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04/2017 [stampa]
TARQUINIO (AVVENIRE) COLPITO SULLA VIA DEL GRILLISMO
Marco Tarquinio non è un giornalista qualunque . E’ il direttore di “Avvenire”, il quotidiano della CEI, la Conferenza Episcopale Italiana. Il 19 aprile ha messo a disposizione di Beppe Grillo una intera pagina del “suo” giornale. Un intervista che il quotidiano definisce , per restare in ambito “ecclesiale”, “una lunga ‘riflessione’ quasi privata” , che, poi, fa rima con confessione. “Non è l’intervista” sottolinea il quotidiano aprendo l’articolo “ per svelare un disegno di legge elettorale o per fare il punto sui guai e i punti di forza del movimento”, “per questi temi”, assicura l’intervistatore, “ci sarà una seconda puntata”. Come dire, con il comico diventato politico il colloquio è ormai all’ordine del giorno. Il colloquio di questa “puntata” fluisce rapido , poiché è lo stesso Beppe ad assicurare che “non può permettersi di fingere” . E così vengono sciorinate gli aforismi del guru del rinnovamento totale : “questa Europa non ha futuro”; “l’egoismo della Germania”; “noi siamo compenetrati con qualunque espressione non–criminale e non-politica che non sia legata al ‘vecchio ordine’ del nostro Paese”; “sperimentiamo una categoria del sapere umano diversa dalle precedenti, siamo in una rivoluzione di progetti …”; “ la gran parte delle posizioni etiche trova le sue basi nell’ideologia di chi la esprime. Il movimento è post-ideologico”; “ noi proponiamo qualcosa che ormai è chiaramente inevitabile per ridistribuire ricchezza e garantire decenza: basterebbe togliersi di dosso idee vecchie e stereotipate e guardare il mondo per quello che è”; e così via disegnando utopie da fumetti di fantascienza. Il quotidiano “ecclesiale”, pur di fronte alla reticenza sui quesiti etici, non batte ciglio; come anche su di un sociale che non dice nulla e su genericismi rispetto al quadro internazionale. Ma a Beppe si può concedere tutto, in una intervista “genuflessa”, sempre per mantenere l’atmosfera “ecclesiale”. Questo “pezzo” giornalistico, per la sua obbiettiva debolezza, non avrebbe lasciato traccia se, per la curiosità suscitata, non si fosse mosso il Corriere della Sera che, nello stesso giorno, ottiene una intervista dal direttore Tarquinio che, invece di circoscrivere il colloquio come una delle tante espressioni dei leader politici sui temi di attualità, arriva a mettere sul “piatto” quello che possiamo chiamare un giudizio di valore, affermando : “Se guardiamo ai grandi temi ( dal lavoro alla lotta alle povertà) nei tre quarti dei casi abbiamo la stessa sensibilità”. Ora qui c’è un problema . Tarquinio che, dopo l’intervista dirà che si tratta di un suo pensiero personale, usa il plurale ( sempre per rimanere in ambito “ecclesiale” ) . O il geniale direttore si è fatto “contagiare” dal linguaggio papale ed allora siamo ad un plurale maiestatis abusivo. Oppure esprime una linea editoriale, cioè una valutazione ampiamente condivisa dai suoi “editori”, cioè i Vescovi ed allora l’affare si fa serio. Ma non risulterebbe neppure questo il caso , poiché nei giorni successivi il segretario della CEI monsignor Galantino si è premurato di distinguersi dalle affermazioni di Tarquino. Resta un’altra possibilità e cioè che il direttore rappresenti, con quella sua valutazione, una “sintonia” sociale e culturale dei movimenti ed associazioni ecclesiali e tutti ricordiamo che le ACLI tanti anni fa parlarono di “scelta socialista”e, tuttavia non lo fecero impunemente. Ma anche questa possibilità appare esclusa poiché Carlo Costalli, il Presidente del Movimento Cristiano Lavoratori – una delle più importanti strutture ecclesiali con centinaia di migliaia di aderenti e centinaia di circoli a servizio delle persone –ha duramente criticato l’intervista di Tarquinio e l’insieme dell’”apertura di Avvenire al Movimento 5 stelle”, con un articolo dal titolo stuzzicante “la domenica non vale una Messa”, poiché il tutto era partito dalla critica del Movimento all’apertura domenicale dei punti vendita e di altre attività che distoglierebbero dalla famiglia. Tutto vero, ma giustamente, come afferma Costalli, tale questione “bisogna avere l’accortezza di ricondurla entro una prospettiva di lotta sindacale e non farne invece uno strumento ideologico per la politica politicante”. La valutazione del Presidente dell’MCL sull’intera vicenda è drastica : “La scelta di intervistare il leader del movimento M 5 Stelle non sappiamo se è casuale o è dettata dal desiderio di accreditarsi presso un probabile futuro vincitore delle elezioni politiche. Grillo lo sa e usa Avvenire per lisciare il pelo alla Chiesa , dopo averla descritta in passato come una combriccola di furfanti e aver sostenuto l’abolizione dell’8 per mille, il leader M5S oggi usa termini cari ai cattolici come ‘la crisi dei valori’ e il ‘perdono’ “. E conclude : “Capisco che qualcuno si sentisse in dovere di ringraziare l’appoggio ricevuto sulla domenica di festa, ma, ribadisco , la domenica non vale una Messa”. Il pregio di questa presa di posizione del MCL - pur in un rapporto di “amicizia … per il giornale e il suo editore “ - sta nel rifiuto di unirsi al coro assordante di molti media che offrono spazi smisurati agli esponenti di un Movimento che trova adesioni per la crisi dei partiti e del pensiero politico, ma che nulla apporta alla ricostruzione di una vera rappresentanza politica, privo di fondamenti culturali, di trasparenza e democraticità interna, portatore di una manipolabile democrazia del web che non è vera partecipazione. Il M5Stelle non è la strada per favorire un vero impegno dei giovani in politica. La sensazione che avvertiamo sempre più e a cui non rinunciamo di credere è quella che intorno a Grillo e al Movimento 5 Stelle si giochi una partita a vasto raggio per mantenere la politica italiana ad un livello nel quale non possa contribuire alla ripresa del Paese, ma solo di spingerlo sul piano inclinato della decadenza. P. G.

01/2017 [stampa]
Il flop del Giubileo della Misericordia
La domanda da porsi è quale Giubileo abbiamo vissuto. Una domanda che bisogna porsi per l'importanza dell'evento, ma anche perché è mancato una visione complessiva dell'evento, soprattutto dopo i terribili tragici attentati del fondamentalismo islamico. L'unica visione globale è stata quella religiosa tracciata da S. S. Francesco, nella Bolla di indizione del Giubileo straordinario “Misericordiae vultus”, che ha orientato il mondo cattolico e, quindi, avrebbe dovuto orientare anche l'azione dei laici cattolici impegnati nel sociale. Ma questa visione prevalentemente religiosa avrebbe dovuto essere integrata da una altrettanta lucida valutazione ed azione nel campo politico, economico, sociale e dei costumi. Governo ed amministrazioni locali hanno perduto tempo prezioso ed ora registriamo il flop di cui ha parlato nei giorni scorsi “Il Tempo”. L'Italia, di fatto, è restata spettatrice di un evento che pure la avrebbe dovuto riguardare in tutti gli aspetti e che sarebbe dovuto divenire il grande propulsore, non solo economico, ma anche culturale, morale e spirituale. Il Giubileo non è solo un affare, (che non ci è stato a seguito della diffusa paura di attentati) ma avrebbe dovuto essere un grande momento di tensione morale. I Giubilei per Roma, per l'Italia e l'intera cristianità hanno costituito sempre un momento di grande tensione spirituale e culturale, hanno avuto influenza sui costumi, sull'arte, sull'economia, sulla politica. Questo Giubileo avrebbe dovuto rappresentare una tappa importante verso il rinnovamento del “modello di civiltà” che in tutto il mondo è entrato in crisi per l'incertezza dei valori di riferimento. Questa opportunità non è stata colta. Avrebbe dovuto tendere alla formazione di una nuova coscienza e di una tensione spirituale in grado di riportare l'etica nella politica, nell'economia e nella finanza e la solidarietà nella vita civile. Non è avvenuto. Chi è arrivato a Roma e in Italia per il Giubileo ha trovato un'Italia avviata alla sua rigenerazione, che ha lasciato alle spalle la corruzione? Non sembra proprio. Di fronte a questa situazione il Giubileo si è retto solamente sulla spiritualità e sulla cultura cristiana, elementi che ci appartengono e ci distinguono. Mentre sarebbe stato necessario in questi ultimi mesi agevolare la visita ai siti religiosi, di cui il Lazio è particolarmente ricco. L'intero sistema bisognava fosse integrato con i territori contermini a nord e sud del Lazio, offrendo la possibilità di un collegamento funzionale con l'Umbria, le Marche e con l'Italia meridionale, anche nella prospettiva di un naturale ponte, in questo particolare momento di tensione, verso gli altri Paesi del Mediterraneo ed in particolare verso la Terra Santa, sia per recuperare una naturale funzione storica, sia per inserirsi nell'ambito della visione giubilare della Chiesa che tende a coinvolgere nell'evento numerosi santuari del Sud ed a proiettarsi verso Gerusalemme. Il Santo Padre però nella sua Bolla di indizione del Giubileo aveva stabilito «che in ogni Chiesa particolare, nella Cattedrale che è la Chiesa Madre per tutti i fedeli, oppure nella Concattedrale o in una chiesa di speciale significato, si apra per tutto l'Anno Santo una uguale Porta della Misericordia. A scelta dell'Ordinario, essa potrà essere aperta anche nei Santuari, mete dei tanti pellegrini» (Cfr. Papa Francesco, “Misericordia Vultus”, Bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, Roma 11 Aprile 2015). Occorre tener conto perciò che molti pellegrini hanno preferito restare nelle proprie diocesi evitando di sottoporsi a lunghi viaggi ed a possibili pericoli di attentati. Anche per questo il Giubileo non ha riguardato l'intero territorio nazionale ed ha interessato meno del previsto anche la città di Roma. Riccardo Pedrizzi Vicepresidente nazionale UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti)

11/2016 [stampa]
CHIESA DI ROMA E PROTESTANTI : SOLO “MALINTESI”?
Quello che colpisce nelle cronache dell’incontro di Lund in Svezia per l’inizio delle celebrazioni del cinquecentesimo anniversario delle tesi di Lutero affisse a Wittemberg, con le quali ebbe inizio lo scisma della Riforma, è il tentativo di banalizzare la portata e i contenuti e,di conseguenza, dei conflitti che ne derivarono. Il Corriere della Sera , come al solito , si distingue e il 1 novembre ha titolato: “ il Papa ai protestanti: “ripariamo ai malintesi” e, secondo “pezzo” , scritto della articolista dell’Osservatore Romano Lucetta Scaraffia : “Il Pontefice latino che oggi cancella secoli di conflitti”. E’ la prima volta che i massimi vertici protestanti e cattolici si incontrano per commemorare insieme l’evento che determinò , con le sue conseguenze anche di ordine politico , la stagione dei conflitti più lunga dell’Europa, seconda solo alle guerre del XX secolo. Ed è anche vero che la “novità” della presenza del Papa, viene letta dagli ambienti più progressisti del clero italiano come ”un vero e proprio segno profetico”, la visione e l’affermazione, cioè, di quello che sarà il cammino futuro della Chiesa. Anche il giornale della CEI l’avvenire contribuisce a confermare questo indirizzo, ricordando, alla vigilia dell’incontro , in un articolo di Stefania Falasca il lavoro a suo tempo compiuto con la dichiarazione congiunta firmata ad Augusta nel 1999, scaturita dal ”cammino ecumenico di dialogo teologico luterano cattolico lungo cinquant’anni, nato sotto l’impulso della grazia del Vaticano II “. Si tratta di una riflessione sul tema fondamentale della “giustificazione” che ha diviso la Chiesa cattolica dai protestanti , nel senso che i secondi vedono nella “sola grazia” la possibilità di essere accettati da Dio, mentre per i cattolici sono fondamentali “le opere” . C’è poi, il cosiddetto “libero esame” la cui conseguenza esplicita è la negazione del magistero della Chiesa . Come ha recentemente scritto, sintetizzando con efficacia, Angela Pellicciari: “ Eliminata la funzione del magistero, negato l’ordine sacerdotale, esaltata la libertà individuale, negata l’importanza delle opere ai fini della salvezza, ognuno si regola come crede”. Alcuni hanno fatto giustamente risalire la nascita dell’individualismo che arriverà ad esprimersi massimamente nel mondo contemporaneo proprio nella formulazione religiosa del luteranesimo. Non solo , ma anche l’allontanamento da una ragione che si accompagni alla fede e che il pensiero cattolico aveva colto in origine dall’ellenismo appare come derivazione proprio della Riforma, come ebbe a ricordare a Ratisbona Benedetto XVI nella lectio magistralis del 2 settembre 2006: “ La deellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati della Riforma del XVI secolo. Considerando la tradizione della scuole teologiche , i riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione della fede condizionata totalmente dalla filosofia , di fronte cioè ad una determinazione della fede dall’esterno in forza di un modo di pensare che non derivava da essa. Così la fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico”. Il significato di questa analisi di Ratzinger era che da questa connessione e influenza della filosofia sulla fede , poi, vennero a crearsi le ideologie che accompagnarono le rivoluzioni e le crisi dal XVIII al XX secolo. Certo le ideologie riempirono un vuoto che il luteranesimo, negando la storia dell’Europa cristiana, aveva prodotto. Ma come chiarì Pio XII, sintetizzando lo sviluppo che dall’apostasia protestante continuò con l’illuminismo approdando all’ateismo: “ Cristo si, Chiesa no. Poi: Dio si, Cristo no. Finalmente il grido empio : Dio è morto; anzi non è mai esistito”. Questi elementi a cui abbiamo brevemente accennato sono gli effetti che l’opera di Lutero produsse sul piano religioso, culturale e storico. Si è trattato non certo di “malintesi”, ma di un percorso drammatico che ha inciso nella vita dell’Europa non solo nei termini più generali dei conflitti , ma anche nel costume e nella vita di relazione dei popoli e dei cittadini . Non sono state solo dispute dottrinali o teologiche. Il cammino dell’ecumenismo verso il mondo protestante non aveva ricevuto una forte sollecitazione durante il papato di Benedetto XVI; ora questo incontro a cui ha voluto partecipare Francesco viene visto come la ripresa di un percorso che viene esaltato non solo sotto l’aspetto religioso, ma per le implicazioni di natura geopolitica . In fondo molta parte della stampa e dell’opinione non aveva accolto con lo steso entusiasmo i passi compiuti precedetemente dal Papa verso la Chiesa ortodossa, forse proprio per il legame che essa intrattiene con lo stato russo, oggi guidato da Putin. Certo vi può essere – nell’ortodossia –il rischio di un apporto sacrale al potere statuale, anche se la distinzione permane ed è visibile; tuttavia il protestantesimo ed il calvinismo, in particolare, ritenendo come la ricchezza sia un segno visibile della predilezione divina, oppure la libertà di mercato che è sostenuta dall’etica protestante, stanno conducendo all’egemonia dell’economia nella vita sociale, una sorta di “sacralizzazione dell’economia” che oggi si presenta sotto la forma della dittatura del danaro . PIETRO GIUBILO

08/2016 [stampa]
ATTACCO ISLAMISTA , LA TRADIZIONE E FRANCESCO
Mentre cresce il livello dell’attacco terrorista alla cristianità, tende ad aprirsi anche una questione che potremmo definire “interna” alla Chiesa. Le sempre feroci persecuzioni dei cristiani in Medio Oriente che solo raramente riescono ad apparire adeguatamente sui media internazionali , trovano ora un ulteriore elemento rivelatore di significato nella barbara uccisione del sacerdote francese Jacques Hamel in una Chiesa di Rouen in Normandia. L’uccisione e il comportamento del sacerdote presentano tutti i caratteri del martirio e il sangue dei martiri, come ha affermato il Cardinale Koch, dovrebbe essere “seme per l’unità della Chiesa”. E tuttavia, proprio in questi giorni si riaffacciano - e vengono registrati - quegli elementi di divergenza tra quelli che Massimo Franco chiama i “tradizionalisti” e Francesco. Per la verità la questione è più complessa nel senso che le voci che si levano per criticare alcuni aspetti della linea di Francesco improntata alla misericordia , sono a difesa di quella che è sempre stato definito il depositum fidei, cioè quel “patrimonio di ogni verità salvifica e di ogni disciplina morale insegnate da Gesù mediatore e pienezza di tutta intera la rivelazione agli apostoli e da questi trasmesse affinché la Chiesa le custodisca”. Non uno scontro di potere o personale, ma una esigenza di rispetto di verità rivelate e non modificabili. Da parte di molti osservatori si tende a interpretare, invece, il tutto come uno scontro - anche personale - tra coloro che vengono definiti tradizionalisti e chi vuole che si porti avanti una linea definita di rinnovamento della Chiesa; una sorta di dialettica che si muove secondo lo schema conservazione/progressismo che, invece, appartiene di per sé ad una lettura fuorviante, dettata da una cultura estranea alla Chiesa e alla vera teologia cattolica. Sulla questione è ritornato – come abbiamo accennato – Massimo Franco il 30 luglio sul Corriere della Sera , facendo balenare, tra l’altro, l’idea che a configurare questo “contrasto” sia il fatto di “contrapporre Francesco ai due predecessori , come se avesse deviato dal loro corso dottrinario e rischiasse di portare la Chiesa cattolica alla deriva”. Come ben analizza il giornalista , questa divergenza si starebbe “allargando nutrendosi della paura del terrorismo di matrice islamica e della cautela nella denuncia di Jorge Maria Bergoglio, quasi fosse una mancanza di coraggio”. Si risale al documento più recente che ha provocato forti critiche e cioè l’esortazione Amoris Laetitia che addirittura favorirebbe , come sottolinea un blog conservatore “la demolizione programmatica del matrimonio e della famiglia”. In proposito l’articolo da notizia che “45 tra teologi, filosofi, storici e ‘pastori d’anime’ “ avrebbero redatto un documento inviato all’ex Segretario di Stato Angelo Sodano per “ inoltrare al S. Padre la richiesta di ripudiare gli errori presenti nel documento in modo definitivo e finale” e diminuirne quindi la portata verso i credenti. Fin qui la “cronaca” di Massimo Franco appare nello schema delle considerazioni che accompagnano da sempre il papato di Francesco e le critiche che vengono rivolte. Quello che non convince è quando il giornalista chiama a difesa della posizione di Francesco , l’”intellettuale” cattolico Rocco Buttiglione per affermare l’impossibilità che possa essere arruolato Giovanni Paolo II, strumentalmente, come “avversario” di Bergoglio , essendo stato l’esponente dell’UDC “uno dei consiglieri più apprezzati da Karol Wojtyla”. Ci meravigliamo di questo debole, anzi debolissima prova difensiva di Massimo Franco poiché è noto che il vero punto di riferimento dottrinale di Wojtyla fu Ratzinger che contribuì ai più importanti documenti del suo pontificato. L’articolo nella parte finale riferisce di alcune iniziative di “ambienti tradizionalisti” come Lepanto e Alleanza Cattolica o l’autorevole National Catholic Reporter che ha ospitato una intervista del Cardinale Burke dalla quale afferma che le “nazioni cristiane dell’Occidente debbono contrastare l’influenza islamica”, aggiungendo “ ci sono eventi storici riferibili alla situazione odierna. Nessun dubbio che l’Islam voglia governare il mono … “. Ora questo è il punto focale. Quello che fino a poco tempo fa’ veniva descritto, errando , come un conflitto interno con un contenuto solo dottrinario, al limite dell’intellettualismo spinto, ora sta diventando una questione che emerge da una realtà che non può essere più negata o minimizzata : l’aggressività dell’Islam radicale nei riguardi della cristianità, una “guerra” - è sempre più difficile negarlo – che non manca di evocare precedenti storici. “ Francesco - scrive Franco – sta ancora prendendo le misure del fenomeno … “. Questa difficoltà a prendere una posizione più chiara deriva forse dalla formazione e dalla esperienza pastorale e culturale di Bergoglio , poco conoscitore della debolezza europea a motivo del relativismo e poco portato a considerare le caratteristiche storiche del rapporto tra Europa e Islam. L’esperienza latino americana pur importante per il tema della misericordia è lontana e poco utile a comprendere quel che sta accadendo in Europa , le sue radici storiche e la profonda difficoltà per una adeguata difesa e risposta europea. E’ forse giunto il tempo che lo spirito Santo faccia la sua parte … PETRUS

06/2016 [stampa]
Ortodossi: divergenze tra Costantinopoli e Mosca
L'inquietudine che in questo momento si rileva nel mondo della Ortodossia dopo la decisione del Patrirca Bartolomeo di indire un Concilio Panortodosso, ha suscitato perplessità tra le comunità che, secondo quanto spiegato dai loro Pastori, non sono ancora preparate ad affrontare la "mobilitazione apostolica e pastorale" cui aspira Bartolomeo per favorire un avvicinamento alla Chiesa di Roma. Dopo intensi dibattiti le Chiese ortodosse della Bulgaria, della Georgia, della Siria e del Libano sono giunte, pertanto, alla decisione di non partecipare all'incontro conciliare. Decisione cui si è pervenuti - è stato assicurato dai portavoce delle quattro comunità - in uno spirito di consapevolezza e di responsabilità. Infatti, tale posizione non nasconde alcuna riserva, ma mira a sottolineare la tensione spirituale di queste comunità che intendono partecipare al processo di riconquista di una convinta e salda Unione di tutti i cristiani. Si può raggiungere tale meta - è sempre il pensiero delle succitate comunità - soltanto evitando cedimenti emotivi e procedendo in quel rigoroso esame di coscienza che è l'indispensabile premessa per la ricomposizione ecclesiale nell'unica casa del Padre. Sullo stesso piano si è allineato il giudizio dei Pastori e dei fedeli ortodossi russi, anch'essi preoccupati che possa verificarsi tra loro ciò che si è manifestato nella Chiesa di Roma dove i problemi sociali, seppure importanti, sembrano aver soverchiato e fatto trascurare le questioni legate a una fede che vieppiù si va spegnendo. "Passare disinvoltamente da un Cremlino socialista e ateo - ha detto con amara ironia un noto politico e intellettuale moscovita - ad un Vaticano ossessionato dal pauperismo al punto da trascurare il destino dell'anima, non è una rosea prospettiva."A dire il vero, queste parole non sorprendono venendo da un compatriota di Pavel Florenskij. Ci si trova dinanzi ad un disagio interiore che ben comprendono ed anzi condividono i cattolici romani nel segno di una coerenza più facilmente riscontrabile fra coloro che vengono definiti "separati", ma che nelle idee e nei fatti sono più vicini dei comparrocchiani. da La Pieve del Ricusante FAUSTO BELFIORI

06/2016 [stampa]
Una cultura che non si rassegna
L'ingloriosa conclusione del mandato presidenziale di Obama; la battaglia per la successione tra i "suggerimenti" di Wall Street e gli scontri comizieschi con il socialista Sanders della signora Clinton; le esternazioni di Trump; le speranze e le delusioni di una finanza ballerina; la polemica infinita sulla libera vendita delle armi: tutto questo, ma non soltanto questo è l'America. C'è anche altro negli Stati Uniti. Un popolo con le sue ansie e i suoi sogni ed una cultura che non traligna e non si consuma nell'effimero, cara a grandi intellettuali e ispirati poeti come Esra Pound. Una cultura sgradita e respinta dal giornalismo massificante ed i cui esponenti non vengono mai ricordati e citati nelle occasioni ufficiali: chiusi in quel lazzaretto dove si ritrova la minoranza delle menti libere e sgombre dai pregiudizi modaioli. Poeti, filosofi, scienziati non legati ai rituali paleo e neoilluministici che snobbano le cerimonie della Casa Bianca, che non appaiono in televisione, che non sono invitati nelle scuole a indottrinare le nuove leve, che non sono interrogati e consultati perché indisponibili alle pretese delle oligarchie. Nonostante l'ostruzionismo non vi è rassegnazione e cedimento in questi uomini dal pensiero creativo, che sanno guardare avanti e che procedono senza lasciare devastazioni alle loro spalle. Recentemente si è svolto un convegno a New York su un tema sgradito al Vertice: un impegno a studiare insieme come aprire nuove strade al pensiero senza sbarrare il percorso di quelle antiche. L'aula in cui si sono svolti gli incontri era costantemente affollata. Tutti gli interventi sono stati seguiti con attenzione e partecipazione. Il dibattito reso vivace dai contributi di esponenti di varie organizzazioni culturali - alcune delle quali con indirizzi non vicini alle linee di questa "Intesa per la libertà e per la cultura" - è stato civile e proficuo. Ma soltanto un periodico ne ha parlato. Ignorato del tutto dalla grande stampa e dalla radio-televisione. Ha ragione Ed West - il battagliero scrittore e giornalista di fede cattolica e politicamente schierato con i gruppi indipendenti dai partiti - ad esortare i suoi lettori a resistere ed a respingere le correnti malefiche dovute alla mentalità dominante mantenendosi lontani dai baluginamenti scientistici e pseudoreligiosi. FAUSTO BELFIORI

05/2016 [stampa]
"HO GIURATO SULLA COSTITUZIONE E NON SUL VANGELO” LA SOLITA BOUTADE DI RENZI
Più i temi sono importanti e più esce il disarmante semplicismo, non solo comunicativo, di Matteo Renzi. Questa volta per difendere la legge sulle unioni civili - bocciate “nel merito e nel metodo” dal Presidente MCL Carlo Costalli - ha usato una boutade di sapore laicista e di assai limitato spessore, tale da palesare la sua sostanziale leggerezza culturale e politica. Proclamando “ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo”, il premier ha inteso dimostrare due cose : innanzitutto il suo “fare politica da laico” e, di conseguenza, l’idea che il rifiuto delle unioni civili e la difesa della famiglia appartengono ad una influenza ecclesiale sulla politica, una questione religiosa che non può ispirare gli atti legislativi . La Carta costituzionale sarebbe la sua sola bussola orientativa. A questo stesso proposito , tuttavia, ci sarebbe innanzitutto da chiarire come l’ibrido costituzionale che è stato messo in campo, pur facendo riferimento agli articoli 2 e 3 della Costituzione, di fatto, per la materia più importante e cioè quella dei diritti patrimoniali, richiami quelli previsti dal diritto di famiglia, copiando quanto riferito ai “coniugi “, che hanno la loro copertura costituzionale proprio nell’articolo 29, che ritiene la famiglia una “società naturale fondata sul matrimonio”. Ed è proprio su tale ultimo aspetto – che Renzi esclude per ignoranza – che si può giudicare l’assoluta sciatteria della sua affermazione. Il fondamento, il sostegno e la regola della famiglia – che la legge sulle unioni civili tendono a “svalutare” – non si fondano sul Vangelo che ce ne fa conoscere la “verità”, ma appartengono pienamente al diritto naturale. “Il matrimonio e la famiglia sono realtà insite nella natura dell’uomo , ancor prima dello Stato ; anzi, in un modo più fondamentale ed essenziale che non la stessa comunità politica” ( Cardinale Antonio Maria Ruoco Varela : “Testimoniare la verità del Vangelo della famiglia” ). Ed ancora, come ha scritto a suo tempo Francesco D’Agostino: “ l’impegno per la difesa della famiglia non è un impegno primariamente confessionale”, precisando “ nel suo principio la verità della famiglia non possiede un carattere religioso , né tanto meno cristiano ; la famiglia è la via necessaria attraverso la quale si costruisce la soggettività umana, nella sua irriducibile specificità” (Francesco D’Agostino: “Un magistero per i giuristi” ); o come , ancora , ha detto monsignor Guido Pozzo – Segretario della commissione pontificia Ecclesia Dei - in una recente omelia : “ non si tratta di imporre a tutta la società una dottrina di fede valida solo per i cattolici . La famiglia è la cellula primaria della società e poggia sulla solida base che accumuna tutti gli uomini e i suoi diritti devono essere difesi proprio a beneficio dell’intera società e umanità … oggi si vuole, almeno nelle società occidentali, equiparare al matrimonio cose e unioni contro natura e del tutto contrarie al disegno del Dio creatore”. Ed è proprio sulla base di tali argomentazioni che monsignor Galantino ha criticato il voto di fiducia definendolo “una sconfitta per tutti”. Non è facendo riferimento ad argomentazioni da leguleio di provincia, come la differenziazione, normativa tra “costituzione” (nelle unioni civili ) e “celebrazione” ( nel matrimonio ), che si può dimostrare la diversità dei due istituti e porre un argine al piano inclinato che è stato prodotto con la legge approvata. E’ invece la sostanza di un sistema di diritti patrimoniali trasferiti dal diritto familiare - in quella sede a giustificazione di una protezione sociale - che , invece, va a tutelare “desideri” individuali giunti, purtroppo ad una loro tutela legislativa. Si è tenuto in “non cale” l’allarme del teologo Bruno Forte , segretario speciale dei due sinodi sulla famiglia, che aveva affermato nell’intervista al Corriere della Sera del 12 maggio che occorreva evitare “ un’operazione di trasferimento che svaluta la famiglia … il rischio [di ] qualcosa che può essere assimilato all’istituto familiare e lo indebolisca” . Un ambito del “piano inclinato” a cui si è dato vita, lo coglie con acutezza il professor Cesare Mirabelli, presidente emerito della Consulta, che afferma in una recente intervista ad Avvenire ( 13 maggio ) : “ Le legge sulle unioni civili chiude il cerchio sulle adozioni gay. Dopo le sentenze creative, darà ad esse una copertura normativa” , sottolineando come “ anche nel testo finale non sono stati eliminati gli aspetti più forti di parificazione con l’istituto familiare, adozioni comprese”. Mirabelli sottolinea anche un altro contenuto del provvedimento che non è stato posto nella giusta evidenza e cioè la delega al Governo “per procedere ad adeguamenti dl sistema” che , secondo il costituzionalista, “appare troppo ampia”. Interessanti sono anche gli auspici nei riguardi del Presidente della Repubblica che , secondo Mirabelli, potrebbe eccepire il mancato spacchettamento che avrebbe consentito di votare articolo per articolo “necessità … in passato … ribadita dal Quirinale” e poi “le eccessive assimilazioni alla famiglia” : “il Presidente potrebbe anche valutare … un rinvio motivato alla Camere , o decidere invece che queste incongruenze rimangano al vaglio della Corte costituzionale”, finendo con una valutazione politica : “ l’apposizione della fiducia pone, certo, una difficoltà politica in più, ma non si può limitare le prerogative del Quirinale”. Mattarella – estremo difensore della Costituzione - ne avrà scrupolo ? Anche in questa circostanza Matteo Renzi ha giocato sull’equivoco: mentre conduce in porto il provvedimento con una forzatura destinata anche a frenare l’opposizione interna, rilancia tentando di dare una veste di indipendenza e di coerenza costituzionale ai suoi comportamenti. Man mano che vengono affrontate questioni di grande rilievo appaiono sempre più evidenti l’autoreferenzialità e il disarmante basso livello culturale e politico che animano l’agire del suo governo. Dallo scadimento di un dibattito che alla Costituente aveva visto confrontarsi le migliori intelligenze politiche e costituzionali del Paese e che oggi vede le preoccupazioni di molti autorevoli costituzionalisti, alle iattanti sollecitazioni del Ministro Boschi; dalle preoccupazioni per un provvedimento che rischia di “svalutare” la famiglia e inquieta il modo cattolico, alla tracotante affermazione di non “giurare” sul Vangelo. Al vento che semina riforme inadeguate che impongono un “nuovo senza radici”, potrebbero seguire tempi difficili. p. g.

04/2016 [stampa]
LA COLLETTA DI FRANCESCO PER L’UCRAINA
L’annuncio solenne, la mattina del 3 aprile , nella festa della Divina misericordia, di una “speciale colletta” a favore dell’Ucraina, da tenersi “in tutte le chiese cattoliche d’Europa, domenica 24 aprile prossimo” riveste un importante significato. Papa Francesco con questa iniziativa ha voluto testimoniare la necessità di un intervento caritativo verso quelle “terre sconvolte dalle ostilità che hanno causato già migliaia di morti e di quanti - più di un milione – sono stati spinti a lasciarle dalla grave situazione che perdura” .

E’anche la ripresa di una attenzione verso un dramma che altri eventi avevano contribuito a velare . Si tratta di una vera e propria guerra civile nel cuore dell’Europa, provocata da una forte sollecitazione a ripristinare una divisione del continente che rilancia le ragioni geopolitiche di quella fase che fu definita di guerra fredda.

Negli eventi che hanno portato alle manifestazioni di piazza Maidan e al successivo “golpe” con lo scioglimento del parlamento di Kiev, l’Europa ha mostrato tutta la sua inadeguatezza e la incapacità di portare avanti una politica che ponesse fine allo sfruttamento dei nazionalismi per creare divisioni e guerre come la storia nel corso del secolo scorso ha dimostrato .

Occorrerebbe una volta per tutte realizzare un quadro geopolitico europeo dall’Atlantico agli Urali in grado di sollevare quelle terre del centro Europa dai drammi delle guerre civili.

Intanto continuano le pressioni angloamericane per il mantenimento delle “sanzioni” contro la Russia in danno all’economia europea ed in particolare a quella delle esportazioni italiane, mentre la condizione economica dell’Ucraina appare sempre più compromessa e la “moratoria” del debito estero non appare in grado di allentarne la crisi.

La consultazione che il governo olandese ha voluto far svolgere per verificare l’adesione o meno dei suoi cittadini all’ingresso dell’Ucraina nella Unione Europea, ha dato un esito largamente negativo – oltre i sessanta per cento di contrari - con una discreta partecipazione al voto ( oltre il trenta per cento ) che ne ha convalidato il risultato. E’ un segnale inequivocabile di disapprovazione non solo per la politica di Bruxelles, ma anche in merito ad un allargamento dell’Europa che assuma toni conflittuali con la Russia. Si tratta di un doppio monito da non trascurare e in base al quale occorrerebbe cambiare rotta.

Nell’involuzione della situazione nella quale tutti i protagonisti sembrano condizionati a percorrere strade obbligate o non in grado di operare diversamente, l’iniziativa di Papa Francesco sembra introdurre una logica diversa, nella quale si porta in primo piano un interesse generale alla pacificazione in un quadro che comporterebbe il tentativo di ritrovare le ragioni unitarie della politica europea e che non scorga in Mosca quel “nemico”, strumentalmente sbandierato da Washington.

p. g.

03/2016 [stampa]
IL MONITO DEL PAPA SUL DOMINIO DELLA FINANZA
Nella prima Enciclica, scritta di suo pugno ( dopo la Lumen Fidei composta con Benedetto XVI) Papa Francesco ha affrontato i temi più scottanti del pianeta. Ha voluto chiamarla “ Laudato, si” in omaggio al poverello d'Assisi, innovando anche nella forma. Una Enciclica che non inizia con una frase latina, di 192 pagine dense di riflessioni.

Colpisce il passaggio sull'economia e il credito. “ Il salvataggio, scrive Papa Francesco, ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione senza la ferma decisione di rivedere e riformare l'intero sistema riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura”.

