Cultura per la Partecipazione Civica
cultura per la partecipazione civica
HOME
POLITICA
ECONOMIA
ISTITUZIONI
AMBIENTE
ESTERI
CULTURA
APPROFONDIMENTI
EVENTI
CHIESA
SOCIETA'
RIVISTA
ECONOMIA
07/2017 [stampa]
TRE PALLE AL PIEDE: debito, consumi, lavoro
L’Italia sta marciando con il piede giusto? La strada che il governo dovrà percorrere nei prossimi mesi è un sentiero stretto tra l’eccessivo debito pubblico (2.280 miliardi di euro a maggio 2017) e il necessario sostegno all’economia senza toccare i vincoli dell’equilibrio economico, inserito in Costituzione con la “legge rinforzata” del 2012 attuativa del nuovo art.81. Dopo anni di rinvii da parte del governo Renzi dovrà essere attuato nel 2019. La manovra 2018 dovrà tenere conto delle clausole di salvaguardia ancora da disinnescare per circa 15,7 miliardi di euro per non far scattare, automaticamente dal primo gennaio 2018, l’aumento dell’IVA chel’Italia si porta dietro dal governo Monti. Il governo Gentiloni ha chiesto a Bruxelles altra flessibilità per 9 miliardi (difficile da ottenere dopo le risorse già conteggiate negli anni scorsi). Dovrà inoltre portare il debito pubblico al 125 entro il 2020, solo la Grecia si trova peggio. Non c’è da farsi molte illusioni di fronte ai quasi 8 milioni di senza lavoro come certificato dall’ufficio studi della Confindustria, ai 3 milioni di disoccupati ufficiali, ai 2, 2 milioni di “inattivi” coloro cioè che non studiano e non cercano lavoro. Una percentuale di disoccupati, soprattutto giovani e donne, che raggiunge l’11,7% della forza lavoro. Corrono solo i contratti a termine, osserva il rapporto sul lavoro dell’Inps di luglio. Dei 2,7 milioni di rapporti di lavoro ben 1,8 milioni, cioè il 65,5%, sono state assunzioni a termine con un aumento del 23% nei confronti dei primi 5 mesi del 2016. I contratti a tempo indeterminato sono diminuiti del 5,5per cento. L’occupazione è precaria e instabile con una impennata del lavoro a chiamata o intermittente con il quale le aziende hanno sostituito i vecchi voucher, prima aboliti per evitare il referendum della Cgil e poi reintrodotti in forma più limitata. Ci sono poi 800 mila lavoratori sottoutilizzati. Va poi tenuto presente che alcuni milioni di pensionati hanno assegni sotto i mille euro. Si spiega anche così il basso incremento dei consumi soprattutto quelli delle famiglie che avanzano a passo lento verso quell’obiettivo del 2% d’inflazione posto dalla Bce come base per una solida e duratura ripresa economica. E in autunno Francoforte si appresta a prendere nuove decisioni in vista della fine del programma di acquisti di titoli al ritmo di 60 miliardi al mese almeno fino a dicembre. Non è un mistero che i tedeschi aspirino, dopo la fine del mandato di Draghi nel novembre 2019, ad assumere la guida della Bce. Gli scenari allora potrebbero cambiare e con essi la politica monetaria dei tassi a zero. La Fed Usa è già avviata ad un rialzo graduale dei tassi. Gli analisti politici ed economici prevedono novità dopo il voto tedesco, italiano e l’accelerazione dei negoziati sulla Brexit.Ecco perché non ci si può accontentare di una stima del Pil poco sopra l’1,3% delle ottimistiche previsioni. La manovra a ridosso delle elezioni complica la ricerca delle risorse necessarie per ridurre le tasse( iniziando a tagliare quelle sulle assunzioni dei giovani) e spingere la ripresa. ( smen)

01/2017 [stampa]
TRANI: PROCESSO RATING IL PM CHIEDE LA CONDANNA
Battute conclusive al processo di Trani sulla presunta manipolazione di mercato da parte dell’agenzia di rating Fitch che nel gennaio del 2012 decise il doppio declassamento dell’Italia da A a BBB+. Il Pubblico Ministero Michele Ruggiero ha chiesto la condanna alla pena di 9 mesi di reclusione e 16 mila euro di multa per l’analista David Riley, capo del rating che avrebbe all’epoca fornito in due occasioni anticipazioni sull’imminente declassamento. Poiché questa decisione venne presa dieci giorni dopo secondo i difensori non ci sarebbe stata alcuna diffusione di notizie false. Il processo di Trani si occupa di un periodo particolarmente difficile per l’economia italiana ma da quanto emerge dal documento di Stabilità finanziaria l’Italia stava meglio di altri paesi dell’Unione e quindi non c’erano i presupposti per il doppio declassamento. La parola definitiva al giudice pugliese.

06/2016 [stampa]
Entro oggi imprese e famiglie debbono versare 51,6 miliardi di tasse
Tra ritenute Irpef, Tasi, Imu, Ires, Iva, Irpef, Irap e addizionali comunali/regionali Irpef, le imprese e le famiglie italiane debbono versare entro il 16 ben 51,6 miliardi di euro di tasse. Di questi, 34,8 miliardi finiranno nelle casse dell’erario, 11 in quelle dei Comuni e 5,3 in quelle delle Regioni. Dal pagamento del diritto annuale alle Camere di Commercio, infine, gli enti camerali incasseranno dalle imprese 500 milioni di euro. E’ quanto emerge da uno studio del centro studi della Cgia, secondo il quale, in termini assoluti, il versamento piu’ oneroso riguardera’ le ritenute Irpef dei dipendenti e dei collaboratori che attraverso il sostituto di imposta saranno trasferite dalle imprese all’erario per un importo pari a 11 miliardi di euro. Con l’abolizione della Tasi sulla prima casa, che per l’anno in corso ci consente di risparmiare 3,5 miliardi di euro, l’impegno economico piu’ importante del 2016 per le famiglie italiane verra’ dal pagamento della prima rata dell’Imu-Tasi sulle seconde/terze case e sugli immobili ad uso strumentale. Dei 10,2 miliardi di euro di gettito previsti dal pagamento della prima rata da queste due imposte gravanti su tutti gli immobili presenti nel Paese, quelli ascrivibili alle famiglie ammonteranno a circa 5 miliardi di euro. La Cgia ricorda che, comunque, non tutti i possessori di una prima casa saranno esonerati dal pagamento delle tasse (Imu-Tasi). Per i proprietari di ville, di abitazioni di lusso e di dimore signorili (categorie catastali A1, A8 e A9), infatti, i tributi saranno dovuti. Secondo una stima dell’Ufficio studi, la prima rata dell’Imu relativa a questa tipologia di immobili consentira’ ai Comuni di incassare 45,6 milioni di euro. Altrettanto oneroso sara’ il pagamento del saldo 2015 e dell’acconto 2016 relativo all’Ires (Imposta sui redditi delle societa’ di capitali). Le imprese saranno chiamate a versare poco piu’ di 8,5 miliardi di euro. Tuttavia, le aziende con dipendenti beneficeranno di un minore peso fiscale Irap, grazie all’eliminazione dalla base imponibile del costo del lavoro.

01/2016 [stampa]
RIFLETTORI DELL'EUROPA SULLE ANOMALIE BANCARIE
Il buco accumulato dalle quattro banche ( Etruria, Marche, CariFerrara, CariChieti) salvate dal decreto del governo Renzi ammonta a 8 miliardi. Il patrimonio completamente bruciato dalla sofferenze. Eppure le relazioni di revisione sui bilanci indicavano che tutto andava bene. Ora le Procure della repubblica intendono chiarire se su quei documenti delle agenzie dei revisori di conti “ stime ragionevoli, contabilità corretta” si nascondevano altri reati, tipo conflitto d'interessi, omesse comunicazioni all'organo di vigilanza.

Un quadro di anomali che hanno indotto la Procura di Arezzo ad effettuare perquisizioni nella direzione generale della Banca Etruria e nelle aziende controllate da alcuni ex amministratori dell'istituto. Alcuni amministratori devono risponde dell'accusa di aver ricevuto finanziamenti da parte della banca da loro amministrata.

Ed è arrivato anche un atto di incolpazione da parte della Banca d'Italia nei confronti dei vertici di Banca Etruria ( l'ex presidente Lorenzo Rosi, e i due vicepresidenti Pierluigi Boschi e Alfredo Berni e i cinque componenti del Cda) per “ inerzia nell'attivare adeguate misure correttive per risanare la gestione, provocando un ulteriore peggioramento della situazione tecnica”. In una parola secondo gli ispettori di Bankitalia il fallimento poteva essere evitato oppure si doveva provare a rimettere i conti a posto. I punti di contestazione sono dodici.

Preclusa la strada del salvataggio pubblico stanno emergendo altre criticità. E' il mondo delle Banche di credito cooperativo.

Erano 411 nel 2011 sono diventate 363 dopo alcuni accorpamenti, che con 37 mila dipendenti e il 15% degli sportelli bancari rappresentano il 6 per cento degli attivi complessivi del sistema bancario. Già nel 2014 i crediti anomali sui prestiti totali avevano raggiunto il 18% e le sofferenze avevano superato il 9%. Dalle ultime analisi di bilancio almeno un centinaio di aziende di credito cooperativo presentano fragilità mentre quasi 20 sono a rischio nei prossimi 18 mesi.

Di fronte a questa situazione Palazzo Chigi dopo aver varato la riforma delle Popolari si appresta a mettere in cantiere quella delle banche di credito cooperativo. Le Bcc svolgono da 130 anni il ruolo di banche del territorio, con l'obiettivo di rispondere alle necessità economiche ne sociali delle comunità locali. Il punto debole è che spesso sono gestite da manager legati ai partiti del luogo. E' lo stesso pericolo che corre l'ipotesi ndi costituire una holding centrale con un proprio consiglio e personale.

Il problema dei crediti deteriorati e della struttura del settore bancario sono sotto osservazione da parte della Commissione europea. Dopo la crisi l'Ue approvò gli aiuti di Stato per molte banche. Ora le norme sono dirette ad evitare che uno Stato, e quindi i contribuenti, sopporti il costo dei salvataggi. Per l'Italia, osserva il vicepresidente lettone Valdis Dombrovskis si stanno cercando soluzioni in linea con le regole Ue.

Sono 15 le banche italiane delle 129 europee sulle quali dal novembre 2015 è scattata la vigilanza unica della BCE. Sono Intesa SanPaolo, Unicredit, Mediobanca, Ubi, Credem, Iccrea holding, Carige, Veneto Banca, Mps, Popolare di Sondrio, Banca popolare, Bpr, Mmp, Braclay Italia,Popolare di Vicenza.

Il consiglio di Francoforte, presieduto da Danièle Nouy, ha messo per scritto le raccomandazioni sui criteri delle priorità di sorveglianza. Il punto principale riguarda più controlli sui rischi e sulle qualità dei dati. L'accensione di riflettori più potenti si è resa necessaria per l'entrata in vigore dal primo gennaio 2016 della nuova direttiva europea chiamata “ bail-in”, che prevede il ricorso esclusivo ai capitali privati nell'eventualità del salvataggio di un istituto di credito.

Negli ultimi 8 anni, dal fallimento della banca americana Lethman Brtohers alla manipolazione dei tassi Libor, ci sono stati troppi elementi e momenti negativi nel sistema bancario.

Su alcune distorsioni è intervenuta anche l'autorità bancaria europea ( EBA), presieduta dall'italiano Andrea Enria. L'ultima volta all'inizio dell'anno quando ha raccomandato una stretta sui dividendi delle banche e restrizioni sulle remunerazioni consentite ai manager in termini di bonus e cedole.

12/2015 [stampa]
L’ECONOMIA ITALIANA STA RALLENTANDO
La bufera delle banche salvate dal fallimento con grave danno per i risparmiatori,le continue modifiche in Parlamento alla legge di stabilità,le strigliate della Commissione di Bruxelles. Non è un buon momento per il governo Renzi. Il premier e il Ministro dell’economia Padoan ci mettono del loro per far arrabbiare i contribuenti e più in generale i cittadini raccontando un’Italia in ripresa.

La doccia fredda viene dalla Confindustria del presidente Squinzi in altre circostanze molto accomodante a favore dell’Esecutivo per alcuni provvedimenti invocati dagli imprenditori.

Lo scenario economico è stato analizzato dal Centro studi dell’organizzazione di viale dell’Astronautica a Roma che rivede al ribasso le previsioni del Prodotto interno lordo stimando che il 2015 chiuderà con un +0,8% rispetto alla precedente previsione dell’1% elaborata in settembre.

“ L’economia italiana, è scritto nel documento, anzichè accelerare rallenta. Il mancato decollo resta un vero rebus. Occorre constatare che l’uscita dalla seconda recessione, pur in un quadro esterno nettamente migliore che in passato, è stata più lenta rispett alla risalita seguita alla fine della prima ( 2008-2009)”. Le ragioni per cui l’Italia non riesce a prendere il vento favorevole sono legate, secondo la Confindustria, al fatto che ci sono comportamenti più prudenti, che il tasso di risparmio è molto basso, anzi ai minimi storici e che il tasso di disoccupazione pur leggermente in calco si attesta al 12%.

Un peso enorme è costituito poi dall’evasione fiscale e contributiva che ammonta a oltre 123 miliardi di euro, pari al 7,5% del Pil. Al fisco cioè vengono sottratti quasi 40 miliardi di Iva, 24 di Irpef, 5,2 di Ires, 3 di Irap, 17 d’imposte indirette, 35 di contributi previdenziali.

E’ evidente allora che l’evasione fiscale e contributiva blocchi lo sviluppo economico e civile del paese, distorce la concorrenza, peggiora il rapporto tra cittadini e Stato e riduce la solidarietà.

Il sommerso è particolarmente elevato nelle attività di servizi, nel commercio, nei trasporti, nel settore del turismo e della ristorazione e nelle costruzioni.

Tra le cause maggiori l’inefficienza dei controlli da parte della pubblica amministrazione e la mancata operatività dell’Anagrafe fiscale con le banche dati di altri settori della pubblica amministrazione.

In questa situazione cresce ancora il debito pubblico giunto quasi al record storico. Secondo l’ultimo bollettino della Banca d’Italia l’ammontare a fine ottobre era di 2.211,8 miliardi avvicinandosi al record di 2.218,2 registrato a maggio scorso. Nell’arco dei primi 10 mesi dell’anno il debito è cresciuto di 76 miliardi.

Renzi e Padoan dovrebbero prendere atto che le politiche finora adottate sono insufficienti se non sbagliate e cambiare strategia.

12/2015 [stampa]
DA UNIMPRESA RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO - Fisco: Unimpresa, dal 2006 peso tasse sempre sopra media Ue
Comunicato stampa UNIMPRESA del 08-12-2015 n. 173

Spread fiscale tra Italia ed Europa a 360 punti base nel 2014. Il presidente Longobardi: "Fatto poco con la legge di stabilità"

Nel 2014 lo spread fiscale tra l'Italia ed Europa era di 360 punti base: se la pressione fiscale italiana era al 43,6%, la media Ue si è fermata al 40,0% con 3,6 percentuali di differenza. Fino al 2005 la pressione fiscale in Italia era in linea o inferiore alla media dell'Europa, mentre a partire dal 2006 il peso delle tasse rispetto al pil è progressivamente cresciuto attestandosi sempre oltre il livello medio registrato in sia nell'Unione europea sia nell'area euro). Nel 2005 la pressione fiscale italiana si è attestata al 39,1% mentre la media dei 28 paesi Ue registrava una media del 38,9% e nell'area euro del 39,5%. Dall'anno successivo, il peso delle tasse in Italia è cresciuto superando le medie europee: 40,2% contro 39,2% e 39,8%. Questi i dati principali di una analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo cui è nel 2014 la pressione fiscale in Italia era al 43,6%, mentre la media Ue si fermava al 40,0% e la media area euro al 41,5% con una distanza rispettivamente di 360 punti base e 210 punti base.

Secondo l'analisi dell'associazione, basata su dati della Banca d'Italia e di Eurostat, è in particolare a partire dal 2007 che il peso delle tasse rispetto al prodotto interno lordo è costantemente cresciuto in Italia registrando valori sistematicamente superiori a quelli medi dell'Unione europea e alla media dei paesi che adottano la moneta unica del Vecchio continente. Nel 2007 la pressione fiscale italiana era al 41,5% del pil, la media Ue era al 39,3%, la media area euro al 39,9%. Nel 2008 il peso delle tasse in Italia era al 41,3% (Ue 39,1%, area euro 39,5%), nel 2009 il peso in Italia al 41,8% (Ue 38,5%, area euro 39,3%), nel 2010 il peso in Italia al 41,6% (Ue 38,4%, area euro 39,2%), nel 2011 il peso in Italia al 41,6% (Ue 38,9%, area euro 39,7%), nel 2012 il peso in Italia al 43,6% (Ue 39,5%, area euro 40,7%), nel 2013 il peso in Italia al 43,5% (Ue 39,9%, area euro 41,2%), nel 2014 il peso in Italia al 43,6% (Ue 40,0%, area euro 41,5%).

"Se l'economia italiana fatica più di altre è colpa anche di un peso eccessivo del fisco sia sulle famiglie sia sulle imprese. Nei prossimi anni purtroppo non ci saranno inversioni di tendenza significative e la legge di stabilità, pur contenendo alcune misure volte a ridurre qualche balzello, non è in grado di cambiare il quadro i maniera sensibile come sarebbe necessario e come ci aspettavamo. Il governo ha fatto poco con la manovra, nel 2016 impegni e atti concreti contro le tasse" commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.



07/2015 [stampa]
AUMENTANO LE TRUFFE DEI DATI BANCARI E POSTALI
Una taglia di un milione di dollari per mandare in carcere il leader del gruppo rumeno delle truffe online. Gran parte degli hacker che mettono in pericolo i risparmi di migliaia di cittadini di tutto il mondo risiedono in una cittadina ai piedi dei monti Carpazi. I pirati degli ingegnosi furti dei dati bancari e postali hanno messo in moto un meccanismo semplice: spediscono centinaia di migliaia di messaggi online, scritti in forma apparentemente corretta. Spesso si è verificato (lo abbiamo sperimentato personalmente) che il mittente si firma “ Poste.it” ma aprendo il link si viene indirizzati ad un’altra pagina da comporre con tutti i dati del proprio conto in un apposito formulario.

Un sistema che si chiama nel gergo cibernetico “ pescare” e in inglese “ phishing”. I messaggi vengono mandati a valanga nella convinzione che qualcuno “ abbocchi” e i pirati una volta ottenuta la chiave d’accesso entrano nel conto, prelevano e spostano immediatamente il denaro.

Quando il cliente torna ad aprire il suo conto trova l’amara sorpresa. In qualche occasione dopo aver fatto la denuncia per furto ai Carabinieri o alla Polizia e la domanda alla banca o alla Poste se si è fortunato dopo alcuni mesi si torna in possesso della cifra.

Il fenomeno è in continua crescita ed è stato creato un portale dal titolo “ www.occhioallatruffa.net”.

La cittadina rumena del leader Nicolae Popescu, classe 1980, a cui dà la caccia l’FBI è ormai chiamata “ la Silicon Valley del crimine Internet”. Gli stratagemmi dei furti online sono infiniti: solo nel 2014 ci sono state 82 mila denunce. Ma “Dom” di Ramnicu Valcea, è irreperibile e ben nascosto.



09/05/2014 [stampa]
SINDACATI COSTITUZIONE E PARTECIPAZIONE
Lo scontro tra il premier Matteo Renzi e i sindacati è soltanto all’inizio. Non solo perché alle primarie del Pd per l’elezione del segretario del partito la Cgil di Susanna Camusso si schierò a favore del suo avversario Gianni Cuperlo. La contesa riguarda i temi della cultura politica della sinistra, i rapporti tra istituzioni e organismi sociali, le scelte del governo. A Renzi a Palazzo Chigi non piace il metodo della “ concertazione” andato avanti una ventina d’anni. Lo vuole “ rottamare”. I toni sono aspri. “ I sindacati devono capire che la musica è cambiata, devono capire che non possono decidere tutto loro o bloccare tutto loro”.

Cosa succede? Non è più la stagione delle trattative infinite? Sembrano lontani i tempi in cui la Cgil era la cinghia di trasmissione del partito comunista anche se non mancarono scontri tra Massimo D’Alema e il leader della Cgil Sergio Cofferati nel 1997 sul tema della flessibilità. Cgil spaccata anche nel 1984 quando il governo Craxi decise il taglio di 4 punti della scala mobile e la maggioranza del sindacato guidata da Luciano Lama accolse la linea di Enrico Berlinguer per la raccolta delle firme sul referendum abrogativo che venne bocciato dai cittadini chiamati alle urne. Allora la componente socialista minoritaria seguì l’impostazione del leader Bettino Craxi.

Ora siamo alla battaglia di posizione. Il fuoco covava sotto le ceneri dell’unità.

“ Il governo Renzi distorce la democrazia escludendo, con un atteggiamento di autosufficienza, la partecipazione della rappresentanza sociale nel momento in cui si decide di cambiare il paese e le regole del lavoro” ha sparato con veemenza Susanna Camusso nella relazione del XVII congresso della Cgil a Rimini. Per il suo ultimo mandato la sindacalista ha risposto anche al Presidente della Repubblica che invitava “ i sindacati ad elaborare proposte innovative e sostenibili per contribuire al superamento di una così larga crisi” lanciando la sfida di 4 tavoli: pensioni, armonizzatori sociali, lavoro povero, lotta all’evasione. Oltre a due temi molto cari alla sinistra: l’ipotesi di una patrimoniale e il no alle privatizzazioni.

Il dibattito-scontro non si è fermato a Renzi-Camusso. Ha coinvolto anche gli altri segretari delle Confederazioni nazionali ( Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti, Giovanni Centrella), Ministri ( per Poletti il governo ascolta tutti ma poi decide) e tutte le forze politiche. Prima del congresso Renzi, in una intervista al Corriere della sera, aveva detto “ non sarà un sindacato a bloccarci nel cambiare il Palazzo e abbattere le resistenze corporative”. Dopo il discorso della Camusso il premier è tornato sull’argomento in varie dichiarazioni rincarando la dose precisando che “ anche i sindacati devono fare la loro parte cominciando con la riduzione del monte ore dei permessi sindacali nel pubblico impiego e dall’obbligo di mettere on line le spese”. Riferendosi evidentemente ai contributi che i sindacati prendono dai Caf per l’assistenza ai lavoratori. Ogni anno i patronati ( sono diventati ormai una trentina) si spartiscono 430 milioni di finanziamento pubblico. Il costo annuo dei circa 2 mila distacchi sindacali nel pubblico impiego costano circa 115 milioni. Gli iscritti ( 5 milioni e 700 la Cgil, 4 milioni e 3 mila la Cisl, 2 milioni 200 mila la Uil, un milione la Ugl per un totale, compresi i pensionati, di circa 12 milioni che pagando una quota dell’1 per cento sullo stipendio o pensione fanno incassare quasi un miliardi e mezzo. I sindacati hanno poi un immenso patrimonio immobiliare che gli deriva dalla legge n.902 del 1977 che attribuì loro gratuitamente tutto il patrimonio del disciolti sindacati fascisti. Ora la Cisl possiede più di 5 mila immobili e la Cgil oltre 3 mila.

Il dibattito-scontro è lanciato. Per andare al fondo della questione occorre interrogarsi se sia un bene o un male che non siano stati resi operativi i principi fissati dalla Costituzione in materia di sindacati?

A 66 anni dal varo della Carta una realtà appare evidente: c’è una profonda divaricazione tra il ruolo che svolgono nella realtà sociale e politica di oggi e quello assegnato, a tavolino, dai Costituenti nella stragrande maggioranza di estrazione cattolica, comunista, socialista, azionista con qualche presenza repubblicana e liberale.

In questi ultimi anni si è tanto parlato di riforme istituzionali e si è messa mano, per due volte, ( da parte del centrosinistra di Prodi e del centrodestra di Berlusconi )alla modifica del titolo V della Costituzione ( quello relativo alle Regioni, Province , Comuni).

Ora con il governo Renzi si affronta il tema dell’ordinamento della Repubblica con l’ipotesi di trasformare il Senato al fine di eliminare il cosiddetto bicameralismo perfetto ( due Camere con gli stessi poteri legislativi), di eliminare le Province e tra gli organi ausiliari il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro ( Cnel).

Da tempo immemorabile ( inizio anni Settanta) non si parla di rivedere la posizione del sindacato nell’ordinamento costituzionale.

Non essendo stato sciolto questo nodo l’organizzazione sindacale è sì “ libera” come recita l’art. 39 della Costituzione ma in pratica è un’associazione di fatto che agisce, come meglio crede, in difesa degli interessi e dei diritti dei propri iscritti. Spesso, però, va anche al di là “ pretendendo” di rappresentare tutti i lavoratori, imponendo scelte e azioni di lotta generali. In sostanza sulla base di una dichiarata, ma non comprovata, forza di rappresentanza, le tre maggiori Confederazioni ( Cgil, Cisl, Uil) hanno monopolizzato l’azione sindacale e i rapporti con governo, istituzioni e controparte datoriale.

La verità è che la storia sindacale del dopoguerra si è sviluppata al di fuori dell’architettura giuridica dell’art.39.

Già tempo fa il prof. Aldo Sandulli, ex presidente della Suprema Corte, sottolineava che “ sindacati e partiti sono diventati gli autentici sovrani del nostro sistema costituzionale”. Da parte sua il prof. Giovanni Leone, ex presidente della Repubblica, in occasione del Trentennale della Carta in una cerimonia a Palazzo Giustiniani rimarcò la crescente influenza politica del sindacato, sottolinenando che “ doveva essere contenuta nell’ambito dei contorni costituzionali e di una netta distinzione con le istituzioni politiche propriamente dette”.

Negli anni di accentuata crisi politica fino al referendum sulla scala mobile, voluto dal premier socialista Bettino Craxi impegnato a riportare l’inflazione dal 18 al 5 per cento la cosiddetta “ Triplice” ha cavalcato la via delle riforme al posto dei partiti e successivamente quella del “ pansindacalismo”, che portò ai rituali tavoli a Palazzo Chigi su tutte le questioni sociali. Senza l’assenso delle tre Confederazioni non si varava alcun provvedimento in materia di lavoro.

Era il modello del “ consociativismo”, delle “ triangolazioni”, della “ concertazione”. E quando arrivò il turno dei governi Berlusconi l’impostazione di Sergio Cofferati, Guglielmo Epifani, Sergio D’Antoni, Savino Pezzotta, Luigi Angeletti e poi di Susanna Camusso e di Landini della Fiom fu quella degli scioperi generali contro la politica economica del governo, considerato ostile al mondo del lavoro. Fino a quando si scoprì che i metalmeccanici di Sesto San Giovanni, della Pirelli, della Dalmine, dell’Ilva, dell’Italsider, della Fiat di Pomigliano d’Arco, di Melfi votavano anche essi Forza Italia nella speranza di ottenere provvedimenti che abbattessero le tasse, tenessero a bada l’inflazione, rendessero accessibili i mutui per acquistare la caca di proprietà, per dare un posti di lavoro ai figli.

La “ politica dei redditi” di Ugo La Malfa e di Giovanni Spadolini era dietro le spalle ormai da tempo, anche concettualmente. I sindacati spingevano per cambiare la società in senso “ egualitario”, rompendo vincoli gerarchici in ufficio, in fabbrica e sul territorio a favore di un centralismo statale che poggiava sulle aziende pubbliche di cui all’Iri Romano Prodi è stato a lungo il deus ex machina. Il consociativismo legava le forze di sinistra con quelle cattoliche e sociali ( Acli, coop, movimenti di volontariato, Caritas). I sindacati si sono sentiti legittimamente parte della maggioranza quando era la sinistra a vincere e parte dell’opposizione quelle volte che ha vinto il centrodestra.

I sindacati, però, non si accorgevano che il mondo industriale stava entrando in crisi con la globalizzazione e l’internazionalizzazione delle imprese. L’occupazione diminuiva nel mondo e i posti di lavoro diventavano sempre più evanescenti e precari a causa dell’avanzare delle tecnologie ( che richiedono meno manodopera) e della finanza creativa a scapito dell’economia reale.

Tornando alla Costituzione (a parte le Regioni operative solo dal 1970) essa non è stata tradita, come ritengono alcuni studiosi, negli aspetti sociali. Bensì non è stata attuata per l’opposizione delle forze politiche ( la dc era più legata ai concetti di partecipazione volontaristica e alla dottrina sociale della Chiesa; il Pci utilizzava la Cgil come cinghia di trasmissione per sviluppare il conflitto di classe e la lotta la capitalismo), da quelle sociali ( la Cisl è stata fin dai tempi di Giulio Pastore contraria a regolamentare per legge le attività sindacali per favorire la libera contrattazione tra le parti), e da quelle economiche ( la Confindustria sia con Angelo Costa che con Giovanni Agnelli o Guido Carli era decisamente preoccupata di avere le mani libere in azienda e nei rapporti industriali).

Il conflitto sociale è essenziale e fisiologico in un sistema democratico, diviene pernicioso e patologico quando deborda in politica. L’Assemblea costituente aveva prefigurato una griglia di regole precise per il sindacato e l’attività sindacale. Per molti anni i sindacati hanno avuto anche meriti storici per la difesa e la dignità dei loro iscritti. Poi è scattata la ricerca di un potere anomalo, esercitato per impedire a volta l’assunzioni di decisioni non gradite o per affermare i propri orientamenti. Hanno cioè esercitato un diritto d’interdizione, cambiando così mestiere, esorbitando dal loro ruolo tradizionale. I principi, pertanto, fissati dalla Costituzione in materia sindacale non hanno retto alla prova di questa nuova realtà. Non erano adeguati alla democrazia industriale che stava avanzando soprattutto nelle altre democrazie economiche occidentali.

Non si può certo negare che il contributo dei sindacati non sia stato rilevante per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e garantire i diritti soprattutto a partire dallo statuto dei lavoratori che è del maggio 1970, anche se “ nell’autunno caldo” non mancarono violenze, atti di vandalismo, indebite pressioni nei confronti di persone e fabbriche.

L’impulso dei sindacati allo sviluppo della democrazia politica c’è stato. Ma non pochi critici osservano che c’è stato uno sbilanciamento nel rapporto tra diritti e doveri a scapito di questi ultimi.

Per altri l’accentuarsi dei conflitti soprattutto in alcuni periodi della storia recente sarebbe dovuto in parte alla mancata attuazione della Costituzione per quanto riguarda i sindacati e il diritto di sciopero.

In realtà le ragioni della crisi economica e politica sono molteplici, concorrenti e coinvolgono le Confederazioni sindacali ( che hanno invaso terreni non loro) e i partiti che non hanno saputo offrire soluzioni adeguate alla crescente richiesta di partecipazione delle masse e delle categorie al governo dei fenomeni socio-economici. E’ andata così affievolendosi, per beghe di potere e divisioni correntizie, la fiducia nel Parlamento e nella sua capacità di assicurare mediazioni generali e sintesi politiche degli interessi di tutti.

E’ stata intaccata la sovranità del Parlamento. E nell’esperienza concreta si è avuta spesso l’impressione che prevalesse la volontà di gruppi particolarmente settoriali e sindacalizzati ( nascita dei Cobas, scioperi selvaggi, astensione dal lavoro sempre di venerdì nei trasporti pubblici nazionali e locali) la cui spinta induceva le Confederazioni ad andare più avanti nelle richieste di garanzie per non essere scavalcati. Non erano più soltanto “ i lacci e laccioli” di cui parlava Carli ma posizioni di veto che per rimuoverli occorreva trovare l’intesa, dopo snervanti negoziazioni, con le tre Confederazioni sindacali.

Torniamo allora alla domanda iniziale. C’è stata una precisa volontà a non dare attuazione all’art.39 della Costituzione. Perché? I “ Costituenti” pur condannando apertamente l’ordinamento fascista-corporativo, elaborarono un testo e quindi un modello di sistema sindacale largamente permeato dei principi propri del sindacalismo giuridico e quindi del Corporativismo giuridico.

Il primo comma stabilisce nella libertà dell’organizzazione sindacale la chiave di volta di tutto l’ordinamento. Ma, come ha scritto il prof. Guido Zangari, “ nei commi successivi vengono fissati due principi appartenenti al bagaglio del diritto corporativo: la regola della personalità giuridica conferibile ai sindacati per atto dello Stato ( mediante la registrazione presso pubblici uffici) e quella dell’efficacia generale dei contratti collettivi stipulati dai sindacati registrati unitariamente rappresentati in proporzione degli iscritti”.

E’ un’impostazione che non si ritrova negli ordinamenti delle più vecchie e più avanzate democrazie industriali. Nel mondo anglosassone tuttavia i sindacati hanno un forte potere come si è visto in occasione della crisi della Chrysler negli Usa ( la Fiat ha acquistato le quote del Fondo pensioni del sindacato metalmeccanici Uwa- Alf), in Inghilterra ( sciopero dei trasporti), in Germania ( crisi dell’auto), in Grecia ( scioperi degli statali).

Lì il ruolo del sindacato è chiaro: rappresenta gli interessi di una parte. L’Italia è invece il paese degli equivoci. Cosa sono i sindacati? Se venissero applicati i principi della Costituzione i sindacati dovrebbero godere della personalità giuridica per atto dello Stato. Solo così possono acquistare una maggiore rilevanza nell’ordinamento e concorrere alla regolamentazione con efficacia generale dei rapporti di lavoro.

Nella realtà non è così. Essi sono “ enti giusprivatisti” che non hanno bisogno della personalità giuridica per svolgere efficacemente la loro azione a difesa dei lavoratori iscritti. Anzi fin dalla nascita negli anni Cinquanta Cgil-Cisl-Uil hanno considerato l’eventualità della richiesta personalità giuridica un’ingerenza del potere pubblico nei riguardi dei loro affari interni e quindi un tentativo di violare la loro autonomia. L’unica organizzazione a portare avanti le tesi di un sindacalismo giuridico è stata la Cisnal, prima con Giuseppe Landi e Gianni Roberti, poi con Ivo Laghi. Con il cambio di nome in Ugl, Renata Polverini ha portato l’ex Cisnal nella sfera dell’unità d’azione unitaria anche se non proprio alla aleatoria unità sindacale.

Il secondo errore riscontrabile nella mancata attuazione dei principi in materia sindacale è quello di aver modificato il principio della stipulazione dei contratto di lavoro collettivo “ erga omnes” con la risultanza di un provvedimento caratterizzato dalla partecipazione dei sindacati aventi personalità giuridica. I contratti li rispetta chi vuole e spesso i giudici li prendono solo come base di valutazione delle loro decisioni.

Il sindacato italiano ha quindi cercato di raggiungere l’obiettivo della più larga sfera di efficacia del contratto attraverso la base organizzativa. Da qui la forza ma anche il limite dell’organizzazione sindacale. Niente “ forche caudine” della registrazione e verifica del suo potenziale organizzativo.

Il tema però della rappresentanza ( i sindacati oggi si fanno forti con le iscrizioni quasi automatiche dei pensionati e della delega quasi permanente) è riesploso negli ultimi anni ed ha visto una dura contrapposizione all’interno della Cgil con la segreteria generale della Camusso che ha firmato l’intesa con Confindustria , Cisl e Uil mentre la Fiom di Landini si oppone tenacemente. La storia del riformismo istituzionale ha seguito in Italia un cammino singolare. Per lungo tempo i partiti storici sono stati molto diffidenti e refrattari di fronte a qualsiasi proposta di modifica del “ patto costituzionale” stipulato nel 1946-47.

La necessità di cambiare le regole del gioco si è fatta sempre più pressante. Si sono scontrati così due schieramenti: quello di effettuare il cambiamento e quello della volontà di difendere l’esistente. La capacità dei riformisti è quella di interpretare con anticipo i cambiamenti sollecitando strumenti idonei ad ottenere il bene comune.

Si può uscire dal Novecento ideologico per definire una nuova disciplina del lavoro nel segno dell’equilibrio tra le esigenze di flessibilità delle imprese ( sempre più necessario di fronte alla concorrenza internazionale e nel nuovo contesto competitivo globale) e quelle della sicurezza e garanzie dei lavoratori in un mercato del lavoro sempre più mobile?

Qualche timido tentativo c’è stato prima con il “ pacchetto Treu” e poi con la legge Biagi, dal nome del prof. giuslavorista di Bologna ucciso a colpi di pistola il 19 marzo 2002 mentre rientrava a casa da una lezione all’Università di Modena. Marco Biagi partiva dal principio, scrive il suo collaboratore ed ex Ministro del welfare Maurizio Sacconi, di collocare al centro della regolamentazione e dell’azione pubblica la persona nella sua naturale aspirazione a realizzare il proprio potenziale, in relazione con gli altri, attraverso il lavoro in imprese concepite come luogo della possibile condivisione comunitaria delle fatiche e dei risultati”.

Fine delle “ rigidità regolatorie” e del conflitto di classe? Dopo Marco Biagi l’idea di uno “ Statuto dei lavori”, di tutti i lavori è ancora lontano dall’essere realizzata e ripresa. Per imprese e sindacati serve tuttavia un cambio di passo per uscire dalla crisi. In realtà nel settembre 2013 venne firmato a Genova dal presidente della Confindustria Giorgio Squinzi, dai segretari della Cgil Camusso, della Cisl Raffaele Bonanni e della Uil Luigi Angeletti un “ documento comune” sulle priorità di industria e lavoro. I

Il passaggio dal governo Letta a quello di Matteo Renzi non sembra favorire l’istituzione di una cabina di regia sulla crisi d’impresa che preveda la partecipazione del governo, di tutte le forze sociali e degli altri soggetti coinvolti ( sistema delle banche, amministrazione fiscale) con il compito di individuare strumenti e soluzioni adeguate alla drammaticità della situazione. E’ stato anche abbandonato lo spirito che aveva portato all’accordo interconfederale sulla politica industriale del 1993.

Il governo Renzi ha messo da parte ( e quindi rottamato) la concertazione . Preferisce sfornare provvedimenti da sottoporre al vaglio del Parlamento e discuterli direttamente con Bruxelles dopo il vaglio del Quirinale. E’ un’altra prassi.

Fare sindacato in tempi di forte crisi economica ( recessione, disoccupazione galoppante, continue chiusure di fabbriche e ditte) è stato considerato “ un viaggio in terra incognita”, un esercizio di pragmatismo per rivedere i vecchi strumenti, inventarne di nuovi rimettendo il lavoro al centro della battaglia per la crescita e l’occupazione.

Va sconfitta la malattia del conflitto a tutti i costi senza rinunciare alle garanzie tradizionali sul posto di lavoro? Questa sembra la strada da percorrere. Superato il capitalismo sociale di mercato dalla globalizzazione quali modelli di relazioni industriali si prospettano? Ci sarà, in un prossimo futuro, il passaggio dalla società dei salariati a quella della partecipazione?

Nel Trattato di Roma istitutivo della Unione europea e nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo è riconosciuta la necessità che accanto alla democrazia politica si realizzi la democrazia aziendale. Di questa però se ne parla più come intuizione di un’esigenza latente che non come soluzione di un ben definito problema.

Neanche la formula dell’azionariato popolare è molto convincente. In questo caso si tratta della prassi di diffusione della proprietà di un’azienda o di un organismo no profit tra un numero elevato di soci.

E’ utilizzato in molti campi soprattutto nel settore sportivo. Attraverso questa modalità di diffusione della proprietà si riesce ad evitare che il controllo cada in mano a singoli azionisti o a gruppi d’interesse.

Il discorso è più ampio se si guarda all’altro punto inattuato della Costituzione: l’art.46 che riconosce “ il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.

Qualche proposta di legge per rispettare il principio costituzionale c’è stato, ma non è andato lontano. Ci hanno ritentato nel 2009 sotto il governo Berlusconi i Ministri Tremonti e Sacconi. Iniziativa naufragata per l’opposizione dei partiti della sinistra e e l’indifferenza dei sindacati della triplice. Inoltre la modifica del modello industriale classico non era gradita dagli imprenditori.

Nel 2012 tuttavia Brunello Cucinelli ( capo della società quotata in Borsa) decise di elargire 5 milioni di euro ai dipendenti per premiare chi era cresciuto in azienda. La Ferrari del presidente Luca Corsero di Montezemolo in considerazione degli ottimi risultati di bilancio ha concesso un premio per tutti i dipendenti del Cavallino rampante. La multinazionale fiorentina “ El.En” della famiglia Pucci leader nel laser medicale, ha sottoscritto nel 2014 un accordo con i sindacati aziendali per la concessione ai 200 dipendenti di una mensilità aggiuntiva tra provvigione e premi di produzione e l’istituzione di un fondo integrativo per la salute. Un’intesa giudicata anche dalla Fiom “ frutto di una concertazione vera tra le parti”. La Banca Intesa Sanpaolo ha firmato con i sindacati un piano industriale che prevede, fin dal 2014, l’assegnazione di azioni ordinarie di nuova emissione a fronte di un aumento gratuito di capitale e la sottoscrizione da parte del dipendente di titoli che permetterà ai 90 mila dipendenti in Italia e all’estero di diventare azionisti della banca.

In questi esempi ed altri non si tratta di nessuna delle due soluzioni elaborate dagli studiosi: la partecipazione dei dipendenti agli utili aziendali e la rappresentanza dei lavoratori agli organi di gestione.

Nella partecipazione agli utili una parte della remunerazione è legata alla redditività dell’azienda. Il nodo cruciale sul quale si è discusso molto è il rischio: è l’imprenditore e non il manager a sopportare il rischio d’impresa che ha diritto al rendimento residuale ( utile) solo dopo aver remunerato tutti i fattori produttivi.

Aprire le porte all’azionariato comporta il trasferimento di una parte del rischio ai dipendenti? Se cioè i risultati di uno o più anni fossero negativi i lavoratori dell’azienda dovrebbero rinunciare a parte del compenso o contribuire a risanare le perdite?

Quali obiettivi allora s’intende raggiungere con la partecipazione dei dipendenti agli utili? Secondo molti analisti si tratta di creare meccanismi di incentivo per raggiungere maggiore equità e responsabilità negli organismi di governo. Sull’efficacia di questa pratica restano molti dubbi.

La secondo strada ritenuta più idonea è quella di prevedere la partecipazione della rappresentanza dei lavoratori negli organi di governo: per esempio nel Cda o nel consiglio d’indirizzo.

A partire dal secondo dopoguerra nell’Europa centrale si è affermato un modello di co-gestione( duale) in cui i rappresentanti degli azionisti e dei dipendenti fanno parte del Consiglio di supervisione mentre i rappresentanti dei lavoratori sono esclusi dal consiglio di gestione.

La separazione consente di separare la definizione delle strategie di spettanza del consiglio di supervisione dalla gestione operativa di competenza del consiglio di gestione. Ciò garantisce un equilibrio ( politico) delle due anime.

Nel 2011 e 2012 la Volkwagen ha concesso un bonus di produzione di 7.500 e 7.200 euro ai propri dipendenti, i quali sono chiamati anche ad approvare la remunerazione dell’amministratore delegato.

La legge sulla co-gestione ha più di 60 anni ed impone alle società per azioni “ Aktiengeselischaft” tre organi di governance: consiglio di sorveglianza, consiglio di gestione e assemblea dei soci. Nel 2010 le società che applicavano la co-gestione erano 681 ( spa o società di capitale). Secondo il presidente del potente sindacato IG-Metal ( 2 milioni e mezzo di iscritti) Berthold Huber “ una grande parte della nostra formula salariale è legata alla produttività. Se alla gente si danno diritti e soldi quella si assume tutte le responsabilità necessarie”.

Il modello duale in Italia è stato in qualche modo introdotto nel 2003 ma non è stato mai utilizzato per realizzare forme di compartecipazione dei lavoratori alla sorveglianza degli indirizzi delle imprese.

La soluzione tedesca preoccupa gli imprenditori italiani che non si fidano del senso di responsabilità dei sindacati. In effetti la storia della cogestione è uno dei frutti della storia della socialdemocrazia europea che in quanto movimento critico del capitalismo non poteva non tener conto del tema della proprietà dei mezzi di produzione. Da qui il triangolo: cogestione-proprietà-rischio d’impresa.

Se invece la partecipazione alla gestione delle attività lavorative ( e quindi un beneficio derivante dalla partecipazione al lavoro) non si porrebbe il problema di definire a che titolo un soggetto-lavoratore debba partecipare ai profitti dell’azienda. Non ci sarebbe la partecipazione alla proprietà e quindi al rischio d’impresa. Ogni attività verrebbe monitorata( dal settore commerciale) sulla base di indici di produttività., qualità, efficienza, manutenzione, tempi di consegna, realizzazione di nuovi prodotti. Andrebbe poi aggiunto un controllo trasparente di tutti i dati dentro un quadro contabile generale necessario per misurare l’evoluzione degli indici di tutti i settori. Si realizzerebbe così la condivisione delle conoscenze sull’andamento dell’azienda e del suo risultato finale.

