maniera così aggressiva da perdere più di 2 miliardi di dollari in 6 settimane ha riproposto il tema di quanto valga questo mercato e quanto margine ha la speculazione.

Le ultime statistiche della Bri calcolano che nel 2011 l’intero mercato di questi strumenti ammonti a 647 miliardi di dollari in valore nominale. E uno degli strumenti più utilizzati sono i CDS ( Credit default swap) che da strumenti di gestione dei rischi sono diventati mezzi per speculare. Le banche, per lo meno quelle italiane, dicevano di voler aiutare Comuni e Regioni a trasformare un mutuo o bond da tasso fisso a variabile ma in realtà intascavano decine di milioni di euro senza correre alcun rischio e senza metterci un euro. I politici d’altra parte prendevano subito i soldi per spenderli ed avere consenso rimandando ai successori l’onere di rimborsarli. E’ così che si è creato il circolo viziose del debito pubblico.

Sergio Menicucci
08/05/2012 [stampa]
La sconfitta di Sarkozy e il futuro dell’Europa.
L’appello di Giuliano Ferrara su Il Giornale, nel giorno del ballottaggio in Francia, a “gustarsi la vendetta contro Sarkò”, è stato davvero invitante.

E non vi è dubbio che l’”esuberanza” dell’ex Presidente francese che, quando venne eletto, sembrò contribuire al rilancio di una politica di centrodestra in Europa che abbandonasse la cultura politica degli anni sessanta, e che , invece, ha dato spazio alle tentazioni nazionaliste in stile neocoloniale e ad un profilo di una politica finanziaria europea al carro della Germania, poco o per nulla solidale con il resto del continente, ha deluso chi si aspettava una autentica novità.

Ma la vendetta, sanzionata peraltro dagli elettori francesi, non appartiene alle categorie politiche e, quindi, non ci sentiamo soddisfatti da questo sentimento.

Hollande che riporta la sinistra francese al vertice dello Stato rappresenta una volontà poco omogenea nei contenuti di governo, ma appare prevalentemente accumulata dal rifiuto di una Europa che ponga a base della sua politica il rigore finanziario.

Che , in sostanza, rifiuta l’effetto di una politica europeista fondata unicamente o prevalentemente sull’economia.

I due antagonisti non ci hanno mai entusiasmato.

Siamo lontani dai grandi confronti delle presidenziali d’oltralpe quando si afrontarono De Gaulle e Mitterand o dello stesso con Jacques Chirac, con due programmi politici e due visioni dell’Europa e del suo futuro.

Si nota un ridotto profilo politico a beneficio di una visione burocratica che se ha imprigionato soprattutto il presidente uscente , non ha mancato di palesarsi anche nel candidato socialista.

Non c’è dubbio che il dato più immediato di questa elezione sia l’effetto di isolamento della politica di Angela Merkel e la possibilità di una attenuazione della linea rigorista poco attenta alle esigenze della crescita .

E’ facile pensare che ci possa essere una sollecitazione verso quegli elementi che l’Italia aveva portato alla discussione dei consessi europei come il sottrarre la spesa per nuovi investimenti al rapporti tra debito/pil, o la possibilità di dare vita agli eurobond.

E’ altresì probabile che ci possa essere un ritorno a politiche etichettabili come keynesiane, cioè al rientro di interventi dello stato a sostegno della domanda interna.

C’è , obbiettivamente , anche il rischio che sopraggiunga una ripresa di eccesso di statalismo, mentre dovrebbe essere percorsa una strada che se non lasci al mercato la prevalenza assoluta – anche per gli effetti devastanti della deregulation finanziaria – non venga percorsa la vecchia strada di un intervento dello stato nell’economia che vanifichi un’opera equilibrata e positiva della cosiddetta “mano invisibile”.

E’ assolutamente necessario che in Europa si ponga mano con immediatezza a politiche di contenimento della recessione in atto. Ma occorre far presto perché se l’attuale condizione recessiva dovesse divenire strutturale sarebbe difficile uscirne e sarebbe pesantissimo il costo per i ceti medi europei.

In sostanza si richiede nella politica europea una forte capacità di indirizzo politico, di interpretazione delle sollecitazioni degli interessi dei ceti produttivi e delle tutele dei settori popolari più esposti, con una dose molto alta di sintesi e di capacità di decisione.

Sarebbe, cioè necessario il ritorno alla grande politica e non il rifugiarsi nelle ricette economicistiche e tecnocratiche.

Il desolante spettacolo della qualità della politica, dei partiti e della classe dirigente – non solo in Italia - ci indurrebbe al pessimismo, anche se non accettiamo quell’idea determinista che vedrebbe il tramonto dell’Europa e continuiamo a sperare nella forza dello spirito vitale europeo, delle sue radici e della sua tradizione. o
26/04/2012 [stampa]
Le elezioni Francesi e l’Europa.
Le elezioni francesi sembrano sempre più assumere un significato che travalica i confini nazionali.

Forse mai una competizione tra due candidature ha rappresentato, come in questo caso, uno scontro tra due differenti prospettive di politica estera.

E’ noto l’asse politico tra Sarkozy e la Cancelliera Merkel e sono altrettanto noti i contenuti critici con i quali Hollande ha riempito la sua campagna elettorale che intendono mettere in discussione non tanto e non solo questo asse, ma soprattutto i suoi contenuti riferiti ai termini di politica finanziaria dell’Europa.

Sarkozy rischia di pagare il prezzo di una rigidità finanziaria che è stata imposta dalle tradizionali convinzioni della Bundesbank.

I due leader , per certi aspetti, hanno identificato una linea che ha portato anche i rispettivi partiti a difendere una politica di rigida stretta finanziaria e di una esposizione all’azione dei mercati finanziari che,per quanto attiene l’Europa, hanno agito con pesanti ondate speculative.

La rigidità degli interventi governativi in Irlanda e Grecia, ma anche in Portogallo, Spagna e Italia – e in altri Paesi, vedi Olanda - sta innestando una forte recessione a livello europeo e mette in discussione lo stesso Euro.

E’ singolare che la linea politica delle due compagini del partito popolare europeo si sia appiattita sulle tesi della Bundesbank, forse è un segnale della debolezza politica europea di fronte alle forze della finanza.

Questo contesto ha prodotto un risultato elettorale che vede oltre il 50 per cento dei francesi , sostanzialmente, contro l’Europa attuale ed è la conferma di un orientamento che si era reso evidente anche al tempo del referendum sulla Costituzione europea.

Questo risultato dovrebbe far riflettere quelle forze politiche che in Italia si sono appiattite acriticamente sull’Europa di oggi a cominciare dal PD che appare assolutamente differente dai socialisti francesi a dimostrazione di come il pensiero socialdemocratico a Parigi abbia lasciato contenuti evidenti a sinistra, mentre in Italia è prevalsa nei post comunisti una linea giacobina, radicaleggiante, permeabile all’influenza della borghesia finanziaria.

Nel ballottaggio del 5 maggio, ove apparirebbe tendenzialmente favorito il candidato della sinistra, si giocherà una decisiva partita per l’Europa.
29/03/2012 [stampa]
Visita in Asia del premier italiano Consensi per Monti da Obama e Hu Jintao.
Il summit a Seul e soprattutto la visita di tre giorni a Pechino hanno permesso al premier Mario Monti di fare bottino di economi da parte dei più potenti leader del mondo.

Ha iniziato Barak Obama a congratularsi per “ il ruolo molto importante dell’Italia sullo scenario europeo”. Con il presidente degli Usa Monti si era già visto alla Casa Bianca in febbraio quando il professore, nel pieno della crisi dello spread e dell’eruro, si era incontrato con i grandi della finanza di Wall Street. Obama continua ad essere molto sensibile al ruolo di mediatore di Monti tra la Merkel e Sarkozy ed attento alle sensibilità degli italo-americani che a novembre voteranno per le presidenziali.

Piacciono agli americani gli sforzi dell’ex Rettore della Bocconi e senatore a vita in ordine alle politiche di bilancio e delle nuove regole adottate dalla Ue con il “ Fiscal compact” e soprattutto l’impostazione di una più robusta politica a favore della crescita. A Seul Monti ha potuto riallacciare un filo diretto con la Spagna del conservatore Mariano Rajoy dopo l’equivoco nato a Cernobbio per un’affermazione del professore sulla situazione economica spagnola.

Il risultato più consistente e concreto del viaggio in Asia del Presidente del Consiglio italiano è venuto dagli incontri con i massimi vertici della Cina che sono alle prese con un profondo rinnovamento generazionale ed anche con tensioni mai sopite tra le due anime dell’apparato del partito comunista che si sfidano nel controllo del potere dell’immenso paese di oltre un miliardo e 400 milioni di abitanti.

Il Presidente Hu Jintao, colpito favorevolmente nell’aver constato i miglioramenti italiani degli ultimi mesi, si è sbilanciato promettendo di suggerire “ a tutte le autorità e alla business community cinese di investire in Italia sia dal punto di vista finanziario che da quelle economico”.

C’è attenzione, a livello internazionale, verso la recente evoluzione dell’economia italiana, tenuto conto come osserva il Premio Nobel Martin Feldestein che sarebbe un grave errore” pensare che l’emergenza sia finita: vale per l’Europa dove spirano venti di recessione ma anche per l’America che vive una fase di crescita che potrebbe essere temporanea se non verranno rinnovati gli sconti fiscali dell’era Bush che scadono nel 2013”.

Nella tappa a Pechino Monti ha avuto colloqui con il numero uno del fondo sovrano China Investment Corporation Lou Jiwei nel tentativo di conciliare due esigenze: quella italiana di trovare finanziamenti e quella cinese di piazzare la forte liquidità ( 400 milioni di euro).

Altri incontri con il premier Wen Jiabao, con il suo vice e prossimo leader Xi Jimping e il governatore della Banca centrale che sta gestendo la leva monetaria dopo le pressioni dell’America e dell’Europa di rivalutare lo yuan. Per comprendere la reale situazione italiana a metà marzo era a Milano e Roma il viceministro del Commercio Jiang Yaoping quasi in coincidenza con la chiusura dell’operazione di acquisizione per 374 milioni di euro da parte del gruppo Weichai dell’impresa nautica Ferretti, maggior produttore mondiale di yacht di lusso.

L’Italia rientra nell’orizzonte cinese di espansione all’estero per sostenere la spinta dei consumi interni. Attualmente sono 92 le imprese italiane controllate o partecipate da capitali cinesi con un fatturato di 2 miliardi e mezzo e 5 mila dipendenti. Senza contare l’intera comunità dei Campi di Bisanzio presso Firenze, quella di Prato o i commercianti di Roma. Tra i marchi più importanti il colosso delle telecomunicazioni Huawei, quello degli elettrodomestici Haier e dei macchinari Roomlion.

C’è, dunque, molto margine sia in ordine all’interscambio che sul piano degli investimenti cinesi diretti fermi a 10 milioni di euro. Pechino, osserva il presidente della Fondazione Italia-Cina Cesare Romiti, è sempre più rilevante quale fonte di investimenti diretti esteri.

L’immenso mercato cinese dell’auto ( 13 milioni di vetture) interessa anche la Fiat che dopo la produzione della Dart in America approda in Cina con una vettura della serie Giulietta Alfa Romeo che si chiamerà Viaggio e che sarà l’attrazione del salone di Pechino di primavera ( sergio menicucci)
08/03/2012 [stampa]
La vittoria elettorale di Putin e la costruzione di una democrazia identitaria.
In fondo, sulla stampa “autorevole” , che offre grande spazio all’opposizione contro Putin, l’articolo più realista lo ha scritto il vecchio, ma sempre lucido Arrigo Levi.

Nel Corriere della Sera del 5 marzo, riferendosi alla giovane democrazia russa afferma, innanzitutto, che le sue difficoltà sono “il prezzo dei ’74 anni di marcia verso il nulla’ “ che “non è stato ancora del tutto pagato”; cioè derivano da un comunismo che aveva desertificato il Paese.

“ La fiducia che allora provammo nel popolo russo – scrive - e nella sua capacità di gestire subito con successo la libertà ritrovata era forse un po’ troppo ottimistica; prematura la speranza che la Russia si fosse di colpo trasformata in una solida democrazia multipartitica”.

Dopo la fine ingloriosa del sistema comunista , nelle rovine che questo aveva lasciato, si sviluppò nel Paese il tentativo, - che, se riuscito, sarebbe stato fatale ,- di realizzare un oligopolio privato delle risorse energetiche, unica sua reale ricchezza .

E’ anche assai probabile che gli oligarchi di allora non solo agivano sulla base di interessi economici stranieri, ma che avrebbero, da quelle posizioni, esercitato una determinante influenza sulla politica e sul sistema sociale della Russia.

Ancora una volta il destino della Russia sarebbe stato quello del “salto “ storico , come era avvenuto nel 1917 : da una società “feudale” al “socialismo reale”, nel 1991 stava avvenendo il passaggio dal “socialismo reale” al “governo degli oligarchi”, senza la ricostruzione di un equilibrato mercato interno ove ci fosse un giusto rapporto tra l’economia pubblica e quella privata, terreno di coltura della democrazia.

Senza l’affermazione di un interesse nazionale russo e di un ruolo importante dei partiti, cioè del potere politico rispetto a quello economico, non si sarebbero potute costruire le basi di una evoluzione che può andare verso un sistema di piena democrazia.

Arrigo Levi poi, circa la possibilità che Putin “ vincitore delle elezioni con una maggioranza superiore alle previsioni”, possa “trasformarsi in riformatore coraggioso” e “aprire un nuovo dialogo con la società russa” mostra di non condividere il “pessimismo” espresso , tra gli altri, da un articolo di Venturini.

Su tale possibile ulteriore evoluzione di Putin, Arrigo Levi, rifiutando il pessimismo e l’ostilità cruenta di una parte dell’Europa, soprattutto ispirata dall’Inghilterra, indica come sia, invece, “ interesse vitale dell’Unione europea (non soltanto per la nostra cospicua dipendenza dalle forniture di gas o petrolio russo ) mantenere con la Russia oggi e in ogni circostanza, un solido rapporto di pacifica convivenza e di forte collaborazione economica e politica”.

A rafforzare questo ragionamento obbiettivo soccorrono anche alcune riflessione di Piero Laporta su Italia Oggi del 7 marzo, non tutte condivisibili, ma efficaci nel sottolineare che i prevedibili attacchi al premier russo “nelle prossime settimane”, giungeranno “ da giornalisti prezzolati che non si accorsero che le speculazioni contro i Btp, l’impennarsi dei prezzi e la crisi economica non nacquero a Mosca , bensì a causa dei nostri alleati “.

Putin in Russia è impegnato a costruire quella che potremmo definire una democrazia identitaria, cioè un sistema politico basato sul principio della libertà politica, ma attento a non tagliare le radici della storia e dell’ identità russe.

L’idea dell’”unione euroasiatica”, lanciata da Putin in un articolo sull’Izvestia dell’ottobre scorso, ora che è definitivamente crollata ogni prospettiva totalitaria, rappresenta un orizzonte nel quale sanare le tragiche ferite delle guerre napoleoniche e hitleriane e costruire una grande area geopolitica di peso internazionale e di sviluppo dell’economia reale.

Gli ottimi rapporti con la Chiesa Ortodossa sono testimoniati dalle dichiarazioni del Patriarca di Mosca e di tutte le Russie , Kirill, che si è congratulato con Putin “per il forte sostegno datovi dalla maggioranza degli elettori russi, tra cui vescovi sacerdoti e molti fedeli della Chiesa russo ortodossa testimonia la fiducia nelle vostre capacità di leader nazionale “ e “l’apprezzamento per i cambiamenti positivi nella vita del Paese”.

Esprimono con efficacia questo orizzonte identitario anche il ritorno all’obbligatorietà dell’insegnamento religioso nelle scuole , apprezzato in Italia da Russia Cristiana e l’impegno per lo sviluppo demografico che non rappresenta solo un obbiettivo legato allo sviluppo economico e alla valorizzazione dello “spazio vuoto” ma, come ha scritto lo stesso Putin sulla Komsomolskaia Pravda ai primi di febbraio, comporta “il rafforzamento dei sostegni familiari (in particolare alle famiglie con tre figli ) e una politica migratoria che assicurerà l’arrivo di 300 mila persone l’anno tra russi emigrati in passato e mano d’opera qualificata”. ( Corsera 14 febbraio 2012 ).

Questi obbiettivi non sono elementi marginali, ma costituiscono i contenuti da offrire ad un società che attraverso la riscoperta di alcuni valori , cancellati nel passato dal nichilismo sovietico, possono rafforzare la prospettiva di una democrazia forte .

Al fondo di questa prospettiva c’è, probabilmente, un’equazione personale del leader russo che come ha raccontato La bussola Quotidiana del 10 gennaio di quest’anno ha ricordato “ un segreto custodito per sessanta anni “, cioè il battesimo nella Cattedrale di San Pietroburgo dove “ accompagnata da un vicino, mia madre mi portò a battezzare in segreto sfidando la contrarietà di mio padre , ufficialmente ateo e iscritto al Partito Comunista “.
22/02/2012 [stampa]
L’Europa salva la Grecia per evitare il contagio.
L’Europa evita il fallimento di Atene. Al termine di 14 ore di trattative è stata raggiunta un’intesa tra i Ministri delle Finanze Ue, la Banca centrale e il Fondo monetario internazionale. Gli aiuti per 130 miliardi di euro al paese ellenico sono stati possibili anche per il superamento del nodo del debito greco nei confronti dei privati. Le Borse, tuttavia, restano scettiche, nonostante l’ok degli Usa e la telefonata di congratulazioni di Barak Obama al Cancelliere Angela Merkel. Per il premier italiano Mario Monti è stato fermato il contagio che rischiava di coinvolgere altri paesi. “ Ora, ha detto il Presidente del Consiglio italiano, è il momento per concentrarsi sulla crescita e portare a compimento l’opera di risanamento avviato dall’Italia per uscire da baratro della crisi finanziaria”.

Il percorso che ha portato alla concessione della seconda tranche di aiuti alla Grecia era iniziato nel 2009 ed ha attraversato, in 2 anni e mezzo, travagliati alti e bassi, con tensioni interne molto forti, provocate dalle reazioni dei lavoratori, soprattutto pubblici dipendenti, alle misure anti-crisi. Era stato il premier socialista del nuovo governo George Papandreu ad annunciare che il disavanzo avrebbe raggiunto il 16% del prodotto interno lordo. Subito dopo le 3 agenzie internazionali di rating avevano classificato i titoli di Stato greci a livello di spazzatura.

Alla richiesta di aiuto i Ministri delle Finanze dell’eurozona decisero a metà 2010 di garantire alla Grecia un prestito di 110 miliardi di euro in 3 anni, prima tranche 14, 5 in prestito appena in tempo per la scadenza del pagamento dei titoli di Stato in scadenza.

Nel giugno 2011 il governo greco approvò un piano di austerità da 28 miliardi di euro che scatenò violente reazioni di piazza durante le quali restarono ferite 300 persone.

Il piano, duro da accettare da parte dei greci che accusavano i politici di aver nascosto la situazione reale all’Ue al momento dell’ingresso nella Comunità, era una condizione necessaria, secondo Bruxelles, per altri aiuti di 8,7 miliardi di euro. La mancanza, però, di un secondo pacchetto di salvataggio stava per portare Atene in default, divenendo così il primo paese sviluppato a dichiarare la bancarotta negli ultimi 60 anni.

La situazione precipita ad ottobre 2011 quando il Ministro delle Finanze Venizelos annuncia che la Grecia non raggiungerà gli obiettivi concordati con i creditori internazionali.

Scatta l’allarme. Tutti gli organismi europei si rendono conto che la situazione sta precipitando e che occorrono, quindi, interventi comuni e decisi.

I leader europei raggiungono faticosamente un accordo con i creditori in base al quale gli investitori accettano una perdita del quasi 50% del valore nominale ei bond in loro possesso. Si spera così di portare il livello del deficit al 120% del pil, rendendo possibile un novo pacchetto di salvataggio del valore di 130 miliardi di euro.

Sotto la pressione degli organismi internazionale e della piazza il premier Papandreu promuove un nuovo governo di unità nazionale per l’applicazione delle misure anti-crisi e l’indizione di elezioni anticipate nell’aprile del 2012.

Socialisti, conservatori e il partito di destra trovano l’intesa sul nome di Lucas Papademos, un economista che era stato vicepresidente della Bce. Il nuovo Primo Ministro inizia una lunga trattativa con Bruxelles, la Bce e il Fmi. Il 21 febbraio 2012 la fumata bianca: via libera dei paesi dell’eurozona e dell’Inghilterra per il secondo prestito di 130 miliardi, evvitando alla Grecia il fallimento che si stava profilando con le scadenze di marzo.

L’accordo è considerato da quasi tutti gli ambienti politici ed economici importante perché toglie i rischi immediati di contagio. Mette anche insieme solidarietà e disciplina come chiedevano i paesi del nord Europa.. La Grecia dopo aver ottenuto 240 miliardi di denaro fresco( oltre allo sconto dei privati” sarà “ correttamente monitorata” nell’applicazione delle misure concordate. Se per Mario Draghi “ è la prova che l’Europa è in grado di funzionare”, l’Olanda ha chiesto che la “ troika finanziaria” continui a osservare la Grecia impegnata nel risanamento del debito. Quel controllo che è mancato in passato Il percorso per diventare virtuosi è lungo. Le scadenze improrogabili arriveranno nel 2020. Nel frattempo anche la Grecia deve avviarsi sul cammino della crescita e della creazione di posti di lavoro. La base di partenza sono le 8 priorità indicate nella lettera dei 12 Stati ( c’è l’Inghilterra ma non Berlino e Parigi) inviata ai vertici europei. ( smen)
14/02/2012 [stampa]
La Grecia, l’Europa e il governo Monti
Mario Sechi su Il Tempo del 13 febbraio, coraggiosamente esce fuori dal conformismo acquiescente nei riguardi delle ricette anticrisi dell’Europa e del Fondo monetario internazionale e descrive quella che lui definisce come “ la distruzione del popolo greco” . “Il piano di salvataggio della Grecia - scrive – è in realtà un piano di affondamento di una nazione e della stessa Europa”.

Il risultato delle misure che lo stesso Parlamento di Atene dovrà approvare sotto il ricatto della concessione del prestito, ”sarà l’innesco di una tensione sociale senza più limiti, la depauperazione della ricchezza, la fuga degli ultimi capitali rimasti e la nascita di un fascio comunismo che si propagherà al resto dell’Europa”.

Con acuta malizia, il direttore del quotidiano romano, ricorda “il punto di partenza ipocrita” di queste misure e cioè “salvare le banche tedesche e francesi”, “piene di debito greco”; rimpiange “i padri fondatori dell’Europa” e rimanda alle sue radici : “sul Partenone sono nate la nostra cultura, la nostra filosofia, la nostra prima idea di politica”.

