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10/2017 [stampa]

RENZI ALL’ASSALTO DI BANKITALIA
Con una discreta dose di furbizia e ancor più di arroganza, Matteo Renzi ha fatto presentare al gruppo del PD della Camera una mozione per chiedere discontinuità al vertice della Banca d’Italia. In altre parole, ha tentato di smarcare il suo partito da responsabilità più o meno recenti, in vista della imminente campagna elettorale. GiulioTremonti ricorda giustamente che il Bail In, che definisce “il cugino bancario di Frankestein”, cioè le nuove regole bancarie europee che hanno messo in difficoltà alcuni istituti di credito, “ è stato importato da Letta e Saccomanni, ma presentato in Parlamento da un Renzi ‘europeo’”. Su queste regole Visco più volte ha dichiarato che è mancata una trattativa politica che ottenesse quella necessaria gradualità nella loro applicazione , che avrebbe permesso di evitare molti dei guai nei quali sono stati cacciati numerosi risparmiatori. Per non ricordare l’interesse “ad avere una banca” del neorenziano Fassino o la tradizionale influenza della sinistra sul Monte dei Paschi di Siena, caduta in operazioni spregiudicate sui derivati o le vicende della banche toscane nelle quali, oltre ai parenti del ministro Boschi , qualcuno aveva visto anche uno “stantio odore di massoneria”. Non sarà la furbizia del segretario Pd, nell’attaccare la vigilanza di Visco, a far dimenticare queste responsabilità politiche. L’arroganza sta nel fatto che ha fatto prendere questa iniziativa ai parlamentari del suo partito senza avvertire Gentiloni e senza tenere in conto l’autorevole parere del Capo dello Stato contrario a coinvolgere la Banca d’Italia nei giochi politici. Le reazioni pressoché unanimi nel criticare questa ennesima “spacconata” dell’ex sindaco di Firenze, dimostrano, ancora una volta, il suo avvitarsi in un isolamento politico per il quale anche un Pisapia può permettersi di affermare che può prendere in considerazione un accordo col PD solo a condizione che Renzi non si candidi a leader. L’attacco al ”santuario” di via Nazionale non mostra certo la volontà di porsi come un avversario dell’establishment , anche se qualcuno , in questa presa di posizione , ha parlato di una svolta populista del segretario Pd. Per la verità, se le voci riportate sulla stampa, anche autorevole, hanno un fondamento , l’operazione di attacco a Visco era finalizzata anche a proporre una candidatura esterna a Bankitalia , rappresentata da Lucrezia Reichlin. Il curriculum di questa economista ( professore alla London Business School - membro della British Academy – collaboratrice della American Economic Review e della Università di Chicago ) ne fa una sostenitrice dell’ economia finanziaria e delle più recenti dottrine del capitalismo anglosassone. Insomma una italiana di scuola anglo americana con una posizione distante dalle idee dell’economia sociale di mercato che rappresenta la migliore tradizione economica continentale. Ha ragione Berlusconi , poi, quando afferma che il PD, oltre a qualche tentata convenienza elettoralistica, con questa iniziativa conferma la sua vocazione ad occupare il potere in continuità con le nomine degli ultimi tre anni. Anche questa vicenda conferma la discesa della parabola di Renzi. Il leaderismo al quale non sa rinunciare rappresenta ormai una camicia di Nesso ed ogni iniziativa finisce per rinchiuderlo in un angolo politico dal quale non riesce a uscire. Le votazioni siciliane del 5 novembre potrebbero rappresentare il suo punto di caduta, perché anche le posizioni più politicamente servili, non reggerebbero di fronte alla eventuale premessa di una catastrofe elettorale. PIETRO GIUBILO



06/2017 [stampa]

LEGGE ELETTORALE : UN RINVIO E UN OBBLIGO
Lo spostamento a settembre della ripresa della discussione sulla legge elettorale evidenzia che, al momento, sull’ argomento non c’è accordo tra le maggiori forze politiche. Al di là delle circostanze occasionali ( emendamento Biancofiore per estendere le norme al Trentino Alto Adige ) la sensazione è che la maggioranza della Camera abbia voluto far saltare “lo scambio” tra Berlusconi e Renzi (proporzionale - elezioni anticipate) che, sin troppo esplicitamente, aveva preceduto l’avvio dell’esame. Dopo lo stop alla discussione sono subentrati altri fatti che rendono più complicata la situazione di Renzi . Innanzitutto la sconfitta del PD alle amministrative con l’inefficace tentativo di minimizzarne il significato politico da parte del Segretario. Tentativo reso ancor più vano dall’emergere di un dissenso sulla linea politica di una parte della sua stessa maggioranza ( Franceschini ) , con l’amplificazione innestata dagli interventi critici di Prodi e del “fronte esterno” Pisapia-Bersani. Assai difficilmente Matteo Renzi si renderà conto che la ampia vittoria congressuale non sarà la condizione sufficiente ad assicurargli il compimento del suo disegno di ritornare al potere. C’è una lettura complessiva delle vicende che vanno dall’autoreferenzialità nella procedura di approvazione delle riforme costituzionali, all’esito del referendum; dalla scissione quasi avallata, alle sconfitte elettorali, che mostrano non errori di comunicazione,come lui afferma, ma un suo sempre più marcato isolamento politico e lontananza dall’opinione del Paese. Anche Berlusconi non può far finta di nulla e continuare ad insistere su una strategia che si presenta come l’anticamera di un accordo preventivo. E’ vero che l’indebolimento di Renzi costituisce una tentazione, ma anche l’ex Cavaliere – nonostante la ripresa di uno spazio mediatico e giornalistico – non è nella condizione di un tempo e l’incontro di due debolezze, resterebbe un accordo fragile e, soprattutto, indigesto per gli elettori. Il rischio di alimentare dissenso e protesta si acuirebbe. Non ci si rende ancora pienamente conto che questa condizione rappresenta l’esito della parabola discendente del leaderismo personale e la necessità che si ritorni alla ragionevolezza politica, ad una rappresentanza più complessiva, cioè comunitaria e a forze politiche che di muovano in una logica inclusiva e non élitaria. Intanto, per tornare alla legge elettorale, il rinvio chiarisce un punto importante e cioè che la legislatura, giungerà al suo temine , nonostante i tentativi di interromperla. Certo un incidente di percorso può sempre capitare, ma le parole di Mattarella a Bloomberg: “la scadenza naturale della legislatura è fine febbraio … non vedo segnali di scioglimento anticipato”, costituiscono il pacato , ma fermo, punto di vista di chi costituzionalmente è il vero decisore. Il Capo dello Stato ha anche auspicato che si approvi “una legge elettorale che armonizzi il sistema per le due Camere”. Questa di Mattarella appare una considerazione realistica. Gli ostacoli sono evidenti : il percorso della legge coinciderà con la discussione sulla legge di Bilancio. Ambedue potrebbe svolgersi a partire dai due diversi rami del Parlamento, con l’impegno di evitare reciproche ripercussioni. Ma si incrociano posizioni differenti : Renzi alla fin fine vorrebbe lasciare le cose come stanno, cioè con le leggi uscite dalla Consulta ; Prodi suggerisce il maggioritario per riprendere la strada delle alleanze a sinistra ; Berlusconi preferisce il “tedesco” perché vuole evitare il condizionamento di Salvini . E’ auspicabile un punto di incontro perché una legge elettorale va approvata, sia per offrire agli elettori regole certe ed omogenee, sia per evitare di compiere passi ulteriori verso una crisi sistemica. L’approvazione della legge elettorale è un obbligo politico inderogabile. L’incontro o l’accordo dovrebbe comportare, comunque, alcuni elementi irrinunciabili: soprattutto la scelta degli eletti da parte degli elettori, una sostanziale corrispondenza tra voti e rappresentanza parlamentare, una riduzione della frammentazione. E’ possibile prevedere qualche elemento che incentivi la governabilità senza stravolgere la rappresentanza. Soprattutto una legge non dettata dalle strategie di parte , che responsabilizzi i partiti, alla cui capacità di agire nell’interesse generale rimane, comunque, affidata la governabilità. Anche nei sistemi ampiamente maggioritari può accadere – come si è verificato con le ultime elezioni in G. B – che si giunga alla necessità di un accordo per formare il governo. Responsabilizzare la politica. Si può anche non condividere del tutto l’editoriale di Galli della Loggia sul Corriere della Sera di domenica 2 luglio , ma alla “desertificazione politica” che è un dato reale , va posto rimedio con decisioni e leggi nell’interesse del Paese.



05/2017 [stampa]

FONTANA SU RENZI PIU’ CHE UN FONDO UN AFFONDO
L’Editoriale del Direttore del Corriere della Sera di domenica 14 maggio scritto senza giri di parole e con durezza inusitata, mette un punto sulla vicenda suscitata dalle affermazioni contenute sul libro di De Bortoli ( “Poteri forti o quasi” ) a proposito degli interventi dell’allora Ministro per le riforme, Maria Elena Boschi, sull’amministratore delegato di Unicredit Ghizzoni per salvare la Banca Etruria ai cui vertici si trovava il padre. “La ministra non ha alcun titolo per occuparsi della vicenda, anzi ha un ostacolo insormontabile : suo padre è il vicepresidente della banca. Il conflitto di interessi è evidente”. Questa affermazione taglia la strada alle ardite argomentazioni messe in atto, per alleggerire la posizione dell’ex ministra, da parte del ministro Del Rio , da giornalisti fiancheggiatori o dallo stesso Renzi intervistato da un “foglio” rimasto a difendere il “rottamatore” con un fideismo degno di miglior causa. Fontana , poi, ricorda l’episodio delle minacce delle scorta di Renzi al giornalista del Corriere reo di aver alloggiato nello stesso albergo del Presidente e , soprattutto definisce “la vicenda delle banche toscane” , “un capitolo oscuro” ; “intorno al salvataggi si mossero personaggi con un passato non raccomandabile “ , “interessi strani “ e così via. Ma il punto più significativo dell’intero articolo di fondo è quando il direttore spiega che , secondo lui, “l’ex premier non ha ancora ‘elaborato’ la sconfitta referendaria , è tornato sulla scena , dopo la vittoria delle primarie, come se nulla fosse accaduto”. Questo editoriale del Corriere smonta completamente il tentativo del neo segretario di far apparire come sufficiente il plebiscito delle primarie come condizione per il suo rilancio politico . Non ci può essere un futuro politico per chi rifiuta di fare i conti con i propri errori e sconfitte. E’ una illusione, sciocca e arrogante. In secondo luogo è un evidente segnale di un distacco di un elemento importante di opinione e di un establishment – parzialmente ancora presente nelle proprietà, ma sostanziale - nei riguardi della politica renziana. Fontana si diverta anche a spegnerne in anticipo le vanitose speranze di apparire , sull’onda del successo francese, come il “Macron italiano”. “Di Macron per il momento non se ne vedono in circolazione”, sono le parole con le quali chiude il suo “affondo”. PIETRO GIUBILO



04/2017 [stampa]

USA : RITORNO ALLA POLITICA DEL GROSSO BASTONE ?
Theodore Roosevelt che fu presidente degli Stati Uniti dal 1901 al 1909 è passato alla storia anche perché fautore di una politica di espansione in America Latina, con una linea strategica che venne condensata in una celebre frase: “Parla con gentilezza e portati dietro un grosso bastone”. Questa fu una espressione effettivamente scritta dal futuro presidente, allora governatore di New York, contenuta in una lettera del 26 gennaio del 1900 che Roosevelt affermava essere un proverbio africano . Era il tempo della cosiddetta “diplomazia delle cannoniere”; si trattava , come lui stesso definì la sua politica, “l’esercizio di una previdenza intelligente e di un’azione decisiva , sufficientemente in anticipo rispetto a qualunque crisi”. Ovviamente, Roosevelt fu insignito nel 1906 del Premio nobel per la Pace. In pochi giorni Donald Trump,a cui è poco confacente il “parlare con gentilezza”, ha svolto interventi militari mirati su due scenari di guerra : il lancio dei missili Tomahawk sulla base militare siriana di Shayrat e l’uso della “più potente bomba non nucleare” nel distretto di Achin in una provincia afgana per colpire tunnel usati dall’Isis. Nei giorni successivi , al fine di intervenire in senso deterrente nei riguardi delle sperimentazioni nucleari e missilistiche della Corea del Nord, il Presidente Usa, ha diretto verso la penisola coreana , la flotta di portaerei Carl Vinson, classe Nimitz a propulsione nucleare. Nella prima decade di aprile le autorità militari americane hanno inviato a 150 mila riservisti delle lettere con un preavviso di mobilitazione al fine di poter disporre di tale forza entro un paio di settimane. Queste iniziative hanno fatto risalire l’indice di gradimento del nuovo presidente dal 42 per cento a cui era scivolato , al 50 per cento. Evidentemente queste prove di forza, costituiscono un ingrediente necessario per assicurarsi il consenso dell’opinione pubblica statunitense , però rappresentano anche un terreno minato, in quanto, sia in Siria, dove non solo l’alleanza tra quel paese e la Russia, ma la stessa connessione dei relativi strumenti militari potrebbe far scattare una fase di conflitto non circoscrivibile, così come le “provocazioni” del regime di Pyongyang potrebbero diventare non facilmente controllabili. Trump sembra intenzionato a percorrere , a livello internazionale, una politica di forza, una “diplomazia dei missili” riecheggiando la strategia del vecchio Theodore. Più in generale, stiamo assistendo da anni al crollo della diplomazia come prima arma contro l’evoluzione delle crisi internazionali e come antidoto alla guerra. In un recente saggio ( Un nuovo mondo, Guerini e Associati, Milano 2017 ) Giulio Sapelli ha scritto che “il crollo della diplomazia internazionale è dinnanzi agli occhi di tutti”. “ Al kissingerismo – ha precisato il professore della statale di Milano - non si è sostituito nulla e il futuro, nell’assenza di diplomazia professionale ad alto livello in ogni dove , è divenuto veramente denso di nubi , di violenza e di ipocrisia”. Questa assenza si è manifestata soprattutto , scrive Sapelli, nel “plesso più delicato della storia europea: quella cerniera terribile che va dai Balcani alla Crimea che è sempre stato il fronte frastagliato, impervio e disgregato contro cui si sono infrante le ondate ottomane, zariste e poi austro-ungariche, bolsceviche, naziste, senza mai trovare un momento secolare e non solo decennale di stabilità”. Oltretutto, rispetto alla storia più o meno recente questo plesso “si incardina altresì con il millenario scisma islamico che riviene alla luce per le lotte intra-arabe più che intra-islamiche”. Il declino della potenza americana si avverte, appunto, in questa decadenza dell’azione diplomatica. Le aree di frizione o di crisi vengono affrontate in termini di scontro . Alla crisi dell’impero comunista in Europa orientale si è corrisposto con l’avanzamento dei confini della NATO, cioè di una alleanza militare disegnata negli anni ’50 in funzione antisovietica. Le divisioni dell’area mediorientale, di natura politica e religiosa, vedono gli Usa puntare costantemente su Ryad e la dinastia saudita, in funzione di contrasto all’Iran e alla Siria. In Oriente la sollecitazione americana punta sul Giappone e sul Vietnam come cerniera anti Cina, come del resto era lo stesso Trattato TransPacifico, con possibile opzione militare. Questa prospettiva di “contenimento” che Obama ha portato avanti in maniera ancora più evidente rispetto ai suoi predecessori, non essendo suffragata da una visione globale e presentandosi , sostanzialmente, come alternativa ad un ordine mondiale basata sull’equilibrio delle grandi aree, avviata a suo tempo da Kissinger, è destinata a volgere verso rapporti conflittuali, anche di natura militare . Trump potrebbe essere l’esecutore testamentario della politica di Obama e giungere laddove ancora questi non era arrivato, cioè al contenimento militare. Tutto ciò sta avvenendo in questi primi mesi della Presidenza Trump, ove appare evidente l’uso del “bastone” militare, al punto di non essersi fatto scrupoli di aver organizzato il lancio di missili sulla Siria mentre cenava con il premier cinese che, in Consiglio di sicurezza dell’ONU si è sempre opposta alle risoluzioni statunitensi contro Damasco. L’unilateralismo americano, infatti, è del tutto evidente, in particolare sulla vicenda siriana, al punto che perfino Enrico Letta lo ha stigmatizzato e lo stesso generale Angioni, a suo tempo comandante del contingente italiano in Libano, l’ ha definita “un’azione particolarmente imprudente”, provocando una reazione di isterismo giornalistico in Paolo Mieli che ha sciorinato tutta una sequela di elogi ai leder repubblicani guerrafondai come McCain Graham e Rubio, all’ex responsabile della CIA Leon Panetta, noto per aver posto sotto controllo i telefoni dei suoi alleati europei e gli stessi Nicholas Kristof e Hillary Clinton che hanno osannato l’azione bellica di Trump. L’Europa contribuisce al lento ed inesorabile percorso di questa evoluzione della politica internazionale. Lo fa con l’assenza laddove invece si giocano suoi interessi diretti, di natura politica e commerciale, cioè sull’Ucraina e sulla stessa penisola mediorientale. Nel tempo nel quale la guerra sta ripresentandosi come la continuazione della politica con altri mezzi, l’Europa appare rinunciataria della politica. Nel contempo diventa sempre più chiaro il significato di una Unione europea che rinunciò, sin dall’inizio, alla comune politica estera e di difesa , per intraprendere una strada sostanzialmente funzionalista, cioè settoriale, il cui “limite” come scrive sempre Sapelli è quello di “ipotizzare un mondo senza poteri e senza conflitti di potenza tra stati”. PIETRO GIUBILO



03/2017 [stampa]

LA MISURA E’ COLMA
Matteo Renzi si rifiuta di prendere atto del suo fallimento politico. Il 4 dicembre il voto popolare ha decretato l’esito dello scontro referendario per il cui successo era arrivato ad annunciare , in caso di sconfitta, l’abbandono dell’attività politica. Le sue dimissioni dalla guida del governo sono state solo una mossa tattica con l’idea di ritornare presto alle urne e riprendersi il potere. A gennaio la Corte Costituzionale ha affondato la legge elettorale per la cui approvazione l’ex premier aveva chiesto, a suo tempo, il voto di fiducia. A febbraio il suo partito , il Pd, ha subito una scissione che ha visto l’abbandono di tre ex segretari e di oltre 50 parlamentari. Tra la fine di febbraio e i primi giorni di marzo è emersa la conferma della notizia che il nucleo più vicino del suo “giglio magico”, è sottoposto ad una indagine giudiziaria devastante, legata all’appalto più consistente che si stava per svolgere in Italia: la fornitura di servizi per 2,7 miliardi di euro. Le pagine dei giornali da molti giorni sono piene di queste cronache tra il politico e il giudiziario : dalle vicende della scissione, alle intercettazioni ed alla pubblicazione di foto e documenti vari che riguardano la maxi inchiesta delle procure di Roma e Napoli. L’imbarazzo e lo sconcerto sono evidenti. La crisi a cui Renzi ha trascinato il Pd finisce per riverberarsi sulla politica complessiva; il clamore delle inchieste sono tali da scuotere un Paese , già in difficoltà per la condizione economica ed occupazionale e per le difficili trattative con l’Europa . I tre anni del governo Renzi hanno già alle spalle un fallimento clamoroso : quello di aver perso l’aggancio con la ripresa che condizioni eccezionali sul piano internazionale ( disponibilità monetaria – basso costo energetico – diminuzione del valore dell’Euro rispetto al dollaro ) avrebbero dovuto consentire e che, solo per l’Italia, non hanno contribuito ad un rilancio dell’attività economica e dello sviluppo. In questi tre anni , nonostante le “sparate” mediatiche di Renzi, l’Italia ha continuato ad allontanarsi dall’Europa, perdendo punti rispetto a tutti gli altri Paesi, esclusa la Grecia che è in condizione comatosa. Coloro che sostengono ancora Renzi e la sua prospettiva politica si stanno riducendo ogni giorno di più. All’interno del suo partito , nonostante la scissione, l’opposizione alla riconferma della sua segreteria cresce ; all’esterno sono sempre di meno quotidiani, giornalisti e opinion makers disposti a scommettere sull’ex premier. A livello internazionale mentre sono note le difficoltà incontrate al tempo del suo governo verso le principali autorità europee e leader politici , la mossa azzardata di scommettere platealmente sulla Clinton per le presidenziali Usa, gli ha tagliato la strada anche per quella “sponda americana” che aveva pur tentato di ottenere . Con la caparbietà e la sfrontatezza che gli sono connaturali, tuttavia, Renzi non accetta tutto questo. Non vede che per molto meno, in termini politici o di inchieste giudiziarie, la storia politica di questi anni, ma anche del più lontano passato, hanno visto crollare o dimettersi altri personaggi, certamente più adeguati e capaci di lui. Questa ostinazione, che sarebbe più corretto definire ottusità, produce effetti che rischiano di minare la strada politica del Paese. Non vi è una ragione politica che giustifichi la permanenza di Renzi come competitore a partire dal Congresso del Pd per finire come candidato premier. E quando non vi sono più ragioni politiche l’unico motivo sarebbe quello di tornare ad occupare un potere che, al momento – ma forse non è già più così – gli verrebbe garantito dal governo-fotocopia di Gentiloni. Si diffondono insicurezza e malessere. Crescono qualunquismo e disprezzo per la politica. Gli unici possibili beneficiari di questa situazione sono i partiti della protesta e dell’antipolitica . Il suo ritorno alla guida del Paese è impossibile. Questa è la ferrea logica della politica. Nel suo partito anche coloro che lo hanno appoggiato ormai cominciano a farsene una ragione. Forse anche quelli che lo hanno scoperto e sostenuto nella “carriera” . PIETRO GIUBILO



02/2017 [stampa]

L’IMPOSSIBILE MISSIONE DI RENZI
“Matteo Renzi entra nella sala del Palacongressi dove si sta svolgendo l’assemblea degli amministratori locali ed è subito standing ovation”, così inizia l’articolo sul Corsera del 29 gennaio di Maria Teresa Meli che, anche dopo la sconfitta al Referendum costituzionale, continua nel faticoso compito di “lucidare” l’ ormai opaca immagine dell’ex Premier. Gli sforzi della giornalista corrono parallelamente al tentativo di Matteo Renzi di sopravvivere alla propria sconfitta politica. E’ vero che le “Repubbliche” sembrano cambiare – dalla prima alla seconda e , poi, la terza sempre in arrivo - ma alla politica appartiene la logica e questa non cambia. Il segretario del PD è uscito sconfitto in tutti i suoi principali obbiettivi politici: dal cambiamento della Costituzione , alla legge elettorale, da alcune delle principali riforme ( pubblica amministrazione, scuola, parte del job act ) fino ai rapporti con l’Europa che è in procinto di aprire una procedura di infrazione. Anche nell’economia siamo il fanalino dell’Europa, abbiamo, cioè, perduto il treno della ripresa, pur con tante condizioni favorevoli. E’ stata una sconfitta politica, cioè non per provvedimenti sbagliati, ma frutto di decisioni e di politiche sbagliate. Con Renzi che ha fatto del leaderismo la sua cifra politica, il leaderismo è finito, seppellito con la sconfitta referendaria sulla riforma e la bocciatura del ballottaggio da parte della Consulta. Eppure Renzi si ostina a voler sopravvivere come leader. Chiama a raccolta gli amministratori, organizza una segreteria che è un comitato elettorale, difende ancora la legge elettorale, afferma che il risultato del referendum è dovuto solo a qualche errore di comunicazione. Sfida il fronte delle opposizioni come un duello personale tra lui e Grillo o tra lui e gli altri. Ora, come dicevamo, la logica, che ancora preside alla politica, dovrebbe condurre, come è sempre accaduto, alla messa da parte del massimo responsabile di una linea politica che ha collezionato solo grandi sconfitte. Anche uomini come De Gasperi e Fanfani non sopravvissero: il primo alla sconfitta elettorale della proposta di legge maggioritaria, il secondo al referendum sul divorzio, perso proprio con un rapporto tra il Si e il No uguale a quello uscito dal voto del 4 dicembre. “ Per evitare il caos serve il 40 per cento e noi sappiamo bene come si fa” ha detto Renzi a Rimini , continuando a riproporre una politica leaderista, non comprendendo che così insistendo su una visone maggioritaria della politica, si candida ad essere escluso da un cambiamento che , sostanzialmente, nei due rami del Parlamento , ormai appare codificato da due leggi uscite dalla Consulta, di impronta proporzionale e che non potranno essere stravolte, ma solo “adattate”. Al Pd non serve più un Segretario perdente che continua a ripetersi sulla strada degli errori e che, oltretutto, vuole accelerare, per “votare al più presto”. Non se lo può permettere. Dopo la sconfitta dovrebbe riallacciare i rapporti interni, ritrovare la strada della sintonia con il territorio e i temi sociali , prepararsi ad una politica di mediazione; essere meno comitato elettorale perdente, ma partito che ricostruisca la sua rappresentanza e che si predisponga ad essere punto di passaggio per qualsiasi soluzione politica che richieda capacità di attrazione e di mediazione. Tutto il contrario di ciò che pensa e tenta di fare Renzi. Nel Paese c’è ormai un passaggio ineludibile che il Pd renziano - e non solo - ha costruito con i suoi errori e con le sue scelte. Renzi ha creduto che contribuendo alla emarginazione giudiziaria e politica di Berlusconi , avrebbe avuto vita più facile con il Movimento 5 Stelle, ma questo non era più bipolarismo che era la condizione necessaria del leaderismo. . L’apprendista stregone ha suscitato delle forze che si sono rivolte contro di lui. Ha eletto Sergio Mattarella, per motivi tutti interni al suo Pd, senza pensare che un vento democristiano si sarebbe reintrodotto nei “palazzi” , vento di proporzionalismo. Molti di quelli che lo hanno affiancato per quell’insana tendenza di salire sul carro del vincitore, conoscono però anche l’opportunità dello scendere e la necessità di cercare una alternativa. Probabilmente Gentiloni dovrà far ricorso a tutta la sua lealtà per turarsi le orecchie alle sirene che ogni giorno di più lo incoraggiano ad una lunga navigazione della sua zattera governativa, nominalmente renziana, ma che vede qualcun’altro ergersi a protezione istituzionale e politica. Presterà attenzione alla pacata saggezza di Mattarella o alle nervose intemperanze di Renzi ? E’ tutto da vedere, ma non sarà semplice per Renzi fermare un governo che ha problemi seri da affrontare e non solo una legge elettorale da armonizzare. Una sorta di improbabile prendere o lasciare . Enrico Rossi , governatore della Toscana che non è solito usare termini duri lo ha definito “pokerista disperato”. Un dato è certo : la missione di Renzi di sopravvivere ai suoi stessi errori appare sempre più una missione impossibile e non saranno gli applausi di una assemblea a salvarlo.



01/2017 [stampa]

IL TERRORISMO IN EUROPA E LA “SEDUZIONE DELLA NOTTE”
Gli ultimi attentati del 2015 e 2016 debbono indurre ad una riflessione un po’ più articolata rispetto a quelle formulate in precedenza. Le azioni di Barcellona del 2004 e quelle di Londra del 2005, che in qualche modo si connettevano con il tragico 11 settembre del 2001 a New York , avevano un carattere “tecnico” , si rivelarono per essere una sorta di “strategia della tensione”, andando a colpire alcuni gangli rappresentativi della organizzazione urbana delle città occidentali. Con Parigi 2015 e l’attacco a Charlie Hebdo nel gennaio e al Bataclan nel novembre , cambia l’obbiettivo dei terroristi. Si attacca il modo di pensare e di divertirsi nelle città europee. Con la strage di Nizza del luglio 2016 e di Berlino al mercatino di Natale a dicembre, si colpisce la vita sociale dei cittadini e dei giovani . Infine anche il Capodanno tragico al Reina Club di Istanbul assume un connotato “sociale”. Il senso da attribuire a questa diversificazione di obbiettivi, rispetto agli inizi dell’azione terrorista, sembra palesarsi nella finalità di fiaccare la tenuta sociale e morale dei paesi occidentali . Un po’ come quando, durante la seconda guerra mondiale, ad un certo punto, i bombardamenti a tappeto operarono per indebolire la resistenza civile . Non si voleva colpire solo la capacità di tenuta militare o tecnica (ferrovie, strade , mezzi di collegamento), ma anche la resistenza e la continuità della vita sociale che , comunque - pur nel corso della guerra - in qualche modo, continuava a svolgersi. Allora, Londra e gli inglesi e le città della Germania e i cittadini tedeschi, continuarono, compattamente, ad aderire alle autorità che governavano e a mantenere una forte saldezza nazionale. Ovviamente è un paragone al limite della riferibilità e, tuttavia, oggi ci si va sempre chiedendo, sugli effetti delle azioni terroristiche, se e quanto esse possano incidere sul morale, la libertà e la tenuta civile delle popolazioni delle nazioni colpite. E ci domandiamo : nazioni che hanno subito l’assalto di concezioni della vita basata sull’edonismo individualista, che hanno visto cancellare il senso della patria, la cui misura di civiltà e quella di un welfare economico e assistenzialista , che vedono sempre più distrutto il cardine dell’istituto familiare, mentre dilaga l’educazione dei figli alla cultura gender; popoli, sradicati dai canoni della legge morale naturale e che si indirizzano sempre più verso una sicurezza tutelata esternamente, anche perché privi di una forte tenuta interiore, quanto sapranno resistere ad un crescendo della insicurezza che le azioni terroristiche distribuiranno nei modi più impensati e imprevedibili ? I riti civili con i quali si risponde alle azioni terroristiche che vedono sfilare capi di governo incupiti e impotenti o i mesti pellegrinaggi nei luoghi delle uccisioni che si riempiono di omaggi floreali, testimoniano più una rassegnazione che non la volontà di difendere la propria identità così subdolamente attaccata. In effetti sembra non esserci più una identità da difendere a di cui andare fieri. E’ questo il punto debole di un Occidente che, come ha scritto Stefano Zecchi, sta subendo “la seduzione della notte”. P. G.



12/2016 [stampa]

ULTIMI SUSSULTI DI UN FALSO LEADER SCONFITTO
Racconta l’ antica saggezza che in politica tutto ti può essere perdonato tranne essere sconfitti . Se, poi, perdi per i tuoi stessi errori e, dopo, tenti malamente di sopravvivere , allora ti giochi anche una possibile “resurrezione” futura. Nella prima repubblica, in presenza di una classe dirigente composta anche di valide personalità , si parlava di “funerali” e di “pasque”. Come dire: se si comprendevano le ragioni di una sconfitta e ci si comportava in conseguenza , si poteva creare - in un futuro, a volte anche prossimo - la possibilità di ritornare da protagonisti sulla scena politica. E gli esempi furono tanti: da Moro a Fanfani, fino a Andreotti . La furbizia non è pari all’intelligenza, l’arroganza non è la stessa cosa della capacità e della duttilità , la logica politica non è sostituibile con proclami e mosse tattiche. Al conosciuto repertorio di sciocchezze dell’uomo di Rignano sull’Arno, dopo il 4 dicembre, se ne stanno aggiungendo di ulteriori . Come ad esempio l’idea di condizionare le scelte di Mattarella nel senso di voler andare alle elezioni senza leggi elettorali coerenti, con una prova di forza proprio nel momento più basso della sua condizione politica. Qualcuno ha affermato che Renzi è stato democristiano. Frequentare l’organizzazione dei boy scout non è proprio la stessa cosa di vivere in un partito e comprendere le sue logiche e farne tesoro di esperienza . Renzi non ha frequentato buone scuole: al massimo è stato all’asilo nido, rispetto, ad esempio, ad un Mattarella che ne ha frequentato l’Università. Questo per dire che , probabilmente, nei ragionamenti del premier c’è illusione che avendo lui indicato il Presidente della Repubblica , lo consideri come uno dei tanti “nominati” dal recinto del “giglio magico”. Pensa quindi di imporgli le elezioni immediate e un governo guidato da un premier “trasparente” come Gentiloni e che salvi tutti i suoi ministri e , in sostanza, lasci le cose come stanno, occupazione del potere compresa, per potergli far gestire i preparativi delle prossime elezioni. Non si sta accorgendo che già qualcosa si muove nel suo stesso entourage. E’del resto evidente che la fedeltà al “capo” , in politica, viene meno nel momento nel quale il “capo” si dimostra non all’altezza della situazione. E se,poi, ha vicino dei “traditori costituzionali” – pensiamo ai tanti bersaniani e dalemiani passati con lui – dovrebbe sapere che le sabbie mobili lo circondano. Qualcuno potrebbe dire che Renzi è già un”morto che cammina” . Forse ormai ha solo “sussulti” . PIETRO GIUBILO



11/2016 [stampa]

LA TENTAZIONE PLEBISCITARIA DI MATTEO RENZI
Man mano che procede la campagna referendaria, siamo a poco meno di un mese dal voto, i toni del premier si fanno sempre più accesi. Invece di tentare di apparire come il più attendibile protagonista di questa corsa referendaria, Matteo Renzi sta scivolando verso una posizione estremista, il cui risultato sarà una più netta divisione e, soprattutto,un arroccamento di posizioni. L’effetto non sembra andare nel verso desiderato. Due editoriali del 7 novembre della catena giornalistica debenedettiana, Giovanni Orsina su La Stampa e Massimo Giannini su La Repubblica – che in passato avevano sostenuto l’ascesa dell’ex sindaco di Firenze – ora prendono le distanze, scrivendo, il primo, che “Renzi si è infilato in una trappola” e, il secondo, che “il premier ha ri-personalizzato la campagna elettorale”. Per quale motivo il premier ha deciso di intraprendere questa strada ? La sua idea ambiziosa, il suo progetto politico appaiono quelli di ottenere il 4 dicembre una vittoria, anche di misura, ma che significhi un “suo” risultato plebiscitario, un “successo” che lo consacri a guidare , nei prossimi anni, il Paese. Tutto è in seconda linea: il cambiamento della Costituzione, la legge elettorale, le possibili coalizioni politiche e così anche il partito , gli alleati, le future elezioni. Nel confronto in televisione, De Mita , alla luce di una capacità di analisi diventata merce rara, aveva colto il senso dell’incedere politico e verbale del uomo di Rignano sull’Arno : la storia d’Italia comincia con Renzi, tutto ciò che l’ha preceduto è stato incapacità e fallimento. Un caso di megalomania politica. Questa “tentazione “ referendaria non è la prima a cui abbiamo assistito nella storia repubblicana. Anche Amintore Fanfani prendendo nel 1974 la guida della campagna referendaria – nella freddezza di gran parte del suo partito - per il Si all’abrogazione della legge sul divorzio, pensò di costruire non una “diga” elettorale coerente con la posizione cattolica, ma un fronte politico che lo consacrasse leader di un aggregato politico elettorale che andasse oltre la stessa DC che aveva mostrato troppa riluttanza a seguirlo . Anche Berlusconi, non in occasioni referendarie, ma con leggi elettorali ad hoc, indirizzò il Paese verso il bipolarismo, tentando la sua partita plebiscitaria, ma gli alleati con i quali costruì la coalizione, gli frantumarono il successo, peraltro, solo temporaneamente conseguito. Insomma, la storia d’Italia presenta momenti nei quali qualche leader imboccala strada del tentativo plebiscitario. Tentativi più o meno nobili. Fanfani sbagliò il terreno di gioco. In fondo, proprio in quegli anni, ed anche prima, i cattolici si erano andati adattando alla “rivoluzione laicista” per accettare – sulle sollecitazioni teologiche ed ecclesiali del Concilio Vaticano – che la coerenza cattolica divenisse un dato personale e non normativo. Lo sforzo assai personalizzato di Berlusconi dovette fare i conti con una debolezza culturale e, soprattutto, con una parte del suo fronte, formato da un magma politico rappresentato dagli scarti della prima repubblica , più portati all’interesse personale che a un disegno politico. Matteo Renzi ha scelto un terreno importante quello della Costituzione, ma che poco si presta ad un uso personale poiché essa deve contenere le regole di gioco per tutti. La Costituzione è per l’Italia e non può essere posta al servizio delle ambizioni di un leader benché abile, ma troppo dimensionato su se stesso. E darebbe ragione a chi l’ha definita “una riforma criccaiola”. E l’Italia è un paese plurale . Ne sanno qualcosa coloro che fecero il Risorgimento. La difficile cucitura del Paese si protrasse fino alla prima guerra mondiale ed oltre. Un Paese che chiede atteggiamenti inclusivi e non separatisti, strategie ampie e non conflitti da cortile, culture politiche fondate sulla sua storia e non spicci messaggi mediatici. Alla Leopolda il premier ha aizzato la sua corte contro la minoranza di un partito che non era neppure indicato nelle slide e nella cartellonistica della stazione fiorentina, provocando il grido “fuori, fuori”. In nessun convegno di partito , anche nel tempo delle divisioni correntizie, si era mai arrivati a tanto. Non è la strada che porta al tanto desiderato successo plebiscitario. PIETRO GIUBILO



10/2016 [stampa]

IL FLOP DI SANTORO CONFERMA LA “MALATTIA” DELLA SINISTRA
Riportiamo da una nota di Affari Italiani: “Il ritorno di Michele Santoro in Rai è un flop. Italia, in onda sulla seconda rete, ha interessato infatti solo 1.771.000 spettatori pari all’8.1% di share. Su Rai1 Un Fidanzato per mia Moglie ha conquistato 2.663.000 spettatori pari al 10.9% di share, mentre su Canale 5 Rimbocchiamoci le Maniche ha raccolto davanti al video 3.180.000 spettatori pari al 14.2% di share. Su Italia 1 Bring the Noise ha intrattenuto 1.307.000 spettatori (6.1%). Su Rai3 Chi l’ha visto? ha raccolto davanti al video 2.526.000 spettatori pari ad uno share del 12.4%. Su Rete4 Gangster Squad totalizza un a.m. di 857.000 spettatori con il 3.8% di share. Su La7 La Gabbi Open ha registrato 625.000 spettatori con uno share del 3.3%. Su TV8 Angeli e Demoni è stato visto da 1.133.000 spettatori con il 5.1% di share. Su Nove Top Chef Italia ha incuriosito 334.000 spettatori (1.3%)”. Se trasmissioni come “Un fidanzato per mia moglie “ e “Rimbocchiamoci le maniche”hanno ottenuto un audience molto più ampia, allora possiamo dire che è definitivamente tramontato l’appeal di quello che è stato il giornalista televisivo di sinistra più noto e seguito . La sua era una linea giornalistica a tesi e fondata sul giustizialismo . ricordate la domanda dopo l’uccisione di Salvo Lima: “ E’contento che hanno ammazzato Lima ? “. Era il paladino dei girotondi, del “popolo viola” , dei “monetisti” che aspettarono Craxi all’uscita del Rafael o di quelli che insultarono Berlusconi quando si recò al Quirinale per dare le dimissioni e rimettere il mandato da Premier. Questo nucleo di “intransigenti” di sinistra che alimentarono, dopo la fine della prima repubblica, una sorta di guerra civile fredda e che il post PCI non ebbe mai la forza di isolare, sono scomparsi come fenomeno politico. Non hanno mai avuto una adesione di massa, ma rappresentavano un aspetto costante dell’”anima comunista”. Fondavano la loro azione su di un moralismo che Berlinguer aveva immesso nel dna del PCI, un moralismo che era al di sopra del programma sociale. In una certa misura ci provò ad emarginarli Massimo D’Alema; gli si oppose il “popolo dei fax”, vezzeggiato da Veltroni, e amplificato da quella stampa padronale che sempre ha tentato di ridimensionare il “leader maximo” in quanto non riconducibile ai suoi orizzonti e interessi. In fondo quel fenomeno era destinato ad infiacchire la forza politica del partito post comunista che, poi , è stata la vera causa dell’emergere del renzismo. Il PD è diventato per l’azione congiunta degli “intransigenti” e per la perdita della sua autonomia politica , una prateria degli interessi forti che si sono divertiti ad allevare e a far emergere il “maleducato di talento”che, a sua volta, ha sterilizzato quel popolo di “idioti” . Santoro è sostanzialmente rimasto senza “popolo” e senza ruolo e il ritorno in televisione esprime una mesta conferma di un definitivo viale del tramonto .



09/2016 [stampa]

QUANTO PESANO LE BUGIE IN POLITICA
Lealtà, fedeltà, amicizia: sono virtù fondamentali nei rapporti umani. Quanto pesano,invece, le bugie nelle relazioni sociali e soprattutto in politica? Aver negato la verità costò l'impeachment a Richard Nixon presidente degli Stati Uniti. In questo 2016 che si concluderà con l'elezione del successore di Barack Obama , la corsa alla casa Bianca è stata caratterizzata da accesi scontri verbali, da colpi bassi, da contrastanti visioni politiche. La vera sorpresa è arrivata in una giornata particolare per l'America: l'11 settembre, quindicesimo anniversario del crollo delle Torri gemelle a New York ad opera dei terroristi di Bin Laden. Durante la cerimonia la candidata alla presidenza Hillary Clinton ha avvertito un malore, si è fatto portare a casa della figlia Chelsea e dopo 45 minuti è uscita in strada per dire “ sto benissimo”. Non era vero. Lo staff non aveva comunicato subito che era andata via prima del discorso di Obama né che aveva avuto un malore. Solo 6 ore dopo lo staff personale ha rilevato che Hillary aveva la polmonite e che si stava curando con gli antibiotici. Normale sentirsi male. Non è normale per chi è ad un passo dalla Presidenza. E' scoppiato un caso. Sono stati avanzati dubbi sullo stato di salute dell'ex Segretario di Stato e first lady. Quale sarà l'impatto sugli umori elettorali degli americani? Il primo punto è che vorranno sapere con chiarezza le reali condizioni di salute, partendo dall'episodio del 2012 quando Hillary dopo una caduta riportò un danno cerebrale con la formazione di un grumo di sangue. Di fronte al malore dell'11 settembre Hillary ha avuto paura di scoprirsi debole. Voleva proteggersi dall'accusa di non avere un fisico integro. Nell'epoca degli eventi in diretta non poteva, oltre il lecito, tacere quello che tutti avevano visto. Il video in cui Hillary non si regge in piedi è stato immesso in rete e visto da milioni di utenti in tutto il mondo. Il timore che non le avrebbero perdonato di aver mentito l'ha portata a confessare che era stata malata seriamente da giorni. E con uno sforzo eccezionale dopo alcuni giorni è ricomparsa in pubblico. Le bugie sul sexy-gate della Sala ovale per poco non mettevano in pericolo la presidenza del marito Bill Clinton. Anche il Repubblicano Donald Trump dice bugie su molti temi durante la campagna elettorale. Ma a differenza di Hillary Trump dice cose che gli elettorali gradiscono sentirsi dire. Prima del 6 novembre allora Hillary dovrà dimostrare di essere una donna in forma, che i suoi malanni sono passeggeri. Sulla campagna del candidato democratico è caduto un macigno: la polmonite dopo i problemi della vista, la trombosi e la commozione cerebrale di 4 anni fa, i non ricordo durante la testimonianza davanti al Congresso sulle email segrete rese note dall'Fbi. Hillary Clinton con i suoi continui tentativi di nascondere i fatti alimenta quell'irritazione dell'opinione pubblica nei confronti dei politici tradizionali, cinici e bugiardi che sta cambiando in profondità l'umore degli elettori americani. Il populismo è arrivato anche in America. Sergio Menicucci



09/2016 [stampa]

RENZI: A BRATISLAVA E’ FINITA LA COMPARSATA DI VENTOTENE
Non si sono ancora spente le luci che il 22 agosto a Ventotene avevano illuminato la scena di una apparente Europa a tre, celebrata dalla nostrana stampa fiancheggiatrice, che a Bratislava – vero vertice europeo – si riconferma la realtà dell’asse franco-tedesco. Sergio Romano sul Corsera del 18 settembre, per fare chiarezza, ripercorre i fatti più significativi che dal trattato tra De Gaulle e Adenauer firmato all’Eliseo il 22 gennaio 1963 hanno caratterizzato i rapporti tra i due Paesi e il relativo contesto internazionale. Francia e Germania si sono sempre reciprocamente sostenuti e qualche volta hanno condiviso un distinguo rispetto alla politica americana. Hanno stemperato anche quei motivi di attrito che si potevano affacciare, ritenendo la questione del positivo rapporto delle loro politiche estere, più importante rispetto alle opportunità che poteva nascere da distinzioni contingenti. Assistiamo invece ad una Italia ove la politica estera condotta da Renzi appare improntata a velleità e furbizie. Velleitaria è stata la imposizione di ottenere la nomina della Mogherini , come se il suo conseguimento ci avrebbe proiettato Alla guida sostanziale della diplomazia europea. Furberie, poi, sono state le mosse tattiche: una volta spostandosi verso Londra, un’altra distinguendosi e poi appiattendosi su Washington; aprendo polemiche futili sugli uffici di Bruxelles e poi sull’ esclusivismo della Merkel; occhieggiando, infine, sulla base di una logorata affinità “socialista”, con Hollande, ma poi mostrandosi poco affidabile dopo gli attentati parigini. Disertare la conferenza stampa, rappresenta un vero autogol. Come ha concluso l’ex ambasciatore , se Renzi “avesse voluto contribuire al declino dell’asse franco-tedesco avrebbe dovuto, in linea con le iniziative prese nel corso dell’estate , partecipare alla conferenza stampa di Merkel e Hollande”. Forse questa spocchiosa dimostrazione di inadeguatezza , però , rappresenta un tentativo di mostrarsi risoluto verso l’Europa , per recuperare consensi ad un referendum che, proprio per trovare quanti più espedienti possibili, giorno per giorno, slitta verso le fredde giornate invernali. Una ultima osservazione . Renzi ritiene che l’Europa dovrebbe concedere più flessibilità in ragione delle riforme approvate e, nello stesso tempo, realizzare una distribuzione più equilibrata degli immigrati che godono della protezione internazionale. Sono i motivi della levata di scudi del premier. Si tratta di due richieste che però si scontrano con la realtà. C’è un punto centrale che rende inefficaci le richieste di Renzi per una attenuazione di quelle che definisce essere le regole di austerità che ,ispirate da Berlino, caratterizzano la politica europea. I margini di manovra già concessi al nostro Paese, che vede continuamente aumentare il suo debito, non sono stati utilizzati per una reale riduzione fiscale, né per rimettere in moto gli investimenti pubblici. Sono state invece date solo mance elettorali. Sull’immigrazione poi, da anni l’Italia è considerata un paese di passaggio che ha riversato sugli altri paesi le ondate immigratorie giunte da noi, per cui i nostri vicini confinanti hanno dovuto allestire misure di salvaguardia alle frontiere. Il “riequilibrio” ce lo siamo realizzato per conto nostro, mentre il rapporto tra popolazione e immigrati è salito negli altri paesi europei a livelli più elevati del nostro. A Bratislava si è raggiunto un punto di non ritorno della politica estera renziana. Al di là delle gaffe o dei velleitarismi del premier , probabilmente, le capitale europee che contano di più, leggono un difficile futuro del governo di fronte alla prove che lo attendono e la incapacità di riprendere il cammino per lo sviluppo, come le dure stime economiche dimostrano.



07/2016 [stampa]

A DACCA E A NIZZA ANCORA ITALIANI UCCISI DALLA JIHAD
Gli italiani vivono nella globalizzazione. Le azioni terroriste, ispirate dalla riedizione della Jihad, agiscono ovunque, assumendo - anche loro – una strategia globale. Nel giro di pochi giorni, con differenti modalità e organizzazioni, numerosi italiani sono stati uccisi dal terrorismo. Destano particolare disagio e commozione sia le uccisioni degli imprenditori che si erano recati in un Paese lontano per avviare attività economiche insieme alla loro proverbiale capacità di iniziativa , sia i drammi delle famiglie – soprattutto i bambini – che dal Lungomare di Nizza avevano assistito ai fuochi di artificio di una festa importante della Francia. Nella Capitale del Bangladesh e nella riviera francese la vita di numerosi uomini, donne e bambini è stata travolta da terroristi che, apparentemente, non hanno nulla in comune tra di loro . L’arresto di un professore universitario che a Dacca avrebbe ispirato e organizzato l’uccisione degli imprenditori italiani, eseguito da giovani, alcuni dei quali studenti universitari, confermerebbe quindi una componente terroristica allevata a livelli non bassi della comunità locale e , comunque, in un assetto di gruppo. La strage del guidatore di camion a Nizza, di livello sociale diverso, apparentemente isolato, ma che , in un comunicato, ha visto la conferma come aderente alla Jihad, presenta aspetti diversi, una sorta di parcellizzazione e personalizzazione delle modalità organizzative del terrorismo. Si può affermare con assoluta certezza che tra i due eventi non esiste alcun collegamento organizzativo. Non siamo in presenza neppure di quella “rete” che Osama bin Laden aveva messo su e che aveva operato in situazioni e località assai differenti e che una interpretazione ufficiale la lega al più grande evento terroristico avvenuto nella storia , l’attentato alle Torri Gemelli di New York, l’11 settembre del 2001. Questa casualità dell’azione terroristica non legata ad una “rete” rappresenta una anomalia storica. Nessuna azione politica rivoluzionaria , nessuna iniziativa cruenta legata ad ideologie ha mai avuto una caratteristica così particolare . Anche l’attività anarchica aveva comunque una sua modalità organizzativa , fondata spesso sull’iniziativa individuale, tuttavia in presenza di un disegno eversivo, spesso utilizzato da altre organizzazione internazionali per provocare eventi ancor più importanti e drammatici. Cosa muove un gruppo di studenti di livello sociale elevato e un tunisino giunto in Francia e privo ancora di radici sociali a scegliere di uccidere indiscriminatamente persone assolutamente prive di qualsiasi motivo per essere oggetto di un’azione così delittuosa ? Tutti i protagonisti di queste azioni terroristiche rispondono ad un richiamo che da qualche anno invita i mussulmani – soprattutto alcune particolari esperienze di tale religiosità – ad una guerra contro l’occidente cristiano ed anche ebraico , ma l’accento sembra essere soprattutto sul primo aspetto. L’invito alla Jihad – alla guerra santa – corre, attraverso media ufficiali e non, giornali e internet, proclami e appelli , predicazioni e letture del Corano ed arriva a tutti . Alcuni , per motivi che appartengono alla loro dimensione interna od alla disponibilità ad essere inquadrati in piccole organizzazioni, scendono in guerra con qualsiasi mezzo : armi da fuoco o coltelli, attentati con sistemi sofisticati o meno, camion o auto bomba. Ci sono alcune parole che sono ripetute in ogni circostanza e cioè che Allah è grande e che le “vittime” devono pagare. Sicuramente vedremo incrementare i sistemi di sicurezza e le possibili forme di prevenzione e di intelligence , ma - come viene ripetutamente dichiarato – non vi potrà mai essere alcuna sicurezza totale , perché di fronte a questo tipo di terrorismo non esiste una difesa assoluta. La questione che non si vuole dire , ma che rappresenta la reale origine di queste imprevedibili azioni delittuose è la Jihad . Può sembrare una banalità, ma comporta il significato che è con questa guerra che l’Occidente colpito si deve misurare . Anche se molti rifiutano questa verità essa trascinerà gli eventi fino al punto di render palese questa dimensione di scontro . E’ bene che se ne abbia consapevolezza, facendola finita con le interpretazioni sociologiche ed il fragile ed illusorio multiculturalismo . Ancora rispetto ai “luoghi “ privilegiati della proclamata “guerra santa” – le aree sunnite ed alcune letture particolari – c’è in Occidente timidezza e divisione. Timidezza e divisione che intanto bisognerebbe cominciare a superare . Nessuno è più al sicuro, anche il nostro Paese, i cittadini italiani, che in un passato non troppo lontano avevano goduto di una sorta di “protettorato”, sono adesso bersaglio. Prendiamone atto. PIETRO GIUBILO



06/2016 [stampa]

BENIGNI : RENZI TI VOGLIO BENE. LA PARABOLA DI UN GIULLARE ALLA CORTE DEL PREMIER
Roberto Benigni, dopo quasi quaranta anni dal film del 1977, con la regia di Bertolucci, che non ebbe alcun successo di pubblico, che mostrava, anche nel titolo, la sua devozione ad un segretario comunista ( “Berlinguer ti voglio bene” ), è tornato ad esternarsi nuovamente per un altro , questa volta post comunista. E’ riuscito, pur di accontentare Renzi, a contraddirsi nello stesso giorno. Infatti, il 2 giugno , mentre andava in replica su Rai 1 la trasmissione del dicembre 2012 “la più bella del mondo” - uno sgangherato e banale inno alla Costituzione, evento che meriterebbe argomenti e parole più adeguate - su Repubblica , a cura di Ezio Mauro usciva una intervista nella quale il noto comico affermava che “con il cuore” avrebbe scelto il no al referendum, ma ”con la mente”, aggiungeva, voterà si. Un accostamento casuale ? Uno spot per il si al referendum, in una campagna anticipata, con astuzia, dal premier ? Non siamo in grado di sapere se l’intervista sia stata in funzione della trasmissione ( a proposito la replica della performance di Benigni quanto ci è costata ? ) o il contrario , ma l’occupazione della Rai da parte del governo si collega bene con l’allargamento dell’impero mediatico del gruppo di De Benedetti e il suo sostegno a Renzi . Benigni è tutto e il contrario di tutto. Da Berlinguer a Renzi, dimostrando di essere compatibile con l’uno e con l’altro , segue con coerenza la vocazione al potere della sinistra. Come si sa il potere ha avuto sempre i suoi giullari, gente di spettacolo, buffoni di corte, guitti pronti a recitare qualsiasi cosa pur di accontentare il “sovrano”. Un “sovrano” che occupa l’informazione pubblica nominando l’amministratore delegato della RAI facendo addirittura rimpiangere la deprecata lottizzazione della prima repubblica. E “mamma” RAI sa essere generosa nei contratti per i professionisti dello spettacolo . Anche questa disinvolta capriola del più noto giullare della sinistra, dimostra come il renzismo si presenti, sempre di più, con l’ambizione di essere un regime che occupa il potere con intenti molto chiari e mette le mani sull’informazione che , invece, avrebbe la funzione, in uno stato democratico , di dar voce alle critiche ed alle insoddisfazioni. E la “corte“ segue il ”sovrano”. E la Costituzione più bella del mondo diventa modificabile. Ed anche i comici diventano costituzionalisti. Senza arrossire per una vergogna che non conoscono. PIETRO GIUBILO



05/2016 [stampa]

LA FINTA OPPOSIZIONE DELL’ONOREVOLE DI MAIO
Non colgono di sorpresa le dichiarazioni dell’on. Di Maio, esponente di spicco dei 5 stelle. A proposito del referendum confermativo di ottobre ha dichiarato testualmente: “ Se dovesse vincere il no , il Presidente della Repubblica avrà un ruolo fondamentale . non voglio tirarlo per la giacca ma il suo sarà un ruolo importante”. In altra parte della sue recenti esternazioni ha detto che non necessariamente Renzi dovrebbe dimettersi. Cerchiamo di seguire un filo di ragionamento. Avendo il governo mutato la procedura di approvazione delle riforme costituzionali, che inizialmente prevedevano la commissione affari costituzionali del Senato come punto centrale della elaborazione dei progetti di riforma, presentando un disegno di legge costituzionale che reca le firme di Renzi e della Boschi sul quale si sono svolti i lavori, fino alla proposizione del voto di fiducia, è evidente che una sconfitta al referendum comporterebbe necessariamente le dimissioni del governo. Il premier, d’altro canto, ha poi avuto modo di esplicitare questa ipotesi, addirittura , dicendo che abbandonerebbe la politica, seguita da analoghe dichiarazioni del ministro Boschi. L’opposizione parlamentare non può arzigogolare per ridurre la portata del significato politico della vittoria del No , cioè della sconfitta che il governo subirebbe, ammessa in ipotesi dallo stesso Renzi . Il richiamo ad un ruolo del Capo dello Stato nel caso si verificassero queste condizioni, appare non solo pleonastico, ma sembra, soprattutto, lasciare uno spazio alla conservazione dell’attuale compagine governativa. Quando Renzi ha posto l’ipotesi di eventuali dimissioni nel caso della prevalenza del No ha tentato una forzatura nei riguardi di quegli ambienti che da una crisi di governo paventerebbero gravi problemi al Paese o ai loro interessi. Ha tentato cioè di stringere intorno a lui anche chi, pur non convivendo la riforma costituzionale, sarebbe preoccupato da una crisi di governo dagli esiti, probabilmente, di ricorso alle urne, con una confusa situazione per riguardo ai differenti metodi elettorali per le due Camere. Per la verità si tratterebbe di una conseguenza politica inevitabile se si pensa che, per molto meno, D’Alema, a suo tempo, avendo perso in alcune regioni le elezioni, decise di dimettersi da Presidente del consiglio. Di Maio appare , come dire, molto istituzionale; inaspettatamente e incredibilmente rispettoso di procedure e competenze; insomma il M5s scopre di essere il partito più rigoroso e deferente verso Mattarella. Siamo di fronte alla trasformazione di un movimento che dal vaffa day diventa difensore della Costituzione ? Ci appare poco credibile. Anche questa presa di posizione mostra a nostro avviso come il movimento grillino stia per avviarsi nella parte discendente della sua parabola politica. Del resto la spinta protestataria, l’assenza di una cultura fondante, la dinamica organizzativa via internet , presentano aspetti che mentre inizialmente facilitano il consenso, poi, difficilmente ,nel lungo tempo, lo fidelizzano. PIETRO GIUBILO



05/2016 [stampa]

PIGI BATTISTA DENUNCIA IL REGIME SPOCCHIOSO E ILLIBERALE DEL “DUCETTO”
Relegata dal direttore a pagina 33, a fianco della storica rubrica di corrispondenza con i lettori di Sergio Romano e prima delle pagine sportive, leggiamo una nota coraggiosa e impeccabile di Pigi Battista sulla programmata soppressione della trasmissione “Virus” e il previsto allontanamento di Massimo Giannini da “Ballarò”. Quella di Battista è una denuncia grave che affronta la questione dell’”occupazione di Viale Mazzini “ che, scrive, “ha continuato ad essere lo sport più praticato a Palazzo Chigi” e che , per contro, evidenzia il silenzio di quella nota compagnia di giro di intellettuali e giornalisti che potrebbero essere definiti come i “professionisti della libera opinione”, che vivacchiano all’ombra dei ricchi circuiti del potere mediatico, pronti a denunciare solo quello che confà alle loro non originali idee politiche o agli interessi dei loro datori di lavoro. Pigi Battista, invece, scrive senza esitazioni: “Si impone … come inevitabile corollario della smania occupatrice della Rai la tentazione del silenziatore sui programmi non allineati , come sempre , come prima, come tutti gli altri predecessori”. E precisa: “ si alimenta intorno a Massimo Giannini l’irritazione del governo per la sua conduzione di’ Ballarò’ “. Su “Virus” è ancora più esplicito: “ Si licenzia via intervista , senza nemmeno un atto formale , un conduttore come Nicola Porro , che con “ Virus” ha dato espressione all’unica trasmissione politica di stampo ‘liberale’ “. In conclusione, emerge nello scritto del giornalista, sempre intelligente, l’azione omologatrice della attuale conduzione renziana della Rai: “Via quello troppo ‘di sinistra’, via quello troppo ‘di destra’ “. E qui si aspre una questione che Battista appena accenna, ma che è la vera questione che riguarda il cosiddetto servizio pubblico : la “privatizzazione della Rai” . Perché siamo ormai giunti di fronte a quell’aspetto che distingue il “servizio pubblico” dal “regime”, poiché il pagamento delle tasse che i cittadini sono costretti a versare deve essere legittimo, comprensibile e giustificabile anche se “non desiderano guardare i programmi della tv di stato”, altrimenti è “regime”. Non è servizio pubblico se non è assicurata una pluralità di opinioni. Non è servizio pubblico se non c’è indipendenza dal governo, anzi prevale la “smania occupatrice”. Non è servizio pubblico se si avvantaggia questa Rai rispetto ai concorrenti privati, con una vera e propria tassa. Non è servizio pubblico se non c’è uno spessore culturale e informativo, realmente adeguato e che abbia un carattere di servizio al cittadino e non di ossequio al potere governativo. Per tutto quello che, ancora una volta, sta accadendo in Rai, uno solo può essere l’auspicabile esito : la privatizzazione della Rai . Si è ormai dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che siamo alla televisione di regime, consegnando al governo , come si è fatto con la riforma di Renzi , l’indicazione dell’ amministratore delegato .E ce lo dimostrano gli effetti : via quelli che danno fastidio al governo . La sinistra è arrivata tardi e male al compimento della sua egemonia che, però, sta traducendo in un surrogato di regime, trovando il suo “uomo della provvidenza”– non a caso – in Toscana, terreno fertile per le filiazioni inglesizzanti. Certo, nella dimensione consentita dai tempi attuali .A Firenze, ci dicono, Renzi viene chiamato “il ducetto del contado”. PIETRO GIUBILO



04/2016 [stampa]

TIRA UNA BRUTTA ARIA …
Sarebbe superficiale e miope ritenere che le parole pronunciate dal Presidente della Associazione Nazionale Magistrati, il giudice Piercamillo Davigo, siano il frutto di una visione personale del rapporto tra magistratura e politica e di una valutazione negativa da parte di una personalità che, avendo fatto parte del pool di Milano, conservi sui politici un atteggiamento pessimista . In fondo Davigo è stato il componente di quel gruppo di magistrati meno esposto alla tentazione mediatica e mai desideroso di prospettarsi una carriera politica, tanto è vero che nell’intervista ribadisce una sua convinzione : “secondo me i magistrati non dovrebbero mai fare politica”. Da giovane rinunciò a svolgere attività in campo politico proprio perché la riteneva incompatibile con la scelta di avviarsi alla carriera in magistratura. Ci tiene, nell’intervista, a ricordare che, secondo lui, l’azione di indagine del pool, per tangentopoli, fu svolta a tutto campo, anche verso l’opposizione di allora: “io stesso - precisa – condussi una perquisizione a Botteghe Oscure”. Cosa significano quelle parole di Davigo ( “i politici rubano più di prima , ma adesso non si vergognano” ), sulle quali si è costruito il titolo dell’intervista di Aldo Cazzullo e che hanno suscitato qualche polemica e , soprattutto, un risentimento da parte di esponenti del Partito Democratico ? I politici che possono “rubare” – nell’accezione di Davigo - oggi come allora , cioè ai tempi di “mani pulite”, erano soprattutto, anche se non solo , come le inchieste poi dimostrarono, quelli che avevano più potere, cioè responsabilità di governo o di partecipazione all’azione di governo. Contemporaneamente a questa considerazione , si può constatare come, da qualche mese, intorno all’azione del Governo Renzi e a suoi esponenti - per ragione di amicizie o di parentele – “girano” vicende giudiziarie di non poco rilievo che investono anche – non sempre solo indirettamente – decisioni e scelte compiute in sede istituzionale . Le conseguenze di queste vicende non hanno sempre prodotto dimissioni o rinuncia a ricoprire ruoli , magari per sole ragioni di opportunità. Qualche volta, pur non interessati da indagini o incriminazioni , alcune personalità hanno preferito dimettersi; ma in altri casi, da parte del premier o da parte degli stessi personaggi “sfiorati” dalla inchieste , si è avuto un atteggiamento assai diverso , potremmo dire piuttosto spavaldo che mostrerebbe non solo un ‘alta considerazione di sé, ma il rifiuto aprioristico di ammettere l’esistenza di zone grigie. Insomma quel “non si vergognano” potrebbe essere il contrappunto della iattanza diffusa a piene mani dall’alto del governo. Saranno le prossime settimane o le vicende che seguiranno a chiarire se e come ci si trovi di fronte a un'altra stagione giudiziaria che possa intervenire per cambiare il corso della politica. Del resto è noto, sin dai tempi di “mani pulite”, che la magistratura morde nel momento in cui la politica si fa debole. E per dimostrarsi solidi non basta rilasciare interviste con le quali ci si dichiara , autoreferenzialmente, “ forti” . Un vento gelido spira dal nord dell’Europa, una terra con quale Renzi non riesce ad avere buoni rapporti ed anzi rispetto alla quale tende ad assumere atteggiamenti di sfida. In concomitanza un autorevole quotidiano finanziario – i cui articoli non portano mai bene - ha anche indicato un day end . Renzi fa spallucce, ma anche qui da noi … tira una brutta aria … pensi a coprirsi bene. PIETRO GIUBILO



04/2016 [stampa]

TRUPPE USA AI CONFINI DELLA RUSSIA
Non è una notizia nuova. Già il 30 giugno dello scorso anno il Segretario alla difesa americano Ash Carter aveva annunciato che gli USA avrebbero inviato carri armati, veicoli da combattimento e un battaglione di circa 750 uomini in ciascuno dei sei Paesi dell’ex Patto di Varsavia ( Estonia, Lituania, Lettonia , Bulgaria, Romania e Polonia ), collocando ulteriori attrezzature anche in Germania. Ora a fine marzo il Wall Street Journal ha ulteriormente confermato il Piano del Pentagono, lungo il confine est della NATO, al fine di “prevenire ogni tipo di aggressione da parte di Mosca” : “Si tratterebbe – conferma l’illustre quotidiano – di un dispiegamento di forze come non si vedeva dalla fine della Guerra Fredda”. Intanto cominciano ad essere conosciute le linee generali : il piano dovrebbe partire nel febbraio 2017, stanziando 3,4 miliardi di dollari e prevede il dispiegamento complessivo di circa 4.200 soldati . Ricordiamo che ad un livello strategico ancora più elevato gli USA, hanno già predisposto in alcuni paesi lungo il confine della Russia il cosiddetto “scudo spaziale” o “stellare” che ebbe avvio già ai tempi di Regan , cioè quando vigeva il regime sovietico e, successivamente venne giustificato , quando finì il regime, con la necessità di una difesa rispetto a possibili attacchi missilistici provenienti dalla Corea del nord o dall’Iran. E’ evidente la contraddizione di tali giustificazioni, in quando è del tutto improbabile che possano provenire attacchi da questi paesi e , soprattutto che occorra predisporre tali difese lungo i confini con la Russia. E’ invece noto che questo tipo di installazioni siano connesse con l’aggressiva strategia del “primo colpo” sulla quale si è costruita la visione strategica americana negli ultimi decenni. Questo ritorno alla guerra fredda e di un uso militare ostile della NATO nei riguardi della Russia sono scelte compiute da Washington, sia per bloccare ogni forma di collaborazione est-ovest in Europa, sia e soprattutto in spregio degli accordi che portarono alla riunificazione tedesca . Il corollario politico che, a medio termine, avrebbe seguito la riunificazione della Germania, sarebbe stato l’avvicinamento delle due parti dell’Europa fino alla costruzione di quella “casa comune europea” di cui arrivò a parlare perfino Papa Wojtyla . Sergio Romano il 9 ottobre 2013, In una risposta ad un quesito nella sua rubrica su Il Corriere della Sera , ricordava le vicende di quegli anni . Il lettore gli aveva ricordato che “il 20 dicembre 1991 in una riunione della Nato con i paesi ex sovietici , l’ambasciatore dell’Urss a Bruxelles Afanasevskij lesse una lettera di Eltsin con la richiesta di entrare nell’Alleanza … Immediatamente prima l’ambasciatore aveva preannunciato che l’Urss non esisteva più … “. Richiesta ripetuta anche successivamente. E’ illuminante ripercorrere gli eventi successivi nella risposta di Romano. “Nel dicembre del 1991 mentre lo stato sovietico e il Patto di Varsavia si stavano disgregando , una delle maggiori preoccupazioni russe fu l’uso che gli Sati Uniti avrebbero fatto dell’organizzazione creata nel 1949 agli inizi della guerra fredda. Se avessero accettato l’adesione della Russia , si sarebbero disposti ad accettare contemporaneamente la trasformazione del Patto Atlantico in una grande alleanza per la sicurezza collettiva dell’intero continente europeo dall’Atlantico a Vladivostok. Se non avessero raccolto la proposta russa , avrebbero dimostrato che non intendevano rinunciare alla guida di una coalizione politico-militare diretta contro il nemico di ieri. I timori russi si sono avverati . Gorbaciov aveva detto a George H. Bush sr. che la Russia non si sarebbe opposta alla riunificazione della Germania , ma chiese contemporaneamente che la Nato non si allargasse al di là del vecchio sipario di ferro. Bush accetto l’impegno e lo avrebbe probabilmente onorato. Ma perdette le elezioni presidenziali del 1992 e il suo successore, Bill Clinton, cedette qualche anno dopo alle pressioni della lobby polacca e di tutti quei consiglieri per cui il crollo dell’Urss era una vittoria da spremere fino all’ultima goccia. Nel 1999 l’Alleanza accolse tre nuovi membri: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca. Nel 2004 la pattuglia dei nuovi membri comprendeva le tre repubbliche del Baltico ( Estonia, Lettonia, Lituania ) , la Slovenia, la Slovacchia, la Bulgaria e la Romania . Nel 2009 arrivò il momento dell’Albania e della Croazia . Fuori della porta in lista di attesa , vi sono Cipro , la Bosnia Erzegovina, il Montenegro ( che recentemente ha aderito n. d. r. ) e, nelle intenzioni di alcuni uomini politici americani, persino la Georgia. Dopo essere stata l’alleanza delle democrazie atlantiche contro l’Unione Sovietica e i suoi alleati, la Nato è diventata il braccio armato degli Stati Uniti nel mondo … Aggiungo che il 2004 non fu soltanto l’anno in cui la Nato fece il pieno con sette nuovi membri ( di cui tre erano repubbliche ex-sovietiche ) . Fu anche l’anno in cui un membro cruciale dell’Alleanza ( la Polonia ) intervenne nella crisi ucraina sostenendo palesemente , insieme ad alcune associazioni non governative americane, la rivoluzione arancione contro la componente russofona del Paese. Due anni dopo in Lituania , ad un tiro di schioppo dalla frontiera russa , il vice presidente Dick Cheney pronunciò un discorso che a Mosca dovette sembrare particolarmente ostile … “. Da questi ragionamenti di Sergio Romano, possiamo comprendere , poi come anche la rivolta di Piazza Maidan che avvenne nel mese di novembre del 2013 , sia stata organizzata in funzione anti russa, nel quadro del disegno descritto dall’illustre ex ambasciatore. Come ha scritto a suo tempo Caracciolo su Limes : “ La guerra fredda non è finita con l’Unione Sovietica. Perché la sua radice non era solo ideologica , ma soprattutto geopolitica”. Non vi è dubbio che questi avvenimenti e il susseguirsi della strategia americana siano il risultato di una debolezza politica dell’Europa e della sollecitazione nazionalistica che viene strumentalmente incentivata dagli americani in alcuni paesi dell’est Europa. La prosecuzione della politica di ostilità e di guerra fredda verso la Russia e la rinuncia ad una visione europeista dall’Atlantico agli Urali che comporterebbe il rafforzamento della politica di sicurezza europea anche nei confronti del terrorismo ispirato dall’integralismo mussulmano, è un grave errore che avrà conseguenze delle quali probabilmente ci dovremo pentire e che ricadranno sul nostro continente. PIETRO GIUBILO



03/2016 [stampa]

L’INGEGNERE DI STAMPA MONTATA
L’uscita della Fiat da Rcs e dal Corriere della Sera e il parallelo ampliarsi dell’impero giornalistico di De Benedetti rappresentano nel concreto l’evoluzione di due dei più importanti gruppi imprenditoriali e del loro “capitalismo di relazione”. Il passaggio del potere reale dalla famiglia Agnelli agli Elkann ha segnato uno sviluppo di Fiat sul piano internazionale con l’aggancio alla finanza statunitense e la creazione di una forza imprenditoriale ( Fca ) non più prioritariamente condizionata dalla politica italiana. Già l’abbandono di Confindustria segnò questa evoluzione e la stessa “rinuncia” al sostegno governativo indicava una realtà aziendale ormai - non solo fiscalmente – di livello internazionale . In fondo, poi, questi eventi hanno fatto giustizia di un’antica idea di Gianni Agnelli “ per nulla convinto che il ‘capitalismo globale’ - scriveva nel 1997 Giancarlo Galli - possa fare a meno delle grandi famiglie”. L’abbandono di RCS e del Corriere può, infine, anche significare – oltre l’internazionalizzazione dell’azienda – la presa d’atto della sovranità limitata in cui sta sempre più piombando l’Italia e, di conseguenza , l’inutilità di strumenti di intervento a raggio soprattutto nazionale.

Diversa la situazione e la prospettiva del gruppo De Benedetti . I tentativi di inserirsi nell’ambito internazionale non sono quasi mai andati a buon fine. Anzi la emblematica vicenda Olivetti ha mostrato come una realtà imprenditoriale, affermatasi anche all’estero ai tempi del suo fondatore, una volta entrata nell’orbita dell’Ingegnere e con il coinvolgimento di AT&T, non comprendendo le prospettive del mercato, finisse per scomparire.

E non mancano nella storia dell’imprenditore di Ivrea, altre disavventure come il rifiuto di entrare in compartecipazione con Steve Job, la fallita scalata alla Sgb in Belgio , la breve avventura di M&C e le annesse Domopak e Cuki. Un successo puramente speculativa fu l’operazione Mannesman Omnitel; il tutto, sul piano aziendale, finito, però, in pancia all’inglese Vodafone. La necessità di una forte arma editoriale per l’Ingegnere - al fine di esercitare una pressione su decisori pubblici e privati - è evidenziata dalla vicenda ancora in corso della Sorgenia che, dopo aver accumulato 1,8 miliardi di euro di esposizione bancaria italiana , è riuscita ad ottenere la trasformazione in azioni del debito stesso, con la clausola di un riconoscimento economico nel caso di una ripresa del valore delle stesse, rispetto a quanto calcolato al momento dello “scambio”.

In sostanza, Carlo De Benedetti, con una parabola opposta a quella della Fiat, è ora diventato il primo gruppo editoriale italiano per quanto riguarda la carta stampata. E ciò è in piena sintonia con il fatto che la sua attività economica ha il baricentro nel Paese. Ed allora ecco che gli strumenti fondamentali del ”capitalismo di relazione”, cioè i quotidiani, diventano un’arma indispensabile per il futuro delle sue intraprese economiche. . Del resto tutto ciò si è reso evidente nella scalata e nella stabilizzazione di Renzi , favorito dalle scelte di De Benedetti che hanno contribuito in modo determinante alla vittoria nelle primarie , influendo sul superamento del governo Letta , quantomeno sotto il profilo di una mancata denuncia dei termini di slealtà e arroganza con i quali è stata ottenuto.

Questa concentrazione di potere non ha suscitato alcuna reazione da parte di intellettuali e difensori della democrazia in servizio permanente effettivo che, qualche settimana fa, si erano mobilitati per l’accordo Mondadori Rizzoli . Siamo, probabilmente , ben oltre quei limiti che, se superati, prevedono l’intervento dell’antitrust ed allora , probabilmente, servirà un appoggio da far valere nei riguardi di queste autorità “indipendenti”.

Nel clima generale di una verticalizzazione del potere e della sostanziale scomparsa delle caratteristiche parlamentari della nostra democrazia, ormai dilaganti con il governo Renzi , non c’è da aspettarsi molto in difesa del pluralismo dell’informazione e delle conseguenze sul piano del pluralismo politico . C’è un indirizzo complessivo del sistema verso la sottrazione del potere popolare eppure è netta la sensazione che tutto ciò avvenga in condizioni di fragilità anche per il quadro internazionale e le sue difficili sfide.

In un articolo famoso, Eugenio Scalfari definì Agnelli “avvocato di panna montata”, forse anticipando quelle fragilità che, poi, hanno fatto uscire di scena una famiglia che pur era stata la più influente in Italia , non solo sotto il profilo economico, ma anche per il peso della sua presenza nell’informazione tradizionale.

Ci sentiamo di poter prevedere - parafrasando quella definizione – che non saranno le operazioni editoriali del gruppo De Benedetti e il “montare”, pressoché indisturbato, della sua presenza sulla stampa , ad assicurargli un ruolo nella stabilità politica del Paese e , forse, neppure il successo nella sua attività imprenditoriale.

Gli scenari interni ed internazionali aprono sfide che non sarà sufficiente affrontare con le vecchie logiche di potere . In un mondo che brucia, la carta - anche se frutto di spericolate operazioni finanziarie - rischia anch’essa di bruciare.

PIETRO GIUBILO



02/2016 [stampa]

LA SIRIA IN BILICO TRA TREGUA E GUERRA MONDIALE
La battaglia di Aleppo costituisce la chiave di volta della lunga vicenda della guerra di Siria. In questa città si concentra la principale forza jihadista.

Questa organizzazione fondata dall’emiro Abu Muhammad al Gawlani e denominata Gabhat al-Nusra, rappresenta la più forte opposizione armata ad Assad stabilitasi nel nord della Siria. La sua caratteristica non solo è dettata dal fatto di essere una emanazione di quella rete fondata a suo tempo da Osama bin Laden, ma risiede nell’aver assorbito alcune sparute formazioni di ribelli “moderati” addestrati dagli Stati Uniti . E’ la dimostrazione di quanto siano inconsistenti i progetti di una alternativa moderata all’attuale regime di Damasco e di come, anche se sostenuti dagli americani, questi ribelli finiscano per ricadere sotto l’egemonia delle posizioni jihadiste. Ciò inoltre dimostra che se anche al Nusra contrasta l’Is , ciò avviene sempre in nome di una Jihad destinata a costruire non solo una sua posizione non in contrasto con l’orientamento “ottomano” della Turchia, ma che resta fortemente influenzata e finanziata dalla guerra sunnita e dagli stati che la sostengono e la finanziano.

In sostanza, si tratta della posizione più influente destinata a minare la presenza sciita e a far avanzare la strategia del caos nel Medio Oriente.

La Russia nell’impegno verso Damasco ha compreso questo elemento determinante per la condizione di instabilità dell’area e con i bombardamenti sta sostenendo lo sforzo dell’esercito governativo di conquistare Aleppo. La sconfitta di al Nusra costituisce un passaggio decisivo per qualsiasi futuro della Siria e influente sulla condizione complessiva del Medio Oriente. Solo dopo l’esito di questa battaglia si potrà intravedere in Siria la possibilità di una stabilizzazione e di una prospettiva di pace. Resterebbe cioè lo scontro finale con l’Is e verrebbe eliminato uno degli equivoci sul quale si muovono sia la Turchia di Erdogan che i sauditi .

Mentre si svolgeva questa battaglia si è prodotta - non casualmente - una campagna di stampa sulle difficoltà delle popolazioni siriane, particolarmente enfatizzata dai giornali che si mostrano del tutto conformi alle linee politiche degli Stati Uniti. Queste campagne giornalistiche sono finalizzate non ad evidenziare i drammi della popolazione, ma a screditare le azioni politiche e militari russe. Tutte le azioni belliche in Siria producono un dramma per le popolazioni presso le quali avvengono , comprese le iniziative “rivoluzionarie” dell’opposizione. A suo tempo dopo mesi si venne a scoprire che l’uso delle armi chimiche non era del governo di Damasco ed ora si rende noto che l’Is è in grado di usarle.

Non potendo riuscire a fermare l’azione militare russa si è dato vita alla questione umanitaria per tentare di arrestare l’operazione decisiva per l’ eliminazione della forza jihadista di al Nusra.

La Russia ancora una volta, mostrando una capacità di comprensione e una volontà effettiva di fermare non solo l’Is , ma anche le iniziative jihadiste in concorrenza con il Califfato, ha proposto a Monaco un piano di pace che dovrebbe scattare dopo la necessaria conquista di Aleppo che, invece, viene fatta passare come una lotta contro gli oppositori di Assad , che in questa città e nella zona circostante sono ormai completamente dominati dagli jihadisti .

Siamo così giunti al punto cruciale e più drammatico della guerra di Siria e risuonano i tamburi di guerra con la minaccia da parte dei paesi arabi e della stessa Turchia di entrare direttamente in questa guerra. Il segretario di Stato Kerry che, in alcune circostanze, è sembrato differenziarsi dalla politica di Obama, ha siglato l’accordo con il ministro russo. Tuttavia questo importante risultato è , poi, stato smentito da una presa di posizione di alcuni oppositori di Assad che non solo avevano disertato i colloqui di pace a Ginevra , ma che hanno spinto Obama e la Francia a ribadire la linea di attacco al regime di Damasco. Obama ha fatto intendere che il problema principale ritorna ad essere quello del cambio di regime , minacciando anche di inviare truppe di terra. Anche Kerry ha dovuto correggere la sua posizione confermando la sua linea anti Assad.

Il “premio nobel per la pace” mostra ancora una volta la sua arroganza e la mancanza di volontà per avviare una politica di stabilizzazione e di pacificazione della martoriata regione mediorientale. La presenza sul terreno della Russia, e degli alleati di Damasco , dall’Iran agli hezbollah, e il rafforzamento di Assad, rendono un vero azzardo solo l’idea di un intervento americano o, indirettamente , degli “alleati “ turchi e sauditi. Un azzardo da terza guerra mondiale.

P. G.



01/2016 [stampa]

VERDINI E MATTARELLA
Sperando che l’ accostamento con il quale titoliamo questa nota non provochi qualche reazione quirinalesca, alla quale opporremmo il cavalierato di gran croce, autorevolmente concessoci da Giorgio Napolitano, tenteremo di fare un ragionamento di carattere istituzionale , per il quale l’attuale Capo dello Stato dovrebbe esercitare la sua alta prerogativa.

Dopo l’appoggio dei verdiniani nel voto sulla proposta di riforma costituzionale al Senato , la cosa si è ripetuta in una votazione , certamente meno importante, ma istituzionalmente più significativa , come quella sulla mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni al governo Renzi.

Diciannove senatori di cui 13 facenti capo ad una nuova formazione politica ( ALA - Verdini ), 2 ex leghisti ( Tosi ), 2 ex grillini e 2 del Gruppo delle autonomia locali hanno votato contro, assicurando un ulteriore sostegno alla maggioranza . Tuttavia la votazione ha dimostrato che la maggioranza politica che ha dato vita al governo e cioè l’alleanza tra PD e NCD non ha avuto i numeri per la maggioranza assoluta al Senato perché, secondo l’aritmetica 178 ( i voti con i quali è stata respinta la mozione) meno 19 ( i voti sopraggiunti rispetto a quelli delle forze governative ) fa 158.

E’ vero che, in base ai votanti, il quorum richiesto era più basso rispetto a quello ove ci fosse stata la completezza dell’organo , tuttavia si è trattato di un passaggio che non dovrebbe essere lasciato correre senza un minimo di riflessione. Anche perché nei giorni scorsi alcuni esponenti della formazione di Verdini che formalmente non fa parte della maggioranza, ma che in questo caso ha respinto la mozione di sfiducia, ha avuto alcune vicepresidenze di commissioni . Il PD ha respinto qualsiasi illazione sostenendo che si è trattato di posti offerti alle opposizioni. Se tuttavia, di fatto questa “opposizione” appaia , sistematicamente, in appoggio alla maggioranza, ciò significherebbe che alcuni organismi parlamentari invece di avere un assetto rispettoso dei ruoli , di fatto, vede, surrettiziamente, affidati posti a minoranze che, nei fatti non lo sono e che , anzi , sostengono, sistematicamente il governo e la maggioranza.

Non è una condizione di rispetto dei rapporti parlamentari, si tratta di un vero e proprio vulnus della regolarità della rappresentanza nelle commissioni – che oltre ad una funzione istruttoria a volta hanno potere deliberativo - e questa cosa non può lasciare indifferente il garante delle istituzioni , cioè il Capo dello stato, cioè il Presidente Sergio Mattarella.

Ci ricordiamo di quando Giorgio Napolitano , di fronte ad operazioni trasformiste , obbligò il governo Berlusconi a recarsi alla Camere per richiedere la conferma della maggioranza. Questo invito non aveva solo la motivazione di una verifica dell’eventuale quorum di maggioranza , ma presentava la ancor più importante necessità di una chiarezza rispetto ai ruoli dei gruppi parlamentari e, dai quali dipendono gli assetti , per esempio, come abbiamo visto, delle commissioni . L’indispensabilità di questa chiarezza è un elemento essenziale del funzionamento degli organi democratici sia in senso formale che in senso sostanziale, poiché il trasformismo - a parte gli inquietanti aspetti di ordine politico - costituisce uno degli elementi di maggiore disaffezione politica e di criticità della democrazia rappresentativa .

Tutto questo , lo ripetiamo, non può lasciare indifferente Sergio Mattarella. Siamo di fronte alla prima vera prova della sua prerogativa di garante delle istituzione. Non crediamo proprio, che possa rimanere indifferente.

PIETRO GIUBILO



01/2016 [stampa]

SUI RISVOLTI POLITICI DEI RISPARMI AZZERATI
Intorno alla questione delle Banche oggetto del cosiddetto decreto di “salvataggio” ,oltre alla necessaria opera di chiarimento delle azioni in danno condotte dalla dirigenza nei riguardo dei risparmiatori , nonché gli auspicati risarcimenti che dovrebbero essere garantiti dall’”arbitrato” deciso dal governo , non possono essere trascurati alcuni passaggi politici che hanno condotto alla situazione di penalizzazione del risparmio degli obbligazionisti, con le relative conseguenze.

Un autorevole contributo per questo esame giunge dall’ intervista rilasciata dal governatore Ignazio Visco il 20 dicembre al quotidiano la Repubblica.

“Voglio sottolineare … che abbiamo segnalato da subito - dichiara Visco e il riferimento non può che essere al governo – già al momento della loro discussione a livello europeo, i limiti delle nuove norme e il rischio che la loro applicazione potesse minare la fiducia dei risparmiatori”. “Una soluzione più equilibrata – continua – e forse più rispettosa del quadro giuridico generale , sarebbe stata quella di applicare le nuove norme solo ai titoli di nuova emissione”; aggiungendo una valutazione squisitamente politica: “ la pressione per l’adozione di soluzioni drastiche è stata troppo forte “ . Forse il riferimento è alla Germania – notoriamente severa anche se a suo tempo generosa di aiuti pubblici verso il suo sistema bancario – ma appare implicita anche una critica al governo che, pur avvertito da Bankitalia, non ha opposto una adeguata resistenza.

Visco aggiunge un altro argomento cioè il rifiuto da parte degli “uffici della commissione” nei riguardi di un intervento del fondo interbancario . e’ vero come ha scritto Paolo Panerai che Bankitalia “ ha piegato la testa”, ma lo ha fatto anche il governo . C’è da domandarsi, infatti, dove fosse il governo quando si è data una pretestuoso interpretazione di “natura pubblica” all’intervento dei “fondi privati” richiesti da Bankitalia.

E’ evidente come su questi temi il governo Renzi è rimasto fuori della porta rispetto a quanto si andava decidendo a Bruxelles. La debolezza dell’Italia nelle trattative in Europa sta producendo danni come è già evidente nel lungo braccio di ferro sugli immigrati ed ora anche sugli accordi interbancari. Anche un autorevole commentatore di questioni finanziarie come Wolfgang Munchau sul Corriere della Sera di sabato 19, si domanda : “ Una delle cose che mi chiedo è perché il governo italiano accetti la direttiva sulla risoluzione e il salvataggio delle banche con cui sono state salvate le quattro banche”. Ed ancora : “ perché non hanno subordinato tale accettazione all’impegno tedesco di approvare il deposito comune assicurativo ? “. Nell’articolo definisce “raffazzonato” il decreto di salvataggio e rispetto ai provvedimenti di riparazione dei danni rileva che “il governo italiano sta strisciando a Bruxelles per elemosinare un fondo di aiuti umanitari per i casi di grave difficoltà”.

Ritornando all’intervista del governatore, troviamo un’ altra importante ammissione : “ da noi non è stato il sistema finanziario a rendere fragile l’economia , ma il contrario“ , rimarcando come “l’economia è ancora fragile”, valutazione opposta a quella che ad ogni piè sospinto tenta di dimostrare il premier. Anche questa affermazione assolutamente incontrovertibile, mostra la necessità che il risparmio nel nostro sistema bancario andava salvaguardato in quanto - tranne alcuni casi - alieno dalle operazioni speculative sui derivati che hanno segnato e compromesso altri sistemi bancari in Europa ed in campo internazionale . Proprio sulla base di queste considerazioni, in prospettiva, andrebbe esaminata la possibilità di una separazione tra banche d’affari e di investimento, come richiesto da molte autorevoli voci - tra tutte il professor Becchetti su Avvenire - senza la quale gli interventi del bail in sono destinati a penalizzare non tanto gli speculatori, assai più avvertiti nel ripararsi , quanto quei risparmiatori che intervengono a sostegno delle banche, spesso legate al territorio , danneggiate dal ciclo economico, come gli obbligazionisti subordinati. .

A tal proposito non possiamo tralasciare un tema introdotto da un’altra intervista apparsa sullo stesso quotidiano che ha ospitato quella del governatore Visco e che mostra gli intenti del governo Renzi: la questione del ruolo e del peso della Banche popolari. “ Il sistema della Popolari – afferma Andrea Tornat , industriale veneto - andava riformato ma non rottamato” . Queste – continua - “hanno permesso la sopravvivenza , difendendo l’economia del territorio”; “la crisi iniziata nel 2008 - continua – non è nata qui, ma ha avuto origini fondamentalmente speculative “ . “Nelle fasi più acute “ – spiega - le due banche oggi sotto tiro, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, hanno erogato il credito , allontanando lo tzunami e permesso alle aziende di resistere”; concludendo: “ c’è bisogno più che mai di una conoscenza delle realtà locali e ora invece rischiamo di affidarci a governance che del locale niente sanno”. Non vi è dubbio che occorresse intervenire su alcune regole di comportamento , tuttavia azzerare questo comparto finanziario risulta assai rischioso per la specificità economico sociale del nostro Paese.

Una ultima considerazione va fatta con riferimento al quadro dei rapporti tra le istituzioni che emerge da questa vicenda. Non vi è dubbio che i rapporti tra governo e Banca d’Italia siano giunti al limite della rottura. Già nell’intervista sopra richiamata Visco ha detto esplicitamente che non si è sentito con il premier, il quale da Bruxelles ha giustificato la sua decisione di affidare a Cantone l’arbitrato, insinuando, in sostanza, che via nazionale non sarebbe un soggetto terzo. La crisi dei rapporti è giunta a interessare il vertice dello Stato al punto che un’autorevole quotidiano come La Stampa nel titolare “ Visco era pronto a lasciare “ ha scritto in un “retroscena” da Berlino : “ il Presidente della Repubblica ha compreso a tal punto il peso dell’uscita di Renzi da rinnovare al governatore la fiducia più assoluta e di invitarlo immediatamente al Quirinale”. Il quotidiano arriva a domandarsi: “ e’ un messaggio a Renzi ? “.