Se ci saranno utili verranno ridistribuiti. Con il vantaggio che oggi ogni beneficio monetario dato al dipendente è gravato da una forte fiscalità: per ogni 100 euro di costo aziendale il lavoratore ne percepisce 35-38.

Nella passata legislatura sono state presentate 4 proposte di legge ( Maurizio Castro, Tiziano Treu, Anna Bonfrisco, Benedetto Adragna) sulle numerose forme in cui possono realizzarsi partecipazione e controllo dei lavoratori nella o sull’impresa. Relatore è stato il sen Pd Pietro Ichino, professore di diritto del lavoro, per incarico della maggioranza e della minoranza politica. Ha predisposto una bozza di testo legislativo come contributo di una possibile soluzione bi-partisan. Era il 20 maggio 2009. A seguito di una presa di posizione del Ministro Tremonti favorevole alla partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa il Ministro sacconi convocò imprenditori e sindacati sollecitando un “ avviso comune” sulla materia. Il Parlamento si concesse 12 mesi per monitorare le varie forme di partecipazione effettivamente praticate. Archiviati i governi Berlusconi e Letta quello di Matteo Renzi sembra più impegnato su altri fronti.

Ci ha pensato il Parlamento di Strasburgo in uno degli ultimi atti della legislatura prima del rinnovo di maggio 2014 a varare una risoluzione ( 14 gennaio 2014) sulla partecipazione dei dipendenti agli utili d’impresa dopo le relazioni Pepper dell’Università di Berlino, incoraggiando governi e parti sociali a sviluppare queste forme di coinvolgimento per aumentare la produttività, migliorare l’efficienza e raggiungere l’equilibrio degli interessi degli azionisti e dei lavoratori.

Sergio Menicucci

18/04/2014 [stampa]
QUANTO SERVE L’EURO PER USCIRE DALLA CRISI
L’euro è sopravvalutato del 15-20 per cento. A metà aprile la moneta dei 18 paesi europei su 28 dell’Ue ha oscillato tra l’1.3858 e l’1.40. La sterlina per esempio, che non fa parte dell’eurozona, sta raggiungendo i massimi storici nei confronti dell’euro e del dollaro, spinta dai positivi dati dell’economia britannica ( + 1,9 del prodotto interno lordo).

D’altra parte osserva l’amministratore delegato della Banca Intesa San Paolo, Carlo Messina, “ una discesa troppo forte dell’euro non sarà semplice da ottenere. Potrebbe scatenare una guerra dei cambi che nessuno vuole”.

Ecco perché la Bce ( la banca centrale di Francoforte) è alla finestra e gli interventi eccezionali annunciati come possibili da parte del presidente Mario Draghi, a partire dal “ quantitative easing”, potrebbero essere decisivi.

Ad accrescere le incertezze c’è la volatilità dello spread che a metà aprile 2014 si è aggirato tra i 160 e i 170 punti sotto la soglia di sicurezza del differenziale Btp italiani e Bund tedeschi, considerato sotto i 250 punti. Toccando il 17 aprile quota 158, cioè il minimo storico dell’era euro. Massimo storico, invece, per il debito pubblico italiano che a febbraio 2014 ha sfondato la soglia dei 2 mila e 100 miliardi: esattamente 2.07,2miliardi di euro. La differenza con lo stesso mese del 2013 è stata di 89 miliardi a causa del fabbisogno delle Pubbliche amministrazioni.

Il che vuol dire che tutte le manovre annunciate dai governi Monti, Letta e Renzi non hanno sortito finora alcun effetto positivo tanto che il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan ha chiesto, con una lettera ufficiale, a Bruxelles il rinvio del pareggio di bilancio dell’Italia avvalendosi della clausola “ di circostanze eccezionali” considerando tali le necessità di accelerare il pagamento di 13 miliardi di debiti della Pubblica amministrazione nei confronti degli imprenditori. Secondo il Ministro questo farebbe aumentare il rapporto debito/prodotto interno lordo nel 2014 e quindi sforare il tetto del 3% fissato dagli accordi di Maastritch.

Tutti i meccanismi e le analisi presentate dal governo Renzi nel Documento di economia e finanza( DEF) rimessi in discussione.Tanto che la Commissione Ue si è riservata di valutare la richiesta dell’Italia come ha sottolineato il vicepresidente e Commissario agli affari economici Siim Kallas.

Ma se questi sono problemi di macroeconomia come “tirano avanti” le famiglie e i lavoratori giorno dopo giorno che le statistiche confermano essere sempre più poveri? Quanto c’entra l’euro, sistema dal quale alcuni movimenti politici vorrebbero far uscire i loro paesi qualora vincessero e condizionassero le elezioni per il Parlamento di Strasburgo?

Su quanto vale l’euro occorre tenere conto del diverso potere d’acquisto dei paesi dell’eurozona e di quelli che fanno parte dell’Unione europea.

Un euro, quindi, non vale allo stesso modo. Per un americano un dollaro vale un dollaro. E per un europeo allora quanto vale un euro?

La risposta sta nel fatto che la moneta europea in vigore dal 1 gennaio 1999 ( ma la circolazione fisica partì dal 1 gennaio 2001) vale solo per i 330 milioni di cittadini di 18 dei 28 paesi che fanno parte dell’Unione europea.

Il paradosso a cui si assiste è che si tratta di una moneta forte all’estero e debole in patria. Un euro, abbiamo osservato, si cambia intorno a 1,40 dollari. Vale cioè di più della moneta americana che quindi ottiene benefici nelle esportazioni.

Per l’Italia il cambio lira/ euro fu determinato da un’operazione contabile, partendo dalla moneta di conto europea e cioè l’ECU. Il cambio tra le singole monete( lira, franco, pesetas, marco etc) e l’Ecu fu fissato al livello che si era formato sul libero mercato.

Il primo disastro è l’: 1 lira = 1.936, 27 euro. Il secondo guaio arrivò quando i prezzi al dettaglio vennero semplicisticamente e in maniera truffaldina raddoppiati. Il passaggio alla nuova moneta creò subito incertezze ma negli anni al cambiamento della moneta si sono sovrapposti altri eventi che hanno modificato il potere d’acquisto dei cittadini.

La realtà è che tra il 1979, quando iniziò il sistema monetario europeo ( SME) e il settembre 1992 quando ne uscì, la lira si era deprezzata del 93% nei confronti del marco tedesco.

Prima dell’euro il tasso di cambio con il marco era uno dei perni della politica economica dei paesi europei. Dopo sono avvenuti due cambiamenti di cui pochi, osserva l’economista Lorenzo Bini Smaghi, hanno compreso appieno le complicazioni: 1- non era più possibile recuperare perdite di competitività con la svalutazione( e nell’ultimo decennio l’Italia ha perso oltre 20 punti percentuali); 2-la fluttuazione del tasso di cambio dell’euro nei confronti delle altre principali monete( l’euro inizialmente si è deprezzato, poi l’oscillazione è cresciuta del 40%) fino a raggiungere gli attuali 1,40 dollari.

Certo in quasi 15 anni l’euro è diventata una delle monete più usate sui mercati finanziari internazionali, diventando un’alternativa al dollaro come moneta di riserva.

Per entrare, però, nell’euro le tasse , soprattutto in Italia, sono state aumentate. E in più c’è il vincolo stabilito dal Trattato di Maastritcht di tenere il disavanzo pubblico sotto la soglia del 3%.

Con la legge Finanziaria del 1997 la pressione fiscale in Italia fu aumentata del 3%, un incremento che doveva essere provvisorio. Non è stato così. La tassa sull’Europa non è stata restituita ai cittadini.

Quei soldi sono serviti a finanziare una maggiore spesa pubblica. Come dicono i dati Istat e della Banca d’Italia la casta non ha ridotto i costi della politica e degli sperperi.

Dopo l’entrata dell’euro i tre principali paesi europei ( Germania, Francia, Italia) misero in atto politiche di bilancio espansive senza tener conto del fatto che il ciclo economico favorevole di quegli anni non sarebbe durato a lungo. E furono costretti a fare marcia indietro quando l’economica cominciò a rallentare. Storicamente i contrasti e gli scontri più forti a livello comunitario avvennero nel 2002/03 quando la Germania e la Francia, che avevano superato la soglia del 3%, si opposero ad accettare misure correttive. I momenti di tensione a Bruxelles e di fibrillazione dei mercati vennero superati con la mediazione dell’allora Ministro Giulio Tremonti ( che lo ha raccontato negli ultimi suoi due libri) con la possibilità però per Germania e Francia di allungare i termini per rientrare entro la soglia del 3%.

Fu questa la base di scontro politico che portò nel 2005 alla riforma del Patto ma dopo la crisi mondiale del 2007/8 provocata dal fallimento delle banche americane le divergenze e le divaricazioni sono rimaste. La Germania approfittò del periodo di bassa crescita per ristrutturare sia il settore pubblico che privato( gli operai della Volkswagen, ma non solo, accettarono la riduzione delle retribuzioni). La Francia di Sarkozy tentò la strada dell’espansione delle garanzie sociali, anche per i cittadini delle banlieu che si erano ribellati. L’Italia è rimasta, invece, impigliata nelle diatribe politiche e nella lotta a Berlusconi, abbattuto il quale si sono succeduti al governo altri tre Presidenti del Consiglio ( Monti, Letta e Renzi).

Le turbolenze finanziarie seguite alla bolla dei cosiddetti mutui “ subprime” hanno innescato una crisi di fiducia. In Europa è entrato in crisi il Patto di stabilità e di crescita concordato nel 1997 e che prevedeva procedure di monitoraggio e controllo per indurre i paesi a migliorare il saldo di bilancio e a correggere rapidamente eventuali disavanzi qualora avessero superato il 3% del PIL.

E’ scritto che ogni anno i paesi membri debbono presentare programmi di stabilità a Bruxelles nei quali vengono indicati gli obiettivi di bilancio per gli anni successivi e le misure per raggiungerli. Ma in realtà le valutazioni della Commissione sono atti informali, senza strumenti per farli rispettare. Il Consiglio dei Ministri europei al massimo ha formulato “ raccomandazioni”.

Va anche osservato che il Trattato di Mastritcht fu redatto senza avere previsto l’allargamento dell’Unione ai paesi meno avanzati dell’Est europeo. Non è neppure ipotizzabile l’ipotesi che l’Inghilterra entri nell’area dell’euro. Anzi è più probabile un referendum sull’uscita del paese dall’Unione europea.

Si discute anche se il Trattato dell’Unione europea possa considerare l’adozione dell’euro un atto definitivo e irrevocabile. In teoria non è impossibile per un paese decidere di uscire dall’unione monetaria e riprendere a coniare la propria moneta ( lo sostiene Marine Le Pen in Francia, la Lega in Italia, qualche movimento tedesco).

E’ un’ipotesi che appassiona, in campagna elettorale, politici ed esperti nella convinzione che quando c’era la lira, il marco, il franco, la pesetas etc l’economia reale aveva più valore della gestione finanziaria. Il ritorno alle valute nazionali avrebbe certamente costi operativi notevoli e ripercussioni politiche. I favorevoli all’euro sperano che dopo gli anni dell’infanzia ( ma sono passati già 13 anni) possano arrivare gli anni dell’adolescenza e della maturità.

I contrari ritengono che è meglio ricominciare al più presto perché la partecipazione all’Unione comporta vincoli eccessivi, perdita della sovranità nazionale.

Chi si reca alle urne il 25 maggio si trova davanti ad un bivio: l’Europa è diventata troppo distante dai cittadini perché troppo burocratica e poco democratica. Ha fallito nel processo d’integrazione come dimostra l’assenza di una politica comune in merito all’emigrazione, ha fallito in politica estera ( casi dell’Ucraina e della Siria) e soprattutto in ordine ad una necessaria condivisione di valori comuni.

Sergio Menicucci

14/04/2014 [stampa]
L'Italia rischia di perdere 16 miliardi di fondi europei
L’Italia non riesce a utilizzare i fondi europei destinati alle politiche regionali di sviluppo. Dall’avvio del programma ( Fondi per il periodo 2007-2013) sono stati utilizzati 17,3 miliardi di euro, pari al 51,9% al disotto della media europea che è del 66,29%. Entro il 2015 ci sono ancora 16 miliardi da spendere altrimenti andranno persi.

Dai dati forniti dal portavoce del Commissario Ue alle politiche regionali Johannes Hahn emerge che i rallentamenti dell’erogazione dei Fondi da parte di Bruxelles sono provocati da problemi nella capacità di gestione dei fondi. Come a dire che l’Italia spende poco perché incapace di farlo.

Le risorse ci sono ma le Regioni hanno grosse responsabilità per i ritardi. Qualche piccolo miglioramento è in atto ma molto resta da fare. Il programma operativo nazionale è passato dal 24,4 al 41%, il Por Sicilia dal 18,5 al 41,7 di quest’anno, in Calabria si è passati dal 21, 7 al 40,2, in Campania la situazione resta grave solo il 33,7 dal pessimo 17,7 per cento. Tolti poi alla Puglia 80 milioni, un provvedimento deciso dalla Commissione Ue relativo ai fondi del 2009. L’Italia ha presentato ricorso ma il Tribunale dell’Unione europea lo ha respinto ritenendo “ che le insufficienze constatate dalla Commissione rimettono in discussione l’efficacia dell’intero sistema di gestione e di controllo dei Programmi operativi regionali”.

Secondo la Corte di giustizia europea “ le gravi carenze di cui le autorità italiane hanno dato prova su gestione controllo dell’utilizzo dei fondi Ue sono tali da condurre a irregolarità sistematiche”.

E’ per questo che la Commissione ha ripetutamente raccomandato all’Italia di rafforzare a tutti i livelli la gestione delle risorse.

I cattivi funzionamenti di carattere amministrativo stanno costando all’Italia miliardi di euro a causa dell’interruzione dei pagamenti deciso da Bruxelles fino a quando non saranno rafforzati i sistemi di controllo.

Si spiega così la decisione del premier Matteo Renzi di assegnare la delega sulla Coesione territoriale ( programmazione dei fondi) al Sottosegretario di Palazzo Chigi Graziano Delrio e di tenere per sé la delega al CIPE.

Da Bruxelles è stata poi bloccata l’idea del Ministro Pier Carlo Padoan di spostare quelle risorse sul taglio del costo del lavoro ( cuneo fiscale). L’Ue con una nota ufficiale ha chiarito che “ i fondi della politica di coesione devono essere utilizzati per finanziare nuovi progetti per lo sviluppo. Non possono essere usati per coprire la riduzione delle imposte”.

Occorrono quinindi progetti concretu prima che i programmi per il 2014-2020 siano adottati dalla Commissione. Una apposita riunione si è tenuta ad Atene sulle politiche regionali per mettere a punto l’accordo di partenariato. Ci sono da spendere 22 miliardi di euro di fondi del ciclo ad esaurimento. I progetti prima di essere rimborsati dovranno essere sottoposti alla verifica di coerenza con le regole dei fondi.

( smen)

14/02/2014 [stampa]
No della cassazione alla vendita all'aperto di frutta e verdura
Tutti i commercianti ambulanti di frutta e verdura corrono il rischio di una condanna penale. La violazione riguarderebbe una legge del 1962 in materia di disciplina igienica della produzione e della vendita di sostanze alimentari e delle bevande.

Lo ha stabilito la terza sezione penale della Cassazione che ha respinto il ricorso di un venditore di Somigliano d’Arco condannato ad un’ammenda.

E per 52 anni cosa è successo? Consumatori tutti avvelenati? Per i giudici della Cassazione la condanna del Tribunale di Nola è valida “ per aver detenuto per la vendita 3 cssette di verdura di vario tipo in cattivo stato di conservazione”. Fin qui “ nulla quaestio” direbbero i giuridici della “ dura lex, sed lex”. Ma il problema non è questo. La condanna non sarebbe avvenuta dietro l’accertamento del cattivo stato di conservazione ma per il solo fatto che era esposta all’aperto. Il Tribunale prima e la Cassazione dopo avrebbero valorizzato “ la sola collocazione all’aperto di alimenti, ritenuti esposto agli agenti atmosferici” senza tener conto delle accortezze o strumenti del commerciante per tutelare l’idonea conservazione.

Per i giudici, cioè, il solo fatto di mettere in commercio frutta e verdura “ all’aperto ed esposta agli agenti atmosferici costituisce una violazione dell’obbligo di assicurare l’idonea conservazione delle sostanze alimentari e gas di scarico dei veicoli in transito”.

Stop quindi ai mazzetti di asparagi selvaggi lungo le strade, niente funghi porcini o castagne. E proseguendo niente ciliegie, uva, arance, mandarini, mele, pere, fave, cicoria, broccoletti, rape, cavolfiore, carciofi dei contadini.

Ma la realtà è proprio così come la vedono i giudici di piazza Cavour nel centro di Roma?

27/09/2013 [stampa]
L'evasione fiscale supera 120 miliardi
Manovre, legge di stabilità( exFionanziaria9, polemiche sull’abolizione dell’Imu e sullo stop dell’aumento dell’Iva. Il Tesoro stenta a trovare i fondi per queste manovre molto sentite dai contribuenti. Un tesoretto ci sarebbe per l’Erario. Lo Stato, però, dovrebbe essere molto efficiente nel recuperare l’evasione. Quanto vale?

Secondo alcune stime il sommerso in Italia vale il 17,4% del PIL ( pari a circa 255-280 miliardi di euro), in Messico l’11 petr cento, in Spagna il 9,5, in Inghilterra il 6,7, in Svezia il 4,7, in Francia il 3,9, in Irlanda il 3,3. Praticamente vicino alla zero in Germania, Olanda, Belgio, Austria, paesi luterani.

Il valore in euro della lotta all’evasione è stato calcolato dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guiardia di Finanza in 17, 5 miliardi, il gettito annuo evaso oscillerebbe tra i 120 e i 150 miliardi, i lavoratori irregolari scioperti sono stati 19.250 di cui 9.252 impiegati completamente a nero( senza pagare tasse e previdenza Inps) da parte di 3.233 datori di lavoro.

Per recuperare più evasione occorre, però, potenziare le banche dati e i controlli incrociati. Nel triennio 2008-10 l’Agenzia delle entrate ha effettuato 74 mila accertamenti fiscali, altri 35 nel 2011. Evidentemente non sono suffcient a stroncare questa puega. Solo nella provincia di Roma nel 2011 le Fiamme gialle hanno scoperto 538 evasori totali. Salcuni esperti fiscali riotengono che in Svizzera siano nascosti almeno 100 miliardi italiani tenuto conto che sono stati ben 182 i milioni di euro di capitali rientrato con lo scudo fiscale. Si arriverà all’accordo con la Svizzera per avere la famosa lista Feliciani con i nomi degli evasori?

Tra le tasse più evase c’è il canone Rai.
17/09/2013 [stampa]
La misura della felicità
I sentimenti non si misurano. Gli economisti ci provano. Non più solo prodotto interno lordo. Il benessere non è solo materiale. Allora la felicità si misura. Un rapporto elaborato per l’Assemblea generale dell’ONU fotografa il dato globale del benessere percepito in vari paesi sulla base di centinaia di migliaia di risposte di cittadini intervistati tra il 2010 e il 2012.

Sei i criteri di valutazione: prodotto interne lordo, durata media della vita, avere qualcuno su cui contare, libertà di fare le proprie scelte di vita, percezione della corruzione, diffusione della generosità.

Da anni la felicità è materia di studio. Per l’Italia le cose non vanno bene: è classificata al 45° posto tra Slovenia e Slovacchia. Lontanissime la Spagna (38°), la Francia e la Germania ( 25 e 26esimo posto). Sono statistiche che vanno valutate con discernimento ma evidenziano che i cosiddetti paesi PIIGS ( porci, ossia Portogallo,Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) registrano un arretramento rispetto ai paesi del Nord Europa che tra i primi dieci paesi più felici ne piazza otto ( Danimarca, Norvegia,Olanda, Svizzera, Svezia, Canada, Finlandia, Austria, Islanda, Australia). Agli ultimi posti una miriade di apesi africani, tra i quali si aggiunge la Siria.

Gli indicatori economici non registrano la quantità di felicità ma per “ World Happiness Report” anche la percezione di un sentimento può essere misurato.

La speranza di scegliere liberamente cosa fare e la possibilità di avere un sostegno sociale fanno spesso la differenza tra felicità e depressione.
23/07/2013 [stampa]
Un fine anno disastroso per i contribuenti Il pesante ingorgo delle scadenze fiscali
Ventiquattro scadenze fiscali e contributive tra novembre e dicembre. Il contribuente italiano sarà sottoposto ad uno slalom gigante tra moduli, versamenti in banche e alle poste ma soprattutto ad un esborso che annullerà la tredicesima per quelli che ne usufruiscono ancora o ridurrà gli ultimi risparmi rimasti.

Cittadini, famiglie, imprese faranno i conti con l’ingorgo fiscale dopo aver conosciuto ingorghi stradali, politici e istituzionali.

La percentuale della tassazione è quantificata ormai al 53% del reddito/retribuzione. In alcuni casi per le imprese arriva al 68%.

L’appuntamento di fine è da brividi: vengono a scadenza le decisioni relative all’IMU, Tares, IVA prese dal governo Letta dopo un aspro braccio di ferro con una delle due componenti della maggioranza. Il Popolo delle libertà, guidato da Silvio Berlusconi e Angelino Alfano, ha posto come condizione alla grande coalizione e alla sua sopravvivenza la realizzazione del programma economico presentato agli elettori in febbraio. Il problema per il Ministro dell’economia Saccomanni è dove, come e quando trovare i fondi per coprire tutte le operazioni senza mettere di nuovo le mani in tasca ai contribuenti. Già cos’ ,però, i mesi di novembre e dicembre si prospettano amari e pesanti.

E’ tornata quindi l’ipotesi dei tagli alla spesa pubblica a partire dalla sanità, dall’abolizione delle Province, dal capitolo dismissioni degli immobili pubblici, dalla revisione delle agevolazioni fiscali. Una lunga lista per sfoltire la quale ci vuole la volontà politica e tempo.

Nel frattempo chi soffre sono i contribuenti. Per l’Imu, anche se verrà varata la riforma entro agosto, si tratta di versare il saldo. Per l’Iva c’è il versamento dell’acconto, per la Tares la terza rata e il conguaglio. Poi versamenti per la ritenuta Irpef, contributi per i dipendenti e collaboratori, acconto imposta sostitutiva su redditi da rivalutazione Tfr, per gli Studi di settore gli scostamenti relativi alla dichiarazione dei redditi Unico 2012, terza rata dei contributi Inps per commercianti e artigiani, secondo trimestre dei contributi per il lavoro domestico. E meno male che è stata subito smentita la voce di un possibile prelievo forzoso dei conti correnti allo studio di Palazzo Chigi.

Non facili neppure le operazioni per ottenere le agevolazioni per assumere giovani under 29 per i quali sono in arrivo da Bruxelles un miliardo e mezzo di euro. La prima parte delle disponibilità ( 9 miliardi) ottenute nel vertice dei Capi di Stato e di governo dell’Ue sarà spendibile solo dal primo gennaio 2014.

Sono 9 trimestri, osserva la Confindustria,di caduta del prodotto interno lordo.

Per tornare a crescere e creare occupazioni occorre agire in tempi rapidi. Ci vuole una terapia d’urto e un progetto di ampio respiro che permetta nell’arco di 5 anni di arrivare ad una crescita del pil del 3% annuo e alla creazione di quasi due milioni di posti di lavoro.

Le manovre degli acconti e dello slittamento sono irrazionali. Il rinvio dell’IMU e dell’Iva è stato in pratica finanziato con l’aumento degli acconti Irpef, Ires Irap. Significa cioè che il governo si è inventato una specie di “ prestito forzoso” di chi dichiara redditi a favore di coloro che li consumano. Una soluzione che ha incontrato molte critiche perché non rispetta il principio costituzionale della capacità contributiva. Con l’aumento degli acconti lo Stato carica sulle imprese e sui contribuenti onesti l’intero peso del mancato aumento dell’Iva perché non in grado di scovare e punire gli evasori. L’obbligazione tributaria, infine, deve essere ancorata al periodo d’imposta. Perché i contribuenti dovrebbero pagare in anticipo più del dovuto considerato che le imposte dovute, a causa della crisi economica, saranno nel 2013 minori di quelle dell’anno prima?

Il problema resta quello della necessità di determinare un riassetto generale e completo della tassazione, sempre promesso e mai realizzato dai tempo del Ministro repubblicano Bruno Vicentini ( quello dei registratori di cassa).

(smen)
05/07/2013 [stampa]
Esuberi e riforma di Equitalia
Il giudizio dei contribuenti su Equitalia non è mai stato tenero . L’ultima vicenda del disoccupato napoletano che ha ricevuto una cartella da 25 milioni e al quale è stata messa all’asta la casa che sarà vendita a 243 mila euro è clamorosa. Non era lui il destinatario della notifica inviata per posta ma un omonimo boss della camorra. Il disoccupato ha querelato Equitalia per falso e il processo è fissato per il 29 settembre.

Molti Comuni insoddisfatti della gestione hanno deciso di tornare alla riscossione diretta dei tributi comunali. Per ora sono circa 6 mila su un totale di oltre 8 mila i Comuni che non hanno chiuso i conti con Equitalia della quale potranno avversi per altri sei mesi. Nel frattempo il Parlamento dovrebbe varare la riforma che dovrebbe prevedere più rate per pagare, la prima casa non pignorabile, la sospensione delle rate per chi è in provata difficoltà. Secondo i promotori di una manifestazione davanti a Montecitorio negli ultimi tempi centomila case sarebbero state messe all’asta per pignoramenti spesso per pretese ingiustificate.

La società controllata al 51% dall’Agenzia delle entrate e per il restante 49% dall’Inps è stata oggetto di attacchi terroristici alle sedi e di polemiche politiche.

Alla base la gestione dell’attività di riscossione dei tributi e contributi e l’aggio che si prende per ogni cartella.

L’ultimo caso è la questione degli organici e degli esuberi del personale. Nei tre agenti di riscossione ( Equitalia nord, centro, sud) e nelle altre società del gruppo ( Holding, Servizi, Giustizia) sono impiegati 8.167 dipendenti più mille tra esodati e pensionati e 5.678 lavoratori autonomi. Di questi 476 sono al servizio di Equitalia nord ( 2.628 in organico), 578 a Equitalia centro ( staff di 1.868 persone) e 4.557 a Equitalia sud. Come è possibile questa perequazione?

La vicenda è emersa durante le trattative sindacali che hanno portato all’accordo per 190 esuberi che potranno accedere ai benefici del Fondo di solidarietà di settore. Uno scivolo fino alla pensione che può coprire 96 mensilità, cioè 8 anni di accompagnamento alla pensione. Senza fare nulla nel frattempo. Non è un lusso che lo Stato può permettersi? Perché non mandarli nei Tribunali a corto di personale?
22/04/2013 [stampa]
Le Banche hanno chiuso i rubinetti del credito
Continuano a diminuire le imprese che riescono ad ottenere credito dalle banche. Appena il 30% delle richieste di finanziamento sono state accolte nel primo trimestre del 2013 e gli osservatori economici ritengono che le condizioni del credito sono destinate a rimanere strette per tutto l’anno, bloccando ogni principio di ripresa economica.

Una situazione che ha spinto il presidente della Banca centrale europea ( BCE) Mario Draghi a rivolgere un invito alle banche ad erogare più credito e a tassi meno elevati. “ Se le banche non prestano denaro a tassi ragionevoli le conseguenze per l’economia sono gravi “ ha detto il capo dell’istituto di Francoforte in un incontro ad Amsterdam con esponenti del mondo finanziario e nell’audizione davanti ai parlamentari di Strasburgo.

Il richiamo parte dalla decisione della Bce di mettere a disposizione degli istituti di credito dell’eurozona 1.135 milioni di euro al tasso d’interesse dell’1 per cento. In pratica la Bce ha inondato l’Europa di liquidità a bassissimo costo allo scopo di permettere alle piccole e medie imprese di tornare ad investire e a creare occupazione.

Le banche e in particolare quelle italiane hanno invece utilizzato questa liquidità per acquistare titoli di Stato, per finanziare i grandi gruppi e concedere prestiti a tassi che arrivano anche al 6,5%.

Sulla questione credito è intervenuto anche il Fondo monetario internazionale (Fmi) nel suo rapporto sulla stabilità globale di primavera in cui i tecnici di Washington sottolineano che i prestiti alle PMI in Italia e in Spagna “ si stanno rapidamente contraendo”. Le banche italiane sono “ solide” ma sale l’allarme per la penuria di credito alle piccole e medie imprese. Il cosiddetto “ credit crunch” sta mettendo in ginocchio il sistema produttivo con ripercussioni sui consumi. Anche il presidente della Bundesbank Jens Weidmann si è dichiarato favorevole sulla necessità di far arrivare il credito necessario alle imprese e alle famiglie. “ Va bene un ulteriore taglio dei tassi della Bce, ha precisato nella riunione del G20 finanziario di aprile, ma per superare l’emergenza del debito e avere una vera ripresa serviranno dieci anni”.
05/03/2013 [stampa]
Deludente bilancio UE. La parola passa all’Europarlamento di Strasburgo
All'Italia poteva andare peggio. Ha vinto il fronte dell'austerita'
Il bilancio della discordia. E dell’Europa divisa con il fronte dei paesi forti del Nord che volevano drastiche limitazioni al budget ( Inghilterra, Germania, Olanda, Danimarca, Finlandia) per pagare di meno e quelli del Sud ( Italia, Francia, Spagna, Grecia, Portogallo) che cercavano di limitare i danni. L’Italia, tra l’altro, è un buon “ contribuente netto”, ossia paga di più di quanto riceve, spesso anche per l’incapacità delle Regioni di predisporre progetti idonei e spendere i Fondi comunitari.

Se il compromesso al ribasso raggiunto a Bruxelles dai 27 Capi di Stato e di governo dell’Unione dovesse essere ratificato dal Parlamento di Strasburgo sarebbe la prima volta che l’UE approva un bilancio inferiore a quello del precedente settennato.

Al termine di 24 ore di estenuanti trattative gli impegni di spesa per il 2014-2020 scendono da 1.033 miliardi del periodo 2007-13 ai prossimi 959 e i pagamenti effettivi non supereranno i 908,5 miliardi dai precedenti 925, 5.

Il negoziato andava avanti da mesi con l’Inghilterra di David Cameron decisa a far calare il budget ( anche per mantenere la sua posizione di privilegio ottenuta all’epoca del varo dell’euro) appoggiata dalla Germania del Cancelliere Angela Merkel che ha sposato la politica del rigore anche in vista delle elezioni del 22 settembre in cui si gioca la rielezione. Londra con Olanda, Svezia, Danimarca hanno ottenuto uno sconto sui trasferimenti e quindi continueranno a pagare di meno.

L’Italia ha incassato qualcosa dietro la minaccia di mettere il veto sull’intera operazione: uno sconto di 650 milioni in 7 anni sulla quota che paga a Bruxelles ( da 4,5 miliardi a 3,85) e un miliardo e mezzo a favore delle Regioni meno sviluppate e più colpite dalla crisi. Il tutto grazie a minori pretese della Germania, facendo dire agli analisti che la Merkel ha voluto dare una mano al premier Mario Monti che rischiava di tornare in campagna elettorale con un flop, smentendo l’affermazione di un “ ritrovato prestigio internazionale”.

Per l’Italia poteva andare peggio. C’è comunque delusione sui pagamenti diretti in agricoltura ( tra l’altro c’è un peggioramento nei finanziamenti basati sul sistema delle superfici agricole passati da 400 a 380 euro per ettaro). Se l’Italia e la Francia contengono i danni i maggiori delusi sembrano i partiti dell’Europarlamento al quale spetta la co-decisione del varo del bilancio che dovrebbe operare dal gennaio 2014.

Il bilancio non piace a Strasburgo perché non è stato impostato sul rilancio della crescita e dell’occupazione. “ Bilancio inaccettabile così com’è” hanno tuonato il presidente socialista Martin Schulz, i capigruppi degli europopolari il francese Dual, degli eurosocialisti l’austriaco Hannes Swoboda, degli euroliberali il belga Guy Verhofstadt, dei verdi il tedesco Daniel Cohn-Bendit.

La cura dimagrante per l’Europa deve ancora cominciare. Per ora le forze del rigore hanno vinto il primo round, facendo risaltare dai conti le loro diffidenze nei confronti di quello che considerano il lassismo finanziario degli indebitati paesi mediterranei.

Sulle vicende europee si scontrano ancora due concezioni: quella che addebita le responsabilità della crisi ad un “ malinteso rigorismo luterano” e quella che ritiene l’Europa conservatrice colpevole di un’austerità necessaria ma che deve essere accompagnata da politiche per la crescita.

Sergio Menicucci
11/02/2013 [stampa]
Deludente bilancio UE. La parola passa all'Europarlamento di Strasburgo
Ha vinto il fronte dell'austerita' e della recessione
Il bilancio della discordia. E dell’Europa divisa con il fronte dei paesi forti del Nord che volevano drastiche limitazioni al budget ( Inghilterra, Germania, Olanda, Danimarca, Finlandia) per pagare di meno e quelli del Sud ( Italia, Francia, Spagna, Grecia, Portogallo) che cercavano di limitare i danni. L’Italia, tra l’altro, è un buon “ contribuente netto”, ossia paga di più di quanto riceve, spesso anche per l’incapacità delle Regioni di predisporre progetti idonei e spendere i Fondi comunitari.

Se il compromesso al ribasso raggiunto a Bruxelles dai 27 Capi di Stato e di governo dell’Unione dovesse essere ratificato dal Parlamento di Strasburgo sarebbe la prima volta che l’UE approva un bilancio inferiore a quello del precedente settennato

Al termine di 24 ore di estenuanti trattative gli impegni di spesa per il 2014-2020 scendono da 1.033 miliardi del periodo 2007-13 ai prossimi 959 e i pagamenti effettivi non supereranno i 908,5 miliardi dai precedenti 925, 5. Il negoziato andava avanti da mesi con l’Inghilterra di David Cameron decisa a far calare il budget ( anche per mantenere la sua posizione di privilegio ottenuta all’epoca del varo dell’euro) appoggiata dalla Germania del Cancelliere Angela Merkel che ha sposato la politica del rigore anche in vista delle elezioni del 22 settembre in cui si gioca la rielezione. Londra con Olanda, Svezia, Danimarca hanno ottenuto uno sconto sui trasferimenti e quindi continueranno a pagare di meno.

L’Italia ha incassato qualcosa dietro la minaccia di mettere il veto sull’intera operazione: uno sconto di 650 milioni in 7 anni sulla quota che paga a Bruxelles ( da 4,5 miliardi a 3,85) e un miliardo e mezzo a favore delle Regioni meno sviluppate e più colpite dalla crisi. Il tutto grazie a minori pretese della Germania, facendo dire agli analisti che la Merkel ha voluto dare una mano al premier Mario Monti che rischiava di tornare in campagna elettorale con un flop, smentendo l’affermazione di un “ ritrovato prestigio internazionale”. A Bruxelles ha vinto il fronte dell’austerità e della recessione, quindi la Germania che per dare il buon esempio ha accettato un forte taglio dei costi dell’euroburocrazia di Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo, le tre sedi dei burocrati europei.

L’Italia non ha raggiunto l’obiettivo principale: quelle nuove politiche di sviluppo e maggiori finanziamenti necessarie per la crescita e l’occupazione. Per l’Italia non poteva andare peggio. C’è delusione sui pagamenti diretti in agricoltura ( tra l’altro c’è un peggioramento nei finanziamenti basati sul sistema delle superfici agricole passati da 400 a 380 euro per ettaro). Se l’Italia e la Francia contengono i danni i maggiori delusi sembrano i partiti dell’Europarlamento al quale spetta la co-decisione del varo del bilancio che dovrebbe operare dal gennaio 2014.

l bilancio non piace a Strasburgo perché non è stato impostato sul rilancio della crescita e dell’occupazione. “ Bilancio inaccettabile così com’è” hanno tuonato il presidente socialista Martin Schulz, i capigruppi degli europopolari il francese Dual, degli eurosocialisti l’austriaco Hannes Swoboda, degli euroliberali il belga Guy Verhofstadt, dei verdi il tedesco Daniel Cohn-Bendit.

La cura dimagrante per l’Europa deve ancora cominciare. Per ora le forze del rigore hanno vinto il primo round, facendo risaltare dai conti le loro diffidenze nei confronti di quello che considerano il lassismo finanziario degli indebitati paesi mediterranei.

Sulle vicende europee si scontrano ancora due concezioni: quella che addebita le responsabilità della crisi ad un “ malinteso rigorismo luterano” e quella che ritiene l’Europa conservatrice colpevole di un’austerità necessaria ma che deve essere accompagnata da politiche per la crescita.

Sergio Menicucci
24/01/2013 [stampa]
Per la Rete fallite 100 mila imprese
Con Monti il debito cresciuto non diminuito
Il debito pubblico italiano, in un anno di governo Monti, è passato dal 119,9 per cento al 127, 3. Un aumento del 7,4 per cento in appena dodici mesi. Con i “tecnici” invece di scendere è salito, valicando in cifra assoluta a novembre 2012 quota 2.014 miliardi di euro. Tra i paesi del Vecchio continente solo la Grecia ( 152, 6%) ha un debito più elevato dell’Italia. Il Portogallo e l’Irlanda, che navigano in grosse difficoltà economiche e che hanno avuto bisogno di un programma di aiuti internazionali, sono a livello 120, 3 e 117 per cento.

Nel terzo trimestre 2012 il rapporto tra l’indebitamento e il prodotto interno lordo si è mantenuto stabile tra i paesi della moneta unica intorno al 90%.

Quello italiano ha subito il picco maggiore anche tenuto conto della partecipazione di Italia, Germania, Spagna, Francia ( intorno all’1,8%) ai programmi internazionali di stabilità e di aiuto nei confronti di altri paesi in difficoltà.

Alla radiografia di Bruxelles si aggiunge quella della Rete delle imprese italiane. Sono scomparse circa 100 mila imprese ( 216 mila chiuse contro 147 mila di nuove iscrizioni), i redditi delle famiglie sono precipitati da 19.515 del 2007 a 17.337 del 2012, il reddito disponibile pro-capite è tornato ai livelli del 1986, cioè 27 anni fa,la pressione fiscale continua la salita ( secondo le previsioni dovrebbe raggiungere il 56% nel 2013), i consumi sono calati del 4,4% con possibilità di un ulteriore caduta dell’1,4, la disoccupazione si attesta intorno al 12 per cento della forza lavoro, le ore di cassa integrazione superano il miliardo di ore, il settore delle costruzioni ha fatto registrare 9.500 fallimenti causando la perdita di 350 mila posti di lavoro che con l’indotto salgono a 550 mila, un sistema bancario che ha tagliato, nell’ultimo anno, di 32 miliardi l’erogazione di finanziamenti alle aziende.

Di fronte a questo scenario Carlo Sangalli, presidente della Rete che raggruppa le organizzazioni artigiane, del commercio e del terziario, ha sollecitato un profondo cambiamento su fisco, credito e burocrazia per uscire da un sistema sull’orlo del baratro.

Sergio Menicucci
21/01/2013 [stampa]
Italiani sempre più pveri
Sei record negativi dell'anno passato
Gli italiani sono sempre più poveri. Almeno per i prossimi tre anni. Poi si vedrà. Solo il recupero dell’economia globale potrà determinare l’inversione di tendenza dell’attuale fase di recessione. Il prodotto interno lordo ( la misura cioè della ricchezza di uno Stato) sarà negativo anche per il 2013( -1% secondo Bankitalia). E’ praticamente fermo dal 1999.

Sono crollati i consumi che secondo le previsione della Confcommercio sono ai livelli del 1998 e scenderanno ancora nel corso dell’anno. Un salto indietro. L’Italia perde così terreno rispetto all’Europa mentre l’incremento delle tasse ( Imu, Tares, Irpef, Iva, Tobin tax, bollette) riduce la capacità di spesa delle famiglie.

Si avverte un impoverimento generale degli italiani sempre più pessimisti anche perché lo Stato dovrà tenere stretti i cordoni della spesa pubblica avendo firmato a Bruxelles l’accordo fiscale che vincola i 17 paese dell’eurozona al pareggio di bilancio e ad un percorso di riduzione del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo. Vincoli troppo stretti che Spagna, Grecia, Portogallo, Islanda n on riescono a sopportare.

La contrazione della produzione e dei consumi nel 2012 ha determinato un sostanziale blocco dell’attività economica e commerciale. I prestiti delle banche, secondo la Banca d’Italia, sono scesi dell’1,5 % su base annua mentre per le società non finanziarie il calo è stato del 3, 4%.

Altro dato negativo è quello degli acquisti a rate. Il 10% delle famiglie che utilizza il credito al consumo non paga e porta l’Italia al top della classica europea per insolvenza. A seguito della minore crescita nel 2013 l’entità dell’ammanco sarà di 6-7 miliardi o di 9 come stima il sottosegretario all’economia Polillo il possibile fabbisogno aggiuntivo.. Dove trovare i soldi? La risposta toccherà al prossimo governo che uscirà dalle elezioni di febbraio. Ma con una pressione fiscale già ai massimi livelli difficilmente i partiti si incammineranno sulla strada di nuovi prelievi.

Il paese è fermo, le famiglie riducono le spese a causa degli impegni fiscali a partire dalla benzina e dalle bollette per luce, gas, acqua, rifiuti. La pressione fiscale si approssima a raggiungere i massimi di sempre: dal 45 dell’Istat si passa al 55% degli operatori economici.

Il 2012 verrà, pertanto, ricordato come l’anno dei 6 record negativi:

1-quello del più rapido incremento della pressione fiscale della storia italiana;

2-quello dello sfondamento del debito pubblico di quota 2.020 miliardi di euro:

3-quello della peggiore recessione economica degli ultimi decenni;

4-quello del più alto tasso di disoccupazione (11,2” che salirà al 12 nel corso del 2013),

5-quello del minor utilizzo della forza lavoro femminile e giovanile;

6-quello dell’assurdo atteggiamento delle banche che hanno chiuso i rubinetti del credito per le famiglie e le imprese dopo aver ricevuto milioni di euro dalla Bce all’interesse dell’1 per cento, utilizzato per speculare nell’acquisto di titoli di stato invece di aiutare a crescere l’economia reale e a favorire con i mutui l’acquisto da parte di giovani coppie della prima casa.

A questi record negativi si aggiunge la grave e profonda crisi industriale che trascina in basso altri settori, determinando la crescita della disoccupazione.

Sergio Menicucci
09/01/2013 [stampa]
Molti indicatori certificano le trasformazioni sociali degli ultimi 5 anni.
2013 ancora più povero
Sarà un anno più difficile del precedente. La Cancelliera tedesca Angela Merkel non ha avuto paura, nel messaggio di fine anno, di dirlo ai tedeschi che in settembre si recheranno alle urne per eleggere il Parlamento. Europa e Italia sono accomunate da una necessità: crescere. La crisi è ancora lontana dall’essere vinta. Una valutazione contraria all’affermazione “ il peggio è alle nostre spalle” del Ministro delle Finanze Wolfgang Schauebe più preoccupato dalle reazioni per il primo test elettorale in Bassa Sassonia( 8 milioni alle urne). E per l’Italia? La situazione economica è destinata a peggiorare nel 2013 per il 48% delle famiglie italiane, per il 40% resterà invariata e solo per il 10% migliorerà. Secondo un’analisi della Coltivatori diretti/Swg la discesa dello spread delle ultime settimane ( fino a scendere a 270 punti) non sembra incidere sulle negative valutazioni delle famiglie che per il 51% dei casi riesce appena a pagare le spese correnti, rinunciando però o riducendo acquisti per abbigliamento, calzature, viaggi, vacanze, frequenze al bar , ristorante, discoteche. Il galleggiamento avviene attraverso operazioni di risparmi di ogni genere.

Il quadro che sta davanti è fosco. Le incertezze elettorali aumentano le preoccupazioni. I dati su quello che riserva il 2013 sono pieni di sorprese negative. Si parte con la Tobin tax e la patrimoniale ( oltre quella mascherata che è l’IMU), con nuovi meccanismi sulla tracciabilità dei pagamenti, l’aumento dei francobolli della posta prioritaria ( da 60 a 70 centesimi) e delle raccomandate, con l’introduzione della Tares da pagare ad aprile, con la tassa sui conti correnti ed altri prodotti finanziari che sarà determinata dalle Banche, con l’aumento delle tariffe autostradali, aeroportuali, dei trasporti locali e dei treni. Crescerà poi di un punto ( dal 21 al 22%) l’IVA su prodotti alimentari, caffè, vino, giocattoli, televisori, abbigliamento, calzature. Un euro e mezzo in più per il canone Rai tv.