Ma è proprio l’annullamento della politica che sta uccidendo la Grecia e può uccidere l’Europa.

Anche Giulio Tremonti nel suo recentissimo libro “Uscita di sicurezza” descrive la crisi dell’Europa proprio ponendo a confronto la “differenza essenzialmente politica” di quanto avvenuto negli Usa nel 2008 e quanto star avvenendo adesso nel continente.

“ Negli USA la crisi è stata infatti e fin dall’inizio, e in definitiva è ancora, soprattutto una crisi bancaria, risolta con una forte e concentrata azione politica del Governo”.

D’altro canto “ in Europa è invece tutto molto diverso… qui la crisi è diversa nella struttura: non solo crisi bancaria, ma,… anche crisi di debiti pubblici”.

“Gli Usa sono uno stato federale… hanno una vera Banca centrale” e lì “la mano pubblica è diventata improvvisamente visibile e si è sostituita all’istante all’invisibile mano del mercato”.

Più oltre, nella descrizione delle caratteristiche dell’Europa, Tremonti indica il rischio che la sua edificazione, nata dall’illusione di “costruire una nuova , avveniristica e positiva politica positiva”, si trasformi “in un cumulo di macerie”.

Per l’ex Ministro, si ha in Europa “”una crisi vera e una finta Banca Centrale”; “una moneta senza Stati ma anche Stati senza moneta” , “una crisi che passa … dalla moneta alla politica, dato che è stata proprio la politica a costruirsi a immagine e somiglianza dell’economia, sintetizzata a sua volta nella moneta” ; “una moneta senza governo, che trasforma la democrazia in una forma di governo della moneta mai vista prima”.

Il risultato di tutto ciò Tremonti lo evidenzia in una prospettiva civile che conduce all’annullamento delle identità e della storia: “E’ inaccettabile che tutto , la dimensione e la struttura , non solo dell’economia, ma anche della nostra vita – il nostro passato, il nostro presente , il nostro futuro – debba e possa essere concentrato, ridotto e misurato dallo spread o dal saggio di interesse pagato sui titoli del debito pubblico , in un giorno in un asta. Senza la minima analisi di base economica e di prospettiva storica”.

Il Time ha dedicato la copertina del settimanale a Monti , in occasione del suo viaggio negli Usa dove ha incontrato il presidente Obama , ma si è recato anche nel “tempio del business globale”, domandandosi : “Quest’uomo potrà salvare l’Europa ? “.

Innanzitutto occorrerebbe capire se salvare l’Europa significhi salvaguardare la sua identità, la sua storia e il suo ruolo nella scena internazionale , oppure significhi salvare le banche e , soprattutto, la cosiddetta comunità finanziaria.

Ci sembrerebbe inusuale che possa essere un élite tecnocratica a compiere un’opera altamente politica.

Parleranno i fatti.

Attendiamo ancora i provvedimenti del governo Monti per la trasformazione della spesa pubblica in spesa produttiva e decisioni che, sostituendo gli attuali interventi a pioggia, siano di reale stimolo alla ripresa economica.

Attendiamo anche che l’Italia , se la nuova autorevolezza è reale, intervenga nelle sedi giuste, affinchè si ponga mano alla debolezza politica dell’Europa, chiusa nell’orizzonte tecnocratico e nei confini della prevaricazione finanziaria e speculativa.

Ascoltiamo con interesse le voci di coloro che denunciano la grave condizione di assenza politica dell’Europa, auspicando che le forze politiche facciano la loro parte.
19/12/2011 [stampa]
La Russia, gli Stati Uniti , la Cina. e l’Europa ?
I commenti della stampa occidentale, le manifestazioni con i contestatori così definiti dal Financial Time “autosufficienti, anglofoni, giocolieri dell’iPad di circa 30 anni” e , soprattutto le dichiarazioni di Hillary Clinton, segnano una conferma delle diffidenze internazionali nei confronti di Putin.

Si è messa in atto una azione persuasiva di forte impatto per sostenere una “primavera russa” in analogia con le proteste e i cambi di regime nei paesi arabi.

Questo auspicio è sostenuto non solo con commenti e analisi politiche sui quotidiani più autorevoli a carattere internazionale, ma anche da ambienti istituzionali statali o parastatali della politica statunitense, quali, riferisce Il Riformista del 23 novembre, il National Endowment for Democracy che mette in campo attori americani e stranieri o il National Security Council che, addirittura, per seguire la recente campagna elettorale e quelle presidenziali in Russia ha stanziato circa nove milioni di dollari.

C’è da dire che il “cesarismo” di Putin non si presenta affatto con le caratteristiche dei dittatori del nord Africa, ma come un forte connotato di “democrazia sovrana”, cioè di una democrazia identitaria.

Il costante richiamo contro le interferenze straniere, l’appello per la integrità della patria, le difese che lo stato pone per contrastare quegli elementi che potrebbero portare ad una disgregazione dell’immenso paese euroasiatico, caratterizzano la Russia di oggi.

Il responsabile di Obama della politica russa Michael Mc Faul ha definito il leader del Cremlino “lo Stalin della rivoluzione democratica del ’91 “ forse per mettere in discussione quelle scelte che a suo tempo spinsero il successore di Eltsin ad arrestare un assetto nel quale dilagava la privatizzazione delle risorse russe , contrastate in difesa di un interesse nazionale .

L’atteggiamento della politica americana verso la Russia che, tra l’altro per le vie diplomatiche ha espresso gravi riserve circa i programmi di cooperazione con l’Europa per i progetti di integrazione energetica è anche il frutto di uno scenario mutato dell’orizzonte internazionale degli USA.

Nell’interessante libro di Herry Kissinger “ On China”, recentemente tradotto in Italia, l’ex Segretario di stato scrive nel capitolo sul “nuovo millennio”, a fronte della “nuova realtà” che va presentandosi che “gli stati Uniti e la Cina capivano di avere bisogno gli uni dell’altra , perché erano tutti e due troppo grandi per essere dominati, troppo speciali per essere trasformati e troppo necessari gli uni all’altra per potersi permettere l’isolamento”

Queste considerazioni sono un elegante giustificazione di una visione imperiale che riguarderebbe le due nazioni le cui relazioni, sostiene Kissinger nelle ultime pagine del libro “non devono e non dovrebbero diventare un gioco a somma zero”.

A fronte di questa visione imperiale manca quello che Parag Khanna definisce il terzo impero quello del continente euroasiatico con l’integrazione tra Europa occidentale e la Russia, peraltro descritta autorevolmente come la “casa comune europea”.
05/12/2011 [stampa]
Anche in Egitto dilagano i partiti musulmani, si compone il puzzle geopolitico nella regione.
I primi dati dei risultati elettorali in Egitto sono molto chiari: nei nove governatorati dove si sono svolte le elezioni lunedì 28 novembre i Fratelli Musulmani sono al 50 %, i salafiti sfiorano il 20%.

L’inviato de La Stampa commenta: “cifre , se confermate, da sbaragliare anche la più allenata immaginazione”.

Continua il giornale : “ il Plj ( fratelli musulmani ) ha dominato nelle zone rurali. Ma ad Alessandria i “taleban” che hanno minacciato di dichiarare infedele chi vota per cristiani e laici, sono arrivati addirittura al 24% e sono il primo partito a Kafr al Sheikh nel Delta “.

Quello che colpisce è la “sorpresa” che manifestano quei commentatori occidentali che avevano acriticamente esaltato le rivolte del nord Africa come una rivoluzione liberale e democratica.

Forse avevano riposto le loro speranze sul Blocco Egiziano guidato dal magnate cristiano Naguib Sawiris , un raggruppamento formato “da liberali e gauchiste”, fermo al 16%.

E’ evidente che a fronte di questa ondata di consensi la giunta militare sarà costretta presto a passare la mano e lasciare il governo del Paese a forze politiche che sosterranno con certezza le ragioni dei “musulmani” secondo una logica integralista.

Già cominciano a girare le dichiarazioni sulla concreta possibilità che i due raggruppamenti islamisti possano allearsi per i secondo turno, laddove Libertà e giustizia non raggiunga la maggioranza assoluta, per poi dar vita ad una coalizione di governo che andrebbe oltre il 65 per cento. Sembra assai improbabile che il partito islamista vincitore, scelga di dare vita ad una alleanza con i laici cristiani copti.

Il clima è quello, come sottolinea anche l’Avvenire del 2 dicembre, di un cambiamento epocale : “ per la Fratellanza musulmana sembra giunta l’ora della rivincita tanto attesa, dopo essere stata fuori legge fin dai tempi di Gamal Abdel Nasser”. Nonostante qualche dichiarazioni moderata “non sono mancate le polemiche: in particolare i Fratelli musulmani sono stati accusati, con i loro volontari presenti davanti a tutti i seggi dei nove governatorati di aver influenzato , forse anche intimorito , molti elettori “

Se si volge lo sguardo ai mutamenti complessivi nella regione si va costruendo un’area vasta che ritrova sul piano politico una identità a forte componente religiosa.

Tutte le leadership che si erano svincolate dal condizionamento integralista sono cadute una ad una; intorno ad Assad si sta stringendo un assedio che non ha avuto un esito cruento solo per le prese di posizioni della Russia , sia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, oltre che della Cina , sia come presenza militare.

Tuttavia questo scenario fa crescere la tensione e Putin rilancia una politica di difesa che mette in conto un possibile antagonismo non solo diplomatico con gli Stati Uniti che, probabilmente ritiene interessati se non sostenitori dei cambiamenti in atto.

Anche le prove di guerra con l’Iran ( ritiro dei rappresentanti diplomatici ) contribuiscono a far prevedere scenari di guerra e non a caso l’opzione militare nei riguardi di Teheran è andata crescendo man mano che si sviluppava la cosiddetta “primavera araba”.

E’ oggettivamente aumentato il vuoto diplomatico intorno a Israele. Limes la rivista di geopolitica ha dedicato il n. 5 di quest’anno ad tema: “Israele più solo più forte”. Ma questo significa che i pericoli di un conflitto che si espanderebbe come le onde di un terremoto, sono cresciuti.

Tutti questi possibili sviluppi erano facilmente prevedibili sin dall’inizio delle vicende che si sono succedute nel nord Africa quest’anno.

Tuttavia, ancora una volta si è reso evidente come nei partiti e negli intellettuali della sinistra – soprattutto in Italia - prevalga una idea “utopistica” ed irreale della situazione dei paesi a forte componente musulmana e che comporta un tragico errore di valutazione nel voler assimilare le rivolte di quest’anno ad un percorso verso la democrazia.
09/11/2011 [stampa]
“L’occidente non caschi nel bluff della primavera Araba”.
Dan Schueftan , analista strategico israeliano, su Limes n. 5/2011, in una articolata intervista, interpreta le prospettive aperte dalla “primavera araba”, paragonata da autorevoli uomini delle istituzioni al Risorgimento italiano.

“ Innanzitutto, - spiega Schueftan - la ‘primavera araba’ non ha portato nulla di buono per nessuno dei paesi che vi sono coinvolti”. “ La situazione dell’Egitto - prosegue – non è certo migliorata dopo la rivoluzione; la Giordania si trova in grande pericolo di instabilità. Insomma, le rivoluzioni hanno per il momento contribuito solo ad aumentare l’instabilità dei paesi coinvolti e nella regione intera”.

Ma l’autorevole analista israeliano prosegue: “ La ‘primavera araba’ , in una prospettiva generale, non ha portato nulla di buono sotto nessun aspetto. Perfino la speranza espressa da molti – che essa potrà avviare processi di democratizzazione nei paesi toccati dai rivolgimenti – è quantomeno dubbia”. “Forse l’Occidente – conclude – dopo che sarà calato il polverone che avvolge oggi la situazione politica di questi paesi, capirà che la caduta di un dittatore non significa assolutamente che il suo posto verrà preso da un regime democratico”.

Un risultato molto tangibile di questi avvenimenti è che Israele si sente più isolato, rispetto al contesto della Regione e avverte l’esigenza di tutelarsi rispetto a questa condizione.

Non hanno riflettuto i nostri vecchi soloni che questa condizione, oltre ad essere oggettivamente negativa per l’Occidente, rischia di aprire teatri di guerra ?
09/11/2011 [stampa]
Compravendite di case a Cuba.
  L’acquisto, la vendita, la permuta, la cessione e la donazione delle abitazioni sono diventate legali anche a Cuba dal 10 novembre 2011. Una svolta nel regime socialista castrista. Per quasi 50 anni i cubani pur avendo un titolo che dimostrava il possesso della casa in concreto non ne erano i proprietari perché l’unica proprietà giuridicamente legale era dello Stato. I principi del movimento rivoluzionario di Fidel Castro non ammettevano il concetto di proprietà privata e quindi anche i diritti e le decisioni sulla casa, considerato un bene prezioso e indispensabile anche a Cuba, erano limitati.

Anche però nei regimi autoritari la realtà supera le restrizioni e le imposizioni e così si era venuto a formare un attivo e fiorente mercato immobiliare in nero. L’atto di compravendita ha continuato per 50 anni ad essere proibiti e gli scambi ( le permute) erano vincolati a permessi, controlli, ostacoli, favori di ogni specie.

Con il decreto legge n. 288 dei primi giorni di novembre il regime cubano di Raul Castro ha legalizzato uno stato di fatto, una pratica che molti seguivano da tempo. Alla fine anche il partito comunista ( l’unico partito legale a Cuba) ha approvato la riforma. Ora i cubani possono vendere o comperare le abitazioni( si potrà possedere una sola casa come residenza principale per i residenti e una per le vacanze in campagna o al mare) oppure lasciarle in eredità ma sulle transazioni dovranno pagare le tasse.

Il progetto egualitario di cinquant’anni fa va in soffitta soppiantato dalla necessità di liberalizzare, in qualche modo, l’economia stile sovietico dell’isola. ( smen)
27/10/2011 [stampa]
La Tunisia, le rivolte islamiche, la Turchia, la Russia e l’Italia.
  Anche nella “moderata” Tunisia vince nettamente il partito islamico ( Ennadha), nato nel 1989, ma messo al bando dal deposto Ben Alì.

Ed è questa una ulteriore conferma di dove sta portando la “primavera islamica” aprioristicamente esaltata dalla forze politiche della sinistra e paragonata, “autorevolmente” allo stesso Risorgimento.

Ritornato dal suo esilio a Londra il suo leader Rachid Ghannouchi avrebbe fatto raccogliere alla sua formazione politica tra il 35 il 40 per cento, lasciando a distanza le due formazioni “laiche”: i socialdemocratici introno al 15 per cento e i repubblicano intorno al 12 per cento.

Dopo il successo, non mancano dichiarazioni tranquillizzanti sul rispetto delle convenzioni internazionali e sulla prospettiva di governi di coalizione. Tuttavia il passato estremista di Ghannouchi e le sue predicazioni islamiste e oltranziste non lasciano del tutto tranquilli. La linea politica del partito islamico, poi, è stata in grado di agganciare anche i settori sociali urbanizzati e il mondo imprenditoriale a dimostrazione che le idee che professa non riguardano i soli ambiti rurali e tradizionalisti, ma entrano, con un programma di modernizzazione economica, anche tra nuovi ceti emergenti.

Tutto ciò dimostra che l’islamismo mantiene una forte capacità egemonica sulla società tunisina, non più imbrigliata dal “cesarismo” dei premier forti, tutto sommato, però, aperti alla cultura moderna ed europea.

Questo quadro che emerge a Tunisi, insieme alle prospettive islamiste della Libia e dell’Egitto dipinge una situazione dove il paese maggiormente filo occidentale, cioè la Turchia, rischia di essere investito da una ondata islamista forte che lo allontanerebbe dalla possibilità di convergere verso l’Europa.

Ma le coordinate politiche diplomatiche di Ankara viaggiano diversamente.

La visita di Putin in Turchia del dicembre 2004 – dal 1972 nessun premier russo era stato nel Paese - aveva posto le base di un nuovo rapporto fondato non solo sulla comune esigenza di combattere il terrorismo, ma anche su importanti accordi economici bilaterali.

“Il governo turco” - ha scritto Limes recentemente – “ si sta poi affidando sempre più alla Russia per trasformare la Turchia in uno “hub energetico”, ambizione che va contro gli interessi della sicurezza energetica occidentale e progetti appoggiati dagli Usa. Nel Mar Nero, la Turchia persegue la creazione di un condominio de facto con la Russia, accantonando gli alleati e partner della Nato e frustrando in questo processo gli Stati Uniti”.

L’Italia si era “infilata” in questo spazio diplomatico attuando una politica estera che pur fedele al sistema atlantico ricavasse opportunità politiche ed economiche ( partecipazione italiana al South Stream ) dal rapporto con i paesi arabi moderati. Da qui anche la posizione italiana favorevole all’ingresso in Europa della Turchia.

Il Meditarraneo ritorna ad essere una scenario politico importante e vede uno scontro di interessi rispetto ai quali l’Italia è intervenuta da protagonista. Questo aspetto contribuisce a spiegare la diffidenza e gli attacchi della stampa inglese nei confronti del governo Berlusconi e le iniziative di Sarkozy per cambiare lo scenario libico.

Colpisce il “nulla” che caratterizza l’atteggiamento delle sinistre in Italia su questi aspetti della politica estera del governo, legate al carro degli interessi francesi e inglesi.
26/10/2011 [stampa]
Mario Draghi alla bce non e’ il solo italiano.
L’Italia conta o no in Europa? Il superattivismo del duo Merkel-Sarkozy sembra aver offuscato, mediaticamente, tutti gli altri leader. In più durante una delle tante conferenze stampa a Bruxelles la Cancelliera tedesca e il Presidente francese hanno dato l’impressione in tv di voler “ ridicolizzare” l’Italia sorridendo alla domanda di un giornalista sul contenuto del colloquio con il premier italiano Silvio Berlusconi. L’incidente diplomatico ha scatenato forti reazioni da parte del governo italiano ( Non c’è nessuno nella Ue che possa autonominarsi commissario e parlare a nome di governi eletti e di popoli europei. Nessuno è in grado di dare lezioni ai partner. E’ stata la risposta di Palazzo Chigi) e una debole precisazione da parte tedesca.

Sarkoszy ha fatto lo spavando.

Motivi interni ( incertezza sulla rielezione dei due personaggi l’anno prossimo), forte indebitamento delle banche francesi e tedesche nei confronti della Grecia ( le banche dovranno rinunziare al 50% del credito prestato al contrario di quelle italiane), gelosia per i rapporti delle aziende italiane in Libia, invidia per il ruolo che gli italiani hanno nella Banca centrale europea, disagio di Angela Merkel nel prendere decisioni malviste dal popolo tedesco ( perché dover pagare i debiti degli altri?) sono alcuni degli elementi che stanno dietro alle schermaglie diplomatiche e che dimostrano quanto l’Europa non sia unita, politicamente ed economicamente. Di fronte alle preoccupazioni per la crisi e la mancata crescita gli osservatori giornalistici, politici ed economici sottovalutano come sia cambiato il ruolo della Banca centrale negli ultimi otto anni.

Il passaggio di testimone dal primo novembre a Strasburgo tra il francese Jean-Claude Trichet e l’italiano Mario Draghi lascia sul terreno quattro anni di una crisi profonda, per cui la Bce da semplice istituto tecnocratico, fotocopia della Bundesbank, si avvia a trasformarsi in uno strumento più complesso e quindi a coprire un vuoto politico mentre i governi litigano e non decidono. Le turbolenze dei mercati, l’instabilità del sistema finanziario hanno indotto la Bce ad acquistare le obbligazioni degli Stati in crisi per i debiti sovrani al fine di salvare l’euro e non far fallire paesi come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo ed aiutare altri in difficoltà come la Spagna e l’Italia. E giocare un ruolo importante nei finanziamenti degli aiuti.

Una poco conosciuta è che l’arrivo di Draghi a Strasburgo rafforza la componente italiana rappresentata nel board da Lorenzo Bini Smaghi che i francesi vorrebbero che desse le dimissioni o che il governo italiano lo convincesse a togliere il disturbo per inserirci uno di loro dopo che hanno piazza la Lagarde al Fondo monetario internazionale.

Al contrario di quanto si scrive la quota italiana tra i 1200 dipendenti è di rilievo non solo numericamente ( circa un centinaio) ma anche qualitativamente. Guidano ,infatti, divisioni importanti tre direttori generali ( Daniela Russo ai pagamenti e infrastrutture di mercato, Mauro Grande alla stabilità finanziaria, Francesco Papalia alle operazioni finanziarie) e un vicedirettore generale ( Chiara Zioli responsabile del personale).

Sempre nello staff della Bce fanno parte gli economisti Ignazio Angeloni, Francesco Mazzoferro, Francesco Monelli, Massimo Ristagno, Filippo Di Mauro, Ettore Dorrucci, Francesco Drudi.

Mario Draghi è atteso a Strasburgo da molte sfide. Può contare tuttavia su molti che non parlano solo tedesco o francese. ( smen)
24/10/2011 [stampa]
Morte di un dittatore e dopo arriva la Sharia.
La cattura e la morte di Gheddafi rientra nel copione classico della fine dei dittatori. Non solo per la tragicità dei fatti, ma anche per il mistero che avvolge - e non verrà mai dissipato – le modalità dell’”esecuzione”, compiuta con un vero e proprio linciaggio.

E’ assai probabile che la mancata consegna ad un tribunale internazionale sia avvenuta non solo per evitare che la sua permanenza in vita potesse alimentare una guerriglia in un paese poco controllabile, ma anche per le eventuali dichiarazioni che avrebbe potuto fare circa i rapporti con tutti i capi di stato che il rais ha incontrato nei quaranta anni di potere. Ne scrive l’Avvenire: “ il sospetto che si sia trattato di una vera e propria esecuzione , forse ordinata dall’alto, per eliminare un ‘prigioniero eccellente’ che avrebbe creato un mucchio di problemi a livello internazionale e avrebbe costituito un macigno, forse insormontabile, sulla strada della pacificazione nazionale”.

Questo epilogo costituisce anche il termine dell’operazione NATO che non è mai stata un’azione per salvaguardare i civili , ma una guerra di appoggio ad una parte del conflitto che ha insanguinato in questi mesi la Libia.

E’ stato calcolato che la NATO tra il 31 marzo ed oggi ha compiuto più di ventiseimila raid, mentre Amnesty International in una serie di rapporti ha denunciato non solo le uccisioni dei soldati pro Gheddafi ma anche le torture e le violenze, anche su stranieri, perpetrate dai ribelli.

