o I Cultura per la Partecipazione Civica
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01/2017 [stampa]
BOOM DI VISITATORI NEI MUSEI STATALI
Più visitatori e più incassi. La stagione dei musei si è conclusa con un record positivo. I beni culturali e archeologi hanno fatto registrare presenze in crescita. Si potrebbe fare meglio. Sono stati 44,5 milioni i turisti, italiani e stranieri, che hanno visitato i luoghi della cultura italiana, per un incasso di 172 milioni. L’Italia in controtendenza in Europa dove invece i visitatori dei musei sono diminuiti. Il boom italiano ha riguardato soprattutto il patrimonio archeologico. Sono stati staccati 11 milioni di biglietti tra Colosseo, Foro Romano, Palatino, Scavi di Pompei, museo archeologico di Napoli, parco di Paestum. Per i musei statali è il terzo anno di crescita con 6 milioni in più di visitatori in tre anni. Oltre alle realtà conosciute come la Reggia di Caserta, il Castello S’Elmo di Napoli, la Venaria e il Castello di Racconigi a Torino, il Palazzo ducale di Mantova, il Palazzo Reale di Monza, il Castello Miramare di Trieste, i grandi centri archeologici della Sicilia ( le città del barocco, la Cappella Palatina a Palermo, il Duomo di Monreale, Selinunte), i nuraghi in Sardegna i turisti hanno scoperto anche beni culturali poco conosciuti come il museo della ceramica del Duca di Martina a Napoli. Al successo hanno contribuito anche le domeniche gratuite organizzate dal Ministero dei beni culturali. Dai dati ministeriali risulta che il Lazio è la prima regione con più visitatori( grazie anche al Colosseo che registra oltre 6 milioni di visitatori e cui si aggiunge un altro milione per Castel San’Angelo), al secondo posto la Campania ( grazie al boom di Pompei con 3,2 milioni di visitatori per i nuovi percorsi e la Re3ggia di Caserta), al terzo la Toscana soprattutto con i 2 milioni degli Uffizi, al quarto posto il Piemonte con i 2,5 milioni di visitatori che hanno affollato la restaurazione della Venaria. La valorizzazione dei beni culturali italiani si sta dimostrando un investimento sicuro che fa protetto e migliorato. P. G.

01/2017 [stampa]
IL CETO MEDIO ASSEDIATO DA CRISI E POVERTA’
L’esito delle elezioni presidenziali americane – non previsto dalla quasi totalità dei sondaggisti e dai media – ha cause profonde ma evidenti. Per la debolezza dei loro schemi politici interpretativi i due tradizionali partiti americani hanno ignorato una realtà pesante che ha finito per influire in modo determinante sul risultato. La riduzione del potere di acquisto dei redditi dei lavoratori; la desertificazione industriale di alcune zone dove l’attività produttiva si è delocalizzata all’estero; l’incremento dell’area di povertà fino a comprendere un adulto su cinque; la diseguaglianza che ha visto incrementare il livello della ricchezza delle fasce sociali più elevate; erano tutti elementi noti, ma ignorati nelle loro possibili conseguenze sul piano politico. Non solo ,si era diffusa la convinzione che la globalizzazione e la deregulation oltre che ridurre gli schemi di protezione sociali, avrebbero determinato per intere fasce sociali quel fenomeno di scarto sociale che corrispondeva ad una emarginazione definitiva, non limitata a mere fasi del ciclo produttivo. Nel luglio 2014 il premio Nobel Stiglitz aveva scritto che “la trappola della povertà significa che chi sta in basso ci rimane”. A questa sensazione corrispondeva l’esaltazione da parte dell’establishment dei “vantaggi” della finanziarizzazione dell’economia, del superamento dei limiti al commercio che, invece, il ceto medio individuava come le cause più evidenti del suo declino sociale. I media con i loro “maitre a penser”, espressione dell’establishment , si sono mostrati in tutto il loro carattere autoreferenziale, sempre più lontani dalla realtà. Peter Cohen - una figura molto nota a Wall Street – ha ammesso che “la quantità di disinformazione della stampa è stata disgustosa”. Anche l’emarginazione di alcuni valori sui quali si basava ancora la società americana, soprattutto nelle zone rurali, ha propagato insicurezza e disorientamento. La situazione sociale , secondo il premio Nobel , Angus Deaton , ha cominciato a togliere alle famiglie , soprattutto bianche della classe media, il “senso della vita” . Elena Molinari sin dal marzo di quest’anno ha scritto su Avvenire che questa è stata una “perdita di direzione … radicata in motivi economici”, ma dovuta anche al “ crollo epocale della struttura su cui era fondata la vita della classe media Usa: lavoro , chiesa, famiglia nucleare e fiducia nel futuro”. Ora , poiché l’orientamento generale e gli indirizzi impressi dalle organizzazioni internazionali sia politiche che, soprattutto, economiche e monetarie, puntano ad una omologazione, secondo un unico paradigma economico , cio che si è prodotto in termini sociali in America si sta determinando anche nel resto dell’Occidente e, quindi anche nell’ Europa occidentale. E c’è da aspettarsi , in analogia, un “effetto Trump” anche da noi. In un certo senso, esso si è già prodotto . Un evidente segnale in questa direzione è stato, infatti, l’esito del referendum in Gran Bretagna e la vittoria dell’exit sul remain. Commentando il risultato e riferendosi al popolo britannico , Giulio Sapelli ha detto, a suo tempo, che ”l’austerity ha strangolato la classe operaia e il ceto medio, risvegliando in loro sentimenti nazionalisti”. Anche in questo caso sondaggisti e opinionisti sono stati spiazzati da una realtà che non era stata percepita, perché la vista era offuscata dalle lenti dell’ideologia globalista. Indagini effettuate sulla base della distribuzione del voto avevano evidenziato le stesse cause che poi hanno determinato il voto americano: povertà, diseguaglianza, abbandono di attività industriali, emarginazione profonda, perdita di identità. Insomma il palesarsi di un ridimensionamento sociale del ceto medio che ha intravisto nell’Europa una espressione di quei poteri che intendono lasciare le democrazie , come dice Tremonti “ad occuparsi solo di de minimis e delle quisquilie”, facendo arretrare interventi sociali e tutele, rappresentanza e bene comune. Queste vicende elettorali e politiche, che acuti analisi del sociale attribuiscono ad una “rivolta della classe media” (Saskia Sassen), definita “inquieta” dal professor Arnaldo Bagnasco, evidenziano come tale realtà, avendo come caratteristica la piena acquisizione della cittadinanza sociale, si era posta , fino agli anni ’70 e oltre , come “il perno dell’equilibrio sociale”. Su di essa si era fondato non solo lo sviluppo economico, ma la stessa stabilità istituzionale e il permanere di valori di consolidamento e di coesione sociale come dimostrano la sua capacità di fare impresa, il radicamento territoriale, la moderazione in politica, l’attaccamento all’istituto familiare, l’aumento dell’istruzione, la vocazione ad un risparmio che si esprimeva nella proprietà dell’abitazione, un corretto orientamento nella scelta dei consumi. Se si analizzano i più recenti fenomeno sociali si vede come questi elementi stanno attraversando una crisi che non è solo economico sociale, ma anche di valori e di senso comune. Ricerche dettagliate hanno messo in rilievo che la classe media ha subito attacchi su due fronti : quello della famiglia e quello del lavoro. Nel suo recente studio Arnaldo Bagnasco ( “La questione del ceto medio”, Il Mulino, Bologna 2016 ) esaminando la realtà degli stati Uniti ha evidenziato come nell’arco degli ultimi trent’anni “i costi fissi di una famiglia tipo americana erano cresciuti più rapidamente del reddito famigliare complessivo, somma dei redditi dei due coniugi”; ed inoltre “la famiglia , caduta nella trappola quando la forbice fra redditi e costi dei servizi è cresciuta, deve rinunciare a parte almeno dei servizi che prima acquistava”; causando, di conseguenza, “una forte crescita dei fallimenti familiari” poiché “le famiglie si erano trovate … molto esposte a eventi critici non previsti” , determinando “l’impossibilità di far fronte [ a ] l’instabilità del lavoro , lo scioglimento del matrimonio, incidenti e malattie , l’indebitamento … per l’acquisto della casa … “. A livello lavorativo , un capitalismo flessibile che ha provocato adattamenti rischiosi ha avuto come conseguenza, sul piano sociale, il fatto che “la preoccupazione per il lavoro si è diffusa ovunque, diminuendo l’autostima degli individui, dividendo le famiglie , disgregando le comunità, alterando il modo in cui funzionano i posti di lavoro”. In Europa questi sviluppi si sono manifestati con un certo ritardo rispetto agli Stati Uniti, ma è facile constatare che gli stessi fenomeni si stanno ormai radicalizzando anche da noi. In Italia, il ceto medio è entrato in una fase di incertezza , per certi aspetti maggiore di quella che si è prodotta negli Stati Uniti. Infatti la diffusione della piccola e media industria – caratteristica dell’Italia – ha subito negli anni della crisi dal 2008 ad oggi un vero e proprio “genocidio” , poiché l’iperliberismo che si è diffuso , collegato alle teorie monetariste , ha puntato, anche in Italia a privilegiare la grande dimensione imprenditoriale o favorendo la delocalizzazione. . Quindi la crisi di questo comparto economico si è riverberata su aree territoriali che avevano conosciuto un grande sviluppo (es Nord-Est); anche i “colletti bianchi” del settore pubblico hanno subito un ridimensionamento economico con esclusione del livello dirigenziale; le famiglie hanno visto venir meno le certezze di un tempo che venivano riposte sia nel bene rifugio della casa che, dopo l’impennata della tassazione del governo Monti non si è più ripreso in termini di valore patrimoniale, sia nella tutela del risparmio che si trova invece esposto per le normative sul bail in e per la fragilità delle istituzioni bancarie più vicine al territorio, sia, infine,da una pertinace disoccupazione giovanile che impedisce loro un futuro paragonabile alla condizione dei propri genitori. E’ giunto il tempo che in Italia , come in Europa, si prenda atto che la rimozione dell’incertezza politica passa per la piena consapevolezza dell’importanza delle questione del ceto medio e per apprestare politiche atte a superare il rischio e il timore di una sua definitiva caduta . P. G.

12/2016 [stampa]
FABRIZIA: VITTIMA DEL TERRORISTA DI BERLINO
Fabrizia Di Lorenzo, 31 anni di Sulmona, una figlia dell’Erasmus, quattro lingue parlate, è una dei tanti giovani fuggiti dall’Italia dopo il diploma e la laurea in cerca di lavoro a Berlino come a Londra o in Olanda. Morta con altre 11 persone nella strage del mercatino di Natale della capitale tedesca in una delle zone più commerciali della città. Verrà ricordata per i suoi twitter in cui parlava dei sogni dei ragazzi italiani cittadini del mondo. L’ultimo era molto amaro e si rifaceva al film “ La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana quando un professore al termine dell’esame invita lo studente a lasciare l’Italia, un “ paese di dinosauri dove non cambia mai nulla”. Fabrizia cervello in fuga dopo un brillante percorso scolastico da linceo di Sulmona alla Sapienza di Roma, all’Università di Bologna e infine Vienna e Berlino. Ed ecco il lavoro prima alla Bosh e poi alla 4Flow, una società di consulenza di trasporti e logistica con 350 dipendenti. Una cittadina del mondo che si apprestava a tornare a casa per le feste di Natale. La sua vita stroncata da un terrorista tunisino, un giovane 24enne assoldato dall’Isis che ha rivendicato l’attentato tramite web. Anis Amri un curriculum da delinquente. Condannato a 5 anni per rapina a mano armata dai giudici tunisini, inserito dagli americani nel “ Not Fly List” per i suoi contatti con lo Stato islamico. Ma era diventato un soldato jihadista nel carcere palermitano dell’Ucciardone. Era sbarcato in Sicilia a Lampedusa nel 2011 come migrante irregolare e successivamente condannato a 4 anni di carcere per aver incendiato il centro profughi. Dopo la prigione a Palermo e Catania era stato spostato al Cie ( centro di identificazione) dove aveva ricevuto il provvedimento di espulsione. Mai effettuato però perché la Tunisia non ha accettato la decisione italiana. Libero di muoversi Anis raggiunge la Germania e viene visto due volte a Berlino dove soggiorna al centro di accoglienza di Kleve. Chiede asilo politico sotto una delle 12 identità usate dal terrorista. La Germania gli concede un permesso di soggiorno provvisorio in attesa dell’espulsione. Ha tutto il tempo allora di prendere contatto con gli islamisti iracheni di Abu Walaa e di programmare l’attentato come fissato dall’Isis : colpire i mercatini. E per farlo ruba il Tir guidato da un polacco che uccide. ( smen)

10/2016 [stampa]
IL FALLIMENTO DELL'EUROPA SULLA GESTIONE MIGRANTI
L'Europa sta vivendo una crisi d'identità senza precedenti. Dopo l'uscita dall'Unione della Gran Bretagna e la valanga di no degli ungheresi al referendum sul sistema delle quote obbligatorie di accoglienza dei profughi e il diritto dell'Ue di imporle interessi nazionali e euroscetticismo sono sempre più diffusi. Il dato che evidenzia maggiormente il fallimento dei vertici di Bruxelles ( Commissione) e di Strasburgo ( Parlamento) è proprio la questione degli immigrati. I paesi dell'Est Europa credono possibile rispondere alla sfida planetaria della migrazione ricostruendo una nuova cortina di ferro. A partire dall'Austria . Le posizioni di Bruxelles non soddisfano neppure l'Italia. La revisione del Regolamento di Dublino sull'asilo presenta aspetti negativi, perché le misure auspicate da anni da Roma non pongono un argine all'emergenza, allontanano sempre di più l'obiettivo di un'equa ripartizione dei richiedenti asilo. Bruxelles vorrebbe introdurre norme per assegnare la responsabilità unica e permanente dello Stato di primo ingresso. Ed è chiaro che il paese più danneggiato sarebbe l'Italia. L'attuale Trattato prevede invece che in caso di ingresso illegale la responsabilità del paese di primo ingresso cessi dopo 12 mesi di attraversamento clandestino della frontiera. La Commissione Junker ha ormai due anni di vita e il suo bilancio è fortemente negativo in questo campo. Va anche aggiunto che il piano di rilancio dell'economia di 300 miliardi non è mai partito. Per gli immigrati non riuscendo a trovare una via d'uscita alle redistribuzioni per nazioni ha proposto un piano per l'Africa al fine di gestire i flussi di migranti che partono dal suolo africano con i barconi. Anche la Cancelliera Merkel si è recata in Africa nel tentativo di trovare un accordo con alcuni paesi da cui parte l'ondata migratoria. Il fallimento della politica europea sui migranti e profughi è evidenziata dai numeri degi sbarchi e delle morti in mare. Grecia e Italia restano i paesi a maggiore criticità. Il Viminale ha certificato che dal primo gennaio al 7 ottobre 2016 i migranti sbarcati sono stati 143.184, il 5,4% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. La gestione degli arrivi è deficitaria, la redistribuzione squilibrata, i richiedenti asilo spesso entrano in una situazione di perenne attesa di approvazione, vivono in strutture fatiscenti e restano in Italia anche quando la loro chiesta viene respinta. Le commissioni per il diritto d'asilo sono poche, i centri di identificazione ed espulsione non funzionano 8 quelli di Milano e Bologna sono chiusi, quelli di bari ,Crotone e Gorizia inagibili), la capacità delle strutture di prima accoglienza ( come Caltanissetta) è minore del numero di persone da ospitare, il Care di Mineo è diventato un ghetto. Gli stranieri identificati con posizioni irregolari sono stati dal gennaio a luglio 22.527 ma solo 10 mila sono stati effettivamente allontanati. Hanno destato ,pertanto, grande stupore le affermazioni del presidente della Commissione Ue ,il conservatore lussemburghese Jean-Claude Junker. Da Parigi ha lanciato un proclama che avrà grandi ripercussioni politiche e sociali. “ Addio agli Stati Uniti d'Europa: non ci saranno mai. Nazioni e popoli amano le proprie tradizioni. Bisogna essere chiari: dobbiamo smettere di parlarne perché non succederà mai e la colpa non è dei governi o della burocrazia di Bruxelles ma dei cittadini”. Un botto. In una sola giornata via anni di storia, via il sogno di un'Europa unita dei popoli auspicata da Spinelli, De Gasperi, Adenauer, Schumann, via Patti ( di Roma) e Trattati. Tutto ridimensionato da Junker per il quale la Ue deve essere grande e ambiziosa sulle grandi sfide del nostro tempo ma piccola, persino timida sulle cose piccole. Per il politico lussemburghese “ l'Unione e quindi la Commissione, non ha il diritto di intromettersi in tutti gli ambiti della vita dei cittadini che non sanno chi ha deciso cosa”. La questione migranti rientra allora tra le grandi sfide o le piccole cose? Il problema resta quello di una scelta politica. Il Cancelliere dell'unificazione tedesca Helmut Kohl osservava già nel 1993 che “ gli spiriti maligni non sono stati banditi per sempre dall'Europa”. Sergio Menicucci

07/2016 [stampa]
LA GRAVE CRISI DEL SOCIALISMO EUROPEO
Si racconta che Bettino Craxi ad alcuni "compagni" in visita a Tunisi, dove si era ritirato in esilio - parlando della rischiosa inquietudine manifestatasi in vari partiti socialisti non esclusi quelli scandinavi - abbia espresso il suo pessimismo con una sorprendente domanda: dopo i comunisti toccherá ai socialisti? Sono trascorsi decenni e, pur se niente fa pensare che alla sinistra classista europea si riservi una sorte ingloriosa come quella toccata alla internazionale marxista-leninista, non si può non accorgersi che i socialisti europei siano costretti ad affrontare, in modo più o meno pesante, triboli che offuscano le prospettive. Infatti, se si guarda al di lá delle Alpi, non si fatica a rilevare che l'esistenza quotidiana dei due maggiori esponenti del p.s., non sia tra le più serene. Il primo ministro Manuel Carlos Walls, dai forti legami familiari sia con la Spagna che con l'Italia (il suo padrino di battesimo fu il singolare scrittore Carlo Coccioli) si trova ad affrontare, non soltanto uno schieramento avversario forte e deciso, ma anche le continue "liti in famiglia" fra capi e capetti che gli insidiano il posto. Nè un valido aiuto gli può giungere dal suo tutore, François Hollande, fin dall'inizio della sua presidenza costretto a fare i conti con "grane" di ogni tipo, non fra le minori quelle di carattere familiare e sentimentale. A questi due fanno da contorno personaggi che non brillano di luce propria e, quindi, non procurano alcun lustro e alcun vantaggio. Se si guarda oltre i Pirenei la realtà non è più rosea. In Spagna, nelle recenti elezioni, il partito socialista ha rischiato di essere superato dai qualunquisti di Podemus. Il non brillante Pedro Sanchez è riuscito a non far prevalere Pablo Iglesias Turriòn, ma vede oggi la sua sedia in bilico perché contestato duramente all'interno e aggredito all'esterno dalle nuove formazioni progressistiche. Quanto al Portogallo, l'attuale vertice é rappresentato da Antonio Costa che é ben lontano, come riconosce anche la stampa di Lisbona, da ridare al suo partito la capacità di iniziativa che aveva ai tempi di Mario Soares, guida indiscussa della sua compagine politica per tredici anni, dal '73 all'86. Dall'Europa del nord i segni di letargo non offrono per ora spazi alla fiducia in un risveglio imminente: il partito socialdemocratico dei lavoratori di Svezia, non può rivendicare il merito, come attestano gli osservatori internazionali più attenti, di una condizione di sicurezza per il futuro in quel settore sociale che dovrebbe stare più a cuore ad un partito di sinistra. Ne consegue che non è più in grado di rappresentare un modello e un esempio per i "compagni" del continente. In Danimarca i socialisti debbono ricorrere ad alleanze che li scolorano e li debilitano non potendo imporre una propria linea operativa sul piano economico-sociale. I recenti dati statistici lo hanno confermato. Infine la Norvegia: qui le divisioni e le contraddizioni nella sinistra sono così marcate da rendere fantasiosa ogni pretesa di primato. FAUSTO BELFIORI da La Pieve del ricusante

07/2016 [stampa]
LA LOGICA DELLA GLOBALIZZAZIONE ED UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO
Di solito quando una multinazionale delocalizza dal nostro Paese e si va a stabilire in un territorio dove il costo del lavoro costa meno, migliaia di persone perdono il proprio posto di lavoro, altrettante dell'indotto finiranno per perderlo poco dopo, tante famiglie si vedranno private del proprio reddito o comunque lo vedranno fortemente ridotto. Non si tratta della cronaca delle conseguenze di una guerra, ma del risultato terribile della politica industriale di tante aziende multinazionali. Con la semplicità e la leggerezza con cui si firma un documento, i vertici di queste aziende decretano non solo un dramma per migliaia di operai, di impiegati, ma assestano anche gravi colpi all'economia dei territori, anche se nel passato, in particolare, spesso queste attività hanno potuto godere di innumerevoli benefici e contributi a fondo perduto. Certo l'Italia non si distingue per le agevolazioni che fornisce agli imprenditori. Da anni immemorabili si parla e si scrive di carenze infrastrutturali, culturali, organizzative e delle insufficienze delle pubbliche amministrazioni e della nostra giustizia. Le decisioni di chiudere gli stabilimenti vanno però viste anche sotto un'altra prospettiva. Per capire il vero “perchè” è bene cercare di indagare nelle politiche e nelle strategie globali delle multinazionali presenti in tutto il mondo. Per tentare di far luce sui meccanismi della “globalizzazione”. Ed allora cerchiamo di leggerla bene questa “globalizzazione”. La “globalizzazione” è sostanzialmente questo: distinguere il proprio profitto dal ruolo sociale della produzione, disgiungere il proprio tornaconto da leggi, convenzioni ed accordi nazionali, separare la effettiva proprietà, in mano alla finanza internazionale, dalla produzione. Peraltro, “negli ultimi anni – si legge nell'enciclica Caritas in Veritate di Papa Benedetto XVI – si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi”. Il Papa in pratica usa lo stesso linguaggio del suo predecessore Pio XI che profeticamente nella sua Quadragesimo anno affermava: “E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l'accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell'economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento”. Sul mercato del lavoro esistono ovviamente delle “piazze” di gran lunga più convenienti di quella italiana, che anzi si distingue da tempo per l'alto costo del lavoro e per i mille intralci burocratici che contrappone a chi vuole investire. La scelta “logica” del mercato mondiale è quella, quindi, di delocalizzare gli impianti altrove... lo fanno imprenditori italiani che si trasferiscono all'estero, figuriamoci le multinazionali, il cui centro decisionale si trova in altri Paesi. È una logica singolare, certamente deformata, comunque mostruosa. In pratica, si chiude qui solo perchè non è abbastanza conveniente sulla scacchiera internazionale restarci ed anche perchè occorre “consolidare” la rendita azionaria altrove. Presso la casa madre, cioè, si punta per vincere. E per vincere a tutti i costi si getta via il sacrificabile. Ossia l'Italia, che si presenta spesso debole all'interno della stessa multinazionale negli equilibri di potere. E perchè non possiede un governo nazionale sufficientemente forte da creare troppi problemi quando si va via. Ma in generale tutta l'Europa è destinata a diventare presto solo un grande mercato con grosse riduzioni della produzione. Per giunta, i “numeri” italiani restano ancora distanti dagli altri paesi industrializzati: il ritmo di crescita, il prodotto interno lordo, la produttività, ecc. ecc., registrano tassi inferiori tra quasi tutti i paesi dell'area Euro, la pressione fiscale è perennemente superiore a quella dei nostri competitori. Quanto all'andamento più generale dell'economia, le statistiche ci dicono che i posti di lavoro aumenteranno, se aumenteranno, con tassi insignificanti. Oggi le potenzialità per ripartire ci sono a patto che si cambi “pelle” e si ripensi ad un nuovo modello di sviluppo attraverso il rilancio delle infrastrutture e dei lavori pubblici, un ricorso più agevole al credito bancario, una burocrazia più snella, una migliore formazione del personale, una giustizia più veloce ed efficiente. Anche, però, il sistema imprenditoriale dovrà farsi carico di una maggiore competitività di prodotto e di processo e quindi di un costante aggiornamento dell'uno e dell'altro. Si tratta di una strada obbligata, soprattutto, per la piccola e media impresa, perchè il problema di fondo resta la crescita insoddisfacente per poter affrontare adeguatamente il “mercato globale”. Il caso delle singole multinazionali che delocalizzano dall'Italia pone, dunque, in maniera drammatica il problema di questo tipo di economia globalizzata, nell'ambito della quale i capitali si spostano, secondo convenienza, dove produrre costa meno. E davanti ad uno strapotere tanto forte da schiacciare popoli e nazioni, si mettono in tragica evidenza i ritardi culturali dell'Europa e dell'Italia, nonché i limiti delle vecchie ideologie. Davanti alle legittime proteste dei lavoratori si fa appello alla preistorica logica del “lasciar fare”, che appare nel 21° secolo del tutto inadeguata, dal momento che il nuovo capitalismo, (definito da Luttwak “turbo-capitalismo”) è in grado di abbattere addirittura strutture sociali e Stati nazionali. Il neocapitalismo arriva in un'area in via di sviluppo, le conferisce una momentanea ricchezza, ne indebolisce ulteriormente le strutture statuali già deboli e ne sfrutta il capitale umano. Quando l'area in questione, grazie anche alla accresciuta capacità economica, eleva anche il proprio status culturale e le proprie aspettative sociali, finisce per “alzare il prezzo” detta condizioni, difende diritti, allora la multinazionale riparte, lasciando solo recessione e crisi. Va in un'altra area, ancora più povera abbastanza da accogliere i rappresentanti dell'azienda come “salvatori”, concedendo loro privilegi, contributi, sgravi fiscali. Una politica, questa, che oltre che essere anti-etica, anti-morale, anti-umana, si muove anche contro il vero sviluppo. Le aree abbandonate e desertificate dalle multinazionali si moltiplicano nel mondo (Usa compresi); le fasce di poveri in Occidente si accrescono e con esse i potenziali squilibri sociali. Ristrettissimi centri di potere finanziario calpestano l'interesse e la dignità dei popoli: ricchi e poveri, imprenditori e operai, intellettuali e disoccupati. I proprietari delle multinazionali ad esempio spesso non sono produttori di merci e servizi ma solo detentori del potere finanziario. Non sanno nemmeno come è fatto il loro prodotto. E nemmeno gli interessa saperlo. L'area socialdemocratica mondiale tentò di indicare la propria via per affrontare la globalizzazione, quindici, venti anni fa e si domandò come poter preservare la libertà dell'economia aperta mondiale con i diritti sociali. A quella domanda nessuno ha dato risposta, finora. Le letture ideologiche liberali, socialdemocratiche o, per quel che resta, marxiste non sanno dare risposte credibili. La Dottrina Sociale della Chiesa invece offre risposte adeguate e sempre valide. E più volte il Magistero ha indicato la via da seguire nel campo economico-sociale. Le Encicliche Sociali, dalla “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII alla “Quadragesimo Anno” di Pio XI, alla “Laborem Exerceus” ed alla “Sollecitudo Rei Sociatis” di Giovanni Paolo II, alla “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, senza dimenticare la costituzione conciliare “Gaudium et Spes” e recentemente di Papa Francesco la “Lumen Fidei” e l'ultima “Laudato Si'”. E la sintesi del grande insegnamento della Chiesa lo ritroviamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica. “Il lavoro non è una fatica penosa, ma la collaborazione dell'uomo e della donna con Dio nel portare a perfezione la creazione visibile...”, “La solidarietà – punto 1940 – si esprime innanzitutto nella ripartizione dei beni e nella remunerazione del lavoro...i problemi socioeconomici non possono essere risolti che mediante il concorso di tutte le forme di solidarietà...dei lavoratori tra loro, egli imprenditori e dei dipendenti nell'impresa...” Sull'importanza della giustizia sociale e del significato dell'attività economica, il Catechismo Romano dedica numerosi punti (2426-2436) evidenziando come il lavoro umano è un dono ed è un “metodo di santificazione”...e come “il lavoro è per l'uomo e non l'uomo per il lavoro... Ciascuno deve poter trarre dal lavoro i mezzi di sostentamento per la famiglia e per la propria vita” – punto 2428. Un “appello” il Catechismo Romano lo fa anche alle diverse parti sociali: “La vita economica chiama in causa interessi diversi, spesso tra loro opposti... Si farà di tutto – punto 2430 – per comporre tali conflitti attraverso negoziati che rispettino i diritti e i doveri di ogni parte sociale... i responsabili di imprese, i rappresentanti dei lavoratori...i pubblici poteri”. E rivolgendosi agli imprenditori evidenzia come questi “abbiano davanti alla società la responsabilità economica ed ecologica delle loro operazioni. Hanno il dovere di considerare il bene delle persone e non soltanto l'aumento dei profitti...” “La privazione del lavoro – punto 2436 – a causa della disoccupazione, quasi sempre rappresenta, per chi ne è vittima, un'offesa alla sua dignità e una minaccia per l'equilibrio delle vite. Oltre al danno che egli subisce personalmente numerosi rischi ne derivano per la sua famiglia...” Sempre più l'aspetto “sociale” del lavoro sta divenendo il punto focale di una nuova concezione delle relazioni industriali, per la quale gli esponenti della cultura cattolica, italiana ed europea, possono offrire gli stimoli e le proposte più interessanti: la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, ad esempio. Occorre, insomma, recuperare il ruolo sociale del lavoro e della produzione. L'Italia presenta un'economia basata su imprese piccole e medie, talvolta piccolissime, ma che ne costituiscono l'ossatura. La originalità sta nel fatto che proprio per le dimensioni di tale struttura molti imprenditori sono riusciti a superare la crisi di questi ultimi anni. Il nuovo modello di sviluppo perciò dovrà partire da questi punti di forza per puntare sul rilancio dell'agricoltura, dell'industria manifatturiera, del terziario e del turismo. Emerge infatti il lato positivo di una “vivacità imprenditoriale”, che segna la nascita di nuove imprese nonostante tutte le condizioni depongano a sfavore dell'assunzione del rischio d'impresa: è PRIMO FRA TUTTI L'oNEROSO PESO FISCALE che determina scarsa competitività e che funziona da incentivo alla fuga di capitali verso paesi più favorevolmente predisposti al settore industriale, rendendo così poco appetibile l'intero paese ad eventuali investitori. Quel che occorre perciò è innanzitutto rendere sempre più agevole la vita e la competizione alle nostre imprese. Determinante poi in questo scenario l'assenza ed il disimpegno del sistema bancario che non assiste adeguatamente le nuove imprese né la crescita di quelle esistenti. L'immane peso delle burocrazie, infine, finisce per scoraggiare chiunque sia interessato a correre il rischio d'impresa. Per sfidare l'economia globale sul suo terreno, va reso competitivo il nostro territorio, anche riportando la nostra cultura cattolica e solidarista, nazionale e comunitaria, al centro del dibattito europeo. Le vecchie ideologie non hanno più nulla da dire al proposito, l'economia stessa per assicurare il proprio sviluppo, sente il bisogno di recuperare il fattore umano, il ruolo sociale dell'impresa, il radicamento in una collettività. Per questo il 21° secolo deve vederci protagonisti di una sfida culturale, politica ed economica, che fronteggi il potere senza volto della finanza speculativa e dia, invece, possibilità concrete ai tanti imprenditori, ai professionisti, ai giovani disoccupati ed ai lavoratori. Se sapremo farlo, saremo noi a giocare questa partita. sen.Riccardo Pedrizzi già Presidente Commissione Finanze e Tesoro del Senato

06/2016 [stampa]
Flannery O'Connor, la letteratura nel tormento della fede
Bella, intelligente, volitiva. E cattolica. Una fede convinta e non nascosta. Flannery O'Connor si conferma in questo "Diario di preghiera", pubblicato da Bompiani e ben accolto dai lettori che amano le sue pagine vivacizzate da una sensibilità religiosa che genera turbamenti e conflitti interiori. Una fede, quella di Flannery, che non offre latte e miele, ma che è espressione di un'anima ansiosa di trovare la strada maestra ad una saggia esistenza. Una ragazza - ha vent'anni quando mette mano e mente al Diario - che non mira ad un'arida quiete, ma all'acquisizione di quella certezza che è il traguardo di chi affronta la vita con tutte le inevitabili trepidazioni, cotrarietà e contraddizioni che si porta dietro. Si rivolge al Padre perchè la guidi nell'impegno: gli vuole rimanere vicino testimoniando ogni giorno in tutto ciò che realizza - è la sua richiesta e speranza - i saldi principi che debbono improntare le sue pagine come le sue più modeste operazioni quotidiane alle quali lei, studentessa ammirata da professori e colleghi d'università, si accinge senza reticenze. È presa pure dal timore che il suo Diario si riveli un atto di presunzione, una manifestazione di quell'orgoglio che Flannery intende tenere sotto controllo soprattutto quando scrive spinta dal desiderio di corrispondere ai disegni celesti, sempre imperscrutabili. Il credo da lei professato con sempre maggior passione lo considera molto più spiritualmente elevato delle altre confessioni cristiane e delle altre religioni dove il fideismo e il pietismo amano sostituirsi alla fede da cui soltanto si traggono le forze per conquistare lo stato della conoscenza contemplativa. Per questo, leggendo le sue opere, non si può non ricordare una intelligenza, un'anima per la quale la scrittura era una via all'adesione e alla venerazione. Anche quando gli scrupoli l'assalgono, in maniera più imprevedibile e violenta, il segno positivo è destinato ad imporsi ridonandole le energie e riconsegnandole indicazioni sicure. Conosce i suoi limiti, si affligge, ma poi riprende a lottare. Ognuno, non soltanto Flannery, artista e scrittrice, ha il suo "territorio del diavolo" da attraversare. Non fu così anche per Teresa d'Avila? FAUSTO BELFIORI da La Pieve del ricusante

05/2016 [stampa]
Va tutto bene? Proprio no per l’Huffington Post: industria a picco, consumi in calo, lavoro al palo
Una voce decisamente controcorrente è l’Huffington Post, secondo cui, a dispetto delle fanfare governative, l’economia italiana continua a far registrare arretramenti e acciacchi. L’ultima nota dolente è la rilevazione dell’Istat sul fatturato e gli ordinativi dell’industria. A marzo 2016, rispetto al mese precedente, si è registrata infatti una diminuzione sia per il primo (-1,6%) che per i secondi (-3,3%). Sul dato complessivo pesano sia la flessione del fatturato sul mercato nazionale (- 2,6%), sia il calo degli ordinativi sul mercato estero (-5,8%). Due dati che, rispettivamente, confermano il perdurare di una crisi di domanda sul piano interno e un problema di competitività delle nostre imprese sul piano esterno. La prima, in particolare — continua il quotidiano — è segnalata anche da altri indicatori, a cominciare da quello relativo ai prezzi. Ad aprile, infatti, l’indice nazionale dei prezzi al consumo è sceso dello 0,1% su base mensile (-0,5% su base annua), confermando come la tendenza deflattiva sia ben lungi dall’arrestarsi, nonostante la politica monetaria espansiva della Bce. D’altronde, non è un caso che, insieme alle attività estrattive ed ai prodotti petroliferi raffinati, a tirare giù il fatturato delle industria siano stati proprio i beni strumentali, quelli intermedi e di consumo. Su tutti, ovviamente, il dato relativo all’andamento della ricchezza nazionale. A marzo, il Prodotto interno lordo ha fatto registrare un magro +0,3% rispetto al trimestre precedente, contro un +0,5% della zona euro. Il governo, nel Documento di economia e finanza (Def), ha previsto una crescita dell’1,2% per l’anno in corso. Stima plausibile? Bè, stando ai numeri che circolano sull’andamento dell’economia, qualche dubbio, a questo punto, è più che legittimo. E l’occupazione? Nell’Europa a 28 — continua l’Huffington Post — solo la Croazia e la Grecia stanno peggio di noi. Con un tasso di occupazione pari al 56,3% (rapporto tra il numero di persone occupate e la popolazione), scontiamo un differenziale di 17,7 punti percentuali con la Germania, di 16,4 punti con il Regno Unito e di 7,9 punti con la Francia. Non vanno meglio le cose sul versante della qualità dei contratti di lavoro. Dopo il boom di nuovi contratti a tempo indeterminato registratosi nel 2015, l’INPS ha reso noto che nel corso del primo trimestre gli stessi sono scesi di 162.000 unità, un crollo del 33,4% su base annua. Cos’è successo? Semplice: col nuovo anno sono diminuiti drasticamente gli sgravi fiscali e le imprese hanno smesso di assumere. Lo dimostrano, nello stesso periodo, anche le cifre relative alla trasformazione di contratti precari in contratti a tempo indeterminato: -31,4%.

05/2016 [stampa]
Partiti coalizzati contro la ricerca storica
Osservava l'insospettabile Gaetano Salvemini - politico mai sceso a patti con i fascisti, ma poco sopportato anche nel suo campo per l'inflessibilità nelle posizioni assunte - che il primo compito dello storico e, va aggiunto, come di qualunque studioso e ricercatore è di non lasciarsi in alcun momento bloccare dalla pigrizia mentale e di condurre sempre a termine il lavoro di indagine che ci si è proposti. Giudizio che può essere fatto proprio senza alcuna remora morale da chiunque attenda al proprio lavoro seguendo soltanto gli stimoli dell'intelligenza e della coscienza. È, quindi, molto triste dover constatare come in Italia si sia sviluppato un sentimento che finisce per imporsi fuori e contro la ragione. Un sentimento divenuto tanto coriaceo da aver potuto investire e segnare più generazioni. Ci si riferisce al peggiore dei sentimenti, cioè, all'odio che dal plumbeo '45, dal momento in cui la guerra civile condusse all'estremo disfacimento, ha malauguratamente e turpemente imposto la sua presenza stimolando quell'istinto di prevaricazione che non è tra le ultime cause del declino nazionale. La prova più recente è stata la presentazione in parlamento di una proposta di legge che, passata al vaglio dei due rami, condurrebbe a pene non lievi chi si "azzarda" a ricorrere al saluto romano ritenuto un segno di volontà eversiva e non, come intende essere ed è, una rivendicazione ideale di un'antica e veneranda memoria. E, in proposito, non è inutile sottolineare come questa nuova iniziativa faccia il paio con quella, discussa dai giuristi almeno quanto da chi si dedica alla scienza storica, mirante a mettere il bavaglio ai cultori di Clio adducendo l'inconsistente motivazione che in tal modo si impedirebbe il libellismo razzistico e negazionistico. Inconsistente, si è definito tale "provvedimento" e lo hanno dimostrato magistralmente storici e docenti di storia perchè finisce per bloccare non chi produce menzogna, ma coloro che si prefiggono di elaborare, attraverso lo "scavo" nelle cronache e nei documenti del tempo, un quadro chiaro, senza ombre e senza occultamenti, di quel succedersi di tragedie che è stato il ventesimo secolo. Proprio in questi giorni è riproposta la lettura del monumentale lavoro di Renzo De Felice che ripercorre la vita di Benito Mussolini e pone su nuove basi la ricostruzione dell'epoca fascista. Non sarebbe male se i parlamentari dei vari gruppi rileggessero quelle pagine che mettono in luce passione e scienza. È chiaro che qui non si tratta di far propria la lezione defeliciana sul Fascismo e sul suo ideatore e realizzatore, ma di capire come si debba procedere se si vuole offrire un contributo scientifico e non l'ennesima opinione partigiana su uomini e fatti. Ora i fanatici propugnatori di questa legge, malvista da tutti gli uomini di buon senso, vorrebbero aggirare l'ostacolo rappresentato dalla loro non meditata iniziativa, individuando il negazionismo non più come reato in sè, ma come aggravante di reati già previsti dalla legge. Il risultato, però, non cambia: si vorrebbe, infatti, trovare un attenuante ad una colpa che non esiste con il risultato che lo studioso rimarrebbe sempre un sorvegliato speciale. Prima di concludere si invita il lettore a riflettere su un pensiero espresso da uno scrittore ebreo: "Sono ebreo, ho perso dieci familiari ad Auschwitz, ma trovo avvilente che per affermare una verità debba occorrere una legge".

FAUSTO BELFIORI

da https://lapievedelricusante.wordpress.com



05/2016 [stampa]
Giovanni Gentile nella lezione di Primo Siena
La filosofia latita risentendo drammaticamente dell'attuale temperie intellettuale e spirituale. Da tempo, infatti, non si nota neppure il minimo tentativo di abbandonare, motivandone il rifiuto, le plumbee teorie che hanno impedito al pensiero di andare oltre l'immanenza. L'ultimo "eroe intellettuale" è stato Giovanni Gentile che meritò questa definizione da Vittorio Vettori, scrittore e docente trascurato dai cultori dell'effimero, ma non da chi mantiene la mente sveglia e vigile. Sulla stessa linea si pone Primo Siena che rivendica la costante presenza di Gentile a luminosa testimonianza di un insegnamento e, quindi, un modo di vedere e di affrontare la realtà in netto rifiuto e opposizione delle ideologie che hanno preteso e pretendono di sotituirsi agli ideali. Si deve a Siena, uomo che unisce alla disciplina del pensiero l'ardore di generosi sentimenti, l'aver avvertito il compito di offrire sempre nuovi spunti per riflessioni e conferme sull'indimenticabile maestro siciliano. Stavolta la sua indole analitica lo ha condotto ad un confronto fra le forti intuizioni gentiliane e le posizione di Julius Evola, tema di una ricerca effettuata da Roberto Melchionda, cioè, da una persona che di Evola è uno scrupoloso interprete. Ora non si può negare che Evola, del quale si riconosce il suo coraggio nel fustigare il mondo moderno, sia il patrocinatore di un tradizionalismo neopagano inconciliabile con la Tradizione verace che non trovò ostile Giovanni Gentile desideroso con il suo rigore morale e l'elevatezza del suo spirito di testimoniare il divino. Si deve, dunque, essere grati a Primo Siena, per questo ulteriore contributo a ribadire punti fermi che permettano all'uomo di retto intendimento di permanere in una verità ribadita nei secoli da sapienti, mistici e guide di anime.

FAUSTO BELFIORI

da https://lapievedelricusante.wordpress.com



04/2016 [stampa]
DAI SUMERI AI FIORENTINI
Le popolazioni della Mesopotania già ai tempi dei Sumeri avvertirono il bisogno di affidare i loro beni ai sacerdoti. Era la prima forma di deposito e prestito che si sviluppò successivamente nell'antica Grecia quando accanto ai templi nacquero i cosiddetti Trapeziti, dal nome del tavolo dietro il quale lavoravano i sacerdoti.

Quando comparvero le monete l'attività di cambiavalute era concessa in appalto dallo Stato. Nel mondo romano sorsero, allora, i banchi in ogni città sotto il controllo dei pubblici poteri: erano distinti in argentieri e nummulari che dichiaravano il contenuto di fino e di prezzo delle monete.

Furono i banchieri fiorentini che durante il Rinascimento aggiunsero alle funzioni di prestatori, custodi e cambiavalute quella di garanti dei pagamenti. Inventarono cioè gli assegni ( le lettere di credito che li impegnavano a pagare per conto di chi le portava, liberando così Sovrani e mercanti della necessità di portare con sé grandi quantità di contanti o merci preziose.

All'inizio del XV secolo Firenze aveva 80 banche che facevano prestiti a Imperatori, Re, Papi e mercanti.

La banca italiana più antica e la più longeva nel mondo è il Monte dei Paschi di Siena, nata nel 1472 come monte di pietà per dare aiuto alle classi disagiate della popolazione



03/2016 [stampa]
AGNELLI E DE BENEDETTI STRAVOLGONO L'EDITORIA
Nella stampa italiana è arrivata la rivoluzione o meglio il super-polo Repubblica-La Stampa che travolge l'assetto dell'editoria. Cambiano anche gli azionisti di maggioranza del Corriere della sera e della Gazzetta dello sport per l'uscita della Fiat Chrysler. L'accordo ( o memorandum d'intesa che sarà perfezionato e operativo entro il 2017) tra il gruppo Espresso ( controllato per il 54% dalla Cir di Carlo de Benedetti) e l'editrice Itedi ( controllata per il 77% dalla Fca che pubblica La Stampa e il Secolo XIX) porta alla creazione del primo gruppo italiano dell'informazione stampata e digitale.

In pratica sotto la coppia dei nuovi direttori Calabresi e Molinari si determinerà un aggregato che controllerà oltre il 20 per cento del mercato italiano della carta stampata e una gran fetta nel campo del digitale.

L'unione tra i quotidiani ( Repubblica con i 13 giornali locali, La Stampa e Secolo) e periodici ( L'Espresso) può contare su circa 5,8 milioni di lettori e oltre 2,5 milioni di utenti giornalieri sui loro siti d'informazione online.

L'annuncio, a Borsa chiusa, della Fca guidata da Marchionne prevede “ la piena autonomia editoriale” mentre Monica Mondardini ad della Cir-Espresso assumerà la guida della n uova società.

Il primo commento è stato quello del presidente della Cir Carlo De Benedetti ( il figlio Rodolfo è ad) secondo il quale “ l'accordo segna una svolta importante per il gruppo l'Espresso che avvia un nuovo percorso di sviluppo, garanzia di un solido futuro in un mercato difficile”.

Il nuovo aggregato, secondo i bilanci 2015, fa registrare un fatturato di 750 milioni di euro “ con la più alta redditività del settore, senza alcun debito”.

Nell'operazione l'Espresso avrà in portafoglio circa il 43%, l'Itedi il 16%, la famiglia Perrore ( Ital press holding) continuerà ad essere azionista di minoranza con una quota del 5% mentre la finanziaria Exor della famiglia Agnelli guidata da John Elkann avrà un 5% “ allo scopo di sostenere lo sviluppo di questo nuovo progetto imprenditoriale in campo editoriale”, altri azionisti Fca avranno l'11 per cento mentre il 36% del capitale sarà costituito da flottante.

L'accordo tra De benedetti e gli Agnelli quale impatto avrà sul Corriere della sera? L'uscita di Ezio Mauro dal quotidiano scalfariano e le nomine di Calabresi e Molinari a Roma e Torino avevano fatto presagire non solo il solito giro di direttori ma che in pentola bolliva qualcosa di più consistente.

La Fiat Chrysler Automobile, guidata da Sergio Marchionne, da qualche tempo mostrava segnali di voler ridurre la sua presenza in alcune parte dell'editoria per concentrarsi nel settore dell'automobile di nuovo in forte espansione come evidenziato dal rilancio della Ferrari e al salone di Ginevra. A febbraio le vendite in Italia sono salite del 27,3% e ancor più la Fiat al 33,7% con la Panda che resta la vettura più venduta, il lancio della nuova Tipo costruita in Turchia e della Giulietta e il consolidamento della Jeep Renegade e della Jeep Cheroke negli Usa.

La Fca ha annunciato di voler distribuire ai propri azionisti tutte le proprie partecipazioni detenute nelle società editoriali tra cui quella del 16, 7% in Rcs group la società che pubblica il Corriere della sera e la Gazzetta dello sport.

Secondo un comunicato con questa operazione “ giunge a compimento il ruolo svolto prima da Fiat e poi da Fca per senso di responsabilità nel corso di oltre 40 anni che ha permesso di salvare il gruppo editoriale dal fallimento in 3 occasioni, assicurando le risorse finanziarie necessarie a garantirne l'indipendenza e quindi a preservarne l'autorevolezza”.

E' proprio così? La storia dell'editoria degli ultimi 40 anni non racconta questo percorso. Gli Agnelli dai tempi dell'Avvocato e della gestione del ramo editoriale da parte di Luca Cordero di Montezemolo hanno voluto avere sempre le mani in psta nei giornali. L'ultima dimostrazione viene dall'operazione “ The Economist” dove la famiglia torinese nell'agosto del 2015 è diventata il principale azionista del settimanale inglese con il 43,4% sborsando al gruppo Pearson ben 287 milioni di sterline, ossia 405 milioni di euro. Oggi nel commentare l'operazione John Elkann dopo aver sottolineato “ l'avvincente progetto imprenditoriale” ha ricordato che il suo prozio Carlo Caracciolo ( della famiglia) contribuì a fondare Repubblica con Eugenio Scalfari.

Per Carlo Perrore infine i profondi mutamenti generati dall'evoluzione tecnologica e digitale impone di rinnovarsi costantemente “ per offrire sempre la migliore informazione ai propri lettori”.

Sergio Menicucci



02/2016 [stampa]
Antonin Scalia, il tenace giurista avversario del progressismo
Era l'avversario che Obama temeva di più. Per la limpida coscienza, per la mente sempre rischiarata e mantenuta vigile da convincimenti profondi e conseguentemente per l'intransigenza sul piano del diritto oltre che per la sua tonificante dialettica.

Un uomo amato da quegli americani che, non lasciandosi confondere dai comizi presidenziali, stimano e ammirano i loro compatrioti capaci di rimanere serenamente fermi e fermamente sereni dinanzi a problemi e a scelte che investono la vita della nazione.

Antonin Scalia, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, apparteneva a questa aristocrazia dello spirito di cui è sempre più raro trovare persona degna di rappresentarla.

È di Antonin Scalia che qui si vuole parlare. Su questo esemplare servitore dello Stato, dal giorno della scomparsa, non sono apparse che poche, frettolose righe sui giornali, segno di un appiattimento conformistico che dovrebbe far riflettere chi crede nella libertà di giudizio. Nessuno ha avuto il coraggio di commemorarlo con il rispetto dovuto ad un saggio membro del supremo consesso, fino all'ultimo giorno deciso a dare filo da torcere ai tanti esecutori delle manovre parlamentari a danno del diritto.

Un uomo di toga, Antonin Scalia, uno scienziato che aveva formato generazioni di studenti all'Università di Chicago. La stessa dove avevano insegnato nel Novecento Saul Bellow e Mircea Eliade. E lì si rese ben presto conto che il suo paese aveva bisogno di uomini provvisti di alto senso di responsabilità civica per non rimanere schiavi della demagogia. Così Antonio - questo è il nome ricevuto alla fonte battesimale dai genitori di origine italiana - operò da intellettuale serio, non dedito a proclami e proteste: uno studioso e interprete della legge che impiegava intelligenza e volontà nella tutela del cittadino. Aveva nemici, molti, ma per lui non c'erano nemici. Soltanto colleghi da convincere esponendo, mai imponendo. Consapevole di avere la legge dalla sua parte.

Ben lo comprese Ronald Reagan, il presidente definito giustamente l'antikennedy perché senza presunzione, ma con la perseveranza di chi crede nel valore delle proprie idee, riuscì a piegare ed a schiacciare l'Unione Sovietica, ridando fiducia e speranza ai popoli sottomessi al comunismo. Reagan nominò Scalia giudice della Corte Suprema: ultima trincea dell'italoamericano il cui accattivante sorriso era espressione di limpidezza dell'anima. E che si è presentato all'Altissimo confidando nella sua benevolenza per aver trascorso la vita a "rendere testimonianza alla verità".

Fausto Belfiori



01/2016 [stampa]
MIGLIORE E “IL MIGLIORE”
L’on. Gennaro Migliore, laurea in fisica, ma di professione funzionario politico, ha una bella faccia di bronzo. L’impertinente Marco Damilano, giornalista dell’Espresso, nella frequentatissima trasmissione della 7, Omnibus, lo ha apostrofato dicendo che in qualsiasi partito si sia trovato è stato sempre un forte puntello della maggioranza. Si riferiva , molto probabilmente, al fatto che il parlamentare napoletano era stato uno dei massimi dirigenti di Rifondazione Comunista quando militava in quel partito, poi, passato a SEL ed eletto nella XVII legislatrura alla Camera, ne è stato il capogruppo ed ora , transitato – in tempi di trasformismo - nel PD, è uno dei più intransigenti renziani. Non si è trattato propriamente di un complimento . Reazione di Migliore : nessuna. Come dire : colpito , ma non affondato, dimostrando una sperimentata capacità di galleggiamento.

Mentre seguivo questa esilarante querelle , è sopraggiunto in mente un altro “migliore”, per il quale, si fa per dire, non ho mai avuto eccessiva simpatia. A parte il fatto che ha rappresentato uno dei massimi capi storici del comunismo italiano e, per la sua devozione a Stalin , anche internazionale, ho sempre avvertito un profondo disagio per quella sua “doppiezza” coadiuvata da uno stile ed un’oratoria apparentemente pacati e accattivanti . Riuscì a far passare come una sua indipendenza da Mosca la scelta “monarchica” di Salerno e la partecipazione alla costruzione della Repubblica , premessa della cosiddetta “ via italiana al socialismo”, mentre , invece, come ha dimostrata la grande storica Elena Aga Rossi, operava su suggerimento della strategia staliniana.

Tuttavia, a fronte dell’on. Migliore e delle sue scelte politiche di convenienza – è anche giunto ad un incarico governativo - ho provato un moto di simpatia per “il Migliore”. Sarà stato un brutale esecutore di ordini, un fedele burocrate dell’internazionale comunista e , poi , del cominform, avrà sulla coscienza migliaia di anarchici spagnoli e fascisti italiani , se ne sarà fregato dei prigionieri italiani in Russia, anzi li avrà considerati meritevoli del “paradiso” sovietico … eppure in quel momento e per qualche aspetto , ho sentito di considerarlo, appunto, “migliore” del suo omonimo scalatore di partiti.

Ho tentato in tutti i modi di rimuovere questo “pericoloso” pensiero. Non è giusto paragonare un “feroce” capo comunista con un mediocre personaggio tutto sommato … pronto solo a salire … anzi … già salito sul carro del “vincitore” Renzi.

Riconquistato questo equlibrio mentale e di giudizio, mentre utilizzavo il telecomando per cambiare canale , ecco che un ultimo pensiero mi coglieva un po’ a tradimento: beh … in fondo … era stato un bene che Gianni Alemanno non fosse riuscito a modificare la toponomastica di una delle strade più importanti della periferia romana che , dopo i suoi cinque anni, porta ancora il nome del vero “ migliore”: viale Palmiro Togliatti. La storia è in fondo sempre la storia.

Ed è per questo che, se pur in tempi di così basso impero, sarà assai difficile che un giorno, al Migliore onorevole , possa essere intestata una via o una piazza, od, anche, un nascosto vicolo cieco.

PIETRO GIUBILO



12/2015 [stampa]
Ascesi e mistica nella ricerca di Jole D'Anna
Se si guarda indietro, ripassando le tragedie del Novecento e dei primi quindici anni del XXI secolo si constaterà che il tempo è trascorso da un conflitto all'altro: tra religioni, razze, popoli dello stesso Stato, nazioni, feudi finanziari e industriali, classi, generi. Ma il pessimismo non è la migliore prospettiva per confrontarsi con la storia così come non lo è il suo contrario, l'ottimismo. Non tutto è deserto e ci sono realtà evidenti e importanti che giustificano e alimentano la speranza. Da queste occorre ripartire.

Esistono ancora in ogni parte del mondo microcristianità costituite da famiglie che si temprano nella lettura quotidiana del Vangelo e nella recita del rosario. Microcristianità che sono veri e propri centri di resistenza oltre che custodia dell'immenso patrimonio spirituale accumulatosi nei millenni.

Qui, però, si vuole attirare l'attenzione su una famiglia composta da due coniugi dediti con la stessa passione a studi che richiamano e ravvivano la nostra tradizione religiosa, culturale e civile. Marito e moglie: persone per le quali la cultura è manifestazione di una scelta di vita.

Del primo, Nuccio D'Anna, si è già parlato nella Pieve. Le sue opere sulle antiche civiltà e sulle loro fedi, mentalità e costumi sono ormai punto di riferimento per gli specialisti del settore. Magistrale, tra gli altri lavori, l'opera dedicata al Cristianesimo celtico, momento eroico e glorioso della Chiesa.

Al suo fianco c'è la signora Jole che si distingue tra i cultori di un delicato settore come quello della spiritualità cristiana con particolare riguardo all'ascesi e alla mistica. E proprio della rivista che prende il nome di queste due vie al soprannaturale e al divino la signora è assidua collaboratrice. L'attenzione del ricusante sarà polarizzata sugli ultimi tre contributi apparsi nel corso dell'anno.

Il primo è la recensione al saggio del padre Guidalberto Bormolini che si confronta con il tema dell'armonia cosmica fondata sulla legge divina tesa a stabilire un rapporto d'amore fra l'uomo e ogni altra creatura. Padre Bormolini, sottolinea la scrittrice, tiene a ricordare nelle sue pagine l'apporto dato in proposito dai Padri della Chiesa con la loro visione di una realtà spirituale strettamente connessa a quella materiale. "Una realtà spirituale al cui centro si trova il santo che ha ricostruito in sè e attorno a sè la solidarietà primordiale esistente prima della ribellione di Adamo".

Intensa devozione, finezza di analisi e cospicua riserva di studio si congiungono nella riflessione sul brano del Vangelo di Giovanni nel quale si ricorda uno dei momenti più luminosi della vita di Gesù, la lavanda dei piedi agli apostoli. Non dall'angolo moralistico come spesso si trova in una superficiale apologetica ma considerando i simboli che racchiude. Infatti, "il simbolismo - rileva la studiosa - è una dimensione che fa parte intimamente della scienza sacra, è capace di esprimere al meglio le realtà spirituali e di coglierne il senso più profondo".

Ciò premesso, il lettore è guidato attraverso i vari gradi della conoscenza allo scopo, appunto, di penetrare nel significato più intimo della vicenda che illumina in modo peculiare la figura del Verbo. Non a caso sono citati i due grandi maestri della scuola patristica di Alessandria, Clemente e Origene.

Ne consegue il possesso del succo sapienziale contenuto nel brano: tale da predisporre il credente alle nuove prove. "Il simbolismo presente nel brano è complesso ma la comprensione graduale di ogni atto conferma e chiarisce tutti gli altri", insiste con scrupolo esegetico la scrittrice che non ha difficoltà ad essere convincente individuando, nell'atto compiuto da Cristo, l'abilitazione degli apostoli "mediante lo Spirito a compiere un cammino di discepolato nella via dell'amore".

Si è fatto riferimento in precedenza alla devozione che anima Jole D'Anna nel suo lavoro di ricerca e di attento commento ai testi sacri. Ebbene, questo fervore, accompagnato sempre da sensibilità analitica e valutativa, si riscontra anche nell'altro saggio che già nel titolo - Maria, Gratia Plena - è testimonianza di una lettura costante e raccolta della Sacra Scrittura in cui la Madonna si conferma nel suo splendore di Corredentrice e di vigile custode della Chiesa.