Non si era chiuso bene il 2012.

La crisi ha cambiato la vita degli italiani dall’alimentazione ai trasporti, da abitudini culturali al modo di passare le serate, dalla necessità di intaccare i risparmi ( solo il 28% delle famiglie riesce a mettere da parte qualcosa, l’anno prima erano al 35%) alle rateizzazioni per i debiti fiscali e i mutui, dal taglio alle trattorie- pizzerie alle vacanze più brevi ( massimo una settimana), dalla necessità di trovare sistemi per risparmiare agli auto-tagli sul tenore complessivo di vita proprio e dei figli.

La recessione economica, lo spread che va su e giù, la pressione fiscale che ha raggiunto picchi tra i più alti d’ Europa, stanno costringendo gli italiani a fare la ginkana tra erosione del potere d’acquisto, redditi e pensioni fermi, e in qualche occasione in calo, risparmi al lumicino con un terzo delle famiglie che stenta ad arrivare alla quarta settimana del mese.

Negli ultimi 5 anni sono cambiati consumi, usi e abitudini. Il malessere sociale cresce dentro le 4 mura domestiche. Una molteplicità di indicatori confermano questo stato di cose che da percezione è diventato realtà. BANKITALIA conferma che la ricchezza delle famiglie è diminuita. L’ISTAT ha osservato che l’inflazione ha eroso i modesti aumenti nominali dei salari e delle pensioni, che i senza lavoro ( gli inattivi-scoraggiati che il lavoro lo vorrebbero ma non lo cercano più sono diventati un esercito di circa 3 milioni) rappresentano un’emergenza nazionale, considerato che la disoccupazione ha raggiunto l’11,7%, un livello preoccupante. L’OCSE ha certificato che gli stipendi di operai, impiegati, insegnanti, statali, lavoratori del commercio e dell’agricoltura sono circa la metà di quelli tedeschi e olandesi, meno il 30% di quelli francesi, svizzeri, e del Nord Europa.

Il CENSIS ha rilevato che solo un terzo delle famiglie ( che sono 24.618.071 nel 2012) è in grado di risparmiare qualcosa e che un quarto è stata costretta a subire un licenziamento o la messa in cassa integrazione di un suo componente. Crolla così la fiducia che si possa far fronte a questa impervia traversata del deserto.

Dallo scoppio della crisi delle banche americane nel 2007 gli ultimi 5 anni consegnano una fotografia di anni in cui i cittadini sono stati costretti ad aprire sempre più i portafogli per mutui, prezzi in rialzo, bollette di ogni specie, aumenti di spesa per trasporti ( l’aumento della benzina, del gasolio, del metano e delle accise incide sul trasporto merci) e servizi.

Si è innescato un circolo vizioso: recessione economica-riduzione dei consumi- scarsi investimenti. Niente crescita e sviluppo. Le novità normative, contenute nelle manovre del governo e votate dal Parlamento con voti di fiducia, non hanno stimolato la domanda interna. A livello internazionale le incertezze non sono meno preoccupanti.

Un analista politico-economico europeo, per non passare da iettatore o da cassandra , ha trovato, per definire il 2012, una frase lapidaria “ non ci siamo fatti mancare nulla”. di Sergio Menicucci
17/12/2012 [stampa]
Fine anno amaro tra tasse e senza lavoro
Disoccupati 12 italiani su 100
La crisi è entrata elle case degli italiani. La ricchezza delle famiglie si è assottigliata (è simile a quella della fine degli anni Novanta) anche per il calo del valore degli immobili e dei risparmi.

Aumentano di conseguenza le disuguaglianze tanto che la distribuzione della ricchezza presenta un elevato grado di concentrazione: ossia è in poche mani .La metà delle famiglie( povere) detiene il 9,4 del reddito complessivo mentre al 10 % della popolazione più ricca appartiene la metà ( 46%) del patrimonio. E per fare ulteriore cassa gli esperti del Ministero dell’economia starebbero pensando di applicare una tassa aggiuntiva come già proposto negli Usa da Obama e in Francia da Hollande.

La fine dell’anno si avvicina, pertanto, con questi numeri.

DEBITO PUBBLICO-Sfondata, fin da ottobre, la quota di 2 mila miliardi di debito pubblico. Per la precisione 2.014 miliardi in valore assoluto che porta l’Italia a raggiungere un altro record negativo. Ha raggiunto il 127 per cento del prodotto interno lordo che nel 2012 è calato del 2,3 per cento. Sono numeri ufficiali del bollettino statistico della Banca d’Italia.

TASSE- L’Agenzia delle entrate ha fatto boom. Le entrate tributarie sono aumentate nei primi 10 mesi dell’anno del 2,9 per cento. E mancano all’appello gli incassi dell’Erario e dei Comuni derivanti dall’IMU, il cui saldo era scaduto il 17 dicembre.

Il deficit/ prodotto interno lordo è a - 3,9. La pressione fiscale va dal 21 al 41 per cento per le persone fisiche e fino al 68 per cento per le imprese.

TARES. Dal primo gennaio debutta il nuovo tributo comunale: quello sui rifiuti e gli altri servizi dei Comuni che sostituirà i vecchi prelievi.

La tassa è stata introdotta dal decreto del governo Monti “ Salva Italia” e serve a coprire i costi dello smaltimento rifiuti ( pessimo o quasi in tutta Italia) e le spese dei “ servizi indivisibili”, cioè illuminazione pubblica, mantenimento delle strade.

Tutti gli immobili saranno soggetti alla Tares per l’80 per cento della superficie catastale.

Gli importi saranno determinati dalle amministrazioni locali che avranno per intero anche gli importi dell’IMU. In attesa di conoscere i regolamenti entro ottobre 2013 si sa che a pagare sarà chiunque possieda, occupa, detiene locali o aree scoperte a qualsiasi uso adibiti e che producano rifiuti.

DISOCCUPAZIONE. A ottobre la disoccupazione è cresciuta di altre 100 mila unità, raggiungendo l’11,5% della forza lavoro, il livello più alto raggiunto dopo il 2004. Ad appena un soffio sotto la media dei 17 paesi dell’Eurozona su cui grava il 26 % della Spagna. Secondo l’Istat i senza impiego sono 2,9 milioni. Note più drammatiche riguardano i giovani, quelli tra i 15 e i 24 anni che hanno smesso di studiare e che cercano lavoro ma non lo trovano. Sono il 36,5% della forza lavoro complessiva del paese. In più ci sono da calcolare gli inattivi e cioè quelli che non hanno un’occupazione e neppure la cercano e che sono circa 100 mila.

Sul fronte occupazionale va tenuto anche presente il numero dei precari che in Italia sono 2.877 mila, di cui i dipendenti a termine sono 2 milioni e 447 mila e i collaboratori 430 mila. Per l’Istat sono saliti anche i lavoratori part time che arrivano a quota 3.877 milioni, di cui però la metà lo fa per scelta ( esigenze familiari varie). Nel Sud infine la disoccupazione delle donne raggiunge il 43%.

Cifre drammatiche per il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni. E non è una questione solo della recessione.

Eppure se si guardano le tabelle del sistema Excelsior dell’Unione delle Camera di Commercio ci sono 600 mila posti, dal turismo alla sanità, che non vengono coperti. Pur depurando questi dati dagli stagionali restano pur sempre circa 400 mila posti a disposizione. Ci sono 65.500 posti di lavoro per i quali le imprese segnalano difficoltà di reperimento( tra cui infermiere, farmacista, disegnatore meccanico, progettista chimico o elettronico etc).

Ma come si trova oggi il lavoro in Italia? Solo il 2 per cento passa attraverso il canale pubblico dei centri per l’impiego ( gli ex uffici di collocamento) e il 3 per cento si rivolge alle agenzie private per il lavoro. La metà degli interpellati risponde che il posto di lavoro lo ha trovato tramite conoscenze. Un’altra quota lo ottiene per mezzo dei partiti, dei sindacati, delle associazioni religiose. Il curriculum conta solo per le domande all’estero. Negli Usa La Federal Riserve ha posto il problema della disoccupazione che è al 7,7 tra le priorità da risolvere. Poi viene l’inflazione. La strategia della Banca centrale Usa è quella di supportare le spese degli americani e quindi a stimolare l’economia.. In Italia ,quindi, quasi 5 milioni e mezzo le persone vivono una condizione di sofferenza lavorativa: cioè o sono disoccupati, oppure scoraggiati( inattivi) o precari. A queste vanno aggiunti i 10 milioni di pensionati che non superano i mille euro al mese.

CONSUMI- In calo del 3,4 per cento quelli privati, con la fiducia dei consumatori scesa intorno agli 85 punti. La domanda interna è sotto di un altro 5%

di Sergio Menicucci
11/12/2012 [stampa]
L'Italia più povera per il Censis
Smottamento del ceto medio
Politica e società sempre più lontane. Italia più povera. Giovani senza lavoro. Nella fotografia dell’annuale rapporto del Censis l’Italia è sempre più povera e impaurita. Gli italiani allora per sopravvivere alla crisi “ risparmiano, rinunciano, rinviano”. Ma così facendo crollano i consumi, crollano i lettori di libri e quotidiani ( passati dal 67 % di 5 anni fa ad appena il 45%), compensati dall’uso di Internet, tablet, smartphone. Diminuiscono le immatricolazioni all’Università poiché a causa della crisi la laurea non costituisce più uno scudo contro la disoccupazione giovanile.

Aumenta, pertanto, chi cerca lavoro. Tra il 2011 e il 2012 il numero delle persone che cercavano un’occupazione è aumentata di 700 mila unità, il 34% in un anno, arrivando a 2.753.000 persone attive ma in difficoltà.

Nel tentativo di affrontare la crisi il 73% degli italiani va a caccia di offerte e alimenti poco costosi dopo aver eliminati spreghi ed eccessi, il 62,8% limita gli spostamenti in auto o moto per risparmiare sulla benzina ( si sono vendute in due anni tre milioni e mezzo di biciclette). Gran parte degli italiani rinuncia a viaggi, ad acquistare articoli d’abbigliamento o calzature di marchi costosi e alle cene fuori casa ( al massimo una pizza una volta al mese).Il tutto deriva dalle bollette da pagare ( luce, gas, acqua, Imu, rifiuti) e anche dalle spese sanitarie extra servizio nazionale. Per far fronte alla scarsità di cure domiciliari e alle necessità di integrazioni socio-sanitarie nel 2011 le famiglie hanno tirato fuori di tasca propria 28 miliardi per l’acquisto di beni e sevizi necessari ai malati gravi e cronici.

Secondo gli analisti del Censis del prof. De Rita il ceto medio è sempre più povero. La crisi ha fatto retrocedere i redditi ai livelli del 1993. Negli ultimi 10 anni la ricchezza finanziaria si è quasi dimezzata, passando da 26 mila a 15.600 euro a persona. In due anni ci sono state due milioni e mezzo di famiglie che hanno venduto l’oro e i gioielli .Ha fatto scalpore la dichiarazione a verbale dopo l’irruzione dei Carabinieri di Montesilvano ( Pescara) in un appartamento per appuntamenti di una casalinga che insieme ad altre donne senza lavoro l’avevano affittato per prostituirsi ricavando 100 euro a cliente e fino a 7 mila euro al mese per pagare le bollette, la rata della macchina, la scuola dei figli.

L’analisi del Censis definisce “ smottamento del ceto medio” quella situazione per cui il reddito medio degli italiani si è ridotto sia a causa del difficile momento dell’economia sia per effetto dei profondi mutamenti della nostra struttura sociale, che ha affievolito la proverbiale capacità delle famiglie di produrre reddito e accumulare ricchezza.

La crisi ha colpito pesantemente il settore immobiliare. Negli ultimi 5 anni la caduta degli investimenti nelle costruzioni è del 25% . I mutui per l’acquisto di abitazioni sono diminuiti del 20% nel periodo 2008-11 rispetto al quadriennio precedente. Le compravendite risultano, afine 2012, dimezzate rispetto a 6 anni fa. Le transazioni non superano le 485 mila.

Una “ crisi perfida” la definiscono gli analisti del Censis perché rende gli italiani inerti di fronte ad eventi esterni, quasi incomprensibili come spread, default, debito sovrano, slavaStati.

In realtà la vita normale è stata travolta, le certezze crollate. Sono allora emerse le tre “R”: risparmio, rinuncia, rinvio. Secondo il Censis gli italiani sono rassegnati e alla domanda come reagire alla crisi della politica indicata come la causa prima del disastro attuale il 53, 3% risponde :rabbia. Gli italiani visti dal Censis stanno comunque “ riposizionandosi” magari attraverso modelli di cooperazione, la casa che diventa bed e breakfast ( quasi il 3 per cento nelle grandi città) o crescono piccoli Bil Gate ( nelle circa 800 start-up del 2011 nelle applicazioni Internet l’età media degli imprenditori è di 32 anni).

I giovani infine di fronte alla disaffezione verso l’Università stanno trovando nuovi percorsi formativi d’internalizzazione.

Una conclusione: pochi occupati under 30, donne senza lavoro o quasi, figli tardi e pochi, diminuiscono le coppie coniugate, crescono i single, 2 milioni di stranieri che lavorano regolarmente e fanno figli che vanno nelle scuole pubbliche. Cambia la famiglia e cambia la società.

di Sergio Menicucci
29/11/2012 [stampa]
Vedono nero Confindustria, Bankitalia e Ocse
L'autunno nero della crisi italiana
L’autunno nero della crisi italiana è sempre più fosco. Il contesto, scrive il centro studi della Confindustria, è molto negativo.Quinto calo consecutivo del prodotto interno lordo. Male il fronte dell’occupazione: il numero dei senza lavoro cresce anche per la spinta delle persone inattive non intenzionate a cercare un impiego che possa salvaguardare i redditi familiari in calo. Crollano i consumi per mancanza di disponibilità di mezzi finanziari e per le incerte prospettive del futuro. Diminuisce la produzione industriale e gli indicatori anticipano ulteriori ribassi dell’attività per i prossimi mesi. Per le piccole e medie imprese si tratta del 14° mese consecutivo di flessione.

I mali non vengono mai soli. Lo stop da parte del Senato alla delega fiscale da parte del Senato “ preoccupa e delude” le imprese che vedono allontanarsi quelle condizioni normative che avrebbero potuto fare da volano per la crescita, eliminando incertezze di carattere impositivo che condizionano oggi le scelte imprenditoriali.

“ La bruca frenata dell’iter parlamentare della legge delega fiscale, osservano Abi, Ania, Cooperative, Rete imprese, rappresenta l’ennesima occasione persa per affrontare i temi della riforma fiscale nell’ambito di un intervento strutturale sulle dinamiche del rapporto tra fisco-contribuenti”.

E quasi come beffa è arrivata la comunicazione da parte del Ministero delle Finanze che l’IMU entro il 17 dicembre si può pagare anche alla Posta con bollettino di conto corrente.

Al governo dei tecnici sembra che non gliene vada bene una: strade tortuose per la legge di stabilità ( la finanziaria dello Stato), affossata la legge che voleva sancire il carcere per i giornalisti condannati per diffamazione, per i tagli alla politica e alle Province, per le norme sugli esodati e la riforma del mercato del lavoro. In fieri si prospettano battaglie per il tagli agli statali e alla sanità.

Al dramma poi dei terremotati dell’Emilia ( aiuti prima bloccati e poi concessi dall’Europa) si aggiunge ora il flagello che si è abbattuto su Taranto ( un ooperaio disperso, una gru finita in mare) già alle prese con il dramma della chiusura dell’Ilva che comporterebbe l’uscita dalla fabbrica di circa 5 mila operai in attesa del risanamento ambientale deciso dai Magistrati.

Vedono nero anche Bankitalia e l’Ocse. Secondo palazzo Koch per le famiglie italiane siamo al quinto anno di riduzione del reddito reale, il credito mostra segni di affanno e 900 mila famiglie si ritrovano con debiti oltre il 30% del loro reddito. Quattro milioni di lavoratori sono in attesa di rinnovo dei contratti, alcuni scaduti da 30 mesi. Per l’Ocse giù le stime per il prodotto interno lordo del 2012 e del 2013, con un debito pubblico che sale al 127% a fine anno, al 129,6 nel prossimo e al 131,4 nel 2014. Nonostante le riforme varate dal governo l’attività economica italiana dovrebbe continuare a contrarsi nel breve tempo come conseguenza dell’indebolimento del clima di fiducia e della stretta creditizia. Una rilevante fonte d’incertezza, secondo l’Ocse, è costituita dall’impegno del prossimo governo( dopo le elezioni della prossima primavera) a mantenere il percorso di consolidamento di bilancio e riforme strutturali favorevoli alla crescita.

I rischi sono considerevoli. (smen)
15/10/2012 [stampa]
I numeri dell'Italia
Tasse, debito, disoccupazione
Il 2012 per l’Italia è un anno di forte recessione ( -2,4% la diminuzione del prodotto interno lordo con trascinamento sul 2013 ancora a -0,7%) per le incertezze finanziarie e le drastiche misure di correzione del bilancio pubblico.

Troppe tasse sono incompatibili con la crescita aveva ammonito fin da maggio il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nelle Considerazioni finali del neo responsabile di palazzo Koch succeduto a Mario Draghi dopo la sua nomina a presidente della Bce.

Il percorso del risanamento sarà ancora lungo.

DEBITO PUBBLICO

Nonostante l’ultima manovra del governo Monti di 12 miliardi di tagli ( legge di stabilità) il debito pubblico sale al ritmo di 157 milioni al mese. Il Fondo monetario internazionale ha calcolato che il debito pubblico italiano ( che è pari a 1967 miliardi secondo Bankitalia) salirà al 126,3% a fine anno, al 127, 8% al 2013 perché ,osserva il FMI, l’Italia “ sconta l’allargarsi del divario tra i tassi d’interesse reale del debito pubblico e il tasso di crescita reale del Pil”. Con ciò è stato abbattuto clamorosamente il record negativo del 1995 quando il rapporto debito-Pil era al 120 per cento.

Resta ancora entro i parametri di Maastritch il deficit pubblico ( l’indebitamento delle Pubbliche amministrazioni in rapporto al prodotto interno lordo) che si attesta al 2,8% quest’anno e scenderà sotto il 2 l’anno prossimo.

TASSE E IVA

A fine anno l’Italia si appresta a conquistare il primato assoluto di pressione fiscale effettiva (55%) non solo per le tasse ma anche per l’elevato sommerso economico ( circa il 17% del pil e cioè un’evasione fiscale di circa 154 miliardi) che esiste nel paese. Una percentuale più elevata della Danimarca ( 48, 6 %), della Francia ( 48,2%) e della Svezia ( 48%).

Con le varie riforme economiche che si sono succedute in Italia tra il 2000 e il 2012 il prelievo fiscale si è innalzato di 3,4 punti percentuali.

L’IMU, la tassa municipale sugli immobili) porterà nelle casse dello Stato e dei Comuni circa 21 miliardi.

E’ stata giudicata solo un’operazione di facciata la diminuzione dell’Irpef nella fascia bassa ( un punto in meno nelle aliquote dal 23 al 22 per cento fino a 15 mila euro di reddito e dal 27 al 26 per cento per i redditi fino a 28 mila euro lordo l’anno. A fronte infatti di questa diminuzione ci sarà da giugno 2013 il rialzo delle aliquote IVA: quelle del 10 % saliranno ad 11 e quelle del 21 al 22 per cento. La discesa delle aliquote Irpef per i primi due scaglioni è annullata dalle minori deduzioni mentre la super-Iva manderà ulteriormente a picco i consumi delle famiglie, con l’inflazione che dal preventivato 1, 8 % salirà al 2, 2 mentre quella reale supera il 5 per cento.

Dall’anno prossimo dovrebbe poi esser applicata la cosiddetta Tobin tax sulle transazioni finanziarie.

DISOCCUPAZIONE E SCIOPERI

Il tasso di disoccupazione totale è salito dall’8, 4 di inizio 2010 al 10,7 dell’autunno 2012, cioè 2.715.000 in termini reali. Con i cosiddetti “ scoraggiati”, quelli che non cercano lavoro, la disoccupazione reale secondo la Bce salirà al 12, 5 per cento. Peggiore e più allarmante il tasso di disoccupati giovani dai 15 ai 24 anni che dall’iniziale 26,6% è cresciuto al 35 per cento. Nel Sud oltre il 57 per cento delle ragazze sono senza lavoro.

Sono in crisi le industrie dell’auto ( crollo delle vendite Fiat e cassa integrazione), dell’acciaio ( Ilva, Lucchini e Terni), dell’alluminio ( Alcoa), della farmaceutica ( mille esuberi alla Menarini). E’ allarma lavoro anche da parte della Bce secondo la quale in Europa in 4 anni si sono persi circa 4 milioni di posti di lavoro. Gli esuberi nel pubblico impiego sarebbero circa 25 mila e altri 10 mila nel settore bancario.

In compenso l’Italia vanta il record di scioperi e cortei: 29 al giorno. Le manifestazioni di carattere sindacale sono state fino a settembre 2012 circa 4.497 di cui 305 proteste sono sfociate in disordini. Nel 2011 si persero 6 milioni di ore di lavoro per scioperi.

POTERE D'ACQUISTO DELLE FAMIGLIE

Un altro dato negativo sul piano sociale è il crollo del potere d’acquisto delle famiglie (-4,1%) sempre più in difficoltà, intaccando la possibilità di risparmio che è tornata ai minimi storici del 1999 quando l’Istat iniziò a rilevare questo dato.

A cosa sono serviti i provvedimenti a getto continuo e le manovre economiche i cui riflessi si faranno sentire nei prossimi anni?

Per molti osservatori le varie operazioni non incidono sulle riforme di struttura. Sono servite principalmente a dimostrare ai partners europei, a partire dalla Germania, la buona volontà dell’Italia di mettersi su una strada virtuosa. La legge di stabilità non è neppure una manovra, secondo il giudizio di molti economisti, perché con essa non si realizza una correzione in senso positivo del saldo di bilancio, anzi nel 2013 si avrà un deterioramento del disavanzo pari allo 0,2 per cento del pil. In termini reali un altri 3, 5 miliardi di rosso.

“ Questa crisi, ha sentenziato l’imprenditore chimico e presidente della Confindustria Giorgio Squinzi, è come una guerra”. (smen)
15/10/2012 [stampa]
Chiudono 7 mila imprese. Ricorso a Bruxelles contro i ritardi dell’Italia
Lo Stato non paga. L'ediliza si blocca
La recessione economica, i tagli alla spesa pubblica ( e quindi agli investimenti per opere pubbliche), i ritardi delle amministrazioni pubbliche nei pagamenti ( che arrivano mediamente ad oltre 8 mesi), l’aumento delle tasse prima tra tutte l?IMU che è diventata una patrimoniale sulla casa sono i fattori alla base del tracollo del settore delle costruzioni.

In precedenza scommesse azzardate sui derivati avevano sconvolto l’istituto americano Jp Morgan Chase. Secondo il ceo Jamie Dimon le perdite ancora da definire completamente non sono inferiori ai 6 miliardi di dollari.

Delle 30 mila aziende edili sul territorio nel 2012 hanno già chiuso in 7 mila. Secondo i calcoli delle associazioni imprenditoriali lo Stato( Regioni, Comuni, Province, Anas) è in debito per una cifra che oscilla dai 70 ai 100 miliardi di euro.
La fotografia della drammatica situazione è stata fatta nelle assemblee annuali delle associazioni territoriali di Roma, Napoli, Palermo.

I numeri impietosi evidenziano il crollo degli investimenti pubblici, la perdita di posti di lavoro, la diminuzione delle imprese in attività con ricorso sempre più massiccio alla cassa integrazione ordinaria e soprattutto a quella straordinaria e in deroga. Altro buco nero il credito vantato dalle aziende di costruzione nei confronti delle amministrazioni locali. Solo a Roma e nel Lazio le imprese edili, che hanno anticipato stipendi e soldi per l’acquisto dei materiali, vantano circa un miliardo di euro. Nella maggior parte dei casi si tratta di opere già consegnate.

Il quadro della crisi è stato messo a fuoco nelle relazioni a Roma del presidente Acer Eugenio Batelli, a Napoli dal n. uno dell’Acen Rudy Girardi e a Palermo dall’imprenditore Salvo Ferito la cui impresa Cfc occupa 300 dipendenti. Nel Lazio i bandi di gara sono stati ridotti del 45% passando dal miliardo e 800 milioni a poco più di un miliardo. Dal 2008 al 2011 gli investimenti di Roma Capitale per la manutenzione stradale hanno subito un calo di oltre il 70% passando da 115 a 30 milioni. La spesa per la viabilità della Provincia di Roma è scesa in tre anni da 70 a 18 milioni. I taglia hanno colpito pesantemente anche l’edilizia scolastica: il Comune è passato a 25 dei 95 del 2008 e la Provincia ha diminuito i finanziamenti per le strutture scolastiche dai 60 milioni del 2010 ai 10 milioni del 2012.

I risvolti sociali sono pesanti. Ridotti alcuni servizi essenziali, manutenzione quasi zero degli edifici popolari. Sarebbero oltre 2 mila le imprese che hanno chiuso ( erano 12.284, ora sono 10.120) secondo i dati delle casse edili. Questo ha comportato la perdita di 18 mila posti di lavoro ( dai 68.495 occupati del 2008 si è passati ai 50.425) con un massiccio ricorso alla cassa integrazione ( da un milione e 315 mila ore del 2007 ai 4 milioni e 218 del 2012).

Edilizia a picco anche a Napoli e Campania dove gli investimenti sono diminuiti di 2 miliardi e mezzo. Un settore al collasso evidenziato dalla chiusura di 700 imprese( sono passate dalle 4.600 del 2010 alle attuali 3.900). A livello occupazionale il dramma è sottolineato dalla perdita di 25 mila lavoratori, dall’aumento del 12 per cento delle ore di cassa integrazione ordinaria e dal 280% di quella straordinaria e in deroga. La mancanza di lavoro e di prospettive producono inoltre un inevitabile calo dei consumi.

“ Se non mi saldano in fretta lascio a casa 250 operai” ha denunciato l’imprenditore catanese Salvo Ferito secondo il quale in Sicilia dalla fine del 2009 a metà 2012 sono fallite 475 imprese, la gran parte per colpa degli enti locali che non pagano. Nell’isola in quattro anno i disoccupati del settore hanno raggiunto quota 43.330 , più altri 30 mila dell’indotto. Eppure in Sicilia ci sarebbe tanto lavoro, con le infrastrutture da costruire o da ammodernare. A volte i soldi ci sono pure ma bloccati dalla burocrazia oppure dal patto di stabilità. I Comuni hanno i soldi ma non li tirano fuori per questioni di pareggio di bilancio. Se l’Anas non paga il contraente generale, questo non liquida le ditte associate che hanno consegnato le opere anche un anno fa.

E’ una catena di errori interminabile. I costruttori preparano azioni di protesta, appelli al governo e al Parlamento. Se la situazione non si sblocca il presidente dell’Ance Paolo Bozzetti ha preannunciato un’iniziativa da portare a Bruxelles per far rispettare la direttiva europea sui tempi di pagamento alle imprese creditrici delle pubbliche amministrazioni. In Francia i pagamenti debbono avvenire entro 64 giorni, in Inghilterra entro 47, in Germania entro 35. Anche il Portogallo, la Spagna e la Grecia sono più virtuosi dell’Italia: i pagamenti avvengono tra i 120 e i 170 giorni. (smen)
20/07/2012 [stampa]
Il sistema malato mette sotto accusa banche e agenzie
Gli scandali bancari e rating minano la fiducia dei mercati
Il sistema malato mette sotto accusa le banche della City. Dal Libor ai derivati gli scandali finanziari passano per Londra. La Barkaly, la seconda banca inglese, è stata costretta ad ammettere che i propri manager hanno falsato e manipolato il tasso di riferimento Libor dal 2005 al 2009. L’istituto ha così concordato, per chiudere la partita, il pagamento di una multa di 450 milioni di dollari e le dimissioni dei vertici.

In precedenza scommesse azzardate sui derivati avevano sconvolto l’istituto americano Jp Morgan Chase. Secondo il ceo Jamie Dimon le perdite ancora da definire completamente non sono inferiori ai 6 miliardi di dollari.

L’altro scandalo finanziario riguarda il colosso bancario inglese Hsbc che è stato accusato dal Senato americano di aver consentito a cartelli di narcotrafficanti di utilizzare la propria rete di filiali per riciclare denaro( circa 7 miliardi di dollari) attraverso il sistema finanziario statunitense e di aver ignorato i legami con il terrorismo islamico di alcuni suoi clienti.

Giornate di trasparenza e verità che hanno scosso il mondo economico delle due sponde dell’Atlantico. La finanza sotto accusa. Tante volte si è parlato dei rischi della speculazione ora il Senato Usa ha puntato i riflettori per fare chiarezza sulla manipolazione del tasso Libor che viene usato per calcolare molti contratti e i mutui delle famiglie.

Il Libor è un indice el costo del denaro a breve termine che viene adoperato comunemente come base per il calcolo ei tassi d’interesse di molte operazioni finanziarie principalmente in valute diverse dall’euro, per il quale il tasso di riferimento è l’euribor. Un “ sistema strutturalmente difettoso” lo ha definito il presidente della Federal Rserve Bernanrke messo alle strette dai senatori repubblicani e democratici.

Uno scandalo preoccupante, un problema che deve essere affrontato e risolto riformando il meccanismo di calcolo. E’ stata, comunque, minata la fiducia dei mercati.

E sempre più nell’occhio del ciclone sono le agenzie di rating che continua a declassere tutto: poco giorni fa Moody’s ha retrocesso ancora l’Italia, poi ha abbassato i voti delle Generali, di Unipol e Allianz.

Scendere la scala del rating equivale assegnare un livello di rischio maggiore e quindi occorre offrire maggiori garanzie. Il problema è che nei consigli di amministrazione delle quattro maggiori agenzie siedono personaggi che hanno forti interessi economici.

E’ quindi possibile che gli autori dei giudizi agiscano in più o meno conflitto d’interessi.

Osservando gli azionisti di Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Staley e quelli di Standard e Poor’s e di Moody’s sono evidenti gli intrecci tra banche d’affari, società di gestione di fondi e agenzie di rating.

Il conflitto esiste ,è inaccettabile e irrisolto. Serve allora un organismo europeo che contrasti l’egemonia delle quattro sorelle che pretendono, osserva Sergio Romano, di trattare gli Stati “come scolaretti di cui è possibile misurare quantitativamente l’intelligenza, la diligenza e il rendimento”.

Quando la Procura di Trani nel gennaio 2011 ascoltò sull’argomento l’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi confermò che si era in presenza di un circolo vizioso da rimuovere. “ Vi è, disse, un conflitto tra analisi e uffici che producono rating.

Le società che proponevano i prodotti strutturati soggetti a rating erano società da cui dipendevano quelle stesse agenzie”. Del problema se ne stanno occupando sia il Parlamento europeo che la Sec ma la soluzione più gettonata è quella di creare nuove agenzie e mettersi in concorrenza.
03/07/2012 [stampa]
Le banche tagliano il personale.
Il mondo dei 340 mila dipendenti delle banche italiane è in fibrillazione. La riforma delle pensioni voluta dal governo Monti sta determinando uno sconvolgimento dei piani industriali ei maggiori istituti di credito ( da Intesa San Paolo a Unicredit, da Mps alle maggiori popolari) impegnati nella chiusura delle filiali meno redditizie e a svuotare il “ back office” ossia gli organici per riversare parte del personale in gruppi esterni o in mansioni commerciali immediatamente redditizie.

Le banche italiane dopo essersi lanciate nelle operazioni di acquisto dei titoli sovrani ( nel tentativo di speculare sugli interessi o per compiacere alcuni poteri forti) sono alle prese con le imposizioni di ricapitalizzazione dell’agenzia europea EBA e con il fenomeno degli esodati( per Unicredit si tratta di sborsare 400 milioni, per Intesa San Paolo circa 250).

A risentire di questa situazione è il credito delle imprese e delle fa che ha subito una forte contrazione nonostante le banche abbiano ricevuto una consistente liquidità all’1 per cento dalla Banca centrale europea. I vertici di Ca dè Sass ( presidente Francesco Micheli) stanno tentando di far fronte agli oneri derivanti dai mancati prepensionamenti. Quelli di piazza Cordusio spingono per accelerare la fase del cosiddetto “ Bancone” che interviene sul modello di distribuzione per rendere la struttura organizzativa più snella.

Profonda è la trasformazione dell’identità del Monte dei Paschi di Siena che ha rinnovato i vertici con i non senesi Alessandro Profumo, presidente, e Fabrizio Viola amministratore delegato.

Il colosso di Rocca Salimbeni non sarà più una banca tradizionale ma diverrà un istituto più concentrato sui servizi e la potente Fondazione ( governata da Gabriello Mancini espressione dei partiti di sinistra che gestiscono le amministrazioni locali) scenderà nel capitale al di sotto del 30%:

Dopo aver chiesto 3,9 di Tremonti-bon ( Mps de facto è nelle mani dello Stato e il Tesoro potrebbe diventare il primo azionista) è stato presentato il piano industriale anticrisi che prevede la chiusura di 400 filiali, le dismissioni di alcuni asset ( Biverbanca, Consum.it, leasing), la riduzione di 4.600 dipendenti sui 31 mila in organico nel corso di tre anni di cui 100 dirigenti e un netto taglio ai dividendi.

L’operazione-forbisce di Profumo ( società cedute, prepensionamenti, altre uscite dall’azienda) è stata giudicata dai sindacati ( Fabi, Fiba, Fisac, Uilca, Ugl, Discredito) una “ manovra arrogante e approssimativa”: Contro il piano, che però ha incontrato il favore dei mercati, è stato effettuato un primo sciopero.

MPS ha in realtà problemi comuni a tutto il sistema bancario anche se nel caso di Siena sono di ampiezza maggiore per cause derivanti anche dalle scelte politiche locali e dall’avventata ambizione di grandezza con l’acquisto di Ambroveneta per diventare il terzo polo del credito italiano. Cambiare era inevitabile per Siena. Ora toccherà all’intero sistema bancario italiano per rimettere le aziende in linea di galleggiamento entro l’autunno e riportare le banche alla loro funzione primaria di erogatrici di credito; funzione messa in secondo piano rispetto alle operazione speculative finanziarie. Sergio Menicucci
01/06/2012 [stampa]
Prime Considerazioni del Governatore della Banca d’Italia Visco:troppe tasse la rotta da seguire.
Tasse incompatibili con la crescita. E per l’Europa serve un cambio di passo. Nelle sue prime “ considerazioni finali” illustrate a palazzo Koch dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha usato un linguaggio diretto, concreto, allontanandosi dai giri di parole che vengono usati nei convegni economici e nelle relazioni. La gravità della situazione è davanti agli occhi di tutti. Il 2012 sarà un altro anno di recessione per le incertezze finanziarie e le drastiche misure di correzione del bilancio, anche se “ indispensabili”. La caduta del prodotto interno lordo sarà intorno all’1,5 per cento. Visco, pur esprimendo parole di apprezzamento per la politica di bilancio attuata dal governo Monti e le incisive riforme strutturali( vanno però proseguite con l’istruzione, al giustizia e la sanità), ha precisato che il prezzo dell’innalzamento della pressione fiscale è stato pagato con l’approfondimento della recessione. Questo prezzo, quindi, deve essere temporaneo.

Il vento di cambiamento, che il governatore avverte come necessario, dovrà interessare lo Stato e la fiscalità ma anche le banche e le imprese. Gli imprenditori dovranno effettuare uno sforzo finanziario aggiuntivo al fine di rafforzare il capitale delle loro imprese nel momento in cui viene loro assicurata una semplificazione dell’ambiente normativo in cui operano.

Le banche dovranno intervenire su più livelli: sul costo del lavoro e sulle remunerazioni dei vertici, sulle filiali e sui consigli di amministrazione sfoltendoli. Oggi nei primi dieci gruppi bancari ci sono infatti ben 1.136 cariche, decisamente troppe.

Molte considerazioni sono riservate all’Europa. La politica monetaria, ha osservato, può fare molte cose ma i miracoli non può farli. Serve una dettagliata “ road map” che passi anche per innovazioni coraggiose come ad esempio il fondo per trasferire i debiti sovrani che eccedono una soglia uniforme, chiarendo cosa comporta il passaggio ad un’Unione fiscale. Se finora l’Europa garantisce la cura dei sintomi gravi ( creando un argine al contagio, evitando crisi sistemiche, attenuando le tensioni) la terapia per il futuro dell’Euro deve essere definita e applicata dai politici. Sulla crescita economica non fatica solo l’Italia, stenta tutta l’Europa frenata da processi ancora lenti e farraginosi sui quali servirà un cambio di passo. E Visco mette ancora una volta il dito nella piaga: la mancanza di uno Stato federale dell’intera area euro, in cui un’unione politica ancora non c’è.

Occupandosi della questione delle nuove generazioni ha sottolineato, infine, che “ la politica deve assicurare la prospettiva di un rinnovamento profondo che coltivi la speranza, vada incontro alle aspirazioni dei giovani e delle donne”.

Le condizioni per la ripresa dipendono, pertanto, secondo Visco da due ordini di condizioni: una buona politica interna e un rafforzamento dell’Unione europea che vada in direzione di un’unione politica, sostenendo anche i paesi in difficoltà
28/05/2012 [stampa]
L’industriale chimico milanese succede a Emma Marcegaglia Squinzi parte all’attacco fisco e burocrazia zavorra.
Un discorso da imprenditore a imprenditori. Non che i suoi predecessori, Emma Marcegaglia e Luca Cordero di Montezemolo, non lo fossero ma loro avevano una caratura più “ politica”, erano più attenti alle istituzioni, ai rapporti con i partiti e il governo.

Giorgio Squinzi, industriale della chimica, l’inventore del collante per la ceramica, stabilimenti in tutto il mondo, migliaia di dipendenti, sportivo e appassionato di biciclette e calcio, ha voluto imprimere subito un suo ritmo all’assemblea della Confindustria. Ha davanti a sé quattro anni non facili, con un’organizzazione dai molti problemi non risolti a partire dall’uscita dall’organizzazione della Fiat e di altri gruppi, dallo statuto alle nomine del gruppo editoriale del Sole 24 ore, ai rapporti tra gli industriali privati e quelli provenienti dalle aziende di Stato o con capitale a maggioranza statale.

Mister “ Mapei” non sembra orientato a seguire la strada seguita per anni dalla Confindustria : far individuare gli obiettivi dall’Ufficio studi cui seguivano maxi-convegni per poi iniziare il pressing sulla politica, sul Parlamento, sul governo per ottenere qualche provvedimento. L’Italia è in piena recessione, l’Europa è in crisi e non solo per i guai della Grecia, l’economia americana non brilla. Squinzi si è allora presentato con un ragionamento semplice, da milanese abituato a stare in fabbrica: occorre una robusta sterzata in tema di sviluppo e il varo di interventi di carattere strutturale per rimettere l’economia del paese su traiettorie virtuose di crescita qualificata a medio-lungo termine. E’ concreto quando chiede “ non privilegi e all’azienda Stato di fare gli stessi sacrifici che fanno i cittadini, le imprese e i lavoratori”.

L’Italia per Squinzi deve tornare ad essere “ un paese normale, più simile ad altre nazioni avanzate”. Ad ascoltarlo tuttavia non c’erano né il premier Mario Monti, né il Ministro del lavoro Fornero e non c’erano neppure alcuni grandi nomi dell’industria come Tronchetti Provera, Colaninno, Cesare Romiti, Franco Bernabè, Alessandro Benetton, Guido Barilla.

Il neo presidente della Confindustria deve ricostruire i rapporti con il governo ( è stato critico per la riforma sul mercato del lavoro he appare meno utile alla competitività del paese, sulle troppe tasse( il fisco e la burocrazia sono zavorre intollerabili), sui mancati pagamenti delle pubbliche amministrazioni, sulle semplificazioni burocratiche, sulla scarsa tutela del made in Italy, sulle infrastrutture e lo sviluppo del territorio), quelli interni con il consistente gruppo di minoranza( oltre 80) che ha votato Alberto Bombassei e trovare la strada di un equilibrato rapporto con le Confederazioni sindacali alle prese con la disoccupazione e le ristrutturazioni aziendali.

Lo scenario sociale è cambiato. Anche per la Confindustria è tempo di responsabilità e di coraggio.
16/05/2012 [stampa]
Riflettori sul Monte dei Paschi per l’intreccio sportelli-politica.
Siena sotto choc. Il clamoroso blitz della Guardia di Finanza nel “ santa santorum” del terzo gruppo bancario italiano ha sconvolto la vita economica, politica e culturale della città toscana. Il Monte dei Paschi per quattro secoli ( è nato nel 1472 come Monte di pietà per aiutare le classi più disagiate della popolazione) è stato “ tutto” non solo per la terra del Chianti. Ha determinato scelte economiche, investimenti, fortune politiche ( nel dopoguerra ben 3 dei sindaci che hanno governato per una ventina d’anni erano dipendenti del Monte), sovvenzionato in varie forme esponenti politici, associazioni culturali, formazioni sportive.

Un intreccio tra sportelli bancari e politica, con 33 mila dipendenti quando la città non ne supera cinquantamila e 2900 filiali. Fare il mestiere di banca commerciale andava sempre più stretto ai vertici di Rocca Salimbeni, la trecentesca sede del Monte, e a quelli di Palazzo Sansedoni, sede della Fondazione ( ente no-profit) che è rimasta fino a pochi mesi fa l’unica istituzione nata dalla legge Amato-Ciampi a controllare strettamente con il 51% una banca. Solo recentemente l’ente è stato costretto a vendere un pacchetto del 12% delle azioni per fare cassa. E attraverso l’ente è stata sempre la politica ( asse Pci-Dc prima e Pd-Margherita dopo) a dettare le scelte. Clamoroso fu nel 2000 il tentativo del sindaco Pierluigi Piccini ( guidava una coalizione di centrosinistra) di farsi eleggere presidente della Fondazione, ipotesi bocciata dall’allora Ministro delle Finanze Vincenzo Visco del Ds. Cinque anni dopo altro scontro politico tra Ds senesi e Ds nazionali del “ Bottegone” favorevoli questi ultimi all’integrazione MPS con la BNL. Le operazioni sulle banche vennero alla luce a seguito della telefonata di Consorte al segretario Ds Piero Fassino “ abbiamo una banca”.

In quel periodo andò in porto l’acquisizione dell’Antonveneta per allargare la sfera d’influenza nell’operoso Veneto e nel Nord est delle piccole e medie imprese. La scelta dell’allora presidente Giuseppe Mussari, un calabrese trapiantato a Siena e nominato presidente a 31 anni, ora all’Abi) è al centro dell’inchiesta portata avanti con clamore mediatico da 150 uomini delle Fiamme Gialle che hanno perquisito 64 uffici della banca a Siena, Firenze, Milano, Mantova, Padova, Roma e le abitazioni di alcuni banchieri coinvolti nelle indagini con l’arrivo dei primi avvisi di garanzia nei confronti dell’ex direttore generale Antonio Vigni e tre sindaci. Sono contestati i reati di aggiotaggio( speculazione illecita sulle variazioni, fatte ad arte, delle quotazioni di borsa e false dichiarazioni alla vigilanza della Banca centrale.

L’intreccio di base è il passaggio di proprietà di Antonveneta. Dietro questa vicenda c’è mezza storia del potere bancario, degli intrecci con la politica, la massoneria, le spinte dei sindacati per garantirsi e spartirsi le assunzioni. I primi sconvolgimenti nel 2005 con l’Opa degli olandesi di ABN AMRO sulla banca padovana, nell’aprile prevale in assemblea la cordata guidata da Bpl Lodi ( protagonisti Fiorani, Gnutti, Ricucci e Consorte per Unipol). Nel maggio la Consob e la Magistratura aprirono un’inchiesta sulla cordata. A dicembre il Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio indagato e poi condannato a 4 anni per aver favorito la cordata italiana è costretto alle dimissioni. A gennaio 2006 gli azionisti di Antonveneta accettano l’offerta degli olandesi che acquistano la banca ma entrata in crisi l’Abn Amro nel 2007 subentra la cordata Rbs-Fortis-Santander con quest’ultima che alla fine paga 6, 6 miliardi. Nel novembre del 2007 Santander rivende Antonveneta al Monte dei Paschi che la compera per 10, 3 miliardi. Troppo, poco? Non è questo il punto. La questione spetta alla valutazione degli azionisti e alla politica locale ( Comune, Provincia, Regione). La Guardia di Finanza indaga su eventuali reati commessi per procurarsi i soldi dell’acquisizione attraverso aumenti di capitale non chiari e tenuti nascosti alla vigilanza.