Che, poi, l’azione dei “ribelli” abbia assunto un connotato violento può essere in relazione al ruolo forte assunto dal capo del consiglio militare di Tripoli a cui viene attribuito “un passato di leader del Gruppo islamico di combattenti libici, un tempo una componente della galassia jihadista” (Avvenire)

Ed è sin troppo evidente che gli interessi di Francia e Inghilterra e, indirettamente, degli Stati Uniti hanno costituito il vero motore che ha preparato e attuato l’intervento. Infatti, mentre nelle altre nazioni nordafricane si sono svolte manifestazioni e cambiamenti ad opera solo dei cittadini stessi, in Libia ci sono state azioni preparatorie e interventi massicci dall’esterno.

A suo tempo ne diede notizia , non smentita, il Canard Enchaîné , pubblicando la notizia già dal 16 marzo, della consegna del materiale bellico, avvenuta « una decina di giorni» prima , da parte del «servizio azione della Dgse», cioè l’intelligence francese, precedentemente alla risoluzione 1973, adottata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite solo il 17 marzo, che istituì la no-fly zone in Libia.

Non c’è alcun dubbio che questa situazione che si è creata in Libia avrà forti ripercussioni negli assetti geopolitici ed economici di questa parte del Mediterraneo ed è facile prevedere che chi ha mosso le cose avrà forti benefici di carattere economico a danno dell’Italia che rappresentava il primo partner commerciale e energetico di Tripoli.

Il giacobinismo giornalistico italiano dà largo spazio, senza preoccuparsi d’altro, ai festeggiamenti che mostrano invece un volto violento, un odio preoccupante che potrebbe non essere solo il frutto dell’asprezza di una dura guerra civile.

Ci ritroviamo assai di più nelle conclusione del commento pubblicato da Magdi Cristiano Allam su Il Giornale del 21 ottobre: “Nessuno di noi rimpiangerà Gheddafi ma capiremo presto che è stato un madornale errore fare una guerra per portare al potere dei fanatici di Allah che, per il momento, hanno interesse ad occultarsi dietro un pugno di voltagabbana che da un giorno all’altro hanno abbandonato Gheddafi professandosi democratici e liberali. Continueremo a ricevere petrolio e denaro ma in cambio nutriremo un nostro aspirante carnefice perché l’integralismo islamico concepisce la tregua ma non la pace con ebrei, cristiani e in genere con i nemici dell’islam”.

E la conferma di una “svolta” islamica è puntualmente arrivata direttamente da Mustafà Abdel Jalil , presidente del Consiglio Nazionale Provvisorio che domenica ha parlato a Bengasi ad una folla calcolata in 200 mila. Dopo aver invitato a “pregare e recitare con me che Allah è il più grande e misericordioso” ha proclamato che la prossima costituzione avrà la “legge islamica” come fonte di ispirazione principale.

Il bilancio non solo geopolitico dell’intera vicenda libica, potrebbe , assai prima del previsto, essere evidente e comportare un giudizio di avventatezza nei riguardi di coloro che hanno ispirato e sostenuto una operazione politico militare dagli esiti sempre meno rassicuranti.
19/10/2011 [stampa]
Vogliono cancellare la piu’ grande comunita’ Cristiana del Medio Oriente.
La prima constatazione che suscitano gli scontri di piazza al Cairo di domenica 9 ottobre che hanno portato all’uccisione 36 cristiani copti è che la “primavera araba” non solo non porta la pace nel nord Africa, ma persecuzioni e intolleranze mostrano di acuirsi.

L’Avvenire nel suo editoriale di martedì scrive: “Non è proprio possibile chiudere gli occhi di fronte alla lunga scia di orrore e di morte che ha segnato in questi ultimi mesi la comunità copta d’Egitto, la più vasta minoranza cristiana di tutto il Medio Oriente”.

La denuncia del giornale dei Vescovi della situazione è clamorosamente grave: “Nulla è stato fatto per risolvere i problemi della comunità cristiana” è la denuncia sollevata ieri da Shenuda III, la più alta autorità dei copri d’Egitto. Restano in vigore le restrittive norme che riguardano la possibilità di costruire o ristrutturare le chiese, viene continuamente rinviata l’approvazione della legge contro le discriminazioni religiose e, soprattutto non si pone alcun argine all’odio anti-cristiano che dilaga nell’alto Egitto e stringe la comunità dei copti nella morsa della paura”.

Le interpretazioni sulla possibilità di infiltrati che avrebbero condotto la situazione sulla strada della violenza , tenta di dare una versione di carattere complottista che tende a sminuire il problema di fondo che riguarda soprattutto la condizione di intolleranza che anima le posizioni più integraliste del mondo mussulmano che si stanno acuendo in vista degli appuntamenti politici che segneranno il futuro di potere nell’Egitto.

Il pugno di ferro con il quale è intervenuto l’esercito potrebbe non essere solo il frutto del fatto che “qualche reparto di polizia abbia perso la testa” , ma potrebbe rientrare nel clima del sempre maggior peso che esercitano i fratelli Mussulmani nei riguardi della Giunta al potere.

Un’altra considerazione deve essere fatta: il direttore del settimanale El –Watani ( la mia patria) “autorevole organo di informazione che dà voce alla comunità copta egiziana” denuncia che ” il governatore Mostafa el Sayyed che di fatto ha lasciato mano libera ai salafiti della provincia di Assuan (dove in un villaggio è stata distrutta la chiesa copta)” non è stato licenziato dalla giunta militare: cioè si lascia mano libera a coloro che vorrebbero cancellare la presenza della più grande comunità cristiana nel medio oriente.

In conclusione: occorre che le autorità europee si impegnino fermamente per condannare in tutte le sedi internazionali quanto sta avvenendo in Egitto e si esca da quell’atteggiamento passivo di remissione di fronte a questa condizione di intolleranza e di discriminazione nella quale vivono ancora i cristiani in tanti altri paesi nel mondo.
23/09/2011 [stampa]
Le strategie energetiche, l’Italia, la Russia , gli Usa e la Libia.
L'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni



Un articolo a firma di Paolo Mastrolilli e Maurizio Molinari dal significativo titolo LE PREOCCUPAZIONI SULLA NOSTRA POLITICA ENERGETICA NEI DOCUMENTI CONFIDENZIALI DI WASHINGTON “IL GAS NORDAFRICANO DEVE RESTARE ALTERNATIVO A QUELLO DI MOSCA: IN GIOCO L’INDIPENDENZA DELLA UE” è apparso su La Stampa del 19 settembre.

Il testo evidenzia l’importanza crescente delle strategie sulle forti energetiche nell’ambito dei rapporti internazionali. In questo quadro si rende particolarmente evidente la strategia russa con i progetti Nord Stream e South Stream ed per quest’ultimo le differenze geostrategiche rispetto al progetto Nabucco.

La posizione dell’Italia coinvolta nel progetto russo viene criticata dall’ambasciata americana per la disponibilità ad aprire ai russi le partecipazioni in Libia e svela qualche retroscena che consente di comprendere le diffidenze che si sono determinate nei riguardi di Berlusconi. E, forse lo stesso silenzio di Obama sul ruolo italiano nelle operazioni di bombardamento in Libia.

Si comprendono meglio gli interventi francese e inglese per abbattere il regime di Gheddafi, collegati con la strategia USA.

Sullo sfondo emerge l’incertezza e le divisioni dell’Europa e le difficoltà a concepire un grande disegno geopolitico, cioè quell’Europa dall’Atlantico agli Urali che non solo rafforzerebbe la politica continentale di fronte all’entrata in scena delle nuove potenze economiche , ma che sanerebbe definitivamente la ferita storica che le guerre civili hanno inferto ai popoli europei da Napoleone a Hitler.

------------------------------------------------------------------------------------------------------- “L’Eni ha recentemente annunciato un accordo con la Gazprom, in base al quale darà ai russi accesso ai campi di gas naturale in Africa del Nord, in cambio di un aumento dell’accesso dell’Eni ai giacimenti di gas in Russia. Commento: il gas naturale nordafricano viene spesso visto come un’opportunità per l’Italia e l’Europa di diversificare ed evitare la dipendenza dal gas russo. Dare alla Gazprom il controllo dei campi in Africa del Nord danneggia chiaramente gli sforzi di diversificazione energetica dell’Unione Europea».

Colpisce la franchezza con cui parla l’ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli, in questo dispaccio classificato come «confidential», di cui «La Stampa» è entrata in possesso nel rispetto delle leggi federali. Il rapporto viene scritto nell’aprile del 2008 e spedito con procedura prioritaria direttamente al Segretario di Stato, Condoleezza Rice. Per conoscenza, il documento raggiunge anche il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca e il dipartimento al Tesoro. In Italia Silvio Berlusconi ha appena vinto le elezioni e si appresta a formare il suo quarto governo, che entra in carica l’8 maggio. In vista del cambio di amministrazione, Via Veneto informa Washington su una delle questioni prioritarie per gli interessi nazionali americani: la politica energetica di Roma, che attraverso l’Eni intreccia gli affari conclusi in Russia con quelli tradizionalmente condotti in Africa settentrionale, a partire dalla Libia.

Temi che tornano di grande attualità in questi giorni, alla vigilia del vertice di domani all’Onu in cui si discuterà proprio della ricostruzione dell’ex colonia italiana, dopo la rivolta che ha scalzato Gheddafi da Tripoli. Solo venerdì scorso l’Eni ha confermato la decisione di cedere alla Gazprom la metà della sua quota del 33% nel giacimento petrolifero libico Elephant, procedendo quindi con la politica della porta aperta a Mosca che tre anni fa Washington contestava. Il rapporto dell’aprile 2008, infatti, si apre con parole molto chiare: «L’ambasciatore Spogli ha discusso della sicurezza energetica con un gruppo guidato da Giulio Tremonti, l’uomo che secondo le attese più diffuse è destinato a diventare il ministro dell’Economia di Silvio Berlusconi. L’ambasciatore ha parlato del pericolo dell’eccessivo affidamento alla Gazprom, e della necessità di diversificare le fonti energetiche dell’Europa.

Il gigante italiano (e parastatale) Eni non è stato menzionato esplicitamente nel discorso, ma sa che stavamo parlando di lui». Infatti la diplomazia del cane a sei zampe si mette subito in moto: «Alcuni rappresentanti dell’Eni ci hanno chiamato immediatamente, chiedendo la possibilità di “chiarire gli equivoci” relativi al loro rapporto con i russi. Un vice presidente della compagnia ha fatto un briefing con il nostro consigliere economico, di cui riportiamo a parte. Più tardi l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ha chiamato l’ambasciatore, chiedendo aiuto per organizzare degli incontri a Washington per il 5 e il 6 maggio. Scaroni era andato a Bruxelles il 16 aprile scorso come parte dello stesso tentativo di “chiarire gli equivoci”».

Spogli non sembra convinto degli argomenti usati dai responsabili della compagnia italiana, e spiega il perché al segretario di Stato Rice e agli altri interlocutori del governo americano, anticipando in sostanza le tesi che Scaroni porterà negli Usa: «Eni sosterrà che South Stream (il gasdotto progettato con la Gazprom per collegare la Russia all’Europa attraverso il Mar Nero ndr) non minaccia il Nabucco (il gasdotto sostenuto invece dagli americani e dall’Unione Europea, per portare le risorse del Mar Caspio e del Medio Oriente in Austria passando dalla Turchia, proprio allo scopo di diminuire la dipendenza da Mosca ndr)». Su questo punto centrale, l’ambasciatore si sente quasi preso in giro dagli italiani: «Abbiamo sottolineato all’Eni che lo stesso Putin sembra pensarla diversamente (guardare l’Eurasia Daily Monitor del 5 marzo 2008).

Inoltre l’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, ha dichiarato il 25 febbraio scorso che South Stream “elimina” la necessità del Nabucco». I russi, in sostanza, smentiscono la versione accomodante degli italiani, in questa sfida che pare un domino globale per il controllo delle fonti. Un gioco pericoloso e anche violento, come dimostrerà pochi mesi dopo, nell’agosto del 2008, la guerra esplosa proprio nella stessa regione tra Russia e Georgia. Quindi Spogli ribadisce il pensiero americano: «La nostra posizione riguardo l’impatto di South Stream sulla diversificazione energetica europea è stata spiegata con chiarezza dal vice assistente segretario di Stato Bryza, il 26 febbraio scorso: “Certamente non rafforza la diversificazione. South Stream rafforza la dipendenza da un solo fornitore”». A questo punto il rapporto di Spogli cambia soggetto, e tocca l’altro dente dolente della collaborazione dell’Eni con Gazprom: le risorse nordafricane.

Nel quadro dipinto dall’ambasciatore, queste risorse sarebbero fondamentali per alleggerire la dipendenza dell’Europa dalla Russia, perché offrirebbero un’alternativa strategica sulla quale Mosca non avrebbe alcun potere di interferire. Quindi critica la decisione dell’Eni di dare a Gazprom l’accesso al gas dell’Africa settentrionale, spiegando che danneggia l’obiettivo strategico della diversificazione. Il documento prosegue con una nota biografica dell’amministratore delegato dell’Eni, che sembra preparare Washington a una possibile sfida senza esclusione di colpi: «I funzionari che incontreranno Scaroni devono sapere che, secondo i media, nel 1992 lui si dichiarò colpevole di corruzione in relazione al progetto per una centrale elettrica a Brindisi.

Questa inchiesta faceva parte dell’enorme scandalo di Tangentopoli, che aveva abbattuto i partiti politici dell’Italia del dopoguerra. Scaroni era stato condannato a un anno e quattro mesi di prigione, ma non ne ha scontato alcuno. Altri rapporti sulla corruzione dell’Eni sono più recenti. La compagnia possiede il 25% del consorzio Tskj, che è sotto inchiesta della Sec per presunti pagamenti impropri a funzionari nigeriani. Inoltre, nel marzo 2008 le autorità britanniche e italiane hanno lanciato un’inchiesta per corruzione riguardo la vendita di un grande sistema di telefonia mobile in Italia. Funzionari della compagnia elettrica parastatale Enel avrebbero ricevuto tangenti dall’azienda egiziana che aveva potuto acquistare il sistema. Scaroni era amministratore delegato dell’Enel, all’epoca della vendita».

Spogli, però, non dà per chiusa la questione, e spera che siano possibili dei chiarimenti: «Sappiamo che Scaroni ha confermato un appuntamento con i sottosegretari Reuben Jeffrey e Levy, e possibili appuntamenti con il sottosegretario Fried e il vice consigliere per la sicurezza nazionale James Jeffrey. Noi raccomandiamo fortemente che questi appuntamenti siano confermati». Si tratta di persone chiave nell’amministrazione americana, che gestiscono proprio i rapporti con l’Europa e gli affari economici ed energetici, al dipartimento di Stato e alla Casa Bianca. I dispacci di Spogli non spiegano nel dettaglio come vanno gli incontri di Scaroni a Washington e quale tipo di chiarimento avvenga. All’Eni, però, dicono che sono questioni superate, grazie a una serie di contatti ai massimi livelli proseguiti nel tempo. Il nuovo inviato americano per i problemi energetici nell’Eurasia, Richard Morningstar, ha attenuato le critiche a South Stream, mentre l’ingresso di Gazprom in Libia per il momento riguarda il petrolio e non il gas.

Domani questi temi torneranno sul tavolo del vertice Friends of Libya all’Onu, dove circa ottanta delegazioni discuteranno il futuro del paese, e quindi anche l’accesso alle risorse naturali che devono generare la ricchezza di Tripoli.
19/09/2011 [stampa]
Qualche riflessioni su una elezione a New York.
L’elezione del candidato repubblicano Bob Turner contro il democratico David Weprin nel nono distretto di New York, come è stato sottolineato dal Foglio del 15 settembre, ha una non marginale valenza politica.

Non solo e non tanto per il fatto che questo seggio è stato lasciato libero dalle dimissioni di Antony Weiner per uno scandalo dovuto ad imprudenti autoscatti inviati su Twitter, neppure per il fatto che era dagli anni venti appannaggio dei democratici, e neanche per il notevole distacco inflitto all’avversario (otto punti).

Una prima significativa interpretazione vede nelle propugnate idee progressiste di Weprin su multiculturalismo ( “ha sostenuto pubblicamente il diritto della comunità mussulmana di N. Y.

A costruire la famosa moschea a pochi passi dal Trade World Center”) e matrimonio gay ( si è battuto per sostenere la legge ) la molla che ha fatto scattare la diffidenza degli elettori ebrei ortodossi nei riguardi di un esponente della loro stessa comunità, oltre che la freddezza degli elettori di origine italiana e irlandese.

Invece il conservatore Turner si è mosso con intelligenza negli stessi ambiti elettorali liberal.

E’di sicuro interesse questo confronto tra conservatori e progressisti negli Stati Uniti e che sembra ormai dare connotati più precisi alle scelte di fronte alle quali si trovano gli elettori, rispetto ad una condizione di omologazione politica che, nel passato, a volte, rendeva poco distinguibili i contenuti ideali dei contendenti alle cariche elettive negli USA.

Quello che, tuttavia, permane e tende ad accentuarsi è il fatto che il confronto tra i contendenti si sviluppi pressocchè unicamente attraverso i media.

Significativa a questo proposito la “guerra” scoppiata tra Fox News criticato per essere un network “distruttivo” nei riguardi di Obama e Attak Watch una macchina mediatica apprestata per smentire gli attacchi.

Questo enorme peso dei media nella politica, peraltro, è una condizione strutturale della politica americana e, per qualche verso e nelle dimensioni proprie, appare una realtà sempre più emergente anche in altri paesi come l’Italia.

Ma nel nostro Paese si aggiunge una pesante anomalia rappresentata da un potere esecutivo debole ed un potere parlamentare condizionato dal potere giudiziario.
13/09/2011 [stampa]
Assalto all’ambasciata di Israele e primavera araba.
L’assalto all’ambasciata israeliana nella notte del 9 settembre al Cairo è un ulteriore elemento che contribuisce a spiegare la situazione che si sta creando nei paesi del nord Africa.

Certo l’incidente è stato gravissimo e solo la tenuta dell’”ultima porta” ha evitato che il bilancio divenisse tragico per gli israeliani presenti in ambasciata.

Nethanyahu ha apprezzato l’intervento dell’unità di comando egiziana ed a questo proposito ha tenuto a sottolineare che mentre la giunta militare al potere rappresenta un baluardo rispetto alle incognite del futuro , “non si può sottovalutare “, nel dopo Mubarak, il ritorno di fiamma dell’antisionismo di piazza.

Il Tempo riporta anche l’analisi di Aluf Benn direttore di Haaretz secondo il quale i fatti del Cairo sono il preannuncio di uno tzunami politico potenzialmente micidiale “ segnato dalla conseguenze di una ‘primavera araba’che agli occhi di molti in Israele , rischia di degenerare in un ‘inverno di estremismo’ islamico e non”.

Pochissime analisi soprattutto a sinistra colgono in Italia questi aspetti e queste preoccupazioni.

L’esaltazione acritica delle vicende di questi ultimi mesi in nord Africa, risponde a connotati di carattere ideologico; alle feste dell’Unità di questa estate, per esempio, quello della “primavera araba” è stato il tema dominante ed è stato presentato come “l’inizio di una nuova speranza”.

L’idea che lo sviluppo della vicenda umana sia un continuo sviluppo verso una condizione di una maggiore democrazia, fa parte di un bagaglio di idee piuttosto radicate nella cultura progressista, salvo trovarsi di fronte a improvvise e drammatiche smentite con annesse tragedie.
07/09/2011 [stampa]
“Nord-Stream”: il tramonto del dictat da parte dei paesi di transito.
Il 6 Settembre il metanodotto “Nord-Stream” sarà riempito di gas. Nel darne notizie lunedì, Vladimir Putin ha sottolineato che il progetto del valore di 7 miliardi e 500 milioni di dollari circa è praticamente è realizzato. Il Premier ha definito il “Nord-Stream” “finestra energetica della Russia sull’Europa”.

Per i tubi della prima linea del metanodotto che parte dalla città russa di Vyborg, martedì (6 settembre) sarà pompato il gas tecnologico. È una specie di prova di resistenza della costruzione. E già alla fine di ottobre inizieranno le forniture di combustibile azzurro dalla Russia verso i consumatori europei. In tal modo la messa in opera del “Nord Stream” porrà fine al dictat da parte dei paesi di transito.

Fin qui il gas russo veniva portato verso l’Europa attraverso il territorio dell’Ucraina e della Bielorussia. Il nuovo metanodotto, lungo 1220 chilometri, è postato sul fondale del Mare Baltico: dalla città russa di Vyborg fino alla località tedesca di Greifswald. Secondo le stime di Matthias Warnig, Amministratore Delegato del consorzio “Nord-Stream”, il metanodotto è in grado di coprire un quarto del fabbisogno di gas dell’Europa. La capacità di trasporto della prima linea è di 27,5 miliardi di metri cubi all’anno.

La seconda linea si aprirà nel 2012 il che consentirà di aumentare il volume complessivo annuo delle forniture di gas verso l’Europa fino a 55 miliardi di metri cubi.

L’interessamento di Mosca ad una sollecita messa in opera del “Nord-Stream” è comprensibile: la Russia è uno dei maggiori esportatori mondiali di materiale energetico.

L’importanza del progetto per i paesi europei è dovuta al fatto che oltre alla “Gasprom” russa vi partecipano i più grandi gruppi energetici occidentali tra cui i gruppi tedeschi "E.ON Ruhrgas” e “BASF/Wintershall”, il francese “Gaz de France Suez”.

L’importanza del progetto aumenta in modo particolare oggi che l’Europa chiude le sue centrali elettronucleari e il fabbisogno di gas è destinato solo a crescere. In tali condizioni il “Nord-Stream” consentirà di garantire la stabilità delle forniture che ora non potranno compromettere, come in passato, i paesi di transito,- ha detto a “La Voce della Russia” Alexandr Pasechnik, esperto del Fondo di Sicurezza Energetica Nazionale.

Il "Nord-Stream” consentirà alla Russia di livellare i rischi per la fornitura di gas verso la comunità europea, aggirando paesi come l’Ucraina e, in parte, la Bielorussia. Grazie al nuovo metanodotto abbiamo la possibilità di ridurre di due volte la dipendenza dal sistema di transito ucraino.

Il nuovo metanodotto sarà messo in opera in un’atmosfera solenne. Alla cerimonia che si svolgerà alla stazione di compressione “Portovaia” nei pressi di Vyborg, parteciperà il Primo ministro Vladimir Putin. Il combustibile azzurro russo è atteso in Europa. La “Gasprom” ha firmato contratti a lungo termine coni i consumatori di Germania, Danimarca, Olanda, Belgio, Francia e Gran Bretagna.
14/07/2011 [stampa]
Beffa Francese in Libia?.
Non ci sorprendono le parole che martedì 12 luglio ha pronunciato Francois Fillon, primo ministro di Francia, all’Assemblea Nazionale: “ Una soluzione politica in Libano è più che mai indispensabile e comincia a prendere forma”.