Madre di Dio e dell'umanità tutta: è questa verità che con la sua ammirevole acribia la studiosa vuole ribadire e proclamare. Sicura in una fede alimentata dalla meditazione di una storia sacra tutt'ora viva nel tempio di ogni cuore fedele.

Fausto Belfiori

https://lapievedelricusante.wordpress.com



12/2015 [stampa]
AUGUSTO DEL NOCE “FILOSOFO DELLA LIBERTA’ “
A dieci anni dalla morte, nel 1999, don Gianni Baget tracciò un ricordo di Del Noce sulla rivista Ideazione, definendo lo scopo vero della sua opera: “L’oggetto del pensiero di Del Noce è la storia politica considerata sotto l’aspetto filosofico . Augusto Del Noce è un filosofo laico della politica che ha per avversario ideale il totalitarismo moderno, considerato sotto la forma del comunismo come conclusione del moderno . Sotto questo aspetto Del Noce può definirsi un filosofo della libertà politica”.

Forse proprio per questa sua capacità di svelamento del condizionamento generale del marxismo e della sua metamorfosi nella politica, Del Noce giunse tardi a vedersi riconoscere una cattedra nella Università delle “baronie” rosse o radicali , o ad ottenere un precario seggio senatoriale in una DC che andava scivolando versa la stagione del suo declino.

Ma il suo insegnamento e ciò che offrì alla formazione di tanti giovani che si apprestavano all’impegno politico non ne ebbe alcun nocumento, anzi questa suo essere “scomodo” rese più facile l’avvicinarsi delle generazioni che non intendevano omologarsi al carrierismo nelle istituzioni come nella politica.

Gli incontri di Del Noce con i giovani della destra non furono episodici . Ne fece un resoconto dettagliato Giano Accame nel suo interessante intervento al convegno internazionale di studi su: “ Augusto Del Noce, essenze filosofiche e attualità storica” nel novembre del 1995. In quella circostanza vennero ricordate le frequentazioni con Innaurato, Cattabiani , Cantoni , Castagna, Giraldi e Marcolla. Quest’ultimo, sempre in quell’ importante occasione ricordò le parole con le quali Del Noce accennò ai giovani della destra nell’ultimo convegno ideologico della DC tenuto a San Pellegrino nel 1963. “ Con l’occuparci della destra tradizionalista - disse allora, come ricordò Marcolla , tra l’altro, il filosofo torinese - in quanto corrente di opinione , torniamo al punto di vista etico-politico. E’ incontestabile che questa destra attragga le simpatie di molti giovani. Perché sono nostalgici ? Perché sono figli di capitalisti ? Questa è una vera menzogna, perché i figli dei capitalisti coltivano oggi o la letteratura dell’alienazione, in pratica giustificatrice della loro rilassatezza morale, o i più seri la letteratura sociologica come fondamento del neocapitalismo. In realtà, questi giovani sono spinti verso la destra tradizionalista da una constatazione innegabile: il declino negli ultimi decenni del sentimento religioso, del sentimento nazionale e dell’aspirazione ad una forza insieme ed ideale e politica che sappia creare un clima favorevole al loro risorgere”.

Il suo apporto al riconoscimento del “tradimento della rivoluzione” da parte del pensiero e della politica comunista e il suo volgersi verso la collaborazione alla costruzione della società radicale di massa, aiutò ad impedire che tanti cattolici cadessero in alcune ”trappole” del progressismo cattolico , preparate dai sostenitori della “spirito conciliare” , che ritenevano possibile quell’incontro per il quale Giuseppe Dossetti e i suoi modesti successori si erano tanto adoperati.

Attraverso il suo pensiero fu possibile avere preziosi e profondi elementi di filosofia e di storia politica per individuare quella “rivoluzione laicista” che si iniziò a diffondere dagli anni ’70 che intendeva - ed in gran parte ottenne - arrivare all’oscuramento dei valori naturali sui quali si era mantenuta la società italiana , nonostante il carattere giacobino di tanti aspetti del Risorgimento ed alcune forzature totalitarie del fascismo.

Anche la sua lettura del fascismo fu nettamente differente da quella marxista ed azionista, anzi denunciando il carattere totalitario di quell’antifascismo che, proprio perché animato spesso dalla politica del PCI , si presentava con caratteri assolutisti e totalizzanti.

Una interessantissima intervista rilasciata a Vittorio Messori poco più di due anni prima della sua morte quasi improvvisa e pubblicata nel libro “Pensare la Storia” ci presenta un quadro umano e culturale di grande espressione e realtà.

Innanzitutto sul suo essere “scomodo”, come abbiamo accennato, Messori ne rileva l’”amarezza” per : “L’incomprensione, l’ostracismo, spesso il rifiuto anche solo di ascoltarlo o di ospitarlo in certi giornali, in certe Case editrici – e, questo, da parte “cattolica”, clericale – tutto ciò, ben più che per sé, lo rattristava per la causa della fede, del messaggio evangelico, della credibilità della Chiesa “. De Noce constatava un parallelismo tra la crisi marxista e le difficoltà della Chiesa ripetendo che “La crisi del marxismo è irreversibile, il liberalismo che sembra trionfare prendendone il posto è anch’esso in decomposizione: e, alla pari del marxismo, lo è non perché sia fallito ma proprio perché si è realizzato, capovolgendosi. E’ in crisi anche la Chiesa cattolica, ma non perché non sia più credibile o sia ormai impraticabile il suo messaggio, ma perché ci si è allontanati da esso”. Precisando : “Oggi sono rarissimi i cattolici che si preoccupano di leggere davvero il proprio tempo partendo dalla fede e dalla Tradizione come da postulati essenziali … Messi davanti ai problemi della nostra epoca, i cattolici ne recepiscono i quadri interpretativi da altre culture, senza scendere ai fondamenti ultimi. La fede, così, diventa un’etichetta inutile, della quale alla fine sbarazzarsi, non la lampada per illuminare il reale e ciò che da sotto, spesso nascostamente, lo muove”.

Questa attrazione della modernità nei riguardi di tanta cultura cattolica , secondo Del Noce, non aveva proprio alcun fondamento positivo . Riferiva Messori nell’intervista : essa si presenta come “ l’era della crescente secolarizzazione, anzi della desacralizzazione, di una negazione di Dio che in un primo periodo si cerca di rimpiazzare con dei surrogati, con dei culti secolari, mettendo la politica al posto della religione. E’ il periodo “sacrale” della secolarizzazione, quello delle ideologie che assumono i tratti della vecchia religione … . Ma, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, dal 1945, la secolarizzazione fa un ulteriore, inevitabile passo avanti ed entra nel periodo “profano”. Non più la ricerca di un surrogato della religione, ma la liberazione dalla religione, con al centro il culto di un edonismo, di una ricerca del piacere che per la prima volta nella storia non si nasconde, che anzi si gloria di se stessa”.

Il prodotto di questa evoluzione la si riscontrava nel comunismo ed è questa la sua più elevata “profezia “ come evidenzia il colloquio con Messori : “ il Partito comunista intende cambiare nome e intanto ha già assunto l’ideologia più borghese di tutte, quella del “liberalismo di sinistra” … , avviandosi a diventare un partito radicale di massa (se le masse riuscirà a conservare). E, intanto, trova i suoi più potenti fautori in quella borghesia della grande finanza internazionale, della quale da noi un Carlo De Benedetti è il prototipo esemplare. «Era prevedibilissimo», rispondeva Del Noce a chi gli chiedeva conto di queste sue virtù “profetiche”. «Non occorreva davvero essere indovini: persa per strada l’utopia rivoluzionaria, l’essenza di surrogato religioso, è restato al marxismo soltanto il suo aspetto fondamentale, di prodotto dell’illuminismo scientista, del razionalismo che esclude Dio per una scelta previa e obbligata. Anche il comunismo “all’europea”, dunque, si è rovesciato nel suo contrario: voleva affossare la borghesia e ne è divenuto una delle componenti più salde ed essenziali. Anzi, si pone ora come obiettivo storico l’imborghesire nel modo peggiore quelle masse che voleva liberare dalla cultura e dall’oppressione borghesi. Non dice nulla che, in Italia, non solo finanzieri alla De Benedetti, ma anche giornalisti corifei del più brutale “esprit bourgeois” siano gli ispiratori della dirigenza del nuovo Pci?». E non sarà un caso, aggiungiamo noi, che i massimi sponsor del leader dell’attuale Pd siano sempre gli stessi ?

Anche rispetto al confronto interno alla Chiesa, Del Noce, nel “resoconto” di Messori , previde le tenaci forzature che tutt’ora insistono, dopo il grande chiarimento di Papa Ratzinger, anche sul papato di Francesco . «Poiché», diceva a Messori , «si pensa che un certo concetto moderno di “democrazia” sia di sinistra, progressista, la riforma della Chiesa deve passare attraverso la sua democratizzazione radicale. Non avendo più una prospettiva religiosa ma, spesso inconsciamente, soltanto politica, a certi clericali sembra intollerabile l’aspetto gerarchico, monarchico della Chiesa cattolica: un aspetto “reazionario” contro il quale bisogna dunque combattere».

Rileggere Del Noce è fondamentale, per conservare una libertà di pensiero per la comprensione delle più profonde e significative prospettive storiche e culturali di oggi .

Piero Giubilo

09/2015 [stampa]
LE INCOGNITE DELLA RIFORMA DELLA SCUOLA
E’ suonata la prima campanella del nuovo anno scolastico in 8.384 scuole. Sarà una stagione di transizione con tanti buchi ( senza preside un istituto ogni sei), ancora tante supplenze e tra proteste, ricorsi, minacce di boicottare la riforma voluta dalla recente legge n.107.

I ragazzi che studio sono 7.862 mila nelle scuole pubbliche e quasi un milione in quelle paritarie, di cui molte di religiosi. Si parte con molti problemi per le famiglie, gli alunni e i docenti. Una scuola nuova a metà che soltanto a dicembre potrà trovare un rafforzamento dei docenti quando verrà ampliata la pianta organica con la selezione di circa 70 mila docenti tra il personale già abilitato. Ma secondo le organizzazioni sindacali sono ancora circa 80-100 mila i supplenti che sono ancora in forza nella scuola italiana.

Le ultime assunzioni( 29 mila derivanti dal turn-over,8 mila nella cosiddetta fase B) hanno creato non poche questioni: circa 7 mila docenti sono stati costretti ad accettare l’assunzione spostandosi lontano da casa. Dalle Regioni del Sud a quelle del Nord e nel Lazio.

In merito ad alcune linee guida della riforma ci sono molti dubbi sulla loro realizzabilità come quella principale dell’alternanza scuola-lavoro nelle scuole superiori, operazione per la quale sono stati stanziati 200 milioni al fine di garantire almeno 400 ore nell’ultimo triennio degli istituti tecnici e professionali.

Solo dopo dicembre sarà possibile, in non tutti gli istituti, avviare il potenziamento delle materie dando spazio a scienze, inglese e arti. Niente educazione fisica per ora alle elementari.

L’anno scolastico non si preannuncia facile tra vecchi problemi e nuove normative: cattedre scoperte nonostante le maxi-assunzioni, un migliaio di istituti senza preside, alto numero di supplenti( circa 60 mila) spesso rimasti ancora per un anno per non raggiungere la cattedra lontana. A questo punto molte questioni passano agli uffici scolastici territoriali.Adll’inizio dell’anno prossimo dovrebbero poi arrivare le altre novità della riforma: dalla nomina dei comitati per la valutazione dei docenti alla card di 500 euro per la formazione degli insegnanti, dai nuovi piani triennali per l’offerta formativa al piano nazionale con la nuova didattica di laboratorio.

Molti ritengono che la “ Buona scuola” sia una riforma incompleta e insufficiente. Per altri è giunto il momento del cambiamento per realizzare progetti, iniziative didattiche, educative, sportive, culturali più moderne. Una scommessa.

(smen)



08/2015 [stampa]
Itinerari sapienziali: i nessi tra musica e alchimia
Negli anni settanta del secolo scorso apparve un libro non folto di pagine, ma ricco di serrate analisi e ravvivato costantemente da forti motivazioni ideali e da vigorosi richiami spirituali. Ne era autore il poeta e saggista Quirino Principe, scomparso troppo presto e troppo presto colpevolmente dimenticato.

Con il suo testo Quirino Principe si proponeva di dare, al tramonto del ventesimo secolo, un segnale di risveglio, una manifestazione di insorgenza tesa allo scopo di evitare la perdita di un valore inestimabile per la civiltà. L’Autore metteva in evidenza soprattutto la ineliminabile distanza e la ormai incancellabile diversità e negatività della "fratria" contemporanea che, avendo perduto la visio Dei, sta desertificando il campo della millenaria sapienza cristiana. C'è, però, l'eccezione non trascurabile. Ci si riferisce al celebre musicista e musicologo Hans-Eberhard Dentler che ha consacrato - è il verbo giusto - due testi di meditazione sul Bach misterico dell'Arte della fuga e sul Sacrificio Musicale: questo deve essere il titolo e non Offerta Musicale come laicamente e profanamente è stata presentata fino ad oggi.

Questa premessa introduce alle considerazioni sull'opera dello studioso Bruno Cerchio che ha saputo mantenere la rotta spirituale e intellettuale ampliando e approfondendo l'orizzonte conoscitivo sul tema del suono filosofale attraverso i rapporti tra musica - considerata come mistica del suono armonioso - e alchimia.

Musica sentita e vissuta: non il prodotto di cerebralismi, secondo l'odierno costume, ma sistema per "superare il particolare e attingere all'universale"; via di comunicazione con il mondo soprasensibile. Anticamente, fin dall'India primordiale, si sapevano operare le opportune distinzioni. Nella fattispecie, tra la musica coltivata da Shiva e, quindi, sicuro itinerario alla liberazione interiore e "quella che assolve ad una funzione di svago mondano" e che comprende "tutte le sonorità". In questi tempi, da Berio ai cantautori. Non a livello minore degli indiani è Pitagora quando stabilisce le dovute differenze fra la musica delle Sirene, adatta alle anime mediocri e l'armonia dovuta alle Muse, riservata a coloro che sono aperti all'eternità e all'infinito, cioè alle intelligenze - aggiunge Proclo, non dimenticato da Cerchio - che attirano e al contempo dispensano armonie spirituali. E le Muse corrispondono alle sfere angeliche.

Dal canto suo l'Autore mette in guardia dal furore di quelle sonorità volgari che blandiscono le orecchie e suggeriscono scelte deleterie. Soltanto attenendosi a questi criteri si potrà esaltare la bellezza aderente a tutto ciò che è stabile e saldo. Il rapporto tra alchimia e musica è soltanto un’operazione di saggia e coraggiosa riconquista di ciò che si è perduto. Infatti, l’alchimia favorisce – è il parere dell’autore che vanta come suoi cultori sapienti della tempra di Benedetto (fu chiamato l'alchimista dello spirito monastico), Alberto Magno, Tommaso, Frate Elia, Raimondo Lullo, per limitarsi ai maggiori - il ricongiungimento alla vera tradizione che è il Sacro nella sua autenticità e nella forza generatrice di cultura e di civiltà. Pertanto - ne è convinto Bruno Cerchio - costituisce un ausilio a superare la crisi che attanaglia l'uomo contemporaneo ed a risvegliare le coscienze per riaprirsi all'Eterno.

Fausto Belfiori

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07/2015 [stampa]
Falce e martello simbolo politico del male
Forse è il caso di riflettere su quel che è avvenuto, durante il viaggio nel Sudamerica del Pontefice, quando il presidente boliviano, Evo Morales, ha consegnano al papa un Crocifisso inserito tra la falce e il martello.

Innanzi tutto due parole su Morales. Costui si è imposto nelle elezioni del suo paese sull'altro candidato, espressione di un conservatorismo che non soltanto in Bolivia, ma in tutta l'America meridionale è chiuso nella sua gretta realtà, incapace di capire ciò che sta avvenendo. I boliviani hanno scelto Morales sperando in qualche modo di uscire da un umiliante stato di costrizione. Nei fatti, sono passati da una costrizione ad un'altra: Evo è stato ed è rimasto uno dei più fanatici esponenti di quel movimento internazionale che, legato strettamente all'idea marxista-leninista ha provocato sinora terrorismo e corruzione. In proposito, vale la pena ricordare che, proprio in questi giorni, si è avuta notizia dell'indagine decisa dalla magistratura brasiliana nei riguardi dell'ex presidente Lula accusato di reati commessi nell'adempimento delle sue funzioni.

Evo Morales, dunque, è uno degli uomini duri dello schieramento marxista-leninista e per lui la falce e martello ha lo stesso significato che ha avuto ed ha per tutti gli agitatori che hanno dato vita a regimi criminali: dall'Unione Sovietica di Lenin e Stalin alla Corea del Nord di Kim Jong passando per la Cambogia di Pol Pot. Per Morales la falce e martello è l'opposto del Crocifisso; per lui e per i suoi complici è il simbolo dell'anticristo presente in questi tempi caratterizzati dalla negazione e dalla ferocia.

Quel che è più sconcertante in questo episodio, però, è il comportamento del Vaticano che, tramite il suo Servizio Stampa ha finto di non capire il significato dell'oggetto consegnato e, anzi, ha giustificato ed esaltato il gesto del boliviano adducendo motivazioni che sono servite soltanto ad accrescere l'imbarazzo.

Sembra opportuno concludere con il paterno monito di monsignore Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara e abate di Pomposa, pastore ascoltato e seguito anche dai credenti di altre diocesi per la sua intemerata chiarezza: "C'è una sola strada che conduce alla salvezza e non riesco a immaginare contesti interpretativi nuovi e diversi che ne giustifichino la sua <> all'interno di quei simboli teologici che hanno falcidiato milioni di cristiani e, al di là di essi, milioni di essere umani privandoli della loro libertà, torturandoli e uccidendoli dentro campi di concentramento sovrastati da quegli stessi simboli."

Nessun facile accordo - facciamo nostra la parole d'ordine dell'arcivescovo di Ferrara - con la mentalità mondana, ma assumere in pieno la propria responsabilità difronte a Dio e alla storia.....

Ed è sempre il Pastore a ricordare: "Dio certamente perdona, la storia no."

Fausto Belfiori

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07/2015 [stampa]
"Sapienza Sacra ed Esperienze Estatiche": nuovo saggio di Nuccio D'Anna
La figura del "ricercatore" nel corso dei secoli si è resa sempre più evidente in tutti i rami della scienza. Non esclusa, anzi, in maniera ancora più incisiva, in quello della scienza sacra. Questa occupa un ampio spazio cui va riservata la cura che meritano temi e problemi coinvolgenti inevitabilmente la coscienza dell'uomo.

Un terreno, dunque, che richiede pazienza, tenacia, perseveranza del tutto eccezionali per un dovere teso, se non ad accrescere la conoscenza, a rendere meno lontano quel Mistero che ogni civiltà si è proposta di svelare. Pertanto, in questo, più che in altri settori scientifici, appaiono opportune le messe a punto, le definizioni, sia pur destinate ad essere superate, dato per scontato il sorgere di contributi ancora più illuminanti.

Tale premessa è necessaria accingendosi a recensire il libro "Sapienza sacra ed esperienze estatiche" in cui l'autore, Nuccio D'Anna, raccoglie i frutti delle sue indagini e delle sue riflessioni su un'epoca animata dalle figure mitiche della Grecia arcaica che superano gli angusti giudizi e rigori della storia.

Codesto contributo, va sottolineato, giunge quando si è ancora immersi nell'aura biblica ricreata dallo stesso autore in "Melkitsedek", personaggio che ha fatto tremare le vene ed i polsi ai non molti studiosi che hanno avuto la temerarietà di affrontarlo. Opera che, a sua volta, era stata preceduta da una densa rievocazione de "Il cristianesimo celtico", momento centrale nella storia religiosa dell'Occidente con i suoi mistici, abati e vescovi.

Il libro qui presentato, invece, costituisce un ulteriore pellegrinaggio intellettuale e spirituale nella Grecia preclassica offrendo una puntuale ed aggiornata documentazione riguardo a un passato del quale molto si è scoperto, ma sul quale ancora molto si deve riflettere. Quello di D'Anna, perciò, non è soltanto un apporto scientifico, ma pure un invito, una esortazione a meditare su un'epoca della quale si nega significato e validità da parte della cultura in cattedra tendente al sistematico abbandono dei cardini tradizionali per favorire il nomadismo morale che rende succubi di ogni impostura ideologica.

Il cammino compiuto con le sue ricognizioni e ricomposizioni dimostra come l'autore abbia fatto tesoro del lavoro di scavo e di ripulitura di chi lo ha preceduto, ma anche di quanto si sia spinto avanti ampliando, approfondendo e illuminando maggiormente questo settore scientifico che certo non gratifica o gratifica molto meno degli altri i finti scopritori e gli ancor più perniciosi seguaci delle correnti mode intellettuali indirizzate a strumentalizzare il pensiero e i costumi antichi per tentare di legittimare le loro teorie.

Al contrario, il libro in questione induce alla lettura chi non si prefigge soltanto di arricchire il proprio bagaglio culturale, ma si propone di raggiungere, attraverso guide sicure, una sempre più vigile visione interiore.

Pregio di queste pagine, pertanto, è il consistente aiuto a chi si vuole liberare dalle storture e le chiusure dell'oggi per rivivere una spiritualità negletta, ma non perduta: la spiritualità di quei cantori ispirati, quegli aedi sacri che hanno reso radiosa l'Aurora della Grecia. Giusto, perchè rispettoso del testo, il sottotitolo del libro.

Per Omero ed Esiodo la poesia è il celeste dono delle Muse che - è il convincimento dei cantori arcani - operano "affinchè l'aedo non si arresti ad una semplice e in sè cristallizzata contemplazione di un passato irripetibile, ma agisca in modo da provocare le condizioni spirituali che danno vita al canto e ne suscitano le energie creative iniziali." Nel continuare a seguire la linea sacra fissata nel libro, si incontrano, affiancati agli aedi, i guaritori ed i medici dei primordi degni della stessa illuminante rievocazione dei maghi e dei fabbri come degli eroi e dei guerrieri.

Sui primi, guaritori e medici, non è facile ristabilire la verità sconvolta e oscurata dalla "riforma laicizzante di Ippocrate", riuscita a calare il buio sulla "dimensione spirituale che va molto oltre i culti della Grecia olimpica e riconduce all'antichissimo sostrato religioso che ha sostanziato il mondo Egeo-minoico." È da qui la nascita di scuole i cui membri svolsero ruoli che assicurarono assistenza e guarigione prima che la ciarlataneria si imponesse sugli autentici poteri del guaritore arcaico e giustificassero gli attacchi del "padre della medicina" Ippocrate e l'ironia di Eraclito, il pensatore aristocratico non disposto alla clemenza verso i promotori dello scadimento morale e spirituale.

Del resto, non era il solo: Platone non si espresse in modo meno severo dato che si doveva prendere atto di un depauperamento chiuso alle intuizioni e alle ispirazioni che legittimavano il riconoscimento del potere terapeutico, proprio del guaritore e del medico arcaico, di liberare il corpo da guasti e scompensi.

L'autore si sofferma opportunamente sulla scuola di Velia di cui parlarono il metastorico Plutarco, il poeta Orazio nonché il filosofo stoico e giurista Cicerone: una scuola sostenuta oltre che da un'organizzazione anche da una gerarchia con maestri rimasti nella memoria per i propri efficaci insegnamenti. Non certo per turismo, infatti, accorrevano a Velia moltitudini tali da reggere il confronto con quelle che si recano al santuario di Lourdes. È richiamato in questo capitolo dedicato a guaritori e medici il leggendario Melampo, il veggente, rievocato anche da Erodoto, che "partecipava della dimensione celeste" ed era provvisto di una alta sapienza tecnico-pratica da consentirgli le straordinarie doti mediche di cui parla la tradizione.

Identico stato di sacralità era riservato ai maghi ed ai fabbri dei quali è puntualizzata la funzione sociale e spirituale nell'era arcaica, estendendo le ricerche e permettendo così al lettore profano di entrare nel vivo di una questione, non secondaria, riguardante il mondo superiore nell'immaginazione preistorica e preolimpica.

E, nel descrivere convinzioni e riti, lo scrittore non rifugge dal compito di sottolineare particolari trascurati o non sufficientemente spiegati da precedenti ricercatori. Un lavoro che apre a notevoli accessi conoscitivi: è chiaro che nel caso dei maghi e dei fabbri "non si tratta di una proporzionata proiezione sociale degli artigiani e dei fabbri, ma di una condizione culturale nella quale questi demiurgoi dotati di polymétis, in virtù della loro maestria tecnico-magica assurgono ad un rango e ad un prestigio pari addirittura a quello dei loro sovrani." Vale sottolineare - trattandosi di un capitolo nel quale si individuavano le origini di livello superiore della metallurgia - il riferimento alle primordiali forme di conio sacro condannate a sparire nel processo di laicizzazione che ha ridotto e immiserito la moneta a mezzo di scambi commerciali annientandone la portata religiosa e negandone il genuino carattere rituale.

Quanto scritto in proposito assolve una indubbia funzione propedeutica arricchita da ulteriori scavi, ricerche e valutazioni in un nuovo libro che permetterà allo studioso di svolgere esaurientemente il tema su un fattore tanto importante nell'organizzazione sociale.

Nel proseguire la lettura del presente volume, si avrà ancora molto da imparare e chiarire sull'aurora della Grecia attraverso la seducente visione proposta da Nuccio D'Anna la cui acribia lo esorta ad indugiare su ogni esperienza estatica di un'era che non può essere avvilita e immiserita dalle depressive leggi del razionalismo storiografico. Le esperienze degli Eroi e dei Guerrieri determinano un campo sacro che non permette azzardi sconsiderati e si lascia attraversare da chi ha i requisiti di interiore integrità indispensabili per evitare passi falsi.

Sicuramente dai Kouretes - divinizzate creature insuperabili nel combattimento e inimitabili nella danza intesa come rito - che ebbero in affidamento il piccolo Zeus per proteggerlo da Kronos la cui sovrannaturale sovranità era ormai destinata all'estinzione.

In questo lavoro sistematico e capillare non poteva essere assente la memoria delle grandi figure che hanno caratterizzato tale confraternita: da Tirteo con i suoi "canti di marcia" a Teseo che prevale sugli ostacoli e gli inganni del labirinto grazie al superiore senso di orientamento ricevuto da Afrodite, la Purissima, riflesso celeste di Arianna. E, ancora, Achille e Patroclo, spiritualmente trasfigurato nei rituali funebri qui spiegati con la chiarezza e la profondità essenziali per introdursi nella "particolare ambientazione sacra che arriva a coniugare sapientemente iniziazioni guerriere, arte della guarigione e forme estatiche". Qualità proprie di Chirone - esaltato dal più volte citato Omero come "il più saggio dei Centauri" - e di tutte quelle figure selvagge e potenti raffrontate da D'Anna, più che ai mitici guerrieri greci, ai Gandharva della mitologia indù e ai Gigantes preolimpici, esperti nella magia.

Il quadro, illustrativo della sapienza greca e delle esperienze sacre che ad essa si collegano, si chiude con le ricerche sulle consorterie dei "guerrieri selvaggi" e della caccia rituale: pagine, certo, che non concedono indulgenze ad astrazioni ed evasioni e che donano alla mente e allo spirito un diletto non raggiungibile con le tante costruzioni e rievocazioni di chi si sottomette alle ideologie e alla sfrenata fantasia non potendosi avvalere né della scienza sacra né di una edificante immaginazione.

Fausto Belfiori

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06/2015 [stampa]
La ferita aperta armena e la costante provocazione turca
Nei millenni la storia non sempre è riuscita a registrare la sofferenza, l'agonia, l'eliminazione e la scomparsa di interi popoli dei quali spesso non ci si è neppure accorti della lunga scia di sangue che lasciavano nel loro calvario. Purtroppo, di molti si è perduto il ricordo; si ignorano le vicende che hanno condotto allo sterminio di genti che avevano il solo torto di occupare luoghi desiderati da creature simili a loro, ma spinte dall'istinto di sopraffazione e di possesso. Un istinto che sembra avere accompagnato ogni generazione, le tante generazioni che si sono succedute dal primo uomo. Ancora oggi si assiste impotenti o, peggio, indifferenti alle stragi, agli eccidi, alla sparizione di comunità strappate dalle loro terre e private della stessa vita da individui con sembianze umane arrogatisi il diritto di vita e di morte.

È ciò che si è verificato nel secolo scorso quando la religione e soprattutto la razza si sono ancor più accanite nelle nefaste operazioni discriminatorie ed eliminatrici. Il Novecento, secolo delle tirannidi comunista e nazista, è iniziato con la furia del nazionalismo ottomano scatenatasi sul popolo armeno. È stato il primo genocidio del secolo sul quale poco si è detto ed ancor meno si è fatto tanto da permettere alla Turchia di insistere nella negazione del proprio aberrante comportamento. Così la nazione che ha il privilegio di aver edificato il primo Stato cristiano, dopo un secolo esatto, si trova ancora a dover fronteggiare alla iattanza dei suoi vicini, nostalgici dell'impero di Maometto II.

In proposito va sottolineato quanto ha scritto Franca Giansoldati nel suo recente "La marcia senza ritorno". Il genocidio armeno - si legge in questo libro da non trascurare - "ha segnato la storia del Novecento e si può considerare un capitolo ancora incompleto. Come se fosse rimasto sospeso il suo epilogo storico, come se per certi versi fosse ancora da elaborare e da inserire nella memoria collettiva della cultura europea. Persino nei libri di storia persiste un vuoto, uno spazio mancante che necessita di adeguate risposte. Eppure stiamo parlando della immane tragedia di un intero popolo, considerata il primo genocidio del Novecento".

In questi mesi, giova ricordare, l'Armenia celebra i venticinque anni dalla fine del giogo sovietico e i cento anni dal genocidio. Come credenti e patrioti siamo uniti ad un popolo fiero del suo passato.

Fausto Belfiori

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05/2015 [stampa]
“VORREI ESSERE LA’ “ … AL CORRIERE DELLA SERAE
“Vorrei essere là … “ recita una canzone poco nota di Luigi Tenco. Feltri la echeggia scrivendo che tutti i giornalisti “si dividono in due categorie : quelli che hanno una scrivania in via Solferino 28 e quelli che la vorrebbero”.

Certo in quel Palazzo milanese c’è molto giornalismo, ma ancor più potere . Il più volte direttore di Libero e del Giornale, maliziosamente avverte : “chi tocca il Corriere crepa o si fa molto male”.

Per chi nutrisse ancora qualche dubbio sulla “centralità”, nel sistema di potere italiano, del giornale fondato nel 1901 da Luigi Albertini, consigliamo di andarsi a rileggere le quasi trenta pagine che dedicano due “addetti ai lavori” - Cesare Geronzi già amministratore di Rcs quotidiani e Massimo Mucchetti , vice direttore del Corriere, poi diventato parlamentare del Pd, che lo intervista ( “ Confiteor – Potere , banche e affari . La storia mai raccontata”) - alle vicende che determinarono , in anni recenti, gli assetti intorno alla proprietà e alla direzione di questo giornale. Tanto per cominciare “nel 2003” riferisce l’ex Presidente di Mediobanca “ chi le parla diede un giudizio positivo su Folli quale analista della politica , sia al presidente della Repubblica, Carlo Azelio Ciampi, sia al segretario generale del Quirinale , Gaetano Gifuni , che con due distinte telefonate me lo avevano richiesto allo scopo di esprimere , poi, il loro parere informale sulla nomina di Folli al Corriere “, aggiungendo poco dopo, “ non è stato sempre così, ma … il presidente di Rcs Quotidiani Cesare Romiti si era rivolto al Quirinale per avere suggerimenti sulla direzione”.

Geronzi si diverte a ricordare la nomina di Mieli nel 1992 “ per decisione di Agnelli” e la conclusione, nel 1997, per “ decisione … maturata nel quadro dei rapporti tra il direttore, l’Avvocato , Cesare Romiti e i banchieri Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi” , la seconda nomina nel 2004 di cui fu il “promotore” , come anche della seconda caduta voluta dallo stesso Geronzi, non solo per l’”endorsment” verso la candidatura di Prodi nel 2006 e per avergli “scavato la fossa due mesi dopo le elezioni”, ma, soprattutto, per i “tatticismi” sugli assetti di potere tra banche e imprese ( “ il dualismo di gestione “) con i quali Mieli pensò “ di ricavare un dividendo in termini di influenza sugli assetti della politica e dell’economia destabilizzando tutto senza avere un progetto vero”.

Succedette a Mieli , per due volte nel 1997 e nel 2009, Ferruccio de Bortoli. Il nome , la seconda volta, dice l’ex presidente delle Generali , venne fuori “nei colloqui a quattrocchi tra Bazoli e me”.

Dall’intervista di Geronzi un ultimo riferimento. Ragionando sulla “fine della prima Repubblica, fondata sui partiti di massa “, recita un epitaffio: “ I grandi editori puri sono scomparsi”. Ed aggiungiamo noi : i grandi quotidiani e la gran parte della stampa si sono , definitivamente, trasformati in centri di potere .

Un potere che, oltre quella stessa idea di “capitalismo di relazione” , ha inciso sulla politica , come quando accompagnò la messa da parte di Berlusconi pochi mesi dopo la sua prima vittoria elettorale con la pubblicazione della notizia dell’invito a comparire della Procura di Milano recapitato a Napoli nel 1994 , o con il ricordato sostegno alla candidatura di Prodi come alternativa al centrodestra nel 2006 con l’editoriale del suo direttore od anche con il supporto ad ogni possibile ed improbabile polo centrista.

La cifra professionale di Ferruccio De Bortoli ha avuto modo di distinguersi. Con lui Il Corriere ha cessato o , quasi, di ordire trame. Il direttore uscente ha scritto, forse con troppa, ma comprensibile, enfasi , nell’articolo dell’addio “ Il Corriere non è stato portavoce di nessuno, tantomeno dei suoi troppi e litigiosi azionisti. Non ha fatto sconti al potere , nelle sue varie forme, nemmeno a quello giudiziario. Ha giudicato i governi sui fatti , senza amicizie, pregiudizi o secondi fini”, ricordando i contrasti con Berlusconi, D’Alema, Monti e Prodi.

Qualcuno aveva ricordato “certe campagne … contro Corrado Passera”; una “strana guerra a quel poco di eccellenza che resta della nostra industria pubblica ( dall’Eni a Finmeccanica )”; “la stravagante idea di concorsi pubblici per le autority”; “appunti critici a Giorgio Napolitano “ , “ quasi sicuramente, frutto della libertà giornalistica di un direttore di qualità”.

Ludovico Festa , autore di queste ultime notazioni , qualche tempo fa’ , in piena era debortoliana , faceva un condivisibile distinguo: “Via Solferino non è Largo Fochetti , non siamo di fronte a un quotidiano guidato da una articolata strategia politica e di potere come quella che De Benedetti ispira alla Repubblica”. Aggiungendo : “ Un ottimo direttore come Ferruccio de Bortoli offre analisi e dibattiti di idee all’altezza di una grande tradizione” ( “Ascesa & declino della seconda repubblica – Italia 1992 – 2012 “ ).

Dobbiamo notare che il Corriere di De Bortoli si è caratterizzato , rispetto alla quasi totalità dei grandi quotidiani, per la sua sprezzante polemica con “giovane caudillo Renzi”, definito nell’articolo di addio “un maleducato di talento” che ”disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche”, dopo che qualche mese fa’, nel settembre 2014, in un altro editoriale, aveva criticato il premier per una squadra di governo con ministri “scelti per non far ombra al premier” o con un Pd nel quale “abbondano le controfigure renziane” , divenuto ”quasi un partito personale”, fiutando infine nel “patto del Nazareno” uno “stantio odore di massoneria”.

E’ ancor più interessante, a questo proposito, quanto ha affermato nell’intervista televisiva con Floris al programma “di martedì” sostenendo che i legami massonici contano e, soprattutto, chiedendosi come mai in Italia l’appartenenza alla Massoneria non sia trasparente come in molti altri paesi ed, oltretutto, non se ne possa parlare.

Senza eccessivi entusiasmi o riconoscimenti per De Bortoli sentiamo la necessità di apprezzarne la sua maturata libertà professionale. “Invecchiando - ha scritto Vittorio Feltri – gli uomini imparano a essere spontanei, trascurando gli opportunismi e mandando al diavolo con il sorriso sulle labbra chi li importuna, a costo di pagare un prezzo salato : prima o poi qualcuno si libera di loro”. Sempre più convinti che occorra denunciare la palude di conformismo e di opportunismo che caratterizza molte grandi e meno grandi firme della carta stampata e dello schermo televisivo.

Piero Sindici

04/2015 [stampa]
I VERTICI DELLA BANCA MPS OCCULTARONO LE PERDITE
Per i vertici del Monte dei Paschi di Siena i nodi giudiziari vengono al pettine. A ottobre 2014 il presidente Giuseppe Mussari, il direttore generale Antonio Vigni e il capo dell’area finanza Gianluca Baldassarri sono stati condannati a 3 anni e mezzo per ostacoli alla vigilanza nascondendo il contratto base che regolava l’operazione della banca giapponese Nomura.

A marzo la Procura di Milano, alla quale le carte erano state inviate da Siena, ha chiuso il filone delle indagini condotte dal nucleo valutario dalla Guardia di Finanza. Per il Procuratore aggiunto Francesco Greco e i pm Giorgio Baggio, Stefano Civardi e Mauro Clerici i tre vertici di Msp avrebbero falsificato il bilancio e fornito al mercato informazioni false. E questo per coprire le perdite di 308 milioni. La causa era legata all’operazione dei “derivati” che andavano sotto il nome di “Alexandria” e “ Santorini”.

Era il periodo tra il 2007 e il 2009 in cui la banca toscana stava facendo il passo più lungo della gamba con l’acquisto di “ Antonveneta” dalla spagnola Santander, la quale aveva sborsato 6, 6 miliardi mentre la Mps tre mesi dopo mise sul piatto 9, 3 miliardi di euro, un enorme esborso in perdita causa di sviluppi giudiziari. Una prima indagine della Magistratura era stata aperta per l’operazione sospettata di tangenti..

Secondo la Procura milanese i manager Mps e quelli della banca giapponese Nomura per presentare bilanci puliti sarebbero ricorsi ad un’operazione di finanziamento di 3 miliardi di euro in Btp al 2034 che in realtà era un derivato di copertura contro lo Stato italiano venduto da Mps a Nomura a prezzi scontati. Il reato è quindi di falso in bilancio e aggiotaggio.

Un intrico contabile-tecnico-giuridico perché la banca di Siena ( i cui amministratori sono nominati dalle amministrazioni della città e della Provincia eletti dai partiti di centrosinistra e che finanziava la squadra di basket e il Palio) non ha mai contabilizzato l’operazione come “ Credit default swap” ossia i cosiddetti strumenti finanziari cds tossici anche se ha portato in bilancio gli effetti.

Derivati sotto accusa anche a Bari. La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex ceo di Unicredit Alessandro Profumo, ora presidente di Mps, dell’attuale ceo Federico Ghizzoni per bancarotta fraudolenta con altri 14 manager e funzionari per il fallimento dell’azienda pugliese Divania dell’imprenditore Francesco Parisi che aveva sottoscritto 203 contratti derivati tra il 200 e il 2005. Sul crac Divania si è pronunciato un altro giudice barese che però ha prosciolto i 18 imputati che erano stati accusati di truffa, appropriazione indebita ed estorsione. ( smen)

04/2015 [stampa]
PER I CENTO ANNI DI PIETRO INGRAO
Certo, non è stato come Ferruccio, il diligente operatore ecologico (per il volgo, scopino) che si vantava di essere comunista e di credere in Di Vittorio, l’eroe dei dimenticati, ma che nella non lunga esistenza non si è permesso di odiare nessuno. Era comunista senza aver letto il Manifesto di Marx e senza neppure sapere che fosse stato scritto, ma perché nella sua ingenuità primordiale, era convinto che soltanto il comunismo gli avrebbe finalmente assicurato la dignità.

Nella cellula comunista di Trastevere aveva sentito parlare di Stalin e di Togliatti, ma tutto qui. Niente sapeva di loro non leggendo libri e giornali, nemmeno il quotidiano del partito. “In Russia sono tutti felici”, ripeteva. Glielo aveva detto Lello, “er fruttarolo de’ vicolo der Cinque, ‘na brava persona” che c’era stato in occasione di un viaggio organizzato dal partito per premiare i più attivi. E ciò gli bastava per rinnovare la tessera e porre la crocetta sulla scheda elettorale.

Non così Pietro Ingrao. Di buona famiglia borghese, studente serio e poi cultore di letteratura e arte, specialmente la decima, il cinema. Poi la lunga milizia politica. Una vita appassionata, sofferta e una scelta che non ha rinnegato. Pietro conosceva bene Lenin, Stalin e, soprattutto, non aveva trascurato le opere e l’azione di colui che riteneva aver dato un crisma scientifico al socialismo, Marx. E sulle pagine del teorico e agitatore di Treviri poggiava il suo odio ideologico che lo ha spinto a non venir meno alla disciplina di partito neanche quando questa gli tappava la bocca e metteva sotto processo chi condivideva le sue opinioni, ma aveva il torto di manifestarle. Una assoluta ubbidienza che faceva da contraltare al rifiuto di “un mondo che impedisce alle masse di avanzare”.

Poi giunse il crollo. Si rinunciò a tutto, tranne all’odio che sopravvisse e sopravvive. Tuttavia, Pietro Ingrao rimase se stesso: non basta la caduta di un muro per abbandonare le ragioni di una vita. Si ritirò tornando al grande amore della giovinezza: la poesia che scioglie l’odio provocato da una ideologia mistificante e, nel calore del sentimento familiare mai sopito, permette a cento anni di attendere serenamente l’incontro finale.

Fausto Belfiori

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03/2015 [stampa]
Giampaolo Pansa e Maurizio Molinari: due scuole di giornalismo
Due giornalisti. Due sistemi di lavoro per lo stesso fine: conoscere, comprendere, documentare, spiegare. Le proposte giungono da Giampaolo Pansa e da Maurizio Molinari: generazioni diverse ma con una identica passione. Più sanguigno il primo, più pacato l'altro. Decisi tutti e due, con lo stesso impegno a raggiungere il pubblico. Pansa ama tenere un tono leggero e riesce a mantenerlo in modo da essere gradito tanto a chi ama aprire il giornale o il libro seduto tra gli scaffali della biblioteca quanto al più disinibito che legge anche al tavolino di un bar. Pur essendo orientato a sinistra, questo giornalista che ha lavorato nelle redazioni dei maggiori giornali, non esita a tirar colpi sui busti e sui monumenti considerati intoccabili da coloro che militano nella stessa parte. Lo conferma questo "La destra siamo noi", il volume giunto adesso in libreria.

Non si è messo al seguito di altre bandiere, dunque; non ha cambiato casacca, come dicono i polemisti per mestiere: antifascista era e antifascista è rimasto così come non ha rinunciato a quel concetto di laicità, che però non gli vieta di parlare con rispetto e simpatia pure di abati e prelati. Egualmente non ha remore a elogiare quei fascisti che gli sono simpatici e che stima. Con il recente libro vuole far rivivere gente e situazioni che i giovani ignorano e che i vecchi hanno dimenticato o non ricordano bene.

Una umanità variegata di politici, imprenditori, terroristi, affaristi, mantenute e mantenuti di lusso, avventurieri simpatici e moralisti torvi. Dai tempi della Repubblica Sociale Italiana alla discesa in forze dei toscani a Roma. Il tutto narrato e descritto con l'animo di una persona che ha avuto modo di passare, dopo tanti anni e tante esperienze, dall'entusiasmo e dalla fiducia allo scetticismo e alla disillusione.

Il giovane Maurizio Molinari, invece, è un giornalista privo della "spigliatezza" del collega più anziano. Egli segue rigorosamente, infatti, la regola del "chi, quando, dove, come, perché". Regola aurea, praticata e seguita con scrupolo dalle precedenti generazioni. La linea-guida del giornalismo cioè, del giornalismo d'agenzia, del giornalismo che punta costantemente a non disgiungere la tempestività dalla esattezza dell'informazione. E di conseguenza sa stare sulla questione o sul fatto più urgente e immediato: oggi il terrorismo di matrice islamistica.

Nel caso specifico Molinari risale al primo manifestarsi del rivendicazionismo politico-culturale di quello cha sarebbe degenerato in movimento distruttivo, impietoso e sanguinario. Un movimento che, non diversamente dal comunismo e dal nazismo, coltiva un odio e applica una crudeltà di matrice ideologica. Niente a che fare con una autentica fede. Odio e crudeltà che rappresentano la radicalizzazione di un devozionismo avulso da principi riferibili a messaggi religiosi.

Molinari con le pagine del suo "Il califfato del terrore" mette, perciò, in evidenza come l'albero dai frutti avvelenati di oggi abbia le radici e sia cresciuto sul terreno inquinato di una cattiva esegesi. Ha, pertanto, scandagliato il passato per meglio entrare nella drammaticità dei tempi attuali nei quali si agitano uomini assurti a posizioni di potere e determinati a sconvolgere in nome di un "credo" che è soltanto il misero prodotto di una mente perversa. Va da se che - come ogni analisi, ogni studio - quelli di Molinari non sono esenti da critiche: diverse secondo il punto di vista del lettore. Ma aiuteranno certamente a valutare la gravità del pericolo che insidia l'Occidente.

Fausto Belfiori

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02/2015 [stampa]
Evelyn Waugh, riproposti i suoi racconti
Lapidaria fu la definizione che T. S. Eliot diede di se stesso: classico nella cultura, anglocattolico nella religione, reazionario in politica. Ebbene, per presentarsi Evelyn Waugh poteva servirsi delle stesse parole limitandosi, quanto alla religione, a togliere l'anglo in modo da rendere più evidente il senso universale del termine "cattolico".

Fu uno scrittore singolare nella Gran Bretagna del suo tempo: in fatto di fede l'anglicanesimo gli stava stretto e si convertì alla confessione romana per sentirsi "più vicino a Cristo", come spiegò ad un amico degli anni universitari.

I suoi romanzi attrassero molti lettori e provocarono spesso accesi dibattiti fra letterati. Il progressismo in quel periodo, era già la divisa degli intellettuali non soltanto d'oltremanica e il suo esplicito anticonformismo sincero e motivato si scontrava inevitabilmente con lo snobismo imperante nelle cattedre, nei circoli culturali, nei salotti e nel mondo dello spettacolo. In proposito c'è da notare che non fu dovuto al caso il boicottaggio di Hollywood alla trasposizione cinematografica di ben quattro suoi romanzi. Ma la disapprovazione degli intellettuali non turbò in alcun modo Evelyn che fronteggiò con sicurezza gli attacchi dei giornalisti e dei politici.

Nelle amicizie fu molto selettivo. Dal teologo Ronald Knox al poeta Paul Claudel: tutti e due ferventi cattolici. Fu aperto simpatizzante di Mussolini e di Franco e non risparmiò dure critiche al comunismo e ai tiranni che giustificavano il loro dispotismo con il riferimento alla ideologia del marxismo-leninismo.

La sua relazione sulla furia criminale di Tito, dopo il viaggio in Croazia, inviatovi dal governo di Londra alla fine del secondo conflitto, indispettì oltre ai laburisti, anche i ministri conservatori. E ciò non è sorprendente dal momento che fu lo stesso Churchill a soddisfare le pretese di Tito dopo essersi sottomesso alla prepotenza di Stalin per compiacere il suo potente alleato Roosevelt, passato in poco tempo dal filocorporativismo fascista all'attrazione verso il sistema sovietico.

A Waugh si debbono romanzi degni di rimanere nella storia della letteratura: "Il caro estinto" - satira di quella che un tempo si amava chiamare la "Mecca del cinema" - è il più noto ma non il migliore. Tuttavia non possono essere dimenticati i racconti, i saggi, le corrispondenze dai vari paesi e continenti e le biografie come quella dedicata al coraggioso missionario gesuita Edmund Campion che la misericordia preferiva praticarla piuttosto che predicarla e l'altra che rievoca il caposcuola preraffaellita Dante Gabriel Rossetti figlio di Gabriele che seguì Foscolo e precedette Pascoli nello studio del Dante "iniziato".

Non sarà ozioso, quindi, approfittare dell'opportunità di lettura offerta dal recente volume che raccoglie tutti i racconti per avere la conferma della sua efficacia nel dar vita a personaggi e situazioni che la memoria non disperde. Nell'attesa della riproposta dei suoi saggi non meno rilevanti sul piano delle idee e della scrittura.

Fausto Belfiori

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02/2015 [stampa]
Orwell, Solženicyn e il comunismo
Scrittori, autori di opere narrative i cui protagonisti sono oppositori e vittime del comunismo che in queste pagine si conferma una delle peggiori iatture del Novecento. Anticomunisti sia l'uno, George Orwell che l'altro, Aleksandr Solženicyn. Ma con motivazioni diverse e soprattutto di ben diverso spessore spirituale.

George era un intellettuale e attivista politico la cui ideologia collettivistica - il socialismo libertario - non può soddisfare l'aspirazione alla giustizia e l'esigenza di libertà. Solženicyn, invece, era un credente, un poeta che si vedeva e vedeva in una prospettiva eterna.

Il primo si limitava ad accusare il comunismo di impedire il processo sociale necessario ad assicurare la giustizia. Il secondo condannava il comunismo perché distrugge innanzi tutto le anime. E ha saputo spiegare ed esprimere ciò che pensava, ciò che sentiva nei romanzi e nei saggi dedicati alla sofferenza, alla perdita della dignità: descrizioni e riflessioni che nella denuncia individuavano e rendevano tragicamente evidente la demonicità del comunismo.

Tuttavia l'autore di opere che hanno investito profondamente la coscienza, non si è limitato a mettere alla sbarra l'ideologia marxista-leninista ma ha esteso il suo giudizio severo sino a comprendere il modo di pensare e di vivere dell'Occidente, tanto dissipatore da minacciare le basi stesse della civiltà.

Orwell si muove su un meno elevato livello. Anch'egli riprova inesorabilmente il comunismo perché impedisce il manifestarsi di ogni segno di libertà, ma non sa spingersi oltre e non sa individuare in questo sistema asfissiante per l'anima la causa della perdita di consapevolezza su un destino eterno.

Uomo, George Orwell indubbiamente leale e coraggioso - andò volontario in Spagna a combattere nelle file dei socialisti libertari - ma, purtroppo, privo della chiara visione spirituale di cui, al contrario, era provvisto il contemporaneo T. S. Eliot che vantava la classicità contro il tardo romanticismo e lo scadente e miope realismo dei tempi attuali. Ed era questo senso dell'ordine interiore e dell'armonia a dispiacere Orwell al punto da spingerlo a criticare ingenerosamente l'autore de "La terra desolata".

Fausto Belfiori

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20/02/2015 [stampa]
Saint-Exupéry e Maritain: il ricordo di un'antica polemica
Triste destino quello di Antoine de Saint-Exupéry. Non si vuole alludere alla scomparsa con il suo aereo nel Tirreno tra le coste della Sardegna e della Corsica, ma all'incomprensione che subì in vita e dopo la tragica morte. Basti pensare alle erronee e partigiane interpretazioni che sono state date alle sue opere.

Fu un poeta autentico, di alta ispirazione e di nobili sentimenti ed ideali non facilmente rintracciabili nei tanti letterati del suo tempo, a Parigi come altrove. Il fatto che sia poi diventato una moda, letto e citato da chi è nello spirito abissalmente lontano da lui, conferma tale constatazione.

Si mantenne, infatti, a distanza dalle congreghe di quegli intellettuali progressisti che negli anni trenta del secolo scorso si fecero banditori di ideologie illusorie e deprecabili. Non ebbe, perciò, buona accoglienza neppure negli ambienti cattolici, dove, del resto, già si registravano i sommovimenti di idee che avrebbero condotto al crollo della fede e dei costumi cristiani.

Così, mentre si registravano le prime avvisaglie delle inevitabili frane che si sarebbero verificate nella società e nelle anime, Saint-Exupéry fu tra i pochi a non piegarsi e a non lasciarsi sedurre né dalle sirene naziste né da quelle altrettanto ingannevoli del progressismo nelle sue varie, ma ugualmente disumanizzanti, espressioni di derivazione marxista, laicista e clericale.

Ammaliato, invece, da questa ultima fu uno dei più acclamati filosofi del suo tempo, Jacques Maritain che, dopo essere passato dal protestantesimo alla confessione romana e aver militato nelle file del movimento monarchista di Maurras, si trasferì alla sponda opposta mescolandosi tra i preti e i frati che fecero poltiglia della dottrina sociale della Chiesa prima di calpestare principi e valori del cattolicesimo.

L'inevitabile scontro tra l'enunciatore dell'Umanesimo Integrale - testo di riferimento del neocristianismo - e Saint-Exupéry si ebbe con il deflagrare della seconda guerra mondiale quando le truppe tedesche invasero la Francia.

In tale momento angoscioso, il poeta aviatore Antoine, animato da profonde istanze morali, lanciò un appello a tutti gli uomini di cultura, mossi da generoso amor di patria, per fronteggiare uniti la drammatica situazione di emergenza: un richiamo, cioè, a tutti coloro che fossero pronti a difendere la persona contro, se necessario, le pressioni della propria fazione. Venivano pertanto esclusi a priori hitleriani e marxisti-leninisti. Purtroppo, fu ascoltato da uno sparuto gruppo di "chierici". In questa esigua minoranza non c'era Jacques Maritain che respinse l'appello di Saint-Exupéry per mischiarsi con gli esponenti del "fronte popolare" patrocinato, finanziato e guidato da Stalin e dagli stalinisti. Nessun vescovo d'oltralpe alzò la voce a sostegno di chi, come l'autore del Piccolo Principe, pensava e agiva da cristiano più conseguente dello scriba Maritain.

Non ci si meraviglia, quindi, nella meditazione su un passato di tradimenti ed errori, favorita dalla lettura dell'epistolario fra i due intellettuali recentemente raccolto e pubblicato, che il marcio sia riuscito a valicare le Alpi ed a superare le mura di San Pietro.

Fausto Belfiori

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05/01/2015 [stampa]
ENTRATO IN CRISI IL POTERE CULTURALE DEL GRUPPO IL MULINO
A fine anno è scoppiata la crisi del gruppo editoriale che pubblica la rivista “ Il Mulino” e che aveva dal 2009 acquistato anche la proprietà della Carracci editori, specializzata in saggi e manuali. Le difficoltà erano già emerse nel giugno 2013 quando erano stati messi in cassa integrazione 68 dipendenti e quando a luglio 2014 i dipendenti erano stati costretti a lavorare solo 4 giorni su sette..

Era attesa una ripresa. Che , invece, non c’è stata. La crisi dell’editoria; problemi di gestione ( contrasti tra i 91 componenti dell’Associazione), divergenze sulle linee editoriali avevano causato la riduzione dei ricavi attestatisi intorno ai 10 milioni con una perdita di poco più di sette mila euro mentre la Carracci con un fatturato di 5,3 milioni aveva registrato perdite per 27 milioni dopo un rosso di 73 milioni nel 2012.

La vicenda è diventata una questione nazionale e un’angoscia per il mondo intellettuale di sinistra con la decisione del management di licenziare 17 dipendenti ( di cui 11 redattori) mettendoli di nuovo in cassa integrazione a zero ore su un totale di 32. Il tentativo di spostare all’esterno della casa madre funzioni essenziali senza chiarire i termini del piano industriale ha rafforzato le preoccupazioni per la perdita d’ identità. In occasione dello sciopero generale a Roma del 12 dicembre della Cgil e Uil i dipendenti sono sfilatati con un grande cartello in cui c’era scritto “ Il Mulino licenzia Caracci editore”. Ha destato preoccupazione la creazione di una nuova società , la Edimill, in cui dovranno confluire 14 dipendenti, una società controllata dalla Edifin che a sua volta detiene la maggioranza del Mulino e Caracci.

Una serie di scatole cinesi per portare a termine operazioni di ristrutturazione aziendale tipiche di un capitalismo sempre criticato dagli intellettuali e politologi bolognesi. Alla scuola del Mulino sono cresciuti alcuni dei massimi esponenti del centrosinistra a partire da Romano Prodi ( che vi ha pubblicato quasi tutti i suoi libri sui problemi industriali e le sue esperienze al vertice dell’Iri e della Commissione di Bruxelles) all’ex Ministro dc Nino Andreatta, da Pasquino a Galli, da Ernesto Galli della Loggia a Panebianco.

Butta acqua sul fuoco l’amministratore Giuliano Bassani secondo il quale “ i timori sono infondati perché non ci sarà alcuna perdita dell’anima ma stiamo rafforzando la società con aumento di capitale”. A freddarlo è stato però Luigi Pedrazzi, l’unico dei fondatori del 1954 in vita, che non ha usato mezzi termini “ è vergognoso quello che accade al Mulino”.

Il riferimento è alla scarsa attenzione dei politici per la crisi di una casa editrice che è stata la fucina di un mondo nato liberal-conservatore e trasformatasi in cucina del centrosinistra.

Uno dei 91 soci dell’Associazione( che si riuniranno a gennaio per fare il punto della situazione, Ernesto Galli della Loggia scrive “ quello che è nato come un luogo d’incontro di culture diverse, un laboratorio di discussioni si è pietrificato in un’arcigna fortezza ideologica del centrosinistra, in un custode di tutti i suoi fragili miti”.

I soci del Mulino hanno infoltito negli anni quadri istituzionali come Presidente del Consiglio ( Romano Prodi e Giuliano Amato), Ministri, sindaci, etc.

Per il politologo “ Il Mulino si trova a rappresentare per un verso l’opposizione più chiusa e per l’altro il potere più consolidato: una schizofrenia micidiale che ne ha segnato la progressiva paralisi intellettuale. Lo testimonia la cooptazione dei nuovi soci membri delle cordate accademiche o similari di cui un terzo dall’Università di Bologna, pochissime donne e nessun socio da Roma in giù”.

L’attuale presidente è il giurista Enzo Cheli ex presidente della Corte Costituzionale, direttore della rivista Michele Salvati, considerato da molti un intellettuale vicino al presidente Matteo Renzi.

Sergio Menicucci

01/12/2014 [stampa]
SUCCESSI ITALIANI IN FISICA E NELLO SPAZIO
Fisici e astronauti italiani alle stelle. Il premio Nobel per la fisica è stato assegnato al britannico Peter Higg, 84 anni, e al belga Francois Englert. Ma erano stati i fisici del Cern di Ginevra guidati dagli italiani Fabiola Gianotti e Guido Tonelli che nel 2011 avevano scoperto il bosone di Higgs, quello che i vincitori del Nobel avevano solo teorizzato nel 1964 per completare il modello standard della fisica moderna e cioè quello che descrive l’architettura d base della natura formata da varie particelle( elettroni, protoni etc) e tre delle quattro forze fondamentali ( intenzione forte, debole ed elettromagnetica, rimanendo fuori la forza di gravità).