Il premier , in questa circostanza, ha avuto , probabilmente, un assaggio di quello che potrebbe avvenire qualora la situazione politica del governo arrivi ad incrinarsi . Mattarella sente , forse, in maniera ancora più pregnante dei suoi stessi predecessori il suo ruolo di garante delle istituzioni . Con tutti i limiti che possono essere stati incontrati nell’azione delle istituzioni finanziarie , ha ragione Paolo Panerai “ l’emarginazione di Bankitalia e Consob ha oggettivamente l’effetto di diminuirne drasticamente l’autorevolezza” .

Ancora una volta Renzi va avvertito che il suo “giglio magico” politico finanziario e l’utilizzazione a largo raggio di stimati esponenti della magistratura, non possono sostituire “istituzioni e consiglieri capaci ed esperti , rispettati in Italia e in Europa” necessari per il rilancio del Paese . A volte la forza ostentata nasconde debolezze e difficoltà.

PIETRO GIUBILO



12/2015 [stampa]

ELEZIONI IN FRANCIA IL FRONTE NAZIONALE PRIMO PARTITO
Dal voto regionale francese emerge intanto un risultato: il Fronte Nazionale si è affermato come primo partito in percentuale e come regioni ove il candidato è risultato in vantaggio al primo turno. Questi due elementi dimostrano senza ombra di dubbio che il partito della signora Le Pen è in testa nelle preferenze degli elettori francesi.

Questo non vuol dire ancora che le regioni francesi saranno amministrate da esponenti lepenisti poiché per conoscere l’esito finale occorrerà aspettare i risultati del secondo turno e la distanza tra i più votati e chi segue in alcuni casi è molto ravvicinata.

Tuttavia si possono fare già alcune considerazioni che prendono atto di una nuova condizione politica della Francia. L’affermazione nelle amministrative significa innanzitutto che il FN sta consolidando il suo consenso, mettendo , cioè, radici laddove il rapporto con gli elettori riguarda l’attività più legata al quotidiano . In altre parole, il partito non rappresenta più lo sfogo protestatario e , come erroneamente e sprezzantemente definito, populista, ma esprime un mandato ed una fiducia legati alle candidature e ai programmi presentati.

In secondo luogo - ed è quello più interessante - il FN passando dal tradizionale 15- 20 per cento a quasi il 30 dimostra di acquisire il voto moderato; passa cioè concretamente quel Rubicone che separava una formazione sostanzialmente estremista e solo identitaria da una forza politica competitiva atta ad assumere la guida politica della Francia.

Come è avvenuta questa evoluzione? Le interpretazioni di comodo tentano, sbagliando, di dimostrare che questa crescita elettorale sia motivata da una risposta epidermica ed immediata ai gravi episodi di terrorismo avvenuti anche recentemente. Ma di questo non si tratta, poiché questa analisi non tiene conto di come questo partito sia andato costruendo la sua posizione di oggi.

E’ plasticamente evidente che esso è il frutto di una sintesi positiva tra la parte tradizionale di estrema destra , identitaria e in qualche caso critica del sistema , con una quota importante di elettori moderati di destra .Ma la riuscita dell’amalgama si deve al fatto che la guida del movimento sia stata assunta proprio dalla rappresentanza più moderna ed aperta al superamento della “protesta” per l’acquisizione di una capacità e volontà di governo in un senso liberale e moderno . Questo esito nella leadership del FN dovrebbe far riflettere anche sulla possibile evoluzione della condizione del centrodestra in Italia , dove senza un ruolo di guida della parte moderata non sarà possibile aprire una nuova prospettiva di maggioranza e di vittoria elettorale .

Una prova della riuscita dell’amalgama politico nel FN si legge nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera da Florian Philippot – considerato il n. 2 del partito - candidato nella regione dell’Est e che ha ottenuto un ottimo 36 per cento distanziando di dieci punti il candidato della destra di Sarkozy e doppiando il socialista Masseret. E’ interessante quanto afferma: “ io sono gollista da sempre , e come me lo sono tanti nuovi aderenti del Front National . Ancora prima che conoscessi Marine Le Pen, il generale de Gaulle era il mio punto di riferimento politico e storico. E anche a Colombey sono arrivato primo , una grande soddisfazione”.

E’ la dimostrazione di come il FN sia riuscito ad attrarre una parte dell’opinione e della realtà politica francese che non ha ritenuto di continuare a farsi rappresentare dalla destra conservatrice di Sarkozy sconfitta nelle presidenziali , per i suoi errori, anche da una sinistra socialista piuttosto modesta come quella rappresentata da Hollande.

Lo stesso presidente francese sta ulteriormente dimostrando la sua assoluta inadeguatezza politica con l’invito ai suoi esponenti, senza possibilità di vittoria, di rinunciare a competere nel secondo turno a favore di una ipotetica “intesa repubblicana” contro il partito della Le Pen e per tentare dio favorire la vittoria della destra dell’unione repubblicana . Il rischio che si apre di fronte a questa decisione – peraltro ampiamente contesta da molti esponenti socialisti – è quello di una cancellazione politica del partito . Può infatti risultare disastrosa l’idea di rinunciare ad una rappresentanza nei territori. Da una sconfitta ci si può sempre rialzare, ma da una rinuncia difficilmente si apre una prospettiva di recupero.

L’UDNR di Sarkozy potrebbe ancora attenuare la portata di quanto sta accadendo con un possibile recupero nel secondo turno e , soprattutto, con il crollo del Partito Socialista. Tuttavia esso non può più nascondersi dietro quell’ “epater les bourgeois” in chiave moderata con il quale aveva vissuto di rendita . La inadeguata leadership di un logorato quanto insinuante Sarkozy potrebbe fare il resto .

Pietro Giubilo



11/2015 [stampa]

ATTO DI GUERRA TURCO CONTRO LA RUSSIA
L’abbattimento del caccia russo da parte della Turchia per averne violato lo spazio territoriale, in realtà perché doveva fronteggiare i “volontari” di Ankara che combattono contro Assad, ma che di fatto aprono varchi dai quali si allarga l’Isis , è in effetti anche uno scontro tra le divergenti strategie di Russia e Stati Uniti. Obama, infatti, è subito intervenuto per coprire l’azione bellica di Ankara, affermando che la Turchia ha diritto di difendere i propri confini , come se la Russia avesse agito in modo ostile nei suoi confronti.

In questa azione sono state protagonisti strumenti bellici dei due Paesi (SU 24 russo - F 16 di fabbricazione americana, compresa l’arma dei jihadisti che ha abbattuto l’elicottero russo giunto in soccorso dei piloti ) e ciò non ha solo un significato simbolico.

La Turchia è governata da un Presidente che intende incamminarsi su una via “neo ottomana”. Dietro alle guerre mediorientali , oltre ai sunniti, c’è la mano di Ankara, un Paese che è anche parte essenziale della NATO e che risponde soprattutto alla guida politica e strategico militare di Washington. Ha interessi geopolitici sull’intero medio oriente oltre che nell’ambito del commercio sui giacimenti petroliferi del califfato , colpiti pesantemente dai raid russi .

La Russia sta intervenendo con sistemi missilistici e di aviazione nei riguardi delle basi logistiche dello stato islamico siroiracheno e le ultime notizie confermano anche l’inizio di un intervento con mezzi di terra .

Alla vigilia, quindi, di una escalation della strategia russa per disinnescare il Califfato che ha compiuti atti di guerra a Parigi contro l’Europa e che vede Bruxelles in un permanente stato di massima allerta , ecco che un incidente militare gravissimo voluto da Ankara, dimostra la enorme frattura strategica tra chi intende sconfiggere le forze dello stato terrorista e chi , invece, nei fatti è alleato con coloro che le finanziano e forniscono armi e, a questo punto, protezione militare e politica. La difesa degli oppositori di Assad e il cambio di regime a Damasco che rappresentano gli obbiettivi prioritari della Turchia e degli USA, oltre che degli interventi dei sauditi, non sono argomenti che possono limitare la guerra all’Isis. Questa è la priorità assoluta alla quale vanno subordinati tutti gli altri obbiettivi.

Questa distinzione definisce gli ambiti della differente strategia di Russia e Stati Uniti e il conseguente conflitto che si va instaurando .

L’abbattimento dell’aereo russo è un ulteriore segnale che in Siria si combatta una guerra mondiale. Già nel febbraio 2013 una rivista specializzata titolava in questo modo un numero dedicato ai giochi mediorientali . Il conflitto aereo, la “violazione dei confini” , tra la Russia e un Paese NATO ricorda sinistramente quegli episodi costruiti per precedere e provocare i grandi conflitti mondiali del XX secolo. Si deve dare atto a Putin di avere mantenuto , con grande dignità, il sangue freddo necessario per evitare complicazioni che si sarebbero allargate ad ampio raggio. Si è trattato di una pesantissima provocazione, un “una pugnalata alle spalle”, come definito dallo stesso presidente russo, nella quale non è caduto. Si può essere certi che da quanto avvenuto Putin ne uscirà rafforzato nella sua azione politica e militare, nonostante la perfidia dell’azione turca abbia tentato di creare un isolamento intorno alla Russia, mettendo in difficoltà anche l’iniziativa di Hollande volta a creare un coordinamento generale nella prioritaria lotta all’ISIS che comprendesse anche Mosca .

Auspichiamo che si levi immediatamente una dichiarazione del Governo italiano che , nello stesso ambito NATO, sottragga il nostro Paese dalla provocatoria e pericolosa azione turca. Anche Parigi sappia che se intenderà affrontare con risolutezza i terroristi del Califfato rischierà di veder colpiti i suoi mezzi militari da armi giunte ai ribelli siriani o ai combattenti del Califfato dagli stessi fornitori.

E’ arrivato il momento che l’Europa, colpita e minacciata dal terrorismo, compia una scelta . Deve difendersi da coloro che le hanno dichiarato guerra senza farsi irretire da interessi geopolitici ed economici ad essa estranei .

Il nemico è uno solo ed è contro di esso che vanno create le necessarie alleanze e coordinamenti. Senza farsi distrarre dalle provocazioni dei signori della guerra o da chi ne prende gli ordini.



11/2015 [stampa]

LA FINE CORSA DI MARINO E LE RESPONSABILITA’ DEL PD
La vicenda del sindaco Marino, fino alla fine, è continuata a dipanansi intorno allo scontro politico interno al Partito Democratico.

Il ritiro delle dimissioni per avere gli “onori delle armi” e la prevedibile mossa del partito con le dimissioni dei suoi consiglieri, sono appartenute alla dialettica che ha sullo sfondo la posizione del Segretario premier Renzi che ha inteso ottenere una “resa senza condizioni” , per togliersi l’impiccio di una situazione che, prolungandola, avrebbe nuociuto all’immagine nuova che intende dare del partito e al suo operato politico .

Tuttavia, come scrive Tito su La Repubblica: ” il sindaco di Roma è del Pd. E il segretario di quel partito non può delegare ogni cosa ad un commissario … non può permettersi il lusso di considerare la questione al di fuori del suo perimetro pertinenziale”.

Quindi , fallito il tentativo di sottrarsi, ne è derivata tutta l’inadeguatezza complessiva del Pd, ancor più dimostrata dai limiti e dalle incertezze della missione del commissario Orfini . E’ la prova che il renzismo è solo un leaderismo personale che non è in grado di affrontare , al suo interno e più in generale, una crisi della politica ormai tesa, come ha analizzato in questi giorni De Rita , al solo consenso di opinione.

Volendo tentare di dare un filo logico alla vicenda, il comportamento del sindaco è sembrato derivare, oltre che dalla sua sprovvedutezza, anche dal fatto che il passaggio dal sostegno fermo alla richiesta di dimissioni, da parte del suo partito , sia avvenuto a seguito della vicenda degli “scontrini”, apparendo solo una furba opportunità colta da Renzi per ottenere quello che aveva in mente già da tempo, cioè il suo allontanamento dalla carica. Ad un certo punto, improvvisamente, Marino, da “miglior sindaco” è diventato il capro espiatorio del caos romano .

Per la verità Renzi ha sbagliato in quanto la compromissione complessiva dell’amministrazione romana , incappata nell’inchiesta di Mafia Capitale, avrebbe dovuto portare al commissariamento al quale il premier di era opposto , perché avrebbe richiamato la responsabilità di parti sostanziali del suo partito e delle sue organizzazioni economiche che hanno uno spazio importante nell’Esecutivo.

La reazione scomposta di Marino ha reso evidente il fallimento del tentativo di Renzi di lasciare la crisi di Roma al solo livello dell’inchiesta giudiziaria e dei gravi errori del sindaco, essendo invece l’esito di una crisi del Partito Democratico, sul piano strutturale, politico e morale. Ed è paradossale , ma forse significativo , che la fine dell’esperienza di Marino sia avvenuta per mano di consiglieri del Pd in buona parte eletti anche con l’appoggio delle coop implicate nell’inchiesta della magistratura. In questa caotica vicenda romana - una “farsa” , come ha scritto l’”Osservatore romano”, con “un danno anche d’immagine … a una città … raramente esposta a simili vicende” - si è inserita una dichiarazione del Presidente dell’Anticorruzione , Raffaele Cantone, destinata a riaprire antiche polemiche : “Milano si è riappropriata del ruolo di capitale morale , Roma sta dimostrando di non avere gli anticorpo”.

Dichiarazione abbastanza azzardata in quando, anche recentemente , oltre che durante gli stessi lavori per l’Expo, la magistratura milanese è dovuta intervenire più volte , mentre è nota la penetrazione mafiosa in vaste aree della Lombardia. Ma non è questo il punto principale. Ricorre in qualche modo , infatti, in queste dichiarazioni, come in altre in un passato più o meno recente, un’idea antiromana per la quale la nazione italiana avrebbe dovuto trovare un’altra Capitale e non quella Roma che , invece, l’ottenne per il suo carattere universale, fondato sulla sua tradizione.

Non si deve utilizzare una crisi , seppur grave, ma innestata da inadeguatezza politica e da errori e corruzione, per affermare l’idea di un dualismo tra la “capitale morale” e quella “amministrativa”, ridimensionando il senso ed il carattere del suo essere Città universale.

E’ questo il danno più grave che questa crisi capitolina può arrecare a Roma Capitale.

Un danno di immagine che si aggiunge allo stato di abbandono della Città sotto tutti i profili. E’ mancato un qualunque progetto per colmare il debito di infrastrutture per quanto riguarda il traffico ed il trasporto pubblico. Lo stato dei servizi ha subito uno scadimento sotto gli occhi di tutti con inefficienze paurose nel settore della raccolta e del trattamento dei rifiuti, che, tra l’altro hanno subito una lievitazione dei costi per i cittadini. Si aggiunga una pesante riduzione nell’offerta dei mezzi Atac e Metro e del loro stato di manutenzione che ha provocato disagi che da tempo non si vedevano nella città, accentuati da una ridotta illuminazione stradale che ha prodotto insicurezza e incremento degli incidenti anche mortali.

Il costo di asili nido e mense scolastiche è lievitato a danno delle famiglie che vedono decurtata un’altra fetta del loro già ridotto potere di acquisto.

I preparativi per i Giubileo sono stati tardivi anche se riferiti alla sola manutenzione di alcuni tratti stradali cittadini, mentre l’area intorno al Vaticano ha subito un degrado ancora presnte che accentua i problemi di sicurezza che l’evento già di per sé comporta.

L’elenco dei fallimenti della giunta pd di Marino è talmente lungo e drammatico che è perfino superfluo insistervi.

E’ auspicabile che l’opposizione – soprattutto quella di centro destra – non cada nella trappola di addebitare tutto questo solo alla incapacità di Marino e della sua giunta. Deve essere chiaro che con la caduta del sindaco si è decretato il fallimento della politica romana del PD sia di quello locale – già commissariato perché immischiato nelle inchiesta giudiziari – sia del partito a livello nazionale che già aveva imposta alcuni suoi uomini nella stessa giunta.

Va, infine, fatto cenno ad una notazione di carattere politico. Si è potuto raggiungere il numero sufficiente di dimissioni per far subentrare il commissario grazie all’apporto di quattro consiglieri , due della lista Marchini e due di centro destra attualmente facenti riferimento alle posizioni politiche di Raffaele Fitto. Questa scelta ha consentito di evitare che aprendosi la seduta e il dibattito nel consiglio comunale si accentuasse la polemica tra Marino e il suo Partito . Si è trattato di una scelta per accelerare la fine della consigliatura o di una strategia centrista, che ha voluto distinguersi , visto che le altre forze del centro destra non avevano apposto le loro firme per le dimissioni ?

Il quadro che emerge mostra il crollo del PD, ma , nel contempo , ancora, una non sufficiente maturazione strategica del centrodestra . Ma questo è un discorso che riprenderemo presto.

PIETRO GIUBILO



10/2015 [stampa]

OSTELLINO E IL REGIME DEL “CORRIERE”
Piero Ostellino è un liberale dal carattere forte e con il coraggio di esprimere idee che si scontrano con l’establishment italiano e le sue giravolte politiche.

Il primo di ottobre ha scritto un editoriale per il Giornale con il quale ripete una ulteriore forte critica alle “riforme” di Matteo Renzi , “un premier che cerca il potere assoluto” .

Coglie nella proposta per il nuovo Senato l’idea di un cambiamento della “forma e natura dello Stato uscito nel 1948 dall’assemblea costituente , in funzione del potere personale di chi ricoprirà la carica di capo del governo dopo le prossime elezioni”. In sostanza ricordando che “l’attuale Senato era stato pensato dai costituenti come parte fondamentale di un sistema di pesi e contrappesi con la Camera dei Deputati” , denuncia che la “prospettata trasformazione in Camera dei rappresentanti delle autonomie locali “ sarà “ a beneficio del partito di governo”.

E’ una analisi esatta in quanto con la riforma del Senato e la legge elettorale si sta trasformando il sistema parlamentare bicamerale della Costituzione in un sistema a leaderismo personale e monocameralismo a partito prevalente, con una assai ridotta rappresentanza degli elettori , in quanto i due terzi della Camera non saranno scelti dai cittadini . Il Senato, poi, sarà in funzione solo dello scadente potere delle Regioni e delle maggioranze prevalenti.

L’attuale Costituzione viene stravolta nel senso che si amputano elementi di democrazia , senza proporre una nuova forma dello Stato. Niente a che vedere con la riforma che sarebbe stata necessaria e cioè il presidenzialismo che, come è noto, esalta il ruolo degli elettori con l’indicazione del vertice rappresentativo, ma che mantiene quei contrappesi come è evidente , ad esempio, nei sistemi presidenziali statunitense e francese.

Ostellino denuncia : “Renzi è uno spirito autoritario assetato di potere personale”, che “sfrutta il complice silenzio dei costituzionalisti”. E’ vero siamo a quello che deve essere definito come “tradimento”di quei professori e intellettuali che pur di fronte ad una riforma con queste implicazioni e che nasce in un clima di rissa e trasformismo, non hanno fatto sentire la loro voce, dimostrandosi, per la gran parte, ancora una volta come lacchè del potere politico , affamati di favori carrieristici.

Ma il punto più importante dell’articolo di Ostellino non sono le staffilate che imprime sull’immagine di Renzi definendolo un “ragazzotto fiorentino , poco incline alla democrazia parlamentare e così politicamente incolto da parlare con le approssimazioni del viaggiatore di uno scompartimento ferroviario di seconda classe”, ma è dove analizza il contesto che fa da supporto alla politica del governo.

“Non causalmente - incalza l’editoriale – Ferruccio de Bortoli che aveva scritto un editoriale nel quale manifestava una certa antipatia per Renzi , ha lasciato la direzione del Corriere e dal quale sono stato spinto fuori io stesso “. E qui sta la chiave di lettura: “Quando si profila un rapporto clientelare tra l’editore di un giornale , bisognoso di facilitazioni fiscali e di sussidi economici per i propri affari industriali , e il direttore del giornale stesso , alla ricerca dell’appoggio dei cosiddetti poteri forti - che in Italia sono sempre deboli di fronte a chi governa – le cose per la libertà di stampa si complicano … “.

Ostellino incide il bubbone del sistema di potere italiano , il suo essere , per molti aspetti , un vero e proprio regime. Quel rapporto del tutto particolare tra carta stampata e interessi imprenditoriali , ovvero quel capitalismo di relazione senza il quale i poteri di cui parla Ostellino non saprebbero sopravvivere alla concorrenza internazionale. E’ una vecchia storia italiana che nessuno , oggi, ha il coraggio di ricordare. Nelle democrazie liberali – come gli Stati Uniti – queste cose non esistono: la grande industria non possiede la proprietà della carta stampata che,invece, è di editori puri.

La scelta effettuata dalla proprietà imprenditoriale del Corriere per un direttore la cui professionalità si è espressa nell’essere stato a suo tempo nell’Unità , evidenzia l’appiattimento che questo giornale ha ormai nei riguardi del governo , assai più de La Repubblica di Carlo De Benedetti , uno degli sponsor dell’ex sindaco di Firenze, ma che ha in Scalfari un critico anche se un po’ d’antan.

Di critica o di mera sollecitazione al governo rimane al Corriere solo la graffiante satira delle vignette di Giannelli . Per quanto ancora, prima che una qualche “velina” arrivi da Palazzo Chigi ?

P. G.



09/2015 [stampa]

UMANITARISMO A COMANDO
Non ci si può indignare per l’immagine di un bambino morto e adagiato sulla spiaggia del mare che lo ha ucciso senza denunciare, con altrettanta forza, le cause che hanno portato a questa tragedia.

Dalle cronache sembra che sia avvenuto un fatto determinato solo dalla combinazione dei rischi della via del mare per la emigrazione con la spregiudicatezza dei mercanti che utilizzano mezzi del tutto inadeguati.

Certo questi sono gli aspetti più immediati, gli effetti ultimi di cause di ben diversa portata e di ben più immensa gravità.

Le ondate emigratorie avvengono non per cause “naturali” , ma per gli effetti di scelte precise che gli uomini e le politiche degli stati compiono. Allora diciamo che andrebbe sempre ricordato il fallimento di molti governi africani per la situazione di estrema povertà che dilaga nelle zone subsahriane, ma nel contempo ricordare come la rinuncia dell’Europa ad occuparsi , non solo dal punto di vista mercantile, di queste terre è stato un disastro epocale. L’Europa che non ha più creduto di poter continuare a portare elementi di civiltà ha mostrato i primi segni della sua decadenza.

Nel medio oriente e dal nord africa dalle cui zone parte una ondata di migrazione che sembra sempre più assumere i caratteri che anche il cardinale Biffi definiva come”invasione” , è un moto non spontaneo ,ma causato dalle guerre , dalle lotte ispirate dai sauditi anche di carattere religioso, dall’influenza nefasta di alcune politiche americane, dagli errori madornali delle stupide ambizioni neo coloniale della Francia , insomma da un insieme di cause che quasi tutta la stampa marginalizza e , comunque, ritiene connaturale a luoghi di difficile stabilità.

Non è così. C’è un responsabilità evidente di una parte dell’Occidente che ha l’ambizione di essere il gendarme del mondo e di affermare una linea unilaterale che apre continui focolai di guerra o che vi si inserisce per un interesse politico ed economico .

Nel momento nel quale ci commuoviamo per tragedie che sono destinate a moltiplicarsi non dobbiamo mai dimenticarne le vere cause .

Rifiutiamo di cadere nella logica dell’umanitarismo a comando che sollecita la commozione, ma dimentica di risalire e denunciare l’ origine prima di quelle morti strazianti.

E lo ricordiamo anche per coloro che, ipocritamente , fanno finta di dimenticarsene.

07/2015 [stampa]

QUATTRO GATTI RANDAGI
LFrancesco Verderami è bravo nel cercare i retroscena della politica. E’ pur vero che guardando dal buco della serratura e origliando dalla parete accanto non si aiuta a far chiarezza , né il cittadino a comprenderla. Si scivola spesso in una sorta di grand hotel che incuriosisce, ma allontana.

Sabato 11 , però il suo “Settegiorni” è interessante , esamina il comportamento di Verdini , ex coordinatore di Forza Italia e le parole dette in un incontro riservato con qualche parlamentare azzurro.

Intanto c’è la notizia che quattro parlamentari alla Camera hanno votato a favore della riforma della scuola proposta dal governo. E’ una riforma a misura di Renzi : centomila precari da assumere – e questo fa bene in vista di sempre possibili elezioni - e qualche regola interna che poco o nulla produce in termini di riqualificazione della nostra scuola media o superiore e della qualità dell’insegnamento.

Ma la”strategia” di Verdini non guarda tanto per il sottile : è una riforma e va votata, perché lui ( Renzi, n.d.r. ) la pensa così: “ O farà quanto ha in mente o se ne tornerà a casa senza consultare il partito, la famiglia , gli imprenditori … Denuncerà che non gli è stato consentito cambiare il Paese e saluterà … Lo conosco: aspettiamoci una reazione forte sulle riforme … Non ci saranno patti, nessuna trattativa. A questo punto il problema non sarà suo ma di tutti gli altri. Vedremo chi si aggregherà. Noi voteremo sì “. Insomma prendere o lasciare , votare e zitti.

Suggerire proposte o battersi su una linea politica di dissenso magari guardando alla vasta opinione che rifiuta il riformismo renziano che, per esempio, sulla scuola è stata pressoché totale, nemmeno a parlarne.

La filosofia di Verdini è spiccia: “ Ma si vuol capire o no che in questa legislatura possiamo fare solo manovre parlamentari e non manovre politiche? “ . Non lo preoccupa che “per ora si può contare su molti deputati e senatori ma su pochi voti”, come dire l’importante è reclutare gli adepti, spiegar loro quello che debbono fare , poi, i voti … seguiranno e se non seguiranno pazienza si troveranno altri adepti da reclutare .

Non turba il “manovratore” neppure l’idea che senza una strategia politica e inabissandosi nella “palude” delle “manovre parlamentari “ , si percorre la strada del trasformismo . Anzi così deve essere : per Verdini, l’importante è trasformare gli adepti in seguaci .

Intanto ha condotto nel gregge dei voti pro Renzi 4 poveri gatti spelacchiati che si ritroveranno fuori della porta di Renzi a chiedere l’elemosina di entrare nel partito della nazione. Ecco, il”professor” Verdini ha battezzato una nuova categoria: il randagismo politico.

05/2015 [stampa]

MAFIA CAPITALE E LE VERE RESPONSABILITA’
Lo scandalo che sta devastando la politica e l’amministrazione di Roma Capitale presenta alcuni connotati precisi . Senza ombra di dubbio esso colpisce con inequivocabili responsabilità esponenti delle giunte Veltroni, Alemanno e Marino , con una continuità davvero inquietante. La sua penetrazione è così imponente e profonda nello stesso ambito amministrativo da far ritenere giustificata una procedure di commissariamento della Città.

Per cercare di comprendere come abbia potuto mettere radici questa rete di interessi e di irregolarità e, soprattutto, di presa in ostaggio della politica, si deve partire dalla constatazione che l’epicentro dello scandalo sono le cooperative di un personaggio incredibile come Salvatore Buzzi.

Non siamo di fronte ai cosiddetti “re del mattone”, cioè a potentati economici che hanno pesato storicamente nell’economia e nelle scelte urbanistiche della Città, probabilmente dal tempo della sua nascita come municipalità essenziale allo stato italiano . Risulta oggettivamente quasi incomprensibile come un personaggio come Buzzi abbia potuto scalare il potere romano , dalla sua condizione di detenuto graziato fino ad avere le chiavi della corruzione per così tanta parte di politici ed amministratori.

Nelle inchieste giudiziarie e , soprattutto in quelle giornalistiche non trovano risposta alcune fondamentali domande in grado di spiegare questo autentico “mistero” politico.

Chi perorò la sua grazia nei riguardi di un rigoroso presidente come Oscar Luigi Scalfaro ? Chi lo condusse per mano nella casta imprenditoriale e politica delle coop rosse? Chi garantì per la sua credibilità nei riguardi di sindaci, assessori e dirigenti amministrativi e consiglieri comunali di sinistra e di destra ?

Questo livello di chiarimento è ancora sostanzialmente opaco. Eppure è difficile pensare che l’omicida del socio-complice - con il quale andava compiendo varie truffe - con ben 34 coltellate, abbia fatto, anche in questo caso, tutto da solo . Non ha certo il profilo del genio e corruttore. Presenta infatti solo la fisiognomica del secondo che ben si accompagna a quella degli altri protagonisti.

Nessun imprenditore ha raggiunto nella storia dell’illecito amministrativo e politico di Roma un potere analogo. Partecipava ai “tavoli” del finanziamento delle campagne elettorali di Sindaci e parlamentari ( Marino e Renzi compresi) , aveva a stipendio consiglieri comunali , assessori e dirigenti . finanziava fondazioni e partiti . Ovunque esce una sua presenza di favori e passaggi di denaro.

Ora c’è un punto da chiarire che è fondamentale per comprendere gli appoggi e le coperture politiche di cui si è avvalso.

Il giro d’affari che si è andato costruendo con l’appoggio di manine sapienti non può essere sfuggito all’interno della sua organizzazione generale: la Lega della cooperative, il cui presidente è stato l’attuale ministro del Lavoro Poletti. I suoi bilanci e la sua contabilità erano parte di una organizzazione che si è sempre avvalsa di una “ regia politica “ di alto livello , come ha sempre potuto constatare chiunque abbia avuto responsabilità amministrative e contatti con il mondo imprenditoriale e cooperativo. Addirittura , come tanti conoscono, il coinvolgimento o l’appoggio di una cooperativa aderente alla Lega ha sempre avuto non solo un interesse economico e imprenditoriale , ma anche una “apertura di credito” politico anche da parte della sinistra un tempo comunista ora del Pd.

E allora ? Aspettiamo serenamente che l’ inchiesta giudiziaria apra ancora un altro capitolo. Pagine che dovrebbero fare chiarezza sulla scalata di potere di Buzzi e sugli appoggi che esso ha avuto nell’ambito politico del quale faceva parte integrante.

Nel frattempo una cosa è certa: non si può far finta di niente e lasciare che uno scandalo politico sia rimesso alle sole iniziative della magistratura.

Se si vuol cercare di ridare credibilità alle istituzioni gli scandali politici devono avere risposte politiche . Renzi, finto “rottamatore” che si è dimostrato “incompetente” verso la candidatura di De Luca non può ripetersi . Agisca e faccia dimettere Marino. In fondo ci vuol poco, è già un sindaco virtuale .

Pietro Giubilo

05/2015 [stampa]

GRECIA, SPAGNA, POLONIA, SCONFITTA L’EUROPA DELL’AUSTERITA’
Sarà stata una mossa ancora tattica, ma l’annuncio della impossibilità da parte della Grecia di pagare le rate del debito con il Fondo Monetario Internazionale che scadranno a giugno ( circa 2 miliardi di Euro ) come minimo costringerà le autorità monetaria a concedere al governo di Atene dilazioni e cedimenti sull’imposizioni di riforme capestro. Altrimenti un Grexit sarà peggio per la moneta unica.

Le elezioni amministrative in Spagna sono state un terremoto politico, mandando per aria il bipartitismo che rappresenta un elemento di stabilità per il suo sistema politico. Per la verità, uscito particolarmente sconfitto è il Partito Popolare del premier Mariano Rajoy cha lascia sul campo il sindaco della Capitale, carica detenuta da 24 anni e paga il prezzo dell’austerità – la disoccupazione è oltre il 25 per cento – per recuperare un situazione finanziaria , secondo le ricette della Commissione europea, BCE e del FMI. L’ affermazione di Podemos – un partito “gemellato” con quello del premier greco Tsipras - è il successo di una spinta anti europeista che si accompagna ad una denuncia della corruzione. “Avvenire” commenta: “ Podemos è il frutto amaro di una crisi innescata dalle grandi banche , le stesse che ora impongono l’agenda”.

Analogo ed in certo senso ancor più indicativo è il risultato delle elezioni presidenziali in Polonia dove ha vinto il “conservatore” Duda, euroscettico , che ha sconfitto il capo dello Stato uscente , il liberale Komorowski. Il programma del vincitore confermava il no all’euro, l’abbassamento dell’età pensionabile , aumenti di sgravi fiscali e maggiore protezione per le produzioni nazionali . A differenza della Spagna dove si è affermata una posizione di sinistra , in questo caso il vincitore aveva l’appoggio delle posizioni più tradizionaliste della Chiesa polacca. Sui temi etici , per Esempio ,ha dichiarato , osserva Avvenire , “di voler punire con la reclusione le donne che si sottopongono alla fecondazione in vitro”.

Per completare il quadro non possiamo non richiamare le recenti elezioni in Gran Bretagna, dove anche la vittoria di Cameron ha il significato di accentuare la politica inglese di distacco dall’Europa che era stata limitata dalla necessaria collaborazione con il partito liberaldemocratico con il quale Cameron aveva dovuto formare il governo dopo le passate lezioni. Poco evidenziati dai media sono, infatti, iniziati i colloqui tra Londra e Bruxelles per alleggerire alcune imposizioni del trattato dell’Ue . E’ comunque evidente che con la maggioranza assoluta di Cameron si fa più vicino il referendum sull’uscita della Gran Bretagna .

Con diverse angolature e linee culturali e politiche si diffondono gli effetti di una caduta dell’attuale sistema europeo. Non sono le “ricette di Bruxelles “ o della BCE a poter sanare questa ineluttabile decadenza del disegno europeista. Anzi ne sono la causa.

Nell’ultimo libro sull’”Ordine Mondiale “, Henry Kissinger ha scritto a proposito dell’Europa: “finora il processo di integrazione è stato gestito come un problema sostanzialmente burocratico di aumento delle competenze dei vari organismi amministrativi europei, in altre parole come una elaborazione di ciò che è già noto “. “ La storia europea – continua – ha dimostrato che l’unificazione non è mai stata conseguita con metodi prevalentemente amministrativi “.

Anche dopo questi forti segnali non sembra che la politica europea tenti di ricercare una via differente . La “voce” più forte ed autorevole che non ammette dissensi resta quella del Governatore della Banca Centrale Europea . La politica ha abdicato alle ricette economiche ed amministrative ed i popoli europei ne stanno pagando il prezzo . Il dramma è che anche le reazioni antieuropeiste , la protesta ed il dissenso non sono in grado di indicare una strada nuova per questa Europa decadente.

Pietro Giubilo

05/2015 [stampa]

LA TOLLERATA DOSE DI DEVASTAZIONE
I gravi disordini di Milano nel giorno dell’apertura dell’Expo, nei quali si sono viste scene di violenza e di aggressione contro beni di cittadini e punti commerciali meritano alcune ferme considerazioni.

Innanzitutto il fatto che intorno alle attività, alle persone e ai luoghi dai quali partono queste iniziative , autodefinite contro la globalizzazione, sembra esserci un alone di permissivismo . Come è provato, molti di questi attivisti e organizzatori svolgono una attività itinerante che li porta nei luoghi dove si svolgono incontri governativi internazionali o iniziative a carattere finanziario o commerciale . Non vi è dubbio che le attività di intelligence europee non possono non conoscere chi le organizza e , malgrado ciò, non si hanno notizie di vere e definitive operazioni di prevenzione e di repressione di tali organizzazioni. E come se , in qualche modo, si volesse “lasciar fare” in modo da etichettare l’anti globalizzazione come una idea estremista e violenta in quanto tale.

Un ulteriore elemento che fa rifletter è la strategia ormai assunta dal Ministero degli interni e dalle autorità di Polizia, in questa come in altre circostanze – vedi le violenze di qualche settimana fa’ a Roma - secondo la quale occorre “evitare il peggio”, ovvero tollerare una certa dose di violenza , con le relative lesioni a beni pubblici e privati, nel nome del ”minor danno” rispetto a quello si potrebbe verificare qualora si usassero metodi più drastici da parte delle forze dell’ordine. Ci si è vantati anche di aver “evitato il morto” .

Molti commenti rievocano il fatti del G 8 di Genova nel quale ci fu effettivamente il morto da parte dei manifestanti, ma pochi ricordano che se il poliziotto non si fosse difeso , il morto sarebbe stato , con tutta probabilità, dalla parte delle forze dell’ordine. La morale di quell’evento, al di là delle singole responsabilità e degli errori che in vicende come quelle si possono verificare, è che all’attivista violento - purtroppo ucciso – è stata intitolata una sala del Parlamento , ai dirigenti di polizia sono state comminate condanne a molti anni di carcere.

Si afferma che le violenze di Genova si determinarono proprio perché la polizia tentò di spaccare il corteo per andare a isolare e arrestare i violenti e, di conseguenza, quella strategia è stata dismessa e, quindi, per evitare “conseguenze più gravi”, i cittadini devono accettare che si verifichino ai loro danni devastazioni e danneggiamenti, in dosi “tollerate”.

Ci sarebbe una sola ragione che giustificherebbe una tale strategia e cioè che le attività di prevenzione, cioè dell’impedimento coatto a partecipare nei riguardi dei più violenti, siano efficaci al punto da rendere minoritarie e quindi isolabili le residue infiltrazioni nell’ambito della manifestazione. E qui occorrerebbe anche un altro elemento che è al momento escluso nella fase autorizzativa della manifestazione e cioè la dimostrazione della predisposizione di un servizio d’ordine da parte dei manifestanti in grado di riconoscere e bloccare qualunque , se pur , a questo punto, ridotta, azione da parte di gruppi più estremisti. Questa dovrebbe essere una condizione ineludibile per ottenere l’autorizzazione, dimostrando mezzi e personale addetto, pena responsabilità penali e civili.

Una cosa a questo punto è certa. Non è accettabile che una democrazia ammetta e tolleri dosi di devastazione con scuse assolutamente inaccettabili. I gravi fatti di Milano e le relative responsabilità non si possono coprire con gli attivisti del Pd , spay e stracci in mano, messi in strada per pulire i muri. Queste sono prese in giro, amplificate da media compiacenti . I cittadini hanno diritto di essere difesi nelle persone e nei beni e le istituzioni devono fare la loro parte .

Pietro Giubilo

04/2015 [stampa]

DIGNITA’ A PEZZI
L’Italia sta vivendo da tre anni una logorante vicenda di sottomissione ad una prepotenza politica da parte dell’India: il trattenimento di due nostri i soldati – uno, peraltro, è in Italia, momentaneamente per le necessarie cure dopo un ictus – senza che sia ancora stato formulato un capo di imputazione. Siamo alla più aberrante ed evidente violazione di norme internazionali.

Il comportamento dei governi italiani succedutisi in questo periodo - a cominciare da Monti , fino a Renzi - è stato di una debolezza e di una ambiguità incredibili. C’è il fondato sospetto che a motivo di interessi legati a commesse internazionali ci si sia adeguati alla politica di Nuova Delhi, lasciando sostanzialmente al loro destino i due marò. La questione emerse a seguito delle dimissioni dell’allora ministro degli esteri sotto il governo Monti , quando non si volle far nulla per trattenerli in Italia.

La verità è che con questa docile e interessata arrendevolezza si è pagato un prezzo a qualcosa di ben più alto valore di un modesto interesse economico, quello della dignità del nostro Paese.

La perdita di dignità non è un prezzo che si paga una tantum. Se non c’è un gesto riparatore , se non c’è uno scatto di reni, se non ci sono atti significativi, la perdita di dignità diventa come un abbonamento senza disdetta, te la porti dietro ovunque.

Pochi giorni fa’ è accaduto un altro fatto che dimostra l’atteggiamento di scarsa considerazione ormai rivolto verso l’Italia. Il premier Renzi ha effettuato una visita negli USA, ha incontrato il Presidente Obama conoscendo solo dinieghi sulla richiesta con la quale era partito , quella cioè di avere un sostegno politico e forse anche militare – i droni - alla iniziativa di intervenire nel caos della Libia. Di per sé era già una intenzione a dir poco irrealistica : si trattava di andare da quel presidente usa che aveva coperto e sostenuto la guerra anglofrancese contro Gheddafi, animata dalla intenzione di arginare il ruolo crescente dell’Italia nel Mediterraneo. Non solo della richiesta italiana non se ne è fatto nulla, ma l’atteggiamento di Obama è giunto al punto di non informare Renzi circa la notizia dell’uccisione del cooperante italiano Giovanni Lo Porto il 15 gennaio nel corso di un raid sferrato dagli USA in una zona che risultava essere una roccaforte di Al Quaeda.

Renzi sull’argomento ha balbettato di non aver avuto notizie da Obama, ritenendo che lo stesso non ne fosse in possesso fino alla telefonata avvenuta dopo la visita. Le verità è venuta fuori dal New York Times che ha ricostruito tutta la vicenda , scrivendo, in buona sostanza, che Obama fosse a conoscenza della morte dell’italiano, ma non lo avrebbe comunicato al premier, riuscendo anche , come titola il Corsera “ a pranzare affabilmente e a ostentare apprezzamento per il vino toscano”.

Insomma, all’Italia si riconosce dignità solo per i suoi prodotti alimentari. E’ dura, ma è così.

L’ultima prova della scarsa considerazione che accompagna la nostra politica estera , nonostante la iattanza e le smancerie del premier, è giunta da Bruxelles alla riunione per l’esame degli interventi per arginare le drammatiche ondate immigratorie provenienti dal nord Africa e che convogliano ormai centinaia di migliaia di disgraziati dalle zone di guerra e dal sub Sahara, verso l’Europa e l’Italia.

L’unica decisione presa è stata quella di aumentare le risorse dell’operazione Triton , come dire, tacitiamo le rivendicazioni italiane con risorse importanti che arrivano ad eguagliare – guada caso - quelle sostenute dall’Italia con la precedente operazione Mare Nostrum. Qualcuno ha scritto una “carità pelosa”. Niente concessioni di asilo – vedi la dichiarazione di Cameron - , niente guerra ai trafficanti, e rinvio sine die del blocco navale e delle operazioni contro le organizzazioni criminali , per non parlare di eventuali iniziative di accoglimento e filtro in loco.

I proclami di Renzi, da oltre un anno, si stanno dimostrando un modesto alibi mediatico, cioè una maldestra copertura, sempre meno credibile, rispetto alla realtà di una incapacità a far valere le nostre ragioni e i nostri interessi rispetto agli altri Paesi, nonostante il prezzo che l’Italia paga nella partecipazioni a numerose operazioni di pacekeeping internazionale.

Questa condizione non è certo il viatico migliore per affrontare uno scenario internazionale che si va facendo sempre più duro sia sul piano economico che su quello dei rapporti politici. Si può, infatti, dire che in Europa, insieme a tanti guai, stiamo precipitando, per la politica americana volta a contenere la Russia e per la miopia degli stati europei , in una nuova guerra fredda.

In questo orizzonte difficile la base di ogni sforzo utile a tutelare l’Italia è una forte dignità politica che dobbiamo saperci guadagnare e che, invece, oggi, è ridotta a pezzi.

04/2015 [stampa]

LE STRAGI DEI CRISTIANI IN AFRICA
Le orribili uccisioni degli studenti nel Kenya , insieme alla catena di stragi in Nigeria , oltre che la destabilizzazione continua in Siria ove anche lì ne fanno le spese i cristiani, impongono alcune riflessioni .

Innanzitutto l’indifferenza o quantomeno l’assuefazione con le quali queste notizie vengono accolte da molti media occidentali . Anche il Papa lo ha denunciato, ma tutti noi non possiamo non constatare la differenza tra l’amplificazione con la quale sono state diffuse le notizie degli attentati di Parigi con l’uccisione dei redattori del giornale satirico e la limitatezza che invece ha caratterizzato i fatti ben più gravi che continuamente giungono dall’Africa. Non giustifica l’argomento dato in risposta da alcuni giornalisti e cioè che la strage di Hebdo sia avvenuta a Parigi, nel cuore dell’occidente.

C’è, poi, un totalitarismo, religioso e ideologico insieme, che anima le violenze anticristiane che, assume un connotato assai più pericoloso . Mentre infatti gli assassini di Parigi ponevano a base delle loro gesta una motivazione seppur mostruosa, le stragi dei cristiani avvengono per il fatto della loro stessa esistenza , quindi l’obbiettivo è l’annullamento di questa realtà. I cristiani, secondo gli autori di queste uccisioni , non hanno il diritto di esistere , è un ‘entità da annullare. Non c’è bisogno neppure di una, se pur infame, ideologia razzista per giustificarle.

Ma ci sono altre considerazioni da fare.

Innanzitutto la constatazione dell’impotenza degli organismi internazionali e se è vero che l’ONU o la NATO sono anche gli stati che vi aderiscono è evidente che questa rinuncia a contrastare tali inaudite violenze è nell’orizzonte politico degli stati stessi e quindi degli organismi nei quali hanno parte più o meno rilevante. Tutto ciò coinvolge anche il declinante ruolo degli Stati Uniti che man mano che si manifesta la crisi del suo unipolarismo si rende evidente l’ evaporare della sua “missione” di affermazione della democrazia nel mondo e la sua evidente sostituzione con una logica politico militare esclusivamente legata ai suoi interessi.

C’è anche un corollario di carattere storico. Le violenze e le instabilità africane mostrano il fallimento del postcolonialismo. Una conferma di questa valutazione ci viene indirettamente da un articolo di Emanuele Severino nell’inserto La Lettura del Corriere della Sera di domenica 4 aprile dall’eloquente titolo: “ L’Africa gialla ci salverà”.

E’ interessante constatare proprio la giustificazione storico culturale che viene presentata dall’illustre filosofo: “ L’ingegneria sociale dello Stato cinese può manovrare masse di popolazione in misura molto superiore a quella praticabile dalle democrazie occidentali … L’Occidente accusa la Cina di riproporre il vecchio colonialismo europeo. E invece essa si muove su un piano diverso da quello politico-militare . Diverso e molto più efficace. E’ il piano dell’organizzazione tecno-scientifica della realtà sociale”.

Severino in sostanza giustifica il nuovo colonialismo cinese nel continente africano sub specie tecnico-scientifica e , quindi, l’impossibilità di una evoluzione fondata sulle sue sole radici, in nome delle quali si sono combattute le guerre anticolonialiste di “liberazione”. Con una differenza che mentre il colonialismo europeo arrecava sfruttamento, ma anche civiltà, il che avrebbe potuto collegare la realtà africana al corso stesso della società europea nel senso di uno sviluppo economico e democratico, l’assolutismo di una visione tecnico scientifica può essere posto al servizio di una “stabilizzazione” che farebbe coesistere la tecnica con i fondamenti dell’integralismo religioso ed ideologico. Proprio come nella Cina ove tecnica e ideologia comunista coesistono.

Al di là delle prospettive che enuncia Severino e che sono proprie del suo pensiero filosofico, la realtà africana mostra l’evoluzione tragica del post colonialismo, frutto amaro di una visione occidentale fondata sulla rinuncia e il declino.

03/2015 [stampa]

IL MULTIFORME CICCHITTO OGGI ANTI RUSSO, MA IERI …
In una intervista sul Corriere della Sera del 27 febbraio Cicchitto , presidente della commissioni esteri della Camera, si scopre anti Putin e mostra un inusitata virulenza nei riguardi della Russia, accusata di volere ritornare ad una visione imperiale.

“La questione russa – sostiene – deve essere affrontata sapendo bene con chi si ha a che fare : per questo servono sanzioni”.

Il truce ed informato Cicchitto che vuole sanzioni più dure nei riguardi della Russia è evidentemente una persona diversa da quella che avevano creduto . Un caso di omonimia.

Avevamo, infatti, creduto, fino ad oggi, che fosse lo stesso che partecipava assiduamente sotto le vesti di segretario giovanile del PSI ai festival della gioventù comunista a Mosca nei periodi più bui del socialismo reale.

Ci siamo assolutamente sbagliati . Come potrebbe un filo comunista e estimatore dell’URSS e del partito unico , cioè , sostanzialmente uno stalinista, essere oggi così severo con la Russia che presenta una democrazia dove si eleggono le cariche dello stato e vige una pluralità di forze politiche? E , poi, non può essere la stessa persona che oggi è informatissima su chi sia Putin, ma in altri tempi non conosceva Stalin e tutta l’oligarchia comunista al governo della Russia.

Certo è legittimo criticare un Paese ,la sua politica ela sua classe dirigente , ma occorrerebbe farlo sulla base di un minimo di coerenza , ma a Cicchitto, invece, l’incoerenza abbonda.

Da socialista lombardiano, con simpatie marxiste, a iscritto alla P 2 e fu atroce la reazione del vecchio leader quando lo seppe, ingiungendogli di smentire e, come racconta, tra gli altri, Vittorio Emiliani “con il condimento di un ceffone”. E ancora: da berlusconiano convinto a sostenitore accanito di una scissione ormai del tutto appiattita sul governo Renzi .

Ci domandiamo , a volte, come mai l’esperimento politico di Berlusconi non sia riuscito a costruire una solida formazione politica e a favorire l’affermazione di una classe dirigente adeguata.

Certo Berlusconi ha avuto i suoi limiti , ma personaggi come Cicchitto non portano da nessuna parte .Sono quelli che amano le “porte girevoli”.

P. G.

02/2015 [stampa]

TREGUA IN UCRAINA: OBAMA ARRETRA, L’EUROPA SEGNA UN PUNTO
Nei giorni precedenti la ”missione” diplomatica di Merkel e Hollande , gli Usa aveva fatto la voce grossa nei riguardi di Putin, mentre il segretario generale della NATO aveva iniziato ad organizzare sul campo quella forza di intervento rapido che doveva costituire un forte deterrente per contrastare il sostegno della Russia ai ribelli del Donbass.

In effetti la situazione in Ucraina stava precipitando poiché l’offensiva dei filorussi aveva ampliato il perimetro di controllo dei territori e stava mettendo in grande difficoltà l’insieme delle forze in campo di Kiev.

Abbiamo assistito ancora una volta ad una informazione forzata nel senso che le azioni belliche di questa contrapposizione provocava perdite civili nell’un campo come nell’altro, mentre si tendeva ad evidenziare solo le vittime attribuibili ai filorussi.

La sollecitazione intimidatoria verso il Presidente russo non ha ottenuto quello che gli occidentalisti avevano sperato e neppure le difficoltà economiche indotte dalle sanzioni e dal crollo del prezzo del petrolio hanno minimamente fiaccato le intenzioni di Putin, convinto che occorresse tenere ferma la posizione perché sempre più consapevole che sull’Ucraina si sta giocando una partita geopolitica fondamentale per il ruolo complessivo, internazionale, di Mosca.

La questione sulla quale ruota tutta la vicenda è la adesione a breve o a medio termine dell’Ucraina alla NATO. Luigi ippolito sul Corriere della Sera dell’8 febbraio è arrivato a teorizzare l’adesione alla NATO come una certezza di sviluppo democratico : “un Paese integrato nelle strutture occidentali – si legge - troverebbe la garanzia di uno sviluppo pacifico e democratico”.

Ora, i risultati che emergono dal summit che sembra abbiano scontentato il premier ucraino Poroshenko e non soddisfatto Obama, congelano la situazione militare che, rispetto alla tregua precedente vede un miglioramento delle posizioni filorusse; afferma la prospettiva istituzionale di una organizzazione federale dell’Ucraina , con ampia autonomia della parte orientale che , di fatto, renderebbe assai difficile l’adesione alla NATO che, peraltro, gli stessi Merkel e Hollande hanno sempre mostrato di non voler sostenere.

Su Hollande e su Merkel , la cui missione è apparsa in controtendenza rispetto alle sollecitazioni belliche di Gran Bretagna, Polonia e Paesi Baltici, deve aver influito la considerazione che il vero nuovo fronte, anche di natura bellica e non più disertabile sul quale l’Europa si dovrà misurare è quello della possibile esportazione verso il Continente della jihad che dalla Libia comincia a minacciare l’Europa del Sud, ma che ha agito in Francia e può creare problemi gravi a Berlino, ove la presenza turca appare solo al momento meno rischiosa.

Il conflitto ucraino non è un conflitto civile nel senso proprio del termine in quanto esso non si combatte in tutto il territorio , ma vede contrapposte due parti che rispondono a interessi e tensioni di carattere internazionale . La sua composizione può realizzarsi soltanto disinnescando le sollecitazione allo scontro

Ciò che si è fatto strada nelle 17 ore non stop del negoziato di Minsk è la logica che le aree a rischio e i punti di frizione nel centro Europa non debbano essere lasciate al gioco geopolitico inglese e americano o ai nazionalismi che hanno fin troppo negativamente segnato la storia del centro Europa con il loro retaggio di guerre e di spartizioni territoriali.

Devono , invece, essere il terreno di accordo di una nuova Europa che intenda sanare le drammatiche ferite della prima e della seconda guerra mondiale e costruire quell’unità geopolitica dall’Atlantico agli Urali, idonea a contenere lo sviluppo jihadista e contribuire concretamente alla pace e alla sicurezza internazionali.

12/01/2015 [stampa]

UNA EUROPA SENZA VOLTO
Le immagini della grande manifestazione indetta a Parigi per “rispondere” all’aggressione terrorista dei giorni scorsi, dimostrano una forte volontà del popolo francese di respingere gli atti di “guerra” che hanno insanguinato la sua Capitale.

L’immagine della testa del corteo, mostrata nella diretta televisiva internazionale, con i rappresentanti dei governi, delle autorità europee, dei leader di altri paesi, giunti per solidarietà a Parigi, tuttavia, ha dato una impressione di freddezza, di vuoto , di spettralità. Si è assistito alla rappresentazione di un incedere grave e doloroso di personalità preoccupate e pienamente comprese di una condizione austera dovuta ad un evento luttuoso.

Mancava qualcosa di fondamentale che avrebbe dovuto far esprimere qualcosa di più ad un corteo che era solo livido e mesto.

Si è detto che questo era un corteo repubblicano , sintetizzando con questo termine il significato e i valori che esso avrebbe rappresentato. Valori europei ed internazionali e che, si è detto, sottintendevano quelli della Rivoluzione francese: liberté, egalité, fraternité.

E l’unico segno evidente e diffuso era lo slogan che è stato coniato subito dopo l’uccisione dei redattori del giornale satirico e che campeggiava lungo tutto il resto del corteo: “ Je suis Charlie “.

Erano assenti i colori, i simboli. Poche bandiere francesi e basta.

Forse la paura di suscitare un nazionalismo o meglio ancora la rinuncia e la rassegnazione a volerlo rappresentare sulle piazze.

Ma non solo il nazionalismo francese non c’era a Parigi domenica10 gennaio. Anche l’Europa con le sue radici vere era assente, nessuno riusciva a rappresentarla oltre i volti e i corpi degli uomini e delle donne alla testa del corteo. Il solo riferimento alla Rivoluzione francese non appare complessivamente adeguato e tale da rappresentare la ben più complessa cultura della tradizione occidentale ed europea.

Mancavano a Parigi simboli e colori: l’Europa non era scesa per le strade.

L’Europa politica non esiste e questo lo si poteva leggere ancora una volta nei volti cerei e gravi dei suoi governanti, pur tutti presenti .

L’Europa dei valori e delle sue radici non c’era perché di fronte all’Islam e alla sua aggressione essa è svuotata da anni di nichilismo e relativismo . La forza dell’identità storica e civile dell’Europa era assente, neppure parzialmente coperta da uno slogan generoso ma vuoto .

Questa Europa pallida già prima di essere ferita, nei suoi cenni di reazione, mostra solo la volontà di rispondere all’aggressione islamica con strumenti di polizia e restrizione di regole di circolazione . Concepisce solo più intelligence e controlli, meno passaporti e più schedature.

Non riesce più a capire che una battaglia di civiltà non si combatte con l’anagrafe e le prefetture e che se non si è più in grado di mettere in campo una forza innanzitutto spirituale e se non ci si considera una comunità di destino , non si è in grado di avere e usare i mezzi per difendersi e battersi.

L’esito dello scontro tra chi è disposto a combattere e morire e chi no, tra chi vuole la guerra santa e chi al massimo concepisce operazioni di polizia, è segnato e non ammette eccezioni.

Che l’Europa ritrovi le ragioni della sua esistenza storica , la forza profonda della sua civiltà, lo spirito e i valori con i quali ha costruito le sue comunità, e si ponga, con tutte le sue responsabilità, di fronte all’Islam .

Non è uno scontro tra progrediti e arretrati, tra oppressori e oppressi , non sono queste le categorie che consentono di comprendere e preparasi di fronte a questa sfida. Nel 2001 Gianni Baget Bozzo affermava che “l’Islam è stato il peggior avversario che il Cristianesimo abbia incontrato nella sua storia”.

Abul Ala Maududi , uno fra i più importanti pensatori musulmani del XX secolo ha scritto : “ L’Islam è in realtà un progetto rivoluzionario e ideologico che vuole modificare l’ordine sociale di tutto il mondo e riedificarlo secondo i propri principi e ideali”.

A questo l’Europa e noi tutti dobbiamo prepararci .

15/12/2014 [stampa]

RENZI E LA SCIALUPPA USA
Sarà forse un caso, ma è senz’altro significativo che l’intervista al New York Time di Renzi avvenga proprio nel momento di maggiore esposizione della sua linea rispetto al dissenso interno e , soprattutto, all’indomani di rilievi significativi che la Commissione europea e lo stesso Junker hanno espresso nei riguardi dell’Italia .

Quella trascorsa è stata una settimana pesante per il Presidente del Consiglio. Si era aperta, come aveva scritto il quotidiano di De Bortoli , “con la notizia delle pressioni dell’Eurogruppo per convincerlo a fare di più sul risanamento sei conti pubblici in vista dell’esame della legge di stabilità 2015 rinviato dalla commissione europea al prossimo marzo” e si era conclusa con l’intervista del presidente della Bundesbank Weidmann . Questi, al termine del G 20 finanziario, aveva non solo criticato Draghi, sostenendo che le iniezioni di liquidità alle banche con l’obiettivo di aumentare i finanziamenti a imprese e famiglie, finiscono in realtà per favorire gli stessi istituti di credito «a danno dei contribuenti» , ma aveva attaccato il progetto del presidente della BCE di acquisto dei titoli bancari cartolarizzati, rappresentativi di prestiti a imprese e famiglie che, a suo dire, avrebbero consentito alle banche di trasferire sulla Bce, parte dei rischi.

Il presidente della Bundesbank se l’era presa anche con Francia e Italia che, a suo dire non stavano attuando come dovrebbero le riforme strutturali. «Più a lungo – aveva ribadito - questi due grandi Paesi non creeranno le condizioni per la crescita e la stabilità, più a lungo continuerà la debolezza dell’Europa e con essa le pressioni sulla politica monetaria».

Nel mezzo della settimana c’era stata la bocciatura del governo per un emendamento approvato con il quale i senatori della minoranza del PD, con l’appoggio di Lega e M5S e di un dissidente di forza Italia, toglievano nel disegno di legge di riforma costituzionale i senatori a vita di nomina presidenziale.

L’uscita dell’intervista all’autorevole quotidiano statunitense sembra , dunque, rendere palese la strategia di Renzi che, isolato in Europa e indebolitosi il suo “alleato” Draghi , ricorre allo “zio Sam”.

Nell’intervista, Renzi elogia l’operato di Obama al quale dichiara di ispirarsi . Il quotidiano usa lo ripaga e parlando del Jobs act, scrive che "per gli standard italiani di un lavoro per la vita, si tratta di un passo rivoluzionario". Dalla tribuna autorevole della stampa americana, Renzi criticala la UE stretta "in una dittatura di burocrati e tecnocrati", e "non vuole accettare che la politica è il regno della flessibilità", schierandosi decisamente sulle ricette e le indicazioni economiche che da tempo gli Usa suggeriscono all’Europa . Renzi ne esce glorificato "forse il secondo più potente uomo politico in Europa dopo Merkel”. In termini schematici, scrive il NYT lui è”il Signor anti-austerità contro la Signora austerità”.

La spregiudicatezza e il tatticismo del premier è evidente . Pensa di giocare sulla scena internazionale con alleanze a tutto campo con le quali spera di “piegare” la linea politica ed economica della Germania e della Commissione europea che Junker ha costruito sulla posizione del rigore. Vuol fare il “monello” utile a Washington, senza pensare che la partita europea di può giocare solo a Bruxelles , tentando, del caso, una difficile alleanza sud europea che ormai si allontana , come conferma la posizione polemica della stessa Spagna nei riguardi dell’Italia.

La politica internazionale è un gioco duro come ha potuto constatare a suo tempo lo stesso Berlusconi e il peso degli USA, dopo le esperienze fallimentari di Obama sulla politica estera e le pesanti sconfitte elettorali , non sono certo in grado di creare un ”ombrello” diplomatico al premier italiano.

La scialuppa usa con la qual Renzi pensa di navigare nelle acque tormentate della crisi economica e dell’ostilità europea fa acqua e l’arte diplomatica non è certo il forte dell’ex sindaco di Firenze.

La “mosca” ronza sempre di più dentro il bicchiere .

Pietro Giubilo

27/11/2014 [stampa]

PICCOLI FUOCHI MA PESSIMI SEGNALI
Per adesso sono ancora fatti isolati, ma che si vanno diffondendo.

Le cronache hanno segnalato in questi giorni che alcune centinaia di persone scendono in piazza, esasperate da situazioni di grave incapacità dello Stato di assicurare condizioni essenziali per la regolare vita dei suoi cittadini.

A Roma nel quartiere Tor Sapienza, una periferia che ha già conosciuto la piaga dell’abusivismo residenziale e commerciale e che oggi vede la compresenza di campi rom e di centri di accoglienza, la popolazione, stanca di subire aggressioni spesso ad opera di extracomunitari in una condizione che mette a repentaglio la vita di famiglie , lavoratori e commercianti, si è sollevata ed ha denunciato , finalmente , una realtà rispetto alla quale le amministrazioni locali si sono dimostrate incapaci ed assenti.

A Milano le occupazioni organizzate delle case popolari , addirittura approfittando di una breve assenza dei legittimi proprietari o assegnatari , si moltiplicano a dismisura, costringendo centinaia di famiglie a vivere nella precarietà e nel terrore. Questo fenomeno dopo l’insediamento della giunta di Pisapia si è andato diffondendo, per evidenti inadeguatezza ad affrontarlo.

Sempre a Roma, un albergo appena finito è interamente occupato da organizzazioni sociali sostenute dalla sinistra, potendo continuare a godere dei servizi del Comune o della aziende municipalizzati , mentre il proprietario deve assumere il costo di imposte e servizi. E’ l’ennesimo emblema di una tollerata violazione di regole e dello stravolgimento di ogni norma di diritto.

Le iniziative forti, nate in questi quartieri , hanno il merito di aver fatto luce su diffuse illegittimità e sulle responsabilità di molte amministrazioni comunali, rette da giunte di sinistra, che mostrano tolleranza se non addirittura connivenza.

E’ un sommerso della cronaca , in qualche modo sempre esistito , ma che, con il prolungarsi di una crisi economica e occupazionale, sta dilagando assumendo i contorni di una condizione non più tollerabile che innesta risposte che iniziano a farsi sentire.

La risposta a questa illegalità non dandola lo Stato cominciano a darla gli stessi cittadini.

La sinistra, usando le sue categorie sociologiche ed economicistiche, la definisce una guerra tra poveri, ma non è una guerra tra poveri.

E’ l’inizio dell’ autodifesa di un’Italia legittima che lavora e vive di sacrifici , che sopporta anche il disagio di vivere in zone dove l’urbanizzazione è stata trascurata, che assistendo all’incapacità dello Stato di organizzare e gestire flussi emigratori e di far rispettare le regole sociali e civili , decide di non sopportare più tutto questo e lo fa con lo strumento che gli è rimasto , cioè la protesta di piazza.

Questi cittadini non possono essere attratti dalla sinistra neoliberista e salottiera che vive ormai solo di comunicazione mediatica. Essi hanno ormai compreso anche l’inaffidabilità di quegli esponenti che vestono i maglioni di cachemere o che si occupano ormai solo di tenute agricole. Né possono essere a lungo attratti dalla protesta dell’avanspettacolo di Grillo.

E’ una realtà che si fa strada per conto suo che occorre capire , che non va lasciata a se stessa, che mostra i primi effetti sociali di una crisi che si continua a definire come economica , ma che è anche sociale , istituzionale e di rappresentanza politica.

E’ giunto il tempo nel quale la politica deve affrontare queste sfide che derivano anche dalla sua prolungata assenza o dall’ aver lasciato gestire l’Italia ad altri poteri che troppo spesso dimostrano di guardare altrove rispetto al bene comune, alla difesa dei suoi cittadini , a valori, intessi e radici essenziali .

07/11/2014 [stampa]

JUNKER E RENZI
Junker è presidente della commissione europea, costruita con abilità ad immagine e somiglianza della logica merkeliana.

Renzi è presidente pro tempore, ormai agli sgoccioli , della Ue ed ha un ministro europeo – la Mogherini - che non conta nulla per il semplice motivo che non esiste una politica estera europea.

Junker è stato primo ministro di un piccolo stato, il Lussemburgo, ma finanziariamente potente, una specie di svizzera della UE. E’ stato messo lì dal Paese più forte dell’Europa.

Renzi è primo ministro dell’Italia , perché così ha voluto la direzione del PD .

Nella conferenza stampa di presentazione del ”suo” governo, Junker, nel ribadire la sua linea e nel contrastare le critiche del premier italiano ( “ non sono il capo di una banda di burocrati “ ) , ha detto, sempre rivolto a Renzi “prendo sempre appunti durante le riunioni, poi sento le dichiarazioni che vengono fatte fuori e spesso i due testi non coincidono” .

Pur nello stile appropriato della diplomazia internazionale Junker ha usato una insolita fermezza ed ha espresso un giudizio pesante sulla disinvoltura del premier italiano.

A noi non piace Junker, né apprezziamo che il Partito Popolare Europeo abbia scelto un premier troppo caratterizzato come espressione della finanza. Anche se l’intenzione fosse solo quella di potersi muovere meglio nel mare della globalizzazione, pensiamo che una figura politica sarebbe stata più adatta.

Non crediamo che Renzi sottovaluti le istituzioni europee perché, poi nei fatti - nelle “ riunioni” - accetta tutto quello che l’Europa stabilisce. Padoan aveva già preventivato nella legge di stabilità il “prezzo” da pagare per l’ok di Bruxelles.

Pensiamo che Renzi abbia il disinvolto comportamento di colui che di giorno combatte contro la “banda dei burocrati” , mentre di notte ci si mette d’accordo.

Il riferimento di Junker agli “appunti” è significativo perché dimostra che questo gioco non gli verrà consentito .

Renzi ha fatto il sindaco di una “ città piccola e povera “ , come venne definita Firenze da Marchionne . Lo stesso che disse : “l’abbiamo messo là” , sollevando, poi, l’indignazione della Camusso. Non sappiamo bene il vero significato delle parole di Marchionne , ma non c’è dubbio che esprimeva qualcosa di più di un auspicio. Come non c’è dubbio che se “qualcuno” ti mette “là”, potrebbe anche toglierti.

Il “gioco” potrebbe farsi duro e, di conseguenza, più difficile per Renzi . Forse ancora non se ne è reso conto.

22/10/2014 [stampa]

RENZI E LA SVOLTA VERSO LE ELEZIONI
Saranno le difficoltà che si colgono sul fronte dei movimenti della finanza internazionale, saranno gli atteggiamenti di sostanziale inflessibilità delle autorità di Bruxelles e della Germania , sarà che il rilancio del pallone sempre più avanti da parte di Renzi, sta mandando la sfera fuori campo, ma il premier è ormai costretto a svelare le sue carte.

Il sospetto sempre più fondato che tutto questo rilanciare e la stessa specificità dei provvedimenti previsti ( l’ultimo è il bonus di 80 euro alle mamme per i nuovi nati ) andavano confermando ormai che Renzi stesse all’inizio di una non troppo lunga campagna elettorale, ha avuto una conferma , diremmo, ufficiale.

Nella direzione di lunedì venti, il segretario premier ha dato un affondo sulla legge elettorale che , peraltro era stata la motivazione che aveva spinto al cambiamento della guida del governo da Letta a Renzi.

E’ vero che con le “ciance” di Renzi può accadere di tutto e che, quindi, si potrebbe trattare di un ulteriore ballon d’essai, in un fuoco di artificio che tende a coprire tutto con una cortina fumogena di parole, tuttavia questa intenzione, questa volta, appare più fondata.

Fondata su una realtà di un cambiamento sempre più virtuale: la riforma costituzionale che si è arenata al primo dei , quantomeno, quattro voti che sono necessari; la riforma della giustizia disapprovata dai magistrati è lungi dal diventare legge; la riforma del lavoro è una delega al governo che ha bisogno di un passaggio alle camere e di ulteriore tempo per i decreti attuativi; la riforma della pubblica amministrazione non esiste; quella fiscale, poi, sono solo pie intenzioni, e così via. Cioè una realtà di cambiamento che non esiste.

Quel poco che è stato deliberato va nella direzione di concedere un po’ di aumento di stipendio per alcuni ( 80 euro ) e di una prospettiva di assunzione per altri ( i precari della scuola ). Ovvero … campagna elettorale, proprio come quando i ministri delle poste assumevano migliaia di postini alla vigilia delle lezioni.

Perché a questo punto Renzi avrebbe fretta di andare a votare? Non solo per le nuvole sull’orizzonte internazionale ed europeo, non solo perché dagli annunci è difficile uscirne con provvedimenti veri e propri, non solo per anticipare il rientro di Berlusconi, sempre pericoloso sul piano elettorale, nell’agibilità politica, ma anche perchè il quadro a sinistra potrebbe complicarsi se la CGIL dovesse portare alla manifestazione del 25 ottobre, un milione di persone.

Perché questa manifestazione potrebbe rappresentare il primo passo su di una strada che porta alla ricostruzione di un partito che accoglierebbe tutto ciò che sta alla sinistra di Renzi e,cioè, non poco, in termini sociali e politici.

E’ ancor prematuro e inutile esaminare quali potrebbero essere i connotati normativi della proposta di legge elettorale, rispetto alla quale si evidenziano una arrendevolezza dell’inesistente Nuovo Centro Destra, i dubbi di Forza Italia e possibili spaccature all’interno del PD se i non renziani avranno un sussulto di ribellione . Lo sciopero del 25 potrebbe infondergli quel coraggio che fino adesso è mancato .

14/10/2014 [stampa]

GENOVA CHE AFFONDA NEL FANGO: LO SPECCHIO DEL REGIME
Siamo del tutto alieni ad esprimerci con foga qualunquista e apocalittica. Tentiamo sempre di ricorrere ad una analisi che spieghi ciò che avviene e si raccordi con un senso più generale.

Eppure questa volta ci sembra di essere arrivati al limite . Genova, una città che affonda nel fango, mentre da quattro anni non riesce a spendere somme stanziate per quelle opere provvisionali che avrebbero potuto evitare il ripetersi di tali tragedie.

L’infernale meccanismo della complessità delle leggi, della conseguente lentezza di una spesso incapace burocrazia, della inadeguatezza dei provvedimenti e del relativo conflitto di ricorsi e della lentezza della magistratura amministrativa è giunto al suo traguardo conclusivo : il blocco di ogni decisione. E’ poco prendersela con le amministrazioni comunali o regionali in carica in questo periodo che pur avranno le loro responsabilità, quantomeno nella inadeguatezza della struttura amministrativa e legale dei provvedimenti.

E’ ancora poco chiamare in causa l’ingarbugliato sistema giudiziario amministrativo che in Italia fa acqua dappertutto.

Qui siamo in presenza di un “sistema” creato da una legislazione pseudo garantista che alla fine, per la sua complessità, spinge ad aggirare le leggi stesse; un sistema che esaspera una tutela ambientale che rende difficile intervenire con opere che possono realmente contenere i rischi idrogeologici.

Ricordiamo che per anni a Roma nella località di Ostia mentre il mare si “mangiava “ la spiaggia , ambientalisti ed istituzioni si dilettavano a discettare tra un “ripascimento morbido”, “ compatibile con l’ambiente” e un ”ripascimento duro” che invece aveva un “troppo pesante impatto ambientale”.

Un sistema che , con la nomina discrezionale ha prodotto una classe dirigenziale incompetente , inadeguata a produrre atti di solida intelaiatura amministrativa , sui quali fioccano i ricorsi e si dilungano i TAR.

Ricordiamo gli anni cinquanta e gli straripamenti del Po, con le tante tragedie delle famiglie del Polesine. Eppure l’Italia di allora riuscì a intervenire e a sanare una condizione “idrogeologica” e, da decenni, quelle immagini , in quella parte d’italia, non si sono più viste.

Genova , invece, solo dopo pochi anni è tornata alla ribalta con le sue vittime e le stesse immagini di distruzione e di disperazione uguali a quelle di quattro anni prima.

La città, poi, ha dovuto iniziare a sollevarsi con centinaia di volontari prima che si attivassero i servizi pubblici. Li abbiamo visti sporcarsi del fango in un grande impeto di solidarietà civile.

Il premier Renzi ,invece, forse su consiglio dei suoi spin doctors , s’è ben guardato dal recarsi nella zona. Ha voluto evitare di collegare la sua immagine a quella del fango di Genova. Il sindaco ne sa qualcosa.

Anche questa fuga è lo specchio di un sistema bloccato, di una politica evanescente, di una burocrazia inadeguata, di una giustizia lentissima. Lo specchio di un sistema bloccato .

16/09/2014 [stampa]

EUROPA E RUSSIA: IL RICHIAMO DEL CARDINALE SCHOENBORN
A Redipuglia quest’anno è accaduto qualcosa di importante.

La massima autorità religiosa cattolica , Papa Francesco, si è recato a pregare cominciando dalle tombe dei soldati austroungarici. Il Cardinale Arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn, la massima autorità religiosa austriaca, ha pregato per tutti i caduti.

Questo evento, pur collocandosi in una logica tradizione di rifiuto delle guerre da parte della Chiesa Cattolica( Benedetto XV definì la prima guerra mondiale l’”inutile strage” ) , ha mostrato la volontà di superare e impedire anche conflitti che sembrano palesarsi sull’Europa di oggi.

Nell’intervista riportata dal Corriere della Sera di domenica 14 a pagina 2 , il Cardinale Schoenborn, dopo aver ricordato che si trova lì “a pregare per i morti delle due parti”, si esprime con la massima chiarezza: “ Non dobbiamo dimenticare, mai, la lezione della storia . Napoleone , Hitler … il pericolo è enorme. Europa e Russia devono stare assieme, cercare il dialogo. Certo, in Russia non sono dei santi, ma neanche noi lo siamo”.

Si tratta di un chiaro invito al dialogo , del rifiuto delle sollecitazioni belliciste che provengono da parte di alcuni paesi europei ( GB ) e dagli Stati Uniti che hanno ricreato una condizione di guerra fredda come mai si era registrato in Europa da oltre venti anni.

Nell’indicazione che Europa e Russia devono “stare insieme” si evidenzia non solo l’invito a non seguire le spinte nazionaliste e divisorie che si stanno diffondendo nei Paesi dell’Europa orientale, ma anche un disegno che fu di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI di una Europa dall’Atlantico agli Urali che ha rappresentato il sogno ecumenico dei due predecessori di Francesco. Il Cardinale rifiuta anche quella strumentale posizione di attacco verso la Russia fondata sulla critica alle presunte violazioni di diritti umani.

Nella Russia di Putin, per la verità il carattere identitario della “democrazia sovrana” si esprime nella difesa della famiglia naturale, in una forte componente religiosa nella presenza pubblica, nel contenimento delle operazioni finanziarie portate avanti da oligarchi privi di scrupoli che tentarono di impadronirsi delle risorse economiche del Paese dopo il crollo del regime sovietico.

Nessuno ricorda a proposito della rivolta di Maidan in Ucraina e l’insediamento di un Parlamento sotto minaccia della piazza, che il primo atto fu l’eliminazione del bilinguismo, cioè di quella lingua russa che appartiene a popolazioni in vaste zone del Paese che per secoli sono appartenuti alla Russia.Si è trattato di una gravissima violazione di diritti a sfondo razzista e xenofobo ed una motivazione che ha mosso le aree est a rivoltarsi contro Kiev.

Le sollecitazioni contro la Russia che stanno alzando il tiro delle sanzioni ed alla cui escalation si adeguano i Paesi europei, sembrano ricordare il modo incosciente con il quale i Paesi europei si avviarono alla prima guerra mondiale.

Le parole di Papa Francesco a Redipuglia in difesa della pace e le esplicite indicazione del l’arcivescovo di Vienna costituiscono un richiamo forte al quale sarà difficile sottrarsi , soprattutto da parte dei due Paesi che più avrebbero a soffrire per l’escalation delle sanzioni economiche e che hanno espresso nelle recenti politiche estere una linea di avvicinamento alla Russia.

La Germania e l’Italia presentano tuttavia alcuni limiti che si vanno evidenziando. La cancelliera Merkel non dimostra il coraggio e la determinazione che hanno caratterizzato l’operato di Schmidt e Schroeder . Il primo ministro italiano Renzi più che europeista sembra attestarsi su una linea alquanto atlantista e filoamericana.

Tuttavia la politica antirussa non sembra raccogliere quell’unanimità che la stampa interessata vuole far intendere e personalità autorevoli stanno rompendo il quadro occidentalista come l’articolo di Barbare Spinelli ne La stampa del 15 settembre dimostra.

P.G.

23/07/2014 [stampa]

L’ASSOLUZIONE DI BERLUSCONI RIAPRE LA POSSIBILITA’ DI UN CENTRODESTRA UNITO
L’assoluzione in appello di Berlusconi sul caso Ruby mentre dimostra che “c’è un giudice a Berlino” , prova anche l’esistenza di una ”giurisdizione politica”, ovvero di un utilizzo politico della giustizia, perché, obbiettivamente, intorno all’inchiesta, poi finita senza un esito penale, si sono giocate partite politiche interne e internazionali che hanno cambiato il corso degli eventi politici in Italia. Le autorevoli conferme internazionali sull’ostilità nei riguardi dell’allora Presidente del Consiglio italiano, oltre una doverosa inchiesta parlamentare, meritano una valutazione seria e approfondita su coloro che agirono contro gli interessi e le istituzioni italiane. Tuttavia, oggi, questo aspetto , per la condizione del Paese, non appare come il più rilevante.

Si dice che la sentenza rafforza l’impegno di Berlusconi a sostegno alle proposte di modifica della Costituzione che Renzi sta portando avanti non senza qualche difficoltà, soprattutto per il raggiungimento del quorum necessario per evitare che le riforme siano sottoposte ad una richiesta di referendum e, quindi, ad un rinvio della loro eventuale operatività, una volta approvate dalle Camere.

Ma, ancora , non è questo del passaggio delle riforme l’elemento di maggior rilievo che la decisione dei giudici di secondo grado comporta .

Si riapre, infatti ,con la sentenza assolutoria, la possibilità di uno scenario politico che sembrava del tutto compromesso, quello cioè di un ritorno del centro destra verso un rassemblement, condizione necessaria, anche se non sufficiente, per costruire un bipolarismo realmente competitivo. Questa è la novità del dopo Ruby.

La condanna di Berlusconi avrebbe giocato a favore di coloro che ritengono che la definitiva messa da parte dell’anziano leader sarebbe stata di per sé sufficiente ad aprire un era nuova per il centro destra, ed inoltre avrebbe significato , sempre secondo questa tesi politica, che con Berlusconi si allontanavano le posizioni diverse dal centrismo e dal neo centrismo sulle quali si erano costruite le utopistiche e fallimentari strategie di Casini, Monti, Fini e , più recentemente, di quella parte del Nuovo Centro Destra che non vuol neppur sentir parlare di un ritorno ad una alleanza con Forza Italia ( Cicchitto, Quagliariello ).

Alfano è intervenuto, intervistato da Il Messaggero, proponendo a Berlusconi la ricostruzione di una forza politica sul modello del Partito Popolare Europeo, precisando di dover scegliere “o noi o gli estremisti”. Alfano detta sin da subito l’alternativa : “ricominciare dal PPE o dalla destra estrema”, ove per destra estrema vengono considerati Lega e di Fratelli d’Italia, ma anche i voti che questi rappresentano.

Ora, l’idea che la linea politica del centro destra non debba assumere connotati estremisti è evidente a tutti, ma questo non si è mai verificato, mentre non si riflette abbastanza sul fatto che , nel passato, fu proprio Berlusconi ad avere la capacità di tirar fuori dall’isolamento politico l’MSI e volgere verso il federalismo , un movimento come la Lega nato su posizioni secessioniste.

E’ sempre di estrema evidenza che senza quel 10 per cento di elettori e, soprattutto, senza una adeguata attenzione ai problemi della immigrazione, della drastica riduzione delle tasse e della riforma del sistema monetario europeo , una parte della rappresentanza di centrodestra viene esclusa da quell’essenziale bipolarismo politico al quale il sistema europeo si richiama.

E’ necessaria la capacità politica di ricondurre le posizioni più a destra ad essere pienamente compatibili con una alleanza che, appunto, dovrebbe chiamarsi di centro-destra, senza cadere nella trappola neocentrista, posizioni oggi rese spigolose dall’indebolimento di Berlusconi , dalla pallida linea neogovernativa dei cosiddetti “moderati” e soprattutto dall’esplodere dei problemi ( immigrazione, inadeguatezza della politica europea , persecuzione fiscale ) . Nello stesso PPE convivono realtà diverse . Per esempio, in Germania è fin troppo facile e logico che la CDU separi nettamente le sue posizioni da quelle realmente estremiste, in quanto la CSU rappresenta anche la destra , ma in Italia , dopo la fine della DC, sono ormai dimostrati l’insufficienza e i fallimenti delle “avventure” centriste , compreso Monti, inutilmente ed equivocamente supportato del PPE. Chi non ricorda, poi, le polemiche , a suo tempo, della sinistra democristiana contro la CDU-CSU, considerata troppo di destra ed il favore verso le posizioni popolari, nel PPE, più spostate a sinistra ?

La messa da parte di Berlusconi non si traduce nel trasferimento automatico dei voti verso le posizioni moderate o centriste. Al contrario, proprio l’indebolimento di Berlusconi ha estremizzato la situazione politica italiana con la nascita del voto di protesta dei grillini. Il centrodestra si deve ricostruire senza escludere quella rappresentanza popolare e di ceti medi che non si riconosce nelle ambigue proposte centriste. E’ questa la difficoltà, ma anche la necessità che il confronto per la sua ricostruzione deve saper affrontare.

Dopo la sua assoluzione, Berlusconi , sarà dunque protagonista di questa prospettiva per la quale riteniamo che il vecchio leader debba esprimere due linee di proposta.

La prima è la sua, già sperimentata, capacità di riunire forze politiche diverse o addirittura marginali , con la ricostruzione della consapevolezza nell’elettorato di centrodestra di assumere unitariamente, pur nelle diverse sensibilità e culture, una posizione alternativa alla sinistra , se pur nella versione renziana .

La seconda , forse più difficile, ma ugualmente essenziale, è quella di dare spazio nella immagine e soprattutto nei contenuti, ad una nuova classe politica in grado di competere con la sinistra come si presenta oggi ed il suo messaggio di novità. Difficile perché le classi politiche non si inventano .

Con un tempismo che non sorprende Berlusconi è già passato all’iniziativa telefonando ad Alfano per avviare l’idea di una “federazione di partiti” attraverso un percorso costituente , mentre sta lavorando per ridimensionare le spaccature interne al suo partito.

Come in un film già visto si oppongono le voci di Cesa e Quagliariello . Anche il secondo intende camminare su un percorso centrista, come dimostra l’intervista al Giornale del 22 luglio . E’ emblematico quanto, poi, sostiene il segretario dell’UDC Lorenza Cesa in una dichiarazione al Messaggero ( “la forza del nostro progetto alternativo è quella di costruire in Italia un centro alternativo sia alla sinistra di Renzi sia al populismo di Berlusconi” ) riconfermando quanto ebbe a dire prima delle europee e cioè ''L'esperienza di Silvio Berlusconi appartiene al passato. Bisogna guardare al futuro e noi dell'Udc con gli amici di Ncd e Popolari di Mauro ci proponiamo come punto di riferimento per ricreare un nuovo soggetto politico che sia il vero punto di riferimento dei moderati''.

Come dicono gli americani, non compreremmo mai un’ auto usata dal segretario Udc anche perché è dimostrato che non funzione. L’”usato” di Cesa – non ci sono dubbi - è, come lui dice, ”sicuro” … sì, sicuro di perdere.

P.G.

08/07/2014 [stampa]

IL PARADOSSO DI RENZI
Nell’incontro a Villa Madama con il Presidente della commissione europea uscente José Manuel Barroso, nell'ambito dell’avvio per il semestre di presidenza italiana, non è mancato il solito “rituale” che accompagna le uscite del premier italiano Renzi.

Oltre alla 'foto di famiglia', nei giardini di villa Madama, il Presidente del Consiglio ha presentato a Barroso, i componenti del suo Governo e lo stesso ha fatto Barroso con i componenti della Commissione. Poi, nella conferenza stampa, con la solita “baldanza”, Renzi, a proposito delle critiche al suo discorso di insediamento di fronte al Parlamento Europeo, trascurando volutamente quanto aveva detto anche il capo gruppo del PPE, ha dichiarato : “Non ho sentito polemiche da esponenti politici. Se poi parliamo di quanto detto da qualche banchiere, rispondo che la Bundesbank deve perseguire il suo obiettivo statutario, non entrare nel dibattito politico».

Potremmo dire, a proposito del ruolo della Banca Centrale tedesca che “il discorso non fa una piega” , se non ci fosse qualcosa che non torna. E ci spieghiamo. Nella vertiginosa crescita esponenziale della sua affermazione politica Matteo Renzi ha potuto contare, oltre alla sua personale abilità e spregiudicatezza ( chi non ricorda l’”Enrico stai sereno” ) , anche su poderosi appoggi mediatici.

Il primo a sostenerlo incondizionatamente è stato De Benedetti , spregiudicato operatore di finanza ma imprenditore di scarso successo, vedi la lontana vicenda della Olivetti e la recente crisi della Sorgenia, salvata dalla Banche che hanno “pacatamente” trasformato gli ingenti crediti in azioni. L’illustre proprietario del cosiddetto partito di “Repubblica” ha sempre espresso la sua stima per il premier, fino a definirlo, significativamente, una “spugna”, cioè uno che “capisce” e “assorbe”. Anche la perla di RCS, cioè “Il Corriere della Sera”, dopo una prima infatuazione per Letta, si è posto a servizio del nuovo premier con tutto il suo “arsenale” imprenditoriale nel quale conserva un potere determinante il banchiere Bazoli .

Che la proprietà del “Corrierone” sia oggetto di una storica lotta di potere ha avuto una ulteriore dimostrazione proprio in questi giorni con la guerra che si sta svolgendo nei salotti della finanza italiana . L’ultima puntata è stata quella con la quale il Presidente di Intesa San Paolo ha deciso di trascinare in tribunale l’”irrequieto” Della Valle a proposito dell’inchiesta su Ubi Banca nella quale sono emersi “patti di controllo” e “favoritismi famigliari”. Della Valle aveva approfittato per dire che se Bazoli “ avesse un briciolo di dignità, dovrebbe chiedere scusa agli italiani e dimettersi immediatamente da ogni incarico pubblico”.

Renzi si fa bello accusando si intromissioni politiche la Banca Centrale di Germania perché si è messa di traverso alle sue scorribande verbali , dimostrando che fino ad oggi non ha proprio ottenuto nulla da parte dell’Europa e dalla Merkel che non intendono fare alcuna concessione strategica, ma dalla sua bocca niente è mai uscito per fustigare le spericolate irruzioni nella politica dei giornali dei banchieri e imprenditori finanziari italiani. Da anni il Corriere della Sera, non solo nei momenti elettorali – si ricorda l’editoriale di Mieli a favore di Prodi – ma nei passaggi politici più rilevanti si è sempre schierato: da Monti a Letta e oggi a favore di Renzi. Subito dopo , in visita nella provincia di Bolzano, il Presidente del Consiglio , ha fatto un’altra delle sue gratuite esternazioni per sottolineare l’importanza dell’”identità” che non è “una parolaccia” e per “difendere l’Europa dalla tecnocrazia”.

Sul primo concetto non è dato sapere di quale identità si parli a proposito dell’Europa o della stessa Italia, per un segretario del PD che appare animato solo da un pragmatismo che lo spinge a decidere l’adesione al PSE, a riproporre le “feste dell’Unita’ “ e sul piano dei “valori” indicare “ pace, libertà e bellezza”, come fosse possibile avere valori che proclamino ”guerra, schiavitù e bruttezza”. In quanto al tema della lotta alla tecnocrazia , ci viene da ridere , perché Renzi dovrebbe innanzitutto guardare dentro il suo governo e nelle pagine dei giornali che l’appoggiano. Proprio nello stesso giorno nel quale uscivano queste sue esternazioni, il Corriere della Sera accoglieva una lunga intervista al “suo” ministro Padoan che, dal Messaggero veniva indicato come possibile guida dell’Ecofin. Renzi ci ha ormai abituato ad ascoltare tutto ed il contrario di tutto, ma la strada per il riscatto dell’Europa e la ripresa dell’Italia non è certo lastricata delle parole e dei suoi paradossi.

Pietro Giubilo

«La flessibilità non è una richiesta dell'Italia: la flessibilità serve all'Europa, non all'Italia. All'Italia serve il processo di riforme che abbiamo iniziato». Lo ha ribadito il premier Matteo Renzi, in conferenza stampa al termine del bilaterale con il presidente della Commissione Ue Josè Manuel Barroso. E soprattutto, «il punto centrale è che ho votato Juncker perchè c'era un documento approvato a Bruxelles in cui si enunciava l'agenda strategica della Ue per i prossimi 5 anni: per questo l'ho votato e sono certo che Juncker rispetterà questo documento».

27/05/2014 [stampa]

LA VITTORIA DEL PD ALLE EUROPEE
A ben vedere il risultato elettorale delle “europee” in Italia appare , in qualche modo, scontato, preparato, cioè, da una serie di elementi pur evidenti, ma troppo poco considerati nelle previsioni .

Avevamo scritto nel corsivo precedente , con la data del 20 maggio, che il clima complessivo della campagna elettorale e dei suoi fondamentali precedenti, evidenziava come si stesse “sponsorizzano un cambiamento nella sinistra che ha visto l’affermazione di un leader sul quale poter puntare e, di conseguenza, creando le condizioni per un nuovo “bipartitismo imperfetto”, imperniato sul PD e con un secondo partito che sarebbe, per la sua sola consistenza protestataria , impossibilitato a diventare forza di governo”. Gli “sponsor” a cui ci riferivamo e che stavano “puntando” su Renzi è quella “borghesia malata” , cioè quel mondo imprenditoriale che, vivendo di rapporti politici e con la proprietà dei media, si caratterizza in Italia come “capitalismo di relazione”.