Papa Bergoglio osserva ancora che non si è imparata la lezione e che “ con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale e pensare che la crisi era l'occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici”.

02/2016 [stampa]
FRANCESCO E GLI ORTODOSSI, UNA NUOVA CORNICE PER L’EUROPA ?
Nelle apparenti o reali contraddizioni che caratterizzano la Chiesa di Papa Bergoglio, l’incontro che avverrà il 12 febbraio con il Patriarca russo Kirill assume un significato “storico” destinato, probabilmente, ad avere conseguenze di grande portata. L’ annuncio dello storico passo che avverrà presso l’aeroporto di Cuba , durante lo spostamento del Papa in viaggio verso il Messico, è stato preceduto da un avvenimento che non è stato colto nella sua importanza dai media. Il 18 settembre dello scorso anno, infatti, in maniera particolarmente solenne , era stato presentato il libro di Sua Santità Kirill : “La parola del Pastore . Dio e l’uomo. La storia della salvezza” pubblicato dall’Accademia italiana “Sapientia e scientia” in collaborazione tra la casa editrice del Patriarcato di Mosca e la Libreria editrice vaticana.

Alla presentazione hanno partecipato il Metropolita Hilarion, il Cardinale Muller, prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, la presidente dell’Associazione accademia “Sapientia e scientia”, l’incaricato d’affari dell’ambasciata russa presso la Santa Sede, il rettore dell’Università cattolica Lorenzo Ornaghi , il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, cardinale Kurt Koch, il prefetto emerito della Biblioteca Apostolica, Cardinale Raffaele Farina, il Prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi, Cardinale Giovanni Battista Re, il Presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, Cardinale Walter Brandmuller, l’attuale presidente del Pontificio Comitato di Scienze storiche monsignor Bernard Ardura, l’ex ambasciatore italiano presso la Repubblica di Malta, principe Sforza Ruspoli, il Segretario Generale della Comunità di Sant’Egidio, professor Adriano Roccucci, chierici della Chiesa ortodossa russa e della Chiesa cattolica romana. Si è trattato del segnale di un rapporto che si andava costruendo e che ormai presentava la concreta possibilità di un “incontro”, come poi è avvenuto.

E’ probabile che questo evento, così autorevolmente presenziato, sia stato il risultato di un lavoro svolto in precedenza come , ad esempio, le visite in Russia dei cardinali italiani Crescenzio Sepe e Angelo Scola ( al quale Kirill aveva detto che il pericolo non era l’ateismo di stato ma che esisteva “un male più sottile: l’indifferenza al tema religioso , diffusa dall’azione dei media e dalle tendenze culturali imperanti” ) e, soprattutto, della fitta corrispondenza intercorsa tra Francesco e lo stesso Kirill, sui temi fondamentali della difesa dei cristiani e i fondamentalismi religiosi.

Parallelamente all’aspetto di carattere religioso si è andato sviluppando una assonanza di natura pre politica.

Le posizioni più volte espresse da Putin e gli stessi interventi legislativi in difesa della famiglia tradizionale non possono essere sfuggito all’occhio attento del Vaticano. Lo stesso Putin poco più di due mesi prima della sua visita privata del 25 novembre 2013 ,nel tradizionale incontro del Valdai club aveva criticato i paesi europei che “si staccano dalle loro radici” e che metterebbero ”sullo stesso livello famiglie con tanti bambini e unioni omosessuali , fede in Dio e in Satana … In molte nazioni europee la gente si vergogna e teme di parlare delle proprie convinzioni religiose”.

L’incontro tra Francesco e di Putin in Vaticano ha finito per assumere, quindi, una importante e significativa cornice diplomatica del riallaccio dei rapporti tra cattolici e ortodossi e che , come ha scritto nel dicembre 2014 Massimo Franco, durante la crisi ucraina, ha manifestato l’intento della Chiesa “ di evitare … lo schiacciamento del papato su posizioni ‘da Guerra fredda’ … che non vuole assecondare ma contrastare”.

Dietro queste opportunità non vi è dubbio che ci sia la mano esperta , nell’ambito diplomatico , del nuovo Segretario di Stato Parolin , forse la scelta migliore operata da Bergoglio, rispetto ad altre che non hanno dato risultati positivi.

Cerchiamo di comprendere, oltre agli aspetti di carattere ecumenico , anche i possibili riflessi geopolitici La Chiesa ortodossa ha una lunga tradizione di sintonia con la statualità russa che, anche negli ultimi anni, si è espressa, sulla base di una consolidata reciprocità, in un appoggio alla guida politica di Vladimir Putin. Un autorevole teologo gesuita argentino , il padre Alfredo Saenz, ha scritto: “ La Chiesa è considerata dal Cremlino un alleato fondamentale dello Stato , destinata a custodire l’identità spirituale e culturale della Russia. Così come il Cremlino promuove la Chiesa come una società che rappresenta i valori della nazione, la Chiesa considera opportuno collaborare con le autorità politiche per promuovere misure che proteggano la famiglia e salvaguardino la moralità pubblica”.

E’ di tutta evidenza, quindi, che questa spinta ecumenica comporta anche conseguenze di ordine politico. Massimo Franco che da tempo analizza in modo appropriato le attività di Francesco, avendo anche scritto un libro che ne rappresenta con esattezza ed efficacia gli intenti ( “ Il Vaticano secondo Francesco” ), dedica sul Corriere della Sera dell’ 8 febbraio due paginoni ad una sua intervista con il Papa. In questo colloquio il giornalista sintetizza il senso complessivo delle iniziative di Francesco come la “strategia dei ponti” intendendo il superamento delle divisioni che caratterizzano la scena internazionale, con il tentativo “di contribuire alla costruzione di un nuovo ordine mondiale”. La visita a Cuba, gli interventi sulla Siria, l’incontro con palestinesi e israeliani, l’apertura del Giubileo in Africa, il probabile e imminente messaggio al presidente della Repubblica popolare Xi Jinping, rappresentano una linea a tutto campo con riflessi su una distensione generale, ma con ridotti aspetti di carattere geopolitico.

L’incontro con gli ortodossi assume invece un significato ancora più forte perché si connette con la questione aperta del grande spazio europeo, fondamentale per gli equilibri mondiali , costruendo un ponte di convivenza e di valori per contrastare una conflittualità sollecitata soprattutto dagli interessi geopolitici anglo americani.

E’ evidente che il gesto di Francesco va in controtendenza a quanto operato dalla politica di Obama e dalla eccessiva arrendevolezza di molti stati europei. Anche sulle “primavere arabe” Francesco appare critico della politica del Presidente USA : “ sulle primavere arabe e l’Iraq si poteva immaginare prima quello che poteva succedere. E in parte c’è stata una convergenza di analisi tra la Santa Sede e la Russia … “ e pensando “alla Libia prima e dopo l’intervento militare: prima di Gheddafi ce n’era uno solo, ora ce ne sono cinquanta. L’Occidente deve fare autocritica”.

Francesco appare consapevole della necessità di un ruolo proprio dell’Europa . Infatti nel colloquio con Franco ne accenna più volte. L’intervistatore ricorda l’intervento del Papa al parlamento europeo dove auspicò “un’ Europa che sia in grado di fare tesoro delle proprie radici religiose, sapendone cogliere la ricchezza e le potenzialità … più facilmente immune datanti estremismi che dilagano nel mondo odierno , anche per il grande vuoto ideale a cui assistiamo nel cosiddetto Occidente”. Riferisce degli incontri a Santa Marta, dove il Pontefice afferma che in Europa “ si è rotto un sistema educativo : quello che trasmetteva i valori dai nonni ai nipoti, dai genitori ai figli Ebbene occorre porsi il problema di come ricostruirlo” . Franco accenna al fatto che Francesco è “un ammiratore dei protagonisti della rinascita europea dopo la seconda guerra mondiale: Adenauer , Schuman, De Gasperi” e che sta preparando “un discorso che pronuncerà in occasione del Premio Carlo Magno per la pace e l’integrazione conferitogli dalla giunta di Aquisgrana”. Non manca un accenno che, comunque, lascia perplessi, ad alcuni “grandi dell’Italia di oggi”, come Napolitano e la Bonino,il cui ateismo è noto e che comunque sono lontanissimi dalla visone di una Europa con un fondamento storico religioso e culturale anche solo affine a quello cristiano.

Non sappiamo se, e fino a che punto Francesco pensi e sia del tutto consapevole di quanto l’incontro con la Chiesa ortodossa possa agevolare la costruzione di quella che Giovanni Palo II e Benedetto XVI chiamavano la “casa comune europea”. Un dato è certo : per quel legame tra il Patriarcato e l’attuale presidenza, questo incontro comporta anche una apertura politica nel quadro di un riammaglio di quella divisione religiosa che , forse , è stata la prima causa della storica divisione del continente e di tante successive sanguinose e profonde ferite .

Realizzata questa cornice si apre una nuova stagione per la costruzione dell’Europa . Questa volta partendo dalle fondamenta.

PIETRO GIUBILO

01/2016 [stampa]
CORRIERE PRO RENZI: ANCHE MASSIMO FRANCO … E NON SOLO
Nella galleria degli “affreschi” che il Corriere della Sera sta continuamente proponendo per il sostegno tout court a Renzi , si è aggiunto il 23 gennaio – e ce ne dispiace –anche un ritratto frutto della penna , di norma intelligente, di Massimo Franco. L’occasione è quella delle dichiarazioni di Papa Francesco che ha invitato a non fare confusione “ tra la famiglia e ogni altro tipo di unione”, non a caso , durante un incontro con il Tribunale della Sacra Rota. Intervento chiaro che dimostra come la Chiesa rimanga ferma sulla difesa di questo elemento fondamentale di diritto naturale.

Quello che viene criticato dal giornalista è la “scelta di piazza” delle organizzazioni cattoliche, come se - rispetto ad una proposta con un evidente contenuto ideologico che intende , violando la Costituzione, equiparare le unioni civili alla famiglia - non sia del tutto legittimo manifestare da parte di queste il proprio dissenso.

Franco è preoccupato - e lo scrive - dal “tentativo delle opposizioni a Renzi di usare il Family Day per attaccare Palazzo Chigi” e, di conseguenza tenta di dimostrare come “le gerarchie cattoliche siano state trainate a assecondare l’iniziativa” , ma che il Papa dei “ponti”, “nemico giurato dei muri e delle barriere”, non voglia “un muro contro muro”. L’articolo poi si dilunga su temi vecchi che non appartengono a questa fase della politica vaticana ed in particolare di questo Papa , come la diffidenza verso “una eccessiva contiguità con il potere “ da parte della Chiesa in Italia o la preoccupazione di inserire “l’immagine della famiglia dentro schemi troppo integralisti “ che contraddirebbero “gli insegnamenti e gli obbiettivi del pontefice latino americano”.

In sostegno , parziale, di queste preoccupazioni il quotidiano della grande borghesia imprenditoriale e finanziaria dà la parola il giorno successivo al vescovo Bruno Forte con un titolo del tutto simile : “no ai fronti contrapposti”. Ora il noto “teologo” che suscita simpatie a sinistra , ribadisce comunque che “la tutela dei diritti delle unioni di fatto è una cosa “, aggiungendo “ anche loro hanno il diritto di promuoverli in piazza” , precisando “ ben altro è equipararle alla famiglia formata da uomo e donna o pretendere che nella genitorialità e nell’educazione dei figli non debba prevalere il principio della reciprocità tra maschile e femminile” . E qui ci siamo , soprattutto se si intende che i diritti delle unioni non possono essere gli stessi dei coniugi della famiglia, come invece c’è scritto nero su bianco nella proposta di legge, poiché in questo modo , di fatto, si equiparerebbe e come .

Forte chiama in causa il Papa poiché ,anche secondo lui, è necessario “rispettare il diritto delle persone che decidono di condividere la vita in una unione stabile”. Anche qui vale il necessario chiarimento se si tratti di diritti personali o di tipo familiare .

Il punto sul quale Forte mostra una discontinuità con le posizioni della Chiesa portate avanti , ad esempio, dal Cardinale Ruini , nel tempo in cui presiedeva la CEI, è quando , a domanda se non sia stato “un errore il no ai Dico” , dà una risposta , nettamente equivoca: “ ad ogni giorno basta il suo affanno, dice il Vangelo” , citazione che mostra un certo imbarazzo. Aggiungendo: “E’ cambiato molto il contesto culturale, la Chiesa vive nella storia e certo non ignora i condizionamenti che ha la Ue sulla politica italiana”.

Questa affermazione non ci convince affatto . La Chiesa dovrebbe assecondare le linee relativiste che vengono propinate in materia etica o sociale da qualche decisione o documento del parlamento europeo ? Oppure rassegnarvisi e non esprimere , quando necessario, il proprio dissenso ? Se , davvero, il potere di Bruxelles sulla politica italiana in materia di principi fondamentali , è davvero tale , semmai sarebbe da denunciare con fermezza , poiché apparirebbe come una tendenza totalitaria alla quale, doverosamente, non si può sottostare.

Non ci piace questa campagna pro Renzi del Corrierone che spinge in modo che anche qualche vescovo venga incontro. Non siamo solo a livello di un sostegno politico per esigenze di tutela degli interessi legati alla proprietà editoriale. Sentiamo una stantia puzza di ideologia , relativista, radicale , neoilluminista. Qua e là alla tradizione liberale, come abbiamo già rilevato , si sostituisce un giacobinismo da … colonne dell’Unità. Non a caso.

PETRUS

12/2015 [stampa]
BERGOGLIO TRA UNIVERSALISMO E GLOBALIZZAZIONE
Come sempre attento e riflessivo Massimo Franco nota nello speciale del Corriere per l’Anno Santo straordinario che “ Il Giubileo non si apre l’8 dicembre a Roma, capitale dell’Italia cattolica europea”. “Francesco” continua “l’ha inaugurato domenica 29 novembre alle 17,14 ora italiana , in Africa, in una qualunque capitale del Terzo Mondo sudista”.

Questo “Anno della misericordia offerto alla Repubblica Centroafricana, periferia delle periferie più povere del mondo … la coincidenza non può non essere percepita anche come un segno della fine della centralità di Roma”.

Al giornalista che ebbe una non breve esperienza scrivendo sul giornale dei vescovi, non sfugge una implicazione che sta caratterizzando il papato di Francesco. Ed infatti aggiunge: “ sarà il primo Giubileo di un pontefice eletto per archiviare l’eurocentrismo e l’italo centrismo della Chiesa ; per decentralizzarla ; per rompere le incrostazioni e le tradizioni più radicate e, nell’ottica della maggioranza del Conclave del 2013, fossilizzate”. Dopo aver esaminato aspetti e problemi della sicurezza e del contesto terroristico , Massimo Franco ritorna sul rapporto di Francesco con la sua struttura ecclesiale: “ Non si può sottovalutare lo iato tra un pontefice profetico , acclamato dalle folle , e una Roma vaticana che continua a produrre scandali senza sosta … “.

Ha ragione Franco non si può proprio sottovalutare questo aspetto.

La questione infatti dei cosiddetti scandali non riguarda semplicemente l’esigenza di fare chiarezza sulle deviazioni di un potere che sotto l’aspetto amministrativo può produrre abusi come avviene nelle organizzazioni umane di ogni tipo .

La vera questione in ballo non riguarda l’eurocentrismo o l’italo centrismo, ma il rapporto tra Roma e la cattolicità, cioè , in una parola l’universalità e la romanità della Chiesa.

Perché la caratteristica, senza la quale non esiste una Chiesa cattolica è il suo carattere universale e, questa universalità, questa romanità non segnano un limite ma indicano un centro che è principio di un ordinamento saldo e armonico . Tutte le eresie si sono poste innanzitutto contro Roma e contro la sede pontificia. Anche perché Roma non è sostituibile e non sostituendola , si determinerebbe una Chiesa che passerebbe dall’essere universale ad essere globale. E non sarebbe la stessa cosa.

La globalità non può sostituire l’universalità. Ha il favore di apparire del tutto conforme al pensiero moderno, ma questo si presenterebbe non come una conquista di nuovi spazi, ma come la sostituzione del relativismo alla verità ed alla centralità .

Qui siamo di fronte ad un possibile mutamento della stessa natura della Chiesa. Non è una questione geografica o geopolitica, né di supremazia gerarchica o sacrale . Roma è il luogo ove il cristianesimo si aprì al mondo. La romanità della Chiesa significa ancora il primato di s. Pietro e dei romani pontefici nel suo inquadramento perenne ed universale.

La stessa legittimazione di Francesco deriva appunto dall’essere Vescovo di Roma.

E’ la storia, la dottrina, la costituzione e la finalità della Chiesa che spiegano tutto ciò.

“ Se s. Pietro non fosse morto vescovo di Roma , dopo aver esercitato in questa città il suo ufficio di Principe degli Apostoli – così spiega l’Enciclopedia Cattolica importante opera voluta da Pio XII -, Roma sarebbe stata certamente una sede illustre, centro di una grande diocesi come Milano e Parigi , ma non di più; la Chiesa cattolica non si potrebbe dire romana , come oggi non si potrebbe dire milanese o parigina. Non è la grandezza di Roma capitale dell’impero che ha dato a s. Pietro il primato di giurisdizione su tutte le Chiese , ma è questo primato di s. Pietro che, trasmesso ai suoi successori nella cattedra romana , ha fatto sì che il vescovo di Roma fosse il vescovo di tutte le Chiese , e Roma diventasse il centro del mondo cristiano , in forza di quel magistero infallibile e di quel ministero indefettibile e sovrano che Gesù Cristo conferì a s Pietro e ai suoi successori”.

L’attacco alla “Roma vaticana”, in fondo contiene anche la contestazione di questo primato indissolubile .

E bene essere avvertiti per discernere e attenti per distinguere .

PETRUS

09/2014 [stampa]
MCL: IMPORTANTE SEMINARIO A SENIGALLIA
“Siamo preoccupati per un Paese sfarinato, con un’economia che non cresce, né crescono le opportunità di lavoro”, con una classe dirigente che “non ha più né scuola né esempio”. Così Carlo Costalli, presidente del Movimento cristiano lavoratori (Mcl), ha aperto l’11 settembre a Senigallia (An) il seminario nazionale di studi Mcl, ricordando che quello che abbiamo dinanzi è “un anno importante per la Chiesa, ma anche per l’Italia, per le scelte politico-economiche che dovremo affrontare”. “In questo vuoto di progetti e di valori - ha puntualizzato Costalli – a noi interessa garantire prima di tutto la coesione sociale e la partecipazione, mettere al centro il senso della responsabilità e il valore dei corpi intermedi, unici luoghi in un paese in cui si può fare partecipazione vera ed esercizio di democrazia”.

E’ intervenuto in apertura il dirigente del dipartimento formazione Piergiorgio Sciacqua che ha fato riferimento all’enciclica “Laudato si’” di papa Francesco. Essa “ci indica le nostre radici come via per il riscatto. Ecco perché non possiamo bruciarle”. Ha richiamato, quindi la necessità di un impegno “per una nuova visione dell’uomo”, che dica “no all’economia dell’esclusione, dell’inequità, a un’economia che uccide, dello scarto”, come dice appunto il Papa. E “sono le nostre radici - ha puntualizzato - l’humus per avere una nuova economia, per lottare contro quell’economia che uccide, per cercare nuove forme di democrazia deliberativa, per il bene comune declinato nel suo aspetto più profondo, per un nuovo e più forte dialogo”.

E’ , quindi, intervenuto il direttore dell’Agenzia Sir, Domenico Delle Foglie, proponendo un excursus della storia italiana “dagli anni Settanta ad oggi”. A partire da allora, ha puntualizzato, “la partecipazione è diventata uno strumento per un’egemonia culturale, per una visione della storia e del Paese. È stato un crescendo verso un Paese a pensiero unico, in cui le voci dissenzienti, anche quelle dei cattolici, erano molto scomode”. Questa partecipazione è stata sostituita dalla “telecrazia” degli anni Novanta, nei quali “la tv è diventata la forma principale per la costruzione del consenso” e “il duopolio televisivo,forma della rappresentazione sociale del tempo, ne rappresentava la dialettica”. In quegli anni, ha ricordato “le piazze delle città si svuotavano e si riempivano le piazze televisive”.

Parlando, poi, di un consenso sociale che, dagli anni Settanta a oggi, fa leva sul conflitto a scapito della coesione, il direttore del Sir ha osservato come quest’ultima stagione sia “caratterizzata da disintermediazione e populismo”. “Entrambi - ha precisato - portano a un allontanamento dal popolo, del quale si cavalcano i sentimenti più negativi”. “Non è un caso - ha rilevato - che sia entrato in crisi il talk show: è come se il popolo fosse stanco delle parole e preferisca le decisioni. Il dramma, però, è che accetta decisioni di qualunque segno, e per i cattolici questo non può essere indifferente”. “In questo contesto - ha aggiunto - nascono la nuova Lega di Salvini e il Movimento 5 Stelle di Grillo”, che puntano al “conflitto per costruire consenso per sé. E i media soffiano sul fuoco”. “Il consenso - ha ribadito Delle Foglie - è cosa ben diversa della coesione sociale, della quale sembra non importare a quasi nessuno, eccetto il Capo dello Stato e tanti cattolici, che però sono silenti, con un silenzio talvolta assordante”.

Infine Delle Foglie ha indicato i quattro principi indicati da papa Francesco nel suo incontro con i Movimenti popolari sono “illuminanti per chi oggi voglia ‘costruire’ il popolo,stare dentro la storia in perfetta fedeltà con la Dottrina sociale”. Dapprima “l’unità è superiore al conflitto”, “mentre noi - ha riconosciuto Delle Foglie - abbiamo vissuto una condizione perenne di conflitto di cui non se ne può davvero più”; poi “il tutto è superiore alla parte”, e allora “bisogna trovare una sintesi tra il locale e il globale, non stare fuori dalla globalizzazione, ma stare dentro il locale”. In terzo luogo, “il tempo è superiore allo spazio” è “un principio cardine del pontificato di Francesco, ma è pure una prospettiva straordinaria, che trae fondamento dal principio di gratuità dei cristiani” e che si contrappone a un “tempo della società italiana - quello che abbiamo alle spalle - speso a occupare spazi e mai a intraprendere processi. Nella consapevolezza che avviare processi vuol dire mettere in campo energie che trasformano la storia e i cui risultati positivi possono essere raccolti dalle future generazioni”. Infine, altro principio incarnato dal pontificato bergogliano, “la realtà è superiore all’idea”. “Come movimento cattolico sarebbe gravissimo smettere di costruire processi”, ha concluso Delle Foglie, chiedendo a Mcl di “continuare a pensare, costruire, progettare, insomma lanciare processi”.

Questa importante iniziativa del Mcl dimostra una rinnovata attenzione per l’impegno sociale e politico da parte dei movimenti ecclesiali ed ,in particolare, di quelli che non sono nell’orizzonte del progressismo cattolico.

Infatti il movimento di Carlo Costalli è l’erede di quella scissione che bloccò le ACLI negli anni ’70 sulla via del socialismo. E’ tuttora un riferimento importante per chi nell’ambito del popolarismo si voglia sottrarre alla tentazione dell’”intreccio” con la sinistra.

L’influenza delle tesi di Papa Francesco si fa sentire per costruire una alternativa ad un “pensiero unico” che abbraccia le nuove teorie economiche ultraliberiste, la globalizzazione finanziaria, una sinistra ormai assente sul piano sociale , una visione tecnocratica della politica e l’espropriazione della sovranità dei cittadini e della rappresentanza dei corpi intermedi.

PIETRO GIUBILO

05/2014 [stampa]
LA DIFFICILE INTEGRAZIONE
La vicenda dell’aggressione del ragazzino senegalese ad una compagna dodicenne davanti ad una scuola di Terni presenta aspetti che vanno considerati con attenzione . Come spiega un articolo dell’insospettabile Corriere della Sera del 16 maggio , si sarebbe trattato di un atto di violenza determinato da “una rabbia insensata legata esclusivamente a motivi religiosi” . Il quotidiano così descrive i fatti : “ a fine lezione la studentessa del crocifisso esce a va incontro a sua madre con la quale si allontana tenendola per mano . Il ragazzino senegalese la segue senza dire una parola , la colpisce alla schiena e poi si lascia fermare proprio dalla madre di lei alla quale pare abbia farfugliato qualcosa riguardo la collanina, appunto. Si scopre nelle ore successive , mentre alla studentessa diagnosticavano i venti giorni di prognosi , che il dodicenne aveva già chiesto altre volte di disfarsi del crocifisso così detestato. Lai si era rifiutata di farlo e c’è chi giura che proprio per questo fossero volati insulti e minacce”.

A Terni , dove si è svolto l’episodio che ha suscitato l’attenzione dei media nazionali , è scattata subito una operazione di ridimensionamento .

L’Assessore alla Scuola del Comune ha precisato che il ragazzino, essendo arrivato da un mese “ non parla bene l’italiano”, confermando quanto ha sostenuto il padre che ha spiegato “non capisce neanche cosa è una croce”. La vice preside della scuola non ha ritenuto di informare il comune “ritenendola una lite tra ragazzini”. Lo stesso vescovo di Terni , Giuseppe Piemontese, ha derubricato l’episodio inquadrandolo “ nelle relazioni educative adolescenziali , nelle dinamiche che avvengono tra i ragazzi che hanno mondi propri e che sono in una delicata fase di crescita e formazione”. Lo stesso prelato ha espresso dubbi e si è preoccupato di quelle che ritiene possibili strumentalizzazioni: “ prima di ogni giudizio , è necessario capire come realmente sia avvenuto il fatto , le dinamiche e il contesto in cui si è verificato … un gesto certamente grave da stigmatizzare che non va però ne ingigantito né minimizzato e tanto meno strumentalizzato”. L’Avvenire, dubbioso, ha titolato domenica 17: “Pugni per la croce o per una lite ? – il padre del 12enne senegalese : Impossibile. Non sa cos’è il crocifisso”.

Orbene è evidente che l’episodio non vada drammatizzato, ma neppure banalizzato. Ciò non toglie che deve essere capito con riferimento alla situazione che sta mostrandosi nella piccola città umbra.

Un fatto inoppugnabile – al di là del contesto messo in dubbio dallo stesso vescovo – è che la bambina è stata picchiata in modo violento tanto è vero che ha avuto venti giorni di prognosi. Ma non è questo – pur grave – il punto più delicato. Un mese fa’ era avvenuto, sempre a Terni, l’omicidio di un giovane della città Davide Raggi per mano di un immigrato tunisino .Hanno colpito la Città le modalità particolarmente efferate – è stato sgozzato – e la personalità del giovane ucciso che aveva fatto parte del personale volontario di supporto del 118, altruista, una persona sempre disposta a dare una mano. L’assassino, venne così descritto dal Fatto Quotidiano “ un marocchino di 29 anni, rimpatriato nel 2007 a causa di una serie di reati commessi, che nel Maggio del 2014 è rientrato illegalmente a Lampedusa e ha fatto richiesta d’asilo. A Settembre 2014 le autorità hanno rigettato la sua richiesta e Aziz ha fatto ricorso: la sentenza d’appello non era ancora stata emessa e così il giovane si trovava ancora sul territorio italiano”.

E’evidente che tutto si possa dire intorno a queste vicende meno che esse possano essere sottovalutate .

E’ il problema di una integrazione che resta difficile e non può non richiamare la necessità di una valutazione da parte delle autorità politiche . Ci ritornano in mente le considerazioni che svolse circa15 anni fa’ il Cardinale Biffi a proposito della questione dell’immigrazione.

Poiché la questione – scriveva – “ è quella di favorire la pacifica integrazione delle genti … o quantomeno una coesistenza non conflittuale”, “ andrebbero preferite … le popolazioni cattoliche o almeno cristiane , alle quali l’inserimento risulta enormemente agevolato” E il Cardinale le individuava nei “ latino-americani, i filippini, gli eritrei i provenienti da molti paesi dell’est Europa “, poi “ gli asiatici come i cinesi e i coreani che hanno dimostrato di potersi integrare con buona facilità, pur conservando i tratti distintivi della loro cultura”.

A proposito dei “musulmani”, l’illustre prelato così scriveva: “ E’ evidente che il caso dei mussulmani vada trattato a parte ed è sperabile che i responsabili della cosa pubblica non temano di affrontarlo a occhi aperti e senza illusioni”. “Gli islamici - continuava - nella stragrande maggioranza e con qualche eccezione , vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra ‘umanità’ , individuale e associata, in ciò che ha di più essenziale , di più prezioso , di più ‘laicamente’ irrinunciabile: più o meno dichiaratamente , essi vengono a noi decisi a rimanere sostanzialmente ‘diversi’, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro”.

Biffi così indicava le “diversità” : “ hanno una forma di alimentazione diversa ( e fin qui poco male ), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra ( fino a praticare la poligamia ). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile irrinunciabile … “.

E’ in questa “diversità”, così ben descritta dal Cardinale Biffi , la difficoltà di una integrazione senza la quale la convivenza sarà sempre a rischio. Per tale questione è assolutamente necessario che i fatti di Terni , anche l’episodio dell’aggressione della bambina dodicenne , va interpretato e compreso , senza fughe di carattere sociologico , banalizzazioni fuorvianti o minimaliste . Da parte di autorità politiche religiose.

05/2014 [stampa]
Cattolici in politica
E' ripreso in questi ultimi tempi, con più vigore ed incisività, il dibattito sul ruolo dei cattolici in politica, recentemente richiamato anche dal Santo Padre, Francesco. Oggi più che mai viviamo una contingenza storica nella quale sono in gioco atti, decisioni e atteggiamenti che vanno ad incidere sulla vita di ciascuno di noi, dei nostri figli e della intera società. Si ripropone cioè la vecchia questione dell'impegno del cristiano in politica e del ruolo pubblico del cristianesimo. In poche parole, il problema del rapporto tra fede e politica.

Questione, peraltro, che già si era posta in maniera drammatica sul tema dell'aborto in occasione del varo della legge che lo introdusse nella nostra legislazione. Allora i democristiani scelsero di non fare la battaglia antiabortista con tutti i mezzi a disposizione, ma di limitarla alla sede parlamentare, rispettando i tempi delle procedure e garantendo il voto finale prima della data fissata per il referendum, che temevano sommamente. Dal suo canto il governo, formato da tutti ministri democristiani, proclamò la sua neutralità, dichiarando estranea alla politica una scelta che in fondo avrebbe riguardato la vita e la morte di centinaia di migliaia di esseri umani.

Tutto quel che è successo dopo ha dimostrato se fossero o meno giuste e coerenti con una fede matura e vissuta quelle posizioni e quelle scelte: da allora la Dc non esiste più e la presenza politica dei cattolici nella società italiana si è drasticamente ridimensionata.

Per questo oggi è necessario per i cattolici rivendicare un proprio ruolo ed una propria visibilità nell'attuale momento storico, facendo una volta per tutte chiarezza su alcuni punti.

Dinanzi, infatti, alla pretesa laicista di relegare sbrigativamente nel «religioso» il cristiano e di fronte al pericolo di un pluralismo indifferente che serpeggia anche nello schieramento di centrodestra, occorre ridare al più presto sostanza e contenuti ad un progetto politico che, partendo dalla fede, proponga una sua concezione dell'uomo, della storia e della società. Ciò significa innanzitutto che non ogni scelta politica è coerente e lecita per un credente. E poiché la politica tocca e coinvolge l'uomo come principio e come esito, il cristiano che si propone di fare politica, che fa politica, deve necessariamente disporre di una filosofia dell'uomo. Che non può, né soggettivamente né oggettivamente, distaccarsi dall'insegnamento del Vangelo.

Evitando lo scoglio del fideismo, da una parte, e la pratica della neutralità della ragione, dall'altra, il cristiano deve sapere che la fede è capace di suscitare e rafforzare il frutto della ragione, che è la filosofia e la politica.

Da ciò discende che un impegno sociale efficace e fecondo non sarà possibile senza la ricerca e l'affermazione della verità sull'uomo e dell'uomo. Ma se questa verità non venisse ricercata ed affermata totalmente, se un'antropologia, cioè la dottrina sull'uomo, non esprimesse tutti i valori e non investisse tutti gli ambiti e gli aspetti della vita dell'uomo, si avrebbe come esito inevitabile «la mortificazione dell'uomo stesso, e non sarebbe possibile attuare una società a misura d'uomo e secondo il piano di Dio». E necessario perciò che il cristiano superi quel complesso di inferiorità creatogli dall'Illuminismo in base al quale la fede sarebbe conflittuale e concorrenziale con la ragione. Tra fede e ragione vi è differenza, ma non alternatività, ed è proprio alla luce della prima che il cristiano conosce l'uomo nella sua pienezza e costruisce un'antropologia non neutra o dimezzata o ad una dimensione. A questa visione dell'uomo il cristiano deve conformare la sua azione politica. Senza rassegnazione e senza compromessi che possano significare cedimenti o mimetizzazioni sulla propria verità dell'uomo.

«Esiste, deve esistere, una unità fondamentale che viene prima di ogni pluralismo e che consiste nella fedeltà alla verità intera sull'uomo», scrisse Inos Biffi, «nei confronti di questa, nessun pluralismo è legittimo, e non possono essere legittime scelte e determinazioni che equivarrebbero ad una rinuncia alla propria specificità cristiana». L’ambito di opinabilità o di libera opzione dei credenti incomincia dopo questa identità e comunione: nel campo che potremmo dire «partitico», ma inteso il «partito» come diversa coniugazione di una identica antropologia costitutiva della Città terrena. L’unità dei cristiani su questa verità non ammette dissociazioni come quelle dei politici che si dicono cattolici solo nel privato - né separazioni tra teoria e prassi, perché la fede sa, e deve, determinare ed informare l'attività politica.

Se ciò non avvenisse come capitò per i politici democristiani che furono conniventi nel varo della legge sull'aborto il cristiano si renderebbe clandestino, si mostrerebbe indifferente, si mimetizzerebbe e tornerebbe nelle catacombe, diventando complice dell'aggressione all'avvenimento cristiano. Con il gradimento e l’applauso dei laicisti di tutte le risme, che da sempre hanno tentato di sciogliere i legami della fede con la storia, lasciando questa aperta a tutte le eventualità e a tutti gli esiti. Anche i più tragici.

Riccardo PEDRIZZI

www.riccardopedrizzi.it

02/2014 [stampa]
Un gesuita testimone coraggioso: il teologo Sebastian Tromp
Il Cristianesimo si è diffuso e affermato nella persecuzione, nelle torture, nella morte e sta finendo nelle stragi di intere comunità. Così sembra.

Ma non è così. La fede in Cristo Maestro non sarà soffocata. Sarà la fede di una minoranza esigua, sempre più esigua. Ma non scomparirà. Ci sarà ancora chi si lascerà confondere, chi scenderà a compromessi - è già avvenuto - ma continuerà ad esserci chi non cede, chi si mantiene ben fermo nei principi e nei costumi. Anche se le sue "truppe scelte" presenteranno vuoti e registreranno tradimenti e diserzioni, si troverà sempre chi non si turba e non si abbatte; chi saprà sempre guardare nella direzione giusta.