Le prospettive sono, nelle speranze degli scienziati, di trovare le particelle che spiegano la materia oscura e l’energia oscura che riempiono il 96% dell’universo.

E’ laureato in fisica teorica anche lo scrittore torinese Paolo Giordano, autore del libro “ la solitudine dei numeri primi” che ha vinto il premio Strega.

L’ecellenza italiana è anche all’Esa, l’ente spaziale europeo, con la prima donna astronauta italiana Samantha Cristoforetti, ingegnere e pilota dell’Aeronautica militare e selezionata tra 8.500 candidati europei, che resterà per sei mesi a bordo della stazione spaziale internazionale (Iss).

Sono stati altri 6 gli italiani che hanno partecipato ad una o più missioni spaziali. Si tratta di Franco Malerba nel 1993, Umberto Guidoni tra il 1998 e il 2001, Roberto Vittori tra il 2001 e il 2005, Paolo Nespoli tra il 2007 e il 2010 e infine Luca Parmitano nel 2013.

Il rientro di Samanta è previsto in zona del Kazakhstan con i due compagni di viaggio il russo Anton Shkaplerov e l’americana Terry Virts.

Il settore aeronautico, dove lavorano circa 6 mila addetti, è un campo di eccellenza dell’industria italiana con a capo società del gruppo Finmeccanica come Thales Alenia Space. L’Italia è diventata un esportatore di moduli spaziali non solo per la Stazione spaziale internazionale ma anche per la futura esplorazione di Marte. I cargo italiani sono usati per le navette di rifornimento a Cygnus e il modulo abitativo con il quale ha volato la Cristoforetti sarà utilizzato per i futuri viaggi nello spazio più profondo. I successi italiani sono uno stimolo per i giovani scienziati come è stato per la partecipazione al lander Philae della sonda Rosetta che è arrivata dopo 10 anni su una cometa.

I gruppi di ricercati in Esa, Asi e al Cern di Ginevra partecipano attivamente allo sviluppo della conoscenza e della tecnologia europee. Dopo la nomina di Fabiola Gianotti al vertice del Cern un’altra italiana, Simona Di Pippo, è stata nominata a capo dell’ufficio spazio dell’Onu

( smen)

18/11/2014 [stampa]
GIGLIOLA GIANOTTI NOMINATA CAPO DEL CERN DI GINEVRA
La prima donna a dirigere il Cern di Ginevra, il più grande e importante laboratorio di fisica delle particelle, è l’italiana Fabiola Gianotti, 52 anni, figlia di un geologo piemontese e di una letterata siciliana ,che vi lavorava dal 1987. Sarà lei a partire dal primo gennaio 2016 a portare avanti il potenziamento del super acceleratore LHC e l’analisi dei dati emersa dalla scoperta il 4 luglio del 2012 del bosone del fisico inglese Peter Higgs che per questo ha ottenuto il premio Nobel.

La nomina della Gianotti conferma come i talenti italiani siano in grado di competere sulla scena internazionale. Ha al suo attivo oltre 500 pubblicazioni, il settimanale americano Time le dedicò la copertina come donna dell’anno per essere stata la protagonista della scoperta della “ particella di Dio”. Il Cern è al vertice dell’eccellenza scientifica mondiale e la fisica fornisce basi della conoscenza che possono trasformarsi in tecnologie preziose e quindi sarà lei che guiderà la macchina che porta nel futuro.

Prima della Gianotti sono stati direttori del centro Edoardo Amaldi ( uno dei fondatori nel 1954), il premio Nobel Carlo Rubbia e il fisico dell’Università di Roma Luciano Maiani che ha dato il via alla costruzione del nuovo acceleratore.

18/11/2014 [stampa]
STRUMENTI E SCIENZIATI ITALIANI PER ROSETTA
Il contributo della scienza italiana è stato fondamentale per la riuscita della missione Rosetta la cui sonda, dopo 10 anni di viaggio, ha posato la sonda Philae sulla cometa 67/P. Un sogno diventato realtà: quello dello sbarco su un corpo celeste. L’obiettivo della missione, nella quale sono coinvolte 20 Nazioni europee, è quello di scoprire i segreti della nascita del sistema solare. Le comete tipo la 67/P sono ricche di acqua e molecole organiche, ingredienti fondamentali della vita. Conquistare la cometa è stata una sfida lanciata 20 anni fa , poi nel 2004 la sonda Rosetta è partita. L’atterraggio il 12 novembre dopo 10 anni di viaggio.

Lo strumento Philae, dalle dimensioni di una piccola lavatrice, è stata concepito al Politecnico di Milano da Amalia Finzi ma è il risultato del programma della’agenzia spaziale Esa nato dopo il successo della sonda Giotto che nel 1986 svelò per prima il volto della cometa fotografando il suo nucleo dalla distanza di 596 chilometri.

Su Rosetta sono installati alcuni importanti strumenti degli scienziati italiani: Fabrizio Capaccioni per Virtis, Alessandra Rotondi per Giada e Cesare Barbieri per la camera che ha ripreso le straordinarie immagini della cometa. Tutti gli strumenti sono frutto della tecnologia e delle industrie italiane, a partire dalla Finmeccanica.

Al momento dell’atterraggio erano due italiani al centro tedesco di Darmstadt dell’Esa responsabili del volo: Paolo Ferri responsabile di tutte le missioni interplanetarie europee e Andrea Accomazzo direttore di volo della missione.

L’Italia in prima linea con una presenza essenziale a boRdo di Rosetta e del lander Philae.

14/11/2014 [stampa]
Napolitano e i “miglioristi” del pci: un libro di Umberto Ranieri
L’alto tasso di giustificazionismo storico è la prima impressione che si trae dalla lettura del volume di Umberto Ranieri: “Napolitano, Berlinguer e la luna”.

Ciò non significa che queste pagine non siano utili per una migliore conoscenza del secondo novecento dal momento che sono state scritte da un dirigente di lungo corso del partito comunista nonché esponente di rilievo della corrente dei cosiddetti “miglioristi” che si riferivano alle tesi riformiste e filosocialiste di Giorgio Napolitano.

Ben vengano, dunque, riflessioni, confessioni, ricordi, testimonianze, confronti tra rappresentanti delle varie correnti “sotto traccia” del partito delle Botteghe Oscure. E il libro in questione può dare un contributo a penetrare in quella galleria, in molti punti ancora oscura, in cui si è mossa una formazione politica ambigua nel contrasto fra i proclami e la pratica quotidiana.

È anche un’occasione per considerare quel che è stato un paese, l’Italia, dove si sono distinti partiti che hanno partecipato alla elaborazione della costituzione repubblicana. E i comunisti, come è noto, sono stati una componente essenziale – insieme ai democristiani e ai socialisti – del tripartito cui si deve tra l’altro quella “carta” che con retorica da comizio è stata lodata come “la migliore del mondo”. Un partito, il pci, che in un paese meno degradato del nostro, avrebbe dovuto rispondere di tanti e non lievi torti, errori ed anche misfatti. Altro che “partito rinnovatore” come si sforza di credere Emanuele Macaluso. Ancora oggi si pagano i danni di una sciagurata politica che ha contribuito a spingere la penisola nella attuali condizioni.

Umberto Ranieri riporta alla memoria disgrazie e lutti che hanno coinvolto tutto un popolo e il risultato di questo esame è un’autobiografia inserita nella storia molto più ampia e intrigata che comprende l’attività di una corrente in un partito sempre in prima linea sia in campo interno che in quello internazionale.

Ne viene fuori il quadro non soltanto di un settore politico ma di una intera nazione in cui utopismo distruttivo, affarismo dilapidatore, personalismo maramaldesco, malavita organizzata, ingiustizia legittimata e terrorismo si sono fusi impedendo ogni tentativo di ripresa morale e civica.

Il protagonista del lungo racconto di Ranieri è il suo modello, Giorgio Napolitano: il politico che è sempre uscito indenne dai conflitti, nel partito e fuori, tanto da avere raggiunto, senza colpo ferire, le più alte posizioni istituzionali sino ad essere stato scelto per due volte – unico nella storia della repubblica – a ricoprire la suprema carica.

Per finire, l’enigmatico titolo “Napolitano, Berlinguer e la luna” rievoca i momenti di un famoso comizio di Berlinguer che parlò tra i Sassi di Matera alla luce dell’astro notturno.

Fausto Belfiori

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04/11/2014 [stampa]
Romana Fraternitas: G. G. Belli e il “Commedione”
Era un uomo triste Giuseppe Gioachino Belli. È comprensibile nella tetra Roma di nobili degeneri, di miseri in esposizione ad ogni angolo, di prelati scettici e mondani, di preti alla ricerca di una vita comoda, di frati erotici quando non eretici senza escludere la coesistenza dell’una e dell’altra deviazione. Si aggiunga – come ricorda nel suo profilo del Belli, riproposto oggi da Castelvecchi, il poeta e appassionato studioso di romanistica Mario dell’Arco, pseudonimo dell’architetto Mario Fagiolo – un’esistenza iniziata male e non migliorata con il passare degli anni.

I genitori muoiono molto presto lasciandolo, con il fratello e la sorella in balia di parenti tutt’altro che lieti di doverli ospitare. Nè il matrimonio gli procura maggiore serenità. La signora Mariuccia è una buona e brava moglie che, però, lo abbandona presto: il Signore la destina ad un luogo presumibilmente migliore.

Anche il figlio Ciro non soddisfa le sue aspettative. Tanto meno le donne dalla cui amicizia spera di ottenere un minimo di sollievo. Purtroppo ciò che lo circonda non permette a Gioachino di uscire dal suo cupo stato d’animo che non riesce a nascondere. Un solo spiraglio, la poesia che gli nasce dentro e gli procura un intenso piacere soprattutto quando può farla conoscere ai suoi amici.

In questi momenti – racconta Domenico Gnoli – “diveniva burlone, un canzonatore vivace, da tenere tutti sospesi alla sua bocca. Se egli prendeva a contraffare qualcheduno, sapeva coglierne la voce, i gesti, le parole come il più abile caratterista…” Non diverso è il giudizio di Francesco Spada che dell’amico sottolinea la seduzione esercitata sulle signore con il suo modo di recitare.

Con l’uso geniale del dialetto Belli si conquista nella storia della letteratura italiana un posto da cui nessuno potrà scalzarlo. L’autore de “Er Commedione” acquisisce il diritto e il privilegio di essere a fianco dei grandi poeti del proprio paese, l’Italia. Con i suoi versi Belli pone il dialetto romanesco sullo stesso piano della lingua nazionale. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se molti cultori della poesia lo pongono vicino al sommo Dante.

Cattolico come lui e come lui sensatamente anticuriale, ma non volgarmente anticlericale. La sua fede non gli impedisce di accettare il delicato ruolo di presidente della commissione di vigilanza sugli spettacoli teatrali. Sono la dignità e l’onore di Roma a stargli soprattutto a cuore inducendolo a svolgere scrupolosamente il compito di tutela.

Per Gioachino Roma è la patria di ogni uomo di elevati ideali, pensieri e sentimenti. Non è vero che sia indifferente alle istanze “risorgimentali”. Al contrario, saggiamente concepisce l’unità nazionale come irradiazione dello Stato Romano: non espressione del potere temporale bensì ritrovata fusione delle genti che popolano la Penisola, dalle Alpi a tutto il territorio sino a comprendere le isole che gli fanno corona.

Del resto, è questa l’Italia che scalda il cuore e tiene agile e vigile la mente di coloro che, uniti attraverso i secoli nella Romana Fraternitas, custodiscono il patrimonio di civiltà; è questa l’Italia degli uomini e delle donne che, non soggetti a un mondo sfiduciato e smarrito, restano svegli la notte dell’abiura in attesa di godere dei colori di un’alba rigeneratrice.

Fausto Belfiori

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23/10/2014 [stampa]
La via della conoscenza: Ipazia, un mito non tramontato
Si deve a Socrate Scolastico la testimonianza sul permanente clima teso e rissoso per il fronteggiarsi ad Alessandra, nei primi secoli dopo Cristo, delle fazioni politiche e dei gruppi religiosi.

Lo storico ha lasciato in proposito pagine in cui sono ricordati motivi e protagonisti dei sanguinosi conflitti cittadini ai quali spesso partecipavano come attori in prima linea cristiani animati, ahimè!, da spirito ben poco evangelico soprattutto nei riguardi degli ebrei che, dal canto loro, non si mostravano inclini ad offrire l'altra guancia.

In questo quadro storico va inserita e giudicata la tragica vicenda che si concluse con il martirio della filosofa e scienziata Ipazia. Negli ultimi decenni si è parlato e anche scritto molto - non sempre a proposito e nel rispetto della verità - di questa fascinosa e quasi mitica signora dedita alla meditazione, all'osservazione ed alla ricerca. Fu il patriarca Fozio a riconoscere, tra i primi, alla figlia del maestro Tione una primazia nelle scienze matematiche oltre che nella filosofia in cui privilegiava le teorie platoniche.

Sulla sua personalità e sul suo magistero è tornata ad indagare Gemma Beretta che con il saggio "Ipazia di Alessandra" si è prefissa di avvicinare il lettore alla verità sul turpe episodio delittuoso che vide il triste confronto in ambito ecclesiale tra cristiani autentici che riprovarono severamente l'assassinio di Ipazia ed i presunti monaci - in realtà vagabondi e malavitosi dediti a ruberie e violenze - che aggredirono la poverina in nome di una fede non posseduta e offesa nonché negata con quell'atto ignobile.

Le accuse mosse al vescovo di Alessandria, Cirillo, di essere il mandante del delitto sono frutto di "ricostruzioni" tendenziose. Il fatto che il pastore e teologo Cirillo eccedesse nell'oratoria per infervorare i suoi ascoltatori non giustifica la menzogna con la quale si imputa al capo della chiesa alessandrina di avere istigato i forsennati al linciaggio. L'assassinio della nobildonna fu soltanto il segno di un fanatismo sanguinario e fuori controllo.

Lo stesso fanatismo - a ben riflettere - che in questi tempi è stato alimentato in campo cattolico negli e dagli ormai predominanti settori progressistici del clero e del laicato che, in modo più perfido di quello del passato, non punta a colpire il fisico, ma l'anima. Bersaglio sono i teologi ed i credenti non disponibili ad adattare l'Annuncio e la dottrina al pensiero corrente. Un sovvertimento che tocca le stesse fondamenta e conduce ben lontano dalla Santa Sofia della scuola alessandrina di Clemente e Origene.

Uno sconvolgimento nelle coscienze e nelle istituzioni che provoca non lieve sofferenza in chi non si lascia paralizzare da vani formalismi, ma vuole vigilare per impedire che si colpisca il cuore stesso del simbolo apostolico.

Molto spesso - osservava Goethe, non a torto - la maggioranza è composta da opportunisti che si arrangiano, da deboli che si lasciano assimilare e dalla massa che rotola senza sapere minimamente che vuole. Gli opportunisti, i deboli e i distratti non mancavano ieri ad Alessandria quando fu tolta dalla circolazione la fastidiosa Ipazia e sicuramente saranno stati in molti a quel tempo ad acclamare nelle chiese i discorsi sulla misericordia: una virtù che forse la contemplativa Ipazia avrà avvertito più di quei suoi contemporanei cristiani pronti ad applaudire Cirillo, ma indifferenti allo strazio di una donna non battezzata, ma cristiana nel sacrificio di se stessa.

Fausto Belfiori

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16/07/2014 [stampa]
IL COMPUTER CHE CREA LONTANANZA
Giovanni Reale , tra i più importanti pensatori italiani viventi , cattolico non progressista, partecipando ad un interessante dibattito sull’inserto culturale del Corriere della Sera del 7 settembre su “Google e la conoscenza “ esprime concetti assai validi in ordine all’argomento.

“ Viviamo in una vera tempesta di novità “, rileva, che “ vengono , per lo più, presentate mettendo in evidenza i loro aspetti positivi con i grandi vantaggi che comportano , senza indicare i loro effetti collaterali negativi”. Aggiungendo che “le scoperte tecnologiche andrebbero utilizzate in modo critico , in ‘giusta misura’, e mai in modo predominante”.

E’ l’antica e sempre valida questione del rapporto tra l’uomo e la tecnica, ove questa debba evolversi in funzione di ciò che necessita all’uomo , mentre assistiamo – e l’esempio delle armi atomiche usate nella seconda guerra mondiale lo rende chiaro – ad una”demonia” della tecnica che sembra essere fine a se stessa.

Nell’articolo Reale cita alcuni filosofi che hanno avvertito questo rischio .

Tra quelli citati ne riportiamo tre.

“Karl Jasper – scrive Reale – parlava del diffondersi di una ”responsabilità anonima” che i mezzi di comunicazione multimediali stanno oggi portando alle estreme conseguenze” . Si domandava il filosofo: “ Noi stessi viviamo in questo mondo della responsabilità anonima , che grazie alla propria arte di organizzazione ha poi portato a un mondo della reciproca estraneità . Chi è il vicino con cui viviamo? “.

Hans –Georg Gadamer , ricorda Reale, così scriveva: “ Già decenni fa si è parlato della atomic age , allorchè si era portata in primo piano la liberazione dell’energia atomica e in particolare laminaccia della guerra nucleare. Nel frattempo si comincia a parlare di una computer age , nella convinzione non infondata che l’intero stile di vita fra gli uomini stia cambiando radicalmente. Quando un tocco di bottone rende raggiungibile il vicino , questo sprofonda in una lontananza irraggiungibile”.

Martin Heidegger, rileva infine Reale , “sosteneva addirittura la tesi che l’eliminazione della ‘lontananza’ con la ‘vicinanza di tutto’ , come avviene appunto con i mezzi di comunicazione multimediale, viene a coincidere con l’assenza , ossia con l’assenza delle cose reali”.

Sono osservazioni in controtendenza a fronte non solo della prevalente cultura progressista , oggi, avviata sulla strada dell’ampliamento della tecnologia, ma anche di un potere tecnocratico e manageriale che possiede solo questa cultura.

Occorre stimolare ogni possibile impegno per la riaffermazione di un nuovo umanesimo che riconduca alla centralità della persona.

di Pietro Giubilo

16/07/2014 [stampa]
IL RIGURGITO DI CICCHITTO
“Per ora il centrodestra resta uno pseudoconcetto. Tra F I e Ncd non c’è omogeneità politica e con la Lega e FdI manca pure quella programmatica” con queste parole Fabrizio Cicchitto fa il controcanto, accentuando l’ennesima denuncia di Angelino Alfano che alla Summer School di Sorrento ha sottolineato ancora una volta il tentato “omicidio politico” da parte di FI: “ hanno tentato nei nostri confronti un omicidio nella culla con l’Italicum, ma non ce l’hanno fatta”.

La tentazione che si va diffondendo nel Ncd è quella di occupare lo spazio “d’ispirazione Ppe” che avrebbe un senso se si inquadrasse in una prospettiva di centrodestra – come la gran parte dei “popolari” europei - e non centrista come è stato il fallimentare percorso di Casini e dell’UDC.

Il 13 luglio su Libero Cicchitto ha teorizzato “una alleanza di centro alternativa alla sinistra, aperta a soggetti come Scelta Civica e Udc” ,rifiutando anche l’ipotesi di svolgere primarie con gli altri partiti del centrodestra.

Poiché i fatti hanno dimostrato che anche un abile manovratore come Casini non è riuscito nell’intento di creare una terza forza - tantomeno sarebbero capaci Cicchitto e lo stesso Quagliariello che sembrerebbe affiancarlo - c’è chi vede nel Ncd due anime “quella più governativa e quella che invece tende a una riaggregazione del centrodestra” . Cicchitto farebbe parte di chi “auspica la costituzione di un nuovo soggetto popolare diverso dall’impostazione classica del centrodestra; un progetto che passa per la collaborazione con Renzi , fino alla fine del grillismo” (Daniele Di Mario su Il Tempo 15 luglio) .

Forse siamo di fronte ad un ritorno a sinistra di Cicchitto che considera il premier come colui che ha rottamato il vecchio apparato ex comunista del PD.

L’ex dirigente dei giovani socialisti che guida oggi l’ala del Partito più dura verso Berlusconi , infatti, nella polemica ormai non ha più come obbiettivo il PCI, PDS, PD, cioè la sinistra, contro la quale ha scritto un libro prolisso e ripetitivo, ma il centrodestra in genere e Forza Italia in particolare.

Ha assunto una verve polemica assai efficace; forse riemerge in lui la durezza che caratterizzava l’ala lombardiana del PSI alla quale apparteneva , sempre pronto, comunque , ad operazioni di inserimento in ambiti di potere delle quali la più disinvolta fu quella verso il “club di Villa Wanda”.

Spiace veder scomparire il Cicchito che polemizzava nei riguardi di quella che Cossiga definiva la “giurisdizione politica “ della Magistratura nei cui riguardi ha scritto cose interessanti, mentre si trova, di fatto, ad abbandonare quel lontano e ostinato progetto che animò sempre l’azione politica di Bettino Craxi, cioè il ridimensionamento del ruolo dei postcomunisti sulla sinistra, anche perché , in fondo, Renzi non è e non sarà mai socialdemocratico.

15/04/2014 [stampa]
I due Pietro del pci: Secchia e Ingrao
Chissà se, quando morì nel ‘73 – si parlò di avvelenamento – Pietro Secchia (una meticolosa biografia è uscita in questi giorni) fosse ancora convinto della possibilità di un rovesciamento politico in grado di condurre al potere in Italia la classe operaia, rappresentata dal partito comunista e dai suoi vassalli? Gorbaciov e Reagan – due statisti che, seppur per motivi opposti, lavorarono allo sbriciolamento dell’Unione Sovietica – non erano ancora apparsi all’orizzonte. Tuttavia, ciò che era successo a Berlino, a Budapest e a Praga avrebbe dovuto far sorgere qualche dubbio e perplessità anche agli irremovibili dalle istanze originarie del marxleninismo.

Uno di questi era, appunto, Pietro Secchia, un comunista talmente granitico da non accorgersi del processo di sclerotizzazione iniziato nel blocco sovietico. E questa incrollabile sicurezza gli costò la fiducia di Togliatti che, pur condividendo le stesse finalità del suo “numero due”, seguiva una tattica gradualista avvalendosi del sindacato ed estendendo il suo teatro di operazioni dal parlamento alla piazza: senza strappi istituzionali. Così, il teorico dell’”oggi e sempre resistenza”, finì a ricoprire incarichi sempre più marginali per poi essere spedito a Milano come coordinatore delle federazioni lombarde. Triste destino per chi non voleva desistere dalla lotta frontale, anche armata se necessario, per abbattere il potere borghese.

Nella desolazione dell’isolamento non gli rimase che coltivare i suoi sogni. L’ultimo dei quali fu la farsa, tragicamente conclusasi, del movimento sessantottesco che, contrariamente al parere di Amendola, pensava di poterlo “liberare dal velleitarismo anarcoide” e spingerlo ad appoggiare la causa del socialismo. È noto come sia andata a finire.

Intorno agli stessi anni che registrarono l’egemonia di Secchia al vertice dell’importantissimo settore organizzativo, iniziava la sua carriera nel medesimo partito un altro Pietro, meno ruvido del primo nella professione dell’ideologia marxista, ma ugualmente indisponibile a scendere a patti con il nemico di classe.

La persona in questione è il quasi centenario Pietro Ingrao, ancora intellettualmente sveglio e vigile. Diversamente dal suo omonimo, però, il militante sceso dalle colline della Ciociaria, mai si è esposto nel “muro contro muro”, neppure quando con le sue tesi si è trovato in contrapposizione ad un mammasantissima del partito come Giorgio Amendola. I suoi interventi, pertanto, avrebbero dovuto essere sempre considerati come contributi per rendere più efficace e costruttivo il dibattito fra compagni. Perciò, quando si posero i problemi legati al comportamento da tenere dinanzi a fenomeni sociali come il femminismo e il libertarismo in voga tra gli intellettuali e le generazioni più giovani, si limitò a non demonizzarli consigliando benevolenza in attesa della inevitabile fase della maturazione.

Molto tempo è passato dai giorni in cui alla direzione dell’Unità, durante la rivolta ungherese, voleva evitare con cauti commenti di rimanere schiacciato tra il martello di Togliatti – “ho brindato all’intervento dei carri armati sovietici”, disse il capo sorridendo ad Ingrao, in preda allo sgomento – e l’incudine dei centouno uomini di cultura che avevano sottoscritto un manifesto di solidarietà con gli insorti. Poi, come sempre in Pietro, vinse la ragione di partito.

Sono tanti i decenni trascorsi e ormai il vecchio dirigente guarda con mesta severità una sinistra attratta irrimediabilmente da un capitale che non è quello di Marx e cerca conforto nella musa cui è stato costantemente devoto perchè gli è rimasta vicino nelle tante burrasche politiche attraversate, la poesia. Capiterà anche a lui di vedersi circondato da ombre e di attendere con impazienza l’arrivo della luminosa protettrice, eternamente giovane e bella. E sembrano allontanarsi gli ingrati ricordi: i non voluti compromessi, gli impulsi repressi, le delusioni e i compagni stimati e amati, ma non difesi e lasciati condannare all’espulsione da altri compagni…

Di Fausto Belfiori

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14/04/2014 [stampa]
Barclay paga per il libor truccato
Costa cara alla Barclay la manipolazione del tasso Libor, quello interbancario di riferimento dei mercati finanziari fissato a Londra e che incide sul costo dei mutui per la casa.

Accusata dalla società Graiseley di aver venduto prodotti finanziari fraudolenti legati al Libor manipolato la grande banca inglese ha preferito raggiungere un accordo extra-giudiziale con la società danneggiata per un valore di circa 40 milioni di sterline. La metà circa di quante ne chiedeva la società che controlla una catena di case di riposo.

Ça causa era fissata per il 29 aprile ed era molto attesa nella City perché in caso di condanna avrebbero potuto ricorrere in Tribunale con successo centinaia di società e migliaia di cittadini privati, tutti danneggiati dal fatto che la Barclay aveva venduto in modo fraudolento complessi “ swap”, i “ derivati” basati su un tasso truccato.

Nel mirino anche altra banche come la Royal Bank of Scotland che ha pagato forti multe dopo aver ammesso le proprie responsabilità nello scandalo.

Nel 2012 la Barclay aveva già pagato 290 milioni di sterline di multa ammettendo che i suoi “ trader” ( a partire dall’ad Bob Diamond e agli ex dirigenti Rinch Ricci e Jerry del Messin, poi licenziati).

La pratica di “ pilotare” il Libor a partire dal 2007 ha comportato, finora, un esborso da parte delle banche di circa 6,5 miliardi di dollari. La reputazione e l’immagine costano. Così niente imbarazzo di un lungo processo e niente riflettori puntati su operazione scandalose e irregolari.

Per i risparmiatori e investitori l’ombra dello scandalo Libor non si è diradata. Il dubbio è che le banche abbiano fatto altre operazione illecite con i soldi dei clienti.

(smen)

04/04/2014 [stampa]
Corresponsabile del rogo di G. Bruno… e il francescano finì nel gulag
Nella seconda metà del Novecento, mentre molti francescani sudamericani rileggevano il Vangelo per conciliarlo forzatamente con la propaganda marxista, in Europa molti confratelli dei paesi soggetti al comunismo erano rinchiusi nei gulag e costretti ai lavori forzati dopo allucinanti accuse.

Di questi derelitti spesso non si conosce, a distanza di decenni, neppure il nome. Tra costoro, fino a qualche mese fa, c’era anche il frate albanese Zef Pilumi che svolgeva il suo apostolato a Tirana fino a quando la polizia politica non andò a rilevarlo per sottoporlo a stressanti interrogatori conclusisi con un processo che lo spedì ai lavori forzati.

A raccontare queste drammatiche vicende è in libro pubblicato in questi giorni con il titolo “Il sangue di Abele. Vivi per testimoniare.” Fino a questo punto non ci sarebbe niente di nuovo. Si è, purtroppo, abituati ai racconti di persone imprigionate e torturate perchè invise nei paesi di “democrazia popolare”. Stavolta, però, la sentenza è tale da lasciare ancora più inorriditi per i segni di follia che rivela.

Infatti, il povero padre Zef, insieme con altri dieci membri del suo Ordine è stato condannato per essersi opposto ai progressi della scienza e, quindi, di essere moralmente colpevole della notte di San Bartolomeo, del rogo di Giordano Bruno e dell’ostracismo a Galileo Galilei. Evidentemente, dinanzi a una sentenza simile, è superflua ogni riflessione sulle conseguenze del fanatismo ideologico.

Passato lo sconvolgimento politico e morale, padre Zef ha ripreso la sua attività pastorale con una dedizione che ha commosso, non soltanto i suoi parrocchiani, ma i suoi compatrioti colpiti dalla forza d’animo che gli aveva permesso di superare una prova tanto terribile. Enver Hoxha non era riuscito a piegarlo: il richiamo della vocazione era stato più forte. Per questo tutta l’Albania si è unita per ricordarlo.

La memoria di quanto è avvento nel mondo, in conseguenza dell’esteso predominio comunista, va mantenuta ben salda. È, quindi, consigliabile, la lettura di questo libro che invoglia fin dal titolo: vivi per testimoniare.

Di Fausto Belfiori

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25/03/2014 [stampa]
A proposito di San Giuseppe
Nel suo recente lavoro dedicato a San Giuseppe il cardinale Gianfranco Ravasi – brillante comunicatore televisivo, compito conversatore oltre che esimio esegeta – ha mostrato disappunto dinanzi all’ipotesi avanzata da biblisti oltreoceano, già proposta da altri specialisti europei, secondo cui Giuseppe non sarebbe stato un povero falegname, ma un benestante artigiano appartenente alla classe media del suo paese.

Si capisce come nei tempi attuali in cui si trascurano seri temi teologici, scritturisti, ecclesiologici e liturgici per privilegiare una apologetica minimalistica e “aggiornata”, si preferisca un Giuseppe indigente ad un padre putativo di Gesù piuttosto facoltoso tanto da essere il proprietario – come ha scritto un docente di una università cattolica spagnola – dell’ambiente, non proprio una grotta, dove nacque il Signore.

Tuttavia si può tranquillizzare l’autorevole porporato perché anche se fosse esatto quanto pensano alcuni studiosi americani ed europei, nulla cambierebbe rispetto alla centralità umana-divina della seconda persona della Trinità. Per amare il neonato bambino non è necessario raffigurarselo infreddolito sulla paglia.

Anche se fosse nato, come Budda, in una famiglia principesca, Gesù sarebbe sempre il Cristo, custode rigoroso della giustizia nonché elargitore della misericordia.

Di Fausto Belfiori

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06/03/2014 [stampa]
Il romanziere e l’inviato speciale
Non fu difficile a Romano Bilenchi, romanziere e giornalista di una certa notorietà nella seconda metà del Novecento, passare dall’entusiasmo fascista all’innamoramento per il comunismo. Solitamente un letterato non fatica ad adeguare il linguaggio, a modificare gli aggettivi e, soprattutto ad aggiornare le idee.

Nel caso del Bilenchi è stato Mussolini, indicato per un certo tempo come un conquistatore e un vindice, a dover traslocare e lasciare il posto a Togliatti, visto e acclamato nelle mutate circostanze come il protettore delle classi umiliate e neglette. Quanto al modello di rivoluzionario, Mussolini è stato costretto a trasferirsi dal palco del capopopolo alle scomode e malridotte tribune che isolano i tiranni liberticidi dalla moltitudine plaudente.

Dunque, Bilenchi approdò al comunismo dopo aver soggiornato in territorio fascista e di questo peccato chiese perdono a Togliatti che, paterno e misericordioso com’era, lo perdonò con una….. carezza (leggere per credere).

Adesso, qualcuno si è ricordato dello scrittore fiorentino, sistematosi ormai a miglior vita e ne è venuto fuori un libro di ricordi. Anche in questo niente di eccezionale: in Italia è costume ricordare altri per riproporre se stessi. Ed ecco il libro sull ‘autore del “Conservatorio di Santa Cecilia”.

Fra gli altri contributi spicca quello di un noto “inviato speciale” di un altrettanto noto quotidiano, Corrado Stajano cui va riconosciuto il pregio di scrivere ciò che pensa. Così come gli va riconosciuto di aver compiuto un generoso e non facile tentativo allo scopo di presentare un Romano Bilenchi coerente nel rinnegare il suo antico amore per il “traditore” Mussolini a favore del nuovo oggetto del desiderio, Palmiro Togliatti.

Ma, per quanto si sia adoperato con passione, non è riuscito nel suo intento. Le giustificazioni addotte dallo scrittore a sostegno del suo comportamento che ha portato al mutamento di bandiera, non sono nuove: si sono sentite ripetere molte volte. Possibile che si addossino sempre agli altri le proprie colpe? Possibile che siano sempre e soltanto gli altri a trasgredire?

Non è bastato, insomma, il “mestiere” dell’inviato speciale per convincere della serietà intellettuale del suo amico nonchè compagno di cordata ideologica. Sulla “liberalità” di Togliatti – un grand’uomo, secondo il Romano fiorentino – non sarebbe faticoso, ma certamente noioso e triste fornire l’elenco delle prove contrarie.

Di Fausto Belfiori

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27/02/2014 [stampa]
Cinquanta anni dalla scomparsa del teologo Garrigou-Lagrange
Chi è avanti negli anni ricorderà i momenti che videro l’infuocarsi del dibattito divenuto sempre più stracco, logorato e logorante, fra l’algido tomismo celebrativo e la supponente neo teologia rimasta abbagliata dalle teorie e dalle mode al punto di colpire al cuore la stessa fede come si evidenzia nei pronunciamenti liberazionistici del clero sudamericano e nell’abborracciato sincretismo di Raimon Panikkar e soci.

Un dibattito che non registrò la partecipazione di chi non poteva sentirsi e dichiararsi d’accordo con nessuno dei due schieramenti: nè con i fossilizzatori o, se si preferisce, con gli imbalsamatori del pensiero dell’Aquinate nè con gli sprovveduti che, smaniosi di “essere nel mondo” , hanno finito per rimanerne soggiogati.

Il quadro offerto dalla disorientata e svogliata cattolicità contemporanea è la conseguenza di questo insano confronto, ma può essere motivo di riflessione per l’opera di risveglio apostolico nella ricorrenza del cinquantesimo dalla scomparsa di un valoroso e sapiente discepolo nonchè interprete verace dell’autore della Summa Theologica: un evento che può indurre alla lettura o alla rilettuta d’una poderosa opera, frutto di un’intelligenza d’amore.

Ricordare oggi Reginaldo Garrigou-Lagrange, dunque, non è soltanto un dovere, ma anche l’opportunità di trarre profitto da un nutrimento sicuro per ogni anima desiderosa di tenersi lontana dalle sirene del progressismo.

L’insegnamento del battagliero domenicano giunto a Roma dalla Guascogna, è particolarmente importante in questi tempi in cui la pressione dell’irreligiosità militante è divenuta più violenta. Lo studioso fa capire innanzi tutto come la tradizione, quando è tale e non ha subito superfetazioni, non è soggetta a tramonti. Ma richiede una sollecitudine tale da permettere di essere arricchita costantemente dalla testimonianza dei suoi custodi.

Questo è il compito che Garrigou-Lagrange assunse fin da giovane e assolse rendendo sempre vive e attuali le pagine del suo maestro e guida pastorale. I pochi che lo hanno ricordato, ritenendo di onorarlo, hanno riportato il non appropriato giudizio di François Mauriac che lo definì il “mostro sacro del tomismo”. No, il docente e apologeta di un illuminato pensiero, non fu un “mostro”, sia pure ammantato di sacralità, ma uno scrupoloso cultore della scienza, questa sì, sacra, che si rese conto dei pericoli incombenti sulla Chiesa e si adoperò con tutte le proprie forze intellettuali per contribuire a preparare la difesa.

Nel tenere presente l’appello di Leone XIII e di Pio X alla tutela della fede e della sua dottrina – che nemmeno un papa può stravolgere – fece della cattedra presso l’Angelicum una trincea inespugnabile. Tra l’altro, si deve a lui un’iniziativa particolarmente significativa: la creazione della cattedra di ascetica e mistica. Per significare che il teologo non è tale se non raggiunge e percorre il sentiero della contemplazione.

Fu devoto di Giovanni della Croce, il carmelitano che affiancò Teresa d’Avila nella sua indomita azione riformatrice. E, sulle orme di Tommaso d’Aquino e di Giovanni della Croce, Reginaldo Garrigou-Lagrange ha dedicato tutto se stesso al superamento delle strettoie temporali per aprire all’eternità.

Di Fausto Belfiori

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18/02/2014 [stampa]
Divergenze su editoria e industria
Duro scontro Elkann - Della Valle
Scontro tra il giovane John Elkann e l’anziano Diego Della Valle ai limiti della decenza. La non più piemontese Fiat, sempre più multinazionale, attaccata dal patron delle Tod’s, le scarpe marchigiane di successo mondiale . Bordate, comunicati, pesanti frasi con insulti tra due imprenditori anche se di generazioni, scuole, formazione professionale completamente diversi..

Diego Della Valle non sopporta l’egemonia industriale del gruppo del Lingotto ed ha preso di mira, da alcuni anni, con le sue critiche la Fiat, l’amministratore delegato italo-canadese Sergio Marchionne, la scalata della Fiat di John Elkann nell’azionariato del gruppo editoriale Rcs.

Il blitz del raddoppio dei vertici del gruppo automobilistico nel mondo dell’editoria ( dal 10 al 20 per cento del capitale ) tra gli azionisti Rcs dopo che l’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli aveva preannunciato di voler sottoscrivere l’aumento di capitale non è stato mai “digerito” dall’imprenditore marchigiano. La morte di Rotelli ha facilitato l’operazione Fiat sul gruppo Rcs che edita il Corriere della sera e la Gazzetta dello sport.

La rivalità oltre al campo industriale ed editoriale si estende anche nello sport: la Fiorentina calcio si sta facendo largo nel campionato italiano per contrastare l’egemonia della Juventus di Andrea Agnelli.

I della Valle sono alla ricerca di alleanze con gli altri 17 soci. L’appuntamento-scontro è per la pubblicazione dei conti 2013 e del primo trimestre 2014, prevista per il 12 marzo. Ad accrescere la tensione anche l’ultima decisione dell’amministratore delegato Rcs Pietro Scott Covane di acquisire, senza passare per il cda, di un sito Internet di prenotazioni alberghiere ( Hotelyo) i cui soci sono Andrea e Anna Agnelli, cugini di Elkann. Anche Mediobanca sta vendendo titoli sul mercato , scendendo dal suo 11 per cento di capitale., fino ad arrivare a zero a fine anno. Senza Piazzetta Cuccia diventano importanti le quote di Pirelli, Unipol e Cairo, proprietario de La 7.

Della Valle per restare un attore rilevante in Rcs ha sottoscritto per la sua quota dell’8,7%, l’ultimo aumento di capitale da 421 milioni avvenuto il 5 luglio 2013. La Fiat ha il 20, 5 % ma le maggioranze si formano con il 51 per cento ripete Della Valle secondo il quale la telefonata di John Elkann a Giorgio Napoletano per informarlo della decisione di rilevare i diritti di opzione che consentivano al Lingotto di salire al 20, 5% “ è stata una sceneggiata che si poteva evitare ”.

Della Valle ha inviato una lettera al Cda contestando l’aumento di capitale, la vendita degli immobili di via Solferino, l’alleanza nella raccolta pubblicitaria con Publikompass della Stampa incorporata in Rcs pubblicità. In particolare contesta che la gestione sia in pratica affidata a soli due soci: Fiat attraverso l’amministratore Rcs Pietro Scott Jovine e Banca Intesa Sanpaolo tramite Giovanni Bazoli il padre putativo del giornale dal 1981, quando lo tirò fuori dal fallimento del Banco Ambrosiano di Calvi.

Non è esclusa un’azione di responsabilità contro il cda di via Solferino per le ultime operazioni. Si spiega allora perché il compassato John Elkan abbia invitato Della Valle a preoccuparsi della sua azienda che “ da inizio dell’anno è giù del 20% rispetto ai suoi concorrenti come Prada, Armani, Pinault. E’ una nana”.

La sfida continua. Gli Agnelli con Stampa, Corriere della sera, Gazzetta dello sport e la fusione delle due società di pubblicità controllano una bella fetta del non grande mondo editoriale italiano.

Di Sergio Menicucci

11/02/2014 [stampa]
Pietro Ingrao e la contraddizione per principio
Non è giusto polemizzare con Pietro Ingrao rimproverandolo ingiustamente di essere passato con disinvoltura se non con rapidità dal fascismo al comunismo. In realtà, fascista Ingrao – come l’infelice Ruggero Zangrandi – non lo è stato in alcun momento. Ci sono scelte, infatti, che caratterizzano una vita e chiudono ad ogni alternativa. E l’adesione al fascismo è una di queste. La prima posizione politica e anche l’ultima del vecchio Pietro – a proposito, è giunto alle soglie dei cento anni e il sincero augurio è di raggiungerli e di superarli – è stata quella del campo comunista dove è rimasto fino ad oggi. Forse la sua adesione alla sinistra marx-lenin-stalinista fu all’origine di natura emotiva, ma in seguito tale natura è stata coperta da un’armatura razionalistica con il ricorso al solito Hegel. In particolare all’Hegel della “contraddizione per principio”: situazione ideale per chi è costretto ad attenersi a direttive che non è lecito discutere ma che contrastano con ciò che si pensa e si sente.

È impossibile sapere se sia stato Ingrao ad adottare la massima dell’anonimo capo-cellula milanese secondo cui “l’unico sentimento serio è quello che fa essere in regola con il partito” o sia stato il solerte attivista ambrosiano a far sua l’impostazione esistenziale dell’austero “nipotino” di Togliatti. Resta il fatto che, rileggendo scritti e discorsi dell’ormai anziano Pietro, ci si trova dinanzi a tanti conflitti interiori che dovette superare per non tradire l’ortodossia ideologica e per non venir meno alla disciplina di partito. E una conferma la fornisce lo scambio di lettere fra Ingrao e Goffredo Bettini, noto e più giovane esponente del pci poi passato al partito democratico di sinistra. A differenza del vecchio dirigente che si ritirò dalla politica attiva dopo lo scioglimento del pci limitandosi ad appoggiare dall’esterno “Rifondazione comunista “.

Il breve epistolario è lo specchio della tenacia di un uomo che ha dedicato tutta la vita ad uno schieramento. Che poi questa tenacia sia stata male applicata è un giudizio che ritiene di dovere esprimere chi scrive. Le lettere raccolgono “riflessioni sulla politica e sul senso umano”. Un senso umano che, però, si riesce di solito a soffocare, sia pure con intimo strazio. È arduo, infatti, per tornare indietro nel tempo e rievocare fatti e misfatti indelebilmente fissati nella memoria, convincersi che, dinanzi alla tragedia delle foibe Ingrao abbia potuto dare credito alla versione jugoslava; che abbia potuto parteggiare con la polizia della repubblica democratica tedesca che schiacciava sanguinosamente la rivolta operaia o, più tardi, con i carri armati sovietici che cannoneggiavano i capisaldi dei patrioti ungheresi. Non seppe o non volle rispondere a Togliatti che si vantava di aver bevuto un bicchiere di vino in più dopo aver appreso le conseguenze della sopraffazione.

E, per avvicinarsi negli anni, come si fa a non provare sconcerto dinanzi alla requisitoria pronunciata da Ingrao contro giovani compagni cresciuti alla sua scuola e che dopo l’affermazione di Mao, abbandonavano Mosca preferendole Pechino. È indiscutibile che, davanti alle direttive del partito egli abbia dovuto usare violenza a se stesso: una lotta continua tra i richiami della coscienza e le coercizioni disciplinari.

Nella prefazione Goffredo Bettini esalta l’autenticità e la coerenza nonchè la sensibilità del suo maestro che avrebbe sempre giudicato gli altri senza giungere mai all’asprezza e all’arroganza. Ma qui è il politico che va considerato: un politico che nei suoi interventi, pur concedendo spesso spazi lirici a utopie, trova sempre il modo di mettersi in fila prima di concludere. La sua proposta di un diverso “modello di sviluppo”, per ricorrere ad un esempio significativo non si è spinta mai oltre le enunciazioni e le generalizzazioni. E anche se nell’ultimo periodo di Longo e successivamente in certi casi con Berlinguer è apparso poco incline al consenso entusiasta, non è stato in alcuna occasione un eretico. La “libertà interna” è sempre rimasta tale.

Per questo è logico pensare che, quando Bettini celebra la “rocciosità del carattere ingraiano” voglia esternare il suo affetto e la sua devozione alla persona che ha superato tante traversie. Di Fausto Belfiori

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04/02/2014 [stampa]
Conflitti sociali e partecipazione
Le anomalie del mercato del lavoro italiano sono emerse, con forza dirompente, con alcune vertenze industriali come quelle delle miniere del Sulcis, dell’alluminio, della Dalmine, della Merloni, dell’Indesit ed ora della Elettrolux. C’è un quadro delle relazioni industriali che presenta punti deboli sia nel momento della creazione dei posti di lavoro sia, e soprattutto, nei momenti di crisi. Manca cioè a livello nazionale un punto di riferimento tecnico-giuridico nazionale come avviene in Germania dove i conflitti non toccano mai punte così virulente come in Italia.

Il sistema dei rapporti tra capitale e lavoro è ancora sostanzialmente fermo alla lotta di classe sponsorizzata da Cgil, Cisl, Uil, al tentativo delle imprese di voler imporre le loro decisioni e le loro scelte comunicandole a cose fatte alle organizzazioni sindacali che a loro volta reagiscono con manifestazioni, picchetti, scioperi.

L’ultimo tentativo di mettere mano a meno esplosive contrapposizioni tra capitale e lavoro è stato quello che va sotto il nome di Legge Biagi, il professore giurisdizionalista bolognese ucciso dalle nuove Brigate rosse, mentre rientrava a casa da una lezione all’università di Modena. Gli altri progetti , fino alla cosiddetta riforma Fornero, hanno ripercorso strade inadeguate perché non si è usciti dall’equivoco di lasciare libere le parti sociali ( rappresentanze di imprenditori e lavoratori) di vedersela da soli avendo rifiutato qualsiasi regolamentazione giuridica delle questioni sociali come invece prescrivono alcuni articoli fondamentali della Costituzione, che al suo primo articolo afferma “ L’Italia è una Repubblica, democratica, fondata sul lavoro”.

L’art. 35 afferma che la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Il successiva ribadisce che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionale alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. L’art.39 stabilisce che l’organizzazione sindacale è libera e che i sindacati registrati hanno personalità giuridica. L’art. 40 garantisce il diritto di sciopero che si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano. Il successivo riconosce che l’iniziativa economica privata è libera e la proprietà può essere pubblica o privata.

L’art. 46 fa un ulteriore passo avanti. La Repubblica riconosce, ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende. Quando si parla di riforme, come in questi giorni, la politica dovrebbe partire anche da questi aspetti non applicati e realizzati. La vicenda Elettrolux è emblematica di come il conflitto sociale sia degenerato e privo di ancoraggi certi e cogenti per tutti. La Zanussi, fiore della creatività italiana dell’industria del bianco, si era data un sistema di relazioni industriali che era diventato un modello innovativo in Italia. L’ultimo annuncio del 23 ottobre del gruppo svedese, diventato leader nel mondo grazie proprio allo sviluppo degli elettrodomestici italiani,è stato un passo indietro. Un’ennesima riorganizzazione fatta passare come ristrutturazione con esuberi e tagli di produzione dopo il fallimento della delocalizzazione nei paesi dell’Est. La ex Zanussi, che nel 1976 impiegava 31 mila dipendenti, alla morte di Lino in un incidente aereo diventa un colosso dai piedi d’argilla. Partono i primi licenziamenti, il piano di risanamento con l’ingresso della piccola azienda Elettrolux che manda a casa 5500 dipendenti. Altre ristrutturazioni nel 1997 e nel 2008.

Un secolo di storia nel settore degli elettrodomestici ( Zanussi nasce nel 1916 con le prime cucine a legna e 10 dipendenti) si ritrova nella necessità di lottare per la sopravvivenza. Gli svedesi si trincerano dietro il fatto che in Italia esiste la strana contraddizione di alto costo del lavoro e bassi salari, rigide garanzie sociali e poca flessibilità. E’ solo così? Indubbiamente c’è un’anomalia evidenziata negli incontri al Ministero dello sviluppo tra azienda e organizzazioni sindacali che non è solo settoriale ma generale: il cuneo fiscale e previdenziale trasforma lo stipendio netto dei lavoratori italiani tra i più bassi d’Europa ma con l’importo lordo tra i più alti.

A questo manca un orientamento che fissi alcuni paletti nei casi di crisi. In Germania per esempio quando negli anni Novanta la crisi colpì la Volkswagen gli operai di Wolfburg ricorsero alla settimana corta di 28,5 ore settimanali con salari tagliati del 20%. Nel 2006 si tornò a 35 ore ma a parità di salari per essere competiviti. Negli Usa il potente sindacato dei metalmeccanici ha accettato pesanti sacrifici per affrontare la crisi dell’auto e della Chrysler in particolare ( riduzione di salari, garanzia per il prestito del governo poi restituito dalla Fiat quando ha acquistato il controllo del gruppo di Detroit). In Germania però è possibile la coesistenza di alti salari e alte tutele ( che negli Usa non ci sono perché si favorisce il libero mercato) grazie al modello di cogestione, la Mitbestimmung, introdotto nel 1976 dal cancelliere Helmut Schmidt che fissa principi e norme in base ai quali i lavoratori, attraverso le loro rappresentanze, hanno un potere significativo nella gestione dell’azienda. Il Consiglio di gestione guida l’azienda, il consiglio di sorveglianza ( composto per metà dai lavoratori) discute le strategie, controlla i dirigenti, approva il bilancio.

Realtà diverse. Ma l’aspetto chiave anche in Italia dovrebbe essere l’informazione. La partecipazione d’altra parte si basa sulla possibilità di condividere contenuti e obiettivi. Senza condivisione non c’è partecipazione.

Di Sergio Menicucci

31/01/2014 [stampa]
Un romanzo sui “tempi di luce declinante”
La memoria non può subire preclusioni e conservare angoli oscuri dove si nasconde il male che si preferisce non ricordare. Si parla, giustamente, delle sofferenze provocate dal nazismo, ma si evitano pure i minimi accenni alle tragedie vissute dai popoli sottomessi al comunismo. Eppure, per rompere il silenzio le occasioni non mancano. Si potrebbe cominciare dall’Ucraina la cui gente oggi si ribella soltanto all’idea di un avvicinamento alla Russia. Invece, sui decenni di lacrime e sangue versati a causa di sistemi di spietata soggezione imposti da Mosca, si è fatto scendere un velo non certo pietoso. Tuttavia non manca l’eccezione: qualcuno rompe il silenzio e fa riferimenti al passato, sia pure in forma romanzata. Questo atto di anticonformismo lo ha compiuto Eugen Ruge che, con il suo testo narrativo, non dà il minimo segno di resa alla passione descrivendo un mondo fondato sulla menzogna e sull’arbitrio. “In tempi di luce declinante” – questo è il titolo dell’ opera – si è costretti ad una esistenza in cui nulla più resta di personale perchè tutto è costrizione, tutto è stabilito per ogni ora, ogni giorno; dalla culla alla bara. Protagonista del romanzo è una famiglia, una delle tante famiglie della repubblica democratica tedesca che vedono trascorrere il tempo senza mutamenti in un regime che chiama uguaglianza ciò che è schiacciante livellamento; libertà quel che si insegna nei corsi di marxismo-leninismo e giustizia le discriminazioni ai danni di chi si mostra insofferente. Il narratore si prefigge di mantenere un tono distaccato ed è in questo modo che meglio rende il senso di una realtà allucinante protrattasi per mezzo secolo. Non c’è esplicita denuncia, ma la riprovazione e la condanna sono evidenti in un’umanità immersa nella tristezza e nella rassegnazione. Va ricordato che Ruge appartiene ad una famiglia di rigida fede comunista: il padre lasciò il suo paese per recarsi nell’Unione Sovietica, ma qui fu chiuso in un gulag non meno inospitale dei lager hitleriani. Padre e nonno furono vittime di una perversa illusione, ma non lo scrittore che, corazzato dal suo scetticismo, non si piega all’ideologia destinata a crollare miseramente con il Muro di Berlino. Si è già detto che l’autore evita dichiarazioni anticomuniste, ma per Ruge parlano le sue pagine magistrali perché seguono efficacemente il processo che si è chiuso con l’inevitabile declino di una utopia e di una nazione: in questo romanzo “crudeltà e squallore” procedono mai separati da un “grottesco insopportabile”.

Di Fausto Belfiori

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14/01/2014 [stampa]
La dittatura culturale marxista: Giovanni Reale
Tutto è iniziato con l’intervista dell’esimio studioso di filosofia antica, Giovanni Reale, instancabile indagatore del pensiero platonico, fondatore della Scuola milanese collegata a Tubinga nella scoperta del Platone più profondo. Il docente ha ricordato gli anni in cui era ostacolato nel suo lavoro di ricercatore dalla setta dei docenti marxisti che dettavano legge nelle Università italiane. Tra l’altro, il professore, ha ricordato un episodio umiliante per la cultura del nostro paese verificatosi quando la commissione ministeriale che avrebbe dovuto autorizzare il finanziamento al docente per dare la possibilità a lui ed ai suoi studenti di continuare la loro attività scientifica, si pronunciò negativamente decretando l’insufficiente preparazione di Reale e dei suoi allievi nel campo degli studi sull’autore di “Repubblica”. Alla notizia della decisione ministeriale ci fu chi pensò che i commissari nell’esprimersi sui requisiti del docente, facessero rifermento più che alla repubblica dei tempi ateniese a quella omonima dei nostri giorni: certo, non si tratta di uno Stato, ma soltanto di un giornale che, però, non lo si dimentichi, deve i natali a un audace, meglio, temerario, che si muove con sicurezza da un continente all’altro del pensiero.
Ipotesi a parte, resta il fatto che i necessari oltre che doverosi finanziamenti non giunsero. E si deve all’abnegazione del gruppo di studiosi se la scienza non ha pagato le conseguenze della faziosa delibera ministeriale. Come non attendersi le reazioni all’intervista? Ma, al di là della posa indignata e della finta sorpresa, non sono emerse motivazioni tali da giustificare la sentenza della commissione. Giovanni Reale, però, non ha ritenuto di tacere e ha replicato ricordando le vessazioni subite da lui e da coloro che seguivano il suo progetto di ricerca. Non solo ma, senza dimenticare le gravi responsabilità di una Democrazia cristiana, non proprio preoccupata per ciò che avveniva nei settori della cultura, ha insistito sul fatto che l’Italia sia stata costretta a vedere i marxisti imporre, pur non avendo vinto alcuna elezione, “una sorta di dittatura culturale”. “Al marxismo – ha concluso uno sfiduciato Reale – si è oggi sostituito un laicismo estremista che è una forma di Illuminismo integralista, anticattolico e antireligioso, non meno pericoloso…”.

Di Fausto Belfiori

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08/01/2014 [stampa]
Albert Camus: poca consolazione, molta desolazione
Non trascorse molto tempo dalla sua adesione al partito comunista: il distacco avvenne dopo molti dubbi suscitatigli da un movimento politico di cui non accettava l’ideologia materialistica con la conseguente angusta riduzione economicistica della realtà sociale. Era nel partito più per far piacere agli amici intellettuali che per esigenza ideale.

Eppure era stato accolto con calore e gli era stato subito affidato un incarico importante: la direzione del “Teatro del Lavoro”, creatura della sezione cultura del partito. Ad Algeri – la città dove era nato e dove aveva compiuto i suoi studi sino alle soglie dell’ Università – si è distinto per i suoi interventi in campo letterario e filosofico. Si è mostrato interessato anche alla drammaturgia e per questo il partito pha deciso di affidargli il nuovo organismo da cui si aspetta un notevole contributo sul piano propagandistico.

Non tutti, a dire il vero, sono soddisfatti della scelta. Come fidarsi – ci si chiede – di un giovane agitatore che svolge una tesi di laurea sul rapporto tra metafisica cristiana e neoplatonismo? In un tempo, poi, che vede la classe operaia – per attenersi al linguaggio dell’epoca – oppressa dall’alleanza tra le forze imperialistiche, il capitalismo e il fascismo. Come si può portare sulla scena un’opera di Puskin – autore non certo progressista – mentre il compagno Stalin insegna ai proletari di tutto il mondo chi si deve leggere e cosa si deve scrivere?

Alle domande seguono le risposte, ruvide nella loro determinatezza. Camus – ricorda Virgil Tanase nella biografia dedicata allo scrittore uscita recentemente in italiano – è accusato di essersi posto a servizio dei ceti privilegiati e di perdere tempo – rigorismo da fariseo con il fazzoletto rosso – a corteggiare le donne. Ma non basta. Ed ecco l’imputazione più infamante e più ricorrente nei partiti comunisti quando ci si vuole liberare di chi manifesta dubbi (e Albert di dubbi ne aveva in abbondanza): posizione inconcepibile in un affiliato che si è detto pronto a seguire la via del socialismo: è un provocatore, è un intellettuale borghese. Camus si ribella, ma i suoi avversari sono inamovibili ed è espulso. Si sente offeso nella sua lealtà. Tuttavia, è felice perchè avverte di non dover subire più costrizioni. E potrà continuare a parlare e scrivere seguendo soltanto i suggerimenti della coscienza. Vuole viaggiare. Dall’Algeria viene in Italia passando per la Francia. Nella penisola ha modo di curare meglio la tubercolosi che lo insidia dall’adolescenza. Combatte meglio la malattia e, visitando chiese e musei, coltiva la mente senza trascurare il cuore.

Tornato a casa, riprende l’attività teatrale come regista e come attore: dall’André Gide de “Il ritorno del figliol prodigo” al Dostoevskij de “I fratelli Karamazov”. Non solo, si impiega presso l’istituto meteorologico e contemporaneamente entra come redattore nel nuovo giornale “Alger Republicain”. È vittima – e lo rimarrà per tutta la sua non lunga vita – dell’andazzo sinistroide. Vittima, mai complice perché come narratore e saggista possiede una originalità che lo accompagna nell’esaudire le proprie aspirazioni interiori.