Il Ministro degli Esteri Alain Juppé, dal canto suo, pur smentendo il figlio del dittatore Seif al Islam che aveva parlato di trattative dirette tra Tripoli e Parigi, ha ammesso che i ”contatti” ci sono.

Di fronte allo stallo della guerra in Libia avanza la soluzione politica e diplomatica che, peraltro, l’Italia aveva sempre auspicato, ma che, obbiettivamente, non deve essere appannaggio della diplomazia francese.

Questa evoluzione della vicenda libica mostra peraltro la strumentalità delle posizioni politiche della sinistra italiana che , animata solo dall’antiberlusconismo, aveva finito per assumere un oltranzistico atteggiamento bellicista che, oltretutto, non teneva in conto la complessa vicenda storica tra i due paesi. L’ultimo accordo di collaborazione tra Libia e Italia,infatti, a prescindere dai singoli protagonisti, aveva tentato di sanare una ferita nel nome di una stabilizzazione e cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo.

Ora quelle stesse voci che avevano invocato una più decisa partecipazione ai bombardamenti su Tripoli non chiedono che l’Italia sia protagonista , invece, della evoluzione diplomatica della vicenda libica, perché è costante nelle sinistra e fa parte del suo DNA, la rinuncia all’ interesse nazionale e l’asservimento alle politiche, anche di potenza, degli altri Paesi.

Così Gheddafi, demonizzato se tratta con Berlusconi, diventerebbe un possibile interlocutore se così vorrà Sarkozy, magari in nome di un pacifismo ritrovato ad hoc.
08/06/2011 [stampa]
Finalmente anche in Italia una seria valutazione delle prospettive egiziane.
Dopo che da settimane alcuni autorevoli organi di stampa come il NYT si erano espressi con perplessità circa le vicende del Nord Africa, anche la stampa italiana esce dal clima “ideologico” della esaltazione acritica per mostrarsi con preoccupazione sulla condizione dell’Egitto.

Certo un avallo alle acritiche esaltazioni del “Risorgimento africano” era stato espresso da coloro che , restando ancorati ad una cultura progressista, ritengono, hegelianamente, che la Storia si sviluppi con una evoluzione sempre positiva.

Con un reportage ben argomentato, Sergio Romano ha iniziato il 6 giugno sul Corriere della Sera una descrizione della realtà sociale e istituzionale dell’Egitto, evidenziandone la fragilità in quanto “le forze laiche e democratiche sono schiacciate fra la giunta militare e il solo partito davvero organizzato: quello islamico”.

Riferisce dei sospetti espressi dai più autorevoli ricercatori del Paese secondo i quali esiste” un patto fra i militari e la Fratellanza”; descrive l’analisi secondo la quale l’azione dei Fratelli Mussulmani tende a “intese con personalità competenti e virtuose” che lascia nello storico il sospetto che ci si trovi di fronte al “ metodo … delle democrazie popolari dove i partiti comunisti imbarcavano nel loro carro , prima delle pseudo-elezioni , un certo numero di compagni di viaggio”.

Queste consultazioni che dovrebbero svolgersi entro l’anno rischiano di fare del partito islamico il fulcro del sistema politico del Paese, ove resisterebbe solo una “garanzia” della giunta militare che ne deciderà l’effettuazione.

E’ difficile per una cultura sostanzialmente liberale quale quella di Sergio Romano che lo supporta, straordinariamente, nella visione revisionista della storia, assumere fino in fondo l’idea che la struttura islamica nelle società nord africane sia assai più radicata e totalizzante della stessa cultura maxista che aveva messo radici e assunto il potere nei paesi dell’Europa orientale.

Fortunatamente non appartiene all’ autore di questa interessante analisi sull’Egitto quell’ideologia multiculturale che, invece, è intrinseca a tanta parte dell’opinione politica italiana, il cui carattere assolutista impedisce un esame serio e reale dello scenario internazionale e dei problemi che ne derivano per l’Italia e per l’Europa.
13/05/2011 [stampa]
"Dubbi sulla transizione Egiziana alla democrazia".
E’ormai notizia quotidiana nei paesi islamici , dove si sono svolte le cosiddette rivoluzioni democratiche, la ripresa di iniziative contro i cristiani e Israele.

L’Egitto di Mubarak si era fortemente impegnato per contribuire alla politica di riconoscimento di Israele e per la creazione delle condizioni di pace nella martoriata regione medio orientale. Durante il suo governo il settarismo integralista dei fratelli mussulmani era stato tenuto a freno.

Si avverte, tuttavia, che queste condizioni stanno subendo un mutamento. I gravi scontri avvenuti nel quartiere Imbaba del Cairo domenica 8 maggio che sono costati la vita a 12 persone con oltre 100 feriti, innescati dall’assalto tentato da un gruppo di musulmani contro la Chiesa copta di Santa Mena, sono accaduti poche ore dopo la chiusura di un evento che avrebbe dovuto rappresentare un impegno di mobilitazione della società civile per la modernizzazione dello stato: la prima Conferenza Nazionale egiziana .

La stampa internazionale che pure aveva salutato la mobilitazione di piazza Taharir con grande benevolenza ora comincia a gettare l’allarme.

“Senza la mano pesante di Mubarak, l’animosità settaria a lungo repressa è esplosa con ferocia crescente “ha scritto il New York Times.

“La violenza anticristiana pone dubbi sulla transizione egiziana alla democrazia” ha ribadito il Los Angeles Times. Come sottolinea un interessante articolo de Il Foglio di martedì 10 maggio anche all’interno del Paese si registrano voci allarmate: “l’odio non è nuovo, ma prima i salafiti avevano paura della polizia di Mubarak”, ha detto l’esponente copto David Saleeb, mentre uno dei maggiori giornali egiziani Al Masri Al Youm scrive che dalla caduta di Mubarak è aumentato l’esilio dei cristiani.

Numerosi altri episodi riportati dall’articolo pongono in evidenza le difficoltà che la giunta militare incontra rispetto alla crescita di una intolleranza a lungo contenuta dal passato governo. In particolare viene richiamato quanto avvenuto nella provincia di Qena, dove la costruzione di una nuova ala della Chiesa cristiana dedicata a San Giorgio è stata impedita da islamisti che avevano circondato l’edificio a seguito di una fatwa dei Fratelli mussulmani. La questione è chiara: la tecnocrazia militare, priva di un supporto politico forte, rischia di non essere in grado di contenere l’integralismo della spinta a base religiosa.

Se, come promesso con la caduta di Mubarak, si avvierà il processo di liberalizzazione del Paese, la nascita della democrazia incontrerà l’ostacolo della non separazione tra religione e politica. Il paragone tra il nostro Risorgimento e quello del nord Africa, autorevolmente richiamato, appare oggettivamente azzardato poiché è assolutamente inadeguato considerare un unico processo storico quello che si sviluppò nei paesi europei e occidentali e quello che si avvia, oggi, nei paesi islamici.

Alberto Negri , giornalista del Sole 24 Ore, esperto di questioni mediorientali, in un lungo interessante articolo del 10 maggio dal significativo titolo “l’illusione democratica della primavera araba”, rileva come l’Europa sia “spettatore delle rivoluzioni” , un “convitato di pietra” che “agita modelli di democrazia inattuabili”. Ci domandiamo se la stagione araba non stia già mutando.
29/04/2011 [stampa]
Salta il gasdotto Egitto Israele.
Scrivevamo il 24 febbraio come nelle rivoluzioni del nord africa “ ci si trovi di fronte ad un possibile salto nel buio” dimostrato “anche da due fatti: il primo è la notizia che, per la prima volta dalla Rivoluzione islamica del 1979, due navi da guerra iraniane sono entrate nel Mediterraneo, attraverso il Canale di Suez, il secondo è la notizia battuta dall’ANSA delle 16.15 del 23 febbraio e che riporta l’affermazione del viceministro degli Esteri libico, Khaled Kaim, in un incontro con i diplomatici dell’Ue, secondo la quale Al Qaida avrebbe costituito un emirato islamico in Libia a Derna nell’est del Paese”.

Ora, altri fatti si vanno aggiungendo.

All’alba del 27 aprile una bomba azionata da sconosciuti ha fatto saltare la condotta che porta ad oriente il gas egiziano e che, quindi, serve la Siria , il Libano e, soprattutto, per la loro elevata dipendenza, Giordania ed Israele.

Ma l’obbiettivo principale di questa azione è Israele.

Non sfugge ai commenti più attenti che questa attività di sabotaggio appare meno controllata oggi dalla giunta militare rispetto al periodo nel quale “regnava” Mubarak, ma - ed è quello che più allarma in prospettiva – le pulsioni anti israeliane si fanno più evidenti, tanto è vero che da un sondaggio dell’ autorevole Pew risulterebbe che il 54% degli egiziani sono contrari al trattato di pace con Israele e vorrebbero rivedere Camp David.

I contenuti e gli impegni di quelle clausole sono oggi motivo di accusa per i ministri dell’ex capo egiziano. La strada della loro revisione, annunciata, potrebbe condurre non si sa a quale risultato.

Un altro segnale che viene da una terra vicina, la Palestina, non può non connettersi con il resto dell’ambigua evoluzione nordafricana: l’accordo tra Hamas e Fatah. Il commento dell’organizzazione fondata dallo sceicco Yassin che riconosce alla nuova giunta militare egiziana di essere”non più servi americani come Mubarak”, può far ritenere che Abu Mazen, di riflesso, sia uscito indebolito dalla vicende egiziane e, quindi, costretto ad un accordo con Hamas.
21/04/2011 [stampa]
Da Budapest una buona notizia.
L’ANSA delle 15 e 40 del 18 aprile detta la notizia che è già un commento: Il parlamento ungherese ha approvato una nuova costituzione ultraconservatrice con i soli voti del centro-destra al governo che occupa i due terzi dei seggi”.

Venticinque minuti dopo l’agenzia di stampa precisa: “ La nuova costituzione è passata con 262 sì, 44no e una astensione, mentre i socialisti e i liberali di Lmp non hanno preso parte al voto. Fra i contrari, anche quelli del partito populista di estrema destra Jobbik”.

Le polemiche erano iniziate già nelle settimane precedenti.

Il 30 marzo il deputato europeo GianniVattimo aveva presentato una allarmata interrogazione alla Commissione e al Consiglio per conoscere se le riforme previste fossero conformi ai trattati e al diritto dell'UE. Non solo, il deputato filosofo aveva chiesto come le autorità europee valutassero il processo di riforma e quali azioni intendessero mettere in atto.

Cosa propone la nuova Costituzione?

Da quello che è dato sapere, secondo la versione tradotta dalle autorità ungheresi, vi sono alcune affermazioni che rispondono ad una logica di tradizione storica e di diritto naturale.

Ad esempio :"I riferimenti più importanti per la nostra coesistenza sono la famiglia e la nazione, i cui valori fondamentali che ci uniscono sono lealtà, fede e amore" ; la famiglia è "la base per la sopravvivenza della nazione"; "L'Ungheria garantisce i diritti fondamentali a tutti i cittadini, senza discriminazioni in base a sesso, etnica, colore della pelle, origine etnica o sociale, origine nazionale, handicap, lingua, religione, orientamento politico o di altro tipo, proprietà, nascita o altre condizioni" ; "... la vita del feto sarà tutelata a partire dal concepimento" .

Nel Preambolo è scritto : "Riconosciamo il ruolo del Cristianesimo nella tutela della nazionalità"..."Il re Stefano...ha fatto sì che il nostro paese fosse parte dell'Europa cristiana" (traduzione fornita dalle autorità ungheresi); la Costituzione stabilisce che essa deve essere interpretata in base a tale preambolo”.

Certo dopo i lunghi anni dell’occupazione comunista è un fatto straordinario che il Parlamento approvi a stragrande maggioranza un testo costituzionale che riaffermi valori che si era tentato di sradicare per sempre da questa nazione.

Lo sbigottimento della cultura laicista e relativista è enorme non riuscendo a comprendere come la storia europea e l’opera di inculturazione del cristianesimo possieda basi così solide che anche dopo anni di dittatura riemergano nella coscienza e, in questo caso, anche nelle istituzioni dei popoli.
08/04/2011 [stampa]
Perfida Malta.
Avevamo scritto il 25 marzo del dovere di porre fine alle tante morti nell’oblio che il naufragio delle imbarcazioni causava per i poveri disperati con i viaggi organizzati da trafficanti di uomini dalla sponde d’Africa.

E se la notizie del 6 aprile ha riempito le prime pagine dei giornali, chissà quanti sono morti affogati senza che venisse scritta una riga o detta una parola.

Mentre attendiamo che l’Europa organizzi nei luoghi di imbarco dei controlli che consentano ai profughi di viaggiare in condizioni di sicurezza e limiti le immigrazioni clandestine, non possiamo sottacere il comportamento delle autorità maltesi che ancora una volta si sono distinte per non essere intervenute nei riguardi delle imbarcazioni in difficoltà.

Non è la prima volta che questo avviene e si ricorda il dossier del Ministro Maroni del 2009 all’Unione europea per le migliaia di interventi mancati da parte delle autorità maltesi nei riguardi di profughi o immigrati

Malta dal 2003 fa parte dell’Unione europea. Non ci risulta che questo comportamento sia mai stato censurato da quelle istituzioni, Parlamento europeo compreso, sempre attente nei riguardi di altri Paesi.
28/03/2011 [stampa]
In Libia in gioco il futuro di Obama.
Si respira un clima difficile negli USA sulla decisione di Obama di intervenire in Libia.

La nazione americana si è ritrovata, in passato, convintamente, in missioni che, in uno scenario geopolitico internazionale, presentavano aspetti indispensabili per la sua sicurezza.

I cittadini americani hanno sopportato e sopportano il sacrificio di migliaia di soldati uccisi in guerre lontane dai suoi confini, in nome di una difesa dell’Occidente dal terrorismo.

L’intervento in Libia è stato autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per un obbiettivo limitato : la difesa della popolazioni civili. Non siamo in presenza di una centrare di diffusione del terrorismo, anzi Gheddafi negli ultimi anni si era schierato nettamente contro questo nemico dell’Occidente.

Anche le modalità di intervento appaiono limitate e non possono prevedere invasioni di terra, se non con una nuova autorizzazione del massimo organismo internazionale, Ma è difficile che Russia e Cina l’autorizzerebbero.

Si va anche diffondendo sempre di più la consapevolezza degli enormi interessi che avrebbero mosso le intenzioni soprattutto dei francesi, mentre vanno emergendo anche le notizie sulla pianificazione dell’operazione Libia.

Il blog La Stampa.it ANGOLO DEI GIORNALISTI ha pubblicato il 25 marzo una notizia ricavata da DEBKAfile , sito israeliano di informazioni militari e di intelligence, che il 24-25 febbraio scriveva: “I consiglieri, compresi funzionari di intelligence sono stati sbarcati da navi da guerra e lanciamissili nelle città costiere di Bengasi e Tobruk il 24 febbraio con una triplice missione: aiutare i comitati rivoluzionari a controllare le strutture di governo della Libia orientale…,organizzarli in unità paramilitari…, preparare l’infrastruttura a ricevere truppe straniere supplementari …”.

La sensazione che gli USA si trovino ad affrontare i rischi di un’operazione militare che può protrarsi nel tempo e richiedere l’intervento a terra, quindi una vera e propria guerra, sta mettendo in difficoltà Obama che non ha chiesto l’autorizzazione del congresso e si vede accusato di violazione della Costituzione.

L’opinione pubblica non avverte il pericolo terrorista, come, invece era accaduto per gli altri interventi, mentre vanno emergendo conferme di una amplificazione propagandistica come le “fosse comuni” e i bombardamenti sui manifestanti.

Ciò non toglie che la reazione del Rais sia stata pesante nei riguardi degli oppositori, ma si tratta comunque di una guerra civile in piena regola, nella quale la difesa della democrazia c’entra poco.

Per questi motivi non sta nascendo negli Usa una mobilitazione per un intervento in nome della democrazie nella Libia, anzi i dissensi sono notevoli e trasversali.

Oltre ai soliti pacifisti che hanno qualche arma polemica in più rispetto alle precedenti missioni in Afganistan e Iraq dove si affrontavano le sedi - vere o presunte – del terrorismo, si è in presenza anche dell’ opposizione di quelle forze che, in nome di un interesse nazionale, non hanno mai negato il sostegno ad operazioni belliche.

Le difficoltà per Obama si aggravano sia per le divisioni all’interno dell’Esecutivo, che per la spinta polemica del Segretario di Stato Clinton che ha esercitato il ruolo propulsivo nella decisione, facendo risaltare le incertezze del Presidente.

Emerge nella visione del Pentagono, al fine di evitare un coinvolgimento nella guerra, la possibilità di una divisione della Libia e di iniziative diplomatiche verso una possibile fuoruscita di Gheddafi.

Se , come è probabile, questa soluzione verrà rifiutata dal Rais l’operazione libica avrà di fronte o il fallimento e la tenuta di Gheddafi o l’apertura di un altro fronte di guerra che potrebbe logorare definitivamente la posizione del Presidente Usa.
23/03/2011 [stampa]
Riflessi sulla guerra in Libia.
La missione “Alba dell’Odissea” che dovrebbe attuare la risoluzione 1973 del consiglio di Sicurezza dell’ONU sta clamorosamente rivelando le sue contraddizioni oltre che la non chiarezza delle finalità strategiche che non sono solo quelle della realizzazione della no fly zone.

Il generale Ugo Zinni , ex capo del Comando del Medio Oriente che diresse le due no fly zone dell’Iraq, l’ha definita “missione confusa”.

Che la vicenda presenti aspetti confusi ed inquietanti emerge da tanti fatti: le azioni aeree della Francia, mentre era in corso il vertice di Parigi, le divergenze negli Usa e le titubanze di Obama, l’atteggiamento della Russia cedevole in Consiglio di Sicurezza e poi rivisto da Putin, la mancanza di coordinamento delle azioni militari, la netta divisione tra i Paesi europei.

Questa poca chiarezza negli obbiettivi è evidenziata dal, finora, mancato affidamento alla NATO del comando di tutta l’operazione, come , invece correttamente, il governo ha richiesto appena si è resa evidente la “fuga in avanti” della Francia. Il Presidente del Consiglio che si era trovato in difficoltà, forse anche per la mancata percezione da parte di altri componenti del governo dei rischi insiti nella “coalizione dei volonterosi” con questa mossa intelligente, che ha trovato l’appoggio degli USA, della G. B. e della Turchia, ha riguadagnato spazio politico internazionale e ha contenuto le divisioni all’interno della maggioranza. E’ da segnalare che su questa linea ci si è ritrovato anche il Capo dello Stato.

Che l’obbiettivo delle incursioni francesi sia l’eliminazione di Gheddafi appare evidente dai bombardamenti sulle sue residenze e dall’appoggio alle forze ribelli con l’eliminazione dei mezzi bellici governativi. Tuttavia questo scopo non è oggettivamente compreso nella mozione ONU.

Equivoca appare anche la finalità “umanitaria” di difesa delle popolazioni civili, in quanto anche le bombe su Tripoli, non in mano dei ribelli, causano morti nella popolazione e poiché la mozione fa riferimento alla salvaguardia dei civili, ciò dovrebbe valere sia per i ribelli che per i seguaci del rais.

Lo sviluppo delle vicenda libiche non possono non comportare riflessioni di carattere più generale.

L’impressione complessiva è che di fronte a sommovimenti che si vanno diffondendo nel Nord Africa e sui quali si innestano, probabilmente, iniziative “coperte” da parte di alcuni Paesi occidentali, più che una svolta verso la democrazia , si possa nascondere il diffondersi di pericolosi estremismi, come ha sottolineato Magdi Cristiano Allam , acuto osservatore delle vicende islamiche.

Intanto le votazioni sulla nuova costituzione in Egitto che hanno visto una ampia partecipazione e nuove norme che fanno voltare pagina rispetto all’assolutismo del regime precedente, hanno rafforzato il ruolo politico dei Fratelli Mussulmani e hanno spinto anche il New York Times a rilevare la “forza dei Fratelli Mussulmani e la debolezza dei gruppi liberal”.

Lo sviluppo della democrazia nelle aree dove è forte l’influenza islamica in un deserto sociale diffuso presenta alcuni rischi. Potrebbe non essere vincente scommettere sulla supremazia della tecnocrazia militare egiziana rispetto alla influenza della teocrazia del radicalismo islamico.

Ha un sentore piuttosto arcaico, da vecchio colonialismo, la logica sulla quale si muove l’azione francese che mira ai propri interessi, ma perde di vista gli sviluppi possibili.

L’Italia che aveva seguito, in una linea di politica estera tradizionale, un realismo attento ai nostri interessi si trova spiazzata e costretta a seguire, necessariamente , le decisioni degli organismi internazionali. Tuttavia appare non adeguata l’attuazione di questa linea se priva di quella duttilità politica e diplomatica indispensabile per lasciare spazi nei diversi scenari che potrebbero presentarsi.

Quello che emerge in maniera drammatica è la inesistenza dell’Europa come comunità politica. E’ dai tempi di De Gasperi che emerge la mancanza di una politica estera e di difesa comuni. Da allora nessun vero passo avanti è stato fatto.

Le divisioni dell’Europa occidentale mostrano anche la difficoltà a percorrere uno sviluppo geopolitico che guardi anche all’Europa fino agli Urali, unica prospettiva per competere con gli altri “imperi” America e Cina .

A questo proposito risultano illuminanti le parole di Vincenzo Camporini, già Capo di Stato maggiore della difesa che commentando su Limes le ultime vicende dice esplicitamente che “ nelle partite di Egitto e Libia perde l’Occidente, vince la Cina”.
09/03/2011 [stampa]
Molta Italia al salone auto di Ginevra.
Tanta Italia al salone dell’automobile a Ginevra. Nonostante la crisi e la concorrenza. Nel 2010 sono state prodotte, su scala mondiale, quasi 64 milioni di vetture.

Il panorama delle novità è interessante a Ginevra per conquistare i mercati dei paesi emergenti, soprattutto Cina, India, Brasile, Russia. Il gruppo Fiat-Chrysler dopo le ultime vicende finanziarie e per il Lingotto dopo i due referendum a Pomigliano d’Arco e a Mirafiori sul progetto “ Fabbrica Italia”, sta mettendo in vetrina i primi prodotti scaturiti dall’alleanza italo-statunitense.

Il quadro del settore auto presenta molte debolezze e flessioni . In particolare 26, 6 milioni di vetture sono state prodotte in Asia, 16, 6 in Europa, 11,9 nel Nord America, 4,1 nel Sudamerica.