La Compagnia di Gesù è allo sbando? Le sue pubblicazioni sono illeggibili? I libri da loro suggeriti sono da scartare? Le basiliche e le cattedrali, anche le più belle, rimarranno deserte e verranno svendute? Ciò nonostante la Casa di Dio resterà aperta per accogliere chi rifugge dai discorsi ingannatori. La metanoia supererà lo sconvolgimento attuale pur se è più dirompente di quelli passati.

Se ne ha conferma dalla legione di testimoni che non vanno dimenticati. È meritevole, pertanto, l'aver ricordato la figura di un gesuita del Novecento che si è mostrato indisponibile a seguire i suoi confratelli nella insensata corsa all'adeguamento progressistico.

Si parla di Sebastian Tromp, sacerdote olandese che si pose responsabilmente di traverso sulla via ereticale percorsa dai vescovi - le eccezioni furono poche e deboli - e dai teologi del suo paese. Sull'esempio di un dottore come Roberto Bellarmino, Tromp studiò e meditò a lungo sui Padri della Chiesa traendo dai loro insegnamenti la forza per mantenere chiarezza nelle idee e calore nei sentimenti.

Si deve a Pio XI l'aver scoperto in questo degno discepolo di Ignazio un apostolo che si propose di riaffermare quel che il vecchio e il nuovo modernismo ponevano in discussione per fare insorgere dubbi sui principi inalienabili del cattolicesimo romano. Divenuto consultore del Santo Uffizio ebbe modo di mettere in evidenza la sua fede ed i suoi requisiti intellettuali conquistando la stima anche di Pio XII con il quale collaborò nella stesura di encicliche importanti come la Mystici Corporis, più tardi vilipesa dalle fazioni conciliari e Mediator Dei. A fianco di Garrigou-Lagrange denunciò i gravi rischi per la Chiesa e per la società derivanti dalle filosofie e dalle ideologie che avevano sedotto non pochi cattedratici dei seminari e delle università ormai solo nominalmente cattoliche.

Durante il Concilio condivise la posizione dell'indomito cardinale Alfredo Ottaviani tentando di limitare i danni dovuti alle decisioni di una assemblea dominata da prelati incantati dalle sirene progressistiche. Nei suoi ultimi anni Sebastian Tromp, pur essendo ormai "un leone indebolito" - così lo scherniva il facinoroso Congar - continuava a dare la sua testimonianza nonostante le sempre più numerose e aspre difficoltà.

Mai si arrese e per tutta la vita non odiò che il male.

Fausto Belfiori

da http://lapievedelricusante.wordpress.com

01/12/2014 [stampa]
FRANCESCO, L’EUROPA E GLI “IMPERI SCONOSCIUTI”
Il discorso di Papa Francesco al Parlamento di Strasburgo esprime al livello più alto quanto il cristianesimo offre alla speranza dei popoli europei.

In piena continuità con i suoi due predecessori, anzi, se possibile, specificando con ulteriore chiarezza, Papa Bergoglio pronuncia il suo “appello” ancorandolo alla “dignità trascendente dell’ uomo”, ad un’Europa che ruota non intorno all’economia , ma intorno alla sacralità della persona umana, [a ] dei valori inalienabili”. Questi riferimenti sono alla base di quella “storia bimillenaria” che “ lega l’Europa e il cristianesimo”.

Questa Europa stanca e invecchiata, ha detto Francesco, deve “tornare alla ferma convinzione dei padri fondatori”, rifiutare “la tendenza sempre più ampia di diritti individuali che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico “, non accettare una “uniformità politica economica e culturale”, ma vivere “della ricchezza delle diversità”, “valorizzando le singole tradizioni , prendendo coscienza della sua storia e delle sue radici “.

Ha anche espresso un rilievo squisitamente politico , invitando i parlamentari a “farsi carico di mantenere viva la democrazia, la democrazia dei popoli dell’Europa “, perché “una concezione omologante della globalizzazione colpisce la vitalità del sistema democratico depotenziando il ricco contrasto , fecondo e costruttivo , delle organizzazioni e dei partiti politici tra di loro”.

Ha individuato con precisione anche gli ostacoli: “ Mantenere viva la democrazia in Europa richiede di evitare tante ‘manie globalizzanti’ di diluire la realtà: purismi angelici, i totalitarismi del relativo, i fondamentalismi astorici , gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza sapienza”. Evitando, soprattutto, che la democrazia “forza espressiva dei popoli” , “sia rimossa davanti alla pressione di interessi multinazionali non universali che le indeboliscano e le trasformino in sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti”.

Questa tenuta delle democrazie può dare speranza all’Europa per investire in ambiti come quello “dell’educazione a partire dalla famiglia … unita, fertile e indissolubile”, quello del “lavoro” poiché attraverso di esso la possibilità di costruire una famiglia e di educare i figli”; quello della “questione migratoria” con “un sostegno reciproco all’interno dell’Unione europea” e agendo “sulle cause e non solo sugli effetti”; quello dell’”ecologia” in quanto noi siamo “custodi e non padroni” del creato.

Il Papa ha anche invitato “i legislatori” – vi ha più volte fatto riferimento - a “ custodire e far crescere l’identità europea, affinché i cittadini ritrovino fiducia nelle istituzioni dell’Unione e nel progetto di pace e amicizia che ne è il fondamento”, anche perché essa “non è ancora esente da conflitti”.

Si è trattato di un discorso di spessore elevato e di portata storica per l’individuazione dei mali dell’Europa . Alcuni commenti ne hanno colto soprattutto l’aspetto “relazionale” come quello di Mauro Magatti sul Corriere della Sera, mentre, con più compiutezza e profondità, Andrea Tornielli su La Stampa l’ha definito “un appello alle nostre radici” , “come i padri fondatori alla ricerca dell’identità contro la plutocrazia”.

L’impegno sociale e politico dei cattolici per l’Europa ne può trarre speranza, nuovo entusiasmo, ancoraggio culturale e vigore di azione.

Pietro Giubilo

21/07/2014 [stampa]
UN SINODO “SPECIALE” SULLA FAMIGLIA
La Chiesa di Roma si sta preparando ad un evento eccezionale .Dal 5 al 19 ottobre si svolgerà la III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi , dedicata a riflettere circa “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”.

Perché questo tema , da sempre al centro dell’attenzione dei Vescovi, assume oggi un carattere particolare ?

Nella disgregazione della società moderna, l’istituzione familiare che ha sempre costituito il fondamento e il punto di tenuta della condizione sociale dell’uomo , è oggi in crisi e oggetto di influenze culturali e politiche portatrici di una trasformazione radicale.

L’ imponente influenza dei mass media e di lobby evidenti, che tendono a equiparare la convivenza omosessuale alla famiglia e, quindi istituire modelli diversi , manifesta la volontà di un radicale cambiamento che ha cominciato a diffondersi nel mondo occidentale . La famiglia non appare più come una comunità naturale fondata sul matrimonio come attesta la stessa Costituzione italiana , ma si diffondono le coppie di fatto che a loro volta richiedono il riconoscimento di diritti che sono propri dell’istituto familiare.

Anche la Chiesa cattolica sta subendo l’influenza di questa condizione che sta emergendo e nelle conferenze episcopali nazionali in Europa si discute se consentire anche a chi convive “more uxorio” di avvicinarsi ai Sacramenti .

Il Foglio di Ferrara ha analizzato questa situazione più volte ed in particolare in un articolo del 5 settembre dal significativo titolo “Divorziate e comunicatevi” .

Vengono esaminate quelle posizioni che, sulla base di un forte senso pastorale, vengono incontro alle situazione di fatto . In particolare veniva riferita la posizione del Cardinale Walter Kasper , presidente emerito del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani che sul tema si dichiarava nel marzo di quest’anno “ a favore di un’applicazione realistica della dottrina alla situazione attuale della grande maggioranza degli uomini e per contribuire alla felicità delle persone”. In sostanza la Chiesa dovrebbe ampliare la possibilità di accesso ai Sacramenti ai divorziati o ai conviventi di fatto.

Venivano, sempre nell’articolo, messe in evidenza alcune posizioni di esponenti dell’episcopato sudamericano che esaminano con particolare attenzione e possibilità la questione della comunione ai divorziati e che , sostengono: “stiamo negando la comunione a persone divorziate che, se potessero adire ad un tribunale ecclesiastico otterrebbero le dichiarazioni di nullità e si risposerebbero”.

Una posizione intransigente è quella , ovviamente, del Cardinale Muller , attuale capo dell’ex Sant’Uffizio che ha dichiarato come l’atteggiamento “misericordioso” “è un argomento debole in materia teologico-sacramentaria, anche perché tutto l’ordine sacramentale è esattamente opera della misericordia divina e non può essere revocato richiamandosi allo stesso principio che lo sostiene”. “ ll rischio” – ha aggiunto – è che “attraverso quello che oggettivamente suona come un falso richiamo alla misericordia” si banalizzi ” l’immagine stessa di Dio , secondo la quale Dio non potrebbe far altro che perdonare”.

Una preoccupazione che si diffonde nell’ambito della Chiesa , soprattutto in chi è maggiormente legato alle posizioni tradizionali è quale sarà la posizione di Francesco , abituato, nella sua esperienza nelle periferie delle città sudamericane, ad avvicinare e a sostenere persone che vivono drammi sociali e familiari e dove, a volte, l’istituto familiare non sembra forte e diffuso come sarebbe auspicabile. La celebrazione del matrimonio di venti coppie di sposi alla quale ha voluto presenziare recentemente mostra , però, una linea netta a favore di una difesa di questa istituzione .

Come sostengono i commentatori più obbiettivi , primo fra tutti Vittorio Messori, non vi è in Francesco l’idea di una ”rivoluzione “ nella Chiesa , né appare influenzato dalla teologia progressista.

Si tratterà comunque di un Sinodo dal quale si attende una conferma di quel sostegno all’istituzione famigliare di cui , oggi, la società occidentale, e non solo, ha bisogno.

21/07/2014 [stampa]
Cristiani, crocifissi in Oriente perseguitati in Occidente
Mentre andiamo in stampa con questo numero di “Intervento nella Società” dalle “terre dei nuovi martiri” ci arrivano le notizie di altre uccisioni, altre persecuzioni, altre discriminazioni e condanne di cristiani: nella capitale della Repubblica Centroafricana, a Bongii, nella chiesa di nostra signora di Fatima, almeno trenta persone sono state uccise da ribelli mussulmani; a Khartoum un'altra donna di 37 anni, Faiza Abdulla è stata arrestata con l'accusa di apostasia, perché quando ha chiesto all'ufficio anagrafe la carta di identità, ha dichiarato di essere cristiana; in Cina nei primi cinque mesi di quest'anno 64 chiese cristiane sono state demolite con l'accusa di “violazione di regole urbanistiche”; in Pakistan, Asia Bibi, una donna cattolica madre di cinque figli sta aspettando in carcere dal 2009 il processo che la vede imputata in base alla “legge antiblasfemia”, perché avrebbe insultato il profeta Maometto, i giudici dicono che si è perso il fascicolo per poter emettere la sentenza e la lasciano marcire dietro le sbarre. Solo pochi giorni prima il Santo Padre, Francesco, ha detto: “ho pianto quando ho visto sui media i cristiani crocifissi”, riferendosi ai sette uomini giustiziati a Raqqa nel nord-est della Siria.

Quando il lettore leggerà queste righe, tra pochi giorni quindi, sicuramente saranno arrivate altre e più drammatiche notizie di questo genere dal Medio e dall'Estremo Oriente, dall'Africa e dell'America Latina.

Ma anche nell'Occidente sviluppato ed opulento non mancano discriminazioni, emarginazioni e linciaggi morali e mediatici: Siv Kristin Seallman, la più apprezzata giornalista della TV pubblica norvegese è stata costretta a togliersi il crocefisso dal collo, pena il licenziamento, perché la catenina sarebbe stata offensiva per i telespettatori islamici; il dottor Markttobert è sotto inchiesta da parte della Commissione Medica dello Stato australiano di Victoria per essersi rifiutato di assegnare ad un altro medico una coppia che voleva abortire; il capo di Mozilla, l’impresa filantropica famosa soprattutto per il browser Firefox, si è dovuto dimettere dall’incarico di amministratore delegato appena 11 giorni dopo la nomina, perché si è scoperto che nel 2008 aveva fatto una donazione di mille dollari al comitato organizzatore di «Proposition 8»: schierato a favore delle famiglie normali costituite da un papà e da una mamma. Brendan Eich è un genio delle tecnologie digitali, cofondatore di Mozilla, padre del linguaggio Java e, in parte, anche di Firefox, ha cercato di correre ai ripari chiedendo scusa (come aveva fatto Barilla poco tempo prima per scusarsi di aver utilizzato per la pubblicità della sua pasta la foto di una famiglia composta da papa, mamma e figli) ma è stato tutto inutile. A quel punto Mozilla ha ceduto, spingendo Eich alle dimissioni.

É ormai accertato che oggi i cristiani sono i più perseguitati del pianeta. Dal 2000 ad oggi ne vengono uccisi almeno centomila all'anno, ogni ora ne vengono eliminati undici in qualche parte del mondo: è una nuova generazione di martiri. Sono 1213 solo i cristiani uccisi nella scontro fra l’esercito di Assad e i ribelli integralisti. In Nigeria sono 612 i casi accertati (nel 2012 erano stati 791) di cristiani uccisi. In Pakistan sono 88 i cristiani martirizzati rispetto ai 15 del 2012. In Egitto sono 83 le vittime. Ma negli ultimi cinque anni è l’America Latina a registrare il numero più alto di «operatori pastorali» uccisi.

Secondo la World Evangelical Alliance e le Assemblee di Dio, nel 2013-14 gli operatori pastorali ammazzati sono stati oltre 150 e 500 i predicatori. Nel febbraio scorso solo in Nigeria ne sono stati massacrati 100. Gli integralisti musulmani sono andati a prenderli a casa e li hanno sgozzati uno per uno e poi fatti a pezzi, dal 2007, più di 700 chiese sono state «attaccate», molte distrutte.

Ma i cristiani uccisi sono molto di più, perché sono anonimi, sono laici, sono sparsi in villaggi sperduti. Per questo Papa Francesco all'Angelus del 17 novembre 2013 ha rivolto il suo pensiero “a tanti fratelli e sorelle cristiani che soffrono persecuzioni a causa della loro fede. Ce ne sono tanti. Forse molti più dei primi secoli” e molti di più che negli ultimi tre secoli, allorquando si dovette assistere a delle vere e proprie persecuzioni di massa: quella vandeana e della rivoluzione francese (ultimo decennio del XVIII secolo); quella dei Cristeros messicani (1917 - 1920); quella della repubblica comunista e della guerra di Spagna (1931 - 1939); quella della rivoluzione sovietica e del comunismo (1917 - 1989); quella dei campi di sterminio nazisti; quella della Cambogia di Pol Pot... quella... quella... quella ancora.

Già San Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica “Tertio Millennio adveniente” aveva rilevato che “nel nostro secolo sono ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi militi ignoti della grande causa di Dio... essi sono uomini e donne che hanno seguito Cristo nelle varie forme della vocazione religiosa”. E dal 2000 quando Karol Wojtila lanciava quel grido d'allarme la situazione si è andata sempre più aggravando tragicamente, sopratutto in Medio Oriente dopo le cosiddette primavere arabe.

I cristiani, infatti, avevano sempre trovato un accettabile modus vivendi con i movimenti e con i governi laici, espressione del socialismo e del nazionalismo arabo.

Solo per fornire qualche dato attuale: in Iraq la minoranza cristiana, dopo i vari massacri, continua a scappare ed è passata dai 1.500.000 cristiani del 2003 agli attuali 300.000 (agli inizi del '900 erano il 25% della popolazione ora sono l'1%). In Siria nel 1960 erano il 15%, oggi a stento raggiungono il 6%. In Egitto restano il 10% ma le difficoltà vanno sempre più aumentando. In Libano dopo la 1ª guerra mondiale i cattolici maroniti avevano contribuito allo sviluppo di quel paese oggi; sono sotto attacco. In Centrafica c'è addirittura il rischio di un genocidio: dei quatto milioni di abitanti, la metà sono cristiani e sono costantemente minacciati ed aggrediti da bande di mussulmani armati. Ai suoi confini c'è il Sudan del Sud dove si scontrano le etnie Dinka e Ruen e ci sono decine di migliaia di rifugiati nelle basi ONU.

Ma non è stato soltanto l'Islam ad aver dichiarato guerra alla Croce. La comunista Corea del nord è il luogo più pericoloso al mondo per un cristiano. Ma anche in India la situazione non è diversa né migliore. Qui si sono registrati oltre 4.000 casi di violenza anticristiana nel 2013.

In Pakistan i 2,8 milioni di cristiani, che rappresentano solo l'1,6% degli oltre 170 milioni di abitanti, vivono nel terrore costante non solo degli estremisti islamici, ma anche delle severissime leggi anti-blasfemia varate dal governo. In Indonesia il numero di aggressioni violente commesse ai danni delle minoranze religiose è aumentato di quasi il 40% tra il 2010 e il 2013.

In Iran, decine di cristiani sono stati arrestati e incarcerati per aver osato manifestare il proprio culto. In Arabia Saudita, malgrado il fatto che nel Paese viva oltre un milione di cristiani, le chiese sono vietate, come pure ogni manifestazione di culto cristiano. Persino in Etiopia, dove i cristiani sono la maggioranza della popolazione, l'incendio delle chiese per mano della minoranza mussulmana comincia a destare gravi preoccupazioni. Ma vi sono altri paesi in cui i cristiani corrono pericoli: in Bangladesh dove si ripetono centinaia di assalti e di incendi di abitazioni di cristiani. Nello Sri Lanka sono i radicali buddisti ad attaccare le chiese. In Vietnam proprietà ed edifici sono il bersaglio dell'intolleranza religiosa. L'elenco potrebbe continuare all'infinito con l'Uzbekistan, l'Afganistan, lo Yemen, la Libia, ma anche le piccole Maldive ed il Qatar. Tutto questo avviene nel silenzio dell'Occidente, dei cristiani dell'Occidente, delle chiese dell'Occidente. Salvo gli accorati appelli dei vari pontifici non si hanno notizie di grandi proteste, di azioni politiche incisive, di movimenti di opinione, di reazioni forti delle istituzioni e dei governi, dei partiti politici di qualsivoglia orientamento ideologico e culturale.

L'Occidente e l'Europa sono affetti da un malinteso complesso di colpa creato subdolamente da una stonografia anticattolica: noi saremmo responsabili delle crociate dell'Inquisizione, delle guerre di religione dei Giordano Bruno e dei Savonarola, dei processi alle streghe, del colonialismo ecc. ecc. “Le vittime sono troppo cristiane” - scrive John Hallen, il noto vaticanista americano nel suo “Global war on Christians” la nuova guerra globale contro i cristiani - per eccitare la compassione della sinistra, troppo straniere per interessare alla destra”.

R. P.

“Questo appello del Sen. Riccardo Pedrizzi viene fatto proprio dalla redazione di Cultura per la partecipazione civica”

23/06/2014 [stampa]
PAPA FRANCESCO SCOMUNICA LA MAFIA, MA ANCHE BENEDETTO XVI …
Non demordono, in nessuna circostanza, i tentativi di strumentalizzare le parole di Papa Francesco e, soprattutto, indirettamente, di criticare i suoi predecessori , con riferimento più o meno esplicito a Benedetto XVI.

Questa volta l’occasione è la visita di Francesco in Calabria, dove il Papa ha detto esplicitamente che “ i mafiosi non sono in comunione con Dio”.

Luigi Accattoli su Corriere della Sera del 22 giugno, mostra esultanza, perché secondo lui “ Finalmente un Papa dice ‘i mafiosi sono scomunicati’ e tutti capiamo l’antifona: della rivoluzione di Francesco fa parte una semplificazione del linguaggio che lo espone a critiche all’interno della Chiesa , ma che rende comprensibili alle moltitudini le sue Prole … “.

Non è la prima volta che , a proposito del nuovo Papa, si parla di rivoluzione rispetto alla Tradizione : nella dottrina, nella Chiesa, nei comportamenti. Si cominciò con la famosa frase pronunciata sull’aereo “ chi sono io per giudicare un omosessuale?”, che si disse modificasse radicalmente il giudizio della Chiesa sull’omosessualità e , di conseguenza, quello che prescrive – senza cambiamenti - il Catechismo, redatto da Ratzinger, omettendo quel “se cerca Dio” che inquadrava significativamente il pensiero del Papa. Poi, le incredibili “aggiunte” dell’intervista con Scalfari che arrivò a scrivere , come dette da Francesco, pensieri e parole sue .

Anche sul Concilio , da Melloni a Riccardi, tutti a dire che Bergoglio si concedeva allo “spirito conciliare”, mentre in più di una occasione, il Papa ha detto con chiarezza che la sua valutazione del Vaticano II trova ispirazione in quanto ha scritto in due volumi molto importanti monsignor Agostino Marchetto che ha svolto una serrata critica alla cosiddetta “scuola di Bologna” che ha interpretato il Concilio come “un evento … nel senso cioè di una rottura con il passato” , definendola inaccettabile.

Quando il Papa, poi,condanna “il potere del denaro” come nella Evangelii Gaudium o l’effimera ricchezza degli investimenti in borsa ( “ Le ricchezze sono buone e servono per fare tante cose buone, per portare avanti la famiglia: questo è vero! Ma se tu le accumuli come un tesoro, ti rubano l`anima! “) come nell’omelia di Santa Marta del 20 giugno, o, come ha ricordato Veneziani su il Giornale del 22, quando Francesco condanna l’uso delle droghe (“no ad ogni tipo di droga, è un male, un flagello”) , allora cala il silenzio più assoluto da parte di tutti quei “vaticanisti progressisti” dei quotidiani di proprietà della borghesia imprenditoriale , ai paradigmi dei quali non fanno “comodo” queste condanne del Papa.

Un’ ultima notazione proprio a proposito della condanna dei mafiosi. Anche Benedetto XVI ebbe parole forti e giudizi durissimi sulla criminalità organizzata. Anzi invitò i giovani ad opporvisi.

Nel corso della sua visita pastorale dell’ottobre 2010 alla città di Palermo, Benedetto XVI ricordò più volte il sacrificio di Padre Pino Puglisi. Nei discorsi ufficiali il Pontefice non esitò a riconoscere nel Parroco di Brancaccio gli elementi di una vita di fede eroica e luminosa. Incontrando il clero e i religiosi, Benedetto XVI alzò il tiro invitando i sacerdoti a conservare viva memoria della testimonianza sacerdotale di Padre Puglisi, esortandoli ad imitarne l’eroico esempio. ‘La Chiesa di Palermo – disse Bendedetto XVI durante il suo discorso – ha ricordato recentemente l’anniversario del barbaro assassinio di Don Giuseppe Puglisi, appartenente a questo presbiterio, ucciso dalla mafia. Egli aveva un cuore che ardeva di autentica carità pastorale; nel suo zelante ministero ha dato largo spazio all’educazione dei ragazzi e dei giovani, ed insieme si è adoperato perché ogni famiglia cristiana vivesse la fondamentale vocazione di prima educatrice della fede dei figli. Lo stesso popolo affidato alle sue cure pastorali ha potuto abbeverarsi alla ricchezza spirituale di questo buon pastore, del quale è in corso la causa di Beatificazione. Vi esorto a conservare viva memoria della sua feconda testimonianza sacerdotale imitandone l’eroico esempio’.

I toni divennero  ancora più espliciti durante l’incontro con i giovani della Sicilia in Piazza Politeama. Il Papa ricordò l’eroicità dei Servi di Dio Rosario Livatino e Mario Giuseppe Restivo, dicendo che ‘spesso la loro azione non fa notizia, perché il male fa più rumore, ma sono la forza, il futuro della Sicilia!’. E forte fu l’invito ai giovani ad affondare, come gli alberi, le radici nel fiume del bene, invitandoli a contrastare il fenomeno mafioso: ‘Non abbiate paura di contrastare il male! Insieme, sarete come una foresta che cresce, forse silenziosa, ma capace di dare frutto, di portare vita e di rinnovare in modo profondo la vostra terra! Non cedete alle suggestioni della mafia, che è una strada di morte, incompatibile con il Vangelo, come tante volte i nostri Vescovi hanno detto e dicono!’.

Abbiamo voluto soffermarci su quanto disse Papa Ratzinger nei riguardi della mafia nel 2010 per poter comprendere quanto sia strumentale , falso e ingiusto quel “finalmente un Papa…” , scritto con la chiara intenzione di offendere una parte della storia della Chiesa. Pietro Giubilo .

12/05/2014 [stampa]
Bagnasco difende l’identita’ italiana e accusa i poteri occulti
Presenta argomenti importanti e significativi l’intervista del Cardinale Angelo Bagnasco al Corriere della Sera del 10 maggio. L’apertura del colloquio con Aldo Cazzullo è dedicata ad un aspetto centrale : “ C’è un decadimento dell’identità culturale del nostro Paese”. La preoccupazione del Cardinale riguarda quella che definisce l’”omologazione” : “ se si va verso un’uniformità che azzera le diverse identità, non si ha un arricchimento culturale e civile ; si ha una poltiglia indistinta”.

Questo fenomeno , tuttavia non avviene per una evoluzione oggettiva, come sostengono i progressisti e il Presidente della CEI lo sottolinea: “ è una volontà precisa di azzeramento , di uniformità, di omogeneizzazione , il risultato è un indebolimento delle persone e delle società”. Ed alla richiesta esplicita di chi sia questa volontà, la risposta lo è altrettanto: “ di coloro che hanno interesse a che le società siano sempre più deboli , smarrite e quindi facile preda di interessi economici, politici , ideologici”. Ed il Cardinale continua: “ Penso ai poteri economici e finanziari ; esistono centrali internazionali , forze e centri di potere più o meno chiari che non hanno nulla di istituzionale e nessuna legittimazione democratica”.

Bagnasco tocca il punto chiave: l’identità forte , la sua cultura, e, aggiungiamo noi, le sue istituzioni e i suoi valori costituiscono il fondamento della democrazia ed essa è tanto più praticabile in quanto il popolo viva secondo principi e norme legate al diritto naturale.

Questa diagnosi calza a pennello con la situazione dell’Italia e non a caso il Presidente della Cei ha cominciato il suo ragionamento proprio dalla condizione italiana. Ed è evidente anche il senso del “ progetto culturale della CEI” avviato dal suo predecessore Cardinale Ruini , con il quale si è tentato di indicare quei riferimenti necessari per la ricostruzione dell’identità dell’Italia.

Il prevalere degli interessi economici e del loro orizzonte culturale significa incidere negativamente sui valori di riferimento e i comportamenti sociali distorcendo anche le istituzioni politiche ed è questa la ragione della crisi dei partiti e della stessa rappresentanza.

Nella conclusione dell’intervista Bagnasco , a proposito del Movimento 5 stelle, usa un termine forte: dice che il fatto di essere il primo partito tra i giovani – secondo una indagine recente – “da una parte lo preoccupa; dall’altra , ammaestra”.

Il termine non va equivocato come tentano di fare alcuni giornalisti nei colloqui televisivi. La “preoccupazione” di Bagnasco si riferisce al fatto che si tratta di “un fenomeno di rivolta, di ripulsa, di rifiuto; in sostanza di sfiducia”. Ed è invece “occorre costruire” da parte “ non solo [ della ] politica “, ma di tutti, “ dagli imprenditori, ai media , alla magistratura” , un rapporto di fiducia. L’alto prelato condanna “corruzione e privilegi” concludendo con una riflessione interessante che condanna lo scandalismo: “Si tende a mettere in prima pagina i sospetti e enfatizzarli per giorni e giorni, anziché cercare la verità. Se la società intera deve diventare educativa, allora tutti – la politica, i media, i vari corpi dello Stato – devono riflettere sul proprio modo di parlare , informare , non per nascondere la verità ma per dare il giusto peso alle cose”. Quest’ultimo invito a non enfatizzare lo scontro , a non utilizzare strumentalmente le stesse iniziative della magistratura e da parte della stessa a non usare i suoi poteri per condizionare la politica , ma solo per ricercare la verità, costituisce un importante ammonimento .

In questi stessi giorni, da parte di monsignor Giampaolo Crepaldi un Vescovo che, anche in Passato, si è rivolto ai politici, verrà presentato un libro – che sarà oggetto di un nostro approfondimento - nel quale è pubblicato un “appello agli italiani” con un titolo significativo : “Un Paese smarrito e la speranza di un popolo”, pubblicato dall’editore Cantagalli. Questa intervista del Presidente della CEI e l’”appello” del Vescovo di Trieste possono essere le parole giuste per aiutare l’Italia ad uscire dal suo grave smarrimento e ritrovare la via per recuperare la sua identità e la ripresa della sua forza civile e di sviluppo.

Pietro Giubilo .

28/04/2014 [stampa]
PAPA FRANCESCO E L’UCRAINA
“ Spero che con questa penna lei firmi la pace”, sono le parole con le quali Papa Francesco ha accompagnato il dono di una penna al premier ucraino Yatseniuk in visita in Vaticano e in Italia.

La visita è stata più breve del previsto perché il primo ministro è dovuto ritornare a Kiev per dare l’ordine di chiudere l’acqua degli acquedotti che irrigano la Crimea , una delle “sanzioni”, contro l’indipendenza votata all’unanimità dalla Regione e le iniziative dei filorussi nella parte orientale del Paese.

Che le autorità ucraine , spalleggiata da Obama, siano poco propense a trovare una soluzione negoziale al problema delle reazioni delle popolazioni russe all’interno, dopo la svolta di Piazza Maidan, è fin troppo evidente. La contabilità dei morti già lo dimostra : tutti o quasi tutti dalla parte degli “insorti” che hanno adottato lo stesso tipo di iniziative a suo tempo prese dai filo occidentali: l’occupazione di uffici pubblici, l’utilizzazione delle armi e i posti di controllo sulle strade.

Chi ha adottato , a suo tempo, iniziative antiregime dalla parte dell’0ccidente lo faceva in nome della libertà, chi manifesta con finalità filo orientale è un “terrorista” e, pertanto, può essere eliminato, con il plauso dell’umanitarismo a senso unico .

Anche la chiusura delle forniture d’acqua che porterebbe alla rovina i raccolti sui quali si basa l’economia delle popolazioni della Crimea non fa battere ciglio sui volti dei manipolatori dell’opinione pubblica , ancora rigati dalla lacrime per la detenzione della ”principessa del gas” Julia Tymosenko.

La partita è tutta aperta e il rischio di un conflitto armato tra truppe ucraine e russe è nelle possibilità, così come è nelle possibilità che questo scontro si allargherebbe, coinvolgendo, direttamente o indirettamente , altri protagonisti.

Siamo tornati , in uno scenario più prossimo, alla situazione delle vigilia di quello che veniva considerato l’imminente intervento americano in Siria.

Poi intervenne la lettera di Papa Francesco a Putin che bloccò i progetti bellicisti di USA, GB e Francia e le cose presero un indirizzo differente.

Il regalo e le parole di Papa Francesco fanno bene intendere che Bergoglio , vissuto in Argentina e conoscitore della logica “imperialista” angloamericana, non accetti la verità a senso unico che vedrebbe le ragioni dell’Ucraina come quelle della libertà contro l’oppressione russa.

Se la situazione dovesse ulteriormente degenerare , come peraltro ha fatto intendere, potrebbe dar corso ad un’altra iniziativa di pace , ovvero come ha detto, “d’intesa tra i popoli della regione”.

05/03/2014 [stampa]
Il Vaticano cambia IOR e pianeta stampa
E’ tempo di cambiamenti in Vaticano. Nell’economia e nell’informazione. Papa Francesco ha prima isitiuito il nuovo “ super-ministero” delle Finanze e poi ha nominato un suo fedelissimo mons. Alfred Xuareb, maltese, segretario generale della Segreteria per l’economia che ha giurisdizione anche sulla banca del Vaticano, lo Ior passato negli ultimi anni sotto molte bufere e scandali.

Xuareb era il segretario particolare del Pontefice e ancora prima il vice del segretario di Benedetto XVI mons. Gorge Gaenswein.

Le sorprese non mancheranno ancora dopo che all’injizio dell’anno il Papa aveva nominato lo spagnolo Santos Avril y Castello presidente della Commissione cardinalizia ( 5 membri) di controllo sullo Ior.

L’arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore ( visitata 7 volte dal Papa) è uno dei porporati più vicini a Papa Francesco, con il quale ha collaborato quando era nunzio a Buenos Aires e accompagnerà l’istituto verso il nuovo modello giudicato opportuno per le nuove necessità della Chiesa. D’intesa con il nuovo segretario di Stato mon. Pietro Parolin.

L’altro filone di novità è quello dell’informazione e della comunicazione.

Con la risoluzione del contratto di Dino Boffo da direttore della TV2000 ( la televisione dei Vescovi) inizia una nuova fase. Finora il punto di riferimento del Papa, venuto dall’altra parte del mondo, sono stati due gesuiti: padre Federico Lombardi come portavoce della Sala Vaticana dalla quale vengono irradiati tutti i bollettini e le notizie tramite News.va e padre Antonio Spadaro, direttore del settimanale della Compagnia di Gesù Civiltà Cattolica fondata nel 1850 da un gruppo di gesuiti napoletani con padre Carlo Maria Curci.

Gli orizzonti della Chiesa di Papa Bergoglio riguardano la necessità di ritrovare la strada non del proselitismo ma dalla diffusione del Vangelo, riproporre una Chiesa povera che non venga considerata come un’agenzia di beneficenza sociale ma che guardi alla missione ultraterrena.

Per fare questo è essenziale che tutte le forme della comunicazione abbiano una “ linea editoriale” comunale pur nella specificità dei singoli mezzi. Il pianeta è vasto: 2 quotidiani ( l’organo ufficiale della Santa sede L’Osservatore romano fondato nel 1931 e Avvenire il quotidiano della Conferenza dei Vescovi), due radio ( Radio Vaticana che trasmette notiziari giornalieri in 53 lingue e Radio in Blu, a cui aggiungere Radio Maria), settimanali, un centro di produzione.

Molti segnali indicano che Papa Francesco non sia soddisfatto della gestione dell’informazione vaticana. Il messaggio è arrivato dalle parole che esaltavano il ruolo di Internet e padre Spadaro è uno dei massimi teorici della “ cyber-teologia” che dovrebbe sviluppare l’evangelizzazione del nuovo mondo virtuale che si esprime sul web. Sempre più spesso il Papa scrive su Twitter/Pontifwx_it.

Sono attesi cambiamenti a catena. Nuovo direttore di Tv200 e RadioinBlu, nuovo direttore all’Osservatore romano ( dove Gian Maria Vian, che successe a Mario Agnes, e il vice Carlo Di Cicco sono stati nominati nel 2007 su pressione dell’allora segretario di Stato Tarcisio Bertone), nuovo direttore all’Avvenire con lo spostamento di don Marco Tarquinio ad altri incarichi che ha preso il posto nel 2011 di Boffo che nel maggio del 2013 è stato al centro di uno scoop non scoop. TV2000, da lui diretta, aveva mandato in onda un servizio in cui si diceva che il Papa aveva fatto un esorcismo. Immediate le smentite. Mezzo scoop? Bufala? “ Mi scuso con il Santo Padre e per aver intaccato la verità dei fatti ” fu costretto ad ammettere Boffo. Il Papa non aveva fatto un esorcismo , come sostenuto dalla tv dei Vescovi, ma dato una semplice benedizione. Otto mesi dopo la “ rimozione”.