“Difendere contro la menzogna”, ripete a se stesso e non lo dimenticherà quando svolgerà un ruolo più importante nello stesso quotidiano. Ovviamente il giornalismo toglie tempo ad altre attività più soddisfacenti sul piano intellettuale. Ma – registrerà nel suo diario – prova “una impressione di libertà” che alimenta il suo spirito. Questa “impressione” molti altri nella stessa professione non sono riusciti a provarla. Nei ritagli di tempo si esercita nella letteratura, sia come narratore che come critico. Contemporaneamente non abbandona la scena ed interpreta personaggi di rilievo in molti lavori che raccolgono notevole successo di pubblico e buoni giudizi sulla stampa. La sua speranza resta quella di vedere un giorno rappresentato qualche testo teatrale da lui creato.

Intanto il patto tra nazisti e sovietici rafforza la convinzione che il suo posto non può essere fra i comunisti. La situazione è resa ancor più grave dalla chiusura del giornale che lo costringe alla disoccupazione e allontana il sogno di poter sposare Francine, la pianista che ama Bach. Per fortuna, dopo non molto, un collega lo chiama a Parigi dove si è liberato un posto a “Paris-Soir”. Va, dunque a Parigi, la città in cui – osserva Virgil Tanase – tutto e sempre è grigio: “i muri sono grigi, il cielo è grigio, gli uomini sono grigi e alche i loro volti”.

Camus vuole guadagnare il tempo perduto e condurre a termine i lavori iniziati oltremare: “Caligola” per il teatro e il romanzo “Lo straniero” cui fa seguito “Il mito di Sisifo”, pagine dove l’autore riversa il suo pessimismo esistenziale. E la realtà sembra dargli ragione se è vero che, convinta Francine a trasferirsi in Francia ed a sposarlo, ancora una volta perde il posto per diminuzione del personale e non ha altra alternativa che imbarcarsi per l’Algeria. A Orano non vede prospettive fino a quando non gli giunge una lettera dell’editore Gallimard che, per interessamento di amici letterati, ha letto le sue opere e ha deciso di pubblicarne subito due: il romanzo e il testo di filosofia. Gli fornisce pure i mezzi finanziari per rientrare in Francia e raggiungere un paese d’alta montagna con un clima favorevole a permettergli di affrontare la nuova aggressione della tubercolosi.

Là ha tempo, modo e luogo, di meditare, di approfondire la conoscenza di se stesso, di portare chiarezza nella sua coscienza. Può rendersi conto che “non gli è possibile vivere al di fuori della bellezza” e, di conseguenza, di non poter non respingere una società che mira soltanto al denaro e al profitto: il suo è un destino di solitudine, dato il mondo che lo circonda. Così, al primo incontro con Sartre avverte subito di “non avere molto in comune con l’opera e neanche con l’uomo”.

L’avvicinarsi, durante la guerra e dopo l’occupazione tedesca alla “resistenza” si verifica dopo non poche perplessità proprio per il suo sentirsi estraneo alle varie ideologie che si ritrovano nello schieramento antitedesco. Inevitabile, quindi, che i comunisti tentino di “liberarsi” di Albert segnalandolo alla Gestapo mediante una finta polemica fra “partigiani”. Così finisce per dedicarsi più al teatro che alla lotta clandestina nella quale non andrà oltre gli articoli sui fogli stampati alla macchia. In uno di questi – “Combat” è il titolo – assumerà dopo la fine del conflitto la posizione prima di redattore capo e poi di direttore.

I tedeschi sono stati sconfitti in Francia come in Europa e si rifanno vivi i vecchi poteri. De Gaulle insediatosi all’Eliseo, dà il via alla mattanza della vendetta. E Camus, pur deciso antifascista, si schiera contro le esecuzioni e le epurazioni che scatenano l’odio. Lo scrittore e pensatore richiama ai doveri della coscienza. Si schiera a favore della giustizia e della libertà ma rifiuta decisamente la “giustizia” dei socialisti e dei comunisti. Quanto a questi ultimi ha ben capito – commenta il suo biografo – di cosa siano capaci quei marxisti “che vogliono rendere felici attraverso il terrore, il controllo poliziesco e l’annientamento di ogni libertà di pensiero”. La “singolarità del suo punto di vista” lo spinge, come si è già rilevato, ad un inevitabile isolamento reso meno aspro dalla presenza di pochi, ma sinceri amici.

La sua attività di scrittore continua: articoli, romanzi (ancora oggi ricordati e letti), opere teatrali e saggi politici si accompagnano a frequenti ed effimeri innamoramenti. I suoi colleghi giornalisti lo detestano; gli intellettuali lo evitano; i politici lo aborrono, ma il pubblico gli è fedele: legge quel che scrive e va a teatro quando si eseguono suoi lavori. Camus è l’unico a non esitare nell’esprimere giudizi storici che colpiscono direttamente la mitologia demoprogressista: “1789 e 1917 – è lapidario – sono ancora delle date ma non sono più degli esempi”. Non è difficile immaginare quale sia stata la reazione dinanzi a un giudizio così reciso. La via di Camus è sicuramente la più rapida per trovarsi tutti contro. E ciò può far piacere a coloro che vivono come Albert l’attuale epoca come stato di sofferenza e d’insofferenza.

La lotta su due fronti – i giullari dell’Unione Sovietica che perseguita artisti come Śostaković e premurosi servitorelli del cosiddetto “Occidente democratico” – lo sfianca. Come lo affliggono le condizione di Francine, soggetta ad un esaurimento di cui si sente responsabile: la relazione con l’attrice Maria Casaves lo turba ma non riesce a troncarla. Pensa di riconquistare le forze con un viaggio in Grecia. Invano, anche se le meditazioni nel corso del suo soggiorno delineano ancor più forte la sua fisionomia spirituale.

Certo, la “Grecia antica” che egli ama è la Grecia classica, non la Grecia dei misteri e della sapienza, ma è indubbio che pure Camus nel suo disprezzo antiprogressistico compie una “rivolta contro il mondo moderno”. Una rivolta che coinvolge in profondità e intensamente la persona. Una considerazione, un giudizio storico che dà l’idea del passo decisivo compiuto da Camus: “a partire da Colombo – pensa – la civiltà occidentale, quella dello spazio e della quantità, rimpiazza la civiltà verticale della qualità: Colombo uccide la civiltà mediterranea.”Da qui l’ostracismo assoluto decretato dagli intellettuali di sinistra. Ormai Albert si dedica totalmente alle sue molteplici attività intellettuali: teatro – le sue regie seguitano a conquistare il pubblico e la parte più sensibile della critica – saggistica, narrativa, articoli e iniziative a sostegno di una Algeria libera dal dominio francese e dalla criminalità terroristica e dal totalitarismo arabistico.

Vivente nella e per la verità. Per non allontanarsi da questa vita ha logorato la sua vita. Un mortale incidente stradale, verificatosi dopo la conquista del premio Nobel, stronca un’esistenza già allontanatasi dalla speranza.

Di Fausto Belfiori

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07/01/2014 [stampa]
L’opinione del presidente dell’Antitrust
Meno proprietà pubblica per evitare troppi sprechi
Gli imprenditori hanno lanciato l’allarme sul cresciuto costo delle imprese di Stato rispetto al prodotto interno lordo. Tra le tante analisi di queste settimane c’è anche quella del presidente dell’autorità Antitrust Giovanni Pitruzzella secondo il quale “ è importante ridurre la proprietà pubblica, anche se non tutte le società a partecipazione statale sono sinonimo di inefficienza.”. A livello locale tuttavia la percentuale di quelle che non funzionano è alta. Basti osservare quanto successo a Roma nei giorni a cavallo delle feste in ordine alle polemiche per la mancata raccolta dei rifiuti da parte dell’Ama e i disagi dei cittadini e dei tanti turisti stranieri giunti nella capitale causati dai mezzi di trasporto pubblico.

L’Antitrust ha chiesto al governo e al Parlamento d’introdurre una forma di privatizzazione di queste società per mettere fine a quella specie di socialismo municipale, fonti di sprechi e dai bilanci in costante perdita. Secondo la Corte dei Conti nel solo triennio 2005-08 oltre il 22 per cento di queste società municipali era stato sempre in perdita.

La strada è allora meno Stato e più privato. Sulle privatizzazioni, tuttavia, occorre fare ancora molta strada. Per Pitruzzella “ non c’è scelta: solo creando le condizioni per far crescere la concorrenza in campo economico e migliorare l’efficienza del sistema si possono attrarre investimenti e si riuscirà ad agganciare la ripresa. Il capitalismo italiano ha avuto malattie di due tipi: 1- quella di aver favorito lo sviluppo di un capitalismo relazionale in cui contavano più i rapporti che il merito dell’impresa; 2- l’altra è quella che ha dato vita a incesti pericolosi tra aziende e politica. La casistica è numerosa. Il caso Alitalia lo dimostra”. Si potrebbe aggiungere anche la Rai.
17/09/2013 [stampa]
Due successi per l'Italia dei record negativi
Orchestre e l'italiano
Per l’Italia, sotto sorveglianza per l’instabilità politica e i rischi economici ( sforare il 3 per cento del debito pubblico) arrivano due soddisfazioni internazionali.

Due orchestre italiane battono quelle tedesche per numero di concerti e di spettatori. Sfatata la leggenda che quando si parla si musica sinfonica il primo riferimento sia per i Wiener di Berlino. Dall’indagine del mensile “ Classic Voice” sulla stagione 2012-13 risulta che l’Accademia di Santa Cecilia di Roma ha registrato il maggior numero di spettatori ( 340 mila contro i 280 mila dei Berliner e i 215 della Verdi) e che l’orchestra Verdi di Milano ha prodotto il maggior numero di manifestazioni concertistiche ( 154 contro le 146 della Philarmonica di Londra e le 143 di Santa Cecilia). Altro dato interessante è il volume di affari delle istituzioni sinfoniche italiane che godono buona salute, nonostante le ristrettezze dei finanziamenti pubblici.

Il secondo dato di soddisfazione riguarda la rivincita dell’italiano. Della lingua cioè. Il Tribunale dell’Ue di Lussemburgo, dopo l’intervento della Corte di giustizia dell’Aia, ha annullato tutti i bandi di concorso per l’amministrazione pubblica europea che erano stati pubblicati solo in 3 delle 23 lingue ufficiali : inglese, francese, tedesco. L’Italia si è battuta per la parità ed ha ottenuto un successo di principio contro la discriminazione linguistica. Una questione di dignità. Resta, comunque, una realtà: senza la conoscenza dell’inglese non si va da nessuna parte. La “ superlingua” non può tuttavia schiacciare le altre e la loro storia culturale.
23/07/2013 [stampa]
Moda, mobili, agricoltura tre eccellenze italiane
Bene l'export agroalimentare
Al quadro delle statistiche negative si staccano tre settori: la moda, l’Italia che arreda e l’agricoltura, con particolare per l’agro-alimentare. Sono eccellenze punto di forza all’estero ma speso trascurate in patria. Il made in Italy regge. Tra i paesi del G20 l’Italia vanta 923 prodotti di eccellenza per un valore complessivo di 173 miliardi di dollari. E’ tra i 5 paesi( Cina, Germania, Giappone, Corea) che hanno un surplus commerciale strutturato con l’estero per la manifattura, che è seconda in Europa e quinta al mondo per valore aggiunto. Quella che è sbagliata è la cura Ue di Bruxelles e la concezione economica anglosassone che confronta il debito pubblico con il Prodotto interno lordo, invece di confrontarlo con la ricchezza finanziaria netta del paese. Per il professore Marco Fortis vicepresidente della Fondazione Edison sono le quattro A che permettono all’Italia di non essere classificata solo la grande malata o definita la sorvegliata speciale dell’Europa.

Le 4 A sono: 1-Arredo-casa;2- Abbigliamento- Moda;3- Alimentare-vini; 4-Automazione-meccanica.

Il sistema Italia sta crescendo in Cina dove la metà del cioccolato mangiato dai cinesi viene dall’Italia e in particolare da Ferrero ( Rochard è stato strenuamente difeso dai falsari). Vino, pasta e olio si stanno imponendo in molti mercati. Secondo la Coldiretti il vino è il prodotto agroalimentare più esportato, seguito dall’ortofrutta fresca, dalla pasta e dall’olio d’oliva. Per l’Istat c’è un aumento dell’export del 4,4% e ci sono margini di incremento. Ormai un’impresa su due vende all’estero.

Cosa può fare il governo si domandava il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Nunzia De Girolamo di fronte a questi dati? Soprattutto tre cose: semplificazione delle procedure, sostegno dell’identità italiana rappresentata più che mai dai prodotti d’eccellenza che s’impongono sulle tavole di tutto il mondo ( ai 30 miliardi di esportazione di prodotti agroalimentari si aggiungono i 60 miliardi di merce spacciata per italiana), creare canali alternativi a quelli attuali come per esempio iniziative delle Ambasciate abbinando cultura e valorizzazione dei prodotti e marchi d’eccellenza.
24/06/2013 [stampa]
Evita Peron: sempre con i deboli e gli umili
Finalmente un libro in cui si esalta il populismo nella persona che fu idolatrata da milioni di compatrioti; in una “bruttina” che seppe apparire talmente bella, anzi, bellissima da affascinare più di un’attrice. Sapeva convincere: non soltanto con un sorriso solare, ma soprattutto con un linguaggio semplice e al tempo stesso concreto.

Negli anni in cui Che Guevara cresceva nell’odio e gli intellettuali alla Borges erano immersi nel sogno di un conservatorismo all’inglese adattato alle sponde del Rio de la Plata, Eva Peron – di lei parla con documentazione e passione lo studioso Giuseppe Brienza – si alimentava spiritualmente inserendosi nella vita del suo paese e studiando i non lievi e non pochi problemi delle donne argentine che con i padri, i fratelli ed i mariti condividevano soltanto i triboli. E si batté per loro sugli spalti della solidarietà, senza ricorrere all’ideologia femminista che esaspera nella sua esclusività.

Aveva trascorso un’infanzia e una adolescenza nelle privazioni della miseria e dell’emarginazione. E la sua giovinezza non fu migliore sino all’incontro – descritto nell’autobiografia “La razòn de una vida” – con l’uomo che fissò il suo destino: Juan Domingo Peron, un soldato giunto ai vertici della gerarchia militare non limitandosi ad assolvere i doveri di un uomo d’armi, ma partecipando con la mente e con il cuore anche ai dibattiti ed ai confronti della società civile. Peron, infatti, si mostrò fin dall’inizio del suo impegno politico sensibile alla realtà complessa e drammatica delle classi subalterne.

Nella sua battaglia si trovò costantemente al suo fianco Evita, divenuta sua consorte, nel senso pieno della parola: Juan fu il marito, ma anche il capo del movimento giustizialista da lui fondato ed il presidente della repubblica argentina. Le donne, giovani e anziane, capirono che finalmente alla Casa Rosada, abitazione del capo dello Stato, c’era una di loro: una signora dai modi gentili e dalle idee coraggiose.

Lontano dall’animosità classista e diffidente verso le soluzioni collettivistiche, si ispirò fedelmente agli insegnamenti cristiani accogliendo le indicazioni pastorali delle encicliche sociali di Leone XIII e di Pio XII. Nacque così la Fondazione che prese il suo nome: Maria Eva Duarte de Peron.

Papa Pacelli, quando la “Giovanna d’Arco di Buenos Aires” – così la definì un giornale sudamericano – venne a Roma per rendere omaggio al Pastor Angelicus, ebbe parole di lode per il regime giustizialista esortando l’ospite a continuare nell’opera moralmente e socialmente realizzatrice: una vera crociata contro la quale si pronunciarono tutti i potentati dell’est e dell’ovest. Opera che soltanto il sopravvento di un morbo inesorabile riuscì ad interrompere.

E’ merito di Giuseppe Brienza avere con il suo saggio contribuito a ricomporre il vero profilo di una donna che non è stata dimenticata. Ne è conferma l’omaggio continuo che viene reso presso la sua tomba da persone di ogni ceto sociale.

Di Fausto Belfiori

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20/06/2013 [stampa]
Disinvoltura eccessiva
Il sottoscritto – fiero di provenire da una nobile famiglia plebea che, tempratasi nella costante povertà, mai si è aggregata o abbandonata a sterili ribellismi – ha sempre guardato con simpatia e ammirazione nonché preso come modello le persone capaci di mantenere nella professione e nella vita una linea di laboriosità e di probità. Certo, è consapevole che quarantacinque anni di lavoro non possono essere trascorsi senza errori e omissioni. Tuttavia, spera di non essere rimasto sordo ai richiami di una coscienza non assopita e di conseguenza degno nell’esercitare l’arte della comunicazione.

In questi mesi – ecco il perché della lunga premessa – gli è capitato con più frequenza di constatare la disinvoltura con cui ci si trasferisce da un giornale ad un altro adeguandosi subito e senza imbarazzo al nuovo orientamento politico, del tutto contrastante con il precedente.

In particolare, ha avuto modo di osservare tale prontezza di assuefazione nel settore dell’informazione religiosa. Qui non si è trattato di un “salto” senza turbamenti da un campo a quello opposto ma, in occasione della dolorosa vicenda che ha portato alla successione pontificia due personalità dal carisma tanto diverso, non si è fatto altro che ricorrere al solito giubilo e allo stantio linguaggio laudatorio affidandosi all’elemento emotivo e spettacolare. In tal modo è andata perduta la grande carica spirituale contenuta negli appelli alle virtù teologali di Francesco cosi come è stato dimenticato il richiamo di Benedetto XVI ad una convinta fedeltà.

Di Fausto Belfiori

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17/06/2013 [stampa]
Quando pensiero e ricerca non danno risultati soddisfacenti
Oltre liberalismo e libertarismo c’è la liberalità, un modo di essere piuttosto arduo a raggiungere come ci insegna Primo Siena offrendoci profili di filosofi e statisti degli ultimi due secoli. Oggi c’è un pensatore, Roger Scruton, che vorrebbe fissare la linea operativa rispetto alla realtà franante di questi tempi. Purtroppo però, fino ad oggi non è andato oltre una diluita ideologia che sembra un’accogliente rifugio per menti favorevoli al rifiuto, ma senza compromettersi più dell’inevitabile.

Scruton, definito enfaticamente in questi giorni “uno dei pensatori più brillanti e influenti del panorama filosofico contemporaneo”, attacca in un suo recente saggio, apparso anche in edizione italiana, la corrente più aggressiva della scientismo: la neurofilosofia che rappresenta l’offerta più recente del mercato dell’incultura, per usare un’espressione di cui già si era servito Ardengo Soffici nella prima metà del Novecento. Il filosofo accusa giustamente la neurofilosofia di provocare un ulteriore scadimento della scienza e la totale negazione di una concezione dell’uomo e della vita tale da permettere una operosità serena e solidale: negazione che finisce per nascondere totalmente il volto di Dio e oscurare la persona.

Ma cosa propone Scruton per combattere efficacemente questa mentalità distorta che accomuna tanti addetti alle discipline scientifiche? Il ricorso alla teologia di Karl Rahner: proprio la teologia responsabile di aver squassato la Chiesa con revisioni nella dottrina e con deviazioni e limitazioni nell’attività pastorale di cui ogni giorno si avvertono le conseguenze nell’istituzione e nelle coscienze.

E’ questo il guaio del pensiero scrutoniano: il condizionante e frenante timore di spingersi troppo avanti nella critica e di ricorrere a paliativi che spesso non soltanto sono inutili, ma rendono il male più grave e dannoso.

Non sempre, dunque, il pensare risulta un esercizio positivo. E’ il caso del professore Luciano Canfora, un superattivo storico e filologo le cui intellettualmente indigeste simpatie staliniane sono rese sopportabili dall’intelligenza e dalla voglia affannosa di legittimare i suoi giudizi. La sua “Intervista sul potere” concessa ad Antonio Carioti – testo sul quale sarà opportuno tornare – ne è una prova inconfutabile.

Canfora si conferma un paziente instancabile ricercatore, ma non è sicuro che sia senza eccezioni il detto “chi cerca trova”.

Di Fausto Belfiori

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06/06/2013 [stampa]
Gli storici confermano: progressismo fa rima con razzismo
Non fu soltanto Franklin Delano Roosevelt – il politico statunitense, “presidente del New Deal e della vittoria”, secondo i giornalisti aulici – a distinguersi, prima di entrare alla Casa Bianca, come discriminatore antiebraico. Costui, forte del suo potere di oligarca, non si limitò soltanto a “convincere” finanzieri e industriali a riempire con milioni di dollari le casse vuote della Russia staliniana ed affamata, ma fece pressione sui vertici di vari stati della federazione americana e di importanti università per limitare notevolmente la presenza di impiegati pubblici e di studenti di razza israelitica.

Nel gruppo dei progressisti antisemiti e razzisti vanno inseriti altri due santoni della sinistra internazionale: Salvador Allende e John Fitzgerald Kennedy.

Il primo che finì suicida dopo la rivolta delle Forze Armate contrarie al governo con i comunisti, viene finalmente presentato nella sua vera veste ideologica e politica da Victor Farias, personaggio già espostosi per aver scritto un libro sul filonazismo di Heidegger. Oggi, sempre animato dalla volontà di mettere alla gogna le prave intelligenze, si ripropone con “Salvador Allende, la fine di un mito”, dopo aver già colpito con i suoi strali polemici lo stesso capopartito con “ Salvador Allende, antisemitismo e eutanasia”.

In questi due lavori di puntigliosa ricerca Farias, oltre a raccogliere indiscutibili prove sul razzismo di Allende che si era espresso con durezza pure sulla popolazione nativa del Cile, riporta documenti che si riferiscono alla stretta e continua collaborazione del defunto presidente e tutto il suo partito con la polizia segreta e con il regime comunista della Germania orientale.

Anche su John Fitzgerald Kennedy sono emerse componenti del suo pensiero oscurato e silenziato con l’entrata alla Casa Bianca. In proposito, a sua carico morale, prima che politico, c’è il giudizio espresso per iscritto – scripta manent – sulla superiorità della razza nord-europea su quella meridionale. L’ammirazione per Hitler ne è la conseguenza. Nell’agosto del 1945, a tragedia conclusa, sul capo della Germania nazista così si pronunciava: “aveva qualcosa di misterioso nel suo modo di vivere e nella sua maniera di morire che gli sopravviverà e continuerà a crescere. Era fatto della stoffa con cui si fanno le leggende.” Così sentenziava colui che sarebbe diventato il presidente degli Stati uniti d’America: figlio, è il caso di ricordarlo, di un ricchissimo senatore conosciuto per le sue amicizie nella Germania del Terzo Reich.

Da queste “rivelazioni” deriva un insegnamento: non trascurare i precedenti degli uomini politici. I loro trascorsi spiegano spesso i successivi comportamenti.

Di Fausto Belfiori

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16/05/2013 [stampa]
Una falsa Roma in un libro rievocativo
E’ in corso un’operazione che si potrebbe intendere come un tentativo di correzione della memoria di un periodo non troppo felice della storia italiana. Un periodo in cui ci si adoperò caparbiamente ad accantonare l’intelligenza e la genialità per far posto all’(in)cultura massificatrice, sempre  aggressiva nell’intento di soddisfare i gusti più devianti all’insegna del più disonorevole vassallaggio politico.

Così i decenni della seconda metà del Novecento che videro la poesia, le arti, il pensiero umiliati dall’ideologismo di chi immeritatamente li rappresentava, sono esaltati come “anni di gloria” da chi si presta all’inganno o, addirittura, di questo inganno è vittima.

E’ arduo stabilire a quale delle due categorie appartenga l’autrice di “Addio a Roma”, una sorta di rievocazione, sullo sdrucciolevole piano della più molesta nostalgia, di una città che subiva la sfrenata presenza di un concentrato umano tronfiamente convinto di possedere i requisiti di creatività da mettere a disposizione del popolo: un popolo, in realtà, detestato e strumentalizzato ai fini del successo personale.

E’ un clan numeroso quello che ingloriosamente rivive nelle pagine di Sandra Petrignani, nota come autrice di romanzi e di saggi graditi dal pubblico e accolti favorevolmente dalla critica. La scrittrice impiega le sue doti di narratrice per porre la lunga schiera di amici e conoscenti, tutti membri del suddetto clan,  nella luce migliore e nella posizione più idonea a giustificare i premi, le prebende, i “riconoscimenti” e i privilegi di vario tipo di cui hanno goduto e, se viventi, godono ancora.

Passano, dunque, sotto gli occhi del lettore i protagonisti di un’epoca che sicuramente non sarà ricordata per aver dato vita e nutrito una cultura sana e vigorosa. Susseguosi, egocentrici, sospettosi e invidiosi l’uno dell’altro; atrocemente vogliosi della ribalta e insuperabili nell’autoencomio

Superfluo sottolinearlo: tranne poche eccezioni, sono schierati a sinistra e non si risparmiano nell’assecondare i loro beniamini politici. Pronti a fischiare o ad applaudire, a piangere o a ridere, a sbeffeggiare, ad insultare, a denigrare e ad esecrare i nemici del partito che diventano automaticamente nemici della verità di cui il partito è custode.

La signora Sandra Petrignani si è probabilmente comportata come le persone schiette e gentili che parlano bene di coloro che amano. E nell’esprimersi appassionatamente è stata così sincera da riuscire a presentarli come sono: insopportabili nella vanità, invadenti nella mediocrità.

Vanità e mediocrità: esiziali per una cultura che non vuole essere effimera e si propone di costituire il nerbo della società.

Di Fausto Belfiori

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15/04/2013 [stampa]
Un romanzo fantapolitico offende la memoria di Solgenitsin
Solgenitsin non aveva contro soltanto i comunisti. I suoi nemici non erano soltanto gli intellettuali legati ai vari partiti marx-leninisti sparsi per il mondo. Era malvisto anche da molti preti cattolici: da quelli di sinistra e da chi non lo sopportavano perchè convinto ortodosso.

Per non parlare dei letterati “sperimentali” che lo detestavano perché – sono parole di un poeta frequentemente citato e ossequiato con numerosi riconoscimenti e premi – “non ci si può interessare alle beghe politiche”. E l’ostilità verso il coraggioso scrittore continua, nonostante che questo instancabile e documentato accusatore del regime sovietico e dell’ideologia comunista sia scomparso da un quinquennio.

Adesso giunge in Italia, abbondantemente pubblicizzato, un romanzo fantapolitico il cui autore, Vladimiro Vojnovic, non fu certo tenero verso i tiranni che tenevano sottomessi i suoi compatrioti. Tanto che fu costretto a lasciare l’Unione Sovietica.

Nelle pagine di “Mosca 2042” – è il titolo dell’opera – descrive una Russia che, nonostante l’implosione del logoro sistema bolscevico, prosegue ad essere preda di un’avida e occhiuta oligarchia che ha conciliato il marxismo con il cristianesimo dei “teologi della liberazione” e del filosofo politico Franco Rodano.

Niente di nuovo, si dirà: già visto. E’ vero. Ma ciò che disturba nella narrazione è l’insistenza nel deridere una figura nobile della Russia del Novecento: un paese che nel secolo scorso di personaggi degni di essere lodevolmente ricordati non ne può vantare molti. La verità è che Solgenitsin rimarrà nella storia russa del secolo scorso come il rappresentante di quella esigua minoranza che, non  soltanto ha resistito al  “socialismo realizzato”, ma ha contrattaccato con le armi offerte dall’intelligenza e dallo spirito di sacrificio. Una minoranza che ha risposto alla crudeltà e alla cecità spirituale con la poesia, con l’arte, con l’attenzione quotidiana ad evitare ogni compromesso che potesse rappresentare un atto di debolezza nei riguardi del regime e fosse di nocumento per l’anima. Una minoranza che ha rifiutato di chiudersi nella rinuncia per mobilitarsi nella denuncia di una insopportabile infamia commessa ai danni di tutto un popolo.

Si può obiettare che negli ultimi tempi, prima della morte, Solgenitsin  non abbia dimostrato la necessaria fermezza nei confronti di Vladimiro Putin. Ma, ormai, era vecchio e stanco. Estraneo ad una società piegata da miti non meno inquinanti di quelli imposti dai Soviet. Non senza motivo era considerato un intruso nella nuova Russia che, poi, nuova non è.

Di Fausto Belfiori

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22/03/2013 [stampa]
Il fallimento comunista negli scritti di Enrico Berlinguer
E’ stato un umorista, questo almeno si ritiene, ad infastidire l’umore dei cattolici asserendo che i comunisti italiani hanno avuto il loro Bergoglio prima dei fedeli alla Chiesa di Roma. Il Bergoglio rosso sarebbe stato Enrico Berlinguer. La “trovata” avrebbe voluto essere nelle intenzioni dell’autore una battuta ad effetto, ma non ha raggiunto lo scopo perché del tutto dissimile dalla realtà: il confronto è lungi dall’essere possibile.

Infatti, l’austerità su cui volle insistere per qualche tempo il politico sardo fu un tema della propaganda del suo partito. Ben altro dalla scelta di vita proposta in pieno spirito evangelico dal successore di Benedetto XVI. Così il pressante appello dell’attuale Pontefice alla fraterna solidarietà verso gli emarginati ed i negletti non si può avvicinare o addirittura confondere con la teoria marxista-leninista, riferimento costante di Enrico Berlinguer. Una teoria che indica, come è tristemente noto, nello scontro di classe, ritenuto inevitabile, l’unica uscita dal vicolo cieco delle divisioni e delle sopraffazioni. E’ evidente come l’apologia evangelica non abbia neppure una lontana parentela con l’ideologia pauperistica oggi in voga: ideologia che, mascherata da “teologia della liberazione”, ha trovato un forte, insuperabile ostacolo in Giorgio Mario Bergoglio che si faceva scudo della virtù teologale della carità per fronteggiare lo stimolo alla lotta di classe, foriero di desolazione e morte. A proposito, chissà se il nuovo papa non si prefigga di realizzare sulla terra con la “nuova evangelizzazione” quell’intesa celestiale già raggiunta tra il cantore della regalità di Cristo, Franceso d’Assisi e il santo hidalgo spagnolo, Ignazio, divenuto irriducibile propugnatore della Controriforma tridentina?

Pertanto, papa Bergoglio non può essere paragonato ad un agitatore politico, asserragliato dietro gli schemi ideologici che impediscono proprio quella visione di serena fraternità auspicata dal Pontefice. La verità è che il comunismo è stato ed è tuttora elemento di rovinosa      contrapposizione e Berlinguer lo sapeva  tanto è vero che la sua strategia è  stata costantemente finalizzata, anche quando era espressa con toni morbidi, a portare lo scontro su un piano sempre più subdolo e aspro. Le sue indubbie sconfitte, riconosciute pure da storici della sua area, sono la conseguenza del suo accanimento nel voler fare del p.c.i. il modello del “partito di lotta e di governo”, cioè, del partito che conduce una lotta spietata e ad oltranza per impadronirsi del governo e trasformarlo in regime.

A ben riflettere le sue iniziative non hanno favorito l’attuazione dei piani elaborati successivamente ai piani superiori delle Botteghe Oscure. Ma questo è dipeso dalla situazione internazionale verificatasi dopo il cambio degli oligarchi al Cremino. Non per merito degli italiani che  si mostrarono e proseguono a mostrarsi passivi dinanzi ad un paese allo sfacelo.

E’ uscito per Einaudi un volume che raccoglie interviste e scritti dell’ex segretario del partito comunista italiano. “La passione non è finita” è il titolo del libro che merita di essere letto per riflettere sul passato e renderci meglio conto della tragedia cui l’Italia andrà incontro se non saprà difendersi da una coalizione che tiene insieme le utopie perverse del socialismo e le mire di un clericalismo non rassegnato a perdere il potere e quindi disposto ad accettare anche il più disonorevole dei compromessi. Di Fausto Belfiori

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18/03/2013 [stampa]
Per decenni la Sorbona scuola di sovversione
“Come e da chi è stato sterminato il mio popolo”: questo avrebbe dovuto essere il titolo dell’accurato lavoro di ricerca e documentazione condotto da Rithy Panh che vuole ricordare ai suoi compatrioti cambogiani il loro iter doloroso, attraverso tutti i tragici eventi vissuti dopo essere caduti in mano all’associazione a delinquere dei Khmer rossi. Lo scrittore non manca di ricordare come il capo di questa organizzazione criminale, Pol Pot ed i suoi più stretti collaboratori si siano “formati” frequentando regolari corsi e laureandosi presso una delle più famose università europee, la Sorbona, divenuta, dopo i secoli gloriosi dell’insegnamento delle scienze sacre e profane nel Medio Evo, la superba cattedrale dell’ideologia illuministica. Costoro vennero dalla Cambogia e vissero a Parigi sostenuti da borse di studio elargite loro dai controllori della democrazia borghese e neocolonialista.

Fu nella capitale francese che si prepararono a sterminare il loro popolo: oltre un milione mezzo di morti. Una carneficina nel nome di Lenin e di Mao. Fu presso il celebre ateneo che diedero vita al primo centro teorico e operativo. Fu nelle aule dove un tempo si celebrava la millenaria sapienza che ricevettero il  battesimo di professionisti della sovversione dai cattedratici della sinistra marxista e laicista, portati alle stelle per decenni da gazzettieri incolti. E ubriacati dalle loro tesi improntate a uno spirito di violenza e distruzione questi giovani, rientrati nel loro paese, divennero “i feroci soldati delle ideologie della Sorbona”, secondo una definizione che è la loro condanna storica.

Di Fausto Belfiori

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25/02/2013 [stampa]
Ermanno Olmi, profeta di sventura o sventurato agitatore?
Solitamente Ermanno Olmi nel suo cinema non rinuncia al clima tribunizio, variando dal lagnoso e lacrimoso alle pose sdegnate e irose. Ma nessuno osa rilevare questo difetto, sottolineare queste forzature che impediscono, non soltanto di avvicinarsi alla poesia, ma anche di raggiungere il fine al quale il regista asserisce di voler tendere: presentare la realtà senza alterazioni.

Il perché lo si capisce facilmente: Ermanno Olmi non nasconde la sua propensione a sinistra e non a quella più moderata. Pertanto, sia tra i preti progressisti che tra gli intellettuali nostalgici del Cominform, portati a confondere la libertà con le angherie e le mistificazioni e disposti sempre a ripetere la stessa parola d’ordine del  “va tutto bene a sinistra”, nessuno ammetterà che il cinema italiano è mediocre perché gli attori ignorano cosa sia l’arte della recitazione, i registi non superano il livello degli attori e gli sceneggiatori non hanno l’immaginazione necessaria per essere  originali.

Fin qui, però, non ci sarebbe un danno troppo oneroso: ci sono modi migliori di impiegare il proprio tempo che andare a chiudersi nelle sale di proiezione. Il guaio è che adesso Ermanno Olmi pretende di fare pure il teologo e il profeta di sventura.

Intendiamoci, che non ci sia molto da essere allegri non è difficile rendersene conto. Ma il credente, quando è tale – e tale si dichiara Olmi – non è pessimista, tanto meno catastrofico. Lo ha raccomandato anche Papa Benedetto ai sacerdoti della sua diocesi: non lasciatevi prendere dallo sconforto perché alla fine è sempre il Signore a vincere.

Il credente è realista e confida in Cristo da cui ha avuto garanzie che la Chiesa vivrà fino al suo ritorno. Ma non è di questo parere Ermanno Olmi il quale ha approfittato dell’annuncio dell’abdicazione del Pontefice per pronunciare la sua sentenza: Benedetto si ritira perché la Chiesa non c’è più. E questo è falso. La Chiesa sta attraversando un arduo momento, ma è soltanto uno dei molti che ha vissuto. E forse, se si ripercorrono i suoi venti secoli ci si accorgerà che non è neppure il peggiore. Olmi prenda in mano qualche testo serio, lo legga e ne converrà. Ciò che è certo è che la Chiesa è viva  e le difficoltà di oggi sono soltanto la prova  delle aggressioni dell’Ostacolatore sempre superate dalla Sposa di Cristo. Questa sicurezza non deve indurre alla smobilitazione spirituale ma deve ricordare cha la disperazione non è del credente che non ha la pretesa di sostituirsi allo Spirito Santo.

Infine, non c’è da rattristarsi se si è minoranza: l’importante è riuscire ad essere promotori di civiltà. Ci rifletta, Ermanno Olmi.

da http://lapievedelricusante.wordpress.com

di Fausto Belfiori
28/01/2013 [stampa]
Le agende sindacali in vista delle elezioni politiche
Profonde divergenze tra CGIL e Confindustria
Le associazioni sociali ( imprenditori, lavoratori, liberi professionisti, artigiani, commercianti) in tempo di elezioni politiche presentano , di solito, le loro piattaforme. L’obiettivo è che la futura classe dirigente del paese tenga conto delle valutazioni e delle proposte elaborate dall’esperienza sul territorio, in fabbrica, nei negozi, negli studi professionali, nelle università.

La Confindustria ( il sindacato degli imprenditori) e la Cisal ( la Confederazione dei sindacati autonomi dei lavoratori) hanno pubblicato e rese note le proposte e le richieste a tutte le forze politiche. La Cgil no. Ha scelto un’altra strada. Ha convocato a Roma un’assemblea dei quadri ( anticipandola rispetto alla data prevista per farla coincidere con l’inizio della campagna elettorale), invitando a parlare solo i leader della coalizione del centrosinistra.

Molti osservatori si sono chiesti perché il segretario Susanna Camusso ha voluto portare, così vistosamente, il maggiore sindacato italiano dei lavoratori sulla strada dell’impegno politico e non sindacale. La risposta è stata che alla Cgil della Camusso interessano più le scelte politiche che quelle sindacali. Per questo ha voluto mettere il cappello sul futuro programma della coalizione che secondo i sondaggi dovrebbe uscire vincitrice dalla competizione elettorale. Il richiamo al “ Patto di lavoro”( lanciato 64 anni fa da Giuseppe Di Vittorio, il leader della Confederazione unitaria poi “ cinghia di trasmissione” dell’allora Pci di Palmiro Togliatti) ha perso così originalità di proposta sociale per contribuire a risolvere i problemi del lavoro che il nuovo governo dovrà affrontare e risolvere.

Nel merito nelle indicazioni della Camusso c’è un campionario vetero-marxista della lotta di classe, con l’evidente idiosincrasia nei confronti del ceto medio e dei possessori di ricchezza. La crisi, per la Cgil, si risolve con più tasse sulle grandi ricchezze, sui patrimoni mobiliari e immobiliari, sulle rendite finanziarie.( altre patrimoniali dopo l’IMU). La strategia è quella di un maggiore intervento dello Stato affinché il settore pubblico sostenga l’occupazione, gestisca i servizi di welfare e guidi le imprese partecipate.

Per la Camusso , allora, parlare di un maggiore intervento dello Stato “ non è una bestemmia. La nostra sfida è chiudere con l’epoca delle politiche liberiste”.

Una ricetta ( assenti all’assemblea i segretari della Cisl Bonanni e della Uil Angeletti) piaciuta a Bersani, Vendola e Tabacci. Le modalità della conferenza programmatica sono state, però, criticate dalla sinistra interna della Cgil che difende la linea di autonomia del sindacato dai partiti. “ La segretaria della Cgil, dice Giorgio Cremaschi, ha voluto anticipare la Conferenza proprio per avere la presenza esclusiva dei leader del centrosinistra”.

Diverso l’orientamento della Confindustria e di altre associazioni di imprenditori. Occorre liberare il lavoro e mettere al centro delle agende politiche una reale politica dell’impresa chiede la Confederazione delle libere associazioni artigiane a nome di un milione e mezzo di imprese.

Terapia d’urto contro il declino economico chiede il presidente Giorgio Squinzi. La ricetta degli imprenditori privati per rilanciare l’economia prevede la mobilitazione di 316 miliardi di risorse pubbliche in 4 anni per ottenere una crescita del Prodotto interno lordo del d 2 per cento, meno Irpef per favorire i redditi bassi, una Ires al 23%, l’armonizzazione dell’Iva verso l’alto esclusi i prodotti farmaceutici, il pagamento dei 2/£ ( 48 miliardi) dei debiti delle Pubbliche amministrazioni per ridare ossigeno alle imprese, la revisione della riforma del lavoro varata dal Ministro Fornero.

Al primo posto va comunque messa una diversa attenzione all’economia reale da troppi anni ignorata, con il rilancio delle politiche industriali e dei settori manifatturiero e delle costruzioni.

Le posizioni della Cgil e della Confindustria sono molto distanti nelle rispettive impostazioni: statalista la prima, liberista nella seconda.
14/01/2013 [stampa]
Ricordo di Orsola Nemi: nelle sue pagine la nostalgia del Cielo.
Sia reso merito a Maurizio Serra, uno studioso che non ha la memoria corta in un tempo di smemorati. Ha, infatti, ricordato Orsola Nemi, scrittrice la cui lettura è ancora gradita a chi non si lascia coinvolgere dalle odierne brutalità e ottusità e sa guardare senza lasciarsi distrarre dal ciarpame letterario.

Orsola non era una giornalista di professione, non curava rubriche dedicate alle donne: prendeva la penna soltanto quando sentiva la necessità di esprimere un pensiero degno di essere comunicato. Il suo linguaggio era misurato, ma conteneva quella forza destinata ad imporsi perché in grado di sollecitare pensiero e sentimento permettendo loro visioni oltre il grigio spazio quotidiano. Pertanto ciò che scriveva era accolto con animo grato da donne e uomini non disposti, pur non chiusi in se stessi, ad annullarsi nella mischia.

Viveva in una casetta in cima ad una collina della terra ligure, circondata da un giardino incoltivato e dinanzi ad un mare che ancora resisteva all’inquinamento. Nell’ascoltarla si riviveva il clima spirituale di civiltà non ignare delle origine e tese all’eterno; di società la cui energia era nella fedeltà.

Forse non si sbaglia rilevando un limite nel pur intenso ricordo di Orsola da parte del Serra. Sembra essergli sfuggita la viva, anche se riservata religiosità di questa persona “timida”, ma sincera e coraggiosa. Lo dimostrò quando, senza malanimo, registrò l’assoluta ignoranza di Moravia sul cattolicesimo. Ignoranza e avventatezza che lo condussero a porre sullo stesso piano il cristianesimo romano e il sincretismo afro-brasiliano. “Se si parlasse di una religione orientale o di un culto polinesiano – fu il commento dolcemente ironico di Orsola – con il modo approssimativo usato da Moravia per la nostra religione, si sarebbe accusati di incultura.

Ma ignorare il cristianesimo, anzi il cattolicesimo, può essere elegante disinvoltura e, poi, fa tanto progressivo”

Grazie, in ogni modo, a Maurizio Serra che ha indicato nelle pagine di Orsola Nemi un aiuto a trovare la via del conforto e della speranza. di Fausto Belfiori

12/12/2012 [stampa]
Limonov, un falso eroe dell'intellettuale d'oggi
Oggi si prediligono le persone dall’animo contorto, pronte ad ogni aberrazione purché favorisca i propri piani, a condizione che sostenga la voglia di emergere, di raggiungere la notorietà, di imporsi su coloro che vivono nel rispetto di se stessi e del prossimo senza adeguarsi al pensiero ed ai costumi in voga.

Per questo Emmanuel Carrère, tenendosi lontano dal rigore scientifico della madre, nota e stimata per le sue analisi sul comunismo moscovita, ha voluto affiancare ai romanzi da lui scritti con successo, una biografia della figura più nota degli hooligani, cioè, dei pochi che si ponevano ai margini della società sovietica tenendosi, però, lontani da ogni manifestazione di dissenso nei riguardi del regime.

L’individuo in questione è Edoardo Limonov alle cui vicissitudini Carrère dedica un lungo racconto alla Tom Wolf, ma più scurrilmente giornalistico in maniera da venire incontro alla morbosità di coloro che preferiscono la lettura di romanzetti di disimpegno intellettuale alle pagine per le quali si richiede una costante applicazione della mente.

Il sogno di un amante di ogni eccesso come Limonov – un sogno coltivato sin dall’adolescenza – era di porsi almeno un gradino sopra gli altri. A qualunque costo. Per questo girava con in tasca un coltello a serramanico, non disdegnando l’aggressione. E non esitava ad unirsi ad altri teppisti per rubare, scassinare e togliere ogni ostacolo sulla sua strada di malavitoso in erba. Si ubriacava, non rifiutava la droga e, un po ’più avanti nell’età, si univa a prostitute dalle quali non aveva scrupolo a farsi mantenere. Con una di queste stabilì un rapporto tanto stretto da giungere al matrimonio per poi insieme lasciare il paese per gli Stati Uniti. A New York, le cose non gli andranno bene e trascorrerà un periodo pieno di triboli. Tra gli altri affanni, il più pesante è l’allontanamento della moglie che, stanca di sottomettersi allo sfruttamento di Edoardo, aspira ad una migliore sistemazione. Uno spiraglio pare presentarglisi quando un editore specializzato nella pubblicazione di libri fogneschi si dimostra interessato ad un lavoro in cui il gaglioffo emigrato descrive la sua tetra e oscena giovinezza. Ma il capitolo del soggiorno americano si chiude in passivo perché svanisce la speranza, per tanto tempo coltivata, di uscire dall’ombra della precarietà economica e dell’anonimato sociale.

Così, attraversa di nuovo l’oceano per fare sosta a Parigi dove riesce a stampare alcuni libri che gli permettono di farsi conoscere e di poter accedere a quegli ambiente mondani che erano stati sempre per lui oggetto di desiderio. Tuttavia continua a sentirsi prigioniero di una mediocrità che vede come una sconfitta delle sue ambizioni. Il rientro a Mosca è soltanto una parentesi prima del coinvolgimento nei vari conflitti che riducono a pezzi la Jugoslavia. Il richiamo alla “solidarietà slava” non è tanto espressione di un sentimento quanto il tentativo di realizzare finalmente il progetto di trovare un posto che gli permetta di distinguersi dalla massa di avventurieri e di disperati fra i quali era costretto a passare il suo tempo. E con chi Limonov sceglie di unirsi in campo serbo? La risposta è facile: la banda criminale di Arkan. Un nuovo, disonorevole fallimento. Non gli resta che la via della politica. Ricalca il suolo patrio e fonda il partito nazionalbolscevico. Prima di lui e molto più seriamente, avevano dato vita ad un movimento della stessa impostazione ideologica in Germania, dopo la prima guerra mondiale, i fratelli Junger, divenuti famosi per essere stati i teorici di una delle più intellettualmente vivaci componenti di quella “rivoluzione conservatrice” che riscosse il consenso di emeriti esponenti della cultura tedesca del tempo.

Con il suo nazionalbolscevismo, Limonov portava sullo stesso palco Hitler e Stalin – al quale inneggiava in polemica con Solgenitzin – Mishima e Lenin, Knut Hamsun e Julius Evola. Su questo piano “ideale” si muoveva il partito di Edoardo che raccolse seguaci tra gli “spostati” ed i balordi dell’immensa Russia. Secondo l’autore della biografia presa in esame, Edoardo avrebbe il merito di  salvare dalla strada tanti ragazzi e ragazze. Ma non convince: Limonov – un Nietzsche per palestrari sessuomani - mai ha avuto progetti se non per se stesso ed i suoi attacchi alla democrazia ed all’Islam non producono alcun risultato perchè non sono sorretti da motivazioni serie e consistenti. Se si vuole disarmare l’islamismo e svelare l’inganno democratico, bisogna andare a fondo e non combattere il male con un altro male. Non è sufficiente, anzi, è dannoso limitarsi al rifiuto. E’ essenziale spiegare la ragione del rifiuto e proporre una percorribile e salutare via al riscatto. E la via seguita dai Limonov e dai loro estimatori rende ancora più rapida e rovinosa la caduta.

Infine, nel caso gli capitasse di leggere queste righe, Emmanuele Carrère – che ha seguito il suo beniamino fino agli anni di prigione per presunta attività terroristica – non se la prenda se pensiamo che, come i suoi colleghi della sinistra frequentatori assidui sia delle cellule che dei salotti mondano-progressistici, dove la fazione si sostituisce alla ragione, niente ha capito del fascismo e dei fascisti autentici. Purtroppo lo scrittore francese segue l’andazzo della maggioranza dei  giornalisti e letterati. Non c’è più un Evelyn Waugh che si presentava com’era: un reazionario fieramente oppositore della sua epoca e deciso a non conformarsi ai gusti correnti.

Non ci si deve sorprendere, quindi, dal momento che il giudizio viene da chi ammira Limonov-Savenko ed elogia Putin.

da http://lapievedelricusante.wordpress.com

di Fausto Belfiori

10/12/2012 [stampa]
Un pregevole saggio di Mons. Brunero Gherardini
Le oscillanti tesi sulla Tradizione nei documenti del Concilio Vaticano II
Per la fede illuminata, per la benigna profondità del pensiero, per la stupefacente erudizione e per l'obbedienza al sommo Pontefice, monsignor Brunero Gherardini è ritenuto universalmente legittimo erede e continuatore della prestigiosa scuola teologica romana e sicura guida alla corretta lettura dei non sempre univoci documenti del Vaticano II.

Nel numero 3/2012 dell'autorevole rivista "Divinitas", mons. Gherardini pubblica un saggio di ermeneutica della continuità, un testo magistrale, che finalmente dirada le nebbie, fatte scendere dall'immotivata euforia degli scolarchi modernizzanti sull'antica, indeclinabile dottrina, che contempla le due fonti della Verità cattolica, la Tradizione e la Sacra Scrittura.

La finalità dello scritto inteso a far chiarezza, dopo tanti fraintendimenti, sul concetto di Tradizione, è ristabilire l'unità cattolica, oggi insidiata dalle aspre dispute intorno all'ermeneutica della continuità o all'ermeneutica della rottura.

Afferma mons. Gherardini: "C'è un valore di fondo, cui di necessità si richiama l'ermeneutica della continuità, sistematicamente infranto, però, da quella della rottura: la Tradizione. Se si riesce ad impostarne correttamente l'argomento, i lamentati litigi fra le due ermeneutiche non avran più motivo né occasione d'insorgere, anzi, non potranno più esserci due ermeneutiche. Dal canto loro pastori, teologi, studiosi e lettori del Vaticano II troveranno, in questo stesso valore, la chiave di volta per un'obiettiva e corretta interpretazione conciliare".

Correttamente l'Autore avvia il suo ragionamento stabilendo l'esatto significato della parola Tradizione: "La spiegazione etimologica di tradizione descrive un arco linguistico che, con radici nel lontano ebraico/aramaico, risale attraverso il greco e il latino e si riproduce come un calco dell'espressione latina nella lingua italiana, così come in altre lingue e sempre con lo stesso significato di trasmissione-consegna".

Stabilito che la comunicazione orale è lo strumento della Tradizione e che la Tradizione emerge come fonte della Fede e della Verità rivelata, l'Autore rammenta che gli apostoli hanno derivato il loro concetto di Tradizione molto più dal mondo giudaico che da quello ellenistico: "stando al pensiero di J. Raft, si tratta sempre e comunque d'una tecnica di trasmissione e comunicazione orale della verità rivelata, della qual cosa fa fede lo stesso Paolo, il quale trasmette, secondo il modello della scuola rabbinica cui appartiene, quanto ha egli pure ricevuto. Con lui ne fan fede le comunità cristiane che accolgono il messaggio degli apostoli come quello stesso di Cristo".

In tal modo è dimostrato che la Tradizione "è la vita stessa della Chiesa, oltre che la sua Fede e la sua prassi, solo se è apostolica". La Tradizione ovviamente non la Sacra Scrittura, che "trova anzi in questa la sua fondazione. E' essa stessa evangelo o lieta notizia come lo è la scrittura, pur non essendo unum et idem né qualitativamente né quantitativamente, con essa".

Il riconoscimento delle due fonti della Fede cattolica - "la teoria delle due fonti, una indipendente dall'altra ma ambedue collegate insieme dal Magistero ecclesiastico nell'unità di un'unica e medesima Fede" - allontana la tentazione di menomare alcune verità di Fede ad esempio i dogmi mariani, dedotti dalla Tradizione e non dalla Sacra Scrittura. Una tendenza rovinosa, che si è impadronita del pensiero degli ermeneuti della discontinuità, suggestionati e infatuati dall'errore intorno alla sola scriptura dettato dalla rabbia antiromana a Martin Lutero.

Opportunamente l'Autore cita l'insegnamento solenne del Concilio Tridentino e del Vaticano I, che conferma la dottrina sulle due fonti della Fede. E ai teologi che insistono sul fatto che il Tridentino non cita espressamente le due fonti replica umoristicamente: "se il Tridentino non parla di due fonti, è solo perché confida nella capacità dei suoi destinatari d'arrivare a due sommando uno-più-uno e d'ammettere come incontestabile la decisione infallibile del Concilio circa l'esistenza di tradizioni non scritte, distinte in quanto tali dalla tradizione biblica".

Rassicurato e sostenuto infine da incontestabili argomenti, l'Autore può ignorare la temeraria opinione dei teologi che giudicano ereticale la qualunque flebile obiezione ai testi del Vaticano II e affrontare la delicata e tormentata questione della continuità della Costituzione dogmatica "Dei Verbum" con la Tradizione cattolica e, in special modo, con il Concilio di Trento e il Concilio Vaticano I.

Al proposito è citato il paragrafo 7 della "Dei Verbum", in cui il messaggio cristiano "vien subito allacciato a due distinti tipi di comunicazione: quello orale della predicazione stessa e quello scritto in cui la predicazione si travasa come annuncio della salvezza".

E' dunque stabilito che alcuni punti della "Dei Verbum" sono in linea con l'insegnamento del Tridentino. L'Autore elenca la predicazione apostolica come contenuto della Tradizione, la sua durata fino alla fine dei tempi, il suo progresso relativo mediante un'ulteriore comprensione e spiegazione più profonda della rivelazione, la sua aperta professione di fede nell'azione dello Spirito Santo, la sua distinzione dal testo scritto.

Di seguito l'Autore rammenta che in Dei Verbum 9 la fedeltà al Tridentino e al Vaticano I è indebolita e diluita: "circa il rapporto fra Tradizione e Sacra Scrittura le congiunge entrambe in base alla medesima sorgente divina dalla quale scaturiscono e le congiunge a tal punto da farne in certo qual modo una cosa sola".

E' evidente che una tale variazione esige un chiarimento. Si manifesta infatti l'ineludibile necessità di stabilire "se il Vaticano II debba considerarsi l'ultima effervescenza sul tronco sempre vivo della Tradizione oppure - come sostengono i bolognesi - l'inizio di un Cristianesimo nuovo e di una nuova coscienza della Chiesa".

L'Autore propone di orientare l'ermeneutica della continuità alla puntuale, solenne verifica della continuità e della rottura nei singoli documenti del Vaticano II e dei suoi pronunciamenti.

Ultimamente la richiesta ha per oggetto "un voltafaccia nei confronti di un postconcilio che ha fatto della tautologia l'unico criterio della sua presunta analisi critica: ha spiegato ripetendo alla lettera tutto quello che intendeva spiegare".
Benedetto XVI ha iniziato l'opera del voltafaccia (eretico secondo l'opinione del cabaret teologizzante) dimostrando che nella Gaudium et Spes si propone il dialogo con il mondo moderno ma non si formula una credibile definizione di esso. Il tabù del Concilio bolognese è infranto. La via indicata da mons. Gherardini è finalmente percorribile.

di Piero Vassallo

27/11/2012 [stampa]
Introduzione al mistero dei gabellieri/banchieri
La cucina del treno emanava struggenti aromi: aceto, lardo emiliano, cipolla, basilico di Liguria, zenzero, timo, sedano e carota. I posti a tavola erano occupati da avventori per lo più effervescenti e ciarlieri. Un’affluenza eccezionale, per un giovedì sera. Il rollio del rapido comunicava allo stomaco un vago disagio. L’accompagnatore autoritario di una comitiva gitante - la cadenza veneta, un bel gessato, sulla cravatta i casti colori dell’autunno, all’occhiello il distintivo calcistico del Milan - coniava freddure e porgeva ragguagli iniziatici (d'ispirazione bancaria). Strappò i gridolini delle matrone annunciando la storiella del mago, che commette prodigi sessuali nel bagno turco. A spese di un incauto benestante, tifoso dell’Inter. Naturalmente. Un classico, dal repertorio dell’umorista Fanfulla. Giacca da palcoscenico e cappello floscio, l’attore d'avanspettacolo (e di rarissimi, preziosissimi film) recitava circondato da un nugolo di figuranti/ballanti attempate e arditamente seminude. Titolo dell’aneddoto sapienziale: l’essenza della magia bancaria. Personaggi: un mago, un risparmiatore scettico, un andrologo di passaggio. Incipit historia.