A Ginevra lo stand Lancia è quello tra i più ricchi di novità: resiste il fascino della Ypsilon dopo 25 anni, piccola ma lussuosa che vuole imporsi sul mercato americano; torna la Thema con una versione Lancia della 300 Chrysler, forse un po’ troppo americana, si affaccia all’orizzonte la Flavia, che offre il massimo confort eriguarda una rivisitazione italiana della Chrysler. Per maggio sarà pronta la Fiat Freemont che sostituirà Ulysse, Multipla, Croma. La sorpresa di Ginevra è ll’Alfa Romeo 4 Concept, un bolide a trazione posteriore, con utilizzo di materiali in alluminio e carbonio. Poi per gli appassionati ci sono le Fiat 500 griffate Gucci per i 90 anni della maison e quella Zagato per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, come la Ferrari in Formula uno. L’azienda del cavallino rampante non risente della crisi: ha chiuso il 2010 con ricavi pari a 2 miliardi di euro e 300 milioni di utile. Secondo il presidente Luca Corsero di Montezemolo la Ferrari FF coniuga l’auto da corsa con la vettura di tutti i giorni.

La Jeep ( altro marchio dell’alleanza Fiat-Dedtroit) ha presentato la nuova Compas con forme e linee simili alla Grand Cheroke.

Sul piano più generale il salone di Ginevra si è tinto di verde: circa 40 novità sono ecologiche. L’auto ibrida ha più di dieci anni ma non ha fatto il salto definitivo, a causa anche dei costi e delle difficoltà dei rifornimenti.( smen)
07/03/2011 [stampa]
Verso un tris italiano ai vertici di Bruxelles Riconoscimento Europeo Grilli regista dell'Ecofin
L’Italia potrebbe fare tris a ottobre ai vertici di organismi europei. Da poco tempo alla presidenza dell’Eba, l’autorità Ue di sorveglianza sulle banche, siede l’economista Andrea Enria. Il Governatore della Banca centrale Mario Draghi è dato in pole position per il vertice della Banca europea e come successore del francese Jean-Claude Trichet. E in vista del vertice straordinario dell’Eurozona, che esamina il “ patto per la competitività” proposto dal Cancelliere tedesco Angela Merkel, è stato nominato capo del Comitato economico e finanziario dell’Unione Europea il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli. Toccherà a lui fare da regista all’Econfin, l’organismo che prepara i vertici dei Ministri delle Finanze e le raccomandazioni di Bruxelles per i singoli Stati.

Un riconoscimento di prestigio per il 54enne economista milanese, braccio destro del Ministro dell’economia Giulio Tremonti nell’attuale fase critica dell’economia internazionale. Una lunga carriera iniziata tra i “ Ciampi boys” di Palazzo Kock, diventato ragioniere generale dello Stato succedendo a Andrea Monorchio prima di approdare al Tesoro. Succede all’austriaco Thomas Wieser e resterà in carica due anni. Nello stesso organismo siedono anche Ignazio Visco, vicedirettore generale della Banca d’Italia ed altri 26 rappresentanti delle banche centrali nazionali che però non hanno diritto di voto.

I prossimi mesi saranno molto importanti per affrontare la crisi con maggiore coodinamento possibile. Un primo segnale dovrebbe venire proprio da questa settimana in cui verranno discusse le determinazioni dei partner europei a risolvere la crisi del debito dell’eurozona.

Secondo molti ambienti con il patto di stabilità si sarebbe imboccata la strada giusta.

A Bruxelles già conoscono le doti di negoziatore di Vittorio Grilli per essere stato molte volte all’Ecofin spalla di Tremonti. E’ stato anche insegnante di economia in Università britanniche e statunitensi e a lavorato a Londra, grazie anche all’ottima conoscenza della lingua. Secondo un dirigente dell’euroburocrazia la nomina di Grilli è un apprezzamento per la capacità dell’Italia di esprimere personalità di spicco alla guida delle istituzioni economiche e finanziarie della Comunità. Le sfide che sono davanti al G20 riguardano la necessità di garantire una ripresa duratura e mettere l’economia mondiale su un sentiero di crescita forte e sostenibile. Il sistema finanziario ha bisogno di riforme subito.

A fine mese si riuniranno i Capi di Stato e di governo e poi c’è da preparare l’agenda del semestre europeo. In tutti questi passaggi il Comitato presieduto da Vittorio Grilli ha un ruolo essenziale.
24/02/2011 [stampa]
Nelle rivoluzioni antidispotiche del mediterraneo: Islam o Democrazia ?
Gli sconvolgimenti sociali, politici ed istituzionali che si vanno allargando su tutto l’arco dei paesi a maggioranza mussulmana rivieraschi del Mediterraneo presentano aspetti diversi che corrispondono a condizioni e storie differenti.

Tuttavia non si può non cogliere un aspetto comune rappresentato dal fatto inoppugnabile della diffusione rapida della protesta, su tutti i paesi. E’ evidente il sospetto che una tale serie di sconvolgimenti potrebbe avere un filo conduttore, che, comunque, vale la pena di ricercare.

Non è facilmente credibile che tale sviluppo si ispiri ad un’ onda lunga democratica.

Per tante ragioni , ma soprattutto per due.

La prima di carattere strutturale e sociale nel senso che le diversità anche di sviluppo non possono creare ovunque un moto rivoluzionario analogo.

In secondo luogo c’è da dire che anche in presenza di cause sociali analoghe appare poco credibile che ad esse corrisponda una finalità di sviluppo democratico in quanto manca, in questi Paesi, quella condizione di base che ha consentito in Occidente l’evoluzione dei sistemi politici verso la democrazia e cioè un pensiero fondante ed identitario che scinde la religiosità dalla staualità e che rappresenta l’apporto più profondo del cristianesimo alla democrazia.

Non siamo neppure in presenza di una forte ideologia laica come avvenne in tempi meno recenti nella Turchia di Ataturk che consentì la nascita di un sistema politico a base laica e a conduzione tecnocratico militare, ma con una classe dirigente forte ed autorevole.

Già oggi l’equilibrio che consentì un primo sviluppo democratico in Turchia è in qualche modo condizionato da un forte ritorno dell’islamismo che sta mettendo in discussione quello stesso sviluppo.

Nelle diverse realtà dei paesi islamici nei quali si stanno svolgendo le manifestazioni e i cambiamenti di potere non è dato di intravedere qualcosa di analogo.

Manca un pensiero laico, manca una classe dirigente che si prepari ad assumere un ruolo politico, anzi in alcuni casi, come quello della Libia ritornano a contare le tribù delle montagne, mentre da più parti , ove sono presenti, riemerge con forza la componente integralista dei fratelli mussulmani.

Resta forte , con il rischio di accentuarsi, proprio per le difficoltà di questi regimi, il ruolo di collante sociale dell’elemento religioso.

Tutto ciò dovrebbe sollecitare una attenzione ed una prudenza nella valutazioni che, invece, non sembrano prevalere.

Christian Rocca, corrispondente del Sole 24 ore da New York, come riferisce il Foglio del 23 febbraio, ritiene che gli eventi di questi giorni siano gli effetti a lungo termine della “Freedom Agenda “ di Bush.

Anche Rocca , seppur in modo non esaltato, ritiene di interpretare questi fatti secondo la logica dello sviluppo della democrazia.

A parte alcune intelligenti riflessioni, come si concilia questa interpretazione con il dato inoppugnabile che Bush pur intervenendo in Iraq, fece ogni sforzo per mantenere e rafforzare i rapporti con gli stati islamici moderati?

Probabilmente lo fece in funzione del fatto che di fronte all’espansionismo dell’integralismo islamico occorreva sostenere politicamente quei Paesi che apparivano in grado di contenere questa possibile avanzata.

Che ci si trovi di fronte ad un possibile salto nel buio lo dimostrano anche due fatti: il primo è la notizia che, per la prima volta dalla Rivoluzione islamica del 1979, due navi da guerra iraniane sono entrate nel Mediterraneo, attraverso il Canale di Suez, il secondo è la notizia battuta dall’ANSA delle 16.15 del 23 febbraio e che riporta l’affermazione del viceministro degli Esteri libico, Khaled Kaim, in un incontro con i diplomatici dell’Ue, secondo la quale Al Qaida avrebbe costituito un emirato islamico in Libia a Derna nell’est del Paese.
11/02/2011 [stampa]
Egitto: gli errori di Obama e i rischi geopolitici.
La politica estera degli Stati Uniti rischia di subire uno smacco dalle conseguenze imprevedibili, ma sicuramente negative per l’Occidente.

Le vicende egiziane hanno mostrato un Obama piuttosto ambiguo che ha preso decisioni sulla base di analisi non reali.

Eppure questa impreparazione americana non ha giustificazioni in quanto i più gravi fatti del Cairo erano stati preceduti dagli avvenimenti in Tunisia.

Obama ha mostrato di ritenere prioritaria la lettura delle manifestazioni egiziane come una svolta verso la democratizzazione del Paese, mostrandosi disponibile a sostenere un cambiamento che però rischia di mettere in discussione cinquanta anni di protettorato occidentale su questa parte del medio oriente.

Il Presidente USA, forse, aveva pensato che la auspicata transizione immediata e l’abbandono di Mubarak con l’ intervento e la presa del potere dell’esercito potesse garantire chirurgicamente la stabilità del Paese: un errore che non può essere commesso da chi intenderebbe rappresentare il vertice del potere in Occidente e la sua guida diplomatica.

I paraocchi dell’idealismo americano hanno appannato la visione di una situazione che si presenta assai complessa e che, una volta tolto il peso di Mubarak , si sbilancerebbe rischiando di avviare l’Egitto su una china che potrebbe arrivare al punto di trasformarlo in un nuovo Iran come ha, con preoccupazione, dichiarato Israele e come sospetta il paese europeo con la maggiore presenza mussulmana e cioè la Germania.

E’, poi, significativo che Mubarak, d’intesa con il vice presidente Suleiman e lo stesso esercito abbiano avviato la linea di una transizione fino alle elezioni, a settembre, “libera da condizionamenti stranieri”.

La debolezza politica statunitense rischia di far uscire Washington dalla sua condizione di mediazione politica sull’area, come ha dimostrato la telefonata con il re saudita Abdullah che ,esplicitamente, ha detto il faccia al Presidente: “se priverete l’Egitto degli aiuti economici annuali il Tesoro saudita ha risorse a sufficienza per sostituirvi”.

La possibile uscita da questo ruolo degli Usa fa tornare di attualità la questione della presenza sempre più massiccia della Cina nel continente africano che fa da sfondo alla vicenda.

L’Europa non è in grado di cogliere l’occasione che, pure , la richiama per storia e per intessi geopolitici; è chiusa nei suoi problemi finanziari ed attenta solo ai suoi livelli di benessere, mentre sulla politica estera continua a mantenere un profilo troppo basso.
03/02/2011 [stampa]
L'Egitto, il Mediterraneo e il futuro dell'Europa.
E evidente l’impressione che da parte degli Stati Uniti e di alcuni Paesi europei si ritengano gli eventi egiziani una svolta verso la democratizzazione del Paese.

Obama ha chiesto una “transizione ordinata verso un governo che risponda alle aspirazioni del popolo egiziano” e su questa linea si è attestata la pallida politica estera europea, giungendo ,nel documento finale del consiglio degli esteri, ad inserire la richiesta alle autorità egiziane affinchè “preparino la strada per libere e giuste elezioni”.

A gettare una doccia fredda su queste perorazioni dall’evidente contenuto utopistico sono due notizie di agenzie stampa del 2 febbraio.

La prima dell’Adnkronos delle 14,33 dà notizia che il parlamento iraniano ha espresso il proprio sostegno al movimento di protesta in Egitto contro il presidente Hosni Mubarak con una nota nella quale 214 deputati definiscono la rivolta nel paese arabo una “protesta sacra”.

La seconda dell’ANSA delle 17,07 evidenzia la preoccupazione del premier israeliano Benyamin Netanyahu che, in un discorso alla Knesset, parla del rischio di una involuzione di tipo iraniano in Egitto.

E’ oggettivamente difficile pensare che , da manifestazioni di piazza come quelle che si stanno svolgendo in Egitto che hanno assunto anche un carattere violento, possa derivare una strada per la democrazia..

L’evidente connessione tra i fatti della Tunisia, dell’Egitto e il diffondersi di analoghe proteste nel Sudan danno l’idea che non siamo in presenza solo di una legittima rivendicazione di spazi di libertà e di migliore condizione sociale, ma che ci sia qualcosa di più.

La parziale modernizzazione del Paese, rispetto ad altre realtà islamiche non garantisce l’impermeabilità alle influenza degli integralisti. Anche la Persia del 1978 aveva camminato verso la occidentalizzazione, ma ciò non impedì che si ritornasse all’influenza determinante dell’islamismo più integralista. Ed anche allora gli Stati Uniti e i paesi europei compirono gravi errori di valutazione.

Forse sta accadendo quello che più si temeva e cioè che i regimi meno integralisti del nord Africa stiano cadendo sotto i colpi della nuova ondata islamica.

Se così dovesse accadere è evidente che l’Europa si troverebbe del tutto impreparata ad affrontare una situazione esplosiva nel cuore del Mediterraneo, mentre apparirebbe sotto una luce diversa la condizione della forte presenza islamica nel cuore della stessa città europee.

Le ricette multiculturali dimostrerebbero la loro inconsistenza e la loro inutilità a capire e ad affrontare gli eventi.
12/01/2011 [stampa]
Da Battisti a Lula la filiera della sinistra rivoluzionaria.
Quel “comune sentire” che, al fondo, accomuna la sinistra nelle sue variegate espressioni,ha sollecitato quella solidarietà e quelle decisioni che non consentono, ad oggi, l’estradizione del pluricondannato all’ergastolo Cesare Battisti.

Già in Francia dal 1990 al 2004 l’esponente intellettuale della rive gauche, la scrittrice Fred Vargas aveva sostenuto, finanziato e scritto un libro sul terrorista italiano. Come ha ricordato la scrittrice francese Perrault in un suo recente libro sull’argomento, si agitarono allora scrittori e intellettuali come Philippe Sollers, Daniel Pennac, Bernard-Henri Lévy e politici di primo piano come il segretario socialista Hollande, che andò a trovare l’ex terrorista in carcere. Si mobilitarono sindacati, circoli culturali, associazioni, movimenti. Vi fu anche un coro di solidarietà quasi unanime sulla stampa, con qualche voce isolata sul Figaro e un tardivo ravvedimento da parte di Le Monde.

Oggi il filosofo Bernard-Henry Lévy si rallegra della decisione di Luis Ignacio Lula.

E’, poi, sintomatico, nella sua esilarante motivazione, quanto sostenuto dalla Avvocatura Generale dello Stato brasiliano nel parere consegnato al Presidente prima della scadenza del suo mandato che ritiene esservi in Italia “un clima da guerra fredda”e l’idea di “vendicare le vittime” che farebbero “ipotizzare che il detenuto potrebbe soffrire forme di aggravamento della sua situazione”.

La decisione di Lula è stato l’ultimo gesto di solidarietà della filiera della sinistra rivoluzionaria,giunta, peraltro, alle soddisfazioni del governo e del potere.

Di questa sinistra rivoluzionaria e di potere in Brasile un importante scrittore e giornalista del New York Times e del Financial Times ha fatto un quadretto assai significativo nel suo importante libro “The Second World Empires and influence in the new global order” tradotto nel 2009 in italiano con il titolo I Tre Imperi.

“Dall’elezione di Luis Inacio Lula de Silva, nel 2002, ci si attendeva una svolta decisiva nella direzione dell’equità sociale. A tradire le aspettative è stato soprattutto il sistema di governo del Paese, ancora fermo all’era della sproporzionata decentralizzazione dell’inizio del XX secolo, fatta di un potere tutto sbilanciato in favore delle autorità locali. Dal momento che le città sono dominate dai gruppi ristretti dei capitani d’industria e dai rappresentanti delle multinazionali, l’autorità del stato resta troppo debole per esercitare un vero potere di redistribuzione.

La mancanza di un sistema fiscale governabile ha perpetuato l’evasione e altri reati tributari, con il risultato che le dimensioni dell’economia informale si sono gonfiate, secondo le stime, a un livello pari a quello dell’economia ufficiale, oltre 800 miliardi di dollari. Gli scandali dovuti alla corruzione in cui si è trovato coinvolto il Partito del Lavoratori di Lula sono stati tanto numerosi che a un certo punto ha preso a circolare la battuta che il presidente era così corrotto che ‘Chavez aveva imparato sotto di lui’ “
01/12/2010 [stampa]
Berlusconi e Putin: gli USA, l'Europa e l'interesse nazionale.
Le “rivelazioni” di Wikileaks circa le valutazioni delle ambasciate usa sul governo italiano ed, in particolare, sulla linea politica del Presidente del Consiglio nei riguardi della Russia, consentono di spiegare molte cose circa l’origine di critiche ed attacchi che importanti mass media internazionali hanno espresso in questi anni.

Franco Venturini, serio analista di politica estera, sul Corriere della Sera del 29 novembre si esprime in termini soft e scrive che, rispetto al fatto che “è interesse dell’Italia, oggi … che i rapporti con la Russia migliorino” , “va messo in conto una certa ‘gelosia’ dell’America che è abituata a fungere da bussola occidentale nei rapporti con il Cremlino e che anche per questo non ama lasciare spazio autonomo agli europei”.

Quindi, rispetto al tema di maggior evidenza per il nostro Paese, al momento uscito dai reports pubblicati sul sito di Julian Assange, ci troviamo di fronte ad una questione importante e cioè se ci possa essere autonomia di politica estera al fine di un interesse nazionale italiano, nell’ambito dei corretti rapporti con gli Stati Uniti.

La politica estera di Berlusconi si è mossa nel quadro dell’esigenza storica dell’Europa di rimarginare le immense ferite che avevano diviso l’Ovest dall’Est con le guerre di Napoleone e Hitler e con la cortina di ferro del comunismo sovietico.

Un’Europa dall’Atlantico agli Urali è stata negli auspici della Francia di De Gaulle e trova la simpatia della Chiesa ed è stata richiamata, per quel senso comune cristiano che l’anima, da Giovanni Paolo II.

Questa prospettiva è oggi possibile: la Russia di Putin non ha quel carattere eversivo che aveva l’Unione Sovietica di Stalin.

Anche sul piano della lotta al terrorismo internazionale gli Stati Uniti e la comunità internazionale duramente attaccati, hanno trovato sempre la solidarietà attiva della Russia.

E’ naturale, quindi, che, nell’ambito di una lealtà occidentale, sia possibile sostenere politiche estere che tutelino gli interessi nazionali, senza tener contro di gelosie o di campagne di stampa sulle quali ci possono anche essere l’ombra degli esiliati da Putin e dei loro interessi economici.

Deve essere valutato quanto in termini di certezza di approvvigionamento energetico, di collaborazioni imprenditoriali, di rapporti commerciali e di lavoro per il nostro Paese derivi dal rapporto dell’Italia con la Russia di Putin.

Peraltro c’è da ricordare che un’apertura verso la Russia fu avviata dall’Italia, consensiente la nostra politica estera, anche ai tempi del comunismo sovietico imperante, con le esportazioni delle fabbriche di automobili FIAT del 1966 (Togliattigrad) e prima ancora, con gli accordi di Mattei del 1961 che consentirono al nostro paese di importare milioni di tonnellate di greggio a prezzi convenienti.

Ora la vera preoccupazione degli USA è che si sviluppi la prospettiva che Parag Khanna, geopolitologo e collaboratore di testate quali “New York Times” e “Financial Times”, ha indicato come possibile nel suo libro “ I Tre Imperi” e cioè la costituzione di una “ partnership economica e politica della Russia con l’Europa “.

Ci sono segnali importanti che testimoniano come la linea di Berlusconi verso Putin sia condivisa nel concreto dai rapporti di Francia e Germania con la Russia.

Nel suo libro Parag Khanna avverte che “grazie al controllo di una quantità di risorse naturali ( petrolio, gas, carbone e legname) superiore a quella di Stati Uniti, UE e Cina messi insieme, il Cremlino può di nuovo permettersi di pensare e di agire con uno stile imperiale” , citando per contro , “i circoli economici di ‘Londongrad’ , dove il tycoon Boris Berezovskij invoca apertamente un colpo di stato che deponga Putin”.

Sarà interessante seguire il dibattito che si svilupperà in Italia su questo argomento della politica estera per constatare cosa intendano giornalisti e testate, ma anche le stesse forze politiche, per interesse nazionale e quale grado di autonomia si voglia attribuire alla nostra politica internazionale.

Infine, a proposito di quali mezzi vengono impiegati per seguire le politiche estere e i contatti tra i leader mondiali, è significativo quanto afferma Edward Luttwak , sempre sul Corsera del 29 novembre, accusando Berlusconi di ingenuità: “Semmai Berlusconi è solo forse un po’ ingenuo…” e precisa: “ Spontaneo. Quando pensa di parlare confidenzialmente con Putin mentre fanno insieme la sauna e non sospetta che anche lì ci possa essere un terzo uomo…”.

Restiamo convinti che le tesi “complottiste” siano sostanzialmente una fuga rispetto alla logica politica che, invece, crediamo deve sempre prevalere anche di fronte a scenari dove avvengo manovre spesso inspiegabili con i dati più evidenti.

Queste rivelazioni che produrranno un incalcolabile danno alla politica estera americana - non sappiamo se la Clinton potrà venirne fuori - con ulteriori problemi per il Presidente Obama, contribuiranno , comunque, a sollevare alcuni veli circa le ragioni, gli interessi e le manovre nei confronti delle politiche estere e dei loro protagonisti.
09/11/2010 [stampa]
Obama can not?.
La sconfitta di Obama nelle elezioni di mid term, forse, non sono solo l’effetto di alcune decisioni sbagliate del Presidente americano e di una ancor non risolta condizione di difficoltà nel Paese, a seguito della grande crisi del 2008.

Il disastro del golfo del Messico, dopo le autorizzazioni alle trivellazioni, il colera di Haiti che non si risolleva dopo l’uragano Katrina, l’incremento del debito pubblico al quale ha dato impulso anche la riforma sanitaria, i rischi del terrorismo mentre si prepara l’abbandono dell’Afganistan, non spiegano da soli una sconfitta quasi senza precedenti del partito democratico nelle elezioni alla camera e per i nuovi governatori degli stati.

Ovvero, anche se non spiegano la sconfitta, dimostrano la durezza della realtà americana che si è contrapposta al “mito” obamiano, dimostrando di essere fragile come il cristallo.

Obama non ha convinto i “potenti” che lo avevano supportato alle elezioni e ha deluso i “poveri” che erano stati sollecitati a votarlo per la sua immagine nuova e gradita agli emarginati americani.

Ha ragione Giancarlo Loquenzi sul Tempo del 3 novembre quando afferma che “il primo presidente afroamericano d’America doveva essere un capitolo memorabile della storia d’oltreoceano, una svolta epocale, una vicenda da tutti i record. E’ invece davvero incredibile quanto gli americani sembrino aver fretta di dimenticarlo”.