Sergio Menicucci
27/01/2014 [stampa]
PAPA FRANCESCO RICEVE HOLLANDE MA I CATTOLICI IN FRANCIA SONO CONTRO IL GOVERNO
Uno dei più accreditati vaticanisti , Andrea Tornielli , sul suo sito Vatican Insider , ha ritenuto di dover sottolineare che nelle “ immagini che ritraggono il presidente francese Francois Hollande in udienza in Vaticano non si può non notare una certa serietà nel volto, solitamente sorridente, di Papa Francesco, che ha mantenuto un atteggiamento amabile e cortese, ma freddo”.

Anche la distonia, al termine dell’incontro, tra le sottolineature del Presidente francese che ha insistito sulle convergenze con il Papa riguardanti i temi dell'ecologia e della politica internazionale ed il comunicato della Santa Sede che ha citato i temi di bioetica e famiglia, sta a indicare che su tali temi, oggetto dei colloqui, le posizioni sono restate, evidentemente, distanti.

Sempre Tornielli ha rilevato come Hollande abbia “rivendicato - durante le udienze con il Papa e quindi con il Segretario di Stato Pietro Parolin e il «ministro degli Esteri» vaticano Dominique Mamberti - la laicità dello Stato francese”, ripetendo “ che nonostante la grande presenza di cattolici, è necessario rispettare la coscienza di tutti”. Pare che Papa Francesco abbia risposto “ che nelle questioni etiche riguardanti la vita, il suo inizio e la sua fine, ci sono evidenze che vengono prima dell'appartenenza religiosa e persino prima dell'etica”.

Si tratta di questioni ben presenti nel pensiero del Papa ma che attengono al diritto naturale, ai diritti della persona come lo stesso Papa, allora Cardinale Bergoglio chiariva nella intervista al rabbino Abraham Skorka: “Impedire lo sviluppo di un essere che ha già in sé l'intero codice genetico di un individuo non è etico. Il diritto alla vita è il primo dei diritti umani. Abortire equivale a uccidere chi non ha modo di difendersi”.

Si tratta non solo di temi di fondo, ma anche di piena attualità per la Francia, il cui governo ha fatto approvare una legge per i matrimoni gay che ha unito già 7 mila coppie e la revisione della legge sull’aborto che ha sancito come un diritto l’interruzione di gravidanza.

E’ noto che la reazione dei cattolici francesi è stata netta e di grande partecipazione popolare come nella “marcia per la vita”a Parigi, per la quale il nunzio apostolico Luigi Ventura ha richiamato l’interessamento dello stesso Papa.

La Francia è la Nazione nella quale la reazione alle leggi relativiste è stata la più forte e maggiormente partecipata. I cattolici sono nettamente all’opposizione del governo Hollande.

Le organizzazioni cattoliche francesi dimostrano di respingere quanto affermano i cosiddetti “cattolici adulti” secondo i quali la fede non deve interferire nell’attività pubblica, ma si esprime nel privato o come testimonianza.

Il concetto che viene affermato è che il contrasto politico nei riguardi delle leggi che intervengono sui principi non negoziabili, non discende dal credo religioso , ma dal diritto naturale , cioè dalla difesa della dignità della persona. Papa Francesco nella sua esortazione apostolica “Evangelii gaudium” ha indicato la vocazione missionaria della Chiesa nel mondo d’oggi come priorità .

Tale missione si dovrà esplicare verso le nuove e antiche povertà , verso le emarginazioni e le grandi sofferenze che pesano sull’uomo a seguito delle guerre e delle diseguaglianze economiche che generano inequità e violenza.

L’incontro con Hollande lo avrà posto anche di fronte alla missione che ha caratterizzato il papato di Benedetto XVI , cioè la lotta al relativismo che si è diffuso ampiamente nelle società occidentali ed in particolare in Europa e che anima fortemente l’impegno dei cattolici in Francia.
30/09/2013 [stampa]
La pseudo rivincita di Alberto Melloni
Alberto Melloni, da sempre sostenitore dello “spirito del Concilio” e convinto che il Vaticano Secondo fu una rivoluzione nella Chiesa, annuncia sulle colonne del Corriere della Sera del 28 settembre che, con il primo incontro del “ consilium “ dei cardinali, istituito da Papa Francesco, si misurerà “ ‘ la ’ questione del cattolicesimo romano dell’ultimo mezzo secolo: quella della collegialità “.

Pur lamentandosi che “ essi si adunano senza una bolla, una lettera, un’omelia che ne definisca lo statuto” , ritiene con certezza che la sua istituzione vada “ nella direzione della collegialità conciliare”.

La prosa conciliarista di Melloni arriva anche a definire un’anticipazione della valutazione storica sul nuovo Papa poiché sostiene che egli , con tale questione, “ scrive davvero la sua pagina di storia: quella che deciderà se Francesco vuole obbedire ora al Concilio, rinviare questa obbedienza o delegarla al suo successore”.

Quindi Melloni ritiene che il Vaticano Secondo decise di istituire la collegialità e che i Papi che si succedettero disobbedirono e , come afferma nella prima parte dell’articolo, si ebbero gli anni nei quali “ i disastri … avevano disgustato la Chiesa” .

Le cose si svolsero altrimenti .

In effetti il 29 ottobre del 1963 furono portate all’attenzione dei padri conciliari alcune questioni che furono votate ed approvate il giorno successivo e con le quali, in sintesi , come sottolinea Roberto De Mattei , veniva istituito “ un soggetto di diritto ignoto alla tradizione della Chiesa : il collegio episcopale nel suo insieme, a cui veniva attribuito il supremo potere nella chiesa” ( R. De Mattei, Il Concilio Vaticano II , Torino 2010, pag 343 ).

Ma poco più di un anno dopo, il 14 novembre del 1964, si aprì quella che venne definita dai progressisti “la settimana nera” del Concilio e due giorni dopo ci fu la solenne dichiarazione del Segretario generale che diede la svolta chiarificatrice: “ Questo è il momento più importante … Per ordine dell’Autorità Superiore viene comunicata ai Padri una nota di spiegazione previa agli emendamenti riguardanti il capitolo III dello schema De Ecclesia: la dottrina esposta in questo stesso capitolo III deve essere spiegata e capita secondo l’intenzione e il linguaggio della nota “.

Era la cosiddetta “Nota esplicativa previa” con la quale Paolo VI , affermando la sua autorità, interpretava e, soprattutto limitava e riduceva nel suo alveo, la proposta di collegialità, e in cui tra l’altro si affermava che “ quando si dice che i Vescovi ‘costituiscono un collegio’ non si deve pensare ad un collegio giuridico in cui tutti i vescovi , compreso il Papa, siano su di un piano di uguaglianza” ( R. De Mattei, cit. pag 238 ).

Annullata quella “collegialità” che nacque tra l’altro in un contesto teologico importante e che apriva anche all’idea di un ecumenismo dilagante, oggi Albero Melloni ritorna alla carica ritenendo che gli 8 cardinali chiamati a collaborare da Francesco su di un piano prevalentemente organizzativo della Chiesa, ed in particolare della Curia, significhi il ritorno a quella idea collegiale che il coraggio e l’autorità di Papa Montini fermò.

L’articolo di Alberto Melloni rientra in quel tentativo di interpretare Papa Bergoglio, secondo gli schemi culturali e teologici progressisti.

Si tratta di una forzatura sollecitata soprattutto dalla cultura laica ed alla quale si prestano gli storici e i teologi che hanno dovuto chinare il capo allora e nei lunghi anni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
18/09/2013 [stampa]
Papa Francesco: "cattolici immischiatevi in politica"
Nella omelia della Messa presso la casa Santa Marta di lunedì 16 settembre, Papa Francesco rilancia con maggior vigore l’invito ai cattolici, già formulato dal suo predecessore , di “immischiarsi in politica”.

L’introduzione è netta : chi ha compiti di governo “deve amare il suo popolo”. I palati fini della sinistra élitaria e radicale ravviserebbero una forma di “populismo”.

Poi richiama l’espressione di Paolo VI secondo la quale “la politica … è una delle forme più alte di carità”. Che dovrebbe rappresentare anche un dovere per i cattolici.

Rifiuta l’andazzo attuale e crescente di “parlare solo male della politica” e scende nei particolari: “ Tu senti il servizio della Tv e bastonano, bastonano; tu leggi il giornale e bastonano … sempre male , sempre contro ! “. E’ una critica neppure velata all’azione negativa dei media ed alla loro opera destabilizzante . Ne consegue che il cattolico dovrebbe porsi in un atteggiamento critico nei riguardi di molti media e non farsi plasmare da essi.

Dopo queste premesse, invita i cattolici a scendere in campo: “ se tante volte abbiamo sentito ‘ un buon cattolico non si immischia in politica’ questo non è vero, quella non è una buona strada”; ed esplicitamente : “un buon cattolico si immischi in politica, offrendo il meglio di sé, perché il governante possa governare”.

Qui ci sono due aspetti importanti da sottolineare: quello della partecipazione, dell’impegno politico militante, dal basso, - è questo il significato di “immischiarsi”- e quello del rispetto dell’autorità politica.

E la conclusione: “Diamo il meglio di noi, idee, suggerimenti, il meglio, ma soprattutto il meglio è la preghiera. Preghiamo per i governanti, perché ci governino bene perché portino la nostra patria, la nostra nazione avanti e anche il mondo, che ci sia la pace e il bene comune”.

Il Papa non rifiuta l’idea di patria e di nazione, cioè di quei valori naturali che sono consustanziali alla comunità degli uomini che non possono stare insieme solo come aggregato sociale o di convenienza economica, ma come ha avuto occasione di precisare in un’altra circostanza nella forma di “ popolo-nazione, un ‘ esperienza di vita in comune attorno a valori e princìpi, a una storia, a costumi, lingua, fede, cause e sogni condivisi”.

Non siamo molto ottimisti rispetto alle conseguenza di questo autorevole invito.

I danni che sono stati fatti dall’aver propagandato, a senso unico, un’idea negativa della politica ha allontanato soprattutto i giovani da un sano impegno in questo campo, come era avvenuto in Italia nei primi decenni del dopoguerra.

Le organizzazioni giovanili di allora erano presenti nelle scuole superiori e nelle Università, organizzavano reti associative e riviste politico culturali, dibattiti e confronti di alto spessore che attraevano migliaia di giovani .

Certo la politica e i partiti, da molti anni, hanno dato esempi molto negativi, provocando danni enormi poiché questo disimpegno ha ottenuto il risultato di consentire agli interessi economici e ai poteri delle grandi lobby di prevale sul bene comune, sull’interesse generale e le classi politiche hanno perso nerbo e ideali.

Anche gran parte dell’associazionismo cattolico si è ritirato dall’impegno politico per chiudersi in una posizione di testimonianza o di mero impegno sociale, privo di grande spessore. O si è piegato alle ideologie progressiste, non producendo più una cultura che richiamasse le giovani generazioni.

Assistemmo allora a organizzazioni cattoliche che recuperarono attraverso servizi agli studenti e con efficaci parole d’ordine , uno spazio determinante nelle università , sconfissero la sinistra che aveva soppiantato le organizzazioni di destra, dando vita a importanti giornali di impegno politico culturale.

Successivamente si gettarono corpo e anima nell’attività imprenditoriale, nelle “opere” , organizzando incontri annuali - “passerelle” istituzionali - privi di forza nell’indicare strade nuove per il Paese , non più in grado di “rompere” la cappa del “politicamente corretto” .

La sferzata di Francesco, speriamo che tocchi il cuore e l’animo delle nuove generazioni affinchè si apra una nuova stagione di idealità, di valori, di generoso disinteresse. Solo con questo “animus” può determinarsi una importante partecipazione politica e il formarsi di una nuova classe dirigente che si faccia largo in un deserto di indifferenza e poteri dominanti.

P. G.
10/07/2013 [stampa]
Papa Francesco a Lampedusa
Le tragedie dei migranti e le regole
Risolvere il problema dell’immigrazione significa anche affrontare la questione casa, il diritto di cittadinanza, alla scuola per migliaia di bambini, alla salute con l’utilizzo del welfare sul territorio italiano da parte degli stranieri. Al di là delle dispute politico-ideologiche sullo ius sanguinis o ius soli c’è una realtà: l’Italia è diventata un paese d’immigrazione.

L’emergenza continua. Nel solo mese di giugno oltre mille persone sono giunte sulle coste italiane con barche o gommoni di fortuna partiti dalla Libia. Si tratta spesso di eritrei, somali, siriani, curdi, afgani per lo più profughi in fuga da guerre o miseria. Dai paesi d’origine si ammassano sulle coste africane nella speranza di cogliere il momento opportuno per attraversare il Canale di Sicilia, consegnando a sfruttatori senza scrupoli gli ultimi risparmi di una vita di stenti.

L’ultima tragedia è stata raccontata da 95 superstiti che a bordo di un gommone sono approdati a Lampedusa il 16 giugno. Sette-dieci compagni di viaggio sono morti cadendo in mare sfiniti dopo ore aggrappati alla gabbia di allevamento dei tonni in mare aperto a 85 miglia a sud delle coste maltesi.

Niente di paragonabile a quanto accadde il 7 giugno 2008 quando morirono 27 immigrati dell’Africa sud-sahariana che erano riusciti a resistere per 3 giorni aggrappati ad una gabbia per tonni trainata da un peschereccio maltese.

Profondamente colpito dalle notizie e dalle immagini televisive di quegli uomini dai volti incavati dalla sofferenza e dalla paura, delle donne incinte e dei bambini Papa Francesco, figlio dell’emigrazione, ha compiuto il suo primo viaggio apostolico a Lampedusa per richiamare l’attenzione dell’Europa e del mondo intero sul dramma che vivono le popolazioni del Mediterraneo.

Nei primi sei mesi dell’anno sono annegati 40 immigrati. Negli ultimi 25 anni vi sono affocate ventimila persone, il più delle volte senza nome. Dall’inizio dell’anno sono arrivati in Italia 7.913 naufraghi, il doppio del 2012 e più della metà a Lampedusa, ponte tra l’Europa e il terzo mondo. Il Papa oltre alla messa nella parrocchia di San Gerlando ha lanciato a bordo di un peschereccio una corona di fiori per le vittime dei naufragi. “ Mai più morti in mare” ha osservato nell’omelia Papa Francesco. Un tema quello della sofferenza molto sentito dal Papa che già in aprile aveva richiamato la comunità internazionale a difendere la dignità umana troppo spesso calpestata proprio mentre si parla molto di diritti. L’impatto simbolo di vicinanza a chi soffre il Papa ha aggiunto il monito alla “ globalizzazione dell’indifferenza” e un richiamo al pentimento e alla responsabilità. Papa Francesco ha spiegato di “ aver sentito il dovere di venire qui a pregare per risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta”. Nessuno ha ripetuto il Pontefice può chiamarsi fuori dalle responsabilità.

Al tema dell’accoglienza e dell’assistenza si aggiunge quello della cittadinanza degli stranieri nati in Italia. Un argomento delicato da affrontare con prudenza e serenità e senza fughe in avanti come apparso in un primo momento in alcune dichiarazioni del Ministro Cecile Kyenge, d’origine congolese. L’orientamento che si fa strada è quello di dire “ no allo ius soli tout court ma via libera ad una terza via rispetto anche al semplice ius sanguinis che permetta di diventare italiani ai bimbi nati in Italia e che frequentano la scuola e parlano italiano.

Il problema immigrazione è uno di quelli argomenti che fanno molto discutere anche per i risvolti politici, economici, sociali e religiosi che si porta dietro.

Come negli Stati Uniti. La riforma dell’immigrazione dopo i primi passi al Senato Usa è considerata uno dei momenti verità del secondo mandato del presidente Barak Obama. La riforma ha un forte peso politico. Si tratta di legalizzare 11 milioni di clandestini, blindare le frontiere, vietare alle imprese di assumere in futuro lavoratori non autorizzati a risiedere negli Usa. Ispanici, asiatici, neri sorpasseranno i bianchi nel 2050. Già nelle ultime elezioni presidenziali hanno contribuito a far vincere il leader del partito democratico.

Ora Obama prova a regolamentare un flusso che potrebbe cambiare la società americana e il sistema di rappresentanza politica degli Usa.

In Italia il problema dell’emigrazione pur non rientrando tra le priorità dei partiti evidenzia una realtà che deve essere regolamentata sia per la presenza di vaste comunità straniere sia per il prevedibile aumento dei nati nei prossimi anni. La visita di Papa Francesco a Lampedusa non equivale alla legittimazione dei clandestini ma il suo gesto è destinato a segnare un passaggio. Rientra nella filosofia del nuovo Pontefice di una Chiesa che si schiera dalla parte dei poveri, di chi soffre e guarda negli occhi la sofferenza. D’altra parte Lampedusa non è un lager ma un luogo in cui lo Stato fa rispettare le leggi, anche internazionali, e si fa carico di trattamenti umanitari. No cioè ad una accoglienza illimitata e senza condizioni perché anche il bene ha le sue regole e bisogna rispettarle ma no anche all’indifferenza per le sofferenze dell’altro conseguenza della cultura del benessere che porta a pensare a noi stessi e ci rende insensibili alle grida degli altri bisognosi.

E’ compito, comunque, della politica dare risposte adeguate ai problemi della gente e della società.

( smen)
20/05/2013 [stampa]
Francesco non e' un "Papa ideologicamente progressista"
L’esito del conclave e l’elezione di Bergoglio sono stati una sorpresa .

In fondo il carattere di questo nuovo Pontefice non era conosciuto sufficientemente dai media, tanto è vero che, nelle previsioni della vigilia, anche il più diffuso quotidiano italiano nell’indicare i dieci “papabili” non aveva inserito il nome del Cardinale sudamericano. Solo Vittorio Messori, sempre attento ad analizzare e difendere i grandi temi della devozione popolare, aveva pensato a questo possibile esito del Conclave.

L’elezione del successore di Benedetto XVI, agli inizi aveva suscitato l’idea che si fosse di fronte ad una svolta della Chiesa, una ripresa dello spirito conciliare dopo gli anni della “restaurazione” ratzingeriana.

La frase di Papa Bergoglio nell’incontro con i mass media del 15 marzo: “come vorrei una Chiesa povera e per i poveri” ha suscitato l’idea che ci si trovi di fronte ad un “cambio di passo” che precluda ad una agenda nella quale trovino soluzione quei temi ( “collegialità, unità, povertà” ) evocati da Alberto Melloni secondo il quale richiederebbero anche un nuovo Concilio “come il cardinal Martini auspicò nel 1999” ( Le dieci cose che farà Francesco o un altro papa dopo di lui. Limes n. 3/2013 ).

Volendo evitare ogni interpretazione strumentale e accantonando la tentazione di leggere nei primi gesti di Francesco più di quanto essi possano esprimere, può essere , invece, interessante risalire alle parole di Bergoglio cardinale, pronunciate in alcune differenti occasioni e su temi significativi.

Nelle riflessioni con Abraham Skorka , rettore del Seminario rabbinico della capitale argentina, Bergoglio afferma: “la globalizzazione che crea uniformazione è essenzialmente imperialista e strumentalmente liberale, ma non è umana. In estrema sintesi , è un modo di rendere schiavi i popoli”. “ Bisogna salvaguardare - continua – la diversità all’interno dell’unità armonica dell’umanità”.

Il punto da affermare, secondo Bergoglio , è l’identità. “ Qui in Argentina si parla spesso di ‘crogiolo di razze’ “, e continua, “ Se si intende questa espressione in senso poetico , va bene. Se invece la si interpreta come una fusione di popoli , c’è qualcosa che non funziona: un popolo deve mantenere la sua identità e, nel contempo, integrarsi armoniosamente con gli altri”.

Anche sul tema del denaro Bergoglio si esprime con coraggio nella difesa di una economia che non sia di sfruttamento: “Il cristianesimo condanna con la stessa forza il comunismo e il capitalismo selvaggio. Esiste una proprietà privata , ma deve esserci anche l’ obbligo di socializzarla entro parametri equi. Un esempio chiaro di ciò che accade oggi è la fuga di capitali all’estero. Anche il denaro ha una patria, e chi sfrutta un’industria all’interno del Paese e poi porta via il guadagno, per custodirlo all’estero commette un peccato, perché così facendo non onora il Paese che gli dà questa ricchezza, né il popolo che lavora per produrla”.

Sui temi dei principi non negoziabili Bergoglio ha dato una testimonianza di una chiarezza eccezionale. Resta memorabile la sua lettera inviata ai quattro monasteri carmelitani di Buenos Aires in occasione del voto al Senato della Repubblica argentina sulla proposta di legge intesa a legalizzare il matrimonio e le adozioni omosessuali.

Così scriveva il cardinale il 22 giugno del 2010: “ E’ in gioco qui la sopravvivenza della famiglia: padre, madre e figli. E’ in gioco la vita di molti bambini che saranno discriminati in anticipo e privati della loro maturazione umana che Dio ha voluto avvenga con un padre e una madre. E’ in gioco il rifiuto totale della legge di Dio , incisa anche nei nostri cuori”.

E’ interessante questo riferimento alla legge naturale un tema che la teologia progressista ha accantonato e combattuto e che soprattutto con gli interventi di Ratzinger alla Congregazione della dottrina della Fede e come Pontefice è stata pienamente riproposta.

L’esortazione di quella lettera è straordinariamente forte: “Non siamo ingenui: questa non è semplicemente una lotta politica, ma è un tentativo distruttivo del disegno di Dio. Non è solo un disegno di legge … ma è una “mossa” del padre della menzogna che cerca di confondere e d’ingannare i figli di Dio”.

La lettera chiude con una esortazione ed un ringraziamento : “Questa guerra non è vostra, ma di Dio”; “Grazie per quanto farete in questa lotta per la Patria”.

In occasione dell’inizio dei festeggiamenti per i 200 anni dell’indipendenza dell’Argentina, il 16 ottobre del 2010 il Cardinale Bergoglio tenne un discorso memorabile nel quale collegò la costruzione storica di un popolo alla realizzazione del bene comune e nel rifiuto di ogni forma di individualismo, nella vocazione a realizzare un progetto di sviluppo integrale .

Di grande interesse questa visione di una storia che si identifica con”un popolo in cammino”: “La storia la costruiscono le generazioni che si succedono nell’ambito di un popolo in cammino. Per questo ogni sforzo individuale – per quanto prezioso -, ogni tappa di governo che si avvicenda – per quanto significativa possa essere stata – e gli avvenimenti e i processi storici che nel tempo forgiano la storia di un popolo – portatore di vita e di cultura – non sono altro che parti di un tutto complesso e diverso che interagisce nel tempo : un popolo che lotta per vivere con dignità”.

Da queste significative prese di posizione riteniamo che Papa Francesco, nella sua straordinaria specificità, si ricolleghi con le linee dei suoi più recenti predecessori, senza che avvenga quanto auspicano alcuni suggeritori interessati.

Anche un attento osservatore della Chiesa come Sandro Magister, recentemente, ha messo in guardia coloro che , come il brasiliano Leonardo Boff, hanno pensato che, con il nuovo Papa, si sia usciti “da un inverno rigido e tenebroso”.

“ In realtà c’è un abisso tra la visione dei teologi latinoamericani della liberazione e la visione di questo papa argentino”, ha scritto su L’Espresso del 23 maggio. Nel tratteggiare la visione di Bergoglio sottolinea che per il nuovo pontefice “l’insidia più temibile ( è ) in ciò che chiama ‘un progressismo adolescenziale’, un entusiasmo per il progresso che in realtà si ritorce – dice – contro i popoli e le nazioni , contro la loro identità cattolica, ‘in stretto rapporto con una concezione dello Stato che è in larga misura un laicismo militante ‘ “ .

b Anche Andrea Riccardi ha ritenuto di interpretare in tal modo l’avvento di Papa Bergoglio. Nell’intervista del già citato Limes ha sottolineato : “La Chiesa non può essere una internazionale astratta , una sorta di ONU della fede. Questa istituzione, che pure si vuole universale, deve conservare una sua idea fondativa e tale è quella datale dalla Chiesa di Roma. Era il disegno di Giovanni Paolo II ed è il disegno di Francesco … Egli ha una forma mentis profondamente conciliare il dialogo e l’incontro configurano un pilastro della sua esperienza umana e spirituale. Tuttavia non lo definirei un papa teologicamente progressista”.

di Pietro Giubilo
15/02/2013 [stampa]
L’ultima lezione di Papa Ratzinger ai “suoi” preti romani
Dietro la pacatezza del docente c’era la forte emozione del padre nelle parole pronunciate dal Pontefice, ancora regnante, al clero romano. “Pur se mi ritiro in preghiera – ha iniziato il suo discorso rivolto ai preti che in questi anni ha seguito con particolare attenzione perché sacerdoti della “sua” diocesi – so che voi sarete vicini a me anche se per il mondo sarò nascosto”. Ma non può limitarsi ad un commiato affettuoso un genitore che lascia i figli. Ha voluto impartire l’ultima lezione e l’estremo monito tornando sul tema tanto dibattuto, sulle questioni tanto controverse affrontate al Concilio Vaticano II. E ancora una volta, pur confermando l’interpretazione che concede la massima apertura alla speranza legata a una fede forte e ad una carità ardente, si è proposto di offrire una base di incontro tra apologeti, non sempre disinteressati, del Concilio ed i perplessi da non confondere con i denigratori che si pongono automaticamente con le loro argomentazioni fuori della comunione fraterna. Scopo del Concilio – ha puntualizzato Joseph Ratzinger – era di rinnovare nella Chiesa quell’afflato apostolico che solo permette un contatto operoso e spiritualmente produttivo con le forze migliori del mondo moderno. Dunque, non affievolimento delle nostre certezze, non patto di coesistenza senza leale chiarezza, non smania di proselitismo, ma riferimento alla volontà di Dio che chiede solidarietà agli uomini di rette intenzioni davanti alle tremende prove del tempo. Il Concilio – è il giudizio di Benedetto XVI – ha assolto il suo compito non venendo meno ai principi, ma ascoltando anche i lontani di buona volontà. E non si è limitato ad una panoramica della realtà odierna, ma ha affrontato i temi più scottanti iniziando dalla liturgia alla quale si desiderava indicare nuove strade che permettessero il primato dell’adorazione: traguardo cui mira ogni cristiano consapevole. Il Papa non ignora, però, che questa intenzione dei padri conciliari è stata fraintesa con la conseguenza che un “aggiornamento” disordinato e frastornante si è sostituito ad un convinto approfondimento. Naturalmente il problema della liturgia è strettamente congiunto all’esigenza di un ritorno alla riflessione sulla natura della Chiesa definita con intelligenza ispirata da Pio XII: “Corpo mistico di Cristo” che si manifesta attraverso il popolo di Dio, fedele custode d’una tradizione che chiede di essere mantenuta e arricchita. In piena comunione con Cristo che assicura l’amore del Padre e l’assistenza delle Spirito Santo. Il Concilio – ha proseguito Benedetto XVI – ha inoltre dato una risposta ai quesiti concernenti la libertà religiosa e l’ecumenismo. Anche in tale campo il Papa ritiene che il Concilio abbia dato risposte esaurienti con le sue riflessioni sul passato e sulla necessità di prendere le distanze da ciò che contrasta la missione della Chiesa. Il discorso è ugualmente valido anche per il rapporto con le altre religioni verso le quali la Chiesa è disponibile al dialogo, ma a non negoziare sui principi e sui conseguenti valori. Un discorso come quello odierno di Papa Ratzinger non si lascia archiviare con poche righe di commento. Va meditato e assimilato perché aiuti ogni credente a raggiungere l’integrità spirituale e l’armonia interiore senza le quali non è possibile la quotidiana testimonianza del cristiano. Infine, ha rivolto ai sacerdoti romani l’invito a non cedere al pessimismo e a non comportarsi come i “media” che hanno provocato con le loro malevole corrispondenze “tante calamità, miserie, seminari e conventi chiusi”. E qui la mente dell’ascoltatore non indifferente al dramma delle coscienze lacerate dai suggerimenti di cattivi maestri, è andata, non soltanto ai giornalisti disinformatori, ma anche ai Dossetti di ieri e di oggi, santificati da tutti i canali di comunicazione per il loro sordo accanimento nell’ostacolare il ritorno ad una fraterna compattezza ecclesiale.

Non temete, è stato il saluto del Pontefice. Alla fine sarà il Signore a vincere.

da http://lapievedelricusante.wordpress.com

di Fausto Belfiori
13/02/2013 [stampa]
Lunga vita a Benedetto XVI
Non ha ceduto il grande combattente nella lotta contro la “dittatura del relativismo”, il sostenitore della coerenza nella fede, il propugnatore della fermezza apostolica. Non ha ceduto nonostante gli intrighi, i misfatti, i cedimenti dottrinali e morali, le resistenze di parrocchie diocesi e conferenze episcopali, pronunciamenti di fazioni curiali.

La malevolenza clericale, non meno di quella laicista, si è spinta a proporre un impossibile confronto tra Woytjla e Ratzinger. Ma ci si è dimenticati di dire che Giovanni Paolo II non si è trovato mai solo perché ha avuto sempre al suo fianco il cardinale teologo pronto ad assisterlo costantemente con il suo amore e la sua sapienza.

Saranno lo stesso coraggio e la stessa umiltà che hanno accompagnato Benedetto XVI nel prendere la grave decisione a sostenerlo in futuro nel raccoglimento della meditazione, dello studio e della preghiera: le tre virtù che servono più che mai all’apostolo in questo triste e tristo tempo.

Lunga vita a Benedetto XVI, speranza dei credenti vivificati dallo spirito ecclesiale.

da http://lapievedelricusante.wordpress.com

di Fausto Belfiori
14/01/2013 [stampa]
Si sta smontando il “golpe” dei cattolci “adulti”.
La “delusione” del Vaticano sulla “salita in campo” del premier è ormai palpabile.

Abbandonati i toni trionfalistici usati nei giorni precedenti la decisione di Monti, anche l’Avvenire ora riscopre un atteggiamento più sobrio e meno appiattito sul Professore.

La levata di scudi di due tra le personalità più importanti della Chiesa come Mons. Negri e Mons. Fisichella, nelle interviste a La Stampa del 2 e 3 gennaio, hanno ricondotto la questione nel suo più proprio alveo, quello sintetizzato dal Ministro per la Nuova Evangelizzazione che ha sottolineato come non vi sia “nessun appoggio a Monti poiché i cattolici sono in tutti i partiti”.

Il Corriere della Sera , in qualche modo “ispirato” aveva rilevato già l’ultimo giorno del 2012 che nonostante le “preoccupazioni “ del Cardinale Bagnasco espresse a Ricccardi sulla mancanza nell’Agenda del premier dei “temi sensibili o valori non negoziabili” non si era approdato a nulla in quanto il premier era risultato indisponibile a inserire tali valori nel programma di governo , lasciandoli al livello della libera espressione della coscienza individuale. Ed aveva segnalato il significativo “silenzio”del Cardinale Scola.

Questi passaggi molto interessanti hanno gettato luce sul tentativo , riuscito solo parzialmente, di far ritornare la posizione dei cattolici in politica a quella pre Ruini e pre Ratzinger e soprattutto, in termini formali, a prima del documento sull’impegno politico dei cattolici elaborato dalla Congregazione della Dottrina della Chiesa del novembre 2002.

I cattolici “adulti” si sentono svincolati da queste indicazioni e ritengono che si possa collaborare ai programmi di quelle forze politiche che sono dichiaratamente in contrasto con i valori non negoziabili .

Tradotto in termini politici l’obbiettivo con il quale Riccardi e Oliverio sono entrati nel partito di Monti e nel rassemblement centrista è quello di creare le condizioni per un sinistra centro, non fermandosi di fronte alla dura realtà di un partito PD nel quale i cattolici sono solo materiale da museo, ormai strettamente alleato con SEL e, quindi, impegnato sul fronte dei cosiddetti “diritti civili” che sono l’opposto di quei “diritti naturali” cardine dell’impegno dei cattolici.

Questo nuovo “intreccio” tra sinistra a cattolici non possiede neppure quell’ alto spessore culturale che caratterizzò la stagione dossettiana. Appare unicamente un intreccio di potere nel momento nel quale la politica si sta piegando ai grandi interessi veicolati dall’economia finanziaria .

Su “Cronache sociali” La Pira scriveva, in tempi lontani, che i politici cattolici dovevano ascoltare la voce della “ povera gente”, oggi questi cattolici si vanno sintonizzando sugli interessi della grande finanza.

Non a caso , invece, pochi giorni fa, Benedetto XVI, consapevole e attento ai grandi scenari internazionali, ha raccomandato di “non rassegnarsi allo spread del benessere sociale, mentre si combatte quello della finanza”.
04/09/2012 [stampa]
L’anima di Carlo Maria Martini.
Nell’intervista a l’ Avvenire del 1 settembre il Cardinale Ruini tratteggia un ricordo di Carlo Maria Martini ex Arcivescovo di Milano, “figlio della Compagnia di Gesù , … poi figlio del Concilio e culturalmente dell’Università Gregoriana e del Pontificio Istituto Biblico”.

Non disdegna, nelle parole di grande apprezzamento, la distinzione rispetto alle “posizioni chiaramente lontane dalle sue”, “all’interno del Consiglio permanente della CEI”, sottolineando che le linee della CEI sono, comunque anche quelle “del magistero pontificio e hanno una profonda radice antropologica”.

Antonio Socci il giorno successivo su “Libero” ha ricordato gli incensamenti dai mass media “più anticattolici e ostili a Gesù Cristo e alla sua Chiesa”.

E non a caso si è arrivati in questi giorni da parte di alcuni giornali ad una vera e propria manipolazione con la quale, sulla base di un presunto rifiuto di accanimento terapeutico, si è lasciato intendere una sorta di disponibilità del Cardinale verso la dolce morte.

Monsignor Sgreccia ha chiarito il senso del rifiuto dell’accanimento terapeutico e la sua netta distinzione da ogni idea di eutanasia .

Anche Ruini ha voluto rendere chiarezza proprio su questo punto collegandosi alle parole di Martini “riappacificato con la morte”. Con la morte il cristiano compie un “affidamento totale”, e “in Lui si concentra nell’ultima ora la speranza dell’uomo”.

Il cristianesimo infatti non cerca l’annullamento nella morte con l’autanasia, ma conserva fino all’ultimo la speranza e nell’Ave Maria dice “ prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte”.

Queste parole andavano dette per respingere ogni strumentalizzazione.

La riflessione su Martini non può non ricordare quello che Socci ed altri hanno ricordato: la prefazione al libro del 2008 di Vito Mancuso “L’anima e il suo destino”.

Quella lettera-prefazione con la quale il Cardinale Martini invitava a leggere il testo, venne criticata anche da La Civiltà Cattolica.

