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03/2017 [stampa]
CAOS ITALIA
Il voto del Referendum del 4 dicembre ha dimostrato che quanto aveva deciso il Parlamento sul cambiamento della Costituzione non era condiviso dal popolo. E’ stato un risultato che ha confermato la distanza tra paese legale e paese reale e la perdita di credibilità della politica. E’ stato il segnale ulteriore di un malessere del Paese tanto profondo quanto privo di alternative credibili. La sentenza di gennaio della Corte Costituzionale sulla legge elettorale ha stabilito l’incostituzionalità di un provvedimento, ritenuto necessario dopo la bocciatura della normativa precedente , e per il quale si era avviata l’attività legislativa dopo le elezioni del 2013. Ne sono derivate regole elettorali sostanzialmente proporzionali che renderanno più complessa e difficile la formazione di una maggioranza di governo, aggravando quella instabilità che neppure le regole elettorali maggioritarie avevano cancellato. La legge di stabilità approvata con urgenza di fronte alla crisi determinata dalle dimissioni del Presidente del consiglio è stata osservata dalla Commissione europea perché in contrasto con i Trattati europei ed è evidente la difficoltà del governo di reperire le risorse per ottemperare a tali rilievi . Il governo Renzi si è caratterizzato per elargizioni finalizzate a ricevere benefici in termini di voti, incrementando la spesa pubblica corrente , senza tentare neppure un contenimento degli sprechi. Da mesi si assiste ad un sostanziale blocco dell’attività legislativa, prima causata dall’attesa dello svolgimento del Referendum costituzionale e dopo per la inconsistenza di un governo fotocopia del precedente, ma condizionato dalle vicende interne al PD. Provvedimenti necessari e urgenti come quelli per il salvataggio delle Banche sono arrivati tardi, aggravandone la crisi. Come per la vicenda della Banche popolari, ha continuato a diffondersi la sensazione che una delle certezze della condizione sociale degli italiani e cioè il risparmio, sia di fronte ad un rischio endemico, mentre già sono migliaia le vittime di questa mancata o tardiva e parziale tutela. Il partito di maggiore responsabilità di governo - il Pd – ha subito una scissione alla quale partecipano almeno tre dei suoi segretari degli ultimi anni e cinquanta parlamentari. Sta cadendo in pezzi l’utopia politica dell’Ulivo, avviata a suo tempo, per la creazione di quella che veniva indicata come una sinistra inclusiva. Proprio le due componenti che allora vi diedero vita e cioè la tradizione socialista o, meglio, postcomunista, e quella cattolico democratica sono ormai del tutto emarginate: la prima costretta a lasciare il Pd, la seconda silente e rassegnata del suo fallimento. Forse, ancora per poco, prevarrà nel PD il renzismo, cioè un fenomeno costruito artificiosamente, privo di radici culturali, pragmaticamente liberale, ma teso soprattutto all’occupazione del potere, con degenerazioni criccaiole. Anche le altre forze politiche si mostrano inadeguate. Il centro destra, lacerato dai personalismi , non ritrova la strada per quel necessario rassemblement e per offrire al Paese una proposta di governo che occupi lo spazio politico lasciato dalla crisi del Pd e dall’inaffidabilità dei 5 stelle. La Capitale, nella quale è alla prova il primo importante esperimento politico dei grillini, ristagna ormai da mesi in uno stato di confusione politica e gestionale come mai era avvenuto nel dopoguerra e molti suoi recenti amministratori e dirigenti sono sotto processo per una diffusa corruzione e per possibili degenerazioni di tipo mafioso. La inaffidabilità politica e amministrativa dei 5 Stelle è pari alla disastrosa condizione nella quale è stata lasciata Roma dalle giunte precedenti. La politica romana è preda delle influenza dei poteri economici e di gruppi di pressione che , come d’abitudine con le giunte di sinistra , hanno la pretesa di compiere le scelte di politica urbanistica, approfittando della debolezza amministrativa nella quale giace la Città. E’ sotto gli occhi di tutti gli italiani la totale inadeguatezza della gestione dei flussi immigratori , dove emergono sprechi e incapacità burocratica e, soprattutto l’assenza di relazioni politiche nell’area mediterranea in grado di regolare il fenomeno. La crisi economica e non solo quella, rende impossibile integrare gli immigrati che vedono nell’Italia un Paese di facile transito per raggiungere il resto dell’Europa e questo deprime ancora di più la nostra immagine statuale. I dati sullo sviluppo produttivo, sugli investimenti e l’occupazione mostrano che l’Italia continua ad allontanarsi dal resto dei Paesi europei, tranne la Grecia in preda ad una crisi che sembra irreversibile. Tutto ciò è avvenuto mentre una serie di condizioni generali ( basso costo energetico, allentamento monetario della BCE, ridotto valore dell’Euro ) avrebbero potuto favorire una decisa ripresa economica. Nello stesso tempo , per l’ammontare del debito, sentiamo sempre più stringersi le regole del trattato di Maastricht. Non vi è dubbio, infatti, che tali regole sono congeniali ad alcuni Paesi per le loro caratteristiche economiche ( Germania ), ma non hanno la stessa funzione in Paesi economicamente differenti. E tuttavia alle difficoltà di stare nell’Euro, fa riscontro l’impossibilità ad uscirne senza danni, anche perché i trattati non lo prevedono . Come dire: siamo in una ”trappola” dalla quale appare rischiosa anche l’uscita. Queste cronache dall’Italia che mostrano antichi e nuovi vizi, avvengono mentre il quadro internazionale sta mutando. La globalizzazione sembra tramontare e al suo posto riappaiono le politiche regionali o, addirittura, nazionali . La Cina porta avanti con spregiudicatezza, anche grazie alla stabilità del suo regime, la “ nuova via della seta” con la quale occupa spazi anche nel Mediterraneo e in Africa. La Russia ha ritrovato con Putin la sua politica imperiale, garantita dalla sua riconfermata preparazione militare. Gli Stati Uniti aprono l’era dell’”America first”. In Europa, ad ovest come ad est, scorrono nuovamente i nazionalismi e, comunque, appare ormai scontata l’inadeguatezza di un disegno solo amministrativo . L’Italia è nel caos. Rischiamo di ritornare ad essere la “proletaria” d’Europa. Vederne il pericolo può risvegliare la volontà e la determinazione di impedirlo. La politica ritrovi la forza per essere all’altezza di questa sfida. PIETRO GIUBILO

02/2017 [stampa]
CON TRUMP EMERGE LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA AMERICANA
Per un esame più approfondito della condizione degli Stati Uniti non è sufficiente osservare lo status attuale della sua istituzione più rappresentativa, cioè la Presidenza. Non vi è dubbio che l’elezione di Trump abbia segnalato un grave malessere della sua società e, soprattutto la distanza del suo establishment dai cittadini. Un crisi di élite ? Questa può essere un effetto, non la causa vera. Un segnale forte della prospettiva storica che sta attraversando l’America , venne colto da Sergio Romano, che, nella premessa del suo libro sul “Declino dell’impero americano”, evidenziava due aspetti non sufficientemente colti dalla gran parte della pubblicistica storiografica . Il primo: “La crisi finanziaria del 2008 ha messo in evidenza le falle di un sistema che neppure il suo creatore riusciva più a controllare”. Il secondo: “ La crisi dell’impero americano è cominciata a Kabul e a Baghdad, ma diviene ancora più evidente quando i più vecchi e fedeli alleati degli Stati Uniti - l’Arabia Saudita, Israele, la Turchia, il Giappone, alcuni paesi europei e latinoamericani - lanciano segnali di fastidio e cominciano a fare scelte politiche che danno per scontato il declino della potenza americana”. Solo l’apparenza di alcuni elementi macroeconomici aveva fatto ritenere che era stata l’America la prima a superare la crisi, nonostante che essa si fosse originata da Washington, coinvolgendo poi quasi tutte le economie occidentali . Purtroppo le statistiche – anche esatte – non esprimono i veri dati di una società profonda e complessa come quella americana. Era , sostanzialmente , sfuggito alle élite d’oltre Oceano che la crisi aveva prodotto danni irreparabili sulla struttura sociale centrale degli USA, la middle class . “ Così spiega il professor Arnaldo Bagnasco in un libro dedicato alla “Questione del ceto medio”: “Nel 2008 … un sondaggio del Pew Research Center ha rilevato che, nonostante la crisi, la maggioranza degli americani (53 %) si considerava ancora di classe media; in seguito la percentuale è scesa sino a toccare il 44% nel 2014; la percentuale di chi si considerava appartenente alla lower class … era salita raggiungendo il 40 %”. Aggiungendo : “ Come titolava una sintesi del rapporto di ricerca, a dispetto della ripresa, meno americani si identificavano di classe media”. Non si è trattato solo come sottolinea Mario Sechi nell’ultimo numero di Aspenia ( “L’inizio di un’altra storia americana” ) “otto anni di crisi economica senza un ritorno convincente del lavoro e soprattutto del reddito della classe media” , ma del timore di una perdita di identità sociale della middle class americana che ha, quindi, reagito. Il secondo punto è ancora più facilmente dimostrabile. Sono noti i “malumori” di Israele nei confronti di Obama; clamoroso poi è l’aggravarsi dei rapporti con Turchia che è arrivata ad accusare gli USA di aver ispirato il tentato golpe, attraverso l’opera di Fethullah Gulen, l’oppositore esule di Erdogan; l’Arabia Saudita – altro Paese che sta rivedendo il suo tradizionale rapporto con Washington - gioca nella regione mediorientale una sua partita rispetto alla quale Obama si era sostanzialmente adeguato, mentre opera sull’offerta petrolifera, ponendo difficoltà agli Stati Uniti e alle sue intenzioni di essere autosufficiente con il contributo dello shale oil; infine il Giappone che rimane un alleato fedele , ma che, constatando le difficoltà della politica americana in Asia, dimostrate tra l’altro dalle alterne vicende del trattato commerciale Trans Pacifico, si guarda intorno e le due visite del primo ministro Abe a Mosca nel maggio e nel settembre del 2016 lo evidenziano , nonostante li rapporti tesi di Obama con Putin. C’è poi da sottolineare come tutti i Paesi dell’Europa occidentale continentale hanno subito l’imposizione delle sanzioni alla Russia subendone un grave danno economico, mentre è evidente lo scontro commerciale tra l’America di Obama e la Germania. Il catastrofico quadro internazionale e la crisi profonda della società americana hanno soffiato nelle vele della candidatura di Trump, fino a farlo giungere al traguardo della elezione . Già nel corso della campagna elettorale si erano palesati alcuni fatti nuovi nella condizione americana: la violenza della polemica tra i due concorrenti ; la contestazione forte in alcune occasioni elettorali del candidato repubblicano; l’apparizione di dossier contro Trump; l’intervento della CIA prima contro e poi a favore della Clinton; fino alla dichiarazione dello stesso Trump che non avrebbe riconosciuto una eventuale vittoria della candidata democratica, ricambiato dalla esitazione con la quale Hillary ha riconosciuto la sua sconfitta. Anche le iniziative di riconta dei voti e le ipotesi di intervento esterno ( della Russia ? ) hanno minato quelle certezze che avevano sempre contraddistinto le elezioni negli USA. Anche le manifestazioni seguite all’insediamento del nuovo presidente sono una novità assoluta e l’enfasi - e la manipolazione delle immagini - con le quali sono state diffuse, mostrano una crepa non solamente politica, ma addirittura istituzionale , che riguarda cioè il ruolo e la dignità della carica presidenziale. La prova evidente di questa crisi istituzionale giunge a ridosso dei primi provvedimenti di Trump. L’atto con il quale il nuovo Presidente ha deciso sospendere temporaneamente le autorizzazioni all’ingresso di cittadini provenienti da sette paesi dai quali possono arrivare terroristi, è stato annullato dal giudice federale James Robart di Seattle e il successivo ricorso dell’amministrazione è stato respinto. Qualcuno potrebbe andare con la memoria allo scontro che a metà degli anni trenta contrappose il Presidente Roosevelt alla Corte Suprema che intervenne per bloccare alcuni provvedimenti economici che ispirarono la politica del New Deal. Niente di tutto questo. L’opposizione del giudice di Seattle vuole impedire a Trump l’esercizio delle sue funzioni, così come aveva tentato di fare il ministro ad interim nominata da Obama che , invece di dimettersi di fronte ad un atto non condiviso, aveva proceduto al suo annullamento, con il coro compiacente di molti media internazionali. Insomma siamo all’inizio di una crisi istituzionale sui cui sviluppi può accadere di tutto. Tra l’altro i media più agguerriti non nascondono le ipotesi, prive di qualunque fondamento, ma che vengono fatte circolare, di un possibile impeachment del Presidente. Anche in questo caso siamo di fronte ad una assoluta novità. Questa situazione che, certamente, non sarà facile superare per la nuova amministrazione americana, ha già raggiunto un risultato : quello di spargere un alone di incertezza sulla pur forte determinazione di Trump. Al declino impresso agli Stati Uniti dagli otto anni fallimentari di Obama, sembra seguire una Presidenza che lavorerà in una condizione di crisi istituzionale. Probabilmente gli Stati Uniti sono di fronte alla prova più difficile degli ultimi cinquanta anni , dopo le uccisioni dei fratelli Kennedy nei primi anni ’60. La crisi può avere esiti inaspettati, ed è particolarmente significativa perché non riguarda solo sfide internazionali, ma interessa quello che l’America ha sempre ritenuto di possedere come il valore di maggior forza e cioè la democrazia e le sue istituzioni. PIETRO GIUBILO

01/2017 [stampa]
CIA : ULTIMA RISORSA DELLA SINISTRA BORGHESE
Beppe Severgnini nella trasmissione di lunedì 2 gennaio su la 7 condotta dalla Gruber si è perso in un elogio sperticato della CIA e dell’FBI per la”indagine” che stanno conducendo sulle presunte interferenze russe nelle elezioni americane di novembre che hanno visto la vittoria di Trump e la sconfitta della moglie dell’ex capo dell’Ulivo Mondiale. Beppe Severgnini è il classico esempio di quell’intellettualismo borghese che subisce l’attrazione fatale della sinistra. E’ noto che nel 2013 fu sul punto di essere candidato in Lombardia nelle liste del PD e che, successivamente, Matteo Renzi l’aveva intravisto come possibile direttore dell’ Unità. Poiché questi intellettuali sono piuttosto restii quando si tratta di fare una scelta precisa – si lasciano sempre aperte tutte le porte – non se ne fece nulla. Preferiscono “simpatizzare”, farsi blandire, restando profondamente conformisti e attaccati alle loro comode poltrone di lavoro che continuano a essere ben retribuite anche quando i fatti dimostrano che non ne azzeccano una . L’ultima, clamorosa , previsione sballata è stata quella, appunto, sulle elezioni americane di novembre, per le quali Beppe si era speso per Hillary , con analisi e corrispondenza lontanissime dalla realtà di quell’America profonda e decisiva che avrebbe votato per Trump. Ci sono corrispondenti esteri che possono trascorrere una vita nei Paesi dai quali trasmettono i loro “oracoli “, senza riuscire a leggere ciò che si svolge davanti ai loro occhi . Beppe è uno di questi. Nonostante ciò, Beppe non si è perso d’animo e la notizia dell’inchiesta della CIA lo ha rincuorato. Vuoi vedere che questo organismo - noto per le azioni più spericolate in tutte le aree geografiche – possa ribaltare il risultato elettorale e riportare gli USA alla democrazia? E da questo “pensiero profondo”, nasce l’elogio per la nota agenzia di intelligence , come bastione della democrazia americana, dimenticando tutti gli intrighi , le liste di proscrizione sottoposte ad Obama e gli obbiettivi da colpire, i capi di stato cui controllare anche il telefonino. La CIA appare il rassicurante porto di arrivo di intellettuali borghesi in servizio permanente effettivo del potere. Come ha scritto Giulio Sapelli : “la sinistra internazionale ha seguito Tony Blair e Bill Clinton anteponendo per venti e più anni , la fregola del governo all’obbligo di rappresentare gli ultimi” . La sinistra , in sostanza, ha cantato l’elogio del potere E Beppe Severgnini si è unito al coro, senza vergogna. PIETRO GIUBILO

10/2016 [stampa]
LA STORIA VOLTA PAGINA: LA SCOMPARSA DELLA SINISTRA IN EUROPA
In un lucido articolo sul Corriere della Sera – che, con la gestione del nuovo editore, dà segni di apertura a più indirizzi politici – Palo Valentino tratteggia quello che definisce il “tramonto della sinistra in Europa” ( 30 settembre ). Il peso elettorale dei partiti di sinistra , secondo Valentino, “è in caduta libera”, “gli elettori tradizionali in fuga”. Ne discende, poi, un disastroso panorama nei diversi paesi : in Spagna “il giovane Pedro Sanchez ha portato il partito di Felipe Gonzalez al peggior risultato di sempre”, in Francia “ Francois Hollande … si ritrova con la più bassa popolarità di un presidente francese”, “la socialdemocrazia tedesca è l’ombra si se stessa”. Verso la fine dell’articolo ne indica, a suo avviso, le cause: “La sinistra di governo in Europa ha fatto promesse che non potava mantenere . Non ha impedito l’aumento delle disparità sociali. Ha sottovalutato, per cattiva coscienza ideologica, l’impatto dell’immigrazione sulle classi popolari , che si vedono vittime incomprese. E ha indicato nell’Europa un progetto protettore che non è percepito come tale, subendo in pieno il riflusso violento dei nazionalismi. L’esito è devastante: la disconnessione della propria base elettorale tradizionale, la trasformazione dei partiti di sinistra in partiti d’èlite”. Il dibattito non è nuovo. Ad esempio Domenico Losurdo, un saggista e storico di formazione marxista, ne aveva analizzato l’”assenza” in un saggio del 2014 ( “La sinistra assente”, Carocci Editore ), indicandone la causa nell’appiattimento sulle “posizioni neoliberiste”. Alla fine degli anni ’80 , con la drammatica crisi e scomparsa dell’ URSS, si disse cha il capitalismo ed il mercato avevano sconfitto quello che , impropriamente, veniva definito l’esperimento di socialismo reale nella Russia. Il neo liberismo degli anni duemila, che avrebbe reso assente la sinistra, si configura , invece, come la grande tentazione della sinistra . In effetti non solo la sinistra non si è mostrata in grado di comprendere la vera evoluzione del sistema economico liberista verso la finanziarizzazione dell’economia, ma si è lasciata attrarre, a livello internazionale, dai sostenitori di questa evoluzione come ad esempio l’America di Bill Clinton – diventato per un periodo il capo della sinistra mondiale ( “ulivo mondiale” ) - che , come si ricorda, abolì la separazione bancaria; l’Inghilterra di un Tony Blair, sostenitore della “globalizzazione”; fino a sposare senza condizioni l’ evoluzione del disegno europeista verso un potere tecnocratico, con al centro un prevalente potere finanziario ( BCE ). E come avviene quando una forza politica debole si lascia attrarre da un potere forte, alla fine la prima viene fagocitata, uscendo dal scena politica e dalla storia. Paolo Valentino nel suo articolo mostra di considerare diversamente, al momento, la situazione italiana. “ L’unico leader di sinistra – scrive – di un grande Paese europeo fin qui vincente, si prepara ad affrontare il Capo di Buona Speranza del referendum costituzionale , con un partito diviso e contro una surreale coalizione , dove politica ed antipolitica si danno una mano nel fargli la guerra”.E’ un vero sforzo di acrobazia definire Renzi ancor di sinistra, ma quel “fin qui vincente” la dice tutta sulla precarietà della sua condizione. E c’è una, soprattutto,una differenza rispetto agli altri leader europei. Renzi si è apertamente schierato , nelle vicende internazionali, dalla parte degli USA e del capitalismo finanziario, come ad esempio la vicenda Monte dei Paschi di Siena sta mostrando con il coinvolgimento di Jp. Morgan. A suo tempo, la socialdemocrazia tedesca, invece, aprì la strada dei rapporti russo tedeschi e lo stesso Hollande – a differenza di Sarkozy- ha mostrato, più di recente, qualche elemento di differenziazione rispetto all’occidentalismo spinto ( rifiuto del trattato commerciale transatlantico con gli USA ) . Del resto la sopravivenza dell’asse franco tedesco , - nonostante la furiosa polemica e gli interventi ostili di Washington nei riguardi di Berlino ( casi Volkwagen e Deutsche Bank, polemica per il surplus commerciale ) che costituiscono un duro avviso anche per i francesi - mostra la permanenza di un minimo di resistenza all’invadenza americana e, soprattutto, obamiana. La polemica di Renzi con la Merkel, la sua dichiarata incondizionata adesione al TTIP, la sfrontata apertura alla finanza anglosassone, manifestano un appiattimento che, evidentemente, i poteri e i media collegati con l’altra sponda dell’Atlantico apprezzano, come già avvenuto con la dichiarazione dell’ambasciatore americano a Roma a sostegno del Si al referendum costituzionale. Mentre scompare la sinistra in Europa, sembrerebbe, quindi che, al momento, Renzi faccia eccezione. Tuttavia il quadro internazionale sta mutando e non solo per i diversi, possibili, esiti delle prossime elezioni americane, ma per l’evoluzione della faglia politica che va dal Medio Oriente all’Est Europa, dove a fronte del fallimentare unilateralismo americano si erge la forte iniziativa politica della Russia di Putin , rispetto alla quale, l’Europa non può far finta di niente e continuare a baloccarsi sul decadente occidentalismo. Alla parabola dell’ex sindaco di Firenze, potrebbe venir meno o diventare inefficace il sostegno “amerikano”. Si avvierebbe al tramonto un personaggio al quale calza più la definizione di De Bortoli quale ”maleducato di talento”, che quella di Valentino quale esponente della sinistra. PIETRO GIUBILO

09/2016 [stampa]
DOPO IL VOTO DI BERLINO , UN DIVERSO QUADRO POLITICO ?
Le elezioni a Berlino confermano le tendenza già manifestatasi in altre competizioni locali, ma con qualche novità importante. Infatti sia la CDU di Angela Merkel che i socialisti hanno subito un calo di circa il sette per cento ed la SPD, comunque,. si conferma primo partito , però con solo il 21 per cento. Il quadro politico si modifica perché non solo l’Alleanza per la Germania - il cosiddetto partito populista - giunge ad un importante 14 per cento, ma ritornano i Liberali che superano di oltre un punto e mezzo la soglia del cinque per cento, cresce la sinistra , la Linke, che arriva ad oltre il 15 per cento – dall’11,7 - , così come i verdi che le contendono il terzo posto nella graduatoria elettorale. Insomma, a Berlino il quadro politico che era rimasto prevalentemente bipartitico si è scomposto e i due partiti che governavano la Città ( CDU e SPD ), con una grande coalizione, oggi non sono più in grado di realizzare questa alleanza di governo. Questo elemento è una novità politica di non lieve peso. Infatti in Germania da oltre dieci anni si è fronteggiata la crisi politica dando vita ad un governo di grande coalizione che, sulla base di un programma condiviso, ha potuto sostenere lo sviluppo del Paese, nel contesto di una grave crisi economica internazionale. Alle difficoltà economiche si è aggiunta recentemente la questione dell’immigrazione che ha visto, nel solo 2015, l’arrivo di un milione di persone, in gran parte provenienti dall’area mediorientale. I movimenti populisti, quelle forze politiche che traggono il loro consenso dalle crisi determinate dai problemi a cui si è accennato, vengono fronteggiati – non solo in Germania, ma anche in Francia e presto il problema potrebbe porsi in Italia – costruendo “grandi” alleanze politiche. Per la verità, queste soluzioni dovrebbero avere un carattere contingente, cioè opporsi al momento più acuto della crisi politica. Se, invece, tendono a diventare una soluzione stabile , il rischio è che il sistema nel suo insieme venga coinvolto da una sollecitazione contraria. In poche parole : se le forze politiche tradizionali , di sistema, non risolvono per tempo i problemi più gravi e ritornano ad una normale dialettica politica, la crisi tenderà a coinvolgere il sistema politico stesso , avviandosi su strade sconosciute, ma, probabilmente rischiose. Il cosiddetto populismo rappresenterebbe l’unica opposizione di governi fallimentari. Chiudendo gli occhi di fronte ai problemi, continuando nelle strade della politica debole e dei governi impopolari , potremmo arrivare alla crisi della democrazia. Si potrebbe, con una certa forzatura storica, richiamare le vicende dei primi del novecento, quando la debolezza dei governi e la crisi dell’economia innestarono le svolte autoritarie in Europa occidentale, che raggiunsero il potere anche per difendersi dalla dittatura comunista che si stava insediando in Russia, vista come un pericolo. La questione del terrorismo e dell’ISIS, se dovesse crescere oltremisura, potrebbe rappresentare l’innesco di una analoga strada . La sensazione è che si voglia archiviare il voto di Berlino come una anomalia che non modifica sostanzialmente la condizione politica tedesca, sulla base di una specificità della Città. Si ha netta la sensazione che una certa pigrizia intellettuale oggi non sia in grado di cogliere le tendenze più profonde che agitano la storia contemporanea. La scomparsa delle ideologie si è anche accompagnata alla loro sostituzione con un pensiero tecnico che escludendo i valori e la ricerca del senso della storia non è in grado di comprendere la realtà. PIETRO GIUBILO

08/2016 [stampa]
LA GUERRA FREDDA ALLA RUSSIA NON SI FERMA NEPPURE DAVANTI AD OLIMPIA.
E’ noto anche ai ragazzi che studiano alle scuole inferiori che, nell’antichità, di fronte alle Olimpiadi, anche le guerre si fermavano per consentire ai belligeranti di confrontarsi con lealtà in “giochi” che mettevano in campo atleti che si competevano con lealtà e rispetto di regole di correttezza. Si svolgeva la cosiddetta “tregua olimpica” che si imponeva per il carattere “sacro” di manifestazioni che oggi definiremmo “sportive” e che venivano rispettate proprio come alta espressione dell’elemento spirituale degli uomini . Quando si volle ripetere nell’era moderna questo evento - non a caso, le prime olimpiadi vennero stabilite in Grecia ad Atene nel 1986 - si tentò di ricostruire lo spirito antico, con l’intenzione più profonda di proporre un segnale di pacificazione. Purtroppo il secolo che sarebbe seguito non fu sotto il segno di quel messaggio di pace, ma vide lo svolgimento di una guerra di trenta anni ( del 1915 al 1945 ) che produsse in Europa e non solo le più grandi devastazioni che la storia abbia mai conosciuto. Dopo il 1945, nel continente europeo è seguito un periodo di conflitti limitati, anche se una certa lettura retorica ritiene che si sia prodotto una pace completa. Tuttora la situazione in Ucraina e le sempre più ricorrenti azioni terroristiche che vedono protagonisti anche cittadini europei , come ad esempio gli immigrati francesi di seconda o terza generazione , mostrano l’esigenza di sollecitare ogni segnale di pace. Le olimpiadi di Rio erano state precedute da una risoluzione dell’ONU nell’ottobre dello scorso anno che ha visto il consenso di 180 rappresentanti su 193 per “il rispetto della Tregua Olimpica” e nelle circostanza Thomas Bach - presidente del CIO – ha “riaffermato il ruolo importante che lo sport e l’ideale olimpico può giocare al servizio della società assicurando la promozione della pace e del fair-play , della tolleranza e della reciproca comprensione”. Invece le cose sono andate diversamente. A seguito di un rapporto di un giurista canadese ( Richard Mc Laren ) presentata dall’agenzia antidpoding ( WADA ), il Canada e gli stati Uniti hanno chiesto al CIO di escludere dalla competizione olimpica tutti gli atleti russi dai giochi di Rio. Il CIO ha girato la decisione alle federazioni e la federazione internazionale di atletica ha confermato la volontà di escludere la Russia. E’ evidente che si tratta di una operazione dai risvolti politici in quanto non verrebbero esclusi gli atleti che sono stati trovati , alle analisi, ad aver utilizzato sostanze dopanti, ma siamo di fronte ad una decisione che estende a tutti gli atleti il divieto di partecipazione e che tende a punire la nazione russa in quanto tale. E’ una sorta di affermazione di una “colpa collettiva” che contravviene ad ogni sano principio di diritto individuale poiché estende una colpa di alcuni a tutta la categoria. Grande imbarazzo negli stessi organismi sportivi internazionali e anche inalcuni esponenti del CIO che , peraltro, è stato oggetto di pressioni da parte di settori della stapa internazionale per andare verso decisioni “collettive” nei riguardi della Russia. La reazione di Putin è stata ferma ed immediata. Il 27 luglio ha ricevuto al Cremlino nella prestigiosa sala di Alessandro tutti gli atleti russi , alla presenza del Patriarca Kirill. “ L’acciaio è forgiato con il fuoco – ha detto – e sono le prove più dure che forgiano un Paese. Il popolo doiventa forte quando trova qualcosa per cui combattere”. Ha contrastato una “punizione collettiva” sostenuta soprattutto dagli Usa nel clima della guerra voluta da Obama, con un richiamo patriottico e lanciando accuse precise: “ Una campagna ben pianificata contro i nostri atleti - ha scandito Putin riferendosi agli avvenimenti che avevano portato alle decisioni - , con doppi standard e con il concetto di punizione collettiva che non ha nulla a che fare conla giustizia e semplicemente con le norme legali di base”. E precisando: “ qualcuno vuole dividere gli atleti in due categorie, amici e nemici , creando indebiti vantaggi”. Nella riunione ha avuto modo di affermarsi la grande personalità della Isinbayeva – due volte oro ai giochi nel salto con l’asta - alla quale è stato opposto un no definitivo quanto assolutamente ingiusto in quanto mai è stata trovata positiva. Particolarmente commuovente quando questa atleta , rivolta ai partecipati russi ammessi a Rio ha detto “ Fate fremere il mondo con i vostri risultati e fate in modo che l’inno russo risuoni in continuazione a Rio”. La evidente ostilità verso la Russia che caratterizza la politica americana dell’era di Obama non si è fermata neppure di fronte ai giochi olimpici , arrivando ad infrangere quell’alto senso della sportività e del confronto pacifico che dovrebbe caratterizzare lo spirito olimpico. E’ un segno di decadenza grave per quello che molti amano definire Occidente, cioè di quel complesso politico militare che si poggia sugli Stati Uniti. PIETRO GIUBILO