Montagne dui documenti sequestrati per ricostruire come avvenne l’operazione, che è apparsa più grossa della portata di una banca nata, vissuta e cresciuta più in ambito locale che nazionale. Sono i misteri del gigantismo e degli intrecci tra il mondo bancario-finanziario e la politica. Tutto quello che è successo dal 2007/8 è ora sotto i raggi x degli inquirenti a partire da quell’aumento di capitale che coinvolse 11 banche capeggiate da J. Morgan, la cui sede è stata perquisita come quelle di Intesa San Paolo e Barclay ai finanziamenti erogati alla Fondazione per affrontare il supersforzo economico.

Per il mondo che gravita intorno al Monte dei Paschi non sarà facile riprendersi dallo schiaffo subito. Finchè c’erano dividendi da spartire, figli da far assumere, contributi da prendere( da due anni la Fondazione ha tagliato 133 milioni di erogazioni al Comune, alla Provincia, all’ospedale, all’Università dell’ex Rettore Luigi Berlinguer, a enti come il Palio, associazioni che presentavano progetti di ogni genere) tutti erano uniti e le lotte erano sotterranee.

Ora tutto è alla portata della luce del sole e le critiche crescono anche perché la Fondazione per pagare i debiti ( circa un miliardo) ha dovuto vendere molto. Le carte sequestrate hanno scosso i “ santuari della banca rossa” come veniva definito il Monte dei Paschi e incrinato i rapporti tra politica e sistema bancario.

I due nuovi leader dei vertici della banca il presidente Alessandro Profumo e l’ad Fabrizio Viola hanno davanti una strada in salita per rilanciare il gruppo, anche di fronte alla richiesta dell’autorità europea Eba di un aumento di capitale di 3, 2 miliardi.. La loro scelta non è stata esente da critiche. L’operazione di ristrutturazione della banca nell’era post Mussari è targata sì Pd ma con sbilanciamento per l’asse Bersani-D’Alema e penalizzazione degli ex Popolari-Margherita estromessi dal consiglio di amministrazione la cui lista non è stata votata dal presidente della Fondazione Gabriello Mancini, cattolico della Margherita.

Un primo chiarimento arriva dall’accordo della Fondazione sul rifinanziamento dei mille miliardi di debito con 12 banche, tra cui Jp Morgan che ha messo a disposizione una linea di credito di 600 milioni. Poi con il varo a giugno del nuovo piano industriale si tenterà la strada della rinascita, partendo dal fatto osservano i nuovi manager non senesi Profumo e Viola che “ Mps è una banca solidissima”. Sergio Menicucci
09/05/2012 [stampa]
Nuovo presidente al Montepaschi di Siena Liquidazione Profumo 38 milioni da Unicredit.
Appena arrivato alla presidenza della Banca Monte dei Paschi di Siena Alessandro Profumo ha rinunciato al compenso di 500 mila euro l’anno. I senesi che sono di spirito critico per natura non si sono fatti impressionare. Prima di arrivare a Rocca Salimbeni ( amministratore delegato Fabrizio Viola) Profumo si era dimesso o era stato costretto a dimettersi a seguito dell’inchiesta della magistratura per presunte evasioni fiscali nel settembre del 2010 dalla guida operativa di Unicredit portandosi dietro una liquidazione da 38 milioni di euro. La notizia è stata confermata nel momento della nomina per una questione di trasparenza. Da presidente senza retribuzione al Monte dei Paschi non gli mancheranno certo i benefit.

Si è ritagliato un ruolo di regista per accompagnare la Banca senese nel difficile passaggio epocale partendo dall’osservazione che il modo di fare banca è cambiato ma nessuno è in grado di anticipare esattamente come.

MPS possiede un marchio forte, uno stretto legame conla clientela e con gli ambienti politici locali di centrosinistra che governano tutte le istituzioni della città. Le banche finora hanno ascoltato poco la clientela e a Siena vorrebbero che si tornasse alla tradizione antica. Per quanto riguarda le dimensioni oggi è più essenziale essere veloci nelle decisioni che grandi. Sarà al più presto varato il piano industriale 2012-14 per rafforzare il patrimonio, la liquidità, i costi, l’efficienza commerciale. L’obiettivo è di fare di Montepaschi la migliore banca italiana entro il 2020 e tornare a distribuire dividendi. Intanto l’autorità bancaria europea ha chiesto un rafforzamento patrimoniale di 3,2 miliardi di euro.

Per la nomina di Profumo non è andato tutto liscio per l’opposizione del presidente della potente Fondazione Gabriele Mancini. E’ prevalso alla fine il criterio del cambiamento come sta avvenendo anche in altri palazzi del potere finanziario da Mediobanca alle Generali.
03/05/2012 [stampa]
I troppi aiuti alle banche la prima causa della crisi.
Quando si ricostruirà la storia della crisi economica e finanziaria dei primi 15 anni del secondo millennio si dovrà fare i conti non solo con gli spendaccioni e dissoluti Stati del Sud ma anche con le responsabilità del blocco dei paesi del Nord, sostenitori del rigore dopo aver largheggiato in aiuti al sistema bancario.

I mali dell’euro non nascono solo dal disordine dei conti pubblici di Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda ma soprattutto dai debiti privati, delle famiglie e delle imprese, finanziati e sostenuti dalle banche e dagli istituti finanziari di stampo anglosassone per i quali ammonta a 2 mila miliardi di euro il gettito di denaro pubblico impiegato per salvarne un sistema imprudentemente esposto verso la finanza alla ricerca di guadagni facili. Questa montagna di denaro pubblico è la prima causa della recessione in Europa dal momento che il credito invece di andare all’economia reale veniva utilizzato per speculazioni finanziarie.

L’origine del debito pubblico italiano è anche legata alle politiche “scialacquatrici” dei partiti che per trovare consensi hanno finito per accontentare tutte le categorie e tutte le regioni, creando le cosiddette cattedrali nel deserto. Lo Stato e gli enti locali hanno puntato per anni sugli appalti pubblici senza rimuovere le carenze strutturali e senza varare quelle riforme necessarie a modernizzare l’apparato statale. In più gli imprenditori hanno ridimensionato la loro propensione agli investimenti di rischio mentre la criminalità, la corruzione, l’evasione fiscale occupavano gli spazi lasciati liberi dalla cattiva amministrazione.

La conseguenza è che il rigore, voluto e imposto a Bruxelles dalla Germania appoggiata dalla Francia, come unica soluzione per risolvere gli squilibri europei non ha ancora determinato un cambio di passo dell’economia europea che ha risentito del rallentamento di quella americana e della frenata cinese.

Sui mercati la speculazione ha buon gioco per la disunione dell’Europa e l’assenza di un vero sistema di governo politico ed economico. Ancora una volta il presidente della Bce Mario Draghi è intervenuto a sottolineare che dalla recessione non si esce solo aumentando le tasse e il rigore, auspicando anche un’authority per ristrutturare le banche in difficoltà.

La Commissione guidata da Barroso non ha d’altra parte la forza politica d’imporre una unicità di condotta perchè la Bce non può, per statuto, andare oltre i finanziamenti indiretti, non essendo una Banca di ultima istanza come la Banca centrale americana. Avanza così un’ondata anti-europea, populista, xenofoba che rischia di investire anche Paesi del Nord ma anche quelli del cuore d’Europa considerati una volta solidi e immuni dal contagio delle crisi politiche ed economiche. Solo Danimarca, Finlandia e Lussemburgo godono dello status di tripla A di Moody’s come l’Olanda oggi alle prese con la crisi politica, mentre Francia, Inghilterra e Austria pur mantenendo la tripla A hanno un outlook negativo.
26/04/2012 [stampa]
Il presidente della Bce a Bruxelles Dragni: troppe tasse frenano la ripresa.
Il risanamento fatto solo con le tasse è recessivo. Meglio è tagliare le spese correnti, in particolare quelle più improduttive. Non ridurre la spesa per investimenti. Ne è convinto il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi nell’audizione al Parlamento di Bruxelles. Dall’incertezza e dalla crisi si esce solo se è chiaro il senso di marcia. I paesi dell’Eurozona hanno fatto progressi ma servono misure strutturali per rilanciare la crescita e un patto che vada oltre il tamponamento del debito sovrano e del consolidamento di bilancio, che va comunque raggiunto senza tentennamenti.

Occorre,quindi, una chiara politica, anche istituzionale, per assicurare che i paesi a moneta unica diano £ risposte comuni a sfide comuni”. Un richiamo, pertanto, ad una maggiore coesione di fronte ai più recenti ambigui dati macroeconomici. Vanno superate divergenze ed eliminate discordie di valutazione sugli obiettivi da raggiungere anche se non vanno trascurate le obiezioni sull’eccesso di austerity indotto dal “fiscal compact”, il patto che impone ai paesi europei misure di rigore per tenere i conti in ordine. Patto che il candidato socialista Francois Holland alla Presidenza francese ha ribadito di voler rinegoziare o attenuare, criticando la politica di austerità del duo Sarkozy-Merkel.

Il cammino in Europa verso il superamento della crisi economica è ancora lungo. Per prevenire una situazione simile a quella che si era determinata nel 2008 con il fallimento della banca americana Lehman Brothers la Bce è stata costretta ad adottare misure eccezionali. La maxi-iniezione di liquidità triennale ( mille miliardi al tasso dell’uno per cento) alle banche è stata adottata per scongiurare una stretta creditizia dannosa alle imprese e alle famiglie. Liquidità indirizzata all’economia reale. Ma non spetta alla Bce “ imporre restrizioni su come le istituzioni finanziarie utilizzano la liquidità fornita nelle operazioni di politica monetaria dell’Eurosistema”.

Tuttavia Draghi si è detto fiducioso che le banche utilizzino questa liquidità proprio per fare il loro mestiere, fornire cioè credito ad imprese e famiglie.

Prima del maxi-prestito della Bce c’era un ritiro completo degli investitori dai titoli di Stato di alcuni paesi ( la Grecia e la Spagna stanno facendo grandi sforzi per migliorare la loro situazione debitoria ma il governo olandese è entrato in crisi proprio sulle misure di rigore)ma ora le banche comperano i titoli di Stato nazionali. Una situazione che va corretta e superata.
16/04/2012 [stampa]
Riforma finanziaria Olandese: gli interessi dei clienti al primo posto.
I banchieri e gli assicuratori olandesi dovranno giurare di mettere gli interessi dei clienti al primo posto. Si tratta di uno degli obblighi previsti dalla riforma del settore finanziario varata dal governo dell’Aja e sottoposta all’approvazione del Parlamento. Attraverso una serie di misure concrete, che entreranno in vigore a partire dal primo gennaio del 2013, il Ministro delle finanze Jan Kees de Jager confida di riportare la fiducia tra i risparmiatori fortemente critici per aver speso a partire dal 2008 30 miliardi per il salvataggio da parte dello Stato delle banche olandesi: dalla banca Fortis compresa la sua partecipazione in ABN Amro agli aiuti a Ing Groep, da Sns Reaal a Aegon, dalla DSB Bank a Landsbanki Islands. Sono questi alcuni dei salvataggi che alla fine hanno pesato sui conti dello Stato e sui dividendi del settore bancario, riducendo le entrate degli azionisti.

A seguito del malcontento dei risparmiatori era stata nominata una Commissione parlamentare che ha esaminato i salvataggi operati dal precedente governo, giungendo alla conclusione che sono stati compiuti grandi errori, spingendo verso l’alto i costi a carico dei contribuenti.

Il giuramento sarà messo in atto dall’Agenzia di controllo dei mercati olandese AFM e sotto controllo saranno posti anche gli hedge fund e le agenzie di rating che finora erano inseriti in una zona grigia.

Le nuove misure prevedono anche il divieto per le banche di pagare bonus ai dirigenti qualora ricevano aiuti di Stato.

Un esempio che potrebbe essere varato come indirizzo dalla Commissione europea di Bruxelles.
23/03/2012 [stampa]
Sarà il leader del colosso chimico per l’edilizia il successore di Emma Marcegaglia.
Vince Squinzi (di poco) su Bomnbassei.
Mister Mapei sarà il nuovo presidente degli industriali italiani. Il 23 maggio prenderà il posto di Emma Marcegaglia che termina il suo mandato quadriennale. Il giorno dopo la prima uscita pubblica all’Eur davanti al gotha dell’imprenditoria e ad una miriade di Ministri.

Giorgio Squinzi ,da sportivo, ha vinto in volata nell’ultima votazione della giunta della Confindustria del 22 marzo superando il concorrente Alberto Bombassei per soli 11 voti( 93 contro 82). Determinanti i sei voti espressi dal pianeta Eni di Paolo Scaroni.

E’ stata una sfida lunga e combattuta.

Il numero uno del gruppo chimico Mapei è nato a Cisano Bergamasco nel 1943 e dopo la laurea in chimica ha creato con il padre un colosso industriale che è diventato il maggior produttore mondiale di adesivi e prodotti chimici per l’edilizia. Le dimensioni del gruppo si riassume in 7.500 dipendenti, 59 stabilimenti di cui 9 in Italia( il principale a Sassuolo) e gli altri nel resto del mondo. Appassionato sportivo è presidente del Sassuolo calcio e patron della squadra ciclistica Mapei il cui capitano, lo spagnolo Oscar Freire, ha vinto tre campionati del mondo su strada.

Anche per Squinzi imprenditori la strada è in salita per diventare “ il presidente di tutti”. La divisione a metà dei 187 membri della Giunta ha evidenziato che sul futuro della Confindustria non c’era unanimità di vedute.

Il duello per la guida del palazzo di viale dell’Astronomia è stato sin dal primo momento della consultazione dei tre saggi molto acceso. Da una parte il bergamasco Squinzi appoggiato dalla presidente uscente Marcegaglia, dal presidente degli industriali di Roma Aurelio Regina e dagli industriali del Sud a partire da quelli di Napoli e Palermo.

Dall’altra il presidente della Grembo di Bergamo, vicepresidente sia con Luca Corsero di Montezemolo che con Emma Marcegaglia. Bombassei ,che non si è mai arreso, ha dato vita ad una delle più accese campagne elettorali della storia centenaria della Confindustria. Con lui si sono scierati gli imprenditori del Piemonte, del Veneto, del Friuli Venezia Giulia, dell’Emilia e una parte della Lombardia.

Alla fine è prevalso Squinzi con l’obiettivo comune di effettuare “ una profonda riforma dell’organizzazione elefantiaca di Confindustria per approdare ad una più sobria”. Determinante la spinta dell’Enel e dell’Eni e di Fedele Gonfalonieri di Mediaste mentre Sergio Marchionne ,pur essendo la Fiat fuori dall’associazione” aveva espresso apprezzamento per Bombassei.

I prossimi passi sono, quindi, verso la ricomposizione della frattura, anche se nessuno degli imprenditori giudica la competizione tra due “grandi personalità” elemento di divisione e spaccatura. Anzi l’opinione comune riassunta dal numero uno delle Ferrovie Mauro Moretti è che “ la Confindustria sa che l’unità è la sua forza”. L’interrogativo allora è: quale tipo di unità sarà possibile raggiungere? ( smen)
07/03/2012 [stampa]
La Fiat non chiude siti in Italia. Le novità al Salone di Ginevra.
Tra crisi e motore di ripresa.
“ La Fiat non chiuderà i siti italiani”. Dopo le indiscrezioni di stampa sono arrivate due precisazioni ufficiali: una da parte del gruppo torinese e l’altra ad opera del Ministro del lavoro Elsa Fornero. Cos’era avvenuto? Il settore automobilistico è in crisi. Il 2012 si è aperto in Europa con un calo delle vendite intorno al 7 per cento mentre a febbraio sia in Italia che in Francia la contrazione si è aggirata intorno al 20 %, tanto che l’associazione delle case importatrici ha previsto un bilancio al di sotto del milione e 400 mila vetture.

Evento questo dalle conseguenze disastrose in Italia sia per la catena produttiva ( legata quasi esclusivamente alla Fiat) sia a quella distributiva. L’allarme crisi è partito ancora una volta dall’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne che però all’inaugurazione dell’82 Salone internazione di Ginevra, insieme al presidente John Elkann, ha rassicurato sulla capacità della Fiat di far fronte alle avverse condizioni del mercato. Nei quattro siti Fiat ( Mirafiori, Pomigliano, Melfi, Cassino) c’è eccedenza di produzione. Come affrontare, pertanto, l’eventuale calo di altre 100 mila vetture? In realtà non è solo la Fiat ad aver subito duri colpi dalla crisi. Anche Renault e Peugeot in Francia, Opel e Ford in Germania accusano forti perdite. Gli unici due segmenti che non soffrono sono gli estremi: quello delle vetture low cost (Dacia della Renault e Panda della Fiat) e le marche di alta gamma e lusso soprattutto tedesche.

Per affrontare la crisi la Fiat ha presentato a Ginevra la 500 large( monovolume prodotto in Serbia che sostituirà l’Idea) e la Ferrari berlinetta. Negli stabilimenti di Pomigliano e di Mirafiori si stanno vedendo anche gli investimenti che erano stati promessi nel piano Fabbrica Italia, spesso contrastato dalla Fiom-Cgil. Secondo alcuni analisti la cifra si aggira sul miliardo di euro. Dalla carta si è passati alla catena di montaggio nello stabilimento campano che da 4 mesi sforna la nuova Panda che ha già richieste per 35 mila vetture. A Mirafiori gli investimenti scattano dalla metà dell’anno. In una lettera ai sindacati la Fiat ha chiesto la cassa integrazione straordinaria per passare dalla crisi aziendale alla ristrutturazione dell’impianto. Primo passo concreto secondo il segretario della Fim Claudio Chiarle per la rinascita produttiva.

Terzo intervento l’apertura di una nuova fabbrica di Fiat-Chrysler in Brasile nella regione di Minas Gerais, mercato interessante anche perchè nei prossimi cinque anni l’immenso paese sudamericano ospiterà prima i mondiali di calcio nel 2014 e dopo le Olimpiadi nel 2016. Dal salone di Ginevra il settore si attende segnali positivi per invertire la rotta. Dall’auto dipende il futuro di migliaia di lavoratori ma anche di decine di miglia di famiglie, tra concessionari e indotto.

Il comparto dell’auto è stato sempre uno dei motori chiave della politica industriale e dell’economia. Senza tornare ai criticati incentivi-spot ( rottamazioni ed altro) i governi e il Parlamento potrebbero varare interventi e bonus legati all’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica, alla sicurezza delle vetture, alla maggiore sperimentazione di auto ibride o elettriche.

C’è, comunque, un clima di pessimismo in giro. Tutte le marche sono alla ricerca di nuovi spazi: dalla sfida tutta tedesca nelle medie tra Audi e Mercedes-Benz alla concorrenza tra Volkwagen e il gruppo coreano Hyndai-Kia.

Un altro campo che sta emergendo a Ginevra è quello dei pneumatici. Pirelli, Bridgestone, Goodeyear, Dunlop, Yokohama presentano modelli per fare più strada, aiutando l’ecologia e riducendo i consumi. L’evento svizzero si trasforma anche in garage di lusso dove ammirare le auto più esclusive. E tra i creativi emergono gli italiani Bertone, Pininfarina, Giugiaro.
20/02/2012 [stampa]
Tensioni per la stretta del credito e operazioni non chiare.
Presidenza di confindustria in vantaggio Giorgio Squinzi.
Da qualche settimana sui quotidiani, sui settimanali e in tv spicca una pubblicità che dice “ da 75 anni aiutiamo a costruire sogni piccoli e grandi”. Firmato Mapei, un’azienda di adesivi, sigillanti, prodotti chimici per l’edilizia. Tutto regolare non c’è che dire. “ Da 75 anni, insiste la promozione, i prodotti Mapei migliorano la qualità del lavoro in cantieri piccoli e grandi.

Un impegno concretizzato da 59 stabilimenti nei 5 continenti, 18 centri principali di ricerca e sviluppo, oltre 800 ricercatori, una gamma di più di 1400 prodotti ed oltre 200 novità ogni anno. Questi numeri fanno di Mapei il primo gruppo internazionale nei prodotti chimici per l’edilizia”.

Bene, finalmente un gruppo italiano all’avanguardia e che fa registrare ottimi risultati. Quando poi si raccoglie l’invito “ scopri il nostro mondo” si viene a conoscenza di tutta la struttura della Mapei, l’azienda di Giorgio Squinzi, l’industriale presidente della Federchimica più vicino a Emma Marcegaglia e ormai largamente favorito nella successione alla presidenza della Confindustria nell’assemblea che si terrà all’Eur a maggio. All’altro competitor Alberto Bomnbassei restano ancora a disposizione alcune chance.

Il primo via libera è arrivato dall’incontro dei tre saggi ( Luigi Attanasio, Antonio Bulgheroni e Catervo Cangiotti) nella sede della Confindustria lombarda con i componenti settentrionali della giunta di viale dell’Astronomia. Su 20 industriali consultati 16 si sono espressi per Squinzi. Tra questi Diana Bracco, Alessandro Spada, il numero uno di Ferderacciai Giuseppe Pasini, il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri. Bombassei il patron della Brembo raccoglie consensi tra gli industriali di Brescia, Bergamo e l’appoggio di Montezemolo , Carlo De Benedetti e Franco Bernabè di Telecom. La sua candidatura è ben vista anche dal presidente dell’Eni Paolo Scaroni che dopo l’uscita della Fiat dalla Confindustria è diventato il socio di maggior peso.

A Roma il presidente dell’Unindustria Aurelio La Regina ha spinto verso la designazione di Squinzi con l’ok da parte di Luigi Abete della Bnl e Cinecittà, di Mauro Moretti delle Ferrovie, di Giampaolo Letta di Medusa, di Franco Caltagirone e Carlo Cattaneo di Terna. All’inizio dei mese si pronunceranno la Federmeccanica, le strutture di Firenze, Napoli e poi il Veneto, il Piemonte e l’Emilia Romagna. I giochi finali il 22 marzo nel segreto dell’urna.

Poi a maggio l’assemblea pubblica all’Eur per l’incoronazione del leader degli industriali. Se prevarrà, Squinzi sarà il primo presidente milanese di Confindustria dopo 50 anni ( Furio Cicogna venne eletto infatti nel 1961). smen
08/02/2012 [stampa]
Il successore di Emma Marcegaglia si sceglie il 22 marzo.
Accusati di maxi frode fiscale Profumo e manager di unicredit.
Rubinetti del credito chiusi o quasi per i prestiti personali e per gli operatori economici. Per chi ha necessità di chiedere un prestito deve armarsi di pazienza, entrare in tre-quattro filiali di banche diverse, rispondere ad una serie di domande e poi quasi sempre tornare indietro senza aver concluso niente a causa degli eccessivi costi.

Un’indagine del Corriere economica di qualche mese fa basata su cinque istituti di credito ( Unicredit, Intesa San Paolo, Banca Popolare di Milano, Ubi e Monte dei Paschi di Siena) ha rilevato che per avere 15 mila euro dopo sei anni se ne dovevano restituire 20.400 ad un tasso effettivo globale superiore all’11 per cento. Anche per le imprese il tasso oscilla tra l’8 e il 10,5 % nonostante le banche abbiano avuto dalla Bce una montagna di euro all’interesse dell’1%.

Ogni volta che si parla con qualche funzionario si ha la convinzione che gli ordini venuti dall’alto siano quelli di concedere meno prestiti possibile. E per le ricapitalizzazioni previste dagli accordi di Basilea 3 e chieste dall’Ue, l’Associazione bancaria risponde che il merito, i tempi e i modi dell’Eba ( l’organismo presieduto dall’italiano Andrea Enria con sede a Londra) sono sbagliati perché non terrebbero conto del negativo ciclo economico.

Certo sarebbe stato preferibile che il rafforzamento patrimoniale fosse avvenuto prima della crisi, ma secondo Enria, ascoltato dal Senato, non è esatto sostenere che regole più rigorose sul capitale portino ad un restringimento del credito all’economia.

La verità ,dice l’esperto, è che accanto alla crisi c’è stata una crescita del credito a controparti non in grado di ripagare e soprattutto all’aumento delle attività tra intermediari finanziari e sui mercati del capitale. Le banche hanno comperato e guadagnato sui titoli sovrani, hanno pagato dividendi agli azionisti e ben remunerato il management bancario.

Ha fatto clamore qualche tempo fa la superliquidazione da 40 milioni di euro dell’ex presidente e amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo per i suoi 13 anni in piazza Cordusio e che dopo le dimissioni è passato in politica.

E Profumo con altri 19 dipendenti di Unicredit devono rispondere di una presunta maxi frode fiscale di 245 milioni di euro, realizzata attraverso l’operazione di finanza strutturata denominata Brontos.

Il Procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo ha chiesto che siano processati i manager dell’istituto di credito italiano e tre manager dell’istituto londinese Barclays. Secondo l’accusa l’istituto avrebbe messo in bilancio dividendi invece di interessi, pagando così solo il 5% al fisco sui proventi invece che il 100%.

E’ naturalmente in corso una serie di atti giudiziari ( ricorsi, dissequestro, Cassazione) su una vicenda complessa e complicata che i legali di piazza Cordusio sostengono operazione non fraudolenta e che avrebbe avuto l’approvazione dell’amministratore Profumo che avrebbe apposto la propria sigla sulle richieste dell’investimento nel marzo 2007, nell’aprile 2008 e nel novembre 2008.
30/01/2012 [stampa]
Avviato il negoziato governo-sindacati. Divergenze sull’art.18.
Soluzioni inadeguate sul mercato del lavoro.
Riforma del mercato del lavoro dopo le liberalizzazioni. Il confronto tra governo Monti e parti sociali iniziato lunedì 23 gennaio dovrebbe concludersi nel giro di tre-quattro settimane. Cinque le linee-guida dell’Esecutivo illustrate dal Ministro Elsa Foriero e sulle quali lavoreranno alcune commissioni tecniche per giungere poi alla discussione finale di un documento operativo.

Un confronto che toccherà i temi delle tipologie contrattuali( troppi contratti, eventualità di giungere ad un contratto unico), della formazione –apprendistato, della flessibilità, degli ammortizzatori sociali e dei servizi per il lavoro.

Prima dell’incontro di Palazzo Chigi ( il premier ha partecipato solo all’apertura perché impegnato a Bruxelles) Monti aveva ribadito la convinzione che “ l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori non sia da considerare un tabù” ma i sindacati avevano risposto che “ il tema dell’art.18 non poteva essere argomento di discussione né in partenza né a conclusione del negoziato” perché esso, osservava Susanna Camusso della Cgil, è dedicato alla tutela del licenziamento senza giusta causa a carattere discriminatorio” mentre è possibile licenziare per motivi economici, perché non deve diventare un’ossessione secondo Raffale Bonanni della Cisl e perché non c’entra con la crisi per Luigi Angeletti della Uil.

La soluzione della crisi secondo i sindacati risiede nel trovare soluzioni razionali ai problemi, sapendo che la riforma del mercato del lavoro potrà facilitare o meno l’occupazione ma non crearla. Anzi l’abuso della flessibilità si tramuta in precarietà mentre per incentivare le assunzioni c’è già lo strumento costituito dai contratti di apprendistato.

Oggi quello che manca non è la flessibilità ma il lavoro.

E quello che c’è è troppo precario. Servono certo “ buone soluzioni strutturali” trovando magari forme di tutele alleggerite nella fase d’ingresso nel mondo del lavoro. Soluzione questa già introdotta in molti contratti, il cosiddetto contratto depotenziato c’è per molte categorie, ivi compresi i giornalisti per ultimo i 340 mila dipendenti delle banche.

Altre soluzioni sul piano delle assunzioni possono venire dal far costare di più la flessibilità per favorire la conversione dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. Non è piaciuta ai sindacati l’orientamento del governo di effettuare una stretta in materia di cassa integrazione agendo sull’attuale durata e sulla limitazione alla cassa ordinaria ( prevista in 52 settimane) escludendo quella straordinaria.

Per la Foriero dopo l’uscita dall’azienda ci potrà essere solo un’indennità risarcitoria. Anche l’attenzione posta sui giovani con la possibilità di aprire un’impresa con un solo euro sembra una pia illusione.

Senza ripresa economica non si crea occupazione. Senza adeguati investimenti le imprese non si espandono e non creano più posti di lavoro. Per far ripartire la voglia di investire occorrono condizioni di sicurezza , garanzie di credito, minori lacci burocratici, un sistema fiascele più equo sia nei confronti delle imprese che dei lavoratori. Sergio Menicucci
24/01/2012 [stampa]
Mario Draghi alla BCE non e’ il solo italiano.
L’Italia conta o no in Europa? Il superattivismo del duo Merkel-Sarkozy sembra aver offuscato, mediaticamente, tutti gli altri leader. In più durante una delle tante conferenze stampa a Bruxelles la Cancelliera tedesca e il Presidente francese hanno dato l’impressione in tv di voler “ ridicolizzare” l’Italia sorridendo alla domanda di un giornalista sul contenuto del colloquio con il premier italiano Silvio Berlusconi.

L’incidente diplomatico ha scatenato forti reazioni da parte del governo italiano ( Non c’è nessuno nella Ue che possa autonominarsi commissario e parlare a nome di governi eletti e di popoli europei. Nessuno è in grado di dare lezioni ai partner. E’ stata la risposta di Palazzo Chigi) e una debole precisazione da parte tedesca. Sarkoszy ha fatto lo spavando.

Motivi interni ( incertezza sulla rielezione dei due personaggi l’anno prossimo), forte indebitamento delle banche francesi e tedesche nei confronti della Grecia ( le banche dovranno rinunziare al 50% del credito prestato al contrario di quelle italiane), gelosia per i rapporti delle aziende italiane in Libia, invidia per il ruolo che gli italiani hanno nella Banca centrale europea, disagio di Angela Merkel nel prendere decisioni malviste dal popolo tedesco ( perché dover pagare i debiti degli altri?) sono alcuni degli elementi che stanno dietro alle schermaglie diplomatiche e che dimostrano quanto l’Europa non sia unita, politicamente ed economicamente.

Di fronte alle preoccupazioni per la crisi e la mancata crescita gli osservatori giornalistici, politici ed economici sottovalutano come sia cambiato il ruolo della Banca centrale negli ultimi otto anni.

Il passaggio di testimone dal primo novembre a Strasburgo tra il francese Jean-Claude Trichet e l’italiano Mario Draghi lascia sul terreno quattro anni di una crisi profonda, per cui la Bce da semplice istituto tecnocratico, fotocopia della Bundesbank, si avvia a trasformarsi in uno strumento più complesso e quindi a coprire un vuoto politico mentre i governi litigano e non decidono.

Le turbolenze dei mercati, l’instabilità del sistema finanziario hanno indotto la Bce ad acquistare le obbligazioni degli Stati in crisi per i debiti sovrani al fine di salvare l’euro e non far fallire paesi come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo ed aiutare altri in difficoltà come la Spagna e l’Italia. E giocare un ruolo importante nei finanziamenti degli aiuti.

Una poco conosciuta è che l’arrivo di Draghi a Strasburgo rafforza la componente italiana rappresentata nel board da Lorenzo Bini Smaghi che i francesi vorrebbero che desse le dimissioni o che il governo italiano lo convincesse a togliere il disturbo per inserirci uno di loro dopo che hanno piazza la Lagarde al Fondo monetario internazionale. Al contrario di quanto si scrive la quota italiana tra i 1200 dipendenti è di rilievo non solo numericamente ( circa un centinaio) ma anche qualitativamente. Guidano ,infatti, divisioni importanti tre direttori generali ( Daniela Russo ai pagamenti e infrastrutture di mercato, Mauro Grande alla stabilità finanziaria, Francesco Papalia alle operazioni finanziarie) e un vicedirettore generale ( Chiara Zioli responsabile del personale).

Sempre nello staff della Bce fanno parte gli economisti Ignazio Angeloni, Francesco Mazzoferro, Francesco Monelli, Massimo Ristagno, Filippo Di Mauro, Ettore Dorrucci, Francesco Drudi.

Mario Draghi è atteso a Strasburgo da molte sfide. Può contare tuttavia su molti che non parlano solo tedesco o francese. S.M.
19/01/2012 [stampa]
Situazione economica “very grave” allarme di Draghi a Strasburgo.
Very grave. Due parole. Secche. Senza girarci intorno. Ecco la fotografata la situazione economica e politica dell’Eurozona. Le ha pronunciate il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, governatore fino a novembre scorso di Bankitalia. Un personaggio, quindi, che quando formula un giudizio lo fa con cognizione di causa. Perché ha i dati in mano. L’osservatorio di Francoforte è infatti tra i più avanzati per avere il quadro di cosa si muove nel mondo economico, bancario e finanziario non solo dell’Europa ma anche del resto del mondo. Anche la sede dell’audizione era tra le più auterovoli: la commissione economico-finanziaria del Parlamento europeo di Strasburgo che ha come nuovo presidente il tedesco Schultz.

Draghi ha ribadito quanto già affermato dal suo predecessore il francese Jean-Claude Trichet: le dimensioni della crisi sono sistemiche. Anzi da allora la situazione è peggiorata. Non tanto per i declassamenti di 9 paesi dell’eurozona da patrte delle agenzie di rating ( che secondo Draghi bisognerebbe imparare a vivere senza o a farci meno affidamento) quanto per il lento andamento dell’economia reale europea che provoca disoccupazione e disagi sociali.

E’ vitale allora che le decisioni prese dai leader europei in merito al Fondo “ Salva Stati” e al Patto di bilancio siano attuate tempestivamente e completamente. La situazione d’incertezza dei debiti sovrani e le prospettive di crescita stagnate hanno portato a distorsioni gravi nell’economia reale.

A summit di fine mese la Francia si presenta con un’economia che non cresce, la Germania è solida ma poco propensa ad aiutare gli altri partner che considera poco rigorosi nella spesa pubblica, la Grecia corre nuovi rischi dopo lo stop del negoziato con i creditori privati e l’ulteriore bocciatura da parte di Fitch per insolvibilità, la Spagna di Mariano Rajoy prepara una nuova politica di rigore, l’Italia di Monti arriva a Bruxelles con una nuova manovra e un leggero miglioramento dei conti pubblici ( il deficit è sceso di 4 miliardi di euro ma si attesta sempre sui 1905 miliardi contro i 98 della Francia), con un’inflazione del 3,3 per cento e una forte disoccupazione giovanile e femminile.

Al vertice straordinario dei leader Ue si tenterà allora di trovare un accordo politico sul patto di bilancio e si cercheranno nuove iniziative per rilanciare la crescita economica.

D’altra parte mancano meno di 100 giorni per le presidenziali in Francia a cui seguiranno le politiche in Germania. Sarkozy e Angela Merkel non hanno certo giorni facili davanti come non li hanno gli altri leader europei. ( smen)
16/01/2012 [stampa]
Hanno ricevuto 116 miliardi all’interesse dell’uno per cento mentre i finanziamenti costano 7-8 volte di più Le banche prendono euro dalla BCE ma non aiutano le imprese e la ripresa.
Con l’inizio del 2012 si è assistito a grandi movimenti e cambiamenti nel sistema creditizio e in quello delle assicurazioni. A seguito della scarsa liquidità, gli organismi europei hanno spinto le banche ad effettuare ingenti ricapitalizzazioni. La Bce, guidata da Mario Draghi, ha immesso denaro con un interesse dell’1% per circa 300 miliardi. La quota per le banche italiane è stata di 116 miliardi.

Cosa ne hanno fatto di questa montagna di euro, che secondo la banca centrale europea dovrebbero servire per sostenere l’economia in crisi?

Secondo gran parte degli operatori economici le banche non hanno messo a disposizione la liquidità delle imprese e in qualche caso lo hanno fatto a interessi moltiplicati anche 7-8 volte.

La questione è finita allora in Parlamento con un’interrogazione per chiedere che il Tesoro e la Banca d’Italia intervenissero a verificare che fine hanno fatto e quale destinazione hanno avuto i finanziamenti Bce. In questi primi due mesi dell’anno i finanziamenti non sono aumentati anche se i vertici dell’Abi sostengono che il flusso dei finanziamenti alle imprese in Italia è più alto della media dell’Eurozona e che gli effetti della maggiore liquidità si faranno sentire solo a primavera inoltrata.

La rigidità del sistema di accesso al credito è una caratteristica italiana che penalizza la ripresa economica. Non convincono la scelta della Bce di aiutare le banche e non gli Stati per far ripartire l’economia e l’utilizzo da parte delle banche della maggiore disponibilità per acquistare in gran parte titoli di Stato, ottenendo cos’ un più facile guadagno senza correre il rischio di concedere prestiti a imprese e famiglie.

Viene messo così ancora una volta messo sotto accusa il ruolo del sistema creditizio italiano la cui vischiosità e l’applicazione restrittiva e distorta delle normative di Basilea 3 sono spesso le cause dirette del fallimento di piccole medie aziende in crisi per mancanza d’ossigeno. Senza il credito necessario sono rimasti sulla carta anche validi progetti. In più le banche hanno ottenuto dal Tesoro e da Bankitalia l’ok per emettere bond garantiti dallo Stato nell’ambito del provvedimento Monti “ Salva Italia”.

I rubinetti a favore delle banche si sono aperti. Quelli per le imprese e le famiglie restano quasi a secco. La strada per raggiungere l’obiettivo di spezzare il circolo che ha portato le banche a stringere le condizioni di crediti alla clientela, offrendo meno finanziamenti a tassi più alti, è ancora lunga da percorrere.

Cosa sta accadendo? Secondo il presidente dell’Associazione bancaria ( Abi) e presidente dei Monti dei Paschi fino ad aprile Giuseppe Mussari entro il 2013 la crisi costerà alle banche 8 miliardi di ricavi netti, la redditività del sistema calerà, le ricapitalizzazioni chieste dall’Eba ( l’organismo di controllo europeo) pesano molto. Altre incognite sono il tetto alle commissioni sulle carte di credito ( sollecitato dalle associazioni dei consumatori), il rinnovo del contratto dei dipendenti ( l’Abi chiede una riduzione del 20% dei minimi contrattuali), i piani industriali dei singoli gruppi che prevedono una diminuzione del personale.

Le fibrillazioni in Borsa degli ultimi mesi evidenziano per le agenzie di rating Moody’s e Fitch che “maggiore liquidità e capitale non rendono le banche più sicure”.

L’agenzia Fitch ha indicato prospettive negative per sette banche italiane( Intesa San Paolo, Mps, Popolare Sondrio, Banco Desio, Banca popolare, Iccrea, Ubi), per otto spagnole e 4 francesi. L’agenzia ha poi declassato Unicrediti.

Cosa sta accadendo alla banca milanese i piazza Cordusio? Il suo assetto azionario è stato rivoluzionato rispetto al passato con il sorpasso dei grandi soci esteri su quelli italiani. Se fino al 2007, prima dell’aggregazione con Capitalia ( ex Banco di Roma) la seconda banca italiana ora guidata da Federico Ghizzoni dopo l’uscita di scena dell’amministratore delegato Alessandro Profumo( con una liquidazione da 40 miliardi per 15 anni di attività a piazza Cordusio) erano in grande maggioranza ora invece si attestano poco sotto il 20 per cento mentre la quota di capitale detenuta da fondi d’investimento, sovrani e privati( Libia, Germania, Dubai, Usa, Kazakistan) è salita tra il 25 e il 30%.

Fari puntati anche su Banca Popolare di Milano nei cui confronti la Federcosumatori ha promosso una class action sottoscritta da 400 clienti dei 15 mila interessati all’azione giudiziaria per un Bond Convertendo 2009/13, un derivato non negoziato in Borsa, piazzato dalla banca a pensionati, impiegati, massaie allettati da una cedola del 6,7%.

A metà dicembre, però, il prestito è stato convertito anticipatamente con la conseguenza che chi lo aveva comperato ha perduto quasi il 90 per cento di quanto investito. In attesa degli sviluppi in Tribunale la Consob ha già sanzionato l’attuale direttore generale Enzo Chiesa e il predecessore Fiorenzo Dolu con un’ammenda di 175 mila euro ciascuno “ per non aver agito con diligenza, correttezza e trasparenza nell’interesse dei clienti”.

Situazione in forte evoluzione anche a Siena dove alla Mps è arrivato un nuovo direttore generale Fabrizio Viola alle prese con il piano industriale e finanziario e l’uscita di Mussari. Per i soci date le difficoltà niente dividendi. A Torino infine dovrebbe salire al vertice della Compagnia San Paolo l’ex sindaco Pd Sergio Chiamparino.

L’altro settore in grande movimento è quello assicurativo. Cambia infatti lo scenario con la nascita del secondo gruppo italiano delle polizze dietro alle Generali.

E’ successo che Mediobanca, Unicredit, Unipol e Ligresti-Fonsai si siano messi d’accordo per ristrutturatìre la pesante situazione debitoria di Premafin per cui il nuovo padrone di “ casa Ligresti” saranno le Cooperative Unipol tramite una fusione a quattro( Premafin, Fonsai, Milano Assicurazioni) del gruppo bolognese da sempre vicino agli amministratori degli enti locali di sinistra.

E’ nato così il secondo gigante italiano delle polizze con il 30% del mercato danni in Italia e il 10% di quello vita.

Sergio Menicucci
20/12/2011 [stampa]
Dal primo gennaio l’occhio di Serpico anche in Italia. Tasse ed evasione l’esempio degli USA.
Dal nuovo anno ci sarà la svolta nei rapporti fisco-cittadini? Quelli che pagano sempre le tasse( lavoratori dipendenti, pensionati) non se ne accorgeranno. Altri sì. Sono gli italiani che riescono a sottrarre ogni anno all’Erario circa 120 miliardi, secondo alcuni calcoli operati a ribasso. Una cifra che da sola eviterebbe qualsiasi manovra “ lagrime e sangue” e che servirebbero a pagare gli interessi della montagna del debito pubblico.

Da 5 anni nel palazzone della società Sogei sulla Laurentina, zona Sud di Roma, c’è un cervellone chiamato “ Serpico” come il famoso agente-spia ma che in realtà significa servizio per i contribuenti. Finora è riuscito a far recuperare un mucchietto di miliardi ( dai 5 iniziali agli undici) e a far scoprire 350 mila evasori totali.

Gli italiani che dichiarano però zero attività finanziarie sono ben 15 milioni.

Tutti poveri? Serpico per conto dell’Agenzia delle entrate dovrà scoprirlo. Come? Basta mettere il codice fiscale, la partita Iva , il nome e cognome del contribuente e le ultime 5 dichiarazioni di redditi. Cliccando il tasto invio si collega con il catasto, il demanio, l’inps, inail, l’ufficio del registro, la motorizzazione. Bene, cosa esce fuori? Tutto: case intestate, terreni, auto, motorini, barche, negozi, pensioni. Possibile ? Pare proprio di sì, anzi c’è di più sfruttando al massimo la tecnologia e gli algoritmi e controllando le bollette della luce, gas, acqua e in sostanza tutte le operazioni per le quali è chiesto il codice fiscale.

Semplice? Non proprio. Occorre che il tutto venga visionato dagli ispettori ed esperti del fisco. Sono pochi? Forse. Ma intanto sarebbe opportuno non mandare più i reparti delle Fiamme Gialle in servizio di ordine pubblico agli Stadi. I Finanzieri devono essere al servizio del fisco. Cosa succede in America, nella patria del capitalismo?

I controlli incrociati, le manette agli evasori e la delazione ai fini fiscale sono una norma. Negli Usa la frontiera dell’evasione fiscale è molto ristretta. I controlli si fanno spesso, con frequenza e metodi penetranti perché vengono utilizzati tutti gli strumenti tecnologici a disposizione. Se poi è il fisco che deve rimborsare lo fa con altrettanto rapidità. Vengono utilizzati anche gli indizi sul tenore di vita che la dicono lunga sull’effettivo reddito delle persone e sulla loro ricchezza. Ci sono le manette per gli evasori e si cita sempre l’esempio dell’arresto di Al Capone non per i delitti commessi nella strage di San Valentino ma per non aver pagato le tasse.

Negli Usa c’è la cultura delle regole.

Per gli americani denunciare l’evasore è un atto benemerito di senso civile. La delazione non è vista come in Italia come uno strumenti di vendetta o di ritorsione. Se per esempio un dipendente viene a sapere che la sua azienda commette irregolarità fiscali e le denuncia può ricavare dal fisco fino al 20% del gettito ricavato sotto forma di premio. Negli Usa le banche, le compagnie assicurative, i Fondi pensione e d’investimento, tutti cioè coloro che gestiscono i risparmi dei cittadini, forniscono ogni informazione al fisco e tutto viene comunicato e conosciuto in tempo reale.

Dal punto di vista del fisco non esiste alcun segreto bancario e il fisco ha accesso a tutte le dichiarazioni dei redditi, depositi titoli, conti correnti bancari, polizze assicurative. Tutto avviene nella massima trasparenza. Non ci sono zone d’ombra o colpevoli ritardi burocratici. Rigide regole valgono anche per i politici e le spese per finanziare i partiti , i governatori e le candidature alla Presidenza. La Casa Bianca costa molto meno del Quirinale. Il Congresso molto meno di Camera e Senato, con una popolazione di quasi 200 milioni di abitanti i Deputati sono 450 e i Senatori 100.