Nel libro di Mancuso, infatti, si demoliva la concezione cattolica tradizionale dell’anima per sostituirla, come scrisse Gianni Baget Bozzo su Studi Cattolici nel maggio 2008, con la teoria che il “ bene è radicalmente impersonale” e quella della “ transizione all’interno dell’Energia verso l’idea del Bene” .

Era, in sintesi, come ci diceva a voce il teologo genovese un’idea di “Anima-Energia”, aggiungendo, perplesso, come disse anche ad Amicone : “ E Martini scrive una prefazione a un libro così?”.

Ma, crediamo noi, sarà l’anima della persona Carlo Maria Martini , e non la finalizzazione dell’Energia all’Idea del Bene, che si presenterà al cospetto del Signore ed alla sua infinita Bontà per essere accolta.
05/06/2012 [stampa]
Un grande papa a Milano.
Nella generale confusione di idee che accompagna la crisi politica ed economica dell’Italia, l’evento della visita di Benedetto XVI a Milano rappresenta un grande fatto comunitario destinato ad indicare una via per la “tenuta” del Paese.

Come sempre le parole del Papa sono chiare e coraggiose, rispetto alle tendenza della cultura e delle sollecitazioni relativiste.

La ricostruzione deve nascere, innanzitutto, dal cuore dell’uomo e il Papa ricorda il fondamento della legge naturale e poi le grandi questioni: ”la libertà di educazione per il bene comune dell’intera società”, il diritto alla vita “ di cui non può mai essere consentita la soppressione”, la difesa della famiglia “fondata sul matrimonio e aperta alla vita”.

Benedetto XVI non rinuncia a indicare anche i compiti della politica :“il tempo di crisi che stiamo attraversando - sottolinea Ratzinger – ha bisogno oltre che di coraggiose scelte tecnico-politiche , di gratuità, di misericordia , di comunione” e , rivolto ai politici “la ragione che vi muove non può che essere la volontà di dedicarvi al bene dei cittadini”, poiché, ricordando le parole di Paolo VI, “la politica è profondamente nobilitata, diventando un’elevata forma di carità”.

E, ancora “i partiti non devono promettere ciò che non possono realizzare, non cerchino solo voti per sé ma siano responsabili del bene di tutti”.

Politica e verità, secondo le parole del Papa, non solo per contrastare le spinte demagogiche e protestatarie, ma per dare ad essa radici forti di valori e di principi.

Un elevato concetto di politica significa, per Benedetto XVI, sia invitare le nuove classi politiche verso una consapevolezza più alta, sia, nei frangenti attuali, contrastare quel concetto della politica al servizio degli interessi finanziari o non in grado di limitarli o ricondurli al bene dell’uomo e di una economia di sviluppo .

La partecipazione gli eventi è stata immensa ed ha testimoniato il grande e consapevole consenso che questo Papa “scomodo” riceve nel popolo nonostante i tentativi di laicizzazione delle masse portati avanti da mass media e cultura neoilluminista.

In tutte le manifestazioni il Papa ha avuto al suo fianco il Segretario di Stato.

Anche questa è stata un’autorevole espressione di fermezza e di saldezza istituzionale.

Qualcuno ha sottolineato come si sia trattato di una presenza insolita in quanto il Segretario di Stato “accompagna il Papa nei suoi viaggi all’estero”, ma l’averlo voluto vicino a Milano costituisce una risposta eloquente a coloro che, attraverso la ridda di voci e indiscrezioni, hanno tentato di aprire varchi nella compattezza ecclesiale.

La grande manifestazione per la famiglia sigilla per l’oggi e per il futuro , con tutto il significato che questo comporta, una Milano ratzingeriana che volta pagina rispetto alla Milano del Cardinale Martini che si era protratta per tutta la gestione di Tettamanzi.

Il Cardinale Angelo Scola è al centro di questa nuova fase e a lui fanno riferimento coloro che sono , come spiega il vaticanista Sandro Magister, “molto decisi nell’affermare la presenza della Chiesa cattolica nella società, senza compromessi, né annacquamenti”.

Le grandi indicazioni teologiche del Papa, poi, hanno spuntato le armi alle posizioni progressiste più virulente, coinvolgendo ad unità anche coloro che , coerenti con il pensiero di Ratzinger, puntano su di un’ampia collaborazione con i laici.

La scomposta ed arrogante pubblicistica anticlericale di questi giorni che ha riprodotto i più vieti stereotipi per tentare di condizionare Benedetto XVI, ha mostrato non solo la virulenza di queste tesi ideologiche, giacobine e assolutiste, ma anche la banalità di una visione disperata dell’uomo che non è in grado di dare quelle risposte e quelle certezze che, invece, il Papa ha offerto ai milanesi e a tutto il popolo cristiano.
30/05/2012 [stampa]
La missione di Benedetto XVI.
Ha ragione Marcello Veneziani che su Il Giornale del 29 maggio definisce Papa Benedetto XVI “una figura tragica e solitaria” che intendeva sfidare “il nichilismo” e “misurarsi con l’ateismo pratico dell’Occidente”.

Non vi è dubbio che le vicende e le “storie miserabili” che coinvolgono l’interno del Vaticano tentino di scalfire la prestigiosa figura di colui che qualcuno pensava fosse un “Pontefice di transizione” , ma che, invece, si è rivelato come il ricostruttore della dottrina cattolica .

La spiegazione di questo muro che si sta innalzando verso il Papa la troviamo proprio comprendendo i suoi grandi obbiettivi: dal contrasto al relativismo per la riaffermazione di un cristianesimo di verità “per i molti” anche se non “per tutti”, al grande disegno ecumenico verso la Chiesa Ortodossa come base della grande “casa comune europea”; dall’accoglimento degli ex anglicani nella Chiesa cattolica lasciando al solo confronto culturale quello con i protestanti, al ritorno dei fratelli separati di Econe , credenti a tutti gli effetti; dall’attacco ai “capitali anonimi che schiavizzano l’uomo”, fino all’omaggio nella terra dei Cristeros ricordando “la incomparabile dignità di ogni persona umana, creata da Dio , e che nessun potere ha il diritto di dimenticare o di disprezzare ( che) si manifesta in modo eminente nel diritto fondamentale alla libertà religiosa, nel suo più genuino significato e nella sua piena integrità”.

Non crediamo ai “complotti” anche quando tanti segni sembrerebbero dimostrane la presenza.

E non c’è dubbio che i protagonisti delle fughe non siano circoscrivibili al solo interno delle strutture ecclesiali.

Non cediamo, però, alla pigrizia intellettuale che vorrebbe risolvere tutto nell’azione di qualche “loggia” ,che, tuttavia, ci potrebbe anche essere, ma scorgiamo nei fatti la dura reazione di quella realtà che teme la forza di un cristianesimo non inginocchiato di fronte al mondo. Giuliano Ferrara ha esortato Benedetto XVI a dimettersi, non per rinunciare, ma per continuare l’opera di rinnovamento, un appello per non «lasciarsi imporre la cosiddetta democratizzazione» attraverso la quale il mondo vorrebbe « annullare il carattere ieratico, sacrale» della Chiesa e far trionfare «la sindrome antireligiosa che pervade la terra da almeno due secoli se non di più» .

In fondo il direttore del Foglio , certamente animato da una grande ammirazione per il Pontefice, in qualche modo, applica le categorie della logica politica alle vicende della cattedra di Pietro.

Ha , paradossalmente, un illustre predecessore in quel Giuseppe Dossetti il “monaco principe” che, come segretario del Cardinal Lercaro, operò nel Concilio Vaticano II con l’esperienza che aveva acquisito nella Democrazia Cristiana e collaborò all’affermazione della logica dei teologi rispetto alle tesi della Curia romana.

Ma era un Concilio neppure dottrinale , mentre sulla scelta del Papa opera lo Spirito Santo che, siamo certi, consentirà a Benedetto XVI di continuare e completare la sua missione per quale venne eletto .

Una scelta contrastata dai “progressisti” che per qualche votazione sostennero un’altra candidatura e che , forse, oggi, pensano di preparare una rivincita.
29/03/2012 [stampa]
Benedetto XVI in Messico e a Cuba e la forza del cristianesimo per la liberta’ nell’ordine civile.
La visita del Papa in Messico e a Cuba non manca di offrire un messaggio non solo di fede, ma anche di alto valore storico e civile.

Benedetto XVI è atterrato all’aeroporto di Guanajuato nella regione del Leon che, insieme a quella di Guadalajara ( Jalisco ) rappresentò l’area dove più forte fu la resistenza dei cattolici contro le riforme e la Costituzione che dal 5 febbraio 1917 aprì una forte persecuzione verso i cristiani.

Una Costituzione che , come è descritto nella Enciclopedia Cattolica non riconosceva alcuna personalità giuridica alla Chiesa, proibiva alla Chiesa e ai religiosi di fondare scuole primarie, negava alla Chiesa e alle Congregazioni religiose il diritto di possedere acquistare o amministrare direttamente o indirettamente beni immobili , prevedeva l’incamerazione di tutti i beni ecclesiastici, privava i sacerdoti dei diritti politici, proibiva gli ordini monastici .

Nacque da questa esclusione la rivolta dei cristeros ( l’Avvenire lo ricorda con una pagina del 27 marzo 2012 ) e da queste terre del centro occidentale del Messico vennero alcuni dei suoi più prestigiosi capi militari.

Papa Pio XI con due encicliche il 18 novembre del 1926 ( “Iniquis afflictisque” ) e il 29 settembre del 1932 ( “Acerba animi”) richiamò l’attenzione del mondo sulla terribile situazione del Messico.

Quella lotta del popolo cattolico messicano fu una lotta di libertà.

Come ha scritto Gianni Baget Bozzo che “ai martiri cristiani del Cristo Re , primizia di un nuovo tempo” ha dedicato il suo primo libro ( “ Il cristianesimo nell’età post moderna “ Torino 1962 ) furono “la prima testimonianza resa dai cristiani dell’età postmoderna, da coloro che hanno compreso che la lotta decisiva della fede contro l’ateismo si combatte nell’ordine civile “.

Il Messico di oggi non è quello che eliminò le libertà dei cristiani. Come ha riportato l’Osservatore romano del 28 febbraio 2012 i vescovi del Paese riconoscono che “in Messico abbiamo superato la visione totalmente restrittiva e praticamente persecutoria della libertà religiosa contenuta nella formulazione della costituzione del 1917”, anche se , aggiungono i vescovi “non si è ancora compiuto il passo decisivo verso la piena normalità del rispetto della libertà riconoscendo il diritto dei cittadini a vivere conformemente ai propri principi religiosi anche nelle scelte sociali e politiche secondo la libertà di opinione e di coscienza”.

E Benedetto XVI ha colto questa esigenza e nel discorso per la cerimonia di benvenuto all’aeroporto ne ha fatto un motivo anche universale richiamando “la incomparabile dignità di ogni persona umana, creata da Dio , e che nessun potere ha il diritto di dimenticare o di disprezzare . Questa dignità si manifesta in modo eminente nel diritto fondamentale alla libertà religiosa, nel suo più genuino significato e nella sua piena integrità”.

Anche il viaggio a Cuba appare in sintonia con un messaggio “civile”.

“ Il primo atto è sempre annunciare dio - ha detto il Papa a Cuba – e così e solo così che si smaschera il male , si supera in politica la schizofrenia tra etica individuale e etica pubblica e si costruisce una società fraterna e giusta”.

Non ha mancato di riaffermare che “Oggi è evidente che l’ideologia marxista così com’era concepita non risponde più alla realtà, così devono essere creati nuovi modelli con pazienza e in modo costruttivo…”.

Una fede che difende la libertà nell’ordine civile, come appare con chiarezza nel messaggio di Benedetto XVI è forse la ragione più forte che spinge alla persecuzione dei cristiani.

E il tempo nel quale i cristiani debbono prenderne consapevolezza.
14/02/2012 [stampa]
“Complotto” contro il Papa ?
E’ assai difficile districarsi nelle notizie e nei retroscena che stanno emergendo dal Vaticano e che trovano un’ampia risonanza e diffusione nelle testate giornalistiche.

Non manca anche una connotazione laicista che tenta di descrivere la sede papale come luogo di “intrighi” , un “formicaio caotico” ed un “gioco al massacro”, come tratteggia Massimo Franco sul Corriere della Sera dell’ 11 febbraio.

Che ci sia un addensarsi di argomenti che tentano di offuscare l’immagine della Chiesa è già evidente dai tanti fronti aperti negli ultimi anni e, diremmo, in coincidenza con l’insediamento di Benedetto XVI.

Non sono valse le attenzioni di questo straordinario Pontefice nei riguardi delle “piaga” della pedofilia o la volontà di dialogo con gli ebrei a risparmiargli attacchi su questi argomenti, fino a tentare di accusarlo di “tiepidezza”.

Si dirà che molte delle notizie che escono sui giornali provengono dallo stesso ambito ecclesiale, ma è evidente che esista una correlazione tra chi offre la notizia e chi intende pubblicarla.

C’è qualcosa che agisce anche dall’esterno per inquinare l’ambito ecclesiale.

L’editorialista del Corriere getta nel suo “retroscena” una notazione quasi banale, ma che può costituire una chiave di lettura : “Si tratta di comportamenti non inusuali in un papato considerato nella fase finale… ma la considerazione appare riduttiva”.

Forse è questo il punto, ma non nel senso della successione e del nuovo Pontefice.

La questione vera è rappresentata dalla continuità o meno dell’opera svolta da Ratzinger di limitare i danni della nuova teologia e del rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno.

Detto in altri termini, Benedetto XVI ha voluto innestare nella tradizione della Chiesa la svolta del Concilio Vaticano secondo, interrompendo un indirizzo stravolgente e rivoluzionario che teologi, mass media e interessi avevano tentato di definire come un “nuovo inizio”.

E sono significative , in questo senso, le parole con le quali , sempre e immancabilmente, il Corriere della Sera del 13 febbraio introduce l’intervista al cardinal Kasper, tratte dal suo ultimo libro: “ Una nuova partenza è possibile solo se , in modo simile a come è accaduto per il movimento che condusse al Vaticano II, concorrono insieme tre cose: un rinnovamento spirituale alimentato dalla fonti, una solida riflessione teologica e una mentalità ecclesiale”.

E’ evidente , quindi, che il tema reale che, simbolicamente, il presunto e discusso documento del Cardinale Dario Castrillon Hoyo sulla morte del Papa, ha denunciato è forse non la morte fisica di Benedetto XVI sulla quale veglia e decide il Signore, ma è la fine del grande inquadramento dottrinario e del ritorno alla verità che Ratzinger ha riconsegnato alla Chiesa cattolica e che troppi interessi vorrebbero annullare.

Vittorio Messori sempre sul Corriere lo ricorda: “ La Chiesa, papa Benedetto ne è certo, ha da fare essa pure una conquista, anzi una riconquista: quella della fede nella storicità dei Vangeli, nel Dio che si è incarnato in una donna, in un Gesù che risorgendo ha mostrato di essere il Cristo”.
13/01/2012 [stampa]
Il corriere prende di mira Bertone.
A pensar male l’intenzione con la quale Massimo Franco attacca pesantemente il Cardinal Bertone sul Corriere della Sera del 12 gennaio ( “Il potere di Bertone e la fronda dei vescovi”) è, in fondo la stessa con la quale aveva scritto il capitolo “Italia, cattolici senza politica” del suo libro “C’era una volta un Vaticano” uscito nell’ottobre del 2010.

Tra le tradizionali motivazioni del contrasto tra la CEI e la Segretaria di Stato o le gelosie di potere che, comunque, ristagnano anche nei sacri palazzi, negli ultimi mesi è tornata ad affacciarsi la questione del “ruolo politico”.

Il Cardinale Bagnasco ha ispirato una iniziativa per ridare una identità ai cattolici, sottolineando, peraltro, i caratteri che il Papa ha sempre richiamato e cioè la necessità di confermare la linea dei valori non negoziabili.

Tuttavia intorno a questa esigenza si sono mosse altre intenzioni che sono pesantemente scese in campo con il peso dello spazio che la nuova compagine governativa ha offerto a esponenti cattolici.

Il giornale della borghesia industriale, a forti tinte laiciste, si è tuffato nell’operazione con l’idea di sostenere la costituzione di un partito che risolva appunto il problema dei “cattolici senza casa” come ha scritto nel suo libro Massimo Franco.

Ma quale casa ?

Quella sostanzialmente improntata al vecchio equivoco della DC, cioè di un partito autonomo dalla linea della Chiesa , soprattutto dalla linea antirelativista di Benedetto XVI, ma pienamente permeabile alle posizioni dei Vescovi progressisti e dal loro seguito associativo.

Questa “casa” dovrebbe accogliere quel voto cattolico che si era rivolto alla PDL e, in parte alla stessa Lega, ma, come era per la DC nella quale i moderati pur in maggioranza erano compressi dalle posizioni della sinistra, avrebbe una conduzione a forte connotazione di apertura alla cultura laica .

Il personaggio ideale per questa operazione è stato individuato dal Corriere nel Ministro Riccardi anche se sullo sfondo alcuni auspicano un ruolo analogo dell’altro Ministro Passera.

Tra i due personaggi ci sono alcune differenze: il Ministro per l’integrazione possiede un connotato più marcatamente culturale , il Ministro per l’Economia presenta più sfaccettature che del resto hanno caratterizzato il suo ruolo imprenditoriale avendo “servito” sia De Benedetti che Berlusconi.

Per tornare all’articolo di Massimo Franco, esso oltre che dilungarsi su alcune malevole considerazioni su aspetti di carattere finanziario , si concentra, soprattutto, sulle critiche nei riguardi delle ultime nomine dei cardinali che rappresenterebbero un rafforzamento delle posizioni degli italiani e della Curia nell’ambito del collegio “senatoriale” del Vaticano.

Al giornale di via solferino sfugge dal cuore, a proposito delle nomine, una notazione e cioè che “E’ difficile dire quanto pesino su giudizi così duri la delusione degli esclusi o i contrasti per il primato in Italia tra CEI e Bertone”.

E’ evidente che un peso maggiore della Segreteria di Stato e della Curia contribuirebbe a ridurre l’influenza dei vescovi che si ispirano a posizioni aperturiste, sostenitrici del post ruinismo e, quindi, di un nuovo centro sinistra.
05/12/2011 [stampa]
Processo Padovese in Turchia , assente la parte civile.
Sono molto interessanti le notizie, ignorate dalla gran parte della stampa italiana, sullo svolgimento del processo contro l’assassino di Monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia , trucidato a Iskenderun il 3 giugno 2010 dal suo autista.

Le riporta l’Avvenire del 2 dicembre .

Il rinvio del processo a data da destinarsi, il clima nel quale si sta svolgendo, i passaggi formali che contraddistinguono le sedute sono abbastanza emblematici.

“Il timore – ha spiegato il presidente della Conferenza episcopale turca monsignor Ruggero Franceschini, così riporta il quotidiano della CEI - è che l’assassino possa cavarsela con una condanna lieve” e “questo perché a suo tempo si finse pazzo e la difesa ha adottato una strategia per cercare di far ottenere al giovane l’infermità mentale”.

Due fatti colpiscono nel procedimento in atto.

Il primo è la inspiegabile assenza dello Stato italiano, il secondo è rappresentato dalla constatazione che in Turchia né la Chiesa cattolica, né l’ordine dei cappuccini sono riconosciuti come personalità giuridica e, di conseguenza , non possono partecipare al processo che si svolge, quindi, nel solo rapporto tra pubblico ministero e difesa.

La crescita della democrazia negli stati a forte componente islamica dovrebbe dare vita a quei sistemi di garanzia presenti nelle democrazie occidentali. Questo solo è il parametro sul quale valutare gli avvenimenti e le trasformazioni in corso.

Assistiamo invece , spesso, ad una vera e propria involuzione, in quanto sull’onda della presa del potere dei partiti islamici i nuovi elementi costituzionali e legislativi che vengono introdotti dai governi sono ispirati alla sharia.
01/12/2011 [stampa]
Per la chiesa non ci sono deleghe, ne’ rappresentanze in bianco, c’e’ solo la difesa dei “valori non negoziabili” .
Nonostante le agiografiche interpretazioni de Le Figaro del 17 e del 25 novembre che esaltano la presenza dei ministri “cattolici” nel governo Monti come “d’une page qui se tourne”, la posizione del Vaticano sul governo appare più complessa e meno “entusiasta”.

Addirittura il quotidiano francese il 25 novembre aveva titolato “l’Eglise italienne pilote l’après Berlusconi” come se alla regia del Presidente Napolitano si fosse aggiunta in modo determinante quella della Chiesa.

Nei giorni precedenti si era mossa la grancassa laicista per dire con chiarezza che nel governo i ministri devono dar prova di essere “cattolici adulti” ( Adriano Prosperi su Repubblica 19 novembre ) o immediatamente dopo si definiva di “gran significato” la presenza “ che più politica non potrebbe essere” di tanti cattolici democratici nel governo ( Mario Pirani Repubblica 28 novembre ).

Come sintetizza il Foglio del 29 novembre la tesi laicista è: “cattolici adulti” sì, “principi divisivi” no.

Anche perché proprio in quei giorni il Cardinale Angelo Bagnasco aveva ribadito ciò che era stato già espresso con chiarezza a Todi e cioè che la Chiesa giudica l’attività politica sul parametro dei “valori costitutivi dell’umano”, cioè quelli non negoziabili.

Ancora il 23 novembre l’autorevole prof. Francesco D’Agostino sull’Avvenire aveva smontato con estrema chiarezza la ridicola definizione di “cattolici adulti” , concludendo il suo editoriale con parole molto chiare: “Si possono, ovviamente, avere legittime divergenze di opinione su come difendere in concreto i valori non negoziabili, ma non sul fatto che essi vadano difesi. Soprattutto non è accettabile che si continui a propagandare l’idea che l’impegno per la difesa di tali valori segni in Italia, e altrove, uno spartiacque tra cattolici e laici o, peggio ancora tra ‘cattolici adulti ‘ e ‘cattolici bambini’ . Non ci stancheremo mai di ripeterlo, nella speranza che prima o poi queste considerazioni vengano comprese e accolte in tutta la loro importanza: è su di esse , non dimentichiamocelo mai, che si fonda l’unica possibilità di istituire in generale una corretta relazione tra ‘cristianesimo’ e ‘ politica’”.

Concetti molto chiari, che fanno intendere un dato fondamentale: non è la presenza di ministri che può stabilire questa “corretta relazione”, ma “la difesa in concreto dei valori non negoziabili”.

Ed una ulteriore conferma di questo atteggiamento, che non è fondato su una delega di rappresentanza più o meno in bianco, è il senso dall’editoriale di Francesco Riccardi sul quotidiano della CEI del 30 novembre dove di dice con chiarezza che “aspettiamo di vedere il gioco di questo governo che molti italiani vivono come fosse la Nazionale di calcio”, e poi elenca le “omissioni” che si rendono evidenti: dalla “non scelta di almeno un sottosegretario alla Famiglia”, al fatto che “ nel discorso con il quale il premier chiese il voto di fiducia alla Camera il tema della famiglia era stato trascurato, con solo un breve cenno alla necessità di non meglio precisate politiche per ‘favorire la natalità’ “.

Le prese di posizioni non mancano come quella di Francesco Belletti presidente del forum delle associazioni familiari che si dichiaro deluso.

Analoghe critiche non sono venute dal PDL e neppure dall’UDC che si ricordano della famiglia solo nelle campagne elettorali e che, per un eccessivo ossequio verso il nuovo governo non hanno osato criticarlo su questo aspetto importante.

Comunque, oltre ai provvedimenti che potrebbero colpire il risparmio familiare che, si auspica , non passino inosservati, una verifica della posizione del governo sui temi sensibili si avrà prestissimo perché incombe la conclusione dell’iter del disegno di legge sul fine vita.

A questo proposito l’ex sottosegretario alla salute Eugenia Roccella ha dichiarato che “l’atteggiamento del governo non è secondario”, e bisognerà “verificare quale maggioranza sostiene la legge e quale atteggiamento avrà il governo”. Per il sottosegretario è una questione fondamentale perché l’esecutivo “prima di tutto deve essere presente durante la discussione , e poi non può non dare un parere, perché se sceglie di non dare pareri fa un assist all’opposizione” alla legge . “ Un governo anche tecnico – ha infine rilevato la Roccella – ha un sistema di valori e non può non avere una visione antropologica”.

Nella delicata fase che hanno di fronte il governo e il Parlamento su quest’ultimo disegno di legge è piombata la notizia del suicidio assistito di Lucio Magri sulla quale, a parte la emozione che ha prodotto, sono destinate a riaprirsi le nette distinzioni tra la “indisponibilità della vita” e il “nichilismo attivo” laicista e della sinistra.

"L'ansia di aiutare a morire sembra la declinazione post moderna della carità: appare compassionevole, e pietosa, - ha scritto Avvenire - noi, però, continuiamo a credere che carità è aiutare a vivere".

A conferma che il fine vita non consente margini di negoziazione o di nascondimento, neppure ad un “autorevole” governo tecnico, né tantomeno ai “cattolici adulti” del governo.
24/11/2011 [stampa]
Benedetto XVI in Africa: no alla sottomissione incondizionata alle leggi del mercato.
Come è spesso avvenuto nei discorsi che pronunzia Benedetto XVI nelle sue visite all’estero, le sue parole delineano gli elementi essenziali della sua missione apostolica.

Di fronte allo sfacelo che incombe sulle popolazioni africane, appena messo piede all’aeroporto internazionale “ Cardinale Bernardin Gantin” nel Benin, Papa Ratzinger non può fare a meno di affermare, con il suo consueto coraggio: “la modernità non deve farci paura, ma essa non può costruirsi sull’oblio del passato. Deve essere accompagnata con prudenza per il bene di tutti evitando gli scogli che esistono sul continente africano e altrove, per esempio la sottomissione incondizionata alle leggi del mercato o della finanza, … “.

La difesa della tradizione insieme alla denuncia dei rischi per la sottomissione incondizionata alle leggi del mercato ed al potere della finanza è un appello che Benedetto XVI rivolge al mondo perché, se le conseguenza appaiono particolarmente nefaste in Africa, i danni di questo darwinismo economico si diffondono anche nei paesi maggiormente sviluppati.

Anche se si tratta di piani differenti non vi è dubbio che questa critica si disponga in una direzione opposta rispetto alla totale assuefazione che emerge dalle analisi e dalle indicazioni della cultura mediatica per esempio della stampa italiana di proprietà della borghesia “possidente e atea” , circa il valore assoluto del mercato e della libertà di azione della speculazione finanziaria internazionale.

Anche il Cardinale Bertone ha rivolto il 22 novembre ai responsabili degli episcopati europei un discorso che solleva nuove questioni circa la responsabilità e l’etica dei processi finanziari in rapporto agli effetti sul piano sociale e della dignità e vocazione spirituale della persona umana.

Nel diritto naturale la libertà di iniziativa non può determinare il soffocamento della persona.

Come ha scritto il Cardinale Scola : “ Il mercato vive su presupposti sociali, culturali e legali”, infatti oltre al rischio dell’impoverimento e dello sfruttamento il concetto assolutista del mercato può anche produrre una “perniciosa alleanza” con il libertinismo.

“Nell’ottica consumistica – ha rilevato a suo tempo il Cardinale oggi Arcivescovo di Milano - solo i valori di mercato sono valori socialmente rilevanti”, “valori - conclude Scola – che per loro natura non sono in sé e per sé commerciabili ( come la sessualità, il corpo umano, la dignità umana, la verità, la cultura e la religione stessa ) sono ritenuti irrilevanti, quando non vengono strutturalmente alterati per poter essere mercificati” ( A. Scola : Una nuova laicità, pag 138. Marsilio 2007).
29/09/2011 [stampa]
Benedetto XVI al Bundestag : il dramma della ragione positivista e il diritto naturale.
Benedetto XVI al Bundestag di Berlino



L’intervento di Benedetto XVI al Bundestag di Berlino per lo spessore e la esattezza della formulazione del rapporto tra natura, ragione e diritto è di un rilievo storico.

La sede politica nella quale Papa Ratzinger ha scelto di pronunciarlo, come ha scritto Ferrara “il parlamento della sua patria”, è anche l’invito alla Germania nel cuore dell’Europa , di riprendere con vigore una politica fondata sul diritto naturale.

“Contrariamente ad altre grandi religioni – ha detto Benedetto XVI – il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto - ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva un’ armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella ragione creatrice di Dio”.

La citazione delle parole di san Paolo, nella sua lettera ai romani sono quel fondamento dell’idea di diritto naturale che anima il cristianesimo e la sua ragione politica: “Quando i pagani che non hanno la Legge (la torà di Israele) per natura agiscono secondo la Legge , essi … sono legge a se stessi . Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza delle loro coscienze”.

Benedetto XVI respinge le tentazioni, presenti anche in campo cattolico, di minimizzare il ruolo del diritto naturale: “ L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare , su cui non varrebbe la pena di discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine”.

Ratzinger ne analizza le cause: “ e’ fondamentale innanzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere , ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere , poiché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista , oggi quasi generalmente adottata , di natura e ragione. Se si considera la natura - con le parole di Hans Kelsen – ‘un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti’, allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico”.

Ne consegue , secondo le parole del Papa che il positivismo giuridico rappresenta il relativismo nel diritto e di conseguenza il relativismo in politica.

Il Papa ne trae una diagnosi sulla situazione odierna: “Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista - e ciò è in gran parte il caso della nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco”.

“Questa è una situazione drammatica – avverte Benedetto XVI – che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica: invitare urgentemente ad essa è un intenzione essenziale di questo discorso”.

E il discorso al Bundestag è anche un discorso ai parlamenti, cioè a tutte quelle istituzioni democratiche che approvano leggi.

Su queste importanti distinzioni devono misurarsi gli strenui difensori del diritto positivo , anche nello stesso campo cattolico.

Al contrario il Papa invitando ad una discussione pubblica impegna i cattolici a non abbassare le armi di fronte al suo dilagare.

Ben venga un grande confronto culturale che non può essere sottaciuto da chi intenderebbe riprendere l’impegno dei cattolici in politica, ma che richiede un profondo ripensamento da parte di coloro che assorbendo direttamente o indirettamente il positivismo giuridico di Kelsen , magari sotto forma di “patriottismo costituzionale”, hanno fatto della Costituzione la “nota vincolante” o, sostuituendola al diritto naturale, la sola fonte di legittimazione delle leggi.
09/06/2011 [stampa]
Benedetto XVI e la difesa dell'identità.
E’ assolutamente straordinario come nelle visite che il Pontefice effettua nei Paesi, oltre ad offrire quegli elementi di fede che invitano i fedeli a preservare la loro vita cristiana, svolgendo una grande opera pastorale , esponga con grande chiarezza temi che riguardano la cristianità in genere, cioè i connotati sui quali si fonda l’ecumene cristiana.

A Zagabria ha parlato di “ valori e l’identità del vostro Popolo”, mentre aveva affermato “; penso all’Europa, di cui la Croazia è da sempre parte sul piano storico-culturale, mentre sta per entrarvi su quello politico-istituzionale”.

“La qualità della vita sociale e civile, la qualità della democrazia - ha , poi, aggiunto Benedetto XVI - dipendono in buona parte da questo punto “critico” che è la coscienza, da come la si intende e da quanto si investe sulla sua formazione. Se la coscienza, secondo il prevalente pensiero moderno, viene ridotta all’ambito del soggettivo, in cui si relegano la religione e la morale, la crisi dell’occidente non ha rimedio e l’Europa è destinata all’involuzione. Se invece la coscienza viene riscoperta quale luogo dell’ascolto della verità e del bene, luogo della responsabilità davanti a Dio e ai fratelli in umanità – che è la forza contro ogni dittatura – allora c’è speranza per il futuro”.

E’sempre forte e autorevole il richiamo identitario del Papa che non si volge solo ai cattolici in quanto tali, ma alle società cristiane al fine di offrire un quadro di valori in base ai quali coloro che hanno responsabilità politiche possano discernere ed operare.

Sempre in terra croata ha esaltato la famiglia fondata sul matrimonio : “ non cedete alla mentalità che propone la scelta della convivenza” e , poi, “gioite per la paternità e la maternità”.

Non si può non cogliere in questi inviti così espliciti una critica alla tendenza relativista che non solo esalta la convivenza come alternativa al matrimonio al quale, da qualche parte, si vorrebbe equiparare, ma anche un rifiuto netto a quella declinazione di genere che annulla i caratteri propri e specifici della maternità e paternità.

Tutto ciò non deve essere ignorato da chi pur riferendosi genericamente all’ispirazione cristiana ritiene possibile realizzare accordi politici con quelle formazioni che sul terreno della famiglia e dei caratteri della generazione cancellano gli elementi della legge naturale.

Nell’Italia del rilancio politico di una sinistra ormai pesantemente condizionata dalla cultura relativista, lo scontro verterà sulla cancellazione dei suoi caratteri identitari che, invece, vanno tutelati e difesi anche con specifiche politiche.

Già nei dibattiti su reti radiofoniche di proprietà dei gruppi industriali si comincia a discutere del cambiamento dell’art. 29 della Costituzione che definisce la famiglia come “ società naturale fondata sul matrimonio”. Una definizione accettata a suo tempo anche dalla cultura politica comunista quando non era contaminata dal relativismo e dalla ”rivoluzione” individualista e borghese del ’68.

Sono esponenti di quella stessa cultura politica che, mentre esprime una netta chiusura su ciò che è superato e da aggiornare come il modello politico parlamentare della Carta , invece, sui rapporti etico sociali, ritiene di dover cambiare.
05/05/2011 [stampa]
La communis patria di Giovanni Paolo II.
Elencando quelli che Casare Cavalleri sul numero di aprile di Studi Cattolici definisce i “record” di Giovanni Paolo II e cioè i milioni di persone incontrate nelle udienze e nei viaggi apostolici e osservando la provenienza dell’immensa folla in Piazza San Pietro il 1 maggio per la sua beatificazione, non si può non considerare che la Chiesa Cattolica è, ancora oggi, l’Istituzione che possiede il più vasto carattere universale.

Per tentare di dimostrare che essa sta “perdendo peso in Occidente”, Massimo Franco ha scritto, di recente, un libro interessante nel quale esprime la tesi che “un” Vaticano - quello che aveva affrontato e sconfitto il comunismo - sia al tramonto, aggredito dall’indifferentismo della “società liquida” e dalla concorrenza dell’Islam.

Qui il tentativo di distinguere tra Vaticano e Chiesa Cattolica è assai difficile e piuttosto fuorviante. Anche perché si tenta di separare quello che la storia e la tradizione hanno sempre unito.

Soprattutto, poi, se è vero che il comunismo ha fallito ed oggi è, sostanzialmente, scomparso, la sfida della Chiesa è sempre stata a tutto campo. Infatti la Chiesa , anche quando contrastò il comunismo con Pio XII, non si esaurì in tale scontro , ma espresse una posizione non supina ai miti illuministici dell’Occidente, mentre suggeriva le linee di una democrazia fondata sul diritto naturale.