07/2016 [stampa]
I NUOVI SINDACI E LA CRISI DELLA CULTURA “BORGHESE”.
Giuseppe De Rita è una intelligenza che non si piega al corso apparente delle idee. Le sue analisi scavano nella realtà sociale del nostro Paese sottraendosi al “politicamente coretto” ed alla banalità del conformismo di sinistra. Sul Corsera del 3 luglio evidenzia come, al di là della facile interpretazione del voto di “protesta” che avrebbe portato alla elezione dei “nuovi primi cittadini” , vi è un riferimento al disagio dei “ceti medi”. “Tutti abbiamo infatti notato”, scrive De Rita, “che i nuovi sindaci sono espressione e portatori di una cultura e di un’appartenenza squisitamente neoborghese; per la prima volta il cento medio non si è ripiegato in se stesso o ha delegato il comando al vecchio notabilato, ma ha avuto iniziativa e ambizione da nuova classe”. I nuovi sindaci sono definiti “borghesi di nuovo stampo” . L’articolo evidenzia anche lo scontro che si andrà sviluppando tra i nuovi amministratori e gli “imperituri lazzari” cioè i portatori di interessi corporativi . Non vi è dubbio che i sindaci eletti, definiti appunto “neoborghesi”, tuttavia non abbiano la consapevolezza di tale appartenenza , né di conseguenza posseggono il retroterra culturale e la volontà di costituirsi quali espressione di tale ceto e dei relativi valori e interessi. C’è infatti in Italia una crisi della borghesia che non nasce solo dalla scomparsa dei riferimenti partitici nei quali trovava comunque una espressione seppur limitata. Purtroppo per lei , storicamente, la borghesia italiana ha sempre avuto una rappresentanza debole o in simbiosi con altre culture rappresentative. Leggasi in questo senso l’esperienza fascista e democratico cristiana. I rappresentanti socialmente più forti della borghesia italiana non hanno mai tentato di esprimersi direttamente sulla base di una cultura politica che esponesse una propria idea di stato, di nazione, di articolazioni sociali, ma ha sempre tentato un “compromesso”, spesso orientandosi a sinistra . E’ facile ricordare l’opera culturale ed editoriale del Mulino, finanziata a suo tempo dalla Fondazione Agnelli, orientata , prevalentemente e non sempre efficacemente, a socialdemocratizzare il PCI , ma che finì per favorire l’intreccio tra cattolici dossettiani e comunisti . Questa povertà culturale della debole borghesia italiana la si può riscontrare nell’appoggio che viene offerto al governo Renzi, fino alla dichiarazione di sostegno al referendum sulla ratifica delle riforme costituzionali, espressa ultimamente da CONFINDUSTRIA, limitandosi a constatare e ad esaltare l’apparente carattere decisionista dei cambiamenti introdotti , incutendo strumentalmente il timore per eventuali danni economici della mancata ratifica della riforma. Questa borghesia si accontenta di una riforma che dietro una sollecitazione decisionista apprezza un indebolimento rappresentativo delle istituzioni parlamentari e che rischia, in combinazione con un sistema elettorale a doppio turno - che concede ad una minoranza intorno al 20 per cento di diventare maggioranza del 55 per cento - di consentire il successo di un partito antisistema come il M 5 stelle ( vedi l’articolo di Stefano Passigli su Il Corriere della Sera del 4 luglio “ Perché l’Italicum va rivisto”). Essa non ha avuto il coraggio di indicare una riforma più meditata e coraggiosa che si sarebbe dovuta indirizza verso un presidenzialismo con contrappesi parlamentari come in Francia dove non prevalgono le forze antisistema o un parlamentarismo corretto come in Germania dove in nome di un interesse generale si forma da alcuni anni una”grande coalizione” in grado di governare il Paese. La verità è quella che descrisse sempre Giuseppe De Rita in un suo libro in collaborazione con Antonio Galdo di qualche anno fa : “L’eclissi della borghesia”. “ Distante, se non indifferente , rispetto alle istituzioni” , scriveva allora De Rita “ la borghesia italiana non ha esercitato in conclusione alcuna funzione a presidio dello Stato e dei valori condivisi che sottintendono la sua attività. L’orgoglio di sentirsi parte di una nazione, di una patria nata dal sacrificio di una minoranza borghese , è stato relegato ai pochi attimi delle partite di Calcio quando negli stadi si cantano gli inni nazionali”. Era il 2011 e da allora la stampa a servizio delle imprese ha favorito la nascita dei governi Monti, Letta e Renzi, tutti senza un mandato elettorale che non solo non hanno risolto i problemi italiani e riavviato la strada dello sviluppo , ma in taluni casi hanno accentuato le cause della sfiducia e dell’impoverimento dei ceti medi. Cosa è cambiato o, meglio, cosa sta accadendo a seguito di questo fallimento ? Una parte dei ceti medi esasperati nelle votazioni per i sindaci hanno scelto il movimento dei 5 Stelle, decidendo di non stare più alla finestra ad aspettare qualcosa che non arriva. Non è il recupero di una consapevolezza della classe media, ma il segno di una scelta senza speranza. Rimane ancora un vuoto da riempiere che non potrà essere colmano dal partito che ha eletto i sindaci di Roma e Torino. PIETRO GIUBILO

06/2016 [stampa]
QUAGLIARIELLO ALL’ATTACCO DELL’ADOZIONE DEL FIGLIASTRO PER VIA GIUDIZIALE E INVOCA IL NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE.
In una intervista al Tempo del 23 giugno l’ex ministro Gaetano Quagliariello si mostra determinato e combattivo sulla questione grave che emerge dalla sentenza della prima sezione civile della Cassazione che ha confermato una sentenza per l’adozione di un minore presentata dalla partner convivente della madre. Questa sentenza , secondo il senatore, oltre che sull’invadenza ormai evidente della magistratura in ambito legislativo , si basa anche sul disegno di legge Cirinnà: “E’ accaduto ciò che avevamo previsto : la stepchild adoption e la maternità surrogata , che nel caso di coppie maschili ne è la logica premessa, entrano per via giudiziaria”. Precisa Quagliariello: “ Arriverà qualche tribunale europeo a sancire che siccome le nostre unioni civili sono identiche ai matrimoni , allora devono avere gli stessi diritti e doveri”. Una analoga preoccupazione al tempo dell’approvazione della legge era stata espressa dal presidente emerito della Corte costituzionale Cesare Mirabelli . E’ interessante anchel’attacco politico che svolge l’ex Ministro: “ Questa è stata lastrada tedesca alla maternità surrogata ed era prevedibile chelo diventasse anche per l’Italia. Noi l’abbiamo detto e ridetto e ora i fatti ci danno ragione , con buona pace di chi pensava di aver raggiunto un buon compromesso”. Oggetto del’attacco è il responsabile del NCD Alfano che si era vantato di aver raggiunto il risultato politico della soppressione dell’adozione nella legge Cirinnà che, invece, nella realtà il contesto complessivo della legge finisce per spianarne la strada attraverso la giurisprudenza dei tribunali . La verità di quella legge - che il Ministro dell’interno, rivelatosi un modesto leguleio di provincia - aveva minimizzato è l’equiparazione nel testo tra matrimonio e unioni civili. “ Se un istituto – precisa Quagliariello – è identico al matrimonio , allora è matrimonio anche se lo chiami unione civile. E’ per questo che nel ddl Cirinnà, ci sono stati tanti richiami al codice civile. E’ per questo che si è voluto concedere la pensione di reversibilità a chi fa una unione civile e non ai conviventi eterosessuali . La ragione è per facilitare il pronunciamento di una Corte europea nel senso in cui si è già operato per la Germania e l’Austria”. Conseguenza politica che indica Quagliariello è schierarsi in modo “di vincere con il No il referendum di ottobre sulle riforme costituzionali, perché anche lì sono state fatte delle forzature che non possono rimanere senza una risposta”. Questa scelta dell’ex ministro è in sintonia con quanto ha affermato Gandolfini, l’organizzatore del Family Day, che ha iniziato la sua campagna referendaria per il No al referendum costituzionale. Renzi ormai non incanta più nessuno. Chi continua a sostenerlo o i nuovi supporter verdiniani non sono in grado - è dimostrato dalle elezioni comunali - di assicurare un sostegno elettorale adeguato, tale da compensare l’emorragia a sinistra che si presenta anche come astensionismo . L’approvazione della legge Cirinnà è stata voluta dal premier per accontentare la sinistra ed è significativo che ciò non lo abbia aiutato nelle recenti consultazioni, provocando , invece, l’allontanamento di qualche esponente del partito di Alfano e di voti cattolici. Il gioco su più tavoli di Renzi è ormai troppo scoperto e non può più aiutarlo. Come dire: “il re è nudo”. PIETRO GIUBILO

06/2016 [stampa]
CLINTON – TRUMP: UNA SFIDA CON MOLTE INCOGNITE.
Le primarie negli Stati Uniti sono praticamente giunte al termine . Il miliardario Donald Trump si è trovato senza rivali e la Hillary Clinton alla fine ha prevalso sul rivale il senatore Sanders e i due si sfideranno nelle elezioni presidenziali di novembre . Tuttavia, mai come in queste elezioni presidenziali il clima politico si è fatto incandescente, non solo nella rivalità tra le due proposte politiche, ma per l’emergere di punti di debolezza, al limite dello scandalo, nei due protagonisti e per scontri e disordini che accompagnano la campagna elettorale di uno dei due candidati . Un rapporto ufficiale pubblicato dall’ispettore generale a seguito di una inchiesta svolta al dipartimento di Stato ha reso evidente quello che era stato già reso noto, ma questa volta in maniera ufficiale e definitiva, e cioè l’utilizzazione di server privati senza richiesta né autorizzazione da parte di Hillary Clinton, quando ricoprì con Obama il ruolo paragonabile al nostro “ministro degli esteri”. In sostanza gli ispettori contestando l’uso del suo account personale, senza che fosse reso noto all’amministrazione, sembrano confermare quanto aveva sospettato l’ FBI e cioè che sia stato violato il segreto di Stato . La Clinton ha già avuto modo di doversi scusare in una testimonianza al Congresso, sostenendo di aver usato il server privato solo per comodità e non per nascondere le sue comunicazioni elettroniche. Nella intervista concessa ad Alan Friedman e pubblicata sul Corriere della Sera del 19 giugno il suo rivale repubblicano accenna ad un’altra questione che sta imperversando sui media e che costituisce un ulteriore problema, non solo di immagine, per Hillary : quello dei finanziamenti alla Clinton Foundation. Risulterebbe, secondo lo stesso giornalista statunitense, che alla fondazione clintoniana sarebbero stati versati contributi finanziari “dall’Arabia Saudita e da altri Paesi che hanno una storia ambigua di finanziamenti a gruppi terroristici”. “ La Clinton Foundation – dice Trump nell’intervista – ha preso tanti milioni di dollari ma tanti . La signora Clinton dovrebbe restituire quei soldi , tutti i soldi che ha raccolto da quei paesi dovrebbero essere restituiti per il modo in cui trattano le donne e i gay e per come alcuni di questi paesi finanziano il terrorismo”. A parte l’influenza sulla campagna elettorale di questi finanziamenti, in effetti, c’è da ricordare che, quando Hillary ricoprì la carica di Segretario di Stato , la politica americana sostenne apertamente le primavere arabe che si svilupparono parallelamente all’azione dei sunniti volta a destabilizzare la regione mediorientale e le cui conseguenze ancora influenzano negativamente la stabilità di quell’area . Oltretutto nei paesi del Golfo la condizione sociale è tra le più arretrate in termini di diritti civili. Non sarà facile per la Clinton liberarsi di questo “fardello” anche perché sui sauditi circola l’accusa di aver esercitato un ruolo negli attentati alle Torri Gemelle, come ha riportato per La Stampa una corrispondenza del 12 maggio scorso da New York, Paolo Mastrolilli , riferendo delle famose “28 pagine” del rapporto rimaste segrete, mentre “ l’FBI ha in realtà 80 mila file sul ruolo di Riad nell’operazione lanciata da al Qaeda , mai divulgati”. Anche il candidato repubblicano non dorme sonni tranquilli. Negli stessi giorni nei quali usciva il rapporto dell’ispettore del Dipartimento di Stato sulle e mail di Hillary, il britannico Daily Telegraph rivelava che un investimento “mascherato da prestito “ avrebbe consentito a Donald Trump di sottrarre al fisco Usa tasse su 50 milioni di dollari . Quando si muove Londra non c’è da stare tranquilli, anche perché, a livello fiscale, in America, vi è una particolare intransigenza. Peraltro, anche gli scontri verificatisi alla fine di maggio nel New Messico tra sostenitori e oppositori del miliardario, mostrano una asprezza insolita della campagna elettorale ; incidenti tesi a dimostrare il carattere estremista di Trump tanto è vero che i provocatori di Albuquerque gridavano l’accusa di “fascista”. Per la verità che si tratti di un confronto molto acceso è evidente, ma non è so lo questione di polemiche o di scontri fisici nei comizi. E’ noto, come titolava Corriere Economia sin dal novembre dello scorso anno, che “ Hillary è la più finanziata da Wall Street ” e non per caso, considerando che il marito abolì a suo tempo la separazione bancaria, aprendo la più vasta espansione alla speculazione finanziaria , mentre Trump punta al sostegno di quei ceti medi colpiti dalla crisi e impoveriti in questi anni . E’ uno scontro che in America non si era mai caratterizzato in termini così evidenti. Per tali ragioni il risultato delle elezioni di novembre non appare del tutto scontato, come era sembrato all’inizio delle primarie , favorevole al candidato democratico. E non è neppure certo che non si verificheranno episodi che potrebbero mettere in discussione o “azzoppare” uno o tutti e due i concorrenti . Insomma anche l’America potrebbe conoscere la crisi della politica e rendere deboli istituzioni che fino ad oggi hanno dato prova di saper sostenere il Paese. PIETRO GIUBILO

05/2016 [stampa]
CITANDO BERLINGUER RENZI TENTA L’ENNESIMO IMBROGLIO.
Complice la perdita della memoria storica e culturale della sinistra , Matteo Renzi, al fine di offrire un ancoraggio “nobile” alla sua proposta di riforma costituzionale, afferma l’indimostrabile e cioè che “anche Berlinguer parlava di monocameralismo”. La notizia ribalzata su una pagina intera del quotidiano di via Solferino, fiancheggiatore del Governo , corredata dal solito “soffietto” di Maria Teresa Mieli, presentando un titolo ancora più impegnato : “Berlinguer voleva il monocameralismo”, costituisce l’ennesimo tentativo di sostenere il Si al referendum . Non sappiamo proprio dove il premier ed il suo staff che lo consiglia, abbiano trovato quelle parole del complesso linguaggio berlingueriano che possano sostenere l’indirizzo riformista dell’ex sindaco di Firenze; da parte nostra siamo andati a rileggere alcuni passi degli articoli ( Rinascita , 28 settembre, 5 e 9 ottobre 1973) che il prestigioso ex segretario del PCI scrisse sul tema del compromesso storico che costituiscono uno dei momenti più importanti della sua elaborazione politica e che conservano ancora oggi significatività anche se non più attualità. Citiamo il passaggio nella sua completezza: “Ma il Parlamento può adempiere al suo compito se, come disse Togliatti, esso diviene sempre più ‘specchio del paese’ e se l’iniziativa parlamentare dei partiti del movimento operaio è collegata alle lotte delle masse, alla crescita di un potere democratico nella società e all’affermarsi dei principi democratici e costituzionali in tutti i settori e gli organi della vita dello Stato”. “ A questo preciso orientamento - continuava Berlinguer – si sono ispirate le molteplici battaglie che abbiamo condotto per la repubblica e per la Costituzione; per realizzare con il voto alle donne la pienezza del suffragio universale; per difendere il principio della rappresentanza proporzionale contro il tentativo di liquidarlo ; per assicurare giorno per giorno alla Camere le loro prerogative contro ogni tendenza dell’esecutivo e di altri centri del potere economico, politico e amministrativo di limitarle e svuotarle; e per affermare il principio e la prassi di una libera dialettica, senza preclusioni e discriminazioni, fra tutte le forze democratiche rappresentate nel Parlamento”. Si rendono evidenti , sugli altri, due aspetti fondamentali. Nelle “molteplici battaglie” condotte dal PCI “per la repubblica”, allo stesso livello del ”voto alla donne” e “la pienezza del suffragio universale”, viene indicata la difesa del “principio della rappresentanza proporzionale contro il tentativo di liquidarlo”. Il proporzionale, si badi bene, viene indicato come ”principio di rappresentanza” e non come metodo elettorale, quindi non derogabile . Le Camere, poi sono state difese nelle “loro prerogative” contro “ogni tendenza dell’esecutivo e di altri centri di potere” di “limitarle e svuotarle”. In effetti, in quegli anni il PCI assunse una posizione di rigido conservatorismo costituzionale rispetto a vari tentativi non solo operati dalla destra , ma anche da posizioni interne della DC, di varare una riforma costituzionale per l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica e di una modifica in senso maggioritario del sistema elettorale, i cui risultati si ebbero solo alcuni anni dopo, con la realizzazione dei sistemi di elezione diretta dei Sindaci, dei presidenti delle province e delle Regioni e delle relative rappresentanze consiliari senza , tuttavia, modificare gli organi di rappresentanza costituzionali. Sciocco, velleitario e improbabile risulta il tentativo renziano di coinvolgere il pensiero di Enrico Berlinguer nella sua rincorsa referendaria . Si tratta di una indifendibile e strumentale operazione mediatica fatta ad uso e consumo di quella parte di elettorato ancora fedele alla memoria del passato comunista e per il quale il defunto segretario del partito rappresenta ancora un ricordo di impegno politico valido e di richiamo. Certo questa cinica e interessata iniziativa non solo dovrebbe suscitare una reazione intellettuale e politica da parte di coloro che ritengono di dover difendere una visione di sinistra che mantenga una coerenza con la storia più recente, ma dovrebbe anche muovere a critica coloro che , sotto il profilo intellettuale e storico, non dovrebbero reputare che si possano , impunemente, inquinare i dati reali degli orientamenti su temi di tale rilievo. Ma tutto il dibattito sulle riforme costituzionali ha mostrato una debolezza ed un profilo semplicistico ai quali corrisponde, in parte, una sorta di rassegnazione . Una ampia fascia di elettori orientati a votare Si al referendum, pur ammettendo che si tratta di soluzioni sbagliate e pasticciate, giustificano la scelta con il fatto che si tratta di un cambiamento necessario ancorché inadeguato. Una sorta di votare con un “turandosi il naso” di antica , montanelliana memoria. Se il sentimento di allora poteva trovare una giustificazione legata anche ad aspetti di carattere internazionale ed apparteneva ad una fase politica, una modifica costituzionale è destinata a organizzare in tempi lunghi la rappresentanza, cioè l’elemento più significativo della democrazia. E modificare la democrazia “turandosi il naso” , può essere pericoloso. PIETRO GIUBILO

04/2016 [stampa]
IDENTITÀ e INTEGRAZIONE:costruiamo un futuro di pace.
Molenbeek, le banlieue parigine, le periferie di Londra, delle citta' tedesche e quelle italiane sono divenute negli ultimi anni delle vere e proprie enclave di immigrati in gran parte di religione islamica. Tanti si sono integrati ed hanno contribuito allo sviluppo dei paesi di approdo mentre altri e non sono pochi sono rimasti ai margini della nostra scoieta' ed hanno progressivamente maturato una certa ostilita' verso il modello di vita occidentale. Parliamo di immigrati di secondo e terza generazione, nati e cresciuti In Europa, che hanno fatto della religione islamica la loro bandiera e lo strumento per affermare la loro identita', osteggiando sempre di più l'occidente ed il modello proposto. Ma qual è il modello di vita occidentale? Quali sono i valori alla base della nostra Europa? Quale identita' ha oggi l'Europa? Quando l'Unione Europea, divenuta sempre più una fotocopia malriuscita degli USA con uno stampo massonico e tecnocratico laicista evidenti, cerco' di darsi una costituzione, l'allora pontefice Giovanni Paolo II ed il suo successore l'allora cardinale Joseph Ratzinger e diversi governi tra cui quello italiano presieduto da Silvio Berlusconi si batterono fortemente affinche' le radici giudaico cristiane fossero inserite nella Carta che la UE si stava dando. Fu la laicissima Francia ed il suo presidente Jacques Chirac ad opporsi più di tutti e purtroppo ebbero la meglio. Oggi la UE è in forte crisi di identita' e ogni attentato che subisce fa quadrato per difendere quei valori di liberta',democrazia e tolleranza che sono alla base dell'occidente che vengono laicizzati a tal punto da non consentire più di poter comprendere il rapporto tra l'uomo ed il sacro, tra la comunita' e la religione. Il pensiero laicista e relativista dominante relega infatti la religione ad una questione prettamente privata che non deve interferire ne' con la cosa pubblica ne' con la pubblica opinione e non deve intaccare l'emancipazione che l'uomo e la societa' contemporanea si sono conquistati negli anni. La nostra è una societa' fortemente soggettivista, sviluppatasi nel dopoguerra in un benessere e potere materiale, sempre di più ormai nelle mani di pochi a scapito di quel ceto medio che ne ha rappresentato la sua spina dorsale. Multietnica ed aperta a tutte le culture forse più perchè svuotata di fatto della sua, evidenzia al suo interno una massiccia presenza di gruppi che non integratisi diventano facile preda di fondamentalsti e fanatici senza scrupoli che li reclutano e li indottrinano ad un islam radicale e politico che ha l'obbiettivo dichiarato di distruggerci. Questo fanatismo fa il palo con i petrodollari degli sceicchi in gran parte dell'Arabia Saudita e del Qatar (primi finanziatori dell' ISIS) che stanno imponendo la loro leadership economica e finanziaria In Europa, finanziando in tanti casi anche la costruzione di moschee ed inviando IMAM salafiti a seguire ed educare i loro fratelli. Paradossalmente a favorire questo stato di cose vi è uno strano connubio tra islam radicale (o semplicemente islam se vogliamo riprendere le parole della Fallaci che non distingueva tra loro moderati e radicali) e un certo laicismo non meno fondamentaista che si presenta con l'abito candido di quel buonismo, di quella pseudo tolleranza, che usa sempre il politically correct e che combatte strenuamente il razzismo. Dopo gli episodi di violenza sessuale a Colonia, le recenti richieste di alcune aziende ad Amsterdam in merito all'abbigliamento "decoroso" delle loro impiegate per non turbare i cittadine di fede islamica, si è levato un assordante silenzio da parte di tante femministe che per molto meno scendevano indignate in piazza. A seguito degli attentati in Francia lo scorso anno e di quello in Belgio del mese scorso vediamo sempre le stesse bandierine della pace, sempre le stesse candele, gli stessi fiori e sentiamo sempre gli stessi slogan ed in piazza vediamo scendere sempre gli stessi pacifisti a braccetto con gli islamici "moderati", i nemici a cui quelle piazze reali, mediatiche e su internet sono interdette sono quelli che coraggiosamente cercando di difendere la nostra identita' e la nostra tradizione. Ma la vera pace, la vera convivenza, la vera fratellanza non si costruiscono cosi. Per raggiungere questi nobili obbiettivi si ha il dovere da parte nostra di riscoprire e riassaporare la nostra identita', solo comprendendo chi siamo possiamo accogliere chi è diverso da noi, nel reciproco rispetto e con l'obbiettivo comune di costruire un vero rapporto di pace ed amicizia. A volere questo pero' bisogna essere in due e ci vuole un profondo e deciso impegno in tal senso da parte delle comunita' islamiche che vivono da noi a cominciare dalla definizione di un rapporto tra loro e i diversi stati dove risiedono. In Italia ad esempio questo è assente vista l'impossibilita' di trovare un unico interlocutore che li rappresenti, manca una cera trasparenza sui finanziamenti che le loro comunita' ricevono finalizzati in gran parte alla costruzione di nuove moschee o all'apertura di nuovi centri culturali o di preghiera. Doverosa sarebbe inoltre da parte loro la segnalazione alle autorita' civili competenti dei "fedeli" piu' fanatici e facinorosi che oggi godono invece di connivenze e protezioni, in ultima istanza gli imam dovrebbero predicare nella lingua dei paesi che li ospitano di modo da consentire a tutti di ascoltare e comprendere i loro insegnamenti. Se così fosse sarebbe molto più facile fugare molte zone d'ombra ed abbattere quel muro di diffidenza che ci separa da loro, aprendo a chi di loro vuole la vera possibilita' di integrazione con la nostra societa' augurandosi che quest'ultima voglia e sappia riscoprire la propria identita'. Preghiamo tutti lo stesso Dio e siamo chiamati tutti ad essere a Sua immagine. dott. Marco Miani

03/2016 [stampa]
COSA SVELANO LE PRIMARIE AMERICANE
Sulle primarie americane fino ad oggi ha prevalso una narrazione tendenziosa e fuorviante.

Sono state messe in luce sia la confusione che regna dentro il partito repubblicano che la cavalcata folkloristica di Trump. Nello stesso tempo il confronto tra la Clinton e Sanders in campo democratico è stato derubricato come la contrapposizione tra una linea forte e responsabile ed una posizione socialista o, addirittura, rivoluzionaria.

Si tenta cioè una classificazione nominalistica, applicando gli attuali criteri di valutazione politica europei . Con i termini di “populista” e di “ socialista” si ritiene di aver offerto una lettura sufficiente. Ma la realtà è tutt’altra.

Come mai quella che avrebbe dovuto essere una incontrastata volata verso l’investitura democratica si sta presentando, per la ex first lady , come una faticosa campagna per liberarsi di un avversario che fino a pochi mesi fa’ appariva del tutto inconsistente ? Come mai un discusso personaggio che in modo brusco ha acceso i fari su problemi che la società americana sembrava aver “digerito” da tempo, è avviato ad essere il candidato del vecchio partito repubblicano ?

Uno sforzo di analisi “sociale” delle primarie americane “ fuori dagli schemi, lo compie Elena Molinari su Avvenire dell’8 marzo .

La giornalista indica nella “crisi della classe media americana” l’origine dell’ ”ondata di populismo” che ha fatto diventare protagonisti di queste elezioni due concorrenti che sembravano svolgere solo un ruolo da comprimari. “ E’ il risultato – scrive la Molinari – della tensione fra gli americani che hanno prosperato nell’economia globalizzata e dell’alta tecnologia e quelli che sono stati masticati e risputati da una trasformazione troppo rapida e dolorosa”. “ Se infatti - continua – la fascia più alta della classe media vive in un mondo di quartieri sicuri, buone scuole, famiglie intatte e fiducia nel futuro, una famiglia nel mezzo della scala sociale Usa si trova su terreno sdrucciolevole e ne è consapevole” . “ I tassi di disagio” - precisa l’articolo – “non visti dalla Depressione [quella del ’29 n.d.r.]” e l’allentamento dei legami familiari hanno condotto alla situazione per la quale “ due terzi dei matrimoni finiscono in divorzio … negli ultimi venti anni in America il consumo di antidepressivi è quadruplicato: un americano su dieci ( compresi i bambini ) assume psicofarmaci” .

Gli effetti della globalizzazione si sono pesantemente fatti sentire a livello sociale ed economico: “ Il reddito reale del lavoratore tipico – scrive ancora Elena Molinari – era stagnante prima della crisi ed è in calo da allora, con il risultato che, dice il Pew Research Center , un adulto su cinque vive in povertà o al limite della povertà. Nelle grandi città è peggio : il 51 % dei newyorkesi non ce la fa a mettere abbastanza cibo in tavola ogni giorno”.