C’è una fragilità di Obama che è stata del tutto trascurata nei commenti del dopo elezioni presidenziali.

Se è vero, infatti, che negli USA i partiti e le lobby costruiscono i presidenti, tuttavia quasi sempre si tratta di personalità di indubbio valore come lo furono i Roosevelt, i Kennedy, i Nixon, i Bush, i Reagan.

Obama non sembra possedere quelle qualità che servono oltre le costruzioni e le campagne mediatiche, quelle cioè che consentirono ad esempio a Kennedy di opporsi all’embargo di Berlino ovest, a Nixon di aprire il dialogo con la Cina, a Bush di gettarsi nella campagna di guerra contro il terrorismo.

Poiché difficilmente Obama riuscirà nell’impresa di distendere i rapporti con il mondo mussulmano o sancire la pace nel Medio Oriente, anche per le oggettive difficoltà che si presentano, la prospettiva politica di questa presidenza, fallendo le grandi sfide, rischia di essere un ritorno ad un isolazionismo che è un esito sempre possibile della politica americana. Ma di fronte alle sfide del mondo di oggi il ritorno a questa politica non aiuterà Obama nell’impresa per la quale i media lo avevano accreditato, cioè ad una svolta storica per cambiare.

Il we can sta diventando un he can not
02/11/2010 [stampa]
Il futuro della Fiat lega l’impegno della Camusso e di Dilma Rousseff Due donne al comando alla CGIL e in brasile.
Altre due donne conquistano il vertice del potere: sindacale l’una, politico l’altra. In Italia per la prima volta la Cgil si tinge di rosa. La lombarda di 55 anni Susanna Camusso succede a Guglielmo Epifani, segretario generale della Confederazione generale dei lavoratori da oltre otto anni. Un evento. Una sola altra donna era diventata leader di un sindacato nazionale, Renata Polverini dell’Ugl, nata dalle ceneri della Cisnal.

In Brasile, contemporaneamente, è stata eletta presidente Dilma Rousseff di 62 anni, delfina del presidente uscente Lula, socialista rivoluzionaria, un’esperienza in carcere per le sue idee e azioni a favore delle popolazioni più povere. L’immenso paese sudamericano nonostante i passi in avanti e la forte crescita ( 31 milioni di brasiliani sono saliti alla classe media, 23 milioni sono usciti dalla povertà totale) deve risolvere molte disuguaglianze e risolvere problemi infrastrutturali prima di ospitare i campionati del mondo del 2014 e le Olimpiadi del 2016.

Un legame sociale lega le due donne. L’impegno ad affrontare le questioni sul tappeto partendo dalle famiglie. In secondo luogo c’è di mezzo la Fiat. Una delle prime vertenze che dovrà affrontare la Camusso è proprio quel progetto presentato dall’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne sulla modernizzazione degli stabilimenti Fiat. Il progetto “ Fabbrica Italia” è legato all’accordo con i sindacati e agli ostacoli finora frapposti dalla Fiom-Cgil.

La Fiat mentre in Italia tenta di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese in Brasile vanta una produzione che va a gonfie vele. Nello stabilimento di Betin presso Belo Horizzonte si sfornano quasi 700 mila vetture, gli investimenti sono ingenti e in crescita, l’occupazione è passata da 11.600 operai a circa 15.600. La sindacalista milanese, cresciuta partendo dalle battaglie delle “ 150 ore”, quando siederà al tavolo di negoziato con Marchionne non potrà non tenere conto di quanto avviene in Brasile e i Serbia dove verrà spostata la produzione di Torino. La Fiat deve fare presto nel presentare nuovi modelli ( tra questi il ritorno della Panda a Somigliano d’Arco) considerato anche il crollo delle vendite di ottobre ( meno quasi il 40 per cento).

Per la Camusso si prospettano tempi stretti e complessi al fine di riallacciare le file con tutte le categorie e non andare a rimorchio della Fiom dalla quale nel 1977 fu costretta ad andarsene per divergenze. Dovrà anche riaprire il colloquio con Bonanni della Cisl e Angeletti della Uil per non restare isolata dopo che questi due sindacati sono andati avanti nella contrattazione e nella firma di importanti accordi con la Confindustria di Emma Marcegaglia e il governo.( smen)
28/10/2010 [stampa]
La condanna a morte di Tereq Aziz e la speranza di una pace nel medio oriente.
La condanna a morte di Tareq Aziz è stata commentata come “una vendetta postuma degli sciiti”, cioè l’ennesimo episodio di uno scontro che, avviato dalla persecuzioni del regime di Saddam Hussein, vede oggi le autorità di ispirazione sciita di Bagdad assumere un atteggiamento più duro nei riguardi degli ex persecutori sunniti.

Non c’è dubbio che l’ex ministro del governo iracheno, pur nel coinvolgimento nelle responsabilità del regime, si era sempre caratterizzato per una specificità diplomatica, sia nel 1991 che nel 2003, volta alla ricerca di mediazioni e soluzioni che si rivelarono troppo deboli per cambiare il corso degli eventi.

Questa sua caratteristica che lo ha fatto definire come “il volto spendibile del regime”,viene ritenuta da molti una espressione della sua educazione cristiana.

L’auspicio della Santa Sede e di altri che “la sentenza contro Aziz non venga eseguita” esprime l’esigenza di “ favorire la riconciliazione e la ricostruzione della pace e della giustizia in Iraq dopo le grandi sofferenze attraversate”. Ed è una giusta affermazione in quanto, senza una riconciliazione, non è pensabile un futuro dell’Iraq che conduca il Paese ad una vera stabilità e ad una possibile prospettiva di democrazia.

L’Unione Europea, da parte sua, ha sottolineato la contrarietà alla pena capitale. Anche questa appare una indicazione valida e dimostra una considerazione per i diritti della persona che ancora vengono violati in molte aree del pianeta.

A questo proposito non si può non considerare quanto è stato esposto nel recentissimo Sinodo dei vescovi del Medio Oriente che ha denunciato una situazione grave dei cristiani in quelle terre. Il risultato delle persecuzioni che subiscono questi fedeli è apparso anche su una pubblicazione inglese “L’indipendent” che ha iniziato , con larga evidenza, una inchiesta sulla fuga dei cristiani dall’Iraq e da tutta la regione.

Non c’è dubbio che nella regione mediorientale ci sia una situazione di violenza e di conflitto che ha un fondamento anche di carattere religioso. Il fatto che in questo conflitto appaiono soccombere i cristiani non aiuta nella strada per ritrovare la necessaria pacificazione. L’esortazione del Papa alla fine del Sinodo per un “rifiuto di ogni forma di violenza, di intolleranza e di discriminazione” e “ l’appello ad una pace giusta che tenga conto dei diritti di ogni uomo, la necessità di un dialogo nella verità per comprendere e farsi comprendere”, posseggono una forza persuasiva che sarebbe sbagliato coinvolgere nelle polemiche che si sono aperte sul Sinodo appena concluso.

Benedetto XVI è giustamente convinto che la persecuzione e il tentativo di emarginazione dei cristiani comporti la crescita della violenza sull’uomo e l’allontanamento della pace. Ma il Papa alle parole fa seguire i fatti e non a caso al termine del Sinodo ha annunciato che il tema al centro della prossima Assemblea generale ordinaria del Sinodo, in programma nel 2012, sarà “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” che vedrà all’opera Monsignor Rino Fisichella alla guida del dicastero recentemente costituito.
03/09/2010 [stampa]
La visita di Gheddafi tra ragion di stato e critiche interessare.
Bene ha fatto un analista serio e pacato come Franco Venturini sul Corriere della Sera del 31 agosto a ridimensionare gli atteggiamenti scandalizzati di chi si è sentito offeso dalla visita del colonnello Gheddafi.

Certo il leader libico ha assunto toni e atteggiamenti che è forse poco definire folkloristici, ma non tutto è riassumibile a questo aspetto.

E’ se è pur vero che il quotidiano di Venturini possa essere sensibile agli interessi imprenditoriali ottenuti da un crescente interscambio economico e dalle opere che andranno a realizzarsi in Libia, tuttavia l’introduzione di logiche “morali” o “estetiche” sulla politica estera appare sempre di dubbia credibilità.

La storia, del resto, delle intese aziendali nei rapporti con la Libia è lunga e va dall’ingresso di questo Paese nel Capitale FIAT a quello nell’Unicredit di questi giorni. Bisognerebbe, comunque, mantenere equilibrio e correttezza e non giungere al punto che se l’interesse ad accordi aziendali con il paese islamico derivi da scelte autonome esso è auspicabile e accettato, altrimenti se interviene il governo per favorirlo allora è sospetto.

Risibile, poi, è il fatto, che si siano disgustati palati politici che, invece, nulla abbiano avuto a che dire per quelle posizioni, in passato assunte dall’Italia e ricordate anche da Cossiga nel suo recente libro-intervista “Fotti il potere”, concernenti “quell’accordo non scritto fatto da Moro con la guerriglia araba, che ci ha risparmiato un bel po’ di attentati” e che “prevedeva , in cambio dell’impunità più assoluta, con la possibilità di girare liberamente per l’Italia e di nascondere sul nostro territorio ingenti quantitativi di armi, i terroristi palestinesi non ci avrebbero fatto del male”.

La verità e che Gheddafi fu corteggiato da una parte della politica italiana anche quando aiutava il terrorismo.

Si dirà “ragion di stato”, ma analoghe e più trasparenti “ragion di stato” possono essere invocate per le utilità che deriveranno dalla attuale politica italo-libica.

Altrettanto discutibili sono state le reazioni alla intemerata del colonnello sulla islamizzazione dell’Europa. A parte la prevedibile risposta della Padania sulla difesa dell’Europa cristiana, le critiche più forti sono venute da coloro che, invece, contrastano, in nome di un multiculturalismo che pone sullo stesso piano, negli effetti sociali e di tenuta della democrazia, cristianesimo e fede mussulmana, qualsiasi politica volta alla integrazione delle popolazioni islamiche immigrate.

L’”islamizzazione dell’Europa” è una questione che non deve preoccupare solo se a proclamarla sia il leader libico; l’allarme dal campo cattolico non è solo quello dell’Avvenire di oggi, ma fu diffuso già tanti anni fa quando il Cardinale Biffi, per quanto concerneva l’Italia, richiamò i governanti ad un controllo sui flussi immigratori che favorisse l’ingresso di quelle popolazioni che potevano offrire una più ampia garanzia di integrazione con la società italiana. Non mancarono al Cardinale attacchi sia di parte politica che della stessa area cattolica di sinistra.

Anche i finiani hanno fatto sentire la loro voce, criticando “le pagliacciate”e affermando che “la dignità di una nazione è un valore”, ma sul piano delle politiche della cittadinanza affermano lo jus soli che significa una mera presa d’atto di chi nasce nel suolo italiano, senza che si valuti la volontà e la capacità di integrarsi nei valori storici, nelle istituzioni democratiche e nelle regole sociali dell’ Italia.

Certo, restano alcune questioni che sembrano ingiustamente cancellate con un colpo di spugna come la questione degli indennizzi o , comunque, delle riparazioni, per quei coloni che da un giorno all’altro furono mandati via dalla Libia e lasciarono nel Paese il frutto del loro lavoro.

C’è la questione dei flussi immigratori dalla sponda sud del Mediterraneo che l’Europa si rifiuta di valutare e contrastare e che, invece, l’Italia ha posto, come interesse nazionale, dentro le intese italo-libiche e che stanno dando alcuni risultati concreti. E se è inaccettabile le modalità con le quali Gheddafi ha posto la questione nei riguardi dell’Europa è altrettanto inaccettabile che di tutto ciò Bruxelles non intenda farsene carico.

E resta un “sospetto” che, come è noto, può indurre al peccato, ma che, forse, vede il giusto: l’interesse di altre nazioni europee a contrastare la politica estera dell’Italia per la Libia ed ancor più per la Russia. Essa ha colpito interessi e poteri che albergano in alcune capitali, ma che trovano in Italia voci disponibili.
01/09/2010 [stampa]
USA: Ritorno all apolitica identitaria?.
La grande manifestazione di Washington del popolo dei Tea Party è un sintomo che , forse, potrebbe rimanere tale.

Certo, Glenn Beck è solo il popolare conduttore di Fox TV, ma Sarah Palin nelle ultime elezioni presidenziali, che hanno visto la vittoria di Obama, aveva rappresentato una interessante novità nel Great Old Party.

Poi, le lezioni del novembre scorso in Virginia e nel New Jersey, che hanno premiato i repubblicani, sono state un segnale politico da non sottovalutare, poiché anche un acuto interprete della politica statunitense come Charles A. Kupchan, intervistato a maggio da Aspenia ha detto senza mezzi termini che “le previsioni più accreditate sono positive per i repubblicani per le elezioni di mid term del prossimo novembre: ciò potrebbe produrre un congresso a maggioranza repubblicana e dunque difficoltà ancora maggiori di governo per l’amministrazione”. Ed ha aggiunto: “ non solo a causa dei numeri ma anche del fatto che il partito repubblicano sta perdendo tutte le componenti moderate”.

L’elezione di Obama ha rappresentato un evento politico di portata storica: la dimostrazione che la democrazia americana è riuscita a realizzare la piena integrazione ed è questo un fatto assolutamente non accantonabile. Tuttavia il bilancio delle scelte del nuovo presidente usa dimostra anche che molto del suo consenso si era basato su un intelligente messaggio mediatico e che le sue scelte più importanti su imposte, finanza, politica estera, ambiente e sanità non hanno convinto l’opinione pubblica dimostrando che tra intenzioni e risultati c’è troppa distanza.

Rispetto al “mundialismo” di Obama, l’identità invocata da Beck ed i richiami ai Padri Fondatori ed il substrato religioso che animano alcune componenti di questa recente realtà organizzativa della politica americana, potrebbero contribuire , come ha scritto Maurizio Molinari qualche mese fa su La Stampa a “costituire la genesi di una nuova classe dirigente conservatrice”.

Si tratterà di vedere se il nuovo ciclo della politica americana, dopo la fine dell’era Bush, saprà consolidarsi e confermarsi in un nuovo mandato, oppure, come altre presidenze democratiche, terminare anzitempo, per la fragilità di un messaggio, che potrebbe rivelarsi soccombente rispetto alla realtà della società americana.
26/07/2010 [stampa]
Dopo la sentenza dell'Aja: la "Balcanizzazione" continua.
“Balcanizzazione” è un termine che definisce la riduzione di uno stato nella condizione di disordine interno ed esterno, ovvero la divisione di un territorio apparentemente omogeneo in una pluralità di stati piccoli, come è tipico del Balcani.

Questa spinta particolarista della politica dell’est Europa ha trovato una sua convalidazione giuridica dalla Corte di giustizia internazionale dell’Aja, con la sentenza che ha dato il via libera all’indipendenza del Kosovo.

Sentenza discussa in quanto basata sul fatto che l’autoproclamazione di indipendenza avvenuta il 17 febbraio 2008 “deve essere considerata alla luce della situazione de facto” e che essa “è coerente anche con la risoluzione 1244” dell’ONU che parlava del Kosovo come di provincia serba temporaneamente sotto amministrazione dell’ONU, perchè “ non ne conteneva la proibizione”.

Questo pasticcio giuridico ha visto l’aspro commento di Carlo Jean, presidente del Centro studi di Geopolitica economica e inviato Osce nella ex Jugoslavia per l’attuazione degli accordi di Dayton.

“ E’ come aver aperto il vaso di Pandora” ed ha aggiunto, nell’intervista al Sole 24 Ore del 23 luglio: “considerare legale la secessione di una regione da uno stato può avere implicazioni in altri contesti; penso a Catalogna, Irlanda del Nord, Paesi Baschi, ma anche i fiamminghi in Belgio, Tibet e Xinjiang in Cina , i Tamil nella Sri Lanka”.

Un indizio chiaro sul significato, nel contesto internazionale, di questa decisione lo si può cogliere nel diverso atteggiamento tenuto da Mosca e dalla Casa Bianca, contraria la prima favorevole la seconda. Come riferiscono autorevoli quotidiani, la diplomazia Usa, dopo aver messo in atto una massiccia attività di lobbying, ha invitato l’Europa a “mostrarsi unita” e il Segretario di Stato Hillary Clinton ha esortato tutti i paesi al riconoscimento del Kosovo a seguito del “decisivo” pronunciamento.

Un problema che rimane aperto e che trova scarsa eco nella opinione pubblica internazionale, ma soprattutto nelle cancellerie, è la sorte del Nord del Kosovo dove è dislocata la popolazione serbo kosovara cristiano ortodossa e dove si trovano i grandi monasteri. Paradossalmente l’autodeterminazione dei popoli che costituisce l’alibi per l’indipendenza del Kosovo si risolve nella “oppressione” del nord del Paese, di diversa religione.

Il micro nazionalismo a sfondo etnico o religioso, non risolve i problemi che furono posti, Storicamente, dal grande nazionalismo.

Il mondo contemporaneo non riesce ad esprimere compiutamente un’idea di comunità universale, strutturata da regole comuni che erano proprie della Cristianità medievale e della tradizione di Roma.

La cessione dei poteri degli stati nazionali a poteri sovranazionali e a quelli regionali non estingue i rischi dei conflitti e delle oppressioni.

In sintesi, la “balcanizzazione” continua …
24/05/2010 [stampa]
L'Europa, le regole e la speculazione finanziaria.
Nell’intervista allo Spiegel della scorsa settimana Jean Claude Trichet ha riconosciuto che la “situazione è difficile”, causata, soprattutto, dal “problema del debito pubblico” e per la quale occorre introdurre strutture migliori per l’attuazione dei controlli reciproci della politica economica europea e “ sanzionare le infrazioni al Patto di stabilità”.

L’autorevole ricetta del Presidente della BCE fa appello agli strumenti messi in campo in Europa dal Trattato di Maastricht e che, se già costituiscono un debole cordone difensivo per l’Euro, comunque , si dimostrano non adatti a contrastare le ondate speculative di carattere internazionale.

Anche lo strumento aggiuntivo del piano di emergenza di 750 miliardi, varato per difendere l’Euro, può intervenire sugli effetti e cioè per contribuire al risanamento dei conti pubblici degli stati più in difficoltà, ma restano fuori della sua portata le cause che hanno condotto a queste situazioni di sofferenza.

Nelle cause trovano spazio l’immensa mole dei prodotti derivati messi in campo dalle banche d’affari e dagli hedge fund di Wall Street e della City di Londra, il debito pubblico degli USA , giunto quest’anno al 12 per cento del PIL , lo svincolarsi della Cina dal ruolo di maggiore acquirente del BOT americani e, infine, la “sospetta” attività delle agenzie di rating che, invece di essere le sentinelle dell’equilibrio del sistema finanziario bancario , sono ormai accusate di indicare la strada agli speculatori.

In questa situazione sono del tutto insufficienti le ricette dei tecnocrati. Il potere finanziario dopo la fine degli accordi di Bretton Wood , la liberalizzazione dei cambi e della circolazione dei capitali e la legislazione usa sui fondi a rischio avviata nell’era di Greenspan è giunto ad un livello rispetto al quale la politica ed i governi non possono non intervenire.

All’interno dell’Ecofin, costituito dai 27 ministri economici dell’Unione Europea, l’Eurogruppo, cioè i Paesi dell’area Euro, un anno fa’, dopo lo scandalo dei mutui subprime negli USA, mise a punto una direttiva di restrizione dei fondi speculativi che è rimasta bloccata dal Regno Unito che anche il Corriere della Sera indica come “difensore degli interessi della City di Londra – dove è incentrato il grosso della parte europea di questo ricchissimo business - . Anche il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama sembra schierarsi con l’Eurogruppo e intende portare avanti norme per contrastare i “rischi eccessivi” e le attività “predatorie “ di Wall Street.

L’incontro di martedì 18 maggio dell’Ecofin costituisce un banco di prova della capacità dell’Europa, dopo l’approvazione del piano di emergenza, di compire un secondo passo politico e cioè dare inizio ad una normativa che avvii un sistema di regole per contrastare seriamente la speculazione finanziaria, far nascere una agenzia di rating europea e indirizzare l’azione degli istituti di credito verso l’obbiettivo primario del sostegno al finanziamento delle attività imprenditoriali per lo sviluppo.

Il confronto che potrebbe aprirsi in sede Ecofin, per quanto attiene all’Europa, richiama quella dicotomia tra capitalismo anglosassone e capitalismo renano che occupò gli analisti negli anni prima della globalizzazione finanziaria. Riportare la funzione del credito al suo vero ruolo economico, riducendone a livelli fisiologici il carattere speculativo, costituisce anche un importante obbiettivo delle democrazie europee che, altrimenti,in presenza delle pesanti politiche restrittive imposte dalle ricette della cultura finanziaria dei tecnocrati, andrebbero incontro a momenti difficili, con gravi ripercussioni sociali per i popoli europei.
12/05/2010 [stampa]
Respinto l’attacco all’euro dopo il crack della Grecia. Alti e bassi delle Borse, sospiro di sollievo dei risparmiatori. Tamponata la catastrofe per l'eurozona i problemi restano.
Dieci giornate di panico e la partita non è ancora chiusa.

L’Europa ha ballato, le Borse sono andate in fibrillazione, gli Stati hanno sfiorato il baratro, la catastrofe economica e finanziaria. Un inizio di maggio disastroso.

Tutto è partito dal crack della Grecia più grave del previsto e dalla necessità di aiutare la nazione ellenica a non fallire e quindi a non uscire dall’eurozona. Il salvataggio era difficile dopo che in ottobre le agenzie di rating avevano declassato la capacità di reggere l’urto sotto il peso del deficit pubblico che aveva raggiunto quota 12, 5 per cento. Un deficit nascosto e taroccato per entrare in Europa e successivamente ampliato per restarci.

Il nuovo governo greco di Papandreou si è trovato a fare i conti con la realtà, a scoprire le macagne della corruzione e degli spreghi accumulati per anni. Sembrava all’inizio che fosse possibile un intervento limitato. Poi invece mano a mano che i mesi passavano il disastro economico e finanziario diventava più grande.

La Grecia era inserita nei paesi Pigs( cioè maiali) con la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda. La speculazione attaccava fortemente i punti deboli. Il pericolo del tracollo era prossimo. L’Europa tentennava a prendere decisioni drastiche e collegiali. La Germania non era d’accordo nell’accollarsi parte dei debiti contratti dagli spreconi greci e dai politici corrotti.

Dall’inizio dell’anno è partito così un duro braccio di ferro su chi dovesse sostenere il maggior onere del salvataggio visto che le banche tedesche e quelle francesi erano le più esposte.

Il governo italiano con il Ministro Tremonti e con il premier Berlusconi erano per la linea dura contro la speculazione. Occorreva però trovare un indirizzo comune, collegiale anche perché con l’Inghilterra e la Germania sotto elezioni era facile esporsi alle critiche degli euroscettici.