Sergio Menicucci
20/12/2011 [stampa]
Stabilimento moderno e competitivo a Pomigliano d’Arco. La sfida del sud con la nuova panda.
Due risultati positivi e uno negativo per la Fiat di Marchionne in questo fine 2011.

E’ stato firmato per gli oltre 86 mila dipendenti degli stabilimenti italiani il nuovo contratto dell’auto ed uscita la nuova Panda dalla fabbrica di Pomigliano d’Arco che si appresta a riassumere gli oltre 4 mila dipendenti della vecchia società. Due buone notizie per il vertice del Lingotto alle prese, invece, con il calo anche a novembre delle vendite.

Il 14 dicembre è stata una strana giornata anche per i lavoratori: mentre i 600 del reparto montaggio, in tuta bianca, coccolavano il nuovo prodotto che sfilava davanti al presidente John Elkann e ai Ministri del lavoro Elsa Foriero e dello sviluppo Corrado Passera( giunti in verità in elicottero, assente il sindaco di Napoli Luigi De Magistris) fuori dai cancelli un gruppetto di esponenti della Fiom-Cgil e dei Cobas protesta e urla.

Tornare dopo tanto tempo di cassa integrazione e dopo il timore che la Fiat volesse chiudere lo stabilimento campano è stata per i lavoratori che hanno votato sì al referendum sulle nuove regole una forte emozione. “ Il mondo è cambiato, osservava un vecchio dirigente sindacale, e anche noi dobbiamo chiudere con il passato”. Per anni a somigliano è accaduto di tutto: dalla vernice che si staccava dall’Alfa sud alle assenze in massa quando giocava il Napoli o la Nazionale azzurra.

Ora la produzione della Panda è tornata in Italia dalla Polonia. Se ne produrranno 1050 modelli al giorno, 250 mila dal 2013, costerà poco più di 10 mila euro, con anche la formula di 100 euro in 100 mesi.

La Panda come la Vespa e la Moka, ossia l’Italia che piace. Pomigliano diventa il miglior impianto Fiat del mondo e la risposta agli antagonisti di professione. La sfida voluta da Marchionne con il progetto “ Fabbrica Italia” fortemente contestato dalla Fiom-Cgil di Maurizio Landini. Con la solita facezia napoletana uno degli operai rientrati per primi nello stabilimento raccogliendo i loro volantini ha osservato “ a quella gente il lavoro non interessa, vogliono solo fare politica e proseliti nell’azienda”.

Promesse mantenute da Marchionne? Il nuovo contratto dell’auto che ha preso l’avvio dagli accordi sottoscritti da Cisl, Uil, Ugl, Fismic per Pomigliano e Mirafiori attende le verifiche.

Intanto il polo industriale non è stato smantellato, i lavoratori che erano in cassa integrazione stanno per essere riassunti quasi tutti e le paghe base avranno un aumento del 5,2%. Tra le principali novità dell’intesa c’è anche un premio straordinario di 600 euro per il 2012 da valere anche per coloro che l’anno prima lo hanno trascorso in cassa integrazione. Ora si tratta di gestire il processo industriale e sindacale. Ma manca all’appello la Fiom che ha scelto la strada preconcetta del no a tutte le novità.



Sergio Menicucci
25/10/2011 [stampa]
Dure critiche al capitalismo senza regole e controlli. Crisi economica: la proposta del Vaticano una nuova autorita’ finanziaria mondiale.
Il mondo globalizzato rischia di essere un’altra Torre di Babele. Nessuno d’altra parte in coscienza può accettare lo sviluppo di alcuni paesi a scapito di altri. Se non si pone, quindi, un rimedio alle varie forme di ingiustizia, gli effetti negativi che ne derivano sul piano sociale, politico ed economico sono destinati a generare un clima di crescente ostilità e persino di violenza sino a minare le basi delle istituzioni democratiche ritenute le più solide.

Ce n’è per tutti nel nuovo documento presentato in Vaticano dal Consiglio per la giustizia e la pace. In un periodo in cui tutti si sbizzarriscono a fare proposte anche il Vaticano lancia il suo appello: “ occorre una nuova autorità mondiale”.

E’ questo l’unico orizzonte compatibile con le nuove realtà del nostro tempo e con i bisogni della specie umana. Il Vaticano auspica la creazione di una nuova autorità finanziaria mondiale che in presenza della grave crisi economica sia in grado di regolare il flusso e il sistema degli scambi monetari, di superare il sistema di Bretton Wood ( gli accordi varati a ridosso della seconda guerra mondiale nel 1944), di coinvolgere i paesi emergenti e quelli in via di sviluppo, nella prospettiva della creazione di una più generale autorità pubblica a competenza universale.

Una soluzione di scuola, utopistica o in qualche modo realistica? Si sa che in Vaticano prima di rendere noto un documento vi hanno lavorato sopra a lungo gruppi di esperti. Sembra quindi più un indirizzo di massima su cui riflettere ed anche una puntualizzazione su alcuni aspetti delle teorie economiche più in auge.

Nel documento vaticano ci si rende conto che la proposta equivale a mettere in discussione i sistemi dei cambi esistenti per trovare modi efficaci di coordinamento e di supervisione. Dovrebbe essere un processo a tappe la cui prospettiva è l’esigenza di un organismo che svolga le funzioni di una sorta di banca centrale mondiale ( ma il Fondo monetario internazionale già svolge alcune funzioni di questo tipo. Ndr) che regoli il flusso e il sistema degli scambi monetari alla stregua delle banche centrali nazionali ( le quali però per lo meno in Europa hanno ceduto molte funzioni alla Bce,ndr).

Il Vaticano è in qualche modo nostalgico della “ logica di fondo, di pace e coordinamento e prosperità comune” ce portarono agli accordi di Bretton Woods, quando 730 delegati di 44 paesi sottoscrissero nella cittadina del New Hampshire negli Usa un sistema di regole e procedure per regolare la politica monetaria internazionale. Due i presupposti varati dopo tre settimane di discussione:1- l’obbligo per ogni paese di adottare una politica monetaria tesa a stabilizzare il tasso di cambio ad un valore fisso rispetto al dollaro( eletto così a valuta principale);

2- veniva assegnato al Fondo monetario internazionale ( Fmi) il compito di equilibrare gli squilibri causati dai pagamenti internazionali.

La ragione per cui si giunse agli accordi era la grave crisi mondiale causata dalle economie devastate dalla guerra. La comunione d’intenti e di difficoltà superava le differenze politiche.

Gli accordi di Bretton Woods rappresentarono anche il massimo di fiducia sul sistema capitalistico e favorirono la crescita di un sistema liberista che richiedeva un mercato con il minimo delle barriere e la libera circolazione dei capitali privati. La conseguenza negativa fu che agli Usa era permessa un’incontrollata emissione di moneta causando una esportazione di inflazione che negli anni venne contestata dalla Germania e dalla Francia.

Il sistema fino agli anni Settanta ( e nel periodo della guerra fredda con l’Urss) riuscì in qualche modo a controllare i conflitti economici. Poi la guerra del Vietnam( che fece aumentare la spesa pubblica americana) mise in crisi il sistema, le riserve Usa stavano pericolosamente assottigliandosi.

Di fronte all’emissione di dollari, al crescente indebitamento Usa e alle richieste di conversione delle riserve in oro il presidente Richard Nixon nel 1971 decise a Camp David di sospendere la convertibilità del dollaro in oro. Il dollaro venne svalutato, venne dichiarata la fine degli accordi di Bretton Woods dando inizio alla fluttuazione dei cambi. L’assenza di un sistema monetario venne mitigata nel 1979 dalla nascita del Sistema monetario europeo ( Sme) e poi nel 1999 dall’introduzione dell’euro per 17 paesi dell’Europa ( eurozona), che non venne adottato dall’Inghilterra e dalla Svizzera.

Il documento vaticano parte da queste premesse e dalle distorsioni che si sono verificate negli anni. L’attuale crisi economica e finanziaria, si osserva nel documento del Pontificio consiglio per la giustizia e la pace, è “ l’effetto devastante delle ideologie di un liberismo economico senza regole e senza controlli”.

E’ necessaria allora una riflessione non solo sul piano economico e finanziario ma anche politico in vista della costituzione di istituzioni pubbliche che garantiscano l’unità e la coerenza delle decisioni comuni. Queste misure dovrebbero essere concepite come i primi passi nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale. Nel frattempo sarebbe molto utile l’adozione di una tassazione sulle transazioni finanziarie per promuovere lo sviluppo globale e sostenibile secondo principi di giustizia sociale e della solidarietà.

Va osservato che quando la Chiesa parla di temi generali lo fa guardando il futuro prossimo futuro e non l’attualità. Si tratta di una speranza, un auspicio per il bene comune dell’umanità.
24/10/2011 [stampa]
Ignazio Visco succede a Mario Draghi alla Banca d’Italia. Successione in via nazionale all’insegna della continuita’.
Cambio di guardia per palazzo Koch. All’insegna della continuità e della soluzione interna. Il nuovo Governatore della Banca d’Italia è Ignazio Visco, napoletano, 61 anni, già vicedirettore generale dell’istituto. “ Una scelta valida e logica” secondo la maggioranza del Consiglio superiore al quale spettava di dare il parere finale sul governatore designato dal Presidente del Consiglio e condiviso dal Capo dello Stato.

La procedura è stata accelerata per consentire lo scambio di consegne tra il Governatore uscente Mario Draghi che dal primo novembre assume l’incarico di presidente della Banca centrale europea e il nuovo numero uno di via Nazionale alle prese con le delicate tempeste monetarie internazionali.

L’Italia con la nomina di Draghi a Strasburgo si è trovata in una situazione di eccellenza a livello europeo avendo già nel board della Bce Lorenzo Bini Smaghi, il cui posto è reclamato a gran voce dai francesi dopo l’uscita di Jean-Claude Trichet. Ma anche per la successione di Draghi la rosa dei candidati che ha “ ballato” per alcune settimane non era certo di secondo piano.

La scelta, che spettava al premier, tenuto conto di vari elementi, si era concentrata su due possibilità: nomina interna e quindi garanzia di continuità ( in pole position c’era il direttore generale Fabrizio Saccomanni, i vice Ignazio Visco e Anna Maria Tarantola) o nomina esterna con doppia possibilità tra il ritorno di Bini Smaghi o l’arrivo del direttore del Tesoro Vittorio Grilli. Nessuno ha mai messo in discussione le qualità dei nomi circolati. Secondo alcuni ambienti politici ed economico le critiche al premier si sono concentrate sul metodo e sui tempi.

In realtà la designazione da parte del governo di Visco, che ha spiazzato alcuni palazzi, ha allontanato ogni preoccupazione di improprie ingerenze esterne sulla nomina. Economista allievo di Federico Caffè all’Università di Roma, Visco ha fatto la sua carriera dal 1972 tutta interna, gradino dopo gradino, acquistando anche esperienze internazionali negli Stati Uniti e all’Ocse dove ha occupato una posizione strategica per le analisi delle economie e delle politiche dei paesi industriali.

Un curriculum di alto profilo con qualche venatura sul sociale a riprova che dai Ciampi-boy ( ad eccezione del piccolo nucleo intorno ad Antonio Fazio, amico di De Mita) quasi tutti gli uomini di vertice della Banca d’Italia hanno una predilezione per quelli che vengono definiti orientamenti politici , culturali e sociali di centrosinistra.

Ora Visco è atteso da prove importanti a cominciare dalla riunione di novembre di Cannnes.

E’ vero che dopo l’arrivo in Europa della Banca centrale le funzioni della Banca d’Italia sono state ridotte ma esse restano essenziali per la stabilità del sistema finanziario e bancario nazionale. Alcune indicazioni Visco le ha già fornite nelle audizioni in Parlamento sulla manovra quando aveva auspicato l’abolizione delle Province, l’aumento dell’età pensionabile, il taglio del cuneo fiscale su costo del lavoro finanziandolo ad esempio con misure di tassazione sugli immobili. Soluzione questa che ricalca però un certo orientamento favorevole alla patrimoniale e che non tiene conto dei sacrifici fiscali che già subiscono i proprietari di case. ( smen)
21/10/2011 [stampa]
Mentre la Fiat conferma l’uscita dall’associazione. Serve ancora la Confindustria? botta e risposta Giavazzi-Marcegaglia.
Confindustria e sindacati si spalleggiano reciprocamente. Per sopravvivere. E “le politiche continueranno ad essere concertate non per il bene dei cittadini ma dei gruppi che Confindustria e sindacati rappresentano. Un’associazione degli industriali si giustifica solo se vi sono dei sindacati nazionali altrettanto potenti”.

Questa volta il professor Francesco Giavazzi ha scelto lo spazio dell’editoriale del Corriere della sera per evidenziare che la crescita in Italia è frenata da “ troppi monopoli”.

E’ stato un articolo quasi rivoluzionario nel maggior quotidiano della borghesia imprenditoriale milanese. Non uno strappo ma un ragionamento giustificato dagli studi della società americana e inglese dove non esistono associazioni degli industriali sul tipo della Confindustria.

Ma neppure il sindacato Alf-Cio Usa o le Trade Unions inglesi sono simili alle Confederazioni italiane che a partire dagli anni Settanta hanno svolto più che le funzioni di tutela dei lavoratori il ruolo di schieramenti partitici fino a quando Cisl e Uil non hanno iniziato a prendere le distanze sulla quantità di scioperi generali programmati o effettuati dalla Cgil.

Un articolo accolto con attenzione da parte del vasto mondo imprenditoriale italiano e soprattutto da quello critico nei confronti dell’ultima gestione della presidente Emma Marcegaglia. Un articolo sul quale hanno puntato i riflettori i vertici di viale dell’Astronomia all’Eur.

A stretto giro di posta la leader della Confindustria ha replicato. Pacatamente, in maniera puntuale ma non ha scalfito la “ botta” scagliata dal professore che gode di autorevolezza e consenso accademico. Rifacendosi a nome delle 150 mila imprese iscritte ( il 95 per cento delle quali piccole medie aziende e solo il 5 % appartiene alle imprese pubbliche o come si diceva una volta a partecipazione statale) la Marcegaglia ha rivendicato alla Confindustria di aver innovato e cambiato strada rispetto alle vecchie vie della concertazione con i sindacati. Ha fatto sì accordi ma non sulla base del “ do un des”.

Per la Confindustria restano al primo posto delle richieste al governo le liberalizzazioni, le privatizzazioni e la riforma fiscale e il recente comune manifesto su cinque punti di tutte le maggiori associazioni d’impresa dovrebbe dimostrare che c’è una forte richiesta di cambiare subito marcia alla bassa crescita italiana. La Marcegaglia ha respinto poi l’accusa di Giavazzi di reciproche concessioni con i sindacati anche in merito all’art: 8 della manovra di agosto sulla possibilità di derogare in azienda ai contratti nazionali.

Non aveva fatto in tempo a scrivere la replica a Giavazzi che da Torino Marchionne confermava che la Fiat non avrà più a che fare con la Confindustria.

L’addio di John Elkann dall’associazione è irreversibile e lo hanno ribadito da Torino nel giorno in cui venivano presentate le Lancia Thema e Voyager e veniva annunciato per il 14 e 15 dicembre a Napoli e Pomigliano d’Arco la nuova Panda dopo l’uscita dell’ultimo modello dell’Alfa Romeo 159 nello stabilimento Gianbattista Vico. Governo e parti sociali, ha osservato il governatore della Campania Stefano Caldoro, hanno voluto e firmato un accordo fondamentale. La Fiat ha agito con lungimiranza e la Regione ha fatto la sua parte decidendo di investire per il rilancio e per sostenere i lavoratori tirando fuori quasi 400 milioni di euro. ( smen)
19/10/2011 [stampa]
Terremoto declassamenti ; colpite 24 banche Italiane.
Terremoto declassamento. Le agenzie di rating colpiscono ancora. Questa volta tocca alla Spagna e a 24 banche italiane mentre i greci scioperano per 48 ore contro gli ulteriori tagli operati dal governo socialista di Papandreu per ottenere gli aiuti europei per non fallire.

E’,pertanto, una vigilia del G20 piena di incognite, di tensioni e di preoccupazioni.

L’agenzia Moody’s ha tagliato di due livelli il rating di Madrid ( da Aa2 a A1) con un giudizio più severo di quello dei colleghi di Standard e Poor’s e Fitch.

Le cause del duro colpo ad un mese dalle elezioni generali dopo la rinuncia di Zapatero a ricandidarsi vanno ricercate nell’alto livello del debito bancario e finanziario spagnolo. Lo stato di salute dei conti spagnoli continua a non convincere nonostante i tagli “ lagrime e sangue” adottati dal governo socialista di Zapatero. Se la crisi dell’eurozona dovesse peggiorare potrebbero esserci ulteriori declassamenti.

La Spagna continua ad essere vulnerabile di fronte alle tensioni sui mercati e la crescita della sua economia non dovrebbe andare oltre l’1 per cento nel 2012.

All’inizio di ottobre l’agenzia aveva declassato anche l’Italia abbassando il rating sulla solvibilità del debito sovrano ad A 2. Un avviso è stato lanciato anche alla Francia che per ora mantiene la tripla A ( l’eccellenza) ma con prospettive negative nonostante gli sforzi compiuti da Sarkozy e dalla Merkel per scongiurare il peggioramento dell’Europa mettendo sul piatto la possibilità di quintuplicare la capacità finanziaria effettiva del Fondo salva-Stati portandolo a 2 mila miliardi di euro. Un’altra tegola viene da Standard e Poor’s che ha abbassato il rating di altre 24 banche e istituzioni italiane dopo quello del 19 settembre. Tra le vittime del nuovo taglio ci sono il Monte dei Paschi di Siena, Banco popolare, Ubi Banca , la Banca popolare di Milano( alle prese con i contrasti interni e con la Banca d’Italia).

Secondo l’agenzia americana i costi finanziari delle banche italiane sono destinati a crescere in maniera vistosa a causa dei rendimenti crescenti dei titoli pubblici. Si sta determinando, cioè, un circolo vizioso per cui maggiori oneri di accesso al capitale sia per le banche che per le imprese provocano minori prestiti da parte degli istituti di credito e una minore attività economica. La crescita così diventa una pia illusione.

Tutti allora guardano alle decisioni che il governo Berlusconi dovrà prendere in materia ma mettere insieme rigore ed equità appare un esercizio da equilibristi. Gli imprenditori hanno scritto una nuova lettera al premier sostenendo che “ il paese ha mezzi e risorse per risalire la china ma il tempo per l’Italia è scaduto”. Il premier risponde che “ ci inventeremo qualcosa di nuovo per lo sviluppo”.

Giornate nere,però, anche per la Fiat. Gli analisti dell’agenzia Fitch hanno rivisto a ribasso il giudizio sul titolo del gruppo del Lingotto sul quale pesano sia il debito Chrysler che il calo delle vendite a settembre ( -7,8 rispetto al 2010). E per finire il quadro è scoppiato il terremoto sul vertice dell’Unicredit. Sotto inchiesta sono finiti l’ex amministratore delegato Alessandro Profumo ( che ultimamente aveva manifestato l’intenzione di entrare in politica dopo aver spalleggiato il Pd milanese) e 16 manager per il bilancio 2007 e 2008 quando, secondo la Procura, l’istituto avrebbe pagato all’erario solo una piccola parte ( 5%) delle tasse dovute mascherando interessi in dividendi.

La maxi frode fiscale( ma i vertici si dichiarano sorpresi per l’iniziativa ritenendo di aver agito con correttezza) sarebbe stata organizzata con la banca inglese Barclays sottraendo al fisco italiano 245 milioni di euro.( smen)
12/10/2011 [stampa]
Consiglio d’Europa il 23 ottobre a Bruxelles. G20 a novembre. BCE: tempo limitato per risolvere la crisi.
“ La politica assuma decisioni chiare e rapide. Il quadro generale peggiora e il tempo è limitato”. Non ha dubbi il presidente uscente della Bce il francese Jean-Claude Trichet che lascerà l’incarico a Mario Draghi il primo novembre.

Nell’ultima audizione al Parlamento europeo di Strasburgo i toni sono stati allarmati perché ulteriori ritardi potrebbero essere fatali all’Eurozona divenuta , epicentro della tempesta economica e finanziaria mondiale.

Non che gli Usa stiano meglio.

Ma per il numero uno uscente della Banca europea il quadro economico è peggiorato nelle ultime tre settimane e la crisi ha assunto dimensioni sistemiche. Dall’osservatorio della Bce si è potuto constatare che lo stress sul debito si è spostato dalle economie più piccole a quelle dei maggiori paesi, a partire dall’Italia.

I segni di tensione sono evidenti in molti mercati dei bond governativi europei mentre l’alta volatilità sui mercati azionari indica che la situazione è aggravata dal progressivo prosciugamento del mercato interbancario. E’ evidente che il sistema bancario europeo abbia bisogno di essere ricapitalizzato.

I continui incontri tra il presidente francese Sarkozy e la Cancelliera Merkel, criticati dal Ministro degli esteri italiano Frattini, hanno come oggetto la preoccupazione delle difficoltà e della vulnerabilità delle banche francesi e tedesche tra le più esposte sia sul fronte degli aiuti alla Grecia sia sul fronte dei paesi del Nord Africa.

Una misura di garanzia potrebbe essere quella che il Fondo salva Stati presti soldi ai governi per ricapitalizzare le banche ma le decisioni dei 17 paesi dell’eurozona provcedono lentamente e con difficoltà. La Ue è ancora in affanno e non trova l’ntesa per uscire dalla crisi.

Il Consiglio europeo in calendario per il 17 e 18 a Bruxelles è stato rinviato a domenica 23 ottobre per evitare un altro flop. E’ significativo che il presidente Barroso e Herman Rompuy abbiano scritto insieme una lettera ai premier dei 27 paesi dell’Unione affinché trovino unità d’intenti in modo da dimostrare al G20 che si terrà a Cannes il 3 e 4 novembre che l’Europa è determinata a fare tutto il possibile per superare le attuali difficoltà.

In quella Barroso e Rompuy sosterranno la necessità di introdurre la Tobin tax, ossia la tassa sulle transazioni finanziarie. ( smen)
04/10/2011 [stampa]
Il gruppo del Lingotto esce dalla Confindustria. La Fiat corre da sola si della Cisl e uil, no Cgil.
La Fiat esce dalla Confindustria dal primo gennaio 2012. L’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne va dritto per la sua strada e rompe un tabù. Uno strappo che era nell’aria ma che in molti si erano adoperati perché non avvenisse.

La Fiat da oltre 90 è legata all’associazione degli imprenditori privati con filo doppio. Non solo perché per anni è stata l’azienda più rappresentativa del sistema imprenditoriale ma anche perché è stata la guida delle scelte degli imprenditori allorché il suo proprietario Giovanni Agnelli assunse direttamente l’incarico di presidente della Confederazione di viale dell’Astronomia all’Eur.

Lo strappo di Marchionne segna una svolta ancor più marcata di quella operata da Cesare Romiti al tempo della marcia dei “quarantamila”, i quadri e dirigenti che si ribellavano alla ingovernabilità dell’azienda provocata dai continui scioperi, dall’eccessivo assenteismo e dalla scarsa produttività delle tute blu guidate dalla Cgil.

La Fiat non intende più essere vincolata nelle relazioni industriali da lacci contrattuali eccessivamente rigidi. Con la proposta “ Fabbrica Italia” aveva sottoposto ai lavoratori e ai sindacati un percorso che a fronte di investimenti dell’ordine di 20 mila miliardi prevedesse maggiore flessibilità e nuove regole nell’organizzazione del lavoro. La linea approvata dai lavoratori di Pomigliano d’Arco, di Mirafiori e di Grugliasco con i referendum aziendali va avanti.

I vertici del gruppo torinese confermano gli impegni per l’Italia ( un suv Jeep a Mirafiori, un motore Alfa Romeo a Grugliasco, la nuova Panda a Pomigliano) e si apprestano ad “ utilizzare la libertà d’azione applicando in modo rigoroso le nuove disposizioni legislative. I rapporti con le organizzazioni sindacali saranno gestiti senza toccare alcun diritto dei lavoratori, nel pieno rispetto dei reciproci ruoli, come previsto dalle intese raggiunte a Mirafiori, Pomigliano e Grugliasco”.

Si tratta ,comunque, di una svolta delle relazioni industriali anche se la Fiat non ha alcuna intenzione a rompere i rapporti con le sedi territoriali della Confindustria.

Per la presidente Emma Marcegaglia uno smacco personale che offusca la sua gestione quadriennale, caratterizzata in questi ultimi mesi da nervosismo e da crescenti attacchi nei confronti del governo e della sua politica economica.

Una volta si diceva che quello che era buono per la Fiat era anche buono per l’Italia.

La decisione di lasciare la Confindustria per cercare nuovi spazi contrattuali e una diversa organizzazione del lavoro avrà bisogno di molte verifiche sindacali. Per la Cisl e Uil, che basano la loro azione sindacale soprattutto sulla contrattazione, non cambia molto.

La Cgil ha già preannunciato l’inasprimento della mobilitazione e il ricorso alla Magistratura per bloccare l’applicazione del nuovo corso impresso dagli accordi sottoscritti dalla maggioranza dei lavoratori.( smen)
25/07/2011 [stampa]
Respinto l’assalto della speculazione. Grecia verso il salvataggio. Europio protetto . Paracadute salva-stati per i paesi in difficolta’.
Salva-Stati. Lo strumento creato dai 17 paesi dell’Eurozona nel maggio del 2010 per la stabilità finanziaria, è sceso in campo. Massicciamente per curare la Grecia e soprattutto per salvaguardare l’euro. Per impedire che la crisi del debito sovrano della regione sud-est dell’Europa ( la più fragile) potesse coinvolgere e contagiare altri paesi sono stati messi sul piatto altri 109 miliardi di euro. Altri 37 verranno dagli istituti di credito privati su base volontaria e 13 dal riacquisto di titoli pubblici.

La risposta comune decisa il 21 luglio a Bruxelles è stata accolta positivamente dai mercati. Dopo settimane di fibrillazioni, di oscillazioni, di abbassamento dei rating è stato varato un pacchetto di misure che vanno incontro alla stabilità del mercato. Un’operazione complessa, ardita e che necessita un’attenta gestione. Una specie di piano Marshall del secondo dopoguerra quando tutte le economie mondiali nel 1947 uscivano dalla guerra ed erano in difficoltà, necessitando quindi iniezioni di dollari, di visioni di lungo respiro, di coraggio per riavviare la crescita.

Dopo i primi 110 miliardi di aiuti l’impegno straordinario del Fondo europeo dovrebbe permettere alla Grecia di aggrapparsi all’ultimo salvagente e recuperare terreno, arrestando la corsa verso il baratro del fallimento.

Nel salvataggio greco, come tenacemente voluto fin dall’inizio dal Cancelliere tedesco Angela Merkel, sono coinvolte le banche private e fondi su base volontaria che potranno finanziare la Grecia con altri 25 miliardi. I prestiti ai paesi in crisi vengono portati a 15 anni e ad un tasso ridotto dal 4,8 al 3,5 per cento.

All’ombra dell’asse franco-tedesco non solo si rafforza l’agenzia europea del debito ma non viene esclusa la possibilità di un temporaneo “ default selettivo greco”. Come ha riepilogato la situazione il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy di fronte all’assalto dei mercati ( speculazione ) ai debiti sovrani dell’eurozona “ non potevamo permettere che una situazione difficile diventasse pericolosa al punto tale da mettere in discussione la sopravvivenza della moneta unica”. L’allarme, se pur tardivo, è scattato quando i Buoni del tesoro poliennali italiani sono stati presi di mira e lo spread con i bund tedeschi era salito oltre 300 punti base ( ora il differenziale è tornato intorno ai 250 punti). Un tracollo dell’Italia avrebbe trascinato nel baratro tutta l’Europa.

La seconda mossa, che ha portato all’accordo di Bruxelles ,è stata la pressione franco-tedesca sulla finanza privata, costretta ad assumersi volontariamente una parte dell’onere della ristrutturazione del debito greco ( il totale è arrivato ora a 350 miliardi). La Germania e la Francia erano cioè pronte a varare una tassa straordinaria sulle banche.

Dopo tante divisioni e decisioni rinviate i Capi di Stato e di governo hanno fissato a Bruxelles regole più concrete e delineato compiti più operativi per il Fondo salva-Stati che era già intervenuto per l’Irlanda( nel pacchetto da 85 miliardi) e per il Portogallo ( pacchetto da 78 miliardi).Mentre prima l’EFSF si limitava a prestare denaro ai paesi in difficoltà ora potrà acquistare titoli di debito dei paesi in crisi sul mercato secondario, prestare denaro ai governi per finanziare le banche che ne avessero bisogno e infine intervenire preso la BCE per garantire la credibilità dei bond che le banche emettono per ottenere denaro.

Con l’operazione salva-Grecia il Fondo ottiene un ampliamento dei poteri e una maggiore elasticità d’intervento. La conseguenza è stata che le borse sono tornate a volare, che il Fondo monteraio internazionale ha accolto con favore i passi avanti compiuti dai leader Ue, che nel documento finale di Bruxelles è stato inserito un apprezzamento per la manovra italiana sui conti pubblici presentata dal governo ed approvata rapidamente dal Parlamento. Con l’euro per ora messo in salvo dalla speculazione anche il dollaro si appresta a fare la sua parte dopo l’accordo sull’indebitamento Usa tra Obama e i Repubblicani che hanno la maggioranza alla Camera e che si sfideranno nel 21012 alla Presidenziali. Prova elettorale anche per Angela Merkel e per Nicolas Sarkozy. ( smen)
19/07/2011 [stampa]
Banche promosse dai test ma bocciate dai mercati .
Euro sotto attacco, oro al record di 1,607 dollari l’oncia. Sembra non arrestarsi l’onda di pessimismo che aleggia sulle economie mondiali. Dopo gli ultimi attacchi all’Italia nonostante la manovra di 83 miliardi spalmata in quattro anni ci sono timori per il debito degli Stati Uniti( Obama e i repubblicani devono trovare un accordo entro il 2 agosto) ed anche per la Francia e la Germania che non erano entrate finora nel mirino della speculazione.

Con la crisi appare certo che tutti sono più poveri. Uscirne è il rompicapo dell’estate dei vertici degli Stati, delle istituzioni europee e degli organismi internazionali tipo Fondo monetario o Ocse.

Le cinque banche italiane , Intesa San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi, Banco Popolare e Ubi , sottoposte agli “ stress test” insieme ad altre 85 banche europee ad opera dell’Autorità bancaria ( Eba) presieduta dall’italiano Andrea Enria, hanno superato la prova statistica ma sono state subito bocciate alla riapertura dei mercati. Non hanno resistito alla tempesta, l’ennesima, che ha coinvolto il sistema bancario europeo. Eppure la prova di vulnerabilità o stress test prevedeva parametri molto rigorosi proprio perché lo scenario di partenza per quelle italiane era alquanto negativo partendo da un calo del prodotto interno lordo di 3,5% in due anni, il crollo del 15% della Borsa e l’aumento sui mercati dei tassi a breve e medio termini. Il test misurava cioè il grado di adeguamento del capitale di fronte ad una serie di ipotetici elementi negativi. Per superare il test bisognava raggiungere un coefficiente patrimoniale superiore al 5 per cento.

Dei cinque maggiori gruppi italiani solo il Banco popolare ha rischiato la sufficienza. Bocciatura , invece, per altri otto istituti europei: 5 spagnoli, 2 greci, uno austriaco. Altri sedici hanno superato di poco il 5% per cui dovranno aumentare il capitale entro l’anno prossimo. Per le italiane c’è comunque da osservare che gli aumenti di capitale per 11 miliardi sono stati effettuati in corsa dopo i tanti richiami del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi.

La boccata d’ossigeno e di fiducia è durata appena un fine settimana dopo che le agenzie di rating americane avevano acceso i riflettori su 16 istituti italiani, pronte ad abbassare le valutazioni di credibilità qualora non avessero superato il test. Le fibrillazioni dei mercati e le difficoltà economiche di vari Stati alle prese con la necessità di risanare i debiti sovrani hanno di nuovo scosso l’albero del credito.

L’esito pur positivo degli stress test non hanno convinto gli investitori sulla solidità degli istituti di credito europei di fronte alle difficoltà della finanza pubblica. Dietro l’ombra della speculazione che approfitta dei momenti di debolezza per infierire con colpi selvaggi.

E’ stato un altro lunedì da tragedia con Piazza Affari che ha perduto ben il 3 per cento.

Più pesante il salasso di Banca Intesa San Paolo,Unicredit, Banco popolare che hanno perso circa il 6 per cento mentre Bmps è andato vicino al 7 per cento di perdite. La conseguenza di questo nervosismo è stata che i tassi retributivi sui BTP ( buoni del tesoro poliennali) sono saliti a 5,89 ampliando il differenziale ( spread) di rendimento rispetto agli equivalenti titoli tedeschi, i bund. Il divario è salito così a 324 punti base. Il che vuol dire che per trovare acquirenti disposti ad assumersene il rischio le emissioni italiane devono offrire un rendimento di 3, 24 punti superiori a quelle tedesche.

Anche l’Italia torna così nel mirino e nella sfera dei paesi a rischio. C’è il sospetto negli ambienti economici che la speculazione abbia un vasto raggio d’azione. C’è stata una denuncia della Federconsumatori e dell’Adusbef sul comportamento delle agenzie di rating e sulle “ strane coincidenze” tra gli eventi accaduti nel 2010 e quelli di queste ultime settimane di luglio.

Per vederci chiaro dopo l’intervento della Consob i Magistrati di Roma, Milano e Trani hanno aperto dei dossier, acquisendo documentazioni e tabulati relativi agli scambi azionari che un anno fa portarono al crollo dei titoli bancari e che ora hanno provocato alla Borsa di Milano perdite consistenti di oltre6-7 punti. Si cerca di capire se dietro le manovre speculative su piazza Affari( ma anche su altre piazze europee) esista un disegno preciso di hedge fund e di altri soggetti non identificati che possa collegarsi in qualche modo ai giudizi negativi sui conti pubblici degli Stati sovrani. I risultati degli stress test arrivavano in un momento delicato dei mercati, sottoposti a forti pressioni speculative ma l’elemento di trasparenza e di certezza della solidità delle banche italiane non è stato sufficiente a diradare le nubi che si addensano sulla sostenibilità dei sistemi finanziari europei .

La tenuta del sistema bancario europeo sembrerebbe complessivamente buono tenuto conto che dei 20 istituti che nel 2010 dovevano effettuare la ricapitalizzazione per fronteggiare i rischi emergenti solo 8 non lo hanno fatto.

L’EBA ha fatto la fotografia. Ora spetta ai singoli governi sollecitare il rafforzamento delle finanze dei rispettivi istituti bancari.

Per l’Italia si tratta di vedere come il sistema bancario riuscirà a contribuire, nei prossimi mesi, alla ripresa della crescita.

Il compito di Mario Draghi alla Banca centrale europea si fa sempre più arduo. Nel calcolo dei rischi il superamento delle pagelle è un’ottima cosa ma quello che conta è l’impatto con la realtà dei mercati e per gli imprenditori il rapporto con il sistema del credito. ( smen)
06/07/2011 [stampa]
La manovra fa i conti con la mancata crescita.
Rigore e sviluppo. Riflettori puntati sullo Stato per il debito sovrano, su grandi aziende economiche ( Eni, Finmeccanica, Enel, Terma, Poste), su 40 banche e su 23 Enti locali. Le tre maggiori agenzie di analisi del mondo ( Moody’s, Standard e Poor’s, Fitch) hanno lanciato messaggi pessimistici, al contrario della Ue , dell’Ocse e del Fmi, sul sistema Italia, pronte a decidere il declassamento dell’affidabilità di tenere sotto controllo e ridurre il deficit. Il rating a lungo termine sul debito e i depositi potrebbe essere abbassato a causa delle prospettive considerate da “ stabili a negative”.

Un voto in meno alle banche significa che gli investitori internazionali si fanno pagare di più i loro prestiti. Poiché l’Italia deve raccogliere ogni anno 330 miliardi di euro per ripagarsi i Bot ( Buoni del tesoro) in scadenza, anche ogni piccola variazione e revisione del giudizio dell’affidabilità delle banche comportano un incremento del costo del danaro.

E quindi le imprese devono pagare interessi maggiori per avere i soldi per gli investimenti. Con grave pregiudizio quindi per la crescita e le infrastrutture. Per ora, tuttavia, non ci sarebbero rischi per i clienti privati delle banche ( anche se i rapporti non sono buoni) ma fa impressione vedere sotto osservazione banche come Intesa San Paolo, Monte dei Paschi, Banca nazionale del lavoro ( ora di Paribas), Cariparma, Carige, e istituti pubblici come la Cassa Depositi e prestiti e l’istituto servizi mercato agroalimementare. Secondo la maggioranza degli osservatori “ il livello di affidabilità delle aziende del credito resta elevato” ma preoccupa il differenziale tra BTP ( Buoni decennali) e i bund tedeschi stabilizzato intorno a 200 punti a fronte in verità dei 270 della Spagna, degli 860 del Portogallo, dei 900 dell’Islanda e dei 1400 della Grecia. I motivi di preoccupazione non mancano. La manovra varata dal governo il 30 giugno da 47 miliardi è complessa , articolata e spalmata su più anni.

Era stata la Commissione europea il 7 giugno a rilevare con un documento specifico che gli sforzi fatti dall’Italia rendeva credibile la vigilanza sui conti pubblici fino al 2012 ma che per raggiungere il pareggio nel biennio successivo occorrevano misure addizionali.

Su questo percorso ricordato da Londra dal Presidente Napolitano si è scatenata una grande offensiva tra i fautori di un maggiore rigore ( tra questi molti esponenti dell’opposizione ed esponenti dell’imprenditoria vicina agli ambienti che hanno appoggiato l’elezione a sindaco di Milano di Pisapia) e quanti ritengono che i passi verso il risanamento e la crescita vanno compiuti in base alla realtà nazionale e internazionale. “E’ impegno ineludibile, ha precisato il Presidente della Repubblica , quello di rafforzare la sostenibilità finanziaria del sistema Italia attraverso un incisivo abbattimento del debito pubblico nel quadro delle direttive e delle procedure concordate in sede europea”.

Occorrono cioè misure che siano credibili.

Negli ultimi mesi il Ministro dell’economia Giulio Tremonti è stato l’osservato speciale, si è parlato di contrasti all’interno del governo e tra i Ministri. A nessuno fa piacere i tagli ma sul percorso di una severa manovra di contenimento delle spese il titolare del dicastero di via XX Settembre è stato rigido. Ha accettato il criterio della collegialità , ha parlato con tutti gli interlocutori politici e sociali e poi si è presentato a Palazzo Chigi con un pacchetto di misure di ampia portata. Per alcuni osservatori doveva fare di più, senza indicare alcuna dilazione dei tempi di attuazione. La strada scelta dal governo è frutto di compromessi serrati. Ora le misure vanno al vaglio del Parlamento e degli organismi europei. L’intera manovra suscita preoccupazioni e riserve, avvia tuttavia una concreta riduzione della spesa e s’inserisce nel solco degli obiettivi concordati con l’Europa. L’obiettivo principale resta quello del pareggio di bilancio nel 2014 e le scadenze varate sono modulate su di esso. L’auspicio del premier Ber.uasconi è che “ il pareggio diventi obiettivo comune”. Dietro le spalle ci sono dieci anni di mancata crescita e 30 anni di crescita esponenziale del debito pubblico.

L’Italia sta provando, quindi, a fare i conti, in questi mesi di forte tensione politica, con se stessa attraverso appuntamenti e provvedimenti per il rilancio dell’economia, il contenimento dei conti pubblici, la crescita produttiva in un contesto internazionale ancora pieno di tensioni e turbolenze.

Rigore innanzitutto ma agire, subito e bene. Per recuperare il tempo perduto, correggere gli errori compiuti, ridare slancio alle iniziative private e pubbliche. Non si può stare fermi. La Germania è tornata la locomotiva d’Europa, Francia e Inghilterra stanno varando un pacchetto di decisioni per rimettere in moto il meccanismo della crescita.

Contro la politica di austerità del governo conservatore di David Cameron si è scatenata però l ’estate dello scontento con scioperi soprattutto nel pubblico impiego. Anche in Grecia la piazza continua a manifestare contro la politica di austerity scelta forzatamente dal governo Papandreu ( che ha anche cambiato il ministro delle finanze) per evitare la bancarotta ed ottenere altri aiuti dalla Ue e dal Fmi.

Il Parlamento ha approvato un piano che prevede 29 miliardi di tagli e 50 miliardi di privatizzazione. L’atto del Parlamento ellenico è stato un passo che permette di ricevere una boccata d’ossigeno grazie allo sblocco della quinta ed ultima tranche di aiuti ( 12 miliardi sui complessivi 110 accordati) Ma dopo questo assegno ne servono altri ancora. Preoccupa anche il debito degli Stati Uniti.

Secondo il Fondo monetario “ l’andamento del debito è insostenibile e richiede un consolidamento fiscale anche perché la perdita di credibilità sarebbe estremamente disastrosa”. Il Presidente Barack Obama ha chiesto ai Repubblicani un “ inevitabile aumento delle tasse e l’accordo va trovato entro il 2 agosto. Novità in materia di bilanci pubblici anche in Cina dove il vicepresidente della Repubblica popolare e futuro premier Xi Jinping che prenderà il posto di Hu Jintao), in India, Corea e Brasile.

L’Italia deve recuperare terreno e la manovra dovrebbe servire non solo a contenere il debito ma anche a rilanciare l’economia. Sconta, tuttavia, la mancanza di un progetto di grande respiro, l’industria ha subito forti ridimensionamenti, la classe operaia ha ceduto lo scettro al popolo delle partite IVA, ai lavoratori del terziario, dei servizi e delle professioni, l’agricoltura si dibatte tra una crisi e l’altra a causa della concorrenza dei prodotti di paesi che producono a costi più bassi , dell’accresciuta speculazione alimentare e la crescita delle sofisticazioni.

In Italia sono poche ormai le grandi industrie. Regge la Fiat con tutti i problemi che si trascina dietro con la ristrutturazione di stabilimenti come Mirafiori, Pomigliano d’Arco. Costretta a chiudere Termini Imerese ha trovano sbocco nella sponda americana. L’altro grande comparto industriale per anni fiore all’occhiello del made in Italy e cioè quello degli elettrodomestici è in fase di appannamento ( scompare il marchio Indesit, la ex Merloni è in attesa di nuovi padroni). Quel poco d’acciaio che è rimasto parla russo.

La cantieristica è travolta dalla crisi dell’armamento navale, tanto che la Fincantieri avrebbe voluto già chiudere due stabilimenti ( a Castellammare di Stabia e Sestri Ponente) e ridimensionarne un terzo a Riva Trigoso. La Tirrenia per salvarsi ha scelto la strada della privatizzazione passando nelle mani di un gruppo di armatori italiani. L’industria chimica è quasi scomparsa. Quella alimentare è fortemente attaccata dai francesi con la Parmalat passata alla Lactalis.

Il tessuto economico italiano si basa allora essenzialmente sulla piccola e media impresa, sul terziario e i servizi, il cui sviluppo ha portato alla formazione di una nuova classe sociale, più autonoma e indipendente ma anche più flessibile e variegata.

La scuola e l’Università, infine, non formano i giovani per il lavoro e cresce quello strano fenomeno di ragazzi che non studiano e non lavorano. Le statistiche li classificano tra gli “ inattivi” categoria che ingloba persone tra i 14 e i 64 anni. I dati del mercato del lavoro sui tassi di occupazione, disoccupazione e inattivi dell’Istat si riferisce all’aprile 2011. Da essi si evince che il tasso di disoccupazione è dell’8, 1 inferiore, in realtà, alla media europea mentre quello relativo ai giovani si attesta al 28, 5. In valori assoluti questa è la fotografia dell’Italia. Gli occupati sono 22.895 .000 di cui 13 milioni e 554 mila maschi e 9 milioni 341 femmine, con un milione e 71 mila disoccupati maschi e 934 mila donne. Gli inattivi uomini sono 5 milioni e 395, le inattive donne arrivano a 9 milioni e 719 mila. Gli inattivi superano quindi i 15 milioni di persone.