Questa situazione ha prodotto una rottura degli schemi della politica americana per la quale le due tradizionali forze politiche non riescono a interpretare e contenere la condizione di disagio della classe medie . Trump si è avvalso, per la sua escalation del partito repubblicano, dei Tea Party che hanno sostituito le strutture tradizionali , mentre Sanders si è poggiato sulla piattaforma del movimento Occupy Wall Street, fuori dalla organizzazione del partito democratico.

Che la situazione americana sia davvero entrata in una fase difficile è il parere anche di firme importanti , come per esempio quella del premio Nobel per l’economia del 2001 Joseph Stiglitz.

Ad agosto del 2014 in una analisi della situazione del Paese l’insigne economista criticava le scelte di fondo operate dalla presidenza di Obama: “ L’approccio ‘prima le banche’ voluto dal presidente Barack Obama per salvare la nazione da un’altra Grande depressione sosteneva che dando i soldi alle banche ( invece che ai proprietari di case che erano stati depredati da quelle stesse istituzioni ) l’economia si sarebbe salvata. Il governo riversò miliardi in istituti che avevano portato il paese sul’orlo della rovina, senza definire i termini della restituzione”. Questa decisione era ispirata dalle pressioni dei poteri forti finanziari , privilegiandone l’ambito sociale: “Se coloro che hanno il compito - scriveva ancora Stiglitz – di prendere decisioni cruciali sono ‘cognitivamente catturati ‘ dall’1 per cento e dai banchieri al punto di ritenere che l’unica alternativa sia regalare centinai di miliardi di dollari a chi ha provocato la crisi , lasciando i lavoratori e i proprietari di case negli impicci , il sistema è iniquo”. “ Questo approccio - precisava Stiglitz – aggrava inoltre uno dei problemi più pressanti del paese : la sua crescente disuguaglianza. Soltanto con una classe media vitale l’economia può riprendersi davvero e crescere velocemente” ( Joseph E. Stiglitz, La grande frattura, Einaudi editore , 2016 ).

In questa situazione nella quale è stata penalizzata la classe media ed anche quelle più povere e si muovono orientamenti elettorali fuori dagli schemi, possono determinarsi tensioni politiche senza precedenti.

Qualcosa si sta muovendo per tentare di bloccare la scalate elettorale di Trump .

Senza precedenti negli Stati Uniti è il fatto, avvenuto in questi giorni , di aver impedito lo svolgimento di alcune manifestazioni elettorali a Chicago e nel Kansas del candidato Trump. Sa di scusa quanto hanno commentato sia i media vicini alla Clinton , sia quelli in Europa che attribuiscono la causa di questo episodio all’”estremismo” del candidato repubblicano. Questi fatti di violenza rischiano di spingere verso un conflitto civile. Qualche sito ha azzardato addirittura l’ipotesi che a fomentare il dissenso violento sia stata una organizzazione vicina al finanziere Soros che, notoriamente, appoggia la campagna elettorale della Clinton.

Hillary Clinton a cui i pronostici attribuiscono, ancora, non solo la possibilità di essere la vincitrice delle primarie democratiche , ma anche delle elezioni presidenziali, non sembra un Presidente in grado di dominare la situazione che va degenerando . Non dimentichiamo che fu una scelta di suo marito Bill a dare l’avvio alla svolta della deregulation bancaria con la soppressione della legge Glass Steagall. Si tratterebbe di una presidenza che continuerebbe sulla strada di Obama – e, a suo tempo, di Clinton - di aumentare la frattura nel paese , impoverire le classi medie e favorire la grande finanza. Siamo certi che l’America continuerà ad accettare tutto questo ancora per molto tempo?

PIETRO GIUBILO

03/2016 [stampa]
L'EUROPA DIVISA SULLE ROTTE DEI PROFUGHI
Di summit in summit l'emergenza profughi non si sblocca. L'Europa non trova una strada comune per far fronte alle ondate di immigranti che dalla Siria, Iraq, Afghanistan e dall'Africa si affacciano ai confini dei 28 paesi dell'area Schengen.

c La chiusura dei confini balcanici decisa da Macedonia, Serbia, Croazia, Austria accentua il pericolo dell'apertura di altre rotte. I numeri sono drammatici: nei primi 3 mesi del 2016 circa 150 mila persone hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere l'Europa e 455 sono morte per sfuggire alla guerra. La Grecia è sull'orlo del crack: 135 mila migranti hanno imboccato la rotta tra la Turchia e la Grecia con migliaia e migliaia di persone ( in prevalenza donne e bambini, commoventi le scene del bambino appena nato lavato fuori della tendopoli nel fango e dell'artista cinese Weivei che ha portato un pianoforte per un po' di musica al campo) bloccate presso Idomeni ( Macedonia centrale) davanti ai fili spinati e ai militari schierati in assetto di guerriglia per non far passare più di qualche centinaia di persone al giorno. Continuano le tragedie nell'Egeo al largo di Lesbo.

Non si sblocca la possibilità di un accordo con la Turchia che rifiuta di frenare i flussi verso l'Europa, alzando il tiro delle richieste ( oltre ai 3 miliardi di euro di aiuti ne chiede altri). La frenata della Turchia sta suscitando molte critiche e riserve anche per le restrizioni alla libertà di stampa e ai diritti fondamentali decise dal presidente turco Erdogan e le concessioni richieste per ottenere lo status di paese sicuro per l'accoglienza dei profughi.

Il blocco della rotta dei Balcani ( non possiamo diventare un campo profughi, si sono giustificati i paesi dell'est) preoccupa non solo la Grecia ( primo paesi d'impatto) del premier Alexis Tsipras ma anche l'Italia e la Spagna per due motivi principali: 1- il fallimento del piano di ricollocamento varato dalla Commissione di Bruxelles. Si è lontanissimi dall'obiettivo di 6 mila richiedenti asilo politico da Grecia e Italia al mese preventivato per far fronte all'emergenza, nonostante un ulteriore stanziamento di 275 milioni di aiuti;

2- bloccati i confini balcanici cresce il pericolo delle rotte alternative. E tra queste in primo luogo c'è quella albanese. Il commissario europeo Dimitris Avramopoulos e il Ministro dell'interno Angelino Alfano hanno incontrato il Ministro dell'Interno albanese Samir Tahiri per mettere a punto un progetto di cooperazione con Tirana per evitare che si apra un nuovo fronte e che si ripetano sulle coste pugliesi gli sbarchi dei primi anni Novanta, quando ad attraversare il canale erano gli albanesi. La foto storica e drammatica è quella dello sbarco a Bari del 1991.

L'Italia , con l'arrivo della nuova stagione, teme la ripresa di massicci sbarchi dal Mediterraneo centrale e in particolare dalla Libia verso Lampedusa e le coste della Sicilia. Il traffico di esseri umani tra la Libia e l'Italia è già superiore al 15% dell'anno scorso e preoccupa l'alto numero di minorenni non accompagnati che secondo alcune indagine sarebbero più di 12 mila. Nella Capitale si assiste ad una giungla con accampamenti lungo le rive del Tevere( ben visibili dalla pista ciclabile), l'ex ospedale Forlanini è diventato un dormitorio abusivo, in via Curtatone presso la stazione Termini un palazzo di nove piani è occupato da etiopi ed eritrei che rientrano nella rete di accoglienza del Comune e dove i vigili del fuoco hanno sequestrato 57 bombole contenenti gas liquefatto , utilizzato per la cottura dei cibi, lungo il Tevere nei pressi dello stadio Olimpico ci sono barconi abusivi

La Spagna a sua volta è preoccupata della situazione di instabilità che si registra nei paesi del Mediterraneo occidentale con il Marocco che recentemente ha sospeso le relazioni con la Ue. Sbarchi potrebbero riprendere dall'Algeria e dalla Mauritania. Il Nord Africa da frontiera dimenticata potrebbe di nuovo diventare incandescente e non solo per la presenza dei terroristi islamici. Secondo il quotidiano inglese Financial Times è prevedibile una nuova ondata migratoria dal Nord Africa e quindi servirà all'Europa un approccio globale per le sfide che una regione dai problemi multipli pone. Anche il quotidiano francese El Pais ritiene necessario un decalogo per evitare che la crisi dei rifugiati faccia precipitare l'Europa insieme ai valori su cui si è fondata. Bocciati sia la chiusura unilaterale delle frontiere portata avanti da alcuni paesi e il progetto abbozzato da Ue e Turchia per risolvere la crisi , il giornale francese sostiene che una reale via d'uscita non può prescindere dall'adempimento di obblighi internazionali.

Potrebbero infine aprirsi nuove rotte via Bulgaria o Russia indicate come rotte artiche.

Da quando nel luglio 2015 l'Agenzia dell'Onu ,Unhcr, ha iniziato a monitorare la situazione è stato stimato che circa 700 mila richiedenti asilo politico e immigrati abbiano passato il confine tra Grecia e Macedonia. Saliti a 850 a fine 2015. Quasi tutti hanno proseguito il viaggio attraverso la Serbia tentando di passare in Ungheria.

Le cifre comunque ballano. La realtà è preoccupante come mostrano anche le immagini delle sofferenze dei profughi accampati alle frontiere o a Calais nel nord della Francia dove migliaia di migranti vivono in tende e baracche nella speranza di riuscire ad entrare in Inghilterra, forzando le misure di sicurezza e salendo su uno dei treni diretti all'Eurotunnel E ad ogni tentativo di sgombero ci sono scontri tra polizia, attivisti e migranti.

Un dossier di Bruxelles evidenzia che nel 2015 la Germania da sola ha accolto un terzo delle richieste di asilo di tutta Europa , ossia 441 mila richieste con un aumento del 155% rispetto alle 173 mila del 2014.

Al secondo posto c'è l'Ungheria che ha ricevuto 174 mila domande ( +323% rispetto al 2014), seguono la Svezia con 166 mila, l'Austria 85 mila, l'Italia 83, la Francia 70 mila, la Finlandia 32 mila con il record paradossale del + 822% rispetto alle 3490 domande del 2014).

In totale i migranti che hanno fatto domanda per entrare in Europa sono 1.255 mila il doppio rispetto all'anno precedente. Di questi 1 su 4 provengono dalla Siria ( 366 mila la più colpita dalla guerra scatenata dall'autoproclamatosi stato islamico del Califfato), poi dall'Afghanistan da dove sono arrivate 178 mila persone, dall'Iraq 123 mila persone, dal Pakistan 46 mila, dall'Eritrea 33 mila, dalla Nigeria 29 mila. Alte le percentuali delle domande che vengono respinte ( 70 % in Francia, 64 in Inghilterra e Italia).

Un esempio positivo arriva dall'Etiopia, il paese africano che viaggia ad una crescita annua del 12% e rappresenta una potenza regionale con i suoi 100 milioni di abitanti. Ospita circa 800 mila rifugiati provenienti dalla Somalia, Eritrea e Sudan in campo che hanno anche la funzione di drenaggio del flusso delle popolazioni dirette verso la sponda sud del Mediterraneo. Dopo il viaggio di Oscar Luigi Scalfaro nel 1997 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è andato a marzo 2016 in Etiopia per visitare i campi profughi e rafforzare i rapporti bilaterali, ancora troppo modesti nonostante la costruzione di una grande diga da parte della società Impregilo del gruppo Salini.

Sergio Menicucci

02/2016 [stampa]
UNO SCIPPO ALLE BANCHE DI CREDITO COOPERATIVO
Spregiudicato nell’uso del potere, arrogante e velleitario nelle polemiche con l’Europa, ossequioso con i suoi reali riferimenti internazionali , deciso nel fare largo a chi è interessato ad occupare il sistema creditizio italiano. E’ questa la fisionomia politica e personale del premier del quale il Financial Times ha scritto in questi giorni, una sintetica constatazione che vale più di un epitaffio : “ si è esaurita la fortuna di Renzi “ .

Pur sospettando nel suo intimo dell’ “esaurimento” della sua “fortuna” o, forse, proprio per questo , il premier si è esibito in una operazione da prestigiatore di avanspettacolo . La riforma della BCC, a lungo elaborata dagli organismi rappresentativi , visionata e valutata dalla Banca d’Italia e dallo stesso ministero dell’Economia, sembrava avviata alla presentazione e all’esame del Consiglio dei ministri , per l’approvazione del decreto che, poi, sarebbe stato trasmesso alle Camere per la ratifica. L’”autoriforma” era stata proposta proprio nell’ esigenza di rafforzare questo settore del credito che è indispensabile per il finanziamento di prossimità, cioè di quelle piccole e medie imprese che troppo spesso si vedono negato quello delle grandi banche, intente a dare sostegno alle imprese più grandi e che , in alcuni casi, arriva a convertire i crediti in azioni , come nel noto caso dell’indebitamento per 2 miliardi di euro della Sorgenia del gruppo De Benedetti. La riforma conteneva l’obbligo di aderire ad un grande gruppo bancario cooperativo che avesse come capo gruppo una spa con patrimonio non inferiore a 1 miliardo di euro. La società capo gruppo avrebbe svolto attività di direzione e di coordinamento sulle BCC, in base ad accordi contrattuali chiamati “ contratti di coesione”.

Prima che il provvedimento avesse varcato la soglia della sala di riunione del consiglio dei Ministri, è intervenuta una modifica sostanziale: l’introduzione di una “clausola di uscita”, per la quale una BCC, con almeno 200 milioni di capitali, può trasformarsi in spa, riscattando le riserve dopo averci pagato una tassa del 20 per cento .

Ha scritto in un “retroscena” su Avvenire Luca Mazza, il 12 febbraio - due giorni dopo il Cdm - : “ La possibilità della ‘via di uscita’ dalla capogruppo unica, riguarderebbe potenzialmente una decina di banche. A essere interessate, in particolare, sarebbero due realtà della Toscana ( “regione di origine sia di Renzi che di Verdini dicono alcuni” ) . Si tratterebbe, nello specifico , del gruppo empolese Cabel e di Chianti Banca ( che dovrebbe veder arrivare tra poco come presidente Lorenzi Bini Smaghi ). Per ora dalla Bcc di Cambiano, che forma parte del gruppo Cabel assieme a Pisa – Fornacette e Castagneto ( di taglia più piccola) ed è l’unica delle tre sopra i 200 milioni, ci si limita a dire che verranno valutata tutte le ipotesi. Silenzio assoluto , invece, da Chianti Banca che, dopo aver rilevato nel 2012 le attività e le passività del Credito Cooperativo Fiorentino del senatore Verdini , di recente ha acquisito Bcc Pistoia e Area Pratese, divenendo il terzo istituto cooperativo nazionale”.

E’ poi emerso che nella Banca di Cambiano lavora come dirigente il padre del sottosegretario alla presidenza del consiglio Luca Lotti.

L’aspetto di una “cospirazione” intorno a questa modifica introdotta all’ultimo momento nel decreto di riforma è parte della vicenda , sulla quale occorrerà fare chiarezza, ma non il solo , né tanto meno il più importante.

Il professor Stefano Zamagni, in una intervista, sempre su Avvenire del 14 febbraio, ha spiegato cosa comporta aver introdotto questa norma di “uscita” nel sistema della cooperazione.

Si è verificata, ha detto il professore, “una palese violazione del principio legale secondo il quale i fondi lasciati alle riserve delle BCC sono indisponibili e indivisibili , perché sono riserve che nel corso dei decenni sono state accumulate in esenzione fiscale , quindi appartengono ai cittadini e non alla banca”. E poi, “la solidarietà intergenerazionale è il principio regolativo di ogni Bcc: le riserve indivisibili sono alla base di un patto di solidarietà intergenerazionale dell’impresa, nel momento in cui concedo quel patrimonio a chi gestisce la banca, in quel momento violo questa regola etica”.

Zamagni, mette poi in evidenza anche un altro punto: “ la way out dà un potere di ricatto e di minaccia a quelle Bcc che superano i 200 milioni e che possono dire: oggi rimango nel sistema , ma fra un po’ se non mi accontentate me ne vado con le mie riserve. E’ un sistema che incentiva i ricattatori , è immorale e crea diffidenza reciproca”.

In sostanza la modifica introdotta da Renzi mina il principio di mutualità che è alla base del credito cooperativo e questo non è solo una preoccupazione del mondo cattolico , ma anche di una condizione che vede pian piano annullare quella solidarietà sociale che è oggi indispensabile per impedire il regno assoluto del mercato che tende a favorire le posizioni più forti nella società e introdurre un darwinismo sociale. In sostanza a creare un sistema basato , come ha definito Francesco, sull’ “economia che uccid”.

Tutto ciò è il prodotto di un governo guidato dal segretario del Pd. Questo partito sempre più influenzato e condizionato dai grandi interessi e dalla grande finanza.

PIETRO GIUBILO

01/2016 [stampa]
MATRIMONI DI FATTO
La proposta di legge della senatrice Monica Cirinnà sulle “unioni civili” marcia a tappe forzate – la discussione nella commissione competente è saltata come ha accusato il senatore forzista Malan - verso l’esame parlamentare. E’ bene comprendere che questa legge anche se chiama in modo diverso questa fattispecie ( “ pacifica formazione sociale” ) , introduce diritti e norme giuridiche che sono quelle specifiche del diritto di famiglia e, quindi, del matrimonio . Il non definirle tali è solo per evitare di cadere nei limiti che la Costituzione introdusse nel 1947 quando , in un contesto storico e culturale non relativista, stabilì che la famiglia fosse una “società naturale fondata sul matrimonio”. Si tratta non solo di una maldestra ipocrisia , ma una astuzia al fine di non incorrere negli steccati costituzionali. Come ha scritto Tommaso Scandroglio su Radici Cristiane di dicembre : “ ciò che importa sono i diritti riconosciuti ai conviventi. Se questi sono gli stessi dei coniugi , allora i conviventi omosessuali avranno gli stessi diritti delle persone sposate e la loro unione sarà dal punto di vista giuridico una unione matrimoniale”.

Infatti all’articolo 4 del disegno di legge , oltre a quanto previsto nelle altre norme, compare una esplicita equiparazione in termini generali tra i diritti dei “coniugi” e quelli dei “conviventi”: “ Le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole ‘coniuge’ e, ‘coniugi’ e termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi , si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”.

Siamo lontani da quell’idea che era stata fatta circolare di un riconoscimento di alcuni diritti di carattere civile; siamo al trasferimento totale del diritto di famiglia a quello delle unioni civili, ovviamente anche omosessuali.

Anche le adozioni rientreranno nella sfera di competenza di queste unioni in quanto è assolutamente evidente, anche sulla base della esperienza delle decisioni della magistratura in questo e altri campi che - ove venisse espunta la parte riguardante la stepchild adoption, termine inglese, per nascondere l’idea dell’adozione del figliastro avuto da uno dei due “unionconiugi” eventualmente all’estero nel caso fosse proibita in Italia la pratica dell’utero in affitto – si avranno sentenze della magistratura che, sulla base della equiparazione contenuta nella legge, definiranno come discriminatorio non poter adottar figli da parte delle coppie di fatto , come peraltro già sta avvenendo.

Nonostante questa realtà della legge, ancora, da parte di alcuni ambienti cattolici, si cade nell’equivoco di accettare quanto riguarda le unioni civili, rifiutando ciò che si riferisce alle adozioni, come se non vi fosse alla base del provvedimento una visione che equipara il modello delle unioni omosessuali a quello della famiglia, come , del resto, tutte le battaglie dei cosiddetti “diritti gay” hanno sempre sostenuto.

Politicamente il punto centrale è quello che Renzi - ancora considerato, strumentalmente, di cultura democristiana - ha indicato la via d’uscita dall’impasse politico , con la considerazione che il provvedimento sia una iniziativa parlamentare che lascerebbe libertà di coscienza nel voto, senza implicazioni sulla stabilità della collaborazione governativa tra PD e Nuovo Centrodestra. I cattolici schierati dentro il PD e nel NCD non possono, però, fare appello alla continuità di collaborazione governativa quando di fronte al fatto che i partiti laici, pur facenti parte di un governo con la DC, appoggiarono le leggi sul divorzio e sull’aborto e il partito democristiano non aprì una crisi di governo. Il punto semmai è che allora la DC subì l’iniziativa dei partiti laici, ma la posizione politica dei cattolici fu nettamente contraria , salvo qualche esponente cattolico democratico ( esempio Scoppola e i “cattolici per il no” ) .

Oggi, poi, il sostegno del NCD è ad un governo nel quale è assolutamente prevalente la posizione del PD e di Renzi in particolare, con operazioni di potere ed un leaderismo personale che danno una impronta univoca sia al programma politico interno che a quello internazionale. In sostanza, mentre allora la DC difendeva una posizione politica di governo nella quale era determinante l’influenza democristiana, oggi i “piccoli democristiani” del NCD sostengono, per interesse di potere , fino all’estremo sacrificio culturale e politico , una posizione pressoché egemone della sinistra anche se sotto specie renziana . Come dire, allora ci fu perlomeno una ragione di stabilità di governo o, come definirla in peius una ragione di potere; oggi è una ragione ugualmente di potere , ma degli altri, cioè della sinistra.

E’ la dimostrazione della penosa caduta politica che accompagna l’esperienza uscita dalla scissione del partito berlusconiano. Si presenta anche il problema della posizione ufficiale dei cattolici .

Nel tempo di Ruini un provvedimento di portata assai minore come quello pensato da Rosy Bindi, ministro del governo Prodi, ( i DICO, dichiarazioni di convivenza ) , produsse una presa di posizione ufficiale della CEI con il famoso family day del 2007. Una folla immensa invase Roma per riaffermare una posizione intransigente dei cattolici per quanto riguardava la famiglia. Il family day annunciato per il 30 gennaio non è una iniziativa della CEI e neppure sostenuta da essa . In che misura potrà essere coinvolta, trattandosi di un tema “irrinunciabile” ?

Nella precedente manifestazione di giugno, il Cardinale Ruini espresse l’auspicio e il sostegno per la sua riuscita. Ma Ruini non è più da tempo Presidente della CEI. Monsignor Galantino – segretario della CEI - è intervenuto prima del suo Presidente, con una intervista sul Corriere della Sera, distinguendo le unioni civili dalle adozioni gay. Troppo poco. E ancora, avallando qualche disponibilità cattolica alla legge “ tra i cattolici ci sono posizioni diverse” e poi, di fatto, lasciando libertà di coscienza nel partecipare alla manifestazione che si farà il 30 gennaio; il vescovo che vorrà parteciparvi – ha detto - “potrà farlo ma non potrà pretendere che vi partecipino tutti gli altri”.

E’ infine intervenuto, il 17 gennaio il Cardinal Angelo Bagnasco, affermando che si tratta di una manifestazione "condivisibile" e dalle finalità "assolutamente necessarie", " una iniziativa dei laici, con la loro responsabilità, come il Concilio Vaticano II ricorda", e che l'obiettivo della manifestazione "è decisamente buono perché la famiglia è il fondamento di tutta la società"."La famiglia non può essere uguagliata da nessun'altra istituzione o situazione", ha aggiunto il cardinal Bagnasco. Per il cardinale "la difesa della famiglia, la promozione della famiglia e l'invocazione di sostegni reali, che fino ad adesso sembra che non ci siano, dovrebbe essere voce unitaria di tutto il Paese, di tutte le famiglie italiane, anche in modo diversificati, ma l'obiettivo è assolutamente necessario perché le politiche familiari sono piccolissime". Aggiungendo , infine che il ddl Cirinnà si tratta di “ una grande distrazione da parte del Parlamento rispetto ai veri problemi dell'Italia: creare posti di lavoro, dare sicurezza sociale, ristabilire il welfare".

Indubbiamente i toni tra il Presidente della CEI e il suo Segretario sono sembrati diversi e, soprattutto appare sintomatico che a monsignor Galantino si sia rivolto il Corsera e il Cardinal Bagnasco abbia utilizzato una nota ANSA e che comunque abbia dovuto dire che la manifestazione rientra nell’”iniziativa” autonoma dei laici.

Il papato di Bergoglio è forse alla prima prova importante del rapporto con la Chiesa italiana e su una questione, appunto, “non rinunciabile”.

Nei giorni scordi abbiamo sentito esultare i cattolici progressisti. La circospezione e le diversità di accenti della Chiesa italiana segnala un restringimento dello spazio pubblico “ufficiale” dei cattolici. ?

PETRUS

01/2016 [stampa]
MENTANA OVVERO LA CRONACA MAGISTRA VITAE
La 7 tv ha avuto l’idea di una fare una trasmissione sul 1992, ovvero sulla vicenda di tangentopoli. A ventiquattro anni da quegli eventi forse sarebbe più adeguato tentare di fare una analisi obbiettiva e, soprattutto ragionare intorno ad una lettura in chiave storica di quegli avvenimenti . Darne, cioè, un giudizio rispetto al contesto e all’ulteriore corso delle vicende italiane.

Purtroppo a condurre questa trasmissione è stato chiamato il giornalista Enrico Mentana che, pubblicamente, si vanta di non votare da anni e che resta perennemente prigioniero del suo solo carisma professionale : fare cronaca.

Chiamati a discuterne sono stati ovviamente il pm di allora Antonio Di Pietro, il dirigente mediaset di allora Gori , oggi sindaco di Bergamo in squadra PD e Bobo Craxi figlio della principale “vittima” di quella fase politico-giudiziaria.

Di Pietro, ovviamente, ha difeso l’operato della procura di Milano mentre ha evidentemente schivato l’incalzare degli interlocutori sul fatto che le inchieste non arrivarono a toccare i vertici del PCI o PDS. Tutti, ma proprio tutti , i segretari dei partiti di centrosinistra vennero incriminati , solo il PCI PDS non ebbe questo “privilegio”. Tanto per citare un elemento l’ex pm ha ricordato il fatto che Gardini, una volta accertato che entrò a Botteghe Oscure con la”valigetta” del contante , non si ebbe modo di sapere a chi l’avesse portata. Chiunque abbia avuto modo di mettere il naso per un incontro in quella sede del PCI – ovviamente in base ad un appuntamento - sa benissimo che, appena giunto nell’androne, veniva avvicinato dagli uscieri , certamente di massima fiducia della segreteria che , riconoscendolo , sapevano esattamente dove accompagnarlo e , comunque, con chi si sarebbe dovuto incontrare. Latitante nelle risposte anche sul fatto del super blindatissimo collegio affidatogli da D’Alema nel Mugello per la elezione come “indipendente” del PCI PDS.

Chi ha tentato di fare una lettura non solo giudiziaria di quegli avvenimenti è stato Bobo Craxi, ovviamente facendo presente la “perdita di sovranità” sul piano interno e internazionale della politica italiana e lo sbilanciamento del sistema politico dovuto al fatto che solo una parte politica venne colpita , salvaguardando sostanzialmente la sinistra . Chi più ha aggredito “questa” interpretazione non è stato il più diretto interessato , cioè Di Pietro, che si è limitato a difendere la separatezza delle responsabilità istituzionali e l’obbligo dell’azione penale verso i singoli , ma il conduttore Mentana . Ha dato fastidio l’accanimento con il quale ha giustificato le azioni della magistratura ( a Bobo Craxi ha detto , riferendosi a Bettino “i reati sono reati” ) sul fatto che i protagonisti politici di quelle vicende “avevano rubato” e perciò stesso dovevano essere liquidati. Gori da parte sua si è limitato a difendere l’idea che le inchieste avevano il seguito dell’opinione pubblica . La difesa dei risultati elettorali che premiarono ancora nel 1992 il pentapartito, portata aventi da Craxi, non è valsa al doversi inchinare da parte di tutti i presenti nella trasmissione alla “opinione pubblica “, peraltro assai spinta dai media che allora si gettarono, non sempre per il solo amore dell’informazione, sugli avvenimenti , criminalizzando complessivamente la politica e i partiti e non solo coloro che cadevano sotto le inchieste. Feltri si è schierano sostanzialmente con la logica di Di Pietro e Mentana contestando - ma senza insistervi più di tanto - all’ex pm il solo fatto di non aver sufficientemente indagato sul PCI PDS.

Cosa è mancato nella trasmissione? Non si è cercato il vero argomento che oggi dovrebbe entrare a valutare quegli avvenimenti e cioè le conseguenze complessive. Sul piano interno da allora la politica è stata emarginata, ovviamente il potere sostanziale non appartiene più alle istituzioni rappresentative o alle forze politiche, ma o ad altre istituzioni – vedi magistratura – o a poteri economici che , anche attraverso una editoria completamente asservita, spingono per la tutela dei loro interessi. E’ un modo di essere unico in Europa dove invece sopravvivono le forze politiche, magari con alcuni problemi , ma comunque restano i riferimenti politici e partitici. A livello internazionale l’Italia paga un prezzo incredibile di assenza di sovranità. Il “vincolo esterno” impostole a Maastricht ha debordato oltre ogni misura , mentre questo non è avvenuto nei riguardi degli altri Paesi che pur su di una linea inadeguata, comunque , esprimono una propria visione di politica estera.