Ora il pontificato di Giovanni Paolo II ha il grande merito non solo di aver riaperto la forza pastorale della Chiesa, ma anche di aver affrontato e contrastato, insieme, i tentativi dei teologi di interpretare il Concilio come un compromesso con il mondo moderno, chiamando l’allora Cardinale Ratzinger alla Dottrina della Fede.

Con la “Veritatis splendor” e la “Fide et Ratio”si sono messe in campo quelle idee con le quali , oggi Benedetto XVI, anche con la “Caritas in veritate” continua la sfida non solo nei riguardi del relativismo occidentale, ma anche verso i caratteri integralisti che portano l’Islam ad esaurire qualsiasi pluralismo come dimostra, secondo lo stesso Massimo Franco, il “deserto cristiano del Medio Oriente”. Nella grande piazza San Pietro in questa presenza universale spiccava, naturalmente, quella dei polacchi, cittadini dell’Europa orientale.

Il costante pensiero del papa polacco verso i suoi concittadini non era solo l’attaccamento e l’amore per una terra che ha sempre sentito coma la patria sua e del suo popolo. Come ha scritto nel libro “Memoria e identità”, il contributo di queste terre all’”Europa unita” deriva, secondo Wojtyla, dal fatto che “le nazioni dell’Europa orientale hanno conservato la loro identità, e l’hanno persino consolidata , nonostante tutte le trasformazioni imposte dalla dittatura comunista”. Sottolineava anche come questa identità fosse esposta ad un rischio che consisterebbe “in un acritico cedimento all’influsso dei modelli culturali negativi , diffusi in Occidente”.

La consapevolezza di questo scontro con il relativismo che è stata di Giovanni Paolo II e che oggi è di Benedetto XVI, consegna all’universalismo cattolico, presente in San Pietro il 1 maggio, la forza di un messaggio decisivo per costruire quella communis patria dei popoli che l’Europa può offrire al futuro dell’umanità.
07/03/2011 [stampa]
DAI VALORI AL PROGRAMMA:l’identità dei cattolici per un nuovo impegno nelle autonomie locali.
Pubblichiamo la relazione svolta dal dott. Pierpaolo Saleri, responsabile del Centro studi nazionale della Fondazione italiana Europa Popolare durante i lavori dell’Assemblea degli amministratori locali tenutasi in Roma il 2 marzo 2011



Valori, … programma, … identità, … nuovo impegno politico. Sono questi i temi che oggi vengono sottoposti alla vostra attenzione di amministratori locali ed a quella di tutti coloro che intendono spendersi con forza e determinazione per un nuovo impegno politico dei cattolici. Sono le parole chiave che ricorrono, e non a caso, nel titolo del manifesto che oggi presentiamo; e sono parole che sono state ampiamente dibattute, pensate,valutate, ponderate collegialmente, sia nell’ambito della Fondazione Europa Popolare che, in quello del Movimento Cristiano Lavoratori.

Dai valori al programma è il titolo principale del nostro manifesto: quello che dà il senso del cammino che vogliamo intraprendere e dell’obbiettivo che vogliamo raggiungere. Significa passare dai principi all’azione, dagli ideali al progetto, alla costruzione, al discernimento. E’ un cammino che intraprendiamo con entusiasmo e convinzione, ma è un cammino che non abbiamo scelto noi o, almeno non abbiamo scelto noi da soli. E’, infatti, il tentativo di dare, per parte nostra, una risposta concreta all’appello di Papa Benedetto XVI che, ormai da alcuni anni, non si stanca di invocare il sorgere in Italia di“una nuova classe dirigente di cattolici impegnati in politica ed eticamente motivati”.

Peraltro il Papa non si è limitato solo ad un appello.. ha fatto e fa molto di più. Con il Suo magistero pastorale, con le Sue Encicliche, con i Suoi libri ci indica le linee guida essenziali per la costruzione di questo nuovo impegno dei cattolici nel mondo globalizzato e secolarizzato. Al riguardo voglio richiamare la vostra attenzione su di un passo, specificamente dedicato al ruolo dei cristiani in politica, tratto dal recente libro-intervista di Benedetto XVI: “Luce del Mondo”. Un passo centrale, direi dirompente, sul quale si è concentrata meno attenzione di quanta, a mio avviso, fosse necessaria. Il Papa afferma: “ Ci troviamo di fronte allo scontro tra due mondi spirituali, il mondo della fede ed il mondo del secolarismo. La questione è: in cosa il secolarismo ha ragione? In cosa dunque la fede deve far proprie le immagini della modernità, ed in cosa deve invece opporre resistenza? Questa grande lotta attraversa oggi il mondo intero …. Spesso ci si chiede veramente come sia possibile che cristiani che personalmente sono credenti non trovino la forza di rendere politicamente più operante la loro fede. Noi dobbiamo soprattutto cercare di fare in modo che gli uomini non perdano di vista Dio; che riconoscano quale tesoro possiedono; e che poi essi stessi, a partire dalla propria fede, nello scontro con il secolarismo possano praticare il discernimento spirituale. Questo processo immane è il vero grande compito dell’ora presente”.

Ora, in questo breve ma essenziale passaggio, due sono i concetti che dominano la scena con forza: lo scontro tra il mondo della fede ed il mondo del secolarismo, che costituisce lo scenario di fondo del ragionamento di Benedetto XVI e la necessità di praticare, in questo scontro con il secolarismo, il discernimento spirituale: essere, cioè, capaci di capire in cosa “il secolarismo ha ragione”, in cosa la fede “deve far proprie le immagini della modernità ed in cosa deve invece opporre resistenza”. Ora noi sappiamo bene che nessun Pontefice, tantomeno Benedetto XVI che oltre ad essere un grande e mite Pastore è anche un grande teologo ed un grande intellettuale, userebbe mai tali parole con leggerezza o a caso. Per questa ragione non possiamo non rilevare la drammaticità della situazione che Egli vuole descriverci e del messaggio che vuole trasmetterci. Il termine “scontro” non è un termine che si usa a cuor leggero; evoca il fragore di una battaglia epocale ed è qualcosa di molto diverso da quel “confronto buonista cui il lessico politico quotidiano ci ha abituati. Allora se il Papa utilizza specificamente questo termine è perché lo scontro in atto tra il mondo della fede ed il mondo del secolarismo è veramente radicale e sono oggi più forti ed aggressive che mai una mentalità ed una cultura relativista che, sostenute da lobbies minoritarie ma potenti e determinate, puntano a recidere totalmente le radici cristiane della nostra comunità civile operando un vero e proprio “rovesciamento dei valori” attraverso il martellamento dei mass-media, gli interventi legislativi, le sentenze, i modelli comportamentali propagandati, imposti, legalizzati. La “dittatura del relativismo”, sempre più spesso denunciata da Benedetto XVI, incombe minacciosa come abbiamo anche, esplicitamente, ricordato nel nostro manifesto

Tuttavia il Papa nello scenario dello scontro colloca anche il dovere e l’esigenza del discernimento spirituale. Ci ricorda, cioè, che anche la modernità – che non coincide con il modernismo ideologico - è figlia della tradizione e della cultura dell’Europa Cristiana: “Europa oder Christenheit”, “Europa ovvero Cristianità” scriveva, ancora agli inizi del diciannovesimo secolo Novalis a rimarcare come la tradizione cristiana fosse stato il principio informatore unitario della Europa al punto tale da far coincidere pienamente l’idea stessa d’Europa con quella di Cristianità. Ed allora, se questo è vero, la capacità di discernimento che il Pontefice chiede di esercitare ai cristiani impegnati in politica non è nulla di diverso dalla esigenza di lavorare per ricreare le condizioni in cui quell’armonia tra fede e ragione che San Tommaso ci insegna – e che è alle fondamenta della grande civiltà europea ed anche del suo straordinario sviluppo scientifico,tecnico, sociale ed economico - possa risorgere in un nuovo incontro della fede con una ragione depurata delle ideologie moderniste, razionaliste, illuministe, nichiliste e relativiste.

Per questo è indispensabile che i cristiani impegnati in politica siano capace di essere fermi ed assolutamente intransigenti nella riaffermazione dei valori fondamentali non negoziabili e della propria identità culturale ma altrettanto duttili aperti e disponibili nell’accogliere ciò che la modernità ha in sé di buono e di valido. Capaci ,insomma di un progetto politico e culturale che partendo dalla base salda dei valori non negoziabili, dalla carità e dalla verità sappia dare risposte efficaci alle domande angosciate di una società che conosce oggi una crisi drammatica di valori di certezze di prospettive, di crescita. Per quanto, poi, concerne noi, cattolici italiani, dobbiamo impegnarci, nello specifico, per far scaturire dai valori fondamentali, non rinunciabili, un progetto politico ed un programma di sviluppo economico, di crescita culturale, di riscatto sociale per l’intera società italiana ed avere il coraggio e la forza di proporlo. Il Papa afferma infatti: “Spesso ci si chiede veramente come sia possibile che cristiani che personalmente sono credenti non trovino la forza di rendere politicamente più operante la loro fede”. Ebbene, il titolo del nostro manifesto “Dai valori al Programma” vuole testimoniare la nostra determinazione nel compiere un primo passo, faticoso ed incerto, ma anche risoluto e convinto sulla strada per “rendere politicamente più operante” la nostra fede.

Ma nel titolo del nostro manifesto si specifica, anche, il campo di impegno nel quale intendiamo operativamente, spenderci e come pensiamo di farlo. Qui, i concetti essenziali sono tre: identità, nuovo impegno, autonomie locali. Anche su questi temi dobbiamo soffermarci. Tra breve vedremo perché “nuovo impegno” e perché proprio nelle autonomie locali … sia ben chiaroche non è certo solo l’imminenza della prossima tornata elettorale amministrativa che ci spinge a farlo! Ma cominciamo dall’identità.

Oggigiorno il termine identità non è di moda nel grande circo mediatico dell’informazione cosiddetta progressista. Si cerca sempre di attribuirle un significato negativo, aggressivo, integralista: quando si parla poi, addirittura di “ identità cattolica” viene subito evocato lo stridore delle catene e il fumo dei roghi dell’inquisizione. L’odio che il relativismo manifesta nei confronti dell’identità nasce innanzitutto dal fatto che l’identità non è niente altro che la riaffermazione nel tempo della verità dei nostri valori, della nostra storia, della nostra memoria, della nostra tradizione, della nostra fede e per il relativismo “L’idea stessa di verità- come scrive Gustavo Zagrebelsky punta di lancia intellettuale di tale cultura in Italia – non ha luogo in democrazia”. Ma quella di Zagrebelsky è una affermazione assolutamente falsa: perché l’antitesi della verità non è come lui afferma – abusando di una parola preziosissima del lessico cristiano – la “carità-democrazia” ma è la menzogna. Perché l’identità cattolica, invece, è una grande, preziosa straordinaria risorsa non solo dei cattolici ma dell’intero popolo italiano. A ben vedere la storia, il pensiero, la cultura l’arte, la quotidianità del popolo italiano sono talmente intrecciati e innervati dall’ identità cattolica che sottrargliela significa smantellare la sua stessa identità nazionale. Per questo l’identità dei cattolici è una grande risorsa che deve essere posta al servizio della comunità popolare nella consapevolezza di quanto sia estremamente difficile che, senza fare appello soprattutto a questa risorsa, l’Italia possa uscire indenne da una crisi etica, culturale, politica, sociale ed economica così grave come quella che stiamo attraversando oggi. Tutto ciò, peraltro, in un contesto internazionale più che mai inquietante e minaccioso.

Ma veniamo all’ultimo punto: un nuovo impegno nelle autonomie locali. Quando, infatti, parliamo d’identità parliamo di identità dei cattolici in funzione di un nuovo impegno politico nelle autonomie locali. Ed allora i punti sono due: perché nuovo? E perché proprio nelle autonomie locali? Come abbiamo premesso all’inizio le parole usate nel titolo sono state oggetto di approfondita valutazione ed attenta ponderazione. Dunque vogliono significare qualcosa di specifico: non sono state buttate lì per una specie di “maquillage lessicale”. Parlare di un nuovo impegno politico significa realmente che in questo impegno deve manifestarsi un’impostazione sostanzialmente diversa e profondamente innovativa anche rispetto alle esperienze del secolo scorso. A questo punto vi invito a tornare con la memoria all’ultimo seminario di formazione del Movimento a Senigallia. Eravamo presenti in molti tra i tanti che stasera sono riuniti qui, e tutti, senza dubbio, ricordiamo la bella relazione tenuta in quella occasione da S. E. Mons Miglio. Ora, uno dei momenti qualificanti del suo intervento fu proprio su questo punto: “ La Chiesa italiana- affermò Mons. Miglio - guarda , e da molto tempo, in avanti oltre le esperienze partitiche del passato”. Con questo Mons. Miglio e la Chiesa italiana ci hanno detto: attenzione, quando il Papa dice chiaramente che è necessario aiutare e far crescere una nuova classe politica, non afferma soltanto che c’è bisogno di persone nuove, di volti nuovi e di giovani formati politicamente ed eticamente motivati. Tutto questo è scontato, è a a priori. Vuol dire, innanzitutto, che una nuova classe politica è tale solo in quanto è in grado di affrontare in modo nuovo le sfide attuali. Ed è questa la ragione per cui non possiamo riproporre oggi i modelli di organizzazione politica dei cattolici dello scorso secolo. Senza rinnegare nulla dobbiamo però essere capaci di guardare avanti.

Resta ora da ragionare sul perché siamo convinti che tutto questo debba proprio iniziare dalle autonomie locali come abbiamo anche scritto chiaramente nel manifesto: “Il territorio ed i comuni, grandi e piccoli, possono essere terra di elezione privilegiata per mettere in moto un vero e proprio processo di inversione culturale rispetto a questa mentalità – cioè la mentalità relativista- e per avviare la costruzione di una “società buona”. Almeno tre sono le ragioni che ci spingono ad affermare questo e cercherò di esporvele in estrema sintesi perché il tempo stringe. La prima è semplice, vorrei dire quasi banale: perché anche la più lunga delle marce inizia sempre con un piccolo primo passo come diceva Mao Tze Tung …. Diciamo finalmente qualcosa di sinistra!!!

La seconda ragione sta nel dovere dell’esercizio del realismo cristiano. Non possiamo non constatare che, cadute le grandi ideologie e falliti i grandi sistemi politici, i popoli credono ancora, ma credono soprattutto nelle cose piccole e più concrete, nelle cose che sono loro più vicine. Se quasi nessuno sarebbe più disposto a prestare il servizio militare obbligatorio, tutti però, sono ancora disposti a riconoscersi identitariamente nel proprio territorio e se necessario anche a difenderlo in concreto. In questi ultimi anni abbiamo, più volte, avuto modo di vedere come l’ambientalismo ideologico di sinistra sappia sfruttare cinicamente questo sentimento suscitando mobilitazioni ed addirittura vere e proprie rivolte popolari. Malgrado tali strumentalizzazioni questo sentimento resta, tuttavia, un valore e se saldamente ancorato ed incardinato nella logica del bene comune e dell’interesse generale, può costituire una grande risorsa di partenza per far nascere quel nuovo senso del dovere di cui parlava Aldo Moro quando, pochi mesi prima della suo calvario, affermava:“Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”. Ma per fare questo è indispensabile che la politica recuperi tutta la credibilità e l’autorevolezza che le competono. Che ritrovi il carisma per parlare al cuore ed alla mente degli italiani.

La terza ed ultima fondamentale ragione sta nella profonda convinzione che la politica può ritrovare una simile credibilità ed autorevolezza solo ripartendo dal territorio, al servizio della gente. La politica vera e seria è, innanzitutto partecipazione e radicamento sul territorio perché sappiamo – e lo abbiamo scritto nel nostro manifesto - che è dal territorio, dalla presenza concreta tra la gente che si può tornare a tessere la tela di una politica che sia, come affermava Paolo VI, “la più alta forma di carità”. E’ a cominciare dal territorio che si può risvegliare la passione civile ed il desiderio di partecipazione democratica; restituire alla politica quella credibilità che ha perso, ormai, da lungo tempo; selezionare e formare una nuova classe dirigente degna di tale nome; dimostrare sul campo che è ancora possibile una “buona politica” capace di costruire una “società buona”.
22/12/2010 [stampa]
Benedetto XVI: "Viviamo la crisi che fu dell'Impero Romano".
“Excita, Domine, potentiam tuam, et veni” l’invocazione con la quale Papa Benedetto XVI ha aperto l’udienza per la presentazione degli auguri natalizi ai rappresentanti della curia romana, evoca anche un passaggio di civiltà, perché, come sottolinea il Papa “ sono parole formulate, probabilmente, nel periodo del tramonto dell’Impero romano”.

Questo tramonto avveniva, ricorda Papa Ratzinger, con “il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo, che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza pacifica degli uomini “.

“ Un mondo stava tramontando” e ciò che conteneva il caos stava venendo meno.

La base degli ordinamenti statuali e delle comunità degli uomini è rappresentata, lo evidenzia il Papa, dal “consenso morale” , cioè “ un consenso senza il quale le strutture giuridiche e politiche non funzionano, “ di conseguenza le forze mobilitate per la difesa di tali strutture sembrano essere destinate all’insuccesso”.

Questo richiamo alla tradizione ed alla storia di Benedetto XVI indica - non senza una nota di fiducia alla fine del discorso ( “ assenza apparente” di Dio precisa il Papa) – l’ambito della crisi che mina l’Occidente e la cristianità in questo tempo.

In uno scritto del 1991 dal titolo “Svolta per l’Europa ? “, l’allora cardinale Ratzinger aveva rilevato: “ una società, che nella sua fisionomia istituzionale è costruita su basi agnostiche e materialistiche e autorizza l’esistenza di tutte le restanti possibili convinzioni soltanto a condizione che rimangano confinate al di sotto della soglia di quanto è pubblico e ha rilevanza civile, non sopravvive a lungo”.

Ritorna sempre nel Papa la riaffermazione del senso pubblico dell’ ethos cristiano.

E’ interessante e significativo che il Corriere della Sera del 21 dicembre pur dando risalto al discorso del Papa affianchi la notizia con un intervento dello storico Luciano Canfora che riprendendo un’antica querelle circa la fine dell’Impero romano richiami la diagnosi storica di Edward Gibbon rilevando che “ a Occidente il cristianesimo attrasse nella struttura ecclesiale energie ed élites che in altre epoche avevano percorso brillanti carriere politico militari, a Oriente, invece la prevalenza dello stato sulla Chiesa si consolidò e fu garanzia della durata di un impero millenario antagonista e interlocutore prima degli arabi e poi dei Turchi”.

Per la verità, la sopravvivenza dell’impero romano d’occidente o la sua caduta costituiscono una grande controversia perché, come scriveva Momigliano c’è “chi afferma la continuità, nonostante i barbari, e chi riconosce la rottura per causa dei barbari” (A. Momigliano, La caduta senza rumore di un impero, in Sesto contributo alla storia degli studi classici, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1980, pp. 159-65") . Ricordando che non solo l ’impero romano germanico fu edificato sulla conversione al cristianesimo dei barbari, ma che il contenimento dell’espansionismo mussulmano avvenne per gli interventi ispirati dalla cristianità.

Ma è fin troppo evidente il significato laicista del commento di Canfora.

L’Impero e lo stato sopravvivono se non c’è prevalenza della Chiesa, ovvero , nel tempo d’oggi, la democrazia vive se non c’è l’influenza della Chiesa.

Sta tutto qui il limite del laicismo di oggi quello cioè di non vedere come il relativismo mini la comunità . Lasciare al solo ambito soggettivo la religione e la morale, togliendole dall’ambito pubblico, circoscrivere il ruolo della Chiesa ed affermare il primato assoluto dello Stato, conducono al prevalere degli interessi sul bene comune, della forza sulla giustizia, dell’edonismo e dell’individualismo sul senso comune e la morale viene sostituita da un calcolo delle conseguenze.

Benedetto XVI ha evocato una frase del tempo di un mondo che stava tramontando.

Forse dietro alla crisi internazionale della finanza che ha investito l’occidente, dietro agli egoismi dei paesi europei che stentano a individuare strumenti di tutela o di intervento politico comuni, dietro ad una evidente civilizzazione che emargina l’etica e il diritto naturale si cela quel “tramonto dell’Occidente” dal quale ci può salvare solo, come ricorda Benedetto XVI, la ripresa della “grande tradizione razionale dell’ethos cristiano” che si espresse, anche recentemente nella “forza profetica” dell’enciclica Veritatis Splendor.
01/12/2010 [stampa]
L'inutile manifesto dei laici credenti di futuro e libertà.
Colpiti dagli “anatemi” di Avvenire, alcuni parlamentari di “Futuro e Libertà” tentano di correre ai ripari e Roberto Rosso, presa carta e penna, scrive quello che il Corriere della Sera definisce un “manifesto dei laici credenti” della nuova formazione finiana.

Il compitino si svolge sui temi della “centralità della persona e del diritto naturale”e tratta del “ rispetto della vita umana dal suo concepimento al suo termine naturale”, parla di “famiglia naturale” e di tanti altri argomenti di scuola, quasi a voler apparire come seguaci della migliore impostazione ratzingeriana.

C’è, tuttavia, una netta contraddizione con tutto ciò che ha caratterizzato da alcuni mesi a questa parte le scelte politiche di Gianfranco Fini.

Innanzitutto la nota esplicita contrarietà alla scelta astensionista nel referendum sulla procreazione assistita, quando Fini giunse a criticare come gravemente diseducativa la indicazione della CEI.

Poi venne la “rivendicazione ideologica” della laicità dello Stato a partire dai temi della bioetica e dei “valori irrinunciabili”. Si ricordi a questo proposito l’intervento del Presidente della Camera alla festa dell’UDC di Chianciano nel 2009 nella quale tentò di spiegare, sulla base del catechismo di Pio XII, la necessità di modificare il testo della legge sul testamento biologico approvato al Senato, tentativo contestato duramente dall’on. Carlo Casini che spiegò come il testo pontificio non potesse in nessun modo riferirsi al caso di Eluana Englaro “che ha ispirato giustamente la legge di cui la camera dovrà occuparsi”, ricordando con raffinata puntualizzazione che la giovane “è stata fatta morire per fame e per sete, stessa condanna inflitta a padre Massimiliano Kolbe” nel lager di Auschwitz nell’estate del 1941.

Oltre a ingiuste critiche nei riguardi dello stesso Papa Pacelli, Fini , partecipando alla festa del PD a Genova fece propria la posizione dei cosiddetti “laici cristiani”, cioè di Leopoldo Elia e Pietro Scoppola , come ricorda Pier Paolo Saleri in un articolo su Fini e pubblicato sull’Avanti, “due intellettuali cattolici di grande spessore, saldamente collocati sulla linea della scelta religiosa e dunque nel non contrasto all’avanzare della cultura relativista e fermi nel denunziare come ‘temporalismo’ ogni azione dei cristiani in difesa dei valori eticamente sensibili”.

Saleri coautore dell’ultimo scritto di Gianni Baget Bozzo, ricorda anche come le posizioni politiche di Fini dimostrino “ una concezione della democrazia che va fatalmente a coincidere con quella di Kelsen, il padre del positivismo giuridico, per il quale la relazione tra religione e democrazia poteva essere solo negativa. Ciò in particolare per il cristianesimo che insegna valori e verità assoluti e si pone radicalmente agli antipodi dello ‘scetticismo obbligato’ della democrazia relativista”.

Non a caso la denominazione scelta da parlamentari finiani è quella di “laici-credenti”, del tutto sovrapponibile a quella di “laici cristiani” dei cattolici democratici Elia e Scoppola.

La impostazione politica di Fini è tutta coerentemente caratterizzata da una linea che potrebbe definirsi di “laicismo di destra”: dalla idea di cittadinanza ad un patriottismo costituzionale antiidentitario, fino alle ultime esternazioni a Bastia Umbra su famiglia e coppie di fatto.

In presenza di posizioni politiche assai più attente alle indicazioni di contenuto della Chiesa come quelle del PDL soprattutto con i ministri Tremonti, Sacconi, Gelmini e personalità collocate in posizioni significative come Quagliariello e Gasparri, sono nate , in ambito ecclesiale, perplessità circa un terzo polo che potrebbe condizionare il centrodestra anche rispetto ai temi “sensibili”.

Appare, pertanto, plausibile quanto scritto dal Corriere della Sera del 28 novembre, sul fatto che “ai vertici CEI si guarda con grande sospetto al ‘terzo polo’ centrista”.

Casini non può far finta di ignorare la posizione laicista di Fini e ragionare solo in termini di convenienza elettorale.

Né saranno i compitini scritti da Rosso a poter modificare la realtà di tutte le scelte del Presidente della Camera che, invece, sono ben palesi nelle intenzioni e nei contenuti .
11/11/2010 [stampa]
Finisca la congiura del silenzio sulla violenza verso i cristiani.
Mentre si parla e, a volte si “straparla”, di discriminazioni di “genere” o di non sufficiente comprensione della questione degli immigrati, compresi i diritti degli irregolari, poco o nulla si dice del devastante dramma delle persecuzioni dei cristiani nel mondo.

Questo diverso trattamento di questioni attinenti alla persona ed ai suoi diritti può rivelare una mentalità discriminatoria che ormai caratterizza fortemente l’atteggiamento verso i cristiani. Non a caso il secondo rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo denuncia la notevole violenza attuata contro la Chiesa, ovvero contro la dimensione pubblica della fede cristiana.

“ In India, in Cina , in Vietnam, in Indonesia i cristiani sono stati ancora perseguitati – così afferma il rapporto dell’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuan sulla dottrina sociale della Chiesa – e, a quanto appare, proprio per il loro impegno verso gli ultimi, gli indigeni, le caste emarginate e per il fatto di dare indifferentemente il loro aiuto a tutti i gruppi sociali e perfino agli appartenenti alle opposte fazioni politiche e guerrigliere”. “ Persone che spariscono – prosegue il Rapporto - , chiese devastate, sacerdoti uccisi, proprietà confiscate, interventi polizieschi di controllo e censura; molte sono le facce della violenza anticristiana nel 2009”.

Nei giorni scorsi l’Avvenire, citando anche articoli apparsi sul The New American, riportava alcuni dati davvero impressionanti della situazione in Iraq: “ I fedeli delle varie denominazioni rappresentavano sino al 2003 quasi 800.000 persone , ossia il 3 per cento dell’intera popolazione irachena (25 milioni di abitanti )”. “ Oggi – constatava l’articolo – non si sa con esattezza quanti ne manchino all’appello , ma stime prudenti ritengono che oltre 350.000 cristiani abbiano lasciato il Paese in questi ultimi anni”.

La strage di fine ottobre nella cattedrale di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso era stato l’episodio che aveva portato alla luce il dramma dei cristiani che il mondo non può più ignorare.

Il 10 novembre il Segretario di Stato Cardinal Bertone ha annunciato che la questione della mancata protezione del governo di Baghdad nei riguardi dei cristiani è stata oggetto di una iniziativa nei riguardi delle autorità irachene.

Ma non può essere solo il Vaticano a muoversi, occorre che gli organismi internazionali dall’ONU alla Comunità europea e gli stati a prevalenza religiosa cristiana si impegnino seriamente su tale questione.

Anche perché il futuro si presenta sotto i peggiori auspici, infatti come rileva il già citato Rapporto sulla dottrina sociale “ la linea indicata dal magistero di Benedetto XVI (ha) progressivamente eliminato alcuni equivoci che per molto tempo aveva frenato l’uso consapevole della Dottrina sociale della Chiesa da parte delle comunità cristiane: l’idea che si trattasse di una ideologia, il principio che bisognasse partire dalla situazione o dalla prassi piuttosto che dalla fede della tradizione apostolica, che l’accettazione delle laicità della politica comportasse la rinuncia ad adoperare anche in pubblico le categorie religiose, che la democrazia comportasse l’assolutizzazione della coscienza personale …”.

Ora, se è pur vero che questa prospettiva appare particolarmente ritagliata sui paesi occidentali, non vi è dubbio che l’affermazione dei contenuti del messaggio cristiano, con Papa Ratzinger, riprende forza e sospinge i cattolici a rendere evidente la loro presenza nei paesi ove essi sono minoranza, non solo come opera di conversione, ma anche come attiva affermazione di principi di rispetto dell’uomo e dei suoi diritti naturali.

Si alzi forte e decisa la voce per contrastare la lunga scia di violenza verso i cristiani e si ponga fine a questa discriminazione che si presenta anche come un colpevole silenzio.
07/10/2010 [stampa]
Identità contro relativismo: a proposito del nobel alla fecondazione in provetta
Con tono perentorio ( “ Il Vaticano accusa il Nobel” ) il Corriere della Sera del 5 ottobre titola contro la presa di posizione di autorevoli esponenti del Vaticano critici per l’attribuzione del premio al medico britannico Edwards che, secondo via Solferino “ ha permesso la nascita di 4 milioni di bimbi da coppie non fertili”.

Nella cultura dello scientismo c’è la presunzione di essere portatrice di verità assolute per cui, ogni voce dissenziente, se pur autorevole ed espressione di una visione basata su scala di valori diversi, viene respinta con iattanza.

Ora è ben evidente che in materie che riguardano direttamente aspetti dell’etica ,come nel caso della procreazione, la Chiesa ha tutto il diritto di esprimere le sue valutazioni che meritano quantomeno lo stesso rispetto con il quale vengono accolte le tesi dell’ideologia della provetta.

C’è, poi, l’evidenza che questa scelta del Nobel esprime anche una diversa concezione dell’uomo in quanto si sostiene , sempre nello stesso giornale, che , quando “la fecondazione avviene in provetta”, affrancandosi dai vincoli naturali e proprio prescindendo “da questa naturalità”, “non si possono vedere altro che lati positivi e costruttivi della tecnica”.

Conclude l’articolo: “ la tecnica ci ha reso più liberi”.

Il trionfalismo di questi nuovi ideologi trascura gli immensi problemi etici che la fecondazione in provetta comporta, senza contare gli aspetti deteriori del business che si accompagnano a questa nuova branca della medicina.

Questa libertà che si esprime nella fecondazione assistita eterologa, inoltre, non considera né la questione della tutela dell’istituto familiare, né i profili relativi ai preminenti interessi del nascituro.

E’ il trionfo dell’individualismo e del relativismo etico che accompagnano la postmodernità.

Ma c’è un altro elemento che deve essere considerato e che è stato posto in evidenza dalla cultura cattolica.

“ Ciò che le nuove possibilità tecniche della biomedicina - ha scritto il professor Francesco D’Agostino (Bioetica, Torino, pag. 201) - giungono a mettere in questione, prima ancora che la sacralità o la dignità della vita, è l’identità stessa dell’essere umano (come identità biologica, organica, prima; come identità antropologica poi )”.

La difesa dell’identità dell’uomo deve essere un impegno che non può essere solo della bioetica, ma che attiene anche all’azione della politica.

All’ideologia relativista deve contrapporsi un nuovo impegno dei cattolici
24/09/2010 [stampa]
Benedetto XVI in Gran Bretagna: la religione non è un fatto privato
Il viaggio di Benedetto XVI in Inghilterra ha avuto il suo momento culminante nella Messa per la beatificazione del Cardinale John Henry Newman.

Nella veglia per la preghiera in Hyde Park, il Santo Padre ha espresso la sua interpretazione dell’opera del Cardinale: “ Alla fine della vita, Newman avrebbe descritto il proprio lavoro come una lotta contro la tendenza crescente a considerare la religione come un fatto puramente privato e soggettivo, una questione di opinione personale”.

Ha, poi, proseguito: “Qui è la prima lezione che possiamo apprendere dalla sua vita: ai nostri giorni, quando un relativismo intellettuale e morale minaccia di fiaccare i fondamenti stessi della nostra società, Newman ci rammenta che, quali uomini e donne creati ad immagine e somiglianza di Dio, siamo stati creati per conoscere la verità, per trovare in essa la nostra definitiva libertà e l’adempimento delle più profonde aspirazioni umane”.

E’ straordinaria la limpidezza di questo messaggio che pone il fondamento del senso religioso del Cristianesimo.

Il relativismo si fonda sull’idea della religione come fatto privato che rappresenta la più grande contraddizione della figura di Cristo e dell’incarnazione di Dio. Esso fiacca i fondamenti della nostra società e va contrastato riaffermando che l’uomo è creato per conoscere la verità.

Il Papa ha ribadito la condanna e l’opposizione al nazismo “ che aveva in animo di sradicare Dio dalla società e negava a molti la nostra comune umanità”, indicando come l’odierna tendenza, che porta all’ “ esclusione di Dio, della religione e della virtù dalla vita pubblica”, conduca “ad una visione monca dell’uomo e della società”. Se non ci troviamo di fronte all’equiparazione dei due mali, viene, tuttavia, evidenziata da Benedetto XVI la causa comune che conduce alla dittatura materialista.

Di fronte alla Regina Elisabetta, nella terra d’origine dell’illuminismo ha espresso un richiamo forte per il futuro del Regno Unito: esso- ha sottolineato il Papa – “si sforza di essere una società moderna e multiculturale. In questo compito stimolante, possa mantenere sempre il rispetto per quei valori tradizionali e per quelle espressioni culturali che forme più aggressive di secolarismo non stimano più, né tollerano più”.
08/06/2010 [stampa]
L'uccisione di Monsignor Padovese ed il falso ecumenismo.
I fatti di sangue, le uccisioni cruente, soprattutto di chi rappresenta qualcosa oltre la sua stessa persona, recano con loro anche un significato più complessivo, oltre la stessa vicenda.

L’uccisione di monsignor Padovese a Iskenderun nella Turchia meridionale , è, tragicamente, uno di questi.

Essa ricorda quella di don Santoro a Trebisonda.

Il brusio e i balbettii della stampa locale e non, che tentano di ricostruire le motivazioni del gesto, costituiscono l’altra faccia di una medaglia che, invece, mostra la banalità delle conseguenze che ne derivano da questi omicidi, se è vero, come è vero, che l’uccisore di don Santoro è già in libertà, mentre per l’autista Murat è già pronta la tesi del “raptus”, sfornata dalla polizia locale.

Oltre a non esserci “alcun certificato medico che attesti l’invalidità mentale “ dell’assassino, come sottolinea Asianews, l’agenzia dell’Istituto pontificio per le missioni estere il 7 giugno, i particolari dell’omicidio come il taglio della testa e il grido di Murat “ho ammazzato il grande satana! Allah Akbar”, sembrano dimostrare le intenzioni vere e, sempre come scrive Asianews, mettono “ in relazione l’assassinio con i gruppi ultranazionalisti e apparentemente fondamentalisti islamici che vogliono eliminare i cristiani dalla Turchia”.

L’enfasi e la demagogia “ecumenica” sollecitano a digerire queste tragedie e ad archiviarle senza porsi il quesito dell’inaccettabilità dell’ equiparazione tra la religiosità della croce e quella della spada, tra la caritas ed il fanatismo, tra pace e “guerra santa”.

Come ha rilevato Giuliano Ferrara sul Foglio del 7 giugno, rivolgendosi alla Chiesa cattolica: “la catena di violenza contro cattolici, protestanti, ortodossi in Turchia e nel medio oriente non è una serie di incidenti, ma uno stato delle cose da correggere ad ogni costo, battendosi.” Aggiungendo: “Battendosi e sapendo che le origini dell’intolleranza sono profonde, sono inscritte nella condizione spirituale e di civiltà del mondo mussulmano”.