L’economia italiana ha recuperato solo 2 dei 7 punti di prodotto perduti nella crisi mondiale di due anni fa. Un risultato deludente e uniforme su tutto il territorio, Nord e Sud. “ Il declino, ha osservato Mario Draghi nelle sue ultime Considerazioni, non è ineluttabile”, ma la scarsa partecipazione femminile e dei giovani al mercato del lavoro è un fattore cruciale di debolezza del sistema. L’occupazione femminile è ferma al 46 per cento, un incredibile spreco di talenti e di forze creative. Le opere private sono troppo lente ( Autostrade per esempio ha completato solo il 60 % del piano 1997 e il 30 % di quello del 2004). Le aziende sono troppo piccole sul piano internazionale per essere competitive. Senza la crescita non si esce dai problemi. Nonostante le tasse sulle aziende e sui lavoratori dipendenti e pensionati siano oltre la media europea la riforma fiscale stenta a decollare. Per l’attuazione della legge delega ci vorranno tre anni.

Necessita una riconsiderazione, anche culturale, della struttura portante dell’economia che non poggia più sull’industria e sull’operaio classico, mentre acquistano un ruolo più incisivo il ceto medio dei servizi, delle professioni e quindi l’iniziativa privata anche se la struttura produttiva italiana è più frantumata e statica di altre e le politiche pubbliche non incoraggiano la sua evoluzione, anzi spesso l’ostacolano con i mille lacci e laccioli delle pratiche burocratiche e i ritardi nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni.

Altri due fattori di rischio sono l’inflazione ( in Italia il tasso è del 2,7 per cento come la media europea ma preoccupa il rialzo dei prezzi dell’energia che hanno fatto crescere quelli dei trasporti) e la speculazione finanziaria internazionale, sempre in agguato e pronta a colpire nei momenti di debolezza.
06/06/2011 [stampa]
Le pressioni di Marchionne.
Forte dei successi americani l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne continua a battere sul tasto della differenza tra le due sponde dell’Atlantico. Negli Stati per il salvataggio della Chrysler in due anni mentre molti analisti preferivano farla fallire piuttosto che metterci un dollaro statale ha ricevuto solo elogi e ringraziamenti a partire dal Presidente Barak Obama.

In Italia il gruppo del Lingotto si è impegnato a ristrutturare il sistema auto , da Melfi a Termoli, da Pomigliano d’Arco a Mirafiori e Grugliasco( ex Bertone) decidendo di investire nel Progetto Fabbrica Italia 20 miliardi e in molti casi ha ricevuto insulti, ricorsi alla Magistratura.

E’ una differenza che il manager sente profondamente. “ Non gli va giù” dicono i suoi collaboratori e lo dimostra in ogni occasione possibile. L’entusiasmo Usa per gli investimenti ( il prestito Usa alla Chrysler andava anche contro i canoni del capitalismo americano) e i sospetti italiani rientrano in due modi diversi di concepire le relazioni industriali. Obama ha potuto fare cose inammissibili in Europa ed ora si ritrova con un settore auto tornato al privato ed efficiente. In Italia il settore auto è in affanno. Poggia quasi esclusivamente sulla Fiat ma lo scenario è diverso anche per certi vincoli di natura associativa ( rapporti Fiat-Confindustria) e contrattuali ( accordi con Cisl, Uil, Ugl, Fismic contrasti e ricorso alla Magistratura da parte della Fiom-Cgil, prima causa il 18 giugno per Pomigliano).

Negli Usa c’è un atteggiamento favorevole alle imprese, a chi investe, a chi produce ricchezza. In Italia prevalgono posizioni di contrasto. Racconta l’industriale Gabriele del Torchio, presidente della Ducati di Valentino Rossi, che attende da 3 anni i permessi necessari alla costruzione a Bologna di uno stabilimento che darebbe lavoro a 100 operai. Nel frattempo ne ha aperti due in Brasile e Thailandia.

Ribadito che la sede operativa di Fiat-Chrysler per l’Europa resterà a Torino( come Detroit per gli Usa e Belo Horizonte per l’America del Sud ) Marchionne manda un messaggio “ L’Italia cambi atteggiamento.

Il mondo è cambiato. Bisogna decidere se si vogliono cogliere le opportunità di crescita”. Intanto gli investimenti a Mirafiori, Somigliano e Grugliasco sono iniziati anche se l’obiettivo del Lingotto di portare la produzione di vetture da 4 a sei milioni l’anno è ancora lontano. Senza dimenticare che la cura americana è stata dura: nello stabilimento dell’Ohio si è passati da 5 mila a 1500 dipendenti. (sm)
30/05/2011 [stampa]
La Marcegaglia critica tutti ma per la crescita servono gli imprenditori.
L’ultima relazione della presidente degli industriali italiani, Emma Marcegaglia, ha lasciato non pochi strascichi polemici: con la classe politica ma anche all’interno dell’organizzazione per la mancata ricucitura con la Fiat. Con l’Assemblea del 26 maggio si è messo in moto il meccanismo per la successione e già sono spuntati candidati soprattutto del Nord est.

Una relazione in cui sono prevalsi i toni negativi su quelli positivi con critiche sia al governo che all’opposizione , senza però alcuna analisi delle responsabilità del mondo imprenditoriale. Molti, comunque, gli spunti di riflessione e prima volta di un Presidente della repubblica e di un Governatore della Banca centrale presenti tra gli industriali come testimonianza d’attenzione del centenario dell’Associazione. E con tanto di “ Fratelli d’Italia” suonato all’inizio per tener conto dei 150 anni dell’unità d’Italia.

Un appuntamento annuale, spesso rituale, ma questa volta rafforzato dall’approfondimento della realtà economica italiana e internazionale fatta dai circa 6 mila imprenditori riuniti, qualche settimana prima, a Bergamo.

Il leif motiv della relazione “ dieci anni persi, è ora di agire subito” ha trovato consensi nel vasto parterre composto soprattutto da piccoli e medi imprenditori, con vip dell’industria in prima fila, accanto a politici e 14 Ministri. “ L’Italia deve guarire dalla malattia della bassa crescita” ha sottolineato Emma Marcegaglia altrimenti non ci sarà futuro, obiettivo sul quale devono concentrarsi maggioranza e opposizione, varando le riforme necessarie che vanno dalla riduzione delle imposte sulle imprese e i lavoratori alle liberalizzazioni, dalla semplificazione amministrativa alle infrastrutture. “ Servono, ha aggiunto, istituzioni forti ed autorevoli che sappiano recuperare la fiducia dei cittadini e delle imprese, oggi gravemente erosa. E questo richiede uno scatto d’orgoglio di tutta la classe dirigente del paese. La Confindustria da 3 anni chiede le riforme e non essendo arrivate la categoria è delusa”.

In questo ultimo decennio l’Italia è arretrata: il prodotto interno lordo è ancora sotto i livelli del 1999, un arretramento che rischia di continuare. In termini di benessere cioè l’Italia ha già vissuto il suo decennio perduto e non è certo colpa del Sud se il pil pro-capite del Mezzogiorno è cresciuto dell’1, 3% e quello del Nord dello 0,9”. Nella relazione non ci sono indicazioni concrete di un piano per la crescita ma solo indicazioni di più mercato favorendo le liberalizzazione e quindi meno Stato ma una politica più efficiente. LO Stato, cioè, fa male troppe cose e quindi sarebbe meglio che facesse l’essenziale.

Sulle relazioni industriali la Confindustria è intenzionata ad andare avanti con il nuovo modello contrattuale ( chiamando in causa la Fiom contraria per principio), appoggia la flessibilità per favorire il lavoro dei giovani, chiede la riforma del fisco e la semplificazione della pubblica amministrazione, colpevole tra l’altro dei ritardi dei pagamenti per le opere pubbliche e le ristrutturazioni.

Per il governo ha risposto il Ministro dello sviluppo Paolo Romani secondo cui l’esecutivo non è stato fermo: gli obiettivi raggiunti sono la tenuta dei conti pubblici, la riforma della Pa di Brunetta, le novità della scuola della Gelmini, lo statuto dei lavori del Ministro Sacconi in discussione con le parti sociali. Passi forse lenti ma poggiati su basi concrete nella tempestosa situazione internazionale ancora non calmatasi.

L’Italia, grazie anche misure Tremonti, non è più a rischio: non è più la i dei paesi Pigs ( maiali a causa del forte debito pubblico ) che sono Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna.

Il dato che emerge dall’assemblea è che le sfide che l’Italia ha davanti non si possono vincere senza tornare a crescere. ( smen)
13/05/2011 [stampa]
L'Italia che funziona: ok dal FMI e draghi alla BCE.
Doppio colpo Italia: giudizi positivi da parte del Fondo monetario internazionale e nomina in dirittura d’arrivo per Mario Draghi alla Banca centrale europea.

In una situazione economica-finanziaria ancora delicata a livello mondiale e con una crescente sfiducia dei cittadini nella politica non era facile mettere a segno due gol pesanti come quelli realizzati dall’Italia.

Gli 007 del Fmi hanno presentato il nuovo rapporto economico sull’Europa nel quale dopo aver richiamato il pericolo di un effetto contagio dalla crisi greca osservano per l’Italia che i timori dell’autunno 2010 sono scomparsi, anzi, come ha detto il direttore esecutivo Arrigo Sadum “ la situazione italiana rimane estremamente solida e tranquillizzante”. L’Italia in sostanza è al riparo dal contagio avendo una robusta disciplina di bilancio e una ricchezza basata sul basso tasso di indebitamento delle famiglie e sull’alto livello di possesso di patrimoni immobiliari.

Quello del Fmi è il secondo rapporto positivo sull’Italia dopo quello dell’Ocse. I vertici mondiali raccomandano ,tuttavia, gli Stati a non abbassare la guardia perché è essenziale che i governi rispettino gli obiettivi e se necessario adottino rapidamente interventi correttivi.

Mentre il Ministro dell’economia Giulio Tremonti incassava i buoni voti in pagella veniva pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto sviluppo approvato dal governo e rivisto sulle norme sul diritto di superficie per le spiagge ridotto da 90 a 20 anni. Precisato meglio anche il credito d’imposta sulla ricerca. Tra gli obiettivi del Decreto il sostegno all’edilizia e il rilancio del Mezzogiorno non solo con la Banca del Sud.

Il secondo colpo riguarda il percorso che porterà il Governatore della Banca centrale Mario Draghi al vertice della Bce di Francoforte. Prima via libera dell’Eurofin, poi da parte del Consiglio europeo. Sono state settimane di intensi colloqui e trattative per portare un italiano a succedere al francese Jean-Claude Trichet dal primo novembre. La nomina costituisce il riconoscimento della professionalità e dell’impegno del Governatore nella difficile fase di travaglio internazionale ma rappresenta anche un attestato all’Italia che funziona.

In Europa non è mai semplice per un italiano farsi largo anche per i pregiudizi sull’affidabilità politica ma sia con Prodi, presidente della Commissione Ue, sia con personalità come Ciampi, Padoa-Scioppa , Mario Monti, Franco Frattini ( presidente Ue e poi Ministro degli Esteri), il vicepresidente della Commissione Antonio Tajani sono state costruite costruttive relazioni di solidarietà con gli altri Stati.

Il duo Berlusconi-Tremonti è riuscito a convincere Nicolas Sarkozy e Angela Merkel che Draghi era il candidato ideale per tutti anche se a Francoforte è già presente Lorenzo Bini Smaghi.

Dopo l’assemblea generale della Banca d’Italia di fine mese si aprirà la corsa al vertice di Palazzo Kock: quattro i personaggi principali alla partenza: il numero due dell’istituto Fabrizio Saccomanni,, il vicedirettore generale Ignazio Visco, il consigliere Bce Lorenzo Bini Smaghi e il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli. ( smen)
11/05/2011 [stampa]
Per l'OCSE bene i conti dell'Italia.
“ Bene i conti, adesso servono le riforme”. L’ultimo rapporto dell’Ocse sull’Italia parte dalla constatazione delle “ scelte appropriate” messe in atto dal governo durante la crisi, tanto che molti indicatori registrano una ripresa anche se ancora lenta. I segni più dell’economia italiana, è scritto nel documento, vanno dalla tenuta dei conti pubblici alla credibilità sui mercati finanziari, dal basso indebitamento del settore privato e delle famiglie ( grazie al loro risparmio che purtroppo va assottigliandosi e alle case in proprietà) alla sostenibilità del sistema previdenziale.

Per gli esperti dell’organismo dell’Onu, con sede a Parigi, bisogna fare di più. Le raccomandazioni si concentrano sulla necessità di proseguire sulla strada delle riforme. A partire dalle infrastrutture necessarie al completamento delle liberalizzazioni nei servizi: acqua,trasporti locali. L’Ocse insiste poi sull’opportunità di politiche di risanamento e di aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione. Il quadro che esce dalla manovra triennale per gli anni 2011-13 approvata dal Parlamento al posto della vecchia Finanziaria è giudicato dall’Ocse “ soddisfacente” e l’obiettivo di riportare il rapporto deficit/pil al di sotto del 3 per cento appare “raggiungibile”.

Ma, osservano ancora gli esperti, ci sono alcune voci della manovra “ incerte” e quindi potrebbe essere necessario prendere in considerazione ulteriori tagli di spesa e una correzione con misure di aumento delle entrate.. Oggi il rapporto annuo tra deficit e prodotto interno lordo è dell’ordine del 3,9%, l’aumento del prodotto interno lordo dell’1,2 e il rapporto totale tra debito pubblico e prodotto interno lordo è del 121 per cento che va ridotto al di sotto del 60 per cento come indicato dalle prospettive europee 2020.

I riconoscimenti hanno fatto dire al Ministro dell’economia Tremonti “ abbiamo superato l’esame ma non facciamoci illusioni, bisogna fare di più per la crescita e rispettare gli impegni con l’Unione europea sul pareggio di bilancio previsto per il 2014”.

I rischi e i pericoli sono,però, dietro l’angolo sia per le vicende nordafricane con l’instabilità dei prezzi del petrolio( e l’Italia è fortemente dipendente dal greggio non avendo energia nucleare) sia per le fiammate al rialzo dell’inflazione. ( smen)
05/05/2011 [stampa]
Anche i si FIOM salvano la Bertone.
Ogni fabbrica è diversa. Lo sta dimostrando la vicenda dell’ex Bertone lo stabilimento Fiat di Grugliasco vicino a Mirafiori, in cassa integrazione da sei anni. Le mille e cento tute blu hanno votato il referendum sulla nuova organizzazione del lavoro proposta dall’amministratore delegato Sergio Marchionne e dai vertici del Lingotto. Il sì sull’accordo, che sostituisce il contratto collettivo nazionale di lavoro, in cambio di un investimento da 500 milioni di euro per la produzione della Macerati. Quasi il 90 per cento degli aventi diritto ( per la verità l’88, 8) ha votato a favore del modello Pomigliano e Mirafiori( 886 sì, 111 no) eppure il 75 % delle tute blu è iscritto alla Fiom-Cgil che si era decisamente opposta alla soluzione degli altri stabilimenti del progetto “ Fabbrica Italia” e che ha presentato ricorsi alla Magistratura del lavoro contro le decisioni Fiat.

Cosa è accaduto? Quale sarà il significato della svolta?

Si è verificato che i delegati di base della Rsu dopo gli incontri romani con i vertici della categoria e della Confederazione hanno deciso che avrebbero dato indicazioni favorevoli al voto per salvare la fabbrica e l’occupazione di oltre mille metalmeccanici. Sei lunghi anni fuori dal processo produttivo e dal lavoro hanno pesato più dei veti ideologici della contrapposizione dei vari Landini, Airaudo, Rinaldini, Cremaschi, Camusso al gruppo del Lingotto. La scelta delle rappresentanze sindacali unitarie ha cambiato gli scenari. Ora Marchionne dovrà mantenere l’impegno preso e rispettare l’investimento promesso anche se molti problemi restano da affrontare a partire dalla firma dell’accordo( lo faranno la Cisl, Uil, Ugl e le Rsu aziendali non la Fiom regionale e nazionale) e dall’accertamento delle condizioni applicative necessarie a dare via libera al progetto di rilancio. Per i lavoratori, anche della Fiom, contava che la fabbrica ripartisse. Sono stati sconfitti i vertici della Fiom arroccati in una posizione di rigida lotta di classe contraria ad accordi o a modificare l’organizzazione del lavoro inserendo elementi più flessibili e moderni.

Come a Pomigliano e Mirafiori ci sarà il massimo utilizzo degli impianti con il graduale passaggio a 18 turni, fino a 120 ore di straordinario oltre quelle contrattuali e rafforzata la governabilità dello stabilimento con regole per contenere l’assenteismo soprattutto di sabato e lunedì. Saranno riprogettate tutte le postazioni di lavoro della linea di montaggio e investiti migliaia di euro nella formazione del personale.

La decisione dei lavoratori iscritti alla Fiom dell’ex Bertone allarga il fossato con le vicende nazionali. Secondo quanto amaramente osservato dal segretario della Uil Luigi Angeletti “ la Fiom ha preso la strada di separarsi dal mondo e da quelli che nel mondo ci vivono, compresi i propri iscritti”. Il segretario della Fiom Landini ribadisce invece che i lavoratori hanno “ agito per legittima difesa”. La “sbandata” come l’ha definita Giorgio Cremaschi avrà inevitabili ricadute, a partire dal mini-sciopero generale del 6 maggio.( smen)
02/05/2011 [stampa]
Il nuovo presidente dei Giovani Industriali.
I giovani industriali privati hanno un nuovo presidente. Il successore di Federica Guidi è Jacopo Morelli, 35 anni, toscano, presidente e amministratore delegato della società “ Emme Emme” , 4 milioni di euro di fatturato che opera nel settore dell’arredamento con il marchio Mobilmarket. Si tratta di un’elezione all’insegna della continuità ma anche contrastata in quanto Morelli, che ha distanziato ( 122 voti contro 102) il torinese Davide Canavesio, era già vice della Guidi. La sfida tra i due è stata lunga e si è sfiorata anche l’ipotesi del ricorso alle carte bollate sulla effettiva titolarità delle rispettive aziende. Da una parte l’Assolombarda, la Toscana, le Marche, la Campania, la Sicilia e dall’altra il Piemonte, il Lazio, il Veneto, la Puglia e parte della Lombardia. Una contrapposizione che rispecchia alcune situazioni di tensioni all’interno della Confindustria nazionale che si avvia a scegliere il successore di Emma Marcegaglia.
11/04/2011 [stampa]
Gabriele Galateri alle Generali. Amico di tutti, un pò più della Fiat.
Presidente di Mediobanca per 5 anni, vicepresidente delle Generali per cinque anni, al vertice delle finanze di casa Agnelli e della Fiat per una trentina d’anni, presidente uscente di Telecom. Una vita alla guida delle “ Grandi”. Gli azionisti che hanno costretto alle dimissioni il presidente del Leone triestino Cesare Geronzi, ad appena un anno dalla nomina, hanno trovato nel giro di pochissimi giorni il successore. Con decisione unanime il piemontese-romano Gabriele Galateri, 64 anni, è stato designato presidente della Compagnia di assicurazioni, il terzo gruppo in Europa per ricavi ( 87 miliardi nel 2010), 85 mila dipendenti in 68 paesi, 70 milioni di clienti.

Per il manager di lungo corso, austero, poco amante delle apparizioni in tv o di interviste si apre una fase di “ traghettamento” o di “ pacificazione “ dopo le turbolenze che hanno caratterizzato la vita dell’ultimo anno delle Generali mai così esposte ai riflettori mediatici. Era stato il vicepresidente francese Vincent Bollorè a sollevare dubbi sul bilancio 2010 criticando il group ceo Giovanni Perissinotto. Aveva proseguito il patron del gruppo Tod’s Andrea Della Valle da tempo in aspra polemica con Cesare Geronzi e l’ex presidente onorario Bernheim aveva attaccato Bollorè e infine Del Vecchio e Ana Botin si erano dimessi in polemica con Perissinotto.

Perché tante turbolenze? Cosa nascondevano queste tensioni di alcuni tra i big della finanza e dell’economia italiana e internazionale? Quanto poi le vicende delle Generali si ripercuotono sulla governace di Mediobanca? C’è materia per tutti i gusti e le interpretazioni, comprese quelle che l’uscita di Cesare Geronzi dai vertici del potere economico costituisca un indebolimento del premier Silvio Berlusconi e del sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta. “ Non c’è nessun disegno politico. Sono stupidaggini” precisa Andrea Della Valle, considerato uno dei maggiori fautori del cambiamento- E allora quali sono le ragioni che hanno portato alle “ dimissioni spontanee” di Geronzi? Per alcuni il carattere del personaggio. Per altri la sua gestione “ alla romana”, con intromissioni al lavoro del management e appoggi anche alla politica mettendo d’accordo D’Alema e Berlusconi, Fini e Casini, il Vaticano e i laici.

Per i 10 autori della lettera di sfiducia a Geronzi si tratta “ di riportare la normalità” nella Compagnia mentre il banchiere di Marino , con la sua esuberante personalità, aveva pesato negativamente sull’operatività. Il problema ,infatti, non sta nei risultati. Anzi l’utile netto 2010 della Compagnia è stato di 1, 7 miliardi di euro, in crescita del 30 per cento sull’esercizio dell’anno precedente, con un dividendo da far “ leccare i baffi” agli azionisti pari a 45 centesimi per azione con un incremento del 28, 6%.

Geronzi diventato scomodo ad appena un anno dall’insediamento? Contrasti con il management? Le vicende dei grandi gruppi sono piene di risvolti non chiari: ci sono di mezzo interessi e miliardi di euro. Per aver “accettato spintaneamente” le dimissioni Geronzi ha ricevuto un bonus( alias liquidazione per un anno di lavoro ) di 16, 6 milioni. Non pochi. A Galateri è stato assegnato il compito di essere garante dei rapporti tra azionisti e di esercitare, con capacità e sobrietà, la funzione senza deleghe di Presidente. Il personaggio che ha ricoperto i più alti incarichi di aziende come Fiat, Telecom ha risposto “ sono lieto di essere stato scelto e spero di esserne all’altezza”.

Galateri una garanzia: giusto profilo, levatura internazionale, ottima conoscenza della Compagnia e del mondo economico italiano. Amico di tutti ma un po’ di più di John Elkan e di Luca Cordero di Montezemolo.

Ora il management può tornare a lavorare come vuole a Trieste mentre parte in Mediobanca l’operazione limatura della quota del patto che scade a dicembre e che blinda il 44 per cento del capitale. Qualche osservatore ha visto nell’uscita di Geronzi dalla Generali una tela strappata tra Palazzo Chigi e la grande finanza. Sgarbi a parte tra i grandi soci di piazzetta Cuccia ci sono oltre a Bollorè e i francesi di Groupama anche Mediolanum, Fininvest in orbita Cavaliere con la presenza di Marina e Ennio Doris e la Fondazione Cassa di Risparmio Verona ( primo socio italiano in Unicredit) in cui c’è un forte influsso della Lega.

Le Fondazioni guidate da Giuseppe Guazzetti ( presidente della Cariplo e dell’Acri nonché azionista di Intesa San Paolo) sono decisive per il futuro assetto economico essendo presenti con piccole quote nelle Generali e con maggiore consistenza in Mediobanca. E il “patto di Roma” tra le Fondazioni e il Ministro dell’economia e del tesoro Giulio Tremonti ( una volta in contrasto sulla visione del ruolo da svolgere) dimostra che i giochi sono ancora molto aperti.

I movimenti su Fon Sai di Ligresti e Parmalat sono ancora da definire e l’ ingresso di Giovanni Perissinotto, capo azienda e depositario del potere sulle partecipazioni strategiche di Generali, nei patti di Mediobanca e Pirelli entro dicembre ridisegna alleanze e strategie in cui sono coinvolti anche Italcementi e Benetton. In questo giro Raffaele Agrusti entrerebbe nel patto Rcs, proprietaria del Corriere della sera sul cui azionario peseranno sia il proprietario delle Tod’s e della Fiorentina Andrea della Valle sia Francesco Gaetano Caltagirone proprietario del Messaggero e di tante altre cose, sedendo in non pochi consigli di amministrazione che contano.
07/04/2011 [stampa]
Equilibrio nelle nomine dei vertici delle aziende pubbliche.
Le nomine pubbliche scatenano, di solito, bagarre, prese di posizione, polemiche prima e dopo le scelte. Il pericolo poi d’interferenze politiche o partitiche è sempre dietro l’angolo. A guardare dal buco della serratura o ricostruendo i retroscena che hanno portato alle ultime decisioni del Ministro dell’economia Giulio Tremonti in merito ai vertici dell’aziende pubbliche si possono sempre individuare nei personaggi scelti filoni di appartenenza professionale o politica in senso lato.

La partita che si è giocata per i nuovi vertici dell’Eni, dell’Enel, di Finmeccanica, di Poste italiane e di Terna sembra sfuggita alle grinfie della lottizzazione e della spartizione. Anzi appare un elemento di novità: è stata avviata un’operazione di rinnovamento per cui è passata la scelta di dare via libera ai cinquantenni, cosa rara in Italia. Da destra a sinistra le nomine del quarantasettenne Giuseppe Recchi al vertice del colosso petrolifero e prima società italiana per valore di Borsa e di Paolo Andrea Colombo, 51 anni docente di contabilità e bilancio alla Bocconi, a capo della società elettrica costituiscono un segno di discontinuità. Il primo tra l’altro conta su una lunga esperienza internazionale in un gruppo multinazionale come General Electric, il secondo ha invece una pratica da commercialista e nel mondo bancario, essendo stato presidente del collegio sindacale di Intesa San Paolo.

Gli assetti hanno tenuto conto di una serie di circostanze. Prima di tutte quelle di non stravolgere le squadre che hanno guidato finora aziende che hanno ottenuto buoni risultati sia in presenza di situazioni politiche tumultuose in Italia e all’estero sia delle contingenti economiche internazionali.

La scelta di confermare Paolo Scaroni come capoazienda all’Eni, Fulvio Conti amministratore delegato all’Enel, Giovanni Jalongo e Massimo Sarmi alle Poste, Luigi Roth e Fulvio Cattaneo a Terna è il riconoscimento di una strada virtuosa percorsa dalle aziende pubbliche. Per quanto riguarda Finmeccanica i successi del gruppo della difesa e dell’aerospazio in Inghilterra e Usa per merito di Pier Francesco Guarguaglini hanno indotto il Tesoro a confermarlo alla presidenza, affiancandogli come amministratore delegato Giuseppe Orsi, che proviene da Augusta Westland, l’azienda leader nell’elicotteristica.

Per una volta tanto sono stati evitati nelle nomine conflitti e lacerazioni anche perché le caratteristiche di tutti i dirigenti scelti o confermati sono altamente qualificate. Probabilmente non sarà così quando toccherà alla Rai.
07/03/2011 [stampa]
Superbonus agli operai Tedeschi in Italia nuovo sciopero CGIL.
Quando si parla di modello sociale tedesco bisogna conoscere di quale realtà si tratti, quali sono gli strumenti e le relazioni tra capitale e lavoro che si sono consolidate nel tempo.

In Italia si discute, si sciopera, manca il lavoro. In Germania si fanno fatti concreti da parte degli imprenditori e da parte dei lavoratori. In Italia secondo un’indagine della Uil su 27, 4 milioni di contratti attivati negli ultimi 30 mesi solo il 26 per cento sono rapporti di lavoro stabili. Tre contratti su 4 sono considerati deboli, a tempo determinato, collaborazioni, contratti d’inserimento. Cresce cioè il lavoro precario. Nonostante questa situazione la Cgil ha annunciato un nuovo sciopero generale di 4 ore, il tredicesimo nell’arco degli ultimi 3 anni.

Anche la definizione,tuttavia, è sbagliata perché si tratta di uno sciopero parziale per due motivi: perché non c’è tutto il sindacato e perché è molto inquinato, osserva Raffaele Bonanni, dalle vicende politiche. Anche otto mesi fa la Cgil proclamò uno sciopero generale in campagna elettorale. Va ricordato che il 15-16 maggio si terranno le elezioni amministrative per una decina di Province e oltre mille Comuni.

In Germania i lavoratori e in particolare le tute blu, dopo aver accettato alcuni sacrifici per consentire alle imprese di riprendersi, stanno raccogliendo i frutti della loro scelta. Leader della nuova politica salariale è il gruppo Wolkswagen..A febbraio il potente sindacato Ig Metal ha concordato con l’amministratore delegato Martin Winterkorn un aumento salariale del 3,2 % per i centomila dipendenti tedeschi, con una tantum di 500 euro a seguito della crescita dell’utile netto da uno a 4 miliardi di euro raggiunto dall’azienda. Dopo il miglioramento dei conti anche la Daimler e la Bosh hanno fissato un bonus ai dipendenti.

L’ultima notizia viene dall’Audi che ha fissato un bonus record di 6.513 euro a ogni dipendente tedesco come “ riconoscenza” degli ottimi risultati aziendali conseguiti nel 2010. I lavoratori della sede di Bruxelles e di Gyoer in Ungheria riceveranno a loro volta un compenso straordinario pari ad un mese e mezzo di salario.

L’ofgfensiva del gruppo presieduto da Ferdinand Piech prosegue presentando al Salone di Ginevra nuovi modelli disegnati dall’Italdesign di Giugiaro ed altri progetti usciti dal gruppo di design che vede a capo l’italiano Walter de Silva.( smen)
01/03/2011 [stampa]
Famiglie solide-crescono i mutui.
La crisi per nove italiani su dieci non è ancora alle spalle. Si conferma, tuttavia, la solidità delle famiglie italiane, grazie anche al supporto delle banche dice un rapporto dell’Abi. I mutuatari sono solidi di fronte alla crisi economica con un basso livello di rischio default, quello che ha messo in difficoltà tutta l’economia americana dopo il crollo del 2008 dei colossi bancari Usa.

I finanziamenti per la casa continuano, invece, in Italia a crescere del quasi l’8 per cento( dati n novembre 2010) sia per effetto di un certo calmieramento dei prezzi degli immobili sia per il basso livello dei tassi d’interesse.

In sostanza, osserva il Ministro dell’economia Giulio Tremonti, dell’Italia si conoscono i limiti quando si dovrebbe, invece, avere una visione più equilibrata . Anche se è vero come ha precisato il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi che la crescita è ferma da 15 anni, va ricordato che “ il Nord Italia è ancora la regione più ricca d’Europa. Nord e Centro Italia sono più ricchi dei rispettivi territori di Germania, Francia e Inghilterra. Il problema è il Sud che fa dell’Italia l’unico paese ad avere una struttura duale così forte”.
28/02/2011 [stampa]
No della CGIL al nuovo contratto del commercio.
La Cgil ha detto ancora no ad una nuovo contratto: quello del settore del commercio, della distribuzione e dei servizi che occupa circa 3 milioni di lavoratori. La firma è arrivata dopo sette mesi di negoziato ma senza un ora di sciopero.

Oltre all’aumento contrattuale di 86 euro di base ( con un aumento complessivo nel triennio di 1.800 euro) l’accordo sottoscritto da Cisl, Uil e Confcommercio prevede alcune norme innovative: la lotta contro l’assenteismo, la possibilità di lavorare la domenica, miglioramenti del welfare sanitario e previdenziale attravsro un Fondo cogestito dal sindacato.

Alla Cgil-Filcams non piace perché ricalca l’intesa del 22 gennaio 2009 tra Confindustria e organizzazioni sindacali sulla riforma del modello contrattuale.

L’intesa prevede anche il decollo del secondo livello di contrattazione. A differenza però della Fiom per i metalmeccanici la Cgil del commercio aderirà qualora i lavoratori si pronunciano a favore nelle consultazioni.

Solo però con la firma di tutte le organizzazioni sindacali, osserva il direttore generale della Confcommercio Francesco Rivalta, “ è possibile aprire una nuova stagione tra le parti e modernizzare le relazioni sociali”.

Il segretario della Cisl Pierangelo Ranieri parla di “ una buona intesa che proietta il contratto del terziario verso nuove opportunità per gli addetti del settore, con nuove dinamiche salariali legate all’incremento di produttività”.
14/02/2011 [stampa]
Incontro a Palazzo Chigi tra Berlusconi, Elkann, Marchionne e gli enti locali piemontesi. I sindacati dal Ministro Romani. La Fiat conferma gli impegni per l'Italia.
Conferme e qualche dubbio dall’incontro Fiat-governo, poi allargato alle istituzioni piemontesi (Regione rappresentata da l governatore Roberto Cota, dal presidente della Provincia di Torino Antonio Saitta e Dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino). Non completamente rassicurati dal Ministro dello sviluppo Romani i sindacati, per la Cgil mancava Susanna Camusso sostituita da Vincenzo Scudiere e con Landini della Fiom che ha aperto una stagione di lotta.

La Fiat, con il presidente John Elkann e l’amministratore Sergio Marchionne, ha confermato al Presidente del Consiglio Berlusconi, ai Ministri Romani e Sacconi e al sottosegretario Letta i contenuti del progetto “ Fabbrica Italia” che comporta 20 miliardi di euro d’investimento, compreso Fiat Industrial, e l’aumento della produzione da 650 mila vetture a un milione e quattrocentomila auto da produrre in Italia.

La testa del gruppo Fiat, inoltre, rimarrà a Torino e non andrà a Detroit. Se ne parlerà nel 2014. Per ora Fiat e Chrysler andranno avanti come due realtà alleate ma distinte. Poi si deciderà cosa fare di Fiat-Chrysler come entità unica. E questo perché la multinazionale torinese si è fissato l’obiettivo, per reggere il confronto con la concorrenza, di arrivare alla soglia critica di produzione di 6 milioni di autovetture che rappresenta anche l’obiettivo minimo degli altri grandi gruppi mondiali. Fiat sta diventando anch’essa una grande multinazionale che si espande nel mondo ma, secondo il Ministro Paolo Romani, “ rimane con un cuore italiano”. Per Elkann e Marchionne l’Italia è un punto di partenza per un’azienda che vuole investire nel mondo, entrando in nuovi mercati. Il futuro e il suo sviluppo in Italia dipendono molto dalle condizioni di governabilità degli stabilimenti. Sono necessarie quindi relazioni industriali costruttive per la piena utilizzazione degli impianti e il ritorno agli investimenti.

Le incognite derivano dalla spaccatura sindacale verificatasi sia a Pomigliano d’Arco che a Mirafiori dove i due referendum sul piano hanno fatto registrare un’ampia fetta di scontenti, calcolata intorno al 30 per cento. Quelli che hanno votato no non sono tutti iscritti alla Fiom-Cgil ma il sindacato oltranzista potrebbe determinare difficoltà nel corso dell’avanzamento della ristrutturazione degli stabilimenti e poi alla produzione. Anche gli accordi firmati con gli altri sindacati ( Cisl, Uil, Ugl, Fismic) difficilmente potranno essere riprodotti tali e quali a Melfi o Cassino. In tutti è comune, però, il problema della piena utilizzazione degli impianti.

Il governo si è così impegnato a realizzare le migliori condizioni di competitività affinchè gli investimenti previsti e ancora non svelati completamente costituiscano il volano di una più efficace politica industriale. Per Torino c’è una novità: saranno investiti 600 milioni circa nello stabilimento ex Bertone di Grugliasco, acquistato dalla Fiat, con l’obiettivo di impiegare mille dipendenti oggi in cassa integrazione per l’assemblaggio della nuova Macerati. Gli investimenti così a Torino saliranno a quota due miliardi. Un altro risultato è stato già ottenuto, con l’intervento del governo, per Termini Imerese dove dopo la chiusura fissata dalla Fiat per il dicembre prossimo si insedieranno 7 nuove iniziative produttive con il contributo della Regione Sicilia che determineranno un forte aumento dell’occupazione complessiva che passerà dagli attuali 1500 occupati a quasi 3 mila.

Un passo avanti lo ha considerato Sergio Chiamparino. A Palazzo Chigi, ha aggiunto, “sono stati formulati impegni in un tavolo istituzionale impegnativo che devono essere conquistati ogni giorno”. I punti aperti e le ombre derivano anche dalla presenza di un mercato competitivo in cui c’è una sovrapproduzione mondiale di 30 milioni di auto.

Servono,quindi, passi in avanti nel governo degli stabilimenti. E a questo fine il Ministro del lavoro Maurizio Sacconi ha ribadito che “ serve un sistema che coinvolga maggiormente i lavoratori nei processi aziendali. L’evoluzione di questo progetto dipende anche dallo sforzo comune”. In definitiva mettere fine alle contrapposizioni ideologiche perché il lavoro deve essere una priorità per tutti.

I giudizi critici non mancano da parte della Fiom-Cgil per la quale, come osserva il segretario nazionale Giorgio Cremaschi, “ non c’è nulla di nuovo” e da parte delle opposizioni di sinistra che, con l’Italia dei valori di Di Pietro, intendono incalzare l’amministratore delegato Marchionne( che domenica 13 febbraio era all’Olimpico di Torino accanto ad Andrea Agnelli a vedere la partita vittoriosa della Juventus sull’Inter) nel corso di audizioni parlamentare sulla governabilità degli stabilimenti e il diritto di sciopero.
21/01/2011 [stampa]
Favorevoli Marchionne, Marcegaglia, Bonanni, Polverini, Sacconi. Partecipazione agli utili la riforma anti-conflitto.
La vicenda Fiat uno stimolo al cambiamento? Per gli imprenditori e per i lavoratori si è messo in moto un complesso meccanismo che potrebbe portare ad un nuovo sistema di relazioni industriali. Ma ancor prima dei due referendum a Pomigliano d’Arco e alla Mirafiori sulla scena politica- sociale si era riaffacciata la questione della partecipazione dei lavoratori. Secondo alcuni solo agli utili, secondo altri invece anche alla gestione delle imprese. L’unica resistenza nell’arco di questi mesi viene dalla Cgil, una resistenza che secondo il Ministro del lavoro Maurizio Sacconi, deriva da preconcetti legati al vecchio schema di separazione tra datore di lavoro e lavoratori, cosa che non accade invece per Cisl, Uil, Ugl che sono culturalmente per rapporti di condivisione e più partecipativi e quindi non solo conflittuali.

E’ stato ancora una volta l’amministratore delegato Sergio Marchionne a dare il via ad una profonda riflessione in materia. “ La mia sfida per la Fiat , ha detto, è rappresentata da salari tedeschi e azioni agli operai”. Un obiettivo da raggiungere al termine di un percorso che vede il rilancio dell’azienda, con più flessibilità, più produttività e quindi salari più alti e una volta chiuso il bilancio in attivo distribuire una parte degli utili ai dipendenti.

Bene ha risposto immediatamente Raffaele Bonanni che rivendica alla Cisl di aver posto per prima il problema. “ Sono più che favorevole, ha precisato la presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, alla partecipazione agli utili e a soluzioni aziendali, anche se non credo ad una legge ad hoc sulla partecipazione”.

Da queste posizioni affiorano ,pertanto, gli ostacoli, le divisioni ad attuare concretamente uno dei principi generali fissati dalla Costituzione che all’art. 3 riconosce “ l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. La Costituzione insiste con l’art. 46 precisando che “ la repubblica ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.

Era stato il Ministro dell’economia Giulio Tremonti a rilanciare l’idea della partecipazione al Meeting di Rimini del 27 agosto 2010. “ Un obiettivo da non mancare e un’apertura significativa” sottolineò Renata Polverini ex leader dell’Ugl ed ora Governatore del Lazio.

L’idea di far partecipare i lavoratori agli utili delle aziende è stata ripresa dal Ministro Sacconi in varie occasioni secondo il quale è opportuno “ trovare formule libere e responsabili per far declinare il conflitto di classe con la piena condivisione del captale e del lavoro con una prevalenza concettuale del secondo sul primo”.

Non si sa se le turbolenze politiche permetteranno alla Legislatura di andare avanti. Sia al Senato che alla Camera giacciono, comunque, alcuni disegni di legge che potrebbero essere approvati in maniera bipartisan a partire dal testo del sen. Pietro Ichino, giuslavorista del Pd, che incontra maggiori e più ampi consensi.

Dopo l’esito positivo dei referendum di Pomigliano d’Arco e Mirafiori l’idea della partecipazione è una delle strade da percorrere per costruire il nuovo sistema economico e sociale in uscita dalla crisi. Nuove relazioni industriali favorirebbero sia il miglioramento della produzione che salari più alti.
09/12/2010 [stampa]
L'ecobonus è legge. Ok dal Parlamnto.
La legge di “Stabilità”, che sostituisce la vecchia Finanziaria, è legge. Dopo la Camera anche il Senato ha dato il via libera al provvedimento, in tempi relativamente brevi rispetto alle precedenti maratone che impegnavano il Parlamento in un lungo e duro tira e molla tra governo senatori e deputati. Tutti chiedevano di strappare qualcosa per il proprio territorio, anzi collegio elettorale. Con la riforma il passo è stato più spedito anche perché il provvedimento doveva passare sotto le lenti d’ingrandimento dei vertici europei , ai quali spetta la verifica dei conti pubblici sulla base del patto di stabilità fissato in sede Ue.

Tra le misure nuovi fondi per la cassa integrazione in deroga, la detassasione del salario-produttività, più fondi per l’Università e la scuola (800 milioni più 100 per le borse di studio degli studenti e 100 per le aziende che affidano la ricerca agli atenei), 135 milioni arrivano all’editoria, finanziamenti per le missioni internazionali e per l’operazione strade sicure dei Carabinieri.

Interessante anche il discorso sulle “case verdi”. Dopo un lungo braccio di ferro è stata decisa la proroga delle detrazioni Irpef ( 55%) per le ristrutturazioni immobiliari ecologiche. Restano, comunque, in vigore le normali detrazioni Irpef del 36 per cento sulle ristrutturazioni edilizie non ecologiche.

Si tratta di provvedimenti legati al miglioramento dell’efficienza energetica ( caldaie, pannelli solari etc). La nota negativa riguarda il periodo del bonus che verrà spalmato su 10 anni invece dei 5 previsti in un primo momento. La legge prevede anche la proroga di un anno dell’esenzione Iva per gli immobili invenduti, un’erogazione di 344 milioni ai Comuni per il mancato introito dell’Ici sulla prima casa.

E’ stato,infine, accolto un ordine del giorno delle opposizioni che impegna il governo a destinare ulteriori 300 milioni di euro per il 5 per mille, in aggiunta ai 100 già stanziati.
23/11/2010 [stampa]
Laura Soave voluta da Marchionne.Il team Giugiario in Vw. Rossignolo per Termini Imerese Italiani in primo piano nel settore dell'auto.
Sergio Marchionne riceve per la terza volta il presidente degli Stati Uniti Barack Obama tra le tute blu della Chrysler. Laura Soave, una giovane manager di 38 anni, genitori partiti da Cassino per l’America e il Canada in cerca di fortuna alla fine degli anni Sessanta, ha avuto l’onore di presentare al mondo la Nuova 500 Fiat.

Dopo essere stata al marketing della Ford e della Volkswagen è stata chiamata a marzo 2010 da Marchionne alla Fiat North America per rilanciare il marchio del Lingotto mai troppo attraente per gli yankees. Al d-day di Los Angeles del 17 novembre è stata lei a spiegare le caratteristiche della vettura che sta bruciando le tappe del consenso in Italia e in Europa, nella speranza di ripetere il successo anche in terra americana.

Ma se si guarda anche in casa Volkswagen c’è un pizzico d’italianità. Nella cassaforte del gruppo tedesco, che investirà nei prossimi 5 anni, circa 51 miliardi non solo ci sono risorse per comperare l’Alfa Romeo( almeno due miliardi di valore). C’è un team di cervelli di primo livello. Tra i vertici della corazzata di Wolfsburg, che vuole superare la Toyota nel 2018, ci sono i maestri dello stile Giorgetto Giugiaro e Walter dè Silva, Giovanni Perosino, Luca de Meo.

Potrebbe poi essere il “ nordico” Gian Mario Rossignolo a rilevare lo stabilimento della Fiat di Termini Imerese che cesserà la produzione a dicembre 2011. Nell’incontro al Ministero dello sviluppo l’imprenditore presidente della De Tommaso automobili ha espresso l’intenzione di rafforzare il suo gruppo dopo aver rilevato lo stabilimento di Grugliasco della Pinifarina in difficoltà e dopo aver confermato il programma di attività su Torino e Livorno. La soluzione Rossignolo consentirebbe all’insediamento industriale in Sicilia l’attività nella stessa zona e forse senza esuberi.

Sul piano più generale la Fiat di Marchionne continua a sollecitare un accordo globale per Mirafiori e Somigliano, nonostante le difficoltà di negoziato con la Fiom-Cgil. Anche secondo il neoministro Paolo Romani bisogna fare in modo che la Fiat concretizzi l’intenzione di investire 20 miliardi di euro in Italia e di raddoppiare la produzione da 680 mila a un milione e mezzo di vetture. Sarebbe una prova ulteriore dell’Italia del fare che sa reagire alle difficoltà e alla crisi. Intanto nella legge di “ Stabilità” approvata dalla Camera e che attende il via libero definitivo dal Senato sono state inserite misure per la cassa integrazione in deroga (quella concessa per le piccole aziende e per i settori non coperti dalla cassa integrazione ordinaria e straordinaria e prorogato anche l’eco-bonus sulle ristrutturazioni ( possibilità cioè di detrarre dalle imposte il 55% delle spese sostenute per la riqualificazione energetica degli edifici e delle abitazioni, come infissi, caldaie).