Mentana infastidito da Bobo Craxi che lo ha definito “strenuo difensore della seconda repubblica”, nel condurre in tal nodo questa trasmissione, si è dimostrato professionalmente un giornalista di cronaca , ove anche la politica e la storia vengono imprigionate dalla “nera”.

Non solo. Questo modo di operare da parte di un personaggio che si è sempre saputo muovere nel sistema dei poteri reali, presenta anche un altro aspetto. Cui prodest? A chi giova che non si tragga un giudizio storico che dimostrerebbe la inefficacia della rivoluzione delle toghe ovvero la destabilizzazione che essa arrecò al sistema politico italiana dalla quale non si è più ripreso ? Non certamente ai nuovi protagonisti della politica che ben sanno come stanno le cose. Giova, appunto, al sistema dei poteri che Mentana ben conosce e frequenta e che ha bisogno di una politica docile ai suoi voleri per poter contare e tenere al guinzaglio il Paese.

A questo punto ci permettiamo solamente di fare una considerazione . Più di un quarto di quegli elettori che anche nel 1992 si recarono a votare, oggi non partecipa più alle elezioni. La nostra democrazia sta trasformandosi in un governo delle minoranze che rappresenta la sanzione più grave per coloro che non si recano alle urne. Ma rappresenta anche il modo con il quale, quel “sistema” che Mentana conosce e che detiene il potere reale , non intende privarsene. Soprattutto fino a quando anche il giornalismo avrà questi profili furbastri e ossequiosi.

P. G.

12/2015 [stampa]
Neanche il sommerso e le attività illegali salvano il PIL - ITALIA IN LETARGO E SENZA FIDUCIA
Fosco il quadro delineato dal rapporto del Censis. Pochi investimenti, zero fiducia nella politica, i risparmi restano sotto il materasso, 8 milioni di italiani s'indebitano per curarsi, il 20 per cento delle famiglie non riesce a far quadrare i conti. Brutta figura dell'Istat sulla crescita del Pil: corretto in poche ore lo 0,7 in 0,8. Nei conti dello Stato il lavoro nero e illecito

L'Italia dello “ zero virgola” è una nazione di “un letargo esistenziale collettivo” che impedisce di progettare il futuro, dove c'è poca intenzione d'investire e zero fiducia nella politica, per cui i risparmi restano sotto il materasso, quasi 8 milioni di italiani s'indebitano per curarsi e il 20% delle famiglie ( circa 5 milioni) ha difficoltà a far quadrare i conti tra entrate e uscite.

La fotografia dell'Italia del 2015 , elaborata dal Censis ( dell'eterno sociologo Giuseppe De Rita) evidenzia una società in cui “ i soldi ci sono ma non girano, i consumi non decollano, l'inflazione è inchiodata intorno allo zero ( dal 2 % auspicato dalla Bce), gli investimenti si sono annullati, la produzione industriale non riprende slancio e la ripresa occupazionale stenta”. Parole pesanti scritte e dette da esperti di fenomeni sociali che consegnano nel 49esimo rapporto dalla valutazione dei politici, degli ambienti economisti e all'opinione pubblica.

Quello che viene definito “ cash cautelativo” si chiama nella realtà paura e sfiducia. Una sorta di “ limbo italico” fatto da mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone.

In un paese sostanzialmente fermo gli italiani appaiono impauriti e senza idee. L'unica novità, osserva il Censis, sta nel fatto che il “mattone” ha ricominciato ad attrarre risorse anche se non ha superato la crisi tra il 2004 e ilo 2007 quando le compravendite si erano l'anno attestate sulle 800m mila. Negli ultimi 4 anni, invece, si sono ridotte alla metà.

Per quanto riguarda il rinnovato aumento delle richieste di mutui il fenomeno dipende molto dal sistema delle surroghe per ottenere migliori condizioni dopo il calo dei tassi d'interesse ( quello di riferimento della Bce è dello 0,05%).

In merito all'andamento delle transazioni immobiliari c'è da osservare il boom delle strutture ricettive per turisti con circa 560 mila italiani che hanno scelto di operare nel campo delle case-vacanze e dei bed e breakfast, generando un fatturato di circa 6 miliardi in gran parte sommerso. La sfiducia e la paura per il futuro hanno fatto aumentare ( dal 23,6 al 30,9%) la quota di contante e dei depositi bancari mentre sono crollate le azioni e le obbligazioni. Il risparmio resta la “ scialuppa di salvataggio” di tutti i giorni ma circa 3 milioni di famiglie sono costrette a “ rosicchiarne”un pezzetto per far fronte alle spese. La liquidità totale è aumentata di altri 45 miliardi.

Il deficit di fiducia, dopo anni di galleggiamento, è cresciuto soprattutto per l'incubo della disoccupazione giovanile e la mancanza di lavoro. La situazione d' incertezza provoca poi il deterioramento del rapporto tra cittadini e istituzioni.

Le percentuali della disoccupazione giovanile restano drammatiche. Con il varo della legge Jobs Act ( e i contratti a garanzie crescenti) qualcosa si è messo nel mercato del lavoro che ha recuperato circa 200 mila unità, molte delle quali provenienti da situazioni precarie.

A fine 2015 mancano, però, ancora all'appello circa 600 mila posti di lavoro rispetto ai livelli pre-crisi 2008. Si è cioè passati in 7 anni da un tasso di disoccupazione del 6,7% all'attuale 11,5-12 mentre quello giovanile supera il 40 per cento. Per completare questo aspetto va tenuto presente il cosiddetto fenomeno dei “ Neet” cioè dei giovani che non studiano e non lavorano, calcolati in circa 2 milioni e 200 mila.

Ci sono poi i disoccupati a causa della chiusura di ditte, supermercati, fabbriche per i quali l'Inps versa un'i9ndennità di 600-800 euro al mese senza che costoro facciano nulla mentre in altri sistemi di welfare l'indennità di disoccupazione è finalizzata a trovare in tempi brevi altro lavoro. Altro dato che evidenzia la crisi è il ricorso alla Cassa integrazione che ha superato la soglia del miliardo di ore concesse.

In presenza di questo quadro il Censis ( primo rapporto nel 1964) vede l'Italia “ in letargo e a bassa autopropulsione che non ritrova il gusto del rischio”. Non meravigliano allora i voti bassissimi assegnati dagli italiani alle istituzioni repubblicane. Appena il 9% ha fiducia del partiti, solo il 16% del governo e il 17% del Parlamento. Si salva con il 39% la Commissione di Bruxelles anche perchè molti la confondono con gli interventi della Banca centrale in materia di politica monetaria, del salvataggio dell'euro e di alcuni paesi in crisi come la Grecia, il Portogallo e Cipro.

Il Censis sottolinea allora la crescita delle liste civiche nelle elezioni amministrative che sembrano costituire una specie di “ federalismo di reazione e quindi di allontanamento dal Palazzo”.

Se poi si domanda un parere sulle tasse il 55,3% degli italiani sollecita il taglio delle imposte anche a costo della riduzione dei servizi pubblici ( tanto, osservano, peggio di quelli attuali è difficile avere).

Nello stesso giorno , 4 dicembre, in cui il Censis presentava il suo dossier l'Istat rendeva noti altri dati che riportavano il governo e il Parlamento all'amara realtà dei fatti. Il tempo tuttavia di far esplodere forti reazioni governative ed ecco la vergogna di una nota correttiva.

Nella prima indicazione la crescita dell'economia ( Pil) era individuata a + 0,7% che significava due decimi sotto le previsioni del governo Renzi dello 0,9%. Il prodotto interno lordo era praticamente fermo. Dopo una nota di Palazzo Chigi che attribuiva il rallentamento della ripresa alle stragi di Parigi e Mali e alla crisi dei paesi emergenti l'istituto di statistica si è inventato un meccanismo per far apparire la crescita vicina alle indicazioni governative. Il 2015 ha 3 giorni lavorativi in più rispetto al 2014 e allora cresce di un altro 0,1%.

Siamo ancora una volta allo zero virgola che non cambia la sostanza della situazione di un paese bloccato. E' infatti con il “ Report sull'economia non osservata” che l'Istat mette in evidenza le contraddizioni e le anomalie italiane. In verità conosciute da tempo ma spesso ignorate.

Le attività in nero e quelle illegali ( dati riferibili al 2013) contano per circa 209 miliardi di euro, ossia circa il 12,9% del Pil. La cosa grave, nonostante tutti i proclami contro l'evasione fiscale e il sommerso, è che questo fenomeno è in crescita rispetto al 2012 quando era pari all'11.5% I tecnici dell'Istat hanno portato a conoscenza dell'opinione pubblica i dettagli.

191 miliardi derivano dall'economica sommersa

di cui

99,4 mlm da evasione ed elusione imponibile

72 mlm da lavoro irregolare

19,4 mlm da voci varie

16,5 mlm provengono dalle attività illegali, stimate parzialmente a causa delle difficoltà

di quantificare il traffico della droga, degli stupefacenti, della prostituzione e

del contrabbando

Il lavoro irregolare coinvolge 3 milioni e mezzo di lavoratori ( il 15% del totale) soprattutto nei settori del commercio, trasporti,alberghi, ristoranti, costruzioni e agricoltura.

Le attività illegali e il sommerso sono quindi l'altro PIL che vola e che non si ferma allo zero virgola. Ed è quello che permette a tanti italiani di vivere sopra la media e di sfuggire ai controlli.

E' un affare diffuso prendere un caffè o mangiare una pizza senza scontrino, prendere l'autobus o la metro e non pagare il biglietto, ricevere una bustina o una pasticca di droga a buon mercato, lavorare in nero ricevendo magari un voucher soltanto per una giornata, comperare merce di contrabbando nei mercati, nei porti, incontrare in alcune vie cittadine prostitute, travestiti, ragazzine e ragazzi disponibili a concedersi per poche decine di euro.

L'economia “ non osservata” non conosce crisi. Dal 2014 è inserita nel calcolo dei conti adottati da tutti i paesi europei. Nonostante tutte queste partite illegali l'obiettivo della modesta crescita dello 0,9% fissata dal governo non è raggiungibile.

E probabilmente non sarà raggiunta neppure la quota dei 3,5 miliardi di euro sperata dal governo con il meccanismo di rientro dei capitali nascosti all'estero, chiamata “ voluntary diclosure”.

E per l'anno prossimo? Le previsioni si fanno buie. Sicuramente occorrerà una manovra aggiuntiva e trovare per il 2017 almeno altri 18-20 miliardi. Sergio Menicucci



12/2015 [stampa]
TURCHIA E RUSSIA VERSO UN SECONDO ATTO DI GUERRA ?
Paolo Valentino, inviato del Corriere della Sera a Mosca, terminava il suo articolo di domenica 6 dicembre riferendo quanto asseriva Ivan Konovalov, esperto del Centro per la Congiuntura Strategica: “ Occorre ragionevolezza da entrambe le parti , dopotutto la Turchia ha sempre il controllo dei Dardanelli e potrebbe creare grossi ostacoli alle nostre operazioni navali”.

Il giorno dopo, il passaggio di una nave da guerra russa, la “CaesarKunkov”, che recava a bordo un soldato con in spalla un lanciamissili ha suscitato una minacciosa reazione da parte di Ankara, con la convocazione dell’ambasciatore russo e la dichiarazione secondo la quale finora la Turchia non aveva bloccato il passaggio della navi di Mosca attraverso il Bosforo, nel rispetto della convenzione di Montreux, ma che in futuro intende fornire “ risposte necessarie a situazioni giudicate come una minaccia”.

Ora se anche l’attraversamento per pochi secondi di una lingua di territorio turco ai confini della Siria è stato giudicato una minaccia tale da determinare l’abbattimento dell’aereo da guerra russo , invece di affiancarlo e farlo rientrare nei confini siriani, è evidente che il concetto di “minaccia” per Ankara appare del tutto discrezionale e strumentalmente atto a provocare reazioni sproporzionate, rispetto alle quali solo i nervi di acciaio di Putin possono evitare risposte e conseguenze tragiche sul piano militare.

Anche il meccanismo che si è messo in moto dopo l’incidente dell’abbattimento del Su 24 russo, con la copertura politica da parte di Obama, dimostra con evidenza che si tratta proprio di venti di guerra, in quanto è logico pensare che l’iniziativa turca ai confini della Siria non solo è stata programmata da ottobre come sostiene WikiLeaks , ma che ogni mossa di Erdogan si muove in sintonia con Washington , altrimenti non è spiegabile tanta arroganza e spregiudicatezza.

La questione del Bosforo, qualora la Turchia frapponesse ostacoli al libero transito delle navi russe, rappresenterebbe un passo assai rischioso e violerebbe una convenzione internazionale che è stata sancita proprio per evitare situazioni che porterebbero a invasioni di territorio e guerre conseguenti.

Anche la politica portata avanti da una NATO ormai completamente soggiogata all’unilateralismo statunitense corrisponde ad una logica bellica, in quanto la richiesta di adesione del Montenegro, formulata da Stoltenberg, proprio in questi stesi giorni, prevede che, a prescindere dalla ratifica dei parlamenti nazionali , questo Paese potrà partecipare da subito a tutti gli incontri istituzionali dell’organizzazione pur senza il diritto di voto. Dopo la ”pugnalata” di Erdogan, è arrivato lo “schiaffo” della NATO.

E’ davvero incredibile come di fronte alla minaccia reale dell’ISIS la cui organizzazione territoriale costituisce il richiamo per le iniziative terroristiche in Europa ed anche negli stessi Stati Uniti, la NATO non trovi altro che allargare la sua influenza sui Balcani e difendere le iniziative belliciste di Ankara, compresi i suoi traffici petroliferi e gli equivoci supporti alle iniziative contro le forze armate di Assad che combattono sul territorio l’ISIS.

Appare incredibile anche una delle motivazioni addotte dal segretario generale per l’ingresso del Montenegro e cioè che questo fatto “spingerebbe ulteriormente il Paese sulla via della democratizzazione” . Ovviamente nessuna denuncia sul versante delle iniziative liberticide interne di Erdogan con la chiusura di giornali e l’arresto di giornalisti. Il concetto di democrazia della Nato dipende solamente dalla convenienza o meno nelle strategie unilaterali di Washington e del contenimento della Russia di Putin.

P.G.

11/2015 [stampa]
PUTIN CONTRO L’ISIS. OBAMA CONTRO ASSAD
Un recente articolo de La Stampa ( 19 Novembre ) riporta una dichiarazione del ministro degli esteri russo Lavrov, assai fuori dai canoni della diplomazia. L’articolo che si intitola “Schiaffo di Putin all’America” scritto dal corrispondente Maurizio Molinari, uno dei più profondi conoscitori della politica americana e del Califfato, riporta alcune significative dichiarazioni del ministro affidata alla tv Rossiya 1:«Abbiamo analizzato i raid aerei della coalizione guidata dagli Usa nel corso dell’ultimo anno, arrivando alla conclusione che sono realizzati in maniera selettiva, nella maggioranza dei casi non toccano le unità di Isis che sono capaci di portare le minacce più serie all’esercito del governo siriano». Gli Stati Uniti, secondo il ministro degli Esteri russo, «vogliono che Isis indebolisca Assad il più in fretta possibile, per obbligarlo a lasciare, ed al tempo stesso non vogliono rafforzare troppo Isis perché ciò potrebbe consegnargli il potere».E aggiunge : «Lo Stato islamico serve a Washington contro Assad».

Una versione, quella di Lavrov, che mira a mettere Obama in una luce molto imbarazzante perché – ricorda Molinari – arriva proprio dopo il vertice del G20 dove «il presidente Usa ha ribadito, in pubblico e privato, di non voler usare le truppe di terra contro Isis, mostrandosi esitante davanti allo scenario di un maggiore coinvolgimento militare».

Ancora Lavrov: «Se guardiamo bene i risultati dei loro raid hanno dato scarsi risultati, per non dire nessun risultato, tranne il fatto che Isis è cresciuto nei territori che controlla». Secondo Mosca, dunque, «la politica americana indebolisce la prospettiva della Siria di rimanere uno Stato laico, dove tutti i gruppi etnici e religiosi saranno garantiti».

Due giorni prima al vertice del G 20 ad Atlanta il presidente russo Putin aveva usato informazioni provenienti anche dallo stesso governo americano per dimostrare davanti a tutti che «l’Isis è finanziato da individui di 40 Paesi, inclusi alcuni membri del G20» (e soprattutto inclusi gli alleati di Washington Turchia, Arabia Saudita e Qatar)”. E’ soprattutto evidente a tutti , ormai, che le iniziative dei sauditi ed anche del riconfermato Erdogan a favore dei sunniti sono direttamente e indirettamente a sostegno della posizione più estrema nella lotta a Damasco in uno spazio operativo ove questi e l’isis tendono confondersi e a sovrapporsi.

Nel corso della visita del 22 novembre a Kuala Lampur il Presidente usa Barack Obama, dopo alcune frasi di circostanza ( “"lo strumento più potente che abbiamo per combattere lo Stato islamico è affermare che non abbiamo paura. Che non ho paura che lo Stato Islamico ci sconfigga con le sue operazioni. Distruggere l'Isis non soltanto è un obiettivo realistico, ci riusciremo” ) ha invece affermato: "E' inevitabile allontanare Bashar al Assad dalla Siria“. Aggiungendo: "Non è concepibile che Assad possa riguadagnare legittimità in un Paese in cui la maggior parte della popolazione non vuole più Assad . La guerra civile non si fermerà se Assad resterà al potere. Per cui si tratta di vedere se con tutti i Paesi riuniti attorno a un tavolo, compresi l'Arabia Saudita, la Turchia e l'Iran e la Russia, cosi' come gli Stati Uniti e altri Paesi, se possiamo instaurare un processo di transizione politica che riconosca il diritto a un nuovo governo e che possa portare a un cessate-il-fuoco nella regione".La richiesta di Obama verso la Russia di entrare nella coalizione ove la parte principale è svolta da Sauditi e Turchia che sostengono la guerriglia in Siria è un appello fatto apposta per non essere ricevuto, in quanto contiene ambiguità sin troppo evidenti.

E’ chiaro che per Obama il principale obbiettivo è quello di allontanare Assad , in ciò, indirettamente, confermando le affermazioni di Lavrov. Obama rimprovera la Russia, nonostante che sia immediatamente intervenuta in piena solidarietà politica e militare con la Francia colpita dagli attentati di Parigi. “La Russia – ha affermato il Presidente usa - non si è impegnata ufficialmente a una transizione per fare uscire di scena Assad, vedremo nelle prossime settimane se possiamo trovare un punto d'incontro, se possiamo aiutare la Russia a cambiare un po' prospettiva".

La cattiva fede di Obama è evidenziata anche da quanto afferma sulla confusa situazione nell’area: "Ovviamente siamo tutti interessati a mantenere uno Stato siriano, non vogliamo il caos totale - ha precisato in qualche modo rispondendo a chi critica la strategia americana del caos - abbiamo visto i problemi che sono sorti in Libano, quando l'apparato statale si dissolve; abbiamo visto cosa può succedere, per cui bisogna mantenere uno Stato siriano. Dobbiamo portare avanti una transizione politica e sarà difficile, non sarà facile, però è su questo che dobbiamo concentrarci". Obama volutamente non cita la vicenda libica che ha prodotto una situazione ben più grave di quella libanese ed è stata determinata da una volontà e da una propaganda che non ha risparmiato invenzioni di ogni tipo, proprio come nel caso di Assad.

PIETRO GIUBILO

10/2015 [stampa]
UNA RIFORMA DEL SENATO NE’ GRANDE , NE’ DEMOCRATICA
Abbiamo già avuto modo di rilevare che , rispetto alle esigenze che la difficile condizione politica e istituzionale del Paese presenta, la riforma del Senato appare del tutto inadeguata , non è, cioè una “grande riforma”.

Innanzitutto, per il clima politico nel quale è stata approvata. Un Parlamento eletto da una legge elettorale dichiarata incostituzionale non avrebbe dovuto assolvere ad un compito così importante ed elevato . E’ evidente , infatti, che parlamentari lontani mille miglia da un elettorato che aveva avuto di fronte solo una lista nella quale non era dato scegliere, si sarebbero resi disponibili ad un trasformismo che ha assunto dimensioni epocali . Il livello raggiunto da questo deprecabile fenomeno di opportunismo politico dimostra come la nuova Costituzione nasce non da un confronto e da una mediazione politica, ma da manovre parlamentari che emergono da una totale assenza di dibattito nelle commissioni e in aula.

Stefano Passigli si è divertito ad analizzare sul Corriere della Sera del 13 ottobre quelli che ha definito “gli effetti collaterali” della riforma del Senato , tracciando un profilo di uno dei protagonisti della transumanza trasformista. L’articolo ricostruisce la carriera politica di Verdini : dal PSI a indipendente nelle liste del PRI, dall’elefantino di Segni e Fini a Forza Italia , appesantito dal “suo consolidato trasformismo e i suoi altrettanto consolidati problemi giudiziari”. Passigli lancia l’allarme sostenendo che “il raggruppamento di Verdini non ha voti nemmeno in Toscana” e che per evitare di premiare questo trasformismo “il Pd dovrà mantenere il premio alla lista e non alla coalizione”.

Pur comprendendo le ragioni “morali” di questa affermazione, non possiamo non rilevare come sfugga del tutto a Passigli , ma anche a quasi tutti i costituzionalisti, il rischio che la riforma proprio in combinazione con la legge elettorale, presenti i caratteri di un “sistema autoritario”. Lo denunciano con particolare efficacia gli interventi di Piero Ostellino su Il Giornale nei primi giorni di ottobre, rilevando come l’ Assemblea dei senatori “nata nel 1948, come contrappeso a quella dei deputati per garantire quell’equilibrio dei poteri pur con tanti suoi difetti , è a maggiore garanzia della libertà e della democrazia che il fascismo aveva abolito instaurando la dittatura”. Ostellino sottolinea più volte il “dispotismo personale” del premier , ricordando quando “constatato di non avere in una commissione parlamentare la maggioranza che gli consentisse di realizzare senza opposizioni il suo progetto , ne ha sostituito i dieci probabili dissidenti con uomini della propri parte per garantirsi di poter realizzare senza impedimenti ciò che voleva”. Questa riforma restringe quel necessario equilibrio di poteri che non solo il sistema parlamentare garantisce, ma anche , come è evidente ove applicato, anche quello presidenziale, nel quale, comunque, è sempre importante una corretta mediazione politica .

L’unica, solo apparente, mediazione che ha accompagnato la votazione al Senato è stata quella tra Renzi e la minoranza del suo partito con una normativa che viene presentata come la possibilità di eleggere i senatori, ma che, invece, è, come ha sostenuto Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore del 25 settembre , un testo “sibillino” che paga un “prezzo” di “ambiguità e rinvio” . Secondo le norme approvate i futuri senatori saranno eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi , secondo le modalità stabilite dalla legge … “. Come è stato rilevato, “un bel rebus” . Anche il metodo dell’assegnazione dei seggi ai partiti appare ambiguo in quanto sarà assai difficile adottare il proporzionale in quanto nella stragrande maggioranza delle regioni i seggi assegnati sono due o poco più, ed inoltre , come ha sostenuto sempre D’Alimonte, già “i sistemi elettorali regionali non sono proporzionali” e “ i voti ottenuti dai partiti non corrispondono ai seggi”.

C’è ancora un altro aspetto, assai più rilevante, che sostanzia la modifica del Senato ed è quello che suggerisce una riflessione di Lina Palmerini il 14 ottobre sempre sul giornale della CONFINDUSTRIA: “Palazzo Madama sarà abitato da quella stessa classe politica regionale che continua a essere coinvolta in scandali giudiziari, inchieste e perfino arresti”. L’occasione offerta alla giornalista erano stati gli interventi della Magistratura in Lombardia che avevano portato all’arresto del vicepresidente e che erano coincisi con l’approvazione della riforma al Senato. Al di là degli episodi di quei giorni - sui quali sembra comparire una certa forzatura procedurale - è evidente che un Senato delle Regioni significherà il sorgere di un dualismo parlamentare con caratteri conflittuali tra chi difenderà la poco governabile spesa regionale e i tentativi di rientro di un centralismo che , di certo, non garantisce , in quanto tale, sobrietà e rigore di bilancio. Alla conflittualità della riforma Bassanini del tiolo V in rapporto alle “competenze concorrenti” tra Stato e Regioni, si sostituirà la discrezionalità centralistica che interverrà a correzione delle competenze secondo criteri politici e, quindi, anch’essi interpretabili ed esposti a conflitti politici che si ripercuoteranno nella nuova sede parlamentare.

Come in tante altre vicende politiche Renzi e il suo governo vanno assumendo sempre più un basso profilo, che, applicato alla riforma della Costituzione e a quella di uno degli organi parlamentari peserà assai negativamente sulla politica e la declinante democrazia italiana.

PIETRO GIUBILO

09/2015 [stampa]
VOLKSWAGEN ED OLTRE
Non crediamo e non ci piacciono le analisi che si fondano su teorie complottiste. Si tratta, assai spesso, di sincretistiche congetture che mostrano, poi, una tendenza alla pigrizia intellettuale , storica e culturale .

Anche quando dietro alle vicende agiscono poteri non evidenti , ci si deve impegnare per comprendere il senso complessivo di ciò che si muove e incide sui fatti politici e sui cambiamenti che intervengono.

Il caso esploso della “truffa” operata dalla casa automobilistica tedesca e venuta alla luce negli Usa ha avuto immediatamente nei media una risonanza tale da innestare conseguenze di ordine, politico, economico , fino ad assumere un carattere “epocale”.

Tutto ciò sta avvenendo mentre mancano tuttora elementi che possano chiarirne la portata ed il comportamento reale dei soggetti interessati pubblici e privati. . Sembra infatti che alcuni elementi di questa irregolarità fossero conosciuti anche dalle autorità amministrative di Bruxelles. Poi non è stata data una precisa informazione circa l’esatta consistenza sulla irregolarità delle emissioni in rapporto ai parametri usa e a quelli europei . Ne’ vi è ancora chiarezza circa il rispetto dei limiti di emissioni da parte di altre marche , mentre affiorano notizie contraddittorie e parziali.

Tutto ciò che sta avvenendo mostra, peraltro, il ruolo decisivo delle lobby che incidono sulle regolamentazioni europee ed il giro di affari che queste decisioni producono sul “mercato”.

Tuttavia anche questi importanti argomenti vengono superati dalle implicazioni di un interessante articolo apparso sul Corriere della Sera di uno dei più importanti notisti del Financial Times , Wolfgang Munchau , che dietro lo “scandalo” intravede una prospettiva sulla quale intendiamo richiamare l’attenzione.

Munchau apre le sue considerazioni affermando che con la “crisi della Volkswagen” , “ciò che sta per sfaldarsi come un castello di carte non è solo la grande impresa di una volta, ma il modello economico tedesco in generale”. Proseguendo entra nel dettaglio e per dare un segno obliquo al modello tedesco, impresso nell’azienda mista germanica, butta lì una affermazione inequivocabile: “ la relazione tra Volkswagen e politica tedesca , risale ai tempi del nazismo”. Ed è tutto un atto di accusa: “ in questo scandalo, i rapporti tra azienda e politica emergono come uno degli aspetti più rilevanti”; “il governo federale sapeva che la discrepanza tra i valori misurati e quelli dichiarati era enorme”. Munchau, quindi, inserisce, il punto sul quale intende costruire il suo atto di accusa: poiché Volkswagen era ricorsa a espedienti illegali per ridurre i costi, “era stato possibile compensare gli oneri della tecnologia diesel con i sussidi pubblici”, ora però, dopo gli elementi venuti fuori, “ crolla il cartello tra industria e stato”. Si tratta del punto centrale che interessa il notista del giornale inglese con le conseguenze che vengono immaginate : “ la Volkswagen riuscirà a finanziare le modifiche? Riuscirà a sopravvivere a questa crisi? Lo stato tedesco violerà le regole della Ue sostenendo la Volkswagen con aiuti di stato ?”. In buona sostanza, è la sua tesi, la crisi della più importante industria automobilistica europea non solo non è sanabile, ma comporterà l’abbandono del modello economico sul quale sono stati costruiti l’economia e il sistema sociale tedeschi. E’ noto che in Volkswagen non solo vi è una importante presenza pubblica, ma c’è la partecipazione dei lavoratori alla gestione e, sempre in questa impresa, è stata sperimentata l’esperienza dei contratti di solidarietà che impedirono a suo tempo i licenziamenti con un ridimensionamento retributivo, di netto carattere solidale.

Questi esempi di caratteristiche che differenziano il capitalismo tedesco da quello anglosassone è un portato non solo economico , ma anche storico e sociale di una Germania che non si è mai piegata al liberalismo puro , ma, che - nel secondo dopo guerra con le politiche di Erhard ed anche in seguito - ha conservato caratteristiche distintive, non subendo la dittatura dei mercati.

Per questo motivo e per il forte radicamento di questo modello economico , noi riteniamo che lo stato tedesco interverrà a salvaguardia della sua impresa.