Negli stessi giorni nei quali veniva ucciso monsignor Padovese si metteva in moto nella Turchia di Erdogan l’iniziativa “pacifista” e di solidarietà con i palestinesi di Gaza. Anche senza voler accettare al cento per cento la tesi di Israele, essa assumeva, nella sua connotazione e conduzione, forti accenti provocatori, del tutto diversi rispetto a quelli dell’ analoga iniziativa irlandese portata avanti nei giorni successivi.

I segnali politici che da qualche tempo giungono dalla Turchia dimostrano, con grande preoccupazione, che, accanto alla riduzione del carattere laico del governo turco, crescono alcuni elementi di intolleranza. Sono segnali pericolosi che meritano una attenzione di livello culturale e religioso, ma anche iniziative politiche adeguate perché il dialogo con questa nazione, anche rispetto al tema dell’ingresso nell’Europa, si fondi con chiarezza e determinazione su reciprocità e tolleranza.

19/04/2010 [stampa]
“Scelta religiosa” e “ Presenza” .
Il termine “scelta religiosa” entra ufficialmente a far parte del lessico dell’associazionismo cattolico nel 1969, quando Vittorio Bachelet lo introduce nella redazione del nuovo statuto associativo dell’Azione Cattolica e può apparire, a prima vista, come una definizione assolutamente ovvia e scontata. Come potrebbero dei movimenti ecclesiali, che hanno nella testimonianza cristiana il loro cuore pulsante, sottrarsi alla “scelta religiosa” quando questa costituisce, in un certo senso, la loro stessa ragion d’essere? D’altro canto la stessa motivazione che fornisce Bachelet, in quel contesto ed in quel tempo, è minimalista ed, apparentemente, del tutto condivisibile: compito dell’ Azione Cattolica non può essere quello di “fornire galoppini” per le campagne elettorali della Democrazia Cristiana, ma deve, invece, essere quello di formare una classe dirigente politica cristianamente motivata e seriamente preparata. In realtà le cose prenderanno tutt’altra piega.

Risulterà, infatti, chiaro ben presto, come la “scelta religiosa” nascondesse in sé una evidente subalternità nei confronti delle ideologie dominanti della “rivoluzione culturale” del ’68. Scrive Alfredo Carlo Moro, ricordando Bachelet: “Era ben consapevole che bisognava cambiare, non certo per inclinazione al trasformismo – non era il suo stile – ma perché era ben convinto che il mondo stava cambiando. Che erano in atto dei mutamenti irreversibili, che bisognava cogliere l’occasione.…Nel disagio e nell’utopia dei giovani c’era, mescolato ad equivoci e intemperanze, il segno di un inappagamento, la speranza di un mondo nuovo. Una speranza che il cristiano non può mai ignorare né condannare; ma, semmai, aiutare a chiarirsi, a crescere e realizzarsi”. In questa logica, il baricentro dell’impegno dei cristiani si sposta dalla testimonianza della Verità – cui fa sempre essenziale riferimento Benedetto XVI, anche nella recente enciclica Caritas in Veritate, - al mondo ed al suo cambiamento cui i cristiani non solo devono adeguarsi, ma si devono addirittura adoperare per aiutarlo “a chiarirsi, crescere, realizzarsi”.

Nella “scelta religiosa” si annida, dunque, una linea di radicale “subalternità al mondo”. Ma qual è il procedimento logico, il pensiero, attraverso cui questo processo culturale si realizza? Si tratta, ancora una volta, di una logica assai singolare ed apparentemente contraddittoria. La “scelta religiosa” si traduce, infatti, non in una scelta di evangelizzazione (come sarebbe lecito pensare, se le parole hanno un senso!) ma esattamente nel suo contrario: nella accettazione della secolarizzazione della società, italiana in particolare, e nella sostanziale acquiescenza al processo di scristianizzazione che, necessariamente, l’accompagna.

Questo apparente paradosso viene, in notevole misura, chiarito da un’intervista che Bachelet rilascia nel 1979 a dieci anni circa dalla ufficializzazione della “scelta religiosa” dell’Azione Cattolica: “Di fronte a questo mondo che cambia, di fronte alla crisi di valori nel cambiamento del quadro sociale e culturale, forse con una intuizione anticipatrice, l’A.C. si chiese su cosa puntare. Valeva la pena correre dietro a singoli problemi importanti ma consequenziali o puntare invece alle radici? Nel momento in cui l’aratro della storia scavava a fondo rivoltando profondamente le zolle della società italiana che cosa era importante?”

La chiave del ragionamento si trova, in realtà, tutta nella domanda che lo stesso Bachelet si pone: “Valeva la pena correre dietro a singoli problemi importanti ma consequenziali o puntare invece alle radici?” infatti, è proprio dalla risposta che viene data a questa domanda che si chiarisce il senso e la logica della “scelta religiosa”. E la risposta è implicita ed ovvia: no, non vale la pena!

Tuttavia, quelli che Bachelet definisce, con asettico linguaggio da giurista, “singoli problemi importanti ma consequenziali” sono, e saranno sempre più nel corso degli anni, questioni essenziali, dilaceranti per l’assetto della società civile e per la sua etica, hanno un nome ed un cognome: si chiamano libertà di educazione, famiglia, divorzio, aborto, eutanasia, clonazione, matrimonio gay, bioetica e così via. Di fronte all’avanzare di queste tematiche poste dalla cultura relativista egemone in occidente con insistenza e pervicacia, per scardinare quanto resta del tessuto cristiano della società civile, la “scelta religiosa” tace, anzi è spesso connivente e “collaborazionista”. Per non scontrarsi con il mondo ed il suo cambiamento la riaffermazione della centralità dell’annuncio non si traduce, paradossalmente, in testimonianza della Verità: al contrario. La “scelta religiosa” diffida della verità, così come diffida dell’identità, perché ambedue diventano momento di contrasto e di scontro con il “mondo che cambia”, con “il mondo nuovo”. La riasserita centralità dell’annuncio di Cristo diviene, così, la centralità di un annuncio muto, ridotto al silenzio, in quanto il cristianesimo non deve, in alcun modo, essere “segno di contraddizione” rispetto al “mondo nuovo” che sta nascendo. Con la “scelta religiosa”, paradossalmente, la strategia dell’opportunità politica, o storica, prevale sulla testimonianza della verità.

La “scelta religiosa”, scrive Alfredo Carlo Moro “Nasce da un giudizio storico, severo e radicale (e che gli creò pure incomprensioni…). Nasce dalla convinzione che il regime di cristianità sia avviato ad un irreversibile tramonto e che, piuttosto che tentare restaurazioni – impossibili e neppure desiderabili – convenga piuttosto prepararsi ai tempi nuovi ripartendo dalle fondamenta, dal nucleo essenziale della fede, dalla fede nuda e pura, come dirà Dossetti”. La prospettiva che la “scelta religiosa” propone è, dunque, un cristianesimo radicalmente disincarnato dalla storia, che si autoriduce al silenzio. Questo esito ultimo, cui conduce la logica della “scelta religiosa”, è plasticamente descritto da Emanuele Samek Lodovici in quell’affascinante studio che è “ Metamorfosi della Gnosi”: “Il prezzo della spiritualizzazione vuole che da una parte l’ambito del religioso purificato si restringa sempre più alla sfera della coscienza, e che dall’altra l’ambito di ciò che non appartiene al nucleo si allarghi sempre più sino ad assumere le dimensioni dell’intero. Così una religione ridotta al nucleo essenziale abbandona alla spiegazione storicistica l’idea di Chiesa, di culto, di dogma, di sacerdozio e conserva per sé un ruolo analogo a quello della matta nel gioco delle carte da far intervenire solo nei casi estremi”.

“ Chiesa spirituale” e Tradizione

La “scelta religiosa” nell’associazionismo cattolico italiano prende corpo, forza, vigore e prospettiva subito dopo il Concilio Vaticano II in forza di quella particolare lettura che lo vuole, arbitrariamente, interpretare come momento di cesura rispetto alla Tradizione della Chiesa e come punto di svolta, “evento epocale” per l’avvento di una Chiesa nuova: una “Chiesa spirituale” radicalmente innovativa e, dunque, diversa - in buona sostanza addirittura altra - rispetto alla Chiesa della Tradizione. Una lettura che separa nettamente la Chiesa preconciliare da quella postconciliare e viene prepotentemente diffusa soprattutto dalla Fondazione per le scienze religiose di Bologna, grazie alla monumentale “Storia del Concilio” di Giuseppe Alberigo. Questa interpretazione è stata puntualmente contestata e rigettata, sempre con parole chiarissime, dagli stessi pontefici: da Paolo IV, a Giovanni Paolo II ed a Benedetto XVI: “…va precisato innanzitutto – ammoniva a suo tempo l’allora cardinal Ratzinger nel famoso “Rapporto sulla fede” – che il Vaticano II è sorretto dalla stessa autorità del Vaticano I e del Tridentino… il Vaticano II si pone in stretta continuità con i due Concili precedenti e li riprende letteralmente in punti decisivi”.

Ma la contestazione più radicale ed ufficiale della linea della “scelta religiosa” e dello stravolgimento del Vaticano II arriverà nel 1985 a Loreto con le parole che Giovanni Paolo II rivolge alla Chiesa italiana in occasione del convegno nazionale che lì si celebra. In quella circostanza Giovanni Paolo II è estremamente esplicito nella radicalità della sua critica alla “scelta religiosa”. La “scelta religiosa” resta il “convitato di pietra” di quell’assemblea anche se non viene mai esplicitamente richiamata, né il suo nome pronunciato.

All’inizio del proprio discorso il Papa, riferendosi al Vaticano II, afferma chiaramente che: “…occorre però che il Concilio non si interpreti secondo particolari visioni o scelte personali: nessuno deve sconvolgere il messaggio conciliare sulla Chiesa, sia essa considerata nella sua dimensione universale o in quella particolare”. Definito il quadro d’insieme, Giovanni Paolo II passa, poco dopo, ad affrontare frontalmente la questione della “scelta religiosa”, e lo fa con parole inequivocabili. Afferma in premessa: “La verità è misura di moralità: scelte e motivazioni non possono dirsi eticamente buone, e quindi, meritevoli di approvazione se non sono conformi al bene oggettivo. La comprensione e il rispetto per l’errante esigono anche chiarezza di valutazione circa l’errore di cui egli è vittima. Il rispetto, infatti, per le convinzioni altrui non implica la rinuncia alle convinzioni proprie”. Risulta trasparente il riferimento ai “distinguo” operati, pochi anni prima, proprio sulla base della logica della “scelta religiosa”, da una parte della cultura e del mondo cattolico italiano sulle questioni dell’aborto e del divorzio.

Ricollegandosi poi direttamente alla situazione italiana e chiarendo in modo ancora più specifico il senso delle proprie parole il Papa continua: “La “coscienza di verità”, la consapevolezza cioè di essere portatori della verità che salva, è fattore essenziale del dinamismo missionario dell’ intera comunità ecclesiale, come testimonia l’esperienza fatta dalla Chiesa fin dalle sue origini. Oggi, in una situazione nella quale è urgente por mano quasi ad una nuova “implantatio evangelica” anche in un Paese come l’Italia, una forte e diffusa “coscienza di verità” appare particolarmente necessaria”. Il richiamo esplicito alla “coscienza di verità” ed al “dinamismo missionario” sono, già di per sé, due formidabili altolà alla logica di pensiero che sottende la “scelta religiosa”, ma Giovanni Paolo II approfondisce e chiarisce ulteriormente il senso delle sue parole.

Afferma, infatti, il Pontefice: “Occorre superare, carissimi fratelli e sorelle, quella frattura tra Vangelo e cultura che è anche per l’Italia, il dramma della nostra epoca; occorre por mano ad un’opera di inculturazione della fede…ciò potrà avvenire solo a condizione che non si appiattisca la verità cristiana e non si nascondano le differenze finendo in ambigui compromessi”.

Conclusa, così, la parte critica del proprio ragionamento Giovanni Paolo II passa alla parte propositiva. I cristiani non possono, né debbono, ritirarsi nella cittadella di una spiritualità travisata abbandonando la società a se stessa ed alla sua incombente scristianizzazione: “ E’ dunque necessario avere fiducia, non solo per quanto concerne la Chiesa ma anche per la vita della società, nella forza unitiva e riconciliatrice della verità che si realizza nell’amore. Vorrei dire qui agli uomini e alle donne di questa grande nazione: non abbiate paura di Cristo, non temete il ruolo anche pubblico che il cristianesimo può svolgere per la promozione dell’uomo e per il bene dell’Italia”. La contrapposizione è frontale. E’ qui che viene esplicitata, nel modo più autorevole quella che, negli anni avvenire, sarà conosciuta come “linea della presenza” in sostanziale alternativa a quella della “scelta religiosa”.

Per comprendere a fondo il significato delle parole di Giovanni Paolo II e la loro portata chiarificatrice nel contesto storico in cui sono state pronunciate, è essenziale leggerle in controcanto ad un intervento sulle stesse tematiche - ma in chiave diametralmente opposta - di quello che può essere considerato, assieme a Lazzati, il padre spirituale della linea della “scelta religiosa”: Giuseppe Dossetti. Nelle sue parole non si fatica a rinvenire il segno di un evidente antagonismo nei confronti della Chiesa istituzionale e dello stesso Giovanni Paolo II laddove riaffermano la necessità della presenza dei cattolici nella società italiana.

Sostiene Dossetti: “ I battezzati consapevoli devono percorrere un cammino inverso a quello degli ultimi vent’anni, cioè mirare non ad una presenza dei cristiani nelle realtà temporali e alla loro consistenza numerica e al loro peso politico, ma ad una ricostruzione delle coscienze ed al loro peso interiore…Vivremo sempre più la nostra fede senza puntelli, senza presidi di sorta umanamente parlando, destinati a vivere in un mondo che richiede la fede pura. Nessuna ragione, nessun sistema di pensiero, nessuna organicità culturale, nessuna completezza e forza di pensiero organico costruito potrà presidiare la nostra fede. Sarà fede nuda, pura, fondata solo sulla parola di Dio considerata interiormente… Ogni tentativo di ricostituire o di dar da bere che si può ricostituire una sintesi culturale o una organicità sociale che presidi e difenda la fede sarà sempre un tentativo illusorio…anche se una certa illusione è sempre rinascente”.

Dossetti conclude poi il suo ragionamento con una valutazione alquanto pessimistica, per non dire minacciosa, sulla Chiesa stessa: “ Si, c’è la Chiesa, ma anche essa se non si fa più spirituale, anziché cercare dei sostegni, dei puntelli, delle aggregazioni sociali di ogni tipo, delle cose che avrebbero ormai dovuto persuadere che non tengono…che non sono adeguate alla verità del tutto divina che noi professiamo, la Chiesa stessa, se non si fa più spirituale non riuscirà ad adempiere la sua missione di collegare veramente i figli del Vangelo”.

Una linea che continua a scorrere

A questo punto va tuttavia notato come le decise e mirate posizioni assunte da Giovanni Paolo II e dal suo successore Benedetto XVI non abbiano ancora ottenuto di portare a definitivo chiarimento la questione della “scelta religiosa”. Malgrado la chiarezza delle posizioni, assunte al riguardo dai Pontefici, la linea della “scelta religiosa” continua a scorrere vigorosa nella Chiesa italiana, nell’associazionismo cattolico, nella politica. A conferma di questo vale la pena richiamare alcuni passi di un recente articolo di Eugenio Scalfari su “La Repubblica” che dà conto di un suo recente colloquio-intervista con il cardinal Martini. Scalfari scrive: “Ci accorgemmo subito che eravamo d’accordo su tutto, la sua etica era anche la mia, lui la riceveva dall’alto, io dalla autonomia della mia coscienza, tutti e due ci ponevamo il problema dell’incontro tra il sentimento religioso e una modernità laica e relativista”. Martini precisa: “…qui c’è una lacuna, una defezione silenziosa specie nella società europea ed in quella italiana”. Scalfari domanda: “ Pensa alla scarsa frequenza dei sacramenti, della messa, delle vocazioni?”. Martini risponde: “Questi sono aspetti esterni non sostanziali. La sostanza è la carità, la visione del bene comune e della comune felicità. Felicità non solo per noi ma per gli altri e non solo nel presente, qui e subito, ma per i figli ed i nipoti, le generazioni che verranno”. Leggendo questi brani dell’intervista la mente non può che andare alle parole di Emanuele Samek Lodovici: “E’ a questo punto che tutto nella religione, per un curioso rovesciamento di fronte, torna ad essere storico. La sfera della religione spirituale è talmente chiusa nelle pareti dell’ io da diventare incomunicabile, mentre rimane il resto che non è altro che il mondo e mondo storico”.

Ma per comprendere il sostanziale e radicale “rovesciamento dei valori” che la “scelta religiosa” finisce con l’indurre è indispensabile raffrontare le parole del cardinal Martini sulla “carità” e sulla “felicità” a quanto scrive Benedetto XVI nelle prime pagine della sua ultima enciclica “Caritas in Veritate”. Ciò che, infatti, dà il segno al ragionamento del cardinal Martini, ed è tipico della logica della “scelta religiosa”, è l’assenza di ogni riferimento al rapporto tra “carità” e “verità”. Afferma per contro Benedetto XVI : “ Un cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti utili per la convivenza sociale ma marginali” (n.4); “Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta fino a significare il contrario”.

Rispetto alla linea della “scelta religiosa” resta ora un ultimo punto da definire: quello del suo rapporto con la politica e, specificamente, con l’impegno politico dei cattolici. Sarebbe un errore infatti, pensare che la “spiritualizzazione” della religione conduca ad un allontanamento dalla politica e dal potere. E’ anzi vero il contrario. La “scelta religiosa”conduce, in realtà, ad una radicale cesura tra l’impegno politico, la fede e la verità; esalta la storicità della politica e la totalizza: in questo ha una singolare assonanza, seppure in termini rovesciati, con l’Action Francaise di Maurras condannata da Pio XI il 24 dicembre 1926. In conclusione fornisce ai cattolici la possibilità di impegnarsi in politica sentendosi svincolati da ogni obbligo non solo di testimonianza della propria fede e della verità ma anche di difesa dei valori eticamente sensibili e dello stesso diritto naturale. La “Chiesa spirituale”, secondo tale logica, deve restare sempre ai margini della società civile, i “cattolici spirituali” non devono e non possono essere testimoni di verità nella realtà sociale per non violare il fairplay che deve caratterizzare il loro dialogo con “la modernità laica e relativista”- per usare la terminologia di Scalfari - e l’assoluto, inviolabile rispetto dovuto a quella specie di “ Sancta Sanctorum” che sarebbe la “laicità delle istituzioni”.

Non a caso, verso gli anni ottanta, Luigi Gedda, carismatico presidente dell’Azione Cattolica nel primo dopoguerra in contrapposizione alla cui linea venne formulata la “scelta religiosa”, dirà: “ E’ una “scelta religiosa” “sui generis” nel senso che lascia mano libera ai politici; in realtà è una scelta politica! ”. Una affermazione che troverà direttamente e clamorosamente riscontro molti anni dopo quando, sempre sulla stessa linea culturale, sarà coniato il termine di “cattolici adulti” per designare “orgogliosamente” quei cattolici che si sottraggono pubblicamente al magistero della Chiesa e dei suoi pastori soprattutto su scelte politiche eticamente sensibili.

Scrive, significativamente, al riguardo Luigi Amicone nel febbraio 2007 quando Prodi e la Bindi presenteranno la loro proposta di legge per il riconoscimento delle coppie gay: “A suo modo l’opzione per la “scelta religiosa” fatta dalla più istituzionale e ufficiale delle associazioni cattoliche agli inizi degli anni Settanta era stata un’operazione geniale. Separate le sfere del privato e del pubblico, la “laicità” intesa come “autonomia” dalla fede, e una fede ridotta a “ispirazione” amica dell’uomo, e di un’amicizia analoga a quella che possiamo avere noi con Adamo ed Eva, tanto cara ai Lazzati e Dossetti, quell’idea di laicità ha attivato per decenni un alibi portentoso. Manteneva i professanti il maritainismo politico nell’aureola mistica, devota, ortodossa verso santa madre chiesa e, al tempo stesso, dava loro mani libere per operare da principi di questo mondo. Quando Paolo VI intuì l’equivoco era tardi. Il suo pontificato volgeva al termine e il proiettarsi dell’ombra cupa di un cristianesimo disincarnato ma fedele segugio delle forze storiche del potere mondano, forse ne affrettò anche la morte. Certo che “un pensiero non cattolico” si stava insinuando dentro la chiesa. Certo che un odore di zolfo (usò proprio quelle parole Paolo VI “fumo di satana”) si andava diffondendo nei sacri palazzi e in quei grandi convegni che nel nome del Vaticano II e dell’aggiornamento e della promozione umana, scardinavano il pensiero cattolico”.

Una parola definitiva sulla questione e sullo “slogan” dei “cattolici adulti” è stata, comunque, pronunciata dallo stesso Benedetto XVI in occasione del suo discorso in chiusura dell’Anno Paolino: “ Lo “slogan diffuso” – sono parole del Papa – dipinge oggi come “matura” la fede del cattolico che “ non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi pastori ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere” , e “ che ha il “coraggio” di esprimersi contro il magistero della Chiesa”…Con sottile ironia papa Benedetto annota che a contestare la Chiesa “ in realtà non ci vuole del coraggio perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso”…Il Papa rimette a posto ciò che fa “grande” un credente ribadendo che “fa parte della fede adulta , ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento” e “ riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore”.

Dopo aver inquadrato le caratteristiche fondamentali della “scelta religiosa” e la sua posizione radicalmente antitetica, seppur costantemente ambigua, rispetto alla posizione della Chiesa ed alla linea sempre ribadita dai Pontefici, possiamo spostare il “focus” della riflessione sul significato e sulle modalità della “linea della presenza” nel contesto culturale, sociale e politico, che caratterizza l’attuale momento storico: in Italia come nel mondo.

Tuttavia, prima di inoltrarsi in questa specifica analisi è indispensabile sgomberare il campo da quello che è, forse, il più formidabile equivoco che la “cultura” della “scelta religiosa” è riuscita ad indurre: cioè quello che, nell’attuale contesto, la linea della presenza cristiana per la riaffermazione dei valori eticamente sensibili e per la difesa delle radici cristiane della nostra cultura europea ed occidentale, sia una scelta “temporalista”, una scelta di potere, una scelta di sostanziale abbandono della spiritualità. In realtà, alla base di questo equivoco sta la sempre ritornante e falsa contrapposizione di origine gnostica, tra Chiesa spirituale e Chiesa istituzionale, tra Chiesa povera e Chiesa del potere. Laddove è, invece, vero esattamente il contrario: “Nella crisi di civiltà che stiamo attraversando, una nuova purificazione e unificazione della cultura può invero sgorgare soltanto da isole di raccoglimento spirituale. Là dove in comunità vive, ha luogo una “nuova nascita” della fede si ha anche la prova di come la cultura cristiana si dia nuove forme, di come l’esperienza comunitaria suggerisca e dia vita a nuove vie che prima d’ora non avevamo saputo intravedere”. Solo una rinnovata e ritrovata spiritualità può, infatti, essere alla radice ed alla base di un’autentica scelta della presenza.: cioè di una rinnovata incarnazione del cristianesimo nella società e nella cultura. Benedetto XVI ricorda che la dignità divina dell’essere umano e l’unicità della sua origine e del suo destino trovano il loro sigillo in Cristo, secondo Adamo. “ Questo annuncio biblico è la roccaforte della dignità umana e dei diritti umani; è la grande eredità di umanesimo autentico affidata alla Chiesa, il cui dovere è incarnare questo annuncio in tutte le culture in tutti i sistemi sociali e costituzionali”. In questo senso, la scelta della presenza è, in realtà, la vera “scelta religiosa”!

Ciò premesso, il punto fondamentale che resta da approfondire è sostanzialmente quello di valutare cosa significhi esattamente linea della presenza in questo tempo storico e nella società di oggi di fronte agli interrogativi, alle scelte ed alle alternative che questa società pone all’uomo. L’ultimo decennio del ventesimo secolo ha infatti, è vero, portato con sé, il crollo dell’impero sovietico e la fine del comunismo come ultima delle ideologie totalitarie che hanno drammaticamente caratterizzato ed insanguinato il ‘900, ma ha messo, tuttavia, in campo questioni e problemi che investono l’essenza stessa dell’uomo e della sua natura: quella che viene spesso definita “ questione antropologica” alla quale la cultura occidentale sta offrendo risposte non meno ideologiche e totalizzanti, seppure, solo apparentemente, meno cruente di quelle generate dai totalitarismi dello scorso secolo.

Questo processo storico è stato sempre ed in innumerevoli occasioni diagnosticato, analizzato e denunziato da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Papa Ratzinger, peraltro, lo ha descritto con parole particolarmente efficaci nel suo intervento al quarto convegno nazionale della Chiesa italiana che si tenne a Verona nell’autunno del 2006 parlando di “quella cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita. Ne deriva una nuova ondata di illuminismo e di laicismo per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare”.

Da questa logica, continua il Papa, deriva una esclusione di Dio dalla cultura, dalla società e dalla vita pubblica ed il mondo viene sentito come opera nostra alla quale Dio è superfluo ed estraneo: ed è davvero sconcertante, notiamo noi, quanto, in questo senso, risulti inquietante la consonanza e la convergenza di fatto tra questa nuova ondata di cultura “illuminista e laicista” e la “scelta religiosa” dei cattolici adulti! Prosegue poi Benedetto XVI : “In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico capovolgimento del punto di partenza di questa cultura, che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà”.

La “dittatura del relativismo”

In questa frase si trova la chiave di lettura essenziale dell’analisi del Papa sulla nascita della “dittatura del relativismo”. Anche recentemente, Benedetto XVI è tornato a parlare di “dittatura del relativismo” in occasione dei 150 anni dalla morte di san Giovanni Maria Vianney che visse eroicamente in Francia gli anni immediatamente successivi alla rivoluzione dell’89 ed al periodo del “Terrore”: “Cari fratelli e sorelle, a 150 anni dalla morte del Santo Curato d’Ars, le sfide della società o¬dierna non sono meno impegnative, anzi forse, si sono fatte più comples¬se. Se allora c’era la «dittatura del ra¬zionalismo», all’epoca attuale si regi¬stra in molti ambienti una sorta di «dittatura del relativismo»”.

Queste parole del Papa, non possono essere in alcun modo ascoltate con leggerezza, né interpretate come occasionali: lo specifico richiamo al concetto di dittatura in connessione con il “razionalismo” ed il “relativismo” esplicitamente riferito alla situazione della Francia dopo la rivoluzione dell’ 89 ed “il Terrore”, sottolinea la drammaticità della situazione attuale, aldilà delle apparenze libertarie! Esse ci ricollegano immediatamente al problema della presenza dei cattolici nella cultura, nella società, nella politica. In altre parole ci permettono di mettere a fuoco una prima fondamentale risposta al problema che ci siamo appena posti: cosa significa esattamente oggi, nell’attuale contesto storico, culturale, sociale e politico “linea della presenza”?

Un fatto specifico è fuor di dubbio: oggi le problematiche e le situazioni che i cristiani con la loro presenza nella società debbono affrontare si sono parzialmente modificate, ed in un certo senso – paradossalmente! - radicalizzate, rispetto alla situazione del secolo scorso nel quale la loro presenza è stata necessariamente finalizzata a difendere la libertà “tout court” dai pericoli incombenti dei totalitarismi di destra e di sinistra. “…Giovanni Paolo II – in più occasioni, e anche nei primi capitoli del suo ultimo libro “Memoria e identità” – ricordava la necessità di difendere la coscienza dei cristiani e dell’umanità tutta contro l’intrinseco male di due grandi utopie ideologiche calate in sistemi giuridici su scala mondiale: l’utopia totalitaria della giustizia senza libertà e l’utopia relativista della libertà senza verità. … L’utopia relativista apparentemente democratica della libertà senza verità, costituisce una pressante minaccia di perversione culturale ed antropologica, specialmente in alcune nazioni europee”.

Seguendo il filo logico di questo ragionamento in riferimento alle posizioni espresse sia da Giovanni Paolo II che da Benedetto XVI, cominciamo, dunque, a mettere a fuoco quale sia il vero antagonista che la presenza cristiana nella società, nella cultura e nella politica si trova a dover fronteggiare oggi. I totalitarismi “classici”, quelli che nel corso del ‘900 hanno sconvolto il volto del mondo aggredendo apertamente e frontalmente il principio della libertà della persona e della democrazia rappresentativa, come criterio di governo nella società moderna, sono tramontati. Almeno in occidente questo è definitivamente avvenuto alla fine del secolo scorso con il crollo dell’Unione Sovietica e del suo impero.

Tuttavia con la sconfitta dei totalitarismi novecenteschi si è clamorosamente aperta un’altra partita che vede l’affermarsi nelle società occidentali, ed europee in particolare, di una nuova più subdola forma di totalitarismo, quella che Benedetto XVI ha definito, appunto, “dittatura del relativismo” che partendo dall’utopia della libertà senza verità costituisce un gravissimo pericolo proprio per il principio stesso di dignità e di libertà della persona e, di conseguenza, per la stessa democrazia fondata sul diritto naturale e sulla sovranità popolare: “Una democrazia senza valori si trasforma in tirannia del relativismo, in una perdita della propria identità e, a lungo andare, può degenerare in totalitarismo aperto o insidioso”.

E’ esattamente su questo specifico e pressante monito del Papa che i cattolici debbono, innanzitutto, ragionare ed approfondire per trovare la principale chiave di risposta alle modalità, alle motivazioni ed agli obbiettivi della loro presenza organizzata nella società. La presenza dei cattolici nel sociale, nel culturale e nel politico non può, infatti, non misurarsi col dato di fatto centrale della esistenza di una egemonia della cultura relativista che, proprio partendo dal concetto della assolutizzazione della libertà, può “degenerare in totalitarismo aperto ed insidioso”. In questo contesto sono, più che mai, centrali, anche per la sopravvivenza della stessa democrazia, tutte le battaglie sui valori non negoziabili che l’offensiva relativista costringe ad affrontare nel suo costante, e ormai dilagante, progetto di egemonia e totale sradicamento dell’identità cristiana dell’ Europa e dell’occidente: dal tema della vita con l’aborto, l’eutanasia, la procreazione assistita, la clonazione; a quello della famiglia, dalla sua crisi con il divorzio fino al riconoscimento del matrimonio gay; a quello della libertà di educazione, dall’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche fino alla difesa della scuola cattolica.

E’ in questo contesto che bisogna prendere radicalmente le distanze, ed anzi, denunciare pubblicamente l’ambiguità e la pericolosità di quella scelta di sostanziale acquiescenza all’ affermarsi della “tirannia del relativismo” che viene spacciata come “scelta religiosa” nel ragionamento dei cosiddetti cattolici adulti. Infatti, il concetto fondamentale della “scelta religiosa”- cioè quello che vorrebbe indurre al sostanziale collaborazionismo dei cristiani di fronte alle singole e specifiche offensive di scristianizzazione della società e di sovvertimento della legge naturale - nasce dal fatto di considerare la resistenza contro tali offensive una “battaglia di retroguardia”, residuo di una concezione “temporalista” della Chiesa: una concezione da abbandonare per ritirarsi in una dimensione puramente interiore di “distacco spirituale” in attesa dell’avvento di chissà quale “nuovo eone”. Tale posizione, peraltro, non solo contraddice il dovere della Chiesa di incarnare l’annuncio di autentico umanesimo che deriva dalla dignità divina della persona umana in tutte le culture e in tutti i sistemi sociali e costituzionali ma – accettando il sovvertimento del principio della suprema dignità della persona - mette, in realtà, in pericolo estremo il principio di libertà dell’uomo e, dunque, il principio stesso della convivenza civile fondata sulla libertà.

. Ancora una volta, per i cristiani, la scelta della presenza nella società e nella storia, significa combattere una battaglia in difesa della libertà di tutti: il nesso tra la difesa dei valori eticamente sensibili ed i principi di libertà e democrazia è sostanzialmente inscindibile. L’attacco alla libertà ed alla democrazia che i cattolici debbono fronteggiare oggi con la loro presenza è, probabilmente, più insidioso e sostanzialmente più grave di quello apportato dai totalitarismi del secolo scorso. Mentre allora, infatti, si trattava di affrontare delle ideologie che erano portatrici di concezioni del mondo chiaramente antagoniste rispetto all’ordinamento democratico e negavano apertamente la libertà della persona, oggi si tratta di affrontare una ideologia che, in buona sostanza, esaltando ed assolutizzando la libertà della persona finisce, in realtà, con l’umiliarla e con il distruggerla. Una ideologia che, seppure fortemente integralista, si presenta, al contrario, come un modo di essere più aperto, più moderno, più conseguentemente liberale e tollerante della democrazia stessa.

Benedetto XVI chiarisce a fondo questo concetto parlando chiaramente del “nucleo non relativistico della democrazia: “ i diritti umani non stanno in subordine all’ imperativo della tolleranza e a quello del pluralismo: essi sono il contenuto della tolleranza e della libertà. Derubare l’altro dei suoi diritti non può mai divenire materia di statuizione positiva e meno che mai essere contenuto di libertà. Ciò significa che un fondo di verità – di verità in senso morale – appare irrinunciabile per la stessa sopravvivenza della democrazia”. E’ in questo senso che il Papa afferma che senza i valori la democrazia si trasforma in una “tirannia del relativismo”.

A questo riguardo il Pontefice approfondisce ulteriormente l’analisi e parla chiaramente di “due orientamenti di fondo radicalmente contrapposti”: la concezione relativista della democrazia che si contrappone a quella metafisica e cristiana rispetto alla quale è assolutamente irriducibile. “Sul primo versante troviamo l’opzione radicalmente relativistica, che vuole escludere totalmente dalla sfera politica qualunque pertinenza della nozione di bene ( e con maggior ragione di quella di vero) in quanto pericolosa per la libertà. Il “diritto naturale” viene qui rifiutato come qualcosa che è sospetto di possibili nessi con dottrine metafisiche per affermare coerentemente un perfetto relativismo…Il diritto dovrebbe essere inteso in un’ accezione solo ed esclusivamente politica: sarebbe cioè diritto quanto viene statuito dagli organi a ciò preposti. Conseguentemente della democrazia si dà una definizione non in senso sostanziale, bensì puramente formale: la si concepisce come un insieme di regole che rendono possibile la formazione di maggioranze, la rappresentanza dei poteri e l’alternanza dei governi”. Con questa sua analisi il Papa individua e precisa lo spazio fondamentale nel quale deve attestarsi la presenza dei cattolici nella società di oggi: la difesa dei valori irrinunciabili riconosciuti dalla ragione e dal diritto naturale che si salda in uno con la difesa e la riaffermazione dell’autentica libertà e della vera democrazia e delle radici cristiane della società occidentale.