“Permette che mi presenti?” e il protagonista mise avanti un biglietto da visita: Dottor Mario Collina dei Pizzichi & Bocconi, guaritore e banchiere americanista. Diplomato a Dallas, laureato in gabellerie a Calcutta, iniziato in un gabinetto tantrico. Ramo diamante e folgore. Estasi e illuminazioni. Ordinato cavaliere della divinità marcionita dal reggente dell’Ordine Umano Universale.
"Nel tempo libero esercito la professione di miracolista economico ed ermeneuta dei messaggi lanciati dalle agenzie di ratti”. "Rating", lo corresse il periclitante.
"Ratti", insistette il mago. "L'aggettivo ratto significa velocità nei miracoli, ella conosce certamente il significato di espressioni quali ratto gesto, ratto pensiero, ratto affare, ratto addebito e simili."
“Quali miracoli?” domandò l’incauto deuteragonista, stordito dalle inusuali parole.
“Vedo che Ella inarca le sopracciglia. Forse è agnostico? Non crede nella scienza arcana? Il campo dei miracoli per lei si riduce alla religione? Ignora l'esistenza del miracolismo economico?”
“Veramente…”, il profano fece spallucce.
“Perché non provare?”
“Provare che cosa?”
“Il miracolo bancario”.
“Non esiti, lo compia, qui, davanti a tutti, invece di parlarne. Se n’è capace”.
“Scommettiamo?”
“Perché insiste? Sospenda la chiacchiera e faccia il miracolo”.
"Insisto perché lei ha un brutto colore..."
"Che cosa cx'entra il colore? Lei è un banchiere, non un medico, dopo tutto---"
Tra l’inaudito e il risparmiatore scettico, s’intavolò una snervante trattativa. Per udire la battuta finale il viaggiatore, incuriosito, si piantò in mezzo al traballante corridoio, fingendo di cercare qualcosa fra le piccole carte da tasca, il tagliando della prenotazione, ad esempio.
L’esoterico esponeva la dottrina del maestro acrobatico torinese Emilio Zulo. Se non che l’essoterico, guardingo, s’impuntava su un antipatico preliminare urologico. Lo giudicava spiacevole e sconveniente.
“Non si potrebbe evitare codesta disturbante ispezione?”, disse proteggendo la cintura con le mani.
“No, è per la sua salute”, rispose il mago della finanza.
“La salute?”, domandò la vittima, gettandosi nel vicolo cieco.
“In una pagina illuminante di Aperçus sur l’initiation, il sommo matematico René Guénon ha decretato l’indispensabilità della discesa: visita inferiora terrae retificandoque invenies occultum lapidem. Vitriol”.
Illuminante? Mah! A ogni modo l’esame a dito medio era necessario per il bene (la salute) dell'incredulo. L’alta magia e il grande gioco (le grand jeu) hanno leggi inflessibili. Codificate dai Carlì di Lubecca. Era questione di pochi attimi, ad ogni modo. Un fastidio trascurabilissimo.
“Per via della connessione prodigiosa”, soggiunse il mago, con tono misterioso.
“Quale connessione?”
“Non posso svelare il mistero del tantra bancario, se non scommette”, sorrise il sedicente mago.
Per piegare la resistenza dello scettico il mago moltiplicò la sua posta più volte senza incrementare quella dello sfidato. Infine l’incauto cedette alla somma elevata. Carta frusciante. Una cifra ingente, a portata di mano. L’alta posta, dopo tutto, valeva la candela, cioè il dito medio:
“Ecco la mia posta. Aggiunga la sua e vediamo il millantato prodigio”.
Su proposta del mago nominarono il giudice di gara, un andrologo napoletano di passaggio, al quale fu consegnato un fischietto regolare dal trillo juventino.
(Il barzellettiere, per farla breve, tacque l’inganno, ma l’andrologo, che peraltro abusava del titolo, faceva coppia fissa con il falso mago).
Si giunse infine al promesso miracolo. Il mago, infilò il dito medio in un guanto di gomma e con un subdolo sorriso sulle labbra, iniziò l’esplorazione.
“Dica trentatre!”, intimò.
“Perché ventitré?”
“Trattasi di numero esoterico”.
"Numero miracoloso", precisò l'andrologo.
"Numero della salute e della prosperità, a ben vedere".
“Aih!”
Il profano lamentò un silurante fastidio e rimase sorpreso quando l’arbitro, dopo aver fischiato tre volte, alzò le braccia del vincitore.
“Miracolo, vedano la magica connessione”.
Scrosciò l'applauso.
"Complimenti, lei è guarito!".
Il mago gongolava. La connessione, altrimenti detta congiungimento o penetrazione iniziatica, era sotto gli occhi dei bagnanti turchi. Il profano era stupefatto, ma non ancora domo.
“Ma che miracolo d’Egitto!”, protestava irrigidendosi.
“Guardi le mani, guardi le mie mani”, consigliò il mago giubilando.
“La magia economica è strutturalmente imprevedibile”, gli fece notare il falso andrologo, mentre consegnava al gongolante vincitore la somma messa in gioco dal risparmiatore.
“Nella banca la magia si capovolge in sodomia”, commentò una viaggiatrice.
"Il dito batte dove la banca vuole", osservò un'altra.
Dito... Nella rievocazione degli incantesimi finanziari è d’obbligo citare due appropriate parole – ilare connubio – che si leggono nel raffinato commento di Giorgio Quagliotti alla poesia di Annarosa Fallucci.
“Durum sex sed sex”, glossò infine il narratore elegante. Mimando la danza del ventre, teneva le braccia alzate e muoveva a ventola le mani. Il profano coglie solo gli aspetti volgari della scienza prestidigitatoria.
“Ih! Uh!” ridevano sguaiatamente le altre viaggiatrici sognando incandescenti ma improbabili ispezioni.
Non capivano che la penetrazione bancaria scende a profondità sconosciute nella terra del crepuscolo.
Altro che ridarella. Come insegna uno squisito esploratore, in un libro dalla copertina color pastello, opportunamente citato dall'andrologo, il corpo dei penetrati è il luogo di un sapere terribile, che dà la chiaroveggenza.
Meglio l'oscurità, disse fra sé e sé il viaggiatore.
14/11/2012 [stampa]
Dal "Vangelo ebraico" alla scaralità della natura nell'Islam
di Fausto Belfiori
Il ricorso a Daniele, a Ezechiele, ad Esdra ma, soprattutto, ad Enoch è ritenuto necessario da Daniel Boyarin nel suo “Il Vangelo ebraico” per convincere che le vere scaturigini del cristianesimo siano da cercare nell’ambito della religione d’Israele.

“Molte (se non tutte ) delle idee e delle pratiche del movimento cristiano del Primo Secolo, dell’inizio del Secondo Secolo d.C. e anche dei periodi successivi – è il pensiero del docente di cultura talmudica all’Università della California – possono essere interpretate con certezza come parte integrante delle idee e delle pratiche dell’ebraismo di quei tempi”. In particolare, continua lo studioso, “Le idee della Trinità e dell’incarnazione o, almeno degli embrioni di tali idee, erano già presenti tra i seguaci del credo ebraico molto prima che Gesù arrivasse sulla scena per incarnare tali nozioni teologiche e rispondere alla chiamata messianica.” Del resto – incalza Boyarin – “Molte delle prove più convincenti che rivelano l’ebraicità delle prime comunità cristiane provengono dagli stessi Vangeli.” Ma l’illustre docente non si contenta ancora: torna alla carica e giudica Gesù – forzando sino a snaturarla l’interpretazione di Marco e Matteo – un rappresentante, sia pure di rilievo, dell’ala tradizionalista contraria al riformismo farisaico affermatosi, dopo il rientro degli esuli da Babilonia.

E qui il ragionamento perde il filo perché, pur rifiutando il sospetto di coloro che vedono nelle tesi di Boyarin un ulteriore tentativo “partigiano” di negare l’originalità del cristianesimo, è evidente che si voglia negare l’indiscutibile dato essenziale, cioè, il “salto qualitativo”, se ci si può esprimere così, che Cristo con la sua predicazione induce a compiere rispetto all’ebraismo di cui non si negano le ispirazioni, le visioni e le intuizioni – come dimostra l’inserimento nella Bibbia cristiana dell’Antico Testamento con il suo tesoro profetico e sapienziale.

Nel pensiero di Bayerin il discorso del Nazareno è ridotto a “reazione conservatrice ad alcune radicali innovazioni, limitatamente alla Legge, proposte dai farisei e dagli scribi di Gerusalemme.” Gesù, insomma, non avrebbe lottato “contro l’ebraismo, ma all’interno di esso”.

Pertanto, la fede dei seguaci del Verbo diviene in Boyarin niente altro che la conseguenza del sopravvento sul genuino cristianesimo iniziale – semplice corrente israelita – del “cristianesimo gentile”, cioè quello di estrazione pagana. Boyarin, però, sbaglia nel suo convincimento di aver liquidato storia e dottrina perchè, fin dal primo momento, i cristiani – pure quelli come Giacomo maggiormente attaccati a costumi e tradizioni – hanno  chiaro cosa significhi l’avvento del Cristo. Valutavano bene l’umanità di Gesù e, non scindendo l’umanità dalla divinità, adoravano nell’unione dell’una e dell’altra la stessa Persona. Questo è ed è sempre stato il cristianesimo la cui centralità di fede nell’Uomo-Dio sancisce la distinzione dall’ebraismo.

A chi si applica nelle scienze sacre non è lecito trascurare un punto inamovibile: Cristo avrà pure mangiato kosher, ma non è questa consuetudine del suo popolo a mettere in dubbio nel credente di tutti i tempi la sua divinità che i Vangeli e Paolo attestano nel sottolineare l’assoluta originalità dell’Annuncio. Da ciò il suo rivolgersi a “Gesù che è Dio”.

Dall’altro versante abramitico, l’Islam, giunge un studio sul quale è opportuno fermare l’attenzione. L’autore è Seyyed Hossein Nasr, un ricercatore già fattosi apprezzare per opere dedicate al sufismo e alla filosofia profetica dell’Iran sciita. Stavolta ha raccolto le sue meditazioni su  “La crisi spirituale dell’uomo moderno”.

Ovviamente la sua prospettiva è quella data dalla sua angolazione religiosa che lo spinge ad esaltare nell’Islam l’unica opposizione al totalitarismo culturale dello scientismo e della tecnologia. Tuttavia le sue pagine aiutano a comprendere in profondità quanto oggi sia importante e urgente sul tema della natura ritrovare - contro l’ideologia ecologista che, spiritualmente miope, non va oltre gli aspetti materiali e contingenti - la sacralità di tutto il cosmo. Non è, però, nel giusto Hossein Nasr quando attribuisce alla dottrina cattolica quelle che sono le colpe e le responsabilità dei cattolici, soprattutto di quelli contemporanei. Questi, infatti, seguendo spesso i suggerimenti di cattivi pastori, hanno accantonato le stesse ragioni della loro fede. Ma il cristiano che ha mantenuto il senso del divino non si limita alla “tutela del paesaggio” ma si mostrerà coerente con i suoi principi custodendo nella natura il segno della Presenza che non conosce barriere di tempo e di spazio.

da https://lapievedelricusante.wordpress.com/
06/11/2012 [stampa]
Ettore Bernabei, il futuro del miracolo italiano
di Piero Vassallo
"Quando le politiche non presumono né promuovono valori oggettivi, il conseguente relativismo morale, invece di condurre ad una società libera, equa, giusta e compassionevole, tende a produrre fruistrazione, disperazione, egoismo e disprezzo per la vita e la libertà degli altri. Chi prende le decisioni politiche fa dunque bene a cercare urgentemente nuove modalità". Benedetto XVI

La sortita della società italiana dai circoli viziosi intorno a nuove e sconsolate povertà, pornografie rampanti, usure implacabili, ruberie politicanti, sadiche tassazioni, irruzioni dell'avanspettacolo nei parlamenti e castranti astensioni, può incominciare solamente dalla consapevole rivendicazione dell'originalità e della collaudata efficacia del pensiero cristiano, che nel tardo Medioevo ha inventato l'economiadell'onesto benessere e nel xx secolo ha attuato, contro ogni altezzosa previsione, il miracolo economico".

L'attualità della proposta cristiana dell’autorevole Ettore Bernabei che definisce puntualmente "crollo del mercatismo, cioè fine dell'illusione che il mercato da solo sia capace di regolamentare l'economia mondiale, soddisfacendo le esigenze virtuali di ogni creatura umana". (Cfr.: Ettore Bernabei, L'Italia del miracolo e del futuro". In una intervista di Pippo Corigliano, Cantagalli, Siena 2012, pag. 205).

E' auspicabile, pertanto, che la diaspora dei politici d'ispirazione cristiana si rovesci finalmente nell'impegno sincero a ritrovare l'ovvia unità nell'indispensabile abbandono dell'abbagliante e anacronistica dipendenza dall'errore atlantico ossia nella riscoperta delle ragioni militanti a sostegno della critica mediterranea alla sopravvissuta ma superstiziosa e truffaldina ideologia dei liberali euro-americani e degli scolastici viennesi.

Il Beato Giuseppe Toniolo aveva dimostrato senza lasciare ombra di dubbio che l'autentica dottrina del bene comune discende da "alcunché di nuovo, di originale, di singolarissimo che sgorga dall'essenza stessa della vera ed unica religione, dalla sua sapienza, dal suo amor; ed è la sollecitudine, lo zelo, la preoccupazione incessante ed assorbente per gli umili, per i deboli, per i poveri, per le moltitudini".

La novità cristiana aveva dato vita, due secoli prima del disgraziato scisma luterano, "al nuovo concetto della proprietà, che non è più una somma di diritti soltanto ma ancora di doveri, di qui la disciplina di esso, mercé cui l'interesse individuale si coordina a quello generale, di qui l'annullamento ancora dei patti leonini nei contratti agrari, la proibizione dei monopoli nelle transazioni commerciali, la condanna delle usure nel traffico del capitale".

L'auspicata rinascita del partito cristiano, pertanto, dipende dalla spregiudicata rilettura delle lezioni di Toniolo e dall'anticonformistica riappropriazione della dottrina esposta nella Quadragesimo anno, l'enciclica di Pio XI rimossa e/o censurata dal timore reverenziale nutrito dai teologi aggiornati e dai loro caudatari politicanti intorno al pensiero bicamerale della scuola bolognese.

Di qui la convinzione che può essere salvata, riattualizzata e riproposto soltanto la frazione della storia democristiana, che fu conforme al pensiero di Amintore Fanfani, fedele e lucido interprete dell'insegnamento di Pio XI e implacabile avversario dei trionfanti ectoplasmi liberali.

Occorre riconoscere che Fanfani fu l'unico autentico pensatore attivo fra i laureati cattolici militanti nel partito di De Gasperi e di conseguenza il principale riferimento oggi offerto ai promotori di una rifondazione politica di segno cristiano.

La risalita dalla foiba regressista, in cui giace l'economia italiana, martoriata e vampirizzata dai banchieri, dai trombettieri liberali, dai grembiuli e dai bocconiani allo sbaraglio, è condizionata dall'attitudine a rilanciare il dibattito, che "Amintore Fanfani attivò intorno al 1936 per contenere l'impostazione di Max Weber, tutta tesa a sostenere che il mondo cattolico non avrebbe mai avuto successo nell'organizzare un sistema economico funzionante e produttivo" (Cfr. Piero Roggi, prefazione a Ettore Bernabei, L'Italia del miracolo e del futuro", op. cit.).

Di qui la martellante ripetizione del vieto pregiudizio secondo cui "la cultura economica di matrice cattolica, a differenza di quella protestante, sia intrinsecamente incapace di progettare e gestire un modello di sviluppo realizzatore di ricchezza e benessere" (Ibidem).

Il fiorente sviluppo dell'economia italiana nel dopoguerra si deve invece alle idee di Fanfani, che si oppose strenuamente alla sciocca faziosità dei socialisti, che esigevano "la sopprerssione di tutti gli organismi dell'epoca fascista, comprese le Partecipazioni. La Dc [di Fanfani] difese l'IRi - nato nel 1933 per affrontare la crisi del 1929 e che aveva dato buoni risultati iniziali - sostenendo che sarebbe potuto diventare un valido strumento per attuare un nuovo modello di sviluppo economico ... così il miracolo italiano trasformò l'Italia in una pacifica potenza industriale, che fu classificata quarta tra i sette paesi più industrializzati del mondo" (Cfr.: Ettore Bernabei, L'Italia del miracolo e del futuro", op. cit., pag. 90 e 115).

Opportunamente Piero Roggi rievoca la crisi attuale fu preparata nel giugno del 1992 sul panfilo Britannia, dove esponenti della finanza atlantica ed esponenti dell'economia italiana decisero la privatizzazione di alcune aziende strategiche partecipate dallo stato: secondo Fanfani, con la privatizzazione, "si volle eliminare l'esperimento italiano di un'economia mista di aziende pubbliche e private, perché antitetico alla deregolamentazione già in atto nel resto del mondo".

La rivelazione delle attività destabilizzanti promosse dai nostri amici occidentali è un'eccellente occasione per rammentare alcune verità nascoste dall'opportunismo e dalla codardia degli storici di successo.

La prima rivelazione contempla l'intesa sotterranea degli esponenti del bolscevismo e della plutocrazia: "le sotterranee compromissioni che il comunismo di Lenin aveva avuto con i gruppi di potere del capitalismo angloamericano" (Cfr.: Ettore Bernabei, L'Italia del miracolo e del futuro", op. cit., pag.102).

La seconda inquietante rivelazione riguarda il terrorismo, che, in Italia, "fu tatticamente organizzato ... da agenzie, formalmente private, che agivano su input di brain trust di poteri economici e finanziari. ... L'obiettivo di fondo del terrorismo in Italia rimase sempre quello di creare difficoltà alla Chiesa cattolica".

Le tesi dell'intransigente Bernabei aprono le porte ai rifondatori cattolici mentre rinviano nel serraglio delle ingenuità disarmate e dei luminosi intontimenti i pensieri della destra innamorata del liberalismo viennese e/o pronta a stringere patti infantili con la buona massoneria americana.

Interpretato da Toniolo, da Pio XI e da Fanfani, il Novecento italiano è lo spartiacque necessario a separare per sempre la politica dei cattolici dalle suggestioni emanate dall'Occidente dei moribondi.
19/10/2012 [stampa]
Lenin e Bogdanov: due vie al dispotismo
di Fausto Belfiori
La storia del Novecento ha registrato sin dall’inizio il manifestarsi e il diffondersi di utopie perniciose che spesso hanno trovato consistente credito come nella Russia zarista dei primi decenni del secolo scorso.

Già nell’Ottocento questo impero era attraversato da inquietudini che preannunciavano un irrimediabile tramonto. Soprattutto nel mondo della cultura appariva chiaro che la perdita di saldi riferimenti spirituali e ideali avrebbe inevitabilmente condotto a moti di rivolta destinati a provocare sconvolgimenti e crolli di tale portata da determinare la fine di un’epoca.

Ma la tragica scomparsa di un regime e di un sistema di vita non aprì alla Russia un periodo di rinvigorimento morale, preludio ad una riedificazione politica e ad una ricomposizione sociale. Al cedimento non seguì la ricostruzione: la speranza sembrò soffocata da una spietata illusione ed il turbamento e l’offuscamento non si ritirarono in mancanza di un processo tendente al rasserenamento e al raccostamento delle intelligenze e delle anime senza i quali non era possibile iniziare un nuovo percorso affrontato nel segno di una solidarietà raggiunta dopo il dolore e il lutto. La sola pianta che crebbe nel terreno del fanatismo utopistico e devastatore fu quella dell’abiezione.

Ad imporsi, infatti, fu il dispotismo comunista non prima, però, che si svolgesse una acerrima lotta tra le fazioni del movimento sovvertitore. Lo scontro conclusivo fu nell’ambito della corrente bolscevica del partito socialdemocratico tra il gruppo capitanato da Lenin e la componente guidata dal medico-filosofo Aleksander Bogdanov cui si affiancarono inizialmente Anatolij Lunačarskij e Maksim Gorkij, fondatori della tanto citata “scuola di Capri dove – spiega Paola Cioni nel suo “Ateismo religioso – il bolscevismo dalla Scuola di Capri allo stalinismo”- si volevano indurre gli operai socialisti russi a lasciare la chiesa ortodossa per una pseudoreligiosità che sarebbe infine sfociata nell’ateismo marxista.

La sfida tra Lenin e Bogdanov fu senza momenti di tregua e si concluse con il prevalere delle tesi e delle direttive leniniste. Ma non fu, come ritiene la Cioni, una guerra fra dispotismo e libertà essendo i due contendenti seguaci delle teorie del teorico-agitatore di Treviri, per nulla inclini a riconoscere nella persona il presupposto di una società imperniata sul rispetto e sulla civile collaborazione.

Certo, il marxismo di Bogdanov era meno rigido di quello leninista, ma la “fonte primaria” era identica e il fine dei due non differiva: la pianificazione collettivistica. Quindi, chiunque fosse stato il vincitore, per il popolo russo la situazione non avrebbe avuto sbocchi positivi. Non tardarono a fornirne la prova sia Lunačarskij che Gorkij passando senza crisi di coscienza dalla truppa di Bogdonov all’armata di Lenin e Stalin.

Da lapievedelricusante.wordpress.com
08/10/2012 [stampa]
Le origini della crisi italiana nelle riflessioni di Ennio Innocenti
di Fausto Belfiori
Con le pagine di grande attualità del suo “La crisi italiana da Wojtyla a Ratzinger” Ennio Innocenti offre ancora una volta ai suoi lettori – molti e di tutte le età – la possibilità di riflettere, di approfondire e pure di ripensare tempi turbolenti e personaggi le cui azioni non sono state senza conseguenze.

Il tema, dunque, è la crisi italiana: una crisi che ha raggiuto livelli tali da rendere problematico in certi momenti il suo superamento. Innocenti non è il primo né sarà l’ultimo a procedere in un lavoro di analisi non facile per la complessità della situazione presa in esame. Ma il valore dello studioso sta nell’essere sfuggito al tranello teso da chi non vuole andare oltre gli aspetti economici della crisi stessa.

Infatti, l’autore risale alla causa prima, data dalla “caduta di livello” di un popolo che si è trovato, quando più ne aveva bisogno, senza guide spirituali, morali e culturali. Ed in tutta evidenza appaiono nel particolareggiato esame offerto da Innocenti, le responsabilità degli uomini di Chiesa: dei Pastori e del loro clero, dei teologi, dei docenti delle Università cattoliche, dei laici organizzati e chiamati ad assolvere compiti in campo apostolico.

Se l’eresia è penetrata a fondo nella Chiesa, è stato per l’insipienza di tanti preti, frati e monache sedotti da teorie che, dietro la parola d’ordine dell’aggiornamento, nascondevano l’ennesima aggressione della gnosi spuria. E ciò non soltanto in Italia, come evidenzia Ennio Innocenti con vasta documentazione: la Germania – tanto per non rimanere nel vago – è stata ed è maestra nelle ambiguità liturgiche, nei travisamenti dottrinali, negli accomodamenti pratici. Si pensi alle inquietudini provocate dal settarismo neoluterano del movimento “La Chiesa siamo noi”: un rimasticamento di ciò che si è già rivelato in passato spiritualmente indigesto.

Il cedimento ormai si è manifestato in tutta l’Europa e non soltanto in Europa. Un cedimento che non ha risparmiato alcun settore della vita quotidiana: la storia dei “partiti cristiani” nel vecchio continente – non esclusa naturalmente quella del partito italiano – è una storia di compromessi e di arretramenti. La mancata testimonianza ha condotto ad una miserevole assuefazione. Il “dialogo”, male inteso e peggio condotto, si è rivelato nefasto sia per la fede che per l’azione civica.

Va dato atto a Ennio Innocenti di non aver trascurato nessun momento e segno di questo processo di perdita dell’identità spirituale. Ne deriva che lo scetticismo e lo scientismo hanno finito per prevalere anche in quei centri di educazione e di studio – come le università oggi soltanto nominalmente cattoliche – che avrebbero dovuto essere un baluardo contro ogni degenerazione. Per non parlare della stampa “cattolica”, punto di raccolta del clerico-progressismo più incline, sembra, agli interessi che ai principi.

L’autore segue attentamente le vicende ecclesiali e politiche. Registra i continui, quotidiani scompensi. In particolare – e non potrebbe essere diversamente – è attento ad ogni parola e gesto di Benedetto XVI.


Il suo libro – che illumina il lettore non soltanto sulle vere cause, ma anche sulle sicure responsabilità – è reso vivo da una critica severa, tuttavia sempre provata: una critica che è anche espressione di una vitalità spirituale dovuta al quotidiano impulso delle virtù teologali.

Da lapievedelricusante.wordpress.com
26/07/2012 [stampa]
Artista e patriota: un’eroina irlandese
di Fausto Belfiori
“…Un animo reso dalla nobiltà semplice come una fiamma e una bellezza simile a un arco teso di un genere che non è naturale in una età come questa”. Una signora “alta, solitaria e molto austera”; degna di un “passato leggendario”.



Così William Butler Yeats descrisse Maud Gonne, una persona che nella sua intensa vita seppe armonizzare la dedizione all’arte drammatica, i vari interessi culturali, l’impegno a favore delle donne e, soprattutto, la passione civica. Fondò, riportandosi, anche nel nome dato all’associazione, alle origini fiere del suo popolo, le “Figlie di Erin”.

Il suo scopo, come si evince anche dalla autobiografia apparsa in italiano, era di conferire alla battaglia per l’altro sesso un carattere ben distinto da quello assunto dalle suffragette inglesi. Un movimento che non si sarebbe dovuto limitare a propugnare un riscatto per il sesso definito debole, ma che puntasse all’affermazione a tutto campo della giustizia e della dignità: contro la miseria, frutto di chi intende la proprietà come dominio sull’altro (cristianamente per i poveri, ma non pauperistica); irriducibilmente contro l’ormai più sopportabile egemonia dell’impero inglese che additava come il “Satana sulla terra”. Per questo si riteneva una “rivoluzionaria irlandese”: una rivoluzionaria che voleva fosse rimesso al suo posto il “tesoro” perduto, il tesoro di una tradizione conculcata da un potere degenerato, spietato ed estraneo a ciò che sostanzia un’antica civiltà.

Attrice che richiamava con le sue convinte interpretazioni un pubblico selezionato e partecipe, presentò per la prima volta all’inizio dello scorso secolo l’opera che Yeats aveva composto nell’intento di far rivivere a tutto un popolo il mito di quella regina d’Irlanda il cui spirito dava impulso a ogni donna che contribuiva alla lotta per l’indipendenza.

Il battesimo nella Chiesa romano-cattolica fu per Maud Gonne – oltre che il raggiungimento della compiutezza cristiana – il coronamento di una esistenza che, pur tra diversioni e cedimenti, non diede mai spazio alla rassegnazione Da La Pieve del ricusante.wordpress.com
10/07/2012 [stampa]
Presentazione articolo pier Paolo Saleri
L’articolo di Pier Paolo Saleri vice presidente della fondazione Europa Popolare che pubblichiamo, raccoglie la proposta di Marcello Pera per la elezione con voto popolare di una Assemblea Costituente con il compito di riformare la Costituzione.

Sin dall’inizio il nostro sito ha sostenuto che la condizione dell’Italia , le sue difficoltà politiche ed economiche, la crisi della rappresentanza che sostanzia quella dei partiti e delle istituzioni, richiedano di essere affrontate nell’ambito proprio di una riforma del sistema costituzionale del 1948.

Questa necessità che si presentò al Paese sin dalla fine degli anni ’60 non ha mai trovato , pur nelle diverse vicende e dibattiti, che spesso abbiamo richiamato, una strada per portare ad una soluzione adeguata.

Le resistenze conservatrici e l’inadeguatezza di molta classe dirigente hanno sempre prevalso fino ad arrivare alla situazione di oggi pericolosa e devastante.

Con questo articolo desideriamo aprire un dibattito per accogliere quei contributi che possano collocare questa proposta su di un percorso realmente costruttivo e risolutivo, per offrire all’Italia una condizione politico istituzionale all’altezza della sua importante tradizione e per ciò che essa rappresenta, complessivamente, nella patria europea e nella civiltà cristiana occidentale.



Assemblea Costituente: Napolitano, Violante, …. e i cattolici



“Buona idea la Costituente …. E’ stata presentata la proposta di elezione di un’Assemblea costituente, e dopo trent’anni di tentativi abortiti di riforma costituzionale non si può negare che quest’approccio abbia una sua motivazione. Tocca al Parlamento valutare quella ed altre proposte”. Sono parole del Presidente Napolitano, a commento della proposta di legge del Senatore Pera per un’Assemblea costituente eletta direttamente dal popolo, in un’intervista a Scalfari su La Repubblica dello scorso 5 luglio.

Lo stesso giorno il Corriere della Sera pubblica una lettera dell’ex Presidente della Camera Violante, sul medesimo argomento, ma con toni ben diversi: “ La proposta di assemblea costituente autorevolmente avanzata da Marcello Pera incontra due obiezioni radicali …. Mi permetto di dissentire”. E’ di tutta evidenza l’opposta valutazione di uno stesso fatto da parte di due uomini accomunati da una lunga ed importante storia politica di militanza nel vecchio Pci.

Una valutazione radicalmente divergente che avvalora ed invera la tesi di una profonda frattura che attraversa tutte le forze politiche e culturali, e più generalmente la società italiana. Una frattura tra coloro che hanno compreso la necessità di voltare pagina - facendosi carico della “questione nazionale italiana”, del futuro di questo Paese, della sua identità, della sua democrazia, del suo destino e della sua tenuta complessiva e coloro che - abbarbicati ad assetti di potere e ad interessi di casta, garantiti da una Costituzione trasformata in ideologia – di voltare pagina non vogliono neppure sentirne parlare.

La proposta di un Assemblea costituente eletta direttamente dal popolo risulta, sotto questo profilo, una formidabile “cartina di tornasole”capace di portare alla luce le differenze profonde che spesso si celano sotto la crosta di una comune appartenenza partitica

. E’ questo, appunto, il caso di Napolitano e di Violante: il primo espressione del Pci di Togliatti, cioè di un “partito nazionale” capace di essere coprotagonista, seppur dialetticamente, della grande stagione riformista della ricostruzione; il secondo espressione, e per molti versi artefice - Cossiga lo aveva definito il “piccolo Vyšinskij! - della metamorfosi giustizialista e giacobina del Pci negli anni del crollo della Prima Repubblica.

Risulta assolutamente evidente che le due posizioni, quella espressa da Napolitano e quella espressa da Violante rispondono, la prima, ad una logica riformista ed aperta al futuro e la seconda ad una precisa logica conservatrice di ostinata difesa degli assetti di potere ancor’oggi dominanti, ma non più legittimati dal consenso popolare.

Controprova ne è il fatto che, Violante, pur di allontanare il pericolo che le chiavi del potere vengano restituite al popolo per eleggere l’Assemblea Costituente, inventa e propone un contradditorio e farraginoso meccanismo che, facendo finta di cambiare qualcosa, finisce con il riportare all’attuale Parlamento ( a proposito ma non era quello delegittimato dei nominati e del “porcellum”?) il delicatissimo compito di istituire ed indirizzare una improbabile “ commissione esterna” il cui operato dovrebbe poi essere approvato dal nuovo Parlamento che sarà eletto nella primavera 2013.

Tutto, insomma, pur di non ricollocare la sovranità popolare al centro del meccanismo istituzionale e decisionale. Cioè, per dirla senza giri di frase, per evitare di fare la prima e principale cosa di cui l’Italia ha, oggi, bisogno per ripartire.

Possiamo a questo punto immaginare che in un dibattito così cruciale per il destino della nostra nazione, i movimenti cattolici possano restare silenti? Credo proprio di no. E’ necessario prendere posizione e prenderla con forza a sostegno di una scelta conseguentemente riformista.

D’altro canto, per quanto riguarda Il Mcl il tema messo oggi, autorevolmente ed opportunamente, sul tavolo da Pera e condiviso dal Presidente Napolitano, non è certo nuovo né inconsueto. Già nel Consiglio nazionale del 15/16 giugno scorso, questa problematica è stata dibattuta ed approfondita approvando una linea chiaramente esplicitata nella relazione e nelle conclusioni del Presidente del Movimento: una linea con la quale la proposta di Assemblea Costituente è sostanzialmente consonante.

Ha detto, infatti, Costalli in quell’occasione: “Cosa occorre fare per restituire una nuova legittimazione alle Istituzioni e ripristinare il primato della politica? E’ inutile nascondersi che per ottenere questo serve una forte cesura con il passato più recente. I piccoli aggiustamenti non sono sufficienti. Si tratta di riportare la sovranità popolare al centro di tutto il meccanismo istituzionale. I cittadini devono sapere che il loro voto conta, che la loro partecipazione può cambiare le cose, che il loro consenso può dare alle istituzioni la forza per opporsi alla dittatura dei mercati, peso alla nostra voce in Europa, tenere a bada caste e potentati “in primis” una burocrazia sempre più autoreferente, spezzare la gabbia di privilegi, interessi particolari, condizionamenti e veti incrociati che impedisce all’Italia di ripartire e di crescere. Ma come ottenere tutto questo senza una grande riforma delle istituzioni? senza un nuovo patto tra Popolo ed Istituzioni? Per questo è necessario che i cattolici, che tanta parte hanno avuto nella redazione della Costituzione della prima Repubblica, si facciano promotori di una grande iniziativa di riforma costituzionale finalizzata a ripristinare la sovranità popolare, attualizzare la Costituzione liberandola dalle incrostazioni ideologiche ed interpretative che si sono sedimentate nel corso dei decenni, ridare vita ad intuizioni disattese, come gli articoli ispirati alla economia sociale di mercato, al ruolo istituzionale dei partiti e dei sindacati, allo sviluppo delle autonomie locali in senso federalista e sussidiario. Si tratta di una operazione organica, non certo da condursi per colpi di mano, che dovrebbe prevedere l’elezione diretta, da parte del popolo, di un’Assemblea Costituente”.



Pier Paolo Saleri

Vicepresidente Fondazione Italiana Europa Popolare
05/07/2012 [stampa]
L’antica saggezza nelle pagine postume di Fausto Gianfranceschi.
di Fausto Belfiori
Essenziale, quindi, chiara e semplice è la scrittura di Fausto Gianfranceschi. Lo è stata sempre. Fin da quando collaborava all’infuocata stampa della giovanile opposizione integrale al regime oligarchico e partitocratrico.

Con la maturità anche i giudizi erano divenuti più misurati. Ma sempre irremovibili sui principi; severi nei riguardi del malcostume generale. Negli articoli degli anni verdi già si riflettono lo spirito di dedizione e l’intelligenza di un giovane che infastidiva per le idee ostili alla sobillazione sovvertitrice come al quietismo immorale della conservazione partitocratica.

Fu, appunto, il costante spirito di dedizione a dare forza al suo pensiero durante una vita abbastanza lunga da permettergli di lasciare una valida testimonianza culturale e civica.

Le sue scelte furono invariabilmente dettate da una onestà intellettuale esemplare per tutti, commilitoni e avversari che dovettero prendere atto di una dirittura morale tale da imporgli di non essere in alcun caso aggressivo, ma sempre esplicativo. A qualche mesi di distanza dalla scomparsa fisica, giunge il volume che raccoglie i suoi “Aforismi del dissenso”, con una prefazione di Marcello Veneziani, esponente di una generazione successiva a quella di Fausto e oggi attento e indocile giornalista e scrittore che riconosce in chi lo aiutò con l’esempio a trovare la via giusta dell’impegno civico e intellettuale, un degno rappresentante della fierezza stoica, romana e cristiana.

Aforismi, questi di Gianfranceschi. Meditazioni che costituiscono il consuntivo di un’intera esistenza: le conquiste di una vita di leali confronti e di lotte che mai lo hanno visto sussiegoso o astioso, ma sereno quanto deciso. Meditazioni che favoriscono l’unione degli spiriti liberi dalle meschine convenzioni all’insegna del progressismo. Dunque, una lettura non di svago, ma temprante per affrontare il mondo attuale; per insistere a tempo e contro tempo, secondo l’esortazione di Paolo, in difesa della verità.

Pertanto, chi scrive, il plebeo reazionario, unito nella fede e nella speranza all’aristocratico genuino Fausto Gianfranceschi, ama ricordarlo come una persona provvista di autocontrollo, di coraggio e di determinazione: un saggio che visse non allontanandosi, per quanto difficile fosse la situazione, dalla linea sicura della tradizione romana-cattolica.

da http://lapievedelricusante.wordpress.com
27/06/2012 [stampa]
Lituania: la memoria di un popolo.
di Fausto Belfiori
Viaggio nei Paesi baltici da poco liberatisi della neve che li ha ricoperti per sei mesi. Sosta a Vilnius, capitale della Lituania, la nazione più gelosa nel conservare la memoria di un passato che non si può e non si deve dimenticare. Un’indipendenza più volte perduta, ma sempre riconquistata con le lacrime e il sangue. Volontà indomabile di genti non disposte ad abbassare la testa. I primi ad essere rispediti a casa furono i Cavalieri Teutonici. Poi toccò ai polacchi. Lungo, infine, il conflitto con la Russia: prima con quella zarista, poi, ancora più feroce, con la Russia dei bolscevichi.

I Cavalieri Teutonici ebbero la loro lezione e capirono a proprie spese con quale popolo avevano a che fare. Bisognò convincere anche la Polonia ad abbandonare le mire annessionistiche prendendo atto che quei confini erano invalicabili. Più numerose e infami furono le angherie subite dalla Russia. Sempre con sensibile perdita di vite umane.

C’è un luogo sacro per i lituani. E’ chiamato la Collina delle Croci e mantiene il ricordo della fierezza con cui un intero popolo seppe tener testa ad un paese come la Russia, potente e prepotente sia con gli zar che con i carnefici comunisti i quali mettevano in prativa la parola d’ordine di Engels, compare di Marx: “lotta di annientamento e terrorismo senza riguardi”.

Sotto la terra di quella collina furono sepolti centinaia di migliaia di patrioti ed ogni croce richiama un singolo sacrificio. Mille volte si tentò di eliminare questi segni di libertà e di indipendenza. Ma ogni volta che le croci erano abbattute, venivano nuovamente erette da uomini impavidi. Purtroppo non furono sepolti, a fianco dei loro non meno infelici fratelli, i trecentomila contadini che si ribellarono alla collettivizzazione imposta dal regime sovietico, implacabile verso chi si opponeva ai suoi piani.

Le vittime di queste leggi persecutorie e barbariche furono tutte - compresi vecchi e bambini – rinchiuse in carri bestiame ed inviate in Siberia dove trovarono la morte per gli stenti e per la violenza degli aguzzini. Ma sulla Collina delle Croci sono presenti anche loro. Un viaggio in Lituania è l’occasione di un esame di coscienza e dell’ammissione di una colpa collettiva che investe un intero continente.

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27/06/2012 [stampa]
Sinyavsky e Daniel, chi sono costoro?
di Fausto Belfiori
La memoria non si esaurisce nella nostalgia, ma deve essere nutrimento interiore nella vita del singolo e delle nazioni: sostegno nelle scelte, sollecitazione a tenere un comportamento in linea con la propria dignità.

Dimenticare è spesso segno di viltà verso se stessi prima che nei riguardi degli altri. Dimenticare rivela non di rado l’intenzione di nascondere momenti ed episodi incresciosi che hanno caratterizzato l’esistenza di una persona come di un popolo. In questi giorni sono riapparsi i nomi di Andrei Sinyavsky e di Julij Daniel. Chi sono costoro? E’ sicuramente la domanda che si sono posti non soltanto i giovani, ma anche molti anziani.

Sono stati due scrittori che nella metà degli anni sessanta dello scorso secolo diedero prova di coraggio, di fronte al potere sovietico, rivendicando il diritto-dovere di esprimere le proprie idee, opposte a quelle del collettivismo socialista, inconciliabili con il livellamento delle ideologie progressistiche affermatesi, anche se in modo diverso, sia nell’Unione Sovietica che negli Stati Uniti.

Sinyavsky e Daniel pagarono duramente per essere rimasti sulle proprie posizioni morali e ideali cosi come subirono le conseguenze del loro nobile atteggiamento dinanzi ai giudici quei pochi  che solidarizzarono con i due esponenti di una cultura non infeudata al comunismo. Una cultura che, purtroppo, non trovava molti assertori non soltanto a Mosca e nelle regioni satelliti, ma neppure nell’Europa occidentale e in America. Infatti, a conferma del loro vassallaggio, rimasero in silenzio gli intellettuali di sinistra che, tranne casi isolati, non trovarono una pur minima dose di coraggio per insorgere contro lo spietato dispotismo sovietico.

Sono trascorsi decenni, si è chiuso un secolo e già è avanzato il successivo. Ma la cultura ufficiale resta costretta negli schemi mentali di coloro che confondono la libertà con il permissivismo dissipatore e con l’arbitrio spersonalizzante. Non è un caso che, durante il triste periodo della  sedicente contestazione, nessun protagonista di questa ingloriosa vicenda, abbia avuto voglia e modo di pronunciarsi contro i gulag ed i “centri psichiatrici” dei paesi socialisti.

Non rimane che sperare nella minoranza degli spiriti liberi che, al di là delle aggregazioni partitiche, rifiutano il pensiero dominante del tempo presente.

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12/06/2012 [stampa]
Platone e il platonismo: un pensiero che affronta i secoli.
di Fausto Belfiori
Sfilano i secoli, ma Platone resta l’acropoli della filosofia. Platone, Plutarco, Plotino con Proclo, Celso, Giamblico, Porfirio: anche chi si credeva di essere contro Cristo, in realtà, ne favoriva il cammino. Platonismo, medio e neoplatonismo restano punti di riferimento. Con buona pace dei detrattori che nel tempo hanno tentato, invano, di oscurarne l’immagine. L’Accademia  continua ad essere considerata come il luogo ideale dove il pensiero ebbe modo di fiorire e regnare incontrastato.

A quella riserva dello spirito fecero riferimento i Padri dei primordi cristiani per erigere la cittadella in cui, affidandosi allo spirito Santo, sarebbe stato custodito il Verbo. Nel primo millennio dopo l’evento di Betlemme, i saggi delle grandi abbazie vedevano in Platone un segno ineludibile della “preparatio evangelica”. Perfino Tommaso d’Aquino, nella sua elaborazione filosofica e teologica, tenne conto della fondamentale presenza dell’autore dei Dialoghi.

Il secondo millennio non fu meno caratterizzato dallo studio e dal dibattito sul fondatore dell’Accademia: in Oriente, dove il sufismo più elevato si poneva sulla scia di Sohravardi – colui che per giungere al “Christus aeternus” confidava nell’appoggio della schiera angelica così come l’avevano vista i neoplatonici – come in Occidente, ricco di centri in cui la cultura cercava nutrimento nel pensiero dell’aristocratico discepolo di Socrate. Bisanzio, Firenze, Roma, Napoli e poi, più tardi, Cambridge: anche quando l’interpretazione era in non pochi aspetti deviata e deviante, anche quando erano riscontrabili le tentazioni di sovvertimento, non passava inosservato il desiderio di non rinunciare a spiragli di luce. Nel pieno del Novecento, infine, tra la desolazione ed il fanatismo, sono sorte scuole – a Tubinga ed a Milano – impegnate nel grave compito di restaurare nella sua interezza, compresi gli angoli più reconditi, l’edificio platonico.

Stessa attenzione nel secolo da poco iniziato. Un libro è apparso di recente sui banchi delle librerie più selettive e nelle biblioteche universitarie: “I platonici di Cambridge”, edizioni Morcelliana. Qui l’autore – il docente di filosofia morale Mario Micheletti che ha già dedicato saggi a pensatori cantabrigensi della stessa corrente di pensiero – offre un quadro completo del platonismo inglese di un’epoca, come il Seicento, attraversata da inquietudini degenerate nello scetticismo e nella negazione.

Una battaglia, quella dei pensatori della famosa università, indubbiamente ardua. Ma non manca lo spirito pugnace. Così John Smith trova l’energia intellettuale e morale della patristica alessandrina e cappadoce, oltre che della filosofia neoplatonica, per tener testa ai “falsi maestri” dell’incipiente epoca moderna mentre Benjamin Whichcote fa riferimento, contro la “mera speculazione” e l’ “arida ragione matematica” ai “diritti eterni” e alle “verità indispensabili e immutabili”. Con loro c’è un forte nucleo di docenti che ribadisce dalla cattedra “quei principi che sono candele accese nell’anima di ogni uomo che non abbia voluto spegnerle…” e giudica malriposta la fiducia nella teoria “meccanica” destinata a giungere agli antipodi della “vera filosofia”. Pertanto “non c’è alcun conflitto – sostiene Henry Moore -  tra genuina convinzione religiosa” e “ciò che l’autentica filosofia e la retta ragione determinano o ammettono.” Infatti, spiegano, Dio ha dato all’uomo l’intelligenza per rendergli possibile l’ascolto e la comprensione dei suoi disegni.

La conoscenza che si raggiunge attraverso l’intelligenza,  secondo i cantabrigesi, deve condurre ad un modo di vivere retto e solidale. La felicità e la pienezza dello spirito si ottengono nella contemplazione della divinità.

I pensatori di questa scuola non rifiutano il confronto con gli avversari. Per esempio, con Cartesio. Ma insistono nell’affermare che “la regolarità, l’unità, l’armonia dell’universo non si possa spiegare se non attraverso la loro dipendenza da una mente perfetta o perfetta sapienza.” Un pensiero rigoroso, quindi, impone di includere un chiaro riferimento ad una realtà che non è percepibile con le analisi e le ricerche di laboratorio: contro i “cristiani libreschi” – è un’espressione polemicamente efficace di Ralph Cudwort – per dare spazio – è il loro messaggio – ad una filosofia che sia, Platone insegna, materia per la teologia.

da http://lapievedelricusante.wordpress.com
05/06/2012 [stampa]
Mircea Eliade: quando l’ambizione prevale sulla scienza.
di Fausto Belfiori
Mircea Eliade, l’uomo e lo studioso. La conoscenza del primo è a scapito del secondo. Spiega, in particolare, certe cadute intellettuali e scientifiche che lo spinsero ad interessarsi oltre misura di mode “spirituali” degne di essere prese in considerazione dal critico del costume e dal cronista, non dallo storico delle religioni.

Naturalmente se le obliquità dell’uomo non comportano una sostanziale revisione del giudizio sulla sua opera di ricerca e di valutazione, non possono essere passati sotto silenzio gli “aggiustamenti” biografici tendenti a nascondere momenti di adesione ideale e di impegno politico giudicati in maniera negativa da quel mondo accademico in cui si è riusciti ad entrare dopo anni di stancante anticamera.

La lettura di un saggio di Liviu Bordas, dedicato a chiarire i rapporti tra Mircea Eliade e Julius Evola e apparso nel recente numero di “Nuova Storia Contemporanea”, contribuisce a sedare gli entusiasmi verso chi, per soddisfare le proprie ambizioni, nascose non trascurabili passaggi esistenziali, ricorrendo ad imbarazzanti sotterfugi. Così, appare evidente l’intento dello storico di eliminare ogni traccia di trascorsi che mettevano a  rischio l’accesso alla carriera accademica. Da cancellare, quindi, gli anni della milizia nel movimento fascista di Codreanu: gli articoli, i comizi, gli interventi nei convegni di chiaro indirizzo ideologico e tutte le altre attività non evocabili in un curriculum da presentare per concorrere ad una cattedra universitaria.

Oscurare i segni dell’amicizia con Evola, con colui che a suo tempo aveva disdegnato le frequentazioni fasciste preferendo loro i circoli esoterici del Terzo Reich, costituiva per Eliade una pressante preoccupazione. Anche negli anni cinquanta del secolo scorso, infatti, c’era stata collaborazione tra i due studiosi: il rumeno aveva promesso un interessamento per la pubblicazione in Francia dei più significativi lavori del teorico della “rivolta contro il mondo moderno” che contraccambiava traducendo e recensendo – pur senza nascondere riserve – ciò che scriveva il collega stabilitosi a Parigi in attesa di trasferirsi negli Stati Uniti. E’ chiaro che Evola non era tanto ingenuo da non accorgersi della preoccupazione di Eliade, “molto ansioso di mantenersi in linea con il mondo accademico dell’Occidente”. Del resto, il trasformismo e l’opportunismo sarebbero venuti inevitabilmente alla luce nonostante i tentativi di occultarli. Tuttavia l’esoterista italiano evitò sempre l’affondo. Anzi, avanzò – ricorda Bordas – l’ipotesi che il collega puntasse ad acquistare benevolenza nell’ambiente accademico per meglio “introdurre un cavallo di Troia nella cittadella universitaria”.

Critiche ed elogi sono scrupolosamente registrati nel saggio di Liviu Bordas che ha riportato pure i perfidi giudizi eliadiani su un uomo che si era sempre mostrato leale. Scopo delle pagine di Bordas, d’altra parte, non è sottolineare i funambolismi intellettuali di Mircea Eliade, ma di vederci meglio nei suoi rapporti con Evola. Resta il fatto che gli elementi raccolti nella sua ricerca rendono ancora più consistenti i dubbi sulla condotta di un uomo che non seppe o non volle trarre dagli insegnamenti sapienziali – tema costante dei suoi libri e delle sue lezioni – le direttive per la propria vita.

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05/06/2012 [stampa]
La mostra di un grande artista dimenticato.
di Fausto Belfiori
E’ ancora aperta, fino al 17 giugno, la mostra dedicata ad Adolfo Wildt, lo scultore che l’aggressione del cattivo gusto, il prevalere del brutto e del triviale, l’imporsi della fantasia senza ispirazione e priva di senso estetico hanno gettato nel dimenticatoio.

Oggi sono state riaperte le porte della memoria ed è possibile dare gioia agli occhi e più forte vitalità all’anima ammirando le opere di questo artista che all’anima si rivolgeva ritenendo gli occhi meno importanti ai fini della persona che si propone di intensificare l’allenamento spirituale per affrontare meglio il proprio destino.

Un valoroso artista è colui che nella sua opera si prefigge di ripresentare nel rispetto più oculato, nella fedeltà più assoluta, il cammino percorso nei millenni dall’uomo per giungere ad esprimere il desiderio, l’aspirazione, l’ansia di armonia e di serena comunione pur attraverso le afflizioni, i conflitti, le miserie, le cadute di stile, la smania di distinguersi, la perdita della capacità di compiere scelte esistenziali.

Adolfo Wildt è, lo scultore che, tra l’Otto e il Novecento, ha saputo raccogliere e conservare sino alla fine la ricchezza ereditata dalle generazioni che hanno reso omaggio all’arte nei suoi vari volti. In lui, infatti, non si trova soltanto, come qualcuno erroneamente asserisce, ciò che di migliore hanno lasciato il simbolismo, l’estetismo e il misticismo – conseguenza della reazione alla finta originalità dell’impressionismo e del naturalismo – ma tutto il tesoro delle precedenti espressioni di un’intelligenza affinata dalla ricerca del modo sempre più alto per avvincere e convincere l’uomo ad essere se stesso nell’amorosa tutela della creazione.

Wildt è, appunto, un artista che si mantiene nel proprio tempo senza offendere, senza maltrattare e deturpare il passato. Senza inseguire il sogno del primato, nel convincimento che non si possa procedere se non si possiedono la volontà e la forza di portare con sé ciò che il passato ha lasciato di valido e di prezioso. Qui, innanzi tutto, sta il suo insegnamento ostile ai funambolismi e alle imposture tendenti a contrabbandare come innovazione il prodotto ricercato dal mercato del trucido e dell’abietto.

Chi parla di virtuosismo per questo vivificatore della materia è lontano dal vero perché nella mostra di Forlì si ammira la pura virtù di una presenza creatrice. Il virtuosismo è tipico di chi adotta la maniera esornativa, limitando e inevitabilmente sottraendo valore a quel che si propone o ripropone. Il virtuismo non è del maestro, non è di Michelangelo come non è di Wildt che forse è l’ultimo della luminosa schiera dei devoti cultori di un’arte che potrebbe non avere un futuro, almeno che non torni ad avvertire il richiamo delle origini: mai sarebbe troppo tardi.

La verità è che la mostra di questi giorni – c’è ancora tempo per vederla – prova come e quanto fossero ingiusti e disonorevoli “l’imbarazzato silenzio”, le ostilità ed i “pregiudizi” che spinsero i pavidi a non riconoscere “l’indubbia originalità della vicenda creativa dello scultore” colpevole agli occhi dei più conformisti di essere l’autore della “immagine più autorevole e popolare di Benito Mussolini”. Usare gli “ismi” per questo artista che fa trapelare in ogni sua opera una spiritualità davvero non attuale, è deviante: allontana inesorabilmente dal posto giusto da dove osservare ed ammirare chi offre alimento all’anima.

E’ fuori luogo riferirsi alla magia ed al titanismo per spiegare Wildt. Si raggiunge il risultato opposto: è la maniera più rapida per impedire attenzione e comprensione. Basta puntare all’arte, alla sua fonte più genuina e vitale. E’ ora di utilizzare le parole per quello che vogliono dire e, di conseguenza, riconoscere che non deve essere considerato artista chi propende al brutto ed al putrido e non può essere tacciato di oscurantismo chi è talmente solare da rifiutare la pervicace riduzione della scienza a ideologia vandalica.

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29/05/2012 [stampa]
Charles Péguy o il pensiero che non si adatta.
di Fausto Belfiori
Giunge in Italia il saggio di Alain Finkielkraut dedicato al tanto esaltato ed altrettanto bistrattato Charles Péguy: esaltato dai pochi amici ed ammiratori e bistrattato dagli innumerevoli nemici che mai gli hanno perdonato l’indocilità alle ideologie dominanti. Péguy, un francese non francese che aspirò alla verità, alla sincerità nel rapporto con l’altro, alla lealtà verso la cultura che, quando è autentica non può ammettere infingimenti. Da Julien Benda, primo dei chierici traditori, a Bernard-Henri Levy ed a Tzvetan Todorov formavano una folta schiera gli intellettuali che in nome del progresso, divinità inviolabile, hanno aggredito Péguy, unico ad avere il coraggio della solitudine: posizione che permette di mantenere dignità e libertà.

Finkielkraut è severo verso chi ha messo sotto processo Péguy per il suo rifiuto del mondo moderno, per la sua costante e puntuale polemica seguita dalla motivata condanna della società fondata sul denaro, sul successo e, soprattutto, sul mendacio – per la sua requisitoria contro il socialismo che non diversamente dal suo finto avversario, il liberalismo, non è in grado di salvare l’uomo nella sua integrità.

Il suo ideale era Giovanna d’Arco. Ma il poeta e inflessibile fustigatore degli ideologi corruttori, non va confuso con i Le Pen, i due che fanno cantare ai loro seguaci la Marsigliese, originariamente un inno in onore di una monarchia secolare e poi scaduta a canzonaccia dei sovvertitori assassini. La sorella spirituale di Charles è Teresa di Lisieux, la santa adoratrice del Cristo infante e del Volto Santo che, però, combatteva con altre armi. Per questa sua predisposizione spirituale Péguy  non poteva allinearsi con i conservatori: in realtà era un reazionario talmente coerente da potersi considerare un rivoluzionario, nel senso vero della parola. Un rivoluzionario che si prefigge di restaurare ciò che gli uomini non hanno saputo custodire e va, pertanto, riconquistato nella sua totale validità. Dunque, un rivoluzionario restauratore che non si poteva mischiare con chi calunniava Dreyfus perché ebreo. Un aristocratico cristiano – perché lui, figlio di poveri artigiani, lo era – non può confondersi con un razzista. Purtroppo Finkielkraut non ha saputo spingersi nell’intimo dello scrittore riproposto ed esporre il suo pensiero in tutta la sua originalità. Un pensiero che supera quegli schemi entro i quali, nonostante l’entusiasmo, si muove l’autore de “L’incontemporaneo”, un libro in cui si tenta di ridare al cantore di Giovanna d’Arco l’identità sistematicamente offesa e negata. E’ anche chiaro l’intento dell’autore di far risentire la voce di chi faziosamente non si è ascoltato perché si temeva la sua lucidità, la sua lineare franchezza.

E’, questo, un merito che gli va riconosciuto come l’aver sottolineato la volontà di presenza manifestata dal pugnace direttore dei “Cahuers de la Quinzaine” fino al giorno della partenza per la guerra dove avrebbe perduto la vita. Finkielkraut ammira un uomo che non si è mai sentito “un cane bastonato” pur avendo tutti contro: politici, preti e intellettuali. Spesso, però, gli fa pensare e dire quel che non ha mai detto e pensato. Idee che mai ha avuto vengono presentate come parto della sua mente.

E’ opportuno ripeterlo: Charles Péguy è un rivoluzionario restauratore che non si inchina dinanzi agli idoli “democratici”, che si è liberato dalle catene ideologiche con le quali si costringono gli uomini a subire i regimi totalitari. E questa posizione è apparsa in piena luce quando si è collocato in prima linea in difesa di Dreyfus. Péguy, infatti, difendendo Dreyfus accetta di difendere lo Stato, il diritto, l’ordine civile e sociale. E’ un dato inconfutabile sfuggito alla sinistra. Quando si è resa conto che il dreyfusismo del devoto di Giovanna d’Arco non ha il minimo grado di parentela con quello dei radicali e dei socialisti, ha additato Charles Péguy come nemico. Finkielkraut lo definisce un “dreyfusardo atipico”, ma in realtà egli è atipico in tutto: nessuna fazione lo può contare fra i suoi sostenitori, nessun gruppo lo annovera tra i propri membri.

L’autore di poesie e di tante pagine coraggiose che hanno aiutato a pensare secondo giustizia e verità gli insofferenti della generazione entrata nella maturità intorno alla metà del secolo scorso, rifiuta ogni incasellamento. Si prefigge di conoscere e di difendere principi e valori immutabili e non può trovare nell’ambito dei partiti validi collaboratori in questa impresa. Nel porsi a fianco di Dreyfus egli difende la Francia contro i francesi, l’onore dell’esercito da coloro che hanno dell’esercito un miserabile concetto castale e insegna agli ebrei quel che ignorano di loro stessi.

Occorre, perciò, saper  leggere Charles Péguy. Quei pochi ragazzi che nel secondo dopo guerra, dopo il suggerimento del loro preside, presero in mano i testi dell’inquieto pensatore furono catturati dalla intransigenza di un singolare oppositore, rifiutato dall’opposizione ufficiale. Una lettura che richiede l’applicazione della mente e del cuore. C’è chi si impegna ad essere coerente fin da giovane e non accetta di capitolare: questi studenti capirono quel che a Finkielkraut è sfuggito, cioè, che Péguy non è soltanto un incontemporaneo, ma un incontemporaneo che spiega come rivoluzione e reazione – se bene intese -  abbiano lo stesso significato e come non si possa auspicare e favorire l’una respingendo l’altra. Péguy disprezza il mondo che lo circonda perché non permette né l’una né l’altra preferendo – e si capisce il motivo – la conservazione o la sovversione. E disprezza gli intellettuali perché sono conservatori o sovversivi: opportunisti e pusillanimi che vendono e svendono la propria intelligenza.

Il nostro scrittore non è un “passatista”, non è un pietista, non è un bigotto. Anela a un mondo diverso in cui non si ha paura della povertà perchè si è provvisti di ardimento per affrontarla e perché non è un ostacolo alla volontà di operare. Le sue riflessioni non sono lamenti, ma riaffermazione del dovere della testimonianza. In ogni momento della sua battaglia mostra una volontà tesa ad impedire il deserto dell’anima. Riportare la vita all’armonia, ad un clima di solidarietà. Non è utopia. E’ realismo. Utopia è illudersi di raggiungere un potere infinito; utopia è prospettare una società, un’umanità che possa fare a meno di principi e valori.

Ha ragione Péguy: il risultato dell’insensata agitazione è ciò che chiama “panvillania” o “panidiozia”. Non è un predicatore il poeta, l’osservatore, il polemista che si batte per risvegliare le intelligenze, per scuotere le coscienze, per risvegliare il senso di responsabilità. Non è un Savonarola, ma soltanto un uomo che non rinuncia a se stesso, che è animato da una fede conquistata dopo un duro travaglio. Egli si pone fuori e contro la corrente razionalistica che in Francia è prevalsa prima che in altri paesi.

L’uomo di Orleans protegge la natura, la guarda con amore, ma non al modo del panteista e dell’ecologista che finiscono - ambedue – per servirsene, per farne uno strumento propagandistico a vantaggio di un progetto che, se attuato, colpirebbe l’uomo e, quindi, anche ciò che lo circonda. La sua “cultura della terra” si inserisce in una concezione teandrica che raggiunge la massima e stabile chiarezza nell’incarnazione di Cristo. Nonostante l’onestà di intenti Finkielkraut non ha raggiunto l’obiettivo: la figura di Charles Péguy esce dalle sue pagine appannata. Gli sfugge il vero, integrale Péguy: il poeta, l’asceta che ha “costantemente mantenuto la stessa dritta via”.