Intanto è significativo il senso ultimo che il notista del Financial attribuisce alla vicenda : “ I regimi cadono quasi sempre per una serie di incidenti. L’Epa [ l’ente americano che ha scoperto l’”inganno” ] ha intrapreso ciò che nessuna autorità tedesca o europea oserebbe: un attacco frontale al cuore del modello economico tedesco, secondo molti , tutt’altro che liberale. E corporativista. Se c’è un Paese nell’area euro che ora necessita di riforme strutturali , quello è la Germania . E non intendo le riforme del mercato del lavoro dell’allora direttore della Volkswagen”.

E’ tutto chiaro.

Secondo l’autorevole opinionista questa vicenda è l’”incidente” che serve a far scoppiare la guerra finale del modello economico liberal contro il modello del capitalismo renano. Si badi bene è un “incidente” che investe la politica e lo stato tedeschi che, si ritiene, ne escono indeboliti. E’ il tentativo da parte del turbocapitalismo di mettere alle corde l’economia sociale di mercato che , a lungo, ha caratterizzato l’economia tedesca. Anche la Germania , secondo Munchau , dovrà attuare quelle riforme economiche che le banche centrali e il Fondo Monetario Internazionale hanno imposto all’Italia e alla Grecia, paesi certamente più deboli e , anch’essi oggetto di “incidenti” che hanno portato all’indebolimento dei loro sistemi politici.

Come abbiamo detto all’inizio, non c’è bisogno di scomodare tesi complottiste, ma lo scenario aperto dalla vicenda Volkswagen è ben evidente .

In un senso più profondo è , ancora una volta, un attacco all’Europa, alla sua identità, alla sua politica e a un modello economico diffuso e socialmente più giusto.

di PIETRO GIUBILO

09/2015 [stampa]
TATTICA SPREGIUDICATA , FATALE ARRENDEVOLEZZA
C’è un evidente parallelismo tra la capacità tattica del premier e l’insipiente debolezza dei suoi oppositori interni ed esterni.

Diremmo di più è proprio lo stato confusionale e la caduta di ogni capacità politica di quest’ultimi a costruire e a favorire fino al successo , la forza politica di Renzi.

L’accordo tra maggioranza e minoranza nel Pd sulla riforma del Senato ne è un esempio di scuola.

Fino ad alcuni giorni fa’ il numero dei firmatari del pd degli emendamenti che introducevano l’elezione popolare dei senatori aveva raggiunto una consistenza che, non avrebbe consentito a Renzi di mantenere un voto di maggioranza sul testo del disegno di legge costituzionale.

Negli stessi giorni nei quali venivano raccolte le firme sugli emendamenti, si è andata svolgendo un’altra iniziativa , quella dello scissionista Verdini che piano piano è andato reclutando accoliti decisi a votare per le riforme, compensando prima parzialmente e poi sufficientemente i voti che sarebbero mancati per gli oppositori interni al pd. Tra l’altro una parte degli stessi parlamentari di Forza Italia apparivano sconcertati e preoccupati dalla possibilità che i verdiniani potessero svolgere un ruolo politico ben ricompensato da Renzi che avrebbe potuto aprire varchi nelle loro aree elettorali e di rappresentanza.

Da parte dei renziani venivano diffusi ogni giorno, apprezzamenti per queste “responsabili” iniziative.

In sostanza, proprio contando su queste “adesioni” , le affermazioni del premier e della Boschi hanno sempre evidenziato che la maggioranza c’era , con ciò facendo balenare come inefficace l’azione distintiva della minoranza, destinata , quindi, all’insuccesso.

Probabilmente è stata proprio questa preoccupazione che ha spinto i dem dissenzienti a rinunciare alla loro azione ed accontentarsi di un compromesso che assolutamente non consentirà di ottenere quella elezione diretta che era stata l’oggetto prioritario e irrinunciabile della loro iniziativa.

Assai difficilmente la minoranza del Partito Democratico sopravviverà politicamente a quest’ultima vicenda. E’ vero, l’argomento pur importante - difesa dell’elezione popolare del Senato – non era colto con la dovuta attenzione a livello di elettori, preoccupati da altri aspetti come le tasse e la disoccupazione, ma si trattava di una occasione per ridimensionare un premier arrogantemente avviato a spianarsi la strada con risolutezza nei riguardi dei suoi stessi avversari interni.

Per la verità all’interno del PD oramai manca qualsiasi elemento strategico di carattere politico e la prospettiva del potere che Renzi impersona senza remore, comporta un reclutamento continuo anche di quei parlamentari che erano stati eletti su linee politiche diverse . Ne è la prova l’abbandono da parte di molti ex esponenti dalemiani della loro posizione politica che ha condotto l’ex premier e segretario ad esprimersi con amarezza e disprezzo.

L’accordo interno e di conseguenza la possibilità di approvazione della riforma del Senato comporta, peraltro, un oggettivo rafforzamento del premier e , soprattutto, l’allontanamento di quelle elezioni anticipate che Renzi aveva brandito come un arma di ricatto , arma spuntata in quanto elezioni che si sarebbero tenute con il sistema proporzionale, quindi un fallimento per il premier, con l’obbligo di tornare alle coalizioni di governo e la possibilità di una rappresentanza anche per i partiti meno forti. Senza contare che lo scioglimento della Camere è prerogativa del Capo dello Stato e Mattarella appartiene ad una “scuola” che non è avara di sorprese su questi aspetti e svolte politiche .

In sintesi Renzi ha usato Verdini per bloccare Bersani, salvo poi, avviarsi su un percorso politico al termine del quale non sopravviveranno né Verdini, né Bersani .

La tattica spregiudicata di Renzi è stata facilitata dall’arrendevolezza di Bersani e dal trasformismo di Verdini , dei quali, oggettivamente, non si occuperà la storia parlamentare e politica e forse , resterà solo qualche modesto spazio per la cronaca e la satira.

P. G.

09/2015 [stampa]
LA SIRIA TRA STATI UNITI E RUSSIA
La decisione di Putin di inviare “aiuti umanitari” e “ istruttori militari” oltre che nuove armi moderne in sostegno di Assad rappresenta una svolta degli avvenimenti nel Medio Oriente di enorme importanza. Si confronteranno in Siria non solo e non tanto le forze militari di Damasco e quelle dei guerriglieri dell’Isis, oltre che quelle degli oppositori del governo, ma si assisterà allo scontro tra la strategia della Russia e quella degli Stati Uniti.

Anche le armi usate dai due diversi schieramenti appartengono alle due potenze in conflitto: come è noto una buona parte delle armi di cui si sono forniti gli oppositori di Assad sono poi transitate nell’esercito del Califfato.

Già questa considerazione dimostra la spregiudicatezza e l’enormità degli errori di Obama: avere indirettamente alimentato, in questo settore nevralgico , il più aggressivo islamismo nei riguardi dell’Occidente che, peraltro ha trovato linfa anche nella irrequietezza dei sauditi che, sentendosi avvicinare un rischio rivoluzionario , spingono sugli eserciti sunniti contro l’assetto regionale nel quale restano di grande rilievo i ruoli dell’Iran e della stessa Siria ora in difficoltà.

Putin mostra la sua visione geopolitica intesa a mantenere e rafforzare il ruolo della Russia come potenza mondiale. Il Mediterraneo e l’Heartland eurasiatico di Mackinder costituiscono ancora i luoghi ove si decidono le sorti del mondo nel senso che lì si confrontano le grandi strategie mondiali.

Pur aggredita dalle sanzioni e dalle crisi economiche innestate dalle tensioni sui prezzi delle risorse energetiche , Mosca non si richiude in sé stessa, ma accetta le sfide dimostrando ancora una volta che essa sa reagire proprio nei momenti di maggiore difficoltà. E’ un popolo che possiede ancora intatte risorse che si ritenevano sottratte dal comunismo tecnocratico della decadenza del regime sovietico e dai pasticci eltziniani con gli oligarchi e la grande finanza internazionale.

Le manifeste intenzioni di Washington, invece di indirizzarsi verso una politica che tenti di rafforzare gli equilibri mondiali, sembrano voler seminare elementi di tempesta . Infatti in medio oriente sono state sostenute a suo tempo le cosiddette “primavere arabe”, oppure quelle forze che contestavano gli assetti politici come in Libia, in Siria e, per un certo periodo, anche in Egitto nei riguardi di Mubarak, poi, recuperati con la svolta della giunta militare.

In Europa Obama ha sollecitato i nazionalismi anti russi all’est con le conseguenze che abbiamo di fronte. Una linea che vorrebbe il “regime change” a Mosca con conseguenze di instabilità e di conflitti interni e, probabilmente, una minore capacità di tenuta nelle zone calde del Caucaso ove agiscono le forze integraliste e terroriste mussulmane.

Piuttosto cauta , invece, appare la politica di contrasto all’Isis da parte di Washington che , invece rappresenta la punta avanzata di quello che Nolte, definisce il “ terzo integralismo ” che assume caratteri aggressivi che sarà difficile tentare di riassorbire. Obama ha rifiutato anche il recentissimo appello di Putin per la creazione di un fronte anti terrorista.

Ci dobbiamo preparare ad un aumento della tensione tra USA e Russia, mentre il futuro della Siria appare realmente molto incerto.

La grande fuga di parte del ceto medio del Paese avviene in vista del timore del crollo del regime. L’apertura della Germania all’accoglienza dei profughi siriani, poi, solo parzialmente rientrata , sembra più che una “svolta umanitaria” della Merkel sull’immigrazione, rispondere alla logica di Washington di accettare gli effetti dell’aggressione integralista a Damasco. Cosa ne sarà di una Siria impoverita dei ceti medi che evidentemente non credono neppure nella falsa prospettiva democratica avallata dal sostegno degli USA ? Sarà evidentemente più facile per il Califfato radicarsi , con tanti saluti per primavere e democrazie.

La decisione di Merkel è nella linea di una Europa che rinuncia a collaborare per la stabilità e per contrastare il nuovo integralismo, ma subisce passivamente le conseguenze di una politica statunitense nella quale non vi è, evidentemente, solo una questione di “errori”. Gli USA pensano che l’instabilità abbia effetti negativi sull’Europa e soprattutto sulla Russia e, quindi, indirettamente, li favorisca in vista del confronto, sempre più probabile, con la Cina.

Per quella indeterminatezza che, comunque , accompagna la storia , riteniamo , però che tutto non sia scontato.

Si potrebbe dire , parafrasando qualcosa che non ci appartiene : il “grande satana” prepara le pentole, ma la storia penserà a fare i coperchi.

07/2015 [stampa]
LA SICILIA E CROCETTA
La Sicilia è una terra di grande storia e di grandi contraddizioni . Senza andare indietro nel tempo nel ricostruire la sua cultura proveniente dall’oriente greco ,dalla costa araba, dall’ovest spagnolo e dal nord normanno, anche le cronache dell’Italia del XX secolo fino ad oggi , ne testimoniano la complessità e l’originalità.

Il popolarismo con l’impegno politico dei cattolici nasce in Sicilia, in quel fatidico Caltagirone dove si svilupparono anche, alla fine del secondo conflitto, non banali tentazioni di separatismo, come ha descritto un’originale libro del senatore Salvatore Grillo . La DC, egemone per decenni, creò – unico caso - essa stessa scissioni e alternative con Milazzo prima e Leoluca Orlano poi. Anche le altre forze politiche, se pur di modesto peso , come PCI e PRI, avevano connotati diversi rispetto alle politiche dei partiti nel Continente.

Quel breve braccio di mare tra Scilla e Cariddi ha creato realtà sociali diverse, anche opposte. Sul piano sociale , se questa terra ha conosciuto un fenomeno ben radicato come la mafia, ha anche offerto il più alto sacrificio di suoi uomini , servitori dello Stato, come i giudici Falcone e Borsellino che di quella lotta ne fecero una ragione di vita.

Le cronache ultime mostrano come proprio questa complessità siciliana sia giunta a produrre il massimo dell’uso delle inchieste giudiziarie : la pubblicazione di colloqui telefonici , intercettati e non trascritti e non presenti negli atti della Procura. Così , almeno, secondo i giornali e i pronunciamenti ufficiali dei tutori dell’ordine giudiziario locale.

Le parole che sarebbero state pronunciate dal medico personale del Presidente della Regione, arrestato nell’inchiesta sull’Ospedale di Palermo Villa Sofia , dalle molteplici amicizie, contro l’assessore alla Sanità figlia del giudice Paolo Borsellino e alle quali Crocetta avrebbe contrapposto solo un silenzio, hanno creato l’ indignazione di tutti , in primis delle più alte autorità dello Stato.

Ma dietro questo episodio c’è dell’altro: un mondo ove si mescolano sanità e potere ; carriere di primari e favori a politici e magistrati; indagati che diventano accusatori e moralizzatori; in mezzo a tutto questo una politica troppo succube e tollerante che conosce la strada del silenzio come quella di Crocetta o che, invece, reagisce solo con disperata indignazione, come quella che ha portato Lucia Borsellino a dimettersi da assessore .

In fondo, questa vicenda dimostra come in alcune regioni la politica insegue e copre quell’ampio potere che ruota intorno alla Sanità e alla sua gestione che, poi, costituisce il fulcro delle competenze amministrative di questi enti locali. Anche un mondo sanitario che si offre più alla politica che ad una professione non più intesa come missione. La gestione della sanità, demandata alle regioni, costituisce ormai una questione nazionale .

Crocetta, nella vicenda della telefonata, appare come il soggetto di un posizione passiva e impotente. Vittima , anche , di i giochi di potere, come dimostra la prontezza con la quale Faraone, che certamente ambisce a sedersi sullo scranno più alto di Palazzo dei Normanni, ha chiesto le dimissioni e nuove elezioni. Per poi, confermando il refrain delle contraddizioni , “congelare il giudizio”. Renzi fa scuola ed i suoi allievi lo superano per infingardaggine.

Per il Pd la scelta di votare non dipenda dalla insostenibilità o meno delle giunte, come evidenzia anche il caso di Roma, ma dalla sola convenienza politica ed elettorale per il premier. Non vi è dubbio che Crocetta abbia dimostrato di saper solo galleggiare in queste contraddizioni .Cercando di “stupire” con Assessori come Battiato e Zichichi o raggiungendo il record della sopravvivenza con 36 rimpasti di giunta – cambiare per restare - , avviando , ma non concludendo, alcune riforme come quella delle province, ipotizzando una finanza creativa , ma arrivando ad un buco di bilancio che a fine 2015 toccherà i 9 miliardi di euro.

Crocetta ha compiuto il massimo dello sforzo mediatico con il minimo risultato, non riuscendo a cancellare quell’alone di sospetto che, con la vicenda del suo medico, ha dilagato e che, indirettamente lo ha trascinato nei vortici delle irregolarità della gestione sanitaria che hanno portato alle dimissioni di Lucia Borsellino , la sua “carta di credito politico” più prestigiosa.

E’ inutile tentare una lettura di schieramenti politici . Risalire, cioè , al quadro politico ed alla maggioranza che ha tenuto in piedi fino ad oggi il governo della Regione. In vicende come questa, la Sicilia rimane indecifrabile e il suo modello di un centro-sinistra in cerca di ulteriori sostegni non è esportabile . Nell’isola non c’è né centrodestra , né centrosinistra. Quello che resta dopo questo ennesimo polverone è la necessità di separare i nomi e le azioni di coloro che combatterono realmente la Mafia da quelli che Sciascia definiva i “professionisti dell’anti Mafia” . Lo ricordava già Galli della Loggia in un articolo del 22 dicembre del 2013 dal titolo “Troppa retorica e poca legalità” descrivendo le “tavole rotonde”, le “cronache dei tg regionali”, “le scolaresche precettate d’imperio ad ascoltare gli sproloqui di sindaci e assessori”, “l’eterna retorica”, il “discorso”, l’”intervento”, i “saluti” … ” che ancora tanto successo , ahimè, sembrano riscuotere specialmente nel mezzogiorno”, “le cui speranze invece” - argomentava l’articolo - “stanno sicuramente altrove e cioè nella pura e semplice applicazione della legge”.

La triste vicenda di questa “ intercettazione non intercettata” è piombata come un fulmine alla vigilia della commemorazione a Palermo dell’omicidio di Paolo Borsellino. La denuncia del figlio Maurizio ( “Mia sorella è rimasta fino al 30 giugno per poter spalancare agli inquirenti le porte della sanità dove si annidano mafia e malaffare ), l’abbraccio di Mattarella, l’assenza dei “professionisti”, sono forse l’ultimo necessario monito per quella “applicazione della Legge” da intendere come la sola bussola della politica per navigare sulla giusta rotta nella difficile terra di Sicilia.

PIETRO GIUBILO

07/2015 [stampa]
LA “SUPPLENZA” DI DRAGHI
Assai pertinente l’osservazione del professor Leonardo Becchetti contenuta sull’editoriale di Avvenire di domenica 19. “”L’eclisse della politica - scrive - che lascia la ribalta ai banchieri e ai ragionieri … produce il paradosso che l’unico vero “politico” capace di gesti di solidarietà e di fraternità nell’esercizio della propria funzione sulla scena della Ue è oggi Mario Draghi”.

A febbraio scorso su Conquiste del Lavoro , il responsabile dell’Ufficio studi della CISL, Giuseppe Gallo aveva rilevato che “l’unica istituzione che ha messo in campo tutto il potenziale della strumentazione di cui dispone è la BCE”. “Grazie alla guida di Mario Draghi” - continuava l’articolo – “nonostante l’opposizione della Bundesbank, la BCE ha svolto un ruolo determinante nella difesa della complessiva architettura dell’Euro e dell’Unione europea”.

Non vi è dubbio che l’ultima conferma di questo ruolo “dinamico” del Presidente della BCE sia avvenuta con le decisioni prese il 16 e il 22 luglio di aumentare la liquidità di emergenza per le banche greche nell’attesa dell’iter di perfezionamento dell’accordo sottoscritto tra la Bruxelles e il governo greco.

Si è trattato di decisioni che hanno accelerato l’uscita di Atene dalla condizione ormai insostenibile di chiusura della banche.

Del resto dal suo insediamento, alla fine del 2011, Draghi ha agito nella direzione di una espansione della base monetaria , giustificata dalla necessità di contrastare la deflazione che aveva colpito la gran parte delle economie dei paesi europee, ma con l’intento reale di sollecitarne la crescita. Nel dicembre del 2011 aveva deciso il finanziamento delle banche europee per oltre mille miliardi, sostenendo il corso dei titoli di Stato dei paesi in difficoltà tra i quali l’Italia; poi allontanò definitivamente il rischio del default sul quale avevano puntato spregiudicati operatori finanziari con la famosa dichiarazione del 26 luglio 2012 a Londra : “ la BCE nell’ambito del proprio mandato è pronta a fare tutto ciò che è necessario per preservare l’euro”, aggiungendo “ E, credetemi, sarà sufficiente”. Questi interventi sono culminati nel piano per il finanziamento delle Banche europee al tasso dello 0,15 per cento, obbligatoriamente verso il credito alle imprese e alle famiglie , fino alla decisione del 22 gennaio di quest’anno con il cosiddetto Quantitative Easing , cioè l’acquisto mensile di 60 miliardi di euro da parte della BCE di titoli di Stato e di bond, per un periodo di 19 mesi.

Si è ottenuta, con questi provvedimenti, una “ flessibilità” monetaria che era stata invocata da molti paesi nei riguardi della interpretazione dei regolamenti e dei parametri della moneta unica, ma che non aveva prodotto risultati significativi per il prevalere della rigidità ispirata soprattutto dalla Germania , tradizionalmente attenta a salvaguardare i risparmiatori tedeschi , timorosi delle possibili spinte inflazionistiche . Draghi stesso – del quale inesattamente si esalta una presunta linea antigermanica - riconobbe, invece, nel 2011 la validità del principio che derivava dalle lezioni di Ludwig Erhard: “ L’economia sociale di mercato non è possibile senza una politica coerente di stabilità dei prezzi”.

Non vi è dubbio che Mario Draghi abbia portato una sua linea di politica economica, con risultati che non sono scaturiti da decisioni degli organismi politici come il Consiglio, la Commissione europea o l’Eurogruppo, ma da questi accettata.

Questa politica è l’espressione di una personalità di straordinario livello, frutto di eccellenti esperienze di studio e di lavoro. Un recente saggio ( “ ‘Whatever it takes’ Mario Draghi signore d’Europa, di Alessandro Aresu e Andrea Garnero, Limes n. 2 , 2015 ) ” ha percorso le tappe di questo rilevante curriculum: dagli studi al prestigioso liceo Massimiliano Massimo di Roma, alla laurea presso la Sapienza sotto la guida del “keynesiano Federico Caffè”, fino alle esperienze al MIT di Boston , a contatto con Krugman e Ben Bernake. Quest’ultimo, non a caso ideatore degli interventi di espansione monetaria della FED per sollecitare la ripresa economica americana dopo la crisi del 2007-08.

In Italia, Draghi, rimanendovi per dieci anni, diviene Direttore Generale del Tesoro nel 1991 per designazione di Guido Carli, di cui Giuseppe Guarino ricorda l’interpretazione sul “vincolo esterno” imposto dagli accordi di Maastricht, ma non in una versione tale da ignorare le ”strutture profonde” dell’Italia, cioè il mantenimento di una sovranità nelle politiche di ripresa che, poi, regolamenti successivi annulleranno ( su questo è interessante quanto scrive Angelo Polimeno nel recentissimo libro “Non chiamatelo euro”) .

Ancor più interessante è la notizia , sempre riportata da Polimeno secondo la quale Carli – di cui è nota l’affermazione “i governi dei tecnici sono un suggestione o una eversione” - alla fine di ogni missione esortasse il suo Direttore Generale , Draghi, “a recarsi a Palazzo Chigi da Andreotti per informarlo dettagliatamente sullo stato dei negoziati”; notizia confermata dallo studio di Aresu e Garnero : “ per un anno si recò dal Presidente del Consiglio Andreotti a cadenze regolari con incontri spesso bisettimanali “.

Appartengono a Draghi le sollecitazioni verso la privatizzazione di importanti asset pubblici ( lui stesso la definì “una straordinaria decisione politica che rivoluzionava i fondamenti dell’ordine socioeconomico e i confini tra pubblico e privato per come erano stati disegnati e accettati in cinquant’anni” ) e molti hanno ricamato intorno alla vicenda della sua relazione introduttiva all’incontro avvenuto a giugno del 1992 sul Britannia - lo yacht della Regina Elisabetta – noleggiato per l’occasione dall’Associazione economica inglese degli Invisibles. Ma su quell’evento Draghi riferì pubblicamente, in una audizione presso la Camera dei Deputati meno di un anno dopo, cancellando ogni interpretazione obliqua.

Le esperienze americane, non finiscono con il perfezionamento degli studi e , nel 2001, Draghi approda prima all’Università di Harvard e l’anno successivo come managing director e vicepresidente di Goldman Sachs . La nomina in Banca d’Italia, a fine del 2005, e l’anno successivo a capo del Financial Stability Board, completano la sua esperienza internazionale fino alla Presidenza della BCE ( 2011 ).

Questa esperienza così vasta ha contribuito ad una formazione globale con un forte riconoscimento da parte del mondo angloamericano testimoniato dalla copertina di Time del dicembre 2012 come”uomo dell’anno”.

Ancora oggi l’opinione geopolitica più accreditata ritiene che “se l’Europa e soprattutto l’euro sono ancora in piedi lo devono soprattutto a Draghi”.

Può, tuttavia, l’intelligente azione di un uomo di grande preparazione, sostituire il vuoto politico che oggi presenta l’Europa ?

Dopo le vicende della Grecia e , soprattutto, a seguito della crescita dei populismi e dei movimenti di protesta che raccolgono il consenso per gli effetti negativi sul piano sociale della crisi europea, come scrive il professor Nardozzi del Politecnico di Milano, “ la ‘supplenza’ della BCE [è] difficilmente sostenibile a lungo anche da una personalità come quella di Draghi” ( “Il mondo alla rovescia”, Bologna 2015, pag. 177 ).

Aggiungono Aresu e Garnero nell’articolo già citato : “ Super Mario ha molti poteri, ma la politica non può delegargli tutto” . Del resto il ruolo verticistico di Draghi non aiuta a ritrovare la strada di una adesione popolare , oggi indispensabile per la riaffermazione dell’idea d’Europa.

Dopo la lunga “supplenza”per la quale occorre essere grati a questa grande personalità del nostro Paese, si deve riaprire, quindi, la stagione del ritorno della politica, perché fu proprio da un orizzonte storico , di solidarietà, di sviluppo e di pace, che nacque il progetto europeo ed in questa dimensione deve ritornare.

PIETRO GIUBILO

07/2015 [stampa]
ACCORDO CON L’IRAN. USA, RUSSIA, EUROPA
L’accordo con l’Iran sul nucleare scaturito dall’iniziativa dei 5 paesi più 1, ma , soprattutto, per volontà degli Stati Uniti di Obama, presenta aspetti complessi che non assicurano la certezza di un equilibro più sicuro nell’area medio orientale.

Certo, il fatto che Teheran abbia rinunciato alla bomba atomica per almeno 10 anni ed abbia accettato controlli e verifiche adeguati , è un fatto positivo rispetto al rischio di una conflagrazione con coinvolgimenti imprevedibili.

La eliminazione delle sanzioni che hanno condizionato l’economia iraniana, particolarmente nel settore petrolifero, daranno, d’altro canto, una forza maggiore al Paese che rappresenta il punto di maggior resistenza all’invadenza sunnita e alle sue degenerazioni del Califfato.

La reazione di Israele che ritiene il passo di Obama un “errore storico” già mostra come Tel Aviv potrebbe predisporre un rafforzamento delle azioni per disinnescare la minaccia delle “migliaia di missili “ hezbollah che la minacciano.

Anche i sauditi , che Obama li definisce “ i nostri alleati della regione” , mostrano inquietudine perché , come sempre dice il Presidente usa , gli iraniani “ con questo accordo non si sono certo impegnati a fermare altre attività che riteniamo pericolose”. Cioè a dire continueranno a sostenere coloro che si oppongono all’invadenza sunnita alimentata da Riyad.

Ma c’è un punto delle dichiarazioni di Obama che ha un interesse geopolitico più generale : quello del ruolo della Russia nella realizzazione dell’accordo.

Un esperto commentatore delle vicende mediorientali come Carlo Pannella ritiene che Obama “in preda ad un dilettantismo mai visto”, abbia “vidimato “ l’ “apprezzamento del ruolo determinante di Putin nella firma dell’accordo”. In effetti nell’intervista con Thomas Friedman del New York Time, Obama ha riconosciuto che “ la Russia è stata d’aiuto e ne sono stato sorpreso viste le diffidenze sull’Ucraina”. “ Putin e il governo russo – ha continuato – hanno distinto gli ambiti e permesso un accordo impossibile senza la loro volontà di stare con noi e con i Paesi dei 5 più 1, nell’insistere per un accordo forte”.

Questa ammissione intanto costituisce un riconoscimento della Russia come potenza a carattere internazionale e non riducibile ad una sfera regionale . Mostra come tutte le iniziative messe in atto per il suo isolamento economico e politico siano inefficaci e che la situazione internazionale ne richiami il peso decisivo per elevare i livelli di sicurezza e di pace.

Tuttavia l’atteggiamento di Obama che presenta questa apparente ambiguità nei rapporti con Putin può avere una spiegazione plausibile che , però, chiama in causa l’Europa.

La vicenda ucraina che è stata suscitata dall’iniziativa americana con piazza Maidan e la cacciata del premier eletto , attraverso un vero e proprio colpo di stato, ha la sua spiegazione non certamente nella “violazione del diritto internazionale” scaturita dalla decisione della Crimea di ritornare nella Russia ,ma negli interessi geopolitici americani a danno dell’Europa.

Gli Stati Uniti hanno inteso suscitare un problema grave che ha congelato il processo di integrazione economica e politica dell’Europa occidentale con la Russia. Dobbiamo ricordare che la Russia partecipò, anche per iniziativa italiana, ad alcuni organismi della NATO e, come ha ribadito Romano Prodi anche recentemente, lo stesso Putin chiese di poter entrare nella Comunità Europea.

Del resto proprio gli Stati Uniti hanno violato il patto che seguì la decisione presa a suo tempo da Regan e Gorbaciov quando l’Europa orientale venne liberata dal giogo sovietico e cioè l’impegno di non far aderire alla NATO i paesi ex Patto di Varsavia. Al contrario l’avanzata verso Mosca dei confini della Nato è stata continua ed evidente e sulla vicenda Ucraina Putin ha inteso proprio porre un limite a tale avanzamento. Gli USA poi hanno impiantato in questa NATO allargata anche un sistema missilistico solo apparentemente difensivo.