Il centro destra ha subito una demolizione, pari solo alla concomitante esaltazione del premier e segretario del PD come “ultima e reale possibilità” di affrontare e risolvere la crisi. Mentre la campagna elettorale di Forza Italia e di Berlusconi – già provata e difficile – veniva derisa ad ogni piè sospinto, si esaltavano le “caratteristiche europee” del Nuovo Centro Destra e del suo leader ministro degli interni Alfano. L’ennesimo articolo di Verderami sul Corsera della vigilia elettorale é un esempio di interessata piaggeria giornalistica. Interessata solo a spingerlo quanto più possibile lontano da Forza Italia.

Schiacciando il confronto a due , Grillo è stato considerato come il solo possibile competitore del premier e segretario del PD, ma avvertendo che si trattava di un vero “pericolo” , dal quale – e giustamente – gli elettori dovevano tenersi lontani . Questi chiari avvertimenti hanno smorzato il tentativo del “comico” di tranquillizzare l’elettorato moderato, con l’intervento “ morbido “ da Vespa. In questo scenario il risultato di Forza Italia ( circa il 17 % ) non poteva essere diverso – considerando anche lo “stanco” appeal di Berlusconi - mentre il solo avanzamento avviene con La Lega Nord ( 6,2 % ) che , tuttavia , è dovuta ricorrere alla più estrema negazione dell’Euro , mentre Fratelli d’Italia paga il prezzo di essersi posto in una nicchia di consenso ( 3,7% ). Il Nuovo Centro Destra ( 4,4 % ) ha faticato per raggiungere la soglia della rappresentanza e , considerando l’apporto dell’UDC ( il suo segretario Cesa ha battuto tutti nelle regioni meridionali ) il suo richiamo elettorale è stato è stato solo del 2 e mezzo per cento. Alfano, incapace di autoironia, lo ha definito “un bel risultato”! Nell’insieme il consenso complessivo dell’area di centro destra , pur superando abbondantemente il 30 per cento , è reso, per la sua frammentazione, assai difficilmente componibile. La sua ricomposizione è il vero problema della politica italiana.

Il risultato elettorale può essere sintetizzato affermando che gli elettori non si sono fidati del M5 Stelle che è , addirittura arretrato, riconoscendo il PD come unico partito “affidabile” che, di conseguenza non poteva non essere abbondantemente premiato dagli elettori ( 40, 8 % ) Ci sono altri elementi che hanno giovato alla campagna elettorale ed al risultato politico del PD: l’avvio di riforme attese da decenni, e, soprattutto, l’abbondanza delle promesse e il cadeau elettorale degli 80 euro mensili.

In altri tempi, in particolare, questa “donazione” avrebbe scandalizzato i palati fini ed interessati della sussiegosa compagnia di giro giornalistica. Per molto meno e su decisioni assai più valide socialmente ed economicamente – come l’abolizione dell’ICI sulla primacasa – la stessa compagnia giornalistica aveva, in passato, alzato il tiro, scandalizzandosi per la “demagogia e il populismo”. Invece il “populismo” di Renzi è stato apprezzato e la sua logorroica capacità di annunciare , anche contraddicendosi, è stata esaltata.

Tuttavia proprio perché ottenuto sulle ali di una forte , non ostacolata, né criticata , politica di annunci o di cadeau senza reali coperture di bilancio , il futuro di Renzi appare appeso al filo delle sue promesse, mentre quelle parti di ceto medio produttivo che gli si sono rivolte nella speranza di trovare un loro difensore non sono proprio disposte ad attendere un futuro, troppo lontano, beneficio. Sarà in grado Renzi di risolvere la crisi che ha la sua origine in quel di Bruxelles , con un’azione di governo indebolita per il flop del NCD e forte, soprattutto, per la rinnovata capacità del segretario del PD di minacciare i riottosi di andare alle elezioni politiche se non gli faranno fare quello che lui vuole ? L’onda lunga del consenso, può avere , se delusa, la risacca dell’abbandono.

Al momento il centrodestra non è politicamente in grado di raccogliere neppure elettori delusi dalla sinistra. Abbiamo già chiarito che quest’area politica è davanti al problema della sua ricostruzione come rappresentanza dei valori e degli interessi della sue categorie sociali. Ma questo è un altro discorso.

20/05/2014 [stampa]

L’ENNESIMA PUNTATA DI UNA BORGHESIA MALATA SOTTO L’INCUBO DELLE ELEZIONI EUROPEE
La nota quotidiana di Stefano Folli sul sole 24 Ore di martedì 20 maggio rivela ancora una volta la reale vocazione della malata borghesia imprenditoriale italiana. L’editorialista , già direttore del Corriere della Sera, invita il premier Renzi a dare “un colpo d’ala negli ultimi giorni”, superando “timidezze” e “fragilità”. Critica le forze politiche per gli “argomenti scarsi” e di parlare “poco e male” dell’Europa, soprattutto da parte di quelle che dovrebbero difenderla.

L’articolo che, probabilmente, risente dei dati dei sondaggi - sconosciuti al pubblico ma che circolano nelle redazioni dei giornali - è tutto incentrato su un dualismo politico assai rivelatore quello che contrappone Grillo a Renzi e al suo partito.

Marx direbbe “ben scavato vecchia talpa”. I giornali dell’establishment dopo aver collaborato alle trame assai poco politiche che portarono alla crisi di Berlusconi e del PDL nel 2011 vezzeggiando Fini e Casini e “offrendo” all’attenzione di Napolitano il professor Monti, facendo coro alla difesa degli interessi francesi e tedeschi ( ricordiamo il “ titolo-manifesto” del giornale confindustriale, in sintonia con la stampa di proprietà della grande finanza internazionale : “FATE PRESTO” ) , ora, accorgendosi dell’ondata di protesta che nasce dalla condizioni a cui la politica di rigore di Monti e dell’Europa ci ha condotti, puntano le loro “fiches” su Renzi . Poiché, infatti, Grillo “da voce alla rabbia sociale” , occorre trovare chi la possa contenere, considerando Berlusconi “terzo incomodo” e non aspettandosi “molto dalla sua malinconica campagna elettorale”, giustificando , per tali elementi, il sostegno a Renzi.

Questo establishment che non è in grado di competere sul piano globale - ricordiamo che la FIAT solo da quando ha abbandonato CONFINDUSTRIA è riuscita a ricollocarsi a livello internazionale – ritorna pervicacemente alla sua vocazione di “capitalismo di relazione”, cioè di potersi salvare solo attraverso le relazioni politiche. Ha agito , di conseguenza, per creare un modello politico che si adattasse alle sue esigenze: contribuendo a demolire un centrodestra che non rientrava nel suo orizzonte perché sostenitore del comparto della piccola e media impresa, sponsorizzano un cambiamento nella sinistra che ha visto l’affermazione di un leader sul quale poter puntare e, di conseguenza, creando le condizioni per un nuovo “bipartitismo imperfetto”, imperniato sul PD e con un secondo partito che sarebbe, per la sua sola consistenza protestataria , impossibilitato a diventare forza di governo. In questa strategia i giornali diventano essenziali per scatenare quelle campagne mediatiche in grado di orientare l’opinione pubblica, non senza un rapporto privilegiato nelle informazioni sulle vicende giudiziarie, che contribuiscono alla bisogna.

Una indiretta dimostrazione di questo uso politico dell’informazione verso precise direzioni è il fatto che nessuna firma dei quotidiani padronali si è dedicata a inchieste sulle éclatanti vicende , interne e internazionali, che hanno portato alle dimissioni di Berlusconi. Nonostante che si tratti di difendere interessi nazionali e le rappresentanza ufficiali del governo allora in carica. E’ incredibile come la stessa cultura giornalistica anglosassone, non certamente a vocazione rivoluzionaria verso i sistemi di potere, abbia comunque dato una lezione di capacità di inchiesta a gran parte di quella italiana che appare sempre, inesorabilmente, chinata e soggiogata al potere degli editori e dei loro interessi. Il “pasticcio italiano” è pronto e, nonostante le sponsorizzazioni e le importanti protezioni ( anche Scalfari e La Repubblica domenica hanno invitato a votare per Renzi) alcuni segnali significativi - rialzo dello spread e andamento di borsa e , soprattutto i dati desolanti del pil – dimostrano che la “famosa” luce alla fine del tunnel, delle “allucinazioni di Monti , ancora non si vede . Questo “pasticcio” verrà servito in tavola il 26 maggio ? La nostra borghesia malata vive questo incubo.

14/04/2014 [stampa]

DOPO LE EUROPEE QUALE BIPOLARISMO?
A seguito delle recenti consultazioni elettorali in Francia e in Ungheria che hanno visto la forte affermazione dei partiti critici o contrari all’euro, il prossimo appuntamento del 25 maggio suscita vive preoccupazioni per la possibilità del consolidarsi di un fronte contrario alle politiche di Bruxelles e il conseguente incrinarsi del disegno economicistico sul quale si è costruita l’Europa sovranazionale.

Ci si va rendendo conto che l’”eresia” monetarista , deviando dal progetto dell’Europa politica, ha allontanato i popoli da quella convinta adesione che si era verificata dagli anni ’50 fino all’inizio di questo secolo.

Il risultato delle elezioni amministrative in Francia , poi, ha mostrato la possibilità di una crisi dello schema bipolare che da De Gaulle in poi ha governato il sistema politico, con l’erosione dell’elettorato della sinistra , cioè di quella forza politica che , di fatto, più si è identificata con la politica europeista della tecnocrazia di Bruxelles.

Anche in Italia si aspettano le elezioni europee , che si svolgeranno con il sistema elettorale proporzionale con uno sbarramento del 4 per cento, anche con lo sguardo rivolto all’interno , cioè con l’interrogativo se il movimento di protesta di Grillo potrà essere il secondo, o addirittura, il primo partito .

Anche con la sola prima ipotesi non c’è dubbio che , proprio per le caratteristiche del M 5 Stelle , si verrebbero a produrre condizioni ancora più difficili di governabilità, con il rischio di inserire un ulteriore elemento di crisi del sistema politico , già in stato avanzato, per non aver affrontato a suo tempo le indispensabili riforme costituzionali .

Una delle ragioni che potrebbe favorire la possibilità di Grillo di arrivare secondo , dopo il PD, che dai sondaggi viene dato in testa, è la diaspora delle forze politiche di centrodestra . La scissione di Alfano ha non solo tolto a Forza Italia una parte del suo consenso, ma l’alleanza con i centristi di Casini spinge il NCD su una posizione centrista che, emblematicamente è rappresentata, nel simbolo presentato per le elezioni europee, dalla presenza rilevante dell’antico scudo crociato della Democrazia Cristiana.

La condivisione del governo con Renzi che dovrebbe andare anche oltre il 2015 , poi, crea , di fatto, una ulteriore distanza con il centro destra , mentre si notano nelle polemiche con Forza Italia e gli altri partiti , gli stessi toni ed argomenti sostenuti per anni da Casini e dall’UDC.

La politica fiscale che, con il governo Renzi, ha avuto un ulteriore inasprimento, la rinuncia alle riforme più qualificanti da sempre richieste dal centro destra ( elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica ) oltre che l’avallo alle occupazioni di potere con le nomine negli enti trattate con De Benedetti, dimostrano la debolezza della presenza di Alfano & Co. nel governo.

Rimane , poi, l’accerchiamento del sistema di potere italiano su Forza Italia e Berlusconi che può produrre effetti di logoramento del suo bacino elettorale.

Basta leggere quanto scrivono tutti i quotidiani “padronali” da Repubblica al Corriere della Sera, dal Messaggero a La stampa che ogni giorno trovano un argomento per affondare il coltello su Forza Italia che , certamente, già subisce le difficoltà legate alle vicende giudiziarie di Berlusconi .L’ultima trovata, davvero esilarante, è stata quella di fare del caso di un personaggio , oggettivamente inconsistente e declinate come Bonaiuti, la dimostrazione della “macchina del fango” e del ”cerchio magico” per dileggiare Forza Italia.

Senza contare il ruolo della magistratura che, oltre a incidere sulla agibilità politica nei riguardi di Berlusconi, continua a smontare , pezzo dopo pezzo le leggi più qualificanti proposte dal centro destra, come nel caso della legge 40 o a intervenire imponendo comportamenti contrari ai valori del centrodestra come, a suo tempo, nel caso Englaro ed ora con l’obbligo di trascrizione a Grosseto del matrimonio omosessuale di un giornalista del Corriere della Sera negli Stati Uniti.

Il sistema di potere in Italia vuole , come spesso è accaduto nella storia del nostro Paese, la vittoria della sinistra ( si ricordi l’appello di Mieli per Prodi ) e continua a lavorare per questo obbiettivo, anche perché Renzi rappresenta finalmente il tipo di sinistra che è confacente agli interessi della grande borghesia imprenditoriale. Non ci si lasci ingannare dall’aumento della tassazione nei riguardi della banche , provvedimento che non riequilibra minimamente il gran regalone dell’aumento del patrimonio della Banca d’Italia che ha avvantaggiato i big della finanza italiana .

Tuttavia questa volta il gioco di questi poteri forti che, invece rappresentano, come sostiene Giuseppe De Rita, un establishment malato , si fa assai rischioso , perché creare le condizioni per un bipolarismo sinistra/M5Stelle , cioè una sinistra “su misura” per gli interessi prevalenti e una protesta sterile e qualunquista, significherebbe allontanare definitivamente, con l’astensionismo, dal sistema democratico quei ceti medi e quelle classi popolari che rappresentano la vera spina dorsale del Paese e la base del suo sistema democratico .

26/03/2014 [stampa]

IL CAMMINO INCERTO DELLE RIFORME E LA DEBOLEZZA DI RENZI
Nonostante quella certa sicumera con la quale il Premier ha annunciato l’immediatezza degli interventi per le riduzione dell’Irpef sulla busta paga e dell’Irap per le aziende, la difficoltà di risolvere il problema delle coperture rischia di provocare lo slittamento dei tempi.

La riduzione della spesa, la cosiddetta spending review, che costituirebbe la voce più importante , per il momento non è neppure al livello degli annunci , in quanto le ipotesi previste dal “commissario” non sono state discusse nelle sedi istituzionali, ma appartengono alle anticipazioni giornalistiche o alle divulgazioni ufficiose, cioè prive del passaggio in Consiglio dei Ministri.

E’ assai difficile , se si pensa di agire subito , approvare provvedimenti organici ed efficaci; al massimo si ricorrerebbe ai soliti “tagli lineari”, sulla cui ipotesi è intervenuto pesantemente ( i giornali scrivono giustamente di “uno schiaffo al governo” ) il Capo dello Stato, riemerso da un lungo silenzio della sua veste “presidenzialista” .

Ancora più difficile il cammino delle riforme.

Ne avevamo avuto dimostrazione con il voto alla Camere sulla legge elettorale; sulla riforma delle Province è accaduto che il governo è andato sotto in commissione per ben due volte e in assemblea l’approvare per pochissimi voti della costituzionalità delle norme è avvenuto di misura.

Si è constatato che le divisioni agiscono all’interno della stessa maggioranza che perde voti per l’accumularsi di motivazioni esterne al provvedimento e che attengono ai rapporti politici e a taluni evidenti disimpegni rispetto alla necessaria compattezza dei gruppi.

Si tratta di chiari segnali di guerra in quanto la questione del ridimensionamento delle competenze delle Province, del numero delle rappresentanze dei politici e della loro retribuzione è materia sulla quale non dovrebbero esserci serie opposizioni, né, tantomeno, spaccature nella maggioranza , essendo ormai pressoché tutti convinti di una riforma che ”asciughi”, se non azzeri, questo livello istituzionale.

Per la verità si ha netta l’impressione che si sia trattato di una “prova generale” rispetto a confronti politicamente assai più complessi quando si affronteranno l’abolizione del bicameralismo perfetto, la riforma del titolo V e , naturalmente, la lettura della legge elettorale al Senato.

Questa situazione che presenta una certa “liquidità” della maggioranza è il risultato di richieste individuali, di divisioni e rancori determinati da conflitti interni e dimostra una scarsa consapevolezza della posta in gioco per il sistema politico e l’Italia stessa.

Il problema dell’approvazione delle riforme costituzionali , con i connessi passaggi parlamentari, infatti non riguarda solo la stabilità del governo Renzi e l’attuale difficile momento politico con i problemi della ripresa e dei rapporti con l’Europa, ma è una questione fondamentale che intende porre fine ad un passato di rinvii e disattenzioni e affrontare un futuro nel quale il sistema istituzionale deve assolutamente vedere dei cambiamenti per adeguarsi alle sfide che incombono sempre più sul nostro Paese.

Il ricorso al voto di fiducia che per il momento ha risolto il problema dell’approvazione del provvedimento sulle province mostra , tuttavia, la difficoltà e la fragilità della situazione politica.

Anche il ruolo del governo nel contesto internazionale non è così robusto come si è tentato di far apparire nei resoconti giornalistici sul viaggio in Germania. Ci ha pensato Squinzi a raccontare la verità sui colloqui con la Merkel e l’abbandono della cena finale della riunione del G7 appare velleitaria e provinciale con la motivazione “io vado a lavorare”. Non aiutano la estrema debolezza del ministro degli esteri e, soprattutto, la mancanza di una legittimazione elettorale che caratterizza la nomina di Renzi, frutto di una manovra di palazzo di partito. Quantomeno Monti venne nominato con una manovra del Quirinale, come ha dimostrato il libro di Friedmann.

05/03/2014 [stampa]

La prima settimana e...il servizio di Renzi
Si è chiusa la prima settimana del governo Renzi. E sembra proprio non cambiare nulla.

Sono scattati due incrementi fiscali : l’ aumento della TASI e quello delle accise sulla benzina.

Ci si muove, quindi, nella stessa logica dei governi Monti e Letta perché questi aumenti avranno l’effetto di ridurre il potere d’acquisto delle famiglie e di aumentare i costi per le attività produttive.

Non cambia neppure l’immagine del governo perché, per adesso, ben due sottosegretari sono presi di mira per la inopportunità di avere incarichi pubblici di fronte a indagini giudiziarie e rapporti poco corretti .

Addirittura la seconda settimanali di Renzi si apre con le dimissioni di uno dei due membri del governo – Antonio Gentile ( Nuovo Centrodestra ) alle infrastrutture e trasposti – ma sembra proprio che la posizione di Francesca Barracciu ( PD ) ai Beni culturali possa seguire la stessa strada.

Tutto questo mentre anche per altri membri dell’esecutivo sembra avvicinarsi un’onda anomala di problematiche giudiziarie.

Anche sul piano del programma politico il governo imbocca il tunnel dell’incertezza. Proprio sul cavallo di battaglia di Renzi, cioè la legge elettorale, cominciano le solite manovre politiche con ben due proposte di emendamento presentate da parlamentari del PD che bloccherebbero l’approvazione o la entrata in vigore delle legge , procrastinandola alla eliminazione del Senato come seconda Camera.

Far entrare in vigore la nuova legge elettorale – sempre che si arrivi ad approvarla - dopo le modifiche della Costituzione , significa , realisticamente, rendere quasi certo di andare alle elezioni ( chi può garantire la stabilità di un governo che al Senato ha solo sei voti di maggioranza ? ) con la legge elettorale uscita dalla sentenza della Corte costituzionale che, peraltro richiederebbe ancora alcune normative relative alle modalità per le preferenze ed altri aggiustamenti regolamentari. Senza contare che il sistema proporzionale scaturito dall’annullamento del premio di maggioranza renderebbe, con assoluta certezza, ingovernabile il Paese.

Si rischierebbe , cioè, di trovarsi nella condizione o di non poter andare alle elezioni o, trovarsi nel caos istituzionale di un Parlamento senza maggioranze.

Di fronte a questa situazione e al difficile quadro generale e internazionale - non certo modificabile dall’attivismo mediatico di Renzi – ritorna la domanda alla quale non si è riusciti a dare una risposta convincente.

Come mai Renzi ha deciso di dare la spallata a Letta e , senza passare per le elezioni, assumere la responsabilità di formare il governo ?

Una risposta plausibile l’ha data Francesco Forte sul sito ilsussidiario.net : “ Non è un caso che la nomina di Renzi sia arrivata con un’accelerata, nel momento delle nomine ? Lui , forse, quest’accelerata , non la desiderava neanche ma ora sarà tenuto a rendere il servizio … “.

E tanto per far capire l’aria che tira , la dichiarazione di Forte è richiamata da un articolo sul Corriere della Sera di domenica due marzo che descrive le vicende e le manovre per coprire il buco di quasi due miliardi delle società del gruppo di De Benedetti.

di Pietro Giubilo
28/02/2014 [stampa]

Una condizione schizofrenica
L’accoglienza del governo Renzi da parte della stampa mostra la condizione schizofrenica che caratterizza ormai il quadro della politica italiana .

Assai raramente si è assistito ad un commento così nettamente duale circa le aspettative, da una parte, e la realtà, dall’altra , sulle quali nasce il nuovo governo.

In quasi tutte le notazioni appare da un lato la speranza necessaria per quella che potrebbe definirsi l’ultima spiaggia e dall’altra un certo disagio circa gli elementi reali che le dichiarazioni programmatiche di Renzi presentano.

Stefano Folli sul Sole 24 Ore del 25 febbraio titola “Più sindaco che premier, convincente solo in parte” , mentre l’Avvenire cita, a proposito del governo, le parole di Pertini “ le persone non hanno bisogno di parole ma di fatti”. Sempre su questo stesso tono il giornale della CEI del 27 invita ancora a passare “ dalle parole ai fatti , anche nella giustizia”, mentre segnala il “vuoto agli affari europei” e ci si aspetta la nomina di un sottosegretario o un viceministro anche sa “ a Bruxelles si richiede una presenza di primo piano”.

Massimo Franco sul Corriere della Sera il 25 e il 26 esprime questo giudizio ambivalente prima commentando le parole di Renzi come “un ibrido tra un programma di governo e un comizio elettorale”, con ”la speranza che prevalga il primo”, in un titolo “le parole non contano” chiarendo che se Renzi “ fallisce ammette che la colpa sarà esclusivamente sua , nessuno ne dubita” , poi, il giorno dopo concludendo il suo commento quotidiano : “ d’altronde l’azzardo gli piace e finora gli è andata bene , basta che vada bene per l’Italia”.

Anche su La Stampa del 25 , il pur disponibile Geremicca titola “ né di lotta , né di governo , era lecito aspettarsi di più “ e descrive “la genericità sui temi del programma”.

Questa compresenza nei giornali dell’establishment di commenti eterogenei, insieme al fatto che questi siano stati ampiamente indulgenti sulle circostanze davvero scorrette e sleali con le quali Renzi ha prodotto la svolta all’interno del PD, fanno pensare che sul nuovo premier si appuntano le attenzioni e gli appetiti per le nomine per le centinai di posizioni nelle imprese pubbliche. Del resto è lo stesso Massimo Mucchetti che in una intervista sul Messaggero del 26 chiarisce come “le nomine” siano “ banco di prova nel rapporto con la grande impresa”.

Poi, c’è un dato che emerge su tutto.

E’ dal novembre del 2011 che il sistema politico produce governi senza un mandato elettorale, tutti prodotti dalla straordinarietà e dall’emergenza , tutti per rappresentare l’ultima possibilità per l’italia di salvarsi.

Nello stesso tempo tutti questi governi hanno mostrato la stessa inidoneità a rimetter in moto l’economia, a sollecitare la crescita della domanda interna, a imbrigliare la spesa pubblica e ridurre il carico fiscale , a negoziare una revisione dei regolamenti europei o quantomeno ad aprire spazi di deroghe per politiche di sviluppo , e così via.

Rispetto a Monti e a Letta , il governo guidato dall’ex sindaco di Firenze , presenta più problemi se non altro perché ha l’appoggio in Parlamento di una maggioranza più esigua di quella che ebbe il senatore a vita e il primo Letta.

L’opera è difficile e richiede un impegno vasto e approfondito . Questa considerazione propone, peraltro, anche il quesito sull’adeguatezza della squadra. La vignetta sul “corriere dei piccoli “, pubblicata dal Corriere della Sera nel giorno della presentazione, potrebbe essere il riflesso soft di un forte scetticismo sulla compagine.

Resta l’impressione di essere in presenza di una riedizione dell’”uomo solo al comando”.

La storia ci ha insegnato che in Europa solo un De Gaulle ebbe personalità e forza riformatrici, di fronte ad una crisi di sistema politico.

Berlusconi in Italia non è riuscito nell’intento, anche per le dissidenze interne che, comunque, si intravedono già intorno al nuovo Premier.

di Pietro Giubilo
17/02/2014 [stampa]

Lo stretto sentiero di Renzi dalla primarie al governo
Il rimosso D’alema aveva recentemente ed invano profetizzato : “Ma non è il Pd che può assumersi la responsabilità di far cadere il governo Letta per la fretta di qualcuno”. Dopo la direzione del 13 febbraio anche la sua corrente – capeggiata dall’inadeguato Cuperlo - appare rottamata.

A ben vedere, la manovra destinata a portare Renzi dalla segreteria alla premiership è stata condotta con una dose di cinismo davvero inconsueta. Anche da vicende come questa si rafforza il risentimento verso la politica da parte dei cittadini.

Stretto da settimane sull’agenda di governo , praticamente, da quando il nuovo segretario aveva stravinto le primarie e aveva avocato a sé il programma, salvo poi, esplicitamente post porlo a dopo l’approvazione della legge elettorale, Letta, viene disarcionato proprio perché imbrigliato e giudicato inefficace nella sua iniziativa governativa.

La legittimazione in base alla quale Renzi spodesta Letta, poi, è – come lui stesso l’ha definita - un capolavoro di “presunzione”, perché fondata sulla trasformazione del consenso di due milioni di elettori del PD su oltre dieci milioni, in legittimazione popolare. Questa sostituzione della elezione con le primarie rappresenta il più evidente punto di debolezza dell’operazione.

Goffredo Bettini in direzione del Pd ha parlato di un ritorno ai governi dettati dalla politica e superamento della politica guidata dai tecnici. Questa interpretazione suggestiva dell’inventore dei sindaci di Roma da Rutelli a Marino, dovrà essere verificata dalla composizione dell’Esecutivo- ma già si fanno nomi di tecnici graditi all’establishment britannico - ; tuttavia alcuni segnali molto precisi fanno pensare diversamente, quantomeno rispetto al contesto che ha supportato tutta l’operazione.

Non è sfuggito a nessuno che il massimo sponsor della spinta operata da Renzi sia stato il quotidiano Repubblica, lo stesso che, a suo tempo, ha teorizzato il passaggio al governo Monti come un modello di governo del Presidente che non avrebbe consentito più alle forze politiche di deciderne la composizione. Senza contare che proprio da questo complesso editoriale e politico giungono le maggiori critiche al ruolo dei partiti; ma tra Bettini e i giornali di De Benedetti , a differenza di D’Alema, c’è stata sempre una buona intesa.

A questo proposito l’accelerazione impressa da Renzi fa pensare anche ad altri aspetti e sembra giungere al momento giusto. Dopo gli incontri avuti negli Stati Uniti e con i sauditi Letta, insieme ai primi parziali risultati, stava varando il programma di vendita di parti importanti degli asset pubblici, mentre sono a scadenza le nomine di maggior rilievo di questo nevralgico ambito di potere economico .

Non è improbabile che , insieme alla forte sponsorizzazione, siano state messi nel conto anche queste valutazioni e questi interessi.

Le prospettive di successo immediato dell’investitura sono alte . L’unico ostacolo , ad una rapida designazione dal parte di Napolitano è venuto dal NCD. Certo la necessità di dover prima decidere sui punti programmatici di un governo formato da una alleanza politica appare logica ed è sorprendente solo il non averlo rilevato immediatamente anche da quella parte della “tifoseria” giornalistica che scriveva di investitura in un solo giorno, ricordandoci ,ma con empietà, le grida “santo subito”.

Per “il partito di Giovanardi”, come lo aveva con intenzioni ingiuriose definito Renzi, ci sono due esigenze ed un pericolo.

La prima è quella di evitare che nel programma vi siano punti che il centrodestra ha sempre detestato – ad esempio i temi della nuova cittadinanza e dei diritti delle coppie omosessuali che invece Renzi intende affrontare per recuperare elettorato di sinistra - ; la seconda è quella di una forte presenza nel governo perché il programma si difende anche con una compagine adeguata. Nel nuovo clima da “svolta del Pd “ , tutto ciò non sarà facile, specie se ci sarà un vicepremier senza portafoglio.

Il pericolo viene da quella che alcuni commentatori politici hanno definito la “carta di riserva di Renzi”.

Paolo Panerai nel fondo di Milano Finanza del 15 febbraio , in uno spericolato paragone di Renzi con De Gaulle -assai più ironico che reale – scrive che” Al primo scherzo del Parlamento o della burocrazia , Renzi non metterebbe tempo in mezzo e dichiarerebbe coram populi che con questa struttura del Paese non si può governare”; “ chiederebbe, quindi” - prosegue l’articolo, ” elezioni immediate con la quasi certezza di vincerle sulla base del progetto che non avrebbe potuto attuare anche per l’esistenza di due rami identici del Parlamento , una burocrazia che è potere autonomo , la mancanza di potere effettivo dell’esecutivo”. E farebbe la campagna elettorale come Segretario del Pd e Presidente del Consiglio uscente.

Nonostante tutti gli sforzi che Alfano & C. potranno fare, una volta entrati nella coalizione saranno nelle mani del Segretario del Pd. , che sembrano preferire rispetto al rientro con Berlusconi.

Il governo di Renzi si esprimerà soprattutto in una versione mediatica tentando di portare in porto alcuni colpi in grado di influenzare positivamente l’opinione pubblica ( esempio ritorno a casa dei marò ), attuare con efficacia alcune scelte di potere, approvare la legge elettorale mantenendone un caratteristica bipolare e, quindi giocarsi quella “carta di riserva” che è poi, l’unica vera carta concretamente in grado di offrirgli uno strada più larga per il potere.

di Pietro Giubilo
27/01/2014 [stampa]

LEGGE ELETTORALE E RIFORME COSTITUZIONALI
Sulla legge elettorale così come uscita dall’accordo tra Renzi e Berlusconi , al quale si è aggiunto Alfano , si è aperto uno scontro politico che, soprattutto a sinistra, apre scenari nuovi e regolamenti di conti come non se ne vedevano da anni . L’ascesa del leaderismo di Matteo Renzi , sul quale si sono poggiate le speranze del popolo del Pd per una prospettiva vincente, non può che avere come suo esito la realizzazione di un bipolarismo che si poggi fortemente sui maggiori partiti e destinando le forze minori ad un ruolo del tutto secondario.

Questa linea del sindaco di Firenze ha trovato una naturale affinità con quella di Berlusconi, da sempre intento a semplificare il coacervo delle forze politiche di centrodestra al fine di superare quel condizionamento che ha sempre impedito la piena espressione della sua vocazione riformatrice. Questo ritorno del bipolarismo interrompe una lunga fase che aveva visto rinascere la possibilità di indirizzare il sistema politico italiano verso un ripristino del sistema delle alleanze politiche.

La sconfitta di Veltroni a sinistra ( che aveva indirizzato il PD su una vocazione maggioritaria) e la frattura operata prima da Casini e poi da Fini nel centrodestra ( per contrastare la tenuta elettorale di Berlusconi ) erano stati spiegati con l’idea di realizzare, nel sistema politico italiano, un bipolarismo morbido che, invece, non era altro che l’introduzione delle alleanze variabili imperniate su un centro che intendeva affermarsi come forza condizionante.

La formula del governo Monti giustificata sul piano programmatico con la necessità di interventi radicali per le riforme economiche , aveva comportato, sul piano politico, il tentativo di costituire questo centro che, nella prospettiva, avrebbe dovuto sconfiggere e sostituire il polo di centro destra. La tenuta di Berlusconi, il deludente risultato di Bersani e del PD, il fallimento dell’operazione Monti, purtroppo e inutilmente sostenuta dal mondo cattolico ufficiale, e l’affermazione del M5 stelle hanno determinato la riproposizione di una formula di “grande coalizione”, giustificata , questa volta, soprattutto con la necessità di approvare le riforme costituzionali.

Per la verità ,l’azione della Magistratura e la incapacità di Napolitano di difendere questa formula politica sostituendola con un surrogato, cioè la scissione del Nuovo Centrodestra e la sua permanenza nel governo, ha oggettivamente indebolito la strategia presidenziale e la forza del governo, aprendo la strada all’affermazione di Renzi nel PD e al rilancio della prospettiva bipolare.

La proposta di legge che limita il peso dei partiti minori e quello delle alleanze e a tal fine fissa una soglia bassa ( 35 % ) per il premio di maggioranza e alta ( 5% ) per la rappresentanza all’interno della alleanza e alta i partiti che si presentano da soli ( 8% ) o per le coalizioni ( 12 % ), vuole giungere ad una semplificazione politica che Berlusconi chiede da sempre , ma che per Renzi costituisce un sostegno ed una assicurazione al suo progetto che comporta il rischio di scissioni o condizionamenti .

I partiti minori sia a destra che a sinistra e le correnti interne al PD si apprestano a dare battaglia per correggere i paletti inseriti dall’accordo. Questo snaturamento della proposta però, se portato avanti oltre un limite tollerabile rischia di riverberarsi sul governo. Come ha spiegato con chiarezza il segretario del PD: se si intende ritornare alla palude , cioè ad un sistema nel quale non si evidenzia un risultato elettorale chiaro, si apre una possibilità di andare a elezioni, nonostante il mitico semestre europeo, addossando la responsabilità a chi ha messo in discussione l’accordo e ha fatto fallire la riforma elettorale.

Di fronte a questo scenario occorre fare due considerazioni. La prima più immediatamente politica : l’accordo tra Renzi e Berlusconi, a prescindere dalla convenienza dei due più grandi partiti, tenta di sviluppare un disegno politico di razionalizzazione del sistema imperniandolo su di un bipolarismo - si potrebbe dire polarizzato - e la conseguenza alternanza di governo. Le resistenza avvengono per la difesa delle singole posizioni di quei partiti che , oggettivamente, più che presentare una proposta politica esercitano forme di ricatto sui partiti maggiori. Si assiste ad ogni forma di strumentale tatticismo, come la difesa della preferenza da parte di chi in passato aveva fatto le crociate contro o di quelli che hanno gestito i partiti in modo totalmente verticistico.

La seconda considerazione è più sostanziale: la stabilizzazione del sistema politico italiano non può avvenire con una riforma elettorale, ma con le riforme costituzionali. Introdurre la governabilità significa dare l’opportunità ai cittadini di scegliere chi deve governare . Il Premier non può essere lasciato agli umori e alle insidie di forze politiche che , si è dimostrato, si compongono e si scompongono in sede parlamentare. Renzi all’inizio della sua linea propositiva aveva parlato di una legge elettorale come quella per il Sindaco che, appunto, riceve una legittimazione diretta non condizionata dal Consiglio comunale, sceglie gli assessori e può sostituirli e si avvale di un forte potere di coordinamento. Se non ha più maggioranza decade insieme a tutto il consiglio. Presentarla per il Parlamento significherebbe cambiare la Costituzione.

Anche Renzi e Berlusconi hanno indicato due riforme costituzionali utili ad un minimo di razionalizzazione del sistema: quella della fine del bicameralismo perfetto e quella del titolo V per evitare confusione di competenza tra stato e regioni e per tentare di contenere l’espansione della spesa pubblica. I differenti tempi di attuazione ( un mese per la legge elettorale e un anno per le riforme costituzionali ) e la estrema debolezza del ‘ esecutivo Letta, espongono al rischio di una crisi che potrebbe interrompere il processo riformatore dopo aver approvato la nuova legge elettorale.

Consapevoli che la “piccola riforma” elettorale non produrrà il rinnovamento auspicato, riteniamo necessario , invece, continuare a indicare nella “grande riforma” costituzionale l’obbiettivo vero per il necessario recupero della politica. Galli della Loggia nell’editoriale del 24 gennaio sul Corsera ha svolto una brillante analisi sulla condizione di debolezza del sistema politico italiano di fronte al “blocco burocratico corporativo” sulla quale avremo modo di ritornare anche in altra sede.

Segnaliamo, solo,alcune conclusioni: “Solo in Italia – scrive - questi apparati e gli interessi economici e non , ad essi collegati, si sono appropriati di spazi di potere così vasti” . “ E di conseguenza - prosegue - complice il più generale discredito della politica, solo in Italia il comando politico e i suoi rappresentanti sono stati così intimiditi … e non a caso forse ciò ha corrisposto a una crisi generale del paese …. La gabbia di ferro del blocco burocratico-corporativo e degli interessi protetti ha soffocato la politica”.

La “nuova stagione che sembra annunciarsi “ di cui Galli della Loggia scrive alla fine dell’ editoriale, riteniamo non possa limitarsi alla legge elettorale, ma deve portare ad una vera riforma costituzionale.
03/01/2014 [stampa]

Il 2014 anno delle elezioni politiche?
Il sapore di campagna mediatica della ” trovata” di Matteo Renzi di presentare le diverse proposte di legge elettorale non si limita alla scelta della data : il 2 gennaio perché la politica non può “fare i ponti”.

Anche il fatto di indicare tre differenti modalità di sistemi elettorali fa pensare che si intenda dimostrare più la buona disposizione che non raggiungere l’effettivo risultato dell’approvazione, poiché, ove non si trovasse l’accordo , la responsabilità verrebbe scaricato sugli “altri”. Come per tutto il resto, anche questo messaggio del nuovo leader è tutto improntato all’aspetto tattico-mediatico .

Le proposte se pur , al momento, non definite (doppio turno – sistema spagnolo - mattarellum ) sono , comunque, volte a consolidare il sistema bipolare, mettendo in difficoltà le altre forze minori ed in particolare il Nuovo Centrodestra. Si tratta , tuttavia, di un bipolarismo leaderista non istituzionale per il quale occorrerebbe una riforma di tipo presidenziale . Prospettiva che ancora le forze politiche non intendono affrontare anche se si tratterebbe dell’unica modalità di cambiamento del sistema politico che assicurerebbe governabilità, ricostruzione della rappresentanza e riconoscimento di un alto ruolo al consenso popolare.

Il sindaco di Firenze ha, peraltro , condito il suo annuncio con l’idea di eliminare il Senato dalla funzione legislativa con la motivazione che da ciò deriverebbe il risparmio di un miliardo. Questa sortita nel campo delle riforme costituzionali appare del tutto strumentale poiché proprio sul necessario collegamento tra riforma costituzionale e i conseguenti progetti di legge ordinaria concernenti i sistemi di elezione era stato predisposto un percorso di esame avviato presso la commissione affari costituzionali del Senato con la prevista costituzione del Comitato parlamentare paritetico. Lo spostamento della discussione alla Camera è stato imposto da Renzi proprio per impedire una intesa sulle riforme costituzionali ed arrivare ad una legge elettorale bipolare gradita alle sole forze politiche maggiori .

Per far bene intendere, poi, le intenzioni complessive, Il segretario del PD ha annunciato la presentazione della proposta di legge sulla abolizione della Bossi-Fini e quella per il riconoscimento delle coppie omosessuali. Una miscela esplosiva per la tenuta del governo, già messa a dura prova nelle vicende finali della legge di stabilità, per la dimostrata ininfluenza del partito di Alfano, rispetto ai temi della riduzione della spesa pubblica e della elevata tassazione per il 2014. Legge di stabilità che, invece, per la dissipazione di risorse ( “marchette” – lobby - ) è apparsa, già, come una ”finanziaria elettorale”.

Anche gli inviti e le provocazioni verso il Movimento 5 Stelle, oltre che il dialogo con Landini mostrano una avida esigenza di allargare lo spazio elettorale a sinistra da parte di Renzi, proprio in vista di una competizione tra breve e mettere in difficoltà il governo per le note posizioni dei metalmeccanici su contratti e mercato del lavoro.

Berlusconi che ha già “fiutato” l’aria di una non lontana campagna elettorale, ha dichiarato la sua disponibilità verso le proposte di Renzi che, invece hanno incontrato la diffidenza del partito di Alfano che desidererebbe un sistema elettorale fondato sulle coalizioni che salvaguarderebbe il ruolo dei partiti minori. Il leader di Forza Italia, poi, sta lavorando non tanto per la costruzione del partito , ma per forgiare una nuova macchina elettorale proprio in vista delle elezioni. Rientrano anche in questa ottica gli atteggiamenti non polemici del Cavaliere nei riguardi di Alfano, proprio in vista di un loro riassorbimento nell’ottica del centro destra. Berlusconi sa che lo spazio elettorale da recuperare riguarda il centro in quanto il versante di destra è presieduto da Lega Nord e altre formazioni minori.

A confermare una avanzata della temperie elettorale è giunto anche il discorso di fine anno di Giorgio Napolitano. Il richiamo al senso di responsabilità delle forze politiche sui problemi più sentiti dagli italiani è sembrato un preavviso di quelle che potranno essere il monito e le decisioni del Capo dello Stato che, oltretutto , questa volta ha dovuto sottolineare l’autonomia del Parlamento e delle forze politiche rispetto al suo ruolo . Questo passaggio è apparso come una presa d’atto del cambiamento della condizione politica a seguito della elezione del nuovo segretario dei democratici che, ormai, ha avocato a sé l’agenda e l’iniziativa politica.

Il tono dimesso del discorso insieme alla sospensione della “tutela” di Napolitano sul governo preannunciano ormai l’abbandono dei “grandi disegni” del “ governo di grande coalizione” che del resto è venuta meno con l’uscita di Berlusconi dalla maggioranza sulla quale il Capo dello Stato non è stato in grado di intervenire.
09/12/2013 [stampa]

Con Renzi cambia il PD e...non solo
Non è la netta vittoria di Renzi alle primarie che determinerà il cambiamento del PD.

Questo partito , erede della vecchio PCI e della sinistra democristiana , che non era riuscito a darsi una nuova identità politica e culturale e che, per tale motivo di era esposto alle influenze esterne dal giustizialismo al radicalismo, giunge, con la vittoria del sindaco di Firenze, a compiere l’annullamento definitivo delle sue culture di fondazione per assumere una connotazione “liberal”. Questa non può derivare dalla doppia natura comunista e cattolico democratica che diedero vita e tentarono di fondersi nell’Ulivo.

Non è avvenuta a sinistra una evoluzione culturale, perché la cultura comunista in Italia avrebbe potuto volgersi verso la socialdemocrazia, se avesse avuto il coraggio e la possibilità di rivedere il suo percorso storico , ma ciò contrastava con l’impronta togliattiana e berlingueriana, in fondo, mai del tutto dismesse. Anche la “forma” dossettiana della cultura cattolica, con i suoi connotati anticapitalisti e integralisti , aveva contribuito a impedire la possibile ingerenza della cultura liberale per indicare la prospettiva socialdemocratica.

Privatasi di questo orizzonte politico culturale, il PD è rimasto aperto alle influenze radicali, e, pur non essendo diventato un partito radicale di massa, è diventato il partito di Renzi, cioè di un personaggio costruito sotto la lente di ingrandimento di Repubblica, protetto dal potere economico di De Benedetti, attento agli interessi franco tedeschi, e che, attraverso un linguaggio riformista “ à la charte “, esprime l’orizzonte di un partito e di una politica debole che segna la fine della sinistra tradizionale in Italia.

Il forte connotato leaderista di Renzi, comunque, non consentirà di aprire una stagione di buoni rapporti con Giorgio Napolitano e con Enrico Letta. La forte spinta e consacrazione ottenuta con il voto delle primarie consentirà al nuovo Segretario del PD di non dover condividere con il Presidente della Repubblica la guida delle vicende politiche del governo Letta.

E neppure la politica delle intese, prima larghe e ora strette, potrà ricevere da Renzi un lungo sostegno per l’intrinseca differenza che c’è tra due opposte “categorie” della politica , cioè tra “intesa” e “leadership”.

La ostentata dichiarazione di scelta per il bipolarismo e per un sistema elettorale bipolare non consentirà di resuscitare il proporzionalismo o mantenere un governo come espressione di una condizione parlamentare, originato dall’improprio presidenzialismo dell’ultimo Capo dello stato di un sistema parlamentare.

E’ bene che, sin da subito, ci di renda conto di tutto questo e che si prenda atto dell’inutilità di tutti i percorsi neocentristi. La prospettiva elettorale è alle porte, manca solo la legge elettorale. Questa non potrà essere il porcellum rivisto dalla Consulta cioè il proporzionalismo. Neppure si può prendere altro tempo.

Renzi è stato esplicito . I tempi stringono .

Berlusconi, Renzi e Grillo vogliono cambiare la legge elettorale e non è detto che non trovino un accordo ampio.

L’alternativa a Renzi che si avvia alla costruzione di un polo di centrosinistra fortemente incentrato sulla sua leadership, può essere solo la costruzione di un polo di centrodestra che collochi in un quadro unitario l’arco di forze che possiede linee e programmi alternativi.

Se si dovesse verificare – e non è detto – l’inagibilità di Berlusconi , che già nel ’94 costruì sulle macerie della prima repubblica il polo di centrodestra, questo arcipelago politico dovrà cercare colui che saprà , nel 2014, portarlo all’unità politica.

Il problema del centrodestra è tutto qui. Ma occorre fare presto.

P.G.

02/12/2013 [stampa]

Governo Letta e PD: una legittimazione ingiustificata
Appare del tutto inadeguata la indicazione del presidente Napolitano di “un verifica parlamentare del governo Letta “. Sarebbe ben più logica ed adeguata l’apertura di una crisi e la costituzione di un nuovo governo, ma la condizione di parlamentarismo etero diretto che caratterizza, oggi, il sistema politico non lo consente.

In effetti, come rileva Galli della Loggia sul Corriere del 30 novembre , la sua “natura politica è profondamente mutata”: “ da un governo di Destra-Sinistra – cioè Pd-Pdl ( numericamente autosufficienti ) più altri - si è trasformato in un governo di Sinistra-Centro. Nel quale è il Partito Democratico … a rappresentare in entrambe le Camere il nucleo forte, mentre il Centro, costituito da Scelta Civica-Udc più il Nuovo centrodestra (Ncd ) di Alfano, svolge la parte di comprimario”.

Registriamo di passata come sia assai significativo che, nonostante le reiterate indicazioni di Alfano e Quagliariello, la nuova formazione nata dalla scissione di Forza Italia, venga definita di centro.

Del resto anche Renzi, veloce nell’approfittare della circostanza, ha chiaramente detto che “il governo delle larghe intese non c’è più” ; “ora – ha precisato non senza ragione – c’è un governo di emergenza, diverso dalle larghe intese” e a La Repubblica , il 1 dicembre , ha detto chiaro e tondo ,a proposito del peso di Alfano e c. : “Il fatto è che il Pd ha trecento deputati e Alfano ne ha trenta. Con tutto il rispetto per Scelta Civica e per il Nuovo centrodestra, il governo sta in piedi grazie a noi. Alfano dice che può far cadere Letta. Bene, così si va subito al voto. Io non ho paura. Lui sì. Perché sa che Berlusconi lo asfalta”.

Oltre al sostegno del Presidente Napolitano, il governo Letta, registra, indirettamente , un tentativo di accreditamento dalle considerazioni solo formalmente critiche di Galli della Loggia nell’articolo sopra citato.

In buona sostanza, il professore ritiene che si stia assistendo ad un mutamento politico , cioè la “democristianizzazione del Pd” , a seguito della perdita del carattere bipolare della Seconda Repubblica “per indirizzarsi verso una riedizione della frantumazione parlamentarista della Prima Repubblica , frutto a suo tempo dalla proporzionale”. Il ritorno al “parlamentarismo “, richiede, secondo Galli della Loggia , di organizzarsi “intorno ad un partito cardine … che ieri era la Dc e, oggi, è … il Pd”.

Di conseguenza, secondo l’editorialista , questo essere “come la Dc”, comporta un “ prezzo” “ quello di finire per occuparsi … solo del potere”.

Questa volta l’analisi politica del professor Galli della Loggia racconta una cosa non vera. Troppo astrattamente politologica, coglie soltanto la dinamica dei rapporti di forza parlamentari.

Nella DC confluirono storie e culture diverse, opposte alla natura ormai radicalgiustizialista del Pd, mentre il filone dei “cattolici democratici” che è approdato al partito democratico oggi è pressocchè inesistente, anche solo come ruolo di mediazione, vedasi l’inesistenza di Letta nella vicenda della decadenza di Berlusconi.

Questa ha dimostrato che il Pd è una realtà nettamente contrapposta al centrodestra, come non lo fu neppure il Pci nei riguardi della DC alla quale Berlinguer offrì la possibilità, che in parte venne percorsa, del compromesso storico.

La debolezza del centro – anche e soprattutto se su tale posizione dovesse finire per attestarsi Il Nuovo centrodestra – creerebbe quello che Berlusconi ha definito un sinistra-centro , proprio quello che anche la DC di Moro paventò come impossibilità.

Quella prospettata da Galli della Loggia appare, dunque, una formula debole, nel senso istituzionale, si tratterebbe di una soluzione da prima repubblica , in un sistema parlamentare in crisi avanzata, con forze politiche del tutto inadeguate a soluzioni che richiedano accordi e mediazioni ( la vicenda delle tasse sulla casa lo dimostra ampiamente ) , quindi senza capacità di decidere , in un contesto che , invece, esige decisioni rapide e una funzione di governo che prescinda dalle lobby e con l’autorevolezza necessaria per rivedere regolamenti e trattati in Europa.

Anche la considerazione che lui svolge e cioè: “ da molto tempo la gran parte dell’establishment italiano , nello Stato e nella società, si riconosce nel Pd “ dimostra proprio questa inadeguatezza al cambiamento del Pd perché, per la verità, alla grande riforma si oppone quel “sistema” che nello Stato e nella società deve difendere i privilegi che sono stati creati dal sistema consociativo e che oggi vedono nel PD il massimo difensore.

All’opposto, è necessario un cambiamento , una nuova repubblica, un bipolarismo fondato su una nuova Costituzione , una legge elettorale coerente con questa , una semplificazione procedurale e una capacità di governo legittimata dal voto popolare.

In Italia, caro professor della Loggia, non c’è formula di governo o assetto politico che possa sostituire la riforma della Repubblica.

22/11/2013 [stampa]

Improprio presidenzialismo
Gli interventi del Capo dello Stato si stanno sempre più caratterizzando come una influenza di tipo presidenziale sulla politica italiana.

E’ davvero singolare che l’ultimo rappresentante in carica della prima repubblica, cioè della repubblica fondata sul parlamentarismo, sia costretto ad agire con un piglio di tipo presidenziale.

E’ questo il risultato della crisi estrema del sistema parlamentare, dovuta alla scomparsa dei partiti che, come teorizzava Mortati , rappresentavano la costituzione materiale.

In assenza di partiti in grado di svolgere un ruolo strategico nel sistema politico, è stato Giorgio Napolitano a indicare come assolutamente cogente la scelta di un governo fondato sulle larghe intese, ma, addirittura è intervenuto anche su aspetti tipicamente assembleari, come per esempio il suggerimento di non arrivare alla sfiducia sul Ministro Cancellieri. A ben vedere la sua elezione, inizialmente dovuta alla incapacità della maggioranza uscita dalle urne di scegliere un candidato presidente al quale far affluire i voti, è stata da lui stesso condizionata ad una formula politica ritenuta come unica prospettiva sulla quale basare l’azione di governo per la ripresa economica e per avviare le riforme costituzionali. Un presidenzialismo per interposta persona.

Le difficoltà che man mano stanno emergendo per la tenuta del governo e per la stessa praticabilità dell’azione di Napolitano, espresse dalle critiche di Renzi e dal lento sottrarsi del PD alla sua tutela, segnano comunque un punto limite di questo sforzo istituzionale portato avanti dall’antico dirigente del PCI.

Come può un sistema politico che la Costituzione delimita chiaramente in senso parlamentare , piegarsi a logiche presidenziali e a composizioni di governo che prescindano dalla rappresentanza proporzionale dei partiti alle Camere ? Ad esempio è questo il senso del rifiuto che il governo Letta ha di fatto manifestato nei riguardi di un possibile rimpasto in relazione alla probabile nuova e diversa maggioranza che lo sosterrebbe dopo il passaggio all’opposizione preannunciato da Forza Italia.

Ed è ovvio che solo un governo presidenziale è posto al riparo da mutamenti di composizione della propria maggioranza, ma dipenderebbe solo da una indicazione del Presidente. Tuttavia si tratterebbe di un Presidente eletto direttamente dal popolo che avrebbe tutta l’autorevolezza per il consenso a base della sua designazione .

Questo improprio presidenzialismo, senza elezione diretta è destinato solo a trascinare, ancora per poco tempo, una crisi sistemica che ormai non è più solo alle porte , ma dentro la politica italiana.

21/10/2013 [stampa]

Letta una manovra senza governo
Non si sono fatti attendere gli attacchi alla manovra finanziaria del governo .

Scontati quelli di provenienza sindacale giunti, da parte di CGIL e UIL - un po’ più defilato Bonanni - fino a minacciare lo sciopero generale. In qualche modo prevedibili anche quelli di Carlo De Benedetti che, intervenendo al convegno dei giovani industriali a Napoli, dice che “manca la svolta” e che l’Italia è la palla al piede dell’Europa. Anche Squinzi rileva che nella manovra “manca coraggio” e il Corriere della Sera , dopo essersi dichiarato “deluso” all’indomani della presentazione della legge, aggiunge negli articoli di domenica 20 ottobre che “tra CONFINDUSTRIA e governo le distanze si ampliano”.

In effetti la legge di stabilità dimostra due cose: primo che vi è una enorme difficoltà di incidere in modo drastico sulla spesa pubblica, costruita negli anni del consociativismo e con la “scorza dura”; secondo che nonostante l’ampia maggioranza che lo sostiene, il governo non ha la forza per intervenire laddove si coagulano interessi, parassitismo ei sprechi . La destinazione delle risorse pubbliche in Italia è ingessata e questo è il risultato di una lunga serie di decisioni, di normative , di tutele che hanno costruito un vero sistema inamovibile, per il quale la strada obbligata per alleggerire il peso fiscale su alcune componenti importanti come le famiglie o il lavoro, si attua solo con l’introduzione di altre tasse . Anche in questa manovra che sembra ricorrere meno a questa soluzione e tenta di affrontare, quantomeno sul piano teorico, altre possibilità ( vendita di immobili ) , sono state inserite delle clausole di salvaguardia che farebbero scattare automaticamente nuovi aumenti fiscali, qualora le “altre” soluzioni non dessero i risultati prospettati. Insomma, non riuscendo a incidere sulla spesa pubblica, la coperta risulta troppo corta per consentire una reale riduzione delle tasse sulla casa al fine di aumentare le risorse delle famiglie e i consumi e quelle sul lavoro per aiutare , perlomeno in questo ambito, la competitività delle imprese e per aumentare la busta paga dei lavoratori.

L’impressione che se ne trae è quella che si sia voluto mantenere un tono basso sulla manovra e affidare, non solo al confronto sociale, ma soprattutto a quello parlamentare le modifiche da apportare . Su tale prospettiva , tuttavia, Squinzi ha mostrato tutte le sue perplessità poiché, sostiene, “rischiamo interventi a pioggia e un pateracchio incredibile”, aggiungendo con riferimento al passato: “ quante porcherie, quante porcate, il nostro Paese non merita questo destino”. La possibile prospettiva di affidare al parlamento lo spazio di modifiche sostanziali tuttavia, presenta un’ altro aspetto ancora più grave e cioè che dimostra , su di un punto fondamentale, la debolezza politica del governo. E, aggiungiamo, la debolezza di un sistema politico nel quale l’esecutivo, si affida al’assemblea, alla quale fornisce una traccia di legge che potrebbe essere stravolta. La lentezza nell’operare una revisione e riduzione della spesa pubblica richiederebbe la necessità di una parziale moratoria delle clausole rigide del sistema introdotto dai trattati e soprattutto dai regolamenti dell’unione monetaria .

Del resto sono di tutta evidenza, proprio in questi giorni , gli interventi dei massimi esponenti delle strutture sovranazionali per consentire una flessibilità. Tuttavia questo allentamento della rigidità viene auspicato da Draghi per i salvataggi bancari ( vedi il Corriere della Sera del 20 ottobre) e dalla recente lettera ( 9 ottobre ) del commissario agli affari economici, Olli Rehn, che consente i trasferimenti di capitali pubblici alle banche, autorizzando per tali manovre anche quei paesi con un rapporto deficit pil sopra il 60 per cento, purchè il deficit nominale rimanga “vicino al 3 %”, quindi superandolo. Per il solo salvataggio della Banche si può, anzi si deve derogare. Non si comprende come questo allentamento, consentito perché considerato una tantum, non venga concesso anche per gli investimenti o per superare fasi di recessione. Letta sarà in grado di recarsi ai prossimi appuntamenti europei con richieste di questo tipo per favorire, dal livello europeo, spazi per una ripresa economica dell’Italia ? La Merkel quasi prevedendo richieste di questo tipo ha ribadito che non intende minimamente derogare alla rigidità dei meccanismi .

A questo punto si presenta sempre più vicina la prospettiva dell’abbandono degli asset . I “mercati” hanno già avvicinato le “prede” Alitalia e Telecom , ma qui ci sarebbe da chiarire che non si tratta dalla “mano invisibile”, ma di appetiti ben precisi di aziende internazionali che con Telefonica intenderebbe sbarazzarsi della concorrenza di Telecom in Sudamerica e con Air France favorire i flussi turistici verso Parigi e la Francia. Qualche difesa è stata approntata, ma fino a quando ?

I “successi” più mediaticamente sostenuti di Letta sono stati i due viaggi negli Sati Uniti, nei quali ci si è andati con l’intenzione esplicita di preparare la vendita degli ultimi gioielli di famiglia da Eni a Finmeccanica. Non può essere questa la strada per contare su risorse che verrebbero , mantenendo una sostanziale recessione, ingoiate nella voragine del pagamento degli interessi sul debito che permangono alti . Lo spred è diminuito per una sorta di illusione ottica, cioè perchè gli interessi sul bund tedesco sono cresciuti. In questa condizione nella quale la debolezza del sistema impedisce scelte politiche decise e all’altezza dei problemi e si continua a correre verso il baratro, occorre porre al primo punto dell’agenda politica le riforme costituzionali. C’è una sola vera grande opportunità che si offre a questa collaborazione di larghe intese: quella di avere una maggioranza in grado di approvare le riforme costituzionali. Ma il veleno giustizialista, inoculata da anni, ha paralizzato o fiaccato le forze politiche che appaiono sempre meno in grado di compiere grandi scelte . Ed a sobri ed autorevoli richiami alla necessità di affrontare una riforma della giustizia , seguono chiamate a intervenire in processi.





08/10/2013 [stampa]

Il mortale pericolo del PDL
I toni del segretario pd Epifani nell’intervista a Repubblica del 6 ottobre sono netti : "Se Alfano costituisce i gruppi autonomi è tutto più chiaro. Darebbero molta più forza e coesione alla maggioranza. Non è tanto un problema di durata del governo, ma di qualità della sua azione. Perché il pericolo di finire di nuovo nel pantano c'è".

Ma anche i contenuti: “Il Pd può perfino liberarsi dal guinzaglio del Cavaliere che imponeva le sue parole d'ordine: Imu e Iva”.

Nello stesso giorno è intervenuto anche Enrico Letta che alla televisione ha detto: “ mercoledì scorso si è chiuso un ventennio … e’ una pagina voltata in modo definitivo e io spingo perché sia chiaro a tutti e non si torni indietro” ed il riferimento a Berlusconi è stato anche esplicito.

Certo la risposta obbligata del vicepremier Angelino Alfano non è mancata e la vicenda è stata archiviata come “una invasione di campo” per la quale il segretario del Pdl “ ha dovuto per forza alzare la voce”.

Tutto qui, ma i problemi ci sono e non si può pensare che possano essere elusi in nome di una stabilità che viene sostenuta a spada tratta prima di ogni altro aspetto politico.

Gli intransigenti del pdl suonano l’allarme ritenendo che l’operazione di Alfano e dei ministri, che ha trovato una enorme cassa di risonanza nella stampa e nelle forze sociali, presenti il rischio di una “operazione neocentrista”, d’altra parte la linea della sinistra è chiara , dopo la fiducia confermata non ci potranno essere più “ricatti” da parte del PDL.

La vera operazione centrista è quella del governo Letta , partita sulla base di una volontà di recupero del ruolo delle forze politiche mortificate dal governo Monti, ma che, per le immense pressioni esercitate dall’esterno ( Europa – Germania - Fondo monetario internazionale ) e all’interno ( asse consociativo sindacati – grandi imprese ), rischia di camminare secondo un’agenda dove i programmi dei partiti vengano messi da parte per inseguire l’orizzonte dei grandi interessi, rispetto alle richieste popolari delle classi medie e del ceto medio produttivo .

Letta deve vivere, come dicono il Pd e la grande stampa, senza ricatti nel senso che la scelte fiscali e sulle risorse devono rispondere unicamente alle priorità degli interessi forti in campo. Ad esempio iniziando dalla riduzione del costo del lavoro, unica condizione ritenuta necessaria per la ripresa dell’attività produttiva. Di riapertura del credito per le imprese minori , di allentamento della morsa fiscale sui contribuenti per incrementare la domanda interna non si parla e sono risibili, mentre si moltiplica l’ inventiva fiscale, le ipotizzate venti euro a testa al mese di incremento nella busta paga dei lavoratori nel prossimo anno .

La condizione di sicurezza per ancorare questo disegno sarebbe rappresentata da una scissione nel PDL per porre, in modo definitivo, questo asse politico nello stato di un ininfluente sostegno numerico.

Mentre riceve le congratulazioni di Letta, il PDL di Alfano, percepisce a sufficienza di trovarsi di fronte ad un rischio mortale ?

I punti di resistenza necessari passano innanzitutto dalla unità del PDL che Alfano, comunque, sembra sostenere frenando i più riottosi alla Formigoni.

Si determinerebbe, altrimenti, una diaspora totale, una disgregazione complessiva non sanabile. E’ quello che ha capito Berlusconi sottoponendosi ad una umiliante retromarcia, ma questo non basta.

Il PDL non può rinunciare ai contenuti più qualificanti del suo programma: se dovesse cedere sull’Imu e non segnare dei punti per la ripresa del suo ambito sociale di riferimento, subirebbe una definitiva emorragia di consensi.

Il PDL deve prepararsi ad una condizione politica ed organizzativa che lo renda forte e autonomo anche senza Berlusconi. La richiesta di svolgere un Congresso da parte di Fitto ha il senso che una volta allontanatosi l’indirizzo carismatico del Cavaliere , il partito deve radicarsi nei suoi ceti di riferimento, nei territori e con una classe dirigente non più scelta a tavolino.

Se il PDL dovesse smarrire lungo la strada dell’appoggio a Letta la sua peculiarità politica consistente nel suo rapporto con l’elettorato ed i suoi i ideali e interessi, anche opposti a quelli della sinistra, non riceverà alcun soccorso da tutti coloro che in questi giorni hanno apprezzato l’opposizione a Berlusconi e la prova di “responsabilità”.

P.G.
08/10/2013 [stampa]

Letta e la fiducia: cronaca delle convulsioni di una politica in crisi
Nel videomessaggio di metà settembre Silvio Berlusconi aveva criticato quella parte della magistratura che ritiene politicizzata e aveva difeso la necessità di salvaguardare la sua agibilità politica come condizione per la governabilità.

Non aveva, tuttavia, coinvolto il governo ed in particolare il Presidente del Consiglio con ciò spiazzando coloro che avevano ritenuto che, avvicinandosi il momento della votazione nella giunta per l’esame della sua decadenza , avrebbe staccato la spina al governo.

E’ di tutta evidenza che, comunque, la situazione politica si stesse inesorabilmente deteriorando in quanto la divaricazione tra gli alleati di governo , che non lasciava neppure lo spazio per l’esame della costituzionalità della legge poteva tracimare sulla stabilità del governo stesso che avrebbe dovuto, invece, essere salvaguardata. Avvicinandosi al 4 ottobre - data della votazione che avrebbe avviato la decadenza - occorreva , da parte di tutti, agire con molta accortezza.

Si apriva, infatti, una fase a rischio che doveva essere gestita politicamente per evitare che si creassero le condizioni per una crisi al buio.

Il PD, tuttavia, aveva imboccato una strada senza ritorno: prima definendo la questione della condanna del leder del centro destra come un fatto personale di Silvio Berlusconi, poi assumendo, nella giunta della commissione la posizione di presa d’atto della sentenza, senza alcuna valutazione di ordine politico, infine opponendosi alla richiesta – il cui più autorevole sostenitore era stato Violante – del parere di costituzionalità sull’applicazione retroattiva delle della legge Severino .

In tutti questi passaggi, Berlusconi, pur lamentando la mancata disponibilità dell’” alleato di governo”, non era mai giunto al punto di aprire una crisi. D’altra parte Napolitano faceva intendere che non avrebbe consentito ad andare ad elezioni, lasciando , di fatto, ipotizzare da esponenti del PD e non solo, che i parlamentari mancanti al Senato potevano arrivare o dai transfughi del movimento 5 stelle o , peggio, da senatori pdl “responsabili”. Il tutto per realizzare un pateracchio instabile e truffaldino.

La logica e la prassi politica della tanto vituperata prima repubblica non ha mai conosciuto fasi nelle quali una perdita di maggioranza che si determinava per una separazione politica, veniva compensata con una campagna acquisti. Si tratta di una piega deteriore che dimostra ancora una volta la crisi politica e istituzionale che accompagna pesantemente questi anni della politica italiana. Ne fu un esempio la scissione di Fini e la altrettanto negativa operazione di recupero di Berlusconi nella scorsa legislatura che, poi, durò solo pochi mesi.

Ma quando si tratta di tentare di eliminare il peso politico di Berlusconi tutto è consentito e ogni giorno l’antiberlusconismo mediatico stilava la lista dei “responsabili”, circuendo anche i ministri in carica. La stessa nomina dei senatori a vita , tutti di area culturale di sinistra, è stata, non troppo maliziosamente, interpretata come una forma preventiva di rafforzamento in Senato della possibilità di raggiungere una maggioranza diversa in caso di crisi determinata dal Pdl.

Nel fine settimana Berlusconi, probabilmente non riflettendo su tutte le successive implicazioni, avviava una ultima mossa politica, per tentare di rivedere , almeno nei tempi, la questione della decadenza da senatore. Venendo incontro anche ad una diffusa tensione , disagio umano e politico, nella stragrande maggioranza dei suoi parlamentari, si apriva la possibilità della presentazione della dimissioni, consegnate, peraltro ai soli due capigruppo.

Era assai evidente e non poteva sfuggire alla considerazione di un politico esperto come Napolitano che si trattava di una mossa finalizzata ad aprire un’ultima fase di trattativa per trovare una soluzione che, peraltro , sarebbe stata quella minimale, cioè la possibilità di accettare la richiesta di parere della Corte Costituzionale sulla legge Severino. Questa mossa reintroduceva uno spiraglio politico in una vicenda nella quale la politica, per sconsiderato atteggiamento del PD, era stata completamente rimossa. E’ volutamente mancato qualsiasi atteggiamento di alta responsabilità in base alla quale ricercare, a fronte di una vicenda giudiziaria con elevatissime implicazioni politiche, una soluzione ed un percorso politico che non fosse la mera accettazione di un destino giudiziario e cioè la criminalizzazione di Berlusconi.

La vicenda ricorda in modo impressionante la “soluzione finale” voluta ed accettata dagli stessi protagonisti di oggi, per Bettino Craxi. Si può aggiungere un parallelo tra i due presidenti della Repubblica ai quali, in ultima analisi, sarebbe spettata e spetterebbe l’esigenza e la garanzia della stabilità politica : Scalfaro, allora, consenziente e intrigante e Napolitano, oggi, impotente. Ci sarebbe anche da ricordare come diversa sia stata la reazione dei due presidenti per l’”affronto” ad un Premier di fronte ad una “platea” internazionale: nel ’94 l’avviso di garanzia a Berlusconi che presiedeva un G8, non mosse alcuna reazione da parte di Scalfaro che, anzi , colse l’occasione per mettere in atto il suo disegno politico antiberlusconiano.

Ritornando ad oggi, certamente , la reazione di Letta accolto – non a caso – con grande enfasi negli Stati Uniti è stata comprensibile , anche se , specificatamente , con le dimissioni annunciate non vi era una richiesta di verifica di governo; anzi lo stesso Berlusconi all’indomani aveva dichiarato che l’esecutivo non era in discussione. La durezza dell’atteggiamento del premier trovava fondamento nelle dichiarazioni forti del Capo dello Stato che definiva “inquietanti” le dimissioni dei parlamentari pidiellini. Le prove “muscolari” in politica sono sempre sconsigliabili ed assai rischiose anche per chi le pone.

Ad una estrema mossa del PDL che avrebbe richiesto – se la logica politica avesse ancora cittadinanza nel sistema politico italiano - una verifica innanzitutto politica e poi parlamentare, si è risposto con una estrema durezza, rivoltando contro il centro destra l’accusa di golpe espressa da Berlusconi nei riguardi della magistratura, perchè definire “inquietante” la consegna delle dimissioni ai capi gruppo , significa indicarle come minaccia eversiva. Apparentemente forte di questo sostegno, il Primo Ministro ha messo da parte un auspicabile passaggio politico ed ha imboccato la scivolosa strada della verifica parlamentare, forse contando su scissioni ed avendo avuto garanzie in questo senso.

La “ciliegina”, poi, l’ha messa lo stesso Letta in Consiglio dei ministri : la non approvazione del rinvio dell’aumento dell’ Iva aveva solo il significato di dichiarare all’opinione pubblica che la causa di questo aumento di tasse doveva essere attribuita all’irresponsabilità del PDL. Per la verità, i ministri pdl si sarebbero dovuti opporre nettamente alla mancata approvazione del provvedimento di rinvio, ma, probabilmente, non hanno colto il senso della mossa di Letta, forse suggerita da Napolitano o avevano in mente già altro.

L’indurimento dello scontro aveva ormai significato l’abbandono di ogni possibile strada di trattativa sul passaggio del 4 ottobre , cioè il voto sulla decadenza di Berlusconi. Berlusconi si è visto chiudere anche quest’ultimo spiraglio ed ha agito con determinazione, prendendo spunto dall’aumento dell’IVA e da coperture fondate su nuove tasse e non su riduzioni di spesa, chiedendo ai ministri pdl di dimettersi con l’inevitabile apertura della crisi .

Certo l’irritualità di questa decisione è assai evidente ed ha creato imbarazzo e spaccature nello stesso PDL ed è uno sbaglio di Berlusconi, ma è assai ipocrita gridare allo scandalo in questa circostanza, quando, da anni, assistiamo ad una crisi costituzionale e di rappresentanza che, oltre alla debolezza delle istituzioni parlamentari e di governo, alla costante sovrapposizione tra politica e giustizia, evidenzia il disfacimento dei partiti, e della loro classe dirigente. Ma quello che Berlusconi non aveva sufficientemente considerato sbagliando, in qualche modo, ingenuamente, era la forte spinta dei ministri stessi e di alcuni parlamentari per salvare il governo: il fascino del potere , a volte, è l’altra faccia della “responsabilità”.

In quelle ore si è assistito ad una incredibile mobilitazione di ogni settore per la permanenza del governo, certamente fondata sulla disperata necessità di una stabilità purchessia e di un ambito di protezione che la compagine di Letta ha sul piano interno e internazionale. Non è mancato addirittura l’invito alla diserzione “per chi è disposto a dare la fiducia al governo Letta” suonato da Pierluigi Battista con l’editoriale di domenica 29 settembre sul Corsera e confermato da un analogo fondo di Antonio Polito il giorno della fiducia ( “Lo strappo necessario” ).

Ed elemento che fa pensare ad una manovra, in qualche modo già prevista e progettata, anche le dichiarazione, nell’immediato , di autorevoli esponenti del PD che, assumendo un improprio ruolo di solutori della crisi - che spetterebbe invece al Capo dello Stato,- affermavano che sarebbe esistita in Parlamento un’altra maggioranza.

Come abbiamo più volte detto l’imprevedibilità di Berlusconi è venuta fuori, drammaticamente, ancora una volta e presentatosi all’ultimo momento in Senato ha dichiarato, con grande sofferenza, di votare la fiducia al governo. Non si conosce al momento se questa mossa, intelligente e disperata di Berlusconi gli consentirà di mantenere il suo ruolo di leader del centrodestra. I momenti più difficili debbono ancora arrivare con l’esecuzione della condanna e la decadenza .

Nei prossimi giorni si chiarirà il senso della iniziativa di Alfano e dei ministri, se cioè sia limitata alla sopravvivenza del governo o ad una operazione politica più complessa.

Se si tratta di questa seconda ipotesi, cioè la divisione del centrodestra ed una operazione nella logica di Casini e Monti , cioè di una posizione che divaricherebbe le strategie dell’area politica già berlusconiana, sarà inevitabile la prospettiva di una condizione nella quale il centro destra avrà serie difficoltà in futuro a vincere le elezioni. Si ha l’impressione che il sistema politico sia giunto al livello di convulsioni che vanno dalla disperata difesa di una stabilità inefficace per la ripresa del Paese che, invece dovrebbe essere trattata in Europa con estrema decisione, alle sortite anch’esse disperate di Berlusconi, dalle manovre parlamentari che poco o nulla hanno di politico, ad una borghesia imprenditoriale ricca di mezzi mediatici, ma povera di una visione complessiva dell’interesse generale del Paese e che incita alla diserzione politica. Si allontana sempre più la possibilità delle necessarie riforme costituzionali: il ministro Quagliariello rimane l’ultimo a credere nella riforma della Costituzione poiché non si rende conto che si parla solo di cambiamento della legge elettorale, senza neppure ,al momento, avere la capacità politica di fare delle proposte minimamente condivisibili.

In queste condizioni l’Italia non può avere davanti un orizzonte positivo e il declino viene mestamente segnato dalla crescente colonizzazione economica proprio nei settori che, anche storicamente e culturalmente, avevano rappresentato un “primato” italiano.

P.G.
19/09/2013 [stampa]

Il piu' di Berlusconi e il destiono del governo Letta
Sul videomessaggio di Berlusconi per quanto riguarda le questioni sollevate con riguardo al ruolo della Magistratura eall’ “ accanimento giudiziario” ritorneremo in seguito, come anche sul senso complessivo dell’atteggiamento “giustizialista” del PD affiancato al Movimento 5 Stelle.

Anche l’invito a ritornare in campo sotto le insegne di Forza Italia merita un approfondimento che svolgeremo qui ed anche sul n. 2 della rivista Tradizione.

Ciò che ci interessa di rilevare nell’immediato è la scelta che Berlusconi ha compiuto di non staccare la spina al governo Letta che, riteniamo , corrisponda ad una strategia che, se adeguatamente attuata, potrà determinare il logoramento del Partito Democratico.

Se c’è una caratteristica del Berlusconi politico ignota ai più , politici e giornalisti, è la sua imprevedibilità.

L’azione politica del fondatore di Forza Italia è stata sempre condotta all’insegna di una intuizione politica che sa farsi strada in mezzo alle difficoltà ed alle complessità della politica italiana. Addirittura, maggiore è la difficoltà di fronte alla quale si può trovare e più forte ed adeguata arriva la risposta.

Un suo importante ed intelligente consigliere ed amico, don Gianni Baget Bozzo, che pure amava dispensare consigli, spesso esplicitamente richiesti , ci disse che nei momenti più complessi lo invitava “ a seguire il suo istinto e ad essere se stesso”, proprio perché lui, più di tutti, avrebbe saputo scegliere la strada migliore.

La situazione nella quale si trova oggi il Cavaliere è certamente la più difficile che abbia mai affrontato da quanto decise di entrare in politica.

E’ in gioco non solo la sua sopravvivenza politica e ciò che ne consegue per il centrodestra, ma anche la sua libertà personale e, più indirettamente, l’avvenire del frutto del suo lavoro di imprenditore, creato, come per la politica, da zero ed oggi affidato alla sua famiglia e a manager validi.

Tutto ciò in un quadro sempre più difficile per l’Italia devastata da una crisi istituzionale che non vede soluzioni e da una condizione economica definita dai dati obbiettivi come la peggiore d’Europa.

Le scelte strategiche, in questa condizione, dovrebbero essere il frutto di un ragionamento che sappia mettere in scala innanzitutto le priorità e, nel contempo, la salvaguardia di un interesse politico decisivo per la stabilità e per una strada di governo che sappia affrontare e sanare la situazione del Paese. Questa capacità di scegliere recherebbe automaticamente a chi dovesse compierle un rafforzamento politico e personale in grado di fa superare le difficoltà e, con probabilità, vincere le future sfide elettorali.

Da affossatore del governo per motivi personali ( condanna ), Berlusconi , con il messaggio televisivo , ha spiazzato tutti e soprattutto buona parte dello stesso Pd, alleato nel governo ma che già pensava, piuttosto incoscientemente, a crisi ed elezioni ,ed ha assunto, di fatto, il ruolo del maggior sostenitore della stabilità. Questa scelta gli fa guadagnare una posizione decisiva dalla quale può ragionevolmente ottenere risultati e obbiettivi programmatici che, a nostro avviso , dovrebbero essere: le riforme costituzionali, la riforma della giustizia e più coraggiose scelte per la ripresa economica. Non sarà comunque facile ottenere questi risultati, soprattutto i primi due, di fronte al muro conservatore della sinistra al quale si appoggia anche il partito della protesta.

Non a caso nel videomessaggio Berlusconi ha toccano un punto determinante che rappresenta il nervo scoperto della sinistra. Ha detto: “ I nostri ministri hanno già messo a punto le proposte per fermare il bombardamento fiscale” e le prime avvisaglie si vedono nella presa di posizione netta del PDL per non aumentare l’IVA il primo ottobre.

Non a caso, proprio su questo punto Epifami, segretario PD ed ex sindacalista, ha colto il pericolo.

La sinistra, infatti, è costituzionalmente incapace di sostenere una politica di riduzione delle tasse perché dovrebbe quantomeno ridurre la spesa pubblica che richiederebbe lo sfoltimento di intrecci clientelari, sindacali e parassitari ove il PD “pesca” potere e voti.

Sarà quindi questo il terreno del duro confronto tra le due forze che sorreggono il governo Letta e c’è da giurare che difficilmente il premier resterà sul ”Piave” della sinistra.

Con questa decisione di non far cadere il governo, Berlusconi diventa, comunque, oggettivamente il maggior azionista politico dell’attività dell’Esecutivo Letta.

A questo punto il centro destra dovrebbe manifestare una forte capacità di proposta e di iniziativa politica per sfruttare questa posizione acquisita con il “sacrificio” di Berlusconi, mostrando anche una necessaria compattezza , invece di logorarsi in uno sterile confronto tra “falchi” e “colombe”. Ciò dipenderà anche dalla possibilità che Berlusconi continui ad esercitare il suo primato politico sul centrodestra.

Questo mentre la base elettorale del PD, da anni influenzata da un massimalismo giustizialista che ne ha cancellato i connotati politici, con lo studiato ed interessato appoggio di alcuni media ( Repubblica ) , si prepara ad incoronare segretario Matteo Renzi che intende acquisire la carica di Segretario, ma che punta alla fine del governo delle larghe intese ed a condurre una campagna elettorale di esito incerto .

Il destino del governo Letta comunque non dipende solamente dall’appoggio di Berlusconi o dalla strategia di logoramento di Renzi nei suoi confronti.

Esso dipende da un contesto più ampio.

Innanzitutto dalla possibilità che si attenui nettamente la linea del rigore che le istituzioni finanziarie europee e la Germania hanno portato avanti fino ad oggi. Non è detto però che, superate le elezioni in Germania , con la probabile conferma della Merkel, ciò avvenga.

Questo è un elemento decisivo perché la cosiddetta ripresa in Italia può avvenire solo potendo attuare almeno una delle due condizioni : un aumento dell’intervento pubblico a sostegno dell’economia o la drastica riduzione del peso fiscale sulla produzione. In entrambi i casi occorre aggirare i limiti di bilancio attuali per i quali non possono essere sufficienti, per lo meno nell’immediato, le disponibilità derivanti da una riduzione degli “sprechi” nella spesa pubblica.

Anche un contesto internazionale che sostenga la stabilità ed in particolare lo stesso governo Letta può influire sulla situazione politica italiana. A questo proposito c’è da segnalare l’attenzione degli Stati Uniti a una crescita europea in vista degli imminenti accordi economici euro-atlantici (l’avviato Transatlantic Trade and Investment Partnership , accordo di libero scambio ), ai quali è particolarmente interessata l’amministrazione Obama per ragioni di sostegno alla crescita economia interna e per un rilancio del ruolo degli USA sul piano geopolitico.

E’ infatti evidente che ad un incremento economico e produttivo degli Stati Uniti non può che corrispondere una capacità di importazione dei Paesi europei , cioè uno sviluppo delle loro economie che dovrebbero uscire dalla stagnazione o dalla recessione ( Italia ), non essendo sufficienti gli sbocchi in altre direzioni continentali.

Non è dato sapere se Berlusconi nella sua scelta di non staccare la spina al governo abbia pensato a questo quadro complessivo della politica interna ed internazionale. Ma è certo che la decisione del Cavaliere possiede la qualità di avere uno sguardo assai più lungimirante di molti suoi avversari od anche amici.
05/09/2013 [stampa]

Il "liberale scomodo" Ostellino. La sentenza Mediaset e la sopravvivenza della democrazia
Piero Ostellino è un esponente di primo piano di un filone culturale – quello liberale - che in Italia ha avuto anche importanti personaggi, ma che ha sempre trovato difficoltà ad una vasta diffusione, nella sordità di larga parte di una borghesia in perenne eclissi.

Non c’è dubbio che una democrazia, senza un ruolo importante della cultura della libertà, è esposta a molti pericoli.

Questa cultura dovrebbe essere, in fondo, una garanzia per tutti, soprattutto nella condizione politica e istituzionale nelle quali si trova oggi il Paese che vede alcune forze politiche condizionate e pietrificate dalle tendenze giacobine .

Come hanno denunciato , recentemente, Giuseppe De Rita e Antonio Galdo “un paese senza borghesia finisce per considerare superflui i corpi intermedi della rappresentanza , in primo luogo i partiti” e questa condizione con i partiti “sfarinati … legati solo dal vincolo della convenienza e dell’appartenenza priva di qualsiasi spinta ideale” conduce , nella “ricerca di una esasperata soggettività”, che “ cade spesso in un astratto moralismo e in enfasi giustizialista”; “Con il risultato”- continuano i due autori – “di contribuire a una deriva della funzione della giustizia, che non persegue più in modo corretto i reati “ ( G. De Rita A. Galdo, L’eclissi della borghesia, Bari 2011 , pag 14 ).

L’assenza della borghesia corre parallela al troppo modesto ruolo della cultura liberale.

Ma Piero Ostellino punta i piedi e da tempo affronta con grande intelligenza e coraggio uno degli effetti più insidiosi di questa “deriva” , cioè, proprio, l’”enfasi giustizialista”.

Nel Corriere della Sera del 4 settembre , purtroppo e non a caso solo a pagina 34, l’ex direttore critica il cuore della sentenza della Cassazione su Berlusconi: “ Dalle motivazioni … si apprende l’esistenza di una nuova fattispecie giuridica di delinquere della quale finora la giurisprudenza non aveva notizia: ‘ l’ideatore di reato’ “ . “ Berlusconi – prosegue l’articolo – avrebbe inventato , dice la sentenza, un meccanismo tecnico-amministrativo tale da consentire a Mediaset di frodare il fisco. Che poi i suoi sodali , pur avendo commesso il reato da titolari di cariche sociali, non ne siano stati incriminati, mentre lo sia stato Berlusconi , pur non avendone più alcuna , sarebbe così spiegabile alla luce della sentenza”.

A questo punto Ostellino pone una domanda che dovrebbe essere un principio di fondo di una società liberale e democratica: “ Ma in uno Stato di diritto la responsabilità penale non è sempre personale ? “.

La risposta sarebbe assai facile e logica : se questo non avviene in Italia non siamo più in uno Stato di diritto.

Dopo aver chiarito che non intende difendere Berlusconi , Ostellino descrive la possibile conseguenza di quanto verificato presso la suprema Corte: “ La sentenza della Cassazione pare dimostrare che, se certa magistratura vuole accusare qualcuno di aver commesso un reato e non ne ha le prove, ne ‘crea’ uno che da quel momento diventa un nuovo reato. Quella di ‘ideatore di reato’ era la più grottesca motivazione che si potesse elaborare per una sentenza quali che fossero le reali responsabilità del Cavaliere”.

L’ex direttore del Corriere paventa inoltre che siamo in presenza di una sentenza politica: “ Così la magistratura ha dato adito al sospetto che le vere ragioni della condanna siano state in realtà politiche: un modo di liberarsi del capo di un movimento che si oppone all’egemonia della sinistra”.

E’ evidente che , a questo punto, che chiunque può essere sottoposto a questo rischio , tanto che Ostellino non ha timore di dire che “ la democrazia da noi è morta da un pezzo”.

La conclusione è critica verso il capo del centro destra poiché “ ha trasformato il problema della giustizia che riguarda tutti , in un caso personale”, pur comprendendone le ragioni.

L’articolo si chiude con un invito a Berlusconi: “La smetta di comportarsi come un accusato permanente e accusi, a sua volta, un modo di amministrare la giustizia che è non solo ingiusto e pericoloso, ma pregiudizievole per la sopravvivenza della stessa democrazia”.

Anche il “liberale scomodo” Piero Ostellino ritiene che l’ex premier e, di conseguenza, il centro destra non debbano commettere l’errore, ancora una volta, di personalizzare le vicende giudiziarie con le quali si tenta di estromettere il leader , ma che se ne debba fare una questione politica che deve riguardare non solo tutti i cittadini, ma la sopravvivenza di una democrazia nella quale sia rispettato lo stato di diritto.
23/07/2013 [stampa]

La "Bulimia" del candidato Renzi
Qualcuno l’ha definita la “bulimia del candidato”. Corrono parallelamente la bulimia logorroica del Sindaco di Firenze con la sua bulimia a candidarsi a tutto.

Non c’è vicenda politica o di governo nella quale il “giovane prodigio” non intervenga con battute rapide prese da copioni tra l’avanspettacolo e “quelli della notte”. Pansa lo definisce nell’intervista al quotidiano “Blitz” del 22 luglio “un piacione eccitato, narcisista e presuntuoso, un vero parolaio bianco, pronto a fare l’intrattenitore di crociera”.

Il suo attivismo, fuori del partito – alla cui vita partecipa volutamente poco – dilaga dalla sua città – nella quale peraltro trascura di vigilare sui suoi assessori “goderecci” , alla sua regione ( è famosa la definizione del Presidente Rossi sul Sindaco: “ è un vivace”), all’Italia e giunge fino nel nord dell’Europa.

Va dappertutto , con la stessa “verve”: da Maria De Filippi ad Angela Merkel . Ormai ha deluso tutti. ( Pansa con la sua nota ed elegante spietatezza: “ In questo carnevale di suicidi abbiamo ascoltato il canto del cigno di Matteo Renzi” riferendosi alla sua ultima apparizione ).

Solo il Fatto quotidiano e Repubblica continuano a sostenerlo anche in funzione anti Letta.

La Merkel pronta a ossequiare tutti coloro che non mettono in discussione il suo europeismo di marca tedesca, l’ha ricevuto proprio nei momenti nei quali Renzi accentuava le sue critiche al governo Letta. E non sono certo bastate le parole rassicuranti con le quali aveva avvertito il Presidente del consiglio della imminente visita del “vivace”, per ridimensionare un episodio “sgradevole”. Si è trattato, infatti, di una vera e propria scorrettezza che ha costretto il Presidente Napolitano, sempre molto attento a sostenere la stabilità politica , ad “avvertire” Renzi , come ha sottolineato l’insospettabile Huffington Post del 18 luglio, che il governo Letta deve vivere.

Del resto il Presidente della Repubblica nell’aprile scorso fu costretto a richiamare il ragazzo che lo aveva invitato a “fare presto” dicendogli “ non stiamo perdendo tempo” . Renzi appartiene alla più recente generazione del PD e se la sua posizione liberal - se pur superficiale e sfrangiata - dovesse risultare vincente al prossimo Congresso potrebbe aprire spazi elettorali verso il centro-destra, ma difficilmente si porterebbe dietro larghi settori dell’elettorato postcomunista o cattolico democratico.

La compattezza del PD è oggi e , probabilmente, ancora per molto, è assicurata dalla linea che Giorgio Napolitano ha saputo imporre ad un partito riottoso e lacerato . Dentro il PD Letta rappresenta l’alternativa al renzismo e allo scivolamento verso il giacobinismo di Grillo e Casaleggio .

La prospettiva politica di questo partito si gioca tutta sul successo del governo e l’attuazione del suo ambizioso programma di riforme costituzionali. di Pietro Giubilo
02/07/2013 [stampa]

Ostellino: verso Berlusconi "una ostilita' antropologica di fondo"
La trentottesima pagina del “Corriere della Sera” del 26 giugno ospita un articolo di Piero Ostellino di grande lucidità.

Gli argomenti di Ostellino spiegano, innanzitutto, che i “ sette anni di reclusione e la perenne interdizione dai pubblici uffici” sono “la rivelazione … di una ostilità antropologica di fondo , quasi ai confini del razzismo , da parte di un establishment reazionario, e dai costumi non sempre propriamente esemplari, nei confronti un outsider sociale e politico discusso , e discutibile quanto si vuole per i propri stili di vita , ma pur sempre votato da milioni di italiani”.

Pur non associandosi alla interpretazione innocentista, Ostellino analizza la sentenza elencandone alcuni, secondo lui, paradossi.

“Primo paradosso … i tre giudici trasmettendo gli atti al Pm aprono la possibilità di far perseguire chi aveva testimoniato a suo favore, a me pare … la dimostrazione di un delirio di onnipotenza, logicamente e giudiziariamente inaudito”.

“ Secondo paradosso … con la sentenza la rivoluzionaria eliminazione dell’avversario politico, è diventata ora ‘ un fatto giuridico’ , cioè perfettamente legittimo e persino legale”.

“Terzo paradosso. Sia il primo che il secondo paradosso creano due pericolosi precedenti. Il primo … la funzione della testimonianza è diventata variabile. Vale se contraria all’accusato; rischia di essere ritenuta ‘falsa’ se favorevole …. Il secondo precedente prefigura l’eventualità che chiunque possa finire , per ragioni non esattamente giuridiche nel tritacarne della ‘rivoluzione per via giudiziaria’ “.