Bonus, infine, anche sui salari per i contratti di produttività, con un’imposta massima del 10 per cento ( smen)
28/10/2010 [stampa]
Tassare il risparmio due volte sbagliato.
Prudenti, preoccupati e in attesa di tempi migliori. Non solo gli italiani ma anche americani, francesi, inglesi, spagnoli, greci, portoghesi, irlandesi.. Solo i tedeschi e i cinesi sono più ottimisti. Questa è la fotografia che emerge dall’indagine predisposta per la 86 esima edizione della Giornata mondiale del risparmio.

In Italia i pessimisti sul futuro dell’economia sono il 41 per cento contro il 30 di ottimisti. Emerge ,tuttavia, una contraddizione: nonostante le preoccupazioni per l’avvenire quasi la metà degli intervistati ( 49%) si ritiene soddisfatto della propria condizione. C’è ,quindi, una bassa propensione al rischio evidenziata dal numero di coloro che riescono a risparmiare. La media si attesta intorno al 36% ( ma il divario Nord-Est al 46% e Sud al 30% si allarga), con una famiglia su quattro che deve ricorrere al debito oppure all’erosione del risparmio accumulato per far quadrare i conti a fine anni e far fronte ai bisogni essenziali, con la conseguenza che diminuiscono i consumi e la ripresa ristagna.

Altro elemento riguarda gli investimenti: cresce il totale delle famiglie che preferiscono la liquidità ( 68%) anche se l’investimento ideale resta il mattone per il 58 % degli interrogati.

In questo quadro appare preoccupante e pericoloso il ritorno sulla scena politica ed economica della tesi di elevare le tasse sulle rendite finanziarie, uno dei cavalli di battaglia delle sinistre ma che nonostante le sollecitazioni del leader di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti non ebbe seguito al tempo del governo Prodi-Visco. L’ipotesi di elevare al 25% la tassazione avanzata anche da qualche esponente di centrodestra ( che in linea teorica porterebbe alle casse dello Stato circa 15 miliardi di euro) è un segnale pericoloso e sarebbe una scelta sbagliata due volte: 1-verrebbe colpito il risparmio delle famiglie( come visto già in crisi); 2-si metterebbero a rischio le aste dei titoli pubblici.

Dopo aver pagato più di un terzo del reddito per l’Irpef vedere decurtato il rendimento del poco risparmio residuo è considerato eccessivo dai contribuenti. Il raddoppio di un tributo esistente ( dal 12,5 al 25) non è una misura prudente. Non appare neppure consigliabile da un punto di vista teorico e politico tassare il risparmio di massa che è una delle maggiori risorse italiane. Se, infatti, l’Italia non è precipitata durante la crisi mondiale come la Grecia, la Spagna, l’Irlanda ciò è dovuto al fatto che il governo italiano, come precisato dal presidente della Bce Trichet, ha operato in modo prudente e tempestivo, rassicurando i mercati della solvibilità del paese che ha pur un debito pubblico del 118 per cento.

La forza della base sociale è costituita proprio dal risparmio delle famiglie e dal possesso in proprietà di oltre l’80% del patrimonio immobiliare.( smen)
25/10/2010 [stampa]
Obiettivo ridurre il welfare. Più vincoli politici e economici per l'Europa.
Tagli per 83 miliardi di sterline( pari a 95 miliardi di euro). Per il Cancelliere dello Scacchiere inglese Gorge Osborne non ci sono alternative. La Gran Bretagna deve fare un passo indietro dal baratro. Quando ha presentato le proposte del governo di David Cameron nell’aula di Westminster sono scrosciati applausi dai banchi della maggioranza composta da conservatori e liberali e boati da parte dell’opposizione con i laburisti in testa.

La mannaia Oltremanica è pesante. Non meno drastico il confronto in Francia il confronto/ scontro tra il presidente Nicolas Sarkozy e le forze sociali sulla riforma delle pensioni che manda in soffitta la soglia dei 60 anni e che fu la bandiera della sinistra socialista dell’era Francois Mitterrand. Il governo vuole innalzare l’età minima a 62 anni ma dietro la battaglia c’è la volontà riformatrice del Capo dell’Eliseo e l’obiettivo della sinistra di farne un test in vista delle elezioni presidenziali del 2012. La sinistra gioca la carta della piazza, la destra quella della fermezza.

Passi indietro del governo socialista di Josè Zapatero in Spagna costretto ad un largo rimpasto( eliminati i dicasteri delle pari opportunità e della casa) e a tagli economici tra cui l’eliminazione dell’assegno bebè, degli sgravi per tutti di 400 euro, la riduzione degli stipendi del 5% per i funzionari pubblici, il congelamento delle pensioni e l’innalzamento dell’Iva dal 16 al 18 per cento.

Oltre oceano ancora in difficoltà gli Stati Uniti di Obama. Il presidente della Federal Riserve Ben Bermarke ha ammesso che la crescita è insufficiente a far ripartire il mercato del lavoro( la disoccupazione è salita al 9,6%) e aumentano i rischi deflazione. La Fed ha preparato nuove misure di stimolo con massicci acquisti di titoli di Stato con il deficit federale giunto all’astronomica cifra di 1.294 miliardi di dollari. Per il summit del 3 novembre, a ridosso delle elezioni di midterm ( rinnovo completo della Camera e di un terzo del Senato) dovrebbero essere adottate importanti decisioni dal Fomc, il braccio operativo in materia di politica monetaria.

L’Italia dopo aver incassato i giudizi positivi del presidente della Bce Jean-Claude Trichet sui conti pubblici ( il paese ,ha detto, ha mostrato capacità di ridurre il suo deficit e la sua spesa pubblica) si è lanciata sulla strada della riforma fiscale, dando priorità a famiglia, lavoro e ricerca. Una strada lunga per ridefinire un fisco più equo e varare uno strumento che ridia stimolo e fiducia alla crescita.

Sullo sfondo ci sono poi i negoziati per giungere al varo a livello europeo di un nuovo patto di stabilità per tenere sotto controllo i disavanzi pubblici, il ricrerasi di situazioni di crisi e impedire che fondi speculativi facciano danni irreparabili.( smen)
24/09/2010 [stampa]
L'uscita di Profumo da Unicredit apre la partita del sistema credito.
L’uscita sfiduciata di Alessandro Profumo dal vertice di Unicredit ( la prima banca italiana e tra le più grandi d’Europa) apre scenari che avranno grande impatto sul futuro degli assetti di potere del sistema bancario. Vengono ancora una volta allo scoperto questioni di fondo che il credito italiano si porta dietro dopo l’uscita dell’Iri e le fusioni e acquisizioni degli ultimi anni che hanno portato al derby Unicredit-Banca Intesa San Paolo, con il terzo polo dei Monte dei Paschi di Siena e il controllo dei francesi della Banca nazionale del lavoro.

Una di queste riguarda la funzione di banche finanziarie e banche di credito. La seconda si riferisce al nuovo ruolo delle Fondazioni dopo la riforma delle casse di risparmio avviata negli anni Novanta.

Un’uscita quella di Profumo tesa, drammatica, con il giallo delle dimissioni non date sostituite da una lettera al Consiglio d’amministrazione che poi lo ha sfiduciato all’unanimità dopo una nottata incandescente e l’uscita dei libici dal salone di Piazza Cordusio al momento del voto.

Ci sono tutti i contorni di un megadramma a cui non è estranea la politica, comparsa per il ruolo svolto dalle Fondazioni territoriali in cui, come si sa, contano i rappresentanti delle amministrazioni comunali: Pd a Torino, Lega a Verona, Pd a Siena, Lombardo a Palermo. Profumo, brillante manager genovese di 53 anni, è stato l’anima di Unicredit per 15 anni( per questa sua attività otterrà una liquidazione che si aggira sui 40 milioni di euro).

Con l’operazione Capitalia del maggio 2007 siglata da Profumo e Geronzi le due banche hanno dato vita ad un colosso dal valore di 100 miliardi, con il beneplacito del Governatore Mario Draghi e la compiacenza della parte dell’Ulivo legato a D’Alema che si proponeva di arginare la straripante forza d’urto dell’altra superbanca Intesa-San Paolo, voluta da Giovanni Bazoli ed Enrico Salza che vantavano ottimi legami con Romano Prodi fin dai tempi in cui il professore bolognese era presidente dell’Iri a via Veneto.

Una volta si distingueva in: finanza bianca ( cattolici, dc, Vaticano), finanza laica ( socialisti, repubblicani tipo La Malfa) e rossa( prevalentemente dalle Coop dell’Italia centrale).

Con l’uscita di Profumo è finita la “ pax politica” sulle banche? Sono lontane e dietro le spalle le operazioni legate alla scalata di Unipol sulla Bnl con la compiacenza di Fassino ( allora segretario Pd) e Consorte? E’ in atto un’operazione berlusconiana di conquista del sistema bancario? Quanto pesa la Lega in Cariverona, Fondazione Caritorino, Compagnia San Paolo, Fondazione Cariplo di Milano, Fondazione Cassamarca di Treviso? Ma tra le Fondazioni c’è anche quella del Banco di Sicilia.

Sarebbe riduttivo ricondurre le vicende dell’uscita di Profumo a manovre politiche, alle critiche della Lega sulla gestione di Unicredit, all’espansione dei libici ( arrivati in totale al 7,5%), all’insoddisfazione dei tedeschi tenuti all’oscuro da “ mister arrogance”. Alla base ci sono vicende interne e di prospettiva che il manager, considerato efficiente, funzionale e innovativo ma anche “ arrogante”, non ha tenuto nel debito conto.I protagonisti del Cda Unicredit si sono affrettati a dire che non c’è stata alcuna congiura né interferenze politiche. “ Solo divergenze di vedute” ha precisato il presidente Rampl in una lettera ai dipenenti.

La vicenda dimostra che gli azionisti contano. Il primo elemento che appare è che da qualche tempo si era andato logorando il rapporto tra il manager genovese e i suoi principali azionisti. Da due anni a questa parte Unicredit produce meno utili rispetto al passato e nel 2009 ha distribuito il dividendo in azioni invece che cash.

In secondo luogo le Fondazioni, a partire da Cariverona, premevano per far sì che i crediti bancari affluissero in maniera più fluida e diretta verso le piccole e medie imprese.

Si tratta dell’annosa contraddizione tra una banca che deve essere legata al territorio e alle esigenze internazionali.

L’acquisto della tedesca Hypovereinsbank, nell’estate del 2005, aveva inserito Profumo tra i banchieri di maggiore portata europea. Unicredit, però, a seguito della crisi finanziaria innescata dal fallimento delle banche americane nel 2007 e 2008 aveva inglobato anche titoli tossici portati dalla banca tedesca.

Quando Profumo chiese la sottoscrizione del bond legato all’aumento di capitale Cariverona di Paolo Biasi disse no nel marzo 2009.

Fu allora che arrivò il soccorso dei libici e della Fondazione torinese Crt di Fabrizio Palenzona. Unicredit è poi il maggior azionista di Mediobanca con l’8,6% e qualunque operazione su Piazzetta Cuccia( che ha partecipazioni strategiche in Rcs-Corriere della sera, Telecom, banche) non può essere decisa senza piazza Cordusio. Vengono così ricordate le divergenze di Profumo su Mediobanca di Vincenzo Maranghi prima e di Geronzi dopo, il quale smentisce qualsiasi ipotesi di fusione tra Mediobanca e Generali, le resistenze ai tentativi dei Ministri Vincenzo Visco ( Pd) e Giulio Tremonti ( Pdl) di ridurre il ruolo delle Fondazioni sul sistema bancario perché Profumo condivideva l’impostazione “ bancocentrica” di Prodi, l’opposizione di Profumo ai Tremonti bond facendo infuriare le Fondazioni costrette a sottoscrivere forti aumenti di capitale, lasciando sì lo Stato italiano fuori da piazza Cordusio mentre in Usa e nei Lang tedeschi venivano accettati gli aiuti statali. Profumo non ha voluto coinvolgere Unicredit nelle operazioni Telecom e Alitalia ma ha le mani in pasta nella vicenda della Roma calcio: qualche maligno dice per intercessione del tifoso romanista Massimo D’Alema.

Altri osservatori ricordano ora come Alessandro Profumo volle esternare in maniera pubblica e trasparente la sua partecipazione alle primarie del Pd nel 2005 candidato Prodi e come con la moglie Sabina Ratti scelse di votare nel 2007 Rosy Bindi avversaria di Valter Veltroni.

Profumo è stato per 15 anni amministratore delegato di Unicredit, 162 mila dipendenti, quasi 10 mila sportelli, ottava tra le più grandi banche dell’area euro per attività ( 1338 miliardi di dollari) , 4 mila filiali e sportelli nell’Europa centro-orientale in 22 paesi. La curva della sua gestione si divide in due: nella prima tutto ok e grande credito anche da parte della politica; nella seconda i risultati sono stati altalenanti e si è dovuto affidare alle Fondazioni, ai libici, ai tedeschi per salvare Unicredit dopo il crollo di banche come Lehman. Amministratore delegato dal 1997 l’ex McKinsey boy ha portato alla trasformazione dell’ex bin Unicredit nel primo gruppo paneuropeo.

Il modello Profumo ha riscosso successi e delusioni. Dalla somma di feudi locali ( Milano, Torino, Treviso, Verona, Monaco di Baviera) al tentativo di banca unica internazionale, quello che chiamano “Bancone” da realizzare. L’ultimo passo forse non era adeguato alle trasformazioni in atto nel mondo economico e politico. Per l’Italia serve ancora una banca di credito più che una banca finanziaria.

Ora il presidente tedesco Dieder Rampl dovrà gestire la transazione che porterà alla nomina di un nuovo Amministratore delegato e sulla quale vigilano la Banca d’Italia e la Consob. Esiste il pericolo di una scalata libica? Per ora gli azionisti di Tripoli non sono preoccupati della situazione e del cambio di Profumo. C’è il pericolo dei tedeschi?

La qualità del ricambio dovrebbe riuscire a contenere le tensioni. E infine c’è il pericolo di un ritorno ingombrante dell’ influenza della politica? Gli strumenti di protezione dovrebbero arrivare dalle regole di Basilea 3 e dagli obblighi di informazione preventiva se si superano quote ( ancora però non individuate) tali da esercitare una notevole influenza. La stabilità del sistema creditizio e finanziario è un bene prezioso per tutti.( smen)
17/09/2010 [stampa]
La svolta FIAT una scomessa per il futuro.
Rivoluzione al Lingotto: da una parte Fiat con il “ core business” dell’auto; dall’altra Fiat Industrial con i veicoli industriali. Si apre un nuovo capitolo per il gruppo torinese? Sì, per il presidente John Elkann, nipote di Giovanni Agnelli e per l’amministratore delegato Sergio Marchionne, giunto a Torino di buon mattino da Detroit per l’assemblea dei soci.

La scissione, che sarà operativa dal 1 gennaio 2011, risponde ad una “ logica di crescita e autonomia”, attesa dai mercati finanziari che non era stata possibile realizzare dal 2004, gli anni della crisi. Dopo il risanamento, compiuto con “grande sforzo” lo “ spin off “ non fa più paura. Il business dell’auto, grazie alla partnership con Chrysler ha raggiunto, dice Marchionne, “ una massa critica per muoversi in modo autonomo” non più legato alle escavatrici e ai veicoli agricoli.

Gli azionisti hanno approvato le decisioni e il giovane John Elkann ha definito la sua prima assemblea “ storica”.

Fiat auto, Ferrari, Macerati, Magneti Marelli, Tksid, Comau, Power Train parte auto correranno verso i loro destini senza preoccuparsi dell’impatto sull’altra società costituita da Fiat Industrial con Cnh e Iveco, ossia le macchine agricole e industriali, più la parte di Power Train che si occupa dei veicoli marini; una delle società più grandi del mondo con 60 mila dipendenti e 30 miliardi di euro di fatturato.

Il nuovo assetto arriva, secondo Elkann, dopo “ momenti bui”. Molte cose negli ultimi dieci anni sono tuttavia cambiate. “ La Fiat non ha più paura del futuro” e la scissione permetterà all’azienda di iniziare un nuovo capitalo della sua storia. Il progetto “ Fabbrica Italia”, senza aiuti dello Stato, rientra in questa logica. La Fiat, dice pubblicamente, di non aver più bisogno di stampelle, è in mare aperto. Entro la fine dell’anno il primo aumento in Chrysler dal 20 al 25 per cento, per arrivare al 35% nel 2011, in concomitanza del lancio della “ 500 americana”. Le due nuove aziende “ hanno la capacità e la determinazione di muoversi per conto proprio e di competere a livello internazionale”.

Di fronte alle trasformazioni del mercato c’era necessità di un cambiare struttura per prendere decisioni più rapide possibili. “ Sarà anche un porto più sicuro per quanti lavorano nel gruppo” perché, ha osservato Marchionne, i manager di un’azienda devono non solo guardare al patrimonio ma anche alle persone che vi lavorano”. Portare avanti le lancette nel tempo richiederà una rivoluzione culturale e delle relazioni industriali per creare adeguate condizioni di governabilità dei singoli stabilimenti.

Diritti e doveri: questa la nuova filosofia che dovrebbe entrare nell’accordo tra Federmeccanica e sindacati per una disciplina specifica del settore auto.

I problemi e le questioni che si aprono sono di vasta portata e coinvolgeranno non solo migliaia di lavoratori ed imprenditori ma anche le istituzioni.

Sul piano strettamente industriale-sindacale c’è da risolvere la partita Somigliano, chiudere la vicenda dei tre operai di Melfi, licenziati, reintegrati e sospesi dalla Fiat che ha fatto ricorso. Poi si dovrà discutere dell’allocazione dei prodotti a Torino dopo il trasferimento di alcuni modelli in Serbia e del futuro di Termini Imerese dove scatteranno a fine ottobre 12 giorni di cassa integrazione in attesa di conoscere gli sviluppi delle offerte al vaglio dell’Advisor per l’acquisizione dello stabilimento siciliano che chiuderà a fine 2011.

Intanto Cisl e Uil si preparano per la manifestazione del 9 ottobre per ribadire l’esigenza di rilanciare in modo più efficace la ripresa economica e il lavoro, sostenendo i redditi dei lavoratori, dei pensionati e delle loro famiglie attraverso una riforma fiscale complessiva.

I salari italiani, dice Bonanni, sono i più bassi d’Europa:bisogna aumentarli, abbassando le tasse e aumentando la produttività delle aziende. Risponde la Confindustria la cui presidente Emma Marcegaglia ha inviato una lettera a tutti i sindacati e associazioni d’impresa per invitarli a dare vita ad un tavolo per le riforme( smen)
01/09/2010 [stampa]
Introdurre in fabbrica forme di partecipazione.
C’è stato qualcosa di nuovo al Meeting di Rimini, organizzato da Comunione e liberazione. La platea di giovani è scattata in piedi e lasciato partire scroscianti applausi per le analisi del segretario della Cisl Bonanni, per i Ministri Sacconi e Tremonti, per l’amministratore delegato della Fiat Marchionne, per gli imprenditori Marcegaglia, Geronzi e Scaroni. Personaggi spesso al centro dell’attenzione. Ma forse questa volta erano ispirati dal tema della settimana di riflessione “ quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore”.

E tutti hanno parlato a cuore aperto della società, dell’Italia e cosa attende le nuove generazioni. Un linguaggio nuovo sul piano delle riforme e della politica. Nel vecchio mondo la politica, ha osservato Tremonti, scendeva dall’alto verso il basso, le ideologie calavano sui popoli e sulla realtà. Nel mondo che viviamo la politica invece deve procedere dal basso verso l’alto, dalla persona, dalla famiglia, dalla comunità”.

Deciso anche l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni “ Possiamo ricominciare a crescere. Dobbiamo solo essere capaci di toglierci da dosso gli ultimi residui di quella cultura egualitaristica, figlia del 1968 e sviluppatasi nell’economia degli anni ’70 e ’80 che voleva livellare tutti verso il basso e che per 30 anni ha reso quasi impossibile premiare i migliori”. Marchionne nel proporre un “ nuovo patto sociale” per far ripartire il paese ha osservato “ quella che stiamo assistendo in questi giorni è una contrapposizione tra due modelli: l’uno che si ostina a proteggere il passato e l’altro che ha deciso di guardare avanti: La verità è che non siamo più agli anni Settanta. Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra capitale e lavoro, tra padroni e operai”.

Torna così in campo la questione di nuove relazioni industriali. Si potrebbe partire dal calcolare la remunerazione dei lavoratori sugli utili dell’impresa, ha detto Tremonti, facendo un esperimento in una grande azienda come le Poste Italiane. Introdurre forme di partecipazione dei lavoratori lo ha chiesto anche la Cisl con il segretario generale Raffaele Bonanni. D’accordo anche il Ministro del lavoro Maurizio Sacconi..

Un passo importante verso una nuova concezione delle relazioni industriali per lo meno in fabbriche di grande dimensione come quelle del Lingotto. Si tratterebbe di coinvolgere i lavoratori nell’indirizzo e nel controllo dell’azienda come avviene già in Germania ( dove esistono forme di cogestione) e negli Usa a Detroit soprattutto dopo il salvataggio della Chrysler da parte dell’amministrazione Obama e l’ingresso della Fiat.

Bonanni si attende risposte chiare fin dallautunno e nella fase di profonda trasformazione organizzativa proposta da Sergio Marchionne con il progetto “ Fabbrica Italia” che dovrebbe portare gli stabilimenti del gruppo torinese a produrre più in Italia ( ritorno della Panda dalla Serbia) e a consolidare l’occupazione, con una diversa organizzazione del lavoro, più partecipato e meno conflittuale. L’impostazione di Bonanni si distanzia ,quindi, sempre di più dalla lotta di classe, praticata ancora con forza dalla Fiom e dalla Cgil. E’ giunto il momento, dice il sindacalista cattolico, di “ introdurre forme di partecipazione dei lavoratori se non con il possesso di azioni ( ma esistono casi del genere anche in Italia ndr) almeno nell’indirizzo e controllo per avere accesso ai dati dell’azienda, poter dire cosa va bene e cosa no e su questo avere poteri. Altrimenti il progetto “ Fabbrica Italia” partirebbe con basi non troppo solide”.

Il timore della non governabilità delle aziende resta alto mentre la congiuntura economica non sopporta arresti, blocchi o scarsa flessibilità nella produzione.

Se un’operazione del genere venisse realizzata si tratterebbe di un cambio sostanziale dei rapporti sindacali, abbandonando il terreno delle utopie sessantottesche del salario variabile indipendente.

Al Meeting è stata avviata una riflessione profonda sullo sviluppo integrale dell’uomo che invece di essere stato posto al centro del sistema sociale ed economico è stato considerato un mezzo di produzione e consumo
02/07/2010 [stampa]
La partita FIAT preannuncia nuove relazioni industriali.
La partita Fiat continua. Si va ai tempi supplementari. Prima dei rigori ( le due parole ribadite dall’amministratore delegato Sergio Marchionne, sì o no) ci saranno ancora negoziati, analisi, studi tecnici e giuridici. La partita avviata peserà sui risultati delle relazioni industriali dei prossimi anni. Alcuni sindacati lo hanno capito, altri no. Anche la Confindustria è stata scossa dalla determinazione dei vertici del Lingotto di fare chiarezza nei rapporti in fabbrica, sugli investimenti governabili e sul cambiamento di atmosfera in azienda.

Sergio Marchionne, d’intesa con il presidente John Elkann, non si è tirato indietro. Ci ha messo la faccia, ha parlato con chiarezza a Piazza Castello davanti al Ministro Sacconi, al presidente della Giunta Regionale Cota e al sindaco della città Chiamparino. La Serbia, ha garantito, non danneggerà Mirafiori. Ci sono altre possibilità a disposizione, oltre la monovolume, che possono portare allo stesso risultato e garantire i volumi di produzione previsti. La Fiat manterrà l’impegno di investire in Italia 20 miliardi. Il progetto “ Fabbrica Italia” va avanti ma necessita a questo punto “ la garanzia, ferma e assoluta, che gli stabilimenti possano funzionare”.

A risolvere questo nodo e i particolari dell’ assunzione dei lavoratori di Pomigliano nella “ newco” registrata alla Camera di Commercio il 19 luglio, ha lasciato il responsabile delle relazioni industriali Paolo Rebaudengo. Lui è volato negli Stati Uniti per essere a fianco del presidente Usa Barak Obama in visita ufficiale allo stabilimento Chrysler di Jefferson North dove viene prodotta la nuova Jeep Grand Cherokee, simbolo della rinascita dopo la cura Marchionne.

La Fiat per ora non rinuncia alla Confindustria e non ha intenzione di disdettare il contratto nazionale dei metalmeccanici. Ci vorranno almeno due mesi ai tecnici messi al lavoro dalla presidente degli industriali privati Emma Marcegaglia per mettere a punto le deroghe ( utilizzando l’art.16 del contratto delle tute blu) richieste dalla Fiat per non avere a Pomigliano uno stabilimento ingovernabile dopo che la Fiom non ha sottoscritto l’accordo e il referendum ha registrato quattro no ogni dieci lavoratori. Per i vertici del Lingotto il” sì” dei sindacati vuol dire modernizzare la rete produttiva italiana e darle la possibilità di competere. Il “no” significa lasciare le cose come stanno, accettando che il sistema industriale continui ad essere inefficiente e inadeguato a produrre utili e quindi a conservare o aumentare posti di lavoro.

C’è bisogno di chiarezza. Marchionne ha posto la questione terra terra. Forse si arriverà anche in Italia ad un contratto su misura per l’auto. Anche il sindacalista dell’autunno caldo Pierre Carniti sembra convinto che ci si avvii al superamento del contratto nazionale. La vicenda Pomigliano segna, comunque, un cambiamento. Il contratto nazionale non sembra aver fatto il suo tempo, considerando che in Italia il 95 per cento delle aziende è di piccole dimensioni. Resterà come cornice generale.

Dopo l’accordo sui modelli contrattuali tra Confindustria-Cisl-Ui- Ugl- governo( non firmato dalla Cgil) nel 2009 il ciclone Marchionne ha accelerato il processo verso l’azienda. Bonanni, Angeletti, l’Ugl, il Fismic vogliono giocare un ruolo e accettano la sfida, con tutti i rischi che comportano le novità. Una parte del sindacato ritiene ormai che non tutto ruota intorno al conflitto ma sono da accettare concetti come responsabilità, flessibilità e produttività nell’ interesse degli stessi lavoratori.( smen)
12/05/2010 [stampa]
I saliscendi dell'Euro.
La vicenda Grecia sta mettendo a nudo i limiti dell’operazione che dal 1992 ha portato alla moneta unica. L’euro nel primo decennio di vita è diventata una valuta in continuo saliscendi nel cambio con il dollaro, che è il principale punto di riferimento.

Nei giorni neri dell’attacco della speculazione ai titoli definiti “ spazzatura” della Grecia e agli altri paesi dell’Eurozona in difficoltà ( Spagna, Portogallo, Irlanda) sta reggendo ma ha mancato il primitivo obiettivo: la stabilità. L’Eurogruppo sconta così la mancanza di un governo dell’economia , l’assenza di regole più incisive sul Patto di stabilità e di crescita, e di un Fondo europeo.

L’euro è nato il primo gennaio 1999, adottato da undici paesi dell’Unione europea: Austria, Belgio, Finlandia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo,Spagna. Da una quotazione di 1,1837 dollari, nel dicembre era già sceso alla parità con la moneta verde. Un anno dopo il record negativo a 0,8229. Nel 2001 entra la Grecia e si è saputo ora che lo fece con i conti truccati, grazie all’aiuto della Banca Goldman Sachs, per rispettare i parametri di Maastricht.

Nuovo crollo dell’euro dopo l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre. Ancora parità con il dollaro nel luglio 2002 e l’anno dopo si va al supereuro ( 1,26 e poi 1,36 nel 2004).

Nuova discesa a 1,19 nel dicembre 2005 e risalita sopra 1,30 nel 2006. Nell’Eurozona arrivano anche Slovenia, Cipro, Malta e Slovacchia raggiungendo così il gruppo dei Sedici. Il crollo dei mutui immobiliari degli Stati Uniti rafforzano la moneta europea che raggiunge nel 2008 quota 1,60. La crisi bancaria e finanziaria si ripercuote anche in Europa e l’euro ridiscende a 1,269.

29/04/2010 [stampa]
La famiglia Agnelli torna al vertice del Lingotto e designa gli scenari industriali.
La nuova strategia FIAT parte dal piano industriale.
Il futuro Fiat è ancora tutto da scrivere. Per ora si è visto solo il primo tempo. Interessante, pieno di promesse ma anche di incertezze e preoccupazioni. Per cominciare a vederci più chiaro sul piano industriale, che comprende anche lo scorporo del settore industria pesante, presentato dai vertici del Lingotto si parte con l’inizio del confronto azienda-sindacati.

Superato, positivamente, il primo impatto con il mercato l’amministratore delegato Sergio Marchionne e il suo staff sono attesi alla prova dei lavoratori. Si parte da Pomigliano, lo stabilimento della Campania in cui maggiormente pesa il rapporto con la produttività e la flessibilità. Altro punto scabroso la chiusura dello stabilimento siciliano di Termini Imerese, fissata inderogabilmente da Torino al 31 dicembre 2011. La Fiat, hanno ribadito le confederazioni sindacali, non può tirarsi indietro dal trovare soluzioni concordate, non solo per i tanti milioni immessi nella precedente ristrutturazione ma anche per non venire meno alla sua vocazione industriale.

Fino a questo momento ci sono state valutazioni largamente positive per le intenzioni della Fiat di produrre di più in Italia ( da 650 mila a 1 milione e 400 mila vetture l’anno), per l’annuncio di 700 milioni d’investimento pronti per Pomigliano d’Arco, che diverrà il centro della produzione della Panda, per l’obiettivo di raggiungere con la Chrysler entro il 2014 sei milioni di vetture prodotte con lancio di 21 nuovi modelli, per la comunicazione di voler aumentare gli organici.

Al contrario del passato i sindacati ( salvo qualche distinguo della Fiom-Cgil) hanno dichiarato con decisione di voler “ cogliere l’occasione, raccogliere la sfida” per aumentare i salari e garantire l’occupazione, mettendosi intorno ad un tavolo per discutere di flessibilità, turni, lavoro di sabato. Argomenti che fino a qualche tempo fa facevano venire l’orticaria alle Confederazioni, provocando reazioni dure e scioperi nel nome della lotta di classe e di attentato alle conquiste dello Statuto dei lavoratori. Il negoziato Fiat potrebbe far cambiare il modo di affrontare le relazioni sindacali nell’industria. Le incognite sono, tuttavia, molte.

Con la presentazione di questo piano industriale, diverso da quello del dicembre 2009, si avverte che qualcosa sta cambiando e che si aprano pagine nuove.

Prima osservazione. La famiglia Agnelli è tornata al vertice della Fiat con il nipote dell’Avvocato John Elkann, dopo gli anni della gestione Luca Cordero di Montezemolo che resta presidente della Ferrari e nel Cda. C’è una strategia dietro.

Riguarda la cassaforte di famiglia la Exor che ha mandato in pensione le vecchie finanziarie Ifi e Ifil. In secondo luogo gli Agnelli si sono scrollati di dosso il peso dei vecchi debiti e delle perdite accumulate dal settore auto attraverso lo scorporo. Da una parte Fiat spa con Fiat auto e le partecipazioni di controllo di Macerati, Ferrari e diritti sul capitale Chrysler. Dall’altra Fiat Industrial con le più redditizie produzioni nel campo dei camion, dei trattori e delle macchine movimento a terra.

Il futuro dipenderà dal successo o meno dell’operazione e dalla più o meno omogeneizzazione di Fiat-Chrysler in mano a Sergio Marchionne. Una società italo-americana, che mira ad ambizioni globali, quanto terrà conto degli insediamenti produttivi italiani? Se Termini Imerese rientra nella logica strettamente manageriale l’episodio potrà ripetersi? Il timore dei sindacati e le preoccupazioni dei lavoratori è che passi il criterio che la Fiat continui a produrre in Italia solo se sarà conveniente e se i piani del gruppo lo consentiranno nel quadro della politica produttiva mondiale del Lingotto. La vicenda degli incentivi statali rifiutati ( dopo averne ottenuti tanti per anni) rientra anche in questa logica.

19/04/2010 [stampa]
Acrobazie contabili, bilanci truccati, prodotti destinati a fallire negli Usa.
Incominciano a pagare le banche che imbrogliano i risparmiatori.
Le banche che imbrogliano i clienti, anche se le più grandi del mondo, alla fine pagano le loro responsabilità. E’ finita sotto accusa la banca d’affari americana Golden Sachs per frode nei confronti degli investitori. Per aver, cioè, nascosti ai risparmiatori i rischi cui andavano incontro a seguito delle spregiudicate operazioni finanziarie sui mutui “subprime”, quelli concessi negli Usa a persone prive dei normali requisiti di affidabilità richiesti dalle banche: clienti a rischio, con alta probabilità di non essere poi in grado di pagare le rate.

La banca è accusata dalla Sec ( ossia la Consob statunitense) di aver frodato gli investitori attraverso dichiarazioni non esatte e omissioni in merito ai prodotti finanziari a rischio. Il danno agli investitori ammonterebbe a circa un miliardo di dollari.

Mentre, pertanto, i clienti perdevano a rotta di collo e il mercato delle case Usa cominciava a vacillare la banca scommetteva contro gli stessi titoli e guadagnava. La prova in una email del vicedirettore Fabrice Tourre ,un giovane francese di 31 anni, genio dell’elettronica, con sede a Londra, ad un amico in cui preannunciava il crollo dell’intero edificio.

La vicenda è complessa. La Sec, guidata dal 2009 da Mary Shapiro e dallo sceriffo delle banche Robert Khuzami, ha puntato i riflettori su 25 transazioni avvenute attraverso un sofisticato strumento finanziario. In parole povere sono stati venduti prodotti destinati a fallire.

Anche dietro il crack Lehman Brothers, il cui collasso nel settembre del 2008 innescò la crisi finanziaria più grave degli ultimi 80 anni, c’erano acrobazie contabili. Il monitoraggio della banca d’investimento divenuta simbolo delle malefatte di Wall Street, è contenuto in un rapporto di 2200 pagine ( costato 38 milioni di dollari), ordinato dal Tribunale fallimentare e pubblicato il 12 marzo. E’ un atto d’accusa impietoso quello del magistrato Anton Valukas contro il management della banca costretta a chiedere l’applicazione del “ Charter 11” a causa della maggiore bancarotta mai realizzata negli Usa che riguarda asset per oltre 650 miliardi di dollari. Nel rapporto si parla di acrobazie contabili al confine con la frode, di manager negligenti , di revisori dei conti compiacenti.

Goldman Sachs contesta le accuse di frode civile ma anche il governo tedesco chiede indennizzi per aver aiutato le banche tedesche fallite, ex clienti di Goldman.

Si è anche scoperto che i big del credito nascondevano la metà dei debiti prima delle “ trimestrali” per andare in utile e in questo modo i manager incassavano i superbonus. In pratiche scorrette sono coinvolti 18 gruppi. Il ceo di Lehman Richard Fuld ha ricevuto complessivamente nel 2006 e nel 2007 bonus per 74 milioni di dollari. Anche l’Autorità di vigilanza sui mercati finanziari del Regno Unito ha multato, a metà aprile, due ex dirigenti del gruppo bancario Northern Rock. L’ex direttore generale David Baker e l’ex responsabile della gestione credito Richard Barclay non avrebbero lanciato per tempo, nel 2007, l’allarme sul reale stato dei conti del gruppo che poi è stato il primo a chiedere in Inghilterra il salvataggio statale.

L’Office for Fair Trading ha multato per 33 milioni di euro la Royal Bank Scotland ( Rbs), nazionalizzata per l’84% dopo essere stata salvata dalla crisi finanziaria, per violazione delle norme sulla concorrenza, avendo rivelato dettagli sulla politica dei prezzi sui mutui alla rivale Barclays.

Giro di vite sulle banche anche in Irlanda, imponendo una stretta sui patrimoni e regole più rigide. La decisione del governo di Dublino dopo il crollo del mercato immobiliare del 2008 che ha colpito le banche tanto che erano state nazionalizzate Anglo Irish Banck e creando la National Asset Management Agency per ripulire il settore finanziario.

L’azione della Sec americana viene interpretata in due modi: si tratta, per alcuni osservatori, di mettere fine alle attività speculative e tossiche, anche se questo comporta una ulteriore dose di sfiducia nei confronti del settore finanziario. Altri ritengono che non esistano più centri di potere invulnerabili e che, quindi, è in atto una resa dei conti per la crisi che i “ banksters”, ossia i banchieri-gangester, hanno inflitto al mondo con i loro giochi misteriosi. Il caso Bernard Madoff, per il quale la Sec non intervenne, costò 19 miliardi di dollari agli investitori.

Per rendere sano e trasparente il settore finanziario occorrono nuove regole. Obama ci sta provando. Spaventa,infatti, la dimensione del fenomeno dei “derivati” che ha raggiunto la cifra astronomica di 600 trilioni di dollari, pari a 12 volte il prodotto interno lordo mondiale e della spazzatura finanziaria.

18/03/2010 [stampa]
Sotto processo quattro Banche.
Il bubbone dei prodotti derivati scopre l'allegra finanza dei comuni.
E’ scoppiato il bubbone dei “prodotti derivati” degli enti locali. Il 6 maggio si terrà a Milano il primo processo del genere. Unico precedente una sentenza di un Tribunale amministrativo di Londra. Alla sbarra quattro Banche ( la Jp Morgan, la Deutsche Bank, l’Ubs e la francese Delfa) e due funzionari del Comune di Milano.

Non è facile ricostruire la complessa e complicata nascita dei derivati e le “swap”, ossia scommesse sui tassi. Il processo nasce da un’inchiesta della Procura di Milano, partita dalla ristrutturazione di un debito di 1.682 milioni composto di diversi mutui in scadenza con la Cassa Depositi e prestiti.

Il Comune di Milano, su suggerimento delle Banche, aveva convertito i mutui in un “ ballet bond” trentennale con i soldi prestati dalle 4 Banche.

In sostanza il Comune si era impegnato a restituirli in un’unica soluzione ( ballet in inglese significa proiettile) nel 2035 con un certo interesse, ovvero la trasformazione del tasso di interesse da fisso a variabile. Era una scommessa sui tassi che si è rivelata improvvida per l’amministrazione comunale e per i cittadini milanesi.

E’ successo, così, che sotto una certa quota erano gli istituti di credito a dare i soldi all’ente( e furono 106 milioni), mentre oltre un certo limite era il Comune a pagare le Banche ( e sono stati ben 250 milioni tirati fuori). Un bel danno per l’ente pubblico. Secondo l’accusa gli Istituti di credito avrebbero guadagnato illecitamente dall’operazione 100 milioni di euro. Per le Banche, invece, i costi dell’intermediazione sono legittimi e non vi sono stati accordi truffaldini.

In realtà per il Gup Simone Lucerti che ha emesso le 13 ordinanze di rinvio a giudizio gli accusati avrebbero certificato la sussistenza delle condizioni di convenienza per il Comune allo scopo di arrivare all’emissione obbligazionaria. N

on avrebbero, cioè, suggerito la strada della “ ri-negoziazione” dei mutui, causando così passività alle casse dell’ente pubblico.

Ora il sindaco Letizia Moratti ha fatto causa alle quattro Banche; azione che mira ad ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti e quelli che verranno. Milano non è però un caso singolo. I Comuni italiani sono inflazionati di “derivati” e di Boc ( Buoni ordinari comunali), fortemente utilizzati da numerosi sindaci, tra cui Rutelli, Bassolino. I riflettori sono puntati su Roma, Torino, Napoli, Firenze, Napoli, sulle Regioni Campania, Lazio e Toscana.

Il bubbone derivati, evidenziato a più ripresa della Corte dei Conti, chiama in causa anche la mancanza di controllo da parte della Banca d’Italia e della Consob. Dalle inchieste stanno emergendo elementi critici rilevanti e situazioni preoccupanti come quella di Taranto. Le banche hanno ecceduto nella propria posizione di forza, guardando con troppa disinvoltura al proprio esclusivo utile, proponendo prassi finanziarie discutibili. E i Comuni hanno spesso agito con molta leggerezza.

10/02/2010 [stampa]
La prudente linea di rigore economico-finanziario Tremonti-Draghi tiene lontano l’Italia dal disastro.
I deficit di Grecia,Spagna e Portogallo mettono paura ai mercati e alle borse.
Tensioni, paura, sfiducia, turbolenze, stress. I mercati finanziari europei e americani hanno vissuto l’inizio di febbraio sotto l’incubo di un nuovo crollo. Nel “ giovedì nero” e nel venerdi 4-5 febbraio le Borse europee hanno bruciato circa 220 miliardi di capitalizzazione. Il rischio debito pubblico della Grecia, della Spagna, del Portogallo e degli Stati Uniti ha non solo affondato le Borse ma evidenziato l’incertezza della situazione economica e l’instabilità del quadro generale. Pochi credono, evidentemente, sulla “ ripresa a portata di mano” di cui ha parlato più volte il presidente degli Usa Barack Obama. Il rallentamento dell’occupazione, l’aumento delle richieste di sussidio di disoccupazione frenano i consumi e rendono traballante la reale ripresa.

La paura c’è e gli indicatori economici non offrono forti segnali per frenarla. La ricetta Obama per rimettere in moto l’economia si sta rivelando, per ora, un’arma a doppio taglio. In un anno il deficit Usa ha raggiunto il 10 per cento del prodotto interno lordo, pari alla ricchezza complessiva dell’Italia. Il Congresso ha innalzato il tetto del debito a 14.300 miliardi di dollari.

Il nervosismo è evidente a Wall Street e in Eurolandia. Contrariamente a quanto sostiene il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ( non c’è pericolo di stabilità) il momento dell’Unione monetaria europea è estremamente delicato. La speculazione è in agguato e sotto mira sono finiti la Grecia, che da alcuni mesi sta preoccupando l’Europa, la Spagna, passata dall’espansione degli anni Novanta alla crisi attuale, e il Portogallo.

Ad Atene il deficit pubblico è salito al 12, 7 per cento del prodotto interno lordo, a Madrid siamo all’11,4 e a Lisbona al 9,3 per cento. Si tratta di situazioni che hanno messo in dubbio la capacità dei tre paesi di tenere sotto controllo la spesa pubblica ( conti irregolari in Grecia) e di promuovere una politica economica volta a far crescere la competitività dei prodotti ( Spagna e Portogallo).

I tre principali pilastri dell’economia iberica ( auto, turismo e settore immobiliare) sono alle corde. In Spagna ci sono ben 700 mila case in attesa di essere vendute e debiti nel settore per oltre 325 miliardi di euro. Le Banche hanno ricevuto finanziamenti statali ma li hanno utilizzati per coprire i crediti inevasi. La Spagna che il premier socialista Zapatero accreditava del sorpasso sull’Italia era in realtà debole e minata.

Da simbolo di modernità con una classe dirigente giovane, una crescita a ritmi asiatici, uno Stato con tanto di federalismo, con grandi banche che si muovevano nell’economia globale, la Spagna ha commesso errori clamorosi e si è ritrovata in poco tempo tra i paesi deboli attaccati dalla speculazione internazionale. Il rientro, entro il 2012, del deficit al 3 per cento del Prodotto interno lordo, come richiede il patto di stabilità Ue, è molto problematico.

Le raccomandazioni non bastano più. Da mesi gli organismi europei cercano di capire i clamorosi errori nei dati della Grecia e le cause che hanno determinato la crisi iberica. Ora chiedono rigore. Ancora una volta gli osservatori danno atto al Ministro dell’economia Giulio Tremonti di aver traghettato bene l’Italia fuori dai marosi della crisi e dai tonfi degli altri mercati finanziari.

La sua politica di rigore e di prudenza è stata premiante.

Il primo G7 finanziario dell’anno, riunito tra i ghiacci del Canada a due passi dal Polo Nord, ha riconosciuto che il duo italiano Tremonti-Draghi è stato lungimirante nel non fare il passo più lungo della gamba, pur gestendo il terzo deficit pubblico più grande del mondo.

Uscita dal novero degli “stati-maiali”, i cosiddetti Pigs, Tremonti ha ottenuto dal Fondo monetario internazionale il riconoscimento che “ l’Italia non è più un paese a rischio”. Servono sempre, comunque, medicine che combattano le malattie e non i sintomi e che le banche aiutino a pagare i costi della crisi.