Che significato ha dunque la doppiezza obaniana di aggredire la Russia in Ucraina e apprezzarne l’azione diplomatica in Iran ? E’ del tutto evidente che si intende rafforzare economicamente e militarmente il sistema euro atlantico contrapponendolo alla Russia , per un interesse economico e geopolitico.

E’ una riedizione aggiornata delle logiche della guerra fredda che se giustificate allora dal carattere comunista della Russia , oggi non hanno più senso .

C’è difficoltà da parte degli opinionisti di ammettere questa realtà, ma la ripresa del ruolo politico dell’Europa dipende dalla presa di coscienza del suo fondamento geopolitico.

P. G.

07/2015 [stampa]
EUROPA: LA DIFFICILE SOVRANAZIONALITA’
Il progetto europeo ha conosciuto tre idee di sovranazionalità: quella politica pensata dai padri fondatori con la Comunità Europea di Difesa che però naufragò per il nazionalismo francese, quella federalista degli Stati Uniti d’Europa che rimase una nobile utopia di Altiero Spinelli, quella di un orizzonte geopolitico della gollista “Europa delle patrie” che tramontò insieme al suo propugnatore. Messi da parte i fondamenti politici, si sono sviluppati soprattutto gli aspetti funzionali della moneta e dei regolamenti comunitari.

Poiché era impossibile costruire una nazione per la sola via amministrativa, l’Europa di oggi risponde a due logiche : quella del potere degli organismi economico finanziari – in primis la BCE – e quella di un Paese prevalente come la Germania, ferma nella difesa delle regole fino ad oggi costruite.

Il direttore de Il Messaggero, Virman Cusenza nel fondo di matedì 14 commenta il “finale amaro” della trattativa per la Grecia , denunciando che “per quanto alto sia il debito … la perdita della democrazia non è mai un prezzo giusto con cui ripagarlo”. Viene invocata la “sovranità espropriata”.

Ora , per essere concreti, non è invocano la sovranità nazionale che si contrasta la sovranazionalità difficile e restrittiva delle attuali regole europee che percorrono un sentiero troppo angusto per convogliare le possibilità di crescita e di affermazione del ruolo dell’Europa . Né si può sfogare la insoddisfazione addossando alla Germania quella “perfidia” che un tempo il nazionalismo italiano attribuiva ad “Albione”. Ha ragione Prodi che, sullo stesso giornale, ha rilevato che “la Germania ha assunto il suo ruolo di comando non solo per le debolezze altrui ma anche per le proprie virtù”.

Un ruolo che Kohl mise a disposizione dell’Europa a partire dalla unificazione della Germania che venne ottenuta con i sacrifici di tutti e che ora deve ritrovare la strada del rilancio del disegno politico dell’Europa. Per la verità è merito della CDU e del ruolo svolto da Helmut Kohl se la moneta unica ha potuto contare, a suo tempo , sull’ingresso dell’Italia. Ancora nel 2012 lo “Spiegel”, settimanale ultraliberista, rimproverava all’ex Cancelliere che ” l’ingresso di Roma non [ venne ] deciso secondo criteri economici , ma per considerazioni politiche “, come per le stesse ragioni è stato deciso l’ingresso della Grecia.

Occorre impedire che la crisi economica e l’inadeguatezza dei regolamenti della moneta unica diano spazio alle tentazioni nazionalistiche . La emarginazione del ruolo delle grandi forze politiche europee, popolarismo e socialdemocrazia, hanno già lasciato sul campo l’idea di solidarietà e della difesa delle persone più deboli. La rivendicazione di una sovranità e di una autonomia dei parlamenti, di per sé logiche, stanno portando alla scomposizione dell’Europa in una specie di “cupio dissolvi”.

La politica deve ritornare ad essere protagonista cambiando quelle regole del sistema europeo che non sono più adeguate ad un tempo di crisi . La soluzione non è il ritorno al nazionalismo e l’uscita dall’Euro, ma occorre , ora e subito, una politica europea che riproponga un forte interesse generale, cioè quella sovranazionalità politica alla quale si è, a suo tempo, rinunciato. Una Europa che a fronte della parabola incontrollata della politica estera americana sappia ricercare un suo limes geopolitico di pace e di integrazione economica cancellando le tentazioni di chi vuole riportare nel continente tensioni e rischi inaccettabili.

PIETRO GIUBILO

06/2015 [stampa]
LA “FATAL” VENEZIA
I risultati dei ballottaggi definiti dal vice segretario a “luci ed ombre” introducono , invece, un elemento nuovo che avrà un ruolo consistente nel dibattito interno al Pd di Renzi.

Fino a prima di questa tornata elettorale il segretario , nel contrastare gli argomenti politici della sua minoranza , sfoderava con la protervia che lo caratterizza, il fatto inoppugnabile che, mentre nel passato la guida del partito aveva prodotto “sconfitte” , ora con lui si passava ad una linea vincente, dimostrazione avvenuta sopratutto con le precedenti regionali e con le europee.

In sostanza c’era poco da discutere : con lui si collezionavano vittorie, con la politica degli oppositori solo sconfitte.

La capacità comunicativa del premier, accolta e amplificata da devoti giornalisti - come ad esempio Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera – trasformavano, per una legge scientificamente provata – questa ripetuta falsità in una verità. Come non era vero che la sinistra era sempre stata sconfitta, così non corrispondeva ad una verità provata che Renzi andava collezionando solo incontenibili vittorie.

Per la verità, gli esiti positivi di questo anno e mezzo erano più il risultato di una condizione di debolezza del centro destra che non di una forza ritrovata della nuova sinistra renziana. Gli elementi che lo provava erano la caduta della partecipazione elettorale e la stessa riduzione in termini assoluti dei voti al Pd, occultati dall’aumento percentuale .

Il risultato di Venezia che per tutto il tempo della seconda repubblica era stata amministrata dalla sinistra - ma anche quello di Arezzo - hanno il pregio di dimostrare che il Pd perde non tanto e solo per le divisioni interne – vedi regionali della Liguria –ma anche dove vinceva da oltre venti anni e la segreteria di Renzi non ci può fare nulla .

Il premier, allora è “nudo” ?

Non ancora perché mentre si va dimostrando la sostanziale debolezza del nuovo corso , permane ancora una condizione di inadeguatezza del centrodestra. Mentre si va chiudendo il ciclo berlusconiano – anche se l’ex premier rimane il più coerente ed autorevole nell’indicazione di una linea politica unitaria – la crescita di Salvini non appare ancora portatrice di quella strategia complessiva necessaria a questa parte politica per tornare ad essere maggioranza. Il voto di Venezia mostra ,insieme ad altri risultati, che il centro destra comincia a ritrovare la strada della sua rappresentanza naturale , cioè quei programmi e uomini che esprimono valori e interessi dei ceti medi e popolari , con i quali riallacciarsi ad un riferimento essenziale e duraturo.

Il tempo di Renzi sembra, invece, caratterizzarsi per essere effimero.

In democrazia il voto non decide solo delle maggiorane, ma, spesso, trasmette anche ciò che il popolo coglie nell’orizzonte politico.

Se Renzi ne avesse la capacità di lettura questa prospettiva non può farlo stare “ sereno”.

In Europa mai l’Italia si è trovata in un isolamento così totale. Mai le parole di un premier si sono dimostrate così velleitarie come la sparata sul “piano B “ a proposito del problema dell’immigrazione. Mai in così breve tempo si sono smontate le approssimazioni circa i “successi” italiani sul piano internazionale. Per non parlare della condizione del Paese che certamente non esce dalla crisi con percentuali dello zero virgola. Tutta fuffa e solo fuffa.

Renzi appartiene a quella categoria di politici che, finché vengono sospinti da una serie di circostanze o di appoggi mediatici, risultano “winners” cioè vincitori , ma non appena questa immagine costruita comincia ad essere scalfita, allora, dalle sconfitte non possono più rialzarsi.

Al di là degli equivoci e dei velleitarismi L’Italia ha bisogno di ritornare ad un confronto politico vero. Gli italiani devono ritrovare quella rappresentanza politica che si è smarrita.

Forse la “fatal” Venezia mostra che questa possibilità si va riaprendo.

06/2015 [stampa]
RENZI SCEGLIE MARCHIONNE E DISERTA CONFINDUSTRIA
L’assemblea annuale di CONFINDUSTRIA alla quale i governi hanno sempre partecipato , ha visto quest’anno l’assenza del Presidente del Consiglio.

Renzi non era all’estero in un incontro internazionale o occupato da imprescindibili impegni istituzionali. Semplicemente era allo stabilimento di Melfi a trovare Marchionne.

Questa ostentata noncuranza nei riguardi degli industriali era stata preceduta da alcune battute critiche sul “capitalismo di relazione” , con le quali Renzi aveva esplicitato un suo dissenso nei riguardi di alcuni difetti congeniti di parte del mondo produttivo italiano.

Anche questo episodio , tuttavia, ad una analisi più approfondita, appare come l’ennesimo bluff di un personaggio molto abile nell’occultare le sue preferenze e i suoi veri canali relazionali.

Non vi è dubbio che il modo imprenditoriale e soprattutto CONFINDUSTRIA, tradizionalmente , abbiano avuto una marcata vocazione relazionale , tanto è vero che i più importanti quotidiani italiani sono di proprietà non di editori , ma di industriali e banchieri.

Tuttavia l’economia reale del Paese è anche - e in grande misura – espressione di una realtà economica di piccole e medie imprese produttive , poco o per nulla rientranti nell’orizzonte sindacale di Via dell’astronomia e che non meritano l’altrettanto poca o nulla considerazione dell’attuale governo . Su di esse insistono i problemi di difficoltà di finanziamento bancario, di elevata tassazione, di enorme vischiosità nel rapporto con la burocrazia , per la cui soluzione il governo si guarda bene dall’ intervenire.

Peraltro anche FIAT ha una tradizionale predilezione per le opportunità di “relazione” che la stampa quotidiana offre. La Stampa, il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport sono nella mani della società di Elkann e c’è già chi si domanda se la Fiat non stia giungendo, con le ultime acquisizioni azionari Rcs, quella che le norme definiscono una ”posizione dominante” , cioè la proprietà del 20

per cento della tiratura complessiva dei quotidiani . Il che la esporrebbe ai divieti previsti per le concentrazioni della proprietà dei giornali dalla legge 416 del 1981.

Ma questa attenzione verso Marchionne forse esprime qualcosa di più di una predilezione per un manager di successo. Una preferenza cioè, che l’ex sindaco di Firenze ha per il modo della finanza. Non si tratta solo dell’amicizia del finanziere e finanziatore Serra che risiede a Londra e che era stato sospettato di aver operato nei giorni del decreto sulle banche popolari, provvedimento caparbiamente portato avanti per esporre questi settori alla rapacità della finanza internazionale . In questa linea “relazionale” si possono classificare anche le sue buone relazioni con Carlo De Benedetti che il suo fido sottosegretario alla Presidenza ora Ministro frequentava di prima mattina , forse in ossequio al sostegno ricevuto sin dalle “primarie”.

Anche il contesto delle sue preferenziali relazioni internazionali mostrano come il mondo anglosassone che, notoriamente, rappresenta l’hub della finanza , veda di buon occhio il giovane capo del governo italiano . Simpatia del tutto corrisposta come hanno dimostrato alcuni passaggi politici in Europa dove Renzi si è schierato con Cameron.

Ormai anche l’abile spregiudicatezza del premier sta mostrando la corda. La distanza tra ciò che dichiara e la realtà, cioè tra le intenzioni e i fatti , appare sempre più ampia .

Si avvicina il momento della verità per un personaggio abile, ma costruito. Costruito soprattutto dalla debolezza degli oppositori sia interni che esterni.

Pietro Giubilo

05/2015 [stampa]
ANTONIO FAZIO SU COSTITUZIONE ED EUROPA
Intervenendo alla presentazione di un interessante libro di Giovanni Palladino ( “Governare bene sarà possibile. Come passare dal populismo al popolarismo”, Rubettino Editore , 2015 ), l’ex Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio ha espresso due concetti che colgono nel segno il cambiamento di fronte al quale ormai ci si trova.

“L’articolo uno della Costituzione italiana – ha detto – dichiara che la Repubblica è fondata sul lavoro”. “Oggi, invece, – ha aggiunto – siamo di fronte al fatto che essa sembra fondata sul mercato”.

Il problema dell’occupazione che aveva da sempre impegnato la politica e le istituzioni appare oggi accantonato rispetto alla priorità dettata dalle logiche del mercato, al quale occorre inchinarsi anche se lo stesso è, a sua volta, sempre più condizionato da decisioni mercatiste , cioè di apertura delle frontiere economiche a quelle produzioni che avvengono in Paesi che violano qualsiasi principio di rispetto del lavoro , di tutela dell’ambiente, di equa remunerazione . Tutto ciò mentre cresce il potere delle lobby finanziarie e dei meccanismi di delocalizzazione delle produzioni. Inchinarsi al mercato non significa solo dover competere a livelli internazionale in una logica darwiniana , ma , soprattutto, aprirsi alle scorribande della finanza . Questa è una scelta precisa che sta realizzano il governo Renzi ad esempio offrendo alla BCE e al FMI ed ai sottostanti istituti finanziari lo “scalpo” delle più importanti banche popolari che hanno dimostrato la loro capacità di offrire servizi competitivi e, soprattutto , di continuare sostenere le imprese invece di giocare alla roulette dei derivati.

“L’Europa – ha aggiunto l’ex Governatore della Banca d’talia – ha cancellato la sussidiarietà che ne rappresentava un principio fondativo “.

Non vi è dubbio che anche in questo caso ci si allontani dalla essenza fondamentale di un grande progetto politico . L’Europa e il suo disegno unitario , frutto dell’ispirazione del cristianesimo politico avevano l’obiettivo non solo di affermare la pace e di favorire lo sviluppo , ma anche di esaltare le identità e le culture dei suoi popoli , di valorizzare le caratteristiche proprie delle sue comunità ricche di storia e di civiltà, di difendere e far crescere la rete dei suoi corpi intermedi , di tutelare una realtà sociale che dalla famiglia giunge fino ad una rete di piccole e medie imprese capaci di competere sul piano internazionale e di affermare valori di libertà e principi di civili relazioni.

Anche in questo breve intervento a sostegno di un’opera che ricorda anche l’importanza dell’impegno politico di don Sturzo, - l’autore è il figlio dell’esecutore testamentario del sacerdote di Caltagirone - Antonio Fazio ha dimostrato la profondità della sua visione culturale che ha animato la sua attività professionale . La difesa della italianità delle banche , condotta con correttezza e animata dal solo desiderio di difendere gli interessi del suo Paese, gli è costata un contrasto con quei poteri che invece sostengono quelli che Benedetto XVI chiamava i “capitali anonimi”.

Nel libro di Palladino si denuncia il “devastante ‘tzunami’ che … è arrivato accentuando il carattere speculativo del capitalismo” , ricordando le pagine nelle quali il fondatore del Partito Popolare descriveva il carattere del “capitalismo internazionale”. Nel 1928 nel suo libro “La comunità internazionale e il diritto di guerra” Sturzo così scriveva: “ Alcuni hanno timore della potenza enorme che ha acquistato e acquista sempre più il capitalismo internazionale che, superando confini statali e limiti geografici , viene quasi costituire uno Stato nello Stato. Tale timore è simile a quello per le acque di un fiume; davanti al pericolo di uno straripamento , gli uomini si sforzano di garantire città e campagne con canali, dighe ed altre opere di difesa; nel medesimo tempo lo utilizzano per la navigazione, l’irrigazione, la forza motrice e così vi. Il grande fiume è una grande ricchezza, ma può essere un grave danno: dipende dagli uomini … “.

Purché siano uomini liberi, dediti al bene comune e all’interesse generale come è stato Antonio Fazio e non pedine di un sistema di potere sempre più forte ed invadente al quale anche la politica sembra sempre più inchinarsi.

Pietro Giubilo

05/2015 [stampa]
LA CRISI DELLA RAPPRESENTANZA NON SI CURA CON LE PRIMARIE, NE’ CON IL “METTERE ORDINE”
Con una impietosa descrizione delle liste e delle alleanza per le elezioni regionali che evidenziano la “polverizzazione dei partiti”, Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del 4 maggio mette il dito nella piaga della vera questione politica .

“ Il punto – scrive – è che nessuna norma e nessun leader può trasformare la politica italiana in ciò che dovrebbe essere e che non è: la rappresentanza degli interessi e dei territori , attraverso la selezione dei migliori , che si mettono al servizio della comunità”. Si coglie in queste righe una critica al decisionismo renziano e all’idea che la legge elettorale risolva i problemi della crisi di rappresentanza dell’Italia. E ciò è ben detto ; tuttavia, dopo aver , giustamente , segnalato la fuga dalla politica di “imprenditori di successo”, “giovani talenti” e “intellettuali dal curriculum internazionale” e la povertà di “idee” , l’editorialista di via Solferino si limita , nella ricetta per uscirne, a suggerire al “Pd nelle sue varie componenti” e ”a quel che rimane del centrodestra , di “disciplinare le primarie per legge, e mettere un po’ d’ordine in una politica dove lontano dal centro del potere nessuno sembra rappresentare altri che non se stesso”.

Ora , non è questione di “centro” e “periferia”, quel che sta accadendo di trasformismo, di individualismo, di incapacità a cogliere la politica come servizio, non è prerogativa delle realtà periferiche, ma nasce soprattutto da una condizione di marginalizzazione delle rappresentanze parlamentari come ambito di confronto e di costruzione legislativa e, soprattutto , di espressione coerente con le indicazioni programmatiche votate dagli elettori. Sono ormai anni che tra i cento e i duecento parlamentari eletti in un partito , si riposizionano, spesso per mera convenienza, a sostenere o a far cadere una maggioranza; sono anni che la gran parte dei provvedimenti approvati in Parlamento viene adottata con decreti legge o con leggi delega che, poi, sono sottoposti al voto di fiducia che taglia non solo l’ostruzionismo emendativo, ma anche ogni discussione su proposte e modifiche significative. Sono anni che i partiti hanno tagliato il loro rapporto con la società civile, cioè con i corpi intermedi, che hanno interrotto quel dialogo che un tempo era indispensabile per poter rappresentare interessi, valori , idee . La parola “confronto” di cui un tempo forse si era anche abusato, oggi è scomparsa dal linguaggio politico ed è stata sostituita con la parola “decisione”, ma questa , senza un percorso di dialogo e di attenzione a ciò che è reale nella società, significa solo approvare un atto destinato a perire o, comunque, a non tutelare un interesse generale , nel quale possa riconoscersi il Paese nel suo complesso. C’è un avvicendamento politico del quale l’elettore coglie solo il riposizionarsi di potere anche personale , senza un significato programmatico , senza cioè un senso politico.

Il governo del sistema politico appare sempre meno legittimato non solo e non tanto perché “non scelto dagli elettori “– siamo ancora in un sistema parlamentare - ma perché lontano dai cittadini che chiedono di scegliere, approvando un programma, un partito e un eletto.

Peraltro anche la presenza nei partiti, la costituzione di quadri e di candidati non può essere il dopolavoro più o meno svogliato e interessato di chi cerchi una valorizzazione personale. Nei partiti, come nei sindacati o nelle realtà organizzate del “sociale” ci si sta per una convinzione profonda: l’”idealismo2 che animava tanti giovani che nei primi decenni del dopoguerra si avvicinavano all’impegno politico, oppure quello che un tempo veniva definito “spirito di servizio” o,meglio, come indicava Paolo VI, una ”più alta forma di carità”. La rappresentanza è questa e non può essere altro. Manca l’attrazione di una cultura forte della politica, la consapevolezza della accresciuta necessità di difendere un interesse generale rispetto ad un potere dominante che si va concentrando , attraverso la regia della grande finanza, che intende emarginare, democrazia, governi e politica.

I mezzi di comunicazione hanno sostituito gli organismi della politica. Una trasmissione televisiva di successo, condotta da un affermato giornalista , non a caso, era stata definita la “terza Camera” . Ma i mezzi devono restare mezzi ai quali la politica si deve adattare , ma che non possono sostituire.

Se questo è il fondo del problema, cosa significa risolverlo con “primarie” e “messa in ordine” . Le prime non hanno certo dato buona prova e risultano inquinate come e peggio dei vecchi vizi del tesseramento dei partiti e un richiamo all’ordine dovrebbe basarsi non su atteggiamenti disciplinari, caporaleschi come quelli a cui ci ha abituato l’attuale premier, ma sulla riscoperta di valori da tutelare e programmi da presentare In queste elezioni regionali , stiamo assistendo ad alleanze, scomposizioni, posizionamenti dell’ultimo minuto, aggregazioni contraddittorie sulle quali giustamente ironizza Cazzullo, ma non c’è neppure uno straccio di programma o un “manifesto” che spieghi agli elettori il senso di queste elezioni .

Riteniamo che proprio in queste votazioni si deve cogliere l’occasione per riproporre “la rappresentanza degli interessi e dei territori” , ma non l’idea di una tutela settoriale o corporativa, bensì quella del valore di un bene comune.

Possiamo anche azzardare una previsione : il risultato di queste votazioni non dipenderà da quante giunte otterrà il centrosinistra o da quante riuscirà a mantenere il centrodestra . Il dato reale – per esempio l’affluenza - segnalerà quanto le forze politiche e, auspichiamo, le liste civiche, riusciranno a far riavvicinare i cittadini alle istituzioni e a ridare alla rappresentanza il suo vero significato. Il futuro dell’Italia conseguirà anche da questo .

P.G.

04/2015 [stampa]
SULLA TRAGEDIA DEGLI IMMIGRATI RENZI DEVE “SCHERMARE” ALFANO
L’ultima drammatica tragedia del mare nella quale hanno trovato la morte quasi mille immigrati salpati dalle coste della Libia ha costretto il premier Renzi a convocare una riunione a Palazzo Chigi alla presenza dei massimi vertici militari.

Una mossa che nella sostanza non può certamente dar seguito a iniziative di carattere militare , ma che è servita al Presidente del consiglio per apparire determinato ed operativo. L’Italia non è in grado di passare ad iniziative che comportino interventi nelle zone di guerra, sia per una inadeguatezza di carattere logistico rispetto alla grave situazione conflittuale nella zona, ma soprattutto per la inesistenza di un quadro e di una copertura di carattere internazionale. Anche la “gita” del premier a Washington , sotto questo profilo , non ha avuto alcun esito positivo, sia pur minimale, come il richiesto uso dei droni in Libia , respinto da Obama.

Questa operazione di immagine, priva di sostanza, è apparsa evidente nella conferenza stampa che Renzi ha svolto dopo la riunione, apparendo ai giornalisti affiancato da Giuseppe De Giorgi, capo di stato maggiore della Marina e Claudio Graziano capo di stato maggiore della Difesa.

La scenografia è apparsa ridondante rispetto alle decisioni prese, ma l’obbiettivo non era solo quello. Con la sua consumata abilità nello schivare gli aspetti mediaticamente negativi, Renzi non si è fatto affiancare dal ministro dell’interno Alfano che si è seduto in platea. E’ evidente a tutti ormai che il Ministro appare totalmente inadeguato e la sua stessa vicinanza fisica sarebbe controproducente per l’immagine del premier .

Alfano ormai deve essere “schermato” altrimenti getta un ombra negativa sulla popolarità – peraltro in declino – di Renzi.

Il fallimento dell’operazione Triton è ormai così evidente che non la difende più nessuno. Eppure il 9 ottobre 2014 il paradossale Renato Schifani inneggiava al successo ottenuto dal governo e dal sua amico di partito ministro Alfano con le seguenti parole: “ Grazie all’impegno e alla determinazione del ministro Alfano oggi la presidenza italiana del consiglio dell’Unione europea ha ottenuto un risultato straordinario . Nella gestione delle grave emergenza dell’immigrazione clandestina l’Europa finalmente scende in campo e si rimpossessa della propria frontiera “.

Ora l’unica cosa concreta uscita dalla adunata di Palazzo Chigi è stata la richiesta di una riunione straordinaria della commissione europea per affrontare il tema immigrazione. Ma sarà assai difficile per il premier ottenere adesso quello che non ha cercato né ottenuto quando aveva avuto il semestre di presidenza che usò per realizzare l’operazione Mogherini rivelatasi per quello che era , cioè una inutile affermazione personalistica priva di reali e positivi riflessi sugli aspetti più necessari per le nostre esigenze politiche.

Resta il dramma che si sta consumando nei modi più spietati di fronte alle nostre frontiere . Restano le polemiche certamente sovra tono di Salvini e del vicesegretario pd Guerini . Resta la sostanziale indifferenza dell’Europa.

C’è un ultimo aspetto che, tuttavia, rappresenta una delle cause principali che ha scatenato l’inferno delle più recenti ondate immigratorie: quello delle cause dei conflitti che si stanno svolgendo nel nord Africa e nell’area siriana e del nord dell’Iraq.

Lo scontro tra sunniti e sciiti un po’ in tutta l’area, l’intervento guerrafondaio dei sauditi, il tentativo di cambio di regime degli Usa verso Assad, l’ambiguo ruolo della Turchia, la caduta di Gheddafi voluta da Francia, Gran Bretagna e USA, la spinta alla “primavere arabe”, rappresentano nel loro insieme lo scenario più o meno recente nel quale si sono create le condizioni per uno spopolamento epocale di quei territori e la fuga verso l’Europa e l’Italia.

Il tragico errore dell’Occidente, la irresponsabile strategia americana nella zona, l’assenza dell’Europa sono ormai evidenze storiche. La ecatombe di uomini , donne e bambini nel Mediterraneo non rappresentano solo il dramma della fuga da zone invivibili, sono, purtroppo, il segnale di una catastrofe sempre più imminente che si sta abbattendo sull’Europa.

Pietro Giubilo

04/2015 [stampa]
RENZI, GLI ITALIANI E LE TASSE
Secondo una prassi ormai consolidata Renzi , prima di approvare i provvedimenti, incontra i giornalisti per lucrare l’effetto mediatico . Ormai sono decine i casi di presentazione, con tanto di slide, di “riforme” che ancora debbono giungere a compimento del loro iter parlamentare e regolamentare. L’ultimo caso – per adesso – è stato quello della presentazione del Documento di economia e finanza a cui manca ancora il via del Consiglio dei Ministri , del quale poco o nulla è dato sapere se non l’ennesimo slogan coniato dal premier “non ci sono tagli, né aumento delle tasse”, accompagnato sa un rassicurante: “ e’finito il tempo in cui i politici chiedevano sacrifici ai cittadini”.

Per la verità, i tagli ci sono e riguardano gli enti locali ed in particolare le città metropolitane da poco insediate, sulle quali il premier ha espresso parole molto dure, sfidando ad un confronto “all’americana” , cioè ad un duello di slogan, le rappresentanze istituzionali dei comuni che proprio in questi giorni si erano espresse in maniera molto critica , per bocca di Fassino, che,all’interno del Pd, peraltro, è su una posizione politica non contraria al Segretario.

Ma il raggiro affabulatorio di Renzi, nel corso della conferenza stampa, è giunto al culmine quando è arrivato a dire che nel corso del 2015 sono state ridotte le tasse per 21 miliardi : 10 dagli ottanta euro e 8 dai provvedimenti sul lavoro , addirittura comprendendo anche i 3 miliardi di mancata attuazione delle clausole di salvaguardia.

Il furbesco conteggio non tiene conto dell’incremento di altri cespiti di tassazione: dalle rendite finanziarie all’Imu agricola o sui capannoni industriali valutati come seconda casa, dai fondi pensione all’aumento dell’IVA su diversi beni essenziali per i cittadini come alcuni materiali per il riscaldamento. Il saldo tra i tagli e gli incrementi di imposta , ha, comunque prodotto il risultato di far crescere il livello di tassazione degli italiani , coma ha ufficialmente certificato l’Istat, portandola a livelli incompatibili ( 43,5 % nel 2014; 50,3 % nell’ultimo quadrimestre ) con una ripresa economica che, sul versante della domanda interna, appare incatenata dalla sottrazione abnorme di risorse dalle tasche dei cittadini.

Per la verità va detta una volta per tutte che è il criterio adottato da Renzi negli stessi tagli che penalizza quei settori sociali meno abbienti, sempre più in crescita ed entrati nell’area della povertà. Ad esempio gli 80 euro hanno – nonostante le promesse – dimenticato i più poveri, cioè gli incapienti e i pensionati al minimo, le tasse sulla prima casa, confermata ampliando i margini di incremento da parte dei comini, ha colpito un elemento di risparmio e di libertà per le famiglie, così come la tassazione sui locali produttivi che penalizza soprattutto le piccole imprese artigiane, compensa la riduzione dell’Irap.

Ma l’aspetto più devastante dal punto di vista della sicurezza anche psicologica delle famiglie è la tassazione sulla prima casa e la sua conseguente diminuzione di valore. Quello che un tempo era l’ammortizzatore sociale più forte degli italiani è diventato un grave problema . E con i previsti tagli sui comuni c’è un ulteriore pericolo per i risparmiatori in quanto l’unico modo a disposizione dei sindaci per recuperare risorse è quello di aumentare quelle sugli immobili, senza, poi, contare gli effetti negativi su un settore industriale, non certamente delocalizzabile, essenziale per il suo indotto e fonte primaria di occupazione.