Nell’ultima parte Ostellino si cautela- non si sa mai – affermando che lui non intende criticare la condanna del tribunale. “ E’ pur vero - si legge nell’articolo - che ciò che scrivo non è sempre gradito e che, da parte di chi ne avrebbe i mezzi, la tentazione di trasformare le opinioni in ’fatti giuridici ‘ può sempre venire”. Noi ci associamo e riferiamo le opinioni di Ostellino – perché rese pubbliche su un autorevole quotidiano - pronti a smentirle ove avessimo richieste in tal senso.

Quello che realmente ci interessa è sottolineare una condizione del Paese che lo scritto di Piero Ostellino – che non è certo un filo berlusconiano - ci rappresenta con tutta la sua immensa gravità.

Se l’autorevole opinione di Piero Ostellino ha un senso è, infatti, evidente che in Italia non esiste più né partecipazione , né libertà politica.

Su quest’ultimo aspetto mentre ci lasciano un po’ perplessi le reazioni di Giuliano Ferrara che è costretto, certo paradossalmente, ma anche un po’ libertiniscamente , a definire e definirsi “siamo tutti puttane” per difendere una condizione di libertà, ci pare più forte e più efficace la posizione di Ostellino che va a indagare sulla degenerazione delle istituzioni, sui meccanismi perversi che si vanno a configurare che giungono a confermare quanto abbiamo più volte e con preoccupazione sottolineato e cioè che, con la crisi delle istituzioni, queste si rivoltano contro la democrazia.

In Italia non c’è né partecipazione, né scelta , né rappresentanza politica anche perché siamo in una condizione bloccata: gli elettori non scelgono chi li deve rappresentare, le camere non sono state in grado di eleggere un Presidente della Repubblica ed è dovuto rientrare Napolitano, si è ricorsi alla straordinarietà di una grande coalizione, i governi senza la legittimità popolare dei sistemi presidenziali non riescono a decidere . E gli elettori , logicamente , disertano le urne.

Se a questa condizione aggiungiamo, probabilmente in conseguenza della debolezza delle istituzioni rappresentative politiche, quella che Ostellino definisce “la rivoluzione per via giudiziaria”, siamo di fronte alla determinante invasione di un potere autoreferenziale, non elettivo, scevro da qualsiasi controllo democratico che, come peraltro , è avvenuto in passato, decide le svolte storiche e politiche dell’Italia.

Quella che si definiva un tempo una forza democratica di garanzia, la sinistra, tace, miopemente convinta di trarne vantaggio , come sembrò, per un momento, avvenire nei primi anni ’90.

Il Presidente della Repubblica? Sarebbe interessante dilungarsi su ciò che potrebbe , ma che non può fare. Forse è stato l’argomento del lungo colloquio con Berlusconi del 27 giugno.

Non crediamo che assista con serenità a questa situazione che rischia di mettere in crisi il delicato equilibrio della soluzione di governo . Ma è evidente, che i rischi e le crepe non riguardano solo questo ambito.

L’articolo di Ostellino – relegato in trentottesima pagina del Corriere – rappresenta ancora l’espressione di una voce libera.

Speriamo che non sia una vox clamantis in deserto.

di Pietro Giubilo
04/06/2013 [stampa]

Elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica
Nel giorno della festa della Repubblica Augusto Barbera, Angelo Panebianco, Arturo Parisi, Mario Segni hanno inviato una lettera al Corriere della Sera per chiedere la riforma della Costituzione con “ l’elezione diretta del Presidente , il maggioritario uninominale a doppio turno, il potere di indirizzo politico attribuito ad una sola Camera” .

Questa iniziativa fa seguito ad una esternazione del Presidente del Consiglio Enrico Letta che aveva dichiarato : “Non possiamo più eleggere il Presidente della Repubblica con le modalità dell’ultima volta “.

In questi stessi giorni altre aperture verso il presidenzialismo erano giunte al punto che, per la prima volta, anche il giornale di via Solferino ha titolato il 3 giugno “La partita del presidenzialismo”.

E’ importante che stia emergendo, sotto l’aspetto politico, il punto fondamentale, e cioè che la riforma della Costituzione rappresenti la prima riforma per costruire una nuova architettura istituzionale dell’Italia.

Poiché già si vanno profilando coloro che tendono ad intestarsi questo obbiettivo di grande valore politico non è male ricordare che la richiesta di un Presidente della Repubblica eletto direttamente venne da ambienti e uomini politici che pagarono questa presa di posizione riformatrice con l’ostracismo politico.

Innanzitutto Pacciardi con il movimento Nuova Repubblica, poi la destra che subì l’isolamento anche delle sue iniziative di rinnovamento ( Democrazia Nazionale ) , i democratici cristiani di Europa Settanta ( Ciccardini, Zamberletti, Destefanis ) , Craxi con l’idea della Grande Riforma, Cossiga che tentò di spronare una DC ormai al tramonto, Berlusconi che ne ha fatto una bandiera politica.

Negli anni, anche altre posizioni di indirizzo liberale , cattolico o di sinistra hanno discusso su tale proposta, senza tuttavia, dare ad essa quel connotato strategico che, invece, oggettivamente presenta. Mario Segni, ad esempio, che oggi torna a proporla, tuttavia commise l’errore di puntare tutto sulla riforma elettorale con i referendum che produssero effetti del tutto negativi sul sistema politico, mentre si sarebbe dovuto partire da una riforma complessiva del sistema , proprio come è necessario oggi, senza la falsa scorciatoia della modifica della legge elettorale.

La sinistra comunista e post comunista come la sinistra della Democrazia Cristiana, con la sola eccezione, per quest’ultima, di Ruffilli, la osteggiarono in nome di un “patriottismo costituzionale” che allungava le sue radici nell’intreccio tra cattolici e comunisti alla Costituzione del 1948. “Cultura per la partecipazione civica” sin dalla sua prima apparizione nel novembre del 2009, ne ha fatto il tema dominante della sua analisi culturale e politica sulla crisi del sistema italiano.

In questi due anni e mezzo la “grande “ stampa e il centro sinistra dello schieramento politico italiano sono sostanzialmente sfuggite al tema della crisi del sistema politico e della rappresentanza in Italia.

Occorrerà verificare ora se le intenzioni manifestatesi produrranno una disponibilità fino ad oggi negata.

Avvertiamo comunque un rischio ed un equivoco su questo importantissimo tema: che lo si ritenga una soluzione di carattere tecnico costituzionale, cioè una modifica che lasci la il Presidente della Repubblica nelle sue prerogative formali e l’assetto del sistema politico del Paese ancorato al parlamentarismo.

n un tal modo , minimalista , si dovrebbe parlare di una razionalizzazione del sistema. Invece occorre dare una risposta nuova e più consona alla esigenza ormai indifferibile di una difesa della democrazia e del consenso fondato sulla legittimazione popolare al fine di una ridefinizione in Italia della rappresentanza politica sia nel suo aspetto partecipativo che nel suo necessario contenuto di governo.

Facciamo appello alle forze politiche e agli intellettuali che in questi anni più hanno avvertito l’importanza di una riforma presidenziale affinchè si esprimano con chiarezza di contenuti e di cultura per una vera grande riforma della Costituzione in grado di far uscire l’Italia dalla crisi per confermare la sua identità, la sua democrazia, la sua missione in Europa .

14/05/2013 [stampa]

A sinistra del PD e' sorto il giacobinismo perfetto
Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 13 maggio ha il merito di gettare uno sguardo sulla crisi del PD oltre gli affanni e le sconfitte della segreteria Bersani.

Viene esplicitato che con il M5S è sorta “ una forma di giacobinismo”, un “estremismo democratico” , “ che raccoglie il precipitato di venti-trenta anni di movimentismo italiano di ogni colore” , “ a base di rivendicazione di diritti”, “di individualismo”

Giustamente l’editorialista sottolinea come si tratti di “una cultura, di uno stato d’animo che il PCI, quando esisteva, conosceva bene”. “ Ma che riusciva a metabolizzare e neutralizzare grazie alla sua ideologia e alla sua organizzazione, all’apparenza anch’esse ispirate all’ ’antagonismo’ e al ‘rifiuto’ “.

In conclusione, termina l’articolo: “per la prima volta gli eredi dell’antico Pci si trovano a che fare con un forte partito nella loro stessa area e che anzi minaccia di scavalcarli a sinistra . Sta qui la causa di fondo della crisi della loro crisi, ed è questo il vero terremoto politico italiano”.

L’analisi è interessante e largamente condivisibile, tuttavia da essa non si evince come sia avvenuto tutto ciò e quali cause abbiano fatto precipitare la sinistra in questo inferno politico.

Il PCI con la sostituzione della questione morale a quella sociale, rinunciò a mantenere una identità e ad ancorarsi ad un modello partitico ,magari avviandosi ad una evoluzione di tipo socialdemocratico. E iniziò ad assorbire i primi virus movimentisti.

Proprio per questo, come ha rilevato Fabrizio Cicchitto ( La linea rossa, Milano 2012, pag. 75 ) “privo di una cultura politica autonoma e nuova, realmente sostitutiva di quella togliattiana o berlingueriana, cioè di una cultura riformista-socialdemocratica, si è ‘offerto’ ai grandi gruppi finanziari-editoriali come ceto politico di ricambio “. Questa sottomissione ha reso ancor più permeabile il PDS e DS alla ideologia radicale dei diritti e della moralizzazione giustizialista che saranno i temi con i quali l’elettorato comunista e la sua base giovanile rinunciavano ad una identità politica autonoma rispetto alle influenze mediatiche.

Anche l’influenza prodiana ha contribuito ulteriormente a connotare in una direzione movimentista il partito della sinistra . Come leader dell’Unione ed in contrapposizione allo stesso D’Alema, Prodi dipinse “ Berlusconi come un Mussolini redivivo, come uno che realizza la dittatura mediante la democrazia , mai dalla sinistra era giunta una simile accusa come impianto di una linea politica”( Gianni Baget Bozzo L’officina del Professore Il Giornale 16 marzo 2005).

Non vi è dubbio che l’”odio teologico” di Prodi verso Berlusconi , ispirato da Dossetti , ha impresso nel PD quel carattere antiberlusconiano ( l’antiberlusconismo come linea politica ) che oggi lo pone nella condizione di subire, nel peggiore dei modi, l’ accordo politico necessario per il governo del Paese.

A seguito di questi indirizzi e di questa evoluzione politica il PD, privo di una vera identità, ha assunto un connotato fragile ed il suo elettorato si è trovato esposto all’influenza radicale e giacobina.

E’ storia che il movimentismo e il giacobinismo tendono ad abbandonare le linee riformiste, indebolendole, per rifluire sull’estremismo.

La sinistra socialista prima e comunista dopo avevano sempre individuato questa prospettiva come il pericolo mortale per le loro formazioni politiche.

Con le elezioni politiche di quest’anno, gli argini hanno ceduto e di fronte ad una posizione giacobina ancor più radicale, come quella di Grillo , parte dell’elettorato tradizionale e soprattutto quello giovanile si è fatto catturare dalla protesta ed oggi rappresenta la sfida più difficile per il Partito democratico.

Di fronte a questa evoluzione politica a sinistra il centro destra ha compreso che occorreva adottare una strategia politica costruttiva, responsabile, di interesse nazionale che Napolitano, l’ultimo ex comunista antimovimentista, ha imposto al PD.

Le ennesime vicende giudiziarie di Berlusconi rischiano di far saltare questo percorso politico dell’Italia ed aprire scenari realmente tragici.
24/04/2013 [stampa]

L'elezione del Presidente della Repubblica
Nella difficile vicenda dell’elezione del Presidente della Repubblica è esplosa la grande crisi della sinistra.

Il passaggio chiave è stato la mancata elezione di Marini, bloccata da circa duecento oppositori dello stesso centrosinistra, in parte esplicitamente dichiarati ed in parte nel voto segreto.

Questa candidatura aveva rappresentato un tentativo di accordo che, costruendo un quadro istituzionale condiviso potesse contribuire alla governabilità. Pur avendo il consenso della maggioranza del PD una convergenza del dissenso interno e delle espressioni esterne ne ha impedito l’affermazione.

La successiva bocciatura di Prodi è stata la conseguente reazione all’affondamento di Marini.

L’alto numero di mancati consensi ha caratterizzato questi fatto in modo totalmente differente rispetto ai mancati voti in precedenti elezioni presidenziali, soprattutto a quanto avveniva nell’ambito dei grandi elettori democristiani.

Allora si trattava di differenti strategie politiche di un partito con una complessa articolazione di culture e di rappresentanza, senza che, tuttavia, smarrisse una coesione di fondo.

Abbiamo assistito in questi giorni, invece, ad una spaccatura insanabile nel PD , cioè all’emersione di differenze di natura strategica e sulla stessa identità del partito.

A fare da levatrice di questa scissione politica sono stati sia Renzi - con l’immissione di una linea liberal destinata a far deflagare il partito - sia Grillo, con la provocazione della candidatura di Rodotà.

Questa candidatura frutto di una abile strategia di Grillo , che aveva compreso come Rodotà trovasse terreno fertile nella sinistra, ha dimostrato come esso sia mosso da influenze radicali non provenienti da scelte dalla sua base, ma evidentemente “ispirate” da fattori esterni.

I presupposti di questa crisi irreversibile del PD sono stati la lenta immissione di una visione movimentista e giustizialista, ispirata da una lettura radicale e giacobina della società italiana che, nel tempo, ha corroso la sua struttura politica e organizzativa che invece era forza e vanto del PCI.

Il fallimento della strategia di Bersani può essere spiegato solo con la inconsapevolezza del grado di condizionamento al quale era giunto il PD: Bersani aveva ipotizzato di utilizzare Grillo che ,invece , ha aperto una grande breccia nella cintura strategica dei democratici penetrandovi e mietendo consensi.

Di fronte alla colonizzazione radicale e giacobina del PD si potrebbe dire, nel lessico marxista, “ben scavato vecchia talpa”.

Solo Giorgio Napolitano, l’”ultimo comunista”, come lo chiama Pasquale Chessa nella sua recentissima biografia, poteva rappresentare –per il momento - l’estrema ancora di salvezza di questo partito.

E’ del resto nota la sua avversione per il movimentismo e la difesa del ruolo dei partiti, sin dai tempi della sottile ma ferma polemica con il Berlinguer della “questione morale” e il distacco dall’abbraccio tra Occhetto e Ingrao al XVIII congresso del PCI del marzo 1989.

E il grande paradosso di questa tragicommedia è che questa ancora di salvezza è frutto di una nuova capacità di intervento e di mediazione di Silvio Berlusconi che, dal dopo elezioni in poi, si è posto come un riferimento di stabilità della politica italiana.

Lo scenario che si apre, se la debolezza e l’instabilità del PD dovessero perdurare, è un sempre più serrato conflitto tra il movimentismo protestatario di Cinque Stelle sul quale finirebbe per confluirvi la sinistra e la resistenza moderata di una maggioranza non più silenziosa per la trasformazione del sistema politico italiano verso il presidenzialismo.

di Pietro Giubilo
02/04/2013 [stampa]

Paralisi istituzionale, tentazioni "golpiste" e l'ultima chance della politica
Dopo la elezione, con un voto minoritario, della seconda carica dello Stato, il sistema politico appare del tutto paralizzato.

Bersani non avendo presentato un quadro di maggioranza è stato prima congelato e poi accantonato da Napolitano, il quale ha tentato, con un secondo giro di consultazioni, di trovare, senza successo, una soluzione alla crisi.

Il dopo elezioni dimostra inoppugnabilmente che il sistema parlamentare non è più in grado di esprimere una maggioranza e poiché è solo dalle camere che può nascere un governo, siamo di fronte ad una impossibilità di governare.

E, infatti,sta rimanendo in carica,oltre ogni termine logico , l’ultimo governo della trascorsa legislatura, come se le elezioni non fossero avvenute.

A differenza di altri sistemi politici nei quali l’elettorato sceglie oltre la composizione del Parlamento anche, direttamente, il Presidente della Repubblica che è capo dell’esecutivo, la Costituzione italiana - sempre difesa nella lettera dal conservatorismo istituzionale della sinistra - vede quale unico centro del sistema l’assemblea legislativa, solo dalla quale può scaturire il governo.

Le ricorrenti crisi parlamentari, continuate anche nella seconda Repubblica, hanno reso instabili le maggioranze uscite dalle elezioni parlamentari nei diversi sistemi di elezione.

Da qualche quinquennio, quindi, un ruolo supplente è stato svolto, oltre il senso e la lettera della Costituzione, dal Presidente della Repubblica che, a volte, accantonando l’indirizzo politico espresso dall’elettorato, ha forzato il sistema indicando una scelta alla quale ,poi, il Parlamento ha posto la sua mera ratifica.

Questa condizione di riequilibrio del sistema ,questa forzatura dello spirito Costituzione, questa surroga presidenziale avevano fatto del Capo dello Stato il punto di tenuta del sistema . Si è giustamente detto che si era in presenza di un presidenzialismo, ma “ imperfetto” in quanto non fondato sul consenso popolare.

Tuttavia si trattava di una tenuta artificiale – a dire il vero poco democratica - proprio perché operava a latere dell’indirizzo espresso dal voto popolare. Fino a quando si è dato vita a soluzioni di carattere politico – le indicazioni Dini e Ciampi da parte di Scalfaro vennero da decisioni dei partiti – il costo democratico della scelta è stato sopportato dal sistema. Quando, con l’indicazione del governo Monti, si è giunti ad una soluzione nettamente tecnocratica, sostanzialmente imposta ai partiti, in presenza anche di una non risolta crisi economica e di una ridotta credibilità politica, questa strada si è presentata come portatrice di ulteriori conseguenze .

Oltre l’aggravata crisi economica e il logoramento della politica la incapacità dell’esecutivo Monti ha, infatti, ulteriormente allargato la protesta espressa nel voto al M5S. Oltretutto, ormai, appare improponibile anche la surroga tecnocratica alla politica.

Lo stesso presidente Napolitano appare ormai se non travolto, quantomeno coinvolto nella crisi della Costituzione, come ha rilevato Antonio Polito sul Corsera del 30 marzo. La coincidenza del semestre nel quale non può decidere lo scioglimento della camere,ha ulteriormente aggravato la situazione.

Non mancano come in ogni crisi istituzionale le tentazioni che, con una non eccessiva forzatura, potremmo definire “golpiste”.

Spieghiamo la prima: l’ostinazione della sinistra a rifiutare governi di larga coalizione proposti dal PDL , la sua preoccupazione su possibili elezioni immediate, l’ostinazione a rifiutare qualunque indicazione data dallo stesso Napolitano, nascondono, probabilmente, il progetto di andare ad una elezione del nuovo Capo dello Stato votando un presidente disposto a concedere quello che non ha concesso Giorgio Napolitano e cioè la possibilità di un incarico a formare il governo ad un esponente direttamente o indirettamente espressione della sinistra che vada in parlamento per fare campagna acquisti e, qualora non riuscisse, a gestire, comunque , il governo nella fase elettorale.

Con grande avvedutezza, Berlusconi ha chiesto di concordare la scelta sul nuovo Presidente della Repubblica, proprio perché la sua vera funzione costituzionale è quella di garanzia ed imparzialità.

Ma stiamo assistendo ad un’altra forzatura e ce la spiega Federico Fubini , portavoce dei grandi interessi finanziari, sul Corriere della Sera del 31 marzo.

Non a caso Fubini sembra conoscere nei dettagli, anche lessicali, il contenuto della telefonata di Draghi a Napolitano, sopraggiunta per convincerlo a non dimettersi.

Fubini si sente in dovere di precisare che “non è stata un’ingerenza quella di Draghi”, ma essa riflette “l’impatto che il voto e lo stallo politico a Roma stanno avendo anche su gli altri governi europei e in Germania”.

E l’informato Fubini precisa il pensiero tedesco: “Se si sommano i voti del centrodestra e quelli del M5S , l’impressione in Germania è che una maggioranza di elettori si opponga alle politiche che Merkel ritiene necessarie perché l’Italia resti un socio responsabile dell’Euro”. Una Merkel che il giornalista del Corriere presenta come regista incontrastata della situazione europea: “silente” nell’estate scorsa per gli interventi di stabilizzazione di Draghi, ma ” intransigente” con la crisi di Cipro.

Il “portavoce” chiarisce anche le finalità politiche di Berlino: “ Secondo Berlino non può esserci sostegno europeo all’Italia senza un contributo sostanziale dei risparmiatori del Paese, probabilmente sotto forma di una patrimoniale”. E’ questa un’Europa non democratica, dove cioè uno solo decide, a trazione tedesca e nella mera logica finanziaria.

Federico Fubini lascia intendere, maliziosamente, che il Capo dello Stato italiano si sia reso disponile nei riguardi degli intenti espressi, con la sua telefonata, da Mario Draghi : “ Fra Giorgio Napolitano e il presidente della BCE esiste una consuetudine almeno dai tempi in cui questi guidava la Banca d’Italia”.

Il risultato, per il momento è solo che il Presidente della Repubblica non si è dimesso, anzi ha assunto una iniziativa che apparterrebbe alla sfera delle competenze di un Presidente del Consiglio: la nomina di dieci “saggi” per redigere un programma di riforme per, poi, trovare la personalità – esterna alle forze politiche – per formare un governo con quel programma. Possiamo concludere con una riflessione: la crisi istituzionale ,ignorata per anni o male interpretata, ci sta conducendo alla paralisi istituzionale.

Nel ” Gran Ballo Excelsior “ di questa condizione, il Capo dello Stato tenta difficilissime operazioni tecnico-politiche, il PD mantiene una posizione che rifiuta la possibilità di un compromesso politico, crescono la protesta e le difficoltà della crisi economica, mentre irrompono nell’Italia le ingerenze europee e tedesche, con l’intento di far pagare ai risparmiatori un sistema monetario europeo al collasso.

La politica può giocare la sua ultima carta: quella di una piena assunzione di responsabilità con un governo politico, nel quale siano presenti le forze politiche più responsabili. E’ una carta rischiosa, perché le forze politiche sono fiaccate dalla crisi istituzionale e degli stessi partiti, mentre la protesta è pronta ad aggredire ogni compromesso tra centro destra e centro sinistra.

Ma la politica non può e non deve rifiutarsi di fronte ai passaggi difficili della storia, pena la sua totale emarginazione. Vale, cioè, la pena di tentare.

Se da questa crisi uscirà un governo politico di responsabilità nazionale, come ha indicato Silvio Berlusconi, che rimane il leader politico più lucido, si aprirà una sfida difficile, ma sarà l’ultima chance della politica.

Altrimenti resterebbe l’appello al popolo, cioè nuove elezioni politiche.

Tutto il resto non è democrazia, ma abbandono della sovranità politica nazionale, macelleria sociale dei ceti medi e produttivi, con la sola finalità di salvaguardare i grandi giochi e gli interessi finanziari.

di Pietro Giubilo
04/03/2013 [stampa]

Gli scenari della crisi: Bersani cerca Grillo e Bruxelles pensa a Monti. Ma suona la cmpana dell'ultimo giro.
Lo scontato esito delle elezioni politiche può aver sorpreso coloro che valutano la politica solo con gli schemi e le categorie di una concezione èlitaria fuori dal rapporto popolare diretto.

E’ lo schema che ha esaltato Monti oltre l’inverosimile e che bolla come populista qualsiasi atteggiamento politico mirato ad ascoltare la voce e il dissenso della gente.

Basterebbe osservare la sequenza che si è susseguita dal 1994 ad oggi, segnata prima dallo schema anti craxiano, inoculato dalla sinistra e dal partito di Repubblica/Espresso, poi dall’antiberlusconismo che ha avuto come sostenitori le stesse forze e gli stessi interessi costituiti.

La delegittimazione della politica che aveva governato fino al 1992 ed, in particolare, l’eliminazione per via giudiziaria di Bettino Craxi , portò alla apparizione sulla scena politica di Silvio Berlusconi con il suo consenso maggioritario ; il tentativo di cancellazione sempre per via giudiziaria, ma anche politica di Silvio Berlusconi ha portato il movimento di Grillo ad essere il primo partito.

E meno male che Berlusconi, rientrato precipitosamente in campo per salvare il PDL, abbia recuperato una buona fetta di elettori che , altrimenti,si sarebbe potuto rivolgere al Movimento Cinque Stelle facendogli ottenere il premio di maggioranza.

E, paradossalmente , la tanto deprecata legge elettorale, quantomeno alla Camera, consentendo anche a chi ha ottenuto un lievissimo vantaggio come coalizione, di godere di un ‘ ampia maggioranza, non ha prodotto la desolante situazione di un Parlamento eletto con la proporzionale che avrebbe presentato un partito di maggioranza relativa , quello di Grillo, al quale il Capo dello stato si sarebbe dovuto rivolgere in primis per far operare un tentativo di soluzione politica.

La crisi del sistema si comincia a palesare da questi segni ormai evidenti.

I sondaggi “taroccati” tranne quello più seguito dal Cavaliere non sono stati in grado di leggere gli umori più profondi del popolo italiano , del suo malcontento diffuso, della sua delusione sulla “trionfante” sinistra delle primarie, della distanza abissale rispetto ad un premier che, nella misura in cui tentava di copiare Berlusconi, riusciva solo a rendersi ridicolo e ancor meno credibile.

A proposito di Monti è ormai evidente , ad onta delle dichiarazioni sue e dei suoi portavoce, che il suo valore di consenso è marginale . Infatti se il consenso dell’UDC partiva da un 5/6 per cento prima della “salita in campo” e quello dell’FLI intorno al 2 per cento , il valore aggiunto di Monti è stato quello del 2/3 per cento. E’ infatti evidente che la Lista Civica ha “vampirizzato” l’esangue Fini e ancor di più il poco pingue Casini che ora si ritrovano o fuori dal Parlamento o con una pattuglia assolutamente inconsistente.

Il vero sconfitto di queste elezioni appare Bersani.

La graffiante ed irriguardosa definizione di Grillo “un morto che parla” risponde a verità.

Oltretutto Bersani appare di ben limitata statura poiché dopo una sbagliata campagna elettorale ed una cocente sconfitta , invece di rilanciare a tutto campo ponendosi al centro di una possibile ampia coalizione di governo, su sollecitazione della parte giustizialista e scalfariana del PD, tenta di inseguire Grillo, pur di restare coerente con l’antiberlusconismo.

E’ l’illusione giacobina di gestire il movimento magari con l’arma suadente della prospettiva di carriera personale.

L’idea cervellotica di un governo stile Crocetta in Sicilia , cioè senza maggioranza precostituita , ma che alla Camera e al Senato dovrebbe partire da un voto di fiducia è frutto di menti sconvolte che arrivano a proporre l’uscita dei grillini dall’aula del Senato dove l’astensione equivale al voto contrario, come se poi, il PDL rimanendo andrebbe a favorire un bislacco accordo tra PD/SEL e M5S.

A questo punto sarà difficile per Bersani una sopravvivenza politica.

E’ assai probabile, invece, che dopo questi passaggi post elettorali che mostrano come Bersani abbia perso la testa , Renzi od altri comincino a chiederne l’abbandono della scena.

Per Berlusconi si è trattato non solo di una campagna elettorale assai efficace, ma di un risultato perfetto. La non vittoria alla Camera lo svincola anche dalla responsabilità di trovare una soluzione politica, in una situazione al limite dell’impossibile, sulla quale si logorerà Bersani come e peggio di quello che capitò a Prodi dopo il 2006, se pur dovesse riuscire a fare un governo.

A Berlusconi conviene attestarsi su una posizione di grande responsabilità e lì aspettare che arrivi la situazione se non si vogliono ripetere elezioni che sicuramente porterebbero al disastro il PD ad una probabile crescita di Grillo, alla scomparsa di Monti e forse a fare del PDL l’unico riferimento che potrebbe competere per il primato politico.

Ma nuove immediate elezioni sono un rischio di livello non facilmente calcolabile.

Resta una ipotesi che circola tra Bruxelles e Roma. Quella di una conferma di Monti.

A parte il fatto che lo stesso premier con una salita in campo sconsigliata in primis da Napolitano e con un a linea di campagna elettorale demagogica e piena di invettive verso il PDL e il PD si è già messo fuori di questa possibilità e che forse gli si sarebbe potuta presentare qualora avesse assunto il ruolo i “riserva della Repubblica” senza ascoltare le sirene Fini e Casini, questa prospettiva presenta un altro aspetto da non sottovalutare.

La permanenza di Monti apparirebbe agli occhi degli elettori come la dimostrazione cha in Italia, ormai , è del tutto inutile votare.

Sarebbe la ulteriore dimostrazione della strada che porta alla crisi del sistema politico, ed anche della stessa democrazia.

Che sconsigliamo di percorrere , perché, al contrario, riconfermiamo che questa debba essere rafforzata, finchè si sia in tempo, con una modifica della Costituzione in senso presidenziale.

Ma sta suonando la campana dell’ultimo giro.
25/02/2013 [stampa]

Una previsione e un Voto
Mentre gli ultimi giorni della campagna elettorale si svolgono in un caotico rincorrersi di polemiche senza spessore politico e senza reale confronto di programmi, l’incertezza sul risultato mette in moto le contorsioni più incredibili sulla possibilità di “costruire” una qualunque maggioranza per rendere governabile la prossima legislatura.

Tra le ipotesi per preparare un terreno di governabilità l’ultima è quella che vedrebbe una nuova candidatura di Napolitano alla Presidenza della Repubblica.

Andrebbe in scena la ripetizione della svolta del novembre 2011 con la costituzione di un governo di salute pubblica o formato da nuovi tecnici ( forse anche perché quelli sperimentati hanno dato un esito catastrofico) che si avvarrebbe della “garanzia” di Napolitano, quantomeno per un periodo di tempo.

Sono rivolgimenti che non vale neppure la pena di commentare.

A questo proposito, tuttavia, ci sentiamo , nonostante la non conoscenza dei sondaggi che continuano ad essere commissionati ancorchè non divulgati pubblicamente, di formulare una previsione .

Queste elezioni potrebbero segnare la crisi finale del sistema politico italiano.

Alcuni segnali ce lo stanno dimostrando già adesso: interventi della Magistratura a pochi giorni dal voto come in passato non era ancora successo, il dilagare di una protesta ( Grillo – Ingroia ) che le forze politiche non riescono più ad assorbire , l’accentuarsi di una crisi economica che non vede l’uscita dal tunnel, la disgregazione della base sociale del ceto medio produttivo e l’attacco al cuore di quelle grandi industrie italiane che segnano la nostra “eccellenza” imprenditoriale anche a livello internazionale .

La “tempesta perfetta” però sarà l’ingovernabilità del Parlamento.

Come diciamo da sempre in questo sito e come ha ripetuto recentemente anche il non conformista Paolo Liguori ad Omnibus , il Parlamento , con una presenza contestatrice, con l’assenza di possibili mediazioni tra forze politiche, con una classe politica sempre meno adeguata non è l’istituzione che potrà governare un Paese in grande difficoltà.

La riforma presidenziale da decenni osteggiata dai conformisti del “patriottismo costituzionale” e dai nostalgici dell’intreccio tra comunisti e cattolici alla Costituente, avrebbe dovuto essere introdotta in Italia già quando Charles De Gaulle nella primavera del 1964, commentando la prima grande crisi dell’esperienza di centro sinistra, aveva detto lapidariamente: “ L’Italie en est à sa quatrième”, intendendo dire che l’Italia, già allora, era nelle condizioni in cui si trovava il regime parlamentare francese prima della crisi istituzionale del 1958.

Abbiamo la preoccupazione che dopo tanti anni e il continuo logorarsi delle istituzioni e del rapporto di rappresentanza politica , oggi , anche questa riforma potrebbe non essere sufficiente sul piano istituzionale a fermare il declino dell’Italia.

Nei programmi delle forze politiche solo la coalizione di centro destra propone di cambiare l’architettura costituzionale del nostro Paese.

Se questa coalizione politica dovesse prevalere si aprirebbe l’ultima possibilità di attuare questo necessario cambiamento.

Ed è in questa direzione il nostro auspicio e il nostro voto.
13/02/2013 [stampa]

Un gesto straordinario di un grande Pontefice
Un gesto straordinario di un grande Pontefice, è quello che ci ha regalato la giornata della memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes.

Esso conferma il senso e l’asprezza della missione di Benedetto XVI, il Papa che passerà alla storia per aver iniziato lo scontro della Chiesa cattolica con il relativismo e il suo potere.

Nella omelia della Missa pro eligendo romano pontifice, il 18 aprile del 2005, il cardinale Ratzinger denunciò la “ dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.

La Chiesa di Benedetto XVI ha voluto ripercorrere la via tradizionale: quella contro le grandi eresie.

E, dopo il comunismo, penultima eresia, oggi c’è il relativismo.

Proprio per questo è stato, come ha scritto Stefano Fontana, un Papa “scomodo”.

Scomodo per i grandi poteri dei “capitali anonimi”, per le caste dei professori universitari che non lo vollero alla Sapienza, per il progressismo teologico, per i relativisti etici annidati all’ONU o a Bruxelles e per la stampa internazionale come viene ricordato in un libro curato da Giovanni Maria Vian ( “ Il filo interrotto” ).

Joseph Ratzinger non ha trovato la struttura della Chiesa preparata a questa azione epocale.

Gli anni della malattia di Giovanni Paolo II avevano reso più acuta la crisi della Chiesa.

Intervenendo in sostituzione di Papa Woitjla nel 2005 nella Via Crucis alla nona stazione disse : “Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti”.

Chi non ricorda l’accorata lettera ai Vescovi del marzo 2009 a proposito degli accadimenti succeduti alla remissione della scomunica alla comunità sacerdotale San Pio X quando nell’occasione , come commenta Stefano Fontana, “ dentro la Chiesa troppi aspettavano il momento opportuno per scagliarsi contro di lui e accusarlo di voler tornare indietro , a prima del Concilio Vaticano II o di occuparsi di cose marginali anziché dell’evangelizzazione” ed il Papa scrisse le parole di San Paolo “ mordere e divorare”, come la realtà dentro la Chiesa.

Benedetto XVI dichiara oggi di non avere più “il vigore sia del corpo sia dell’anima”.

Nell’avere ben presente in difficilissimo compito il Pontefice ha deciso di consegnare la Chiesa al suo successore che il Conclave si curerà di eleggere.

La sfida per la Chiesa e per la cristianità e , quindi , per il nuovo pontefice resta quella già individuata da Benedetto XVI, cioè il relativismo ed il suo potere.

E questo va detto a quanti immaginano che tale rinuncia apra un nuovo e diverso corso nella Chiesa e a quanti sperano che il pontificato di Ratzinger sia stata solo una parentesi chiusa per riprendere la strada di un incontro con il mondo , per piegarsi ed inginocchiarsi ad esso. (P.G.)
07/02/2013 [stampa]

La Paura Di Bersani E La Disperazione Di Casini Spingono Ai Passi Falsi.
Consigliato dai guru della sua campagna elettorale il premier uscente Mario Monti aveva indurito i toni politici verso Berlusconi, ma, soprattutto, verso il PD di Bersani accusandolo, addirittura di essere nato nel ’21.

A Livorno in quell’anno Bordiga ed altri fecero nascere il Partito Comunista d’Italia.

Nemmeno Berlusconi era arrivato a tanto, al massimo aveva dichiarato che il PD, DS, PDS, PCI aveva conservato una cultura di ispirazione comunista, non che fosse il P.C.d’Italia.

All’indomani di questa intemerata del professore della Bocconi, tuttavia, dalla Germania il candidato premier Bersani invia un messaggio chiarissimo: “ Il presidente Monti ha costruito una sua forza politica , adesso è nella competizione, ci sono naturalmente le schermaglie elettorali ma io ho sempre detto che sono prontissimo a una collaborazione con tutte le forze che siano contrarie al leghismo, al berlusconismo e al populismo, quindi certamente anche con il professor Monti”.

L’improvviso duro linguaggi del professore veniva derubricato a “schermaglia elettorale”.

Cosa abbia spinto Bersani a fare questa dichiarazioni viene interpretato dai maggiori quotidiani come la paura di un pareggio nel senso di non poter raggiungere la maggioranza anche al Senato, per la “reconquista” dei voti da parte di Berlusconi e la conseguente necessità di aprirsi altri spazi.

Ma c’è sicuramente dell’altro.

In questi stessi giorni i quotidiani attenti al pettegolezzo politico avevano notano che tra Monti e Casini era sceso il freddo, non solo a motivo della vampirizzazione dei consensi dell’UDC da parte di Monti, ma anche per la strada intrapresa dal premier di una netto indurimento del linguaggio e della polemica verso il PD.

Casini appariva sull’orlo di una crisi di nervi. Aveva dichiarato “non dormo la notte”.

In sostanza, si può leggere il pensiero che tormenta le notti di Casini: l’UDC naviga verso un consenso alla Camera tra il 3 e il 2 per cento e rischia di diventare ininfluente , a parte la pattuglia dei senatori che Pierfurby si è assicurato con impareggiabile maestria. La polemica durante la campagna elettorale stava costruendo staccati insuperabili per un accordo successivo al voto con il rischio del ricorso a nuove elezioni che il partito di Casini non sarebbe in grado di affrontare, lasciando l’ormai affermato Monti a guidare, con il suo partito l’area dei moderati di centro.

Casini è colui che ha più bisogno di un accordo dopo le elezioni, assai più di Monti. Ma per ottenere questo occorre drasticamente mettere a tacere le polemiche . E’ quanto Casini, in nome del suo antiberlusconismo , ha chiesto a Bersani trovando terreno fertile per la crescente preoccupazione che sta investendo il candidato della sinistra.

L’affannata esigenza di Casini, tuttavia, potrebbe aver fatto scoprire troppo presto le carte del possibile accordo, da tenere, invece, opportunamente nascoste.

Quali le conseguenze : questo avvicinamento al centro di Bersani può far defluire i voti che già stanno in libera uscita da Vendola verso Ingroia; coloro che vedevano in Monti una garanzia di non apertura a sinistra, sospettando accordi, potrebbero slittare verso Berlusconi che appare sempre più come l’unica reale alternativa alla sinistra.

Un Monti non alternativo a Bersani, ma visto in una funzione di “contenimento” non garantisce a sufficienza, perchè è evidente a tutti che i rapporti di forza a favore del PD, tre a uno, sono troppo squilibrati. Quando la DC intendeva tranquillizzava i ceti moderati affermando che l’apertura a sinistra e allo stesso PCI non faceva correre rischi , usava l’argomento forte che il peso elettorale e politico democristiano era tale da limitare fortemente l’influenza della sinistra . E questa fu la storia del centro sinistra e del breve periodo del governo con l’astensione del PCI.

L’esito di questa campagna elettorale che fino a qualche tempo fa’ appariva del tutto scontato ora si presenta sotto una luce completamente differente.

Ora appare davvero incerto.
30/01/2013 [stampa]

I Post comunicsti, la finanza e le preoccupate elites di davos
L’irruzione della vicenda Monte dei Paschi di Siena nel cuore della campagna elettorale presenta, con la massima evidenza, un aspetto intuito, ma mai così apertamente dimostrato, cioè la connessione tra finanza e sinistra italiana.

E’ una storia lunga ma non priva di interesse per la sua influenza sulle vicende politiche italiane.

All’inizio ci furono le conversazioni private, che Togliatti amava tenere con il banchiere Mattioli e che, data la levatura dei personaggi, spaziavano dalla storia alla filosofia.

Allora l’influenza di Mattioli fu mitigata dal “migliore”, ma , indirettamente essa ebbe, poi, una decisiva evoluzione attraverso l’opera intellettuale di Franco Rodano su Berlinguer e la trasformazione del PCI da partito il cui programma era basato sulla “questione sociale “ in un partito che si sarebbe rifondato sulla “questione morale”.

Poi, dopo il cambio del nome voluto da Occhetto e ispirato da Scalfari, i “comunisti” divennero “postcomunisti” e la presenza dei banchieri potette esprimersi senza veli.

Già il 17 ottobre 2005 il cronista del Corriere annotava che erano stati visti ai seggi “ Passera e Profumo, i dirigenti di Bnl e Unipol “ nelle primarie che vennero svolte per legittimare la candidatura di Prodi.

Tuttavia la notizia apparve piuttosto scontata e nessuno mise in evidenza come tutto ciò rendeva palese la mutazione genetica della sinistra post comunista.

Nelle “primarie” del 2005 i banchieri non ebbero più remore a presentarsi come simpatizzanti ed elettori di ciò che emanava dalla evoluzione del PCI.

In quegli anni Carlo De Benedetti prese la tessera del PD.

Lo scandalo MPS dimostra, oggi, qualcosa di più.

Oltre quel rapporto cordiale e quell’intesa programmatica viene messa allo scoperto una realtà che, marxianamente e, forse, anche gramscianamente verrebbe definita una “connessione strutturale” tra banca e partito.

Che, poi, l’uomo di fiducia degli uomini del partito fosse divenuto Presidente dell’ ABI aggiunge un elemento di “simpatia” che la dice lunga sulla ricaduta della presenza della sinistra, complessivamente, nella finanza italiana.

Il significato di questa conclamata presenza bancaria presenta sul piano politico, assai più importanti e significativi riflessi di quelli che potranno derivare dalla probabile ulteriore scoperta di elementi di illegittimità, di possibili cointeressenze , in sostanza di mal governo, della stessa banca al centro dello scandalo.

Che cosa riteniamo possa discendere da questo assemblaggio ?

La sinistra per questa sua forte caratterizzazione non possiede più nel suo codice genetico la possibilità di presentarsi come un argine ed un’opposizione alla evoluzione che sta avvenendo , soprattutto in Europa, con la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia e cioè la crisi e la depoliticizzazione della democrazia.

Come ha ben analizzato Marco Valerio Lo Prete su Il Foglio del 29 gennaio , gli uomini d’affari sono ossessionati dai problemi di efficacia delle democrazie e le soluzioni che vengono prospettate sono di chiaro indirizzo tecnocratico, concludendo l’articolo “ E non a caso Monti è stato il ‘politico’ più applaudito dalle èlites finanziarie ( e preoccupate ) a Davos”.

L’opposizione del PD a Monti è, come direbbe Mao “una tigre di carta” … moneta.
18/01/2013 [stampa]

Il Partito Democratico, Ingroia e il giustizialismo
L’appello alla desistenza che il dossettiano Franceschini ha rivolto a Ingroia è basato, per sua stessa ammissione, a fermare il comune nemico Berlusconi.

Viene così riprodotto lo schema classico della sinistra: quello del “fronte comune” contro l’avversario politico. E’ la riedizione di quello che Del Noce chiamava l’unità delle forze antifasciste.

E’ la conferma dello schema politico che impedisce in Italia di porre fine alla prosecuzione, sul piano politico, della guerra civile e cioè la criminalizzazione dell’avversario, il privilegiare l’unione, con la sua logica totalizzante, rispetto alla chiarezza del programma politico , la messa al bando con ogni mezzo – anche quello dell’uso politico della giustizia – di chi è fuori dell’arco costituzionale , cioè dei contenuti e dell’interpretazione ideologica della Carta .

La sortita di Franceschini espressa su evidente imbeccata di Bersani, viene derubricata dalla stampa “autorevole” come invito al “voto utile” , cioè ad una sorta di manovra tecnica per influire sul risultato elettorale.

Ma le cose non stanno in questo modo.

E’ evidente infatti che l’appello di Franceschini significhi anche che la scelta politica di Ingroia e ciò che si porta dietro in termini di rappresentanza e di programma politico è compatibile, quantomeno, con un patto di non aggressione che, evidentemente , dovrebbe comportare anche l’offerta , più o meno occulta, di personalità da ospitare nelle liste del PD.

Il PD ha dimostrato nel passato, in modo evidente, che al suo interno c’è spazio per chi dalla magistratura intende trasferire la propria conformazione culturale e professionale sul terreno politico. Lo stesso Veltroni fece un accordo politico ed elettorale con Di Pietro che, non dimentichiamolo fu eletto nel collegio elettorale del Mugello feudo dei post comunisti.

La permeabilità del PD alle espressioni giustizialiste è storia ormai consolidata e le affannate precisazioni di D’Alema ( intervista sul Corriere della Sera del 9 gennaio ) critico sul “movimentismo, nella sua variante giustizialista” appare una voce clamans in deserto.

E non a caso D’Alema, l’ultimo vero leader del partito, ma mai vincitore, è uscito dal Parlamento.

Il popolo della sinistra ormai legge Repubblica e la stessa Unità non è più l’organo di informazione che esprimeva l’autonomia del partito rispetto alle sollecitazioni esterne, ma un supplemento del quotidiano di Ezio Mauro.

Già dieci anni fa’ Francesco Cossiga scriveva che “in Italia la sinistra è ancora giustizialista e poliziesca”, aggiungendo che essa “non riesce a liberarsi né di questa cultura giustizialista , dopo esserne stata sacerdotessa tra i suoi elettori, né dell’alleanza con l’ala ‘militante’ della magistratura, di cui non dovrebbe accettare il potere politico, ma il cui potere politico invece accetta perché essa ha qualche interesse politico coincidente con alcuni dei propri”.

Il democristiano Cossiga è morto e nessuno, proprio nessuno, di coloro che a parole rivendicano le radici nel popolarismo cattolico, hanno il coraggio e l’onestà di esprimere questo chiaro linguaggio sulla politica italiana.

Anzi, proprio loro sono i modestissimi coriferi del giustizialismo.
07/01/2013 [stampa]

Monti e Berlusconi: è in gioco il bipolarismo italiano
Carlo Pelanda attento analista delle cose economiche – si ricordano alcuni scritti in collaborazione con Paolo Savona – si cimenta su Libero in un confronto col direttore Belpietro, per chiedere “un passo indietro del Cavaliere o vince la sinistra”.

Sarebbe facile ricordare che Berlusconi negli ultimissimi mesi ,per ben due volte, ha dichiarato, appunto , di “fare un passo indietro”. Alla prima volta Casini rispose alleandosi in Sicilia con Bersani e la seconda volta, quando propose Monti leader dei moderati, assistette alla installazione della Cortina di Ferro intorno al Professore da parte di Casini e Fini per impedire l’alleanza con il “populismo” del PDL.

Per la verità, dietro al mancato accordo tra Monti , centristi e PDL c’è una netta diversità di visione politica che è alla base della rottura, a suo tempo, tra Berlusconi e Casini e che oggi impedisce questa possibilità per la politica italiana.

Berlusconi è il vero fondatore del bipolarismo italiano quando di fronte all’unione delle sinistre riuscì nel “miracolo” di unificare elementi e schegge politiche disgregatisi dal crollo della prima repubblica: i socialisti salvati dall’inchieste di mani pulite, democristiani marginali nello spiaggiamento della balena bianca, qualche sopravvissuto dei partiti “risorgimentali”, l’MSI sempre sostanzialmente fuori dell’arco costituzionale e una Lega allora separatista. Berlusconi facendo di questo insieme eterogeneo una coalizione politica vincente compì la più importante riforma del sistema politico.

Questa alleanza eterogenea fu sempre vista da Casini come un momento transitorio , una usurpazione politica, alla quale si sarebbe dovuto porre rimedio con la ricostruzione di un centro che seppur non poteva più avere una prospettiva maggioritaria, come fu quella della DC , intorno alla quale poter costruire un polo politico, poteva, tuttavia, condizionare i due poli , rappresentando il valore aggiunto , decisivo per fare maggioranza.

Questa è stata la politica di Pierferdinando Casini una volta salvatosi dal naufragio grazie alla “zattera” di Berlusconi.

Non essendo riuscito a costruire alleanze, con la preoccupante prospettiva di diventare ininfluente , Casini ha visto nella nascita del governo Monti la possibilità di rafforzare il suo centro ed ha aperto la sua alleanza , oltre a Fini, con il quale nulla potrebbe avere in comune, né come cultura, né come storia, a quegli uomini che rappresentano poteri forti e realtà cattoliche di profilo progressista che potrebbero aiutarlo ad allargare il suo peso politico, ma che difficilmente si adatteranno a lavorare per il suo disegno politico avendo progetti e rapporti di rappresentanza loro propri. Il suo obbiettivo non è mai stato la possibilità di una alleanza con il PDL, con o senza Berlusconi, ma di tentare con ogni mezzo di scarnificarlo per indebolirlo.

Il maggior peso politico che il neonato centro potrebbe ottenere nelle prossime elezioni servirà a costruire una politica diversa ancorata a interessi legati a ben definiti ambiti economici e con contenuti culturali rispetto ai quali Casini appare marginale. Per Casini c’è il rischio di lavorare per il “Re di Prussia”.

Mentre Casini metteva in atto questa strategia, il PD, dopo un periodo di difficoltà, approfittando delle incertezze del centro destra, risaliva la china e riusciva a ricostruire un polo di sinistra che punta ancora una volta ad essere maggioritario.

Lo schema bipolare contrastato da Casini , riappare come schema della politica italiana per opera di Bersani.

Su questa base Berlusconi ha ritenuto di ricostruire una prospettiva unitaria per l’arco dei moderati ed il suo rinnovato impegno politico significa la sopravvivenza o meno del bipolarismo.

Infatti nello scontro che sarà sempre più aspro tra Berlusconi e Monti è in gioco lo schema bipolare della politica italiana.

Monti e i centristi – lo hanno dichiarato – puntano a condizionare Bersani per una possibile alleanza dopo le elezioni, cioè vogliono il centro sinistra o meglio il sinistra-centro , Berlusconi vuole “salvare” dalla emarginazione sia la Destra che la Lega, senza i quali il Centro, da solo, non potrà mai rappresentare una alternativa alla sinistra .

L’impegno di Berlusconi in questa campagna elettorale è innanzitutto quello di far comprendere agli italiani il vero schema politico sul quale si gioca il suo destino che non veda, ineluttabilmente, il governo della sinistra in Italia.
17/12/2012 [stampa]

Il declino della Sovranità Nazionale e della Sovranità Democratica
D’Alema sostiene nell’intervista al Corriere della Sera del 14 dicembre che Berlusconi nel proporre la candidatura di Monti alla guida del rassemblement dei moderati compie “una mossa disperata”.

Non vi è dubbio che l’ex premier si trovi in una condizione difficile, come ,peraltro ,altre volte nel passato.

Tuttavia a fronte della ricostruzione dell’ aggregazione di sinistra tra PD e SEL con l’obbiettivo di vincere le elezioni politiche e dalla stessa sera essere chiamato a formare il governo, Berlusconi ha compiuto la sola mossa possibile per contrastare questa strategia.

Infatti Bersani si è mosso nell’orizzonte di una alleanza sulla base del “pas des enemies a gauche” , cioè il bipolarismo, e Berlusconi, dribblando i tatticismi di Casini che rientravano in un disegno minimalista di centro-sinistra, ha proposto la costruzione del polo moderato, offrendone la guida a Monti, per misurarsi con il polo di sinistra e puntare alla vittoria elettorale.

E’ bastata questa mossa politica per riportare il Cavaliere dentro il quadro dal quale era stato allontanato, per alcuni errori ed anche per una sua scelta.

Sotto questo aspetto la benedizione del PPE ha , sul solo piano del meccanismo politico elettorale , una sua logica perché nel Parlamento europeo vi sono due grandi partiti : i popolari e i socialisti.

Quello che certamente non torna è il fatto gravissimo che la riunione di Bruxelles ha ulteriormente dimostrato la perdita di sovranità del sistema politico italiano.

Questo aspetto non allarma minimamente la gran parte delle forze politiche e le espressioni mediatiche della borghesia imprenditoriale.

Anzi l’ex direttore del Riformista e notista di fondo del Corriere Antonio Polito ne dà una giustificazione “se vogliamo mettere in comune i nostri debiti è inevitabile mettere prima o poi in comune anche la nostra politica”.

Qui non si tratta di essere nazionalisti che è una prospettiva del tutto inadeguata anche se , si potrebbe dire, “nobile”.

L’Europa è una costruzione economica e monetaria priva di stato, priva di una politica estera e di difesa comune, le sue istituzioni più importanti non hanno una legittimazione elettorale diretta, la sua burocrazia opera in sintonia con lobbies economiche .

Fino a quando non si svilupperà una unità politica non possono essere cedute quote di sovranità politica. e, poi, se il premier di uno stato suggerisce una candidatura politica ai partiti di un altro stato, siamo in una cessione non solo di sovranità nazionale , ma anche di democrazia.

C’è stato , a suo tempo, un dibattito di alto livello , sfuggito al giornalismo che si inchina ai potenti, sulla sovranità monetaria ; ricordiamo solo due firme – ambedue preoccupate - di differente cultura politica, ma entrambe di adeguato spessore : Paolo Savona e Giano Accame.

Manca un dibattito serio che ponga con fermezza la questione della difesa della sovranità democratica e del suo declino .

Ed è anche per questo che sprofondiamo sempre di più nella crisi istituzionale.
05/12/2012 [stampa]
Le "distrazioni di Bondi e Galan, ma l'idea vincente di Forza Italia fu il cattoliberalismo contro il cattocomunismo
Si è aperta una polemica sbagliata dentro il PDL a dimostrazione dello stato confusionale nel quale si trova questo partito.

A lanciare la sfida è il senatore Bondi il quale è nostalgico di Forza Italia e vorrebbe ritornare ad un partito “autenticamente liberale e riformista” .

A parte che tornare indietro non è mai dimostrazione di una vera capacità di innovazione e di costruzione , ma l’ex ministro vi aggiunge una diagnosi sull’identità di questo partito e cioè che non deve “sulle libertà personali” essere “su posizioni di radicalismo religioso alla Tea party” che , aggiunge quasi fosse un membro del sant’Uffizio, “sono in contrasto anche con il cattolicesimo”.

Gli ha fatto eco nei giorni successivi Giancarlo Galan , anche lui ex ministro che ha aggiunto una diagnosi interna tutta particolare . “ All’inizio – ha detto Galan – la cultura dominante era quelle liberale. Poi c’è stata una saldatura tra i corporativismi della destra con gli uomini di provenienza socialista , conditi con un fondamentalismo che è stato evidente nel caso Englaro, quando abbiamo espresso una posizione più arretrata di quella del cardinal Martini”.

Insomma , per questi due signori ex ministri , come titola La Stampa: “ex AN e cattolici hanno impedito il rinnovamento”.

Non prendiamo lucciole per lanterne.

Innanzitutto il rinnovamento di cui parlano Bondi e Galan è fallito quando il PDL non è riuscito a contrastare le resistenze verso i cambiamenti costituzionali che dovevano essere decisi ed avviati dal centro destra.

Il fragile bipolarismo che Berlusconi aveva costruito attraverso i ritocchi delle legge elettorale non poteva tenere se non diventava radicale riforma delle istituzioni per garantire al sistema politico italiano la ricostruzione della rappresentanza politica, una legittimazione popolare di chi governava e la capacità di accettare in termini di efficace azione riformatrice del sistema ( sistema amministrativo – giustizia – ecc. ) le sfide che , a partire dall’economia, gravano sul Paese.

Solo così il berlusconismo avrebbe compiuto la sua missione storica e politica e sarebbe sopravvissuto al suo stesso fondatore.

Fare, cioè, la “grande riforma”.

E’ l’esempio che noi abbiano sempre richiamato del ruolo che De Gaulle ebbe in Francia, dove ancora oggi esiste un sistema istituzionale saldo ed un forte partito gollista che solo l’insipienza di Sarkozy ha recentemente condotto ad una sconfitta storica.

In quanto agli altri aspetti richiamati dai due ex ministri , cioè il riferimento ai valori si deve partire dalla realtà di ciò che è oggi la sinistra e ciò di cui ha bisogno il nostro Paese.

Questa è sempre più condizionata dalle linee laiciste ed è penoso pensare di inseguirla su questo stesso terreno.

La difesa della persona rispetto alle logiche dei diritti individuali che la sinistra permissiva e radicale diffonde non si può non ancorare a valori di fondo sui quali una comunità deve vivere e crescere.

Lo sviluppo anche sociale ed economico deve coniugarsi ad una esigenza di certezza e di stabilità che non è solo legata al lato materiale.

La profondità della crisi richiede che i valori di riferimento non vengano confinati al livello di una testimonianza individuale, ma che ispirino le stesse politiche dello sviluppo.

Il ruolo della famiglia diviene un connotato essenziale per le politiche sociali non più governabili solo dal lato pubblico. La difesa della vita deve spingere verso uno sviluppo demografico condizione per la stessa capacità produttiva del Paese.

E’ in sostanza la profondità di una crisi che investe tutti i livelli della società e dei cittadini che richiede di ancorare i programmi politici a ragioni di stabilità e a elementi meta politici.

La suadente leggerezza di Bondi e Galan, il loro linguaggio che interpreta un liberalismo che subisce il fascino delle idee liberal , cioè radicali, non comprende , invece, che il terreno, su cui seminarono uomini come Gianni Baget Bozzo quando parteciparono alla fondazione di Forza Italia, fu l’incontro tra cattolicesimo politico e l’idea di libertà.

Fu il cattoliberalismo che contrastò e sconfisse il cattocomunismo.
27/11/2012 [stampa]
Napolitano sbarra la strada all’ipotesi di Monti guida dei moderati
''Un senatore a vita non si puo' candidare al Parlamento perche' gia' parlamentare" - ha detto da Parigi il capo dello Stato, aggiungendo  "dopo le elezioni il mio successore farà le consultazioni per dare l'incarico" di formare il governo.

La notizia battuta dall’Ansa nel pomeriggio del 23 novembre è destinata a gettare scompiglio.

Il ragionamento di Napolitano non segue , come sembrerebbe , un filo giuridico istituzionale, ma una sua logica politica e già sotto questo profilo non appare del tutto in linea con le prerogative presidenziali.

E’ evidente che questa presa di posizione interviene pesantemente sulle prospettive politiche che si andavano costruendo.

L’Avvenire di ieri , 21 novembre, aveva riempito una pagina con un titolo significativo: “ Pressing su Monti: guidi tutti i moderati” con un sottotitolo che declinava: “Idea federazione Montezemolo-Udc-Pdl. Ma Alfano dovrà prima piegare Berlusconi”.

Il giornale della CEI, in sostanza, sosteneva la prospettiva di un rassemblement moderato , una sorta di federazione depurata dalle posizioni più intransigenti , ma che sviluppasse un discorso alternativo al raggruppamento della sinistra organizzato intorno a Bersani-Vendola.

E’ altresì evidente che questa prospettiva divergerebbe da alcune intenzioni nell’ambito delle forze centriste volte non a creare una alternativa alla sinistra , ma di preparare un accordo di governo di grande coalizione, che, per la debolezza dei moderati, si paleserebbe di centro sinistra. Questo spiega anche l’atteggiamento di Casini che oltre a dire no alla Lega, a Berlusconi e agli ex AN, offre ad Alfano solo la possibilità di aderire alla Lista per L’Italia. In questo modo Casini si prenderebbe brandelli del centro destra sotto la sua egida esclusiva. Ma anche all’interno dell’area montezemoliana ci sono indirizzi per un accordo di centro sinistra e non a caso le presenze “cattoliche” alla convention “verso la terza repubblica” sono state quelle di Olivero delle Acli e di Riccardi, mentre più cauto è stato Bonanni sul quale cercano di intervenire proprio in questi giorni Alfano e Sacconi.

Una “federazione” di forze sotto la guida di Monti - è la valutazione di alcuni nel centro destra e di ambienti cattolici - potrebbe, invece, consentire di avere maggiore consensi e garantirebbe a tutti pari dignità e, nello stesso tempo, si ritiene che potrebbe attrarre consensi verso le forze di centro destra in una misura che le sole sigle non sarebbero in grado di ottenere. Permanendo uno schema di tipo bipolare, che Bersani non vuole assolutamente abbandonare, le preoccupazioni più responsabili sono quelle di costruire una posizione politica di centro in grado di contendere la vittoria a Bersani o, quantomeno, di presentarsi, in una eventuale necessaria trattativa per un governo di grande coalizione, con una forza di pari livello a quella del PD. Il Presidente dell’MCL Carlo Costalli, critico su Montezemolo , ha dichiarato a questo proposito sull’Avvenire:” Con una coalizione di sinistra si cancella un anno di sacrifici e l’Italia si riavvicina al baratro, solo il premier può arginarla”.

La presa di posizione di Napolitano tende a bloccare questa ipotesi che , guarda caso, era emersa proprio il giorno prima e autorevolmente sottolineata dall’”Avvenire”. Che reazioni si avranno, se si avranno, considerando l’arrendevolezza di tutti verso il Colle, anche quando scende ad un piano prevalentemente politico? Fino a quando Napolitano conduceva per mano l’uscita di Berlusconi dal governo suscitava gli applausi incondizionati , ora che blocca la costruzione di una possibile federazione moderata a guida Monti che, di fatto, rafforzerebbe le possibilità di vittoria del PD , qualche perplessità emerge. Ma susciterà un dibattito politico, di adeguato livello ?

Crediamo proprio di no, sia per lo stato complessivamente comatoso delle forze politiche nel centro destra sia per il basso profilo della “tattica” di alcune forze e leader politici e non politici. Vi è anche una interpretazione “elevata” della vicenda : Napolitano è pienamente consapevole della condizione parlamentare che si aprirà dopo le elezioni, sia nel caso che non venisse modificata la legge elettorale ( probabile vittoria della sinistra ma non capace di governare ), sia che si giunga al sistema sostanzialmente proporzionale ( probabile instabilità delle coalizioni ). Sulla base di queste considerazioni la prospettiva di Monti dovrebbe essere quello del Quirinale, in quanto in condizioni difficili del Parlamento, il punto di stabilità del sistema diverrebbe la Presidenza della Repubblica.

Del resto , forse, la ritrosia di Monti a schierarsi, nonostante le “autorevoli” sollecitazioni, può essere spiegata proprio nella previsione realistica di un Parlamento eletto frammentato e rissoso, dopo una campagna elettorale condotta con accanimento .

Le dichiarazioni di Napolitano fanno pensare che l’attuale inquilino del Quirinale non vedrebbe male un Bersani premier con una autorevole “garanzia istituzionale” di Monti al Colle. Non sarà lui a decidere, ma può crearne le condizioni.

Resta il fatto che abbiamo sempre più netta la sensazione che ci si trovi di fronte ai contorcimenti di un sistema politico in crisi, nel quale , avendo continuato a bruciare tutti i campi, anche il terreno delle riforme istituzionali, per superare la fragilità parlamentare, appare compromesso e non più fertile.
12/11/2012 [stampa]
La vittoria di Obama e la tenuta del sistema politico USA
Appena confermato il Presidente USA ha lanciato un nuovo messaggio di speranza agli americani: “Il meglio per l’America deve ancora arrivare”.

L’Avvenire in Italia ha titolato “Obama, un’altra chance”.

Ma la realtà appare piuttosto difficile ed il sogno potrebbe somigliare assai più ad una illusione.

I segnali più evidenti delle difficoltà che si appalesano sul cammino del rieletto Obama, infatti, sono stati l’andamento negativo delle borse e l’intervento delle agenzie di rating che preannunciano un abbassamento della tripla a .

Tutto ciò perché oltre la politica estera piena di incognite , l’altro grande tema che segnerà questo secondo mandato non potrà che essere il deficit – il cosiddetto “baratro fiscale” - e la necessità di affrontarlo.

Peraltro la questione del deficit si pone come un vero e proprio bastone tra le ruote alla politica obamiana in quanto è noto come proprio in questi mesi, ma anche dopo il 2008, l’uscita dalla crisi finanziaria e dalla recessione negli USA sia stata affrontata con enormi iniezioni di liquidità, fino alle recenti decisione della FED di immettere 40 miliardi di dollari ogni mese con l’obbiettivo di portare la crescita annua del PIL ad oltre il 3 per cento.

Non sarà, quindi, soltanto la maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti ad ostacolare l’ampliamento della spesa pubblica che sottende il programma del Presidente di fare “meglio” – pensiamo ai limiti rispetto a quanto programmato della riforma sanitaria approvata a suo tempo – ma la difficoltà di continuare a portare avanti una politica finanziaria che ad esempio mostra i primi segnali di minore certezza a piazzare all’estero i titoli di stato USA, come emerge da qualche dichiarazione in questo senso del governo di Pekino.

Le elezioni americane dimostrano altre cose importanti.

Innanzitutto quella particolare condizione del quadro politico degli Stati Uniti che vede una profonda differenza con il travagliato continente europeo.

Negli USA il confronto politico non appare condizionato dal giacobinismo che dalla Rivoluzione francese in poi ha reso cruento per due secoli in Europa il rapporto tra stati , con la lunga guerra civile europea del novecento e lo scontro politico interno come rapporto amico/nemico.

La rivoluzione americana non ha deificato la Nazione, ma ne ha affermato il senso, temperato da una sensibilità religiosa che si esprime anche nelle affermazioni della politica.

Le cronache riportano che, pur a fronte di un risultato incerto in alcuni stati chiave, il candidato repubblicano abbia, con determinazione, rinunciato ad attendere eventuali riconteggi proprio per fare in modo che gli Stati Uniti si presentassero più celermente possibile con un Presidente eletto, di fronte a tendenze critiche che occorreva affrontare nella pienezza dei poteri presidenziali.

Questa saldezza degli Stati Uniti può essere di aiuto ad una Europa che non conosce la strada dell’unificazione politica e l’atteggiamento meno isolazionista di Obama rispetto a Romney potrebbe, per un interesse comune , sollecitare di più l’Europa a risanare, in termini di ripresa , la disastrata condizione economica del continente.

Si spera peraltro che la rimozione assai probabile del Segretario di Stato Hillary Clinton possa evitare ulteriori possibili sponde alle avventure neocoloniali di qualche nazione europea , come si era invece verificato ad esempio nelle vicende della Libia, risoltesi poi con l’uccisione dell’ambasciatore a Bengasi.

In un panorama statunitense sostanzialmente positivo si mostrano comunque alcune ombre come quelle riferibili alle denuncie della Conferenza episcopale circa le minacce alla libertà religiosa e circa alcuni aspetti della riforma sanitaria che imporrebbe “a tutti i datori di lavoro di offrire ai propri dipendenti piani assicurativi privati che includano anche la sterilizzazione, la contraccezione e la distribuzione di farmaci abortivi”.

Anche alcuni risultati dei referendum sulle nozze gay ( sì nel Maine e a Washington ), marijuana a scopo ricreativo ( si Colorado e Washington, no in Oregon ), fondi all’aborto ( si in Florida), eutanasia ( no in Massachusetts ) mostrano pulsioni relativiste , ma anche qualche tenuta sui temi sensibili.

Anche su queste problematiche negli Stati Uniti si evidenzia una tendenza più attenta e plurale, a fronte di uno scivolamento relativista assai più marcato in alcuni Paesi europei (Olanda, Gran Bretagna, Spagna di Zapatero e Francia di Hollande ed, in genere, il Parlamento europeo ) e che dimostra come il terreno per la “nuova evangelizzazione” debba partire proprio dall’Europa.
31/10/2012 [stampa]
Le elezioni siciliane e la crisi del sistema politico
Il risultato delle elezioni regionali in Sicilia che alcuni organi di stampa enfatizzano come vittoria dell’ ” asse Pd-Udc ” (esempio Il Corriere della Sera ), mostra, invece le crepe del sistema politico italiano.

L’affluenza alle urne è stata molto al di sotto del 50 per cento, non esiste una maggioranza decisa dalle urne, il primo partito è risultato il Movimento 5 Stelle.

Se è vero che il candidato alla presidenza vincente è stato Crocetta sostenuto da PD e UDC ( come dice Casini l’alleanza tra “moderati e progressisti”) è altrettanto vero che questo insieme non è, in quanto tale, una maggioranza stabile e in grado di governare.

Anche il risultato del Movimento 5 Stelle appare significativo in quanto proietta a livello nazionale la minaccia di un’affermazione che , indipendentemente da quale sarà la legge elettorale con la quale si andrà a votare per le politiche , esprimerà una presenza che potrebbe rendere , come afferma anche il segretario dell’UDC, il “ Parlamento ingovernabile”.

Il fortissimo astensionismo, poi, che dimostra anche l’aleatorietà del risultato, non è valutato sotto il preoccupante profilo della crescita del distacco dei cittadini dalle istituzioni che, non solo le forze politiche tradizionali, ma neppure i movimenti di protesta, sono ormai in grado di colmare.

Queste elezioni, in sostanza, rappresentano soprattutto il segnale forte di una crisi del sistema politico ed è realmente miserevole il tentativo di alcuni di dar loro il senso di una vittoria politica.

Certamente non si può unire a quelli che sostengono di aver vinto il Presidente della Camera che pur avendo profuso nella campagna elettorale l’impegno di numerosi parlamentari in carica non è riuscito a far eleggere neppure un consigliere regionale . Siamo ormai alla “morte politica” di Fini. Senza rimpianti.

Anche l’IDV di Di Pietro sembra seguire lo stesso destino.

Gli scenari che si attendono nei prossimi giorni in Sicilia mostreranno le convulsioni del sistema in quanto, senza una maggioranza, verranno messi in atto tentativi di acquisire alleanze o di incentivare trasformismi post elettorali.

La prospettiva più probabile , già in qualche modo anticipata, e quella del ripristino della vecchia maggioranza ( PD, UDC, MPA di Lombardo oggi sotto le specie del Partito dei siciliani ) che, per molto tempo, ha sostenuto la ribaltonesca giunta Lombardo.

Alla faccia del proclamato rinnovamento.

25/10/2012 [stampa]
Il dovere di Berlusconi
Gli anni di Berlusconi non sono stati un incidente della storia.

Nel momento nel quale, sotto i colpi ben diretti della Magistratura, crollavano i partiti che rappresentavano l’area moderata e riformista dell’Italia e il ceto sociale che vi si era riconosciuto si sarebbe ritrovato senza rappresentanza politica, Silvio Berlusconi ebbe l’intelligenza e i mezzi per riconsegnare l’Italia alla maggioranza degli elettori che, altrimenti, sarebbe stata dispersa e sconfitta da una sinistra minoritaria ma, in gran parte, salvatasi dalle inchieste giudiziarie.

L’azione politica di Berlusconi al governo non è stata in grado di consolidare il successo ottenuto, nel senso che si sarebbe dovuto dal vita ad una grande riforma: dall’architettura dello Stato alla sua struttura legislativa e burocratica.

Certamente su tale insuccesso hanno influito diverse cause: dalle ricorrenti crisi economiche all’azione della magistratura, dall’opposizione dura e intransigente della sinistra agli interessi che la lunga pratica consociativa aveva consolidato.

L’Italia, la politica, i partiti, quindi, pagano ora questa mancata riforma ed il sistema, non avendo più neppure gli ammortizzatori politici della prima repubblica, si va liquefacendo , giungendo fino alla crisi politica sistemica , cioè alla crisi della stessa rappresentanza.

Il consenso a Berlusconi, però, è qualcosa che va oltre Berlusconi stesso.

E’ l’insieme dei valori e degli interessi di un vasto ceto sociale, maggioritario, che vuole essere governato da una democrazia forte , fondata sul consenso e volta alla crescita del Paese.

Nelle elezioni del 2008 e in quelle successive il centro destra aveva mostrato di diffondersi in modo vincente anche a livello regionale, cioè da fenomeno espresso dalla sola leadership di Berlusconi, stava diventando una forza politica presente anche nelle istituzioni locali. Perché fondata sul consenso e il radicamento territoriale.

Alemanno , dopo gli anni dei sindaci “rossi”, vinse le elezioni a Roma.

Dopo le divisioni e la crisi del 2011 lo scenario è profondamente mutato.

La fase straordinaria di sospensione della indicazione elettorale rischia di prolungarsi oppure , nella prospettiva delle elezioni del 2013, la sinistra si ripresenta come una forza minoritaria, ma vincente.

Il quadro politico si ripresenta ,pur nettamente più grave, simile al 1994.

Berlusconi oggi è fermo, bloccato da una ormai troppo lunga fase di incertezza.

Le spiegazioni ci sono, varie e molteplici: la mancata approvazione della nuova legge elettorale, i processi che si vanno dipanando lentamente, il sussistente o meno peso elettorale del vecchio leader e la sua difficile sostituzione.

E’ anche pensabile ad un sottile gioco tattico che veda Berlusconi attendere per preparare il colpo di scena finale che possa rimettere in gioco tutto e riaprire una prospettiva di vera competizione con la sinistra.

Ma stiamo giungendo ad una condizione limite di grande e reale difficoltà per il centro destra. Il rischio è che si potrebbe sfarinare definitivamente la sua base di consenso cioè il suo riferimento sociale.

Le divisioni interne, ma anche l’esasperato tatticismo di Casini , come l’enigma della Lega ( separatismo o federalismo ? ) o le incertezze dei montezemolo non aiutano.

Consegnare a Monti il centro destra non appare nella stessa disponibilità del premier , alla cui legittimazione pensano i “mercati” e, soprattutto, chi guida i mercati.

Del resto “l’ideologia finanziaria” non è l’orizzonte politico e culturale del centrodestra italiano.

Il problema resta nelle mani di Berlusconi.

Ed è proprio nei momenti di maggiore difficoltà che si mettono alla prova le qualità più elevate.

Berlusconi deve decidere: o resta il perno “federatore” del centro destra o lascia questo compito ad altri, consegnando lo scettro.

E’ vero che non si staglia alcun profilo apparentemente adeguato, ma , poi, sono anche le sfide a fare gli uomini e nella battaglia politica si temprano le qualità dei leader.

Del resto è meglio rischiare che annichilirsi.

Ogni giorno che passa il centro destra si avvicina all’orlo del baratro dal quale non potrà risalire.

Nel bene e nel male la maggioranza un tempo silenziosa, poi identificatasi nel centro destra , oggi annichilita, si è identificata dal 1994 in Silvio Berlusconi e non con i tanti piccoli comprimari che hanno fatto mille parti in commedia e vorrebbero continuare.

Berlusconi ha il dovere di decidere.

E’ ancora una volta intorno a lui che si dipana la politica italiana.

18/10/2012 [stampa]
In Lombardia il PDL gioca una partita ad alto rischio
La vicenda della Lombardia e le dimissioni di Roberto Formigoni spalancano una questione politica più generale per il PDL.

Non vi è dubbio che ci si trovi di fronte ad un accanimento giudiziario , ma anche al fatto incontestabile che un ciclo politico nella Regione è giunto al termine.

La saldatura politica tra PDL e Comunione e Liberazione ha avuto risultati politici e amministrativi molto positivi per almeno 15 anni, portando la Regione a una posizione di eccellenza nella sanità e ad affrontare altri settori in modo virtuoso.

Tutto ciò è stato avvalorato da risultati elettorali e quindi da un consenso alto e diffuso.

Dal 2010, probabilmente, il “sistema” si è incrinato, anche per fattori esogeni e , di conseguenza , si è aperta una competizione politica nuova nella quale il centro destra dovrà dimostrare di sapersi rinnovare , preparando un nuovo limes capace di rappresentare la società lombarda e la sua forte voglia e capacità di sviluppo.

La vicenda ha preso una piega sbagliata in quanto le inchiestE della magistratura hanno prodotto una risposta personalistica , un braccio di ferro tra il governatore e la Lega.

All’inizio si è avuta una resistenza ad oltranza di Formigoni, poi accordi siglati e smentiti in poche ore e l’avvitarsi della situazione intorno a candidature ( Moroni, Albertini, lo stesso Formigoni o altri ) senza una elaborazione strategica più generale.

La “composizione” della faccenda non può, meramente, dar vita ad un accordo–scambio Maroni e alleanza alle politiche tra PDL e Lega, che sarebbe, comunque, tutta da verificare.

Questo “rapporto” può avere un senso se corrisponde ad un disegno che aiuti a indirizzare nella giusta direzione e comporre le esigenze di PDL e Lega.

Il PDL, sul piano generale , è di fronte alla questione della sua sopravvivenza, non semplicemente numerica, ma come funzione di raccordo delle forze moderate per confrontarsi e accettare la sfida che avanza dalla nuova “gioiosa macchina da guerra “ della sinistra.

La Lega deve decidere se intende chiudersi nella roccaforte del Nord per tentare di riprendere una improbabile strada separatista , forse a imitazione dei movimenti e delle prospettive autonomiste che serpeggiano nell’Europa “affossata” dalla globalizzazione, oppure rilanciare il suo disegno federalista in un quadro di grande riforma della architettura dello Stato, che è la vera questione del sistema politico italiano.

Se, in una visione tattica, ci si limitasse, nella esigenza di salvaguardare il rapporto politico tra Lega e PDL, a cedere il governatore alla Lega, il partito di Berlusconi e Alfano uscirebbe indebolito e apparirebbe come una forza politica che ha subito il ricatto.

Si potrebbero immaginare conseguenze devastanti anche a danno del consenso per le elezioni politiche generali, dove il probabile meccanismo proporzionale lascerebbe isolato e indebolito ulteriormente il PDL.

Soprattutto le residue possibilità di contribuire alla ricomposizione dell’area moderata , da parte del PDL, verrebbero ulteriormente compromesse per questa cedevolezza politica verso la Lega.

Il PDL deve esprimere una linea forte e rigorosa nei riguardi della Lega. Occorre infatti richiamare questa forza politica ad una funzione nazionale. La richiesta di una maggiore autonomia di tipo federalista del Nord deve rientrare in una logica di grande riforma per la quale occorre creare le condizioni politiche generale in sede parlamentare e di riforma costituzionale , per quanto queste siano difficili da costruire poichè l’attuale governo e le forze che premono nel Paese desiderano cancellare ogni possibile sviluppo in tale direzione.

Come il Sud d’Italia venne affrontato come questione nazionale anche il Nord comporta una questione di questo livello , senza, impercorribili , scorciatoie separatiste.

Non aiutano questa logica sia le sollecitazioni che giungono dai giornali in una sorta di tifoseria da stadio, sia la mancanza di un vero dibattito interno che prescindendo dai personalismi sia in grado di dar vita ad un vero confronto politico sulle strategie generali da attuare.

Anche le vicende lombarde mostrano la crisi politico istituzionale dell’Italia e la crescente difficoltà a dare risposte adeguate.

04/10/2012 [stampa]
Il PDL e Berlusconi
Mario Mauro presidente dei deputati del Parlamento europeo,vicino a Comunione e Liberazione, in una intervista a l’Avvenire sostiene che “Berlusconi ha esaurito la sua carica” e, prosegue: “ il partito per continuare a esistere ha disperato bisogno di un nuovo leader. Se non lo troviamo , meglio chiudere bottega”.

Berlusconi, nel presentarsi sulla scena politica, puntò a realizzare a due importanti “missioni”: innanzitutto quella di riunire le membra del popolo “moderato” che, dopo il 1992, era disperso e distrutto nella classe dirigente dei partiti di centro destra o della sinistra non postcomunista e, poi, quella di cambiare i presupposti logori della prima repubblica a cominciare dalla Costituzione e dalle prassi consociative, dello stato sovrapposto alla società, della fiscalità opprimente e dello strapotere di corpi dello stato.

E’ stato , come afferma anche Mauro, un “eccezionale federatore”.

La seconda missione, tuttavia, è sostanzialmente fallita, soprattutto per ciò che riguarda il cambiamento dell’architettura dello Stato.

Tuttavia resta nel suo pieno valore politico non solo l’ aver messo insieme la destra , i moderati della DC, i socialisti che avevano condiviso la linea di Craxi, le forze culturali e politiche del miglior liberalismo , ma anche e soprattutto, il merito di aver ricondotto nell’alveo dello stato unitario le sollecitazioni separatiste della Lega Nord alle quali offrì quel connotato che la DC, contravvenendo alla sua stessa tradizione, non riuscì mai a attuare: il federalismo.

Berlusconi, aggredito da ogni lato sul piano giudiziario, tollerato ma mai supportato dal salotto buono della grande industria , sgradito alle potenze straniere per le sue scelte di politica estera ( come, nel passato, altri importanti protagonisti della politica italiana ), vittima in parte delle sue stesse intemperanze, appare oggi appesantito e logoro, anche se lucidamente comprende che il senso della sua missione rimane e l’obbiettivo di impedire la vittoria della sinistra presenta la necessità di sanare e rimettere insieme un vasto fronte che è banale definire “moderato” , ma che apparirebbe ancora come l’ alternativa alla sinistra e alla “rivoluzione laicista” che si vuole continuare per l’Italia.

Tanto più necessaria appare la costruzione di un fronte alternativo alla sinistra in quanto questa sembra ripresentare con Bersani la tradizionale caratteristica di contenuto statalista e non liberale che l’alleanza con Vendola conferma.

Dopo quasi venti anni , poiché il sistema politico non ha conosciuto una riforma istituzionale adeguata, lo scenario si ripresenta analogo a quello dei primi anni ’90, devastato dagli effetti di tangentopoli e non può essere un caso che oggi la delegittimazione della politica e della sua classe dirigente anziché innestata dalle iniziative giudiziarie, avvenga per opera dei giornali dei “poteri forti”.

Il problema dei “moderati” è quindi sempre lo stesso: in maggioranza come elettori si trovano però di fronte ad una balcanizzazione dei riferimenti politici che vanno “federati”, pena la sconfitta elettorale o forse peggio , dato il clima di “guerra civile” politica che la sinistra porta avanti nelle sue componenti moralizzatrici e giustizialiste.

Paradossalmente, si potrebbe dire che oggi servirebbe un altro “eccezionale federatore”, cioè un altro Berlusconi.

Mauro ne costruisce un identikit del tutto insufficiente: “serve un candidato capace di dire cose credibili sull’Europa e sul recupero di competitività del nostro Paese”, ma non è in grado di fare nomi.

Monti che anche qualche personaggio dentro il PDL indica come possibile riferimento, non è spendibile in questa funzione non solo perché non può appartenere ad alcun schieramento politico, ma, oggi, la sua stessa capacità di risanare l’Italia viene messa in discussione per la condizione recessiva nella quale il Paese è piombato e che viene criticata dal presidente della CONFINDUSTRIA, per certi aspetti dallo stesso Draghi , mentre a livello internazionale si sviluppano le analisi sulla possibile fine dell’Euro per la crisi recessiva , vedi l’intervista del premio Nobel Stiglitz a Le Nouvel Observateur del 13 settembre.

La logica politica direbbe che si può anche mettere in discussione un leader politico , ma occorre essere nelle condizioni di sostituirlo . Ciò è sempre avvenuto nei partiti . Non può certo accadere, pena il disfacimento di un partito l’eliminazione di un leader , senza una sostituzione e spalancando un vuoto politico.

Sono lecite le seguenti domande.

Senza l’attuale Berlusconi lo stesso PDL riuscirebbe a creare le condizioni per mettere insieme un’area politica in grado di competere con la sinistra?

E se il PDL si decompone ulteriormente quale forza politica potrà svolgere questa funzione?

La nascita di una nuova forza politica è nelle utopie di Todi e nei ghirigori tattici di Casini.

Solo Berlusconi riuscì a compiere il miracolo in pochi giorni e tuttavia i miracoli … non si ripetono.

In Europa non è stato mai visto che i partiti volontaristicamente riescano a cambiare se stessi.

Abbiamo conosciuto solo un evento, accaduto in Francia, ove una figura di alto livello storico e istituzionale, chiamato a evitare la catastrofe francese per le vicende dell’Algeria , cambiò la Costituzione.

Nacque da ciò il partito gollista mentre la trasformazione del parlamentarismo francese in presidenzialismo e bipolarismo trascinò anche una profonda revisione nella sinistra spostando gli elettori dal partito comunista al partito socialista.

Si ricostruì la rappresentanza politica , le istituzioni democratiche si rafforzarono e il bipolarismo diede vita a forze politiche alternative, ma nella continuità del quadro democratico.

Cosa aspetta l’Italia?

03/09/2012 [stampa]
DIARIO DI BORDO AGOSTO 2012
AGOSTO: CRONACHE DELLA CRISI

Aprendo il Corriere della Sera alle pagine 2 e 3 si ha il quadro generale delle logiche sulle quali si muove la crisi dell’Euro e il contesto internazionale.

Nella seconda, in alto un titolo a piena pagina “Monti –Hollande , patto a difesa dell’euro”, nel quale in modo enfatizzato si divulgano le “buone intenzioni” dei due primi ministri, senza che ci sia la notizia di un provvedimento da assumere a breve. Un solo dato certo che suona come un monito politico, di dubbia democraticità: “i partiti devono ‘continuare la linea europea di disciplina’ “.

A fondo pagina un altro titolo questa volta più reale e veritiero: “ Berlino frena sul salva Stati ‘ no alla licenza bancaria’ “, ove si racconta dei paletti del governo tedesco e della potente Bundesbank rispetto alle ipotesi diffuse sul freno allo spread.

A pagina 3 un altro titolo un po’ velleitario, ma volto a dare connotati di forza al duo Monti –Hollande , dove si descrive la “relazione speciale” poiché “il rapporto con il premier italiano è personale: parla francese, si discute senza interpreti”, mentre si auspica l’arrivo degli americani per “incalzare la Merkel”.

Infine, a proposito degli USA, al fondo della pagina tre c’è il testo maggiormente veritiero. E’ la descrizione delle scelte imminenti del Presidente della Federal Riserve che per sollecitare la crescita del prodotto interno lordo del Paese , che, comunque resta intorno al due per cento - e quindi non in recessione stabile come da noi - inviterà il Tesoro ad immettere circa 600 miliardi di dollari di liquidità ( il Tesoro USA riesce a finanziarsi a costo zero ), ” per l’acquisto su larga scala di titoli pubblici e privati pagati con dollari freschi di stampa”.

Come può l’Euro confrontarsi adeguatamente con il Dollaro avendo istituzioni finanziarie così diverse e possibilità di intervento talmente lontane?

E’ incredibile la miopia dei capi si stato dell’eurozona: da una parte l’accettazione della globalizzazione e del mercatismo e dall’altra presentarsi sulla scena con istituzioni finanziarie del tuttoinadeguate.



3 AGOSTO CASINI ORDINA IL COPRIFUOCO

Le ripetute dichiarazioni di Casini favorevoli ad un accordo tra “moderati e progressisti”,in sintonia con Bersani, hanno prodotto una sollevazione nella base elettorale dell’UDC. Anche perché nel frattempo il PD ha mostrato quello che era noto da tempo e cioè la volontà di stringere una alleanza con Vendola per evitare di perdere voti sul versante sinistro.

Prontamente, il furbo leader dei centristi, al fine di evitare che si aprisse un dibattito interno sulle possibili alleanze, ha ordinato ai quadri del partito, tramite una circolare del fido De Poli, suo capo della segreteria, “di intervenire nel dibattito politico con cautela”, in sostanza, ha imposto a tutti il silenzio.

E’ davvero incredibile l’ ignavia a cui è giunta la politica.

La questione delle alleanze ed in particolare di un accordo tra UDC e PD più SEL non solo non deve essere discussa, ma neppure commentata, dai quadri del partito di Casini.

Partiti che non hanno dibattito interno non esistono e, di conseguenza, neppure possono rappresentare elettori che desiderano chiarezza di linea.



4 AGOSTO: CASINI: PRIMA VOTATEMI, POI DECIDERO’ LE ALLEANZE

L’intervista immediatamente concessa dal Corriere della Sera doveva consentire a Casini di spiegare la sua strategia in ordine alle alleanze. Come dire: nel partito non si fa dibattito, le linee politiche si annunciano su twetter o, nel migliore dei casi sui quotidiani o in televisione.

Come al solito Casini non dice nulla ovvero ripete le solite cose, dà un calcio al cerchio e uno alla botte del tipo “da Vendola non accetto lezioni” o “c’è una gran confusione nel Pdl”.

Il succo dell’intervista è l’annuncio esplicito che le alleanze si faranno , “dopo che ognuno alle elezioni si sarà presentato con i propri programmi e le proprie liste”. Tutto ciò, senza fantasia, è “proprio” quello che accadeva con la prima repubblica.

Con questa grande idea si va al rinnovamento della politica , al recupero del rapporto con gli elettori ed alla ricostruzione della rappresentanza ?



6 AGOSTO: DUE EDITORIALI SIMILI

E’ assai raro che Il Giornale e il Corriere della Sera dedichino ad uno stesso argomento due editoriali simili.

Vittorio Feltri descrive “l’imbroglio di Casini” cioè , secondo l’editorialista, “quando si tratterà di stringere patti con il Sel e il Pd , Pierfurby dovrà accettare la linea politica di sinistra, rinunciando alla propria di centro”. L’articolo finisce con uno sprezzante “dura minga”.

Angelo Panebianco, invece, parte da una considerazione più alta : “la politica è interessata solo al breve termine e nel breve termine una legge elettorale proporzionale serve a tanti” anche a “chi si è posizionato al centro”.

Il possibile esito delle elezioni che secondo l’editorialista potrebbe far prevalere l’alleanza Vendola Bersani “dovrà fare i conti con Casini” tra continuità con il governo Monti e discontinuità , ma, si chiede “potrà mai reggere questo schema di gioco ?”.

Panebianco, rispetto a Feltri, tuttavia, sviluppa un ulteriore ragionamento: il fallimento “nel giro di un anno” dell’esperimento di centro sinistra porterebbe Casini a cercare di smarcarsi , aprendo “una trattativa con la destra” ma “solo se esistessero in Parlamento i numeri necessari”.

La conclusione di Panebianco, più raffinata di quella di Feltri, rappresenta una critica sostanziale alla politica di Casini: “ Ma se quei numeri non ci fossero? La benedizione rappresentata dal posizionamento al centro si trasformerebbe in una maledizione. Perché i centristi non potrebbero allora schivare le macerie del fallito esperimento del governo”.



9 AGOSTO: IL PARADOSSO DI NAPOLITANO

Il Capo dello Stato è il difensore della Costituzione, questa sua prerogativa si esprime tra l’altro nella nomina di alcuni giudici costituzionali.

Lui stesso , recentemente, ha fatto ricorso alla suprema Corte per un possibile conflitto di attribuzioni per le intercettazioni di un suo vicino collaboratore.

Paradossalmente mentre il Presidente del consiglio di fatto non ha avuto alcuno scudo e le sue telefonate intercettate dalla Magistratura sono “scaricabili” su internet, gli impiegati del Quirinale sarebbero, secondo la logica di questo ricorso, sotto protezione costituzionale.

La difesa della Costituzione, poi, in un sistema politico “parlamentare” consiste principalmente nella difesa delle funzioni parlamentari.

Fino ad oggi il frequentissimo utilizzo da parte del governo Monti alla decretazione d’urgenza con provvedimenti su materie varie e non collegate, non aveva visto alcun intervento di Napoletano, come, invece era avvenuto nei riguardi dell’esecutivo Berlusconi.

Improvvisamente il Capo dello Stato ha parlato di un eccessivo ricorso, senza tuttavia intervenire sui provvedimenti, ma, nello stesso tempo, la lievissima critica ha trovato una sua giustificazione appunto nell’”urgenza”.