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18/05/2012 [stampa]
Una ricerca storica sull’Italia divisa.
di Fausto Belfiori
La storia ha sicuramente un senso – diviene, cioè, intelligibile e spiegabile – se ci si  pone in una  prospettiva cristiana-cattolica. In una prospettiva che si potrebbe definire romana intendendo l’Urbe come un centro possibile e capace, nella sua polarità spirituale, di avvicinare ed avvincere ogni sapienza ed ogni civiltà.

Su questo piano di ricerca, di studio e di riflessione si è posto sin da giovane, con una costanza esemplare, Primo Siena che ha avuto il coraggio contro la democrazia infettata dal relativismo e contro le  stritolatrici oligarchie economico-finanziarie e partitocratriche, di assumere una netta posizione rivoluzionaria-restauratrice.

La stessa posizione che, nel ventennio fascista, permise agli spiriti più elevati di vedere in Arnaldo Mussolini una figura ascetica e intellettualmente vigile, un uomo che apriva un varco, oltre il cesarismo del fratello Benito e del desolante e desertico democraticismo, ad un sistema che, contro ogni livellamento egualitaristico ed egemonismo affaristico e mercantilistico, avrebbe potuto assicurare un’articolata partecipazione popolare alla vita dello Stato.

Per questo Primo Siena ha combattuto negli scorsi decenni la contrapposizione e la chiusura ideologicamente faziosa proponendo, attraverso l’esposizione del pensiero ed una conseguente  azione instancabile di avvicinamento e di persuasione, una soluzione mirante, appunto, a ribadire la necessità di coniugare l’autorità dello Stato con il binomio inscindibile di libertà e giustizia da strappare definitivamente alla demagogia ancora dominante – è quotidiana constatazione – sia tra i conservatori che nel settore opposto.

Il suo recente contributo, “La perestroika dell’ultimo Mussolini”, anche se con un titolo che pone qualche interrogativo essendo il sostantivo legato inesorabilmente ad un particolare periodo della storia sovietica, offre molti spunti a chi si pone seriamente e concretamente il problema dell’apertura a orizzonti più vasti per una ricomposizione politica e sociale: una realtà  più intimamente connessa alla persona che la vive e che potrà dare vita a quella figura di cittadino in grado di raggiungere l’armonia tenacemente perseguita da tutti i movimenti ostili al processo di sovvertimento iniziato con l’Ottantanove francese.

Siena in questo paziente riesame di un pur breve periodo storico come quello della Repubblica Sociale Italiana si premura di registrare i vivaci confronti e gli animati dibattiti nell’ambito della cultura politica. In particolare per i mutamenti istituzionali che hanno bisogno, per resistere al tempo, di salde fondamenta. Naturalmente ha dato spazio al profilo di quegli uomini che tentarono di realizzare un ordine civile in quel brano d’Italia non ancora invaso dagli angloamericani e soggetto alle vendette ed ai ricatti di un alleato reso tale non dagli ideali, ma dall’imposizione delle contingenze internazionali. Efficace il ritratto di Tullio Calcagno, degno sacerdote, malvisto dall’attendista e pusillanime prelatume curiale di cui rimase incolpevole vittima.

L’autore, adoperandosi vocazionalmente al risanamento spirituale prima che politico, si inoltra su una strada che – data la grettezza dell’(in)cultura contemporanea scompostamente settaria – è percorribile soltanto da chi dimostra quella corretta destrezza intellettuale che, come insegna Clemente Alessandrino, è migliore della forza. Si pone fuori, mantenendosi sempre ad un elevato livello scientifico, dalle beghe partitiche e non concede alcuna indulgenza al ribellismo in voga.

Nessuna esitazione, quindi, nel procedere in un itinerario da pochi affrontato. Ecco, pertanto, il suo implicito invito a studiare ed a riconsiderare ciò che è stato compiuto per assecondare l’opera di  recupero della verità. E conseguentemente a correggere e respingere giudizi e definizioni inconciliabili con la storia: la prova inconfutabile della sua limpida coscienza di studioso e al contempo della sua identità di assertore di una rivoluzione che riconquisti la propria essenza e manifesti la propria natura nella fedeltà a principi incorruttibili. Perché questo,  non altro, significa rivoluzione.

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11/05/2012 [stampa]
Un nuovo studio sul Michelangelo della Cappella Sistina.
di Fausto Belfiori
Giulio II  Della Rovere desiderava che nella volta della Cappella  Sistina fossero presentati i Dodici Apostoli, ma Michelangelo fu di diverso avviso. Cosi i personaggi  furono sempre dodici, ma si tratta di sette  Profeti e di cinque Sibille.

Nei secoli ci si è posto l’interrogativo di cosa volesse significare il Buonarroti con la sua scelta. Le interpretazioni sono state molte e spesso non erano altro che parti della fantasia. Si è fatto ricorso alla cabala, all’ermetismo, al neoplatonismo, all’astrologia: ovviamente senza risultato.

A comprendere ed  aiutare a comprendere si sono dedicati Luigi e Gaetano Bignami i quali forniscono – giusta la notazione di Carlo Fabrizio Carli – una “interpretazione senz’altro attendibile delle figure che animano gli affreschi.” I Profeti e le Sibille della Cappella Sistina: Il Credo (Libreria Editrice Vaticana) è il titolo dell’opera. Il presentatore di questo appassionato e meditato lavoro è il già citato Carlo Fabrizio Carli, uno studioso appartato che non ama la compagnia di quella mondanità da tener lontana per l’insensibilità ed il pessimo gusto che non si vergogna di ostentare. E ha ragione nel richiamare l’attenzione del lettore su pagine rivelatrici di una acribia scientifica che “permette di recuperare l’ordinata successione degli enunciati della fede cattolica,  fino a configurarsi come un’articolata allegoria dell’intero Cristianesimo.”

I limiti di una recensione – il cui dovere è richiamare l’interesse di chi tiene alle sorti della cultura – non permettono di soffermarsi su ogni Profeta e su ogni Sibilla. Basterà, però, indicarne alcuni. Giona e Daniele sembrano giungere al cuore del Credo che Michelangelo intendeva esaltare. Giona, si ricorda, è colui che, rimanendo tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, ha preconizzato il tempo che trascorrerà prima che il Figlio dell’Uomo risusciti. Daniele, quarto dei profeti maggiori, ha assolto il compito di ricordare all’umanità il suo destino eterno. Resurrezione e vita eterna: due  punti centrali nella meditazione del credente.

Tra le Sibille quella che rende meglio la preparatio evangelica è la Cumana. E’ sua  la visione della “nuova progenie (che) scende dall’alto del cielo”. E ancora: “con il bambino che nascerà avrà fine per la prima volta la stirpe del ferro e quella dell’oro sorgerà nel mondo intero…”

Luigi e Gaetano Bignami riportano un giudizio dello storico dell’arte Federico Zeri: questi ritiene impossibile che “la volta della Sistina (una miniera di significati, in cui troviamo l’Antico e il Nuovo Testamento…..) sia stata partorita dalla mente dello stesso Michelangelo, che non poteva avere delle conoscenze teologiche così profonde.” Ma  Carlo Fabrizio Carli  ricorda opportunamente come gli artisti a lungo si siano avvalsi della consulenza di teologi provvisti di largo credito intellettuale.

Un’opera, dunque, da raccomandare a chi ha un concetto della bellezza inconciliabile con i teorici di una presunta “arte senza bellezza”.

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03/05/2012 [stampa]
Divo Barsotti poeta e mistico.
di Fausto Belfiori
Non è lecito confondere l’inquietudine spirituale con l’irrequietezza intellettuale. La prima, infatti, è data dalla volontà di non attardarsi e di procedere alla conoscenza approfondita di se stessi e, quindi, di staccarsi da ciò che in un modo o nell’altro chiude nel quotidiano. Non che vada evitato, ma non ci si deve lasciar condizionare e dominare.

Un esempio di vita può essere in questa epoca lunare il poeta e mistico Divo Barsotti.

Mi ci è voluto tempo per capirlo, mi è stata necessaria una vita. Succede quando non ci si contenta di un approccio ma si desidera un’intesa solida e duratura con un’altra anima. Perciò servono decenni prima di avvertire, pur nel diverso livello spirituale raggiunto, la somiglianza. Al tramonto avanzato dell’esistenza, ho sentito quanto don Divo mi fosse vicino. Ne sarà felice, dall’altra parte, Adolfo Oxilia che usò tutta la finezza dell’uomo di studio e di meditazione per farmi superare le perplessità dinanzi a certi atti ed a certe pagine. Oggi finalmente mi avvalgo della forza determinata dalla sua paternità spirituale. Per i cristiani russi – e Barsotti lo sapeva bene – la paternità spirituale è il carisma più alto e più arduo. E’ un’ascesa tremenda e privilegiata. Per questo è costata tanto a don Divo.

Su tale ascesa, sulle sue asperità, sui momenti bui, sulle sue non brevi e di non poco conto lotte con se stesso per superare la sfiducia, è stato pubblicato un resoconto appassionato e scrupoloso: “Divo Barsotti – Il sacerdote, il mistico, il padre”. Ne è autore Serafino Tognetti, membro anziano, pur nella sua ancora giovane età, della “Comunità dei figli di Dio”, fondata proprio dal prete ardente e pugnace del quale nel libro suddetto si narra la vita. Tognetti unisce alla devozione verso colui che l’ha guidato magistralmente, una sapienza monacale oggi introvabile nel disordine e nel frastuono provocato da frati e monache in fregola di esibizioni.

Perciò ha ragione il cardinale Carlo Caffarra nell’affermare che “dobbiamo essere grati a padre Serafino Tognetti per il dono che ci fa con questo libro”. Grazie all’amorevole biografo, possiamo ripercorrere quella via alla sofferenza sulla quale ha proceduto don Divo spesso trovandosi solo. Ma solo con Cristo, modello del dolore e vittima dell’incomprensione umana.

Il contemplativo Barsotti visse quasi quotidianamente in quello stato di disagio e di disadattamento che prova chi, sapendo autodisciplinarsi, non ha necessità di discipline esterne. Questo non vuole essere una critica, tantomeno un rifiuto di quegli istituti ecclesiali, spesso venerandi pur nella corrosione del tempo; istituti che offrirono e continuano ad offrire alle anime una via sicura nel perseguimento delle finalità evangeliche. Ma il mistico non vuole intermediari o intermediazioni. E’ un cercatore solitario. Da qui, le tribolazioni di Barsotti che, fino agli ultimi giorni dell’esistenza terrena teme di non aver saputo rispondere alla chiamata del Cristo.

Questo tormento, questo assillo è posto in evidenza da padre Serafino Tognetti che ha rivissuto e oggi fa rivivere la lotta interiore affrontata dal suo maestro. Il mistico è inevitabilmente soggetto ad un doppio rifiuto. Innanzi tutto al proprio, verso la vita “normale” compresa quella del prete e poi l’altro, non meno duro e pesante, costituito dal rifiuto di chi non accetta la sua singolarità: non l’accetta perché non la comprende. E’ troppo, infatti, tentar di immedesimarsi nello sforzo compiuto dal mistico al fine di superare “ogni limite umano per entrare nella solitudine della vita divina”. Lo sforzo che lo porta a scrivere con la sincerità di un cuore ansioso del soprannaturale: “Sono stanco di vivere, perché voglio la vita.” Come fa una “persona normale” a capire questa affermazione-invocazione di don Divo: “Tutta la vita è gettar via tutto per possedere Lui solo. Andiamo via, o Cristo, fuggiamo via fintanto che non saremo indisturbati e soli. Lontano.”

Lectio meditatio, oratio, contemplatio: è la linea di condotta di Barsotti negli anni del raccoglimento e del nascondimento in cui viene a trovarsi quando l’autorità diocesana lo costringe alla solitudine di Palaia, il paesetto toscano dove è nato e dove vivono i suoi familiari. Solitudine creativa come quella dei Padri del deserto, dei grandi Padri della Chiesa d’oriente e d’occidente. La solitudine creativa di Sergio di Radonez, il mistico russo che mi fece conoscere e sul quale mi indusse a meditare.

E’ questa solitudine a temprarlo per il passaggio a Firenze dove dimora per il resto della vita. Non che gli anni trascorsi nella città del Fiore, rappresentino un tempo senza la triste constatazione dell’incuria pastorale di tanti preti, della vaghezza e dell’inconsistenza di certe teorie inconciliabili con la dottrina. Non è un tempo senza contrasti e senza affanni. Per il sacerdote di Palaia molte nuvole attraversano frequentemente il cielo di Firenze: il capoluogo toscano ha dato esemplari testimoni di Cristo, ma ha pure registrato momenti di deviante superbia da chi avrebbe dovuto sapere che la fedeltà non è un accessorio della fede. Quindi, come sarebbe possibile un suo rapporto, sia pure soltanto intellettuale, una sua collaborazione, dopo i loro pronunciamenti antiecclesiali, con un Lorenzo Milani ed un Ernesto Balducci?

Ma la mestizia non prevale sulle energie interiori di Divo Barsotti che seguita a studiare, a meditare e soprattutto insiste nella orazione contemplativa. Le sue Messe sono senza limiti di tempo. Del resto, non erano lunghe, lunghissime anche quelle di Filippo Neri, il fiorentino chiamato nell’Urbe a coltivare la devozione (non il plumbeo bigottismo) del popolo romano? A Firenze, dopo amarezze e sanzioni, gli è affidato l’insegnamento. Due cattedre: Cristologia e Dottrina sociale della Chiesa.

Gli anni trascorrono. Le relazioni, i compiti e anche le afflizioni non mancano, ma il  prete venuto da San Miniato è di buona scorza spirituale. I contatti sono molti. Sia pur lentamente c’è chi vede in lui l’uomo e il sacerdote la cui intelligenza, la cui cultura, la cui volontà e sensibilità lo differenziano e lo distanziano da molti altri del suo stesso ambiente. Certo, le chiusure mentali sono sempre gravi e non prive di conseguenze, ma al tempo stesso c’è chi si rivolge a lui per ricevere quella parola che aiuta ad affrontare le debolezze proprie ed altrui. Frequenta circoli e monasteri finché giunge il momento di creare una piattaforma sulla quale possano ritrovarsi anime oranti.

Un dovere da adempiere. Ed oggi è lecito dire che si trattò di una vera ispirazione. Dinanzi ai sussulti ecclesiali, i credenti provano sofferenza e insofferenza. Quando Giovanni XXIII indice il Concilio, dopo l’entusiasmo iniziale, non pochi vivono il momento della consapevolezza: troppi prelati, teologi, esegeti sembrano aver perduto la bussola spirituale. Il  Concilio non risolve alcun problema, al contrario. L’affastellamento dei concetti nei documenti conciliari ed il conseguente disordine dottrinario e liturgico del postconcilio – favorito pure dal frequente ed insensato protagonismo di frati, monache e zelanti di vario tipo – produce un susseguirsi di equivoci. In molte chiese si predica un cristianesimo “adatto ai tempi”, malleabile, al servizio di un pensiero e di un comportamento che con il cristianesimo autentico – quello del Verbo diffuso dagli Apostoli, dai Padri e dai Dottori – non ha alcuna parentela. Ebbene a queste operazioni riduttivistiche Divo Barsotti, fino all’ultimo giorno, non si presta. Lo testimonia la sua “Comunità dei figli di Dio” il cui progetto non prevede “alcuna forma di impegno sociale o pubblico, ma solo vita nella preghiera e nello Spirito Santo”. Un caposaldo contro ogni tentativo sgretolatore e demonitore.

E’ sempre più richiesto per conferenze, lezioni, esercizi e convegni su temi spirituali, libri di chiarimento e di approfondimento allo scopo di controbattere, fronteggiare le nuove eresie e impedire nuove fratture. E il bisogno di essere solo….. l’eremitaggio a Monte Senario prima del trasferimento a Settignano. Molti personaggi si rivolgono a lui per avere una sicura direzione spirituale. Tra gli altri Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti, che però, non sanno afferrare il senso profondo del suo insegnamento, non sono in grado di seguire il suo esempio.

Ricordare coloro che gli si avvicinano e le iniziative che lo vedono protagonista: è l’impegno di padre Serafino che tutto registra. Un’esattezza che è fusione di affetto e di rispetto per la storia di uno spirito tanto ricco e tanto tormentato dal desiderio di Dio. Il desiderio di un “custode obbediente e rigoroso della grande Tradizione e insieme umilmente aperto alle novità del Soffio Divino”. Novità – sia ben chiaro – che nulla avvicina alle scomposte “innovazioni” verificatesi nei decenni trascorsi dal Concilio. Innovazioni che non sembra possano essere spiegate con “l’ermeneutica della continuità”.

La sua vita è un’esistenza dedicata all’adorazione ed alla contemplazione. Ma anche allo studio per meglio far comprendere in tutta la sua ricchezza spirituale la fede nel Verbo. Divo Barsotti, come tutti i Padri ed i Dottori, sa che il vero amore è sempre fattore di conoscenza. E viceversa. “Io non riesco a capire – scrive – come si possa vivere senza sentire la necessità di studiare, di conoscere.” E proprio studiando e meditando sui testi ci si accorge che “i veri responsabili della crisi del mondo – parola di Barsotti – sono i teologi”. Studiare per conoscere meglio e amare di più. Per testimoniare più intensamente la fede nel Dio uno e trino. Ma questo non gli si perdona. La congrega dell’ipocrisia, le sette del clerico-progressismo, trincerate nella curia di Firenze, fomentano in modo che don Divo paghi per la sua coerenza, per la chiarezza delle proprie posizioni. I Giovanni Vannucci, Lorenzo Milani, David Maria Turoldo, Ernesto Balducci ecc….. non faticano ad additare nel mistico studioso un provocatore, uno che si oppone alla disponibilità del neocristianesimo a fare causa comune con il marxismo, il laicismo, lo scientismo, l’ateismo.

L’ostracismo sistematico non ammette  repliche e censura i suoi libri. Tante le miserie curiali succedutesi nei secoli e presenti anche oggi. Ma debbono essere affrontate annientando gli insidiosi attacchi della delusione. Don Divo supera i momenti in cui ha modo di verificare fino a che punto può arrivare la viltà clericale ed antiecclesiale. Intanto nella Comunità non si coltivano soltanto rose e fiori profumanti. Satana agisce pure lì dentro: incomprensioni, divisioni, allontanamenti, rotture. Umano, troppo umano. Le conseguenze di un Concilio che, purtroppo, non ha risposto alle speranze: un’assise svoltasi all’insegna della fretta, dell’improvvisazione, dell’arroganza intellettuale, del sopravvento fazioso. Un Concilio male impostato, peggio condotto, pessimamente concluso. L’orlo del baratro da cui Benedetto XVI vuole allontanare la Chiesa.

Su questa realtà Divo Barsotti medita molto. Gli è presto evidente che l’ottimismo, pure il suo, è stato fuori luogo, senza alcuna giustificazione. Riconosce che la fiducia nel vedere genericamente in tutte le religioni, nella poesia, nella filosofia, nell’arte i segni della preparatio evangelica è priva di fondamento. Sono indispensabili accortezza e pastorale severità. Mancano l’una e l’altra o, almeno, è assente la dovuta prudenza. Ancora oggi i credenti soffrono dinanzi ad un clero pavido, disorientato e tentato dalla diserzione. Le recenti, insensate prese di posizione di non pochi preti dell’Europa centrosettentrionale – sia detto per inciso –  lo confermano.

Una catastrofe dinanzi alla quale il sacerdote di Palaia e San Miniato non chiude gli occhi e non si tappa la bocca. Parla, scrive, registra quel che sente, quel che vede. Tenta di mettere in guardia e rimprovera paternamente e fraternamente per quello che è stato abbandonato e perduto. E vive ancora a lungo per assistere alla inconsulta profanazione e devastazione. Il Concilio ha evidenziato “la presunzione dei Vescovi” e “la povertà del loro insegnamento”. Più che povertà, una miseria desolante. Ma, con vero strazio, rimane ubbidiente. Molto ci sarebbe ancora da dire su Divo Barsotti perché molto ancora è quel che racconta Serafino Tognetti in questo libro da leggere se si vuole riconquistare l’antica certezza e rimanere noi stessi.

Divo Barsotti preconizza momenti durissimi. La nuova ondata di cristofobia è appena agli inizi. Tuttavia, non perdere la speranza. “Il vero compito di ciascuno – è i messaggio che rimane – consiste nell’assumere la responsabilità di una salvezza universale”. E’ impellente la necessità di un riferimento spirituale e intellettuale: Divo Barsotti lo indica.

da http://lapievedelricusante.wordpress.com
23/04/2012 [stampa]
Un difetto da mettere al bando.
di Fausto Belfiori
La constatazione non è nuova. Anzi, è stata frequentemente ribadita: la suggestione collettiva è un pericolo non da oggi e non tra i minori. Lo è stato sempre, ma indubbiamente nel tempo che si vive - con i mezzi di comunicazione diffusi a tutti i livelli ed assillanti - i rischi diventano maggiori; più violenti i condizionamenti del pensiero, i subdoli interventi sui moti del cuore - un’espressione in disuso, ma veritiera - le dichiarazioni e le confessioni “spontanee” in diretta: tutto contribuisce a far prevalere il progetto tipicamente totalitario. Un progetto non occulto: poter contare all’occorrenza sull’uomo eterodiretto; su un’umanità che ride o che piange, che si irrita o si rabbonisce, che si oppone o si rende disponibile. Ogni pensiero ed ogni azione soggetti ai disegni ed ai voleri di chi ha in mano gli strumenti per distogliere o persuadere.

Purtroppo gli esempi di quanto si afferma non mancano. Non c’è giorno che non si presentino. Si vuole “colpire” nell’intimo, convincere e tenere legati alla lettura ed all’ascolto.

Tutti hanno partecipato alla tragedia della morte improvvisa di un uomo generoso, tremendamente provato da una vita spezzata nell’età della maturazione: la tragedia di Piermario Morosini.

Ma è uno spettacolo decisamente non piacevole la ruvida insistenza, la ricerca del pianto, dell’accoramento, delle parole più toccanti le corde dell’emotività da parte di professionisti che dovrebbero essere più attenti nell’evitare toni e colori eccessivi e nell’astenersi dal forzare i sentimenti altrui. Soprattutto in casi come la scomparsa del giovane calciatore di cui si conserverà sempre il ricordo del sorriso.

Un sorriso di un animo aperto e leale.

Non è troppo, dunque, dinanzi ad eventi che suscitano particolari emozioni, chiedere agli autori di servizi giornalistici, radiofonici e televisivi non - è ovvio - la freddezza da cronista di vecchi films hollywoodiani, ma la sobrietà - parola oggi di gran moda presso i tecnopolitici - che non esclude l’obiettività e la completezza dell’informazione, assicurando al contempo il rispetto di chi legge o ascolta e di chi, come è successo stavolta, non è più in condizione di leggere o di sentire ciò che si scrive o si dice di lui.

da www.lapievedelricusante.wordpress.com
17/04/2012 [stampa]
Un romanzo avveniristico, ma non troppo
di Fausto Belfiori
Il discorso di Benedetto XVI su una Chiesa in uno stato di disarmo spirituale e di sbandamento etico, espressione di un accorato spirito pastorale, ha coinciso con l’esposizione negli scaffali e sui banchi del debordante settore “narrativa” delle librerie, di un romanzo avveniristico di Brian Moore: ”Cattolici”. Avveniristico, ma la fantasia non si spinge molto al di là della situazione attuale che vede una cattolicità paralizzata dalla passività funzionariale di una parte notevole del clero e da un laicato frastornato da comportamenti inusitati e da discorsi di diversa e contrastante impostazione di alti esponenti della gerarchia.

Moore situa la narrazione in una cadente abbazia di un’isola irlandese oppressa da un cielo sempre coperto da spesse e scure nuvole e circondato da un mare che è bello, ma non accattivante. Una abbazia rimasta come ultima, estrema difesa di una fede che sembra diluirsi nelle beghe curiali e nelle risse teologali; una abbazia irremovibile nella sua intransigenza di fronte ad una Chiesa che, priva della centralità magisteriale ed organizzativa, cerca un residuale prestigio nell’adesione ad un potente e dominante Concilio Ecumenico Universale.

Ed è questo Concilio ad aver inviato un prelato perfettamente in linea con i tempi, padre Kinsella, nella desolata isola per ricondurre all’ordine quei cenobiti ostinati nel credere in ciò che i nuovi vertici ecumenici ritengono non più credibile. In pratica il romanzo non è che il racconto di un lungo, increscioso e spossante colloquio tra il prelato, aggiornato nelle idee e sui fatti ed un abate che non intende accettare e non vuole neppure ascoltare. Un dialogo fra sordi anche quando agli interlocutori se ne aggiungerà un terzo non meno deciso nel respingere le tesi del rappresentante della Roma ecumenica. C’è pure un “coro” - per riferirsi ai canoni della tragedia classica - costituito da frati ruggenti che non comprendono il motivo per cui dovrebbero accantonare il loro credo e abbandonare le loro pratiche quotidiane.

Qual è la prima grave accusa del prelato? Celebrare la Messa in latino. Termine improprio perché non è la lingua che ha provocato a suo tempo il conflitto nell’ambito chiesastico, ma il significato dato alla Messa dopo il “Novus Ordo”. Su questo insiste il pugnetto di monaci, fermo agli antichi intendimenti secondo i quali la Messa è il rinnovamento incruento della crocifissione, del sacrificio di Cristo. Questo rito è in latino perché il latino è stato sempre la lingua della Chiesa e, per il credente, è la lingua che anche quando è poco conosciuta o del tutto ignorata dal fedele è ugualmente gradita a Dio. Ma non alla gerarchia del tempo in cui l’autore muove i suoi personaggi. Ed è il pensiero non confutabile di questa gerarchia ad essere esposto e ribadito dall’inviato, sempre più innervosito dall’irrigidimento degli inquisiti e intenzionato, nonostante gli ostacoli, a risolvere al più presto la questione per tornarsene in sede.

Nell’isola - accanto a questi frati immersi nella miseria, nel freddo e nell’abbandono della comunità ecclesiale – padre Kinsella, infatti si trova in un pesante disagio: desidera riprendere l’elicottero che lo ha sbarcato in questo luogo “dimenticato da Dio” per godere delle sue comodità. Ma il piano non è di facile attuazione: gli abitanti del cenobio non si adeguano, non si piegano, non fanno concessioni. Ed i confratelli che li rappresentano obiettano, discutono, contraddicono. Essi respingono le imposizioni che ritengono contrarie alle regole della congregazione cui hanno aderito e proseguiranno – è il loro proponimento – ad accettare tutti i pellegrini che preferiscono la Messa com’è da loro celebrata. “Nulla di personale”, naturalmente, ma questo pensano, compreso l’abate che cerca, però, di usare modi meno bruschi e un linguaggio più morbido. Padre Kinsella è sempre più imbarazzato, sconcertato, esacerbato. Come è possibile che ci sia un monastero nemico dell’ecumenismo, risoluto a non dare alcun peso al fatto che tutto è cambiato: l’Ostia si deve prendere nella mano, la Messa non è che un fatto simbolico, la confessione non è più individuale e persino Lourdes non è più operativa?

Ma ecco, quanto mai impensabile, il colpo di scena: l’abate - che era riuscito per anni ed anni a nascondere i rovelli interiori, le tribolazione del dubbio e dello sbandamento - abbassa la testa e si arrende senza condizioni adeguandosi al conformismo generale e provocando la reazione del convento. Dopo la sua comunicazione invita tutti a recitare il “Padre nostro” e gli animi si placano. Ma per un tempo brevissimo. In una Chiesa sfinita e sconfitta una preghiera a fior di labbra non è che una campana senza battaglio.

La debolezza spirituale di una Chiesa non più in grado di affrontare la desertificazione che la circonda in un romanzo di Brian Moore, avveniristico e ammonitore.
10/04/2012 [stampa]
Gramsci: nuovo confronto fra studiosi
di Fausto Belfiori
Una mente speculativa, un animo tormentato. Per molti versi e per altrettanti non pochi anni la vita di Antonio Gramsci, la mente più vivace del comunismo italiano - in contrapposizione all’arido intellettualismo ed al plumbeo “burocratismo” di Togliatti - resta per rilevanti aspetti un mistero. Nonostante la buona volontà di ricercatori mossi, soprattutto, dal desiderio di scoprire ed offrire documenti che permettano di far luce dove oggi è ancora buio più o meno fitto.

Nella biografia di Gramsci - uomo prima che teorico ed agitatore - insieme con il protagonista, appaiono due personaggi che si pongono come interlocutori ed intermediari. Costoro sono la cognata Tania e Piero Sraffa, fin dagli inizi della lotta politica amico e compagno di Antonio il cui triste destino fu di concludere il suo duro, angoscioso periodo carcerario con animo disinteressato o addirittura ostile verso quel partito comunista che aveva contribuito a fondare e che aveva diretto sino alla reclusione.

Fra gli studiosi che negli anni più recenti, si sono impegnati a scoprire il Gramsci dei momenti più travagliati ed oscuri della sua vicenda umana, attraverso la rilettura “con scrupolo filologico” dell’epistolario e dei vari testi, c’è Franco Lo Piparo che adesso mette al corrente dei risultati del proprio lavoro ne “I due carceri di Gramsci” [carceri, al plurale maschile - secondo il parere di De Mauro, condiviso dall’autore, ha “un significato più forte, meno fisico e più simbolico”].

Fin dalle prime pagine lo storico e linguista - ha la cattedra di Filosofia del linguaggio all’Università di Palermo - ritiene opportuno, anzi, necessario porre in evidenza la mancanza di un autentico rapporto di fiducia fra Tania e Sraffa che è, nella mutata situazione seguita all’arresto di Gramsci, l’uomo con cui Togliatti e gli altri esponenti del partito contano per avere informazioni il più possibile aggiornate ed esatte sul comportamento del prestigioso detenuto antifascista. Quindi per Tania non è persona particolarmente affidabile dopo il dissenso manifestatosi tra il politico sardo e un Togliatti ormai alla testa del partito che adegua la sua linea ideologica ed operativa alle direttive sovietiche. Dissenso, duro dissenso determinato, appunto, dall’opposta interpretazione che i due capi del partito comunista d’Italia (uno in galera, l’altro in libertà) avevano espresso sulla rigida opposizione di Stalin verso il nucleo dissenziente guidato da Trotzkij, Kamenev e Zinoviev.

Ne deriva che proprio dal gruppo di potere russo e dai suoi sostenitori italiani, oltre che dai suoi avversari fascisti, Gramsci deve guardarsi dopo essersi pronunciato nei riguardi di Stalin e dell’indirizzo da lui imposto non soltanto al partito bolscevico, ma a tutto il movimento comunista internazionale.

Necessario, dunque, mantenersi accorti verso Sraffa, fedele esecutore della volontà togliattiana, ma rimasto in rapporto con Antonio sino all’ultimo. Prudente, Gramsci, ma non tanto e non sempre da nascondere quanto va meditando fra le mura del carcere.

Si spinge, infatti, al punto - è l’ipotesi di Lo Piparo - di rendere “ufficiale, anche se in maniera criptica, la propria estraneità, filosofica anzitutto, al comunismo come si andava realizzando e – tendiamo a pensare - al comunismo tout court.”

Ed a questa ipotesi lo studioso fa seguire una “scrupolosa analisi semantico-testuale”. Nella sua ricognizione Lo Piparo si propone inoltre di ampliare il discorso per chiarire il ruolo della cognata Tania e della moglie Giulia, entrambe cittadine sovietiche e in contatto con gli organi del partito e dei servizi segreti, stando almeno a talune ricostruzioni degli eventi che le videro coinvolte. Il loro comportamento era, pertanto, subordinato inevitabilmente alle opinioni e alle decisioni dei governanti che giudicavano particolarmente delicato il “problema Gramsci”. Non era soltanto Sraffa ad essere eterodiretto: anche le signore non potevano - indipendentemente dalla loro volontà - non attenersi ai superiori voleri. Dietro le due figure muliebri, del resto, non è difficile scorgere l’ombra del potere. Gramsci sa - scrive l’autore - che la moglie è “sottoposta a controlli polizieschi e la sua corrispondenza viene controllata.” Per questo Antonio chiede a Tania di seguire soltanto i suoi consigli, ma non si illude certo sull’esaudimento del suo desiderio. Non si faceva illusioni sulle persone sentimentalmente vicine tanto da giungere a valutare l’ipotesi del divorzio: ipotesi decisamente improponibile per Mosca.

Pertanto le tribolazioni aumentano in un uomo che si sente isolato, non soltanto fisicamente. Turbamento e amarezza in Antonio, ma anche in Tania che esce dai colloqui con il cognato gravemente scossa e il motivo è evidente. La lettera successiva al drammatico incontro nel corso del quale Gramsci cerca di renderla consapevole della insopportabile pesantezza dei rapporti con quello che è il suo partito, la sua creatura politica, non lascia dubbi là dove parla della “mia situazione morale, per dir così, cioè della somma di sentimenti che mi occupa normalmente e di quelli specialmente che tra gli altri predominano e danno il tono generale”. E’ intervenuto certamente qualcosa che rende la prigione ancora più insopportabile e angosciosa. Gramsci, dunque, uomo solo. Un uomo solo, convinto di essere stato condannato non da uno, ma da due tribunali “sostanzialmente convergenti”: il Tribunale Speciale fascista e quella che nella riprovazione degli avversari, è stata più volte additata come l’inquisizione comunista.

Questa è la tragedia che spinge Lo Piparo a parlare di un altro carcere, aggiunto a quello fascista. “Umanamente più doloroso. Da esso non ne uscirà nemmeno con la morte.” Morte che spegne una vita caratterizzata da “un grande errore”. Morte giunta dopo la sofferta uscita da “l’universo comunista”, quando è maturato in Antonio Gramsci un “sentimento di estraneità al comunismo”.

Su questa tesi, sostenuta da documenti e conseguenti riflessioni, si è sviluppato un confronto.
10/04/2012 [stampa]
I libri che gli intellettuali non leggono o detestano
di Fausto Belfiori
Un invito al pensiero antico Credo che Giovanni Reale sia uno dei pochi studiosi conosciuti non soltanto dai suoi colleghi, dagli specialisti, dagli insegnanti di storia della filosofia, ma anche da quei settori sensibili del pubblico che cercano di compiere la scelta giusta in mezzo alle tante offerte – spesso ingannevoli e malsane – dello straripante, ingarbugliato e chiassoso mercato editoriale.

Perché Giovanni Reale è colui che ha riscoperto e posto in piena luce, insieme con gli esponenti della Scuola di Tubinga, il Platone delle “dottrine non scritte”; l’esegeta del grande saggio ateniese che, passato senza turbamenti dall’epoca della oralità a quella della scrittura, ha inteso ammonire che fra docente e discente, fra maestro e discepolo mai potrà essere eliminato il rapporto stabilito dal dialogo, dalla comunicazione diretta tra persone. Soprattutto è stato Reale a sottolineare come a Platone non sia sfuggito un dato di fatto essenziale e conseguente a questa “rivoluzione culturale”, cioè, che la scrittura sarebbe stata in grado di esprimere ciò che è destinato a durare nei secoli ed a raggiungere il lettore futuro soltanto se non si fosse limitata a riempire i rotoli di carta e avesse mirato ad imprimersi nelle menti e nei cuori dei lettori. In questo senso Platone comprese e visse una rivoluzione culturale che avrebbe dovuto offrire la possibilità di lasciare segni indelebili del cammino spirituale e civile dell’uomo: una vera rivoluzione restauratrice, dunque, ideata e realizzata non per sovvertire e per sopprimere, ma per assicurare alla verità la difesa necessaria ad affrontare la violenza del tempo.

Questo è il Platone che Giovanni Reale ha proposto distinguendosi così dalla pletora degli storici e dei commentatori che si servono dei filosofi esaminati per sostenere la propria ideologia: niente a che fare – per portare un esempio calzante – con un Ernst Block che livella per poi stritolarlo il pensiero rinascimentale al fine di ridurlo a precursore del prometeismo marxistoide. Si legga, per capire di che si tratta, il capitolo dedicato a Giordano Bruno nel suo “Filosofia del Rinascimento”: un coagulo di bolsa oratoria, figlia di una faziosità che non dovrebbe trovare accoglienza nel lavoro di uno scienziato.

Reale medita i testi affrontati per giungere a capirli ed a farli capire fino in fondo e formula il giudizio con animo sgombro da schematismi contrari ai dettami della coscienza di uomo dedito alla custodia del patrimonio sapienziale. Ne abbiamo conferma in questo “Invito al pensiero antico”: un colloquio con Vincenzo Cicero che l’editrice La Scuola ha inserito nella collana “Orso blu”. Un colloquio da cui esce l’autobiografia del professore intervistato, dall’adolescenza all’età dei consuntivi. Gli studi presso uno dei migliori licei d’Italia prima del passaggio all’Università cattolica di Milano dove ha goduto della stima di famosi docenti che gli consigliarono di recarsi in Germania. Qui, infatti, avrebbe potuto impratichirsi del metodo tedesco nello studio del pensiero antico.

Seguì l’insegnamento che Reale mantiene ancora oggi, costantemente spronato dalla volontà di eseguire “un’opera monda da compromessi”, rifuggendo “come scienziato dal guadagno e dal denaro” e impegnandosi a “rimanere fuori da trame politico-clientelari di vario genere e da falsità di cui sono disseminate le università”.

Non tardarono a giungere gli impegni editoriali con lavori che ebbero una incredibile diffusione, ma anche ostracismi e scomuniche come quella propinata dai comunisti ad una sua storia del pensiero occidentale. Una diffusione difficile a prevedere per letture che richiedono attenzione e raccoglimento. Non sono mancate le critiche, ma neppure i riconoscimenti sia in ambito nazionale che all’estero.

Tuttavia il punto più alto di questa vita votata alla ricerca ed alla riflessione è stato l’incontro con i maestri della “Scuola di Tubinga”. Si deve a questo incontro fecondo, a questi intensi scambi di esperienze intellettuali tra uomini che avevano trovato in Platone il comune punto di riferimento ideale, l’elaborazione di una nuova immagine dell’autore di quei “Dialoghi” sui quali si prosegue ad indagare, a meditare ed a dibattere. E’ chiaro, da quanto scritto, che in Giovanni Reale non si può vedere un solitario, un eremita che si alza dalla scrivania soltanto per tenere le lezioni o per prendere il the con i più devoti discepoli. “La voglia di conoscere sempre”, più e meglio, lo ha sollecitato alla compagnia ed alla frequentazione non necessariamente legate ai circoli accademici. E di queste compagnie e frequentazioni è offerta testimonianza nel colloquio-intervista che riserba, purtroppo, una spiacevole sorpresa da cui inevitabilmente deriva una domanda: come può un uomo il cui spirito si è temprato nell’assolvere il compito di ricondurre all’intelligenza del pensiero antico, perenne sorgente di vita, nutrire stima e ammirazione per alcuni intellettuali non meritevoli di alta considerazione perché, lungi dall’arricchire, hanno contribuito ad affievolire ulteriormente la coscienza civica del nostro popolo, già eticamente debilitato da dolorose vicende che hanno segnato lo scorso secolo?



da www.lapievedelricusante.wordpress.com
07/03/2012 [stampa]
Bertolt Brecht o la moda del cattivo gusto
di Fausto Belfiori
Non c’era bisogno di avere il privilegio della predizione per considerare scontato il tentativo della sinistra di mantenere in vita e di ridare lustro al mito, quanto mai ingannevole, del noto teatrante Bertolt Brecht. Costui, come si ricorderà, si mise al servizio del comunismo non per convincimento, ma per non proprio limpidi interessi personali.

Brecht è stato, infatti, uno dei rappresentanti più in vista di quell’intellettualismo che si è sempre spregiudicatamente prestato a tutte le manovre propagandistiche dell’Unione Sovietica e del movimento sovvertitore internazionale che dall’U.R.S.S. dipendeva.

Nella Germania dell’est questo agitatore, sprovvisto di sensibilità artistica e spregiatore di ogni genuina istanza poetica, visse – in mezzo ad un popolo affamato e umiliato da bieche leggi di polizia – in un’agiatezza che nulla aveva da invidiare a quella di un divo californiano. Io suo comportamento era strettamente legato al tornaconto: mai si avvertì in lui il richiamo ad un impegno civico che richiedesse sacrificio e critica nei riguardi di un potere talmente dispotico da costringere gli uomini di cultura ad agire entro gli angusti schemi dell’ideologia maxista-leninista. Brecht si dimostrò sempre disponibile sfornando testi teatrali che sono soltanto espressione di servilismo verso i dettami del regime più allineato a Mosca dell’Europa orientale. I suoi lavori restano, pertanto, come esempio di gretto adeguamento alle campagne denigratorie e falsificatrici il cui scopo era di rendere sempre più teso il clima internazionale e di indebolire la capacità di reazione dell’Occidente alle arroganti pretese ed alle sistematiche provocazioni della dirigenza sovietica.

Questo fu Bertolt Brecht. Questo è l’autentico personaggio che la storia del teatro deve registrare. Non c’è alcuna forzatura. Sono stati gli stessi collaboratori a eseguire il suo vero ritratto morale: tutti coloro che furono soggetti alle sue imposizioni e si trovarono impossibilitati a rifiutare pena la perdita del lavoro.

Nei decenni seguiti alla caduta del Muro di Berlino sono state pubblicate le memorie di studiosi, docenti universitari, giornalisti e scrittori che sapevano bene per averlo sperimentato quel che significasse lottare giorno dopo giorno per salvare un minimo di dignità sotto il gioco comunista. Ma tutto questo la “sinistra intellettuale” lo ignora, anzi, lo vuole ignorare e rilancia disinvoltamente la “moda Brecht”. E l’Italia non fa eccezione. Al contrario, si pone in prima linea con rappresentazioni, conferenze, interviste di registi ed attori, corsi di “informazione”, convegni di “esperti”. Naturalmente non sono mancati e non mancheranno articoli di pieno, entusiastico appoggio a tali iniziative. Triste e tristo spettacolo.
20/01/2012 [stampa]
Perplessita’ su un’iniziativa di Fausto Belfiori
Un gruppo di scrittori ha espresso solidarietà alla figlia di Esra Pound nell’azione legale contro i membri di Casa Pound che al Poeta fanno riferimento sin dal nome.

Con la dovuta franchezza e con il rispetto verso una signora, non voglio nascondere le mie riserve su tale iniziativa:

non mi è chiara la motivazione e non mi spiego, soprattutto, l’affanno e l’acrimonia con cui è condotta. Un poeta, un grande poeta, infatti, è di tutti:

non soltanto dei familiari e degli amici dei familiari.

Posso intitolare un circolo, se avessi voglia di fondarlo, a Giovanni Pascoli anche se questi era un “socialista tricolore” mentre io sono un incallito ghibellino, con animo fedelmente ecclesiale, cioè, strettamente legato all’antico e venerando (da chi crede) rito romano.

La figlia dell’autore dei Cantos non vuole che quelli di Casa Pound si impadroniscano del nome paterno perché – se è esatto ciò che ho letto – sarebbero fascisti.

Io non li conosco. Non frequento alcuna “Casa”. Ne ho frequentato una da giovane – il Movimento Sociale Italiano – ma ne fui espulso nel lontano 1956. Molto tempo prima che Fini e compagni la demolissero.

Tuttavia non credo che oggi si possa parlare facilmente di fascismo confuso, come è, tra nazifascismo, fasciocomunismo (chi ricorda l’antesignano Stanis Ruinas, scrittore fluente e accattivante) nazionalriformismo, democrazia organica ecc.

Ma, in ogni caso, avendo letto e riletto ogni sua riga e ogni suo verso posso dire che nessuno, attenendosi all’obiettività, se la sentirebbe di inserire Esra Pound in un’antologia di scrittori antifascisti.
22/11/2011 [stampa]
Nunc et semper : un invito al pensiero antico (di Fausto Belfiori)
Credo che Giovanni Reale sia uno dei pochi studiosi conosciuti non soltanto dai suoi colleghi, dagli specialisti, dagli insegnanti di storia della filosofia, ma anche da quei settori sensibili del pubblico che cercano di compiere la scelta giusta in mezzo alle tante offerte - spesso ingannevoli e malsane – dello straripante, ingarbugliato e chiassoso mercato editoriale. Perché Giovanni Reale è colui che ha riscoperto e posto in piena luce il Platone delle “dottrine non scritte”; l’esegeta del grande saggio ateniese che, passato senza turbamenti dall’epoca della oralità a quella della scrittura, ha inteso ammonire che fra docente e discente, fra maestro e discepolo mai potrà essere eliminato il rapporto stabilito dal dialogo, dalla comunicazione diretta tra persone.

Soprattutto, però, è stato Reale a sottolineare come a Platone non sia sfuggito un dato di fatto essenziale e conseguente a questa “rivoluzione culturale”, cioè, che la scrittura sarebbe stata in grado di esprimere ciò che è destinato a durare nei secoli ed a raggiungere il lettore futuro soltanto se non si fosse limitata a riempire i rotoli di carta e avesse mirato ad imprimersi nelle menti e nei cuori dei lettori.

In questo senso Platone comprese e visse una rivoluzione culturale che avrebbe dovuto offrire la possibilità di lasciare segni indelebili del cammino spirituale e civile dell’uomo: una vera rivoluzione restauratrice, dunque, ideata e realizzata non per sovvertire e per sopprimere, ma per assicurare alla verità la difesa necessaria ad affrontare la violenza del tempo.

Questo è il Platone che Giovani Reale ha proposto distinguendosi così dalla pletora degli storici e dai commentatori che si servono dei filosofi esaminati per sostenere la propria ideologia: niente a che fare – per portare un esempio calzante – con un Ernst Bloch che, da libellista più che da studioso, livella per poi stritolarlo il pensiero rinascimentale al fine di ridurlo a precursore del prometeismo marxistoide. Si legga, per capire di che si tratta, il capitolo dedicato a Giordano Bruno nel suo “Filosofia del Rinascimento”: un coagulo di bolsa oratoria, figlia di una faziosità che non dovrebbe trovare accoglienza nel lavoro di uno scienziato. Reale medita i testi affrontati per giungere a capirli ed a farli capire fino in fondo e formula il giudizio con animo sgombro da schematismi contrari ai dettami della coscienza di uomo dedito alla custodia del patrimonio sapienziale. Ne abbiamo conferma in questo “Invito al pensiero antico”: un colloquio con Vincenzo Cicero che l’editrice La Scuola ha inserito nella collana “Orso blu”.

Un colloquio da cui esce l’autobiografia del professore intervistato, dall’adolescenza all’eta dei consuntivi. Gli studi presso uno dei migliori licei d’Italia prima del passaggio all’Università cattolica di Milano dove ha goduto della stima di famosi docenti che gli consigliarono di recarsi in Germania. Qui, infatti, avrebbe potuto impratichirsi del metodo tedesco nello studio del pensiero antico. Seguì l’insegnamento che Reale mantiene ancora oggi, costantemente spronato dalla volontà di eseguire “un’opera monda da compromessi”, rifuggendo “come scienziato dal guadagno e dal denaro” e impegnandosi a “rimanere fuori da trame politico-clientelari di vario genere e da falsità di cui sono disseminate le Università”.

Non tardarono a giungere gli impegni editoriali con lavori che ebbero una incredibile diffusione, ma anche ostracismi e scomuniche come quella propinata dai comunisti ad una sua storia del pensiero occidentale. Una diffusione difficile a prevedere per letture che richiedono attenzione e raccoglimento. Non sono mancate le critiche, ma neppure i riconoscimenti sia in ambito nazionale che all’estero.

Tuttavia il punto più alto di questa vita votata alla ricerca ed alla riflessione è stato l’incontro con i maestri della “Scuola di Tubinga”. Si deve a questo incontro fecondo, a questi intensi scambi di esperienze intellettuali tra uomini che avevano trovato in Platone il comune maestro, l’elaborazione di una nuova immagine dell’autore di quei “Dialoghi” sui quali si prosegue ad indagare, a meditare ed a dibattere.

E’ chiaro, da quanto scritto, che in Giovanni Reale non si può vedere un solitario, un eremita che si alza dalla scrivania soltanto per tenere le lezioni o per prendere il tè con i più devoti discepoli. “La voglia di conoscere sempre”, più e meglio, lo ha sollecitato alla compagnia ed alla frequentazione non necessariamente legate ai circoli accademici. E di queste compagnie e frequentazioni è offerta testimonianza nel colloquio-intervista.

Ma questo colloquio-intervista riserba, purtroppo, una spiacevole sorpresa da cui inevitabilmente deriva una domanda: come può un uomo il cui spirito si è temprato nell’assolvere il compito di ricondurre all’intelligenza del pensiero antico, perenne sorgente di vita, nutrire stima ed ammirazione per alcuni intellettuali, giornalisti ed esponenti politici non meritevoli di alta considerazione perché, lungi dall’arricchire, hanno contribuito ad affievolire ulteriormente la coscienza civica del nostro popolo, già eticamente debilitato da dolorose vicende che hanno segnato lo scorso secolo?

Come può il professore Giovanni Reale, studioso rigoroso e pensatore dal retto indirizzo, trovarsi a suo agio con gente il cui modo di vivere non ha alcuna somiglianza con ciò che sul sistema di vita ha appreso dai suoi Maestri e che, a sua volta, ha insegnato?
04/11/2011 [stampa]
Nunc et semper : una cultura che non tramonta (di Fausto Belfiori)
Nessuno lo ricorda, ma furono i ragazzi della cosiddetta “estrema destra ” - per intenderci, i militanti della Giovane Italia e del Fronte Universitario di Azione Nazionale – a riproporre pensatori che la cultura alla moda aveva scartato perché inservibili alla “educazione democratica”.

Fummo noi – mi si permetta di usare la prima persona plurale – a ritirare fuori dagli scaffali, tra un “fermo” di polizia e l’altro per manifestazioni non autorizzate, autori come Filippo Burzio, filosofo e scienziato che fu in fidente attesa di un Demiurgo per salvare l’Italia dalle fazioni e tenerla lontana dall’ “abisso della mediocrità” ; Adriano Tilgher, sempre all’affannosa ricerca di una “via” che fosse gradita al suo spirito inquieto e incompatibile con altre proposte filosofiche; Giuseppe Rensi con le sue “Lettere spirituali”, non sempre centrate e non di rado discutibili: beninteso, non pensavano certamente come noi, ma neppure come gli spadroneggiatori del post-45. Le loro idee potevano, in ogni caso, essere motivo di approfondimento, spunti di riflessione: molto più dei massimocacciari che piacciono tanto ai preti “aggiornati” di questi tempi.

E siamo stati sempre noi a riparlare per primi di scrittori e poeti sui quali era stato imposto il silenzio. Li leggevamo e li commentavamo con interesse intellettuale e passione tali da parlarne, discuterne anche tra noi. Rammento la serena polemica tra me e l’amico - politicamente scapigliato, ma inflessibile patriota – Giano Accame.

Il tema, in quella occasione, era Ezra Pound : la sua religiosità e le sue teorie economiche. Poi Pound rientrò nelle cronache, ma più mondane – per le sue frequentazioni ed i suoi incontri, tra gli altri, con Pasolini – che culturali. Oggi il grande Ezra ha trovato la sua posizione prestigiosa, oltre che di poeta, anche di studioso e ricercatore del sacro e del soprannaturale.

Ne è prova il lavoro di Andrea Colombo, “il Dio di Ezra Pound” (edizioni Ares), che ripercorre l’impervio cammino seguito dal compositore dei “Cantos” per avvicinarsi a Cristo.

Ma quel che mi preme segnalare con particolare risalto in questa nota è il ritorno di valorosi scrittori come Gilbert Keith Chesterton e Hilaire Belloc. Il motivo del lungo forzato “esilio” ? Facile a indovinare. Sono due scrittori cattolici, ma cattolici autentici, non alla Enzo Bianchi.

Cattolici che si trovavano a disagio in un mondo deciso a rifiutare Dio ed a disintegrare l’uomo; cattolici che non patteggiavano, che erano restii a parlare di “religioni del Libro” perché capivano molto bene come, dietro questa definizione, si nascondesse l’utopia di un avvicinamento impossibile.

Ho accennato prima ad Ezra Pound. Ebbene questo scrittore americano, culture dell’antica sapienza, si sentiva fervidamente solidale con il creatore di padre Brown e con l’anglofrancese Hilaire: tutti e tre uniti nella lotta contro il primato della finanza che schiaccia e dilania la persona impedendole ogni sviluppo interiore.

Oggi, grazie a Dio, ricompare tutto ciò che ha prodotto la mente ed il cuore di Chesterton: meditazioni, saggi storici e letterari, racconti e romanzi. E, inoltre, sembrano destinate a rivedere la luce le pagine di Belloc, anch’egli “cavallo di battaglia” dei giovani cattolici che, animati dalla fede, chiedevano fedeltà. E continuano a chiederla pur se la giovinezza è per loro ormai solo ricordo. Il ricordo di quando era ancora possibile fare proprio il motto di Belloc: “la Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede”.
27/10/2011 [stampa]
Nunc et semper : scrittori cattolici e concilio.
“ Il campo dove occorre battersi di più oggi è, a mio parere, quello della cultura …” La crisi più profonda “è a livello culturale e ancor di più a livello spirituale.”

A parlare, ad esprimersi con questa lodevole franchezza, con questa leale fermezza non è un fanatico tradizionalista, non è un indisponibile ad ogni discorso sulla renovatio , ma un credente molto avanti negli anni le cui parole sono frutto di lunga riflessione e, spesso , di sofferta esperienza. Uno scrittore cattolico o, se si preferisce, un cattolico scrittore – per l’esattezza, narratore – che si è visto sempre trattare “con una certa sufficienza”, come giustamente è stato rilevato. Mi riferisco a Eugenio Corti, un romanziere di novanta anni, inviso a tanti critici, anche di sponda cattolica, proprio per la fede che non nasconde.

Un cattolico cui è riconosciuto il coraggio della verità, tanto invocato da Benedetto XVI. Quella verità che lo spinse a manifestare saggiamente giudizi negativi su intellettuali francesi come Jacques Maritain ed Emanuel Mounier. Questi, protetti costantemente da prelati irresponsabili e teologi dalla mente oscurata, tessevano le lodi del comunismo negli stessi anni in cui i comunisti rivelavano il loro spirito negatore e distruttore. Ed è proprio il contatto con il mondo e la perplessità suscitatagli dalla lettura di certi autori a spingerlo ad ammonire che “chiudere troppo a lungo gli occhi sulla realtà della cose, il fare – anche se in buona fede – spazio all’errore può comportare sbocchi molto gravi.”

E’ ciò che si è verificato nel Concilio Ecumenico Vaticano II che è stato definito pastorale, ma che ha provocato, non soltanto nel campo pastorale, danni non pochi e non lievi. Da qui l’insistenza del cardinale Ratzinger, poi papa Benedetto, su una “nuova evangelizzazione” che non si limiti, però, ai viaggi intorno al mondo, ma riconduca alle radici del mistero cristiano: l’incarnazione del Verbo.

A tale proposito, forse sarebbe salutare se i sacerdoti ed i laici impegnati nelle nuove vie apostoliche si concentrassero su testi ascetico-sapienziali come, per servirci di un esempio tra i più luminosi, l’opera di Gregorio di Nissa la cui dottrina mistica è una corazza per l’azione di conquista delle anime: Gregorio di Nissa, infatti, indica al credente desideroso di essere testimone i cinque gradi di elevazione spirituale che conducono alla luce animatrice da trasmettere a tutte le persone avvicinate.

Ma, per tornare ad Eugenio Corti, proprio sulle conseguenze di un Concilio non ben condotto e peggio concluso, egli ha parlato in un’intervista a Lorenzo Bertocchi inserita in un volume, edito da Cantagalli, che raccoglie penetranti contributi sullo stesso tema. “ Sentinelle nel post-concilio” è il titolo del libro che induce a raccogliersi interiormente aiutati da puntualizzazioni sulla delicata questione affrontata con serenità non disgiunta dalla severità: convinti del dovere di denunciare quegli orientamenti che, come ha stigmatizzato il pontefice, sono esattamente il contrario.

Su un punto delle ponderate dichiarazioni di Eugenio Corti è il caso di soffermarsi: quello in cui lo scrittore non esita a dire che “Forse bisogna risalire ai tempi di Pio XII per trovare ancora quella chiarezza che forniva un riferimento preciso per tutti. Oggi siamo alla ricerca di quella interpretazione certa che manca da troppo tempo, ma mi pare che papa Benedetto XVI stia cercando di combattere proprio questa mancanza di certezza.” Si impone, dunque, un pronunciamento autorevole e decisivo. Dio voglia che tale opera di chiarificazione sia compiuta in comunione di fedeltà ecclesiale.

Fausto Belfiori.
27/09/2011 [stampa]
Enzo Erra : la passione intelligente.
Enzo Erra è stato un “maestro” per tanti giovani ai quali ha trasmesso oltre che le idee che si diffondevano nel travagliato dopoguerra italiano, anche una passione politica allenta all’attualità ed alla costruzione di una prospettiva nuova.

Lo stile, l’eleganza, l’onestà con le quali esprimeva il suo pensiero controcorrente hanno mosso anche gli avversari a riconoscerne la serietà ed a consegnargli il rispetto.

A testimonianza di ciò pubblichiamo quanto ha scritto Antonio Carioti su “Il Corriere della Sera” venerdì 23 settembre.

“ENZO ERRA, IL PROGETTO DI UNA DESTRA ANTIMODERNA CAPACE DI FARE POLITICA.

Quando fu processato e assolto per neofascismo, nel 1951, il napoletano Enzo Erra, scomparso all’età di 85 anni, venne definito dai giornali ”giovane filosofo”, per il linguaggio colto con cui espose le sue idee in tribunale. Aveva l’assillo di dare alla destra missina un solido retroterra teorico, per sottrarla alla sterile coltivazione di nostalgie mussoliniane.

Nelle riviste “La Sfida “ e “Imperium”, da lui fondate, chiamò a collaborare i filosofi Massimo Scaligero e Julius Evola , esponenti di un pensiero spiritualista basato su valori gerarchici e ostile non solo alla democrazia , ma all’intero mondo moderno.

Per lui liberalismo e bolscevismo erano facce della stessa medaglia. Intransigente sui principi, Erra era tuttavia propenso al dialogo in politica: lasciò il MSI nel 1958 perché lo giudicava incapace d’intessere alleanze fattive e vi tornò negli anni Ottanta su posizioni critiche verso l’immobilismo di Almirante.