03/2015 [stampa]
IL “CORRIERE” AFFONDA LA ROMA DI RENZI E MARINO
Il Corriere della Sera dedica il suo editoriale del 26 marzo a Roma ( “Una città e l’etica perduta” ). Lo scrive Ernesto Galli della Loggia.

Il titolo non rende la durezza , la profondità e la totalità dell’attacco , compresa anche una drastica critica politica al Pd, partito che ne gestisce l’amministrazione.

Il senso complessivo dell’articolo è contenuto nella prima frase: “la catastrofe del Pd romano non nasce né oggi né ieri . Essenzialmente è l’esito della catastrofe di un’intera città”.

La prosa descrive alcuni aspetti della quotidianità romana: le “bancarelle degli ambulanti”, i “furgoni e automobili che stazionano regolarmente in sosta vietata , in doppia fila”, mentre i “vigili” che, “insieme ai funzionari degli uffici comunali sono da sempre oggetto di inchieste e di denuncie di ogni tipo”, “parlottano con proprietari di negozi e con gli ambulanti abusivi”.

Nel comune, secondo Galli della Loggia , “precipitato nella voragine delle spese e dei debiti incontenibili , dell’inefficienza più spaventosa dei suoi servizi pubblici”, “tutto sembra avere un prezzo”. Nel Consiglio comunale “sono ormai decenni che non mette più piede quasi nessuna persona disinteressata “, ma “politicanti di serie B”, “candidati ad un posticino a Regina Coeli”.

E precisa: “la delinquenza calabro-napoletana ha messo al proprio servizio la delinquenza romana”, facendo “ delle attività commerciali e produttive dell’Urbe lo strumento del riciclaggio dei suoi soldi”. Nessuna amministrazione si salva nell’analisi del professore della Loggia: “ la vasta pratica corruttiva da tanto tempo fisiologica negli uffici comunali, della Provincia, della Regione, ma tutto sommato fino ad allora di non grande cabotaggio , si è trovata esaltata e moltiplicata” con la presenza di “un ceto più o meno vasto di professionisti, di ‘consulenti’, di personaggi introdotti” ,”veri e propri delinquenti in guanti bianchi” e “di uomini-ombra più di mano , tipo Salvatore Buzzi”.

La parte politicamente più significativa dell’articolo riguarda il Pd, “che conservava almeno in parte un rapporto con la base popolare”, peraltro “dai tratti spesso plebei”, “che per forza era contigua a persone e cose non proprio in regola con la legalità ( ladruncoli, piccoli spacciatori, topi d’auto ) , ma, a un certo punto, “svanito … il controllo etico politico dei vertici “, “non avendo avuto più un vero corpo , il partito non ha più anticorpi”. Divenuto “partito dominante”, “una parte dei suoi uomini ha capito che esso poteva essere assai utile per riempiersi le tasche”, mentre “la delinquenza più sveglia” ha messo “a libro paga persone, a costruire filiere , a organizzare complicità e ricatti”.

“ E’ cominciata la scalata del PD da parte del malaffare”, conclude Galli della Loggia , diventando il pd “ un partito cattivo, ma anche pericoloso e dannoso”.

Infine l’accusa rivolta a “Matteo Renzi”: “questa è Roma, la capitale dell’Italia del cui governo egli è a capo”, “questo è il partito di cui egli è segretario”. Conclusione: “ serve il lanciafiamme”.

Si tratta di un articolo la cui durezza non può passare inosservata. E’ evidente che la vicenda di “Mafia Capitale” , il livello dei protagonisti, il peso nelle scelte amministrative e le connivenze hanno lasciato il segno, anche se la reazione del Pd e di Renzi – che ne è il segretario – è stata tiepida. Anche il fatto che un suo ministro – a capo della organizzazione generale delle cooperative della Lega coinvolte e al centro del malaffare e presente a cene con tutti i protagonisti - non sia stato rimosso dal premier, mostra un atteggiamento di tolleranza su un giro di organizzazioni che non riguarda solo il territorio romano , ma anche i collegamenti più generali con il partito e le sue strutture collaterali nel loro insieme. Ogni giorno piovono sulle giunte rosse di Roma e della Regione, sui municipi romani ( le dimissioni del presidente di Ostia e dintorni ), le inchieste della magistratura come nei momenti più difficili della Città.

Questo articolo mostra che Renzi non può continuare a fare finta di niente. Non è apparso sulle pagine romane del Corsera, ma come editoriale nazionale di uno dei suoi più autorevoli editorialisti , in prima pagina.

Il significato è evidente: la questione della criminalità politica a Roma è diventata una questione nazionale . Forse chi lo ha scritto ha la netta sensazione che su Roma si stiano preparando le condizione perché si giunga ad un necessario commissariamento.

Marino appare di una inadeguatezza plateale e disarmante. Mai un sindaco è giunto ad essere così lontano – anche fisicamente- dalla sua città.

Se la situazione dovesse precipitare ci troveremmo, politicamente, di fronte ad una situazione senza precedenti. Il sostanziale fallimento della giunta che ha preceduto Marino , più per inconsapevolezza e leggerezza – Galli della Loggia scrive di Alemanno come di “ un sindaco di memorabile nullità ” – e questo, ormai clamoroso, disastro di Marino – rendono assai improbabile una alternanza destra sinistra in Campidoglio. I cittadini romani, quegli ambienti che desiderano il riscatto della Città, coloro che intendono ancora investire a Roma per il suo sviluppo , insomma le forze ancora vive , richiederanno una svolta vera , una reale e concreta novità, un governo di salvaguardia civica.

Quale forza politica, quale insieme di uomini e di operatori , quali ceti sociali intendono puntare a realizzare questo cambiamento, questa opera di risanamento , anche morale, di Roma ?

E’ sorta ormai una questione romana : una sfida, cioè, su chi potrà pensare, organizzare e, soprattutto, realizzare una adeguata risposta. Su questo si gioca il prossimo futuro della Capitale.

Pietro Giubilo

03/2015 [stampa]
LA “DESTRA” DI SALVINI E I SUOI LIMITI
Il comizio del Segretario della Lega a Piazza del Popolo e le implicazioni politiche che da esso scaturiscono debbono essere affrontate su di un piano di analisi politica, senza cadere nelle considerazioni moralistiche che tanta parte hanno avuto nei commenti della stampa che ci piace definire, con un termine, forse, un po’ vetero marxiano, “padronale”.

In un Paese dove la delegittimazione dell’avversario politico è il primo sport nazionale, giunto ad essere praticato anche con lo sfacciato uso politico della giustizia, ci pare piuttosto tartufesco, storcere il naso per le parolacce di Salvini, compresi i “vaffa” della vasta folla presente.

Certo è evidente una carenza di “stile”, ma nella politica dei twitter e del “Fassina chi ? “, la mancanza di stile non appare solo prerogativa dei ”barbari” del nord, appostati a Roma. Anche la spavalderia e l’autoreferenzialità con le quali il premier tratta temi di rilievo ( esempio le banche popolari ) e gli stessi alleati di governo fanno parte del generale imbastardimento dello stile politico. E c’e, anche, di peggio.

Non vogliamo andare più indietro nella storia , ma le “monetine” a Craxi e gli insulti a Berlusconi che si reca da Napolitano per dimettersi, pur non avendo avuto alcuna sfiducia alle Camere, sono episodi ben più gravi delle intemperanze verbali di Salvini e mostrano la sfacciata durezza di una mentalità da “guerra civile” ancor imperante. E la sinistra “giustizialista”, con la “puzza sotto il naso” sempre spalleggiata da Repubblica, ne presenta un catalogo pieno , pronta ad offrire i propri pezzi pregiati.

La madre dei ”partigiani”nella sofferente Italia – senza alcun riferimento al 1944-45 – è sempre “gravida”. Qual è il senso del “messaggio” politico di Salvini ?

Esso, in un certo senso, perfeziona la “protesta “ del movimento di Grillo, in quanto , mentre Grillo si agita nelle sue pulsioni qualunquiste più mediatiche che reali , la Lega mantiene un forte collegamento con la realtà territoriale e sociale del Paese in quanto “agita”, come ha sempre fatto anche nel passato nel nord d’Italia, problemi reali . Dalle iniziative della Lega, ricordiamo, nacque la forte contestazione dell’eccessivo centralismo burocratico d’Italia, anche se il regionalismo di tipo federale è stata una soluzione con tanti difetti immessi anche dall’operato di Bassanini. Anche l’oppressione fiscale , soprattutto delle attività economiche, ebbe dalla Lega la maggiore contestazione, così come per l’Euro e le politiche di gestione dell’immigrazione.

A Roma, hanno parlato prima di Salvini , una quindicina di rappresentanti del diffuso disagio sociale, raccogliendone il grido di disperazione, salvo indicare soluzioni che , anche in questi casi, non possono essere considerate risposte adeguate.

Insomma, all’Italia in grande difficoltà, la Lega offre una tribuna nella quale poter esprimere accenti forti. La linea di Salvini nel raccogliere consenso non conosce confini : la presenza di Casa Pound a Piazza del Popolo non è casuale, indica che intende andare oltre Fratelli d’Italia della Meloni, per inseguire tutto ciò che si muove sul versante estremista di destra .

Come ha detto Veneziani in una intervista al Corriere della Sera del 2 marzo : “la destra sta cambiando”, riferendosi anche all’iniziativa di Salvini. Si tratta di una ”destra” che ha poco o nulla a che vedere con l’idea tradizionale , ma anche recente, di questa politica, priva di quei riferimenti culturali che la caratterizzarono e di una rappresentanza di ceti e interessi ben individuabili. Troppo poco anche di quella “destra sociale” che accanto alla denuncia dei limiti di uno sviluppo “capitalistico” inadeguato dell’Italia, seppe indicare formule e ricette di alto spessore, come hanno saputo dimostrare , tra le altre, le analisi di Accame e Rasi.

E’ i tentativo di costruire una forza sulla falsa riga della Le Pen, a tinte nazionaliste – non a caso il tema dominante è il recupero della sovranità monetaria - che, anche a causa del disagio diffuso, può giungere e superare il venti per cento, attraendo parti di quell’elettorato che ormai diserta le urne. Esso presenta questa possibilità di espansione per un oggettivo vuoto di opposizione rispetto all’imperante renzismo che ha appiattito su di lui anche le posizioni centriste , mentre Forza Italia continua a dimenarsi nelle difficoltà che derivano, soprattutto, dai limiti ai quali è sottoposta l’agibilità politica di Berlusconi , impossibilitato a dispiegare una opposizione che attragga maggioritariamente i ceti medi , suo tradizionale spazio di consenso sociale ed elettorale.

Anzi proprio questa ingessatura dell’ex Cavaliere ha spostato una parte, anche se non eccesiva, del suo elettorato su Renzi, a compensazione della perdita di segmenti di quello più tradizionalmente di sinistra.

Quali prospettive politiche presenta questa “nuova destra” di Salvini ?

C’è innanzitutto da dire che , a motivo della forte connotazione estremista – anche nel linguaggio – appare del tutto improbabile che l’ondata di Salvini possa erodere anche una parte dell’elettorato di centro .

E se è vero che il centro , anche popolare, non ha più punti di riferimento, c’è da ritenere che, nella sua gran parte, questo elettorato si trovi spaesato, cioè privo di un terreno di coltura e di rappresentanza , quindi, ridotto a una condizione tra l’astensionismo e la tentazione renzista, soprattutto se la “destra” di Salvini non presenterà possibili agganci a questa area sociale, di interessi, di sensibilità, in parte influenzata anche dalla cultura cattolica.

Man mano che il consenso intorno al leader della Lega cresce e arriva alla sua massima espansione, Salvini si troverà di fronte ad un passo decisivo: rifiutare anche l’idea di costruire un ponte tra la “sua” destra e un centro , rappresenta un limite non solo e non tanto di cultura e di programma, ma anche di strategia politica, in quanto all’elettore deve essere posto un quadro di scelta tra due possibilità di successo , cioè un centro sinistra e un centro destra, e non tra una forza di centrosinistra vasta e una”destra” in splendido isolamento. Sempre , nelle decisioni dell’elettore, c’è la concretezza di essere rappresentato da una prospettiva vincente, altrimenti, se sente odore di insuccesso , sceglie di non votare.

Non si tratta solo di una questione di tattica elettorale, per creare un aggancio con lo spazio elettorale di centro occorre presentare temi e soluzioni compatibili , politicamente e culturalmente, per questa alleanza.

Sembra del tutto improbabile, considerando le “categorie” politiche del leader della Lega , che esso rinunci alla tentazione di un “monocolore politico leghista” , che abbandoni l’idea che alloggia in molte componenti della sua area politica, quella, cioè, di concepire l’illusione di un approdo maggioritario o, un messaggio politico esclusivista, efficace solo nel costruire una posizione non marginale, ma decisamente minoritaria .

Come sembra altrettanto improbabile , nella logica estremista di Salvini, immaginare lo spazio strategico per un rassemblement e, quindi ,per un’alleanza con forze politiche nelle quali , pur nelle specificità, emergano degli elementi di coagulo e di impostazione comuni . Le convulse trattative sulle alleanze regionali in Veneto e in Campania mostrano più ombre che luci rispetto alla necessaria logica delle alleanze.

Occorre, invece, ricordare che quando Berlusconi scese in campo contro la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto e del pds, si trovò davanti i resti della DC, le membra sparse del PSI sopravvissute a tangentopoli, la lega di Bossi dichiaratamente secessionista ed un nuovo partito , Forza Italia, che aveva soprattutto caratteristiche “aziendali”. E Berlusconi trasformò tutto questo, in una alleanza vincente, quantomeno sul piano elettorale, anche se poi, non omogenea e non efficace nell’azione di governo.

E’questa la sfida che è di fronte al Capo della Lega e soprattutto alla necessaria prospettiva di ricomporre una strategia vincente per il centro destra nel suo insieme.

Delle possibilità e dei contenuti di questo nuovo orizzonte politico del centrodestra ne ritorneremo a parlare.

03/2015 [stampa]
I CRISTIANI IN SIRIA PERSEGUITATI E TRADITI
Ancora una volta giungono notizie drammatiche per i cristiani in Siria. L’attività dei guerriglieri anti Assad nelle diverse tendenze , anche, a volte, contrapposte , si presenta, con frequenza, sotto un unico denominatore : quello di perseguire i cristiani che sotto il regime attuale , sono rispettati e difesi.

La più recente denuncia riguarda il rapimento dei cristiani assiri avvenuta il 23 febbraio sulla cui sorte mancano notizie certe. Innanzitutto, secondo varie fonti il numero dei rapiti è davvero elevato , oltre 200 fino a 350. Poi, questi sarebbero sottoposti ad un non meglio identificato tribunale che sta verificando la loro posizione . L’autorità religiosa più importante della zona, il patriarca della Chiesa siro-cattolica Ignace Youssif III Younan ha detto alla Radio Vaticana che sono 350. Egli ha aggiunto che circa una ventina sarebbero stati già uccisi. Tenta di smentirlo il cosiddetto Osservatorio siriano per i diritti umani che avrebbe affermato di avere appreso da «fonti attendibili» che l'Isis «non ha ucciso nessuno» delle centinaia di cristiani assiri rapiti. Ma questa organizzazione finanziata dai sauditi e dagli Stati Uniti che opera contro il regime di Assad , non appare del tutto obbiettiva, anche se denuncia l’operato dell’ISIS, mentre sostiene quello degli altri gruppi islamisti.

Quello che emerge da quest’ultimo drammatico avvenimento è il fatto che i cristiani in Siria sono isolati nell’opinione pubblica internazionale e stanno pagando un alto prezzo di sangue e di persecuzioni da parte degli islamisti.

Il patriarca Younan ha denunciato questa situazione “Lanciamo un appello alla giustizia - ha detto – le Nazioni Unite di hanno veramente tradito”.

E’ infatti gravissimo che laddove minoranze cristiane difendono la loro presenza in una situazione di grande difficoltà, non trovino in Occidente una adeguata attenzione. Per la verità questa situazione conferma quello che ormai è del tutto evidente e cioè che i fedeli che oggi appaiono maggiormente perseguitati sono coloro che professano il cristianesimo , ma quello che più indigna è il silenzio o l’inadeguata denuncia di tutto questo da parte dei grandi organismi internazionali .

Pietro Giubilo

02/2015 [stampa]
L’ULTIMA DI RENZI : PRONTI ALLO SBARCO IN LIBIA
Improvvisamente, ma solo in apparenza, è scoppiato in Italia il caso della Libia. Eppure tutto era assolutamente prevedibile.

< E’ suonata la “svegIia” perché lo Stato Islamico ha annunciato azioni offensive dalla Libia contro l’Italia, anche attraverso infiltrati nelle ondate immigratorie. Il rafforzamento del fronte islamico radicale a poche centinaia di kilometri dalle coste italiane e l’incontrollabilità dell’immigrazione hanno cause complesse, ma una occasione scatenante precisa: l’abbattimento del regime di Gheddafi.

Nel conflitto che si aprì in Libia con l’intenzione di far cadere il rais , agirono sollecitazioni interne che la miope lettura degli intellettuali di sinistra italiani e non solo, definirono “primavere arabe”, ma anche interessi e interventi esterni : da una parte un ritorno neocoloniale della Francia e dell’Inghilterra, appoggiate da Obama e gelose del ruolo forte dell’Italia e , dall’altro, le infiltrazioni della rete di al quaeda , come denunciò, inascoltato, lo stesso Gheddafi.

Il difficile equilibrio mantenuto dalla mano forte del rais venne meno soprattutto ad opera del sostegno attivo ai ribelli da parte delle democrazie occidentali , con gravissime conseguenze e ne fece le spese, drammaticamente lo stesso ambasciatore americano , barbaramente trucidato.

Fu la stessa scena che si andò ripetendo, subito dopo in Siria, con la sola differenza che nel caso di Assad l’intervento provvidenziale di Putin ha impedito la sicura, ulteriore, instabilità che si sarebbe determinata con la caduta del regime .

Ora, la consapevolezza di ciò che è accaduto dovrebbe imporre quel minimo di seria valutazione delle cose che ancora manca.

Il senso è chiaro: occorre costruire un quadro internazionale che abbia ben evidenti le priorità e i rischi di linee avventurose che nascono dalla iniziativa sunnita ed una consapevolezza della reale posta in gioco .

Invertendo alcune errate linee politiche portate avanti da Obama , occorrerebbe, come scrive Sergio Romano, “sostenere , con tutti i mezzi di cui disponiamo quelli che sul terreno già ci sono”, mentre ogni intervento di Paesi occidentali , dovrebbe far seguito ad iniziative decise nelle istituzioni internazionali e a conferma di un missione stabilizzatrice ottenuta con una pace sul campo.

Ora l’emergenza imposta dal Califfato sta rendendo tutto più difficile ed ogni proclama, come nel caso delle parole del ministro Gentiloni, non fanno che dimostrare velleità e provocare reazioni alle quali siamo del tutto impreparati.

Il “ducetto del contado” tenta di trasferire nella logica politica internazionale le sue twittate e una ormai scoperta faciloneria.

Il Messaggero di domenica 15 , sulla base di quello che ha dichiarato il ministro della Difesa ha titolato “ Libia, pronti 5000 uomini”, precisando che l’Italia è disposta a guidare una missione per fermare il Califfato.

Qualcuno fermi questi dilettanti allo sbaraglio .

Pietro Giubilo

02/02/2015 [stampa]
MATTARELLA PRESIDENTE: RENZI E UN DOSSETTIANO AL QUIRINALE
Ci sono alcuni aspetti che debbono essere evidenziati in questa elezione presidenziale. Il primo riguarda la valutazione circa il successo o meno di Renzi nel condurre la vicenda.

I commenti di molta parte della stampa sono in un’unica direzione : Renzi ha sbaragliato il campo , riunito il PD, sconfitto Berlusconi, piegato le debolissime resistenze del NCD ed ottenuto un presidente che gli coprirà le spalle nel suo cammino per le riforme.

Le cose non stanno esattamente così, o quantomeno non solo così. E’ emerso che il vero candidato di Renzi sarebbe stato il ministro Padoan, una specie di altra faccia dell’impopolare Amato, sul quale, probabilmente, sarebbe confluito Berlusconi e il NCD che lo ha come collega nel governo. Tuttavia la netta opposizione interna e la minaccia espressa anche da Bersani che su questa candidatura il partito di sarebbe spaccato, ha fatto retrocedere il premier . A quel punto Renzi ha capito che non poteva andare avanti su proposte di candidatura sostenute da Berlusconi e che gli avrebbero reso impossibile la convivenza interna, già arrivata al limite della scissione.

Allora si è posto sulla linea di un compromesso con la sua opposizione. Mattarella esce sulla base di una indicazione interna proveniente dalla componente ex democristiana,subito accettata dalla confusa compagine della opposizione ex postcomunista. Mattarella è una specie di Prodi un po’ sfuggente , non loquace , ma assai determinato. L’opposizione a Renzi esce rafforzata nel ruolo e , indirettamente, nel sostegno alla sua posizione politica e culturale.

Sergio Mattarella, infatti, ha una connotazione politica precisa. Non è un “mini Scalfaro”come superficialmente lo ha definito Renzi , ma qualcosa di più specifico. La sua militanza nella sinistra democristiana lo colloca nella tradizione politica dei cattolici democratici , influenzati dal pensiero di Dossetti, avendo quelle caratteristiche di antiliberalismo, di antifascismo e di giustizialismo che hanno sempre accompagnato questa cultura politica. Le dimissioni da ministro per il rifiuto della legge Mammì sulle emittenze televisive, dimostrò a suo tempo, non tanto e solo un nascente antiberlusconismo , ma una linea antiliberista, volta a difendere il monopolio televisivo della RAI. Quando sospese la sua carriera politica e si riversò, naturalmente, nell’impegno alla Corte costituzionale, confermava una sua vocazione per la giustizia e la magistratura ( i “custodi” dossettiani del sistema politico ) che già di evidenziò nei comportamenti all’epoca delle autorizzazioni a procedere nel “parlamento degli inquisiti”. E il primo gesto di visita alle Fosse Ardeatine non rientra tanto nella ritualità, quanto e soprattutto nella conferma di quel nuovo antifascismo al quale l’ultimo Dossetti chiamava la sinistra democristiana in una crociata contro Berlusconi. Prima della visita all’Altare della Patria, Mattarella si è recato al luogo della uccisione degli antifascisti, considerato il luogo sacro della nuova democrazia italiana. Si può aggiungere, senza tema di smentita, che la cultura dossettiana è anche quella che affermò essere terminato il tempo costituente, cioè teorizzando che la Costituzione vigente non fosse modificabile , al massimo si poteva ritoccare qualche aspetto del tutto marginale.

Addirittura, essa ha rappresentato la cultura del “patriottismo costituzionale”che univa l’intreccio DC PCI, da opporsi a tutte le tentazione di un riformismo radicale della Carta , nei suoi valori ma anche nel suo sistema parlamentare . Il conservatorismo cattodemocratico è una componente che Renzi forse non conosce e che sbagliando, minimizza.

Questa coerenza dossettiana dovrebbe destare qualche attenzione da parte del premier. E’ l’affermazione di una presenza non riducibile agli schemi politici renziani che nasce mentre si rafforza l’ opposizione interna e viene, arrogantemente, umiliato il NCD e Alfano, provocando, pur in una vocazione governativa, reazioni insidiose, come il gesto orgoglioso e motivato di Sacconi fa intendere. Anche la sconfitta di Berlusconi, paradossalmente , non rafforza Renzi

Essa, comunque, era nell’aria. E’ difficile, in una condizione di limitata agibilità politica e quindi di inferiorità, contrastare o solo riequilibrare, il predominio dell’abile Renzi, spregiudicato e senza veri avversari.

Quali orizzonti si aprono alla politica italiana all’inizio di questo ennesimo settennato ?

I connotati politici di Mattarella che abbiamo descritto pongono già alcuni limiti alle linee politiche del premier. Mattarella non lascerà mano libera nella modifica della Costituzione e opererà attraverso una competente disamina dei provvedimenti al fine di valutarne la coerenza con l’impianto “intoccabile” del testo del 1948. Non verrà meno,anche , il ruolo centrale del parlamento e quello delle forze politiche rispetto allo sfrenato leaderismo che sembra essere la sola cifra del premier. E a questo fine, e per questa “garanzia” Mattarella, userà tutte le importanti prerogative presidenziali ed anche il rapporto privilegiato che ha con la magistratura costituzionale. Ci sarebbe da ricordare anche , a proposito della nuova legge di riforma elettorale, che i sostenitori, non a caso, del “mattarellum” hanno sempre visto con grande antipatia ogni aspetto dell’italicum.

C’è da aggiungere che, difficilmente, una riforma della giustizia che in qualche modo ridimensioni il ruolo della magistratura, potrà passare con la “sorveglianza” di un Presidente della Repubblica come Mattarella.

Renzi dovrà quindi affrontare, se pur ne aveva l’intenzione, la questione di un netto ridimensionamento del suo programma di riforme. Anche le stesse tendenze liberiste emerse nel job act potrebbero essere attentamente seguite dal custode di una Costituzione che, nascendo dall’intreccio DC PCI, assai poco concesse alla cultura liberista e che mai potrebbe recepire una cultura e dei connotati legislativi ultraliberisti.

Quelle primissime parole di attenzione agli “ italiani in difficoltà” sono assai più significative a questo proposito, rispetto a come sono state, con superficialità, commentate.

La vittoria di Renzi potrebbe risolversi , in un tempo neanche tanto breve, in una vittoria di Pirro.

Non saranno, del resto, neppure le difficoltà del centrodestra ad alleviare questa prospettiva.

Certo il panorama è piuttosto desolante. Alfano alla guida del NCD e dei centristi è inadeguato . Questo centro che dovrebbe comunque avere una base culturale opposta a quella dossettiana, non ha compreso il senso complessivo della vicenda – forse solo Sacconi ne è stato un critico inascoltato - , arrivando ad appoggiare un presidente che non mancherà di avere riflessi di sostegno all’area culturale e politica dei cattolici democratici. Del resto Alfano ha un “vizio di origine” evidente : accettando l’incarico ministeriale, si è, infatti, sempre posto in una condizione di subordine rispetto al premier, annullando ogni sua possibilità di differenziazione politica, anche ad un livello meramente tattico. E’ stato facile per Renzi richiamarlo all’ordine.

Berlusconi che aveva tentato con abilità di riproporsi al centro della politica ha potuto constatare che, dalla sua reale condizione, questa impresa è davvero impossibile. Probabilmente Renzi avrà bisogno del suo appoggio per alcune scelte future che, a questo punto , difficilmente passerebbero con facilità, come è accaduto fino adesso. L’ex cavaliere ha bisogno di riconquistare una sua piena agibilità che solo una sentenza favorevole della Corte europea potrebbe restituirgli, ma il logoramento in atto può essere irreversibile pur nelle nota abilità di recupero dimostrata in passato. Il gruppo dei fittiani che , con un gesto corsaro, hanno votato Mattarella, sembrano non avere altra prospettiva che aggregarsi alla ridotta leghista e dei Fratelli d’Italia.

In quanto a quest’ultimi l’aver votato per Feltri dimostra, purtroppo, la difficoltà di elaborazione di una proposta politica che sappia essere una indicazione complessiva per l’Italia. Che in un frangente del genere non si sappia indicare niente altro che un giornalista, polemico e qualunquista, senza saper individuare una personalità significativa e che rappresenti alcune delle tesi anche in materia economica o internazionale , la dice lunga sui limiti di quest’area politica.

Il successo della vicenda presidenziale non attenuano più di tanto le difficoltà politiche di Renzi , anzi, per certi aspetti le aumentano. Unite alla permanenza di una crisi economica che non mostra di passare, possono imporre la via del ricorso alle elezioni senza una certezza su quale sistema elettorale sarà vigente. L’unica certezza è che, in tali frangenti, la posizione di Mattarella non sarà certo così neutrale come auspicherebbe l’arrogante segretario PD.

Una considerazione finale. Le fanfare che hanno accolto l’esito di questa vicenda mostrano, soprattutto, il sospiro di sollievo che hanno tirato coloro che temevano la dimostrazione di un indecisionismo , sempre in agguato, che avrebbe gettato ulteriore discredito sul Paese.

Siamo quindi al “sospiro di sollievo”, non ad un vero sollevarsi dalla crisi del sistema politico. Questa soluzione che ha ottenuto ampi consensi, tuttavia, non nasconde le crepe del sistema delineato da una Costituzione e, nel caso, da un metodo di elezione che continua a mostrare i suoi limiti, non ultima la miserevole organizzazione delle schede “segnate” da diverse indicazioni per far risalire alle “famiglie” dei votanti.