La vicenda greca metteva in evidenza la debolezza della costruzione della moneta unica: su 27 Stati dell’Ue ben undici a partire dalla sterlina non fanno parte dell’eurozona.

E questo accresceva le difficoltà.

Il precipitare degli eventi ha costretto in un primo momento i vertici dell’Unione con la Bce e il Fondo monetario a concordare con il governo greco un piano straordinario d’intervento: gli ormai famosi 110 miliardi. Dopo una prima pausa di sollievo la situazione è precipitata con la speculazione di nuovo all’attacco.

Questa volta di mira era presa la solvibilità degli Stati in difficoltà: Spagna, Portogallo, Irlanda. Dietro l’angolo c’erano anche l’Inghilterra e l’Italia.

La catastrofe era vicina. I Capi di Stato e di governo prima , i Ministri dell’Economia e delle Finanze dopo hanno respinto con affanno l’attacco all’euro, sfiorando il dramma quando l’Inghilterra a nome del Ministro dello Scacchiere decideva di non partecipare al salvataggio.

“ Cavatevela da soli” è stata la fredda determinazione inglese. Dopo una maratona di 11 ore a Bruxelles i Ministri dei 27 paesi dell’Eurozona hanno trovato l’accordo per la nascita di un Fondo salva-Stati da 750 miliardi di cui 600 dai paesi Ue e 150 dal Fondo monetario.
06/05/2010 [stampa]
La crisi Greca e l'Europa politica.
Come è logico che sia, la crisi finanziaria della Grecia fa emergere la vera questione e cioè l’adeguatezza o meno del progetto politico di unità europea.

Le incertezze ed i ritardi della Germania a dichiarare la sua disponibilità per un intervento di finanziamento, motivati anche dalle imminenti elezioni nel popoloso Land del Nord Reno-Vestfalia, il rischio dell’aggressione speculativa su altri Paesi ( Portogallo, Spagna, Irlanda), una Banca Centrale Europea ancorata ad una visione di cauta politica monetaria e come sostengono taluni osservatori “concepita come un passaggio intermedio nell’attesa … della nascita di un governo comunitario”, rendono evidente, ancora una volta, che, nonostante ( e, forse, a causa della ) la nascita dell’Euro, non c’è un’Europa politica.

L’Euro resta senza Europa e cioè una moneta senza Stato.

E’ difficile che questa situazione possa protrarsi molto a lungo termine. La debolezza politica si rivela tale da rendere difficili gli stessi interventi di carattere economico. La mera logica economica finisce per mettere in discussione se stessa: mancano reali garanzie della sostenibilità politica della costruzione monetaria, ma soprattutto la sola idea economica non può produrre un meccanismo automatico di perequazione a carattere transnazionale. Questo spiega il fatto che sono gli stati a salvare Atene. Anche la realtà di una notevole diversità delle economie, che si è ampliata con l’ingresso dei nuovi membri, tende a indebolire i già limitati meccanismi. Diciamola tutta: o l’Europa dà inizio ad una nuova fase più propriamente politica oppure la prospettiva europea tenderà a scomporsi sempre più sulle politiche nazionali.

Come ha analizzato a suo tempo Giulio Tremonti l’essenziale di questa nuova fase politica non può che partire dall’affermazione di un concetto di democrazia. Il potere politico in Europa non può essere dato in appalto alle burocrazie di Bruxelles o alla BCE, occorre rilanciare il ruolo del Parlamento attribuendogli l‘”iniziativa legislativa” sulle materie che esulano ormai dalla competenza nazionale.

C’è una certezza ed è quella che le formule e gli assetti tecnocratici non arrivano a governare i processi economici e non sono in grado di sostituirsi al ruolo dei governi. La crisi finanziaria globale ha visto il ritorno del ruolo degli Stati che le ideologie mercatiste avevano tentato di cancellare. Forse la crisi in Grecia ci aprirà la consapevolezza e la strada verso una Europa che intraprenda finalmente il suo cammino politico.
22/03/2010 [stampa]
Israele e il Golan con gli occhi della realtà.
Dall’incontro tra il Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano e il Presidente siriano Bashar Assad è scaturita da parte italiana la “preoccupazione per gli insediamenti a Gerusalemme Est” e la esigenza della “restituzione del Golan”, nel quadro della conferma di una visione della soluzione palestinese basata sulla “formula due popoli , due stati”.

Non c’è dubbio che nella prospettiva finale la questione del ridimensionamento degli insediamenti e la creazione dei due stati possano considerarsi un punto di arrivo , ma nella misura in cui si giunga ad una condizione di stabilizzazione dell’intera regione e la sicurezza di Israele sia ottenuta non su una base di deterrenza militare, ma come accettazione da parte degli stati arabi del riconoscimento dello stato israeliano.

Sulle alture del Golan che Israele occupò nella guerra dei sei giorni del 1967 ci sono delle ragioni che riguardano la sicurezza del territorio israeliano, ma anche altro tipo di considerazioni. La storia ci ha dimostrato che le annessioni territoriali a seguito dei conflitti, diventano spesso di carattere definitivo. In Europa chi oggi potrebbe pretendere la restituzione dei territori polacchi annessi alla Russia o, a sua volta, il ritorno della Prussia Orientale alla Germania o rimettere in discussione la questione istriana sul cui spossessamento dall’Italia gravano anche le tremende vicende delle stragi delle foibe.

Quello degli insediamenti nelle terre “occupate” o, come sostengono gli israeliani “contese” è un problema che va visto con un atteggiamento realistico, in quanto man mano che si consolidano le presenza dei coloni si allontana sempre più l’idea che si possa portare avanti la politica di “terra in cambio di pace”.

Al di là della poco felice coincidenza dell’annuncio dei nuovi insediamenti avvenuto durante la visita del vicepresidente americano Joe Biden e delle aspre rimostranze del Segretario di Stato Clinton, vi è la sensazione che la politica di Obama, sulla questione complessiva delle condizioni per il riavvio del processo di pace, abbia fatto qualche passo indietro rispetto alla prospettiva più realistica della Presidenza Bush.

Scriveva il Capo della Casa Bianca nell’aprile del 2004 ad Ariel Sharon: “Alla luce delle nuove realtà sul campo, tra cui l’esistenza di grandi centri popolati da israeliani, sarebbe irrealistico attendersi che l’esito dei negoziati sullo status definitivo sia un pieno e totale ritorno alle linee armistiziali del 1949… E’ realistico attendersi che si pervenga a qualsiasi accordo sullo status definitivo unicamente sulla base di cambiamenti approvati da entrambe le parti che riflettano questa realtà”.

A questa visione realistica non può sfuggire l’attuale inquilino della Casa Bianca che,comunque, dopo i giorni delle polemiche, il 18 marzo, in una intervista alla TV americana Fox ha smorzato i toni, confermando che “con il popolo israeliano c’è un rapporto speciale, ma gli amici a volte non vanno d’accordo”.
09/03/2010 [stampa]
L'Iraq non sarà mai un Vietman.
L’apprezzamento del Presidente Obama verso gli iracheni che sono andati a votare in gran numero , nonostante le minacce e gli attentati che hanno provocato numerose vittime, suona anche come il riconoscimento di un bilancio positivo, sotto il profilo storico, dell’intervento militare statunitense e la successiva presenza della coalizione occidentale in Iraq che ha consentito di avviare un percorso di democrazia.

Certo nel Paese rimangono ancora dolorose ferite di carattere civile ispirate dalle diverse “anime” religiose, la difficoltà a far funzionare lo Stato e la divergenza di interessi relativi al modo di ripartire la “ricchezza” che proviene soprattutto dai pozzi petroliferi.

La stabilizzazione della democrazia presenta qualche difficoltà anche nei Paesi dove essa ha una tradizione lunga e una condizione civile e di sviluppo ben diversa ed è, quindi, evidente come in Iraq essa appare più come un speranza che una possibile realtà.

Segnali di stabilizzazione sembrano, comunque, emergere da queste elezioni irachene quali, se confermato, il fatto che questa volta anche i sunniti siano andati a votare e, quindi, l’aumento della percentuale dei votanti, e, forse, una evoluzione più laica della rappresentanza, con un ruolo meno determinante delle liste religiose più conservatrici.

Accanto agli elementi positivi non mancano i rischi di una ripresa della guerra civile, mentre l’influenza degli sciti iraniani sul Paese, nel quadro dei rapporti internazionali determinati dalla prospettiva nucleare di Teheran, rende complesso il quadro geopolitico complessivo.

Il bilancio partecipativo delle elezioni irachene aiuta una analisi più di respiro di questa pagina importante della storia politica contemporanea che vede il sorgere del terrorismo islamico e l’intervento occidentale in queste aree geografiche . Soprattutto cancella quella interpretazione che in Italia la sinistra , riformista o massimalista, aveva espresso e cioè l’equiparazione tra Iraq e Vietnam, tanto è vero che autorevoli opinionisti ritengono che il Presidente degli Stati Uniti starebbe riflettendo sulla opportunità di mantenere le promesse di una riduzione da 90 mila a 50 mila dei militari a settembre ed il ritiro completo entro il 2011. I fatti dimostrano che vale la pena mantenere quelle condizioni che possono consolidare questo nuovo corso dell’Iraq.
08/03/2010 [stampa]
Per gli Armeni un "GENOCIDIO" impronunciabile.
La vicenda storica della persecuzione degli Armeni costituisce uno dei grandi drammi del XX secolo e non potrà mai essere trattata secondo una logica geopolitica.

Essa costituisce uno dei capitoli della immensa questione dei diritti umani che nello scorso secolo sono stati calpestati dai totalitarismi nelle diverse espressioni ideologiche.

E’ una grande e assurda pretesa quella che anima il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu che censura il comportamento della commissione esteri del Congresso che ha votato a stretta maggioranza una mozione che riconosce come “genocidio” il massacro operato dai turchi contro gli armeni tra il 1915 e il 1916.

Questo voto ha determinato il richiamo dell’ambasciatore turco a Washington e la convocazione dell’ambasciatore Usa al ministero degli Esteri di Ankara.

Anche le parole di Davutoglu non promettono niente di buono verso gli armeni ( “ ai membri della commissione dico questo: ogni intervento che fate… diviene un ostacolo al processo di pace fra Turchia e Armenia”) con i quali, peraltro, il governo turco è nella fase del confronto diplomatico per l’applicazione dei protocolli firmati lo scorso ottobre a Zurigo per il processo di pacificazione.

Questa grave irritazione di Ankara verso Washington lascia intravedere la possibilità di una serie di ritorsioni sul piano internazionale e si innesta in una evoluzione della politica estera di Ankara che suscita molti interrogativi.

Ci si domanda ancora quale sia il senso della denuncia del tentato golpe militare della fine di febbraio, se non quello di una operazione di sostegno del governo islamico, mentre permangono le perplessità delle cancellerie occidentali sull’indirizzo nazionalistico del Paese e la “rottura” con Israele sui quali abbiamo avuto modo di scrivere nelle note precedenti.

Ma la vicenda dell’irritazione per la parola “genocidio” non pone soltanto questioni di politica estera, ma riapre, abbastanza drammaticamente, il problema dei diritti e delle libertà individuali nella nazione turca.

Ritorna presso l’opinione pubblica internazionale anche il giudizio sull’articolo 301 del codice penale turco entrato in vigore il 1 giugno 2005 che punisce la cosiddetta “Turchicità”, la Repubblica o la Grande assemblea Nazionale Turca con la reclusione da sei mesi a tre anni, pena incrementata di un terzo se l’offesa viene commessa da un cittadino turco residente in un altro Paese. Queste norme ed altre furono criticate dalla commissione Ue, ma è evidente che fino a quando esse faranno parte del codice penale turco, significherà, di fatto, mantenere una valutazione negativa sulla condizione della libertà di opinione nel Paese confermando gli argomenti di chi non ritiene possibile l’adesione della Turchia all’Unione Europea, anche a prescindere dai vantaggi di carattere strategico o economico che da essa deriverebbero.
19/02/2010 [stampa]
Iran: le sanzioni o altro.
Sulla vicenda iraniana il sofisticato linguaggio diplomatico del ministro degli Esteri di casa Saud , al-Faisal, appare più algido, ma incisivo rispetto agli allarmi del segretario di Stato Hilary Clinton.

Non si sa bene se per, interiormente compiacersi, il Ministro di Obama ha gettato l’allarme su un Iran che “sta diventando una dittatura militare”. Mentre il Ministro dell’Arabia Saudita ha fatto sapere di “preferire una rapida soluzione del problema, piuttosto che un approccio graduale”, facendo, forse, intendere l’ipotesi di una colpo di stato militare.

Ora, da diversi anni, oltre le difficili strade delle sanzioni, alle quali sfuggono molti paesi, nonostante le decisioni dell’ONU o le improbabili verifiche dell’AIEA sull’andamento dell’arricchimento dell’uranio che, però non sono in grado di garantire l’uso pacifico, non è stata mai cancellata l’ipotesi di un cambiamento di regime ( regime change ), ritenuta fino a pochi mesi fa’ praticamente impercorribile.

Le recenti manifestazioni antigovernative e la loro la risonanza all’estero, hanno segnalato che più che un possibile attacco dall’esterno, in questo momento la regione di Ahmadi-Nejad è di fronte ad un pericolo interno, del quale non è chiara la portata.

Una cosa certa è che gli USA non gradirebbero il dover ricorrere ad un intervento, né di dover coprire uno strike chirurgico di Israele sui siti nucleari qualora Tel Aviv si sentisse realmente minacciata.. Agli Usa per il controllo della Regione bastano,al momento, la presenza in Iraq e i rapporti con l’Arabia Saudita e gli altri paesi arabi moderati, fino ad oggi solo marginalmente aggrediti dal terrorismo integralista.

Il prevalere della casta militare potrebbe comunque costituire un elemento nuovo se esso portasse ad una riduzione del potere della Guida Suprema. Certo, mentre ciò che sostiene il potere di Ahmadi-Nejad ha una visione religioso ideologica, la casta militare, per il suo intrinseco carattere tecnocratico, potrebbe conservare una visione nazionalistica, ma non ideologica.

Ci sono comunque lievi segnali che la situazione iraniana potrebbe essere alla vigilia di una possibile evoluzione, mentre si continuano a chiedere come dice il Ministro degli Esteri Franco Frattini “sanzioni condivise” o come specifica il premier israeliano Bibi Netanyahu “sanzioni in grado di paralizzare il settore energetico”.
15/02/2010 [stampa]
Sarkozy e Merkel salvano la Grecia e loro banche.
La posta politica è alta: difendere l’euro dagli attacchi della speculazione che approfitta della crisi di quattro paesi ( detti dai tecnici pigs, maiali) come Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda.

Era dal 1992 che l’Europa non conosceva una crisi così profonda.

L’interesse è comune: evitare reazioni a catena. Un anno fa a Bruxelles e a Francoforte nessuno si oppose all’intervento del Fondo monetario internazionale in aiuto dell’Ungheria, della Lettonia e della Romania. L’esperienza e la collaborazione del Fmi sarà, quindi, essenziale anche per la Grecia.

Nessun salvataggio o aiuto finanziario ma l’intera Comunità a 27 sarà a fianco del paese ellenico alle prese con la grave situazione provocata dalla crescita del debito pubblico ( i dati sono stati prima nascosti, poi falsificati, ora deve fare chiarezza sui numeri effettivi). La Grecia dovrà fare, innanzitutto, da sola per ridurre entro l’anno del 4 % il debito che è salito al 12,7 per cento. Se non gliela farà allora interverranno tutte le istituzioni europee e comunitarie: dalla Commissione Barroso, al presidente del consiglio il belga Heramn Van Rompuy, alla Bce di Trichet. Non mancherà l’America, minacciata anch’essa dall’aumento vorticoso del debito pubblico.

A favore della Grecia sono intervenuti con forti pressioni Sarkozy e Angela Merkel. Si è parlato negli ambienti europei di un rafforzamento dell’asse Parigi-Berlino. La realtà è che Francia e Germania non potevano stare a guardare il precipitare della crisi ellenica.

Le banche francesi sono esposte sulla Grecia per 79 miliardi , quelle tedesche per 43 e quelle italiane solo per 9. Si capisce allora il perché dell’attivismo di Sarkozy e della Merkel.

Anche l’Italia ha un enorme debito pubblico ma per ora i mercati si fidano della sostenibilità italiana dei suoi conti pubblici. Anche se l’Italia sta uscendo dalla crisi, osserva Draghi, con un tasso di crescita basso, ai minimi europei. L’euro è saldo? Sì ma le preoccupazioni non mancano. Come , secondo Trichet, non c’è rischio di dubitare sui conti di altri paesi.
15/02/2010 [stampa]
Dopo il Vicepresidente Antonio Tajani la diplomazia italiana punta a Mister Euro e alla guida della Bce.

Il ruolo dell'Italia a Bruxelles nella stanza dei bottoni dell'UE.
La prima conseguenza dell’entrata in vigore nell’Europa dei 27 della “ Costituzione leggera”, il primo dicembre 2009, è stata la nomina di un presidente stabile ( due anni e mezzo) del Consiglio, di un Ministro degli esteri, l’estensione del voto a maggioranza, il rafforzamento del Parlamento di Strasburgo. L’ultima firma che mancava l’ha messa, il 3 novembre 2009, il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus, 68 anni, considerato un “ eurodissidente”.

Negli ultimi tempi l’Unione europea non scalda i cuori dei popoli, anzi suscita indifferenza per l’eccessiva burocrazia e la scarsa voce ai cittadini. Anche se un’Europa forte appare sempre più una necessità e non un’opzione. Resta, tuttavia, ancora la figura del Presidente di turno, durata sei mesi, che dal primo gennaio tocca alla Spagna di Josè Zapatero e da luglio al Belgio. A Bruxelles guida poi la Commissione Ue il portoghese e popolare Josè Manuel Barroso, confermato per un secondo mandato.

C’è un certo affollamento al vertice delle istituzioni europee varate a seguito della sofferta approvazione del Trattato di Lisbona, che aveva avuto una prima bocciatura dall’Irlanda e un’accoglienza molto fredda da parte della Slovacchia. Per l’Italia questo giro di nomine non è stato molto vantaggioso.

Dopo veti e compromessi è stato scelto come presidente del Consiglio dei Ministri il cattolico belga Herman Van Rompuy, 62 anni, di levatura indubbiamente inferiore a quella di Tony Blair nei confronti del quale sono scattate riserve tali da far rientrare la sua nomina.

Anche per il Ministro degli esteri si è trovata una soluzione che ricompensasse l’Inghilterra nominando la baronessa Catherine Ashton, 53 anni, laburista, invece di Massimo D’Alema proposto da una parte dei socialisti e appoggiato dal governo italiano. Per ora l’Italia ha ottenuto un rafforzamento del ruolo di Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione e responsabile dal 2010 dell’industria e quindi anche del delicato settore dell’auto, che da lavoro a 12 milioni di persone e che attende da Bruxelles un segnale positivo sul tema degli ecoincentivi. Tajani ha anche la delega del progetto spaziale “ Galileo” per la prossima generazione di sistemi satellitari di posizionamento globale.

L’Italia è debole , comunque, nelle strutture intermedie, quelle che poi preparano i dossier da discutere e nei direttori dei dipartimenti. L’obiettivo ambizioso della diplomazia italiana è quello di puntare alla nomina di “ Mister Euro” e cioè alla presidenza dell’Eurogruppo da decidere entro la fine dell’anno e alla presidenza della Banca centrale europea, in scadenza alla fine del 2011.

Non è un segreto o un mistero che alla prima carica aspiri l’attuale ministro dell’economia Giulio Tremonti, reduce dai buoni risultati del G8 dell’Aquila e della lotta ai paradisi fiscali ( lo scudo fiscale ha riportato in Italia ben 95 miliardi di euro).

Per la seconda è in pole position il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi che in questi anni si è accreditato come personalità di livello internazionale. Per il successore lussemburghese Jean Claude Junker Tremonti e Berlusconi dovranno fare i conti con il presidente francese Sarkozy che punta sul suo ministro delle Finanze Christine Lagarde. Draghi ha un forte concorrente con il presidente della Bundesbank Alex Weber spinto dal Cancelliere tedesco Angela Merkel.

Quali gli scenari per l’Europa dei prossimi mesi? Van Rompuy presiederà tutti i vertici dei Capi di Stato e di governo ma svolgendosi tutti a Madrid avrà accanto “ con un ruolo di primo piano” Zapatero come conferma il Ministro degli esteri spagnolo Miguel Moratinos. Il premier socialista spagnolo organizzerà, poi, tutti gli incontri ministeriali. Alla baronessa inglese spetterà d’incontrare tutti i capi delle diplomazie dei 27 paesi europei. A febbraio 2010 entreranno, infine, nel pieno dei loro poteri Barroso e i commissari europei.

A quel punto la macchina delle istituzioni europee, la cosiddetta stanza dei bottoni, sarà completata nella sua struttura e potrà fissare gli obiettivi da raggiungere. Quali? Uno dei compiti che i vertici mondiali dovranno affrontare è quello di fissare la strategia di uscita dalla crisi economica. Le linee sono state già discusse sia nel G8 dell’Aquila che nel G20 di Pittsburg. Ma, come osserva il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi , ci vuole prudenza e determinazione per non ripetere gli errori che hanno portato le economie mondiali sull’orlo della catastrofe.

Il secondo filone è quello del rilancio dell’Unione per il Mediterraneo, tema che sta particolarmente a cuore al presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy che si è recato in Algeria, Libia, Marocco e al premier italiano Silvio Berlusconi dopo gli accordi con la Libia sulle opere pubbliche, l’autostrada, sulle energie ( petrolio, metano) e sugli immigrati. Altro tema, sul quale insiste Zapatero, è quello di un riavvicinamento tra Ue e Cuba.

I dubbi che sorgono riguardano le possibilità di coesistenza tra i vari timonieri europei. Gli spagnoli si dicono convinti che “ non ci sarà concorrenza ma complementarietà” tra i soggetti istituzionali. La realtà è un po’ più complessa visti i diversi interessi dei 27 paesi europei.

La prima verifica si avrà a Valladolid in Spagna quando si affronterà il tema dell’auto ibrida e di quella elettrica dopo il via verde degli aiuti al settore automobilistico legati non solo all’uscita della crisi ma al sostegno di innovazione e prodotti con motori ecosostenibili.

Con la previsione di due miliardi di veicoli nel 2035 sarà inevitabile trovare alternative allo sfruttamento del petrolio e all’aumento dell’inquinamento. Antonio Tajani mette avanti le mani. Punti fermi, osserva,restano l’innovazione e l’auto verde. Ok, quindi, agli aiuti purchè limitati nel tempo, destinati ad una vera rottamazione del veicolo inquinante e all’acquisto di un mezzo nuovo ecosostenibile. Occorrerà anche fermare l’abuso di inviare auto vecchie ai paesi più poveri, aggravando la situazione ambientale. Una politica verde ,comunque, non contro l’industria.