Un apporto fondamentale all’affermarsi della concezione relativistica della democrazia, e quindi alla sua degenerazione verso la “tirannia del relativismo”, viene anche fornito dalla dottrina del positivismo giuridico che si è diffusa nel mondo occidentale soprattutto dalla fine della seconda guerra mondiale. Al riguardo, riferendosi ad Hans Kelsen, fondatore appunto della scuola del positivismo giuridico- che afferma il prevalere della legge sulla verità - Benedetto XVI scrive: “ Per questi la relazione tra religione e democrazia può essere solo negativa. Il cristianesimo, in particolare, insegna valori e verità assoluti e si pone con ciò esattamente agli antipodi dello “scetticismo obbligato della democrazia relativista”. “Religione” significa eteronomia della persona, mentre al contrario “democrazia” implica in sé la sua autonomia. Ciò significa anche che il baricentro della democrazia è la libertà e non il bene, il quale sembra ancora una volta qualcosa di pericoloso per la libertà stessa…In realtà, ciò che qui domina incontrastata è una nozione vuota di libertà. Essa si spinge sino ad affermare che la dissoluzione dell’ io, ridotto a fenomeno senza più centro né essenza, sarebbe necessaria per poter dar forma concretamente alla nostra intuizione del primato della libertà”.

In sintonia con la “gender theory”

In questa logica, il positivismo giuridico - che nega in radice ogni rapporto tra verità e diritto, rescinde completamente il rapporto tra giustizia e verità, nega la legge naturale “nega la retta antropologia, il carattere oggettivo ed universale della dignità della persona umana e dei veri diritti che promanano da tale dignità” – si trova ad essere naturalmente alleato ed in sintonia con la cosiddetta “gender theory” (ideologia di genere) “ che relativizza e snatura le nozioni di amore, di matrimonio, di famiglia, reimpostandole a partire dai desideri soggettivi dell’individuo e non dalla differenza sessuale iscritta nella realtà biologica dell’uomo e della donna”. Il positivismo giuridico diviene, pertanto, “il braccio secolare” per la realizzazione dell’utopia relativista.

Questo fenomeno, ormai estremamente avanzato nell’intero Occidente, in Italia presenta delle caratteristiche particolari ed alquanto ambigue, che vanno, dunque, espressamente analizzate. In Italia, infatti, la linea del positivismo giuridico ha assunto, nella buona sostanza, la forma specifica del “patriottismo costituzionale” o, meglio, dell’ “ideologia della Costituzione” compiendo un ulteriore passo avanti verso la degenerazione della democrazia nella “dittatura del relativismo”. Peraltro, ad aumentare la confusione, vi è anche il fatto che “l’ideologia della Costituzione” nasce nel cuore della cultura politico-giuridica del cattolicesimo italiano con il grande apporto di una sua componente significativa: quella del dossettismo e dei cosiddetti “cattolici adulti”. Ciò avviene in significativa convergenza con filoni specifici della cultura giuridico-politica di origine laica come quello rappresentato da Gustavo Zagrebelski.

L’“ideologia della Costituzione” infatti, pone al centro del sistema politico e giuridico la Costituzione considerata come un valore assoluto, in sé radicalmente immodificabile, di per sé unica legittimazione a fondamento del diritto, a prescindere da qualsiasi diversa valutazione etica. Nascono, così, le nuove “tavole della legge del relativismo”, in un processo logico che vede la Costituzione, in quanto carta fondamentale, sostituirsi completamente a quello che era il diritto naturale nella tradizione politico-giuridica dell’ Europa cristiana. Non a caso, in un suo recente libro, Gherardo Colombo ha dettagliatamente teorizzato come la Costituzione, in quanto carta fondamentale, abbia assunto nei sistemi giuridici moderni, il ruolo di riferimento ultimo che era un tempo riservato al diritto naturale.

La logica della “ideologia della Costituzione” dà vita ad una sorta di “relativismo dogmatico” che finisce con il contrapporsi non solo al diritto naturale, ma allo stesso principio democratico della maggioranza, laddove quest’ultima non coincide perfettamente con le sue impostazioni. Viene così affidata alla interpretazione della Carta l’ultima parola anche sui temi eticamente sensibili più essenziali: quali, ad esempio, la questione del testamento biologico o del matrimonio omosessuale. Il momento decisionale su questioni tanto fondamentali e delicate si sposta così, dalle aule parlamentari a quelle di giustizia e lo stesso Parlamento, che dovrebbe essere la sede dove si esprime la sovranità popolare, viene costretto a rincorrere le sentenze dei giudici . Si crea in tal modo un meccanismo giuridico assolutamente autoreferenziale che nulla ha a che vedere con i valori di verità e giustizia che la fede e la ragione riconoscono nel diritto naturale, e che può addirittura, prescindere anche dalla stessa volontà della maggioranza contrapponendosi, di fatto, al principio stesso di sovranità popolare.

Non a caso in Italia il processo di secolarizzazione selvaggia che la cultura relativista cerca di imporre sta avanzando principalmente a colpi di sentenze e di ricorsi alla Corte Costituzionale. Basti pensare al caso di Eluana Englaro laddove si è, di fatto, legalizzata la soppressione di una persona umana facendola morire di fame e di sete per disposizione di una sentenza di Tribunale: introducendo così, violentemente, nel dibattito politico-culturale del nostro Paese il tema dell’eutanasia. Analoga situazione rischia poi di determinarsi sulla questione dei matrimoni omosessuali. La Corte di Appello di Trento ha infatti, recentemente, rimesso alla Corte Costituzionale “in quanto si tratta di questione rilevante e non manifestamente infondata” il ricorso proposto da due aspiranti “famiglie omosessuali” che intendono regolarizzare la propria situazione sottolineando il fatto “che il matrimonio civile deve essere un diritto garantito a tutti i cittadini indipendentemente dal loro orientamento sessuale”.

In base a queste considerazioni diviene oltremodo chiaro quali siano, nell’attuale contesto storico, i principali campi di intervento nei quali la presenza cristiana deve impegnarsi e manifestarsi. Innanzitutto, senza alcun dubbio, nella riaffermazione e nella difesa dei valori non negoziabili ed insieme ad essi, strettamente connessa, nella difesa e nella riaffermazione di una vera democrazia fondata sul diritto naturale e sulla sovranità popolare. Laddove, infatti, i valori della vita, della famiglia, della libertà di educazione, della solidarietà e della sussidiarietà vengono abbandonati, trascurati e dileggiati, prima o poi appassisce, necessariamente, la stessa libertà.
01/04/2010 [stampa]
Una Antica Ecumene.
Da noi, ancora oggi, quando passa un funerale, la gente "si segna", come si diceva una volta, cioè si fa il segno della croce e le esequie avvengono abitualmente nelle chiese e sono confortate dalla presenza della croce; in occasione di eventi tragici o che comunque colpiscano il sentimento del popolo la cerimonia viene officiata da illustri presuli ed in ricche cattedrali; i cittadini italiani per generazioni e generazioni sono stati sepolti e seguitano ad essere sepolti all'ombra del croce.

Si tratta di scelte maggioritarie, non nel senso elettorale, ma nel più valido ed autentico senso storico e perciò culturale, cioè capace di essere costituente e fondante di una identità di fronte alla quale sono nulle le scelte e le critiche superficiali e pretestuose che la accompagnano.

La croce ed il Crocefisso sono presenti nella letteratura, nella pittura, nella scultura e caratterizzano l'architettura e la decorazione delle chiese delle città italiane, anzi, di tutto l'Occidente ed anche dell'Oriente. E più ancora, il Crocefisso, simbolo universale della cristianità, è l'espressione del valore redentivo del sacrificio; esso ha la capacità di raccogliere intorno a sé popoli e nazioni e di ricordare la richezza del perdono.

Non ostante queste valide e riconosciute ragioni, non è raro constatare che oggi la bestemmia sia consentita solo nei confronti della religione cristiana, e che il dileggio, in vario modo perpetrato, sia accettato in basso ed in alto loco proprio nei confronti del più prezioso dei suoi simboli: il Crocefisso.

Facevo queste considerazioni quando mi è tornato alla mente uno scritto di Orietta Tofini che nel '94, in occasione della sua scomparsa, riprodussi sul Secolo d'Italia dell’epoca e che oggi mi sembra opportuno offrire nuovamente ai nostri lettori per il suo valore poetico, per il suo significato morale e perchè esprime concetti di grande valore religioso e quelli propri della civiltà cristiana.

Orietta era una Crocerossina romana che aderendo alla Repubblica Sociale Italiana ebbe modo di prodigarsi con le doti della sua sensibilità nell'opera di assistenza infermieristica e organizzativa a favore di quei combattenti. Ecco qui il testo: "Io ho nella mia casa un Crocefisso, situato nel posto più opportuno e più religiosamente logico. Accanto al mio letto, cioè a quel letto dove io, se sarò fortunata, un giorno dovrò rendere a Dio l'anima che Egli mi ha dato.

Questo Crocefisso non è nato cattolico: lo ha modellato cento anni fa con un osso di balena un pescatore della Groenlandia . Il pescatore era un luterano. Il Crocefisso egli l'aveva costruito per la sua propria casa e, disposto a fabbricarsene un altro, lo aveva poi regalato ad un amico danese. Sempre come dono il Crocefisso è giunto fino a me e da venti anni è nella mia abitazione. Non è bello, o almeno ha solo l'ingenua bellezza delle opere dei primitivi. Non è antico: che cosa sono cento anni per un Crocefisso!

Non è nato nella religione cattolica; lo ha costruito un esquimese. E per tutto ciò mi è più caro. Innanzi tutto non è stato costruito per ragioni di commercio artigiano, ma da chi voleva venerarlo dopo averlo lui stesso piamente costruito.

Vince poi, per le sue origini, le distinzioni razziali e, superando ogni differenza, unisce nel segno originario chi è diviso da dispute teologiche.

Viene da enormi distanze, potremmo dire da un altro mondo, da un'altra civiltà e rappresenta lo stesso simbolo davanti al quale una donna latina ed un uomo dei mari polari piegano il ginocchio nella gioia e nel dolore, nello sconforto e nella speranza, nella preghiera comune."

Così Orietta: le sue parole fugano i dubbi, accrescono la carità, alimentano la fede. Luigi Gagliardi
24/03/2010 [stampa]
Le parole di Bagnasco e i valori dei cattolici.
Non può essere messo in discussione il diritto del Presidente della Conferenza Episcopale di esprimere la sua preoccupazione sul tema dell’aborto che anche a causa delle nuove tecniche farmacologiche rischia di essere praticato, come ha affermato, individualmente con una ‘invisibilità sociale ‘ e quindi anche ‘etica’.

Che questo intervento del Cardinal Bagnasco sia anche pertinente rispetto alle competenze regionali è ancora più evidente, in quanto la gestione sociosanitaria costituisce una prerogativa pressocchè assoluta di tali istituzioni.

Per la verità l’art. 1 della legge 194 del 1978 che introdusse l’interruzione della gravidanza afferma che “lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”, ma la gestione di questa legge che avrebbe dovuto prevenire le cause che spingono le donne al dramma dell’aborto, comprese adeguate politiche familiari, invece ha avuto un’attuazione troppo parziale e l’aborto è divenuta una strada a senso unico, addirittura sostenuto come un “diritto”, dalla cultura laicista.

E’ evidente che quanto è stato detto al Consiglio permanente di vescovi non può non riguardare la competizione elettorale del Lazio dove Emma Bonino si è candidata sulla base delle sue battaglie radicali e anche in questa campagna elettorale non ha dimenticato di richiamare il suo orgoglio laicista e abortista.

Dall’altra parte c’è una candidatura, quella della Polverini che invoca, invece, una autonomia della politica che, tuttavia, ascolta ed è attenta a difendere valori etici di ispirazione cattolica e si impegna per quelle politiche che sono a tutela della famiglia.

E’ sfuggito ai più che l’intervento del Presidente della CEI è indirettamente rivolto anche ad altre candidature come quella della Bresso in Piemonte alla guida di una regione che acconsentì prima fra tutte alla sperimentazione della pillola RU 486 . La cosa , pur dribblandola egregiamente, non può essere sfuggita a Pierferdinando Casini, che spinto a contrastare l’alleanza PDL Lega è giunto all’incoerenza di sostenere una candidatura che, in fatto di temi etici, è sulle stesse posizioni di Emma Bonino. A Torino poi, il sindaco Chiamparino dimostra un forte attivismo in questa stessa direzione come ha ostentatamente dimostrato con la sua partecipazione il 28 febbraio al “matrimonio” omosex al Parco del Valentino.

E’ evidente che mentre alle orecchie dei radicali e della sinistra ecologista le parole del Cardinal Bagnasco suonino del tutto indifferenti, non è la stessa cosa per il PD, nel quale i cattolici rischiano ormai di scomparire , fino adesso politicamente, ma, purtroppo, con la candidatura della Bonino nel Lazio, anche come presenza culturale e ideale.

Sottolinea, significativamente questo “disagio” nel PD, l’Avvenire che il 23 marzo che segnala la “tentazione del ‘voto disgiunto’, e per chi conosce le sottili linee comunicative di ambito cattolico, sembra quasi un invito a scegliere in tal senso rivolto a quegli elettori del PD che non intendano rinunciare ai valori “non negoziabili”.
15/03/2010 [stampa]
Senza verità non c'è responsabilità sociale.
«Il mercato, lasciato al solo principio dell'equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave». Lo scrive Benedetto XVI nella sua ultima enciclica “Caritas in veritate”.

Insomma l’uomo, la persona deve tornare al centro dell’azione economica. E questo perché lo sviluppo non è di per sé garantito da forze impersonali e automatiche ma necessita di persone che lo animino e lo organizzino vivendo nelle loro coscienze il richiamo del bene comune. Un fine che il mercato come meccano inanimato non ha in sé. Tanto più serve quindi un’etica a chi opera nel mercato quanto più le regolamentazioni dei governi nazionali vengono meno.

Per questo come ha giustamente notato il governatore della banca d’Italia Mario Draghi «Il Papa individua nel principio di sussidiarietà (delineato nel 1931 da Pio XI nella “Quadragesimo anno”) uno strumento importante per rispondere in prospettiva alla crisi attuale. La proposta è di affidare il governo della globalizzazione a una autorità policentrica (poliarchica) costituita da più livelli e da piani diversi e coordinati fra loro, non fondata esclusivamente sui poteri pubblici ma anche su elementi della società civile (i corpi intermedi fra Stato e mercato, nell’originaria impostazione di Pio XI)». È in questo modo concreto, pragmatico che Benedetto XVI invita a cercare la verità nell'«economia» della carità, a sua volta compresa, avvalorata e praticata alla luce della verità.

Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. In una cultura senza verità – dice chiaramente il Santo Padre – l’amore è solo un sentimento, è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti. «Nella verità la carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, che è insieme «Agápe» e «Lógos»: Carità e Verità, Amore e Parola».

E’ il ruolo pubblico sul cristianesimo quello che rivendica con forza nell’enciclica “Caritas in veritate” il Santo Padre. Ed una fede che si incarna nella storia, non evanescente ed intimistica, quella che propone alle nuove generazioni di credenti. Per questo - dice il Papa - un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato, nella migliore delle ipotesi, per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, nel peggiore in una predicazione rivoluzionaria e sovversiva come è avvenuto per la Teologia della liberazione.

In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. «Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività».

Il punto è che senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c'è coscienza e responsabilità sociale, «e l'agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali».

di Riccardo PEDRIZZI
10/03/2010 [stampa]
Autenticità della Sindone.
Ci siamo rivolti alla prof.ssa Emanuela Marinelli, sindonologa nota in campo nazionale ed internazionale perché, in occasione dell’ostensione che si farà tra breve della Sindone, cioè del telo che avrebbe avvolto il corpo di Gesù dopo la crocifissione, potesse rispondere ad alcune domande al riguardo.

D- Quando, cioè quanti anni dopo la sepoltura venne rinvenuto il telo, da chi e dove ?
R- La Sindone fu trovata, ormai vuota, nel sepolcro di Gesù e certamente fu conservata . Nei primi secoli i cristiani erano perseguitati e quindi la preziosa reliquia fu nascosta. Un’antica tradizione riporta che San Giuda Taddeo portò a Edessa, nel sud-est della Turchia, un’immagine di Gesù su un panno. Verso la metà del VI secolo a Edessa questa stoffa viene scoperta in una nicchia delle mura della città. Viene chiamata Mandilyon tetradiplon, cioè “fazzoletto quattro volte doppio”. Molte testimonianze e descrizioni la mettono in relazione con la Sindone, che piegata in otto mostra il solo volto. Il sacro Lino, giunto a Costantinopoli il 16 agosto 944 ancora piegato come Mandilyon, da allora viene esposto dispiegato in verticale. Nel 1204, durante il saccheggio della IV Crociata, il cavaliere Othon de La Roche portò via la Sindone e la custodì ad Atene. Nel 1208 la trasferì in Francia.

D- Quali elementi tecnici , oltre alla plurisecolare tradizione, documentano la sua autenticità, cioè la sua origine come santo sudario?
R- Prima di tutto ricordiamo le caratteristiche epocali e locali della tessitura, poi la presenza di aragonite simile a quella delle grotte di Gerusalemme e ancora la “palinologia” cioè il riscontro su di esso dei pollini propri e non migratori delle regioni attraversate dal telo. Interessante, inoltre, la presenza di aloe e mirra, le due sostanze profumate che gli ebrei usavano nelle sepolture e che furono portati in gran quatità da Nicodemo.

D- Quali elementi più tipicamente medico-legali si possono riscontrare ?
R- La Sindone è un lenzuolo che reca un’impronta siero-ematica da cadavere, quindi non è una pittura; e questa non meno delle altre e più delle altre, non è un’opinione, è una constatazione. Oltre alle tracce di sangue, si osseva un’immagine dettagliata del corpo che fu avvolto nel telo.

D- Fu la fotografia a stabilire incontrovertibilmente questa realtà?
R- Proprio così: l’immagine reale appare sul negativo fotografico, mentre l’ombra in negativo appare sul positivo fotografico e il primo a rilevarlo fu il fotografo Secondo Pia nel 1898.

D- Non è sorprendente che questa impronta abbia la caratteristica della linearità dei profili ?

R- Certamente, un qualunque telo adagiato su un corpo comunque intriso con un colorante assume le sue tre dimensioni; rimosso assume la sola dimensione di una superficie piana con perdita e distorsione dei rapporti che non diventano più riferibili alle entità anatomiche che prima lo sottendevano. Ma questa distorsione non si verifica assolutamente con la Sindone.Già questa condizione costituisce una caratteristica che non è stato mai possibile riprodurre nei numerosi tentativi effettuati, anche i più recenti. D’altro canto della formazione dell’immagine non si dà una risposta sicura e convincente.

D- Da che sono caratterizzate le impronte ed i residui lasciati sul telo?
R- Dal profilo di un uomo dell’età apparente di trent’anni, crocifisso con i segni della flagellazione e della crocifissione descritta nel Vangelo; inoltre sangue umano e siero, pollini e terriccio tipico della zona palestinese.

D- Ammesso che nel telo sia stato avvolto un soggetto sottoposto alla crocifissione, come si fa a riconoscerlo come quello che ha avvolto il corpo di Gesù e non di altro soggetto sottoposto ad eguale tortura?

R- Molti elementi provano questa appartenenza: la preziosità del telo e l’inusuale suo utilizzo per i crocifissi e la sua stessa conservazione, sempre accurata ed onorata, come pure inusuali erano la precedente flagellazione, molto più abbondante del consueto, la corona di spine, fatto singolare, la ferita al costato come accertamento di morte.

D- Non sarebbe stato possibile, in un’epoca successiva, attuare su un qualsiasi soggetto un trattamento corrispondente che potesse soddisfare la descrizione evangelica?
R- L’ipotesi è da escludere per la difficoltà a realizzare corrispondenze di tale precisione in una ipotetica fase storica nella quale se si fosse voluto mistificare sarebbe stato veramente più agevole realizzare una pittura ma con l’accorgimento di realizzarla per giunta in negativo per ottenere un’impronta il cui significato di garanzia di autenticità sarebbe comparso solo in epoca moderna o addirittura attuale.

D- E il problema del carbonio 14 ? Che importanza può avere?
R- Dubbi sulla datazione col carbonio 14, proposta dal chimico-fisico Libby circa gli anni ‘50, se ne sono manifestati parecchi. Per esempio in un atlante che illustra le architetture preistoriche d’Europa, I Dolmen (De Luca Edizioni d’Arte, Roma 1990), si fanno osservazioni significative sui limiti del metodo: nel testo che illustra quei monumenti, tra l’altro si può leggere che all’iniziale entusiasmo che il metodo suscitò, subentrarono notevoli perplessità quando “inaspettatamente uno dei presupposti fondamentali del metodo Libby - che la concentrazione del radiocarbonio nell’atmosfera fosse costante nel tempo – si rivelò inesatta” e quindi variabile l’assorbimento del carbonio nei tessuti ,vegetali o animali, al momento della morte; a questo consegue che il degrado che nel tempo viene a subire il suo isotopo, il C14 , su cui si basa la ricerca, può anche essere variabile nei vari soggetti ed anche di molto. Nello stesso volume si legge che in alcuni casi si è constatata una divergenza da altri metodi di indagine su reperti della preistoria anche di 700 anni. Queste divergenze si sono dimostrate in numerose datazioni in cui la data ricercata era nota attraverso altre fonti, storiche, geologiche, ed anche biologiche come la cronodendrologia che permette una datazione attraverso il calcolo dei cerchi di accrescimento che si rilevano nella sezione di un albero.

D- Questa è una citazione significativa perché riferita in un ambito profano, ma molti altri lavori smentiscono l’affidabilità del metodo carbonico nei confronti della Sindone. Ne può indicare qualcuno?
R- Tra i molti lavori che trattano in dettaglio il problema nei confronti della Sindone, si può indicare uno dei più accurati che demolisce la credibilità della datazione sindonica ricercata col metodo carbonico ed è il volume della prof. Marie Clarire van Oostenwiche – Gaustuche, Le Radiocarbon face au linceul de Turin, recensito sul N° 54 di Science et Foi. L’autrice descrive dettagliatamente i motivi tecnici di inaffidabilità del metodo al seguito anche di numerosi riscontri e critica i comportamenti poco scientifici di molti ricercatori. Altro lavoro meritevole di citazione è quello dei dott. Clercq e Tassot Le Linceul de Turin face au C14 (ed.OEIL 1988).

D- Ci furono errori nel prelevare il campione o i campioni per applicare il metodo alla Sindone?
R- Al riguardo, se pure non si può parlare di errori, va ricordato che per salvare al massimo l’integrità del telo il prelievo fu effettuato in una sede marginale dove più facilmente potevano essere avvenute contaminazioni, sia perché ivi era più facile la presa durante le antiche ostensioni (sudore) e sia perché maggiormente esposta a manifestazioni devozionistiche di vario genere (baci, lacrime). Questi apporti hanno favorito la presenza di un complesso biologico composto da funghi e batteri che ricopre come una patina i fili. La patina è spessa quanto i fili che ricopre e non è eliminabile con i consueti trattamenti di pulizia. Questo fattore può aver falsato la datazione radiocarbonica. Altri elementi di contaminazione furono i fili dei rammendi fatti per ovviare ai danni dovuti a uno degli incendi ed anche quelli usati per cucire una fodera retroposta a scopo di garantire una migliore conservazione. Sono tutti elementi capaci di ringiovanire i prelievi. Si affermò di avere effettuata una adeguata bonifica, ma c’è da dubitare della sua possibile completezza.Anche questi sono tra i presumibili fattori di alterazione della datazione carbonica.

D – E quanto alla commissione dei periti?
R –Va rilevato che nella commissione non vi era nessun rappresentante ecclesiastico e che essa era tendenzialmente scettica nei confronti di un risultato affermativo. Ma soprattutto non fu consultato nessun esperto della storia della Sindone e dunque delle sue possibili contaminazioni. In definitiva tutto converge per affermare l’autenticità della Sindone; non è certo la ricerca con il radiocarbonio a smentire i numerosi e convergenti elementi di prova.

Ringraziamo la Professoressa Marinelli e restiamo in attesa dell’annunciata, prossima ostensione.
25/02/2010 [stampa]
La crisi può rappresentare un'opportunità.
La crisi – scrive il Papa nella sua enciclica “Caritas in veritate” – ci obbliga a tornare sui nostri passi, a darci nuove regole ma è anche occasione di discernimento e possibilità di risvegliare le coscienze. In poche parole “ex malo bonum”, anche dalle cose cattive può derivare il bene e così con la crisi si possono dischiudere nuovi scenari e può essere colta un’inattesa opportunità di crescita per superare i guasti di un modello di sviluppo che ormai sembra fuori controllo.

Nell’enciclica “Caritas in veritate” il Papa denuncia la precarizzazione endemica del lavoro che ostacola i normali percorsi di vita, condanna la delocalizzazione sistematica delle imprese che spesso porta allo sfruttamento, stigmatizza l’abbassamento delle tutele sociali per l’indebolimento del sindacato.

Benedetto XVI punta insomma il dito contro un mercato e un idea di lavoro puramente strumentale, volta solo a creare profitto, nell’ambito di una economia che non è né sociale e tantomeno “fraterna”.

«Negli ultimi anni – si legge nell’enciclica – si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento... Anche oggi tuttavia vi sono molti manager che con analisi lungimirante si rendono sempre più conto dei profondi legami che la loro impresa ha con il territorio, o con i territori, in cui opera».

Il pontefice, sulla scorta di una millenaria sapienza (la dottrina sociale della chiesa è appunto l’incontro tra la sapienza divina, l’insegnamento del vangelo ed i problemi dell’uomo) non getta il bambino della libertà economica con l’acqua sporca dell’utilitarismo cieco.

E si pronuncia a favore dell’economia di mercato, anzi considera l’economia di mercato la più conciliabile con l’etica cattolica: «La Chiesa ritiene da sempre che l'agire economico non sia da considerare antisociale…. La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest'ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani. È certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché sia questa la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso….

Infatti, l'economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi…. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l'uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale».

E proprio perché i talenti dell’uomo devono essere sviluppati e moltiplicati il profitto non è mai stato considerato dalla Chiesa un peccato, anzi deve rappresentare il motore dell’economia, superando la vecchia visione dello Stato assistenziale. Benedetto XVI non si limita ad elencare principi, ma si cala nelle contraddizioni dell’epoca che viviamo.

La crisi che ha colpito l’economia mondiale è, per la prima volta, veramente globale, perché su scala universale s’è diffuso un modello di sviluppo all’interno del quale si crede ciecamente nella capacità del mercato di autoregolamentarsi, in cui i regolatori dei mercati sono deboli o prede degli stessi soggetti regolati in un perenne conflitto di interessi. Per questo l’enciclica richiama al recupero del rapporto fra etica ed economia per un superamento della concezione dell’homo oeconomicus, fondata sulla presunta razionalità strumentale. Una razionalità a ben vedere paradossale visto che alla luce della dura lezione dei fatti è stata propria l’indifferenza etica al bene comune a generare povertà e disperazione.
04/01/2010 [stampa]
La globalizzazione non è un destino obbligato.
L'amore nella verità — “Caritas in veritate” — è la grande sfida per un mondo in progressiva globalizzazione. Una sfida radicale perché “il rischio del nostro tempo è che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l'interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano.

Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante. La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l'autentico sviluppo, non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene”.

Quando il Papa invoca questa forza d’amore non indica qualcosa di evanescente. Piuttosto sottolinea come sia un’astrazione l’idea di un’uguaglianza tra gli uomini fondata sulla ragione.

Parimenti è un’ingenuità pericolosa quella per cui possa essere da sola la tecnica lo strumento del progresso umano per eccellenza quando questa non sia guidata e illuminata da una ragione superiore.

Ed è una ragione così illuminata quella che guida la riflessione di Benedetto XVI, che non manca di smascherare le illusioni di una tarda modernità il cui fallimento non vede ormai solo chi non vuole vederlo.

Tra queste illusioni vi è quella di un determinismo storico per cui questa globalizzazione sarebbe iscritta in una specie di provvidenza laica.

«Talvolta nei riguardi della globalizzazione – scrive Benedetto XVI – si notano atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana.

È bene ricordare a questo proposito che la globalizzazione va senz'altro intesa come un processo socio-economico, ma questa non è l'unica sua dimensione.

Sotto il processo più visibile c'è la realtà di un'umanità che diviene sempre più interconnessa; essa è costituita da persone e da popoli a cui quel processo deve essere di utilità e di sviluppo  grazie all'assunzione da parte tanto dei singoli quanto della collettività delle rispettive responsabilità.

Il superamento dei confini non è solo un fatto materiale, ma anche culturale nelle sue cause e nei suoi effetti. Se si legge deterministicamente la globalizzazione, si perdono i criteri per valutarla ed orientarla.

Essa è una realtà umana e può avere a monte vari orientamenti culturali sui quali occorre esercitare il discernimento. La verità della globalizzazione come processo e il suo criterio etico fondamentale sono dati dall'unità della famiglia umana e dal suo sviluppo nel bene.

Occorre quindi impegnarsi incessantemente per favorire un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria».

L’enciclica è un invito insomma all’impegno e all’azione, oltre che naturalmente alla riflessione e alla preghiera. E una lezione straordinaria rivolta a chi in nome dei lumi di una ragione aveva immaginato un incedere marciante verso sorti sempre migliori e progressive, ed una lezione anche a quei laicisti che hanno divinizzato le loro ideologie negando ogni tipo di trascendenza.

Il fatto che il massimo esponente della Chiesa Cattolica oggi intervenga sui temi decisivi del nostro tempo con tanta radicalità e lo faccia con tanta capacità di incidere nelle realtà ci indica senza dubbio la gravità del momento storico che stiamo attraversando, ma è anche la dimostrazione che ci sono buoni motivi per sperare in un aggiustamento delle dinamiche del mondo.

Perché nel mondo esiste ed opera una tradizione di fede e di conoscenza che ha le sue radici nella verità e nella giustizia. E fino a quando questa forza sarà viva e vitale gli uomini avranno sempre un punto di riferimento per valutare ciò che è giusto e umano. .
20/11/2009 [stampa]
Una Chiesa fedele.
L'iniziativa della rivista geopolitica "Limes" di ripubblicare in una nuova serie, significativamente chiamata "Classica", i numeri che in passato hanno raccolto articoli e saggi su temi e problemi particolarmente incisivi, ha suscitato giustificato interesse. Questa pubblicazione, infatti, pur essendo di tendenza - e non di rado di una tendenziosità piuttosto marcata - permette di seguire una realtà in continuo movimento ed instancabile mutazione come quella costituita dal mondo dei nostri giorni. E non è trascurabile la decisione di dare inizio alla collana con una selezione del quaderno dedicato alla Chiesa cattolica di cui ogni osservatore attento ed informato riconosce il grande ruolo svolto costantemente non soltanto in campo apostolico, ma anche in quello dei rapporti internazionali essendo evidente la preoccupazione della Roma di Pietro sulle sorti dell'uomo.

Naturalmente nella presente nota non posso, come pur sarebbe opportuno, prendere in considerazione tutti gli argomenti affrontati in questo primo "classico" e mi costringo a fermarmi su quelli che, a mio giudizio, corrispondono maggiormente alla situazione attuale che vede la Chiesa guidata da Benedetto XVI, un Papa desideroso di ristabilire saldamente quella linea di continuità che è stata nei secoli una costante dell'istituzione petrina senza, però, distogliere gli occhi dal quadro offerto da una contingenza spesso drammatica se non tragica.

Il richiamo va subito alle pagine che aprono la rivista e che si debbono ad Andrea Riccardi, noto per la sua conoscenza dell'ecumene ecclesiale: si tratta di un uomo che, oltre ad esercitare la professione di storico, è anche al vertice di un'organizzazione cattolica distintasi per le sue iniziative di solidarietà realizzate nei diversi continenti. Riccardi ripercorre il cammino della Chiesa nel secolo scorso con l'intento di offrire la prova dell' «impegno a tutti i livelli per riproporre il proprio messaggio religioso di fronte ai cambiamenti della cultura e allo scorrere delle generazioni. Così - spiega lo studioso - la Chiesa ha sperimentato, nel mondo contemporaneo, che cristiani si diventa (anche se si è figli di un paese cristiano) [e questo, per inciso, era, stato sottolineato sin dal tempo dei padri apostolici] più che cristiani si nasce».

Ed immettendo nell'itinerario che il lettore si accinge a compiere, constata che «Per lo storico, che non.. si sottrae all'osservazione geopolitica, la realtà della Chiesa è una presenza anomala, ma concreta.» Anomalia rispetto alla maniera di pensare "secondo il mondo" e concreta rispetto alle responsabilità che il credente non può eludere. Nello stesso senso si muovono alcuni interventi alla "tavola rotonda", organizzata da "Limes" cui hanno partecipato alti prelati ed esponenti della cultura cattolica. Tra l'altro si è riconosciuto in questo incontro che "il Concilio Vaticano II ha provocato una grande frattura rispetto al passato" e questo non è stato sempre per la Chiesa e per la cattolicità un fatto positivo come dimostra di saper bene il pastore-teologo Ratzinger. E, osservando il panorama religioso intercontinentale, non si è potuto non prendere atto della stentata esistenza condotta in molti paesi dai cristiani soggetti a vessazioni pesanti: negli ultimi tempi sono stati numerosi coloro che hanno perduto la vita per la loro testimonianza di fede.

Ma, per posare lo sguardo sulla realtà di cui siamo parte integrante, non va trascurato quanto scrive Sandro Magister in "Due chiese per due Italie". Dopo aver rilevato la posizione minoritaria dei cattolici nel nostro paese, Magister esprime il parere che "proprio perché nessun'altra minoranza in Italia può con essa competere per dimensioni, la sua forze pare per certi versi più ragguardevole" e presenta "un paesaggio dell'Italia che è a due tonalità, nettamente separata da una linea divisoria che coincide con i fiumi Fiora, Nera e Tronto, fra Grosseto e Ascoli Piceno. A nord della linea le tinte che differenziano zona da zona sono squillanti e ben marcate... La seconda tonalità è più sfumata e indistinta.

E dipinge l'intero sud. Qui la logica della coerenza tra gli indicatori, tipica del Settentrione, è assente." Ovviamente Magister intende dimostrare la fondatezza di quanto sostiene. Questo compito, però, si rileva arduo perché il punto di partenza, a mio parere, è sbagliato al punto di. compromettere il discorso e di invalidare le conclusioni. L'Italia cattolica o quel che resta dell'Italia cattolica è un fenomeno più complesso e va scandagliato, mi si permetta la franchezza, con più cautela, con più profondità ed anche con più coraggio intellettuale.

Un esame della visione wojtyliana del vecchio continente, molto vicina a quella gollista dell'Europa della patrie, pone in evidenza come tale visione non appaia inconciliabile con l'idea, spiritualmente più avvincente di Benedetto XVI, che conferisce all'Europa il compito di progettare un assetto libero da egemonie di carattere militare o economico: per non rimanere nel generico non è più lecita la diarchia Francia-Germania. E questa idea che del nostro continente ha il Pontefice non è un'utopia, ma una speranza mantenuta viva da un'intemerata minoranza cristiana, ferma nei suoi principi ma pronta alla collaborazione con tutti gli uomini. .
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