E’ realmente un paradosso di portata costituzionale del sistema politico italiano il fatto che i massimi difensori del sistema parlamentare – compresa la stessa sinistra – siano, nello stesso tempo, i più tolleranti difensori dell’eccezione al sistema.

Questo uso ampio e spregiudicato della decretazione di urgenza da parte di un governo i cui componenti non sono mai stati designati dagli elettori , trova nel conservatorismo costituzionale una difesa paludata e spocchiosa .

Pur di non scegliere di indicare, con una modifica della Costituzione, la via maestra della democrazia: il ricorso al popolo con la l’elezione diretta del vertice politico.



10 AGOSTO: CRONACHE DELLA CRISI (2)

Anche il Corriere della Sera mette in evidenza lo scivolone del Governo che ha affidato recentemente a Goldman & Sachs l’incarico, ben retribuito, della valutazione delle partecipazioni del Tesoro nelle aziende Fintecna, Sace ed altre.

La banca internazionale è la stessa che in pochi mesi ha smobilitato dal suo portafogli il 92% dei Bond italiani.

A parte il fatto che affidare la valutazione a chi ha mostrato tutto il suo “pessimismo” sulla consistenza economica dell’Italia è un non senso , siamo costretti a rilevare che questo affidamento non può essere definito un errore da parte di coloro che conoscono a fondo i meccanismi e i ruoli delle banche d’affari internazionali, ma una vera e propria scelta che ci ricorda la singolare vicenda del “Britannia”.

Nello stesso giorno viene comunicata la notizia che il bollettino della Bce non ritiene giustificato lo spead esistente tra titoli di stato tedeschi e italiani, confermando, di conseguenza, che le vendite dei nostri titoli da parte delle grandi banche e dei fondi americani sono operazioni ingiustificate e di tipo speculativo.

Notizie assai poco confortanti anche sull’andamento del debito pubblico che i dati raccolti confermano in aumento : da maggio a giugno la cifra è passata da 1966,3 mld a 1972,9, più di sei miliardi in un mese.

Anche questo dato dimostra che la politica rigorista non solo non sta mettendo sotto controllo i conti, ma che la recessione in atto, più pesante del previsto, produce un ulteriore indebitamento per la riduzione delle entrate fiscali.



14 AGOSTO: CASO ILVA, LA POLITICA E LA MAGISTRATURA

Il governo Monti, dopo il caso della procura di Palermo ed il conflitto con Napolitano, si trova di fronte ad un altro scenario nel quale interviene la Magistratura, come dice il presidente dell’ANM Maurizio Carbone, “perché sono venuti meno ai loro compiti la politica e gli organi di controllo amministrativi”.

Questo ruolo “forte” della Magistratura che surroga la politica è anch’esso un ruolo politico.

Ora la polemica che ha innestato l’azione del magistrato a Taranto e che ha portato i sindacati a intervenire e a polemizzare non coglie il significato vero della vicenda.

E’ in fondo logico che quando si crea il vuoto qualcuno intervenga per riempirlo.

E’ la politica che deve rafforzare il suo ruolo, non solo nei contenuti programmatici, ma anche e soprattutto nella sua rappresentanza dei territori e dei bisogni, nella sua capacità di decisione e di governo, nella forza di scegliere anche quando compie una mediazione alta.

La politica, invece, ha combattuto una guerra civile permanente negli ultimi venti anni con una grande efficacia solo nell’autoillegittimarsi.

A sinistra l’”invadenza” della magistratura è stata sempre approvata e benedetta quando interveniva nei riguardi di Berlusconi , ma diventa, improvvisamente, pericolosa solo quando prende di mira l’attuale Capo dello Stato.

Questa logica ci ricorda l’ideologia secondo la quale tutto era lecito contro il “nemico di classe”.



14 AGOSTO: DIBATTITO INUTILE SULLA “GRANDE COALIZIONE”

Dopo un intervento dell’ex Ministro Franco Frattini favorevole ad una grande intesa “se ci trovassimo in un Parlamento balcanizzato”, “per seguire il dettato europeo” e la risposta di Ignazio La Russa contrario, Maurizio Lupi interviene sempre sul Corriere della Sera per indicare realisticamente che “nessun partito né noi né il Pd certamente si presenta alle elezioni per fare la grande coalizione”.

Lupi aggiunge un concetto abbastanza chiaro: “Casini aspettava solo la nostra ipotetica disaggregazione” e “ Berlusconi è impegnato a decidere se scendere in campo… proprio per evitare questa deriva dei moderati”.

Porsi a priori il programma di una “grande coalizione” , senza avere chiarezza sugli obbiettivi programmatici e le condizioni per realizzarla , costituisce una forzatura del dibattito politico, indispensabile per l’UDC pena il rischio di una cancellazione di ruolo , e , nello stesso tempo, spinge verso una pericolosa marginalizzazione del voto che spinge gli elettori a rafforzare le estreme.



17 AGOSTO : IL GOVERNO SMENTISCE IL TAGLIO DELLE TASSE

Dopo un giorno di incertezza nel quale era trapelata una notizie secondo la quale il governo stava studiando delle ipotesi di taglio delle tasse, arriva puntuale la smentita di Palazzo Chigi.

Monti sostiene che prima di poter ridurre le imposte occorre arrivare ad un risanamento credibile, nel senso che deve essere accettato dai mercati.

Ciò significa che solo dopo che l’aggressione all’ area euro sarà terminata e solo dopo che la speculazione finanziaria avrà cessato i suoi attacchi il quadro dei conti italiani sarà a posto.

Ma il “giudizio dei mercati” può essere definito un giudizio oggettivo sulle condizioni reali della nostra economia e della nostra finanza?

Siamo cioè in una condizione “ideale” dei rapporti economici nei quali i soggetti intervengono secondo una logica corretta ?

Non siamo così ingenui da non considerare la realtà di una condizione dell’economia internazionale nella quale operano soggetti dei cui comportamenti non possiamo non tener conto.

Non è, tuttavia, possibile lasciare mano libera a chi opera, con poderose risorse , interventi speculativi.

La politica e le istituzioni finanziarie internazionali devono intervenire adeguatamente per correggere le patologie del mercato e le devastanti ondate speculative.

Solo dopo aver operato in questo senso – e la politica economica internazionale in passato diede vita ad accordi efficaci ( Bretton Wood ) – si può ritenere corretto e possibile - in una società internazionale liberale - un “giudizio dei mercati” .

Non vediamo all’orizzonte nulla che sia in grado di frenare la speculazione , ma solo linee di logica finanziaria di carattere darwiniano che tendono anche a produrre rilevanti disuguaglianze sociali.

A questo tipo di logiche finanziarie la politica continua a delegare le scelte che,invece, le apparterrebbero.



17 AGOSTO: IL “NUOVO” DEL TERZO POLO

Una piccola inchiesta del senatore dell’Idv Stefano Pedica elenca gli anni di carriera parlamentare degli attuali inquilini della Camere.

Quello che colpisce è che il raggruppamento del cosiddetto Terzo Polo che non può vantare una pattuglia parlamentare oltremodo amplia è tuttavia il più rappresentato nella Top Ten.

Oltre a Giorgio La Malfa, troviamo Mario Tassone, Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, tutti tra i 38 e i 29 anni di anzianità parlamentare.

Ad essi possiamo aggiungere una star della carriera cioè quel Giuseppe Pisanu che guida la classifica di tutti i tempi e che ogni giorno si spende per avvicinarsi all’UDC.

Tutti, immancabilmente, sostenitori del rinnovamento … degli altri.



18 AGOSTO: SI MUOVE ANCORA IL CIRCO MEDIATICO CONTRO PUTIN

A febbraio tre ragazze cantanti punk russe ( Pussy Riot ) tra i ventidue e i ventotto anni erano entrate nella Chiesa ortodossa di Cristo Salvatore per “pregare” tra canti e balli la Santa Vergine di liberarsi di Putin.

Era il periodo delle manifestazioni di piazza non certamente numerose come invece furono i voti per confermare Putin alle elezioni presidenziali.

“ Una cosa certamente irrispettosa e fuori luogo” hanno commentato alcuni esponenti “liberali” della stessa opposizione .

A metà agosto è arrivata la sentenza di condanna a due anni senza libertà condizionata.

Nadia Tolokonnikova, la più attiva delle tre è ricordata perchè nel 2008, quando era già all’ottavo mese di gravidanza, prese parte ad un happening nel quale quattro ragazzi e quattro ragazze si accoppiarono pubblicamente all’interno del museo di biologia per manifestare contro l’elezione di Medvedev allora candidato.

Il gruppo, poi, a San Pietroburgo disegnò sul ponte Litejnyi per protestare contro la sede cittadina dell’Fsb ( il servizio di sicurezza ) un enorme fallo lungo alcune decine di metri con una spettacolare erezione, quando il ponte si innalzava.

Il Corriere della Sera dedica all’evento due paginoni con dovizia di notizie sulle solidarietà alle tre cantanti, protagoniste di queste iniziative “culturali”: da Madonna a Paul Mc Crtney, da Antony Kledis ad altri ,fino alla “rossa” Fiorella Mannoia.

La sentenza, raccontano le cronache del circo mediatico, ha deluso il presidente Obama e ha prodotto una reazione per la sua “severita’” della cancelliera Merkel.

Ma l’evento nell’evento è l’intervista all’oligarga russo Khodorkovskij che dalla prigione nella quale sta scontando la condanna per truffa, appropriazione indebita, evasione fiscale, furto di petrolio e riciclaggio, sentenzia che la maggioranza della popolazione non è più con Putin e invita alla protesta non violenta.

Anche questo episodio mostra come verso la Russia di Putin ci sia un’attenzione di quegli interessi globali che a suo tempo finanziarono gli oligarchi e le loro operazioni economiche con l’immancabile accompagnamento mediatico.



AGOSTO: UN ARTICOLO CORAGGIOSO DI MASSIMO MUCCHETTI

In un interessante e documentato articolo su Il Corriere della Sera Massimo Mucchetti racconta alcuni scandali poco divulgati dei grandi bankers mondiali.

Il riciclaggio, i “maneggi sul Libor”, “i buchi sui derivati”, I “pacchi” “piazzati sulle spalle della clientela sprovveduta”, “la resistenza opposta dai banche svizzere ai controlli sugli evasori americani richiesti dal fisco” sono descritti con riferimento alle più note e”prestigiose” banche internazionali.

La “ JP Morgan , e cioè la migliore delle banche universali di Wall Street, altro non è che un gigantesco hedge fund “

E’ interessante la domanda che Mucchetti si pone e la sua stessa risposta.

“I bankers rappresentano la degenerazione di un sistema sano o sono i figli legittimi di un sistema malato ?”

“E’ più vicino al vero, temo, - si risponde Mucchetti – il secondo corno del dilemma. Tanto più se ai delitti associamo i comportamenti legali e tuttavia disastrosi innescati sempre dalle stesse banche , con l’erogazione senza limitidel credito nella convinzione di poter annullare il fisiologico rischio di insolvenza addossandolo a un indefinibile mercato globale. E’ stata questa la droga che ha rovinato l’Occidente negli ultimi venti anni”.



19 AGOSTO: GIANFRANCO FINI ALL’ULTIMA SPONDA SI VERNICIA DA DEMOCRISTIANO MA ….

L’articolo del pur indulgente Giuliano Ferrara su Il Giornale tratteggia con maestria un ritratto del Presidente della Camera tanto stroncante quanto vero.

Dopo aver ricordato la polemica con Berlusconi, giustificata da Ferrara con l’idea che forse avrebbe potuto arricchire “la destra moderata con una nuova prospettiva” – una considerazione che non tiene conto della misura culturale del personaggio - il giornalista politologo definisce Fini “un piccolo capoapparato vincolato a una logica minuscola”, “relegato al ruolo di personaggio disutile e ridondante”, la sua scelta per il terzo polo “una prova di grettezza e inconcludenza”, il suo carattere tale che “rischiare è un verbo che non conosce”, piegando “la funzione istituzionale a un disegno di sopravvivenza personale”.

La prospettiva inesorabile , secondo Ferrara, è quella “ di un triste declino, con la scortona di Orbetello e senza un brandello di popolo che possa anche solo minimamente e lontanamente credere in lui”.

A questo “triste declino” Fini tenta di sottrarsi e non avendo più alcun collegamento con il mondo culturale e di valori della destra , si è recato, senza essere stato invitato, a Pieve Tesino, paese natio di De Gasperi per commemorare l’illustre statista.

Ma, come per ogni neofita, l’entusiasmo gioca un brutto scherzo e per giustificare e nobilitare la sua ribellione a Berlusconi inneggia ai “liberi e forti” attribuendo l’appello allo statista trentino, incorrendo in un banalissimo errore.

In realtà – e non solo per la trascorsa avversione - le idee di Fini non hanno nulla a che vedere né con il cattolicesimo liberale di De Gasperi , né con il cattolicesimo sociale di Gonella.

L’identità politica e culturale è una cosa seria non è composta di piccole furbizie tattiche o di ridondanti atteggiamenti.

E’ anche una capacità di interpretare le speranze e le esigenze reali della gente che si misurano con la fiducia e il consenso.

Il Fini che tenta una sortita democristiana è, però, ormai, un uomo solo, con dentro unicamente le ambizioni sbagliate e vicino la compagnia di giro che ha voluto intorno, con una copiosa scorta che vigila sul nulla.



AGOSTO: GALLI DELLA LOGGIA E LA NAZIONE EUROPEA

Con un editoriale “forte” sul Corriere, il prof. Galli Della Loggia compie una diagnosi sull’idea diffusa che “serve un’Europa politica”.

“L’europeismo ancora dominante - scrive – è andato a sbattere contro un muro non già a causa del suo utopismo e dei suoi miti, ma semplicemente perché il suo è stato un utopismo sbagliato”, cioè “un utopismo degli interessi”.

La “sovranità” prosegue l’articolo si connette all’identità , cioè al “senso di appartenenza” e a “una adeguata capacità di azione all’esterno”.

Diversa - sostiene l’editorialista – “è l’idea che hanno avuto fino ad oggi le classi dirigenti del Continente e la burocrazia di Bruxelles” , cioè un ‘Europa priva di “identità storica” e “come dispiegata vocazione al multiculturalismo”.

Pessimisticamente viene considerato che nessun vertice potrà decidere e “mettere in moto una dinamica nazionale europea”.

Galli Della Loggia auspica che “il sentimento n azionale degli Stati nazionali europei, spesso antico di secoli e vivo specialmente nelle classi popolari , e pronto a far lega con il populismo , trovi un adeguato contrappeso in un autentico sentimento nazionale europeo”.

Il testo si chiude con l’obbiettivo della Nazione Europea altrimenti il “politicamente corretto” e la “tutela degli interessi” costruiranno solo un “mostriciattolo politico in sedicesimo”.

Ora l’idea di un “Europa Nazione” è stata elaborata e diffusa da settori della destra europeista con riferimenti non di carattere “populista”, ma legati alla tradizione storica, culturale e religiosa del Continente.

Sul piano della costruzione concreta alcuni passi decisivi furono proposti dai politici di ispirazione cristiana tanto è vero che i primi obbiettivi che vennero individuati furono la CED , cioè la comunità europea di difesa che avrebbe comportato la unità della politica estera europea.

A questo disegno si opposero non solo l’Inghilterra come ha descritto con giuste argomentazione Achille Albonetti nel suo libro sulla “Preistoria degli Stati Uniti d’Europa”, ma anche le linee cconomicistiche e tecnocratiche che ebbero il suo principale assertore in Jean Monnet , mentre il debole federalismo di Altiero Spinelli esprimeva una troppo scarsa identità di valori.

Il punto a cui è giunta l’Europa con i suoi devastanti scontri sulle politiche economiche e finanziarie dovrebbe far riflettere ancora un po’ di più i nostri intellettuali e indurli a ripercorrere un’analisi delle radici storiche del fallimento del disegno politico.

Anche per questo è necessario che non venga meno l’apporto politico e culturale della destra, mentre su questo tema appare sempre più pallido il contenuto dei partiti di centro che in Francia, Germania e Italia sembrano aver perduto la loro forte tradizione europeista.



21 AGOSTO: LA BCE NON PUO’ METTERE UN TETTO ALLO SPREAD

La notizia circolata ieri secondo la quale la BCE avrebbe acquistato i titoli dei Paesi in difficoltà per contenerne gli spread , stabilendo un tetto agli interessi oltre il quale scatterebbe l’intervento, è stata seccamente smentita dallo stesso organismo centrale: “ è assolutamente fuorviante scrivere di decisioni che non sono state ancora adottate”.

Anche la Bundesbank, probabile ispiratrice della smentita, è intervenuta criticamente al riguardo.

Questa possibilità della BCE era sembrato un primo segnale strutturale per un intervento contro le ondate speculative che si sono abbattute sull’euro e che certamente riprenderanno da settembre.

La smentita dimostra che non si intende fare alcun passo verso una regolamentazione dei rapporti finanziari che un mercato “drogato” in balìa della speculazione rende indispensabile per salvaguardare le politiche di contenimento dei conti e dei relativi sacrifici dei paesi in difficoltà.

Francesco Forte su Il Giornale segnala che “ancora una volta la Merkel e la finanza tedesca fanno il gioco degli speculatori”.

Lo stretto rapporto tra il Cancelliere e le istituzioni finanziarie che si muovono secondo una logica di estremo liberismo monetario mostrano come con l’elezione della Merkel sia mutato l’indirizzo di politica economica della CDU.

La CDU/CSU era stata sostenitrice dell’economia sociale di mercato che aveva caratterizzato la crescita tedesca tanto da far individuare un modello di capitalismo “renano” in contrapposizione a quello “anglosassone”.

La fine del “regno” del grande Koll , probabilmente, ha segnato in Germania un mutamento profondo e l’affermarsi della nuova leadership della signora Merkel è avvenuta in un contesto per il quale la stessa carriera della Cancelliera mostra elementi assai interessanti.



AGOSTO: L’USO POLITICO DEL GIUSTIZIALISMO

Il “giustizialismo” è una cultura, un’ideologia, una visione della società che pone al di sopra di tutto e di tutti la categoria della giustizia.

Alla sua base vi è il concetto di un positivismo giuridico assoluto, nel senso che esistono soltanto leggi, norme e codici senza un vero fondamento in uno jus fondato nella ragione e nella natura umana.

A Kelsen si ispirano quasi tutte le posizioni culturali e politiche della sinistra illuminista.

Come ideologia esso ha sostituito, nell’ambito della sinistra comunista e postcomunista, il programma sociale fondato sulla lotta di classe e l’avvento della società socialista.

Nella sua vera origine il giustizialismo ebbe con il giacobinismola sua più efficace realizzazione nello Stato , nell’epoca della Rivoluzione in Francia.

Poiché sul piano storico e filosofico, come ci ha insegnato Francois Furet, c’è una connessione tra le due rivoluzioni è evidente che la sinistra marxista e leninista è permeabile al giustizialismo illuminista e giacobino.

L’intervista di Violante alla Stampa e le sue prese di posizione di questi giorni che denunciano un “populismo giudiziario” contro Napoletano, come scrive Angelo Panebianco su Il Corriere della Sera , “non convince del tutto”. “L’ex magistrato e, a un tempo, punto di riferimento dei settori militanti della magistratura”, si legge, “ha assunto …una posizione critica verso gli aspetti patologici del nostro sistema giudiziario”, ma “ha il difetto di non vedere la continuità tra la situazione presente e la storia dei rapporti tra magistratura e politica”.

Tale continuità è innegabile e ricordiamo per gli immemori il processo politico ad Edgardo Sogno, la caccia a Craxi e la giustificazione del rosario di accuse che hanno accompagnato la vicenda politica di Silvio Berlusconi.

Rivelatrice di questo uso politico del giustizialismo è anche la polemica tra Eugenio Scalfari e il giurista Gustavo Zagrebelski ex presidente della Corte Costituzionale collaboratore di Repubblica.

Scalfari , da sempre il grande ispiratore del partito “Repubblica” , ritiene che il giustizialismo, che lui ha ampiamente impersonato, possa avere un limite con riguardo agli effetti politici. E’ evidente che se la giustizia interviene su un Capo dello Stato da lui ritenuto come il centro e la garanzia di questa fase politica e del futuro più immediato, sia giusto fermare i giudici . Zagrebelski, invece, è un assertore assoluto del giustizialismo a prescindere dagli effetti politici che da esso possano derivare.

Anche rispetto al “caso Fini “abbiamo assistito ad una assai pallida azione di approfondimento degli aspetti giuridici e morali delle vicende nelle quali si è trovato coinvolto, e il “Fondatore” non ha mai spinto l’acceleratore, poiché il Presidente della Camera svolgeva un’azione congeniale alla strategia di “Repubblica”.

Siamo passati dall’”uso politico della giustizia” all’”uso politico del giustizialismo” , ma i protagonisti sono sempre gli stessi.



21 AGOSTO: “DE GASPERI NON ERA DOSSETTI”

Acuto il rilievo che Fabrizio Cicchitto esprime sulla lettera di Casini al Corriere con la quale paragonava l’azione di Monti a quella di De Gasperi che governava per le nuove generazioni e con l’idea delle alleanze.

Le alleanze di De Gasperi, però, avevano un limes ben definito e la vera scelta politica fu la chiusura dell’esperienza della “grande coalizione” con il PCI.

Non solo ma lo statista trentino legò la sua azione anche al tentativo di legge maggioritaria per consolidare una alleanza ben delimitata e non condizionabile, soprattutto, anche se non solo, dalla sinistra.

Senza saperlo, poiché lontano da riflessioni culturali e politiche di spessore, Casini si avventura sulla strada dei “cattolici democratici” che praticarono un intreccio politico con la sinistra .

Cicchitto fa bene a ricordare quel confronto interno al partito cristiano che vide contrapporre De Gasperi a Dossetti e che si concluse con il fallimento della linea politica del “monaco principe”.

Anche quando l’ispirazione dell’ex segretario del cardinal Lercaro venne ripresa da Prodi non si concluse con un bilancio positivo.

Casini è di Bologna e questo è tutto quanto può offrire rispetto quell’importante contesto storico e politico.



AGOSTO: VITTORIO MESSORI ANALIZZA IL RIFIUTO DEL DIALOGO DEGLI ISLAMICI

Con un “pezzo” coraggioso e chiaro Vittorio Messori “legge” il significato del rifiuto del responsabile del raduno al termine del Ramadan, di dare notizia della lettera del Cardinale di Milano.

“ L’Islam – scrive sul Corriere della Sera – è un ‘blocco’, è una unità impenetrabile che distingue, senza possibilità di relazione, tra un noi e un loro”, “non vi è traccia della pluralità cristiana …nell’Islam o si credono le stesse cose … o si è espulsi da una comunità che non accetta distinzioni…”

“ In fondo – continua e conclude – anche la scortesia … di domenica… si inquadra in questa preoccupazione di preservare la compattezza del ‘blocco’ , vivendo in una società che è l’esatto contrario”, “ come dire: qui ci siamo ‘noi’ , e noi non vogliamo voci di altri, ci basta che i politici ci confermino che in questa città possiamo stare e rafforzare tranquilli la nostra unità di fede e di costumi. Il dialogo ? che bisogno ce n’è per noi che abbiamo l’ultima rivelazione, quella definitiva…”.

Questo rifiuto del dialogo, o meglio questa rinuncia ben radicata, dovrebbe far riflettere i multiculturalisti ad oltranza che non vogliono prendere in considerazione il concetto che sugli integralismi non si costruisce l’integrazione e neppure una duratura coesione sociale.



23 AGOSTO : CRONACHE DELLA CRISI ( 3)

Dopo l’ottimismo di Monti al Meeting di Rimini nel quale il premier ha fatto due affermazioni : “un anno fa’ eravamo maggiormente in crisi” e “ora siamo vicini all’uscita dalla crisi”, - enfatizzate dai quotidiani che hanno sostenuto, a suo tempo, la svolta politica di Napoletano - è sopraggiunta , inaspettata, la dichiarazione del direttore operativo dell’agenzia di rating Fitch , quello stesso David Riley che è indagato dalla Procura di Trani per manipolazione dei mercati finanziari.

La nota dell’agenzia non ha eccessivamente entusiasmato gli osservatori politici ed economici anche per la contraddittorietà che ha sempre segnato le note di queste organizzazioni che hanno mostrato in passato una sostanziale incapacità ad analizzare per tempo quegli andamenti economici e finanziari che hanno portato alla crisi del 2008 fino ad oggi.

A riportare l’opinione pubblica nella realtà è, poi, giunta la notizia che il costo della benzina ha superato i due euro il che comporterà un aumento per le famiglie italiane non solo per il “pieno” dell’automobile, ma per gli effetti che tali incrementi avranno sui trasporti delle merci, sui sistemi produttivi e, quindi, sui prezzi al consumo.

Quello che ci sorprende non è la arrendevolezza dei commenti di fronte a dichiarazioni ottimistiche, per le quali non viene indicato alcun elemento di prova; e neppure siamo perplessi per quell’impressione di una sorta di opinione imposta, secondo un pensiero unico, del quale si intravedono gli elementi “strutturali” e gli interessi di riferimento.

Ciò che riteniamo assolutamente non corretto è il fatto che, sistematicamente, a Rimini e non solo a Rimini, i ministri chiave del governo Monti e lo stesso premier abbiano ceduto al fascino indiscreto della dichiarazione politica che, guarda caso corrisponde all’avvicinarsi del clima elettorale e , forse, non solo del clima.

Disturbati dalla demagogia dei politici ci rifiutiamo di ascoltare la demagogia dei tecnici, anche perché non essendo stati eletti non dovrebbero utilizzare gli incarichi a loro conferiti per costruirsi un consenso ai fini di una rappresentanza politica.

Chiamati per dire la verità e per operare senza demagogia indulgono sempre più spesso , veicolati dalla stampa “ossequiosa”, in annunci “spot”, del tipo di quelli che un tempo venivano duramente censurati nei riguardi di Berlusconi.

Sono gli squilli di tromba di una imminente campagna elettorale ?



23 AGOSTO: L’”IMPOSSIBILE UNITA’ POLITICA DEI CATTOLICI”.

Massimo Franco sul Corriere della Sera prende atto che, tra contrasti e tregue, non è possibile la creazione di un soggetto politico unico dei cattolici.

Per noi non è né una sorpresa né una novità; nei mesi scorsi lo abbiamo scritto più volte, anche quando via Solferino tirava la volata a Riccardi.

Non è vero che la fine del pericolo comunista azzererebbe le differenze tra “laici” e “cattolici” e di conseguenza renderebbe inutile un partito di ispirazione cattolica.

La verità è che non ci sono né un indirizzo unificante della Chiesa, né un forte terreno di convergenza politica, né una capacità di classe politica a comprendere e a far comprendere il senso di un progetto comune.

Se si pensa, poi, che, abilitati a questa ipotesi, sarebbero stati o il capo della CISL Bonanni, o l’abile leader dell’UDC Casini, o qualcuno dei ministri del governo Monti di area cattolica, non si può che constatare la totale inadeguatezza di questi possibili protagonisti di questa “missione impossibile”.

La DC ebbe uomini all’altezza di progetti difficili come la trasformazione di un partito di “notabili” in un soggetto politico presente nei gangli della società con il volontarismo sociale di Fanfani, o quello di cambiare un partito moderato centrista in una forza aperta ad allargare il consenso intorno allo stato democratico con l’inserimento di altre forze politiche ( Moro).

Il declino inesorabile del partito democristiano si ebbe con il fallimento del progetto di Cossiga di ispirare una grande riforma costituzionale che avrebbe definitivamente accreditato la DC come il partito della società civile che sapeva anche costruire ed aggiornare lo Stato.

Non sono certo le pallide elaborazione della “buona politica” illustrate a Todi che possono ispirare l’unificazione di linee che anche in questi giorni sono apparse profondamente divergenti, a meno di giungere a realizzare , come ha detto il ministro Andrea Riccardi, “un centro moderato e coeso”, una copia scolorita della DC della decadenza per la quale basterebbe la controfigura di Forlani.

Il “progressismo” di Famiglia Cristiana che accusa Comunione e Liberazione, peraltro un po’ esposta sul potere, di omologazione, è solo l’iceberg di un contrasto che sprofonda nello stesso riferimento ecclesiale e teologico; non si tratta solo, come malamente si difendono i ciellini , di una disputa “ contro Monti”.

Ritornando alle considerazioni di Massimo Franco è facile, per la sua lettura della situazione, affermare che “lo stesso richiamo ai ‘valori non negoziabili’ finora si è rilevato insufficiente a unificare qualcosa che ormai ha punti di riferimento divergenti”.

Come dire: con l’impossibile unificazione mettiamo da parte anche le linee guida indicate da Benedetto XVI, Ruini e Bagnasco.

Siamo invece convinti del contrario e cioè che solo con presenze cattoliche dentro le forze politiche , ovviamente in un ambito di compatibilità, che si è più liberi di sostenere il senso dei valori non negoziabili , come, peraltro ha detto Bernhard Scholz presidente della Compagnia delle opere; proprio in sintonia con quanto ha scritto monsignor Mariano Crociata , segretario generale della CEI su l’Avvenire del 15 agosto e cioè che occorre lavorare anzitutto ” a quei princìpi e a quei valori costitutivi del senso autentico della persona”.



24 AGOSTO: LEGGE ELETTORALE CON ANTICIPO (MISURATO) DELLE ELEZIONI

E’ quasi il tormentone dell’estate, in assenza di reali novità sul fronte della crisi economica.

Da giorni si inseguono notizie contrastanti: accordo fatto, quasi fatto, anzi …tutto in alto mare.

Sembra esserci uno strana fretta nello spingere i partiti al difficile accordo. Non solo e non tanto per porre fine ad un sistema elettorale, da tutti voluto e da tutti rinnegato. C’è dell’altro.

Si inanellano i cronoprogrammi, il percorso è stabilito: approvare la legge , sciogliere le Camere, votare , nuovo incarico a Monti, con la garanzia di Napolitano .

Insomma, il cruccio è evidente: fare una legge proporzionale che non certifichi una maggioranza di governo; in questa prospettiva, invece di completare la legislatura che fino ad oggi era considerato un dogma, si deve andare a votare in tempo per consentire a Napolitano di mantenere le sue prerogative in modo che sia garante per vanificare eventuali risultati che dovessero mettere in discussione il quadro attuale.

Insomma bisogna disinnescare il rischio elettorale.

L’anticipo, d’altra parte, renderebbe più difficile il “recupero” di Berlusconi, che a novembre - data ipotizzata – sarebbe ancora impantanato tra un processo e una convocazione in Procura, ma non è detto che ad aprile 2013 sarebbe diverso.

Non ci soffermiamo più di tanto sui contenuti della legge di cui si scrive.

Un solo rilievo: l’ipotesi più accreditata parla di assegnare i seggi in base a un 50 per cento con i collegi e un 50 per cento con un listino del tipo attuale.

E qui siamo al colmo dell’ipocrisia e della mistificazione.

Listino e collegi, specie se collegati ad una elezione proporzionale, sono la fotocopia del porcellum, perché sarebbero sempre le segreteria dei partiti a far trovare gli elettori di fronte ad una non scelta.

I cittadini continuerebbero a subire le decisioni dei partiti, perché, per la verità, una vera scelta avverrebbe , invece, solo con la preferenza.

Gli effetti sul piano politico generale ?

Il proporzionale, anche con premio di maggioranza, potrebbe non consentire il formarsi di una maggioranza certa? Non importa tanto si deve fare la grande coalizione.

La governabilità e le certezze sul programma? Non importa tanto c’è la lettera della BCE che ha scritto il programma per i prossimi cinque anni e oltre.

Per tirare le somme: Monti semper certus est.

Ma quando tutto sembra già deciso, può arrivare il diavolo a metterci la coda.



AGOSTO: BERNANKE CONFERMA L’ULTERIORE STIMOLO ALL’ECONOMIA USA

La Reuters Italia alle 18,38 batte la notizia che il Presidente della Fed ha ammesso che “c’è campo per un ulteriore azione da parte della Federal Riserve per facilitare la situazione finanziaria e rafforzare la ripresa”.

“Si attende ora – continua la nota – il discorso che Bernanke terrà al simposio annuale della Fed a Jackson Hole nel Wyoming. Nel suo intervento Bernanke potrebbe fare ulteriori rivelazioni riguardo ad un programma di acquisto di titoli di stato da parte della Fed”.

Ogni commento sull’inadeguatezza della BCE è superfluo.



25 AGOSTO: “AVVENIRE” DENUNCIA I “GIOCHI DI MERCATO E INFORMATIVI”

Marco Girardo sul quotidiano della CEI mette il dito sulla piaga della manipolazione informativa, fatto in funzione di “ condizionare i mercati stessi , che anche di informazione si nutrono”.

Molte delicate e importanti notizie vengono diffuse e sistematicamente smentite: “dalla imminente richiesta di aiuto da parte della Spagna”, al travisamento di “ una intervista al ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble”, dalla “sospetta frenesia di presunti piani e contropiani della Bce” al “possibile, traumatico rinvio del verdetto sullo scudo salva-Stati da parte della Corte costituzionale tedesca”, sui quali si è particolarmente distinta la stampa germanica.

Girardo scrive di “mercato delle ‘patacche’ “ che è “troppo spesso rumore, non informazione”, “un rumore di fondo che ha il potere di sovrapporsi al messaggio, di alterare e rendere meno intelligibile la realtà dei fatti, condizionando al contempo i mercati, soprattutto quelli gestiti dalle ‘macchine’ , pronte a intercettare con i loro tentacoli cibernetici ogni variazione di temperatura per anticipare gli operatori in carne e ossa e guadagnare speculando”.

E’ uno spaccato della situazione dei cosiddetti “mercati” che, poi, dovrebbero giudicare la politica degli Stati che descrive l’infernale meccanismo finanziario e informativo con il quale , attraverso un’economia mossa secondo i programmi informatici, viene annullata qualsiasi scelta di carattere razionale e solidale.

Un’economia condizionata dalla finanza globale che prescinde dalle reali esigenze dell’uomo e delle comunità per inseguire l’utopia di un governo unico mondiale che annulli identità e valori .



AGOSTO: ECCO COSA C’ENTRA TOGLIATTI CON IL PARTITO DEMOCRATICO

L’avvicinarsi della fine di Agosto , ma soprattutto l’avvicinarsi delle elezioni, mettono in campo argomenti destinati ad entrare nel confronto politico dei prossimi mesi.

In questi giorni l’Unità aveva ospitato l’ articolo di Michele Prospero su “l’officina Togliatti, la sua eredità e il Pd” nel quale , non solo rivendicava al capo del comunismo italiano l’aver evitato di fare del PCI un “movimento marginale”, ma anche il fatto che “un nucleo parziale ma inconfondibile della sinistra si rintraccia ancora una volta nell’esperienza del PD”.

La cosa non è passata inosservata tanto che Paolo Franchi sul Corriere è intervenuto oggi domandandosi “ma cosa centra Togliatti con il Pd ? “.

Per la verità sarebbe un po’ banale, ma non troppo, collegare questo intervento con l’esigenza del PD, per prossima campagna elettorale, di limitare i nemici a sinistra e, quindi, di riassumere, in una buona misura, le tradizioni fondative che sono confluite sul nuovo partito.

Togliatti viene sempre descritto come colui che aveva sviluppato “una via italiana” al socialismo ed è stato interpretato come sostenitore di una linea di distinzione dalla Russia del socialismo reale stalinista.

Ma è una interpretazione di comodo.

Il cosiddetto “memoriale di Yalta” che venne presentato come un atto di indipendenza del capo del comunismo italiano rimase, tuttavia, completamente dentro la logica culturale e politica del comunismo stesso.

Se da una parte il testo svolgeva critiche agli Stati socialisti per il marcato “ superamento del regime di limitazione e di oppressione delle libertà democratiche e personali che era stato instaurato da Stalin”, sottolineava che in questi paesi esistevano “ delle resistenze a ritornare alle norme leniniste, che assicuravano largamente, nel partito e fuori di esso, larga espressione di libertà e di dibattito nella cultura, nell’arte ed anche nel campo politico”.

Togliatti criticava lo stalinismo in nome di Lenin, tutto qui.

Ma c’è un’altra dichiarazione nel memoriale che pone in evidenza il concetto di una difesa del blocco geopolitico comunista, quando suggeriva “ di evitare in questo momento di estrema tensione, ogni iniziativa che possa portare a rendere definitiva ed irrevocabile la divisione che già esiste con i compagni cinesi”, ciò mentre, realisticamente, si dichiarava contrario “ ad ogni proposta di creare di nuovo una organizzazione internazionale centralizzata”

Forse il bandolo della difficile matassa per un recupero della politica di Togliatti nel Pd, può essere rintracciato nella sua affermazione, in coerenza con la logica con la quale aveva operato nella Costituente, che riteneva possibile e importante l’intesa con i cattolici e perciò “ non ci serve a niente la vecchia propaganda antireligiosa”.

Da Togliatti all’antifascismo, poi, il passo è breve .

Negli stessi giorni, infatti, Bersani, in polemica con il movimento di Grillo e con gli interventi di alcuni quotidiani, risfodera il tema dell’antifascismo, in particolare a proposito del “fascismo sul web”. Anche questo , pur utilizzato polemicamente, è pensato come un tema unificante per la sinistra .

Si comincia preparare il clima elettorale nel quale verrà messa in campo l’idea dell’ abbracciamoci in nome del pericolo fascista.

Per adesso questo pericolo è individuato nella protesta grillina, ma verrà il tempo nel quale esso verrà scagliato contro il “ritorno del pericolo Berlusconi” e su questa parola d’ordine si ritroverà l’unità anche con i giustizialisti assoluti alla Zagrebelsky.

L’Italia, maledettamente, continua a rincorrere sempre i vecchi schemi politici e culturali.



AGOSTO: IL DIRETTORE DI AVVENIRE CRITICA I PARTITI E “FRUSTA” ANCHE L’UDC

Il linguaggio curiale è spesso difficile da interpretare, ma Marco Tarquinio , direttore di Avvenire, è poco curiale e abbastanza esplicito.

Nell’intervista al Corriere di oggi sorvola sulle “vecchie ruggini tra i cattolici”, auspica “non l’archiviazione del bipolarismo, ma una sua evoluzione”, rileva che “il movimento… di Todi era teso a una seria ristrutturazione delle case partitiche”.

Denuncia “ il grande smarrimento tra eletti e elettori”, aggiungendo” c’è smarrimento anche nei rapporti tra cattolici associati e impegnati e chi a sinistra, a destra e anche al centro si candida a rappresentare e magari sogna di poterseli annettere a suon di slogan vuoti …”.

Tarquinio, poi, viene al punto, rilevando “il rischio degli slogan vuoti e dell’uso strumentale dei temi eticamente sensibili”, aggiungendo “onestamente i centristi dell’UDC meno degli altri, anche se certi tatticismi e certe parole d’ordine dosate sul bilancino del farmacista mi hanno lasciato di stucco”.

Il direttore di Avvenire si riferisce , probabilmente, alle tesi sostenute da Casini e Buttiglione secondo le quali , in una eventuale coalizione con la sinistra, non occorrerebbe fare un accordo per il programma di governo sui temi (famiglia, vita, testamento biologico ) che registrano differenze di fondo, lasciandoli alla libertà di scelta di ognuno in sede parlamentare.

L’opinione dell’ ambito ufficiale cattolico è nettamente diversa e viene spiegata con chiarezza da Tarquinio: “ In un mondo che pretende di fare mercato di tutto non si può mercanteggiare sulla vita e sulla dignità degli uomini e delle donne, dal primo inizio all’ultimo istante, passando per ogni ‘durante’ (lavoro, tasse e uso dell’ambiente di vita compresi…) . Questa è una grande questione politica e di governo, così come quella di rimediare al progressivo infragilimento dei tessuti sociali provocato da attacchi e noncuranze verso la famiglia uomo-donna generatrice di vita e di solidarietà”.

Tali questioni sono considerate, giustamente, centrali per un programma di governo perché generatrici di solidarietà e sviluppo.

L’UDC non è su questa posizione come dimostra anche la recente intervista di Savino Pezzotta del 2 agosto a l’Inkiesta dove afferma, a proposito della posizione di Vendola :” L’errore più grande è stato quello di portare questioni etiche in un programma di governo. Questi sono temi che riguardano unicamente il Parlamento. Dove ogni partito gioca liberamente il suo ruolo “.



28 AGOSTO: BERSANI & VENDOLA . CASINI ATTENDE

L’”Avvenire “ ricostruisce l’episodio con precisione: “Provate a chiedermi chi sceglierei tra Vendola a Casini. Mi tengo Vendola”.Pierluigi Bersani arrivando alla festa democratica di Reggio Emilia ha il titolo in testa e lo detta ai giornalisti senza neanche che gli facciano la domanda”.

Risponde Cesa : “ Bersani è un politico leale e bene ha fatto a ricordare che chi organizza i moderati sta in un altro campo”.

Tutto qui.

La questione più importante e delicata per Bersani è quella di arginare la possibile emorragia di voti alla sua sinistra o nell’area della protesta – anche in vista delle difficili condizioni nelle quali si troveranno i cittadini italiani al momento delle elezioni nel 2013. Questo argine indispensabile il segretario del PD lo ha individuato nell’alleanza con Vendola.

E’ il presupposto indispensabile per arrivare ad affermarsi come primo partito e dettare le condizioni per la formazione del governo dopo Monti.

Insomma Bersani vuole guadagnare la vetta di una posizione elettorale forte - anche con un listone con Sel - alla quale aggregare possibili alleanze “moderate”.

Casini spera di recuperare voti da destra e rimpolpare il suo esiguo consenso.

Se questa tentativo non dovesse riuscire - ed è assai difficile che in vista di un accordo tra una sinistra forte ed una centro” modesto”, si verifichi uno spostamento di voti verso il centro – l’UDC si troverà di fronte alla prospettiva di un’alleanza del tutto squilibrata tra una sinistra che tenta di ottenere – se passerà la nuova legge elettorale - il premio di maggioranza, attestandosi oltre il 40 per cento, ed un centro che rimarrebbe intorno al 6 per cento, poco più o poco meno.

Bersani sta macinando tra molte difficoltà il suo disegno politico, Casini assiste a questo percorso , conta sulle difficoltà del Pdl, ma non potrà avere un consenso tale da poter giungere ad una alleanza equilibrata con i “progressisti”.

La nuova legge elettorale proporzionale rischia di avvitare la situazione su una condizione di ingovernabilità.

Siamo certi che verrà approvata?
30/07/2012 [stampa]
La rete di casini tra Marcegaglia e fini fa i conti senza la coerenza sui valori e senza l’oste Berlusconi
In una nota del 20 aprile 2011 dal titolo “ Come costruire un presidente”, scrivevamo : “ Casini pur pensando di dover fare un accordo con il PD e non intendendo mollare l’elettorato moderato, ritiene necessaria , come elemento attrattore, la candidatura di un esponente del mondo imprenditoriale”.

Ritenevamo già allora che sarebbe stata scartata la candidatura di Luca di Montezemolo e, di conseguenza, il personaggio più adatto poteva essere Emma Marcegaglia.

Ora l’attento Francesco Verderami su Il Corriere della Sera del 27 luglio scrive sulla “tentazione Marcegaglia di Casini “.

Non ritorniamo sui limiti di questa operazione che già descrivemmo un anno e tre mesi fa’, poiché, in buona sostanza , non riteniamo autorevole e di buona immagine la ex presidente di CONFINDUSTRIA. Anzi essa è stata una delle figure meno valide del mondo confindustriale, il suo gruppo ebbe qualche problema di condono fiscale.

Nell’articolo del Corriere, in sostanza, si spiega la strategia di Casini nei termini di un superamento della fallimentare esperienza del terzo polo e della ispirazione di una rete o un arcipelago di realtà sociali, associative e politiche nella quale dovrebbero trovare posizione anche alcuni dei protagonisti del convegno di Todi da Passera a Bonanni.

Il tutto potrebbe anche comprendere un Fini che, con i Mille per l’Italia, si sgancerebbe dai suoi stessi sostenitori , mentre l’alleanza tra PD e questo arcipelago, per Casini, dovrebbe vedere “Monti a dirigere l’orchestra”.

E’ assai difficile scorgere quel comun denominatore sul quale si dovrebbe basare una alleanza politica tra progressisti e moderati , tra sindacalisti e imprenditori, tra cattolici e laicisti, aggiungendovi , maliziosamente , tra evasori fiscali e giustizialisti.

Senza contare le sfumature interne agli stessi partiti e, soprattutto, il fatto che molti di questi protagonisti che convennero a Todi, ascoltarono le ferme parole del Cardinale Bagnasco sulla non negoziabilità dei valori ( “ ci sono valori che, per il contenuto loro proprio, difficilmente sopportano mediazioni per quanto volenterose, giacchè, questi valori, non sono né quantificabili, né parcellizzabili, pena trovarsi di fatto negati”) che non significa che sono fuori da un programma di governo e lasciati alla libera coscienza e al libero voto del Parlamento, come invece , ha detto, anche recentemente, Casini .

La coerenza e la compatibilità delle alleanza con questi valori non è facilmente aggirabile per il leader dell’UDC.

Vedi la posizione di Carlo Casini, condivisa dall’Avvenire, ma anche il quadro sul quale è stato redatto il manifesto del forum delle persone e delle associazioni cristiane : “la buona politica per tornare a crescere”, soprattutto nella parte che descrive “dai valori al bene comune” ( “nessuna autorità politica può immaginare di costruire un orizzonte di sviluppo per il proprio popolo senza interrogarsi a fondo sui suoi valori fondanti e condivisi”), indicati senza infingimenti: “rispetto per la vita in ogni sua fase”, “predilezione della famiglia naturale come luogo per la piena realizzazione della persona umana” , “legame con il territorio e la sua storia” ed altro ancora.

Si ha netta l’impressione che il calcolo di Casini che Verderami sul Corriere sintetizza in un 26% del PD e un 15% del nuovo cartello, più il premio di maggioranza , sia non solo esiguo nei numeri, ma privo di una intelligenza politica capace di far quadrare i conti delle idee e delle cifre.

Anche perché, come si dice , Casini pensa di fare i conti senza l’oste.

L’oste, del caso, sarebbe un Berlusconi che secondo Bersani “logora il premier e noi”.

E Bersani sbaglia perché il Cavaliere non vuole logorare Monti che, in prospettiva potrebbe far assumere al PD, come rileva Maria Teresa Meli, sempre sul Corriere , la croce di ancor più rilevanti responsabilità .

Berlusconi sta lavorando per integrare, con il proprio programma, il quadro delle decisioni parlamentari.

Come descrive, con esattezza, sempre la Meli: “ Berlusconi prepara la macchina della sua campagna elettorale, magari agitando la bandiera del presidenzialismo e mettendo così il PD in difficoltà , perché il tema è popolare”.
24/07/2012 [stampa]
17 NOVEMBRE 2011 INSEDIAMENTO GOVERNO MONTI – 24 LUGLIO 2012 UGUALE SPREAD BTP- BUND. ADESSO SCIVOLIAMO NEL BARATRO.
L’ANSA delle 16.37 del 24 luglio detta 4 righe di notizia: “ Lo spread Btp-Bund torna ai livelli del 17 novembre 2011, ossia ai tempi del passaggio di consegne Berlusconi-Monti. Il differenziale di rendimento tra i decennali italiani e tedeschi si è ampliata a 533,2 punti base”.

In questi otto mesi, di strada ne è stata fatta tanta con provvedimenti che hanno contribuito , in parte, a portare ad una fase recessiva, ad aumentare la disoccupazione , a ridurre il nostro patrimonio imprenditoriale.

In particolare il livello della tassazione ha raggiunto percentuali insostenibili per le famiglie e le piccole e medie imprese.

Non neghiamo che alcuni provvedimenti sono stati presi.

Correzioni sulla spesa pubblica sono state decise e si sono modificati contenuti e caratteristiche del sistema sociale e previdenziale, mentre si profilano all’orizzonte orientamenti ancor più restrittivi ( revisione della spesa).

Se questo complesso e difficile lavoro compiuto dal Governo e dal Parlamento non ha modificato l’atteggiamento dei cosiddetti “mercati” finanziari, dobbiamo affermare con assoluta certezza che le istituzioni europee che pur avevano suggerito ed apprezzato queste decisioni non hanno posto in essere quelle politiche di contenimento della speculazione internazionale che continua ad azzannare , insieme ad altri paesi europei, l’Italia.

La verità è che le misure adottate dall’Italia avrebbero dovuto essere accompagnate da interventi per il contenimento delle ondate speculative.

Altrimenti, come i fatti hanno dimostrato e le cifre confermano, il sacrificio e le virtualità decise vengono vanificate e le risorse recuperate servono solo a pagare il differenziale di circa trecento punti in più degli interessi sul debito.

Man mano che passano i mesi, poi, questo differenziale graverà nelle emissioni di tutti i nuovi Btp di cui il Paese avrà bisogno di emettere per le scadenze che man mano verranno ad essere onorate e gli ulteriori sacrifici risulteranno sostanzialmente inutili al fine di un alleggerimento del debito.

Siamo anche dubbiosi che gli eventuali provvedimenti per la vendita del patrimonio pubblico che richiedono tempi non brevi per la loro attuazione potranno esercitare una influenza utile nelle circostanze drammatiche nelle quali ci troveremmo in questa stessa estate o all’inizio dell’autunno.

Anche la prospettata patrimoniale che gli analisti economici sollecitano con livelli di partecipazione di tutto il ceto medio (250 mila euro di patrimonio complessivo) finirà per espletare maggiormente effetti recessivi rispetto ad una riduzione del debito.

Se non si ferma la corsa all’incremento dello spread buona parte di questa patrimoniale verrà versata al dio “interesse sul debito”, senza ridurlo in maniera significativa.

Intanto l’impoverimento che il Paese sta subendo riguarda proprio quegli elementi virtuosi sui quali, al contrario, si sarebbe dovuto basare la ripresa.

La perdita di un patrimonio di piccole e medie aziende che drenavano occupazione e contribuivano in alcuni settori alla competitività italiana, il taglio del risparmio privato italiano che costituiva un elemento di stabilità economica e di riserva per mantenere il potere d’acquisto, avranno effetti negativi nel breve e nel medio termine sul sistema economico.v Non è facile, nè possibile ricostruire questa autentica ricchezza del Paese.

Le decisioni sullo scudo antispread che la stampa italiana aveva irresponsabilmente enfatizzato, contribuendo a determinare la reazione successiva di alcuni Paesi e della stessa Germania, ma a ben vedere non sono , anche una volta adottate neppure in grado di contrapporsi alla potenza finanziaria della speculazione.

E’ oggettivamente uno scontro impari e , peraltro, gli interventi ipotizzati dalla BCE andranno verso le banche che dovranno risanare la loro situazione patrimoniale – devastata dalle operazioni sui derivati - e nulla andrà verso le attività economiche.

La questione rimane sempre la stessa .

Ad una situazione eccezionale vanno date risposte eccezionali.

E queste riguardano la natura della BCE come banca di ultima garanzia oltre che la sospensione del mercato secondario dei titoli del debito pubblico europeo.

Occorre dare un alt alla speculazione .

Se tutto ciò non avverrà in tempi rapidissimi allora significherà che niente e nessuno salverà l’euro e l’Europa dal baratro nel quale, comunque , alcuni paesi europei ormai sono finiti.
23/07/2012 [stampa]
Sul semipresidenzialismo al senato lo scontro tra chi vuole cambiare e chi vuole conservare.
D’Alia, senatore dell’UDC siciliano, partito che sostiene da tempo il Presidente della Regione Lombardo, si è indignato.

“La proposta della Lega e del Pdl – ha dichiarato il 18 luglio – supera i limiti della tolleranza dal punto di vista della decenza”.

Cosa mai potrà essere accaduto di “indecente” per essersi rivoltato uno stomaco di ferro che digerisce, in Sicilia, una alleanza politica con l’attuale presidente regionale che, nessuno ricorda , è stato una delle colonne del Terzo Polo insieme a Fini, Rutelli e Casini?

Al Senato i capi gruppo a maggioranza avevano deciso che il voto finale sulle riforme costituzionali ( riduzione del numero dei parlamentari - Senato federale e semipresidenzialismo ) avverrà il 25 luglio; la capogruppo del Pd aveva chiesto una “pausa di riflessione” che non è stata concessa dal presidente Schifani.

Tutto qui.

In sostanza lo scontro si è determinato tra chi intende proporre ed approvare una vera modifica della Costituzione , con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e chi , invece, vuole una riforma che si limiti a tagliare il numero dei parlamentari che, peraltro il centro destra aveva a suo tempo già approvato e che, poi, su iniziativa della sinistra , venne cancellata dal referendum confermativo.

Si tratta di uno scontro importante che segna il carattere riformatore del centro destra e quello conservatore del centro sinistra , UDC compreso.

Di fronte alla possibilità di arrivare a questa approvazione e, soprattutto, preoccupato di passare per un partito del non cambiamento, il PD ha reagito assai male.

“Portare a casa lo straccio del semipresidenzialismo è il loro unico fine” ha proclamato nervosamente Anna Finocchiaro e , poi, Pd e Idv hanno deciso di abbandonare l’aula di Palazzo Madama.

Quagliariello ha avuto buon gioco a definire la decisione del Pd e Idv come “ un atteggiamento nei confronti delle istituzioni che rasenta l’eversione”.

Il centro destra comincia a camminare sulla strada giusta.

L’ approvazione di una riforma di tipo presidenziale è fondamentale per avere istituzioni in grado di aiutare la governabilità, sulla base di un nuovo patto tra istituzioni e cittadini.

Si deve costruire una Nuova Repubblica.

La verità che emerge anche da questa vicenda è lo scontro tra chi vuole cambiare verso questa direzione e chi invece sogna il ritorno alle regole e alle procedure della prima repubblica, con una legge elettorale proporzionale, con governi scelti dopo le elezioni, con coalizioni che inseguono compromessi sempre al ribasso.

La partita politica ed elettorale dovrà chiarire agli elettori e chiedere loro di scegliere tra chi vuole un vero cambiamento e chi vuole conservare o, addirittura, ritornare indietro.

Il futuro dell’Italia è rappresentato dalle riforme istituzionali necessarie per un governo che approvi, con determinazione, un programma serio che incida sulla spesa pubblica consentendo di alleggerire il gravame fiscale che oggi pesa, primo nel modo, su famiglie e imprese , ridando con ciò anche fiato alla domanda interna e, di conseguenza alla produzione; sostenere la ripresa razionalizzando le risorse e gli incentivi destinati alle imprese, favorendo ed aiutando soprattutto le piccole e medie, strozzate dalle banche, ma in grado di creare occupazione e di confrontarsi sul mercato; proponendo con decisione in campo europeo una riforma del sistema finanziario che perfino il Fondo Monetario Internazionale chiede e che eriga un muro efficace contro la speculazione , rispetto alle attuali “aspirine” che già vengono ritenute inefficaci.

Il debito pubblico va affrontato oltre che fermando la speculazione che innalza artificiosamente i tassi di interesse , applicando un programma di vendita del patrimonio pubblico disponibile, insieme ad una patrimoniale che colpisca i veri detentori della ricchezza , cioè i grandi patrimoni che vengono nascosti all’estero o nelle vorticose scatole cinesi della Banche , chiarendo che verrà esentato quel cento medio che già sopporta una pesante imposizione fiscale anche sulla prima casa.

Su questi temi essenziali si ricostruisce il linguaggio della politica .

Un linguaggio reale che sia comprensibile dagli elettori e che si ponga l’obbiettivo di ricostruire la legittimità politica delle istituzioni, insieme ad una diversa capacità di governo.

Senza un programma incisivo e reso attuabile da governi legittimati dagli elettori neppure la riduzione dei privilegi della politica e delle sue rappresentanze placherà la sfiducia e il disprezzo dei cittadini.

In questo vuoto della politica, poi, sguazzano i grandi interessi che non devono più render conto a nessuno e dilagano nelle proprietà dei mezzi di comunicazione e nelle azioni lobbyste a livello europeo e nazionale.

E’ questa la sola strada che può consentire ai partiti e alla classe politica di ritrovare la fiducia degli italiani
16/07/2012 [stampa]
Berlusconi riapre gli spazi della politica italiana.
Il rientro in scena di Silvio Berlusconi scuote nuovamente la scena politica.

Sembrava che , finalmente, si fosse realizzato il disegno di far tramontare definitivamente il ruolo di Berlusconi e di questo centrodestra , che il fronte erede della prima repubblica, aveva sempre considerato come “provvisori”.

Con la fine di Berlusconi sarebbe anche svanito il progetto di una repubblica di tipo presidenziale, abbozzata, ma non realizzata con la mera “designazione”del premier ed eliminato il bipolarismo sul quale si era sviluppata , con difficoltà, la politica in questi anni.

Si stava già lavorando per il ritorno delle vecchie regole della prima repubblica: proporzionale e preferenze, come se con questi metodi , che tanti problemi e nefaste conseguenze avevano prodotto soprattutto negli ultimi decenni dal ’70 al ’90, si sarebbe data la svolta per il ritorno alla “grande “ politica.

E non a caso il tessitore di questa trama era stato il più tipico esponente di quel mondo apparentemente scomparso che si sintetizzava in un nascosto pragmatismo di potere in stile doroteo, in una furba e apparente ovvietà alla Forlani, in un cinismo di rapporti di tipo andreottiano.

Pier Ferdinando Casini ricco delle doti più caratterizzanti dei leader delle correnti democristiane nel periodo del basso impero, stava giocando a spingere il PD ad isolarsi dalle sue “dubbie” alleanze, a scuotere l’albero del PDL e a imporre l’uscita di Berlusconi dalla scena politica per rendere liquido un partito troppo poco radicato per resistere all’emarginazione del suo fondatore, a colpire e isolare le “estreme” ( Lega e IDV ), ad approfittare della debolezza politica di tutti per far passare, come ancora necessaria, una soluzione priva di consenso elettorale come il governo Monti.

In questo modo anche un partito con un consenso che non si allontana dal sei per cento sarebbe diventato il punto di gravità della politica e delle soluzioni di governo del nostro Paese. Se era riuscito ad ottenere tutto ciò con un sistema elettorale bipolare con premio di maggioranza, figuriamoci con un ritorno alla proporzionale .

Si sarebbe aperto un regno per venti anni.

In sostanza le elezioni erano ormai viste come un fastidioso , quasi inutile passaggio.

Le premesse c’erano tutte. Anche l’intelligente Ferrara era stato conquistato da questa fine tessitura il cui fumo era riuscito a penetrare nelle solide categorie politologiche dell’ex comunista.

Poi, come spesso accade nella storia, si verifica l’imponderabile.

Contro tutto e contro tutti Berlusconi decide di scendere nuovamente in campo.

Come dice lo stesso Berlusconi “contro tutti do il meglio”.

Le facili ironie non nascondono l’imbarazzo, i timori e i disappunti.

Maroni la butta sulla battuta ( “ a San Siro ? ) , ma non riesce a comprendere che rifugiarsi nella ridotta localistica rischia di dare al suo movimento un profilo amministrativo e non politico, cioè la fine; Casini , che è un paradosso vivente e fa politica da quando aveva i calzoni corti, giudica Berlusconi “antico”, ma sa che il suo rientro reintroduce la “pericolosa” logica bipolare che lo vede sempre marginale; il PD comincia non solo a ritenere meno certa la sua vittoria ( anche Occhetto a suo tempo era stato di fronte alla certezza di vincere … ), ma sa che la prospettiva di governare dal 2013 di fronte ad una ricostruita opposizione di un centro destra con Berlusconi , gli renderebbe difficilissima la vita politica .

C’è poi una critica espressa dai più ferventi sostenitori dell’ottuagenario Napolitano che giudica Berlusconi troppo vecchio .

Qui ci assale la nostalgia per quel democristiano non banale - ci pare De Mita – che a proposito del fatto che non veniva candidato dal segretario pd Veltroni nelle elezioni politiche, a motivo della sua età già un po’ avanzata, sostenne che si può essere coglioni anche da giovani .

Ci sono dei punti molto seri da considerare.

Innanzitutto Berlusconi deve, non solo per l’interesse della sua forza politica, ma per un interesse generale del Paese cambiare la gran parte della sua rappresentanza , aprendo a coloro che rappresentano la società di oggi nei suoi valori , nella sua capacità di lavoro, nella sua voglia di futuro e di sviluppo. E’ vero che la gran parte della classe politica del PDL è di recente impegno politico, ma vanno accantonate le marginalità solo esteticamente rappresentative o le vecchie incrostazioni degli uomini per tutte le stagioni, esempio tipico Pisanu.

Poi, per quanto attiene i contenuti, la proposta politica Berlusconi, come spiega in un articolo su La stampa del 13 luglio Antonella Rampino, dovrebbe “presentarsi come una forza tranquilla”.

Berlusconi ha capito che non inseguendo Grillo , ma ridando voce alla voglia di crescita del Paese, non con slogans estremi, ma presentando progetti che riconsegnino la possibilità di espressione delle forze produttive del Paese, che si recupera consenso rispetto ad un governo che non solo non arriva al cuore degli italiani, ma produce solo ricette a senso unico, rischiando di mettere in ginocchio l’Italia che lavora e che produce.

Il concetto è semplice: Monti non va contestato, perché la strada della decostruzione di un sistema consociativo, parassitario, statalista deve continuare, ma va integrato politicamente con una espressione politica che salvaguardi le forze vitali dell’Italia e costruendo un sistema politico e che ridia forza alla capacità di governo, con adeguate riforme costituzionali, nelle quali , per esempio non scompaia il progetto federativo solo sul quale si può costruire una vera revisione della spesa.

Se si dovesse ripetere nel 2013 una esperienza politica di grande coalizione , la tutela degli interessi che vengono malamente definiti come moderati, non potrà certo essere rappresentata dal cinque per cento dell’ UDC, ma da un centro destra capace di rappresentare ceti, ambienti, forze produttive vere come nella sua storia Berlusconi, per molto tempo, ha saputo rappresentare e su questo – e non sul “conflitto di interessi” come ha decretato una mala opposizione - ha fondato il suo successo.

Berlusconi che rientra in campo non solo riscatta la possibilità di un recupero determinante nel centro destra , ma riapre gli spazi alla politica italiana.
03/07/2012 [stampa]
Una rappresentazione dell’Italia che si deve rifiutare.
La difficile condizione del Paese che noi insistiamo nel giudicare come una crisi di valori ed anche di carattere istituzionale prima che economica e politica ha una sua espressione anche nel costume e nelle rappresentazioni di carattere giornalistico.

Mancano o sono assai fragili alcuni elementi strutturali dell’Italia.

Alterniamo sempre giudizi ondivaghi e contraddittori su situazioni e personaggi.

Pensiamo a come vengono valutati i risultati del governo Monti. In pochi giorni si passa dalla stroncatura più netta sulla legge per la modifica dell’articolo 18 – provvedimento essenziale per sedersi ai tavoli della trattativa - ( definita dal Presidente di CONFINDUSTRIA “una boiata” ) , ad una acritica esaltazione dei risultati del vertice europeo di fine giugno dei cui accordi ancora non si conosce nulla.

Lo stesso comportamento avviene nel calcio dove una formazione non certamente in linea con i momenti più esaltanti del nostro “sport nazionale” , dopo alcune partite indovinate, perde nella finale dimostrando poca consistenza atletica .

Quella che sarebbe una normale vicenda sportiva diventa uno psicodramma nazionale: dalla “presenza di Monti alla partita” – con una controparte scaramantica – alle “lacrime di Balotelli” o alla “depressione dei ragazzi”.

Non mancano le frasi storiche come quella del Presidente del Consiglio, dopo la sconfitta : “ siamo fieri di voi” che, forse un tempo venivano dette dopo battaglie vere ed atti di eroismo sul campo militare .

Nel riceverli al Quirinale il Presidente Napolitano non farà mancare analoghi spunti retorici.

Non ci facciamo mancare neppure l’emergere di un mammismo a base di patetici “erano stanchi”, dimenticando professionismo e laute gratificazioni.

I nostri giornali arrivano, su questa linea , ad esportare un mammismo imbarazzante, come nel caso della figlia della Tymoscenko, detenuta in Ucraina, che dichiara al Corriere della Sera la più drammatica delle frasi: “ mia madre costretta a fare il tifo dalla cella”.

Beh, sarà probabile che questo cruccio non sarà stato il più duro da affrontare per la giovane e telegenica prigioniera.

Resta, però, una amara considerazione di tutto questo ciarpame che il quotidiano più “autorevole” sciorina nelle prime quattordici pagine dell’edizione del 2 luglio.

Amarezza perché, solo dopo tutto questo “sbracamento” giornalistico e di costume, appare la notizia che a noi personalmente ci angoscia di più “ Domenica di sangue in Kenya- Strage di fedeli durante la messa – Commandos armati di granate assaltano due chiese: 20 morti”.

Fino a quando non si invertirà questo miserabile costume informativo, fino a quando una coscienza nazionale vera non si opporrà a questo sfascio, l’Italia non riprenderà a camminare sulla strada giusta.

Per adesso, sarà poco, ci indigniamo noi
27/06/2012 [stampa]
“Indeterminatezza assoluta” di Monti.
Con questa parole Silvio Berlusconi ha giudicato l’atteggiamento con il quale il Presidente Monti si appresterebbe ad andare al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno.

Questi mesi hanno dimostrato, oltre ogni dubbio e incertezza, che le manovre interne , i cosidetti compiti a casa, non sono sufficienti a farci allontanare da quello che lo stesso Presidente del consiglio aveva definito il baratro sul quale ci hanno spinto le manovre speculative internazionali sull’ euro.

Anzi le manovre, soprattutto quelle riferite all’incremento del carico fiscale per famiglie e aziende, hanno contribuito a spingere il Paese verso una recessione sistemica che , a sua volta, riapre i problemi dell’equilibrio di bilancio.

Abbiamo più volte ripetuto che le soluzioni alla crisi devono essere ricercate in sede europea e nella necessità di porre un argine alla speculazione che dall’area atlantica ( l’asse finanziario New York – Londra ) si abbatte sull’Europa.

E’ questo il baratro o la voragine che si allarga e alla quale ha fatto riferimento lo stesso Monti.

A fronte di questa potente azione della finanza internazionale anche i projet bond o gli stessi euro bond potrebbero rivelarsi inefficaci, in quanto la potenza di fuoco del sistema finanziario è immensa e questi interventi, come anche quelli di sostegno agli stati in difficoltà presentano un costo che, a sua volta, incide sul bilancio e sugli oneri per l’indebitamento.

A livello internazionale il quadro è il seguente: mentre l’immenso debito degli Usa è finanziato a costo zero, come, sostanzialmente anche quello di Gran Bretagna e Giappone, metà Europa deve pagate tassi che vanno dal cinque al sette per cento ed anche oltre , per le stesse esigenze di liquidità.

E’ una situazione ingiusta , oggettivamente insostenibile, che deve essere rimossa.

Un solo esempio. Proprio nei giorni degli inutili colloqui del G 20 a Los Cabos, come riferisce il sito di Repubblica del 19 giugno, la Banca Federale usa studiava i provvedimenti per il sostegno all’economia. “ Mentre è da escludere che escano decisioni concrete, - si leggeva sul sito - la Fed potrebbe dare il via ad una nuova poderosa iniezione di liquidità attraverso acquisto di titoli del Tesoro a lungo termine”. Aggiungendo : “se la Fed ricomincia a pompare liquidità come fece già tre volte dal 2008, questo accentuerà l’handicap relativo della Bce che non ha il mandato per un’azione così energica”.

012 Siamo in un circolo chiuso che va spezzato e il luogo sul quale agire è quello europeo, chiedendo un radicale cambiamento delle regole e delle istituzioni finanziarie europee, cioè la revisione del trattato di Maastricht .

Per ottenere questo, l’azione politica in Europa da parte del governo italiano non deve essere indeterminata poiché non è infatti con gli interventi della BCE sul sistema bancario adottati nei mesi scorsi , con il solo breve effetto congiunturale, che si risolve la situazione.

Siamo vicini a raggiungere il punto di non ritorno e non solo occorre che l’Italia, la Spagna e la Francia si muovano di comune accordo nei riguardi della Germania, occorre che da parte Italiana si arrivi a minacciare dimissioni o la stessa uscita dall’Euro.

Si ha un bel criticare Berlusconi quando , come lui stesso ha sottolineato , arriva a proporre, provocatoriamente, il ritorno alla lira.

Lo stesso Paolo Savona sul Corriere della Sera Sette il 15 giugno ha affermato : “ per poter restare nell’euro dovremmo riformare radicalmente le istituzioni europee. Altrimenti meglio uno shock che metterebbe i tedeschi in crisi di competitività”.

Il riferimento di Savona è esplicito: “ se si cambia radicalmente , l’Europa potrebbe rifiorire, ma senza i giusti interventi non si va avanti. In queste condizioni se l’Italia resta nell’euro finirà per scendere un gradino all’anno nel suo livello di benessere. E’ un impoverimento progressivo… allora meglio uno shock”. Con il ritorno alla lira , sottolinea Savona, avremo “il recupero della sovranità e la possibilità di creare moneta ci permetterebbe di riprenderci in pochi anni”.

E’ evidente che si tratta di una sollecitazione a porre le questioni con forza e determinazione perché , con l’ uscita dell’Italia dall’Euro, anche la Germania potrebbe avere grossi problemi.

Occorre cioè una trattativa politica che il governo dei tecnici fino ad oggi non ha dimostrato di saper portare avanti.

Monti è in gradi di affrontare una Merkel diventata più isolata dopo la sconfitta di Sarkozy ?

Potrebbe essere stato questo il suggerimento di Berlusconi nell’ultimo incontro con il Presidente del consiglio, ma non sembra che questi l’abbia recepito.
11/06/2012 [stampa]
Il governo Monti “abbandonato dai poteri forti” sull’orlo della crisi.
E’ bastato un articolo di fondo del Corriere della Sera per sfiorare la crisi di governo e rischiare di far cadere il “governo del Presidente”.

Alesina e Giavazzi, quest’ultimo, ricordiamo, è uno dei collaboratori dello stesso governo per la revisione della spesa, mercoledì 6 giugno avevano scritto un editoriale nel quale si criticava la “direzione sbagliata” del governo, sulla politica delle infrastrutture, sulle mancate riforme, sulle ipotesi di riforma dell’università.

L’articolo era partito dalla constatazione che, a livello della reputazione internazionale, il governo “ non sopravvivrebbe alla percezione che lo sforzo riformatore rischi il fallimento”, per concludere che esso appare “molto più simile alla vecchia politica che alla ventata innovatrice che respirammo per qualche settimana lo scorso novembre”.

Che reazione ha suscitato nel Premier ?

“Il mio governo ed io - ha risposto il giorno dopo - abbiamo sicuramente perso in questi ultimi tempi l’appoggio che gli osservatori ci attribuivano, spesso colpevolizzandoci, dei cosiddetti poteri forti perchè non incontriamo i favori in un grande quotidiano , considerato rappresentante e voce di tali poteri , e in Confindustria”.

Voce dal sen fuggita.

Il 6 e 7 giugno questo governo sembra non rappresentare più neppure i deboli poteri forti. Siamo vicini alla crisi.

Venerdì 8, però, un altro articolo di fondo di Massimo Franco corre ai ripari che, senza smentire le critiche di Alesina e Giavazzi – non potrebbe davvero - tenta un vero e proprio gioco delle tre carte.

Prima si dà la colpa di tutto al “recente passato”, sostenendo che questo governo si è formato in “conseguenza del fallimento del governo di centro destra”, poi, si paventano le elezioni come la peggiore soluzione (“quale tipo di Parlamento emergerebbe da una consultazione ravvicinata e traumatica ? “ ) , la rinuncia alla riforme ricadrebbe sui partiti maggiori, mentre l’interruzione della legislatura “travolgerebbe l’argine che comunque Monti ha eretto intorno ai conti pubblici”.

Si riafferma l’idea, invero peregrina, di una condizione obbligata, senza alternative, rassegnati ad attendere qualcosa che non si vede all’orizzonte.

La verità è un’altra e non si può far finta di ignorare: la strada è palesemente in discesa .

La crisi ha origine negli USA ; le iniziative speculative partite da lì verso l’euro e i paesi più esposti del continente non hanno trovato argine sufficiente nelle strutture finanziarie europee e nei suoi interventi. Il caso greco è esemplare.

Questa dimensione della crisi non ha trovato fino adesso alcuna capacità di intervento. Le ricette di Monti appaiono addirittura meno incisive delle proposte che Tremonti aveva tentato di far passare nelle riunioni internazionali . Ed ancora non si vede niente.

Obama, in campagna elettorale, ignorando il ruolo delle sue stesse lobby finanziarie, ha invitato gli europei ad intervenire.

Il governo Berlusconi, per la verità, aveva approntato una difesa dei conti pubblici, tentando anche la difficile impresa di non aumentare il peso della fiscalità per non abbattere i consumi, volano della tenuta produttiva.

Gli interventi del governo, invece, hanno puntato esclusivamente sulla leva fiscale determinando forti conseguenze recessive e si sono ridotti PIL, occupazione e consumi.

Il governo tecnico in Italia è stato suggerito da Stati Uniti, Germania e Francia, attuato con l’intervento di Giorgio Napolitano e, tuttavia, la sua debolezza è apparsa evidente, per la sua stessa connotazione tecnica, espressione dell’alta burocrazia, del mondo imprenditoriale bancario , delle cattedre universitarie.

La connotazione culturale di questa compagine è di carattere conservatore incapace di pensare l’innovazione ( la burocrazia è uno dei freni del sistema Italia ); la formazione bancaria è espressione di un settore che si è allontanato - ad eccezione della partecipazione ad alcune realtà imprenditoriali – dalla funzione di sostegno all’impresa reale e diffusa, cioè medio piccola, per inseguire i sogni speculativi sui derivati; alcune cattedre universitarie non sono state la culla di un forte connotato politico culturale, ma la disponibilità ad offrire servigi al mondo imprenditoriale, alle istituzioni finanziarie internazionali e alle loro lobby organizzative, perfino alle agenzie di rating.

E lo stesso mondo imprenditoriale, cioè quello dell’economia reale, sente il peso della crisi e della inadeguatezza del governo e questo malessere si affaccia anche sul Corriere della Sera le cui contraddizioni mostrano difficoltà e imbarazzo.

Ma questo contraddittorio balletto del quotidiano di via Solferino rischia di avvitarsi su se stesso.

Il quotidiano di Ferruccio de Bortoli resta la più qualificata espressione giornalistica di una borghesia che, come ha spiegato De Rita in un suo libro recente, ha conosciuto una deriva corporativa e familistica.

Non si è capaci di individuare il punto di svolta del riordino del sistema Italia e cioè una riforma della Costituzione che abbandoni il disegno del compromesso cattocomunista del ’48 e affronti i nodi della realtà d’oggi.

Nel 1948 per fare una telefonata all’estero occorreva prenotarsi nei centralini, oggi in tempo reale si parla da un continente all’altro e si scambiano informazioni e dati di una portata enorme, inimmaginabile.

Ma la Costituzione italiana e le sue istituzioni sono rimaste le stesse e si continua a parlare di “patriottismo costituzionale”.

La Costituzione deve ridisegnare il rapporto di rappresentanza che la repubblica parlamentare dei partiti ha perduto definitivamente.

Occorre rimediare a quella “scarsa legittimazione popolare dello stato italiano” indicata a suo tempo da Galli della Loggia ( L’identità italiana pag. 155 ) che oggi viene drammaticamente a ripresentarsi in modo ancor più aggravato

Si deve ripristinare il rapporto tra istituzioni e popolo , si deve legittimare un esecutivo espressione diretta del voto dei cittadini , si deve selezionare una rappresentanza parlamentare che venga eletta sulla base di un confronto tra programmi e piattaforme diverse.

Solo una autorevolezza così ottenuta può fare in modo sia di assorbire la protesta o l’astensionismo che si manifestano sulla base della sordità delle istituzioni rappresentative, sia di offrire una autorevole piedistallo che consenta di decidere e di attuare riforme e programmi adeguati in un Paese lacerato da ogni difesa corporativa, da ogni garantismo immobilista, da procedure, normative e tutele parassitarie che dovrebbero essere disboscate con fermezza e decisione.

Se questi ultimi mesi prima delle lezioni politiche del 2013 non riusciranno ad affrontare essenziali riforme della carta costituzionale la fine di questa legislatura potrebbe coincidere con l’inizio della fase definitiva della crisi istituzionale e politica dell’Italia.

Non ci sono governi di “salute pubblica” , grandi coalizioni o tecnici salvifici che possano affrontare la situazione.
04/06/2012 [stampa]
Le “liste fantasma” all’assalto della politica.
Siamo in presenza di un’assoluta debolezza dei partiti.

Questi sono oggetto di una campagna di demolizione e delegittimazione che, certamente, trova motivazione nei limiti di comportamento e di idee dell’attuale classe politica, ma che ha come obiettivo vero la riduzione del ruolo di una politica autonoma da interessi e condizionamenti.

I protagonisti di questa azione ben finalizzata sono sempre gli stessi, ed, innanzitutto, Eugenio Scalfari.

Abbiamo assistito negli ultimi anni alla crociata contro Berlusconi , così come era stato fatto precedentemente con Craxi che, il suo editore di riferimento, De Benedetti, definiva «un bandito con atteggiamenti fascistoidi» ( lo ricorda Macaluso su Il Riformista del 26 gennaio ).

Ottenuto – apparentemente – anche nei riguardi del Cavaliere, l’obbiettivo prefissato, le attenzioni di Barbapapà si rivolgono con propositi espliciti verso il PD.

Anche questa “attenzione” non è nuova.

L’influenza scalfariana sul PCI data da lungo tempo, da quando, cioè, – anche grazie al terreno preparato da Franco Rodano - spostò l’asse di questo partito dal programma politico a quello dell’ azione moralizzatrice, destinata ad assumere i toni giacobini e giustizialisti, alla fine degli anni ’80 e proseguita fino ad oggi.

Certo, il programma politico del PCI aveva da tempo “tradito la rivoluzione” , ma l’azione dello scalfarismo contribuì ad impedire che su questo partito agisse con successo l’ intenzione e l’egemonia riformista e socialdemocratica di Bettino Craxi e del migliore PSI.

Ora “il grande patriarca del giornalismo italiano “, come lo definisce non senza piaggeria Luca Telese su il Fatto del 1 giugno, “continua a indicare la rotta che ritiene più giusta al popolo della sinistra”.

Nell’intervista sul quotidiano di Antonio Padellaro riconferma il senso della sua proposta di una lista capeggiata da Saviano e che comprenderebbe Concita De Gregorio, Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà che si dovrebbe alleare con il PD i cui dirigenti , afferma, “dovrebbero essere contenti che professionisti, giornalisti, esponenti della società civile possano impegnarsi in una lista che allarga il campo del centro sinistra”.

E, tanto per essere chiaro, proseguendo l’intervista, Scalfari rifiuta anche l’idea che a questa lista , possa aggiungersi anche un’altra quella “patrocinata dalla Fiom”, anche perché la condizione preliminare per far parte di questa coalizione, consisterebbe nel “sostegno al governo Monti e al suo operato”, rifiutando anche quella demagogia che, per esempio, - e sentiamo risuonare una corda cara ad Eugenio, - “chiede di cancellare le banche”.

Questa riconduzione dell’orizzonte politico del PD nell’ambito radicale, cancellando la pallida , contrastata, residuale, identità del PD e conducendolo come un ovino al macello, significherebbe l’ulteriore via libera ad una politica sottomessa agli interessi della poco dignitosa e decadente borghesia italiana.

Proprio nello stesso numero, Il Fatto pubblica due paginoni che analizzano le nuove liste “fantasma”.

Esse dimostrano lo stato comatoso della politica italiana.

Si stagliano le immagini dei protagonisti di queste nuove possibili liste: da Passera alla Santanchè, da Grillo a Saviano, da Montezemolo a Paul Ginsborg, dal sindaco di Bari Emiliano a Landini della Fiom.

Interessi imprenditoriali ( a proposito quando qualche giornalista non pennivendolo porrà la questione del conflitto di interessi di Montezemolo e Passera ? ), protesta demagogica , intellettuali sponsorizzati dalle reti televisive, ex magistrati, sindacalisti con tendenze consociative.

C’è tutto, meno che la politica.

Il “fantasma “ più consistente sembrerebbe quello di Montezemolo che, tra l’altro, si aggira molto tra Berlusconi , Casini e Fini.

Sembra che il suo interesse principale sia quello rivolto ai voti e al consenso del PDL che, pur nelle note difficoltà, è, di certo, superiore alle percentuali da prefisso telefonico di Fini e di quelle da tasso attuale sul debito pubblico di Casini.

“Italia Futuro” del patron di “ Italo” sembra presentarsi anche un po’ come uno specchietto per le allodole, al fine di catturare i voti moderati del PDL, salvo , poi, dare il benservito alla sua classe politica.

Dobbiamo riconoscere che pur con gli errori compiuti e nelle note difficoltà, il “vecchio “ Berlusconi “ si sa muovere bene perché, mentre tutti vanno ponendo come condizione, per trattare eventuali alleanze, la sua uscita di scena, mette giù un’idea che , al di là della sua stessa fattibilità, lo riporta al centro del dibattito politico: quella sul semipresidenzialismo con annesso – non separabile - doppio turno.

E come tutte le idee di Berlusconi, anche questa trova un ampio consenso, come ha descritto Mannheimer a Porta a Porta: il 70 per cento favorevole, il 26 contrario e solo il 4 che non si esprime, dimostrando che la proposta non solo piace, ma è stata immediatamente compresa dagli italiani.

E’ vero che innumerevoli fatti dimostrano che la politica italiana sta scomparendo, ma , sappiamo, tuttavia che tutto può sempre succedere.
23/05/2012 [stampa]
Elezioni amministrative: suona l’allarme rosso anche per l’Italia.
Il responso delle consultazioni amministrative, anche se rappresenta un test limitato - il voto nelle elezioni politiche è fondamentalmente differente - presenta aspetti di indirizzo generale abbastanza chiari.

Il dato più evidente è la crescita notevole del voto di protesta che si è indirizzato verso le liste attribuite a Grillo.

Si tratta, indubbiamente, di un fenomeno con scarse radici e che, alcuni ritengono transitorio, come in passato è avvenuto per altri spostamenti elettorali, poi, rientrati verso i partiti tradizionali.

Tuttavia non è e non sarà così, perché questo fenomeno si accompagna ad una situazione nettamente diversa dal passato e cioè ad uno stato dei partiti come mai si è raggiunto nella storia italiana. Come potranno gli attuali partiti, persa ogni credibilità, riassorbire un fenomeno protestatario che , oltretutto, raccoglie un diffuso malcontento destinato ad acuirsi notevolmente, per le enormi difficoltà economiche ?

C’è una evidente distanza tra i partiti, le istituzioni e la gente, dimostrata dal grande astensionismo nelle votazioni che ha raggiunto livelli che rendono oggettivamente non rappresentativi i risultati raccolti.

Il PD che ha mantenuto un accettabile livello di consenso, appare, tuttavia, condizionato dalla scelta di mantenere le alleanze con SEL e IDV, anch’essi su posizioni di contestazione anche perché subiscono l’influenza dei temi sollevati dal movimento cinque stelle. La sua prospettiva di possibile successo elettorale nelle politiche del 2013 si accompagna ad una scarsa credibilità in termini di capacità di governo, in una fase che richiederebbe , invece, un’ alta affidabilità.

L’UDC, anche avendo liquidato il terzo polo – si è liberato di Fini – non riesce minimante a polarizzare il voto moderato del centro destra che rifluisce per la gran parte nell’astensionismo. La ragione che impedisce questo passaggio deriva dal fatto che il messaggio politico di questo partito è sostanzialmente ristretto ai contorsionismi del suo leader sul tema delle possibili alleanze e non riesce a cogliere un’esigenza più profonda del Paese che riguarda le riforme della Costituzione ed il recupero di un rapporto tra le istituzioni e il popolo.

La Lega appare obbiettivamente stremata dall’incredibile assalto giudiziario e la tentazione di ricercare la via d’uscita nel localismo ( Tosi ) la condurrà fatalmente a perdere ogni prospettiva di incidere nella politica italiana e ad abbandonare il progetto federalista che ha rappresentato il suo collocarsi in una funzione politica nazionale.

L’impasse politico deriva da una crisi di sistema che, ancora, un’informazione, intellettualmente pigra, addestrata solo a riflettere gli interessi imprenditoriali delle proprietà, non coglie, ma che sta sempre più attanagliando una democrazia parlamentare esposta a rischi di tenuta .

Ricordiamo che questa crisi di sistema in Italia avviene nel contesto di uno scenario internazionale di crisi come mai si è verificato dal dopo guerra ad oggi.

Già la soluzione del governo dei tecnici costituisce una frattura della rappresentanza politica , in quanto l’asse sul quale si fonda la tenuta di una democrazia è il rapporto di rappresentanza, cioè il consenso che una forza politica ed una classe politica ottiene nelle elezioni.

Il modello parlamentare è stato rappresentativo fino a quando le forze politiche hanno ottenuto il mandato elettorale e al loro interno esprimevano una classe dirigente che veniva selezionata dal voto. Non a caso l’affluenza elettorale raggiungeva il 95 per cento.

Oggi non è più così e la grande sfida è sulla ricostruzione del rapporto di rappresentanza e, quindi sul cambiamento del modello costituzionale. Le riformette che vengono proposte ( diminuzione del numero dei parlamentari – eliminazione del bicameralismo ) sono solo palliativi se non si realizza un nuovo patto tra popolo e istituzioni con l’elezione diretta del capo dell’esecutivo e la selezione della classe dirigente dei partiti con il voto di preferenza.

Solo un esecutivo che abbia la forza di una legittimazione diretta può avere l’autorevolezza per approvare quei cambiamenti indispensabili per sbloccare l’Italia e la sua crescita.

Non ci sono leggi elettorali che tengano, soprattutto se di carattere proporzionale.

Il sistema politico sta scivolando verso la non rappresentanza e lo spread tra istituzioni e popolo cresce .

Questa non rappresentanza riguarda soprattutto le classi medie e coloro che vengono impropriamente definiti moderati e che invece sono il ceto produttivo e coloro che hanno sempre cercato un giusto rapporto di rappresentanza con lo Stato e desiderano vivere in una società che valorizzi le capacità di ciascuno e che sia ancorata a valori permanenti. . Sono portatori di interessi e di ideali nel solco della storia e della tradizione italiana e che non sono arruolabili nelle file di coloro che danno vita alla lunga guerra civile politica permanente . Non sono giacobini nè giustizialisti. Credono nelle istituzioni e nei corpi sociali , come la famiglia , ed hanno creduto nel risparmio facendo della abitazione un elemento del loro status .

Oggi si sentono non solo non più rappresentati, ma vengono aggredite le certezze sulle quali hanno costruito la loro vita familiare e lavorativa. Quando avviene questo la democrazia è oggettivamente a rischio.

Quella forza politica o colui che se ne accorgerà per primo e si proporranno agli italiani potrebbero avere in mano il Paese.

Crediamo e speriamo che ciò avvenga ancora in termini democratici e con un programma all’altezza delle grandi sfide di oggi sia nazionali che internazionali.
09/05/2012 [stampa]
Dopo le elezioni amministrative : impedire lo sfarinamento del sistema politico.
Nella confusa ed affannata valutazione dei risultati di questa tornata di elezioni amministrative , emergono alcuni elementi chiari.

Innanzitutto cresce l’ondata di critica alle istituzioni ed alle forze politiche che si sviluppa sia in un ulteriore astensionismo e sia nel successo delle liste di Grillo.

Quest’ultimo possiede un connotato di carattere protestatario che, unito ad altre forze con forti contenuti giustizialisti e referendari ( IDV - SEL ), dimostrano l’esistenza di un’area di consenso che tende ad ampliarsi e a rendere più difficile la possibilità di alleanze per la governabilità.

Il PD che ha un andamento oscillante, tiene in alcune zone e si logora in altre dove si amplia l’area alla sua sinistra. Esso , tuttavia, ritiene di poter ancora assorbire questa fuga a sinistra.

Ma per il PD - che ha dimostrato grandi difficoltà per piazzare alle primarie i suoi candidati nelle elezioni locali - è venuto il momento di non continuare a marginalizzare questo fenomeno , poiché è un oggettivo sintomo di cedimento .

Se a livello locale comincia ad essere difficile assorbire questo andamento, a livello nazionale la governabilità della sinistra si allontana di molto, nonostante la riaffermazione di D’Alema per una riconferma della alleanza a sinistra.

Il PDL cede quasi ovunque anche perché l’ambito delle elezioni amministrative non è stato mai il suo punto di forza . Tuttavia senza qualche novità vera e non solo di immagine, la prospettiva delle elezioni politiche si presenta con grandi difficoltà .

Il Terzo Polo non esiste poiché siamo alla scomparsa di FLI e di API. Fini e Rutelli non hanno oggettivamente alcun futuro politico, anche se Casini può tentare di dire di aver sostanzialmente tenuto.

Tuttavia – ed è la chiave per interpretare il voto a Casini e le sue prospettive – la perdita di voti del PDL non ha avvantaggiato l’UDC. Il messaggio centrista più che moderato appare troppo vecchio e troppo tattico.

Questo fatto non può lasciare indifferente il leader centrista.

In sostanza – e l’abbiamo scritto qualche settimana fa – l’aver scrollato l’albero dei centrodestra non porta alcun vantaggio a Casini, anzi, indirettamente mostra che i frutti vanno all’astensionismo, a Grillo e, in qualche modo, anche alla sinistra.

La Lega mostra di non aver digerito le ultime vicende delle inchieste sulle irregolarità dell’uso del finanziamento pubblico e delle sue divisioni interne.

Il dilemma che deve affrontare è duplice: se riafferma una linea federale e costituzionale potrebbe perdere consensi protestatari, se insegue le linee secessioniste e contestative rinuncia ad alleanze e ai possibili spazi di partecipazione al governo nazionale.

Anche la stampa e i media di proprietà della grande impresa che hanno calcato la mano nella critica ai partiti dovrebbe accorgersi che non sono le forze moderate a guadagnare, ma le posizioni estreme che preannunciano programmi di “punizione” per i “ricchi” sull’onda di un disagio diffusissimo tra i ceti medi e popolari, colpiti dai provvedimenti del governo.

Questi risultati dimostrano che il rischio a cui sta andando incontro il sistema politico italiano è la polverizzazione delle forze politiche e la riduzione dei partiti moderati.

In qualche modo lo spettro che, dopo queste elezioni si aggirerà sul sistema, è rappresentato dalla prospettiva greca, cioè da un logoramento dell’area moderata sia di centro destra che di centro sinistra che più si indebolisce e meno appare poter realizzare quel fronte comune come continua ad auspicare Casini.