Altri due temi di grande rilievo sono l’allarme per la crescita della disoccupazione ( in Italia 8,5, sui livelli del 2003 ) e il debito pubblico di numerosi paesi. Sono troppi i senza lavoro osserva la Bce guidata dal francese Jean-Claude Trichet. Preoccupa, infine, il debito pubblico dei paesi Ocse. Per i prossimi quattro anni, fino al 2014, i deficit dei paesi di Eurolandia supereranno i limiti previsti dal Patto di stabilità.

In questo contesto quello che desta maggiori allarmi è quello greco giunto al 135% del prodotto interno lordo. Non vanno bene neppure i conti del deficit pubblico italiano che raggiungeranno il 120 per cento nel 2011. Tutti i paesi dovranno fare sforzi significativi di contenimento in attesa della ripresa economica che , secondo tutti gli esperti, sarà ancora lenta.

Gli obiettivi da raggiungere sono ancora molti: il rilancio e il completamento del mercato unico; l’impostazione di una politica energetica comune per diminuire la dipendenza dalla Russia e dal petrolio; il varo di politiche e comportamenti comuni di fronte al fenomeno dell’immigrazione;una maggiore cooperazione culturale e turistica.

Fissati ormai i confini dell’Europa , con qualche ritocco nei Balcani, le istituzioni dovranno anche impegnarsi per assicurare maggiore sicurezza e protezione
10/02/2010 [stampa]
I tre imperi.
La polemica di Pekino sulla vendita di armi degli USA a Taiwan e le accuse della Clinton di “pirateria informatica”, dopo che un importante motore di ricerca aveva reso noto che hacker cinesi erano entrati nelle caselle postali di dissidenti cinesi, non cambiano, sostanzialmente, lo scenario internazionale globale internazionale dove, come sottolinea una importante rivista italiana di geopolitica, “America e Cina si scoprono come difensori dell’attuale ordine economico, nel quale saranno primi fra pari”.

L’interessante corollario di questo duopolio internazionale è rappresentato anche dal rapporto di debito/credito fra le due potenze, assolutamente complementare.

Ma questo spostamento dell’equilibrio mondiale dall’Atlantico al Pacifico che si configura come principalmente fondato su un ordine economico, ha, invece, come è sempre stato nelle relazioni internazionali , un carattere politico.

Da un lato gli Stati Uniti erano da molti anni, già prima del crollo dell’Unione sovietica, nella condizione di supremazia, tanto che già negli anni ’80 si era parlato di unipolarismo nella politica internazionale con riferimento agli USA.

L’emergere della Cina ed in parte dell’India ha riproposto la logica della geopolitica rispetto alle interpretazioni dell’ultima parte del millennio circa la fine della storia. Non a caso in Oriente il Giappone , un tempo, in qualche modo, “satellite” degli USA, oggi non può prescindere da un rapporto con Pekino.

Lo scenario che si va palesando è quello descritto da Parag Khanna, direttore della Global Governance Initiative, docente della Georgetown University, incluso dalla rivista Esquire tra le 75 persone più influenti della terra, consigliere di Barack Obama che, in una intervista nel n.45/2009 di Aspenia, dice che “fra trentanni resteranno solo tre potenze vere: Europa, Cina e Stati Uniti”, aggiungendo che “ la Russia è destinata ad essere integrata nell’orbita europea”. Le interessanti tesi esposte nel libro ”I tre Imperi” tradotto in Italia nel 2009, si esprimono positivamente circa la maggiore efficienza del sistema finanziario europeo e la maggiore dinamicità commerciale dell’Europa, rispetto agli Stati Uniti.

Non mancano inoltre segnali che convergono verso la necessità di una evoluzione per grandi linee, rispetto alle permanenti tendenze nazionalistiche o di equilibri interni alle aree continentali La vittoria in Ucraina del filo-russo Yanukovich sembra aver liquidato definitivamente la rivoluzione arancione con il suo carattere nazionalista, ispirata da chi intendeva creare una barriera di stati tra l’Europa occidentale e la nuova Russia. Nel contempo è apparso anacronistico il tentativo di riproporre un asse Parigi-Berlino con l’idea di un collegamento tra i due esecutivi che avrebbe riportato indietro la politica europea, mentre occorrerebbe rimanere collegati alla tradizione dell’impulso politico partito dal disegno, a misura continentale, di Adenauer, Schuman e De Gasperi.

Il recupero dell’idea di Nazione non deve essere confusa con una concezione nazionalistica della politica e l’Europa, dopo il raggiungimento di importanti obbiettivi di integrazione, ha bisogno di un nuovo grande progetto. Come ha scritto Fyodor Lukyanov direttore della rivista “Russia in Global Affaires”: “tra pochi anni la situazione comincerà a cambiare, man mano che Mosca e Bruxelles capiranno che, nel mondo inquieto del XXI secolo, non costituiranno una vera forza se agiranno separatamente”.
02/02/2010 [stampa]
La svolta di Berlusconi: Israele nella UE.
La forte iniziativa politica del Presidente Berlusconi in Israele culminato nel discorso alla Knesset costituisce un evento di larga portata per la politica estera italiana e per il quadro internazionale.

Con l’auspicio dell’entrata di Israele nella Unione Europea Berlusconi ha colto un punto nodale dell’orizzonte politico europeo e mediterraneo destinato ad aprire nuovi ed importanti scenari.

Questa scelta indica una svolta rispetto alla tradizionale politica estera italiana nell’area che, dai tempi di Moro, non era sostanzialmente cambiata ed aveva avuto una riconferma quando la sedia di ministro degli esteri , negli ultimi anni, era stata occupata da Massimo D’Alema.

La linea di politica estera italiana aveva avuto un ruolo importante nel determinare una visione diplomatica e della sicurezza europea fondata, di fatto, su una alleanza euro-araba con il sostegno unilaterale europeo alla Palestina. Nei termini tradizionali, cioè prima del manifestarsi a scala internazionale del terrorismo islamista e prima dell’emergere di forti preoccupazioni circa i programmi nucleari iraniani, questa linea appariva, tutto sommato, fondata su un equilibrio ritenuto necessario e non dannoso per Israele.

Questa politica estera della UE è stata superata negli ultimi anni a partire dallo sviluppo della seconda Intifada, per proseguire con gli attentati terroristici a scala internazionale e l’affermarsi del negazionismo iraniano.

Con un atto coraggioso il premier italiano inserisce Israele nel quadro di un equilibrio per la sicurezza – come già avevamo indicato nella necessità di far aderire Israele nella NATO - di fatto invitando i paesi arabi a tener conto del peso che un’adesione alla UE avrebbe nel quadro degli equilibri strategici del Mediterraneo e del vicino oriente.

Questa scelta, inoltre, nel dover tener conto di questa condizione più ampia e complessiva, potrebbe rafforzare lo status di quei paesi arabi moderati che intendono mantenere un forte rapporto con l’Europa e si sottraggono allo scenario terroristico imposto da certo integralismo islamico.

Qualcuno ha ricordato che l’onore di parlare alla Knesset era stato riconosciuto fino ad oggi solo a George Bush, Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, non a caso , per gli ultimi due, protagonisti di un indirizzo di politica internazionale europea non condizionato dalla sinistra. Anche l’Italia con il successo di Berlusconi supera, in questo importante spazio della diplomazia, l’”intreccio” politico culturale di centro-sinistra.
20/01/2010 [stampa]
La strada nazionalista di Ankara.
L’evoluzione della politica estera turca preoccupa i commentatori occidentali in quanto sembra affievolirsi l’attenzione dell’Unione europea, mentre l’islamizzazione del Paese, in qualche modo, avanza, e ne risultano incrinati i rapporti con Israele.

Non c’è dubbio che il venir meno della divisione dell’Europa, il superamento della politica dei blocchi e l’emergere dello scenario globale, hanno modificato l’orizzonte nel quale la Turchia si era collocata in un quadro occidentale, fino agli anni ’90.

Oggi l’orizzonte geopolitico di una Europa dall’Atlantico agli Urali si è sostituito alla cortina di ferro e, di conseguenza tende ad essere emarginato il ruolo “occidentalista” della Turchia e, quindi, ad affermarsi una moderata politica nazionalista turca che si orienta verso un proprio sistema di difesa e si sottrae alle esigenze strategiche usa sullo scudo missilistico, né gradisce le tentazioni nucleari iraniane, pur interessata ad evitare sanzioni nei riguardi di Teheran.

Questo nuovo indirizzo di Ankara, in qualche modo, allontana il Paese dalla prospettiva europea e la rinvia a tempi nei quali il peso strategico e demografico del Paese sia meno traumatico per l’Unione europea; la cosa più importante per l’Ue è tenere d’occhio l’evoluzione dell’influenza dell’islamismo sul Paese, impostando programmi e relazioni in grado di favorire il mantenimento di una politica moderata.

La chiave di volta delle politiche del Medio Oriente risulta essere sempre di più la questione iraniana con gli sviluppi diplomatici e non che ne potrebbero scaturire. L’atteggiamento degli USA resta determinante: Bush, tutto sommato, non aveva in mente programmi di intervento militare, ritenendo sufficiente il controllo dell’Iraq; Obama, se dovessero crescere i rischi di un programma nucleare iraniano non solo civile, si troverà di fronte a decisioni davvero difficili.
17/01/2010 [stampa]
Obama tassa le banche. Restituire i soldi presi.
La potenza delle Banche americane non è mai stata messa in discussione. Lo sviluppo economico, il capitalismo e neocapitalismo Usa si sono basati da più di duecento anni sulla capacità di influire nelle decisioni di imprese e degli enti federali del sistema bancario, prima ancora di quello finanziario.

Banche uguale potere. Intorno al pianeta lobby, arricchimenti, fallimenti, crescita dell’industria petrolifera, dell’energia, dell’automobile, dell’industria bellica ( armi, missili, navi, aerei). Qualche volta, come nel 1927 o nel 2008, fanno crac. Il meccanismo s’inceppa. Le banche motore dell’economia vanno in crisi. Il sistema economico corre il rischio di fermarsi, parzialmente o totalmente.

Di fronte al fallimento di alcune delle grandi banche il governo Usa di Barack Obama è intervenuto, con celerità, mettendo sul piatto un fiume di dollari e tamponando le falle. Il fondo ( piano Tarp) per il salvataggio delle grandi imprese all’apice della crisi finanziaria prevedeva 341 miliardi di dollari.

Non appena però la crisi ha rallentato e i grandi gruppi hanno risistemato i conti ecco scattare il vecchio vizio, principalmente americano, di pagare incentivi d’oro ai propri managers.

I compensi extra sono tornati d’attualità. Il contrasto tra un’economia reale ancora in sofferenza ( la Banca mondiale continua a chiedere prudenza perché la crisi non è completamente superata), con una disoccupazione arrivata a 16 milioni e la pioggia di utili e megastipendi in pagamento a Wall Street è apparso non solo evidente ma ha suscitato l’indignazione di larghi strati della popolazione.

Il Presidente Usa, alle prese con la crisi di Haiti, con il terrorismo in Afghanistan, la spina atomica dell’Iran, il riacutizzarsi degli attentati da parte di aderenti ad Al Qaeda, non poteva non essere sensibile ai richiami che venivano dai ceti più in difficoltà che lo hanno fatto eleggere Presidente.

Si è mosso, così, rapidamente. Ha annunciato, in un discorso estremamente breve di sei minuti, che verrà chiesto il conto ai responsabili della crisi, individuati nei big del credito di Wall Street. Un ragionamento semplice: basta con i comportamenti irresponsabili dei banchieri e con i loro bonus odosiosi.

“Se le banche sono abbastanza sane per pagare maxibonus allora lo sono anche abbastanza per risarcire i contribuenti”. La Casa Bianca ha, quindi annunciato, l’introduzione di un tributo ( chiamato fee, tariffa) ossia una tassa finalizzata a recuperare 117 miliardi di dollari spesi dai contribuenti Usa per il salvataggio delle banche Usa e resterà in vigore per 10 anni fine ad estinzione. La tassa colpirà 50 società tra cui i colossi Aig, JP Morgan, Banck of America che vantano patrimoni superiori ai 50 miliardi di dollari.

La cura Obama contro l’oscenità dei bonus passerà ora la vaglio del Congresso dove ci sarà battaglia e sarà proposta anche ai paesi del G20 anche perché a Pittsburg era stata varata una direttiva di “moral suasion” contro i maxi-bonus. “Ridateci i soldi” gridato alle banche è un manifesto di grande effetto politico e mediatico.

Per Obama “recuperare ogni singolo centesimo speso dagli americani per salvare le banche” diventa una sfida per stare in sintonia con i milioni di poveri che la ricca America annovera. Alla tassa si aggiunge poi la decisione della Fed, la banca centrale, di chiedere alle banche più trasparenza per i consumatori e tutela per i minori.

E’ una lezione anche per l’Italia? Viste le reazioni all’annuncio del premier Berlusconi di ridurre le tasse a sole due aliquote crescono i dubbi che in Italia prevalgano le alchimie politico-burocratiche. Il sistema fiscale italiano è stato disegnato negli anni Sessanta e rattoppato più volte. Riflette un mondo che non c’è più continua a dire il Ministro Giulio Tremonti.

La riforma va fatta al massimo entro il 2013 e con essa va rivisto l’intero impianto del sistema del credito. Le banche italiane sono tra le più care del mondo e con più lacci e laccioli rispetto a quelle olandesi, francesi, tedesche e inglesi.
23/11/2009 [stampa]
Roma o Londra, quale Europa dalle nomine di Bruxelles?.
Il risultato della notte delle nomine europee è il prodotto dell’intreccio di disegni diversi che si sono scontrati a Bruxelles e che hanno trovato un punto di mediazione di basso profilo.

  La verità, infatti, è che l’Europa è sostanzialmente divisa sugli indirizzi di fondo che dovrebbero presiedere alla sua politica estera.

  E’ una antica questione quella che impedisce ad una Europa unita nel mercato interno e nella moneta (tranne, comunque, la Gran Bretagna ) di assumere lo status di grande potenza a motivo della inesistenza di una vera e robusta politica estera, a dimostrazione che è la politica e non l’economia a definire i ruoli e la dignità della nazioni.

  Si è partiti dalla questione della candidatura di Tony Blair a Presidente del consiglio europeo, rispetto alla quale si è avuta l’opposizione, di una  parte del Partito Socialista europeo ed anche di Sarkozy e della Merkel che hanno preferito puntare su colui che è stato nominato , cioè il Premier Belga Herman Von Rompuy. Ma è probabile che ad influire sul diniego, anche se non in maniera trasparente,  siano stati soprattutto i due premier francese e tedesco.

  Il senso di tale opposizione appare evidente: la personalità di Blair, di livello,  è senza dubbio legata ad una visione di politica globale, nella quale l’asse politico sia rappresentato dall’Occidente nella visione anglosassone dell’intesa di  ferro Stati Uniti - Gran Bretagna. La Francia e la Germania sono orientate  ad una visione più geopolitica,  sulla direttrice di una Europa che si muova nell’orizzonte “dall’Atlantico agli Urali”. Un emblema di questa direttrice russo tedesca è rappresentato dai progetti dei gasdotti in via di realizzazione, ed in particolare dal Nord Stream che collega direttamente via mare la Russia alla capitale tedesca.

  Anche sulla questione dell’ingresso della Turchia in Europa, il nuovo Presidente del consiglio europeo sembra allineato a Francia e Germania avendo, a suo tempo dichiarato che con l’ingresso di Ankara “ i valori universali che sono in vigore in Europa, e che sono anche i valori fondamentali della cristianità, perderanno vigore”.

  Sulla scelta del ministro degli esteri della UE il discorso è più articolato. Anche sulla mancata indicazione di D’Alema ha pesato una divisione importante: quella all’interno dei socialisti europei. Questi si sono divisi tra i filo inglesi e gli altri e, con l’argomento, molto strumentale, introdotto da Zapatero sulla improponibilità di un candidato che non fosse espressione di un governo nazionale, hanno bloccato la candidatura di Massimo D’Alema.

  Ad annunciare l’esito della vicenda era strato il Financial Time  che ha definito il candidato italiano “ un uomo di sinistra, ferrato negli intrighi della politica italiana”, forse rimproverandolo ancora una volta per il presunto agguato che portò alle dimissioni del primo governo Prodi. Questa presa di posizione non è una sorpresa, conoscendo la freddezza, poco cordialmente ricambiata,  dell’ex primo ministro nei riguardi dei salotti illuminati e del capitalismo finanziario.   La nomina della baronessa Ashton , commissaria al Commercio internazionale e, naturalmente, “senza mai essere eletta”, è  il risultato di compromesso per tenere dentro una Gran Bretagna sconfitta sulla candidatura Blair.  La nomina rende poco operante questa importante carica europea.

  La stampa italiana ha interpretato  le nomine o  , cogliendo solo l’aspetto più evidente, titolando  “l’Europa sceglie il basso profilo”( Corriere della Sera”) o con malcelata soddisfazione: scrivendo di “una sconfitta annunciata” ( la Repubblica ).  Quest’ultima, in particolare, oltre a rilevare ed auspicare che la baronessa si appoggerà per la sue scelte al Foreign Office, suona l’allarme annunciando che “l’Europa … si è data un volto e un numero di telefono, è il volto e il numero di Angela Merkel “.

  Il giornale di De Benedetti ha anche velenosamente sibilato che D’Alema “paga la crescente irrilevanza dell’Italia”, ma è nota l’interessata incomprensione per una linea di politica estera di Berlusconi attenta a stabilire rapporti strategici con la Russia, senza assumere atteggiamenti antiamericani.

  L’intera vicenda ci richiama le parole del Ministro Tremonti nell’intervista a Dino Messina e pubblicate nel maggio 2008 a proposito della costituzione europea e dei contenuti della Carta di Lisbona, confrontando le due visioni che hanno accompagnato la nascita e lo sviluppo dell’Europa, quella di Roma e quella di Londra: “ Londra è il luogo simbolico, la capitale tanto della modernità scientifica quanto del mercatismo. Da Londra si irradia infatti un’idea dell’Europa appiattita nella geografia piana del mercato: una grande area economica di libero scambio senza istituzioni politiche, solo con authorities organizzate come guardiani del traffico. Diversamente, Roma non è solo il  luogo del passato: è il luogo dei valori e delle tradizioni senza i quali non ci può neanche essere un futuro”. Le parole di Tremonti si concludevano con un ottimistico: “ Io sono convinto che Roma stia vincendo su Londra”.

  Il quadro che è emerso da Bruxelles non è confortante, tuttavia davvero dovesse aver vinto Berlino su Londra, gli eventi ci diranno se ciò significherà la conferma della prospettiva dell’Europa nata a Roma dalle idee di Adenauer, De Gasperi e Schumann, ma anche di De Gaulle.    
20/11/2009 [stampa]
Israele nella Nato.
La sicurezza di Israele costituisce un elemento assolutamente non negoziabile della politica europea e nord americana. Attorno a questo dato si debbono leggere le vicende mediorientali, anche rispetto alla corretta esigenza di assicurare stabili condizioni di pace e di giustizia nella regione. Israele, in termini strategici, fa parte dell’Occidente e ciò non solo in funzione di una logica geopolitica, ma come elemento della sua identità e della sua stessa escatologia religiosa.

Ma l’Occidente deve garantirne la sicurezza ponendo in campo i suoi strumenti diplomatici ed operativi facendo passi in avanti, anche perché la soluzione alla fase conflittuale oggi in atto non può che ritrovarsi in un quadro di stabilità complessiva e le garanzie bipolari, valide nell’immediato, non sono sufficienti a costruire l’equilibrio più generale. Dal 1994 Israele ha partecipato al Dialogo Mediterraneo della NATO, nel 2001 ha firmato un accordo di sicurezza che fornisce il quadro per la protezione delle informazioni classificate , mentre esercitazioni militari congiunte Israele NATO si sono cominciate a svolgere sin dal marzo 2005.

Comunque la strada per l’ingresso di Israele nella NATO non è facile, anche perché non è gradito ad una parte della politica di Tel Aviv. Inoltre, anche il cosiddetto mondo arabo moderato, come dice Sergio Romano, vede “nello Stato ebraico una quinta colonna delle vecchie potenze coloniali” o addirittura “una ennesima manifestazione dell’imperialismo occidentale”.

Un segnale da leggere in questo contesto è stato la cancellazione dell’esercitazione aerea “Anatolian Eagle” della NATO con l’intervento dell’aeronautica israeliana che si sarebbe dovuta svolgere il recente 12 ottobre nella base militare di Konya a sud di Ankara. L’annullamento per intervento del governo turco, secondo la stampa israeliana, sarebbe stato motivato dalla pressione dell’opinione pubblica turca particolarmente ostile ad Israele dopo l’operazione piombo fuso nella striscia di Gaza. Emergono, invece, motivazioni più articolate che tendono a collegare una serie di elementi che vanno dal recentissimo accordo militare con la Siria all’intensificarsi dei rapporti economici con Damasco e Baghdad, dalle commesse con i governi di Cairo, Libia e Quatar al alle linee politiche del nuovo ministro degli Esteri, il filo conservatore islamico Ahmet Davutoglu.

Ora, se la logica della politica internazionale, finita l’era dei nazionalismi e nella difficoltà che incontrano gli approcci unilaterali, come la vicenda irachena dimostra, si orienta verso una visione geostrategica, occorre convincere sia Israele che i Paesi arabi fuori dall’integralismo, che le garanzie per tutti ,rispetto alle minacce interne o esterne, si hanno attraverso un equilibrio offerto da una pluralità di attori.

Anche nei riguardi delle tensioni con l’Iran riferibili allo sviluppo dei programma nucleari di Teheran, la “deterrenza estesa” costituisce un elemento rafforzativo per convincere ad una politica che si privi di ogni ipotesi di aggressione. L’ex leader spagnolo Aznar espresse a suo tempo una opinione molto efficace: “ Occorrerebbe che la NATO, l’istituzione che incarna la solidarietà militare per eccellenza, invitasse ufficialmente Israele a farne parte. Sarebbe anche percorribile la strada di accordi strategici bilaterali tra gli Stati aderenti alla NATO ed Israele; qualora ciò avvenisse, Teheran comprenderebbe che l’unità è reale, non solo di intenti, e questo l’indurrebbe necessariamente a pensarci due volte prima di dar seguito alle proprie minacce”. .
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Paolo Mieli e i conti con la storia
13 Dicembre 2013

Domenico Fisichella - "Dal Risorgimento al Fascismo 1861-1922"
Carozzi Editore - Sfere pp.336, € 22,00

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