Rifiutò però con il massimo sdegno la svolta di Fiuggi, che riteneva portasse in un vicolo cieco. Commentatore politico e saggista, il suo orgoglio era quello di ‘non aver mai cambiato bandiera’ ”
26/09/2011 [stampa]
Il “nulla” del gran tuttologo.
Al “Gran Tuttologo” Umberto Eco, come scrive Alessandro Gnocchi su il Giornale del 20 settembre, dà fastidio “la polemica di Ratzinger contro il relativismo”. E, pertanto, giudica “grossolane” le sue argomentazioni e “estremamente debole” la sua formulazione filosofica.

La smisurata immodestia dell’intellettuale piemontese nasconde però la difesa di una concezione nichilista.

Poiché nei personaggi dei romanzi gli scrittori proiettando anche aspetti del proprio sentire ,ci è venuto in mente, leggendo queste sue riflessioni, le vicende di un naufrago Roberto de la Grive, descritto nell’”Isola del giorno prima” e che a un certo punto del suo girovagare , si lascia andare ad alcuni pensieri.

“ Tante vicende - si diceva Roberto – per scoprirmi uno zero. Anzi, più azzerato di quanto fossi al mio arrivo al derelitto. Il naufragio mi aveva scosso e indotto a combattere per le vita, ora non ho nulla per cui combattere e contro cui battere. Sono condannato ad un lungo riposo. Sono qui a contemplare non il vuoto degli spazi, ma il mio: e da esso nasceranno solo noia, tristezza e disperazione”.

Il nichilismo di Eco appartiene a quel modo di intendere la vita che ci è assolutamente estraneo.

Michele Federico Sciacca tanti anni fa in una raccolta di saggi su “Storia e filosofia del Laicismo” così rimarcava: “ S. Agostino scrive che l’uomo che crede in Dio ‘piange e ride’, è un uomo in tutta la sua vera umanità: il saggio laico che non crede in Dio, non sa piangere, non sa ridere: sa solo o superbamente ( e scioccamente) ribellarsi o altrettanto scioccamente disperarsi.

Il laico superbo di ieri vale il laico disperato di oggi: entrambi rivelano la loro sconfitta di fronte all’assurdo di una vita incomprensibile perché solo terrena, non umana perché solo , troppo desolatamente umana”.
15/09/2011 [stampa]
Tremonti: “cacciare gli speculatori dal tempio”.
Con grande rilievo L’Avvenire del 14 settembre riporta le parole pronunciate dal Ministro Tremonti alla tavola rotonda su “Ripensare il mondo oltre la crisi economica” svoltasi a Monaco di Baviera insieme con il Ministro delle Finanze tedesco.

“Dopo la crisi dei sub prime”, ha detto Tremonti, “i governi hanno fatto il tragico errore di affidare la stesura delle nuove regole ai banchieri”. “ Certo – ha proseguito il Ministro – la banche andavano salvate ma non nelle loro parti negative; e così adesso l’unica regola è l’assenza di regole , sembra che oggi siano le banche e non più gli stati a battere moneta”.

E poi aggiunge l’invito a “ cacciare gli speculatori dal tempio sul cui frontone non ci sono più gli slogan classici di Libertè, Egalitè, Fraternitè, ma globalità, mercato, moneta”.

Alla domanda su cosa lui vorrebbe veder scritto, risponde: “Caritas in veritate”.

Nota finale di Tremonti che si rifà ad Adam Smith: “ una ricchezza senza le nazioni, una ricchezza che divora tutti ed alla fine anche se stessa”.

Non solo questa analisi del Ministro getta luce sulle vere cause dell’ingovernabilità della finanza internazionale che sta mettendo in crisi molti stati che pur avendo un forte debito pubblico posseggono solide condizioni economiche e di risparmio privato, ma smaschera le ridicole e ristrettissime analisi della sinistra che gettano sulla politica del governo la responsabilità di una vicenda che ha origine in un quadro finanziario internazionale e in decenni di mancati interventi strutturali sul debito in Italia.

Ma soprattutto su un concetto soffermiamo la nostra attenzione: il rapporto che Tremonti individua tra economia e Nazione.

Una economia cosmopolita, forte al punto di porre in difficoltà tutte le nazioni, anche le più forti come gli Stati Uniti appare un rischio non solo per la stabilità degli stati e della loro condizione sociale, ma anche e soprattutto per la tenuta delle democrazie. Quando la valutazione politica degli interventi dei parlamenti nazionali in Europa non è più affidata agli stessi organismi europei, ma viene sottoposta al giudizio del “mercati”, come entità non distinguibile dalle operazioni speculative, si svuotano le democrazie e le rappresentanze dei cittadini.

Questo, a nostro avviso, il concetto che il Ministro ha espresso e che soprattutto la cultura di sinistra non è assolutamente in grado di cogliere, priva ormai delle fondamentali categorie della ragione politica.
28/07/2011 [stampa]
L'economia della tradizione per il riscatto del mezzogiorno d'Italia.
Nel Mezzogiorno d'Italia la situazione resta ancora molto critica. Tutti i principali indicatori economici infatti mostrano ancora segni negativi. Come emerge dal Rapporto sull'economia delle regioni italiane pubblicato della Banca d'Italia, il Sud non riesce dal biennio 2008-2009 neanche minimamente ad uscire dalla profonda crisi nella quale è caduto. Il pil del Sud è fermo ad uno più 0,2% nel 2010 (vedere tabella a parte), contro il 2,1% del Nordest, l'1,7% del Nordovest e l'1,2% del Centro Italia. L'andamento del pil pro capite a livello nazionale ha registrato un incremento dello 0,8% (+1% al Centronord), mentre nel Mezzogiorno "ha ristagnato nel 2010, a fronte di un calo del 6,5% nel biennio 2008-09". Con questo ritmo il recupero completo si potrà avere solamente tra 10, 15 anni.

Anche sul fronte dei consumi secondo le elaborazioni di Bankitalia si è registrata una flessione per il terzo anno consecutivo. Male anche gli investimenti fissi delle imprese, che crescono in tutta Italia (+3,5% al Nordovest), intorno al 2,5% nel Nordest e al centro, mentre al Sud mostrano segnali negativi. Per giunta nei primi mesi del 2011 il volume degli investimenti si ridurrà «marcatamente» per le imprese del Sud a fronte di una situazione stazionaria nel resto della Penisola.

Peggiora anche l'andamento dei finanziamenti e della qualità del credito. Il flusso di nuove sofferenze è ulteriormente aumentato nell'Italia meridionale, mentre è risultato stazionario al centro ed è lievemente diminuito al Nord. Infine il deterioramento della capacità di rimborso è stato più marcato nelle regioni del Sud. Queste cifre dimostrano ancora una volta che il divario esistente tra il nord e il sud dell’Italia è ormai un dato incontrovertibile, in cui il degrado delle strutture e della qualità di vita investe anche e soprattutto la componente umana.

Esiste, perciò, e si è andata rafforzando negli ultimi tempi, la tendenza a semplificare le varie realtà economiche e sociali, indicando il Nord ed il Sud come aree omogenee e contrapposte tra loro: da una parte l’Italia produttiva, della ricchezza e dell’efficienza amministrativa, dall'altra l’Italia assistita, della disoccupazione e della inefficienza.

Ora, che esista una questione meridionale è innegabile; che questo problema negli anni si sia andato aggravando, diventando sempre più drammatico, è altrettanto vero. Ma questo non significa che ci troviamo dinanzi a due Italie.

In realtà, invece, le grandi aree geografiche nazionali, Nord, Centro, Sud, presentano al loro interno situazioni molto differenziate.

Anche nel Nord, ad esempio, accanto alla locomotiva lombarda e del triveneto, vi sono altre aree in sofferenza. Nel Sud si può riscontrare una situazione diversificata. Il Mezzogiorno non è un’area omogenea, anche perché vi sono casi dove si sta registrando una marcata crescita del reddito e un’apprezzabile diffusione delle attività produttive.

Esistono, poi, segni evidenti della crescita di una fitta rete di piccole e medie imprese (filiere e distretti industriali) che giustifica la previsione e la speranza di un favorevole evolversi e moltiplicarsi di tali iniziative produttive. Ma il divario mediamente c’è e questo divario tra Nord e Sud, ci appare, oggi più che mai chiaramente, come la risultante di un dato storico e antico.

Il processo unitario, infatti, costò veramente molto caro al Sud ed alle sue popolazioni sia in termini di vite umane, che furono superiori a tutte quelle dell'intero periodo risorgimentale, sia in termini di dispersione e distruzione del patrimonio economico, finanziario, tecnologico, culturale, artistico ed archivistico. Come pure è assodato che quegli anni sessanta dell’Ottocento peseranno successivamente come un macigno su tutta la storia futura, non solo del Mezzogiorno, sul suo sviluppo e sulle sue condizioni politiche, sociali ed economiche, ma dell'intera comunità nazionale.

E’ proprio da quel periodo, infatti, dal brigantaggio, dal comportamento dell'esercito piemontese, dall’atteggiamento delle classi dirigenti del tempo, dal trattamento che fu riservato ai lealisti borbonici, che inizia un rapporto difficile tra masse popolari meridionali e governo centrale, tra esigenze di riscatto delle terre del Sud e sviluppo industriale del Nord. Per questo è quel periodo che bisogna andare a rileggere e che bisogna esaminare se si vogliono individuare le cause e gli effetti di certi avvenimenti e comprendere gli sviluppi successivi della nostra storia nazionale; se si vuol tentare seriamente di affrontare i gravissimi problemi che drammaticamente la cronaca dei nostri giorni pone sotto i nostri occhi e se si vogliono indicare soluzioni che vadano oltre l'assistenzialismo dello Stato, l'industrialismo selvaggio e l'economicismo utilitaristico.

E’ proprio in quegli anni che inizia, infatti, il drenaggio dei capitali dal Sud al Nord, la fuga di braccia e di intere famiglie dalle campagne per le città (preludio, questo, del doloroso flusso umano dell'emigrazione transoceanica definitiva, perchè inizia a dilagare quella disoccupazione che prima non esisteva) il trasformismo dei ceti borghesi meridionali. Precedentemente la situazione era alquanto diversa come molti studi cosiddetti "revisionisti" stanno dimostrando. Basterà dire che Napoli alla vigilia dell'Unità d'Italia era una delle capitali più moderne del tempo, più colte e più grandi e si presentava alla vigilia del 1860 con un'industria manifatturiera tessile, delle porcellane, del corallo e della seta più che avanzata e sviluppata per quei tempi.

Solamente quattro anni prima, nel 1856, alla Mostra Internazionale dell'Industria, che si era tenuta a Parigi, il Regno Borbonico si era classificato dopo Inghilterra e Francia al terzo posto tra le nazioni europee ed al primo tra quelle italiane per lo sviluppo industriale, che negli ultimi anni del regno fu travolgente con un milione e 600mila addetti contro il milione e 100 del resto d’Italia. I primi ponti in ferro in Italia, opere d’alta ingegneria, furono realizzati proprio in quegli anni.

Del resto Napoli non era nuova a questo tipo di riconoscimenti, infatti nel censimento generale della metà del 700 risultò che era la seconda capitale d'Europa, dopo Parigi, per popolazione ed estensione, nel censimento delle Accademie e delle Scienze e delle Lettere si era classificata prima in tutta Europa per numero di ospedali (l'ospedale dell'Annunziata, della Pietà, Ascolesi, della Pace, quello di San Giacomo, quello dei Poveri). La struttura sanitaria disponeva di oltre 9mila medici usciti dalle Università meridionali che operavano in ospedali e ospizi sparsi in tutto il territorio. Il Regno delle Due Sicilie poteva vantare la più bassa mortalità infantile d’Italia.

Il Regno era primo in Italia per istituti di assistenza (l'Ospizio dei Poveri, le casse di maritaggio per fornire la dote alle ragazze povere, gli asili nido); primo per numero di Banche (gli sportelli bancari, segno di sviluppo economico erano diffusi su tutto il territorio meridionale), oltre il Banco di Napoli e quello di Sicilia, operava anche il Banco di San Giacomo. Del Popolo, Della Pietà, dello Spirito Santo, di Sant'Eligio, dell'Annunziata, del Salvatore ecc..), ma soprattutto si era classificato al primo posto per la Ricerca Scientifica ed in particolare per le prime sperimentazioni sulle Malattie infettive, per l'applicazione di avanzate tecniche chirurgiche da parte del celebre Cutugno, per le prime scoperte nel campo della neurochirurgia. Ma anche il primo battello a vapore in Italia fu napoletano e nel 1837 i napoletani avranno il gas e nel 1852 il telegrafo elettrico, primi in Italia, e poi bonifiche e acquedotti, strade e l'illuminazione elettrica.

Sarebbe poi troppo lungo mettere in evidenza i traguardi raggiunti sul piano economico, finanziario e sociale. Attraverso lo studio diretto delle fonti documentarie conservate, ad esempio, negli archivi del Banco di Napoli, la Campania ed il Mezzogiorno erano dotati di un sistema fiscale non solo tra i meno esosi del mondo (le imposte erano le più basse d'Europa) ma anche tra i più efficienti ove si consideri che le esazioni avvenivano tramite Istituti di Credito (attività che solamente qualche anno fa con gli affidamenti delle tesorerie veniva svolta dalle Banche italiane).

Sul piano sociale valga un esempio per tutti: è ormai noto che nella Colonia Industriale di San Leucio vigevano statuti dei lavoratori e norme di previdenza sociale che sarebbero state applicate solo dopo più di un secolo ed a seguito di conflitti sociali dolorosi e cruenti, prima, durante il fascismo e poi nel corso della storia repubblicana. Il patrimonio del Regno, infine, aveva una consistenza più che doppia rispetto a quella di tutti gli stati italiani messi insieme e con l'unificazione andò a ripianare le deficitarie finanze dello Stato piemontese, a seguito delle confische effettuate prima da Garibaldi e poi dai Savoia.

Nel 1860 abbiamo a Napoli la più alta quotazione per le rendite su fondi statali, 120% alla borsa di Parigi; l'affidabilità del Regno era altissima, cioè aveva un rating, come si direbbe oggi, altissimo; la più grande quantità di lire-oro delle Banche Nazionali: sui 668 milioni di lire-oro che costituiscono il patrimonio di tutti gli Stati italiani messi insieme, 443 milioni appartenevano al Regno delle Due Sicilie.

Napoli possiede nel 1860 la prima flotta mercantile e la prima flotta militare d'Italia, la seconda al mondo dopo quella inglese, la più grande industria navale d'Italia coi suoi 2000 operai, 9000 bastimenti e nel 1818 la prima nave a vapore. L'industria metallurgica con 1050 operai, cui si aggiungevano i 7000 dell'indotto, vede costruire il primo treno in Italia nel 1839. Solo negli arsenali di Pietrarsa, vicino Napoli, vi erano 1000 operai. L'assistenza sanitaria era gratuita fin dal 1789; Napoli è prima città d'Italia per numero di tipografie (113) e per numero di giornali e riviste. La più celebre accademia militare italiana è la Nunziatella. Sotto la dinastia dei Borbone fu avviata la riorganizzazione delle amministrazioni locali cui fu data ampia autonomia (antesignana del federalismo municipale).

La riforma agraria permise di bonificare paludi e di incrementare l’agricoltura.

Grande impulso fu dato alla cultura, all’arte e alle scienze: il teatro San Carlo, primo al mondo, fu costruito in meno di un anno. In quegli anni sorsero il Museo archeologico, l’Orto Botanico, l’Osservatorio Astronomico, l’Osservatorio Sismologico Vesuviano, la Biblioteca Nazionale, l’Accademia delle Belle Arti. Scuole pubbliche e conservatori musicali erano presenti in ogni città.

L’Università di Napoli, divenne al pari della Sorbona di Parigi, il più grande polo culturale dell’Europa. La Sicilia, la Campania ed il basso Lazio vedono i primi scavi organizzati per la scoperta di reperti archeologici etruschi, greci e romani. Nascono così musei e biblioteche che diedero un impulso alla costruzione di alberghi e pensioni per accogliere i numerosissimi visitatori. Sorsero le prime agenzie turistiche italiane e persino un Ente per lo sviluppo commerciale con l'estero, una anticipazione del moderno ICE (Istituto per il commercio con l'estero). Carlo III di Borbone fondò l’Accademia di Ercolano che diede l’avvio agli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano. Oggi Pompei è una delle città più visitate al mondo, ma vive di gravi problemi per la sua manutenzione.

Il Sud non era e non è affatto una terra tutta arretrata e sottosviluppata, era ed è solamente una società “diversa” da quella del resto d'Italia, ancora abbastanza compatta nella struttura sociale, dotata in larghi strati della popolazione di una radicata cultura tradizionale, legata ancora ad un cattolicesimo vissuto e concepito in maniera completamente diversa da come lo si vive altrove.

È stato perciò un grave errore tentare di omologare tutto ciò, schiacciare ed annichilire le particolarità, le peculiarità, gli usi, i costumi, le tradizioni, persino la lingua.

Infatti per oltre un secolo si è inculcato, nell’animo di ogni generazione di meridionali, il sentimento della sconfitta e della rassegnazione, un autodistruttivo fatalismo che ha costituito la psicologia individuale e, soprattutto, la psicologia collettiva dell’intero popolo meridionale. E poiché questo sentimento è stato prodotto principalmente dalla falsificazione storiografica ufficiale chiusa nella cerchia di ambienti ristretti fortemente impregnati di una cultura illuministica, è venuto il tempo di lanciare una offensiva culturale di largo respiro, cogliendo, eventualmente, le opportunità di alleanza coi settori del mondo economico ed imprenditoriale meridionale che siano sensibili ad un progetto di autentico sviluppo del Meridione.

Per questo la rivisitazione, la ricostruzione e la riconsiderazione del nostro “Risorgimento” sarebbe forse un’operazione culturale e storica utile per individuare più correttamente la nostra identità e per riappropriarci delle nostre vere radici, proprio in occasione delle "celebrazioni" per i 150 anni dell'unità d'Italia. Ed allora bisogna chiedersi possono oggi la stessa storia e la cultura esser “maestra di vita” e forza di sviluppo? Il voler far rivivere, ai nostri tempi, usi e tradizioni sviluppatisi nel corso dei secoli potrebbe a prima vista apparire anacronistico o comunque di ostacolo alla naturale crescita economica di un territorio. Ma non è così.

Recentemente infatti si incominciano ad intravedere i segni di una maggiore consapevolezza della nostra storia che individua nel “vuoto di memoria” la causa principale dell'attuale perdita dell'identità meridionale, ed anche il tramonto delle nostre tradizioni economiche e culturali che, fino all'800, avevano contribuito a rendere le nostre regioni non solo meta preferita dei viaggiatori stranieri, ma anche centri di produzione e di scambi internazionali.

Un progetto ambizioso quanto difficile per il decollo del Sud, quindi, deve partire da qui. Una verità appare evidente: la cultura, per quanto rinvigorita da nuovi spazi e mezzi, ancora non riesce oggi nel Meridione né a favorire uno sviluppo di “benessere” , (benessere inteso non solo e non tanto in termini patrimoniali e materiali, ma soprattutto quale ricchezza morale e civile), né ad ottenere una diffusione su vasta scala, soprattutto in ambienti quali quelli dell'economia.

Se davvero vogliamo riconoscere alla cultura una funzione propulsiva per il risveglio del Mezzogiorno e delle sue attività, bisogna renderla patrimonio disponibile per tutti. In un Sud che manifesta solo in rari casi attitudini industriali e che, quindi, rivolge le sue attenzioni principalmente alla produzione turistica, artigianale e agricola, nonché a tutte le conseguenti attività commerciali, non si può fare a meno dell’eredità storica che è invece in grado di esprimere quella forza vitale che deve dirigere e alimentare l'economia e il “benessere” di un paese. E dunque, bisogna riportare alla luce tutto questo patrimonio sommerso nelle miniere e nei giacimenti della nostra storia.

Infatti solo attingendo al comune bacino dell'identità può generarsi una efficace e redditizia simbiosi tra cultura e impresa: l'economia, recuperando le sue forme naturali (cosiddetta "economia della tradizione"), tornerà così ad essere espressione culturale e la cultura, dal suo canto, potrà diventare il volano dell’economia. Occorre creare perciò nuove possibilità di "intervento attivo" dell'imprenditoria, che consentano di ottenere immediati benefici nella vendita e nella qualità del proprio prodotto.

Il Mezzogiorno d’Italia è come un genio imprigionato in una lampada. Aspetta un Aladino che lo faccia solamente uscire. Segnali propositivi ce ne sono. Si tratta in una realtà demografica che è 4 volte quella della Danimarca, dell’Irlanda e della Finlandia e 2 volte quella del Portogallo e della Grecia e di gran lunga superiore a quella del Canada. Ma questo genio è ancora chiuso ermeticamente nella lampada.

Perché quasi 10 milioni di persone sono oggi nel Sud in balia della criminalità organizzata, si è ripreso ad emigrare in maniera consistente al Nord o all’estero con una perdita secca di milioni di euro gettati in formazione ed istruzione scolastica, perché si tratta di emigrazione anche intellettuale; la disoccupazione soprattutto quella giovanile è elevatissima. Rispetto al resto del Paese mancano persino le precondizioni che servono per competere ad armi pari con altre realtà ed altre zone.

Mi riferisco ad un minimo di controllo del territorio ed un livello accettabile di infrastrutture. Quando l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini è compromessa, come si può pensare o sperare che operatori locali o stranieri investano e rischino nel Mezzogiorno?

Quando le infrastrutture sono meno della metà della media nazionale, come si può pensare o sperare che nuove iniziative siano in grado di competere con la concorrenza di altri sistemi?

Ecco, almeno queste precondizioni bisognerà al più presto predisporre e realizzare. E poi, una volta messe le basi per creare quelle precondizioni, bisognerà pensare, alle condizioni per vendere e rendere appetibile il territorio meridionale.

Queste condizioni sono:

1) Una burocrazia efficiente, con amministratori locali responsabilizzati che siano in grado di svolgere le funzioni di indirizzo e sviluppo.
2) Procedure amministrative snelle e veloci.
3) Banche che sappiano interpretare una nuova fase e che rendano meno costoso l'utilizzo del denaro.
4) Fiscalità di vantaggio ed incentivi certi, misurabili e celeri.
5) Qualificazione e flessibilità del lavoro.
6) Uno sportello unico dell'impresa che sappia e possa approntare aree attrezzate, rilasciare licenze amministrative, fornire servizi di sicurezza, predisporre pacchetti localizzativi di incentivi.

Ed allora bisogna incominciare a "pensare" anche a nuovi strumenti.

Si tratta di elaborare un progetto finalizzato a sostenere “azioni di sviluppo locale” da verificare con le Rappresentanze delle economie locali per tenere conto della evoluzione in senso federativo dello Stato, con il rafforzamento delle autonomie locali.


Riccardo PEDRIZZI
28/07/2011 [stampa]
Amato: patrimonio alla patria.
Chiamato dal Corriere della Sera del 27 luglio, a dire , ancora una volta, la sua , Giuliano Amato non si sottrae e dopo alcune considerazioni , sempre intelligenti, sulla condizione che vede oggi “lo Stato stesso come un possibile candidato al fallimento” e pur condividendo la manovra che “fino al 2014 ci fa stare tranquilli” sottolinea il rischio che si sta correndo per la “svalutazione dei nostri titoli di stato”.

La ricetta di Amato che stranamente non sembra entusiasta di soluzioni tecnocratiche per il governo come gli tenta di suggerire Aldo Cazzullo, contiene l’invito a lavorare e produrre di più con una sorta di patto sociale che richiami tutti ad un maggior senso di responsabilità non disgiunto da una esigenza di intaccare con un contributo di solidarietà “le pensioni più elevate”.

In questo indirizzo leggiamo una sintonia con le politiche sociali del Governo che fanno carico ad un altro ex socialista Maurizio Sacconi; se fosse così sarebbe una notizia interessante.

Ma il tutto deve essere preceduto, secondo l’ex presidente del Consiglio, da “un imposta sulla ricchezza una tantum per abbattere il nostro debito per qualche decina di punti e tranquillizzare i mercati”.

Ora, anche volendo prendere in considerazione questa eventualità che viene ormai proposta anche da altri ( Casini, Fini, Bersani ), non si possono non fare alcune considerazioni.

Questa ipotesi di patrimoniale “una tantum” andrebbe a colpire soprattutto i ceti medi , cioè coloro che hanno investito i loro risparmi sulla casa e , per gli aspetti legati a patrimoni finanziari, ai titoli di stato.

Probabilmente sfuggirebbero a questa tassazione i più ricchi, cioè coloro che attraverso partecipazione finanziarie complesse o sistemi societari , riescono a occultare al fisco le loro grandi proprietà.

Un caso clamoroso è quello di un noto imprenditori e finanziere che oltre ad apparire nullatenente in Italia, risulta cittadino di un altro Paese europeo non comunitario ed è l’editore di una informazione in prima linea nelle campagne di moralizzazione.

Oltretutto, proprio coloro che sono più aggredibili dal fisco già subiranno gli interventi contenuti nella manovra recentemente approvata.

L’ineffabile Amato che Craxi definiva “amatissimo” da “sostenitori illustri che se ne servono”, con la sua politica élitaria, certo, non sembra tenere in conto gli effetti di un provvedimento che vedrebbe chiamare al sacrificio quei ceti medi per i quali anche un economista di formazione marxista come Paolo Sylos Labini , nel suo saggio del 1974 sulle classi sociali, ne aveva sottolineato il ruolo sociale contro le teorie marxiste allora prevalenti in ambito progressista.
19/07/2011 [stampa]
Il “seme” di Emilio Colombo.
Emilio Colombo è stata una figura rappresentativa della Democrazia Cristiana anche se la sua linea, all’interno dell’area moderata, si caratterizzò, soprattutto, per una forte adesione alle posizione, in politica economica, di Guido Carli, allora governatore della Banca d’Italia.

“Spesso accadeva” ha ricordato l’illustre governatore nel suo libro “Cinquantanni di vita italiana” che il ministro del tesoro “mi delegava a rappresentare l’Italia da solo”, quando per le altre nazioni erano presenti esponenti dell’esecutivo.

Un altro ex governatore , Azelio Ciampi lo nominò nel 2003 senatore a vita.

Singolare fu il suo destino come Presidente del Consiglio.

Baget Bozzo nella sua storia del partito cristiano al potere lo descrive come piuttosto “autonomo rispetto alla cerchia di Iniziativa democratica” , la corrente che governò la DC dopo De Gasperi , anche perché “qualificato dal suo stato di ex dirigente della gioventù cattolica”.

Singolare perché nel giorno nel quale riuscì a far approvare in aula il provvedimento più importante del suo governo, il famoso “decretone” ( disposizioni tributarie, manovre di risanamento della gestione degli enti mutualistici, avvio della riforma sanitaria, incentivi a favore della produzione ), il 1 dicembre 1970, venne approvata la legge sul divorzio.

E nacque da quel voto una iniziativa di cattolici ( Gabrio Lombardi, Sergio Cotta, Augusto Del Noce, Enrico Medi e Giorgio La Pira ) più noto come “messaggio dei venticinque”, che sostenevano essere una legge sbagliata e dalla quale trovò ispirazione il referendum abrogativo, condiviso da Fanfani, ma respinto dagli elettori.

Uscito dall’impegno politico con il laticlavio di senatore a vita, scalfito da vicende personali che ne descrivono la fragilità umana, Emilio Colombo, riappare in questi giorni che diffondono l’idea di una ripresa della “cosa bianca”.

A questa nostalgia della DC non sfugge neppure il ragionevole Macaluso che sul Riformista arriva a scrivere “l’infelice esperienza fatta in questo ventennio con la crisi esistenziale della DC, la presenza subalterna dei cattolici democratici nel partito aziendale e padronale di Berlusconi, e, nel campo opposto, nel PD, la presenza di un amalgama non riuscito tra DS e Margherita, certo sollecita un ripensamento”.

Ed il ripensamento arriva puntuale con un articolo di Emilio Colombo sul giornale di Macaluso il 15 luglio.

E’ singolare che Emilio Colombo , a capo di un governo che ottenne nello stesso giorno il voto di fiducia per l’approvazione del decretone e la messa in minoranza dei cattolici con la legge sul divorzio, critichi oggi la condizione politica dei cattolici come “una dimensione subalterna nella quale i loro valori di riferimento sono stati compressi dentro una continua prassi negoziale , riflesso di quel costume che derivò dal patto Gentiloni “.

Lo non sfiora neppure il dubbio che una prassi “gentiloniana” abbia salvato un governo – il suo - guidato da un cattolico per approvare un decreto di forti contenuti di potere politico.

Forse, allora, sentì intorno a lui, la corazza dei cattolici democratici che , nello spirito conciliare, sentirono di non opporsi alla legge sul divorzio che modificava e prendeva atta di una nuova condizione della famiglia, lasciando questo intento ad una minoranza.

Certo, allora, lo spirito conciliare, rivolto verso il moderno, non consentiva di parlare di “valori non negoziabili” e la DC, spregiudicatamente, poteva salvare il suo potere e negoziare sui valori.

Non crediamo proprio che Emilio Colombo sia il personaggio più adatto a contribuire a che, come scrive, il vecchio ”seme” , “fruttifichi ancora”.

E, poi, quello a cui si riferisce il vecchio notabile DC è il seme cattolico democratico, non subalterno a Berlusconi , come analizza, sbagliando, Macaluso, ma che ha già fruttato l’alleanza con i post comunisti.
06/07/2011 [stampa]
Altri tempi.
Una rivista di informazione medica, ricca però di richiami di storia e di cronaca che interessano anche chi non pratica detta professione (Cuore e Salute, maggio-giugno 2011) presenta per la penna di Franco Fontanini una nota che sembra degna di particolare rilievo in un momento come l’attuale in cui si parla della necessità di ridurre le spese e di fare sacrifici.

Quintino Sella, è noto a tutti, fu un ministro che ebbe particolarmente a cuore il problema del bilancio dello Stato, improntando la sua politica ad un regime particolarmente accorto, di austerity, si direbbe oggi. Quello che non tutti sanno è che il proprio costume di vita corrispondeva alle esigenze ed ai sacrifici che riteneva necessari nell’interesse della collettività.

Veniamo così a sapere che quel ministro, oltre a severi provvedimenti fiscali, non esitò a sfrattare la Contessa di Mirafiori, moglie morganatica del re Vittorio Emanuele II da edifici propri dello Stato ricordandogli che essi dovevano essere riservati alla loro funzione, manifestava il suo rigore anche per sé, vestendo sempre lo stesso abito, tra l’altro di velluto col quale era solito andare a caccia.

Per questo, viaggiando in prima classe – come gli spettava senza dispendio alcuno - gli capitò di incontrarsi con due distinte signore francesi che, interloquendo tra loro, espressero meraviglia perché in Italia anche i contadini viaggiassero in quegli scompartimenti; Sella finse di non capire e dopo un po’ in perfetto francese chiese loro il permesso di fumare.

Le dame non risposero e Sella, per nulla imbarazzato poco dopo, questa volta in inglese perfetto, chiese loro di sfesurare il finestrino: anche qui non ricevette risposta e il viaggio durò fino a Roma caratterizzato dalla signorilità del Nostro e dalla silenziosa supponenza delle dame.

L’ A., prima di passare ai severi costumi di un altro ministro dell’epoca, Giuseppe Saracco, non manca di un salace richiamo a quando un senatore di un’ epoca recente in una riunione del CNEL si giustificò di non parlare in inglese perché sotto il fascismo gli era stato impedito di studiarlo.

L’altro personaggio, il Saracco, anche quando era Presidente del Consiglio abitò in una stanza in affitto piuttosto modesta, si cucinava da solo un frugalissimo pasto.

Detestava sfarzo e cerimonie e quando venne proposto di erigere un monumento del re nel suo comune di Acqui, non volendsi dimostrare offensivo con i suoi concittadini, andò a recuperare in una fonderia una vecchia statua bronzea del sovrano altrimenti già servita, la acquistò a sue spese e ne dispose la desiderata sistemazione.

Vien fatto da dire: Altri tempi! Ma non sarebbe forse meglio dire: Altri uomini? Luigi Gagliardi
13/06/2011 [stampa]
Il "capitalismo affarista" guida la sinistra.
Diceva Lenin che il massimalismo era il terreno di coltura dell’opportunismo e, soprattutto, era, nella sostanza, servo del capitalismo.

Non siamo, nell’epoca attuale, in presenza neppure di brandelli della “gloriosa” ideologia comunista, purtuttavia alcuni suoi parametri di valutazione possono , in qualche modo, essere applicati alla realtà della sinistra di oggi.

Soprattutto guardando l’intreccio che si sta sempre più realizzando tra attempati intellettuali sessantottini, conduttori televisivi moralizzatori di sinistra e proprietà editoriali di “capitalisti” passati per le stagioni delle grandi commesse pubbliche, per il consociativismo sindacale e per il sostegno a pioggia con risorse del bilancio dello stato.

Questi imprenditori sono stati sostenuti dai soldi degli italiani dai quali ricevevano sputi e insulti, attraverso meccanismi inventati da sindacati compiacenti che socializzavano le perdite, ma privatizzavano gli utili.

I protagonisti, che è davvero troppo definire “cattivi maestri”, di una stagione dell’Italia e che un interessante libro definisce “ i peggiori anni della nostra storia” e delle cui dissennatezze ancora paghiamo le conseguenze in termini di arretratezze e di debito pubblico, sono oggi coccolati e vezzeggiati da questi imprenditori che, salvati dalle inchieste della magistratura , nonostante avessero distribuito le loro tangenti a tutti i partiti, puntano ad acquisire sempre più forti posizioni nell’ambito dei media per condizionare e ricattare ciò che resta della politica.

Il “conflitto di interessi” vero che esiste in Italia, ne abbiamo scritti altre volte, è tra grande impresa ed editoria che nessun intellettuale di sinistra ha mai sollevato e solleverà perché la vocazione di questi è quello di essere apparentemente degli intransigenti moralizzatori e sostenitori dei diritti, ma nel profondo essere servi dei “padroni”, nell’animo e nelle prestazioni.

Li troviamo a frequentare le loro ville in Sardegna o in altre isole che, a volte, sono state edificate con qualche opera abusiva o acquattarsi ai piedi di fondatori di fondazioni che, sempre in quei “gloriosi” anni settanta si facevano passare la mazzetta per far incontrare i “padroni” veri ai quali prestavano la loro opera interessata …e come!

Questo intreccio costituisce la più pesante operazione editorial-politica che ha lo scopo di ostacolare qualsiasi cambiamento dell’Italia e per riprendere un cammino che si avviò nei primi anni’90 e che venne interrotto da un outsider che impedì ad una “gloriosa macchina da guerra” di prendere il potere per servirli meglio.

Occorrerebbe , se esistono ancora uomini e intellettuali liberi in questo Paese, prendere posizione, scrivere un manifesto, fare un appello, per svelare questo abominevole consorzio che si sta continuando a costruire per protrarre la rapina a danno dell’Italia e degli italiani.
31/05/2011 [stampa]
L'irriverente Veneziani.
Dopo i risultati delle amministrative anche i finiani si uniranno al coro dei vincitori, ma ormai sarà difficile salire sul carro.

Del terzo polo resta solo la modesta , ma solida forza di Pierferdinando Casini.

Gianfranco Fini che si è voluto misurare in queste elezioni ha scritto di suo pugno il suo epilogo politico.

I commenti non sono più polemici nei suoi riguardi , ma, decisamente, caustici.

Vale per tutti, anche se ovviamente di parte, quanto ha scritto Veneziani sul Gionale di lunedì 30 maggio: “ Gianfranco Fini è accusato di omicidio colposo per aver abbandonato in auto sotto il sole rovente il piccolo Futuroelibertà di pochi mesi.

La creatura, ancora in fasci, è stata ritrovata senza vita; invano le si è praticata la respirazione bocchino a bocchino. Lo strazio Della Vedova ( Benedetto) e il cordoglio per La Morte (Donato). Fini presiede la Camera ardente. Donati gli organi ai Tulliani”.
18/05/2011 [stampa]
A Latina "intellettuali" allo sbaraglio.
Erano scesi … in massa a Latina , richiamati dallo scrittore Antonio Pennacchi.

I più autorevoli esponenti di Fare Futuro si erano collocati nella lista FLI per il Comune di Latina .

A capo lista l’irriducibile Fabio Granata noto scalatore di tetti, poi il neo radicale Luciano Lanna ex direttore del Secolo d’Italia, quindi il simpatico futurista Graziano Cecchini, poi il deragliato Filippo Rossi , quindi, lo storico neoislamista Franco Cardini e non poteva mancare l’algido ex assessore alla cultura di Roma Umberto Croppi.

Tutto questo a Latina, pennacchianamente, città del Duce.

Su 81.842 votanti hanno ottenuto poco più di 500 voti, pari al prefisso telefonico 0,69.

Un conto è esercitarsi, ospiti dei talk show, nell’antiberlusconismo di maniera , un conto è andare a prendere voti.

Conformarsi al linguaggio della sinistra comporta il doppio rischio di abbandonare l’area di una cultura di destra che ha una sua nobile tradizione, spesso anticonformista, e , poi … ritrovarsi nel deserto dei consensi.

E’ facile prevedere per coloro che hanno seguito Gianfranco Fini in buona fede, una accelerata fuga da FLI.
18/04/2011 [stampa]
La marmellata dell'avvocatessa.
Giulia Buongiorno tradisce, nella sua intervista al Corriere della Sera del 15 aprile, una indispettita delusione: “ di giustizia mi intendo più di Berlusconi, ma non mi ha mai ascoltato, parlava dei suoi processi”.

La brava avvocatessa non si rende conto che Berlusconi la valutava per quello che è, ma che anche il premier sa che la politica è un’altra cosa.

La consistenza politica dell’on. Presidente della commissione giustizia della Camera si dimostra nelle frasi conclusive dell’intervista.

Prima ammette:“ so che l’ ipotesi di un accordo con il PD getta nel panico parecchi”, poi, però, il suo pensiero spicca il volo: “ personalmente, reputo superate le categorie di destra e di sinistra”. Il fine ragionamento dell’avvocatessa finisce nell’arrendersi al banale inciucio: “ e quindi per me i no pregiudiziali sono incomprensibili”.

Non ci si può preoccupare per questi ragionamenti di un avvocatessa prestata alla politica.

La marmellata politica è il risultato , a volte, di una marmellata culturale.

Nella stessa giornata l’on Briguglio, nella trasmissione Omnibus, più significativamente, teorizza che a Milano, se si andrà al secondo turno, FLI potrebbe sostenere il candidato della sinistra che, guarda caso, è stato messo in campo da Vendola.

La non lunga marcia di FLI verso la sinistra continua.
11/04/2011 [stampa]
Le "sedicenti brigate rosse" e "l'album di famiglia".
Ferdinando Adornato si è indignato perché nell’acceso dibattito sulle norme del cosiddetto processo breve Massimo Corsaro ha rievocato un tema degli anni ’70.

“ C’è voluto – ha detto il vicecapogruppo del PDL – il drammatico rapimento e uccisione del presidente Moro e della sua scorta perché si smettesse di dire che le Br erano sedicenti e che invece facevano parte della cultura della sinistra”.

Adornato si è piccato e, inalberandosi, ha interrotto Corsaro: ”Non le è consentito confondere Moro con Lele Mora”.

Questa efficace invettiva ha mandato in brodo di giuggiole tanti cronisti parlamentari e giornalisti, compresi quelli che erano a quei tempi nell’”album di famiglia” comunista.

Come non ricordare a questo proposito gli intelligenti articoli di Rossana Rossanda su Il Manifesto in quella terribile estate del ’78.

Ma anche - veltroniamente scrivendo – Ferdinando Adornato era - negli anni bui del terrorismo ( anni ’70 ) - comunista e come ha ammesso lo stesso Diliberto, in una intervista a Corriere Magazine del 21 aprile 2005, “molto più a sinistra di me”.

In quei tempi l’Unità scriveva di “sedicenti Brigate Rosse” e se qualcuno non ricorda si vada a legge il bel libro di Michele Brambilla “L’eskimo in redazione –Quando le Brigate rosse erano ‘sedicenti’ ” e troverà tanti nomi di “intellettuali” che all’epoca erano più di là che di qua.

Un gustosissimi ritratto dell’intellettuale Adornato lo ha scritto , con il fine sarcasmo che lo distingue, Piero Sansonetti, in un articolo sull’Unità del 13 dicembre 2002, ricordando che proprio negli anni ’70 fondò il settimanale FGCI “ La Città Futura”, poi chiuso dal PCI, che lo mandò all’Unità dove, pur con interessanti operazioni editoriali, non sfondò e passò nella scuderia di De Benedetti , cioè all’ “L’Espresso”.

Sansonetti prosegue il suo racconto, riandando alle vicende del passaggio alla politica : “Lasciò l'Espresso per tentare un'operazione politica che fu un fiasco.Si chiamava 'Alleanza Democratica', ve la ricordate? Un gruppo di intellettuali che voleva fare da anello di congiunzione tra vecchio Pci e liberalismo. C'erano Miriam Mafai, Willer Bordon, Giuseppe Ayala, Enrico Boselli e vari altri. Alcuni di loro (anche Adornato) furono eletti deputati, nel '94, ma tutti nei collegi blindati dal Pci. In termini di voti suoi 'Alleanza Democratica' restò sotto l'1%. Allora Adornato tornò al giornalismo, fondò 'Liberal', prima mensile e poi settimanale. Il mensile andò abbastanza bene, il settimanale andò male. Dovette chiudere. Anche se aveva grandi finanziatori, tra i quali Cesare Romiti”.

Sansonetti potrebbe aggiornare la story di Adornato per seguirlo sulla sua scalata : da De Benedetti a Romiti e da Romiti a Caltagirone o, meglio, a suo genero.
28/03/2011 [stampa]
Il fragile "nuovo patriottismo" della sinistra.
Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 25 marzo scrive un interessante articolo sul “nuovo patriottismo” della sinistra.

“ Mai – scrive nell’editoriale – prima d’ora il patriottismo era entrato nel bagaglio ideologico di tale sinistra”. Poichè nella destra , “ tradizionale inquilina dello ‘spazio patriottico’ “, c’è l’intralcio politico della presenza della Lega , la destra “ si è fatta stupidamente paralizzare dai suoi veti lasciando libero il campo che un tempo era tipicamente suo”.

“Il patriottismo – continua Galli della Loggia – insieme al culto della Costituzione, è ormai diventato l’ideologia ufficiale della Presidenza della Repubblica”; di conseguenza la crisi della politica insieme ad altri elementi ha prodotto “il risultato di esaltare sempre di più, per contrasto, la figura politica … del capo dello Stato”.

Il giornalista conclude che “la loro biografia personale ( di Ciampi e Napolitano) ed il prestigio del loro ruolo hanno avuto l’effetto ovvio di accelerare ancora di più la corsa al patriottismo di una sinistra orfana di tanti ismi ormai annientati dalla storia”.

Ora, l’analisi del Corriere è parziale e inesatta.

Il “patriottismo costituzionale”, si fonda su una lettura specifica della storia d’Italia.

Come ha giustamente rilevato Ugo Finetti sul numero di Febbraio di Studi Cattolici: “A guidare l’insegnamento di questo tipo di patriottismo costituzionale è la storiografia dell’Insmli ( Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia ) che ha come credo e missione … ‘ la sottolineatura della continuità della società e della politica italiana da Giolitti a De Gasperi attraverso Mussolini: una continuità tra scelte moderate e nazionaliste, in cui la Resistenza rappresenta un momento di rottura democratica”.

Questa “rottura democratica” si incarnò nella Costituzione intesa come manifesto ideologico e non a caso la sinistra comunista ed anche una parte di quella cattolica ha sempre contrapposto Dossetti a De Gasperi. Anzi la sinistra non ha mai perdonato la svolta centrista che con De Gasperi e Saragat pose fine alla collaborazione con il PCI.

Sempre Finetti approfondendo l’analisi definisce questo patriottismo come “cittadinanza nazionale” come un … “ ‘ritorno a Rousseau’ da cui Luigi Einaudi … metteva in guardia e cioè il prevalere demagogico ed antidemocratico dell’idea secondo cui ‘l’uomo è veramente libero solo se si sottomette a quella volontà generale che egli non ha voluto ma ha semplicemente riconosciuto perché illuminato da coloro che sanno’ “.

Questo patriottismo della sinistra è legato ad una vicenda storica , non priva di ombre, e ad una Carta sostanzialmente ideologica.

E’ un patriottismo che nega che la dignità nazionale, come scrisse De Felice a proposito della “morte della Patria”, si ritrovi negli strati popolari.

E’ un patriottismo che nega l’ identità, quella categoria, cioè, in grado di ricostruire il filo virtuoso di una storia e di un cultura dell’Italia e che ne vide la definizione nelle parole di Dante e Petrarca, e che ebbe i contributi di pensatori espressione della cultura policentrica di tutte le regioni da Guinizzelli a Sannazaro, dall’Ariosto al Tasso, da Vittorio Alfieri a Ugo Foscolo, a Leopardi e Manzoni.

E c’è di più: questo patriottismo della sinistra accantona e cita solo in termini minimali e formali l’apporto di quella che il Cardinale Biffi definisce “l’inculturazione italiana della fede cristiana”: “l’elemento più potente di aggregazione delle varie genti della penisola è stato il comune possesso della fede cristiana e del suo radicamento”.

Basta guardare i profili architettonici dei centri storici di tutte le città e paesi d’Italia.

Questa aggregazione ha fatto dell’Italia un popolo che anelava all’Unità, ma che il Risorgimento, purtroppo , ha coinvolto solo in parte.

Senza la riaffermazione di questa identità avremo un patriottismo fragile che non penetra nel cuore degli italiani, soprattutto negli strati popolari.

La sinistra non è capace di ricercare e costruire una identità popolare vera che abbia radici nella storia e nella tradizione dell’Italia, anzi la sua cultura “rivoluzionaria”, ritornata all’illuminismo borghese e che la vede, oggi, asserragliata nella difesa della Costituzione, le impedisce di indicare un futuro per la Nazione.
08/02/2011 [stampa]
Cameron: "Il multiculturalismo è fallito".
In una sede di livello internazionale ( conferenza sulla sicurezza a Monaco di Baviera ) il premier britannico David Cameron ha pronunziato un discorso di indubbio interesse che, anche in Gran Bretagna, apre scenari di revisione della politica attuata nei riguardi degli immigrati, segnata fino ad oggi da una visione multiculturale.

Le parole di Cameron partono da una esigenza pragmatica di sicurezza: “Dobbiamo essere assolutamente chiari sull’origine degli attacchi del terrorismo che è l’ esistenza di una ideologia ‘l’estremismo islamico’; “l’estremismo islamico – sottolinea Cameron – è una ideologia politica, sostenuta da una minoranza che … promuove il suo obbiettivo finale: un intero regno islamico, regolato da una interpretazione della sharia”.

Dopo aver rifiutato l’idea dello “scontro di civiltà”, ed una equiparazione tra islam ed estremismo, Cameron pone in evidenza la difficoltà di alcuni giovani ad identificarsi sia con l’islam tradizionale che “con la Gran Bretagna, dove abbiamo permesso l’indebolimento della nostra identità collettiva”. “ Abbiamo addirittura tollerato – precisa il premier inglese – che comunità isolate si comportassero in modi che vanno contro i nostri valori”.

Quest’ultima riflessione rappresenta il risultato specifico dell’ideologia multiculturale in quanto essa teorizza il separato sviluppo delle caratteristiche identitarie di comunità anche quando queste producono valori e caratteri contrapposti a quelli del paese che li accoglie.

Cameron invoca il cambiamento: “ Se vogliamo sconfiggere la minaccia credo sia il momento di voltare pagina sulle politiche fallimentari del passato” e, “ invece di incoraggiare le persone a vivere separate, abbiamo bisogno di un chiaro senso di condivisa identità nazionale, aperto a tutti”.

“Dobbiamo costruire società più forti e identità di nazione - è l’invito del premier inglese -; abbiamo bisogno molto meno della tolleranza passiva degli ultimi anni …”, “un paese veramente liberale fa molto di più, crede in certi valori e li promuove attivamente”.

Queste coraggiose parole che vengono dalla Gran Bretagna contribuiscono a renderci più consapevoli dei rischi connessi alla ideologia multiculturale, anche se l’Occidente non ha ancora la piena consapevolezza di come radicare i valori sui quali confermare le società devastate dall’ individualismo e dall’ edonismo consumista.

Il risultato di questa condizione nella quale si radica il multiculturalismo è, in effetti, il nichilismo prodotto in Occidente dalla cultura relativista con la quale si è eliminata qualsiasi verità, qualsiasi definizione di ciò che sia bene o male e, quindi, si sono eliminate le radici storiche dei valori naturali che debbono connotare le democrazie.

E’ incoraggiante che si spezzi il muro del conformismo multiculturale.

Ci vengono in mente le parole che Benedetto XVI ha pronunciato il 18 settembre nella veglia di preghiera in Hyde Park durante la sua visita in Inghilterra che è stata accolta con grande attenzione dal premier Cameron: “Ai nostri giorni, quando un relativismo intellettuale e morale minaccia di fiaccare i fondamenti stessi della nostra società, Newman ci rammenta che, quali uomini e donne creati ad immagine e somiglianza di Dio , siamo stati creati per conoscere la verità, per trovare in essa la nostra definitiva libertà e l’adempimento delle più profonde aspirazioni umane”.
14/01/2011 [stampa]
Ricordiamo a Buttiglione...
Ricordiamo a Buttiglione il quale, nel corso di una intervista sulla televisione di Repubblica, ha definito Fini un laico credente o qualcosa di simile, che lo stesso Fini in un colloquio con Belpietro nel 2007, allora direttore del settimanale Panorama, disse: “non ho il dono della fede” .

Gianfranco Fini ha tutto il diritto di definirsi, in questo ambito, come meglio crede o…non crede. Anzi, rispettiamo la sua sincerità, anche se non condividiamo questo suo orgoglio…ateo.

Quello che non ci sorprende, ma ci ripugna, è la iattanza del professor Buttiglione che, in nome della difesa di una alleanza politica esprime apprezzamento e tenta di offrire una immagine non reale del Presidente della Camera, concedendo indulgenze anche ai non coerenti sul piano religioso.

Il professore Buttiglione è ricordato come il segretario dei Popolari che spaccò il partito per andare verso il centro destra e spaccò il centro destra per approdare al governo D’Alema.

Interpreta, non senza presunzione, la sua condizione di intellettuale cattolico come uno status al di là del bene e del male e, di conseguenza, con licenza di agire nel modo più spregiudicato, scegliendo di volta in volta ciò che ritiene più opportuno.

Molti anni fa’, all’epoca della prima guerra in Iraq, nonostante fosse collegato con il movimento di Comunione e Liberazione non condivise la scelta che esponenti di questo movimento (Sbardella e Formigoni) fecero in sede parlamentare di astenersi dall’approvare l’appoggio italiano all’azione bellica americana nel Paese del medio oriente.

Ciò provocò un’aspra critica del parlamentare laziale che definì Buttiglione “un agente della CIA”, anche sulla discutibile base che il professore all’epoca risultava docente nella università del Liechtenstein.

Si trattava, chiaramente di una boutade polemica, senza fondamento, tuttavia resta il sospetto che la non eccelsa selezione del personale CIA, come alcuni fatti di terrorismo accaduti anni dopo hanno dimostrato, avrebbe potuto dare adito alla veridicità di questa battuta.
10/01/2011 [stampa]
Paola Binetti spacca il terzo polo.
Paola Binetti ha scelto di entrare nell’UDC, ma il suo riferimento non è Pierferdinando Casini, ma Camillo Ruini.

L’Avvenire ha fatto capire, esplicitamente, che non gradisce l’alleanza dei centristi con i finiani e l’onorevole Binetti ha, giustamente, chiesto che si discuta la proposta di legge sul testamento biologico che Fini aveva fermato perché dissenziente nel merito.

L’esame della legge non sarà un passaggio parlamentare come tanti, ma renderà evidente le differenze tra le diverse formazione del neo costituito terzo polo.

L’iniziativa della parlamentare cattolica si muove con questo importante obbiettivo.

La vicenda che si apre, che imbarazza il partito di Fini, dimostrerà che questa nuova formazione, su argomenti di grande rilievo, assumerà posizioni vicine alla sinistra.

Può darsi , invece, che, se sono vere talune espressioni filo cattoliche esplicitate in questi giorni da esponenti finiani , si determini una spaccatura.

Resta, comunque, evidente che la navigazione del partito di Bocchino e Granata è difficile e vicina al naufragio, dopo la sconfitta del 14 dicembre.

Pierferdinando Casini conosce tutto questo e i passaggi che si vanno presentando, saranno utili al suo gioco tattico che tende ad utilizzare Fini per mantenere aperto il dialogo con Berlusconi, sperando, sempre, di poterlo sostituire.
10/11/2010 [stampa]
Fini: un futuro senza "avvenire".
Un lettore di Avvenire annota un passaggio significativo del discorso di Fini a Bastia umbra: “ bianchi e neri; cattolici , ebrei e mussulmani; uomini e donne; eterosessuali e omosessuali; italiani e stranieri: qualsiasi persona , la persona umana, senza distinzioni e discriminazioni, deve essere al centro dell’azione della politica e avere la tutela dei propri diritti”. E lo stesso lettore, poi, prosegue nella citazione: “ In Italia dobbiamo colmare il divario e allinearci agli standard europei sulla tutela tra le famiglie di fatto e quelle tradizionali”.

Infine, date le premesse questo lettore si chiede, ironicamente, se non si debbano abbandonare le vecchie e tradizionali e scontate famiglie fondate sul matrimonio.

A questa lettera il direttore del quotidiano della CEI , Marco Tarquinio, risponde sull’Avvenire del 9 novembre non solo con estrema chiarezza, ma, ed è particolarmente significativo, chiamando in causa i contenuti del discorso di Fini di domenica. Riportiamo integralmente il testo della risposta , non solo, ed ovviamente, condividendone i contenuti, ma ritenendo che questo testo non possa non far riflettere i protagonisti del confronto politico direttamente o indirettamente chiamati in causa.

Capisco la sua amara ironia, gentile avvocato. E condivido la sua profonda perplessità: “il “partito moderno” anzi “futurista” di Gianfranco fini, ultima evoluzione della destra post-fascista faticosamente nata dalle ceneri del MSI-Dn, sta rivelando di portare nel suo Dna qualcosa di strutturalmente e – per quanto ci riguarda – di in accettabilmente vecchio.

La pretesa radicaleggiante di dividere il mondo in buoni e cattivi, in arretrati e progrediti culturalmente, sulla base di una premessa e di un pregiudizio ideologico. Il ronzio di fondo cha accompagna le dichiarazioni del leader ricorda, poi, le sicumere dell’anticlericalismo proprio, con le sue ambizioni e le sue miserie, di una certa Italia liberale in tutto e con tutti tranne che nei confronti dei cattolici.

L’accattivante elenco finiano di differenze da comporre in giusta armonia – che lei opportunamente cita, caro amico, - culmina per di più in affermazioni che con il rispetto delle diversità nulla hanno a che vedere e che teorizzano, piuttosto, l’ingiusto annullamento delle diversità.

Un retorico elogio della confusione, all’insegna del più piacione dei relativismi.

Nonostante l’ostentato ( e sarkoziano ) richiamo all’idea di una” laicità positiva”. Spiace, infatti, constatare che il primo a fare le spese lessicali e programmatiche del riproporsi di un Fini-pensiero purtroppo già noto, sia stato l’istituto della famiglia costituzionalmente definita (articolo 29), cioè quella unita regolarmente in matrimonio e composta di un uomo e una donna e dai figli che hanno messo al mondo o accolti in adozione.

Il neoleader di Fli e attuale presidente della Camera si mostra, insomma, pronto a ridurre la “famiglia tradizionale” a una possibilità, a una mera variabile in un catalogo di desideri codificati, manco a dirlo, secondo gli “standard europei”.

Bizzarro, deludente e rischioso argomentare che si somma all’altrettanto pericolosa scelta di campo che l’ha indotto a osteggiare una legge – quella sul “fine vita” approvata in prima lettura al Senato e ferma alla Camera – tesa a scongiurare la surrettizia ed anti-umana introduzione di pratiche eutanasiche nel nostro ordinamento.

Come potremmo non annotare e tenere in debita considerazione tutto questo? E, proprio guardando al futuro oltre che al presente, come potrebbero non tenerne conto con lucidità i potenziali interlocutori politici di Fini?
19/10/2010 [stampa]
Da Berlino una buona notizia: "E' falllito il modello multiculturale".
Che Angela Merkel, leader di una Germania distante dalla tragedia nazista, trovi il coraggio di prendere atto che “il modello multiculturale è fallito”, è un fatto di grande rilievo.

In Europa una cultura politica illuminista ha sempre tacciato di xenofobia e di razzismo tutti coloro che si sono posti il problema dell’inadeguatezza delle politiche di integrazione ed anche della pericolosità dell’ideologia multiculturale che auspicava una rigida coesistenza delle differenti culture.

Poiché alle forze politiche moderate era inibito di affrontare il tema, la questione finiva per diventare il cavallo di battaglia di posizioni politiche estremiste, con i limiti e i rischi che ciò comportava.

La Merkel ha rotto l’incantesimo ed ha detto basta alle forme morbide di integrazione nei riguardi del bagaglio culturale e religioso degli immigrati. Pur senza respingere i nuovi arrivi ha aggiunto che i tedeschi originari “non devono essere sacrificati a favore degli immigrati” e quest’ultimi, addirittura, non dovrebbero essere assunti “finchè non abbiamo fatto tutto quello che possiamo fare per aiutare la nostra gente a qualificarsi e ad avere una chance”.

Mentre in Germania si prende atto della fine del multiculturalismo quello che appare necessario è cominciare a invertire una rotta che è stata seguita per anni complessivamente in Europa.

Cominciando a porsi alcune questioni senza la cui soluzione non può positivamente operare una politica di integrazione.

Ce ne offrono una significativa serie le riflessioni di mons. Giampaolo Crepaldi nel libro Il Cattolico in Politica, con prefazione del Cardinale Angelo Bagnasco.

La mera questione del rispetto delle regole come principio ordinatore dei rapporti con gli immigrati è privo di significato se non si riflette sul fatto che le nostre regole hanno un senso ed esprimono convenzioni, ma anche valori. Ed è quindi necessario educare i nuovi venuti a questi valori.

Insieme a ciò occorre riaffermare la nostra identità e comprendere la verità della nostra cultura, rispetto ad un idea che si è andata diffondendo : che tutte le culture siano eguali o che addirittura la nostra sia una cultura dannosa.