Per Tremonti a decidere le regole devono essere gli Stati e quindi la politica. Draghi corregge che è meglio che le nuove regole della finanza le facciano insieme tecnici e politici. L’auspicio del G7 è che il Fmi diventi una specie di “World Economic Council” permanente. Appuntamento di nuovo in Canada, a giugno, con i Capi di Stato e di Governo del G20.

28/01/2010 [stampa]
Bocciata l’idea di Epifani della Cgil. Dopo le Regionali il governo aprirà un tavolo di consultazione sulla riduzione delle tasse.
Sul Fisco non si fanno scioperi ma occorre una profonda riforma.
“ Oggi il fisco è ingiusto e inefficace: prende troppi soldi da una sola parte. In Italia e in Europa è il momento di una riforma”. Il Ministro dell’economia Giulio Tremonti insiste sul tasto che aliquote troppo alte diventano un alibi per pagare di meno.

Qualche giorno prima, a metà gennaio, il segretario della Cgil Guglielmo Epifani aveva rilanciato l’idea di uno sciopero generale sul fisco per il 12 febbraio.Anche il segretario dell’Udc Pierferdinando Casini aveva avanzato critiche al primo annuncio di Berlusconi di voler procedere ad una riduzione delle tasse attraverso l’introduzione di sole due aliquote. Un ventaglio d’interventi fiscali per la famiglia aveva sollecitato il leader della Cisl Raffaele Bonanni.

Favorevole al ritorno alle deduzioni per carichi di famiglia, abolite dal governo Prodi, è il Ministro del Welfare Maurizio Sacconi.

La Confindustria ha pronto, da parte sua, un progetto per un nuovo sistema di tassazione. Luigi Angeletti ricorda che la Uil aveva proposto, inascoltata, fin dal 2007 l’opportunità di ridurre le imposte sulle tredicesime.

Come si può vedere quello delle tasse è uno dei campi più arati dai politici, dagli imprenditori e dai sindacati. E’ arrivato, quindi, il tempo per mettere mano ad una grande riforma fiscale, non a piccoli ritocchi.

Un taglio delle tasse, auspicato da tutti, non è facile per l’alto debito pubblico italiano ( il terzo più alto del mondo) e la tensione dei mercati finanziari.

A Giulio Tremonti piace ricordare che il grande ministro delle Finanze post-Risorgimento Quintino Sella ( con tanto di monumento in via Cernia a Roma) osservava che il bilancio pubblico contiene le virtù e i vizi di un Paese. E’ esattamente la fotografia dell’attuale bilancio. Con in più una elevata evasione fiscale contro la quale occorrono aliquote più basse e il coinvolgimento dei Comuni, più che strumenti come il redditometro. Per esempio è una minoranza quella che dichiara redditi sopra i 100 mila euro mentre la vendita di auto di classe elevata o Suv è quattro volte tanto.

Nella proposta di sciopero della Cgil c’è anche l’ipotesi di alzare i prelievi sulle rendite finanziarie cioè sui Bot , i risparmi postali o i depositi bancari, gli strumenti in cui anche i lavoratori e i pensionati custodiscono i loro risparmi. Le rendite finanziarie ingenti sono all’estero, sui depositi bancari o postali gravano già alte aliquote, poi ci sono altre emissioni che hanno l’aliquota del 12,5 per cento.

E’ giusto adattarle ma non è questa la strada.

E vera, però una realtà: nessuna riforma ha la rilevanza istituzionale di quella fiscale che regola i rapporti tra cittadino e lo Stato. “ E’ l’unica, dice Raffaele Bonanni, che interessa veramente alla gente. Tutte le altre riguardano il ceto politico. Negli ultimi 15 anni abbiamo in molti sollevato il problema del fisco ingiusto ma nessun governo ha voluto mai prendere in considerazione una riforma davvero radicale”.

Si è intervenuti a spizzichi e bocconi.

La partita, replica Tremonti, è un po’ complicata. L’Irap ( l’imposta sulle attività produttive) andrebbe eliminata ma è difficile. “ Il costo è eccessivo, non siamo riusciti a toglierla perché chi è venuto prima l’ha usata per coprire i costi della sanità. Tagliarla significherebbe tagliare le prestazioni sanitarie”.

Da dove iniziare? Non dallo sciopero del 12 febbraio proclamato dalla Cgil rispondono gli altri sindacati. La riduzione non potrà neppure essere condizionata solo dalla ripresa economica.

Non si può attendere il 2013. L’equilibrio dei conti, aggiunge la presidente degli imprenditori privati Emma Marcegaglia, è fondamentale ma qualcosa si può fare a partire dallo sfoltimento dell’attuale giungla delle centinaia di norme su decine di tributi e dall’abbassamento della pressione fiscale sulle imprese che in alcuni casi arriva a sfiorare il 70 per cento. Le imprese sono pronte a far di tutto per ripartire. Il governo deve allora aprire una discussione fin dai prossimi mesi, anche se la Banca centrale europea invita i paesi Ue a non tagliare le imposte. In Italia, comunque, la priorità è quella di eliminare gli spreghi della spesa pubblica.

La polemica sulla riduzione delle tasse è destinata a continuare con il governo Berlusconi a sostenere di aver fatto gli investimenti per infrastrutture senza aumentare le tasse e l’opposizione del Pd di Bersani a ribattere che gli annunci di Tremonti sono solo spot. E’ possibile come dice il Presidente Napolitano che su un obiettivo importante e così decisivo come le tasse tutti i soggetti politici, economici e sociali si mettano a cooperare? Bisognerà innanzitutto far passare le elezioni che creano divisioni e divergenze politiche.

Poi avviare un vasto confronto, individuare una sede opportuna tipo il Cnel per elaborare indicazioni forti da offrire al governo e al Parlamento per le decisioni necessarie a varare una profonda riforma del sistema fiscale. “ Muoversi come fa Epifani sempre uno contro tutti, aggiunge Bonanni, crea solo confusione politica e divisione”.

Anche Barack Obama in Usa gioca la carta della de-fiscalizzazione per il ritorno alla stabilità della classe media, vero perno del progresso dell’economia americana.

12/01/2010 [stampa]
Mister Fisco ci prova CGIL boccia Tremonti.
Il Ministro dell'economia indicato "uomo dell'anno" dal giornale della Confindustria alla guida della riforma fiscale.
Il cantiere fisco ha ripreso i lavori. La riforma delle tasse è entrata nell’agenda del governo dopo un faccia a faccia ad Arcore tra Berlusconi e il Ministro dell’economia Giulio Tremonti. Si riparte dal documento del 1994. Da “libro bianco” di 200 pagine , con un’ultima da rispedire al Tesoro per i suggerimenti. Sono passati 16 anni.Tra le ipotesi di quel progetto figurava anche l’idea di fissare due aliquote per l’imposta sui redditi delle persone fisiche: la più bassa al 23 per cento, la più alta al 33. Ora la media delle tasse che gli italiani pagano si aggira intorno al 43 per cento, tanto che si lavora almeno fino ad agosto per l’erario prima che per se stessi.

La riforma del fisco, come sta dimostrando la lotta all’evasione e le facilitazioni all’emersione tipo scudo fiscale, è indispensabile in uno Stato moderno e dopo l’avvio del federalismo fiscale.

Oggi, come nel 1994, alla guida della “ task force” per riforma c’è il tributarista-fiscalista Giulio Tremonti. Allora Ministro delle Finanze, ora dell’Economia. Nel frattempo il professore universitario di Pavia , nato a Sondrio nel 1947, ha conosciuto una crescita politica e professionale di livello internazionale. Nella baraonda di una delle crisi più profonde del mondo, dopo quella conseguente al crollo di Wall Street del 1929, ha saputo destreggiarsi tra Eurofin e G8 dell’Aquila e G20 di Pittsburg. Ha tenuto in mano, nella fase d’emergenza, le leve per raddrizzare il sistema finanziario, ha contribuito, con la Banca mondiale, la Bce e i Governatori delle banche centrali, a varare misure di stimolo monetario e fiscale che hanno permesso a tutte le economie di avere ossigeno per la ripresa.

Per questo ruolo Giulio Tremonti è stato “incoronato” dal Sole 24 Ore, il giornale degli imprenditori privati diretto da Gianni Riotta( ex Tg1 e Corriere della sera) “Uomo dell’anno” davanti all’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne( per l’accordo con la Chrysler) e alla presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Una graduatoria che non ha convinto alcuni vip dell’imprenditoria e gli esperti economici del centrosinistra. Tremonti è ormai abituato a stare al centro delle polemiche e della “bagarre” con le azioni di governo, con gli interventi in Parlamento e in tv, con i libri. Non è un personaggio facile e accomodante. Sotto la spinta del premier Berlusconi si accinge ad un’impresa difficile: modernizzare l’apparato del fisco, individuare nuovi percorsi considerato che di riforme delle tasse se ne parla dagli anni Settanta.

“ La rivoluzione fiscale” parte dalla constatazione che le imposte superano ormai la metà del nostro reddito netto. Basta prendere una busta paga qualsiasi per rendersi conto che la cifra che va in tasca ai lavoratori è quasi il 50% in meno di quella scritta in alto. Ci sono poi le storture burocratiche, i balzelli a non finire, il raddoppio tra tasse nazionali, regionali e comunali. Un giornalista attento come Nicola Porro si è divertito a quantificare a partire dalla mattina a quando andiamo a letto quanto lo Stato spreme il cittadino che alla fine non ha neppure servizi pubblici adeguati ed efficienti. Le ricette sono tante. Gli oppositori all’annuncio del governo di ridurre le tasse non hanno atteso la formulazione del progetto. Il segretario del Pd Pierluigi Bersani ha liquidato l’ipotesi come “chiacchiere e niente fatti”. Più drastico e articolato il giudizio del leader della Cgil Guglielmo Epifani. Ha bocciato Tremonti sostenendo che viene dato “troppo ai ricchi e poco ai poveri. Si tratta di una mossa propagandistica fatta per rimandare decisioni che dovrebbero essere prese subito. L’aliquota del 23 è troppo alta e dovrebbe essere del 20, quella del 33 troppo bassa. Anche i tempi per la riforma sono troppo lunghi”.

Riforma bocciata su tutta la linea. Più prudenti gli altri sindacati. Il punto di arrivo resta una svolta a vantaggio del lavoro e delle famiglie. Con un vincolo secondo Tremonti: quello del debito pubblico. Per questo ci vuole realismo di fronte al forte indebitamento italiano.

Il professore-montanaro della Valtellina ricorda che il sistema fiscale era uno dei pilastri su cui si è basata la società romana e la forza del suo Impero. La raccolta delle tasse avveniva attraverso una complessa e grandiosa macchina amministrativa, confluivano nella capitale a Roma da dove ritornavano a circolare sotto forma d’investimenti statali, di opere pubbliche, di spese per l’approvvigionamento dell’Urbe e del suo governo.

Sulla fiscalità e le politiche finanziarie degli Stati sono stati scritti migliaia e migliaia di volumi. C’è poco da scoprire. Molto da fare. Il primo e più organico tentativo di sistemazione della materia fu compiuto nei primi anni del secondo dopoguerra dal Ministro Ezio Vanoni. Sono passati quasi 60 anni senza una riforma organica.

Giulio Tremonti ci vuole provare. Economista dalla forte personalità è considerato l’inventore della finanza creativa, spesso al centro di vicende contrastate ed aspre polemiche politiche. La sua popolarità tra gli imprenditori è legata alla legge che porta il suo nome e che prevedeva la riduzione di tasse per le imprese che reinvestivano gli utili. Entrato in politica con la lista Segni nel 1994 è passato poi con Berlusconi diventando Ministro delle Finanze e nel 2001 superministro dell’economia dopo l’accorpamento delle competenze di Tesoro, Bilancio e Finanze. Da quella poltrona ha ingaggiato dure battaglie con il Governatore della Banca centrale Antonio Fazio a seguito degli scandali finanziari Cirio e Parmalat. Nell’aprile del 2004 dopo un duro scontro con Gianfranco Fini si dimette ma un anno dopo viene richiamato al governo.

L’antagonista diventa l’ex Ministro del centrosinistra Vincenzo Visco. Tremonti conquista, mano mano, uno spessore internazionale che lo pone spesso al vertice delle riunioni europee e mondiali, fino a far passare la tesi della lotta comune a livello internazionale ai paradisi fiscali e della necessità di un nuovo rapporto tra Stato e mondo bancario( duro scontro sui bond ).

Sul versante politico gli viene attribuito il merito di aver favorito la ripresa dei rapporti tra il Polo delle libertà e la Lega. Rapporti che sono diventati una stretta alleanza, come dimostrano le designazioni di due leader del Carroccio Cota e Zaia alle regionali in Piemonte e Veneto.

16/12/2009 [stampa]
Il peggio della crisi è alle spalle OCSE e FMI: non abbassare la guardia.
L’Italia sesta tra i 30 paesi più industrializzati. Il Cipe sblocca infrastrutture per 8,7 miliardi. Pressing del governo sulle Regioni per il piano casa. L’ipotesi dello scontro tra poteri forti.
Il prodotto interno lordo si rianima. Le richieste di sussidi alla disoccupazione e di cassa integrazione diminuiscono. Cresce la produttività dei lavoratori. Non aumentano i rischi di ripresa dell’inflazione. Riuscire a non aumentare le tasse è per i governi quasi un gol. A quasi due anni dall’inizio della grande paura (il crack di Madoff , i crolli e i primi salvataggi di banche come Lehman Brothers, Bear Stearns, Indy Mac, Fannie Mae, Fredie Mac, Ameribank sono del settembre 2008) le cose economiche negli Usa e in Europa sembrano essersi messe su un buon binario. L’Asia tira la corsa alle materie prime con la Cina ( + 8,4 di pil) che fa shopping, con l’India ( + 6,4%) che fa incetta d’oro mentre in Sudamerica si assiste al boom del Brasile. Preoccupa ,tuttavia, l’ennesimo crack finanziario: quello della società di costruzioni controllata da Dubai World per i debiti contratti per una cinquantina di miliardi di dollari a causa del collasso della società inciampata in investimenti troppo grandi per le proprie tasche.

Niente, quindi, facili ottimismi , come ripete da mesi il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e confermato nel messaggio di fine anno. Si registrano, tuttavia, segnali incoraggianti di ripresa e di ritorno alla crescita del prodotto industriale. Per l’Ocse l’Italia è addirittura il paese che recupera meglio sui 30 Stati più industrializzati del mondo. “ Il tempo è stato galantuomo, ma bisogna insistere” ha precisato il Ministro dell’economia Giulio Tremonti al termine del G20 in Scozia, di inizio novembre, al quale hanno partecipato i Ministri finanziari e i Governatori delle banche centrali. L’Italia è il sesto “contributore” delle Nazioni Unite e la sua economia ha recuperato la terza posizione in Europa davanti all’Inghilterra. Il dato del superindicatore ( pil, occupazione, scambi commerciali) dell’Ocse è stato incassato, ai primi di novembre, con soddisfazione e sollievo.

Ora i “grandi” si muovono “per raggiungere un patto per crescere” affinché non arrivi un’altra crisi. Al vertice di St. Andrews sono state elaborate, dopo Pittsburgh, altre regole per evitare il ripetersi di terremoti sui mercati e indicata la strada perché la ripresa, appena riavviata, diventi robusta.

Le preoccupazioni, tuttavia, non mancano soprattutto in ordine ai livelli occupazionali e ai consumi delle famiglie. Non siamo ancora all’auspicata politica di exit strategy anche se la Banca centrale europea, guidata dal francese Jean-Claude Trichet, sta muovendosi attraverso un graduale ritiro dell’enorme liquidità immessa sul mercato: 442 miliardi di euro in giugno, 75 miliardi in settembre. La filosofia è che “ il sostegno delle banche centrali all’economia non sarà eterno”. Il dubbio resta su quando si tornerà alla normalità, quando cioè saranno ritirati quegli interventi straordinari che hanno evitato il collasso dei mercati finanziari e l’avvitamento della recessione. Per la Bce i governi sono in ritardo ma i leader politici restano ancora molto prudenti come appare evidente in Italia nella vicenda della riduzione dell’Irap rinviata ( sono 5 milioni e settecentomila i contribuenti che pagano l’imposta sulle attività produttive) e in Germania in cui il nuovo governo di Angela Merkel dopo aver annunciato sgravi fiscali per 24 miliardi in tre anni deve fare i conti con un deficit/ pil del 6, 5 per cento.

Per quanto riguarda l’Italia è almeno da un quindicennio che l’economia nazionale ha cominciato a perdere colpi e dinamismo. Imprese, lavoratori, famiglie hanno , in qualche modo, resistito e risposto con spirito creativo alla stretta della crisi mondiale, come avevano fatto dopo l’introduzione dell’euro, quando molti effettuarono il cambio mille lire/ un euro ( che valeva 1936, 27 e quindi si doveva cambiare a 0,52).

La fiducia dei consumatori resta, in realtà, ancora bassa. I risparmi delle famiglie italiane sono, infatti, cresciuti a dimostrazione di una prudente attesa degli eventi, anche se gli economisti, invece, sollecitano più consumi per riavviare la ripresa.

Per gettare, quindi, le basi concrete di una ri-partenza deve cambiare il quadro strutturale. Il problema è come conciliare la politica del rigore ( interpretata dal Ministro dell’economia Tremonti) con quella della spesa pubblica e delle opere pubbliche necessaria per rimettere in moto il volano dell’economia.

Uno dei banchi di prova sono gli incentivi all’auto per i quali il Fondo monetario internazionale invita alla prudenza. Per gli esperti del Fmi l’attuale fase di recupero poggia ancora troppo sugli incentivi all’auto e ad altri settori e sulle spese eccezionali. La vertenza Fiat sul progetto di chiusura dello stabilimento siciliano di Termini Imerese e sul piano generale del gruppo del Lingotto per la produzione di vetture in Italia è al centro della discussione tra azienda, sindacati e governo. In gioco c’è il piano industriale e le scelte per mettere l’industria auto italiana nelle condizioni di competere in Europa. Dopo il varo, pertanto, del piano Fiat- Chrysler ( ben accolto negli Usa e dal sindacato yankee che ne è azionista) Sergio Marchionne è atteso al varo del definitivo piano industriale del gruppo torinese( tra gennaio e marzo ) per fissare volumi produttivi, modelli e la salvaguardia degli stabilimenti sul suolo italiano.

Accanto al settore dell’auto sotto osservazione è quello delle costruzioni. Quando si mette in moto l’edilizia, dicono i vecchi saggi, tutta l’economia tira. Anche il piano casa rientra nella strategia per il rilancio dell’economia. Secondo il governo il pressing sulle Regioni serve per introdurre nell’economia da 50 a 70 miliardi nell’edilizia e in spese per artigiani, mobili, tappeti, finestre antirumore o freddo, elettrodomestici.

Un tonico che va ad accrescere il volume del programma d’investimenti sbloccato dal Cipe per 8,7 miliardi. I cantieri riguarderanno il Ponte sullo Stretto, il Terzo Valico dell’alta velocità Genova-Milano, l’autostrada Pedemontana, la tangenziale Napoli-Pozzuoli, la ricostruzione delle aree colpite dal dissesto idrogeologico in Sicilia e la ricostruzione dell’Abruzzo. Una missione di 350 imprenditori, 9 banche, 22 associazioni, guidata dal Ministro Claudio Scajola, è stata in Brasile in cerca di nuovi investimenti per migliorare l’interscambio che è di 7,2 miliardi di euro nell’immenso paese sudamericano in cui c’è aria di boom , che sta accelerando la ripresa e si appresta ad organizzare nel 2014 i Mondiali di calcio e nel 2016 le Olimpiadi a Rio de Janeiro.

La crisi economica, rileva il segretario della Cisl Bonanni, “si è placata ma bisogna essere cauti e lavorare affinché si confermino le difese per i lavoratori e per le produzioni”. Per molti, tra cui il Segretario della Cgil Guglielmo Epifani “ E’ la disoccupazione il vero problema che il paese dovrà governare nei prossimi due anni”. La ripresa fragile e i difetti strutturali fanno prevedere agli analisti economici il completo recupero del pil a partire dal 2013. I famosi sei semestri di cui parla il vicepresidente di Confindustria per l’Europa Andrea Moltrasio.

Su tutte le analisi e gli scenari aleggia quello che il giornalista liberale Piero Ostellino ipotizza come “ scontro di poteri diverso da quello che finora s’è affacciato sui media e cioè le contraddizioni tra grandi interessi economici in conflitto cui fanno da cornice, sul piano parlamentare, il confronto tra partito del rigore e il partito della spesa pubblica e su quello sociale tra paese produttivo e paese parassitario”. Per l’editorialista del Corriere della sera “ è in corso una guerra per la redistribuzione del potere tra capitalismi, sulla quale si è innestato un confronto politico-sociale per la redistribuzione delle risorse pubbliche”. E in questa visione un ruolo non secondario lo svolge “ la parte più impegnata politicamente della magistratura”. E non è un caso che il Presidente della Repubblica abbia fatto sentire “ alta e chiara” la voce per ribadire “ la legittimità a governare della maggioranza uscita vittoriosa dalle elezioni”. Un’argomentazione che,tuttavia, non ha allontanato tutte le nubi
01/12/2009 [stampa]
Il taglio delle tasse tra speranze e realtà.
Confindustria e sindacati chiedono al governo un confronto sulla riduzione della tassazione per le imprese e i lavoratori.
Tagliare le tasse si può? Una bella domanda. Ricorrente nei secoli. Tutti i governanti, dall’antico Egitto alla Roma Imperiale, dal Medioevo al Risorgimento, ci si sono cimentati. L’argomento torna, di tanto in tanto, al centro del dibattito politico ed economico. In queste settimane la riduzione della pressione fiscale è stata una delle ipotesi su cui ha lavorato il governo Berlusconi.

Un chiodo fisso da quando scese in politica per la prima volta nel 1994. Meno tasse per le imprese e i lavoratori.

Meno tasse sulla casa. Qualcosa è stato fatto in questi anni , dalla lontana giornata “ tax day” in cui il premier, affiancato da Tremonti, annunciò imposte giuste in cambio di servizi efficienti, come per esempio l’abolizione dell’Ici sulla prima abitazione, l’ampliamento dei bonus fiscali, la riforma della tassa di successione, l’accorpamento dell’Iva. C’era bisogno di una rivoluzione copernichiana dello Stato, ammalato di burocrazia, di centralismo. Meno tasse per lo sviluppo. Era il maggio del 1999 a Verona. Gli esempi erano quelli del repubblicano Ronald Reagan e della leader dei Conservatori inglesi Margareth Thatcher.

La strada, però, della riduzione delle tasse non è condivisa da tutti: non solo dalla sinistra ma anche dagli economisti che temono ripercussioni irreparabili sul piano del debito pubblico.

C’è un modello vincente da seguire? Nessuno ha la bacchetta magica: qualcosa si può e si deve fare. La Finanziaria 2008 poteva essere l’occasione per ridurre l’aliquota base dell’Irap ( l’imposta regionale sulle attività produttive i cui incassi servono principalmente a coprire le spese sanitarie) dal 4,25 al 3,9 per cento. Ma anche quel troppo poco secondo gli imprenditori è passato al vaglio a causa delle ripercussioni in atto della crisi la cui uscita è annunciata ma ancora non realizzata. Si procederà, pertanto, ad una consistente diminuzione dell’Irap, fino ad abolirla, solo gradualmente. Una tassa considerata iniqua, introdotta nel 1997 con l’accorpamento di altre imposte locali ma che scontenta tutti. Viene, infatti, calcolata al loro del costo del personale, penalizzando quindi le imprese ad alta intensità di manodopera e viene pagata anche quando l’esercizio si chiude in perdita, aggravando il conto economico. Il gettito ammonta a circa 38, 2 miliardi d’euro l’anno, ma tolti i 10 miliardi che lo Stato incassa da enti e amministrazioni pubbliche l’incasso si riduce a 27,7 miliardi.

Sulla diminuzione delle tasse si sono scontrate due filosofie: in questa fase al Ministro dell’economia Giulio Tremonti interessa di più la politica del rigore che quella della spesa. Dopo un duro scontro politico, in cui sono intervenuti tutti i big politici della maggioranza e della minoranza,la strada da percorrere sarebbe quella di dare la precedenza alle riforme a costo zero e al risanamento del debito pubblico per il quale sforamento l’Europa ha messo in mora 9, tra cui l’Italia, la Germania, la Francia e la Grecia. Si inserisce in questo quadro il drastico taglio alle poltrone della politica locale per giunte e Consigli, al tetto delle retribuzioni dei Consiglieri regionali e la revisione delle liste degli invalidi risultati falsi, secondo le indagini dell’Inps, uno su otto( oltre 100 milioni di risparmi).

L’obiettivo della riduzione dell’Irap sarà realizzato, assicurano da Palazzo Chigi, quando sarà definita la sua copertura senza provocare un aumento del deficit pubblico. Per cui niente de-tassazione delle tredicesime per ora ma solo aumento “ una tantum” delle indennità per i lavoratori precari e restituzione sotto forma di detrazione Irpef per le somme dell’IVA applicata sui rifiuti dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale.

Interessante la strada scelta dal nuovo governo di Angela Merkel e del partito liberale al fine di permettere al mercato occupazionale di riprendersi rapidamente. Alla riduzione delle tasse per le imprese e sulle successioni si aggiungono gli aumenti degli assegni familiari ( da 164 a 184 euro al mese) per ogni bambino a carico, più altri 150 se le famiglie non mandano i figli all’asilo nido pubblico nei primi tre anni di vita.

Anche in Italia, in realtà, il sistema degli armortizzatori sociali ( cassa integrazione guadagni straordinaria e ordinaria da 886 a 1065 euro al mese) copre una vasta gamma di situazioni di crisi. Il problema italiano è, però, duplice: quando si perde il lavoro difficilmente se ne trova un altro; quando si lavora il livello di tassazione fiscale è troppo elevato ( le tasse in Italia raggiungono compresi i contributi sociali il 43,3 per cento a fronte di un 39, ( dell’Europa dei 27). I lavoratori italiani( dipendenti ed autonomi) sono tra i più tartassati dal fisco: tagliare il loro carico fiscale sarebbe il modo migliore per aiutare i consumi.

Almeno due i fattori che condizionano la politica dell’Erario : l’evasione-elusione ( lavoro nero non tassato) e il taglio della spesa-spreco pubblico. Se , come osserva l’economista Alberto Quadrio Curzio, attraverso l’attuazione del federalismo fiscale ( la legge delega è stata approvata nel maggio 2009) il sommerso verrà ridotto di 10 punti ( dall’attuale 25 al 15 per cento come in Germania) ci saranno oltre 150 miliardi a disposizione per una maggiore equità ( riduzione delle aliquote), la correzione del debito pubblico e la crescita.

Il discorso della riduzione delle tasse è ricorrente: già nel 1974 ( governo Rumor, leader dc Fanfani) con la riforma tributaria le aliquote erano nove e partivano dal 20,9 al 37, 4 su redditi superiori ai 16 milioni di lire. Anche allora era in atto una tragica lotta tra monete e prezzi ( aggravata ora in Italia con l’ingresso dell’euro), ma con un tasso d’inflazione che toccava il 20 per cento. Ora il tasso d’inflazione è intorno all’uno per cento. Secondo alcuni osservatori in Italia è in atto un duro confronto tra il partito del rigore e quello della spesa pubblica, tra paese produttivo e paese parassitario. Nel dubbio le famiglie italiane risparmiano di più in attesa degli eventi. Una guerra per la redistribuzione del potere tra capitalismi sulla quale, scrive Piero Ostellino, si è innestato un confronto politico-sociale per la redistribuzione delle risorse pubbliche. Le tasse non sono estranee a questa lotta.
26/11/2009 [stampa]
Prove di Tecnocrazia.
Il convegno “ Il Mezzogiorno e la politica economica in Italia” del 26 novembre a Roma ha previsto l’introduzione con una relazione del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi.

Se la questione meridionale rappresenta ancora una grande ed irrisolta questione storica e politica appare significativo che in un convegno che affronti nella loro globalità i problemi del Mezzogiorno la indicazione delle strategie di intervento sia fatta dal Governatore.

Ad una prima valutazione sembrerebbe evidente una assenza della politica come hanno rilevato alcuni commentatori della sinistra riformista ( Il Riformista 26 novembre 2009) che rilancia le classiche formule che scandiscono come un decalogo le ricette degli interventi “ sul piano della sicurezza, della legalità, dell’amministrazione della giustizia, della scuola della ricerca, delle infrastrutture”.

E’ nota la posizione della sinistra che ritiene preliminare agli interventi strutturali per il Sud la soluzione di quelli connessi alla legalità ed alla estirpazione della malavita locale, anche se, storicamente, furono le politiche di impoverimento delle regioni meridionali attuate dai tempi del Risorgimento a determinare il radicamento storico della malavita locale.

Questa visione distorta della formazione storica del meridione riappare anche oggi, quando, a proposito dei progetti per realizzare infrastrutture di grande portata ( Ponte di Messina, )ci si oppone, indicando i pericoli di infiltrazione mafiose nei lavori per la sua realizzazione.

Sono le stesse posizioni politiche che si oppongono alla costituzione di una Banca del Sud cioè ad un intervento che consentirebbe di colmare un vuoto unico in Europa e al cospicuo risparmio delle famiglie del sud di indirizzarsi verso i necessari investimenti delle imprese locali.

E’ nota l’interessata freddezza del Governatore nei riguardi dei progetti tremontiani che riflette la sensibilità e gli interessi del pacchetto azionario di Banchitalia.

Interventi di portata “europea” che, anche emblematicamente, sintonizzino il sud d’Italia con la modernizzazione, sono gli strumenti più adatti a rendere efficaci - i comunisti di un tempo direbbero in termini strutturali - le azioni dure e necessarie contro la malavita sul piano legale e sociale.

Le difficoltà che la politica incontra per il Mezzogiorno non si superano contrastando i grandi progetti e unendosi al coro tecnocratico, ma abbandonando quella parzialità di visione – a volte un po’ razzista - che ci portiamo dietro dall’Unità d’Italia e che anche la sinistra “illuminata” stenta a digerire.
20/11/2009 [stampa]
Banche nel mirino delle polemiche.Poco credito e dervati tossici.
Il nodo dei rapporti tra mondo politico e sistema bancario. Nuove regole sul capitale, sull’erogazione dei prestiti alle pmi e sui superpremi.
Banche ancora nell’occhio del ciclone e delle polemiche. Prima, 12 mesi fa circa, per aver innescato la spirale della crisi con l’immissione dell’enorme massa di prodotti finanziari non regolamentati e tossici. Oggi per non aiutare adeguatamente la ripresa a causa dei vincoli e delle ristrettezze nel concedere credito soprattutto alle piccole e medie imprese o creando difficoltà alle famiglie nella rigoziazione dei mutui o per il costo elevato del credito al consumo.

Nelle ultime settime i giudizi non sono stati teneri. Il Ministro liberale svedese Anders Borg ha bollato alla riunione di Goteborg “ l’avidità dei banchieri difficile da incatenare”. Il Segretario al Tesoro Usa Timothy Geithner ha definito le banche una lobby che vuole, anche se legittimamente, influenzare il processo economico”, aggiungendo che “ le regole le fanno i governi, non le banche”. Anche in Italia i ministri non sono stati teneri. Giulio Tremonti è all’attacco dell’attuale sistema bancario dal 1994 e le sue critiche non riguardano solo la mancata utilizzazione degli ormai famosi “ T-bond” da parte di Banca Intesa e Unicredit.

Il governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial Stability Board Mario Draghi è impegnato in un carosello di riunioni internazionali per sostenere che nell’attuale scenario è necessario che le banche aumentino il capitale e che crescano di livello e qualità. Le banche continuano a fare profitti ma questo è dovuto in gran parte alle politiche dei governi e agli interventi di sostegno messi in campo dalle banche centrali di mezzo mondo.

Le banche non possono ,quindi, sottrarsi alle loro responsabilità. Il Comitato di Basilea presenterà entro la fine del 2010 proposte concrete per il capitale della banche al fine di arrivare ad un nuovo quadro di regole sul capitale entro il 2012. L’Econfin ha ribadito la necessità che le banche assicurino una continua disponibilità di credito all’economia. E l’Ocse sollecita una lista nera dei paradisi fiscali o paradisi delle regole. Secondo il cancelliere dello scacchiere britannico Alistair Darling dovrebbe essere messa a punto al G20 che si terrà a novembre in Scozia una lista provvisoria di paesi con un’inesistente o scarsa regolamentazione del settore finanziario.

Il cerchio si stringe intorno al sistema del credito ritenuto motore essenziale per lo sviluppo economico. Anche per non ripetere gli errori passati. C’è necessità di creare luoghi nei quali censire e rendere trasparenti le transazioni dei derivati tossici che sono oggi totalmente opache. Le banche in questo periodo non godono, infatti, di un alto gradimento. L’immagine soprattutto dei grandi gruppi internazionali è appannata dalle troppe speculazioni che hanno destabilizzato prima Wall Street e poi inquinato i mercati con quell’ enorme massa di prodotti finanziari non regolamentati che hanno giocato pesantemente sulla crisi. In Italia il rapporto banca-clienti e banca-imprese è molto conflittuale.

Alle accuse di avidità si aggiungono le critiche per le ristrettezze della massa monetaria messa a disposizione delle piccole e medie imprese, l’eccessive garanzie per avere qualsiasi tipo di credito, i costi elevati, le difficoltà di spiegare i programmi che le piccole e medie imprese, i commercianti, gli artigiani, i giovani intendono portare avanti per i loro progetti. Nessuno vuole denaro gratis, né che si accrescano le sofferenze o aumentino i rischi.

Il sistema bancario, tuttavia,ha prosperato nell’autoreferenzialità, ha inseguito il profitto per il profitto dei singoli istituti, ha ingigantito il debito collettivo, non intende sfruttare ( per lo meno non lo fanno i due big Intesa San Paolo e Unicredit) le opportunità di ri-patrimonializzazione offerte dal governo per non ritrovarsi il Tesoro in casa. Eppure i rapporti tra banchieri e politici si sono rafforzati un po’ ovunque.

Al contrario il piccolo imprenditore, le famiglie sono costretti a subire un sistema, anche se solido, non rispondente alle attese di chi vuole puntare sul futuro. C’è insoddisfazione anche per i servizi quotidiani: dal deposito ai prelievi ai bancomat, dai bonifici al saldo dei conti correnti, dal pagamento automatico delle bollette agli accrediti. All’estero pagare con la carta di credito, senza eccessivi oneri aggiuntivi, è la norma. Come utilizzare Internet per qualsiasi operazione on line. In Italia è una rarità.

Il problema dell’erogazione dei finanziamenti diventa per molti imprenditori una questione di sopravvivenza. Il titolare di un’azienda siciliana di camicie, Giuseppe Pizzino, è salito da Brolo fino a Milano per fare lo sciopero della fame davanti alla sede di Unicredit per sollecitare la riattivazione delle linee di credito. Molti impiegati statali per rinegoziare i mutui della casa stanno patendo mille sofferenze. Il credito al consumo cresce ma a prezzi elevati. A L’Aquila i terremotati si sono visti arrivare dagli istituti di credito avvisi di pagamento degli interessi che invece dovevano essere diluiti. L’ufficio studi degli artigiani di Mestre ha denunciato la contrazione annuale dei prestiti a breve e medio termine del 2, 1 e del 10, 7%.

Resta ancora al centro dell’attenzione lo scontro tra il Ministro dell’economia Tremonti e le due più grosse banche italiane sulla mancata emissione dei cosiddetti T-bond, aiuti( o obbligazioni) governativi prima richiesti dalle banche in difficoltà e una volta decisi dal governo disattesi da Unicredit e Intesa San Paolo, privilegiando altri strumenti per rafforzarsi patrimonialmente. Paura di vincoli, di pressioni più o meno occulte del Ministero dell’economia? Gli aiuti di Stato erano necessari? In Usa ,in Inghilterra, in Francia, in Olanda, in Germania sì.

In Italia invece tutti hanno sostenuto che le banche non avevano bisogno di essere salvate e che il rubinetto del credito non era chiuso. Ma a quali prezzi? L’obiettivo da raggiungere, e ripetuto alle riunioni del G7, Fmi,G20 nel mese di settembre, è quello di “ avere un sistema finanziario con meno debiti, più capitali e immune da incentivi perversi”.

Il problema lo ha riassunto la presidente degli industriali Emma Marcegaglia. “ Non ha importanza, ha sottolineato, il modo in cui si rafforzano le banche italiane, con i Tremonti bond o un aumento del capitale,quel che conta è che non chiudano i rubinetti del credito alle imprese”.

Credito e impresa sono termini strettamente legati e in Italia continua ad essere motivo di forti contrasti e tensioni. Nell’Italia post-bellica i tre poli della finanza laica, cattolica e locale hanno convissuto con una divisione dei ruoli che ha alimentato conflitti e istaurato controlli reciproci. Cabine di regia a Milano in Piazzetta Cuccia-Mediobanca, piazza Cordusio sede di Unicredit e sede di Intesa San Paolo e a Roma non solo per la sede dello Ior, banca del Vaticano. Oggi la dialettica tra Intesa San Paolo, nata nel 2006, Unicredit, nata nel 2007 e il Ministro dell’economia Tremonti apre nuovi scenari.

In vista di importanti scadenze ( rinnovi dei consigli d’amministrazione con forte ruolo delle Fondazioni nel 2010) il presidente dell’Abi Corrado Faissola cerca di buttare acqua sul fuoco delle polemiche.“ Prendersela, dice, sempre con il sistema bancario non ci fa uscire dalla crisi”. Riconosciuto che i T-bond sono stati utili non solo per gli istituti che vi hanno fatto ricorso( Banca popolare, Popolare di Milano, Monte dei paschi di Siena e Credito Valtellinese) ma per tutto il sistema che ha beneficiato del loro effetto si stanno delineando nuove strategie. Si sta facendo largo,allora, l’ipotesi che le quote dei T-bond non utilizzate potrebbero essere dirottate direttamente alle imprese.

Per il Mezzogiorno va avanti il progetto della Banca del Sud, l’unico luogo in Europa che non ha una banca locale. Uno strano paese l’Italia che contemporaneamente presenta ben 21 filiali italiane a Lugano.
20/11/2009 [stampa]
Banche bocciate dagli Italiani: Il 65% non le ritiene oneste e trasparenti.
Le banche oneste sono poche. Lo ritiene il 65 per cento degli italiani secondo l’indagine Demos e Pi sul rapporto tra cittadini e istituti di credito. Solo il 20 per cento degli intervistati prova fiducia nelle banche. La ricerca commissionata dalla Banca Etica era diretta a capire quanto spazio possa esserci in Italia per istituti di credito che sappiano garantire attenzione non solo ai profitti ma anche alla sostenibilità socio-ambientale del loro operato e di quello delle imprese che finanziano.

Dalle risposte è emersa una forte richiesta di trasparenza negli investimenti e nei finanziamenti (37%), posta anche prima del rispetto e della tutela del cliente (35%). Nel pieno della bufera finanziaria, che ha bruciato miliardi in tutto il mondo, e nel momento in cui si intravede la fine del tunnel della crisi, l’obiettivo principale dei risparmiatori e delle piccole e medie imprese resta la revisione delle regole che penalizzano l’economia sana.

Negli ultimi 20 anni sottolinea il presidente dell’istituto di credito popolare del Terzo settore Fabio Salviato “ le banche hanno smesso di svolgere il loro ruolo che era quello di raccogliere risparmio e dare fiducia agli imprenditori e ai privati. Hanno, invece,fatto sempre più finanza, non credito, alimentando con danaro il mercato finanziario con percentuali sempre più alte, favorendo la diffusione di derivati ed altri prodotti altamente speculativi. La banca deve tornare ad essere un soggetto che va a finanziare l’economia reale, naturalmente a ragion venduta”.

La percezione che si ha dell’attuale sistema bancario è che si sia voluto creare uno spesso strato di opacità. Per far capire poco e destreggiarsi tra regole e regolucce e clausole scritte con lettere microscopiche. Quando per esempio l’agenzia investigativa FBI tentò negli Usa di individuare gli speculatori che avevano scommesso al ribasso contro alcuni titoli 5 giorni prima degli attentati dell’11 settembre, guadagnando un miliardo e 400 milioni di dollari,non riuscì a trovare i colpevoli perché spariti nei meandri dei paradisi fiscali.

Ad un anno dalla grande paura e dal crollo delle banche americane, la richiesta di nuove regole e di maggiore trasparenza serve non solo per evitare il riciclaggio del danaro sporco delle associazioni malavitose ma anche per permettere al risparmiatore di capire come viene investito il proprio danaro. Per capire le conseguenze dell’abbandono della separatezza tra banca e industria, gli abusi dei patti di sindacato,i conflitti d’interesse legati al controllo delle banche sulle società di gestione del risparmio, gli intrecci nelle transazioni tra “parti correlate”.

La trasparenza è essenziale anche nella vicenda dello “ scudo fiscale”. Le banche si stanno attrezzando per “ intercettare” gli 80-100 miliardi di euro che si prevede verranno rimpatriati dei 300 che sono stati “ imboscati” nei paradisi fiscali. Intorno al sistema bancaria si nota un forte attivismo di consulenti fiscali e immobiliari per garantire il miglior rendimento ai capitali che stanno tornando in Italia. La legge abilita infatti le banche italiane e straniere, società fiduciarie tipo Sim, Sgr e gli agenti di cambio ad operare sul flusso dei capitali in arrivo. Sulla base delle esperienze del 2002( l’ultimo scudo fiscale) è stato calcolato che ogni cliente riporterà in Italia circa 100 mila euro. La corsa allora è sull’offerta delle modalità di reinvestimento di questi soldi. Banche tutte in prima fila con le strutture del family business e del private banking.

Come allora le banche potranno aiutare le imprese a crescere? “ Ora tocca alle banche, dice il membro italiano della Bce Lorenzo Bini Smaghi,avviare il necessario processo di ricapitalizzazione per sostenere la crescita”. Nei giorni scorsi Intesa San Paolo e piccola industria della Confindustria hanno siglato un accordo per migliorare l’afflusso di credito al sistema produttivo. Sono 5 miliardi gli euro a disposizione. Il Consiglio dei Ministri ha varato la Banca del Mezzogiorno, un istituto dal carattere autoctono per il Sud, l’unica grande regione d’Europa che non ha una banca propria.

Lo Stato metterà inizialmente 2-3 milioni di euro, poi uscirà per lasciare posto ai privati. L’istituto, sul modello del francese Crédit Agricole, con partnership delle Poste, dovrà canalizzare il risparmio( fisco ridotto al 5% sulle obbligazioni che verranno emesse) verso iniziative che creino occupazione. Si parte dalla constatazione che le banche nel Sud raccolgono più denaro di quanto ne prestino.

Una nuova sfida nelle incognite di oggi. E intanto nasce l’Arbitro bancario-finanziario, con sede a Milano, Roma e Napoli, un’authority indipendente che dovrà giudicare al massimo entro 165 giorni ( costo 20 euro) i ricorsi dei clienti che si sentono danneggiati o che sono scontenti per alcuni servizi e che non hanno trovato ragione negli sportelli reclami delle banche. .
La fiamma dimezzata
Aprile 2017

Confini e conflitti
Aprile 2016

Robert Brasillach, Presenza di Virgilio
Marzo 2016

UN CALCIO DA LEONI MA ANCHE DI VIOLENZE, RAZZISMO E CORRUZIONE- DI ERNESTO E SERGIO MENICUCCI
Febbraio 2015

I ripensamenti del vecchio Marx: populismo o comunismo?
07 Ottobre 2014

Paolo Pasqualucci:“ Unam sactam”
3 Giugno 2014

Un romanzo rievoca il caso Dreyfus: chi riscattò l’onore dell’ufficiale ebreo
20 Maggio 2014

Robert A. Dahl e gli equivoci della democrazia - Quattro anni per una vignetta
20 Febbraio 2014

Convegno: Itinerari del pensiero cattolico - 27 Febbraio 2014
20 Febbraio 2014

Anni Spezzati - Gli anni di piombo su Rai Uno
07 Gennaio 2014

Presentazione del libro "Ombre sul sole" di Enzo Natta - Intervento di Pietro Giubilo
18 Dicembre 2013

Paolo Mieli e i conti con la storia
13 Dicembre 2013

Domenico Fisichella - "Dal Risorgimento al Fascismo 1861-1922"
Carozzi Editore - Sfere pp.336, € 22,00

• leggi le recensioni »
rassegna stampa
archivio
Cultura per la Partecipazione Civica
HOME
POLITICA
ECONOMIA
ISTITUZIONI
AMBIENTE
ESTERI
CULTURA
APPROFONDIMENTI
EVENTI
CHIESA
SOCIETA'
RIVISTA
Cultura per la Partecipazione Civica - segreteria: leonardolastei@tiscali.it
in attesa di registrazione del tribunale
www.culturaperlapartecipazionecivica.it