Ritorna , invece, la necessità di riforme costituzionali per rafforzare il ruolo dell’esecutivo al quale occorre offrire la legittimazione del voto popolare diretto. La Francia è l’esempio di un sistema politico che seppe a suo tempo assorbire il maggio francese e che presenta una possibilità di alternanza nella quale le forze più estreme continuano ad avere un peso limitato.

Adottare in Italia, in queste condizioni, una legge proporzionale sarebbe un suicidio.

Al contrario. Occorre impedire lo sfarinamento del sistema politico.

Si deve riaffermare un bipolarismo che rafforzi i partiti maggiormente votati, finchè si è ancora in tempo, prima cioè che anche essi vengano definitivamente logorati da un attendismo senza fine.
05/04/2012 [stampa]
La batosta sulla casa.
Il rebus IMU perseguiterà le famiglie italiane e i proprietari di immobili fino a dicembre. Il nodo della nuova imposta unica municipalizzata che sostituisce la vecchia ICI abolita dal governo Berlusconi non è stato ancora sciolto del tutto. Il caos tasse sta tenendo in ansia milioni di famiglie e tutti i proprietari di immobili in vista della scadenza del 18 giugno, termine ultimo della prima rata.

Sono rimaste incerte a lungo le modalità di pagamento perché la maggioranza dei Comuni non ha ancora preso una decisione definitiva sulle proprie aliquote, avendo ottenuto dal governo la proroga fino al 30 settembre. Dopo l’allarme dei Caf, i centri che aiutano i contribuenti a compilare la dichiarazione dei redditi, è arrivato dal governo e dal Senato un chiarimento-compromesso.

Mezza doccia fredda a giugno, il resto a dicembre con un salata conguaglio a saldo.

Il pagamento dell’acconto ( metà della somma) sarà calcolato con le aliquote che sono state fissate dal decreto Salva Italia:4 per mille per l’abitazione principale e 7,6 per mille sugli altri immobili senza detrazioni.

In pratica la vecchia rendita catastale rivalutata del 5% moltiplicata per 160. Dalla somma così ottenuta si detraggono 200 euro per la prima casa, più altri 50 euro per ogni figlio minore di 26 anni.

La sorpresa negativa è che gli aumenti deliberati dai Comuni saranno applicati al saldo di fine anno e le aliquote si conosceranno intorno al 10 dicembre: possono andare dallo 0,2 allo 0,6.

C’è di più. Il governo si è riservato la possibilità di rimettere mano alle aliquote e detrazioni a luglio, una volta verificata l’entità del gettito della prima rata. In totale il governo confida di ricavare dal mattone oltre 21 miliardi.

Le novità fiscale in questo periodo si susseguono a ritmo serrato, creando difficoltà e disagi e provocando in qualche caso decisioni estreme. Approvato il decreto fiscale restano aperti molti problemi:da quello degli immobili in affitto a quelli della Chiesa, dagli immobili industriali ai fabbricati rurali il cui accatastamento dovrebbe concludersi entro il 30 novembre.

Sono state fatte dagli esperti molte simulazioni e vari conteggi. La cosa certa è che per i proprietari di immobili i prossimi saranno mesi di incertezza. Dovranno comunque mettere in conto pagamenti salati. ( smen)



In data venerdì 20 aprile, alle ore 10,30 presso il cinema Capranichetta (Piazza Montecitorio), il Coordinamento Unitario dei proprietari immobiliari (FEDERPROPRIETÀ-ARPE, UPPI, CONFAPPI) ha indetto una protesta contro l’inasprirsi delle tasse sulla casa divenute ormai insostenibili per i piccoli proprietari.
22/03/2012 [stampa]
Salvare l’Italia.
Una nuova ondata di “scandali”, reali o presunti , sta emergendo sulla stampa nazionale a seguito di iniziative di carattere giudiziario o per indagini che attengono la sfera delle operazioni finanziarie.

Al centro di queste “inchieste” giudiziarie o giornalistiche vi sono presidenti di regioni, consiglieri o sindaci di tutte le posizioni politiche, anche in aree geografiche che erano state “risparmiate” dalle ondate “scandalistiche” degli anni passati.

Con diverse caratteristiche di contenuti anche responsabili di partiti esistenti o sciolti recentemente, sono colpiti da “affarismi” poco eleganti che mostrano, tra l’altro, una arroganza o una scarsa attenzione a come siano utilizzati gli enormi finanziamenti pubblici alle forze politiche.

L’opinione pubblica è fortemente colpita dalla sempre più evidente inadeguatezza della classe politica che va mostrando, al massimo e in qualche caso, solo una apparente abilità nel tatticismo politico, ma che si palesa lontana , anzi lontanissima, dalla fiducia degli elettori.

I dati che provengono dalle stesse dichiarazioni patrimoniali dei parlamentari, di recente resi pubblici, mostrano, in alcuni casi una evidente lontananza tra redditi dichiarati e disponibilità e stili di vita, mentre lo scarso ricorso all’acquisto di titoli di stato palesa una rinuncia ad investire sul debito dell’Italia. Si tratta di un segnale sin troppo evidente di una mancanza di fiducia che, invece, agli altri cittadini viene richiesto di avere.

Il disagio per le difficoltà del sistema economico, per la crescita, oltre ogni tollerabilità, dell’oppressione fiscale, per un sistema politico che rischia di spezzare il suo rapporto di rappresentanza , è diffuso in tutti gli strati sociali: giovani, imprenditori grandi e piccoli, lavoratori autonomi e subordinati, professionisti, famiglie, espressioni del lavoro libero.

Non crediamo che l’algido governo Monti – che sta tentando di percorrere una strada di risanamento finanziario a carico del risparmio delle famiglie italiane e del ceto medio produttivo - possa ricreare un rapporto forte di consenso con i cittadini, mentre le difficoltà in politica estera che il Paese mostra, aggiungono una ulteriore dose di frustrazione.

Le sofferte soluzioni sull’articolo 18 – peraltro ancora da definire ed approvare – non risolvono le questioni fondamentali che richiedono capacità di decisione e di cambiamento come per la riduzione e il controllo della spesa pubblica, la revisione degli incentivi alla ripresa e le riforme strutturali ( giustizia civile, procedimenti decisionali, snellimenti di procedura, una fiscalità diversa ).

La democrazia parlamentare che in Italia ha avuto pagine di grande spessore storico ed esponenti di alto livello politico e culturale rischia di diventare un simulacro formale scheggiato ogni giorno dal continuo, ininterrotto , ricorso al voto di fiducia.

Ormai in Italia un esecutivo composto di esponenti che non si sono mai confrontati con gli elettori, governa solo per mezzo di voti di fiducia.

Ci domandiamo: la bilancia di questo consenso “strappato” pende più sulla “responsabilità” o più sul “ricatto”, nel senso della assoluta mancanza di alternative.

Si afferma dai massimi propugnatori o sostenitori di questa condizione politica che tutto ciò deriva dalla eccezionalità della crisi che deve essere affrontata con una soluzione eccezionale, ma che è stata pensata e portata avanti in linea con la Costituzione.

E’ una contraddizione che non viene colta e, ancora più grave, riduce la Costituzione a una mera formalità, svuotandola di quella che dovrebbe essere la sua forza reale , cioè il consenso.

Siamo preoccupati perché la storia ci ha insegnato che le condizioni eccezionali, a volte, aprono la strada della eccezione alla democrazia.

Nessuno avverte il rischio che tutto ciò possa dar vita a qualcosa di diverso dal quadro attuale vezzeggiato dai media, dai politici solo tattici e dalle istituzioni ormai sclerotizzate.

Facciamo una ipotesi non troppo fantasiosa: se nei mesi che ci separano dalle elezioni politiche del 2013 dovesse aumentare ancora il disagio sociale e diminuire, fino ad azzerarsi la credibilità dei partiti, se le ricette del governo Monti dovessero, anche per il contesto internazionale, condurci ad una recessione strutturale – già lo siamo - con le relative conseguenze in termini di disoccupazione e di crisi produttiva, cosa potrebbe accadere ?

In questa condizione, un qualunquismo abile e spregiudicato, affonderebbe il coltello nel burro del consenso.

L’Italia non ha la riserva repubblicana della Francia del 1958 con il generale De Gaulle che dalla crisi del parlamentarismo avviò il Paese sulla via del rafforzamento democratico.

Che produsse un nuovo patto tra popolo e istituzioni.

Coloro che si sono aggregati alla soluzione Monti hanno una lunghissima carriera politica e parlamentare e hanno svolto ogni sorta di ruolo istituzionale e proposto programmi e collocazioni politiche diverse ed oggi opposte.

Hanno detto tutto e il contrario di tutto.

Hanno ancora riserve di credibilità politica? Ci sembra assai improbabile.

Altre forze politiche tentano momentaneamente di ottenere consensi da una linea di opposizione, danno tuttavia l’impressione di non rappresentare una alternativa alle forze che sostengono il governo attuale.

Sanato per l’intervento della Banca Centrale Europea lo spread tra BTP e Bund, si sta allargando un divario più importante e significativo e, aggiungiamo, rischioso: il rapporto tra istituzioni e cittadini.

Ricostruire questo rapporto significa innanzitutto riconsegnare al popolo, oltre che quella dei deputati, anche la scelta più alta della rappresentanza di governo.

Serve, cioè, ridare linfa democratica alle istituzioni rappresentative, con una classe politica che si esprima con un linguaggio, con un programma, con una determinazione nuove.

Per il momento, come nella fortezza del Deserto dei Tartari, non c’è nulla all’orizzonte, anche perché i canali di formazione della classe politica si sono interrotti. Non esistono più.

Invochiamo il ritorno di una democrazia che si alimenti della storia – di tutta la storia – dell’Italia: dei suoi valori, della sua tradizione culturale, della sua genialità progettuale e costruttiva, delle sue comunità e famiglie sparse nelle cento città.

Recentemente Galli della Loggia ha scritto sul Corriere della Sera che “lo Stato nazionale è pur sempre l`unico contenitore possibile entro il quale possa esercitarsi l`autogoverno di una collettività. In una parola, la democrazia. È accaduto così storicamente. E oggi pure è così: democrazia e Stato nazionale stanno insieme; se viene meno l`uno, appare destinata venire meno anche l`altra”.

Il ragionamento dell’editorialista, assai interessante, tuttavia, si esprime su di una realtà che oggi è profondamente cambiata .

In un’economia che per il processo di finanziarizzazione non è più nella disponibilità dello Stato e, aggiungiamo, solo in parte in quella della stessa Europa, in quanto i mercati finanziari internazionali sono governati fuori dall’area continentale, lo Stato- nazione e, quindi il rapporto democrazia –Nazione, ha perduto i suoi presupporti.

Occorrerebbe riaprire un confronto sull’Europa, di come sia stata pensata e di come è diventata : dall’Europa dei popoli a quella dei banchieri e dei tecnocrati.

La salvezza dell’Italia, la ricostruzione del suo tessuto sociale e istituzionale, che ne è il presupposto, richiede la comprensione di questa dimensione del problema, una nuova rappresentanza del paese reale e la capacità di parlare un linguaggio nuovo.

Chi per primo comprenderà tutto questo potrà, veramente, salvare l’Italia.
12/03/2012 [stampa]
La debacle estera del governo dei tecnici e una storia del 1953 quando un “governo amministrativo “ divenne politico.
Mentre si sta ancora vivendo il disagio per quella che Maroni, con una certa asprezza, ha definito una “figura da peracottai” sulla vicenda dei due marò, giungono le tragiche notizie dell’uccisione dell’ostaggio italiano e di un altro inglese , rapiti nel maggio del 2011 da un gruppo islamico, affiliato ad Al Qaeda in Nigeria, a seguito di un blitz delle forze britanniche e nigeriane che è fallito nel suo intento.

La sequenza dei fatti e le modalità dell’uccisione degli ostaggi non sono state chiarite, mentre si fa anche l’ipotesi che a uccidere gli ostaggi possano essere state le stesse truppe liberatrici.

L’operazione – ed è questo politicamente inquietante - avviata dalle forze nigeriane appoggiate da unità speciali inglesi non è stata preventivamente comunicata all’Italia .

Il governo ha espresso la sua insoddisfazione, tuttavia, questo grave episodio contribuisce , insieme alla scarsa considerazione che l’India ha avuto nei riguardi del nostro Paese, a mostrare la marginalità del peso diplomatico e operativo dell’Italia , nei rapporti internazionali.

Certo non si può attribuire solo al governo Monti la responsabilità di questa condizione.

Siamo probabilmente raccogliendo il risultato di una vera e propria decadenza di una classe politica e delle articolazione dello Stato.

La memoria non può non andare a vicende di un passato ormai lontano , ma che suggeriscono una visione diversa del ruolo dell’Italia, e , soprattutto, dimostrarono una capacità di tutela degli interessi nazionali. Le raccontiamo come le descrive Gianni Baget Bozzo nel suo libro sul “ Il Partito cristiano al potere”.

Era il 1953 e le difficoltà politiche e dei rapporti tra i partiti non consentivano di arrivare ad una soluzione politica per la costituzione del governo.

De Gasperi che aveva sostanzialmente perso le elezioni politiche, in quanto con il 49,8 alla Camera non era scattata l’approvazione della legge che prevedeva il premio di maggioranza per la coalizione vincente, riuscì a portare in porto la costituzione di un governo monocolore democristiano guidato da Pella.

Questo governo venne definito un “governo amministrativo”, cioè doveva sussistere fino a quando fosse avvenuta l’auspicata chiarificazione tra i partiti.

Mentre il governo era appena costituito la “Jugopress” , diramò una nota secondo cui la Jugoslavia aveva “perduto la pazienza”e riguardo alla questione di Trieste, stava considerando l’opportunità di cambiare il proprio atteggiamento “ricorrendo forse all’annessione della zona B come replica all’annessione fredda della zona A da parte dell’Italia”.

Per la verità Tito voleva trattare su una posizione di maggior forza minacciando , ma forse progettando, l’occupazione della zona B.

Il Presidente del Consiglio, con grande determinazione, spostò le truppe italiane al confine, suscitando un’ondata di entusiasmo nazionale.

Esso divenne automaticamente “politico”per la rappresentanza effettiva di cui venne investito dal Paese.

Riprendendo il ragionamento è ovvio che non si pretende che il governo italiano oggi “sposti le truppe”, ma che, con più dignità ed efficacia, intervenga a tutela della sua immagine nazionale.

Ma la verità è anche un’altra: mentre avvengono questi fatti gravi e forieri di disdoro per l’Italia, il governo Monti tenta di far svolgere un incontro, fatto fallire da Alfano, con i tre segretari, per trattare del cambio di poltrone alla RAI.

E allora: diciamola tutta: l’Italia non ha più bisogno di questa classe politica che da più di trenta anni siede in Parlamento e che vorrebbe perpetuarsi per qualche altro decennio.

Una classe politica che ha costruito “negli anni d’oro” un debito pubblico che condizionerà forse per sempre il nostro futuro economico e di sviluppo.

Possiamo anche accettare che si godano tutta la pensione maturata, senza riduzioni o trattenuto.

Ma se la godano lasciando in pace gli italiani.
28/02/2012 [stampa]
Il tramonto di una vecchia classe politica e delle sue vecchie idee.
Galli della Loggia non rinuncia a “graffiare” nei riguardi , non solo e non tanto della politica, ma del sistema, ovvero dell’establishment dell’Italia , nel suo complesso.

Questo perché è fin troppo facile criticare la “casta” politica come fanno collaboratori importanti del “Corriere “, senza mai scrivere un rigo sulla casta giornalistica, universitaria, imprenditoriale, burocratica (compresa la Magistratura che in nome dell’indipendenza si autogoverna e si autoassolve ).

Galli della Loggia invece , con coraggio e senza il conformismo di molti suoi colleghi anche di Via Solferino, nell’articolo di fondo del 27 febbraio arriva a colpire anche il “giornalismo, dove spesso i direttori , i commentatori e i titolari di rubriche costituiscono un vero e proprio club esclusivo dei soliti noti”.

Ma i rilievi più adeguati li indirizza nei riguardi dei partiti.

Le conclusioni del suo editoriale sono francamente vere.

“Stretti nella tenaglia del discredito pubblico che li colpisce dal basso e del commissariamento del governo Monti che li insidia dall’alto, non riusciranno a sopravvivere se non cambieranno profondamente”.

“ Innanzi tutto “– continua – “ evitando di presentarsi con le stesse voci e gli stessi volti di sempre”.

E precisa: “ In nessun Paese sono oggi al potere persone che già negli anni ’70 e ’80 occupavano posti di rilievo sulla scena pubblica. E di conseguenza in nessun Paese capita di sentire oggi sulla bocca dei politici affermazioni, proposte enunciazioni programmatiche, che sono l’esatto contrario , o comunque diversissime, da quelle che i medesimi, con la medesima sicurezza, dicevano ieri. Uno ieri che in più di un caso era soltanto pochi mesi fa “.

Questa analisi sferzante riguarda, in primis, i leader del Terzo Polo ( Casini, Fini e Rutelli ) che sono ai primi posti della sopravvivenza politica, poi, in analoga posizione, vi è il vertice del PD da D’Alema alla Bindi, passando per Veltroni, senza dimenticare Bersani o Fioroni.

Non si facciano illusioni: il commissariamento non risparmierà nessuno : sia quelli che si sono prodigati per la soluzione Monti, sia quelli che , in qualche modo, l’hanno dovuta subire, per un momentaneo vantaggio politico.

Si sta già lavorando alla successione: le parole dei vecchi vertici politici cadono nel vuoto, contano i fatti dei personaggi tecnici assurti ad un ruolo politico.

Questo cambiamento si percepisce anche e soprattutto dai “suggerimenti” che qua e là sono fatti trapelare dalla stampa “padronale”, portatrice di interessi aziendali e di “casta”.

Stanno nascendo nuove leadership.

Il nome più corteggiato è quello del Ministro Passera che nella sua importante carriera manageriale ha dimostrato di saper realizzare politiche aziendali utili a personalità “politico- imprenditoriali” differenti o, addirittura, opposte.

Sembra che possa riscuotere la fiducia di tutti : dal mondo imprenditoriale a quello bancario, dal Vaticano ai partiti moderati, con idee e programmi che non sono noti , ma che , a priori, sembrano convincere tutti.

Sembra quasi che sia sufficiente un insediamento dall’alto, un po’ come è avvenuto per Monti e il suo governo.

Invece le cose non stanno in questo modo.

Occorre riaffermare un concetto basilare della democrazia che nell’orgia delle critiche ai partiti ed alla politica sembra scomparso: l’elettore, o meglio il popolo, deve scegliere chi governa, in base ad un programma presentato e ad un confronto tra diverse proposte di programmi e di leadership.

La legittimazione di chi governa deriva unicamente dall’elezione e dal consenso popolare.

Nei primi anni ’90 la “democrazia dei partiti” finì non solo e non tanto per le inchieste giudiziarie, ma perché aveva esaurito il suo compito.

Quello che è avvenuto dopo è stato un mediocre compromesso tra il vecchio parlamentarismo e forme , peraltro incomplete, di democrazia diretta.

Si sarebbe dovuto avere più coraggio e cambiare la Costituzione chiudendo con un parlamentarismo logoro e lontano dagli elettori e realizzando una riforma del modello politico che riconsegnasse al popolo la scelta politica più alta.

Lo intravidero due personalità che compresero la necessità del cambiamento: Craxi e Cossiga. Ma vennero travolte o emarginate.

Oggi, la crisi avanza ancora e si ritorna a discutere della legge elettorale e di pallide riforme “istituzionali” perche non si ha il coraggio di affrontare quelle costituzionali.

Intorno alla questione della nuova legge elettorale si gioca ancora all’equivoco.

Non è possibile alcun compromesso tra l’idea che l’elettore sceglie chi governa e quella che vede l’elettore dare un mandato ai partiti che, poi, scelgono chi governerà.

Speriamo anche che la debolezza delle forze politiche non conduca ad un compromesso che lasci la “golden share” ai vecchi mediatori, teorici e praticanti di alleanze variabili in tutti i livelli istituzionali.

Si può recuperare credibilità e forza solo passando per la via maestra dell’affidamento della scelta al cittadino, per un confronto aperto tra programmi diversi, per la riconferma della democrazia come partecipazione e decisione.

Ma questo è un sistema politico presidenziale.
16/02/2012 [stampa]
Che significa il no alle olimpiadi ?
Non sono i pur pregevoli argomenti che sciorina il sole 24 Ore del 15 febbraio ad accompagnare il rammarico che si prova per la decisione del governo di rinunciare a presentare la candidatura di Roma per le olimpiadi del 2020.

“ I Giochi 2020 a Roma - scrive il quotidiano di Confindustria – avrebbero portato ad una crescita del Pil pari a 17,7 miliardi, nel periodo 2012-2025 (+1’4% a livello nazionale) con la creazione di circa 170 mila posti di lavoro nell’arco del decennio a cavallo della manifestazione”.

Sono cifre importanti, ma non è questo il punto.

La decisione mostra un atteggiamento non di rigore, ma di preoccupazione e di rinuncia che non fa bene, in questo momento. all’Italia. Veniamo da eventi, questi realmente accaduti, che hanno mostrato l’immagine di un Paese in difficoltà: l’alluvione a Genova sottovalutata, la scomparsa dello Stato e non solo della Protezione civile nell’emergenza neve, le rivolte dei “forconi”, i fiacchi scioperi corporativi.

L’economia dell’Italia è in recessione e non sono certo la crescita dell’imposizione fiscale o le liberalizzazioni all’acqua di rose che aiuteranno il Paese ad uscirne.

La stessa lotta all’evasione fiscale che , giustamente, va alla ricerca degli scontrini, si cala in una situazione che vede le “grandi firme” dell’imprenditoria produttiva e bancaria utilizzare , a suo tempo, il condono fiscale o andare a giudizio per evasione delle tasse.

Mancano provvedimenti che da un lato convertano la spesa pubblica meno produttiva in investimenti o che selezionino quanto lo stato concede per lo sviluppo imprenditoriale valutandolo, invece, in termini di crescita, di competitività e di progresso tecnologico.

Insomma il Paese entra in una recessione che non è solo economica e alla riduzione di consumi, alla preoccupazione della gente, alle difficoltà delle amministrazioni non fa riscontro un senso etico che sostenga l’interesse generale e la fiducia nel futuro.

Più d’un membro del governo ha mostrato di aver privilegiato gli interessi propri o della famiglia nell’espletamento della sua attività pubblica o privata che fosse.

E le “paternali” che vengono rivolte ai giovani producono irritazione , non sollecitazioni comportamentali o capacità di sfidare e scommettere sul futuro.

Forse la scelta di scommettere sulle Olimpiadi avrebbe mostrato un Paese vivo e non triste, che accetta le sfide, che è in grado di scegliere, che ha certezze nei propri comportamenti e che, soprattutto intende mostrare rutto ciò anche all’Europa e al Mondo.

Il governo non può essere solo una grande Ragioneria dello Stato che mette i conti a posto, ma che spegne la creatività e la voglia di crescere.

La politica deve ritornare a parlare un linguaggio sincero , ma ideale e di speranza agli italiani.

Guardiamo avanti e cerchiamo di scorgere i segni di un ritorno dell’Italia al suo “primato civile” che ci ha consentito nel passato, tante volte, di venir fuori dai giorni bui.
08/02/2012 [stampa]
Una nuova legge elettorale non basta - all’italia serve una vera riforma presidenziale.
Mentre nasce l’iniziativa del PDL di aprire un confronto sulla legge elettorale, permane la sensazione che anche questo tentativo sia destinato a risolversi in un nulla di fatto o quasi.

La verità è che il malessere italiano ha origine in una condizione generale del Paese per la quale la difficoltà di rappresentanza ( crisi della credibilità dei partiti ) è il risultato della incapacità di approvare quei cambiamenti che sono sempre stati rinviati.

Nei primi anni ’50 se ne accorse già De Gasperi il quale, pur in presenza di una vasta affermazione il 28 aprile del ’48, tentò una riforma elettorale con premio di maggioranza per poter attuare il programma di governo. Il mancato raggiungimento, per la feroce opposizione della sinistra, del 50,1 per cento dei suffragi, ne impedì l’approvazione.

Se ne accorsero anche i leader del centro sinistra quanto quella spinta riformatrice andò a scontrarsi con le diverse strategie che minarono il percorso e le illusioni della formula politica nata dall’ accordo tra DC e PSI. Ed in quegli anni si iniziò a parlare di una riforma della Costituzione.

Anche Bettino Craxi, di fronte all’impotenza politica del pentapartito, pensò che si dovesse attuare una “grande riforma”, cioè una modifica della Costituzione che rendesse governabile l’Italia di fronte alle sfide che si andavano aprendo nell’ imminenza dello scongelamento dei blocchi internazionali. Non se ne fece nulla.

E dopo il 1989, puntuale- tangentopoli ne fu solo la causa occasionale - giunse la crisi della cosiddetta prima repubblica, cioè la repubblica dei partiti che aveva sorretto il modello politico parlamentare.

Invece di prendere atto che era finito un modello politico costituzionale si pensò di aggirare il problema attuando una riforma elettorale con un percorso allucinante e cioè prima con l’arrendevolezza di Forlani di fronte ai referendum sulla legge elettorale – proposti da esponenti del suo stesso partito - e, poi, con l’approvazione di un sistema elettorale basato prevalentemente su collegi che non si fondavano sul rapporto tra elettori e candidati , ma sulle decisioni dei vertici dei partiti che sceglievano i candidati sulla base del livello di certezza dei collegi stessi.

Con i primi anni ’90 e la discesa in campo di Berlusconi, sempre con modifiche della legge elettorale ( introduzione del nome del candidato premier – proporzionale con premio di maggioranza - ) si pensò di rendere più diretta la scelta di chi doveva governare , il bipolarismo , assicurando anche più stabilità alla coalizione vincente.

Il centro destra fece anche qualcosa di più.

Nel novembre del 2005 approvò, a maggioranza semplice, una ampia modifica della Costituzione che comprendeva l’abolizione del bicameralismo perfetto con l’introduzione del Senato federale, la riduzione del numero dei parlamentari , lo snellimento dell’iter legislativo senza doppia lettura, la devoluzione a livello regionale di alcune competenze esclusive (federalismo), il rafforzamento del ruolo dell’Esecutivo sia attraverso l'indicazione diretta del Primo ministro da parte del corpo elettorale, sia attraverso il ruolo di questi all'interno del Consiglio dei Ministri, sia all'interno del procedimento legislativo, lo sviluppo dei principi di leale collaborazione e di sussidiarietà nei rapporti tra i diversi livelli di governo, la modifica della composizione della Corte costituzionale.

Queste modifiche costituzionali sottoposte a referendum confermativo, però, vennero respinte dal corpo elettorale , soprattutto per l’opposizione del centro sinistra e per lo scarso impegno dei partiti di centro.

Oggi la crisi istituzionale è giunta ad un livello ancora più avanzato: il Parlamento è stato posto nella condizione di subire un governo tecnico scelto dal Presidente della Repubblica, il contesto internazionale - sia per l’enorme ruolo assunto dal potere finanziario, sia per la necessità di dover decidere con immediatezza e determinazione - richiede un governo efficiente, senza i condizionamenti che purtroppo caratterizzano l’attuale modello parlamentare.

Alla crisi dei partiti e più indirettamente del Parlamento ha risposto la surroga presidenziale ponendo il Capo dello Stato al centro del sistema istituzionale , determinando di fatto una surrettizia modifica della Costituzione in senso presidenziale.

Questa situazione non è accettabile in quanto non si possono creare ruoli istituzionali fuori della Costituzione.

E’ singolare, ma significativo che questa sospensione della democrazia e questa modifica di fatto della Costituzione non siano rilevate da chi ha sempre contrastato la legittimità dei governi di centro destra scelti dagli elettori.

E’ davvero strumentale e irresponsabile che proprio coloro che più esaltano il ruolo e le iniziative politiche del Capo dello Stato, siano tra i più ostili ad una riforma costituzionale che prenda atto di questa nuova realtà.

Il Partito Democratico è contrario a qualsiasi vero cambiamento della Costituzione perché in questo partito hanno trovato posto le due anime dell’intreccio politico della Costituente del 1948: sinistra dossettiana e comunista. I ritocchi proposti escludono la necessità di cambiare il modello politico.

Il Terzo Polo e l’UDC in particolare ritengono che la soluzione della crisi passi per accordi di grandi coalizioni o con maggioranze variabili. E’ la riproposizione del vecchio gioco del parlamentarismo.

La proposta del PDL di un giro di walzer di consultazione su una nuova legge elettorale, che potrebbe produrre solo un compromesso al ribasso, costituisce l’ulteriore rinvio di quella grande riforma di cui si è discusso e qualche volta deciso , ma che non è mai stata definitivamente approvata.

Occorre, invece , affrontare la vera questione e cioè la modifica della Costituzione in senso presidenziale.

La più grave crisi economica e politica dell’Italia deve essere affrontata e curata soltanto con la più grande riforma.

O la politica , i partiti ed in particolare il centrodestra hanno il coraggio di proporre questo nuovo orizzonte politico , oppure sarà tutto travolto dalla crisi.
26/01/2012 [stampa]
Liberalizzazioni e lavoro libero.
L’intelligente Sergio Romano sul Corriere della Sera del 25 gennaio invoca, in nome della “legalita’ ”, un intervento fermo dell’esecutivo nei riguardi delle manifestazioni che stanno crescendo in tutta Italia da parte di diverse categorie, mentre denuncia “il silenzio dei partiti e dei sindacati”.

Innanzitutto c’è da sottolineare che appare assai riduttivo, a fronte delle manifestazioni di protesta di intere categorie, richiamarsi unicamente alla “legalità”,ed e’ interessante che una delle penne più prestigiose dell’editore dei pamphlets più critici sulla “casta” dei politici, ricerchi oggi un ruolo forte delle forze politiche, in grado di gestire una protesta che rischia di assumere contenuti pesanti per il Paese.

Emerge la realtà , troppo spesso minimizzata, di come la politica sia necessaria ed un governo tecnico non possa risolvere tutti i complessi problemi della rappresentanza .

Si sta rivelando per quella che è, l’illusione, per usare il vetusto linguaggio marxiano, che il capitale che si fa stato possa risolvere i problemi della politica.

La sovrastimata valutazione sulla “svolta” del governo Monti, alla prova dei fatti, appare insufficiente ad affrontare – e siamo solo agli inizi – la questione sociale che andrà ad aggravarsi per tutto il 2012.

La reazione di settori sociali, categorie, micro imprese, professioni; il disagio crescente delle famiglie; i problemi della disoccupazione e tutto ciò che si va sviluppando nel Paese, rappresentano questioni di carattere sociale che, certo, possono assumere toni eversivi non condivisibili, ma la cui risposta deve essere innanzitutto dettata dalla politica.

Forse la ventata antipolitica che ha attraversato l’Italia negli ultimi venti anni e che ha gettato via il bambino ma non l’acqua sporca, lascia ora un panorama vuoto del ruolo della politica e dei partiti, senza la dovuta attenzione alla tenuta delle democrazia e alla salvaguardia dei canali di consenso che possono essere corretti e modificati, ma non aboliti.

La Francia della crisi dei partiti e dell’assemblearismo negli anni ’60 seppe sostituire alle logori istituzioni della terza repubblica quelle nuove e più adeguate della quarta, ma non lasciò spazio al “vuoto della politica”, come , invece, sta accadendo in Italia, dove non si ha il coraggio di affrontare il tema vero e centrale e cioè quello delle riforme costituzionali.

Ancora oggi si usa un linguaggio soft e distorcente quando si invocano riforme istituzionali, perché la parola “Costituzione” è un tabù impronunciabile e ricorda il patto PCI-DC sul quale ha girato tutta la politica italiana .

Le cosiddette liberalizzazioni non sono solo la necessità di regolamentare settori affinchè possano migliorare le loro attività e i servizi ai cittadini , ma è presente un tentativo di comprimere il ruolo sociale e l’autogoverno delle categorie del lavoro libero.

In alcuni ambiti si tende a favorire il passaggio da una figura di lavoratore libero a quella di dipendente di impresa con una sorta di “proletarizzazione” del lavoro, per usare sempre una terminologia marxista, mentre salvaguardare i settori del lavoro libero costituisce un punto qualificante del pensiero cattolico e della sua dottrina sociale che afferma “il lavoro nelle piccole e medie imprese, il lavoro artigianale e il lavoro indipendente possono costituire un occasione per rendere più umano il vissuto lavorativo”.

Il problema di taluni settori dell’artigianato e del piccolo commercio non può riguardare solamente l’aspetto dell’evasione fiscale, certamente da perseguire. Infatti, senza una fase di più morbida fiscalità o di istituzioni e burocrazie più disponibili, è difficile che possano avviarsi o sopravvivere realtà produttive di tipo famigliare o di microimprese che non solo aiutano l’inserimento di giovani o di immigrati nel mondo del lavoro, ma svolgono spesso un ruolo di formazione , ma anche di ammortizzatore sociale rispetto alla particolare conformazione di un Paese diffuso in piccole realtà comunitarie, di comuni e borghi ai quali assicurare una sopravvivenza ed una autosuffcienza economica.

All’Italia non sono adatte le ricette del capitalismo anglosassone, finanziario e accentratore, ma si richiede una economia sociale di mercato attenta alle realtà lavorative viste non nell’ottica della grande impresa e del grande capitale.

Appare assai penosa ed anche rischiosa la campagna di criminalizzazione di intere categorie, per le quali, come per tutti i settori, debbono essere prodotti i necessari controlli, mentre, in verità si assiste , ed è assai preoccupante , ad una generalizzazione con bel altre finalità.

La controprova di questa azione si ha nella constatazione che le liberalizzazioni non sembrano ancora intaccare gli enclave delle realtà produttive e categoriali più forti ed è significativo un solo esempio : l’intoccabilità degli ordini dei giornalisti.
12/01/2012 [stampa]
Il fallimento dell’Europa economica.
Pochi italiani, anche tra gli stessi risparmiatori che acquistano titoli quotati in Borsa, conoscono che a Piazza Affari le Banche italiane sono proprietarie solo del 29 per cento del capitale di Borsa Italiana , il resto appartiene alla City di Londra, cioè al London Stock Exchange.

Quello che è interessante raccontare è di come si svolse la vicenda che si concluse nel lontano, ma non troppo, giugno del 2007, governo Prodi, Ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa.

Lo troviamo sul Sole 24 Ore del 23 giugno di quell’anno a firma di Orazio Carabini.

“Si erano mossi gli italiani – scrive il giornale – con il ministro dell’economia Tommaso Padoa Schioppa, i francesi e i tedeschi. L’obbiettivo era di creare un’unica società mercato dell’area euro, mettendo insieme Deutsche Borse, Euronext e Borsa italiana … un auspicio che non si è trasformato in realtà”. “ Anzi - continua l’articolo – le società mercato sono andate ciascuna per conto suo. A cominciare da Euronext ( Francia, Olanda, Belgio , Portogallo )che si è alleata con gli americani del Nyse ( New York Stock Exchange ) mandando subito all’aria i piani dei volonterosi ministri europei”.

“Uno sconsolato Padoa Schioppa – sottolinea il Sole 24 Ore – aveva commentato così, nel dicembre scorso, la vicenda delle borse europee: ‘ La realtà è che siamo in un mercato unico che è restato a metà e non riesce a completare il passaggio. In questa condizioni è difficile fare una politica economica e ancor più fare una politica economica ‘di mercato unico’. .. Nell’area della moneta unica manca il soggetto che ha fatto da motore negli anni 80 e 90 , non c’è un soggetto nazionale o europeo che riesca a operare come portatore dell’interesse pubblico “.

Intervenne quindi la proposta del LSE che acquisì il pacchetto di maggioranza di Borsa Italiana.

Ricordiamo questo episodio perché dimostra come la situazione nella quale ci troviamo oggi è il risultato di una visione dell’Europa su basi economicistiche che sta fallendo nel suo stesso campo, ma che emerse , a suo tempo, in diverse altre circostanze.

Il rifiuto, ancora recentemente intervenuto, di dar vita agli Eurobond, soprattutto per opposizione della Germania, la assoluta contrarietà a riformare la Banca Centrale Europea in prestatore di ultima istanza, come lo sono tutte le altre Banche Centrali, la stessa impostazione dei trattati di Maastricht che risentiva delle diffidenze tra gli stati, sono la proiezione di una visione economica angusta e politicamente debole che, di fronte ad una crisi innestata dalla globalizzazione finanziaria e dall’esplodere della finanza derivata, è oggi incapace di compiere scelte di interesse generale per i paesi della comunità europea , lasciando l’euro e i debiti sovrani alla feroce azione speculativa.

Poiché questa situazione potrebbe comportare, anche se in maniera diversa, danni a tutti gli stati europei, alla fine dovrebbe essere approntata qualche azione di contenimento, ma stirare questa condizione oltre un certo limite produrrà effetti negativi e pesanti condizionamenti dai quali sarà difficile uscirne .

Questa è la verità del fallimento di una Europa economica che è nata e cresciuta nel vuoto dell’Europa politica.
22/12/2011 [stampa]
Il Presidente Napolitano afferma solennemente che “la democrazia non è sospesa”.
Mentre quasi tutti i quotidiani del 21 dicembre “sparano” questa dichiarazione in prima pagina , l’autorevole professor Francesco d’Agostino nell’articolo di fondo dell’Avvenire pur rilevando che “l’espressione ‘democrazia sospesa’ non sembra corretta”, riferisce l’opinione di chi “sottolinea un dato di fatto indiscutibile: nessuno dei membri dell’attuale governo risulta mai essere stato eletto, nessuno tra essi è stato mai impegnato in una battaglia elettorale, nessuno ha presentato al popolo sovrano, prima di diventare membro del governo , un suo programma politico, né lo ha discusso con l’elettorato”.

Questa anomalia non dovrebbe essere valutata e sanata per il solo profilo dei “formalismi costituzionali” ( il rispetto delle procedure costituzionali ), come li definisce D’Agostino, o dal fatto che questo governo, sempre secondo l’Avvenire, dovrebbe garantire la “salvezza” del Paese, difendendo il “bene comune “ degli italiani , insomma quello di essere un “governo per il popolo”.

Per la verità non si può governare per il popolo, senza il popolo.

C’è anche chi è arrivato a teorizzare come il governo Monti costituisca un modello di governo del Presidente che, pur permanendo il sistema parlamentare, non debba più consentire ai partiti di deciderne la composizione ( Eugenio Scalfari ).

Il Parlamento, rischierebbe in tal modo di rassegnarsi a prendere atto solo delle scelte del Presidente della Repubblica. Si cambierebbe la Costituzione, come ha scritto Galli della Loggia, “attraverso vie surrettiziamente interpretative e forzando a piacere il testo della medesima”.

Ma , in questi giorni, si va aprendo un’altra questione: governare per il popolo dovrebbe anche significare far crescere il senso dell’unità nazionale.

Siamo convinti che le divisioni, un tempo ideologiche, che hanno spaccato il Paese, siano riapparse, negli ultimi anni, in forme diverse, ma forse ancor più perniciose.

L’avversario politico è considerato un nemico; al confronto anche aspro del tempo del dopoguerra, si è sostituito il livore giacobino e giustizialista, l’opposizione al centrodestra è stata equiparata alla lotta antifascista ( il vice direttore di Repubblica ci ha scritto un libro ).

L’Unità nazionale viene proposta, anche autorevolmente, come un’”idea forza” , cioè un mito, invece di assumere il carattere di un processo unitario che sappia interpretare tutta la nostra storia, tutte le nostre tradizioni, per l’affermazione di un comune sentire, di una pacificazione che cancelli una volta per tutte la lunga linea rossa dell’odio, che, come un fiume carsico, riappare nei momenti e nei luoghi più diversi, come ad esempio nelle sgradevoli contestazioni verso Berlusconi nel giorno delle sue dimissioni.

Questa esigenza di unità, ma non intesa come un mito, dovrebbe, invece, poter affermare un modello diverso del sistema statuale che, mentre rafforzi i più elevati aspetti costituzionali unitari, rispetti e favorisca le identità, i mondi vitali dei territori, il pluralismo sociale, imprenditoriale e culturale di un regionalismo ricco di storia.

Un “governo per il popolo” deve porsi la questione di una “unità” non mitizzata, ma ricostruita nei comportamenti e , forse, con un cambiamento del sistema.

C’è, infatti, in Italia, anche una questione costituzionale.

Nel mezzo del dibattito sulla “democrazia sospesa”, il senatore Quagliariello ha rilanciato, con forza, il 20 dicembre , nella trasmissione televisiva Matrix, l’idea di una grande mobilitazione per una riforma costituzionale in senso presidenzialista.

L’introduzione dell’elezione a suffragio universale e diretto del Presidente della Repubblica e della forma di governo semipresidenziale, proprio perché darebbe al simbolo più elevato dell’unità nazionale il sostegno del voto popolare, potrebbe anche consentire all’Italia una riforma federale che non diverrebbe lesiva della sua unitarietà.

Si contribuirebbe a contenere le spinte separatiste che rischiano di accentuarsi per la crisi economica e l’impennata del carico fiscale dovute alle recenti decisioni del governo.

Su questi temi di grande intensità e portata il Presidente della Camera Gianfranco Fini si muove in totale controtendenza, spiegando, in una intervista a Repubblica, del 21 dicembre, come oggi non sia più necessaria ”una competizione in cui si sceglie il premier, la coalizione, i partiti”.

Abbandonato definitivamente il presidenzialismo, per Fini, il futuro politico dell’Italia si dovrebbe muovere “mettendo insieme persone di buona volontà su una base programmatica”.

E’ la logica del Terzo polo che pensa ad un sistema proporzionale, cioè a governi che si formino dopo il voto, in sede parlamentare e su presunte affinità programmatiche.

Invece, a fronte delle vicende che hanno portato alla nascita del governo Monti , al di là dei suoi contenuti di politica economica e fiscale pesantemente recessivi, si afferma una questione di carattere costituzionale che pone al centro il ruolo della sovranità popolare.

A tale questione si può rispondere o con un forte contenuto democratico e innovatore, come propone il PDL o, con argomenti opportunistici come dimostrano le proposte di Gianfranco Fini, il quale non solo ha rinnegato il passato, ma anche le sue stesse idee più recenti.
13/12/2011 [stampa]
Finis europae.
Il Direttore del Tempo Mario Sechi scomoda il termine “Tramonto dell’Occidente”, reso famoso dallo scrittore conservatore Oswald Spengler, per descrivere la “tragedia” a cui si sta assistendo per le difficoltà gravissime di carattere finanziario, ma soprattutto politico dell’Europa occidentale.

La constatazione che la sede e l’origine delle turbolenze finanziarie sfuggano completamente ai governi europei e alle fragili istituzioni finanziarie e politiche del Continente, certamente richiama livelli più profondi della crisi in atto.

D’altronde la prospettiva che scaturisce da questa debolezza dell’Europa nel sostenere un ruolo inadeguato sulla scena mondiale , mentre cresce lo sviluppo dei nuovi protagonisti, crea i presupposti dell’accelerazione di un “tramonto”, che non ha certo, preso il via solo in questi ultimi anni.

Occorre ribadire ancora una volta che la crisi europea che nasce da ragioni profonde non ha trovato una sede politica dalla quale essere riconosciuta e affrontata.

Il nucleo centrale del primo europeismo era stato un nucleo politico che aveva tentato di realizzare un contenuto sopranazionale a livello della politica estera e di difesa che, venne sconfitto dalla decisioni della Francia che respinse il trattato CED.

Il cammino successivo ha tentato di costruire una realtà politica attraverso la strada economica fino alle decisioni di Maastricht e la creazione dell’euro.

Questo tentativo non poteva riuscire e oggi la politica europea appare aggrovigliata e condizionata dalla sole logiche economiche che in quanto tali e senza una base politica difficilmente portano a decisioni condivise e sostenute da una consenso di carattere popolare, sempre necessario per dare un fondamento alle scelte dei governi.

Qualcuno ha avvertito come l’Europa si stia incartando su se stessa, per innestarsi in una spirale negativa, senza vie di uscita.

Del resto le stesse manovre finanziarie che alcuni paesi stanno tentando, in primis l’Italia, volte a creare risorse attraverso nuove imposizioni fiscali, mentre non riescono neppure a tenere il passo con la voragine dei costi del debito pubblico, tendono a creare ulteriori effetti recessivi, con un rallentamento ulteriore dello sviluppo economico e produttivo.

Il passaggio deciso a Bruxelles su una politica fiscale comune e di controlli sui bilanci da un lato dimostra ancora una volta la rinuncia a percorrere la strada politica, mentre tutto ciò provoca ulteriori lacerazioni come dimostra la decisione della GB che non accetta di sottostare a ricette economiche e fiscali che non siano decise autonomamente.

Certo l’Inghilterra è stata sempre una nazione marittima, mentre i paesi europei mantengono un carattere continentale, ma la recente separazione mostra appunto un sintomo ulteriore di disfacimento di una costruzione europea sempre più fragile.

Si può cominciare a dubitare che questa Europa possa imporre ricette e politiche fiscali e finanziarie : è l’impotenza dell’economicismo. Invece di ricette fiscali che provocheranno ulteriori spinte recessive non si affronta come si dovrebbe la questione fondamentale e cioè che una moneta senza Stato - l’euro – lasciata alla mercé dei mercati che oggi sono enormemente influenzati e controllati dalla speculazione finanziaria, richiederebbe un immediato e forte recupero di autorità politica che poco possiedono Parigi e Berlino, ancor meno Roma e per nulla Bruxelles e Francoforte.

Il basso profilo tecnocratico delle istituzioni comunitarie, l’incalzare in Italia della aggressione mediatica verso la politica peraltro non sorretta da istituzioni adeguate, lo scadere verso un nazionalismo miope ed egoista di Francia e Germania, mostrano oggi i loro effetti devastanti.

Senza il supporto di una politica autorevole, appare assai problematico pensare alla stessa possibilità di una ripresa. Mancano totalmente i presupposti.

La causa più immediata della crisi è dovuta agli effetti che l’Europa sta pagando per l’impronta verso la finanziarizzazione dell’economia mondiale che è partita dalle scelte di Greenspan nel periodo della Presidenza Clinton ( vedi Limes n. 6 dicembre 2011). Vennero allora prese delle decisioni che allargarono le possibilità operative dei fondi a rischio e della diffusione dei derivati.

Eppure Clinton venne presentato come l’alfiere del progresso occidentale, come il Presidente destinato a creare un Occidente più giusto e pacifico, dalla sinistra mondiale, compresa quella italiana.

L’Europa si è dimostrata inadeguata a capire e ad intervenire rispetto a questa svolta della politica economica mondiale e quando i nodi sono venuti al pettine alla fine del 2007, ancora sono mancate risposte che consentissero di contenere gli effetti che si sarebbero prodotti successivamente.

Ancora oggi tra la City di Londra e il resto dell’Europa non c’è una minimo possibilità di accordo nemmeno per istituire la Tobin Tax che, peraltro, al punto in cui è arrivata la crisi non avrebbe effetti importanti per il contenimento delle transazioni speculative.

Stiamo assistendo alla fine dell’Europa ?
28/11/2011 [stampa]
La tecnocrazia, gli intellettuali, i partiti e una democrazia senza popolo.
Mentre si va sempre più affievolendo la tesi di comodo diffusa all’inizio da qualche esponente della destra , ma soprattutto del centro e della sinistra che ci si trovi , con il gabinetto Monti , di fronte ad un governo pienamente politico, desideriamo esprimere alcune riflessioni per un inquadramento generale della questione.

Il “carattere” dell’esecutivo Monti non deriva dal solo fatto di essere guidato da un ritenuto autorevole professore universitario.

Altrettanto prestigiosi insegnati universitari sono stati presidenti del consiglio in passato, e precisamente, per fare qualche esempio, Aldo Moro professore di diritto penale , Amintore Fanfani professore di Economia, Giovanni Leone professore di diritto e procedura penale, con , tuttavia, una significativa differenza: nessuno di essi ha ricoperto incarichi di governance o di alta consulenza in società private.

Non è, infatti, la caratura universitaria che contraddistingue il tecnocrate, ma la sua attività manageriale.

Come teorizzato dal Burnham “nelle società dei managers la politica e l’economia sono fuse l’una con l’altra in modo diretto” ( citato in C. Pellizzi: Una rivoluzione mancata , Il Mulino Bologna 2009 ) ed è evidente come la figura del tecnocrate si collochi nella governance economica.

Sono interessanti, peraltro – e le riferiamo per mera curiosità - alcune riflessioni che svolse il noto sociologo americano sul carattere dittatoriale della politica dei managers fino alla famosa considerazione circa il patto Stalin-Hitler dell’agosto 1939 ritenuto essere una intesa fra “ i rappresentanti della futura società dei managers”.

Ora, a parte la presenza di altri illustri managers bancari presenti nel governo, quello che ha caratterizzato l’attività del professore della Bocconi, come di altri, è il ruolo attivo nelle gestioni private che lo fide fare parte dell’esecutivo FIAT insieme a Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti , organismo oggetto di una fastidiosa richiesta di indagine da parte del giudice Francesco Saluzzo il 9 aprile 1997, poi, il tutto, naturalmente, senza luogo a procedere ( notizie in G. Galli. Gli Agnelli, Il tramonto di una dinastia, Mondadori Milano 1997 pag. 20 ).

Il professor Monti è stato anche vicepresidente della Comit e membro dell’advisory board della Coca-Cola Company.

Peraltro, anche l’altra caratteristica del nuovo premier posta in evidenza e cioè l’appartenenza a organismi bancari o a “clubs” èlitari internazionali quali la Commissione Trilaterale, il gruppo Bilderberg o la Goldman Sachs appare del tutto inusuale rispetto a coloro che dal dopoguerra fino ad oggi hanno assunto l’incarico di Capo dell’Esecutivo (sulle caratteristiche di questi organismi vedere quanto pubblicato da Il Foglio del 25 novembre che riporta valutazioni e giudizi della più accreditata stampa internazionale ). Tutto ciò evidenzia la caratura extrapolitica del personaggio.

Appare, poi, del tutto irrilevante quanto hanno affermato l’on. D’Alema ed altri quando annoverano tra le ragioni di un “alto impegno politico” l’essere stato commissario europeo per 10 anni, poiché è di tutta evidenza la realtà del carattere tecnocratico di tale organismo. reso ben evidente dal fatto che le designazioni avvengono prive di voto popolare.

Siamo, in Italia, di fronte ad una clamorosa novità che non presenta caratteri di eccezionalità, ma che è destinata ad incidere sul futuro del sistema politico nel suo complesso per tre ragioni: la procedure con la quale si è dato vita a questo governo e i “lavori preparatori” che si sono svolti in ambiti e riunioni sin dai mesi precedenti, il peso oggettivo delle interessi scesi direttamente in campo con l’appoggio mediatico espresso dalla stampa “imprenditoriale”, il “ritrarsi” del ruolo politico dei partiti e la loro “debolezza” anche a fronte del devastante attacco da parte dell’antipolitica.

Qui, già l’idea che una situazione di emergenza venga affidata ad una personalità espressione di ruoli tutti al di fuori della politica e dei partiti segnala una debolezza ed una decadenza significative che non possono non ingenerare una ulteriore sfiducia nelle classi politiche e negli organismi di rappresentanza elettorale. Ma è ancora più evidente come alla cultura politica ed ai suoi programmi si sostituisca la cultura aziendale: il manager privato diviene il miglior uomo di governo.

La stessa idea che al consenso si debba sostituire la razionalità economica e l’efficienza aziendale costituisce il trionfo dell’omologazione e l’annullamento delle diversità sulla quali si fondano l’offerta politica e le scelte degli elettori.

Se a questo quadro complessivo aggiungiamo la marginalizzazione del ruolo che il consenso popolare sta sempre più subendo nel sistema costituzionale italiano avvertiamo che da questa vicenda non può non aprirsi la questione della natura e della stessa sopravvivenza del sistema democratico.

Basti un solo esempio per comprendere la vera difficoltà di fronte alla quale si trova l’Italia.

Gli Stati Uniti e facciamo questo esempio perché riguarda lo stato democratico più forte di tutto l’Occidente, ricorrono ampliamente, per i membri dell’esecutivo a personalità che provengono dalle attività private. Tuttavia nel sistema istituzionale statunitense il Presidente è sempre espressione di un percorso politico. Tutti i presidenti americani sono stati governatori di stati o rappresentanti politici nel parlamento americano, eletti dal popolo. Senza contare che l’elezione popolare diretta ne esalta il carattere politico e l’autorevolezza anche di fronte agli stessi interessi lobbistici che sono particolarmente evidenti nella società americana.

E’ addirittura “mostruosa” la assenza di una analisi profonda su questi aspetti della svolta politica in atto da parte della stragrande maggioranza della stampa e degli “intellettuali” italiani.

Ottantacinque anni dopo non c’è uno scrittore che possa illustrare questa nuova Trahison des Clercs che Jules Benda descrisse nel 1927.

Non può essere casuale che oggi i grandi quotidiani, e non solo, siano di proprietà di quello stesso ambito dal quale sono scaturiti i più importanti membri del governo Monti.

Siamo a fronte di un corto circuito che può mettere a rischio la stessa democrazia secondo il modello costruito in Italia. .

Alle forze politiche che vivono con rassegnazione questa fase politica, accerchiate e assaltate dalle artigliere dell’antipolitica spetterebbe il compito di ricostruire il loro ruolo a partire dall’individuazione delle loro identità , cioè delle radici dalle quali traevano la loro legittimazione storica e sociale e, di conseguenza la loro rappresentanza ed il consenso.

Senza questa operazione di ricostruzione culturale e politica non c’è futuro per loro e, soprattutto si profila la prospettiva di aprire una lunga fase di democrazia senza popolo.
15/11/2011 [stampa]
Il professor Monti e l’apprendista stregone
Non vi è dubbio che, sostenuto dalla necessità di operare in condizioni di emergenza per la devastante azione della speculazione internazionale il Capo dello Stato è intervenuto con la nomina a senatore a vita del professor Mario Monti.

Alcuni opinionisti (su Il Riformista 9 novembre ) avevano, maliziosamente commentato che la richiesta del premier di restare in carica per la manovra finanziaria intendesse, in qualche modo, anche “stoppare” Monti.

La “sorpresa” di nominare senatore a vita il Preside della Bocconi, nel debole quadro politico, ha tracciato la via obbligata alla soluzione della crisi, già prima di aprirla e delle relative consultazioni.

Difficilmente i partiti della “prima repubblica” avrebbero consentito alla massima autorità dello Stato di agire , se pur ineccepibilmente sotto il profilo formale , con questi metodi sostanzialmente “presidenzialisti”.

E’ questo un altro aspetto di un “presidenzialismo” che ristagna in Italia per la debolezza del suo quadro istituzionale. Un “presidenzialismo” senza voto popolare prodotto dalla inadeguatezza dei partiti e che corrisponde alla crisi della politica, in quanto la soluzione del professor Monti, non è finalizzata a regolare solo una difficile congiuntura economica finanziaria, come avvenne per Ciampi, ma a riformare nel profondo il sistema Italia , il suo quadro di spesa pubblica e il sistema dei rapporti sociali.

E non sarà un passaggio transitorio, anche perché tutta la storia più recente insegna che ogni fase transitoria è destinata a durare a lungo.

Coloro che hanno lavorato per creare le condizioni per l’apertura di questa fase politica, smantellando il governo Berlusconi, si illudono se pensano, una volta passata la bufera, di tornare in pista e dettare le soluzioni con i relativi obbiettivi personali. Fanno la figura degli “apprendisti stregoni”.

Tanto per parlare esplicitamente Casini, che vede realizzarsi il risultato del suo lavoro, se pensa di mantenere il suo disegnino di fare il Presidente della Repubblica o diventare il centro di gravità del futuro politico del Paese si sbaglia di grosso.

L’operazione Monti è certamente destinata a occupare spazi politici centrali ed a cancellare le piccole ambizioni machiavelliche di pseudo politici che già sconfitti nel 1992, erano stati benevolmente salvati da Berlusconi . Il “ritorno” di Cririno Pomicino è l’emblema di tutto ciò.

La figura del professor Monti scende in campo attorniato da un alone di unanime stima, neppure incrinata dalle “irriverenti” richiami di Fabrizio Rondolino ( Il Giornale 10 novembre ) che gli ricorda i suoi ruoli di international advisor della Goldman Sachs, di presidente europeo della commissione Trilaterale e del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg, o dalla invettiva di Pasquale Laurito della Velina Rossa che dichiara all’ANSA il 10 novembre : ''Dopo una vita intera non siamo disponibili ad annientare, in un fine settimana, i nobili ideali di solidarieta'nei confronti delle classi sociali piu' deboli, solo per sposare gli interessi di pseudo-banchieri italiani sovvenzionati continuamente dallo Stato, che diventano mendicanti quando hanno bisogno e poi grandi guastatori quando i loro interessi vacillano''.

Sul piano politico l’operazione di un governo di responsabilità che veda la guida del professor Monti è destinato a incidere in modo pesante sugli schieramenti politici e all’interno degli stessi partiti.

Dalemiani e centristi chiederanno, sul terreno politico, a Monti di cambiare la legge elettorale per approvare un sistema proporzionale di tipo tedesco, raccogliendo i frutti politici occulti dell’operazioni , ma non sarà semplice, anche per la diffidenza di Veltroni ad allontanarsi dal bipolarismo.

Se Monti oltre a intervenire sulle misure per il risanamento economico dovesse cambiare la legge elettorale, andrebbe obbiettivamente oltre il suo mandato di carattere straordinario.

La legge elettorale è il tema più lontano dal campo di competenza e di un governo sostanzialmente tecnico. Esso spetta alla forze politiche; sarebbe auspicabile che almeno questo sia ben presente ai pur condizionati partiti ed al centro destra in particolare.

Oltretutto, la legge elettorale proporzionale non servirebbe, di fronte ai cambiamenti strutturali che si profilano, a fornire una base sufficiente per un ritorno alla partitocrazia. L’unica riforma in grado di rilegittimare la politica , sotto il profilo del consenso democratico, è il presidenzialismo che darebbe anche una forza maggiore alla classe politica per tutelarsi di fronte alla oligarchia finanziaria.

Berlusconi ha rapidamente compreso tutto questo. Oggi è costretto di fronte al vento della speculazione a “farsi canna”, ma la dichiarazione con la quale ha ribadito che non lascia , anzi che vuole “raddoppiare”, significa solo che intende mantenere e accentuare quel programma di riforma politica per il cambiamento dell’”architettura costituzionale” del sistema che, poi, è stata la missione incompiuta per la quale è entro in politica.

Oltretutto, opporsi all’incarico di Monti, sarebbe stato velleitario – considerando la sua attuale debolezza e la “corazzata” di interessi che è entrata in campo - ed avrebbe rischiato una notevole emorragia di parlamentari, miserevolmente preoccupati dell’assegno pensionistico, che pur non incidendo sul consenso, avrebbe presentato le caratteristiche di una disfatta. Anche i parlamentari ex AN devono fare buon viso a cattiva sorte e rilanciare i temi della riforma costituzionale , continuando a difendere il bipolarismo e la legittimazione popolare dei governi, senza però far cadere Monti.

Alla scadenza politica occorrerà, una volta per tutte, stabilire che il primo obbiettivo della legislatura dovrà essere la riforma della Costituzione, perché è sulla debolezza strutturale del sistema politico italiano che ha avuto spazio la speculazione alla quale non si è voluta opporre l’Europa per egoismo di alcuni stati e per la debolezza politica della Banca Centrale Europea.

In definitiva Berlusconi dovrebbe vigilare su due sole condizioni: quella di non cambiare in senso proporzionale la legge elettorale e quella di non far azzannare il risparmio dei ceti medi ( ICI prima casa più patrimoniale ) che, se colpiti dalle decisioni che anche Abete suggerisce , finirebbero per disimpegnarsi dal voto nelle successive elezioni. Annullando il vantaggio che deriverebbe al centro destra per il possibile indebolimento del PD di fronte alla fronda a sinistra che quantomeno sul piano sociale dovrà subire.
9/11/2011 [stampa]
Il dopo Berlusconi: o elezioni o Berlusconi ?
C’è una evidenza significativa per comprendere gli avvenimenti politici e la sorte del governo.

Dopo la lettera di Berlusconi alla Ue, peraltro accolta positivamente ed sui cui contenuti Berlusconi ha richiesto il monitoraggio del Fondo monetario, la crisi ha avuto una improvvisa accelerazione.

Come mai mentre il Governo individua le misure da prendere, la crisi monta al punto di far mancare la maggioranza? Non dovrebbe essere il contrario ? Questa contraddizione è solo apparentemente inspiegabile. Infatti si spiega benissimo con il fatto che sia le misure avvallate dall’Europa che l’accordo con il FMI, costituiscono un salvagente politico per il governo.

Gli interessi che ruotano attorno alla revisione del sistema Italia, hanno avuto la sensazione di essere tagliati fuori dall’operazione che, loro auspicano, sia portata avanti da un loro uomo di fiducia e, di conseguenza, tutto ciò, per “lorsignori”, costituisce il vero pericolo.

E allora tutto viene messo in campo ed anche Cirino Pomicino diventa un eroe della democrazia.

La tesi che le misure siano buone ma i mercati sfiduciano Berlusconi non sta in piedi, perché una alternativa politica significherebbe o il ribaltone o, come minimo l’ingresso al governo di coloro che si oppongono a misure di liberalizzazione ( PD ) e che hanno ripristinato la cinghia di trasmissione con la CGIL, cioè il contrario di ciò che occorre al Paese per superare la crisi.

La poca credibilità internazionale dell’Italia non riguarda solo Berlusconi, ma nasce dalla prospettiva di un Paese la cui alternativa al governo, significa l’ingresso di Bersani o la vittoria della sinistra. In Spagna l’alternativa a Zapatero è il Partito popolare per questo il paese iberico appare più credibile.

Certo, resta possibile l’altra alternativa quella di chiamare una “alta personalità fuori dalla politica”( Monti ) per attuare il programma che il governo ha presentato a Bruxelles, con qualche aggiunta significativa come la patrimoniale, l’ICI sulla prima casa per fare cassa da elargire alle imprese sempre in attesa di sostegni finanziari o fiscali.

Ma il premier sembra aver compreso il trappolone e cioè le conseguenze di dimissioni in bianco, senza un passaggio parlamentare che presenta i suoi rischi, ma che difficilmente comporta la sfiducia se richiesto sulle misure approvata dall’Europa.

Ora, Berlusconi che sta riprendendo il filo degli avvenimenti, ha chiesto di avere la fiducia sulla lettera, cioè sugli impegni presi con l’Europa.

Dopo questa possibile fiducia ( chi nel PDL, pur in crisi non voterebbe la fiducia su questo programma ? ) anche perchè un voto contrario getterebbe un ombra negativa su coloro che vogliono “salvare l’Italia”.

Dopo ottenuta la fiducia, il premier potrebbe presentarsi davanti al Capo dello Stato, affidandogli la disponibilità di verificare se ci siano alternative di governo.

L’alternativa Letta o Schifani non appare perseguibile perché se Casini insiste sulla partecipazione del PD riceverebbe solo un diniego in quanto difficilmente Bersani rinuncerebbe all’alleanza con IDV e Vendola per assumere una responsabilità in un governo che, a detta della sinistra, farebbe “macelleria sociale”. E lo stesso Casini non accetterebbe di aggiungersi ad un governo di centrodestra perché vuole mantenere il rapporto con la sinistra che gli ha promesso il Quirinale.

Anche un secondo giro che incaricherebbe Monti avrebbe poche possibilità di successo in quanto, anche ipotizzando la disponibilità di Bersani e Casini , con l’ aggiunta di qualche transfuga, raggiungerebbe una maggioranza troppo risicata per consentire al professor Monti di poter governare.

Certo a questo punto tutte le fanfare interne e internazionali suonerebbero per far passare questa soluzione, sarà quindi necessario per il centro destra mantenere fermo il diniego, anche se verrà accusato di operare contro l’interesse nazionale che, secondo i ”mercati” solo il governo Monti assicurerebbe.

A questo punto se non si volesse andare a elezioni, l’unica mossa sarebbe un reincarico a chi su un programma di liberalizzazioni, approvato dall’Europa ha ottenuto la fiducia del Parlamento, cioè allo stesso Berlusconi.

Di conseguenza, verificato il fallimento di tutte le manovre casiniane, anche coloro che avevano espresso riserve su Berlusconi ritornerebbero a compattarsi nella maggioranza, se non altro per evitare le elezioni.

E’ importante a questo punto che il PDL non si sgretoli in questi difficili passaggi e Bossi non senta la tentazione di isolarsi e andarsene per gettarsi sulle elezioni anticipate.
26/10/2011 [stampa]
Lo scontro di potere mette in gioco la rappresentanza popolare.
Nella complessità della situazione europea innestata dalle operazioni speculative sui titoli decennali che mettono in difficoltà i paesi a più elevato debito - ma in prospettiva coinvolgono anche gli altri stati , i cui istituti di credito sono esposti sul fronte greco e sui derivati - balza evidente come sia strumentale un confronto politico incentrato esclusivamente sulla permanenza o meno di Berlusconi alla Presidenza del consiglio.

I discorsi di larga parte delle forze politiche sui contenuti di eventuali provvedimenti urgenti sono del tutto strumentali.

Come possono alcuni parlamentari del PD chiedere di applicare le ricette della famosa lettera di Draghi all’Italia, quando questo partito, attraverso il suo segretario, ha partecipato allo sciopero della CGIL contro l’articolo otto della manovra di agosto che rappresenta un elemento necessario per aiutare l’imprenditoria a svolgere politiche di produttività e nei referendum si è schierato contro le privatizzazioni?

Se il PD ha preso queste posizioni con quale attendibilità potrebbe sostenere una politica assai più rigorosa come quella invocata dalla Ue ?

Nessuna delle voci critiche della ”grande” stampa sul governo si pone questa domanda e dichiara la oggettiva non credibilità del “fronte” rosso-dipietrista.

In quanto alla maggioranza è evidente come ci si trovi, in queste ore, di fronte ad uno scontro tra una linea disponibile a sacrificare alcuni privilegi pensionistici del paese ed un’altra – quella della Lega, preoccupata del fatto che ritiene assai probabili le elezioni nel prossimo anno e, di conseguenza, non intende prendere provvedimenti impopolari.

Ora di fronte a questo scenario colpisce il fatto che la stragrande maggioranza dell’informazione scritta , di proprietà delle grandi imprese private interessate ai provvedimenti del governo, invece di indicare la strada ed i contenuti dei provvedimenti da adottare e sostenere le posizioni aperte alla necessità di interventi tempestivi – Berlusconi ha preso posizione in favore di modifiche al sistema pensionistico – continui a ripetere la litania della “discontinuità”.

Il governo tra non poche difficoltà operative ha già approvato provvedimenti che tengono sotto controllo l’indebitamento, fino ad azzerare il deficit entro il 2013, ha adottato sul piano sociale, cospicui e costosi interventi di cassa integrazione in deroga che aiutano lavoratori e imprese ed ora pensa a provvedimenti per la ripresa, pensando di procurarsi risorse al di fuori delle poste di bilancio , forse attraverso concordati fiscali e senza inasprimenti fiscali. Ciononostante l’opposizione delle forze politiche e della grande stampa non attenua le critiche e invita il premier a lasciare.

Anzi gli attacchi contro il governo si accentuano utilizzando tutto ciò che l’arsenale delle intercettazioni illegali immette nel “mercato” dell’informazione ed oltre il governo gli attacchi si estendono alla politica in quanto tale, puntando ad un giudizio negativo ed aprioristico da inoculare all’opinione pubblica.

Anche gli eventi internazionali sono letti e commentati in una chiave di un preconcetto antigovernativo.

L’atteggiamento irridente di Sarkozy e della Merkel invece di provocare una reazione che tuteli l’interesse nazionale, viene anch’esso utilizzato in questa sperimentata linea antigovernativa che finisce per indebolirlo ulteriormente.

Anche quella parte dell’opposizione (UDC) che si dichiara disponibile ad approvare provvedimenti incentrati sul rigore, pone come condizione le dimissioni del premier, senza considerare che si aprirebbe una crisi al buio, difficilmente risolvibile nel quadro politico attuale. Il governo , nel tempo che ci separerebbe dalle elezioni a primavera, verrebbe assunto da personalità esterne alla politica.

E’ evidente che in queste condizioni e con queste parole d’ordine l’obbiettivo è quello di commissariare le istituzioni attraverso un governo di “salute pubblica”, guidato da personalità fuori della politica, cioè non sottoposte al giudizio degli elettori, che dovrebbero attuare interventi che rastrellino risorse dal risparmio delle famiglie (reintroduzione ICI sulla prima casa – patrimoniale ) per continuare la politica degli incentivi a pioggia a beneficio di quei settori produttivi che sono in grado solo con questi sistemi di mantenere la sfida con i mercati veri , non quelli della speculazione finanziaria, ma quelli della concorrenza produttiva europea e internazionale.

In una situazione così difficile per cause evidenti ed oggettive che richiederebbero coesione nazionale e tutela degli interessi generali abbiamo uno scontro di potere tra un governo che resiste, anche perché dotato ancora di una maggioranza, se pur con alcune divisioni importanti , una opposizione che ha come obbiettivo solo la caduta dell’attuale governo ed un potere “terzo”, quello di una parte rilevante del mondo economico, che vorrebbe emarginare le parti politiche per assumere direttamente una guida dell’esecutivo che ne tuteli gli interessi.

Sfugge ai protagonisti di queste vicende che non è in gioco solo la sopravvivenza di Berlusconi, ma il ruolo della politica e questo conflitto di poteri cancella l’ interesse nazionale.

Soprattutto colpisce la miopia di quelle forze politiche che antepongono un loro apparente e momentaneo interesse per un capovolgimento della situazione, alla dignitosa tutela della rappresentanza popolare e della stessa democrazia.
21/10/2011 [stampa]
Todi: non nasce un nuovo partito, ma puo’ nascere una nuova politica.
Dopo aver inutilmente sponsorizzato Andrea Riccardi come possibile leader del “nuovo partito dei cattolici”, il Corriere della Sera, il 17 ottobre, accoglieva le associazioni presenti a Todi con un articolo di fondo del suo direttore che invitava a “riscoprire un tratto più marcatamente conciliare”, e con un lieve rimprovero per aver “insistito tanto sulla difesa dei valori cosiddetti non negoziabili”.

Che al giornale di Bazoli, Montezemolo, Della Valle, Perricone, Pesenti e Tronchetti Provera sia più confacente un cattolicesimo attento al sociale, ma meno impegnato sui valori non negoziabili è sin troppo scontato.

Alla ricca e laicista borghesia italiana dà fastidio l’idea che l’uomo si un soggetto spirituale e che ciò fondi il principio che la libertà è più importante della giustizia perché ne è la condizione.

Ancorare la “caritas” alla “veritas”, secondo l’insegnamento di Benendetto XVI crea il fondamento per la libertà e l’autonomia dell’uomo anche nelle scelte politiche , fuori dai determinismi sociali e ideologici.

“Qualora si sbiadisse questo primato (della vita spirituale) i cristiani sarebbero omologati alla cultura dominante e a interessi particolari”, ha detto il Cardinale che non si è fatto “catturare dalle forze del mondo”.

Questo rinnovato impegno politico dei cattolici non nasce quindi su quel compromesso che aveva agito nell’esperienza democristiana e che aveva fatto dire a don Gianni Baget : “l’unità dei cattolici in politica non ha prodotto cultura” (Cattolici e democristiani , Milano 1994 pag.7 ).

Invece questo rinnovato impegno deve produrre cultura e classe dirigente, senza perdersi in una inutile nostalgia di esperienze consunte e irripetibili.

Penoso anche il tentativo di interpretare le parole del Presidente della Cei come un “benservito” al governo come ha fatto l’altro quotidiano della grande borghesia, di proprietà di Carlo De Benedetti.

Anche questo commento sbagliato e tendenzioso fa parte del tentativo di ricondurre l’azione ecclesiale e dei cattolici in politica nell’orizzonte di ben individuati interessi non solo politici.

Errata anche l’ipotesi fatta balenare che questa iniziativa fosse destinata a sostenere l’azione del Terzo Polo, per due semplici ragioni immediate e per un’altra più di sostanza. Le prime riguardano l’evidente equivoca posizione di Casini che si è accollato il “laicismo di destra” di Gianfranco Fini assolutamente incompatibile con le posizioni cattoliche, poi, è evidente che una nuova classe dirigente non può essere rappresentata dall’ormai logoro establishment centrista.

Più sostanzialmente c’è da dire che il Forum tenta il recupero non di partiti ma di una politica che orienti, nelle diverse esperienze, i cattolici, senza necessariamente, anzi, riteniamo, escludendone, l’unità partitica.
17/10/2011 [stampa]
Bankitalia: reintrodurre l’ici sulla prima casa.
E’ veramente incredibile come quelle stesse istituzioni che criticano la crescita della pressione fiscale ritenendola uno degli elementi che impedisce lo sviluppo , a loro volta, ripropongano, con gran disinvoltura, tasse già cancellate .

Innanzitutto c’è da dire che la crescita di questo indice non è tanto dovuta a provvedimenti che abbiano introdotto nuove o più pesanti tassazioni, ma essa si è per la gran parte determinata per la stagnazione economica.

Una semplice considerazione di carattere matematico lo dimostra.

In Italia, per esempio, nel 2009 il Pil nominale si è ridotto rispetto al 2008 di circa il 3%, mentre imposte e contributi sono complessivamente diminuiti solo del 2,4%.

In altri termini, per ogni punto percentuale in meno di Pil, il gettito si è ridotto di circa 0,81 punti percentuali, e quindi l’elasticità del gettito al Pil è stata pari a 0,81, un valore inferiore all’unità.

E’ questa la ragione sostanziale per cui la pressione fiscale è aumentata: il gettito si è ridotto proporzionalmente meno di quanto si è ridotto il Pil.

Eppure questa semplice valutazione non impedisce che il governo venga accusato di “avere aumentato le tasse”.

Ora però la Banca d’Italia, considerato un nume tutelare da parte delle opposizioni di sinistra, propone di reintrodurre l’ICI sull’abitazione principale, cancellata dall’”esoso” governo Berlusconi.

Questa “raccomandazione” del capo della ricerca economica di Bankitalia è accompagnata da considerazioni solo apparentemente contraddittorie.

Infatti nel corso dell’audizione al senato del 13 ottobre il dirigente di via Nazionale ha affermato che “ la pressione fiscale in Italia è elevata sia nel confronto storico, sia in quello internazionale”.

E se è elevato perché introdurre una nuova tassa ?

La risposta è semplice e la dà lo stesso dirigente: “il peso della tassazione è elevato soprattutto sul lavoro”.

In altre parole la introduzione di una tassa sul risparmio primario immobiliare degli italiani , cioè sulla prima casa, dovrebbe servire direttamente o indirettamente a finanziare la riduzione del gettito fiscale delle imprese.

Il libro recentemente uscito di Marco Cobianchi “Mani bucate” , dimostra che ogni anno lo Stato versa, in forme diretto indirette, alle aziende, 40 miliardi.

Come analizza anche Antonio Polito sul Corsera del 12 ottobre, pur togliendo “ da questa cifra 15 miliardi che vanno a Ferrovie dello Stato, Anas e trasporto locale … restano pur sempre 25 miliardi”.

E tutto questo fiume di soldi finisce soprattutto alla grande impresa perché è assai difficile che, per le difficoltà di “scrivere il progetto giusto”, “ una piccola impresa possa riuscirci da sola” e giungere al finanziamento.

In fondo, rileviamo noi, , il punto centrale del confronto politico e dell’aspro dibattito sulla “ripresa” che vede Confindustria aggredire ogni giorno il governo è tutto qui: si vuole una politica che ridistribuisca le risorse del Paese. In sintesi: levare i soldi ai risparmiatori ed alle famiglie per darli agli imprenditori.

E poiché non ci si fida che questo prelievo lo possano decidere le forze politiche che, poi, dovrebbero rendere conto agli elettori, è bene che venga un “governo tecnico”.
11/10/2011 [stampa]
Tramonta prima di nascere il nuovo partito dei cattolici?
Un po’ ingenua e un po’ tendenziosa l’idea accreditata anche dai giornali della Confindustria ( Tornielli su La Stampa ) o dal pallido “Riformista” che la CEI intendesse ispirare un nuovo partito dei cattolici.

Ci hanno creduto anche i “movimenti” e la CISL di Bonanni che peraltro , sulla politica industriale è riuscita a far emergere alcune forti novità.

Ma l’idea di un partiti unico dei cattolici non è una novità perché questa esperienza non può non tener conto della storia della Dc .

E la storia degli ultimi decenni insegna che mentre il PSI fu ucciso da tangentopoli, il “partito cristiano” concluse la sua esperienza per consunzione, ed è assai difficile che si possa tornare indietro rispetto a quella “fase storica giunta all’esaurimento” di cui parlò, a suo tempo il Cardinal Ruini.

E’ soprattutto difficile per l’impronta che Benedetto XVI sta dando al suo pontificato che ha reintrodotto il linguaggio della verità.

Questa linea, fino a quando il Papa riuscirà ad esprimerla, toglie il terreno sotto i piedi al modernismo cattolico perché svela la corrosione relativista che aveva invaso quella teologia che aveva ispirato la politica del progressismo cattolico.

Nella fase post conciliare, fino al grande “riparo” voluto da Paolo VI, queste posizioni erano riuscite ad avere piena legittimazione culturale e, quindi, politica. Nella DC, di conseguenza , erano riusciti a convivere sotto lo stesso simbolo moderati e progressisti e, tanto per fare due riferimenti culturali Del Noce e Scoppola.

Le differenti posizioni di allora, confluite in partiti separati, hanno , tuttavia conservato le loro diversità culturali, soprattutto in coloro che più o meno esplicitamente si riferiscono alla tradizione dossettiana, mostrando una certa resistenza al messaggio ratzingeriano nella dimensione italiana, portato avanti dal cardinale Ruini.

E non si può negare che soprattutto nel PDL si sono espresse le linee di difesa di valori che la CEI, in quegli anni ha condotto con impegno e mobilitazione e che hanno posto a disagio il progressismo cattolico.

La riunificazione in un partito unico cattolici di differenti impostazioni culturali significherebbe trovarsi di fronte alla necessità di un nuovo compromesso culturale e politico, cioè tutto il contrario di quel generoso slancio che dovrebbe caratterizzare la presenza delle nuove generazioni di cattolici in politica.

Magdi Allam su Il Giornale del 10 ottobre ha giustamente ricordato che la questione dell’impegno politico dei cattolici è stato affrontato e risolto nel 2002 con la “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”.

In quella nota veniva riconosciuta la libertà dei cittadini cattolici di scegliere tra le diverse opinioni politiche, ma si richiedeva la compatibilità con la fede e la legge morale naturale.

In sostanza, l’apporto politico dei cattolici, non riguarda il programma politico per il quale sono salvaguardate le diverse opzioni, , ma la coerenza con la legge morale naturale che costituisce il vero terreno politico sul quale misurarne la coerenza.

L’ispirazione culturale del progressismo cattolico è stata , invece, assai più influenzata dalla critica al capitalismo , dall’ idealismo marxista e dal suo programma politico che non dalla cultura della tradizione cattolica che faceva riferimento alla legge naturale.

La costruzione teologica ed ecclesiale di Papa Ratzinger non è compatibile con il ritorno al compromesso culturale e politico degli anni della DC e da questa constatazione tutti ne debbono trarre le conseguenze.

Ed è ’ assai difficile che nella CEI di Bagnasco si lavori per il dopo Ratzinger.
30/09/2011 [stampa]
La Chiesa, la crisi della societa’ Italiana e il nuovo soggetto politico dei cattolici.
Mentre Benedetto XVI porta avanti la sua “missione” di lotta al relativismo, ricostruendo anche il fondamento dell’azione politica e chiarendo il senso del rapporto tra diritto naturale e diritto positivo, la CEI si impegna in una linea di crociata morale, con un forte richiamo etico ed una aspra critica, indicando il bisogno di “purificare l’aria”.

La sinistra e i giornali della borghesia imprenditoriale hanno avuto gioco facile nel ritenere rivolte al presidente del consiglio ed al quadro politico attuale le critiche del Cardinale Angelo Bagnasco.

Nulla ha fatto Silvio Berlusconi per impedire che si arrivasse a tanto.

Sul terreno improprio della utilizzazione politica sarebbe, però, una grave forzatura sia agganciarsi ai temi sollevati dal Papa, sia adoperare strumentalmente le “invettive” del Presidente della CEI.

Ma il secondo caso si è pienamente verificato.

E tuttavia questa impropria utilizzazione non tiene in conto che la degenerazione della politica è il frutto di un lungo percorso che non può ignorare anche tutti quegli appuntamenti legislativi che hanno inciso nell’allontanamento della società italiana dai fondamenti del diritto naturale e dai “valori non negoziabili”, valori che, invece, in un sistema politico a guida democristiana ebbero, - e come ! - , negoziazione.

Abbiamo avuto modo di ricordare, in un altro articolo, come, nello stesso giorno, un governo a guida democristiana portava in porto un decreto per risolvere questioni politiche e di gestione amministrativa e riusciva a sopravvivere all’approvazione di una legge che istituiva in Italia il divorzio.

Questa spinta verso il relativismo non si è mai interrotta e le difese non ci sono state.

C’è oggi un’aria mefitica, per i fondamenti etici della società italiana, nella quale vengono introdotti,a vari livelli ed in vari ambiti, sistemi sempre nuovi , diremmo “consumistici”, di interruzione di gravidanza, surrogati del matrimonio negli enti locali, sentenze accolte e difese che aprono all’eutanasia, cancellazioni di norme approvate dal Parlamento sotto specie di sentenze della Consulta, per consentire tutto questo e , soprattutto, definendo come “ inalienabili” diritti che sono, invece, strappi e ferite nei confronti dei veri diritti naturali dell’uomo.

Per la verità un freno a tutto questo lo si è registrato, parzialmente, ma significativamente, solo negli anni di governo del centro destra e , piaccia o meno a certo associazionismo cattolico, con i governi Berlusconi.

In questo lungo dopoguerra, mai il mondo cattolico ha avuto un così esplicito sostegno politico nel tentare di difendere il difendibile ed ha potuto opporsi al relativismo dilagante.

La sinistra cattolica che aveva abbassato lo sguardo e si era girata dall’altra parte, per un malinteso spirito conciliare, di fronte al dilagare normativo contro la legge morale naturale, oggi sbandiera la “questione morale” per far cadere un leader ed un governo che aveva tentato, con un decreto legge, di evitare l’uccisione di Eleonora Englaro, e venne fermato da una volontà istituzionale superiore con il plauso esplicito dei “cattolici democratici”.

Che questo atteggiamento di moralismo amorale venga assunto dalla sinistra è ovvio e non ci stupiremo mai di vederlo apparire, ma che altri cattolici cadano in questo tranello ci sorprende e ci preoccupa.

Ben conoscendo la storia della DC, sappiamo bene che in politica ci sono cattolici che in nome di un aggiornamento si sono “inginocchiati di fronte al mondo” ed altri che hanno pensato di contrastare quanto il relativismo portava avanti . In nome di una opportunità politica si difese la necessità di un partito unico dei cattolici che, necessariamente, percorreva la strada del compromesso.

Brandelli di questo “compromesso” li cogliemmo nel tentativo del “cattolicissimo” ministro Rosy Bindi di realizzare con i DICO un’abile surroga del matrimonio come concepito dalla stessa Costituzione.

La Chiesa del Cardinal Ruini rispose con il family day stroncando qualunque possibilità di “negozio” e l’”adulto” cattolico Prodi ne fece le spese.

Da allora a Ruini non l’hanno perdonata ed i “cattolici democratici” hanno brigato, secondo i vecchi schemi dossettiani, per superare il “ruinismo”.

Ci sono riusciti?

Secondo quanto scrive il Foglio del 28 settembre sembrerebbe di sì.

Non lo sappiamo. Due indizi, però, ci preoccupano: il tentativo, con sostegno “clericale”, di creare “un soggetto politico che raccolga il meglio dell’UDC, degli ex Popolari, confluiti nel PD e nel PDL ‘da Formigoni a Fioroni’ ed il rarefarsi del tema dei valori non negoziabili e della questione antropologica.

Sul secondo aspetto sentiamo che andrebbe in controtendenza rispetto alle ragioni fondamentali dell’attuale pontificato , sul primo cogliamo l’acre sapore del ritorno della storia come farsa.

Scomparso il partito di De Gasperi, Dossetti, Piccioni, Gonella, Scelba, Fanfani, Moro, Donat Cattin, Rumor, ritorna un soggetto politico con Casini, Rutelli, Follini, Pisanu, Scaiola ….. Buttiglione e Pezzotta.

Chiamato ad officiare questo evento il 17 ottobre prossimo a Todi il professor Lorenzo Ornaghi.



Auguri Rettore !
22/09/2011 [stampa]
Dal governo della casta al governo delle lobby.
Emma Marcegaglia martedì 20 settembre ha mosso per dare lo scacco al re.

“Siamo stufi di essere lo zimbello internazionale”; “il Paese è in pericolo”; “ siamo disponibili ad accettare nuove tasse su patrimoni e cose, purchè si abbassino le tasse sui lavoratori e imprese”; “riforma delle pensioni”.

Con questi ed altri argomenti, anche in difesa delle decisioni di Standard &Poor’s, la Presidente di Confindustria ha presentato avviso di sfratto all’inquilino di Palazzo Chigi.

I giornali di proprietà della Marcegaglia , che nelle ultime settimane hanno dedicato un incredibile numero di pagine per pubblicare le telefonate intercettate illegalmente da p.m. incompetenti, hanno, immediatamente, scritto pesanti articoli di fondo chiedendo a Berlusconi di dimettersi.

In buona sostanza dopo aver pubblicato una valanga di registrazioni che comportano il discredito del presidente del consiglio, si chiede a Berlusconi di dimettersi perché ormai screditato a livello internazionale.

Se si volesse analizzare da un punto di vista politico istituzionale quanto viene costruito e richiesto, non vi è dubbio che ci si trovi di fronte ad un vero e proprio tentativo di golpe, nel senso che si costruisce una pressione nei riguardi della massima carica governativa per indurlo a dimettersi, nonostante goda di una maggioranza parlamentare sufficiente, come dimostrato dall’approvazione della manovra di agosto settembre.

Vengono aggirate anche le ineccepibili dichiarazioni del Presidente della Repubblica il quale aveva sostenuto che il governo, finchè ha una maggioranza parlamentare, deve andare avanti e nulla può essere fatto per vanificare questa condizione democratica.

Ma c’è un altro elemento che ha costantemente preparato questo ultimatum: una campagna contro i partiti, i parlamentari, in definitiva contro la politica come mai si è vista nel nostro Paese. Le due firme prestigiose del Corriere della Sera Rizzo e Stella hanno coniato un efficiente sinonimo dei politici, di tutti i politici, “la casta”. Ed è davvero singolare che nel Paese delle caste e delle corporazioni , si indichi in chi assolve la funzione politica l’unica casta da attaccare e distruggere.

C’è, infine un terzo elemento da tenere in considerazione.

Si afferma perentoriamente che né il Presidente del Consiglio, né il governo in carica siano strutturalmente idonei a realizzare quelle riforme, liberalizzazioni e privatizzazioni che sole potrebbero creare le condizioni per una ripresa dello sviluppo economico e produttivo.

Peraltro c’è da rilevare che una alternativa politica non esiste in quanto se anche fosse vero che, nonostante gli impegni, il centrodestra non è stato in grado di portare avanti un programma di riforme, l’opposizione di PD, IDV e SEL appoggiando lo sciopero generale proclamato dalla CGIL contro l’articolo 8 della manovra , ha dimostrato una contrarietà a riforme che consentano di creare condizioni più favorevoli per il mondo produttivo.

La conseguenza di questo ragionamento è che Confindustria non ritiene possibile che la politica, cioè maggioranza e opposizione o la stessa loro unione, possa esprimere un governo.

A questo punto è evidente l’intenzione della pressione che si sta esercitando sulle istituzioni e cioè che la guida e il nuovo governo che dovrebbe succedere a Berlusconi siano massimamente espressione della Confindustria.

Le proposte di una guida rappresentata da autorevoli tecnici è in questa direzione.

Si otterrebbe il passaggio dal “governo della casta” al governo delle lobby”.

Attenzione: non avvertire questo significato di tutto quanto sta succedendo è particolarmente pericoloso.

L’obbiettivo politico di questa operazione è evidente: di fronte al condizionamento determinato dalle vicende finanziarie e alla necessità di drastiche operazioni per salvare l’euro e l’Europa da una crisi devastante, la logica economicistica ritiene che debbano essere previste e realizzate grandi operazioni di riconversione delle risorse dei paesi europei, di abbattimento della spesa pubblica e di alcuni fondamentali contenuti dello stato sociale con le relative conseguenze nei riguardi di ceti popolari e medi.

Le lobby non intendono affidarsi in Italia, paese esposto per la rilevanza del debito pubblico sul quale opera la speculazione, alle classi ed ai partiti politici, ma intendono gestire e curare i loro stessi interessi direttamente senza la mediazione politica.

I partiti o meglio la politica devono avere chiaro questo scenario.

Occorre difendere e costruire una prospettiva politica democratica.

La prima questione è quella di rafforzare l’Europa politica e non lasciarla esposta agli egoismi nazionali ( Germania) e alle tecnocrazie irrilevanti (BCE ).

Togliere da piatto ghiotto della speculazione i titoli dei debiti nazionali e istituire gli Eurobond che impedirebbero le speculazioni e la crescita esponenziale degli spread che, simili agli interessi degli strozzini, portano a soffocare le economie dei paesi più esposti.

E’ stato del tutto inutile creare una moneta unica e lasciare lo spazio ai titoli nazionali del debito perché i fatti dimostrano che siamo di nuovo nella condizione nella quale ci trovammo quando i grandi speculatori operavano per la svalutazione della lira e già allora misero in discussione la permanenza delle istituzioni europee.

I paesi che hanno una strutturale debolezza istituzionale come l’Italia, esposta da un parlamentarismo che induce al massimo della interdizione anche sulle decisioni prese, devono compire quelle riforme costituzionali ( presidenzialismo ) che possono rinvigorire la tenuta politica dei governi e consentir loro di agire con più decisione sulla strade delle riforme ( delle imposte, della magistratura, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni non a prezzi stracciati ).