Si deve comprendere anche quali contenuti delle altre culture si contrappongano ai nostri e che sono di impedimento alla integrazione, riaprendo una questione che diversi anni fa pose il Cardinale Biffi, quando auspicò che lo Stato si impegnasse a favorire quella immigrazione che avesse più possibilità di integrarsi, poiché è evidente a tutti che tra le diverse etnie vi è un assai diverso livello di adattabilità ai nostri valori e, quindi, di integrazione.

In questo contesto vanno valutate le decisioni in ordine alla attribuzione della cittadinanza come accoglienza di doveri e non solo come concessione di diritti, mentre si propongono formule assolutamente automatiche.

Duole, ma non ci sorprende, a questo proposito, che le Acli nella settimana sociale dei cattolici che si è svolta a Reggio Calabria abbiano proposto, per arrivare ad una vera integrazione, di introdurre lo ius soli, superando lo ius sanguinis concedendo il diritto a chi nasce sul suolo italico e non solo a chi è figlio di italiani.

Ma è sempre più evidente che, anche in campo cattolico, le idee che si andarono sviluppando negli anni ’70, nella atmosfera di un distorto spirito conciliare, siano giunte al capolinea, mostrando la loro limitatezza, essendosi adattate alla cultura moderna senza capire e interpretare il disagio del mondo moderno, e risultando del tutto inadeguate a comprendere il nuovo spirito di evangelizzazione, secondo verità, che emerge dalla ultime figure pontificali.
12/10/2010 [stampa]
Indigesto per la Cina il nobel per la pace.
Il conferimento del Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo, un tenace difensore dei diritti umani fondamentali attualmente in carcere per scontare una condanna di 11 anni, apre un capitolo un capitolo nuovo nei rapporti tra l’Occidente e il più popoloso paese del mondo che si avvia, entro il 2040, a diventare la prima potenza economica del mondo.

La decisione dell’istituto norvegese, dopo l’attribuzione dello stesso premio nel 1998 al Dalai Lama, squarcia le tenebre e i silenzi con i quali i vertici della Repubblica popolare cinese hanno da sempre tentato di coprire le vicende legate ai diritti civili, al dissenso interno, al pluralismo di opinioni culturali e religiose. In un parola alla mancanza di democrazia politica.

Alla Cina interessava imporsi come potenza economica, accettando anche forme e strumenti di capitalismo, compresa la protesta degli operai delle aziende straniere per salari più alti. Attraverso anche una politica estera di movimento e di penetrazione Pechino si è andato imponendo come partner primario in molti Stati sudamericani e africani. In queste settimane il governo di Wen Jiabao ha rivolto l’attenzione all’Europa partendo con l’acquisto dei debiti greci e finendo con una serie di accordi economici con l’Italia in occasione del quarantennale dei rapporti diplomatici tra i due paesi.

I problemi interni ( 150 milioni di contadini percepiscono meno di un dollaro al giorno; l’industrializzazione avanzata ha provocato vasti fenomeni di inquinamento; le proteste dei lavoratori per le retribuzioni troppo basse; le denunce di Amnesty International per le eccessive pene capitali) sono rimasti soffocati anche durante le Olimpiadi del 2008 e le proteste dei monaci buddisti per la libertà o la autodeterminazione del Tibet.

Bloccato praticamente sul nascere il tentativo del Segretario di Stato Hillary Clinton di sollevare il problema dei diritti umani, sacrificato sull’altare della real politic e soprattutto sulle difficoltà del dollaro nei confronti della moneta cinese, il cui valore è considerato dai politici Usa e dagli organi monetari internazionali troppo basso.

Proprio in queste settimane la rivalutazione della yuan è al centro dello scontro dialettico tra Cina e mondo occidentale, tanto che il direttore del Fondo monetario internazionale ( FMI) Domenique Strauss-Khan ha parlato di “ guerre delle valute” da evitare in quanto la sottovalutazione dello yuan è fonte di tensioni nell’economia mondiale. Alle sollecitazioni e pressioni Usa il governatore della Banca popolare cinese Zhou Xiaichun risponde che la riforma del regime di cambio dello yuan si farà, evitando una terapia shock, scegliendo un approccio graduale. I cosiddetti tempi lunghi cinesi.

Le tensioni sui cambi riguardano anche la decisione della Federal Riserve americana di stampare a novembre dollari per acquistare titoli del Tesoro a lungo termine, al fine di sostenere l’economia statunitense immettendo liquidità. Ma a seguito dell’indebolimento della moneta verde e di quella cinese l’euro si rivaluta con danni per l’export.. La Cina è un grande paese( un miliardo e 300 milioni di abitanti) che ha un lunghissimo percorso dietro le spalle ma anche un lungo cammino davanti. Marcia ad un tasso annuale di crescita intorno all’8,7 per cento. E’ il primo produttore di grano al mondo con 530 milioni di tonnellate che permettono di sfamare il 20 % della popolazione mondiale. E’ il primo produttore di acciaio: 568 milioni di tonnellate. Nonostante altri indicatori di notevoli dimensioni ( tra l’altro Pechino è il principale creditore dell’America di Obama) la Cina è un insieme di ricchezza e povertà, di forza e debolezza.

Tra le debolezze il sistema politico che resta autocratico e i diritti umani non riconosciuti ai dissidenti. Da quì la lotta a Google e a Internet e l’ostracismo a scrittori come Kan Zhengguo, uno dei ragazzi di Tienanmen che si salvò dall’eccidio e che insegna a Yale ed ha scritto “ Esercizi di rieducazione” tradotto da Laterza.

Il riconoscimento del Nobel a Liu Xiaobo, che da professore scese in piazza nel 1989 in difesa delle ragioni degli studenti, rompe la tela di silenzio calato su quanti chiedono come il movimento “ Carta08” l’instaurazione in Cina di un sistema democratico e sulla tragedia degli studenti di piazza Tienamen. Ora il sogno dei difensori dei diritti umani, di tutte la latitudini, sperano nel miracolo di vedere Liu Xiaobo liberato e ritirare a dicembre il premio a Oslo.(smen)
01/10/2010 [stampa]
Piero Calamandrei e la "Repubblica presidenziale".
E’ significativo il modo con il quale è stata accolta dalla stampa di sinistra la citazione di Piero Calamandrei ( “ il regime parlamentare non è quello dove la maggioranza ha sempre ragione, ma quello dove sempre hanno diritto di essere discusse le ragioni della minoranza”) inserita dal premier nel suo discorso alla Camera sugli obbiettivi programmatici e tratta dal discorso dall’intervento di inizio legislatura di Veltroni.

Il Riformista, impegnato ormai sulla linea proporzionalista di D’Alema, ha ironizzato su quella che ha definito l’ “iscrizione d’ufficio” del costituzionalista e leader del Partito d’Azione tra i sostenitori delle tesi maggioritarie di Veltroni.

Per la verità la citazione di Calamandrei dà fastidio per il fatto che egli propose anche alla Costituente la tesi della repubblica presidenziale.

Giuliano Vassalli, in un ricordo del costituzionalista, richiamava il suo intervento in seconda sottocommissione, del 5 settembre 1946 ed un suo articolo su "Italia libera": "Non è indispensabile che si adotti integralmente in Italia lo schema della repubblica presidenziale quale è in vigore in America; basterebbe che ad essa ci si avvicinasse in un punto, che è quello dell'innalzamento e rafforzamento dell'autorità del capo del governo, attraverso l'approvazione solenne - popolare o delle assemblee legislative almeno - del piano in cui sia fissata la politica che intende seguire". E ribadì: "Il problema fondamentale della democrazia, cioè il problema della stabilità del governo; nel progetto di costituzione di questo non c'è quasi nulla".

“ Parole di grande realismo - aggiungeva a commento Vassalli – “ e che sembrano quasi profetiche quando si pensa a ciò che è accaduto in Italia per cinquant'anni, con cinquantatré governi, e a quello che è uno dei tormenti delle riforme oggi in gestazione”.

Anche Norberto Bobbio nel 1995 ricordava la figura di Calamandrei e la sua idea di Repubblica presidenziale: “Una delle preoccupazioni costanti di Calamandrei era l' instabilita' dei governi in regime parlamentare. Nel suo intervento alla Costituente … si pronuncio' per la Repubblica presidenziale: "In Italia - ricordo' - si e' veduta sorgere una dittatura non da un regime a tipo presidenziale, ma da un regime a tipo parlamentare, anzi parlamentaristico, in cui si era verificato proprio il fenomeno della pluralita' dei partiti e della impossibilita' di avere un governo appoggiato a una maggioranza solida che gli permettesse di governare" .“ Sembra il ritratto della Prima Repubblica – commentò Bobbio - e anche di quel che abbiamo visto finora della Seconda”.

E’ un sintomo della grave decadenza della politica e della cultura politica di oggi che rispetto ai temi di carattere istituzionale prevalga una visione strettamente legata alle convenienze più immediate sul terreno elettorale di ciascuna forza politica.

Anche nel dibattito del 29 settembre si sono ascoltate ingiurie e slogans, ironie e tatticismi, senza che emergesse minimamente un’analisi politica che esprimesse una strategia di fondo ed un adeguato respiro storico.
26/08/2010 [stampa]
Togliatti e l'identità del partito democratico.
Anche il “dossettiano” Arturo Parisi ha sentito l’esigenza di chiedere a Pierluigi Bersani quale sia “il motivo che induce … il PD a ricordare il 46 mo anniversario della morte di Palmiro Togliatti con una cerimonia al Verano e la partecipazione di un rappresentante della Segreteria del Partito”.

Il giudizio storico su Togliatti è chiaro e non consente ripensamenti.

Le responsabilità per il suo ruolo nel Comintern, la connivenza nelle stragi degli anarchici e socialisti, il piegarsi alla politica stalinista non possono certamente essere attenuate dagli appunti che lui redasse nel memoriale di Yalta, probabilmente non destinato ad una sua pubblicazione che invece fu decisa da Longo, nel quale sconsigliava una lotta frontale tra comunismo internazionale e quello cinese, sostenendo la necessità che ogni partito si muovesse in modo autonomo con il rifiuto di una nuova organizzazione internazionale centrale, con un forte richiamo al leninismo. La esaltazione di questo documento è servita per una mitizzazione del leader comunista.

Ciò che resta nel PD delle idee e della prassi togliattiana è innanzitutto quella sollecitazione alla politica “frontista” che, in qualche modo e con motivazioni diverse, riemerge nella lotta al berlusconismo, quella particolare difesa della Costituzione formale ed anche quella enfatizzazione del ruolo della giustizia che, tuttavia, in Togliatti, non arrivava a debordare rispetto alla politica ed alle istituzioni rappresentative.

In questo senso, pur in un contesto ampiamente diverso, rimane nel PD un po’ di Togliatti che è facile denunciare rispetto alle commemorazioni, più difficile nei riguardi dei contenuti politici sopra descritti.

Paolo Franchi sul Corriere del 23 agosto, poi, si è divertito a confrontare il Togliatti “ politico di prima grandezza”e che, secondo il giornalista avrebbe invitato il Presidente della Regione Piemonte, rispetto ad un partito, il PD “che quasi per costituzione non è in grado di proporre una narrazione di sé, dell’Italia e del mondo, e forse non è neppure troppo interessato a costruirla”.

Questo episodio è una limitata, ma significativa, ulteriore dimostrazione che la questione dell’identità politica del PD non è ancora risolta. Questa debolezza, direbbe Togliatti “strutturale”, del PD si riflette sulla limitatezza della sua classe dirigente e sulla inconsistenza e contraddittorietà della sua strategia.
19/07/2010 [stampa]
A proposito di lotte politiche interne. Un precedente storico: il caso Montesi
E’ in atto una polemica dai toni molto elevati sugli scontri interni al PDL, con particolare riferimento alle vicende che riguardano il conflitto Cosentino - Caldoro.

Non vogliamo entrare nella vicenda, ritenendo che si tratti di uno sgradevole episodio di concorrenza politica che, non nascondiamocelo, è un elemento abbastanza connaturato alle logiche del potere.

Non ci scandalizziamo allo stesso modo di come, strumentalmente stanno facendo oppositori interni al PDL e giornali di proprietà e legati a precisi interessi imprenditoriali.

Abbiamo un concetto elevato della politica, nel senso che ad essa compete la piena autonomia dagli interessi di parte, al fine di perseguire l’interesse generale.

Alla politica compete la moralità che è cosa del tutto diversa dal moralismo che, invece, invoca strumentalmente il rispetto della morale per finalità e interessi di parte.

Con la penna di un pensatore e storico della Democrazia Cristiana, vogliamo ricordare una vicenda dei primi anni ’50 che, probabilmente, cambiò e non di poco, non solo la storia di questo partito, ma, probabilmente, della stessa storia d’Italia.

“Si viveva allora in clima di romanzo poliziesco: chi ha veramente ucciso Wilma Montesi? Il caso Montesi non sarà mai risolto e non è stato nemmeno chiarito se si trattasse veramente di omicidio: ma i funzionari che sostenevano la tesi del ‘pediluvio’, cioè della morte accidentale, sono per ciò stesso accusati di complicità. In questo clima si giunge alla incriminazione di Piero Piccioni per omicidio colposo, di Ugo Montagna per complicità e dell’ex questore di Roma Saverio Polito, per favoreggiamento. In queste circostanze Attilio Piccioni si dimette dal ministero degli Esteri. Egli cessa per sempre di essere un leader, diventa uno spettatore ed un notabile. Fu questo il maggiore e più duraturo effetto del caso Montesi sulla politica italiana. Attilio Piccioni avrebbe potuto raccogliere con autorità la successione di De Gasperi, non avrebbe dovuto pagare alcun prezzo per la sua legittimazione, mentre furono alti quelli che Fanfani dovette pagare, dentro e fuori del partito. Piccioni avrebbe potuto tentare dei monocolori senza l’accusa di ‘integralismo’, Fanfani non lo potrà. La difficoltà di legittimazione politica all’interno e all’esterno della Dc, di Fanfani come leader concorre a limitare l’autonomia politica della Dc.

In quei giorni si cerca di fare del caso Montesi il caso della Dc, di far cadere il governo su una questione morale. Nenni dice in Parlamento che il caso Montesi è ‘la dimostrazione di una società ormai in stato di sfacelo morale’. Ma tutto quel che ne deduce è la mano tesa a Fanfani contro Scelba. Il socialdemocratico Paolo Rossi difende Scelba ricordando che, nelle comunicazioni sul governo Fanfani, Nenni si era dichiarato contro Fanfani ‘vecchiofascista’ preferendogli Scelba ‘vecchio democratico’. Fanfani deve intervenire nel dibattito parlamentare in seguito all’intervento di Togliatti, secondo cui Saragat avrebbe alluso a lui in un articolo sulla ‘Giustizia’, come il primo autore delle ‘voci’ su Piero Piccioni. Egli aveva solo consegnato degli appunti della Moneta Caglio al comandante generale dell’Arma dei carabinieri perché ne riferisse alla magistratura. Scelba è considerato ovviamente come l’uomo da abbattere da parte di socialisti e comunisti. Ciò però lo rafforzava immediatamente. Le dimissioni di Piccioni gli consentono di affidare il ministero degli Esteri sì ai liberali, ma ad una persona a lui vicina come Gaetano Martino, e di assumere quindi un controllo più diretto sulla politica estera …”( G. Baget Bozzo, Il Partito cristiano e l’apertura a sinistra. La Dc di Fanfani e di Moro 1954-1962 Vallecchi 1977).

Piero Piccioni , in seguito, fu assolto.
10/06/2010
Massoneria e PD. Questione disciplinare o lungo filo grigio del relativismo comunista?
Stupisce che Beppe Fioroni esprima insoddisfazione per la decisione della commissione di garanzia del PD, presieduta da Luigi Berlinguer che, come titola il Corriere della Sera dell’ 8 giugno, “ non chiude ai massoni”. Non stupisce che la Bindi abbia tacciato di strumentalità le perplessità del collega ex ministro della pubblica istruzione.

La storia del rapporto tra la sinistra, anche di quella un tempo comunista, e la massoneria è lunga e articolata.

Non ci interessano gli aspetti “oscuri “, cioè quelli che fanno gola a chi concepisce la politica come una lunga trama di “complotti”. Prestiamo, invece, attenzione alla trama culturale che si è dipanata in Italia con il lungo filo grigio del rapporto tra la cultura liberale e borghese ed il pensiero comunista , che , attraverso, gli eventi degli ultimi quindici anni , ha contribuito a tessere il disegno del Partito Democratico.

Secondo Fabio Martelli curatore del volume sulla massoneria degli annali della storia d’Italia dell’editore Einaudi , pubblicato nel 2006, “nella teoresi gramsciana la muratoria è considerata come forza progressiva, anche se non progressista”.

In effetti, nell’intervento del 16 maggio 1925 alla Camera dei Deputati sul disegno di legge contro le società segrete, Antonio Gramsci disse che “la massoneria in Italia ha rappresentato l’ideologia e l’organizzazione reale della classe borghese capitalistica “, aggiungendo “ chi è contro la massoneria è contro il liberalismo”.

Non sfugge in questo passaggio di Gramsci una valutazione positiva del liberalismo.

Augusto Del Noce ne “Il suicidio della rivoluzione”, riferisce l’ultima intervista di Amadeo Bordiga, nella quale il primo segretario del Partito Comunista d’Italia dice che l’antifascismo, che nello schema gramsciano aveva sostituito l’opposizione capitalismo - proletariato, aveva dato “vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le graduazione dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici”. Bordiga si spiegava questo percorso aggiungendo che Gramsci era stato deviato dall’”assurdo liberalismo rivoluzionario” di Gobetti.

Nell’analisi di Del Noce emerge la spiegazione dell’”evoluzione gramsciana del comunismo che si incontra con l’evoluzione del capitalismo” ed il suo pensiero” sembra diventare oggi l’ideologia del consenso comunista all’ordine tecnocratico”.

Il lungo filo grigio si dipana nel dopoguerra. Giancarlo Galli nel recente volume “Nella giungla degli gnomi”, ricordando che nei forzieri della Banca commerciale di Mattioli erano custoditi i diari di Gramsci, riferisce di un interessante articolo di Nilde Iotti apparso su Rinascita del 2 agosto del 1973. “ Ho conosciuto Raffaele Mattioli tanti anni fa (quasi venti) in casa di Franco e Marisa Rodano. Togliatti non mi aveva detto gran che, quando mi aveva annunciato che saremmo stati a cena da un grande banchiere. Né aveva risposto al mio stupore (i banchieri erano dei commensali del tutto inconsueti per noi) poiché amava osservare e divertirsi delle altrui sorprese. A quella sera ne seguirono molte altre, … ma da quella prima volta capii subito perché per Mattioli, Togliatti usava la parola amico, lui che ad attribuire questa qualifica era così parco. Tra loro c’era ciò che è più proprio dell’amicizia, il trovare immediatamente un terreno comune di interessi, una ragione mai superficiale di discorso”.

Il dialogo tra Togliatti e Mattioli preparò il terreno per quella successiva evoluzione che vide il PCI inserirsi nell’orizzonte scalfariano e di Repubblica, piuttosto che percorrere la strada di una possibile evoluzione in senso socialdemocratico e dell’umanesimo craxiano, i cui frutti ultimi si possono ritrovare nell’ atteggiamento attendo alla dottrina sociale della Chiesa di molti esponenti ex socialisti dentro il PDL.

Gli elementi raccolti dal PCI nel corso della sua storia culturale e politica lo hanno portato ad una evoluzione che, sostanzialmente, lo ha collocato in adesione al pensiero relativistico, portandolo ad essere, di conseguenza, permeabile alla cultura massonica.

Ora al di là di appartenenze alla massoneria più o meno rituali o di tipo dopolavoristico peraltro diffuse in diverse formazioni politiche, il pensiero massonico, come sottolineò l’Osservatore Romano nelle “riflessioni ad un anno dalla Dichiarazione sulla Massoneria della Congregazione per la Dottrina della Fede : “si propone di fatto una concezione simbolica relativistica”.

E’ evidente che per un cattolico “la iscrizione alle associazioni massoniche ‘rimane proibita dalla Chiesa’”. Per i cattolici nel PD questo problema, ovviamente, non si pone.

La questione posta da Fioroni ed altrui è quella, sufficientemente banale, che il codice etico del partito impedisce di essere iscritti ad associazioni o logge segrete o con vincolo di segretezza ; la Commissione di garanzia del PD l’ha risolta con il deliberato di richiedere a chiunque voglia aderire al PD di dichiarare preventivamente a quali associazioni sia iscritto.

La commissione sembra aver sfondato una porta aperta, perché il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi rivelando – nell’intervista a Repubblica del 9 giugno – che vi sono “almeno 4 mila diessini iscritti”, ha sottolineato con enfasi che “è ora di finirla con la leggenda della segretezza , frutto avvelenato di Gelli”. A parte il fatto che la segretezza nella Massoneria c’è sempre stata, al di là della P2, ne prendiamo atto; problemi statutari risolti.

Ne restano altri. Sempre il Gran Maestro ricorda che Mario Berlinguer, padre di Enrico e di Luigi- presidente della commissione che si è occupato della vicenda – era stato Gran Maestro della Loggia di Sassari. L’intreccio è interessante, ma non è questo ancora il problema.

Il vero problema che Fioroni e d’Ubaldo non si pongono è quello della radicalizzazione del pensiero relativista dentro il PD, con o senza il contributo dei massoni e della incapacità di descrivere il lungo filo grigio che accompagna la storia della sinistra comunista e post e che va da Gramsci a Togliatti, da Berlinguer a Veltroni . Auguri.
25/02/2010
Tremonti alla "Cattolica" e D'Alema alla London School of Economics.
p Possono sembrare – e per certi aspetti lo sono – lontani e non paragonabili due interventi autorevoli che si sono svolti a distanza di oltre un anno e tre mesi: la prolusione del Ministro Giulio Tremonti alla Università Cattolica di Milano per l’inaugurazione dell’anno accademico 2008-2009 e quello del presidente del Copasir Massimo D’Alema alla London School of Economics.

Eppure questi due diversi discorsi, ma soprattutto i luoghi dove essi sono pronunciati, dimostrano tendenze poco avvertite, ma importanti della cultura politica , non solo dei protagonisti, ma anche dei movimenti politici che ad essi fanno riferimento.

L’intervento di D’Alema tenta di dimostrare che la via socialdemocratica sia la sola a garantire “una globalizzazione che metta al centro l’essere umano e i suoi diritti”. Tremonti, invece, ha parlato di “economia sociale di mercato” che richiede anche “l’introduzione di un ordine, di una disciplina, di valori morali”. Tremonti per attuare questa ritiene necessaria la platoniana “intelligenza che sta in guardia”, “guidata da Dio”, D’Alema invoca “l’unità politica” del “nostro continente” come elemento di equilibrio internazionale.

Il linguaggio di D’Alema è il risultato della sua tardiva conversione al socialismo, stemperato delle asprezze ideologiche della cultura comunista, ma privo dell’afflato idealistico crociano di Togliatti ed il suo prodotto pubblicistico è la rivista “Italiani- europei” che produce interessanti, ma pletorici e barbosi saggi sociologici. Tremonti da una cultura segnata dal socialismo testimonia come quel nucleo di umanesimo liberale che lo distingueva e che si salvò dalla contaminazione comunista, oggi si apre all’influenza della dottrina sociale della Chiesa ed al pensiero forte di Benedetto XVI che ripropone la legge naturale e l’etica morale.

In sintesi. Il socialismo nel PDL - attraverso la discontinuità imposta da Craxi che convertì un partito che si era opposto ai Patti Lateranensi nella Costituzione 1948, per confermarli nel 1984 - rientra nella storia e nella tradizione italiana. Il postcomunismo ha ormai preso il largo verso i liti del mondialismo radicale e concepisce l’Europa non come patria ma come terra dei diritti individuali. Non a caso all’internazionale comunista si sostituì l’Ulivo mondiale.

Questo è lo scenario culturale sul quale si giocheranno anche le partite delle alleanze politiche. Sarà difficile per tutti non tenerne conto.

16/02/2010
Filippani Ronconi maestro e testimone.
di Fausto Belfiori


Impegnati a raccogliere pettegolezzi,indiscrezioni, insinuazioni, sospetti, verità e falsità sistemate in modo che le seconde coprano le prime quando queste sono a favore delle vittime designate. Occupati e preoccupati di comporre “servizi” che riescano a nascondere la trappola mediatica dietro le formalità della cronaca, potevano i giornali – ed il giornalisti- accorgersi e dare spazio alla notizia della morte di uno dei più grandi studiosi italiani: un orientalista che spaziava dalle sette più esoteriche dell’Islam alle varie scuole iniziatiche del buddismo, dai centri più raccolti dell’induismo ai mai spenti focolai della spiritualità taoista ed alla saggezza discreta dello shintoismo ?

E’ Pio Filippani Ronconi che sto ricordando all’indomani della scomparsa, taciuta da stampa, radio e televisione. Tale silenzio non desta sorpresa perché questo docente ed instancabile ricercatore il cui ascetismo era noto soltanto ai pochi che avevano il piacere di frequentarlo, non faceva parte della casta egemone dell’intellettualismo progressista. Ho accennato al suo ascetismo ma, per carità, non confondiamolo con il devozionismo che non è provvisto di quella forza interiore senza la quale non si affronta una vita di testimonianza e di lotta.

Infatti, Filippani Ronconi non era un “chierico” da appelli o da manifesti. La firma la poneva soltanto sotto articoli e saggi o sulla copertina di libri sempre espressione della sua attitudine alla riscoperta ed alla rivalutazione di un patrimonio spirituale sconosciuto o dimenticato.

Rammento gli anni degli incontri settimanali, favoriti dall’ospitalità di Attilio e Serenella Bartolucci dalla cui terrazza si vedono i monti da noi tanto amati ed i cui sentieri erano a noi familiari: incontri che mi e ci permettevano di stabilire un clima di comunione tra persone che volevano sfuggire alla morsa dell’attualità; tra uomini e donne che, sia pure per poche ore, desideravano allontanarsi da un mondo frastornato e debilitato dalle illusioni di un progresso disposto a concedere meno di ciò che toglie.

Pio rievocava il tempo in cui collaborò creativamente con maestri del livello intellettuale di Giuseppe Tucci e di Henry Corbin; ripercorreva - non abbandonando in alcun momento quella vena ironica propria di chi è abituato ai moti del pensiero indagatore senza però trarne vanto - le tappe del percorso conoscitivo che gli aveva dato la possibilità di entrare in contatto con le intelligenze più sveglie e gli spiriti più vivi di un Oriente sconosciuto ai giornalisti interessati soltanto all’India dei tecnologi e dei guru truffaldini o alla Cina marx-capitalista.

Ora Pio Filippani Ronconi non è più fisicamente tra noi, ma ci è dato sempre di accompagnarci a lui avanzando sul terreno poco battuto però ancora fecondo perché ha mantenuto salde le radici dell’uomo e continua ad avvalersi del respiro di Dio. Con animo commosso, ma a ciglio asciutto – come Lui vorrebbe – lo ricordo ai discepoli ed a coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo, ascoltarlo, leggerlo e, soprattutto, ammirarlo ed amarlo.



04/01/2010
Eliot, uomo di fede e di cultura. di Fausto Belfiori

Parlare di T.S.Eliot, formulando sulla sua opera letteraria e sulle sue idee un giudizio positivo, provoca l’aspro dissenso di quegli intellettuali progressistici che, per il favore goduto nel mondo giornalistico, sono dominatori incontrastati della televisione e dei pochi salotti rimasti ancora aperti.

In proposito la parola d’ordine è: ignorare Eliot ma, se proprio non se ne può fare a meno, si trovi il modo di criticarlo. I motivi non mancano: non si proclamava discepolo di Dante, anglocattolico, monarchico e decisamente contrario ad ogni ideologia e politica di indirizzo collettivistico?

Ed il secondo volume dell’epistolario eliotiano, appena pubblicato, conferma una posizione diversa e distante da quella di chi non vuole perdere il posto sul palco dei privilegiati. Eliot, infatti, denuncia l’assoluto predominio dei gruppi di sinistra nella stampa letteraria: predominio che conduce a pesanti discriminazioni verso autori gelosi della propria indipendenza e desiderosi di mantenere una coscienza libera da ogni settarismo.

Un vero progresso – è il parere del poeta de “La terra desolata” , indimenticabile capolavoro – non si raggiunge con i sistemi seguiti dai regimi collettivistici e proposti dai partiti che non si curano dello sviluppo spirituale dell’uomo. Ma si guadagna aiutando e non ostacolando il processo di maturazione della persona. E la sua opera saggistica, drammaturgica e poetica è una testimonianza in tal senso.

Contro il socialismo-comunismo, dunque, ma anche contro un rigido nazionalismo che è il prodotto di un perverso modo di intendere e di vivere la modernità: un nazionalismo che è figlio del giacobinismo, ideologia dagli angusti orizzonti civici e morali. Eliot è contro il nazionalismo e non può non esserlo dato il suo riferimento ideale a Dante, apologeta dell’impero cristiano. Ne consegue che per lui il nazionalismo – da non confondere ovviamente con un fermo e fiero patriottismo – è non meno errato ed artificiale dell’internazionalismo.

Quanto al suo presunto antisemitismo, non vanno confusi certi pur non ineccepibili sfoghi momentanei ed emotivi (come le tirate polemiche contro il suo editore) con aberranti filosofie razziste ed antisemite così come si possono e si debbono discutere e respingere certe espressioni (d’uso frequente, va ricordato, in epoche ed in ambienti dove i pogroom erano in ogni caso inconcepibili – siamo a Londra e non in sperduti villaggi polacchi o ucraini – tanto meno era immaginabile l’orrendo quadro dei lager e dei gulag) ma non si può porre sullo stesso piano un “ultracomservatore di salda fede cristiana” ; uno scrittore costantemente animato da un’ansia evangelica ad un stolido libellista di marca nazistoide o bolscevica.

Nonostante i tentativi di oscurarne la figura, perciò, Eliot resta esempio di un uomo che vedeva nella fede, sulla scia di Agostino e di Anselmo, un sicuro sostegno alla cultura concepita come “cultura animi”.



27/01/2010
Novecento.
Confessiamolo: nel seguire il dibattito in corso, promosso da un quotidiano, su un tema che avrebbe dovuto attrarre l’interesse e convincere alla mobilitazione gli esponenti della intellettualità pur variamente orientata, si è provato un senso di delusione e di amarezza constatando quanto poco abbia impegnato una questione - come quella della identità nazionale – che non riguarda soltanto il professionista della politica, ma ogni uomo inserito nei diversi settori della cultura: dallo storico al giurista, dal critico del costume al poeta, dall’economista al sociologo.

Perché, dopo decenni di guerra civile cui è precipitato il confronto civico e sociale - guerra civile non di rado caratterizzata dal sangue impietosamente e follemente versato – una riflessione che portasse a interrogarsi sul nostro essere italiani oggi , sembrava opportuna, anzi, doverosa e urgente.

Invece, ripetiamo, si è avvertito, oltre ad un vivo rammarico, anche un moto di intima ribellione. Una ribellione non ingiustificata, dunque, dinanzi alle banalità, alle ovvietà e pure - ammettiamolo con franchezza – alle assurdità raccolte in interventi rivelatisi di circostanza e non frutto di applicazione, di studio e di analisi che, se ci fossero stati, avrebbero portato a suggerimenti e proposte la cui validità non poteva non rendere più fertile, più vivace, leale e promettente il campo della dialettica politica.

Sicuramente tale e tanta insensibilità a molti lettori, non ignari degli avvenimenti che ravvivarono e impreziosirono i momenti migliori della vita italiana del secolo scorso, avrà fatto venire in mente l’esame di coscienza – ci appropriamo dell’espressione usata come titolo della sua opera più famosa da un “chierico” d’alto livello come Renato Serra – compiuto da persone che non adoperavano la penna per offrire esempi di bello scrivere, ma per contribuire a dare una coscienza ad un popolo che aveva raggiunto l’unità, ma non era ancora tenuto insieme da una coscienza veramente nazionale. Persone che ricordavano il preoccupato avvertimento di uno statista dell’ Ottocento come Massimo d’Azeglio ( “Abbiamo fatto l’Italia, dobbiamo fare gli italiani”) ed avevano letto le pagine vibranti, appassionate e consapevoli di un Alfredo Oriani.

Stiamo parlando di animosi come Giuseppe Prezzolini con la sua rivista “La Voce” che non è retorica indicare come modello di autentica e creativa avanguardia avendo, tra l’altro, registrato le aspirazioni e le esigenze, apparse ben presto opposte, di giovani inquieti come quelle di Benito Mussolini e di Giovanni Amendola. Ed ancora si sarà presentata ad una mente, angustiata dal presente, la figura fascinosa del poligrafo Giovanni Papini, sempre ansioso di conoscere e di capire, perennemente desideroso di apprendere da coloro che lo avevano preceduto o lo accompagnavano in un’esistenza dedita alla meditazione non disgiunta , però, da una coerente azione.

Non lontano da Papini si sarà presentato in questa rassegna di spiriti nobili, lo scrittore e pittore Ardengo Soffici, anch’egli intenzionato a contribuire seriamente ed entusiasticamente alla ripresa morale del proprio paese: quell’Ardengo Soffici che andò a Parigi non soltanto per imparare ed acquisire nuove esperienze, ma anche e soprattutto per confrontare il suo lavoro con ciò che producevano gli artisti al di là delle Alpi. E con Papini e Soffici non saranno mancati all’appello ideale i militanti del movimento futurista con Martinetti in testa: quel futurismo che distrusse il vecchio per dare maggiore possibilità ai migliori di recuperare l’ antico.

Da non trascurare, in questa rapida rievocazione, gli esponenti di un cattolicesimo che era parte essenziale del tessuto spirituale di un popolo come il nostro: grandi narratori come Federico Tozzi ed apologeti come Domenico Giuliotti. Sarebbe stata sufficiente la memoria di chi non si era dimostrato indegno di predecessori della tempra di un Ugo Foscolo, a spingere gli attuali esponenti della cultura del nostro paese a dedicare, partecipando al dibattito, le loro migliori energie intorno ad un tema il cui svolgimento avrebbe dovuto essere non un mezzo per esporsi, ma un modo per assolvere un ineludibile compito.

14/01/2010
Nel 55° anniversario della fondazione della Giovane Italia.
La Giovane Italia - che fondai nel 1954- si distinse fin dai primi passi per l’originalità dell’organizzazione e la validità del linguaggio.

La struttura era territoriale e di tipo ambientale; sul territorio operava attraverso le Associazioni provinciali – per lo più con sedi autonome - e tramite i centri comunali; sul piano ambientale, invece, operavamo con i nuclei di istituto costituiti in tutte le scuole medie superiori.

Il linguaggio poneva al bando i soliti slogan di marca missina, la Giovane Italia dichiarava di perseguire la difesa attiva della gioventù dal soffocamento e dalle umiliazioni a cui la costringeva “una realtà” capace soltanto di garantire una sicura disoccupazione; affermava di combattere contro una scuola-parcheggio” i cui fini erano la massificazione e il livellamento in un quadro di degradante demagogia; asseriva di diffidare dai subdoli strumenti di suggestione “moderna” con i quali si tentava di trasmettere un clima di sopraffazione che non li riguardava; esprimeva il suo distacco contro tutte le rimasticature culturali di tipo ottocentesco e contro le superate istanze con cui si intendevano risolvere i grandi problemi della vita moderna.

La Giovane Italia, cioè, ribaltò i termini del confronto: non noi, i giovani di destra, eravamo i “passatisti” ed i “nostalgici”, ma gli altri, coloro che avevano trasformato le lacerazioni del passato in messaggi ripetitivi, ossessivi e stupidamente agiografici. Non dalle nostre posizioni, ma da quelle altrui, proveniva tutto ciò che la pubblica opinione aborriva: le incitazioni alla violenza, le lacerazioni del tessuto sociale, il passivo adeguarsi su posizioni polverose e passatiste, il dispiegamento di una linea dogmatica e chiusa da cui era esclusa qualsiasi forma di dialogo e di confronto. Per la prima volta dalla fine della guerra era in atto una propaganda di destra che si valeva di argomenti raziocinanti, accettabili, su cui la gente era disposta a riflettere: una propaganda che aveva presa tra le nuove generazioni e che preoccupava gli avversari politici.

Fummo la piazza della prima, grande, contestazione giovanile che si riallacciava alla cultura e alla tradizione europea; fummo coloro che conquistarono giorno per giorno il diritto di esistere politicamente, fummo protagonisti di una esaltante battaglia di libertà.

Tracciammo la strada per tutti coloro che oggi impunemente possono chiamarsi di “destra” e rivendicare i diritti riconosciuti a tutti i cittadini italiani. Noi avevamo: «una canzone da gettare al vento e una bandiera da innalzare al sole».

Massimo Anderson



“ Al convegno di Roma che sancisce la fondazione della Giovane Italia quale organismo autonomo nazionale e al quale partecipano oltre 200 giovani in rappresentanza delle associazioni provinciali costituite nelle varie regioni, la prima giornata dei lavori, presieduti da Massimo Anderson, infaticabile promotore ed organizzatore dell'associazione,suscita subito polemiche. La miccia è accesa dalla lettura di un messaggio augurale inviato dal pontefice Pio XII ai dirigenti e agli iscritti dell'associazione. Quando si diffonde la notizia, le sinistre insorgono ed accusano la Giovane Italia di aver raggirato la segreteria di Stato del Vaticano per carpire il messaggio pontificio. Il clamore suscitato dal caso costringe l'Osservatore Romano ad un'imbarazzata precisazione.

Al tavolo della presidenza del convegno ci sono , oltre a Fabio De Felice (primo presidente) e Anderson (primo segretario generale), Fausto Belfiori, Alfredo De Felice, Enzo Furlanetto, Giampaolo Martelli, Gino Ragno e Pina Reitano. De Felice dà notizia dei messaggi augurali di illustri esponenti delmondo della cultura: Roberto Paribeni, Gioacchino Volpe, Balbino Giuliano, Giorgio De Chirico, Ardengo Soffici ed altri.

( dal libro di Adalberto Boldoni “ La destra in Italia” )



Io c'ero!.

“La vita è una missione e il dovere è la sua legge suprema”. Questa sentenza è di giuseppe Mazzini ed appariva come motto sotto il titolo di un gornale ciclostilato ( chi si ricorda più questo strumento per la stampa utilizzato fino a metà novecento? ) di un gruppo studentesco del romano Istituto De merode. Questi studenti non nascondevano,anzi,tendevano ad affermare la propria fede cattolica ed i propri saldi sentimenti nazionali. In apparenza, dunque, avrebbero dovuto evitare riferimenti a uomini che , come Mazzini, non soltanto rifiutavano la dottrina cattolica, ma erano in perenne polemica con il Papato ed avevano della patria un concetto diverso se non distante da quello difeso con entusiasmo dai ragazzi del liceo De Merode.

Ed allora come è stato possibile che questa citazione apparisse bene in evidenza nella prima pagina e venisse ripetuta ogni numero? Forse i ragazzi non sapevano chi fosse Mazzini e ne ignoravano il pensiero? Tutt'altro.Lo avevano letto ed anche commentato cosi come avevano letto e commentato altri settori non in odore di santità: un articolo su “I sepolcri” di Ugo Foscolo ed un altro su focoso anticlericale Giousè carducci erano apparsi sulle pagine della modesta, ma battagliera pubblicazione.

Il fatto è che questo nucleo studentesco faceva parte di una formazione chiamata “Giovane Italia”. Diramazione mazziniana, si dovrebbe ritenere. Ma non è cosi. Infatti, a parte l'eco risorgimentale che non dispiaceva ai fondatori, il sostantivo Italia voleva esprimere l'obiettivo di ogni iniziativa dell'associazione, sorta in un momento in cui si avvertivano più acutamente l'insofferenza ad ogni richiamo all'unità nazionale e la ripulsa a partecipare allo sforzo di ricostruzione della compagine civile e sociale.

Dal canto suo, l'aggettivo giovane manifesta il desiderio dei militanti di essere presenti con le loro fresche energie a quella battaglia delle idee che , per l'abulia delle vecchie classi dirigenti, subivano la prevalenza del laicismo azionista e del materialismo incalzante dei marxisti.

Come si vede, un intento chiaramente e precipuamente culturale. Perchè “Giovane Italia”, non era e non voleva essere la branca di un partito, anche se non metteva in ombra le sue preferenze nel cimento politico, ma una realtà viva e operosa in tutti i settori della cultura, dalla letteratura alle arti ed alle scienze.

Recentemente chi è stato membro attivo di questa organizzazione l'ha vista spesso citata in lavori mirati più al sensazionalismo che alla documentazione: lavori dove la fisionomia della “Giovane italia” appare appannata, confusa con movimenti che ben poco avevano a vedere con ciò che giovani patrioti di tutta la penisola erano riusciti a realizzare con l'aspirazione a dare nuova linfa allo spirito creativo del nostro Paese. E questo è testimoniato dalle conferenze e dai convegni tenuti sui temi più scottanti del costume , a ristabilire la verità offuscata da intelletuali faziosi che sostituivano l'ideologia alla scienza. Furono anche frequenti i contatti con altre organizzazioni idealmente affini allo scopo di portare felicemente a termine iniziative tendenti ad unire e non dividere ed a contrapporre.

Tutto questo, ripeto, è realtà vissuta e documentata. Ed a cinquanta anni dalla nascita della “Giovane Italia” è bene tenerne viva la memoria.

Fausto Belfiori
14/01/2010
Nel 55° anniversario della fondazione C'era una volta "la Giovane Italia".
Il 13 e 14 Novembre 1954 nasceva a Roma l'Associazione Studentesca d'Azione Nazionale "Giovane Italia". Eravamo circa duecento, convenuti da tutta Italia, nel salone dell'Associazione Artistica Internazionale, in Via Margutta, per fondare un'organizzazione giovanile unitaria di contrasto alle ideologie materialistiche e alle forze antinazionali nella scuola e nella societ. Alloggiati in un campo di baracche, a Trastevere, in fondo a Via della Lungara, dovemmo fronteggiare gli assalti notturni degli attivisti comunisti e aprirci a viva forza il tragitto di andata e ritorno per partecipare al convegno.

Esordiva cos, in un clima di battaglia, che l'avrebbe accompagnata per tutta la sua durata, la "giovane Italia", il primo grande movimento studentesco del dopoguerra di contestazione al sistema.

Tale denominazione, propria di alcuni nuclei studenteschi, da Trieste a Torino, da Milano a Modena, costituitisi, fra molti altri, negli anni precedenti nell'area anticomunista, prevalse su altre non meno suggestive, in memoria e in onore di Piero Addobbati e Francesco Paglia, caduti a Trieste, quasi esattamente un anno prima (5 novembre 1953), sotto il fuoco della polizia al comando degli inglesi, mentre rivendicavano il ritorno all'Italia della loro citt e dei territori occupati dagli slavi di Tito.

Se l'ascendente storico era l'associazione mazziniana, fondata a Marsiglia nel 1831, la motivazione attuale era la difesa della integrit e dell'identit nazionale, aggredita da nemici esterni ed interni, accomunati nel disegno di ridurre l'Italia a mera "espressione geografica", non pi soggetto di storia e di politica, ma soggiogata agli anglo-americani o all'Unione Sovietica.

La "Giovine Italia" di Mazzini era sorta per propiziare l'unit e l'indipendenza dell'Italia. La nostra "Giovane Italia" insorse per impedirne la demolizione. I tempi e le temperie in cui ha operato questa, non sono stati meno drammatici di quelli vissuti dalla prima.

Drammatici nel mondo ed in Europa per la contrapposizione fra il Patto Atlantico e quello di Varsavia; drammatici in Italia per lo scontro tra anticomunisti e comunisti. Sono gli anni della cosiddetta "guerra fredda", gli anni della "cortina di ferro" e del "muro di Berlino" , gli anni della tentata mutilazione territoriale dell'Italia, dalla Venezia Giulia all'Alto Adige.

La "Giovane Italia" impegnata su tutti i grandi temi e su tutti i problemi emergenti, dalla cultura alla politica, nelle istituzioni e nelle piazze, nella scuola e nella societ. Mobilita grandi risorse intellettuali a sostegno di una concezione spirituale della vita, negata e irrisa dal dilagare del marxismo e dell'illuminismo.

Organizza convegni, corsi di formazione, centri-studi per valorizzare e diffondere i principi della tradizione cristiana dell'Europa e cattolica dell'Italia, pubblica opuscoli e riviste, da Azione alla Sfida, partecipando al dibattito culturale e politico.

Chiama a raccolta e guida in imponenti cortei decine di migliaia di giovani a reclamare l'italianit di Trieste, l'appoggio dell'Occidente, agli eroici insorti ungheresi contro l'occupazione sovietica, l'intangibilit dei confini in Alto Adige, la solidariet alla Primavera anticomunista di Praga. Nelle sue fila sono passati e si sono temprati i quadri dirigenti di molti partiti, di molte strutture pubbliche e private de paese.

Soprattutto la destra si avvantaggiata dell'intelligenza innovativa, del coraggio e della tenacia di militanti, che sapevano tener testa nelle discussioni come negli scontri fisici ai comunisti e al loro codazzo di utili idioti; che non si piegavano ai comprensibili richiami delle famiglie, alle persecuzioni giudiziarie e poliziesche, agli agguati e alle aggressioni isolate, che anticiparono le vigliacche tecniche del territorio rosso. Riconoscer anni dopo, uno dei suoi pi validi esponenti, assunto ai vertici dello Stato, nel ruolo di Vice Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Tatarella: "La Giovane Italia stata l'antecedente giovanile di Alleanza Nazionale...... Rappresent una doppia contestazione: al sistema dei partiti gi imperante e all'incapacit del mondo scolastico di risolvere i problemi della giovent.

Fu un contenitore arioso di proposte e di riscoperte; una fucina straordinaria di vivaci e anarchiche intelligenze, con una coralit d'impegno e di tensione non pi riscontrabile nei successivi movimenti giovanili"

(la destra in Italia. A. Baldoni, Panthem 1991). Pietro Cerullo Presidente Nazionale della G.I. 1963/1970

20/11/2009
Associati per ragionare e testimoniare.
"Dove sono riuniti due o tre nel mio nome, ivi sono io, in mezzo a loro" (Vangelo di S. Matteo, 18-20). Con queste parole Gesù Cristo invitò i fedeli che credono in Lui ad associarsi per vivere in spirito di comunità le esperienze di fede e di testimonianza, seguendo i Suoi insegnamenti. Mi piace ricordare queste parole per affermare che lo spirito associativo risponde a un istinto umano, che si manifesta secondo le finalità più diverse, più o meno nobili: da quelle culturali e artistiche a quelle politiche e sindacali, a quelle sportive e ricreative, a quelle assistenziali e sociali, a quelle professionali, a quelle. dellevarie "aggregazioni laicali" collaterali alla Chiesa cattolica, riconosciute dalla CEI, e, purtroppo, anche fino a quelle per delinquere.

In quest’ampia gamma, le associazioni spiccatamènte politiche, come partiti e movimenti, non hanno resistito, negli anni ‘90, agli interventi della Magistratura, divenuti inevitabili per la corruzione dilagante in alcuni poteri pubblici, ma tiasfoI111atisi poi in una sorta di persecuzioni giustizialiste, ritenute di parte perchè salvarono un solo schieramento politico, ma in realtà, a mio avviso, sostanzialmente di carattere corporativo a favore di un potere pubblico mirante ad assumere, talora anche con dubbia correttezza e scarsa umanità, un ruolo di eccellenza, grazie alla posizione di prestigio e a un'eccessiva autogestione, nonchè alla pratica esenzione da responsabilità e rischi di risa.rcÌ1nenti per eventuali danni procurati attraverso errori giudiziari, anche non'casuali, i cui oneri sono a totale carico dello Stato, cioè di tutti i cittadini.

Fortunatamente sotto la guida di un coraggioso e capace imprenditore, portatore di idee e metodi nuovi nell' amministrazione della cosa pubblica - e per questo perseguitato ostinatamente da chi non sa o non vuole adeguarvisi - il Paese ha saputo reagire e, nonostante alterne vicende politiche e l'attuale grave congiuntura economica, avviare un processo di contenimento dei danni e di ripresa. In questo quadro, nel clima di una complessiva, perdurante sfiducia nelle associazioni spiccatamente politiche, in pratica i partiti, si registra da qualche tempo una ripresa di interesse verso l'associazionismo volontario, un po' in tutti i campi, ma anzitutto in quelli confini assistenziali e a sfondo socio-culturale; quest'ultimo finalizzato soprattutto ad affrontare alla base e spesso senza'esplicite connotazioni politiche, i grandi problemi della società di oggi, che appaiono sempre più condizionati dal relativismo, dal consumismo e altri deleteri "ismi" di oggi.

Attribuisco a questa tendenza l'iniziativa di alcuni cittadini, appartenenti alla classe media di "moderati", ma non meno impegnati nelle problematiche della società di oggi, appartenenti a vari ceti sociali, i quali non intendono più rimanere nella "maggioranza silenziosa", distaccata e passiva sol perchè la composizione delle forze politiche e i meccanismi che regolano la gestione del potere hanno perduto i tradizionali riferimenti ideologici per adottare comportamenti che intendono tale gestione come un fine e non un mezzo, deludendo le aspettative dei cittadini.

Questo non può - nè vuole - essere una condanna di coloro che si assumono, bene o male, un ruolo politico, obiettivamente difficile e oneroso, le cui carenze sono da leggere, prima che come causa, come effetto del progressivo disinteresse dei cittadini, come dimostra la sempre più scarsa affluenza alle urne. Ne consegue che, purtroppo, i più qualificati tra costoro, nella grande maggioranza, non accettano più di entrare direttamente nell'arengo della politica.

La crisi delle forze politiche tradizionali, espresse dal numero sempre maggiore di partiti, spesso litigiosi al loro interno prima ancora che fra loro, ha ridotto progressivamente i riferimenti ideologici prioritari per discutere temi e costruire soluzioni per il governo del Paese o per l'amministrazione degli enti locali, basati soltanto su un falso efficientismo e su interessi di parte. Ed è sintomatico che la forza politica oggi più forte sia nata e si sia affermata non tanto su basi ideologiche di tipo tradizionale, quanto, piuttosto, sull'obiettivo e su programmi concreti intesi anzitutto a evitare il successo di una sinistra che, complessivamente, non ha saputo ancora fare i conti con un irrecuperabile passato condannato dalla storia e che può contare sulla …. benevolenza di una componente, minoritaria ma arrogante, della Magistratura.

In tutta questa vicenda la Chiesa cattolica, sotto la guida di Pontefici eccezionali, ha saputo mantenere ferma la difesa dei grandi valori umani, civili e spirituali, opponendosi con fermezza alla secolarizzazione e alle tentazioni del relativismo e dell'edonismo che minano la società di oggi. In un clima di apparente rispetto, non mancano gli attacchi da parte di un mondo laico, ma in realtà soprattutto ateo, privo del dono di credere e, forse per questo, antireligioso e incapace di comprendere come gli uomini di chiesa sappiano comportarsi in modo del tutto diverso dagli altri, i quali arrivano talvolta a definire "di sinistra" Pontefici, principi della Chiesa e semplici sacerdoti, sol perchè sanno essere comprensivi delle debolezze altrui, salvo purtroppo alcune eccezioni, che eccedono tradendo la propria missione.

Il manifesto programmatico del nuovo centro culturale, che ha carattere laico, si richiama soprattutto ai valori del cristianesimo che hanno costituito le basi della nostra cultura, al di là degli aspetti strettamente religiosi propri di una istituzione che, peraltro, in due millenni ha saputo produrre e conservare per il pubblico godimento un patrimonio culturale e artistico unico al mondo, che ha forgiato la civiltà occidentale. Riferendosi alla nuova dimensione europea cui appartiene la nostra comunità nazionale, esso ricorda le radici cristiane, di origine giudaica, greca e romana, che hanno qualificato culturalmente, artisticamente e socialmente lo sviluppo del nostro continente. In proposito, ritengo che alcune vicende negative dell'Unione Europea durante l'ultima legislatura, che ne hanno messo in crisi la stessa Costituzione, non senza giustificazioni, siano legate alla circostanza che in essa non vi fosse neppure un accenno al patrimonio di idee, di cultura, di principi, di valori che hanno fatto dell'Europa il continente più evoluto e civilizzato, esprimibili sinteticamente nelle sue profonde e comuni radici cristiane.

In questo momento il mondo occidentale sta attraversando una pericolosa crisi di valori, dovuta non solo e non tanto alla mancanza di regole chiare ed efficienti, quanto al mancato rispetto di esse, legato ad una generalizzata caduta dell'etica, che riguarda pressochè tutti i settori. L'impegno prioritario di chi è sensibile a questa crisi etica è di individuarne i rapporti con i problemi che angustiano la nostra vita e indicarne i comportamenti necessari per .risolverli positivamente.

A questo fine è necessario ritrovare le sedi e le occasioni idonee a ristabilire corretti rapporti comunitari e associativi fra gli uomini di buona volontà e, attraverso il dialogo, la ricerca, il confronto, la comprensione, la solidarietà, la testimonianza, lo stimolo a ragionare, servendosi anche degli strumenti di informazione, di elaborazione e di comunicazione che le moderne tecniche hanno messo a disposizione, per ricostruire un sistema di regole e di comportamenti capaci di restituire all'uomo la dignità di persona umana. Si tratta, in una parola, di una vera e propria rifondazione etica. .
Corte Costituzionale e Democrazia.
La sentenza sul lodo Alfano è la ennesima e coerente dimostrazione del ruolo politico che la Corte Costituzionale ha acquisito negli anni e che comunque le appartiene per le scelte che vennero fatta alla Assemblea costituente e, soprattutto per la lettura e le caratteristiche della Costituzione indicate della cultura cattolico democratica. Essa non ha tenuto in alcun conto della soluzione ai rilievi già espressi con il precedente provvedimento, il lodo Schifani, e ha visto collocare la decisione su di un nuovo versante, quello della gerarchia delle fonti, precedentemente del tutto ignorato, dimostrando ancora una volta quel ruolo dinamico della Corte che è stato più volte acutamente analizzato. La suprema corte è l’organo di garanzia posto a suo tempo per sorvegliare sulla rigidità e sulla immodificabilità della Costituzione, sintetizzate dalla famosa espressione di Dossetti degli anni novanta “il potere costituente è oggi esaurito”. La decisione produce, probabilmente, anche, un serio imbarazzo da parte della più alta carica dello Stato che aveva ritenuto il testo conforme alla Costituzione e, nel contempo non può non aborrire conflitti istituzionali. Questa vicenda comporta alcuni rilievi di carattere politico che attengono ai rapporti tra le istituzioni e tra le istituzioni e la democrazia. Ad una semplice e letterale lettura del testo costituzionale, nei primi anni cinquanta, sembrò che il compromesso costituzionale si fosse trovato “sull’idea che la Corte costituzionale dovesse valutare la normale e fisiologica validità della legge”, cioè casi di evidente difformità rispetto alla Carta. L’idea sottesa all’influenza dossettiana che la Costituzione, manifesto ideologico ( G.B. Bozzo, P.P. Saleri Giuseppe Dossetti la costituzione come ideologia politica), dovesse avere la precipua funzione di condurre ad una rifondazione della comunità nazionale , insieme ad una evoluzione che ha visto “l’opera del legislatore affiancarsi a quella della Corte”, hanno comportato che tale organismo da una semplice funzione di garanzia divenisse organo di governo del Paese. Come ha sottolineato in un interessante ed equilibrato saggio Damiano Nocilla ( I cattolici e la Costituzione tra passato e futuro), professore di diritto costituzionale e consigliere di Stato, già allievo di Crisafulli, dalla “prima sentenza del 1956 che smentì ogni interpretazione riduttiva dei propri poteri, asserendo che la propria competenza a giudicare della legittimità costituzionale delle leggi dovesse estendersi anche alla legislazione entrata in vigore anteriormente al 1 gennaio 1948, cioè alla legislazione prerebubblicana”, fino a quando “si è trovata ad affrontare la questione delle legittimità delle leggi che si assumevano contrastare con l’art.3 della Costituzione” , la Corte costituzionale ha esteso “il proprio sindacato fin quasi a sfiorare quella valutazione politica che si voleva in origine riservata al Parlamento”, fino alla sentenza n.1146 del 1988 che testualmente esprime l’idea che “ la Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali”. C’è da supporre che , così permanendo gli orientamenti di questo organo, non passerebbe neppure una legge costituzionale che intervenisse in materia. Siamo di fronte all’esercizio di un ruolo essenzialmente politico che non solo interviene rispetto alle decisioni del Parlamento, modificando norme da esso approvato (il caso, tra i tanti, dell’annullamento di alcune norme sulla legge per la procreazione assistita), ma ad un organo dello Stato che limita di principio l’attività dell’istituzione fondamentale della democrazia rappresentativa, cioè del Parlamento. E’ evidente che questa condizione del sistema politico italiano determina quella che potrebbe definirsi una democrazia limitata o meglio e per i riguardi della sovranità popolare, una democrazia a sovranità popolare limitata. Ma il ruolo politico della Corte costituzionale rappresenta anche il vertice di un “regime” politico che impedisce all’Italia di assumere quelle riforme condivise e volute dalla maggioranza dei cittadini e che sono presenti nei programmi delle coalizioni vincenti nelle elezioni politiche generali. Come ebbe a scrive Gianni Baget Bozzo “ il conflitto tra Costituzione e democrazia diventa la vera divisione sovrastante le stesse forze politiche. L’arma materiale di questo regime invisibile è la magistratura inquirente, che interpreta il suo potere come ultima istanza della legge e dell’ordine e lo attua iniziando un processo continuo contro Berlusconi, divenendo così la chiave del sistema politico italiano, in cui si esprime l’alternativa tra costituzione e democrazia”. Il conflitto che si conferma dopo questa sentenza è di tale natura. Per il futuro del nostro Paese è necessario che se ne abbia piena consapevolezza. A fronte di questo condizionamento del sistema politico appare necessario un programma che punti a rafforzare la democrazia a partire dal pieno riconoscimento della sovranità popolare. Occorrono riforme che colmino un vuoto dell’attuale Costituzione nei riguardi della stabilità e legittimazione del governo, riempito durante la cosiddetta prima repubblica dal ruolo del partiti che, di fatto, erano la fonte di legittimità dei governi, fonte che oggi non può che essere il voto e la sovranità popolare. Una democrazia debole può far correre seri rischi all’Italia ed aprire spazi ad involuzioni autoritarie, magari sotto la specie di formule tecnocratiche.
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