Questi obbiettivi politici a livello europeo e nazionale non possono essere attuati da un governo delle lobby il cui unico scopo sarebbe quello di una difesa dei propri interessi e l’accentuazione di una politica di vessazioni – vedi patrimoniale – verso i ceti medi o di riduzioni dello stato sociale nei riguardi dei ceti popolari.
13/09/2011 [stampa]
Il congedo di Fini e l'eredità di Berlusconi.
Anche un quotidiano come La Stampa di Torino, notoriamente critico con Berlusconi e non pregiudizialmente anti Fini, racconta, con ampli dettagli, il fallimento del meeting di Mirabello.

L’applauso al discorso del Presidente della Camera “che dura pochissimo: sei, sette secondi non di più”, l’invito della platea: “dimettiti”, la “freddezza del suo popolo più che dimezzato rispetto all’adunata di un anno fa’”, e, soprattutto, la estrema debolezza di idee e proposte.

In effetti Fini sfugge alla logica che lo vede stretto nel Terzo Polo sotto la dura egida di Casini, sulla riforma elettorale è contrario al mattarellum, ma invita a firmare il referendum proposto da una parte importante del PD, sostiene la patrimoniale che, poi, colpirebbe i ceti medi e vuole rivedere le pensioni come sostengono gli industriali.

Insomma Fini che non ha mai avuto una reale originalità di pensiero è oggi prigioniero delle idee e dei progetti degli altri.

Con un consenso che sempre più inesorabilmente si avvicina all’unità non è certo una condizione ideale per il futuro.

Ed è per questa ragione che si aggrappa al suo ruolo istituzionale di Presidente della Camera che se, da un lato, gli concede ancora un ruolo, dall’altro lo indirizza su una strada di obsolescenza istituzionale, priva di un ruolo politico. In un certo senso Fini si è già congedato dalla politica italiana.

C’è una netta differenza con il suo ex partner politico Berlusconi : un sodalizio la cui rottura ha contribuito a rendere difficile la vita al centrodestra.

Berlusconi sta lottando per la sua sopravvivenza politica.

E Berlusconi ha un’ultima chance da giocare, se nell’immediato non interverranno eventi di carattere straordinario come ha ipotizzato il Corriere della Sera di sabato 10 settembre nell’insidioso interrogatorio a cui intendono sottoporlo i pm napoletani.

Quello di far calendarizzare in Parlamento le riforme istituzionali presentate negli ultimi mesi in Consiglio dei Ministri: riforma del modello istituzionale, riforma della giustizia, riforma per l’abolizione delle province, del pareggio di Bilancio e della libertà d’impresa, legge delega per la riforma fiscale e completamento del federalismo.

In un’Italia dove, come ha scritto giustamente Galli della Loggia, sempre sul Corriere del 10 settembre, “ non sembra più ormai possibile fare nulla”, se dovesse emergere una concreta volontà di cambiamento, il confronto tra maggioranza e opposizione in coda alla legislatura si misurerebbe su tutto questo, uscendo dalla palude nella quale siamo stati trascinati dalle vicende giudiziarie. Invece di “in cauda venenum”, si potrebbe dire”in cauda veritas”.

Ed anche se Berlusconi non dovesse riuscire, come è probabile, a far approvare le riforme, sarebbe questa la sua eredità da lasciare al centro destra ed alla politica italiana. E si darebbe un senso alla successione.
06/09/2011 [stampa]
Centro e sinistra invocano la tecnocrazia.
Si riaffaccia pesantemente, nel confronto politico, l’ipotesi tecnocratica.

Dopo il lancio fallito di Mario Monti da parte di De Benedetti ed altri, Francesco Rutelli ed Enrico Letta propongono Alessandro Profumo a cui Giancarlo Galli attribuisce “simpatie politiche a sinistra, con venature ecologiste”, cioè essere stato in fila per le primarie del PD e la nota amicizia con Chicco Testa.

Il “lancio” di Profumo mostra anche le articolazioni, cioè le divisioni, nel cosiddetto Terzo Polo, poiché Casini ha subito rilanciato il “governo di responsabilità nazionale” ed ha detto esplicitamente “non vedo la scorciatoia di governi tecnici”.

La parte “padronale” della stampa, però , accoglie con simpatia la proposta di un governo tecnico, anzi , in qualche modo, la raddoppia, con l’ampio spazio che Il Corriere della Sera dedica a Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo nel giorno di Cernobbio dedicato alla politica.

Ora, sulle capacità taumaturgiche dei manager bancari restiamo oltremodo perplessi.

Ci troviamo di fronte ad amministratori le cui imprese hanno perso in pochi mesi più del 40 per cento del loro valore di Borsa. Imprese che beneficiano della grande propensione italiana verso il risparmio al quale corrispondono irrisorie cifre di interessi, mentre , come è noto, effettuano impieghi solo nella certezza di una consistente garanzia patrimoniale dei beneficiari.

Imprese anch’esse, seppur in maniera minore, prese dal sistema della finanza derivata, che si è rivelata una delle più colossali e spericolate operazioni di architettura finanziaria ad altissimo rischio. Imprese che hanno invaso e “mangiato” fette importanti delle aziende produttive.

Come poter formulare un giudizio positivo su responsabili di un sistema che, mentre vede l’enorme crescita delle disponibilità finanziarie e delle operazioni a rischio, mostra la stagnazione, a livello interno e internazionale, dell’economia reale, cioè quella produttrice di beni e servizi.

Ma quello che dimostra la bancarotta politica più evidente è il sostegno che la sinistra mostra per l’affidamento del potere politico a queste lobbies.

Pur avendo, a suo tempo, conosciuto le analisi culturali che mostravano il “tradimento della rivoluzione” dal parte del comunismo e il suo passaggio alla costruzione della società borghese di massa, non pensavamo che saremmo arrivati al punto di vedere la sinistra porsi a servizio di poco affidabili manager bancari.

E, soprattutto, appare alquanto improbabile che, coloro che non hanno saputo difendere e far crescere le proprie aziende, possano difendere e riportare allo sviluppo l’Italia .
28/07/2011 [stampa]
Attacco all’Europa : si appresta la difesa comune, ma in Italia le opposizioni vogliono assaltare il palazzo d’inverno.
Il governo e la maggioranza hanno molte colpe politiche .

Non avere, per esempio, spinto con più determinazione sulla strada delle riforme, oppure essersi fatti imbrigliare nelle sabbie mobili degli apparati di interesse che circondano il potere, a prescindere da chi lo eserciti.

Tuttavia la condotta della politica economica del governo – ha ragione Nicola Porro sul il Giornale del 19 luglio – non ha nulla a che vedere con la speculazione che sta colpendo l’Italia.

Anzi, proprio queste vicende sul fronte finanziario, innestate dall’esterno, dimostrano che la linea politica del Tesoro , sostanzialmente condivisa da tutto il governo, era la condizione necessaria di ragionevole durezza per creare le giuste difese rispetto a quanto si sarebbe verificato e che , evidentemente, era stato messo nel conto delle cose che potevano capitare.

Certo era anche evidente che una politica di stabilizzazione dei conti doveva far soffrire la politica di spesa dei diversi Ministeri e dei relativi responsabili.

Con dosi di mediazione e di pazienza Berlusconi ha assorbito i malumori e mantenuto le prerogative e il titolare del Tesoro.

Ben più incoscienti erano state le sirene che avevano auspicato l’abbassamento delle tasse, senza compensazioni di riduzioni di spesa, anche perché dalle opposizioni era stato difeso ogni comparto, considerati, di volta in volta, assolutamente incomprimibili.

Analogo atteggiamento era venuto dalle lamentazioni di quei settori imprenditoriali che, nostalgici degli interventi di sostegno a pioggia, che in tanti anni avevano dissipato ingenti risorse , chiedevano riduzioni fiscali, incentivi ed ogni altra possibile prebenda.

In questo ambito, rispetto al vecchio caravan serraglio consociativo, si era distinto solo il coraggio della Fiat, non più con il cappello in mano di fronte al governo e che anzi aveva posto una questione di carattere strutturale e cioè il ridimensionamento dei contratti collettivi nazionali, terreno di lotta e di governo della potente centrale sindacale CGIL.

Il governo ha , invece, scelto la strada giusta riversando ingenti risorse sulla cassa integrazione in deroga, animato non solo da volontà di difesa delle esigenze sociali dei lavoratori, ma contribuendo alla pace sociale e aiutando, nei modi possibili. la domanda interna.

Politica scarsamente apprezzata dalla sempre meno rappresentativa Confindustria.

Ora le opposizioni si auto esaltano perché per la prima ed unica volta in questa legislatura non hanno attuato ostruzionismo contribuendo ad una rapida approvazione della manovra.

Per la verità un confronto civile dovrebbe sempre caratterizzare la dialettica maggioranza opposizione e non attuare una sistematica azione di guerra – pensiamo solo alla ridicola salita sui tetti di sinistra e finiani per contrastare una valida riforma universitaria .

Ora, all’indomani dell’approvazione della manovra, le opposizioni hanno digrignato di nuovo i denti e sostengono che ai mercati quanto deciso non basta e che occorre dare in pasto al mostro speculativo la testa di Berlusconi che si deve dimettere per formare un governo di emergenza.

C’è una significativa assonanza tra le richiesta di quasi tutta l’opposizione e gli “auspici” di Giovanni Bazoli , Corrado Passera , Romano Prodi, Carlo De Benedetti e Mario Monti .

Un governo composto e guidato da “qualcuno”, ma non è dato sapere con quali programmi .

Timidi accenni vengono indicati per una nuova legge elettorale, che potrebbe essere il contentino per il Terzo Polo, ma sui cui contenuti neppure nel PD c’è unità di intenti, come se questo punto programmatico fosse in grado di soddisfare l’esigenza di un rafforzamento di Parlamento, esecutivo e guida politica.

Quello a cui si punta è un commissariamento della politica.

E’ evidente, poi , che gli stessi attacchi disordinati e privi di prospettiva al governo e al premier , senza una plausibile prospettiva di ricambio, ottengano il risultato di rendere meno credibile il Paese.

Anche l’Economist e il Financial Time, come rileva l’articolo di Nicola Porro, descrivono la validità di alcuni elementi strutturali italiani ( avanzo primario, stabilità del debito, banche decentemente capitalizzate, ricco risparmio privato ) e non consentono di riferire ad una reale condizione di debolezza economica gli attacchi nei riguardi dei titoli pubblici italiani, ma è la debolezza politica che apre la strada agli attacchi della speculazione.

Ora negli ultimi giorni sembra che “i mercati” abbiano deciso una tregua nei riguardi dell’Italia e le decisioni prese per aiutare la Grecia hanno costituito e, soprattutto dato l’impressione , di una prima necessaria difesa non solo dell’economia ellenica, dell’area comune europea.

Ci si deve domandare se si tratti di una tregua o se ci si debba aspettare da qui a qualche mese un nuovo attacco.

Siamo di fronte ad una condizione strutturale del mercato che la globalizzazione ha contribuito a costruire.

L’attacco concentrico a cui abbiamo assistito alla Grecia, all’Irlanda, alla Spagna, al Portogallo e all’Italia, ma non sono esenti anche gli altri Paesi come la Francia, dimostra che enormi capitali sono puntati sulla moneta unica.

La risposta all’attacco all’Europa deve essere una risposta unitaria europea con la creazione di un adeguato strumento finanziario comune, al quale la Germania non deve sottrarsi.

Ed anche una forte politica monetaria della Bce attenta all’andamento dei mercati e non succube di rigidi schemi monetaristi, come, invece è stata portata avanti da Trichet.

Le recenti decisioni dei capi di stato europei ha fatto fronte alla situazione ed ha allontanato i pericoli più immediati, ma occorre fare di più.

Insomma di fronte all’attacco del mostro speculativo, sempre in agguato, occorre serrare i ranghi in Europa e non come pensano le opposizioni in Italia di assaltare il Palazzo d’Inverno.
06/07/2011 [stampa]
Bipolarismo e ritorno al passato.
Sull’insediamento del nuovo segretario del PDL, il ministro Alfano, si sono registrati commenti del tutto strumentali che dimostrano come il linguaggio politico è ormai talmente impoverito che non è in grado di leggere obbiettivamente la realtà che si dipana nella politica italiana.

Una eccezione è rappresentata dall’analisi che Angelo Panebianco svolge sul Corsera del 4 luglio.

E’ interessante sottolineare come il ragionamento dell’editorialista colleghi la elezione e le prospettive politiche del nuovo leader alla possibile sopravvivenza o meno del connotato bipolare del sistema politico italiano.

Il futuro politico di Alfano, scrive Panebianco, non è legato solo all’azione che il governo potrà mettere in campo, ma si gioca , soprattutto, se riuscirà nell’obbiettivo della ricostruzione del centro-destra, superando ”la maggiore insidia” rappresentata “dai movimenti in atto tesi a far saltare il bipolarismo” .

L’analisi di Panebianco arriva anche in profondità quando afferma, come abbiamo più volte scritto in questo sito, che “il partito gollista, un puro partito carismatico, sopravvisse all’uscita di scena del suo fondatore anche grazie alle caratteristiche delle istituzioni politiche della Quinta Repubblica”.

Manca , tuttavia, al giornalista del Corsera il coraggio di andare oltre,quando limita il ragionamento all’ aspetto tecnico e strumentale della pur necessaria linea della riforma elettorale.

Infatti, prosegue l’articolo: “In Italia una grande riforma delle istituzioni è esclusa. Resta , però, la legge elettorale e sarà questo il terreno su cui il PDL giocherà, almeno in parte, le sue future chances di sopravvivenza”.

Lo abbiamo detto più volte: la crisi del sistema politico italiano non è risolvibile con una nuova legge elettorale. C’è una ridotta credibilità dei partiti, un livello della classe politica nella quale sopravvivono o le terze file di trent’anni fa o nuovi elementi di scarsissimo spessore, c’è un problema di autorevolezza e legittimità del governo, c’è. infine, la sensazione che il popolo e gli elettori siano divenuti marginali, lontani dal ruolo che la Costituzione affida loro all’art.1 , cioè portatori della “sovranità” della Repubblica.

Come può questa condizione di crisi essere risolta solo con una nuova legge elettorale?

Assistiamo, senza sorprenderci più di tanto, in questo ambito, a quanto sta accadendo nel PD ove i dalemiani sostengono, con il referendum proposto da Passigli, il sostanziale ritorno al proporzionale della prima Repubblica, mentre Veltroni, Rosy Bindi, Parisi ed altri stanno preparando un'altra proposta di referendum per ritornare al Mattarellum.

Che nei partiti di oggi, per un calcolo piuttosto miserabile , non si riesca ad andar oltre a proposte che costituiscono un penoso ritorno al passato non ci meraviglia, quello che ci aspetteremmo dagli “intellettuali” è un po’ più di coraggio per riavviare un serio discorso sulla “grande riforma” che intuirono Pacciardi, Craxi, una parte della DC e la destra e della quale fino ad oggi, purtroppo, ha solo parlato, Silvio Berlusconi.
09/06/2011 [stampa]
Le primarie e la Repubblica presidenziale.
Le analisi politiche di Giuliano Ferrara sono sempre intelligenti e riescono a centrare le questioni in ballo.

Il “capo indebolito” deve ritrovare – secondo il direttore de Il Foglio – la “forza per tornare a combattere per la libertà”. Deve riportare al centro del suo impegno quell’amore per l’Italia che caratterizzò il suo discorso di discesa in politica.

La proposta che sinteticamente può offrire a Belusconi la possibilità di mettersi in discussione e di recuperare un forte spirito competitivo è, secondo Ferrara, far svolgere le primarie a tutti i livelli del partito per la partecipazione alle competizioni elettorali.

La proposta di Ferrara è apprezzabile ed ha il senso di rafforzare nell’opaco PDL il rapporto tra le sue espressioni politiche e i cittadini, riattivando il circuito del consenso come base per una selezione della classe dirigente.

Anche sotto un altro aspetto più politico la proposta è apprezzabile e cioè essa tende a mantenere l’idea di una politica leaderista e bipolare, in quanto le primarie si connettono ad un sistema politico che è impermeabile alla cultura proporzionalista dell’accordo o compromesso politico.

Ma non siamo ancora al centro del problema.

E vediamo il perché.

I prossimi mesi vedranno svolgersi un aspro scontro sulla legge elettorale, sia tra i due schieramenti principali, sia all’interno degli stessi. Nel centro destra c’è chi si sente stretto in un sistema di alleanze obbligate e nel centro sinistra c’è chi – forse non solo Veltroni – vorrebbe tutelare le regole che sollecitano le alleanze, che hanno dimostrato di poter sconfiggere il polo berlusconiano.

Il PD dalemiano sta mettendo in campo la possibilità di raccogliere le firme per l’abrogazione dell’attuale legge elettorale per la Camera che, se dovesse avvenire, per le alchimie incredibili del sistema legislativo italiano, secondo i promotori, farebbe ripristinare , automaticamente, la legge elettorale proporzionale vigente prima del Mattarellum e cioè quella con le liste dei partiti con una preferenza e senza primi di maggioranza.

Ora, la questione della legge elettorale, pur essendo importante non è la vera questione politico istituzionale dell’Italia.

La confusione elettorale è l’effetto di una crisi ben più profonda che riguarda il sistema a base parlamentare, la ridotta autorevolezza dei partiti , la scarsa partecipazione degli elettori. In sintesi la base di legittimità dell’intero sistema politico.

Questa crisi – lo ribadiamo ancora una volta – va curata con dosi forti di cura istituzionale, cioè con una riforma della Costituzione che riconsegni interamente agli elettori la legittimazione della massima carica di governo.

Non è solo in gioco la figura personale di Belusconi. C’è in campo qualcosa di molto più importante per l’Italia.

Il berlusconismo se si vuole salvare, non per gli aspetti personali, ma per i suoi connotati riformatori e di rafforzamento della democrazia italiana, deve percorrere la stessa strada che percorse De Gaulle: quella della presa d’atto della fine della repubblica dei partiti e della traduzione in termini di elementi istituzionali permanenti del leaderismo carismatico che rischia altrimenti di essere stato solo una stagione della politica italiana, senza futuro.

La repubblica presidenziale francese consentì anche ad un opaco pur autorevole direttore di Banca di essere un buon presidente che riuscì a domare il maggio francese e a rafforzare la democrazia.

Ancora oggi esiste il gollismo. Se Berlusconi avrà la forza di fare la grande riforma anche fra venti anni si potrà parlare di berlusconismo.

Non ci sono formule e formulette, proposte e propostine, la sopravvivenza di Berlusconi , del PDL o meno. C’è in campo la sopravvivenza del democrazia italiana come entità politica in grado di competere con gli altri paesi e con le altre democrazie .

E, occorre, quindi, guardare in alto e chiamare gli italiani a pensare in grande e a mettere in gioco i difetti del nostro sistema politico per guadagnarci un futuro adeguato alle sfide che ci stringono sempre più
31/05/2011 [stampa]
Elezioni a Milano e Napoli: sorge la nuova sinistra e tramonta il centro-sinistra.
Non sarà facile per Bersani “contenere” il peso politico che i candidati eletti a Milano e Napoli e i loro “sponsor”, politici e non solo, eserciteranno sulla “qualità” del nuovo centro sinistra che si va profilando.

Le due votazioni si sono svolte in un clima speciale non tanto e non solo per il carattere di sfida al berlusconismo che in esse era rappresentato, ma soprattutto perché questi due candidati sindaci sono stati sospinti da un’”onda lunga” mediatico- politica con connotati molto chiari.

Pisapia avvocato di De Benedetti e De Magistris punta avanzata del giustizialismo, non sono espressione di un SEL che riguadagna rappresentanza, superando la soglia del 4 per cento, o di un IDV che appare oggettivamente in fase calante.

Dietro queste elezioni c’è dell’altro. E che altro!

C’è il peso mediatico e politico di chi ha guidato l’antiberlusconismo, approfittando della oggettiva difficoltà del governo, di un diffuso malcontento dovuto alla condizione del Paese e alla debolezza dei candidati e della situazione interna al PDL.

Il varco aperto dalle difficoltà dell’immagine di Berlusconi bersagliato dalle vicende giudiziarie ha consentito a queste operazioni di sostegno a due candidati di ottenere un risultato netto favorevole .

Il potere editoriale e imprenditoriale espresso dai principali quotidiani – in primis Repubblica - ha costruito due candidature vincenti che condizioneranno pesantemente le alleanze a sinistra perché su di esse si eserciterà una influenza tendente a fare del PD un partito definitivamente soggiacente alle posizioni della nuova sinistra.

L’operazione punta ad andare oltre la stessa Unione di Prodi o la Santa Alleanza pensata da Bersani.

L’enfatizzazione di questo risultato tende a condizionare il progetto politico del PD che si limitava al cambiamento della legge elettorale per costruire alleanze omogenee o all’idea di Casini di un governo di responsabilità nazionale.

Il PD vincente è caduto nella morsa della strategia scalfariana che, come una camicia di nesso, tenta da anni di fare di questo partito un docile strumento etero diretto. Dall’intervista a Berlinguer del 1981, alla svolta della Bolognina di Occhetto nel 1989. Caduto Veltroni su cui si diffidava è arrivato il “travicello” Vendola che ha aperto una fessura attraverso la quale è entrato lo spirito scalfariano.

Come reagirà quella parte , non dossettiana, dei popolari dentro il partito di Bersani che vede il trionfante scalfarismo dirigere la politica del PD?

Casini vede pesantemente condizionato il suo tatticismo perché l’alleanza a sinistra del PD non è smontabile e la diffidenza dei radicali gli consente solo di avere un ruolo da comprimario nelle possibili alleanze future con la sinistra .

Ma questo Casini lo capisce bene e le sue attenzioni verso il centro destra e l’ambiente vicino a Berlusconi per , come dice Cesa, far “fare un passo indietro”, si sono moltiplicate anche nel periodo tra il primo e il secondo turno elettorale.

Anche il vecchio Scalfari sa che nel momento nel quale riesce ad ottenere un successo momentaneo gli frana il quadro , come sempre è avvenuto nel passato.
18/05/2011 [stampa]
Nella Milano borghese il tentativo di sperimentare la nuova sinistra al potere.
Il dato più evidente delle elezioni del 15 e 16 maggio è senza dubbio la difficoltà del centro destra e di Berlusconi a Milano, con un forte rischio di sconfitta al ballottaggio.

Il modesto risultato del capoluogo lombardo è anche frutto di una serie di elementi che hanno contribuito a determinarlo: da una campagna di Berlusconi alternata alla presenza in Tribunale, al ridotto appeal della Moratti, da polemiche elettorali che hanno distratto dai temi della amministrazione per caratterizzarsi sulla aggressività che hanno fatto passare per moderato il candidato della sinistra, alla minor presa elettorale delle forze politiche del centro destra nelle periferie dove Pisapia ha condotto una efficace iniziativa per la ricerca del consenso.

Il cattolicesimo progressista ha, poi, fornito il filo per la ricucitura tra l’operaismo vendoliano e la borghesia confindustriale insoddisfatta per la mancata riduzione delle tasse.

Recuperare lo svantaggio è impresa assai difficile, tuttavia la borghesia milanese deve ben riflettere sulla possibilità di dare a Milano un sindaco con radici culturali comuniste.

Con Pisapia sindaco Milano diventerà la capitale della nuova frontiera egalitaria e permissivista, dove i leaders degli anni ’70 sperimenteranno contenuti e idee della nuova sinistra al potere.

Più in generale i risultati elettorali forniscono indicazioni abbastanza chiare.

L’azione di Bersani per mantenere le alleanza con Sinistra e Libertà e con IDV ha , comunque, consentito di arrivare ad un risultato significativo nella roccaforte di Berlusconi, anche se pagando un prezzo importante. E’ evidente, a questo punto, che questa alleanza verrà riproposta alle politiche, con un PD che pur pagando quei prezzi, mantiene le sue roccaforti a Torino e Bologna. La mancata partecipazione del PD al ballottaggio di Napoli è frutto, non solo della cattiva amministrazione, ma anche di errori nelle candidature e il successo di De Magistris presenta una caratura personale più che politica, in qualche modo riassorbibile.

In sostanza il PD non consentirà a nessuno di metterà in discussione le attuali alleanze.

Di conseguenza il Terzo Polo esce assai ridimensionato da queste elezioni e non può più dettare al PD le condizioni per una alleanza e il titolo dell’Unità è particolarmente significativo: “Il tonfo del Terzo Polo”.

Casini avrà da recriminare per l’ alleanza con Rutelli e , soprattutto, con Fini che non gli ha procurato alcun vantaggio. L’impresa di puntare ad essere ago della bilancia nelle prossime elezioni politiche, soprattutto al Senato, si rivela impossibile perché il voto dimostra che ottenere l’otto per cento nei collegi senatoriali sarà davvero difficile.

La crisi del bipartitismo si risolve nel rafforzamento del bipolarismo e le spese le paga l’alleanza di centro, nella quale Fini diventa totalmente irrilevante.

L’Avvenire sostiene, giustamente, nell’editoriale del 17 maggio, il paradosso che, pur nella sconfitta del centro destra, il governo esce rafforzato. A questo punto Berlusconi può ragionevolmente prevedere la non ripresentazione, come premier, nelle prossime elezioni politiche il cui successo al centro destra può essere garantito solo se l’azione di governo sarà decisa e produttrice delle riforme promesse.
05/05/2011 [stampa]
La morte di Bin Laden e gli Stati Uniti.La debolezza dell'europa e le divisioni dell'Italia.
L’uccisione o l’”esecuzione” di Osama Bin Laden, come quella di altri “terroristi”in passato – pensiamo alle circostanze della morte di Che Guevara - presenta aspetti ”misteriosi”, che il tempo difficilmente chiarirà.

Ma in questo caso più che interessare come sia stato individuato e ucciso, è decisivo , sul piano storico e politico, il fatto che Bin Laden non è più il punto di convergenza pratica, ma soprattutto simbolica, della rete terroristica internazionale antioccidentale.

Si tratta di un successo dell’azione di intelligence degli USA, anche se si verifica dopo circa 10 anni dalla distruzione delle torri gemelle a New York.

In questi dieci anni la politica internazionale di Washington, nonostante siano cambiati presidente e partito di governo, è rimasta ancorata ad una sola logica: quella di agire coerentemente contro l’azione sovversiva di Al Qaida, sopportando il peso di una guerra lunga e con esiti non certi.

Questa coerenza della politica americana merita una sottolineatura perché, a prescindere da ogni convinzione, testimonia del prevalere di un interesse nazionale sulle possibili differenze o egoismi delle parti politiche , ed anche dimostra come dietro un idea, o fosse anche un grande interesse, la politica americana si collochi con determinazione.

Non c’è dubbio che da questa condizione gli USA traggono una legittimità e una autorevolezza con le quali giustificano la difesa di un loro primato.

Il pensiero non può non andare all’Europa, dove regnano le differenze spesso motivate da egoismi ed esigenze rispetto ai quali non riesce ad emergere un interesse comune europeo.

L’Europa non ha una politica estera comune e questo dato, insieme ad altre cause di minor peso però, costituisce il limite,al momento invalicabile, per far diventare la Comunità Europea un vero soggetto politico internazionale.

Nell’Europa disunita c’è il caso dell’Italia.

Nella difficile vicenda libica il nostro Paese si è trovato di fronte a notevoli difficoltà poiché non era semplice, dopo aver condotto una politica di amicizia con il Rais che aveva portato a risultati utili sul piano economico e a prospettive di intervento per lo sviluppo di questo paese africano, rinunciare a tutto questo per sostenere una “rivolta” dai contorni non ancora del tutto chiari.

Del resto il “rinascimento” nord africano è tutto un enigma, basti pensare alla decisione ultima della giunta militare egiziana di riaprire il valico di Gaza, ennesimo episodio che, giustamente, preoccupa Israele.

Le cosiddette indecisioni del nostro governo avevano questo importante fondamento.

Ma destano ancora più perplessità le critiche che hanno accompagnato la scelta di Berlusconi dopo un colloquio con il Presidente degli Stati Uniti di allinearsi alle modalità operative di guerra della NATO, con i bombardamenti degli obbiettivi militari di Gheddafi.

Una decisione che, forse, si ispira alla necessità di non rompere con un quadro di politica internazionale “occidentale”, in una Europa debole.

Al di là delle motivazioni delle critiche alle scelte del capo del governo o degli errori dello stesso Berlusconi a partire dai rapporti con i partiti alleati, si evidenzia la devastante mancanza nel Paese di una politica estera nella quale si ritrovi la stragrande maggioranza delle forze politiche.

Bisognerebbe riflettere una volta per tutto sulle cause di questa divisione italiana, sulla enorme difficoltà di individuare un interesse nazionale, sulla voglia di utilizzare qualsiasi pretesto per far emergere una anti italianità che ci limita e ci rende deboli.
28/04/2011 [stampa]
Una legge naturale per la difesa della vita.
La lettera di Berlusconi ai parlamentari del PDL sulla legge sul biotestamento contiene idee e valutazioni che non appartengono alla sola contingenza della pur importante circostanza.

Il tema è trattato secondo una logica che sgombra il campo da valutazioni clericali o ideologiche.

Emerge la riaffermazione di concetti che derivano dal diritto naturale, cioè da quei principi che sono insiti nell’uomo in un corretto rapporto ontologico e che in questo caso attengono alla indisponibilità del tema vita.

C’è un passo che esprime con chiarezza questa idea: “La vita è un bene che noi tutti difendiamo, e se è vero che il mondo cattolico ha molto da insegnarci su questo, è vero anche che l’intangibilità della persona è un valore non negoziabile anche per i laici, e per tutte le culture politiche che compongono il grande mosaico del nostro partito. Noi liberali, cristiani, socialisti, riformisti, credenti di fedi diverse e non credenti, noi moderati, insomma, siamo convinti che la libertà, bene prezioso, non possa arrivare a negare la vita”.

Questo diritto naturale, cristianamente ispirato, senza integrismi, è il parallelo naturale, in sede politica, della grandiosa elaborazione di Ratzinger su fede e ragione.

Ed è importante e significativo che da questo contesto scaturisca la coesione tra culture politiche diverse e su questi principi si fondi il moderatismo e il riformismo di Berlusconi.

Dopo questo importante passaggio legislativo la maggioranza ha l’ obbligo di essere coerente con questa scelta, non solo perché ci si trova di fronte ad un grande tema etico, ma anche perché si calerebbe all’interno di un humus che costituisce il tessuto connettivo, i principi spirituali, cioè l’anima, del popolo italiano e della sua tradizione.
21/04/2011 [stampa]
Gli affanni di Pierferdinando.
“Non lo posso lasciare solo che mi combina guai”, avrà pensato Pierferdinando Casini quando ha appreso che la riunione dei capi gruppo della Camera aveva deciso di rinviare a maggio il dibattito sul DAT ( Dichiarazione Anticipata di Trattamento) , con l’intervento decisivo di Gianfranco Fini.

Peraltro l’Avvenire aveva sottolineato il comportamento del Presidente della Camera: “E’ comunque da registrare – ha scritto il 20 aprile il giornale dei vescovi – che, di fronte alla contrapposizione tra Pdl e Lega da una parte e opposizioni dall’altra, è stato l’”arbitro” – il presidente ( minuscolo n.d.r.) della Camera Gianfranco Fini , che ha fatto emergere in vari modi le sue opinioni critiche sul ddl – a decidere per il rinvio”.

Per la verità, il cattolico democratico Dario Franceschini non aveva avuto dubbi i : il fine vita doveva essere affrontato “non sotto le elezioni” e Fini aveva pensato bene di assecondarlo.

Non si è fatta attendere la raffica delle dichiarazioni della maggioranza. Sacconi : “il governo auspica il più tempestivo esame del ddl nella convinzione che il Parlamento non possa abdicare al proprio ruolo in favore del ruolo creativo dei segmenti ideologizzati della magistratura”. Eugenia Roccella: “ogni pretesto è buono per bloccare la legge”. Di Virgilio: “questo provvedimento è atteso dal mondo della sofferenza”.

Preoccupato per la piega degli avvenimenti e, soprattutto dei suoi rapporti con il Vaticano che il laicista Fini sta mettendo a repentaglio, Pierferdinando Casini, ha riunito un vertice del disaggregato Terzo Polo, e ha fatto fare una evidente retro marcia al suo sodale che al termine della riunione si è dichiarato d’accordo ad invertire l’ordine del giorno dei lavori dell’aula per esaminare il biotestamento prima dei decreti.

Così si dimostrano due fatti: che la linea di Gianfranco Fini appare ogni giorno sempre più vicina alle posizioni della sinistra e che la strategia del cosiddetto terzo polo è condotta da Pierferdinando Casini.

Con qualche affanno.
12/04/2011 [stampa]
L'improbabile riconoscimento costituzionale dei partiti: l'ultima idea del PD.
La proposta di legge che vede come primo firmatario l’on. Sposetti e che ha come obbiettivo l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione arriva con sessanta anni di ritardo e cerca di dare un riconoscimento giuridico ai partiti in un contesto storico e politico assai mutato rispetto al 1947.

Poiché questo provvedimento potrebbe comportare anche ulteriori finanziamenti alle forze politiche si apre anche una questione di opportunità in una situazione che vede crollare ogni giorno la credibilità dei partiti nei riguardi dei cittadini.

La crisi dei partiti arrivata oggi ad un livello davvero devastante ha una storia lunga.

In un congresso nazionale di dottrina dello stato svoltosi nel maggio 1966 all’Università di Trieste, Vezio Crisafulli, uno dei maggiori costituzionalisti italiani, diceva: “La crisi dei partiti nel suo duplice aspetto di esorbitante invadenza e di sostanziale impoverimento politico, rischia, infatti, di coinvolgere le istituzioni tradizionali della rappresentanza politica: giacchè, non dimentichiamolo, è attraverso i partiti che dovrebbe passare, in prima istanza, per così dire, la dimensione propriamente politica della esperienza sociale. Non può, quindi, non preoccupare il divorzio, tante volte deplorato, che va delineandosi tra società civile e società politica, quali che se ne vogliano considerare i fattori determinanti: sfiducia dello spirito pubblico, stanchezza e disorientamento della pubblica opinione, da un lato, ma anche , dall’altro, tendenza della classe politica a chiudersi in se stessa “.

E già allora si auspicava che “ i partiti devono trovare i se stessi , prima che in interventi legislativi … la volontà e la forza di rinnovarsi mettendosi al passo coi tempi”.

Sposetti non può far finta di niente.

Nelle decine di anni trascorsi da allora la condizione ed il ruolo dei partiti sono andati peggiorando, fino ad arrivare ad essere oggi comitati elettorali autoreferenziali.

In fondo il leaderismo che ha introdotto Berlusconi è l’altra faccia della incapacità delle forze politiche di assumere una rappresentanza forte e partecipata.

In quanto ad un possibile aumento del finanziamento pubblico è da irresponsabili proporlo in una condizione difficile per la finanza pubblica e di sacrifici dei cittadini, mentre appare piuttosto furbesca l’idea di creare fondazioni che riciclerebbero i residui patrimoni dei partiti che accumularono beni immobili consistenti, alcuni dei quali sono finiti in operazioni dubbie e truffaldine.

La proposta di Sposetti dimostra che anche i dalemiani sognano un ritorno ad una politica che è fallita e che non ha saputo neppure difendersi.

04/04/2011 [stampa]
Di nuovo le monetine della sinistra.
Fino a qualche mese fa, interrogati in proposito, gli esponenti PD, ex PCI o DS, smentivano: non erano stati i manifestanti di un comizio di Occhetto a Piazza Navona a recarsi sotto l’Hotel Rafael per aspettare Craxi e insultarlo e lanciargli le monetine.

Lontani da quegli eventi avevano avuto un sussulto di dignità e, vergognandosi di quanto accaduto, ne smentivano la responsabilità.

Ma, come affermava ripetutamente Francesco Cossiga: “ la sinistra in Italia è ancora giustizialista e poliziesca”.

Chiamati dalla sinistra per una manifestazione contro il governo davanti a Montecitorio, gli attivisti di questa parte politica hanno ripetuto, in modo ancora più cruento, la scena: a due metri dall’ingresso della Camera, hanno inscenato lo stesso copione: monetine per ministri e parlamentari di centro destra. L’epiteto più blando: “leghista di merda” o, quello, assai elegante, rivolto alla Santanchè “sei una troia bugiarda”.

Non ci sono giustificazioni: si è trattato di una manifestazione eversiva, una protesta contro il Parlamento. Se Fini ha ragione quando , rimproverando il ministro La Russa, per una grave intemperanza verbale nei suoi confronti gli ha detto che quell’insulto era contro il Presidente della Camera, lo stesso vale, a maggior ragione per tutto quello che è stato fatto dai manifestanti davanti alla Camera e nei riguardi dello stesso La Russa: si è attaccato il Parlamento ed i suoi componenti nelle loro funzioni.

La manifestazione aggressiva e gli attacchi ai parlamentari, dalle quali la sinistra non si è dissociata, sono cosa ben più grave di una parola espressa in un momento di ira.

Ma c’è di più.

Franceschini, criticando le affermazioni del ministro La Russa , lo ha rimproverato di essere uscito dal Parlamento per la porta principale, mentre sarebbe dovuto uscire da una secondaria. Ha ritenuto questa una provocazione.

La tesi del “cattolico democratico” Franceschini è esemplare : di fronte a manifestazioni aggressive che giungono fino all’ingresso della Camera occorre rispondere con un comportamento sotterraneo e da imboscato.

Nascondersi e passare per la porta di servizio e con ciò dare ragione a chi manifesta è la concezione della dignità che dimostra di avere l’on. Franceschini.

Questa idea si accorda con la tesi espressa da Rosy Bindi, secondo la quale, siamo giunti alla necessità di disertare il Parlamento: insomma, un nuovo Aventino.

E’ sin troppo evidente il tentativo portato avanti ormai da tutto l’arco politico della sinistra : quello, cioè, di paragonare il governo Berlusconi al fascismo.

Da questo attacco e da questo livore ideologico della sinistra farebbe bene a distinguersi il terzo polo, ma pesa sulla “moderazione” di Casini la linea antiberlusconiana di Fini.

Il Presidente della Camera, cha va dimostrando sempre più un indirizzo politico non super partes, come già molti opinionisti avevano rilevato, sta tentando di realizzare il disegno di saldare il Terzo Polo con la sinistra.

Invece di distinguersi Casini asseconda questo disegno.

Sbaglia Casini a invocare lo scioglimento delle Camere e le elezioni a giugno. Questa decisione che Napolitano difficilmente prenderà radicalizzerebbe il conflitto politico, farebbe svolgere le elezioni in clima di scontro fisico sul quale certamente si innescherebbe l’attività terrorista, come già dimostra l’attentato al tenente Albamonte dei parà.

Il compito dei moderati in questo momento dovrebbe essere quello di tentare di rasserenare il clima politico non solo criticando le intemperanze del centro destra, ma attaccando, soprattutto il giustizialismo della sinistra e l’idea che si debba disertare o rendere inagibile il Parlamento.

Ma su questo il Terzo Piolo non dice una parola e il clima di rissa, alimentato anche dai finiani, finisce per schiacciarlo sulla sinistra.

Ricordiamo a Casini che le monetine che colpirono Craxi al Rafael erano il risultato di un clima che stroncò alla radice anche l’esperienza politica democratico cristiana.

Lo scontro non favorisce i partiti moderati: la violenza di tangentopoli li cancellò.
23/03/2011 [stampa]
17 MARZO 2011.
E’ stato giusto commemorare con una Festa Nazionale il 150° anniversario della proclamazione del Re d’Italia.

Tuttavia, pur con il rispetto che si deve alle vicende storiche, la questione dell’Unità dell’Italia non può limitarsi a tali aspetti.

L’Unità e il relativo patriottismo appartengono a qualcosa che va oltre gli episodi delle lotte risorgimentali e richiamano l’elemento caratterizzante dell’identità.

Il patriottismo della nazione richiama la cultura fondante di questo Paese che non può essere solo quella illuminista di talune correnti del Risorgimento. Questo patriottismo deve sollecitare a considerare un valore tutta la sua storia, non solo quelle dell’800 o, addirittura, del ’43-’45 del ‘900, i grandi segni della cultura cattolica, i suoi paesaggi e le sue architetture, ciò che ha impresso un segno nelle nostre contrade e in quelle lontane.

Sulla doverosa celebrazione del Risorgimento resta, se non chiarita, l’ombra di una scelta fatta a suo tempo di un indirizzo unico e centralistico che, oggi, richiede di essere “ammorbidito” in una visione più complessiva e pluralista.

Abbiamo la sensazione che non si voglia solo celebrare l’Unità dell’Italia, ma anche certa cultura giacobina per riproporla quale cultura attuale che contrasti il “populismo”, perché sospetto di influenza cattolica.

Lo avvertiamo non solo nella rigidità storicistica e negli invocati valori della rivoluzione francese, ma nella scarsa propensione da parte di tutti , compresi i vertici istituzionali, di chiarire come la sinistra comunista, - anch’essa , in fondo, frutto dell ‘illuminismo, - sin da Gramsci , fosse assai critica per il modo come fu attuato il Risorgimento.

Richiamiamo peraltro, come questo ritorno al culto del Risorgimento da parte dei sopravvissuti alla cultura comunista, ignori, volutamente come quei giovani del dopo guerra che , in termini nazionalistici e con richiami nostalgici, agitavano il tricolore venissero sistematicamente aggrediti da chi credeva più nell’Internazionale che nella Nazione.

Resta netta la sensazione che nonostante le celebrazioni unitarie rimangano quelle ferite e quelle divisioni che non fanno dell’Italia una vera unità di popolo.

Le lacerazioni politiche e le divisioni polemiche spinte oltre l’inverosimile, l’opposizione ad ogni tentativo di riforma, un linguaggio che abbassa il livello della politica anche per responsabilità dei mass media, l’orizzonte sempre più stretto della stessa politica non sono il segno di una vera Unità dell’Italia.

Segnaliamo con attenzione la proposta, sostenuta da IDV, PD e FLI, di rendere festa nazionale permanente il 17 marzo. Forse sarebbe più giusto riconsiderare come festa nazionale il 4 novembre.

Sappiamo che la guerra ’15 – ’18 fu anche definita un’”inutile strage”, ma quella guerra e quella vittoria videro tutti gli italiani, di ogni ceto sociale da tutte le terre, partecipare uniti ad un evento che fu tragedia, ma anche ideale e amore della patria.

Fu una unità di popolo, di eroismi e di drammi nella quale si riconobbe tutta la Nazione.
15/03/2011 [stampa]
Giappone, la terra dove il sole si leva.
Siamo certi che il Giappone rinascerà da questa enorme catastrofe.

Le immagini che giungono da questa terra devastata dalla natura, testimoniano i danni ingentissimi e le devastazioni apocalittiche e ci lasciano sgomenti.

Eppure a questa tragedia si accompagna un raggio di sole e di speranza per il quale rimaniamo stupiti ed affascinati.

Nei volti preoccupati, ma sereni del popolo giapponese , nella immediata operosità dei singoli e dello Stato, nella compostezza di ciascuno leggiamo il riflesso di una saggezza profonda, di una forza dell’anima che viene da un popolo naturaliter religioso.

Da questa tragedia nasce una lezione per il mondo.

Il “mondo” della felicità a buon mercato, il “mondo” delle certezze illusorie, il “mondo” che attende sempre l’aiuto dello Stato, il “mondo” della “protesta”che non sa nemmeno ritrovarsi unito di fronte alle grandi tragedie è sconfitto da questa prova di spiritualità e civiltà.

Il popolo giapponese subì sul suo territorio il “privilegio” del bombardamento atomico, due volte, con centinaia di migliaia di morti e contaminati. Una ferita che rimarrà nella sua memoria per sempre.

Anche allora ebbe la forza per risollevarsi e fece della sua nazione la seconda potenza economica del mondo.

Guardiamo al popolo giapponese con ammirazione e preghiamo per la sua rinascita, mentre gli siamo grati per la grande lezione di umanità e dignità che ci offre.
24/02/2011 [stampa]
Presidenzialismo.
All’inizio degli anni’70 un gruppo di parlamentari democristiani diede vita ad una rivista “Europa Settanta” che propose, con approfondite analisi politiche, un cambiamento della Costituzione per dar vita ad una Repubblica presidenziale.

In estrema sintesi, il concetto di fondo era che i poteri in capo al Presidente della Repubblica e la prassi che consentiva a questa figura istituzionale, apparentemente solo garantista, di svolgere un sempre più ampio ruolo politico, avrebbero dovuto indurre i partiti a modificarne il sistema di elezione con una votazione popolare diretta.

Questo gruppo fu accusato di “gollismo” e le sue proposte non furono accettate dall’establishment democristiano convinto che il sistema si sarebbe mantenuto stabile anche per il suo substrato consociativo. Per Moro, che era il gran regista di quegli anni, il potere legittimante era delle correnti politiche che svolgevano un ruolo regolatore della democrazia parlamentare.

Per venti anni le cose andarono avanti. Dopo la morte di Moro, il sistema cominciò a declinare fino alla catastrofe dei primi anni ’90 quando avvenne il cedimento all’azione giudiziaria di un assetto politico giunto allo stremo.

La questione dei “poteri” del Presidente della Repubblica è rimasta, anzi si è resa ancor più evidente come nell’occasione nella quale Scalfaro sciolse le Camere che avevano ancora una maggioranza parlamentare.

Oggi, il potere risolutivo di Napolitano è stato invocato più volte affinchè intervenisse nella situazione politica sia, prima del 14 dicembre, per un invocato “governo del Presidente”, sia, più recentemente, per sciogliere il Parlamento e andare ad elezioni anticipate.

Altri interventi di Napolitano hanno evidenziato il suo ruolo politico: dal rifiuto a firmare il decreto per Eluana Englaro, fino alla recentissima lettera alla vigilia del voto della Camera sul “mille proroghe”.

La stessa credibilità di questa figura istituzionale, asserita dai sondaggi, dimostra, appunto , che ad essa si affida un ruolo politico al quale dovrebbe corrispondere un sistema di elezione diretta.

Altrimenti verrebbe reso più profondo il solco esistente tra sovranità popolare e potere politico, cioè tra democrazia e istituzioni.
15/02/2011 [stampa]
Congresso FLI: un futuro senza destra e acqua al mulino di Casini.
Nelle analisi di quasi tutta la stampa, il Congresso della nuova formazione politica finiana è stato commentato, sostanzialmente, come un nulla di fatto.

Anzi, grande rilievo, almeno pari a quello offerto al discorso di Fini, è stato dato alle lotte interne che hanno condizionato fino all’ultimo le decisioni circa gli assetti.

Tutte le indicazioni del discorso di chiusura del Presidente della Camera (offerta a Bossi del Senato delle Regioni, appello all’elettorato di destra, un diverso bipolarismo, dimissioni possibili insieme a Berlusconi ) sono state classificate come espedienti tattici, privi di un quadro ed una prospettiva. In sostanza, parole senza futuro.

Il fondo di Pierluigi Battista sul Corriere della Sera del 14 febbraio va al cuore della questione e bolla il tentativo di Fini “ di rimettersi in connessione con l’elettorato di centrodestra, mantenendo incandescente la polemica con Berlusconi” come un “azzardo velleitario”.

E la regione di questa velleità di Fini è che il partito a cui si vuole dar vita non appartiene alla tradizione della destra che è stata moderata, non laicista, patriottica e riformatrice della Costituzione , mentre si appresta a fare scelte di collegamento tattico e strategico con la sinistra.

Dimostrazione di questo percorso di FLI sono gli assetti interni: Bocchino al vertice per la sua indiscussa fedeltà alla linea aggressiva antiberlusconiana, Della Vedova che assicura nei lavori della Camera un contenuto laicista ed aperto alla sinistra , mentre Ronchi appare la foglia di fico di una destra inconsistente. Significativa l’emarginazione delle personalità più moderate.

Queste scelte, mentre assicurano la fedeltà ad una linea che può comportare accordi a sinistra, allontanano, come ha sottolineato Pierluigi Battista, FLI dall’elettorato di destra .

Senza l’elettorato di destra FLI è destinato, nella migliore delle ipotesi, a portare acqua al mulino di Pierferdinando Casini e alle sue spregiudicate tattiche politiche.
03/02/2011 [stampa]
Sul cavallo di De Benedetti: il secolo bussa al fronte popolare
Il Secolo d’Italia con una certa improntitudine nobilita la proposta di D’Alema di un fronte popolare antiBerlusconi paragonandola ad una svolta storica, una occasione da non mancare rispetto a quelle “ perdute” dalla destra dal congresso di Genova a Milazzo, dalla contestazione giovanile a Bettino Craxi.

Già i riferimenti storici del quotidiano traballano alquanto : il luglio del ’60 non pose fine ad una “inedita sintesi politica tra sinistra democristiana e forze nazionalpopolari”, poiché, invece, fu la costola più forte del dossettismo che uccise l’esperimento tambroniano e iniziò la lunga linea della politica a sinistra con il monocolore Fanfani che rappresentò il ponte verso il centrosinistra.. E’ anche assai discutibile che destra e sinistra giovanile avrebbero potuto avere una “matrice unitaria e condivisa della contestazione giovanile” se non con l’equiparazione tra Evola e Marcuse assai discutibile e, comunque, deviante; mentre il progetto di Craxi non fu il “nuovo arco democratico”, ma la grande riforma costituzionale presidenziale.

Ora Il Secolo sposa l’analisi di D’Alema su Repubblica che ci si trovi in piena “emergenza democratica”, del resto l’equiparazione tra Berlusconi e il Fascismo è proposta da anni da Massimo Giannini e su tale diagnosi , la ricetta invocata è, come la definisce lo stesso intervistatore, un nuovo “Cln”.

Da questo Cln dovrebbe partire, sostengono D’Alema e il Secolo, una “alleanza costituente” che dia vita ad un “governo costituente”.

Ma quale governo costituente ! Si vuole tentare di ritornare ad una visione della politica nella quale gli assetti di governo vengono decisi dagli accordi tra i partiti, mentre ritornerebbero in cantina gli impegni di programma e una politica che si ricostruisca come patto tra governo e popolo.

Come potrebbe una coalizione del genere affrontare la necessaria riforma della giustizia a partire dal CSM, un compiuto federalismo, la riforma fiscale, la eliminazione del sistema dei condizionamenti burocratici e di falso e presunto garantismo amministrativo che si traducono in un condizionamento dell’attività economica.

L’unico elemento che mette insieme questo Cln è l’antiberlusconismo, mentre sul piano delle riforme costituzionali non c’è alcuna idea comune, se non un ritorno ad un modello di delega, su base sostanzialmente proporzionale e che costruisca le coalizioni dopo il voto e a maggioranza variabile, con il rifiuto di giungere ad una compiuta riforma che ridia forza al consenso, alla legittimazione con l’elezione diretta del premier, alla rappresentanza come espressione e impegno di programma, alla stessa politica.

Non a caso Il Secolo cita come la più esatta analisi sul centro destra quello che scrisse Mario Pirani accusandone i limiti dovuti all’ideologia fondata sul principio della “dittatura della maggioranza”, all’antiRisorgimento della Lega e all’antieuropeismo.

Siamo al punto che l’FLI ha assorbito tutto lo sgangherato bagaglio politico culturale dello scalfarismo e del partito Repubblica: dal giustizialismo, mascherato da legalismo , dall’ostracismo alla Lega considerata antimoderna e razzista, fino alla difesa dell’europeismo tecnocratico; dal patriottismo costituzionale fino al fronte popolare.

Un “ fronte che può essere rappresentato – precisa Il Secolo – da figure come Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini o Ferdinando Adornato da una parte e quello che emerge con Massimo D’Alema, Walter Veltroni e Rosy Bindi dall’altra “.

Siamo al punto terminale di una involuzione politica.

Un tempo la destra, dimostrando intelligenza, stile giornalistico e dignità politica, si dilettava a individuare le “mosche cocchiere” o gli “utili idioti” che servivano al disegno di affermazione della sinistra,

Questi personaggi che ,ormai, nulla hanno di destra, hanno finito il loro volo e si sono posati, con grande sussiego, sul cavallo di De Benedetti.
26/01/2011 [stampa]
Ricordiamo ai post comunisti...
Nel corso di una trasmissione radiofonica qualche esponente della sinistra ha sostenuto che Berlusconi avrebbe violato la Costituzione in quanto il secondo comma dell’articolo 54 recita che “ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore…”.

Appena due articoli prima la stessa Costituzione dice che “ la difesa della Patria è sacro dovere dei cittadini”.

Quando negli anni del dopoguerra i comunisti esaltavano la guida di Stalin sul movimento comunista internazionale e l’ organizzazione del PCI riceveva finanziamenti da parte dell’Unione Sovietica, un paese ostile all’Occidente, si può affermare , con certezza, che i comportamenti quei cittadini e le finalità di quel partito erano pienamente conformi al dovere di “difesa della Patria” ?

Questa concetto costituzionale non riguardava solamente la difesa militare dell’Italia, della quale non si ebbe bisogno poiché non venimmo coinvolti in conflitti con l’URSS, ma comprendeva l’adesione al bene comune e all’interesse generale del nostro Paese.

Il “sogno”, tanto per usare un termine alla moda, dell’attesa salvifica da parte dell’URSS ( “ a da venì baffone! “) ispirò le attese e le speranze del popolo comunista.

A questi patrioti della Costituzione occorre, a volte, ricordare il loro antico, meno nobile patriottismo … sovietico.
25/01/2011 [stampa] Intellettuali e sinistra: uno squillo di tromba nella terra di nessuno
Riportiamo integralmente il testo di un appello di intellettuali di sinistra, apparso su “Front Page” che, per la prima volta affronta, da sinistra, l’involuzione giustizialista di questa parte politica.

Il ritorno dei temi garantisti e dell’impegno sociale è un avvenimento di enorme portata in un campo politico che ormai sembrava definitivamente chiuso nell’orizzonte impostogli dall’ideologia giustizialista e dagli editori- partito.

Questo appello faticherà non poco a contrastare l’offensiva che , anche sotto forma di congiura del silenzio, potrebbe opporglisi.

Manca alla sinistra di oggi un fondamento culturale proprio, una sua vera e reale ragion d’essere.

Non è più in grado di leggere la realtà dei problemi veri degli uomini e delle donne di questo Paese.

Ha perso il consenso perché ha passato la linea: andando da un’altra parte che si è rivelata essere una terra di nessuno.

A proposito del comunismo qualcuno ha scritto: “la nozione di consenso perde significato perchè non c’è valore a cui consentire. Resta solo l’impersonale, anonimo sviluppo. Sotto questo rapporto il pensiero di Gramsci sembra diventare oggi l’ideologia del consenso comunista all’ordine tecnocratico neocapitalistico”.

Sono le profetiche parole di Augusto Del Noce nel suo saggio su Gramsci e il suicidio della rivoluzione del 1978.

Trentadue anni non sono passati invano, ognuno ha portato il suo obolo: Berlinguer sposando la questione morale e il rifiuto di trattare durante il rapimento Moro, Natta e Napolitano imprimendo una sollecitazione ad entrare nell’ internazionale socialista, senza essere socialisti, Occhetto assorbendo l’antica sollecitazione radicale e accettando il vento giustizialista di Milano entrò nella logica scalfariana, D’Alema incapace di opporsi e di costruire l’opzione socialista, Veltroni illudendosi di camminare sul sentiero liberal, assorbendo il “veleno” dossettiano e alleandosi con il partito espressione dei giudici, Bersani sostenendo l’ipotesi di un fronte popolare antiberlusconiano sostenuto da Repubblica.

Sono gli oboli serviti a costruire il partito della terra di nessuno che oggi risponde agli interessi di quel “padrone”che da anni conduce la propria guerra a Berlusconi.

Crediamo, in definitiva, che questo “squillo di tromba” di alcuni intellettuali di sinistra, risuoni , ormai, nel vuoto, somigliando più al “silenzio” che alla “ sveglia”.

Care compagne e cari compagni, per carità, per il nostro bene, fermatevi. Il nostro avvenire, la libertà, i nostri diritti e quelli delle persone colpite dalla crisi e dall’ingiustizia sociale, non possono essere affidati alla legge e alla violenza dello Stato. Ai tribunali. Alla repressione. In passato ci è capitato, qualche volta, di pensarlo. Poi abbiamo capito che sbagliavamo. Non possiamo sperare nel carcere, nell’arresto dell’avversario più detestato, nei sistemi di intercettazione a tappeto, nella logica dei corpi separati e persino nell’intervento del Vaticano per ottenere ciò che non abbiamo ottenuto con il consenso.

Nel giustizialismo non c’è meno oscurità che nel comportamento arrogante della politica di potere. Rischiamo di trasformare il popolo della sinistra, dei democratici, in tricoteuses compiaciute e senza idee, che se ne stanno lì davanti alla ghigliottina e assistono al Terrore rivoluzionario mediatico e alle controffensive della Vandea. Oppure in castigatori moralisti dei comportamenti privati e sessuali di chicchessia, fino ad invocare l’ingerenza della Chiesa sulla politica, e a scagliarci contro le donne poco castigate, contro i libertini, contro gli eccessi sessuali, o contro il peccato.

Certo, cari compagni, nel nostro passato abbiamo qualcosa che non va. Vi ricordate quando pensavamo che la “celere” e le leggi speciali e le carceri e le proibizioni fossero il modo giusto per risolvere  il disagio sociale o la ribellione dei giovani? E mettere in salvo la linea del partito? Vogliamo liberarci di quel passato, oppure vogliamo riprodurlo tale e quale, ma senza avere più il partito, né la linea, e senza esserci accorti di quanto sono cambiate le cose? Che vuol dire per noi essere di sinistra? Più o meno significa questo: indicare una missione e obbiettivi per la crescita dell’equità, della giustizia, della libertà. Giusto? Ma qualcuno ci dice: “D’accordo,  avete ragione, ma per ora c’è una emergenza più grande della giustizia sociale o della libertà. Questa emergenza è la lotta contro la corruzione e contro il malcostume”.

Giusto, la corruzione va perseguita. Ma non è l’emergenza delle emergenze. E la corruzione va perseguita, ma non, come fu nel ’92-’94, decapitando una classe politica, o esercitando la pressione della carcerazione preventiva, a volte abusiva. E’ troppo lunga la lista di errori, di vittime, di interferenze nella vita politica dovute a processi mediatici o sbagliati. Dobbiamo difendere il sistema dei diritti dell’imputato la cui salvaguardia risale a prima della stessa Rivoluzione francese. E la corruzione va combattuta sì con le indagini, ma soprattutto con l’efficienza e la trasparenza delle funzioni pubbliche, come dicono i rapporti dell’Ocse sull’argomento: perchè una società in cui lo Stato non funziona finisce per avere bisogno di corrotti o servi per funzionare.

L’esercizio della giustizia deve essere efficace, ma esemplare nel rispetto delle regole e nella sobrietà dei comportamenti, più di quanto non spetti agli imputati. Il braccio della legge deve esercitarsi senza ossessioni di protagonismo. I poteri di indagine non devono ridurre i cittadini, testimoni o sospettati, a numeri di telefono intercettabili e a condannati molto prima del giudizio, né a quei poteri debbono sommarsi considerazioni moralistiche, né va utilizzato in modo devastante il circuito mediatico come prima ed ultima sede  di sentenza.

Non lo credevamo, ma oggi la sinistra rischia una involuzione autoritaria, rischia di abituarsi a pratiche liberticide. E per di più questa involuzione si realizza circondata da una sorta di consenso totalitario, che si somma alla paura del dissenso per meschine finalità politiche o elettorali. E’ una doppiezza che abbiamo allontanato da tempo, e che non renderà più credibili i propositi di riscatto sociale, non sanerà le divisioni, ma renderà la società meno libera e più ingiusta. Cari compagni, evitiamo di trasformare la sinistra in una nuova destra, pulita e reazionaria, bigotta e illiberale, antifemminista, moderata e populista. Siamo ancora in tempo. L’Italia ha bisogno della sinistra. Non ha bisogno di manette né di intellettuali o di politici che giocano a fare gli sbirri.

Piero Sansonetti Fabrizio Rondolino Ottaviano Del Del Turco Claudio Velardi Massimo Micucci Enza Bruno Bossio
10/01/2011 [stampa]
Il significato della morte del Caporale Matteo Miotto
Ciò che colpisce della figura di Matteo Miotto, alpino del reggimento di Belluno, è la sua serena consapevolezza di essere un soldato ed il suo legame con la Patria.

Sono corsi fiumi di inchiostro per spiegare il suo impegno collegato con la missione di pace , per evidenziare il buon rapporto dei soldati italiani con le popolazioni locali, per dimostrare che l’Italia è un paese che vuole costruire una comunità internazionale nella quale i diritti di tutti siano rispettati.

Tutto giusto.

Tuttavia nella semplice e sublime lettera che questo soldato aveva inviato ai suoi familiari qualche tempo prima c’è qualcosa di più.

Innanzitutto il cavalleresco riconoscimento che il popolo afgano mantiene le sue tradizioni e la gente “ nasce, vive e muore per amore delle proprie radici”.

Poi, il non odio per questo popolo, lascia, comunque, lo spazio alla consapevolezza di essere in una guerra con tutti i rischi che le sono connessi, rischi che vengono accettati con grande serenità.

E questa serenità giunge al soldato Miotto dalla necessità di differenziarsi da questi giorni “ in cui serenità e valori sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo, a cosa apparteniamo”.

E Miotto aveva dentro di sé la risposta a queste domande.

E la risposta a queste domande è nella richiesta, in caso di morte, di essere sepolto con i caduti nelle guerre del cimitero del suo paese natio.

Miotto sapeva di essere un soldato che si trovava in un luogo lontano dalla sua terra per servire la sua Patria e che, appartenendo all’esercito italiano, doveva, da morto, ritornare nella comunità di coloro che avevano compiuto il loro dovere fino in fondo.

E’ questo il significato della morte di un giovane soldato che anche gli altri giovani debbono conoscere.
04/01/2011 [stampa]
La foglia di fico del terzo polo: non parlare dei temi eticamente sensibili.
La questione che maggiormente divide UDC e FLI è quella che riguarda i temi eticamente sensibili.

Non si stratta di una differenza emersa nel momento della formazione dell’accordo per il cosiddetto terzo polo o, posta da autorevoli ambienti cattolici per ostacolare l’emergere di una nuova coalizione politica.

E’ facile ripercorrere le differenti posizioni su famiglia, matrimonio, coppie di fatto, unioni tra omosessuali, procreazione assistita e fine vita che ha assunto Fini, rispetto alle scelte di Casini.

Non si tratta di alcune “fisime” di Della Vedova, ma di prese di posizioni coerentemente prese lungo l’arco di alcuni anni che, tra l’altro, vengono corroborate da una cultura , già presente in AN, che si ispira ad un’idea di Tradizione non riferita a quella cattolica.

Come risolvere il problema?

Sembra che si sia raggiunto un accordo, in vista delle sempre possibili elezioni.

Questo prevederebbe una soluzione semplice: basta non farne accenno nei programmi delle singole forze politiche o del candidato premier che verrà scelto per quell’ipotizzato “accordo tecnico” al Senato.

Questa decisione richiama la logica della sinistra democristiana che aveva accolto uno dei principi del modernismo e cioè la riduzione alla sfera del privato delle questioni etiche.

Tuttavia, dopo gli anni del postConcilio, come ben sanno gli stessi cattolici democratici , ogni tentativo di mediazione tra etiche diverse è destinato ad essere sconfessato, come la vicenda dei DICO dimostrò, nonostante la pertinace insistenza del ministro di allora Rosy Bindi.

L’irrompere del relativismo etico è sotto gli occhi di tutti e non si può far finta di non vederlo, mentre il peso politico e culturale di chi sostiene il pluralismo etico non consente di mettere da parte una sfida alla quale sono chiamate le forze politiche che affermano di ispirarsi ai valori del cattolicesimo.

C’è anche una notazione politica da fare: l’attenzione, senza tentazioni integraliste, sui temi sensibili del PDL, che non si è sottratto di fronte alle questioni emergenti, fa ritenere, per contro, che sarà assai difficile per il terzo polo mantenere un atteggiamento di distanza e , verosimilmente , sarà lo steso Berlusconi a porre questo cuneo nella fragile alleanza tra Fini e Casini
15/12/2010 [stampa]
La fiducia a Berlusconi fa saltare il piano eversivo.
In un futuro non lontano gli italiani ringrazieranno l’esito infausto che ha avuto il tentativo di sfiduciare il governo in carica.

Si è tentato di aprire una crisi al buio, alla vigilia di importanti incontri a livello internazionale.

Incontri nei quali l’Italia, su iniziativa del Ministro per l’Economia Giulio Tremonti, sta avanzando proposte per risolvere stabilmente, a livello europeo, il problema dei debiti nazionali e per una diversa valutazione dell’indebitamento dei Paesi euro, facendo entrare nei parametri anche il risparmio privato. Una riforma che valorizzerebbe quegli elementi strutturali che appartengono positivamente all’economia del nostro Paese.

L’Italia ha corso un serio pericolo: si è cercato di indebolire il nostro Paese.

In nome di quali interessi e con quali obbiettivi?

Il contesto internazionale, di questi giorni, ha visto comporsi un quadro di interessi contrari al nostro Paese, con la diffusione di note di fonte ambasciate usa sugli accordi italo russi per l’approvvigionamento energetico e con le critiche del Financial Time che riflettono le preoccupazioni della Gran Bretagna per il nostro ruolo nel Mediterraneo che passa per una distensione con la Libia.

La dichiarazione del capo gruppo del PDL alla Camera Cicchtto circa l’appoggio che la manovra antiberlusconiana avrebbe avuto dal banchiere Bazoli e dall’editore De Benedetti conferma che ci si è mossi anche all’interno, per far cadere il governo, ripetiamo, senza prevedere un esito.

Forze esterne ed interne hanno agito contro l’interesse nazionale.

La sinistra, come avviene sempre in questi casi, ha prestato il suo appoggio.

Infatti, avere dato copertura , da parte di alcune forze politiche ,all’iniziativa della piazza, nei giorni scorsi, è altrettanto grave.

Le dimostrazioni con gli assalti a sedi istituzionali e i gravissimi disordini a Roma, fino ai 50 feriti tra le forze dell’ordine , hanno coinciso con lo svolgimento del dibattito parlamentare.

Figuriamoci se fosse passata la sfiducia quello che sarebbe successo!

Non siamo in presenza solo di incapacità a comprendere o di irresponsabilità.

Gli uomini dell’ex PCI dentro il PD non possono non sapere che la protesta contro il ministro Gelmini cela in sé una vera e propria azione eversiva, attuata da professionisti della guerriglia che tentano di aprire una nuova stagione di dura contestazione che dilaga contro il sindacalismo democratico (CISL) e attacca le sedi istituzionali. Manca, per ora, solo un nuovo terrorismo delle BR. E tutto ciò, con una incoscienza incredibile, non è stato preso in considerazione quando si è sposata la contestazione con la scalate dei tetti della facoltà di architettura da parte di Bersani, Di Pietro e Granata.

E’ stata attuata una consapevole strategia per portare l’Italia alla deriva, pronta per essere devastata dalla speculazione internazionale.

Se alcune forze politiche che invocato un senso di responsabilità nazionale prendono consapevolezza della linea avventurista di Fini, delle sue implicazioni negative per l’Italia, dovrebbero aprire una stagione di dialogo per costruire una prospettiva di governo e di riforme anche costituzionali che garantiscano la necessaria stabilità al nostro Paese.

Un’autorevole invito in questo senso, a qualche ora dal voto, proviene da un commento della Radio Vaticana che mentre nota che “Fini esce sconfitto dalla prima prova di forza con il cavaliere”, osserva che “ il voto della Camera impone un allargamento della maggioranza per continuare la legislatura ed evitare la crisi di governo”.

Sarà in grado Casini di mettere da parte il suo tatticismo e pensare una linea di respiro per il futuro dell’Italia e del suo sistema politico ?

Le prime dichiarazioni del leader dell’UDC non sembrano andare in questa direzione.
13/12/2010 [stampa]
14 Dicembre: "Anti Berlusconismo" all'ultima spiaggia.
Le complesse vicende politiche e i poco prevedibili esiti, offrono la possibilità di alcune riflessioni.

Sembra, comunque, volto al fallimento il progetto di togliere Berlusconi dalla sua posizione politica centrale .

Non ha funzionato il tentativo di coinvolgerlo in pratiche e percorsi da prima repubblica come le dimissioni e l’eventuale reincarico, o la scelta di un successore nel centrodestra.

Si sono tentate tutte le strade: dalla enfatizzazione della “emergenza economica nazionale e internazionale” per affidare ad un governo tecnico le sorti del Paese, fino a quella, più accattivante di un “rafforzamento del centro destra”; dalla crisi pilotata, alle 72 ore per il reincarico.

La fantasia tattica si è espressa in mille modi, ma si è trattato di una mediocre commedia degli inganni che Berlusconi non ha voluto minimamente prendere in considerazione.

Il veterano Casini ed il neo acquisito Fini, nostalgici delle procedure di un tempo, non sono riusciti a far cadere Berlusconi nella trappola che gli era stata preparata, quella cioè di consegnarsi, senza una verifica parlamentare, nelle mani del Presidente della Repubblica.

Berlusconi ha ostinatamente voluto difendere un suo punto di forza: la dimostrazione , cioè, di una maggioranza certa al Senato e la possibilità di non essere sfiduciato alla Camera. Da parte sua vi è stata, anche, la difesa di alcuni capisaldi democratici: contrarietà a crisi extraparlamentari e impossibilità di rinuncia ad un mandato popolare per manovre che “tradiscano” la volontà degli elettori.

Questo passaggio, peraltro, era essenziale per il Cavaliere, al fine di mantenere una posizione centrale , con la prova, in Parlamento, di essere indispensabile per qualsiasi soluzione si volesse tentare, oltre la possibile strada delle elezioni anticipate.

Da questa prova di forza o , meglio, di “tenuta” di Berlusconi emerge il fatto che l’alternativa al suo governo non c’è, ovvero questa non ha lo spessore di una strategia che costruisca una alternanza politica. In questi giorni si sono viste solo piccole manovre tattiche, prodotte delle linee politiche di due partiti che non sono in grado di elevarsi ad un livello di elaborazione strategica.

Casini, emarginato dall’accordo con il PDL nel 2008 - complice, allora, la modesta furbizia di Fini - , mantiene, quantomeno, una coerenza di opposizione e, tuttavia, si espone, nell’alleanza con Fini, al rischio di perdere quel buon rapporto con settori del Vaticano, assolutamente contrari all’ alleanza con il “laicista” Fini. Anche qui si dimostra lo spessore solamente tattico del leader dell’UDC, in quanto preferisce il rischioso accordo con il Presidente della Camera, piuttosto che il mantenimento di un rapporto importante, perché strategico nelle vicende politiche italiana, con il Vaticano. Su una linea opposta si muove, invece, Berlusconi con l’apprezzamento della Segreteria di Stato.

Per Fini, che ha affidato le sue sorti a Casini, si prepara una fase difficile. Legato mai e piedi ai tatticismi dell’UDC rischia di trovarsi dalla stessa parte della sinistra, pagando prezzi altissimi in sostegno parlamentare e voti. Del resto, questo fatto non sorprende, poichè il Presidente della Camera, anche in passato, non ha portato al successo alcun tentativo di elaborare una linea politica senza Berlusconi.

Se, come sembra, Berlusconi tiene, si preparano giorni difficili per il terzo polo. Fini e Casini, in sostanza, sperano solo in una nuova e improbabile legge elettorale proporzionale.

Incapaci di pensare un dopo Berlusconi, guardano indietro ad un ritorno al prima di Berlusconi.

Hanno osservato giustamente i tre “riformatori” Barbera, Parisi e Segni, in una lettera al Corriere della Sera del 10 dicembre: ”molti oppositori al governo ritengono che la fine della sua leadership debba avere come conseguenza la fine del maggioritario. Sarebbe paradossale se con la fine di Berlusconi… si riaprissero i vecchi meccanismi… non dobbiamo tornare ai deboli meccanismi della prima repubblica”.

Una difesa del maggioritario è venuta in questi stessi giorni anche dal Cardinale Camillo Ruini

Non esce bene da questa vicenda politica anche il Partito Democratico. La recente conversione di D’Alema all’antiberlusconismo e la conseguente strategia di Bersani hanno significato la resa all’incalzare del giustizialismo di Di Pietro e alle affabulazioni della sinistra di Vendola.

L’antiberlusconismo – e questo vale per tutti - non può essere una linea politica e non costituisce neppure il terreno di coltura di una alternativa politica.

Se sopravviverà a questa difficile fase politica Berlusconi ha una sola strada per dare al suo periodo politico un significato importante, storico: proporre quelle riforme costituzionali che completino il bipolarismo.

Anche i tre riformatori sostengono questa esigenza istituzionale, che , tuttavia, sarà difficile attuare se, inopinatamente, la crisi dovesse determinare la fine politica del Cavaliere.
07/12/2010 [stampa]
I "Laici Credenti" finiani confusi e ambigui. Casini sbaglia a confondersi con il "laicismo di destra" di Fini e Granata.
“Confuso e segnato da ambiguità”, così si esprime l’Avvenire sul testo della lettera aperta dei “laici credenti” che 24 deputati, 8 senatori e 3 eurodeputati, aderenti a Futuro e Libertà, hanno firmato, in una avventata risposta alle critiche che il giornale della CEI aveva indirizzato ai contenuti del discorso di Fini a Bastia Umbra.

La debolezza degli argomenti, soprattutto a fronte delle ripetute prese di posizione del loro capo Presidente della Camera, non è sfuggita all’occhio attendo del quotidiano dei Vescovi.

Sferzante il commento del direttore Marco Tarquinio, riportato dal Il Tempo del 2 dicembre: “Mi sembra un testo assolutamente confuso, che non chiarisce nulla. Quando ho letto che c’era anche la firma di Fabio Granata ho capito perché”.

La strumentalità della lettera appare di tutta evidenza.

Anzi, il dubbio che sta sempre più emergendo in alcuni ambienti cattolici è che uno degli elementi che hanno portato Fini a differenziarsi nei riguardi di Berlusconi sono state le politiche del governo di sostegno a posizioni, contenuti e interessi specifici del mondo cattolico.

Queste supposizioni, suffragate dalle numerose differenziazioni di Fini su tali argomenti, sono alla base della preoccupazione per la emergente comunanza di strategia tra Futuro e Libertà e UDC.

Pierferdinando Casini a cui non manca il fiuto politico avrebbe dovuto evitare di presentare una mozione comune con i finiani, per il dibattito sulla fiducia del 14 dicembre, anche perché le ragioni dell’UDC, all’opposizione del governo da sempre, sono, oggettivamente, differenti da quelle di Futuro e Libertà che ha condiviso il governo fino a pochi giorni fa.

E’ una decisione delicata e importante.

Casini sta sbagliando a confondere le sue posizioni con il “laicismo di destra” di Gianfranco Fini e Fabio Granata.
02/12/2010 [stampa]
Gli stati uniti e l'italia e la miseria dei nipotini di Hitler e Stalin.
“ Non abbiamo amico migliore. Nessuno sostiene l’amministrazione americana con la stessa coerenza con la quale in questi anni Berlusconi ha sostenuto le amministrazioni Bush, Clinton e Obama”. Queste affermazioni del Segretario di Stato Hillary Clinton cancellano tutte le illazioni, congerie, indiscrezioni e quant’altro che il provincialismo ideologico di gran parte della nostra stampa aveva propinato in questi giorni sulla inaffidabilità ed inadeguatezza del Premier agli occhi degli Stati Uniti.

Ma a parte il fatto che la notizia dovrebbe costringere i giornalisti a rimangiarsi tutto l’inchiostro che avevano riversato sulla vicenda, quello che emerge, ancora una volta, è la miope strumentalità delle valutazioni di talune forze politiche.

La dichiarazione della Clinton, in sostanza, confermano che l’azione di Berlusconi e le sue iniziative politiche verso Putin, condotte con l’evidente intenzione di esprimere un’ autonomia, ma corretta, iniziativa, non sono considerate in contrasto con una leale appartenenza alla comunità politica euro atlantica.

Gli interventi del Premier che hanno collaborato a che la situazione del conflitto diplomatico della Russia con la Georgia non degenerasse e l’interesse nazionale che ha spinto l’Italia ad assicurarsi l’approvvigionamento energetico proveniente dall’area russa con l’ avvio del progetto del gasdotto South Stream e la collaborazione tra ENI e Gazprom, sono risultati di indubbia validità.

E’ incredibile come una parte degli attacchi a Berlusconi sulla sua politica estera di intesa con la Russia di Putin, oltre che dai noti partiti-editori mossi da interessi alternativi, siano portati avanti anche da coloro nel cui album di famiglia non mancano antichi quadretti di ossequio verso Stalin o verso Hitler.

La messa a punto del Segretario di Stato, con l’autorità che le appartiene, fa strame delle indiscrezioni, accolte anche da un giornale peraltro attento come Il Riformista, su un presunto avvallo degli USA nei riguardi dell’azione politica di Fini contro Berlusconi, relegandolo, invece, a improbabile e modesta copertura di modesti burocrati.

Una figuraccia hanno fatto anche tutti coloro che avevano visto, nelle illazioni prodotte dagli atti usciti sul sito incriminato, un ulteriore quadro internazionale nel quale agire per la prospettiva di eliminare politicamente il premier.

Per contro, le notizie diffuse in questi giorni , presentate come l’ennesimo dimostrazione della incapacità del Premier, hanno avuto l’ effetto opposto, quello cioè di far apparire come l’iniziativa di politica estera dell’Italia, in sintonia con un nostro interesse nazionale, è in linea anche con l’interesse europeo, senza far venir meno il quadro complessivo sul quale si colloca da dopoguerra ad oggi il ruolo dell’Italia.

Ancora una volta gli argomenti e le motivazioni dell’opposizione a Berlusconi dimostrano che è ancora lunga e difficile la strada da percorrere per arrivare ad una alternativa politica che voglia tentare di essere seria e praticabile.
29/11/2010 [stampa]
La verità sul 41 bis spezza i paradigmi ideologici.
Pierluigi Battista sul Corriere della Sera del 26 novembre, con un ragionamento estremamente corretto, scrive che le dichiarazioni del Presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Conso sulla sua decisione, nel novembre del 1993, di non rinnovare il 41 bis a centinaia di mafiosi, dimostrano che essa scaturì “da un mondo lontanissimo dal berlusconismo politico in nascita”.

Le conclusioni di questa constatazione-novità sono, secondo Battista, due : la prima è che i “ conti” di coloro che aveva creato il “paradigma” che “ i nuovi destinatari del ricatto mafioso (fine delle stragi in cambio di un cedimento sul 41 bis) fossero gli esponenti della creatura berlusconiana che stava prendendo corpo in quello scorcio di storia italiana”, “non tornano”.

La seconda : “è impossibile addirittura ipotizzare che il governo Ciampi, il cui illustre ministro della giustizia, il ministro dell’interno Mancino… e un tecnico come Nicolò Amato che in quell’epoca faceva parte del comitato promotore per Francesco Rutelli sindaco, abbiano fatto parte del “complotto” orchestrato dalla mafia e dalla nuova politica dell’utrian-berlusconiana”.

Condividiamo ambedue le conclusioni.

Però.

Anche noi facciamo due conclusioni.

La prima: è mai possibile che nessun giornalista non si sia mai accorto che le date sull’”ammorbidimento del 41 bis” dimostravano, in quanto tali, che nulla centravano Berlusconi e compagnia bella nello svolgimento di queste decisioni ?

La seconda: non accorgersi di questa evidente realtà significa soltanto che siamo in presenza di una mistificazione di ispirazione ideologica e della sua conseguenza di voler colpire un avversario politico con ogni arma, compresa la contraffazione della verità dei fatti.

Ne aggiungiamo un’altra: la lotta alla mafia non si fa con i paradigmi ideologici, ma con i fatti, anche se questi vengono considerati in modo riduttivo, come abbiamo notato in alcuni recenti messaggi televisivi.
16/11/2010 [stampa]
Primarie a Milano: avanti con l'okkupazione del PD.
Mentre si discutono – a ragione - i problemi del PDL e la sua crisi, non viene sufficientemente esaminata una questione ormai evidente e che mostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, la condizione di un PD ormai prigioniero e reso impotente dall’aver indossato la camicia di Nesso del giustizialismo e dell’antiberlusconismo.

Questi due caratteri hanno divorato ogni residua identità del PD portandolo ad essere ormai completamente permeabile alle forze esterne a questo partito.

Un tempo il PCI aveva come stella polare l’ assoluta necessità di evitare quelli che allora erano chiamati i “nemici a sinistra”. Oggi il partito-azienda Repubblica, i conduttori televisivi graffianti, il ritorno di Rifondazione Comunista sub specie di Sinistra e Libertà, l’incombente Di Pietro e le frange dei grillini, i centri sociali e quant’altro non solo influenzano pesantemente le decisioni politiche dei vertici del PD, ma i loro sostenitori stanno nettamente prevalendo nell’elettorato di questo partito e nelle primarie, impongono i loro candidati: dalla Puglia a Milano.

E’ questo il significato della netta vittoria alle primarie per il candidato sindaco di Milano dell’avvocato Pisapia rispetto a Boeri scelto dalla segreteria nazionale del PD.

Questa sconfitta va oltre quello che è successo a suo tempo in Puglia alle primarie, dove Vendola si era avvalso di un potere di convincimento derivato dalla sua gestione della giunta regionale. A Milano ha vinto il candidato non sostenuto dalla segreteria, partito a parità di condizioni e forse svantaggiato rispetto agli altri.

E’ interessante notare che si è registrata anche una netta caduta della partecipazione dell’elettorato a questa competizione: da circa 80 mila a 60 mila.

L’abbandono degli elettori e la stessa massiccia fuga dalle primarie dipendono dal fatto che il PD non ha più una identità propria, sconvolto com’è, prima dal nullismo veltroniano, poi dalla resa di d’Alema che ha abbandonato il progetto di un partito socialista europeo, per approdare ad una visione “frontista” della politica che legittima soprattutto le posizioni più intransigenti e qualunquiste.

Una linea politica “frontista” se la poteva permettere solo il “grande “ PCI. Oggi, l’estrema debolezza - gli analisti di un tempo direbbero “strutturale” - del PD gli impedisce di esercitarne la guida strategica.

E’ una deriva imbarazzante che prepara una balcanizzazione della sinistra soprattutto se il PD si farà convincere ad un improbabile ritorno del proporzionalismo nel sistema elettorale.
03/11/2010 [stampa]
Dialogo tra un professore ed un intellettuale nelle macerie della città politica.
Su la 7 nella trasmissione condotta dalla Gruber civettano sul futuro politico dell’Italia Mario Monti e Paolo Mieli.

L’attuale direttore editoriale Rcs ed ex mente di Lotta continua insiste con il professore di economia ed ex commissario europeo affinchè dia la disponibilità ad essere indicato come possibile Presidente del Consiglio di una Italia da ricostruire.

E’ significativo che l’espressione di un potere imprenditoriale che possiede il più autorevole quotidiano italiano si senta investito di una autorità che gli permette di suggerire una candidatura per la più importante carica politica del Paese.

Questa simpatica kermesse a due mostra il possibile punto di arrivo di una politica che , certamente ha perso autorevolezza, ma ciò sta avvenendo anche per una massiccia azione di screditamento che la stampa ed anche alcuni mass media televisivi portano avanti nei riguardi del mondo politico.

E che cosa potrebbero fare gli opinion makers se sentissero di sostenere l’interesse nazionale e affermare una più elevata idea della politica?

Non riversare fiumi di inchiostro su ogni tipo di miseria della politica, enfatizzandone il peso, ma sollecitare la politica ad elevarsi e a proporre obbiettivi ed interessi di tutto il Paese.

Un dato è fin troppo evidente: oggi le penne di questo giornalismo sono al servizio di quel distorto rapporto tra magistratura ed editoria che oggi rappresenta il più caratterizzante limes operativo dei giornali. In passato il grande giornalismo non si è mai abbassato al ruolo di diffusore delle “veline” sfuggite al controllo degli uffici giudiziari.

L’impressione è che la politica in quanto tale, insieme al peso ed il ruolo dei partiti, indipendentemente dalle cose buone e meno buone che vengono fatte, ad essere oggetto della lunga campagna politica dei partiti-azienda iniziata con il sostegno ai referendum di Segni, continuata con l’amplificazione della “rivoluzione dei giudici” ed, oggi,giunta al suo punto di arrivo con l’assalto ai “vizi” del premier: dalla d’Addario a Ruby.

Sappiamo quello che ci ha già portato tutto questo: l’eliminazione di una classe politica e dei partiti storici, autorevoli anche se non privi di difetti, un immodificabile ruolo politico della magistratura ormai decisivo per qualsiasi governo, un bilancio complessivo che vede la diffusione di un qualunquismo politico, non raffinato e simpatico come quello di Giannini, ma degradante, privo di qualsiasi spessore culturale, violento ed aggressivo, una crisi istituzionale che il vocale “patriottismo della costituzione”, non riesce a nascondere.

In queste macerie della città politica si svolge il dialogo tra Mieli e Monti tra un professore universitario ed un intellettuale, che, in comune, hanno un ossequio verso il potere di chi detiene i micidiali mezzi di informazione, non espressione di editori puri, ma di imprenditori- partiti.

E da questo dialogo s’avanza la soluzione tecnocratica per eccellenza: un premier fuori dai partiti, senza legittimazione elettorale, gradito ai salotti dell’imprenditoria “illuminata”, non per migliorare la politica, ma, semplicemente, per cancellarla.
02/11/2010 [stampa]
L'"incredibile sortita dell'ex segretario del PD".
Nell’intervista al Corriere della Sera di domenica 24 ottobre Veltroni monta in cattedra e sulla situazione di “barbarie” e di “rischi per la democrazia” nella quale, secondo lui, sarebbe caduta l’Italia, indica, con una buona dose di spigliatezza, le colpe.

“Tutti hanno pensato che i valori fossero roba buona per i poeti e i visionari” così si esprime l’ex segretario del PD; poi continua: “c’è una crisi dei partiti… c’è una spaventosa crisi della scuola, c’è una terribile crisi della Chiesa …”. Insomma tutte queste istituzioni avrebbero secondo lui contribuito a banalizzare i valori.

Non vogliamo ricordare allo sgusciante Veltroni le responsabilità del comunismo nella aver non solo lottato contro i valori tradizionali, ma di averli sradicati insieme a milioni di persone nei gulag.

Pur nascondendosi al fatto di aver militato nel Partito Comunista, non può certo sottrarsi alla responsabilità di aver collaborato all’ideologia relativista che si è impossessata della sinistra post comunista collaborando al tentativo di annullamento dei veri valori della vita, della famiglia, della religiosità popolare, per esaltare scientismo, positivismo, liberazione sessuale.

Veltroni è il tipico figlio del ’68 e della sua ideologia atea , libertini sta, individualista e borghese ed oggi, ci vuole insegnare la morale e i valori .

Tutti gli assalti alla legge naturale che si sono registrati in Italia recano se non la firma, quantomeno l’avallo di Veltroni e soci.

Sottoscriviamo con vero entusiasmo quanto ha scritto l’Avvenire su questa intervista:

“ Un clamoroso episodio di vaniloquio abbiamo purtroppo visto domenica, sulle pagine del Corriere della Sera . In una intervista a un Walter Veltroni in vena di cosmiche critiche. L’ex leader dei Ds e del Pd ha infatti ritenuto di poter pontificare – a partire dalla solita favola delle presunte indulgenze ecclesiastiche per i potenti – anche a proposito della Chiesa cattolica mettendola nel mazzo di coloro che penserebbero ai grandi “valori” come “roba buona per i poeti e i visionari”. Sembra incredibile, eppure è proprio così: uno sproposito, un capovolgimento totale della realtà. Se questa è la lucidità – e il grado di informazione – di un politico di primo piano della maggior forza di opposizione, siamo freschi …”.
14/10/2010 [stampa]
Etica ed economia: il potere distruttivo dei "capitali anonimi".
In una circostanza davvero eccezionale, il sinodo speciale per il Medio Oriente, Benedetto XVI, parlando a braccio – e quindi esprimendo un suo diretto pensiero - ha indicato , tra gli dei da abbattere , cioè “le grandi potenze della storia d’oggi” , i “capitali anonimi”.

Parole straordinariamente efficaci: “ schiavizzano l’uomo,… non sono più cosa dell’uomo, ma sono un potere anonimo al quale servono gli uomini, dal quale sono tormentati gli uomini e perfino trucidati. Sono un potere distruttivo, che minaccia il mondo”.

Il Papa coglie con grande efficacia il grave danno che allo sviluppo dell’umanità, sotto il profilo delle opportunità economiche, determina l’azione dei capitali puramente speculativi che si sono andati diffondendo, particolarmente attraverso i nuovi meccanismi finanziari dei cosiddetti derivati.

E’ evidente che con questi strumenti finanziari, di cui Tremonti ha recentemente denunciato il riapparire nelle stesse dimensioni di prima della crisi del 2008- 2009, ingenti capitali invece di indirizzarsi a finanziare il lavoro e gli investimenti produttivi si orientano verso un gioco d’azzardo fine a sé stesso.

Non si può nascondere che a promuovere questi indirizzi finanziari siano alcune grandi banche che operano a scala internazionale – a partire dall’area anglo americana - alle quali lo steso Benedetto XVI nell’ottobre del 2008 rivolse parole severe.

Questa esigenza di coniugare etica ed economia, fortemente riaffermata dal Papa, ha trovato la sua più compiuta riflessione nell’Enciclica Caritas in Veritate nella quale , come ha scritto recentemente Mons. Giampaolo Crepaldi , vescovo di Trieste ( Il cattolico in politica, manuale per la ripresa, Cantagalli 2010 ), contiene “indicazioni di comportamento coerente per il cattolico impegnato in politica”.
07/10/2010 [stampa]
Il maleodorante ritorno del proporzionalismo.
Anche il Riformista sente il disagio e le contrapposizioni all’interno del PD sulla idea di cambiare la legge elettorale.

Sono note le posizioni maggioritarie di Veltroni. Il senatore Morando, liberal riformista, avverte di non tornare al sistema proporzionale, mentre lettiani e folliniani si preparano alla battaglia per una legge in tal senso.

Le formazioni politiche minori (UDC, IDV, FLI e MPA) indicano, senza chiarire, anzi negando che le alleanze debbano essere fatte prima delle elezioni, la loro preferenza per un sistema proporzionale, privato del premio di maggioranza e con soglia di accesso minima.

Quasi tutti i protagonisti di questi progetti proporzionalisti hanno dimostrato di portare avanti alleanze variabili, sia nella vicenda parlamentare che in quella regionale.

Qualcuno, i finiani, sono i protagonisti dell’attuale stallo politico del Parlamento.

Questa disinvolta politica praticata a tutto campo verrebbe trasferita e istituzionalizzata, con una legge elettorale proporzionale, nel sistema politico parlamentare.

Si vuole tornare alla brutta copia della prima repubblica e già quelli furono tempi di instabilità.

Oggi sarebbe molto peggio: il Parlamento non presenta al suo interno formazioni politiche dello spessore di allora e neppure leader politici di grande personalità che riuscivano, con difficoltà, a costruire mediazioni, sintesi politiche e governi di coalizione.

Come pensare che la politica, i partiti e i leader di oggi possano realizzare, con il sistema elettorale proporzionale, quella stabilità che non si riuscì a garantire allora.

Ed è incredibile che un fronte che comprende gli sconfitti alle elezioni, insieme a transfughi della maggioranza, possa porre mano ad un cambiamento di sistema sul quale gli elettori non possano decidere.

Le pressioni per un cambiamento della legge elettorale si fanno pesanti e su questo obbiettivo c’è chi pensa di fare una penosa campagna acquisti in Senato.

Il maleodorante odore di un vulnus della democrazia e della volontà popolare si va diffondendo.

Ma non c’è dubbio: gli italiani lo avvertono.

04/10/2010 [stampa]
La lezione dei sindacati Americani e Tedeschi.
Ci sono almeno tre sindacati al mondo molto più potenti, forti e ricchi di quelli italiani. Negli Stati Uniti( 280 milioni di abitanti) all’interno della Confederazione Alf-cio è il sindacato dei metalmeccanici Uaw quello che conta di più. In Germania, quasi 85 milioni di abitanti, senza l’ok del sindacato IG Metall non si fa la politica industriale. In Inghilterra le potenti Trade Unions condizionano le scelte del Labour party, oggi all’opposizione.

In Italia le tute blu, a parte un piccolo e temporaneo tentativo di unirle in un unico sindacato ( FLM), sono divise in sei tronconi: Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil, Ugl, Fismic e Cobas. Una frammentazione che crea debolezze nei confronti della Federmeccanica che in Confindustria rappresenta tutte le aziende del settore.

Dallo scoppio della crisi più grave dal 1929 i metalmeccanici sono anche loro alle prese con aspetti nuovi di politica industriale, di relazioni sindacali e di rapporti con gli imprenditori e lo Stato.

Di fronte al pericolo di fallimento della Chrysler il sindacato americano ha reagito accettando sacrifici, assumendo la responsabilità di gestire il pacchetto di maggioranza dell’azienda( 55%) per salvare i fondi pensione dei lavoratori messi in pericolo e traghettare la grande industria automobilistica fuori dalla crisi grazie anche al contributo dello Stato.

Gli americani, massimi fautori del libero mercato e del principio meno Stato nell’economia, hanno saltato il fosso ideologico, si sono rimboccati le maniche ed ora ad un anno dal varo della nuova fase si apprestano ad uscirne dopo aver restituito al governo Usa i soldi avuti in prestito. Anche il colosso Aig esce dalla crisi ed ha siglato un accordo con il governo Obama per ripagare i debiti e mettere sul mercato il pacchetto azionario di controllo detenuto dal Tesoro.

In Germania il sindacato IG Metall ha siglato un’intesa storica con la Siemens che aveva annunciato tagli per 17 mila posti. Lo hanno chiamato “ patto di non aggressione” per risolvere eventuali conflitti che sorgeranno a seguito delle ristrutturazioni. In cambio la Siemens garantisce 128 mila posti di lavoro a tempo illimitato.

Un chiaro impegno di lungo termine per i luoghi di produzione tedeschi. Anche il colosso dell’energia e dell’elettronica ha attraverso dal 2008 una profonda crisi.

Il sindacato comprese la necessità che per diventare più efficienti e salvare i posti di lavoro bisognava accettare i tagli( settimana corta per mancanza di ordini) ottenendo garanzie per 90 mila dipendenti. Ora, a ristrutturazione conclusa, l’accordo è prolungato per tutte le aziende del gruppo e a tempo illimitato. In precedenza la Volkswagen ( auto) aveva scritto un nuovo capitolo delle relazioni sindacali all’insegna della cooperazione e della responsabilità.

Soddisfatti i leader del sindacato Uaw Bob King e dell’IG Metall Bertold Huber. Secondo loro “ il sindacato del XXI secolo non considera più le imprese quali propri avversari e nemici quanto piuttosto come partner con i quali condividere una missione comune”. Tutto il contrario della Fiom-Cgil rimasta ferma al concetto del conflitto sociale e dello scontro come dimostrano gli assalti alle sedi Cisl di Treviglio e Livorno.

Passi avanti verso l’affermazione di principi partecipativi lo stanno facendo gli altri sindacati italiani che hanno siglato l’introduzione del contratto aziendale flessibile. Li hanno chiamati i contratti anti-crisi e pro-investimenti o anche intese modificative dei contratti nazionali.

Tutto è partito dalla decisione dell’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne di condizionare i nuovi investimenti a Somigliano d’Arco (700 milioni) a nuove regole interne in grado di evitare un alto tasso di conflittualità e di assenteismo.

Primo passo per quel “ Patto sociale” lanciato a Genova dalla presidente degli industriali Emma Marcegaglia. ( smen)
23/09/2010 [stampa]
La "RIDOTTA" siciliana di Massimo D'Alema.
Sembrava tutto fatto. “Il 22 settembre”, avvertiva Peppino Caldarola sul “Riformista”, per Berlusconi “sarà ricordato come un giorno importante”.

Sarebbe nata, dal voto nell’assemblea siciliana, la quarta giunta Lombardo, con una maggioranza formata da finiani, Api di Rutelli, MPA, UDC fedele a Casini e PD. E le riflessioni del giornale facevano intendere che si sarebbe trattato del primo passo di un percorso politico che puntava ad una alleanza anti Berlusconi anche a Roma.

Il rinvio del voto alla settimana successiva lascia il dubbio sul buon esito dell’operazione, tuttavia la vicenda merita alcune riflessioni di carattere politico.

Quando anche il giornale della sinistra riformista apprezza una operazione priva di un qualsiasi connotato di governabilità al solo fine di portare avanti l’antagonismo a Berlusconi significa una cosa soltanto: che il centro sinistra è senza strategia e il solo collante politico è rappresentato dall’antiberlusconismo.

Anche D’Alema si è arreso ed il suo avvallo al “laboratorio siciliano”suona come un benservito politico alla Finocchiaro, sua candidata alla presidenza della giunta di Palermo in alternativa a Lombardo.

Siamo alla parabola discendente di D’Alema che pur avendo vinto il congresso del PD, con l’elezione di Bersani, non è tuttavia in grado di portare avanti una linea politica e punta solo sui problemi del premier per tentare di aprirsi una prospettiva.

L’alternativa non può essere rappresentata da una politica contro, ma da un altro e differente disegno politico.

D’Alema aveva lavorato per anni ad un disegno politico fondato su di un socialismo europeo, un riformismo cioè che intendeva modernizzare il Paese con un profilo di politica sociale correttiva delle asprezze del capitalismo e del mercato. I suoi modelli dovevano essere quelli dei partiti socialisti del continente.

La partita cominciò a perderla quando non riuscì ad impedire che il giustizialismo di Occhetto travolgesse Craxi e, poi,proseguì il suo declino quando accettò Di Pietro nell’alleanza elettorale e politica del 2008. Anche con l’avvallo dei dossettiani si ritrovò il giustizialismo in casa.

Non si era accorto allora che la rivoluzione giudiziaria non solo travolgeva la prima repubblica, ma riduceva il ruolo della politica e dei partiti ed il suo socialismo europeo, senza la forza che aveva saputo esprimere Craxi, non avrebbe mai vinto.

Tentò di farsi avvallare da Agnelli e dalla City di Londra, fece bombardare Belgrado, ma questa sua abnegazione, senza la forza della politica non avrebbe piegato la diffidenza dei “poteri forti” nei suoi confronti.

Ma ormai aveva indossato la camicia di Nesso e la sua forza era venuta meno.

Oggi, chiuso nella “ridotta” siciliana, rischia di rimanere prigioniero di una operazione politica in perdita totale sotto il profilo del consenso e che neppure lo aiuterà sulla strada di Roma.
08/09/2010 [stampa]
Fini: l'ultimo epigone della prima Repubblica.
Il discorso di Fini a Mirabello è stato “preparato” da un clima di grande attesa. La stampa antiberlusconiana si è spinta fino a farsi fiancheggiatrice dell’ex leader di A.N., mentre una rete televisiva ha ritenuto di dover mettere su la diretta.

Ciò che è uscito dalle parole di Fini (“una lingua di legno” ha scritto Il Foglio) è, tuttavia, quanto di più scontato. “Una fiera delle vanità e delle ipocrisie” ha commentato Carlo Rossella.

L’”indurimento”della posizione, l’annuncio della fine del PDL, il patto di legislatura, fronzoli di destra ( l’inappropriata frase di Ezra Pound ) per accontentare, senza il coraggio di assumerne la tradizione politica, qualche simpatizzante di Alleanza Nazionale o addirittura del MSI.

Toni molto enfatizzati su argomenti al limite del banale.

Questo comizio esprime tutto quanto è e può offrire Gianfranco Fini. Una destra ridotta a legalità o, meglio, a giustizialismo, una visione scarna sulle grandi questioni politico-istituzionali (le riforme), un senso politico ingessato sulla sua posizione con l’ammiccata sulla riforma elettorale proporzionale alle opposizioni, frutto della sua esigenza tattica, ma che contraddice tutto il precedente percorso bipolare e presidenzialista. L’assenza sui temi etici, ovvero l’apertura al relativismo.

Su Berlusconi, Fini fa scendere il dileggio secondo gli stereotipi di sinistra, senza misurarsi, tuttavia, su ciò che con Berlusconi si è realizzato o tentato di realizzare per riformare il Paese e le sue istituzioni.

Fini, in sostanza, dà la sensazione di essere l’ultimo epigone dei nostalgici della prima repubblica, con l’idea di accumulare tutto il consenso possibile per portarlo al tavolo di una trattativa politica a tutto campo, ma non si rende conto che su questa linea trova il posto già occupato da chi ha una più elevata “professionalità” e credibilità.

Tanto è vero che Casini ha preso subito le giuste distanze, spiazzando anche Rutelli che, meno pratico dei riti d’un tempo, aveva imboccato sul terzo polo.

Anche Di Pietro è riuscito a far bella figura criticando un Fini inconsistente che tenta “di fare il furbo”.

Il bilancio politico di Mirabello, comunque, non sembra dei più confortanti per Fini, lo dimostrano, oltre allo scetticismo di Casini e gli aut aut di Di Pietro, il limitato apprezzamento di Bersani sulle “regole”, l’inutilità dell’ “ingaggio” di Rutelli e il ritorno della diffidenza della Lega rispetto alla quale il Presidente della Camera ha chiesto pari dignità e, per Bossi, a nulla valgono le “aperture” sul federalismo.

La sua sola opportunità sembra essere quella di una sua temporanea cooptazione nella Santa Alleanza per la conservazione della Costituzione contro il “pericolo” del cambiamento berlusconiano, sempre che questo esercito di Valmy possa essere messo in campo.

Qualcuno a sinistra ( Caldarola su Il Riformista) gli ha rimproverato il “silenzio su Montecarlo”, “la difesa della compagna estesa ai familiari e un’ingiuria ( “ infame” ) verso i suoi critici che non si sarebbe dovuto permettere.

Ma resta un punto sul quale Fini ha sostanzialmente “glissato” : quello della permanenza nella carica di Presidente della Camera, una volta diventato il leader di un altro partito ed essere sceso in campo. Anche il direttore de La Stampa Marcello Sorgi– che non è certo un berlusconiano – ha posto la questione, invitando il PD ad esprimersi.

Più che le denuncie di “incompatibilità” che Berlusconi e Bossi presenteranno al Quirinale, nei riguardi dell’uso politico della terza carica dovrà esercitarsi una “moral suasion” una tattica di persuasione che faccia leva su qualificate opinioni che cominciano ad esprimersi e che Fini ed i media alleati difficilmente potranno continuare ad ignorare.

E’ questo il punto nevralgico della debolezza di Fini: la “prova di democrazia” che gli verrà richiesta anche da chi lo ha difeso o, comunque, non lo ha attaccato frontalmente.

E’ possibile, poi, che alla decisione di lasciare l’incarico potrebbero condurlo non le sole argomentazioni di ordine politico.
03/09/2010 [stampa]
Ma l'unità non fa sconti a Fini.
Dopo tre premesse a sostegno di Gianfranco Fini ( “non c’è nessun motivo che costringa Fini a dimettersi da presidente della Camera”, “nessun parlamentare fa un patto di sangue con i propri elettori tale che non possa cambiare idea …”, “la questione della casa a Montecarlo o delle insegne fasciste sono probabile spazzatura” ), l’Unità del 30 agosto, presenta a Fini il conto del suo schierarsi nell’ impegno partitico.

Ricordata la pacatezza di Bertinotti, la “fermezza” di Nilde Iotti e i molti esempi di “qualsiasi colore politico” che seppero “abbassare il volume delle loro idee politiche in favore delle istituzioni”, il giornale, un tempo organo del Partito Comunista, ritiene che “un politico così impegnato in prima persona …”, che “si prepara ad essere il protagonista assoluto e combattivo di una battaglia che potrebbe … sfociare nella costituzione di un nuovo partito”, “non coincide in modo perfetto con la figura del presidente della Camera”.

Anche queste brevi notazioni sull’”atipico Fini” dimostrano che è chiara a tutti la sua intenzione di costituire un nuovo partito e che la sinistra che conta sul piano politico non è disposta a fare del presidente della Camera una bandiera contro il berlusconismo.

Fini dovrà vedersela con il suo elettorato, senza poter contare su quelli che hanno apprezzato le sue intemerate, che lo hanno blandito e sostenuto, ma che, poi, alla fine, sulla sua permanenza sulla poltrona della terza carica della Repubblica, la pensano come… Berlusconi.
01/09/2010 [stampa]
Tre le sfide dei prossimi mesi: dare più spazio alla società, far crescere l’occupazione femminile, incrementare la spesa per le famiglie

Aprire il cantiere delle riforme per poter crescere e competere.
Più che un meeting un percorso da seguire, un’agenda di impegni da rispettare per cambiare passo e rimettere il paese sulla via della crescita e dello sviluppo. Tante le indicazioni scaturite dai confronti tra i big della politica e del mondo economico e sociale davanti ad una vasta platea di giovani di Comunione e liberazione, desiderosi di conoscere le prospettive per il futuro.

Le aspettative non sono andate deluse. Le mete da raggiungere, individuate. Molti i suggerimenti alla politica e a chi governa. “ Un nuovo stato sociale” lo ha chiamato l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne per far ripartire il paese. Il Lingotto ci crede e mette di suo 20 miliardi d’investimenti in Italia e chiede in cambio la governabilità delle fabbriche. Parlando ai giovani con la relazione “ saper scegliere la strada” Marchionne ha osservato che “ il cambiamento è la forza più potente che abbiamo per costruire qualcosa di grande”. E senza far finta che a Melfi non sia successo nulla ha aggiunto di avere la percezione che in Italia “ manca la voglia o c’è la paura di cambiare”. Esiste ancora forte la contrapposizione di due modelli: l’uno che si ostina a proteggere il passo e l’altro che ha deciso di guardare avanti.

Se l’Italia non riesce ad abbandonare questo modello di pensiero non si risolveranno i problemi. “ Non siamo più agli anni Sessanta. Non è pensabile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra capitale e lavoro, tra padroni e operai”. La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non è in grado di competere, è che sono i lavoratori alla fine a pagarne le conseguenze. La Fiat con l’operazione Chrysler è diventata una multinazionale per la capacità d’adeguarsi in tempo reale ai cambiamenti del mercato. L’operazione “Fabbrica Italia” rientra, quindi in questa ottica.

“Vanno adeguate le relazioni industriali” gli ha fatto coro il presidente del colosso delle assicurazioni (le Generali di Trieste) Cesare Geronzi per il quale occorrono “ certezze per chi intraprende e per chi lavora”. Dopo la crisi mondiale è all’ordine del giorno la definizione di nuove regole. Per guardare avanti, al futuro. Per costruire una società migliore per le generazioni che verranno. E’ per questo motivo che vanno fatte le riforme di struttura , reagendo anche al calo demografico. Finita allora la centralità della fabbrica, superata la centralità della classe operaia è tempo di allargare la visione dei partecipanti alla produzione e al lavoro.

Come? La via da seguire potrebbe essere quella di un modello di nuova, diversa concertazione. E’ il nuovo spirito partecipativo indicato anche dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni. E’ l’esperimento della partecipazione agli utili annunciato per le Poste da Tremonti. Da Rimini è emerso che serve una nuova regolamentazione dei rapporti di lavoro, un nuovo statuto ( non dei lavoratori) ma dei lavori che privilegi il momento partecipativo di chi lavora al processo produttivo aziendale, prevedendo un più efficace aggancio dei salari alla produttività senza, tuttavia, superare alcuna garanzia di carattere nazionale.

Un piano per il lavoro fatto di nuovi strumenti e di nuove impostazioni potrebbe essere la risposta che valorizzi il merito, assicuri parità di partenza, dia una prospettiva ai giovani e alle famiglie. Nel presupposto che sia possibile attivare una crescita maggiore, sostenendo la ricerca e l’innovazione. E la questione cruciale lavoro passa per la necessaria apertura di una stagione di riforme di cui il paese ha grande bisogno.

Secondo Geronzi, “ condotta positivamente dal governo l’azione di contrasto della crisi, tutti sono chiamati ad una fase d’impegno e di costruzione del futuro”. Decisa e convincente la presidente degli industriali Emma Marcegaglia. “ L’Esecutivo porti avanti il programma. Il suo impegno è finora valso ad evitare impatti straordinari della crisi finanziaria globale” ma alla politica chiede “ concretezza e compattezza. Stia sui temi della crescita, del lavoro, della disoccupazione. Non ci interessano le contese leaderistiche, i cognati e gli appartamenti”- La locomotiva Germania ha ripreso la corsa ma negli Usa la crescita è più lenta del previsto secondo il presidente della Federal Riserve Bernacke. L’Italia resiste osserva il presidente della Commissione Ue Barroso ma deve stare attenta al deficit. I conti pubblici vanno risanati. Lo sviluppo è ancora insufficiente. Ripartire dalla famiglia suggerisce il presidente dello Ior ( la banca vaticana) Gotti Tedeschi secondo il quale l’Italia deve affrontare i tre principali peccati originali della sua economia: statalismo inefficiente, privatizzazioni malfatte, i problemi creati per entrare nell’euro. E al fondo c’è che negli ultimi 30 anni è diluita la popolazione giovane e quindi c’è meno gente che entra nel ciclo produttivo.

Sono discorsi che piacciano anche al Ministro dell’economia Giulio Tremonti che a Rimini ha indicato otto punti per ripartire. “ E’ tempo di riaprire il cantiere delle riforme soprattutto di quella fiscale per semplificare le aliquote partendo da agevolazioni su famiglia, lavoro e ricerca, con un occhio ai conti pubblici. La ripresa resta incerta, disomogenea, una terra incognita in Occidente e in Oriente tanto che la Cina ha superato il Giappone come potenza economica. In un mondo dominato da competizioni tra giganti le piccole e medie imprese italiane ( che sono la struttura portante della sua economia)si trovano in difficoltà. Occorre allora riformare la finanza pubblica e il federalismo fiscale va in questo senso. Altro punto centrale.

“ Siamo culturalmente fermi al conflitto novecentesco capitale-lavoro. Non va bene. Presto avvieremo con le Piste un esperimento di compartecipazione agli utili”. Al sesto punto c’è il Sud che deve tornare una grande questione nazionale. Al settimo la necessità di investire sull’istruzione “ perché il capitale umano è un fattore strategico ai tempi della globalizzazione e perché l’istruzione tecnica è stata in Italia colpevolmente abbandonata”. All’ottavo punto viene inserita l’energia. E quì Tremonti ha spezzato una lancia a favore del nucleare senza il quale, dice, non si può competere.

Le sfide dei prossimi mesi sono molte. Tre in particolare: dare più spazio alla società, far crescere l’occupazione femminile soprattutto al Sud e incrementare la spesa per le famiglie. Gli ultimi dati del Ministero dell’economia dimostrano quanto in Italia si investa poco per le famiglie e la maternità: Appena l’1,2 per cento del Pil contro il 2,1 dell’Ue ( 3,7 in Danimarca, 2,8 in Germania, 2,5 in Francia) L’Italia è il paese con la più bassa natalità al mondo, compensata solo dalle quote dell’immigrazione.. La forza della famiglia quale produttore di reddito, di risparmio, d’investimenti e di redistribuzione del reddito merita un’analisi più approfondita.
26/08/2010 [stampa]
Cossiga contro il politicamente corretto della sinistra.
Questa volta ha ragione Pierluigi Battista sul Corriere della Sera del 19 agosto a denunciare quella ”ostilità” e quella “retorica spericolata” che si è espressa verso Cossiga anche all’indomani della sua scomparsa.

Si è riversata sull’ex Presidente della Repubblica una interessata ondata di banalità che ha cercato, con la scusa della “depressione”, di vanificare il significato del suo pensiero negli anni della più forte caratterizzazione politica, cioè dalla fase finale del suo mandato , sino alla fine.

I sostenitori di questa squallida operazione di killeraggio si ritrovano nell’ambito dei più accaniti paladini del conservatorismo del sistema politico italiano e della difesa degli interessi corporativi che, con esso, oggi, vengono tutelati. Non a caso, si è distinto tra tutti Eugenio Scalfari che è giunto fino ad accompagnarne l’addio con l’insulto.

Le sinistre non potranno mai “perdonare” Cossiga perché le sue idee, nonostante la collocazione nella tradizione popolare e democratico cristiana, non si sono mai piegate alla retorica del politicamente corretto, secondo la versione, oggi prevalente a sinistra.

Cossiga non era un cattolico democratico, in quanto il suo riferimento teologico è stato quello del Cardinale Newman e perché riteneva che la libertà fosse un diritto naturale irrinunciabile anche di fronte alle sollecitazioni sociali.

Cossiga era un filo occidentale, ma, senza per questo, non esaltare e difendere la dignità e l’autonomia dell’Italia e dell’Europa. La sua stima e difesa di Craxi lo testimoniano.

Cossiga pur essendo un democratico puro riteneva che alla democrazia spettasse il diritto di difendersi dai pericoli eversivi e terroristici, anche attraverso i moderni sistemi di intelligence e di tutela democratica. E, forse, era questa l’idea che gli impedì di schierarsi con il “partito” della trattativa e gli produsse il dramma personale nella vicenda di Aldo Moro.

Cossiga non era un patriota della Costituzione che apprezzava solo come fatto politico e come patto di pace e di tregua tra le fazioni politiche contrapposte. Tuttavia ne rifiutava l’impianto ideologico, come ha scritto : “Oggi da parte del centrosinistra, vi è quasi un culto di questa Costituzione, una ‘religione costituzionale’, cioè la concezione ‘teodemocratica’ , ‘neogiobertiana’ e antiliberale del caro Dossetti…”.

Cossiga, fuori dal patriottismo della Carta, possedeva un forte patriottismo identitario, cioè l’amore per la terra dei padri, della sua storia e delle sue tradizioni, simboleggiato dalla presenza della Brigata Sassari alle sue esequie in terra di Sardegna.

Cossiga combattè con concetti chiari e con l’arma dell’ironia il giustizialismo e soprattutto il debordare del potere dei giudici denunciando, come scrisse, “ il tentativo di colpo di stato giudiziario da parte del poll di Mani Pulite, che si trovò nelle mani il potere di fatto di revocare i ministri e di sciogliere i governi, nonché di bloccare leggi e far revocare decreti legge già approvati”.

Cossiga non ebbe nessun senso di minorità rispetto all’ideologia marx- leninista e alle sue rivendicazioni , anzi la sua cultura popolare gli consentiva di sfidare a pieno titolo la politica e i progetti del partito comunista.

Tutti le motivazioni che hanno concentrato su Francesco Cossiga il dileggio e, soprattutto, l’odio di tanti, sono, per noi, le ragioni che ne fanno un personaggio tra i più rilevanti e meritevoli della storia di questi difficili anni della democrazia italiana.
04/08/2010 [stampa]
Giovinezza,Giovinezza...
La stanca politica dell’opposizione a Berlusconi si è improvvisamente animata.

L’ astuta denominazione dei nuovi gruppi parlamentari, “Futuro e Libertà”, sembra rilanciare vetusti esponenti delle politica, ormai emarginati, e mai realmente protagonisti, che intravedono spazi di intervento. Questo “rimescolamento delle carte” - nel linguaggio dei corridoi di alcune sedi di partiti - offrirebbe loro l’opportunità di un ultimo giro di walzer.

Il Corriere della Sera di martedì 3 agosto presenta nel Primo Piano una carrellata di “superstar”, davvero eccitante.

La parte del leone la fa Domenico Fisichella, 75 anni, che mostra un pitigrì di tutto rispetto: Ministro dei Beni culturali, più volte in Senato, non facendosi mancare nulla : con AN e Margherita. Anche lui è un cofondatore e rivendica di essere il vero sdoganatore di Fini.

E’ affiancato da Lamberto Dini, 79 anni, uomo di incarichi di rilievo (Banca d’Italia) , con un curriculum politico ancor più prestigioso nel quale brilla la designazione a Presidente del Consiglio offerta da Oscar Luigi Scalfaro.

Nel “parterre” del Corsera grande evidenza è assegnata a “giovanotti” prossimi ai sessanta che vengono presentati come possibili protagonisti del “Futuro”: Gianfranco Fini, Francesco Rutelli, Pierferdinando Casini.

Sono più giovani, ma entrarono in politica da adolescenti ed hanno maturato una maggiore anzianità di servizio che , come è noto, è quella che conta per la pensione.

Questo accostamento potrebbe far pensare anche ad una improbabile cordata da terzo polo, come qualcuno ha ipotizzato, pensando alle manovre sulla mozione di sfiducia al sottosegretario alla giustizia Caliendo.

Di tutti e tre il più “navigato” è di certo Casini che difficilmente condividerà fino in fondo le sue scelte con gli altri due, anche perché mettere insieme esperienze così diverse è, realisticamente, impossibile e, del resto, il peso elettorale di Fini e Rutelli è del tutto marginale.

A parte il possibile scenario politico, è il futuro dell’Italia che non può dipendere da chi ha non ha più nulla da dire perché nella lunga carriera politica ha fatto tutto e il contrario di tutto, compresi gli insuccessi elettorali.

Il futuro dell’Italia dipende dalla capacità di suscitare idee nuove e cambiamenti veri del sistema politico e non solo manovre tattiche.

Una politica che guardi oltre l’attuale difficile situazione deve far appello alle energie nuove e al paese reale e non rimescolare e distribuire le stesse carte di sempre che non possono far vincere la difficile partita che giocheranno le nuove generazioni italiane nell’Europa e nel mondo, per avere, appunto… un futuro.
02/08/2010 [stampa]
La stretta su Fini.Berlusconi alla sfida finale.
Giuliano Ferrara ci ha provato fino all’ultimo. Con la sua penna abile e intelligente ha virgolettato le parole di Gianfranco Fini rivolte a Silvio Berlusconi per invitarlo a “resettare tutto senza risentimenti”.

Nei ragionamenti del Presidente della Camera c’era la riconoscibile logica dell’elefantino, il districarsi con maestria nei vicoli di una polemica attizzata a lungo, in questi mesi, da tutte e due le parti, ma che nasce da un forte distinguo politico dell’ex capo di An nei riguardi del premier.

C’è stato un passaggio significativo nell’intervista che anche Ferrara non ha potuto smussare quando Fini affermava: “faccio appello alla ragione, ai fatti, all’analisi politica e alle basi pubbliche e discorsive, intessute di dialogo e di capacità di riflessione comune, di qualunque possibile fiducia tra diverse leadership”.

Tra Fini e Berlusconi ci sono delle profonde differenze sul piano culturale e degli indirizzi di fondo – è stato ricordato: “dalla bioetica all’immigrazione” - , ma è questa idea delle “diverse leadership” che rivela, sul piano politico, la divergenza cha ha portato a dividere le strade.

Il tempo delle “diverse leadership” è stato il tempo delle correnti della Democrazia Cristiana e delle divisioni interne di una certa fase del PSI prima di Craxi; delle sfide e dei confronti con il comunismo. Ed è stato anche il tempo dei grandi conflitti internazionali , economici e sociali.

Nella DC coesistevano differenti opzioni politiche, tutte, comunque, radicate nella storia e nelle idee dei cattolici e del loro cammino storico politico. Esse si mantennero anche nella fase del declino, fino alla fine del partito e dell’unità politica dei cattolici. Nel PSI le opzioni diverse si spensero alle soglie dell’era di Craxi, perché con lui terminarono le altre e differenti opzioni che subivano l’egemonia del PCI.

La dialettica interna alla DC trovava, nel modello di partito allora esistente, un punto di equilibrio nella mediazione politica. Il tempo della DC fu il tempo nel quale il leader, fosse stato il segretario del partito o il presidente del consiglio, rappresentava il punto più alto di una possibile mediazione. La più elevate espressione di questa logica della mediazione fu Aldo Moro che riusciva a coniugare moderazione e integralismo, innovazione e continuità e che tentò una mediazione finale tra DC e PCI.

Morto Moro quel modello era destinato a finire. Terminò la parabola internazionale del comunismo ed insieme finì il tempo della “democrazia dei partiti”, della realtà delle correnti e del proporzionale nella formazione delle rappresentanze. Oggi le “diverse leadership” non hanno più il contesto storico e politico con il quale giustificare la loro coesistenza e gli spazi di mediazione.

La rappresentanza è cambiata nella Costituzione materiale dell’Italia , anche se non sono cambiati gli elementi dell’assetto costituzionale. Essa non è più la “repubblica dei partiti” e le mediazioni non hanno più significato politico, perché il nuovo sistema pone le diversità fuori dei partiti e le sottopone più alle scelte degli elettori che ai congressi dei partiti. La stessa lotta interna nel PD, il cui modello politico si avvicina in parte al partito tradizionale, non produce una mediazione politica. Nel PD sono usciti in parecchi, anche un cofondatore come Rutelli ed una eminente personalità come Paola Binetti.

La richiesta di Fini-Ferrara tendeva a costruire nel PDL un modello di rapporto dialettico e di correnti a cui, necessariamente, avrebbe seguito una interpretazione del sistema politico; questa richiesta, se accettata, avrebbe costituito la fine della novità del PDL, poiché la sua carica innovativa e la sua ragione d’essere è nell’andar oltre il vecchio modello partitico e politico e prospettare il completamento di una riforma istituzionale che sancirebbe , sulla Carta, quello che nella Costituzione materiale si è già realizzato e cioè che la legittimazione viene dal popolo e il governo è l’espressione diretta del popolo ed il cittadino arbitro della politica.

Berlusconi non ha potuto che ribadire la scelta che ha fatto di un brillante imprenditore un leader politico. Non può “resettare” la sua novità politica, perché ciò significherebbe, traducendo il termine usato da Fini, “annullare i programmi” o “azzerare”.

La mediazione tentata da Ferrara risente della sua cultura tradizionale partitocratica anche se illuminata dall’idea di libertà e del suo amorevole desiderio di realizzare la pace tra Fini e Berlusconi per sottrarre il premier al condizionamento della Lega e all’abbraccio stretto dei suoi.

Ma lo scontro dentro il PDL è dirimente e riguarda la natura fondante di questo partito: essere o non essere.

Il deferimento ai probi viri dei tre parlamentari e la messa in discussione della carica di Presidente della Camera, “non più garante”, sono la via per la rottura con i finiani.

E’ inaccettabile che Fini mantenga il suo incarico: non si è mai visto nella storia parlamentare un uso politico così forte di questa carica “terza”, né che un Presidente della Camera, eletto da una maggioranza, divenga l’espressione di un’altra, opposta.

E’ vero che la rottura ha aperto una partita piuttosto rischiosa e, tuttavia, una mediazione sbagliata che avesse cancellato negli italiani l’idea della forte novità politica ed istituzionale che Berlusconi ha incarnato, sarebbe stata , addirittura, fatale.

La riduzione dei margini di maggioranza del governo apre, realisticamente, la prospettiva delle elezioni anticipate. Di fronte a questo possibile esito, Berlusconi deve dare un indirizzo chiaro alla sua azione di governo: puntare tutto sull’attuazione del programma e , soprattutto, sulle riforme costituzionali . Questa volontà di cambiamento potrà essere il tema sul quale chiedere, in caso di elezioni, la riconferma.

Per il Presidente della Camera si delinea un futuro tutto in salita: una tradotta verso uno spazio politico dove lo attendono l’astuzia di Casini, l’abbraccio di Di Pietro, lo scetticismo di Bersani e la soddisfazione del menagramo Scalfari.

26/07/2010 [stampa]
Fiat da Mirafiori alla Serbia.

Braccio di ferro tra Marchionne e i sindacati estremisti.
La Fiat, e per essa l’amministratore delegato Sergio Marchionne, ha aperto un terzo fronte: dopo Termini Imerese e Pomigliano d’Arco la Serbia.

L’intenzione di produrre la monovolume “ L0”( cioè i nuovo modelli Fiat Idea, Lancia Musa) in Serbia invece che a Mirafiori ,come previsto in un primo tempo. ha scatenato una bufera anche per le motivazioni adottate da Marchionne. Se la chiusura di Termini Imerese entro il 31dicembre 2011 era dettata da ragioni organizzative ( costi eccessivi e quindi stabilimento improduttivo) lo spostamento da Torino allo stabilimento di Kragijevac, con un investimento di 350 milioni per produrre 160-200 mila macchine, è giustificato dalla Fiat dal comportamento dei sindacati italiani: non affidabili. “ Produrremo in Serbia ma con sindacati più seri si faceva a Mirafiori” la stoccata di Marchionne.

Queste le premesse. Si apre ora una nuova fase nelle relazioni industriali negli stabilimenti del Lingotto mai ad un livello così basso e così conflittuali soprattutto a causa delle posizioni oltranziste e non partecipative asssunte dalla Fiom-Cgil e dai Cobas. Qualcuno ha ricordato i tempi della contrapposizione tra il manager Vittorio Valletta e la Fiom degli anni Cinquanta. Ci sono però gli altri sindacati( Cisl, Uil, Ugl, Fismic) che rappresentano la maggioranza dei lavoratori i quali dopo aver firmato gli accordi sulla contrattazione hanno sottoscritto l’intesa per Pomigliano e spinto al successo gli operai favorevoli al referendum ( 62% di sì). Su sollecitazione,però, della Fiom e dei Cobas un operaio su tre ha detto no mettendo a rischio la ristrutturazione dello stabilimento campano che, con un investimento di 700 milioni, dovrebbe produrre dal 2012 la Panda finora fabbricata in Polonia.

Lo spostamento della produzione della monovolume in Serbia pone alcune necessità alla quale la Fiat non può sottrarsi. Innanzitutto garantire, come promesso e presentato al governo, alle parti sociali e agli enti locali, la produzione in Italia, cioè il raddoppio delle vetture finora prodotte. In secondo luogo non smantellare a Torino il centro di ricerca, punto d’avaguardia del settore innovativo.

Nel frattempo altre tensioni sono state provocate dalla Fiom con gli scioperi interni a Melfi( licenziati tre operai, di cui due delegati Fiom accusati di aver provocato l’arresto dei carrelli automatici che rifornivano i lavoratori non i sciopero) e a Mirafiori per il saldo del premio di produzione. In sostanza una serie di conflitti, alcuni anche significativi, che hanno acuito il contrasto con l’amministratore delegato sempre meno disposto ad accettare formule di contrasto e veti veterosindacali.

Ma sono ricatti? La Fiat in questo momento si sente forte. Ha segnato alcuni passi positivi nei conti anche senza aiuti di Stato. Ora presenta piani radicali di riorganizzazione societaria. E’ nel suo diritto in un’economia di mercato. Tuttavia se Marchionne vuol presentarsi all’Assemblea degli azionisti del 16 settembre con tutti i dossier pronti per la svolta non può penalizzare l’Italia.

Va onorata cioè l’ affermazione del presidente John Elkann dopo il referendum di Pomigliano. “ La decisione di procedere agli investimenti programmati è un importante segnale di fiducia. Significa che crediamo nell’Italia e intendiamo fare fino in fondo la nostra parte”. Investire quindi 20 dei 30 miliardi preventivati. Senza chiedere un euro allo Stato come in passato ma a patto che tutti facciano la loro parte. Secondo Marchionne i sindacati italiani non la fanno.Qualcuno ha risposto ed altri hanno detto no. E per questo una parte della produzione si farà in Serbia. Quattro no ogni dieci operai di Pomigliano hanno pesato sulla decisione Serbia ? Le minacce di “ ingovernabilità delle fabbriche” di tutto il gruppo sono reali e hanno portato alla convinzione che prima o poi “ con poco,tutto poteva essere bloccato”?

Si apre allora un nuovo capitolo di rapporti tra organizzazioni sindacali italiane e l’azienda.

La Fiat ,tuttavia, non può cambiare la strategia generale e le carte messe in tavola pochi mesi fa. Il progetto “ Fabbrica Italia” è stato presentato al governo e alle parti sociali il 21 dicembre 2009. L’impegno a trovare una soluzione per i 1200 lavoratori di Termini Imerese, nonostante i tanti incontri al Ministero dello sviluppo, non sono stati concretizzati. Mirafiori lo stabilimento-simbolo della Fiat, dove sono state formate generazioni di lavoratori, non può essere penalizzato nè tanto meno smobilitato. E’ il cuore pulsante dell’auto italiana, di Torino e del Piemonte.

“ La Fiat, in una realtà di libero mercato, è libera di produrre dove meglio crede” ha osservato il premier-imprenditore Silvio Berlusconi aggiungendo però “ mi auguro che questo non accada a scapito dell’Italia e dei lavotaori a cui la Fiat dà lavoro”. E’ giunto, allora, il momento , come dice segretario della Cisl Raffaele Bonanni, che la Fiat avvii una discussione aperta con i sindacati confederali per tutti gli stabilimenti del Lingotto, che precisi il numero e i modelli dell’auto che vuole produrre negli stabilimemnti italiani, permettendo così di finirla con “ i polveroni” di pezzi di sindacato.

Preopccupata anche il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia secondo la quale “ occorre evitare conflitti troppo pesanti che non fanno bene a nessuno”. L’occasione per un primo chiarimento è l’incontro promosso dal Ministro del lavoro Maurizio Sacconi , per il 28 luglio, “ in modo che tutte le parti assumano impegni precisi con senso di resposabilità”. Senza una seria politica industriale non si va da nessuna parte.( smen)
16/07/2010 [stampa]
Appello dei costruttori privati. Far tornare l'edilizia volano della ripresa.
Appaltare, da settembre, tutte le opere programmate dal Cipe, sbloccare tutte le convenzioni autostradali, cantierare il piano delle piccole opere, due bandi del Comune di Roma per 3200 alloggi in “ hausing sociale da destinare a nuclei familiari a basso reddito, attuare gli strumenti operativi del piano regolatore di Roma ( dopo la sentenza del Consiglio di Stato) per avviare l’atteso sviluppo urbanistico della Captale. Sono queste alcune delle misure necessarie per rilanciare l’edilizia, un settore strategico colpito dalla crisi che ha provocato la perdita di 200 mila posti di lavoro.

All’assemblea annuale dell’Ance il presidente Paolo Buzzetti ha lanciato un appello al governo e messo sul tappeto un pacchetto di proposte per rilanciare il settore e garantire trasparenza e qualità agli appalti pubblici scossi da una grande quantità di inchiesta giudiziarie.

Codice etico e legalità a cui si è richiamato anche il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia che ha sottolineato gli ultimi successi della linea portata avanti dal Ministro Roberto Maroni con il sequestro di ben 12 miliardi di beni, in due anni, ai gruppi delle organizzazioni criminali.

Ance e Confindustria concordano sulla necessità di operare una svolta e reagire a partire dalla “Finanziaria” sia migliorando e semplificando le regole per appalti ed edilizia privata( per Buzzetti è incivile l’Iva riscossa sugli immobili invenduti) sia rivedendo le modalità dei pagamenti delle amministrazioni pubbliche( gli eccessivi ritardi che raggiungono persino i 180-300 giorni fanno fallire le imprese).

Le norme sui tempi certi ci sono. Non mancano neppure quelle sulla trasparenza. Il problema è che non vengono rispettate, mancano i controlli e le sanzioni.

La fotografia per permettere al settore dell’edilizia e delle costruzioni di tornare ad essere il volano della crescita è chiara: frane, disastri, esondazioni, scuole a rischio per mancanza di manutenzione, zone terremotate, strade, ferrovie, buche nei centri urbani. L’Italia dovrebbe essere tutta un cantiere.

Il paradosso è poi che i fondi pubblici sono spesi in minima parte: solo il 2,7% degli 11,3 miliardi del piano Cipe del 2009, appena l’8% dei 35,6 miliardi del Fas( soldi dell’Unione europea) per il Sud.

Per il Ministro delle infrastrutture Altero Matteoli “ ci sono segnali di ripresa” ma i costruttori chiedono al governo “ un’azione decisa perché agli impegni possano, presto, seguire fatti concreti”.
12/07/2010 [stampa]
L'uso della piazza contro le istituzioni .
Non si possono banalizzare i fatti che il 7 luglio hanno visto in piazza violenti scontri tra i manifestanti per i problemi del terremoto in Abruzzo e la polizia.

Banalizzare significa adeguarsi ad una lettura che interpreta “la esasperazione dei terremotati” e “le manganellate” come risultato del fatto che “non è così che la politica deve rispondere alle richieste di chi ancora oggi e ben lontano dall’essere tornato a una situazione di vivere sereno”, come ha commentato il più autorevole quotidiano italiano.

Né centreremmo la questione se usassimo gli argomenti più evidenti e cioè che quanto è stato fatto fino ad oggi in Abruzzo non è mai avvenuto nella storia degli eventi sismici del nostro Paese e che nella manifestazione si sono introdotti attivisti dei centri sociali che hanno spinto per uscire dai percorsi concordati e per dare l’assalto alla residenza del premier.

La questione vera è un’altra.

Anche le tragedie nazionali vengono usate per appesantire il clima di odio , soprattutto nei riguardi della politica e di chi la rappresenta nelle istituzioni.

Non c’è tregua: si snoda e va intensificandosi una lunga “guerra civile” senza fine, nella quale si tenta di creare, artificiosamente, un clima da difesa della democrazia, di tutela della libertà di espressione, di salvataggio delle istituzioni parlamentari, in sintesi, un richiamo forte per la difesa della repubblica contro il risorgere di un nuovo fascismo.

E’ nota da tempo l’identificazione che il partito di Repubblica compie tra Berlusconi ed il fascismo. La contrapposizione politica a Berlusconi e al centro destra andrebbe fatta, se prevalesse un maggior senso di responsabilità, con altri argomenti e altri toni.

E’ una equiparazione che irride alla logica, alla storia e soprattutto alla democrazia, perché tenta di delegittimare chi è stato votato dalla maggioranza degli italiani.

E. soprattutto, tende a creare un clima pericoloso perché può contribuire a giustificare la violenza degli estremisti che si scarica contro le forze dell’ordine. E questo non è assolutamente accettabile.

Quello che allarma è il complessivo atteggiamento politico della sinistra, inghiottita da questa pericolosa e distorta logica politica. Non sorprende certamente il partito di Di Pietro, ma il PD subisce questa campagna non comprendendone le implicazioni; da questo partito non si leva alcuna voce per riportare il confronto politico nei giusti termini. E’ un grave sintomo di debolezza politica.

L’auspicio è che anche dagli scontri di piazza di mercoledì sette luglio, al di là delle banali valutazioni, rinasca un più doveroso e consapevole senso delle istituzioni.
09/06/2010 [stampa]
Le sfide significative.
“ L’Italia è di fronte ad una situazione economica il cui rapido e definitivo superamento richiede il contributo di tutte le componenti del sistema produttivo”. E’ il messaggio del presidente della Repubblica, Napolitano, all’assemblea annuale della Confartigianto. Un manager di lungo corso come Andrea Mondello lasciando la presidenza dopo 18 anni della Camera di Commercio di Roma ha osservato “ stiamo uscendo dalla crisi ma non dobbiamo fermarci”.

L’Italia rilevano i vertici delle istituzioni politiche ed economiche della Ue e internazionali come il Fmi e l’Ocse ha preso “ decisioni importanti” e la manovra di rigore predisposta dal Ministro Tremonti sta incontrando numerosi apprezzamenti ed anche riserve per le difficoltà crescenti di trovare lavoro.

E’, tuttavia, severa ma meno traumatica delle manovre varate dalla Germania, dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Spagna, dalla Grecia. L’euro debole, raggiunto il valore minimo del 2006, sembra favorire l’export e permettere alle aziende di avere davanti 5-6 mesi di ordini.

L’allarme deficit pubblico resta elevato. Nessuna inquietudine particolare ma servono ancora risanamento delle finanze pubbliche, sostegno alla crescita mediante riforme strutturali, riforme del sistema finanziario, rafforzamento della governance economica, completare il progetto di unione monetaria. Nell’euro- zona sta arrivando l’Estonia come diciassettesimo membro.

Per superare la crisi occorrono manovre correttive amare e rigorose per “ tutti” ha aggiunto il premier conservatore inglese David Cameron che ha ricevuto l’ex lady di ferro Margareth Tatcher. Dalla Spagna alla Grecia, dall’Inghilterra all’Italia, dal Portogallo alla Francia le categorie soprattutto dei dipendenti pubblici ( le più colpite dai tagli dei governi) e i sindacati protestano ed entrano in sciopero. La situazione sociale preoccupa soprattutto per l’aumento della disoccupazione e per la ristrettezza degli ammortizzatori ,le cui risorse non sono infinite. A pagare di più sono,comunque, i giovani che vanno alla ricerca disperata di lavoro, magari lasciando i propri paesi, soprattutto al Sud.

Il maxi-piano della Merkel indica, però, la strada del risanamento nel giro di tre anni. Austerità in Francia e Inghilterra a favore del rilancio. L’asse franco-tedesco insiste anche con la Commissione Ue, guidata da Barroso, per maggiori controlli sui crediti default swap, sui titoli di Stato e sulle vendite allo scoperto. Maggiori poteri anche all’Eurostat, l’agenzia di statistica per la verifica dei bilanci dei 27 paesi membri.

L’euro ,precisa il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ,è una moneta solida ma la crisi ha evidenziato che rimangono all’orizzonte sfide significative. I paesi del G20( riunione in novembre a Seul in Corea dei Capi di Stato e di governo, oltre che dei governatori delle banche centrali) devono mettere in campo misure credibili e non ostili alla crescita, differenziate e per ogni paese.
28/05/2010 [stampa]
La manovra finanziaria e il gossip.
Colpisce sulla vicenda della manovra di bilancio l’atteggiamento di molta informazione intenta a sceverare gli aspetti della dialettica tra il Ministro dell’economia ed il premier. Si è arrivati a descrivere perfino gli sguardi tra i due e soni piovute ogni tipo di indiscrezioni su battute e polemiche che si sarebbero scambiati.

Non si discute della esattezza di questo gossip e sul possibile diverso approccio sui tagli di bilancio che vi sarebbe stato tra Tremonti e Berlusconi.

Quello che lascia perplessi è il livello di un giornalismo che, di fronte ad una scelta di governo che affronta – correttamente o meno – un problema che ha radici storiche anche lontane, come il debito di bilancio accumulato in oltre venti anni, e che si connette con una evoluzione di carattere internazionale che riguarda lo sforzo dei Paesi europei di contenere condizioni di fragilità del loro tessuto economico e finanziario, che li espone alle scorribande degli speculatori internazionali , si sofferma su dettagli insignificanti con chiacchiericci da Grand Hotel.

In questa congerie di voci vengono allontanati argomenti che anche al pubblico più vasto offrirebbero alcune chiavi di lettura di una situazione economica che, seppur maturata negli anni, ha visto, recentemente, una accelerazione di carattere speculativo che ha colpito la Grecia e non intende fermarsi.

Questa informazione da barbieria ha esposto i suoi argomenti anche sullo svolgimento dell’assemblea annuale di Confindustria per tentare di dimostrare un gelo tra imprenditori e governo, mentre tutti hanno ascoltato le esplicite parole della Mercegaglia di approvazione della manovra e gli applausi che hanno accolto l’intervento di Berlusconi.

Il rifiuto del Presidente di Confindustria ad entrare nel governo, usato polemicamente contro il premier, dimostra, invece e positivamente, la volontà degli imprenditori di svolgere il proprio ruolo e, soprattutto , suona come una netta differenziazione con quella parte di esponenti del mondo industriale che si vestono da politici, non sempre per nobili propositi.

Purtroppo e, peraltro, non ci sorprende più di tanto, anche il prestigioso Corsera non è sfuggito ad una informazione di non alto profilo come nel caso dell’ affidamento ad un ormai bollito Rutelli del commento politico, critico della manovra.
09/04/2010 [stampa]
Non Prevalebunt.
Aveva ragione Marcello Pera quando il 17 marzo aveva scritto sul Corriere della Sera “si commetterebbe un errore ancora più grave se si ritenesse che la questione finalmente si chiuderà presto, come tante simili”.

C’è qualcosa che rende dissimile questa campagna contro Papa Ratzinger rispetto ai precedenti che su questo stesso argomento si sono verificati negli anni precedenti.

Perché su vicende lontane nel tempo e con una condizione ecclesiale diversa, si compie un enorme salto logico e temporale e si addossano a Benedetto XVI responsabilità che non le appartengono in alcun modo?

E’ , forse, per certi aspetti , forzato il paragone che Padre Raniero Cantalamessa ha fatto con l’antisemitismo, o il parallelo tra gli attacchi a Pio XII e quelli di oggi, autorevolmente espresso dal Cardinal Sodano, ma su un elemento possono collimare: quello di una costruzione proditoria di una accusa per la finalità di annullare una soggettività, sia essa una comunità di persone ( il popolo di Israele) o una personalità, come nel caso del Papa, Pacelli allora, Ratzinger oggi.

Ma anche questa riflessione non basta a rispondere al nostri interrogativo. La violenza nei riguardi di Benedetto XVI vuole colpire il carattere proprio di questo papato volto a ricostruire la verità del cristianesimo dal punto di vista dottrinario, ma ancor più come essenza della “nuova ed eterna alleanza”.

Abbiamo osservato con apprensione il volto del Santo Padre nei giorni della Settimana Santa. In qual volto segnato dalla sofferenza, abbiano anche scorto uno sguardo fermo, espressione di un proposito che non sa piegarsi all’odio ed al potere del mondo.

01/04/2010 [stampa]
Ora per battere anche l'astensionismo, avanti con le riforme.
Le elezioni regionali danno la possibilità di una lettura importante della politica italiana.

La vittoria, contenuta ma chiara del centro destra dimostra che questa coalizione, pur in un momento di difficoltà economica, non subisce quella penalizzazione che normalmente subiscono in queste situazioni le coalizioni di governo. E questo risultato è stato ottenuto sia , come rileva Angelo Panebianco sul Corsera del 31 marzo, per l’equilibrata politica tremontiana, ma anche e, direi, soprattutto e per un connotato identitario che Berlusconi e la Lega hanno impresso alla politica del centro destra.

Quantomeno nelle regioni del nord siamo in presenza di uno stabile asse politico che non solo non viene scalfito dai problemi della congiuntura economica, ma tende a conquistare ulteriore spazio di governo dei territori.

L’UDC ha sempre indicato come la crescita della Lega rappresenti un forte condizionamento per la politica di Berlusconi e del PDL e, tuttavia, questo ragionamento avrebbe una sua logica soprattutto in una visione centralistica della politica fondata sui meccanismo elettorali proporzionali, tanto per intenderci quella della cosidetta prima repubblica, nella quale la Dc aveva sempre aborrito le alleanze condizionanti, cercando sempre, ad esempio, di contenere la forza del PSI, anche quando vi era l’alleanza ed i governi di centrosinistra. Nella prospettiva federale e bipolare tendono a prevalere le ragioni dell’accodo, rispetto a quelle della differenziazione ed anche il modificarsi dei rapporti di forza interni di una alleanza politica sono riassorbibili ove prevalgano un interesse ed un programma comune che fino a prova contraria sussistono nei rapporti tra PDL e Lega.

Anche il bipolarismo ne esce sostanzialmente rafforzato non solo per il peso dei due principali partiti che resta, comunque, forte, ma anche perché sia la Lega che l’Italia dei Valori e la sinistra radicale hanno riconfermato le alleanze che la logica di questo sistema politico impone, ed anche l’UDC ha scelto di allearsi e laddove non lo ha fatto o non è cresciuto ( Puglia) o si è ridotto ad essere totalmente ininfluente ( Lombardia, Veneto, Emilia e Romagna, Toscana ). Come ha giustamente commentato Piero Ostellino sul Corriere della Sera del 1 aprile: “ La fragilità delle illusioni di Casini, e di Rutelli-Tabacci, può far riflettere anche quelle parte dell’establishment industriale e finanziario che credeva, in nome di un centrismo nello stesso tempo moderno e moderato, di avervi individuato uno spazio di cultura politica, alternativo a centrodestra e centrosinistra”. Dopo le reiterate critiche de “La civiltà Cattolica” all’antibipolarismo di Casini, ora si aggiunge l’autorevole Corriere della Sera. Che effetto avranno sulla linea dell’UDC? La risposta è fin troppo facile.

L’alleanza tra PD e IDV nella quale il Partito di Di Pietro, ottenendo oltre il 7 per cento, risulta sempre più condizionante per il Partito di Bersani e presenta una differenza rispetto all’asse PDL Lega e cioè che le anime di questa alleanza risultano difficilmente omologabili in una chiara identità politica: riformista moderata di una parte del PD, cattolico democratica di una parte della ex Margherita e giustizialista quella che è rappresentata da Di Pietro. Quest’ultimo che si ritiene oggi collocato su una posizione tatticamente più moderata ed in teoria coniugabile con il quadro politico, presenta alcuni aspetti che lo rendono sostanzialmente un corpo estraneo rispetto alle altre forze politiche in quanto il profilo del personaggio appare, anche per la recente ricostruzione di alcune sue vicende, non come una vera espressione della politica, ma di altre realtà e, pertanto, la sua linea finisce per alimentare quell’antipolitica che, poi, dà vita ai fenomeni di protesta (Grillismo). Inoltre c’è da rilevare che Di Pietro non sarà mai disponibile ad una vera riforma della giustizia, comune interesse di tutte le forze politiche, che veda riequilibrare correttamente i rapporti tra i poteri dello Stato ed in tale antiriformismo può fare da sponda alle posizioni più intransigenti all’interno del PD sull’intangibilità della Costituzione.

Berlusconi esce rafforzato da queste elezioni che gli offrono una ulteriore chance per quello spazio decisionale per far approvare le riforme. Sono ormai lontani i momenti nei quali si pensava alla spallata, complici stampa, conduttori televisivi e settori della Magistratura, con qualche sponda all’interno del PDL. E’ pressocchè unanime la valutazione che l’andamento della campagna elettorale è stato radicalmente mutato dalla manifestazione di piazza San Giovanni che ha ristabilito il rapporto tra il centro destra ed il suo elettorato messo in crisi anche dalla pasticciata vicenda della liste di Roma. Il rafforzamento del premier, probabilmente, renderà più cauta la linea di differenziazione di Fini, anche se, nella discussione sulle riforme, grande sarà la tentazione di differenziarsi. I punti di “frizione” potranno essere quelli della riforma della giustizia o dei cambiamenti verso il presidenzialismo , considerando che Fini, un tempo presidenzialista, si è espresso su di una linea di “patriottismo costituzionale” che, a sinistra, viene inteso come conservatorismo costituzionale.

La proposta politica dell’UDC appare sempre più nelle sabbie mobili. Il rafforzamento di Berlusconi, la crescita della Lega, le difficoltà del PD, stanno sempre più restringendo l’orizzonte politico di Casini le cui polemiche lo rendono sempre più distante dall’elettorato moderato del PDL come dimostra la mancata crescita dell’UDC nella circoscrizione di Roma dove era assente il PDL e rendono sempre più precaria la prospettiva di una modifica del sistema elettorale bipolare per la quale oltre a qualche forza politica minore, ininfluente, poteva contare su una parte del PD ( D’Alema ) che tuttavia oggi è debole e condizionata. Un ulteriore condizionamento alla linea politica di D’Alema è venuta dal risultato della Puglia dove, complice Casini il Presidente uscente pur non raggiungendo il 50 per cento è stato rieletto ed oggi è corteggiato da tutti i critici del nuovo segretario. Se c’era una regione nella quale l’UDC avrebbe dovuto fare un accordo con Berlusconi era la Puglia, ma Casini non si è reso conto che andando da solo ha fatto il peggior servizio a Bersani che ora deve affrontare la “rivolta” dei 49 senatori ed il riemergere di Veltroni.

Nel Lazio la candidatura della Bonino non solo ha rappresentato un altro passo falso della nuova segreteria, ma la sua sconfitta sarà foriera di polemiche che già vede la candidata radicale attaccare la parte cattolica del PD che non poteva certo entusiasmarsi sulla sua proposta politica. “ Non avevo di fronte la Polverini – ha detto Emma Bonino – ma un’alleanza tra Berlusconi e Bagnasco”. Non è certo politicamente utile per il PD sottolineare il rapporto tra le posizioni cattoliche ed il centrodestra che ha avuto un ruolo importante sull’esito elettorale di alcune regioni .Anche su questo aspetto Casini dovrebbe riflettere e l’appoggio alla Polverini non cancella la “macchia” del vano sostegno alla Bresso.

E’ vero che l’elemento più caratterizzante di queste elezioni è stato l’alto indice di astensione dal voto che ha colpito, nell’ordine, il PDL, il PD ed, in misura assai minore la Lega. Questa evidente constatazione deve essere letto come il segnale più significativo da parte delle forze politiche e , soprattutto chi ha la responsabilità del governo del Paese deve esaminarne le cause.

L’astensionismo rappresenta un indebolimento della democrazia perché finisce per favorirne l’involuzione oligarchica. E’ sintomatico che per l’astensionismo si è espressa la fondazione guidata da un ex presidente di CONFINDUSTRIA.

L’astensionismo si contrasta oltre che con una politica di contenuti che affronti e risolva i problemi e le attese della gente, offrendo anche uno spazio maggiore alle scelte popolari , non solo di coloro che vengono eletti nelle istituzioni, ma anche nella designazione di chi deve governare.

In sostanza, intorno alla scelta popolare si devono costruire le riforme. Il cittadino ha la sensazione che chi governa è altri rispetto a coloro che siedono nelle istituzioni rappresentative. Non è la politica che decide sulla condizioni di sviluppo economico poiché è il sistema bancario, in totale autonomia, che apre o chiude i rubinetti alle imprese, preferisce investire in derivati, rifiutando anche gli interventi del governo per favorire il credito alle imprese; è il sistema giudiziario che decide se si fa o no un processo prima che intervenga la prescrizione; sono sempre più le istituzioni europee che impongono regole e normative che influenzano la vita sociale ed economica.

C’era una famosa frase di De Gasperi che il gruppo presidenzialista di “Europa ‘70” ,che produsse idee nella DC degli anni ’70, mise nella testata delle sue pubblicazioni: “ portate tutto il popolo al governo di sé stesso”. Il compito delle riforme per invertire la spinta verso l’astensionismo è appunto quello di riportare la politica agli interessi popolari, riaffidando anche le scelte fondamentali alla legittimazione del voto.

Ci sono tutte le condizioni per aprire la fase delle riforme.
17/03/2010 [stampa]
Il paese del grande fratello.
Sarà certamente un buon consiglio l’invito del Foglio del 16 marzo che , raccogliendo l’ammonimento di Bossi, chiede di “fare un po’ di attenzione quando si parla per telefono”, ma, ormai, la questione delle intercettazioni ha assunto una consistenza ed un gravità enorme, da situazione di emergenza, che esula dai “buoni consigli”.

Il cittadino normale è ormai convinto che ogni sua conversazione telefonica può essere oggetto di ascolto e registrazione, magari per quel fenomeno, apparso evidente nell’inchiesta di Trani, delle registrazioni “ a grappolo”o a “strascico”.

La memoria non può non andare a quella sensazione di insicurezza, per l’ascolto e lo spionaggio che ha caratterizzato i regimi dittatoriali, nazisti e comunisti, raccontatici da tanta letteratura e filmografia, con la consapevolezza che i moderni sistemi informatici ed elettronici moltiplicano all’infinito le possibilità di interferire sulle conversazioni private.

Qualche voce ben pensante invoca la tutela della privacy, ma il controllo della vita privata è attuato già attraverso una quantità di meccanismi operativi della società moderna che sono anche connaturati ad una serie di servizi che comunque scegliamo e richiediamo noi stessi.

Il controllo sulle conversazioni private, sia ben chiaro, ha oltrepassato i confini che una democrazia deve porre per la tutela della libertà personale. Stiamo diventando il Paese del Grande Fratello, ma la sinistra dei diritti individuali, i radicali delle grandi battaglie per la modernità non lo sanno.
10/03/2010 [stampa]
Diritto di voto.
Ciò che non sorprende nella vicenda della lista elettorale del PDL nel Lazio è la supponenza dei partiti della sinistra che, mentre si proclamano difensori della legalità e delle istituzioni, ritengono non modificabili decisioni che, sulla base di un mero formalismo giuridico, producono il risultato di rendere non rappresentative e passibili di ricorsi le elezioni nella Regione dove ha sede la Capitale d’Italia.

Qualcuno è arrivato a sostenere, con perfida ipocrisia, che con riferimento agli errori procedurali del PDL “nessuno ha chiesto scusa ai cittadini, all’opinione pubblica, a noi” . Chi l’ha scritto fu , a suo tempo, il promotore della candidatura di quel Marrazzo che, fino a vicenda trans ormai scoperta continuava a definirsi, con la nota iattanza, “parte lesa”e del cui comportamento e del danno provocato all’istituzione regionale, nessuno ha ritenuto di scusarsi; anzi, nonostante le doverose dimissioni, egli è ancora componente retribuito del Consiglio Regionale del Lazio.

Tuttavia l’elemento più allarmante di questa vicenda non è la polemica tra le forze politiche, già di per sé indicativa di un clima strumentale che non riesce a individuare un interesse generale al quale uniformarsi, ma la condizione reale delle nostre istituzioni.

Ancora una volta si sono rese evidenti le inadeguatezze delle normative relative alla presentazione delle liste elettorali e se è pur vero che fino a quando esse saranno in vigore debbano essere rispettate, tuttavia il loro rispetto, come anche la possibilità di recupero degli errori commessi, sono in funzione di un fine superiore, cioè lo svolgimento di elezioni realmente rappresentative dell’orientamento elettorale per dare legittimazione, significato e stabilità agli organi rappresentativi.

Uno degli elementi concreti dell’ethos della democrazia è dato dall’eguale opportunità, da riconoscersi a tutti, di giungere al potere e qualora ciò non si determina per formalismi e cavilli procedurali è evidente che non può lasciare indifferente le istituzioni e gli uomini più responsabili.

Ed è questa valutazione che ha spinto il Presidente della Repubblica a controfirmare un provvedimento, il decreto , che pur occupandosi della interpretazione di alcune norme in materia elettorale della legge 108 del 1968, rimaste nelle prerogative costituzionali statali anche dopo la riforma del 2005 - tanto è vero che la norma statale a cui fa riferimento è vigente – presenta problemi di definizione di competenze non del tutto chiari. Questa poca chiarezza nel confine tra le due competenze concorrenti è un ulteriore prova dei danni della riforma del titolo V della Costituzione che il centro sinistra approvò a stretta maggioranza nel novembre 2005 e del conseguente marasma istituzionale nel quale, anche a seguito di ciò, si trova il Paese.

A questo proposito non si può non rilevare un elemento assai grave e cioè che ancora una volta, come è stato osservato, i magistrati “spingono il loro diritto a interpretare le leggi fino al limite di capovolgerle e non osservarle”, decidendo autonomamente senza neppure sollevare il quesito di fronte alla Consulta.

Siamo in presenza di una vera e propria “dissidenza giudiziaria” nella condizione, che nessuno a sinistra rileva, di una prevalenza sulle istituzioni elettive. Il non cale nel quale si è posto il PD nei riguardi del Presidente della Repubblica mostra anche come nei postcomunisti e nei post DC di radici dossettiane prevalga la battaglia ideologica antiberlusconiana rispetto alla comprensione di quella salvaguardia di un bene terzo, cioè del diritto al voto, che, invece, ha spinto Napolitano ad un comportamento di grande responsabilità, che ha trovato l’apprezzamento di fasce di cittadini non pregiudizialmente schierati.

In quanto alla decisione di porre in atto una “mobilitazione permanente anche in sede parlamentare” minacciando il governo di non far approvare più nulla come anche la stessa manifestazione di sabato 13 esse appaiono del tutto fuori misura e possono innescare una possibile, abile manovra mediatica di Berlusconi che, volgendo a suo favore l’”onda d’urto” di questa contestazione, oggettivamente estremista, della sinistra e dell’IDV, potrebbe ribaltarne l’effetto a favore del centro destra. I sondaggisti stanno già studiando i sintomi di questa possibile eterogenesi dei fini.

Nel PD le divisioni, gli imbarazzi e gli sbandamenti non sono coperti da questa campagna di guerra. Siamo lontani mille miglia anche da quella attenzione istituzionale che vide Togliatti realizzare il compromesso costituzionale del 1948 sul Concordato o Berlinguer proporre il compromesso storico nel 1973. Il PD sta assorbendo il virus dipietrista e giustizialista, lo stesso d’Alema appare ormai un “contaminato”. In questa condizione non sarà mai possibile approvare con larghe maggioranze, come qualcuno continua a proporre ( UDC ), quelle riforme costituzionali che, al punto nel quale siamo arrivati, sono indispensabili all’Italia.
23/02/2010 [stampa]
Italia, Italia!!.
Per spiegare le reazioni alla canzone “Italia amore mio” presentata a San Remo non è necessario riferirsi a presunte violazioni di regolamento o a inattesi interventi come quello di Lippi, personaggio quanto mai vantato per la clamorosa e non lontana vittoria della Nazionale.

Per spiegare i fischi, il parziale dissenso della platea e, alla fine, la scomposta reazione degli orchestrali; è sufficiente rilevare che il sentimento patrio espresso dalla canzone lì non era gradito e che il dissenso si è diffuso dalla iniziale presentazione alla conclusione per un effetto domino dai fischi al lancio degli spartiti.

E’ apparso evidente che le suddette proteste erano preordinate come un atto dovuto per chi doveva manifestamente esprimersi.

In realtà come mai la canzone ha ottenuto niente meno che un ripescaggio ed un onorevole secondo posto in finale? Il fatto si spiega perché il televoto, che ha il valore di un voto segreto, ha espresso il più comune sentire degli italiani, maggioritari in tutti i sensi e in tutti i modi con questa votazione.

Quando, oltre a spegnere le luci, “San Remo” avrà assorbito anche le critiche, probabilmente questo episodio modesto per molti versi, ma altamente significativo per altri, dovrebbe essere un monito per i reggitori della Cosa Pubblica, dalle più alte cariche ai maggiori rappresentanti dei partiti e a tutti quanti ritengono che possano essere annullati sentimenti e valori primari soffocati in un mal concepito mondialismo.
15/02/2010 [stampa]
Bertolaso, le emergenze e le riforme.
Cantavano i poeti l’”Italia delle cento città”. Per la verità da allora il nostro Paese è diventano l’Italia dalle mille leggi, dalle mille competenze, dalle mille procedure, dalle mille burocrazie, dalle mille baronie, dalle mille corporazioni, dai mille parassitismi.

Il genio italiano si muove con abilità in questa selva di norme, codici, rappresentanze, organismi e quant’altro. Tuttavia, il risultato è una varietà di esiti: la ricostruzione dopo il terremoto del Friuli e il dopo terremoto di Avellino, L’Aquila e il Belice, i rifiuti di Napoli prima e dopo, le autostrade degli anni ’60 e le grandi incompiute, la centrale di Montalto , il G8 a L’Aquila, la Torino – Lione. In queste vicende il risultato virtuoso appare più nella singola determinazione di chi ha espresso, con coraggio, la sua capacità decisionale, piuttosto che nel rispetto dell’ortodossia delle procedure, cioè quel comportamento che qualcuno ha definito, con efficacia, “passare con il rosso”.

Un elemento certo è rappresentato dalla incongruità degli strumenti normativi a disposizione dei decisori politici per quanto attiene alle emergenze o agli eventi di carattere straordinario.

L’irrompere di Berlusconi sulla scena politica, cioè di un imprenditore e della sua logica decisionista, ha posto una vera questione istituzionale: la necessità di cambiare leggi e metodologie per rendere il Paese adeguato al competitivo scenario internazionale e per avere più efficienza nel governare l’Italia. Non può bastare solo l’azione di un singolo, anche se operoso.

Tuttavia Berlusconi si è scontrato con una realtà che è il risultato di una lunghissima e profonda fase di consociativismo tra pubblico e privato, tra maggioranze e opposizioni, tra impresa e sindacato il cui prodotto è sotto l’occhio di tutti.

Il vero avversario di chi governa oggi è l’assetto del Paese creato da questo consociativismo che respinge il cambiamento, poiché - ed è questo il teorema conservatore -: “le riforme devono essere realizzate a larga maggioranza” ed in questa larga maggioranza è compreso il consenso di chi opera laddove questo cambiamento dovrebbe intervenire.

Bertolaso potrebbe forse aver commesso qualche leggerezza o, a livello amministrativo, si potrebbero essere verificati degli abusi, ma non c’è dubbio che questa vicenda si connette con il quadro che abbiamo descritto, anche perché, spesso, paradossalmente, è la complessità delle norme che favorisce, di fatto, l’impropria trattativa tra imprenditori e amministratori.

A responsabilità più elevate, peraltro, dovrebbero corrispondere controlli più efficaci. L’amministratore al quale si può affidare , con norme più semplici e operative,una maggiore capacità decisionale, se ne abusa, dovrebbe andare incontro ad ancor più rigorose norme penali. E’ da ampliare la capacità di autocontrollo della pubblica amministrazione e non lasciare il tutto alla Magistratura.

Comunque anche in questa vicenda le modalità con le quali si è presentato l’intervento della Magistratura presentano alcune problematiche: dalla fuga di notizie sulle intercettazioni all’uso politico delle indagini che ne è scaturito. Sarebbe riduttivo e, soprattutto, sbagliato, parlare di complotti, anche se la tempistica desta qualche sospetto: perché coinvolgere alla vigilia della campagna elettorale un personaggio per il quale si parlava di una prossima nomina a Ministro? Non si poteva attendere un momento diverso ed evitare la strumentalizzazione che ne è derivata?

La verità è che nel quadro istituzionale, politico e normativo del Paese, l’attività della Magistratura diviene, di fatto, la difesa armata della conservazione del sistema dove il corollario dell’obbligatorietà dell’azione penale, consente di agire secondo filoni di indagine sostanzialmente discrezionali. Ma è la politica che deve fare la sua parte.

Questa vicenda mette sul tappeto della politica, di fronte a governo e opposizione, la questione delle riforme. E sarà una selva da sfrondare, con il coraggio di demolire ciò che in decine d’anni è stato costruito dai consociativismi di ogni genere.

C’è sufficiente consapevolezza che tutto ciò deve essere fatto per l’ Italia ?
15/02/2010 [stampa]
Il servizio pubblico sono io.
Giovanni Floris ritiene di essere lui il servizio pubblico. Punto. E lui viene “invaso non dal pubblico, ma dai partiti”. Gli sfugge un piccolo particolare: in democrazia il pubblico non solo coloro che hanno un contratto con un ente pubblico, ma è ciò che viene regolamentato dal Parlamento.

E’ una vecchia polemica quella tra istituzioni ai partiti. Ma rispetto alla contrapposizione tra potere reale e potere legale che aveva comunque una sua dignità, oggi siamo arrivati alla difesa dei corporativismi professionali, rispetto alle decisioni del Parlamento, in questo caso la delibera della Commissione di Vigilanza RAI.

Non è più la difesa del bene comune, degli interessi dei cittadini rispetto a poco attente istituzioni, ma è il conduttore televisivo – un dipendente a contratto, ben retribuito da un ente pubblico - a ergersi a difesa del suo interesse, travestito sotto la specie della piena libertà di condurre trasmissioni che, spesso, vengono censurate dalle autorità di garanzia, per il loro carattere di parte.

Ci si sente, così, un po’ proprietari del servizio pubblico, si decide chi deve partecipare, i tempi di intervento , le impostazioni dei servizi, per trasmissioni confezionate a misura. Anche in campagna elettorale. Di ciò che pensano i cittadini nulla interessa, si attendono le solidarietà corporative e l’ennesimo “manifesto” sulla libertà di espressione minacciata.

Nulla di nuovo. Ma non è un po’ troppo?
28/01/2010 [stampa]
Sinistra o libertà.
Non è vero che a sinistra sia “vietato vietare”. La verità è l’opposto: c’è il divieto assoluto per la trasgressione, anche minima. Bisogna seguire le regole, tutte: anche quelle più severe. A sinistra non è possibile ciò che è successo a chi scrive: lui che , grazie a Dio, non è stato neanche un momento di sinistra, ha letto centinaia di romanzieri, filosofi, poeti, saggisti, politici di sinistra senza che gli amici di destra avanzassero obiezioni.

A sinistra questo non è lecito. Mai è stato lecito, possibile. Non soltanto ai tempi di Lenin, di Stalin e di Zdanov. Non soltanto quando Mao e Castro riempivano le carceri ed i gulag (se non si ricorreva alla soluzione più spiccia: il plotone di esecuzione) per un semplice dubbio sulla conduzione della cosa pubblica. Non soltanto ai tempi del culto della personalità di Togliatti. Anche oggi. Tempo fa uscì un libro che criticava la politica di Berlinguer ed il cui autore era stato, fino all’estinzione, dello stesso partito del defunto leader. A sinistra silenzio pesante, di piombo.

Anzi, oggi la situazione peggiorata. Se uno si azzarda, da sinistra, a dire che in fondo qualcosa di buono o, per lo meno, di non completamente negativo Berlusconi ed i suoi l’hanno fatto, Dio ci scampi, non tardano ad arrivare i fulmini della scomunica.

Un incidente del genere è capitato pure a Roberto Saviano: non un esponente, ma un divo della sinistra. Che ha fatto di tanto grave questo giornalista, sempre coccolato dall’intellettualismo progressistico? Ha commesso una colpa imperdonabile: ha letto Junger, Pound, Schmitt, Cèline. Non solo, ma anche adesso non disdegna – ha confessato – di riaprire i libri di Julius Evola. Orrore!

Ma come è possibile sbagliare in modo tanto esecrabile? Si sono chiesti a sinistra. Ma non sono riusciti a darsi la risposta giusta: capita, talvolta, anche a sinistra che qualcuno senta, sia pure per poche ore, il bisogno irrefrenabile di essere libero.

Fausto Belfiori
12/01/2010 [stampa]
2010: Anno decisivo.
Il 2009 ha visto il governo impegnato a risolvere le drammatiche conseguenze del terremoto in terra d’Abruzzo, in un contesto difficile dal punto di vista dello sviluppo economico, pesantemente condizionato dalla crisi finanziaria sistemica scoppiata nel 2008 a livello internazionale.

Questa situazione che in altri Paesi avrebbe determinato una unità di intenti tra le forze politiche ed il prevalere dell’interesse generale sulle rivalità partitiche, ha visto l’irrompere sulla scena mediatica, per diversi mesi, di un insidioso attacco alla figura del premier ponendo a rischio la sua credibilità anche a livello internazionale, peraltro difesa brillantemente dall’idea di svolgere il G8 a L’Aquila.

Né si può nascondere che ad incidere sul quadro istituzionale, più che le tematiche e i contrasti tra le forze politiche, sia stato il non risolto problema dei rapporti tra politica e magistratura, rispetto al quale vi sono orientamenti diversi non solo tra i due schieramenti di maggioranze e opposizione, ma anche al loro interno.

Mentre l’anno si è chiuso con la sostanziale tenuta del governo, il 2010 si presenta come un anno decisivo per la stessa politica governativa , ma anche e soprattutto, per un’Italia che intenda avere quelle condizioni di stabilità e di forza che le consentano di mantenere un ruolo di rango nella scena internazionale.

La questione assolutamente prioritaria è quella delle riforme istituzionali. La debolezza del quadro politico, pesantemente condizionato e che si esprime nei conflitti istituzionali e nelle divisioni interne, richiede la capacità di individuare l’elemento di fondo delle modifiche costituzionali oggi necessarie. Non è questione della riduzione del numero di parlamentari, né di una eliminazione del bicameralismo perfetto – ambedue necessarie, ma non determinanti – o di intervenire per un più corretto rapporto tra magistratura e politica. Occorre un confronto vero sulla “grande riforma”, cioè sulla necessità di correggere la stortura di un sistema a base parlamentare, ma che ha perso la sua forza di orientamento , rappresentata dai partiti, mentre il quadro complessivo delle istituzioni non parlamentari (comuni, province, regioni ) risponde ad una visione di tipo presidenziale. La debolezza del governo centrale, non è una questione e non può essere curata con “maggiori poteri”, essa richiede una più adeguata legittimazione democratica. In sostanza non è oggi sufficiente ripartire, per la discussione sulle riforme istituzionali, dalla cosiddetta “ bozza Violante”, ma dai lavori dell’ultima bicamerale , nella quale si approfondì l’argomento del semipresidenzialismo e la elezione popolare diretta del Capo dello Stato o del Presidente del Consiglio.

Ad ostacolare l’impegno di Berlusconi per le riforme, che in linea di massima sarebbe meglio approvare a larga maggioranza, c’è una sinistra pesantemente in crisi resa evidente dalle difficoltà sulle candidature nelle regioni, dove, cioè, essa aveva la sua forza politica ed elettorale più rilevante. Bersani, mentre sta tentando di sostituire alla fallimentare politica di Veltroni una linea di più ampie alleanze, viene logorato sia dalla erosiva azione del giustizialismo interno ed esterno, sia dalle procedure leaderistiche come le primarie che impediscono di fare accordi che richiederebbero meccanismi di scelta di candidature più politici.

Sulla capacità di condurre in porto le riforme si gioca la credibilità dell’attuale maggioranza. Sulla necessità di rafforzare la legittimità del sistema politico e di governo, si gioca la stabilità della democrazia italiana.

Appare motivata l’esigenza che il dover affrontare e risolvere compiutamente la questione delle riforme costituzionali possa prescindere dal conseguimento di un’ampia maggioranza.

D’Alema e Bersani sono ad una svolta. Debbono sottrarsi al pesante condizionamento di chi non vuole le riforme perché ancorato ad un “patriottismo costituzionale”, che, in effetti, è un conservatorismo costituzionale. Solo tagliando nettamente con il giustizialismo, che ha la sua origine nell’idea che le istituzioni politiche siano subordinate all’azione “illuminata” delle diverse magistrature, il PD potrà riassumere una politica libera di operare scelte sociali ed istituzionali coerenti ad una vocazione riformista.

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17/12/2009 [stampa]
"Eliminare Berlusconi".
Sono state scritte e dette molte parole sull’atto di violenza di cui è stato vittima Silvio Berlusconi domenica a Milano.

E’ vero che il clima di odio seminato dai cascami della cultura di sinistra ha creato quella condizione che ha spinto un soggetto psicolabile a compiere il gesto criminale.
Questa, tuttavia, è una valutazione del tutto superficiale ed oltretutto banale nella sua veridicità.

Se si volesse andare un po’ oltre e tentare di dare un significato emblematico al gesto di Tartaglia, esso rivelerebbe una verità più forte e cioè che non esiste una alternativa politica a Berlusconi ed il suo accantonamento può e viene tentato solo con la sua eliminazione.

E’ quasi razionale e logico che dopo i tentativi di eliminazione con l’uso politico della via giudiziaria penale e civile, o per via giornalistico scandalistico, si sia verificato il gesto per la sua eliminazione fisica. Ed è ancora più emblematico che ciò sia avvenuto a Milano, dove il premier ha le sue radici personali, familiari ed imprenditoriali e che lo si sia voluto colpire al viso. C’è un inquietante parallelo ed una straordinaria somiglianza tra l’immagine di domenica del viso ferito di Berlusconi con quella apparsa nei manifesti del No B Day qualche giorno prima.

Le eccezionali capacità di ripresa e di tenuta psicologica del premier sono di fronte alla loro prova più difficile e, tuttavia, pensiamo che Berlusconi potrebbe reagire come in quel lontano giorno – ci raccontò don Gianni Baget – nel quale gli venne diagnostico un tumore, notizia che non gli impedì, nel pomeriggio della stessa giornata, “ di pronunciare il più bel discorso della sua vita”.
11/12/2009 [stampa]
Problemi di linguaggio.
Fra le gravi responsabilità che vanno addebitate alla scuola contemporanea, assume un rilievo emblematico la trascuratezza riservata all’apprendimento e alla conoscenza della lingua nazionale.

Questa situazione, rivelatrice di una preoccupante carenza di sensibilità culturale e didattica in no pochi responsabili dell’istruzione giovanile, è oggetto di reiterate denunce provenienti dalle facoltà umanistiche i cui iscritti non di rado dimostrano di possedere cognizioni sintattiche e grammaticali che, data la loro pressoché totale inconsistenza, in tempi di maggiore serietà culturale sarebbero parse disdicevoli per studenti delle scuole primarie.

Le dimensioni di un problema tanto drammatico quanto colpevolmente sottovalutato, non sono circoscrivibili all’ambito pur rilevante e significativo delle competenze linguistiche dei giovani: esse, in ragione della pregnanza che l’uso della lingua riveste nella vita culturale e civile di una società, non possono non coinvolgere direttamente l’avvenire e il destino di un popolo.

A fronte delle miserande prospettive culturali e civiche di una scuola dominata da una banalizzante semplificazione delle conoscenze e da un accentuato affievolirsi delle attitudini critiche e riflessive dei suoi “destinatari”, il ricorso sempre più preponderante alle tecnologie avanzate e alle loro specifiche modalità di conoscenza genera negli adolescenti conseguenze piuttosto negative, rilevabili in un tendenziale appiattimento nella percezione e nella comprensione del reale.

Nel progressivo ridimensionamento del sapere ad una fredda e impersonale funzionalità di tipo telematico, la cultura perde la sua capacità d costituire un valido supporto al dispiegarsi di una ricca e completa interiorità personale; di tale perniciosa tendenza la scuola odierna si fa apertamente e deliberatamente complice, assecondando le distorte propensioni di una società dimentica dei valori che trascendono la sfera dei suoi mediocri e quotidiani interessi.

Ciononostante, la crisi che travolge i più disparati ambiti della vita associata ( e che si riflette singolarmente in un suo centro decisivo quale è la scuola) è acuita dal generale disincanto che connota il mondo in cui viviamo.
24/11/2009 [stampa]
Il senso della misura.
Il ministro Brunetta merita stima e considerazione. Chi non è fazioso, anche se non milita nello stesso schieramento, apprezza il suo impegno. Nel caso del responsabile di un dicastero importante e delicato come quello della funzione pubblica, infatti, non è lecito parlare semplicisticamente di attivismo: ci si trova dinanzi a qualcosa di molto più serio e costruttivo.

La sua è operosità; è volontà di seguire una linea d’azione in grado di realizzare ciò che finora a nessuno è riuscito: dare vita ad una struttura agile e produttiva indispensabile ad uno Stato del nostro tempo.

Il linguaggio è in carattere con il suo modo di fare: non conosce perifrasi ed evita di girare intorno all’argomento. Se c’è un problema va affrontato, va spiegato, va illustrato in tutti i suoi aspetti. Non nascondere le difficoltà, non eludere le questioni spinose.

Di questo coraggio, di questa lealtà, di questa consapevolezza gli va dato atto.

Ma, accanto ai requisiti positivi, non vanno nascosti neppure quegli aspetti del suo carattere che suscitano meno simpatia anche fra coloro - e, ripeto, sono molti - che al ministro non lesinano le lodi. Per esempio, lo “sfogo” di domenica contro Tremonti non ha goduto di favorevoli reazioni. Ed i motivi che hanno spinto al dissenso non sono pochi né lievi.

Il primo a colpire negativamente è il luogo scelto per esprimere il malcontento: un quotidiano che assicura visibilità e che ha accolto volentieri le dichiarazioni del ministro anche perché giunte a sostegno della polemica antigovernativa quotidianamente condotta da non pochi dei suoi redattori e collaboratori.

Una polemica senza sosta pur se sempre rispettosa di quella formale obiettività che è una caratteristica del prestigioso giornale. Ma ormai perfino il lettore più ingenuo sa che un dato può essere suscettibile delle interpretazioni più diverse: basta affidare il compito ad un abile “esperto”. Così pure l’esternazione di un politico può agevolmente essere posizionata in maniera da risolversi in un valido appoggio alle proprie tesi. E questo senza ricorrere ad aggiunte e censure.

Brunetta sapeva benissimo che quanto da lui detto si inseriva inevitabilmente nell’attacco al governo che si sta facendo sempre più scalmanato e irragionevole con l’approssimarsi delle elezioni regionali il cui valore politico a nessuno sfugge. Ma questa considerazione non lo ha spinto a quel minimo di cautela che una situazione come questa impone di seguire per lo meno ad un membro dello stesso governo sotto attacco.

Senza entrare nel merito delle critiche mosse al collega, dunque, non si può non rimanere stupiti dinanzi ad un episodio di intemperanza e di scarso senso di opportunità che, purtroppo, ha visto come protagonista un uomo distintosi per l’alta professionalità e per la scrupolosa osservanza dei compiti e dei doveri propri di un servitore dello Stato.
23/11/2009 [stampa]
Improvvide esibizioni.
No, non si facciano spallucce dinanzi a certi comportamenti e non si dia retta a chi vuole convincere che certe espressioni , un tempo accuratamente evitate, oggi fanno parte del linguaggio comune e, quindi, non scandalizzano. Perché non è un argomento valido e non può essere accettato.

Non è concepibile, infatti, andare a fare una lezione di educazione civica ad una scolaresca e nel discorso usare espressioni che si possono benissimo evitare pur dicendo esattamente quel che si vuole dire. E che sia una personalità cui è affidata un’alta carica dello Stato a parlare in un modo a dir poco disinvolto, stupisce ancora di più, anzi, per essere sinceri fino in fondo, sconcerta e addolora.

Noi vogliamo continuare a credere che ci sia un linguaggio civile da usare soprattutto quando l’interlocutore è un bambino. Non importa che questo modo di pensare sia deriso da giornalisti e demagoghi di varie risme.

Non interessa che anche nei salotti – ammesso che ci siano ancora salotti degni di essere frequentati- ci si abbandoni ad espressioni volgari. Vogliamo continuare a pensare, a credere che un uomo politico di retto sentire, uno statista non possa, come è avvenuto, parlando con un ragazzino, pronunciare un epiteto che provoca imbarazzo ed amarezza. Se si vuole “fare colpo” sui cittadini – e ormai sembra che non se ne possa più fare a meno – si eviti assolutamente il turpiloquio.
20/11/2009 [stampa]
Fuoco ostile,fuoco amico e la legittimità della politica.
Assistiamo da alcune settimane e, forse, anche di più, ad un fenomeno non nuovo, ma che sta raggiungendo un livello mai precedentemente toccato. I giornali e i loro direttori, stabiliscono i temi del confronto e del conflitto politico, con ciò non solo consegnandoli allo schematismo di amico - nemico, ma togliendo alla politica la linfa della sua elaborazione, anche rispetto alle culture di riferimento.

Il lettore si trova in una sorta di lungo ring, come rinchiuso in una sala di boxe per assistere ad un incontro, nel quale non mancano colpi bassi ed ogni sorta di inganno, dalla quale esce frastornato. Fuor di metafora: il cittadino esce dall’ interesse per la politica per salire sulla tradotta del qualunquismo.

C’è, tuttavia, una differenza, in ciò che leggiamo, tra i giornali di centrodestra e quelli di centro sinistra. Repubblica ha ben chiaro l’obbiettivo e, fatte tacere le batterie un tempo dirette su D’Alema o verso coloro che non intendono praticare nella politica solo giustizialismo e moralismo, si sta ora impegnando in un bombardamento strategico contro un solo nemico: Berlusconi.

Il Giornale e Libero invece si distinguono per l’apertura di un doppio fronte: quello esterno, cioè il centro sinistra ed il mobile Casini, e quello interno denunciando complotti, assi istituzionali, manovre interne al PDL con sponde a volte anti Tremonti o anti Bossi. Il risultato di questi eventi “bellici” potrebbe anche definirsi di parità strategica, nel senso che i danni inferni al “nemico” si equilibrano con i danni subiti, con una differenza e cioè che il “fuoco amico” che tante vittime procurò, a suo tempo, all’esperienza Prodi, oggi rischia di “ferire” anche Berlusconi.

Volendo assegnare alle dispute interne al PDL un senso - che, comunque, c’è - che non sia quello dei “complotti” e dei “tradiment, in,diciamo che le differenze politiche vanno affrontate sul terreno della politica. Per essere più espliciti: se le tesi di Fini divergono da quelle del congresso di fondazione del PDL, si risponda in termini di cultura politica, se all’economia sociale di mercato di Tremonti ( Tremonti Bonds e Banca del Sud ) si contrappone l’interesse delle Banche e la loro visione dell’economia e dello sviluppo, secondo logiche di una finanza libera, si discuta di questo, senza diversivi inutili e dannosi.

La politica deve rioccupare il suo posto nel linguaggio e nella capacità di elevare il confronto ai temi reali e al loro contesto storico e culturale. La stampa dovrebbe aiutare a ritrovare la strada per ricondurre al primato della politica invece di alimentare gossip, giustizialismo e complottismo.

Il clima è quello che precedette i giorni della crisi della prima repubblica, gli attori e i toni sono sostanzialmente gli stessi: Magistratura, giornali, politici di vecchiO conio e mancanza delle condizioni per avviare le vere riforme. Dietro la polemica sul possibile ricorso ad elezioni anticipate si delinea la chiave interpretativa di fondo della situazione nella quale versa il sistema politico: affidare al voto popolare la legittimazione della politica e di chi governa.
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Paolo Mieli e i conti con la storia
13 Dicembre 2013

Domenico Fisichella - "Dal Risorgimento al Fascismo 1861-1922"
Carozzi Editore - Sfere pp.336, € 22,00

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