Non sarà un convinto “custode”, un conservatore cattolico democratico , a cancellare l’esigenza di un vero cambiamento, per porre l’Italia in grado di affrontare il futuro e vincere le difficoltà che l’attanagliano.

P. G.

07/01/2015 [stampa]
CENTO MILIONI DI BOLLETTINI PER IMU E TASI
Cento milioni di bollettini. Il “ botto” di fine anno per i proprietari d’immobili è stato forte e potente. La doppia tassa dell’Imu e della Tasi ha eroso la tredicesima per quelli che ancora la prendono. Gli altri si sono dovuti arrangiare. Dei 19 milioni di abitazioni principali tutte hanno dovuto pagare il 16 dicembre il saldo della tassa sui servizi indivisibili comunali ( illuminazione, manutenzione delle strade, gestione del verde pubblico). In 700 Comuni l’imposta si è pagata per intero invece di due rate perché le amministrazioni comunali non avevano fissato in tempo le aliquote né per giugno né per ottobre. Di queste poche hanno pagato l’Imu: si è trattato di circa 70 mila abitazioni classificate nelle categorie catastali A/1 ( abitazioni signorili), A/8 ( ville), A/9 ( castelli e palazzi di eminente pregi artistici o storici).

Era prevista una stangata e stangata è stata, con Biologa, Roma, Bari, Genova, Milano tra le città più care. Una città su tre ,comunque, ha introdotto l’aliquota massima mentre per le deduzioni è stato caos completo.

La Tasi, che è l’unica tassa che si paga a livello locale, è diventata la più odiata sia per la poca chiarezza sulle modalità e i termini di pagamento sia per l’inefficienza dei servizi offerti dai Comuni in cambio. Il tributo varia poi da città a città creando sperequazioni tra cittadini anche se la base imponibile è la rendita catastale rivalutata del 5% a cui si applicano i moltiplicatori comunali che possono arrivare fino al 3,3 per mille. Il 53 per cento dei Comuni ha deciso di far pagare anche all’inquilino una quota intorno al 10 per cento.

Le seconde case registrate in Italia sono circa 15 milioni e moltissime di esse pagano sia l’Imu che la Tasi.

Case popolari, scuole, negozi, magazzini, garage, capannoni, cinema sono considerati fabbricati non abitativi ma soggetti a Imu e Tasi. Queste unità sono circa 28 milioni e per il 20% sono fabbricati strumentali dell’impresa e quindi l’importo è deducibile Irap.

Per i terreni le “ particelle” dotate di reddito sono circa 600 mila mentre finora i terreni agricoli erano esenti da Imu. Ora lo sono soltanto quelli che si trovano nei 3.564 Comuni definiti montani dall’Istat e in altre aree di 562 municipi classificati parzialmente montani.

Il tributo sui servizi indivisibili ( illuminazione delle città, manutenzione delle strade comunali e della rete idrica) è diventato, quindi, una patrimoniale sulla casa. Quasi il 90% dei Sindaci ha scelto di applicarlo sulla prima abitazione, portando l’aliquota media al 2 per mille.

Definito il quadro delle aliquote ( che secondo alcuni calcoli sarebbero circa 200 mila da parte degli oltre 8 mila municipi italiani) il saldo pagato il 16 dicembre dai proprietari d’immobili è stato, secondo un censimento del Caf delle Acli, particolarmente oneroso.

Con l’introduzione della Tasi nella legge di Stabilità del 2013 ( governo Monti prima, governo Letta dopo) è scoppiato un putiferio fiscale perché in oltre il 50% dei comuni il tributo sui servizi indivisibili ha riguardato oltre l’abitazione principale altri immobili, case sfitte o affittate, negozi, capannoni. In sostanza la piena applicazione ha confermato i problemi genetici che il tributo aveva evidenziato fin dalla sua prima formulazione. Solo un comune su tre ha adottato detrazioni e spesso riservate ai redditi più bassi o a determinate categorie catastali. In conseguenza di queste scelte politiche si sono moltiplicate le disparità e le disuguaglianza tra contribuenti.

Le case di valore più basso sono state spesso colpite dal tributo anche se erano state esentate da Ici e Imu oppure hanno pagato importi maggiori rispetto a quelli determinati dalle vecchie imposte. Le case di maggior valore fiscale, che versavano l’Imu,hanno ottenuto nel nuovo regime importanti sconti. In pratica più alto il valore fiscale dell’abitazione e più la Tasi era minore rispetto all’Imu.

Chiusa questa partita se ne dovrebbe aprire un’altra: quella della tassa unica o “ local tax”. Un’altra incognita dopo l’amaro ultimo appuntamento fiscale dell’anno.

15/12/2014 [stampa]
ITALIA AL 40° POSTO NELLA TUTELA DELLA PROPRIETA’
La proprietà come viene tutelata in 97 paesi che rappresentano il 98 per cento del prodotto interno lordo mondiale?

C’è una società , la Prosperty Rights Alliance, che ogni anno analizza questo parametro. Per lo studio sull’Italia si è affidata agli economisti di Competere-eu e dal quale risulta che il nostro paese è piazzato al quarantesimo posto preceduta ai primi 20 posti da Finlandia, Svezia, Nuova Zelanda, Norvegia, Svizzera, Singapore, Lussemburgo, Olanda, Canada, Danimarca, Giappone, Germania, Austria, Australia, Inghilterra, Usa, Irlanda , Belgio, Francia.

L’indicatore oltre alla proprietà tangibile e quella intellettuale misura l’ambiente poltico e giuridico. Dimostra inoltre la relazione che esiste tra tutela della proprietà, innovazione e crescita economica.Nel caso specifico italiano ci sono interi settori come quelli dell’agroalimentare, del design e della moda prede della contraffazione internazionale. Sono queste le cause che portano l’Italia distante di 20 posizioni rispetto agli altri paesi del G:7.

Le piccole e medie imprese, che sono l’asse portante dellì’ec0onomia italiana, mettono sul mercato prodotti unici di grande qualità. Mancano però adeguate misure di garanzia contro le contraffazioni e la pirateria ondine.

Di recente anche il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha denunciato che l’Italia è frenata da criminalità e corruzione. Il deficit di reputazione, come ha chiamato il Censis i minori investimenti esteri, vale circa 16 miliardi di euro, lo stesso ammontare della legge di stabilità alla voce spengine review.

15/12/2014 [stampa]
OGNI MESE FALLISCONO PIU DI MILLE IMPRESE’
Da gennaio a settembre 2014 sono state oltre 11 mila le imprese che sono fallite. Più di mille al mese secondo l’osservatorio del Cerved con un incremento del 12 per cento rispetto agli stessi mesi del 2013. Il processo è destinato a proseguire ad eccezione del Nord est dove i fallimenti sono cresciuti soltanto del 4, 5 per cento. In Campania, Nelle Marche e in Puglia le aziende che hanno abbassato le saracinesche hanno raggiunto quote intorno al 25%.

Se si considera il numero complessivo delle chiusure aziendali per fallimenti, procedure concorsuali non fallimentari e liquidazioni si arriva a circa 42 mila.

15/12/2014 [stampa]
GOOD LUCK DIGITAE
Il vicepresidente della Commissione europea Andrus Ansip, responsabile per il mercato digitale, osservando la situazione italiana non ha voluto esprimere giudizi. Si è limitato a dire “ good luck, Italia”, un significativo buona fortuna. Per Bruxelles è evidente che siamo in ritardo. Ansip che è stato per 10 anni presidente dell’Estonia aveva in mente altre cifre e altre situazioni. Nel suo paese la dichiarazione dei redditi è precompilata e il 96% dei cittadini la presenta ondine in 5 minuti, le operazioni bancarie avvengono per l’80% su Internet, gli elettori votano direttamente con la rete. L’Estonia è infatti la patria dove è nata Skype, il software per le videochiamate gratis.

15/12/2014 [stampa]
MAXI MULTA SUI RIFIUTI
L’Italia è da tempo nel mirino di Bruxelles da tempo. Di tanto in tanto tornano sulle prime pagine dei giornali le procedure d’infrazione, spesso su dati vecchi ma i burocrati sono fiscali. Sono 94 le procedure aperte di cui 17 per mancato recepimento di direttive comunitarie e 77 per violazione del diritto dell’Unione.

L’ultima notifica della Corte di Giustizia è per i rifiuti: 40 milioni di euro da pagare per 218 discariche abusive e con rifiuti pericolosi mai chiuse. La Corte aveva condannato l’Italia già nel 2007 intimando di chiudere 4.866 discariche censite irregolari. Ne restano ancora 218 ma secondo il Ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti i dati sono vecchi e in realtà di regolarizzare ne resterebbero soltanto 15 in via di bonifica La lista delle inadempienze italiane è lunga ed è aperta dal sovraffollamento delle carceri con oltre 60 mila detenuti e solo 47 mila posti a disposizione. Di recente l’Italia ha dovuto pagare 100 mila euro ciascuno a 7 detenuti che vivevano in celle con meno di 3 metri quadrati di spazio.

01/12/2014 [stampa]
IL PUNTO DI SNODO DELLA CRISI ISTITUZIONALE
Angelo Panebianco su Il Corriere della Sera del 30 novembre mette in guardia sulla possibilità che, nella prevista elezione del Capo dello Stato a seguito delle ormai probabili ed imminenti dimissioni di Napolitano, si arrivi ad una “scelta casuale di un Presidente”.

Ciò potrebbe avvenire , osserva l’articolo , poiché “ tutti quelli che hanno conti da regolare cercheranno di usare questo cruciale appuntamento per consumare le proprie vendette e indebolire i propri avversari”.

Panebianco cita come immediati precedenti “ quanto è accaduto in Palamento in occasione della elezione dei giudici della Corte costituzionale” e la ” brutta vicenda di due anni fa’ quando a causa dell’incapacità dei partiti di gestire quell’appuntamento , l’allora presidente uscente , Giorgio Napolitano , fu costretto dalle circostanze , e dalla richiesta dei partiti, a rimanere al Quirinale”.

Ma c’ è un precedente ancora più significativo che andrebbe ricordato: l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro.

Come oggi la situazione di allora si presentava gravida di problemi innescati dalle prime inchieste della Magistratura che , se pur non nei termini nei quali, poi, avvenne, già palesavano una crisi del sistema dei partiti che covavano al loro interno divisioni, vendette e disimpegni.

Era il 1992 e il candidato dell’asse della maggioranza del tempo , DC e PSI, era il segretario del partito democristiano Arnaldo Forlani, sul quale conveniva anche il segretario del PSI Bettino Craxi. Nelle votazioni, tuttavia, prese piede una fronda di voti di provenienza democristiana e specificamente della corrente andreottiana che, come era avvenuto in precedenti elezioni presidenziali, attuarono una strategia di logoramento del candidato ufficiale ,per preparare la scalata di un altro possibile candidato , il Presidente del consiglio uscente Giulio Andreotti.

Non si potrà mai sapere, ovviamente, se questa prospettiva sarebbe potuta arrivare il porto perché proprio durante lo stallo delle votazioni, avvenne l’uccisione del giudice Falcone, in un terribile attentato, e i “grandi elettori “ si avviarono , inconsciamente ad una”scelta casuale” , cioè all’elezione di Oscar Luigi Scalfaro.

Nelle condizioni nelle quali si sarebbe in breve trovato il Paese – lo scoppio di tangentopoli - il nuovo Presidente della Repubblica era il personaggio meno adatto a tentare l’operazione che sarebbe stata necessaria, cioè quella di scremare le irregolarità e illegittimità nel finanziamento dei partiti , contenere la corruzione, ma salvaguardare il sistema politico , indirizzandolo verso alcune riforme per non mettere in crisi complessivamente la politica italiana.

Scalfaro, infatti, che pur aveva qualche”scheletro” nell’armadio, come poi, in parte emerse, aveva un atteggiamento “moralistico” che lo portava a negare validità complessiva al sistema dei partiti ed in particolare aveva in odio la formazione politica nella quale aveva militato, mentre il suo ostentato cattolicesimo si incanalava nell’alveo del “cattolicesimo democratico “ che sarebbe confluito nella sinistra.

Scalfaro spostò l’asse politico del Paese a sinistra provocando, a seguito del vuoto determinatosi nel centro, la ricomposizione dell’elettorato in un area di centro destra organizzata da Berlusconi .

In buona sostanza, si aprì una voragine nel sistema istituzionale italiano, perché la “novità” rappresentata dall’arrivo di Berlusconi e dalla creazione di una area politica di centro destra , venne contestata a fondo da una sinistra che,pur coinvolta nel finanziamento illecito dei partiti, era rimata sostanzialmente intatta rispetto alle inchieste della magistratura. Il risultato è stata la continuazione della crisi istituzionale rispetto alla quale non si è potuta avviare alcuna vera riforma , che ha fatto trovare il Paese assolutamente impreparato ad affrontare la crisi economica dalla quale l’Italia non accenna ad uscirne.

Il 1992 e l’elezione del Capo dello Stato è stato il vero snodo di una crisi dalla quale ancora non se ne esce.

Anche oggi l’Italia continua a soggiacere ad una condizione di debolezza istituzionale, accompagnata da una crisi politica nel senso di una irrilevanza delle forze politiche rispetto allo scenario della crisi economica,sia sul piano interno che internazionale.

Renzi intenderebbe ispirare una soluzione che impedisca al Capo dello Stato di svolgere un ruolo “presidenzialista” come è avvenuto con Napolitano e non solo, a seguito di un opera di “supplenza” rispetto alla debolezza delle altri istituzioni politiche.

In sostanza, come ormai è evidente, il premier intenderebbe portare avanti la sua linea autoreferenziale con una soluzione che non porrebbe ostacoli ai suoi progetti istituzionali e politici.

Questa figura poco rilevante dovrebbe, negli intendimenti dell’ex sindaco di Firenze, rafforzare il suo ruolo in un certo senso egemone nella attuale politica italiana. Si tratta , tuttavia, di una egemonia debole che si basa sulle difficili condizioni nelle quali si trova il centrodestra, in un quadro di inadeguatezza complessiva delle forze politiche ad essere pienamente legittimate e, quindi, non in grado di esprimere una rappresentanza alta , come il livello delle astensioni dimostra .

La elezione del Presidente della Repubblica rappresenta quindi uno snodo istituzionale assai rilevante . La necessità espressa da Berlusconi di far precedere le riforme che, peraltro, non possono avvenire nel mese di gennaio, dalla elezione del nuovo Capo dello Stato e dal relativo chiarimento politico, esprime senza dubbio l’attenzione giusta con la quale ci si deve avvicinare a questa importante scadenza.

Si tratta,nonostante la linea minimalista di Renzi, di uno snodo fondamentale, per comprendere se, di fronte alla complessiva crisi istituzionale, l’Italia intenda accennare qualche passo ricostruttivo oppure accelerare un declino che sembra ormai segnare il destino del Paese.

Pietro Giubilo

14/11/2014 [stampa]
IL MONTE DEI PASCHI DI SIENA E IL PRESIDENTE DELLA TOSCANA
L’accordo raggiunto tra Renzi e il Nuovo Centro Destra, compresi i “centristi”, non è ancora un accordo “blindato”. Già troppe volte l’“Italicum” ha subito modifiche e ritocchi prima di essere approvato alla Camera ed ora il passaggio al Senato ed il prevedibile ritorno alla Camera, potrebbero riservare ulteriori modifiche o sorprese.

Comunque, da questo accordo sono emersi sia l’obbiettivo che intende raggiungere Renzi sia quello del Nuovo Centro Destra . Mentre il secondo ha l’evidente intenzione di avere le mani libere non presentandosi in una alleanza per poter , poi, eventualmente, trattare al ballottaggio, Renzi, che intende avere una legge che gli permetta di andare al voto se le condizioni lo richiedessero, ha in mente un meccanismo elettorale che gli consenta di governare da solo, sia per il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, sia per la frantumazione delle opposizioni che, con le soglie al minimo - si parla del tre per cento -, non solo moltiplicherebbe le singole presenze parlamentari, ma, per conseguenza, assottiglierebbe la rappresentanza del partito o dei partiti più forti.

Insomma Renzi intende arrivare ad un doppio risultato: quello di un partito solo al comando e ad una “balcanizzazione” degli altri partiti che renderebbe più debole nel suo insieme l’opposizione. Va da sé che, per quella tendenza trasformista che non ha mai abbandonato la politica italiana, alcune piccole fazioni “centriste” verrebbero attratte come “satelliti” dalla forza di gravità del potere del partito vincente.

Il primo effetto di questo ”accordo di maggioranza” è stato, al momento, la ritrovata unità di intenti all’interno di Forza Italia, dove Berlusconi non solo ha “fatto pace” con Fitto , il suo più forte oppositore, ma si è prodotto un irrigidimento che riapre la discussione intorno alle condizioni per il mantenimento del”patto del Nazareno”.

Questo, approfittando della condizione di difficoltà politica e di agibilità dell’ex Cavaliere, si è andato sempre più configurando come un ”patto leonino”, sbilanciato, cioè, dalla parte del premier.

L’incontro tra Renzi e Berlusconi si è limitato a confermare le differenze di orientamento tra FI e PD sul premio alla lista e sulle soglie di accesso, mentre si è deciso di andare all’approvazione della legge elettorale iniziando l’esame dalla Commissione affari costituzionali del Senato sin dalla prossima settimana.

Renzi, quindi, porta a casa il via libera per l’approvazione della legge ; Berlusconi ottiene un impegno formale a non votare nell’immediato, cioè prima dello sperato ottenimento della piena agibilità politica, mentre sulla legge viene vanificata l’introduzione delle preferenze che vedeva l’ostilità del leader di FI in quanto sui cento collegi ( nell’incontro con il NCD sembrava fossero calati a settantacinque ) viene eletto il capolista e pressocchè solo nel partito vincente avverrà , parzialmente, una scelta dell’eletto da parte dell’elettore. Davvero poca cosa.

Si chiude in questo modo, per il momento, una partita nella quale è evidente che Renzi rimanga il vero decisore politico che tenta di costruirsi una prospettiva largamente incentrata su di lui, con una conseguente logica elettorale e politica .

Il quadro che si presenta, qualora passassero le proposte concordate tra Renzi e NCD su premio alla lista e soglie di accesso, confermerebbero l’evolversi del sistema politico italiano verso un nuovo “bipartitismo imperfetto”, con un partito di sinistra che raggiunge livelli di consenso che furono solo della DC dei momenti più floridi, mentre si configurerebbe un centrodestra debole e diviso che una legge elettorale astuta renderebbe ancor più tale. Siamo, cioè, sempre più lontani da quel “bipolarismo realizzato” che rappresenterebbe la necessaria evoluzione del sistema politico verso una alternanza ed una governabilità.

Tuttavia la complessità degli altri “attori” della scena italiana: dalla pesantezza di una crisi non solo economica alla complessità dei problemi con l’Europa, dall’ancora debole quadro istituzionale a tensioni sociali che potrebbero aggiungersi anche come levatrici di nuovi scenari politici, rende fragile qualsiasi costruzione di prospettive politiche ed elettorali.

E’ evidente che qualora nel primo semestre del prossimo anno non si verificasse una modifica dell’andamento negativo dei principali indici economici e sociali del Paese, dalla crescita del PIL all’occupazione, Renzi, avendone predisposto le condizioni con la legge , ricorrerebbe al voto, sfruttando la popolarità acquisita e senza veri avversari , prima che la delusione degli elettori faccia cambiare verso al consenso su di lui.

Aiuterebbe questa prospettiva un Presidente della Repubblica che, a differenza di Giorgio Napolitano , fosse acquiescente sullo scioglimento delle Camere … ma questo è un altro discorso.

07/11/2014 [stampa]
IL MONTE DEI PASCHI DI SIENA E IL PRESIDENTE DELLA TOSCANA
Il Monte dei Paschi di Siena notoriamente è la banca che con più evidenza ha risentito dell’influenza politica, anche attraverso le espressioni istituzionali locali ; in particolare, a suo tempo, del PCI , poi DS, PDS , PD . Ed è anche un elemento di forza del “sistema Toscana” .

Contemporaneamente è l’istituto di credito italiano che si è trovato al centro delle maggiori difficoltà di gestione e della più importante inchiesta giudiziaria sul credito svolta negli ultimi anni.

Non che i due aspetti siano collegabili nel senso di causa ed effetto, anche se non può trattarsi certo di una mera coincidenza.

C’è chi ha tentato di restringere il problema alla debolezza della struttura, per aver mantenuto il rapporto privilegiato con la Fondazione; si tratterebbe cioè di un prezzo pagato alla difesa della sua identità storica . Ma anche questo fatto può essere definito come una scelta politica che ci riporta al problema del rapporto con il PCI e le sue trasformazioni.

I suoi amministratori, Mussari, Vigni e Baldassarri sono stati condannati a 5 anni di carcere , in primo grado, per la vicenda del derivato Alexandria realizzato con una banca giapponese e per aver nascosto questa operazione alla Banca d’Italia che dalla vicenda, comunque, non ne esce bene, se le sue “griglie” di indagine presentano smagliature dalle quali sfuggono operazioni di tali dimensioni.

Restano ancora da chiarire altri aspetti, tra i quali la vicenda dell’acquisizione di Antonveneta ad un costo sopravvalutato , inchiesta che dipende da Milano , che, tuttavia, non sembra aver usato la mano pesante , rispetto alle possibili responsabilità degli amministratori, pensando a come agì a suo tempo, in inchieste , forse, di minor portata .

Gli stress test della BCE, intervenuti più o meno negli stessi giorni, hanno evidenziato una debolezza patrimoniale che dovrebbe essere colmata con il ricorso da un aumento di capitale che potrebbe arrivare fino a 2,5 miliardi di euro , ricorrendo ad Axa assurance con la quale c’è già un rapporto o agli alleati sudamericani di Fondazione Mps ( Fintech, Btg ) e forse BNP Paribas . Si erano affacciati anche i cinesi che già si erano fatti vivi con la Popolare di Spoleto, ma non erano stati presi in considerazione.

In questo quadro complesso sotto il profilo aziendale, finanziario e giudiziario, il Presidente della Regione Rossi, forse tra quelli più legati alla tradizione politica comunista , ha proposto che lo Stato entri temporaneamente nel capitale della Banca, oppure decida una dilazione del rientro dal prestito a suo tempo concesso con i Monti bond. A questo fine ha scritto al Presidente del consiglio e compagno e Segretario di partito Matteo Renzi. E’ paradossale che in una situazione nella quale lo Stato non ha risorse per investimenti pubblici produttivi, che è costretto ad aumentare la tassazione sulla casa e su quella dei fondi pensione per distribuire qualche risorsa in più per i consumi e che, del pari, mette una tagliola , con clausole di salvaguardia, di aumento dell’IVA ,questo Stato possa accollarsi centinaia di milioni o qualche miliardo di euro per salvare il Monte dei Paschi.

Coprendosi con l’dea di salvaguardare un elemento importante del sistema economico della Regione, Rossi ha, comunque, fatto una proposta nel puro e vecchio stile di una concezione economica di intervento pubblico da anni sessanta e settanta. Secondo lui, la Toscana e forse, aggiungiamo anche l’Emilia, sono una zona franca nella quale vige ancora la logica dell’intreccio tra istituzione pubbliche e sistema economico . E questo è verissimo in quanto è noto il rapporto privilegiato delle istituzioni locali con il sistema delle cooperative rosse Ora, per la verità, non “ l’ intreccio coop-enti locali ” che sa di privilegio di un antico e solido rapporto economico-politico che , peraltro il PD mantiene dalla tradizione comunista ed è approdato con Renzi ad una responsabilità di governo con Poletti, ma l’intervento pubblico nell’economia, come ”terza via”, avrebbe una sua rispettabilità culturale ed economica.

Tuttavia Rossi non tiene conto che questa concezione dei rapporti stato economia è stata oggetto di una guerra dalla quale ne è uscita completamente sconfitta, e lo stesso PD , ormai viaggia su una idea dell’economia che privilegia il mercato e il liberismo.

Il PD si è trasformato e Rossi ancora non se ne accorto.

Lui toscano non capisce , o fa finta di non capite , il mondo nel quale si muove ormai a proprio agio , il premier Renzi.

E’ il mondo della finanza , del mercato libero e della economia globalizzata ed i suoi supporter appartengono soprattutto a questa realtà che interviene e condiziona la politica e la stessa democrazia .

Non c’è solo un De Benedetti che punta su di lui, definendolo “una spugna” , uno cioè che capisce e assorbe, ma anche la sua struttura di supporter si fonda su personaggi che appartengono a questa realtà.

Davide Serra ha avviato , proprio in questi giorni, una ulteriore iniziativa per rastrellare i crediti deteriorati delle banche ( “non performing loan “ ) , su base immobiliare che in Italia ammonterebbero ormai a 170 miliardi di euro. E’ un “affare” che ha visto, per la crisi e il desiderio delle banche di sbarazzarsi di queste voci in sofferenza, la crescita del 30 per cento tra il 2008 e il 2013. E’ uno di quegli aspetti paradossali e deteriori che vede nella crisi delle famiglie e delle imprese la crescita del profitto di qualche speculatore.

La sua impresa, Algebris, ha sede a Londra e riferimenti anche alle Cayman e a Singapore e ,forse, non a caso, al premier è capitato di fare sponda a Cameron nelle disinvolte discussioni europee.

L’Inghilterra , come ha detto recentemente l’insospettabile Federico Rampini a Omnibus , è una sorta di “paradiso fiscale” a danno del resto dell’Europa, in quanto con le politiche fiscali sue e dei suoi “protettorati” allontana le imprese dalle sedi fiscali degli altri stati del continente. La Fiat ne è un esempio evidente. Altro che appartenenza della Gran Bretagna all’Europa , ne è un vero nemico economico .

Povero Rossi ! Ti vai a raccomandare proprio a chi ha amici che navigano a proprio agio nel mondo della speculazione finanziaria! Un tempo queste cose i comunisti le capivano al volo. Ma, probabilmente, in questo senso è vero, che i comunisti, ormai, sono ormai scomparsi.

Pietro Giubilo

30/10/2014 [stampa]
La Leopolda e la piazza
La coincidenza delle due manifestazioni della sinistra , quella organizzata dalla segreteria del PD alla Leopolda di Firenze e quella a Piazza San Giovanni della CGIL a Roma, ha aiutato a evidenziare le diversità di contenuti, di toni e di linguaggio tra ciò che resta della sinistra nella sua tradizionale conformazione politica e ciò che ormai si manifesta nel “renzismo”. Anche sul piano estetico, se c’è un elemento che, emblematicamente, esprime la differenza – anzi l’opposizione - tra le due “concezioni politiche “, esso è rappresentato dai colori delle immagini delle due manifestazioni. A Firenze nella ex stazione ferroviaria campeggiava il nero della sceneggiatura ideata dal board del Segretario, a Roma primeggiava il rosso delle bandiere del sindacato di classe.

La Leopolda e la piazza ovvero il nero e il rosso, il garage dell’inventore americano dell’i pad e lo spazio appartenuto da sempre al sindacato , violato da Berlusconi , che qualche tempo addietro era riuscito a renderla ancora più immensa, anche se non “rossa”.

Nonostante la solita sceneggiatura di “forza”, il declino politico della piazza è evidente . Questo deve essere considerato un merito storico di Berlusconi che, impedendo la vittoria della “brigata “ occhettiana nel 1994, fino al sostanziale pareggio del 2013 - ha condotto al logoramento ed alla sconfitta la classe politica che ha guidato i post comunisti nel ventennio, aprendo la strada all’arrivo del “barbaro”. E’ in questo senso che Renzi può essere definito “figlio” di Berlusconi , cioè emergente perché i suoi avversari , prima che da lui erano stati già sconfitti dall’ex Cavaliere.

La presenza alla manifestazione antigovernativa di Roma di molti esponenti della minoranza del PD fa compiere un passo ulteriore alla contrapposizione interna al Partito di Renzi. Siamo vicini, dunque, alla nascita di un nuovo partito che metterebbe insieme parte del PD, gli altri soggetti della sinistra e la forza del sindacato ?

La scissione avverrà, ma nei tempi che le condizioni consentiranno.

Ancora una volta, per il momento, le parole degli assenti alla Leopolda la escludono. Del resto le scissioni non si annunciano, si fanno e la storia del PCI, l’antenato nobile della filiera che ha condotto al PD, mostra questa “incoerenza”: esso nacque a Livorno nel 1921 da una scissione , eppure per decenni, lungo la sua vita politica ed oltre, ebbe un giornale chiamato l’Unità.

In fondo, il “rosso” e il “nero”esprimono anche una verità che è rimasta a lungo nascosta : le due anime del PD, non erano quella socialista e quella cattolico democratica, ma un massimalismo di sinistra e una linea riformista che, non realizzandosi la scelta socialdemocratica, si è sviluppata fino a sfiorare l’ultraliberismo. I cattolici democratici hanno per anni raccontato la favola di una loro cultura fondante che avrebbe prevalso rispetto a quella post comunista. Il dossettismo tentò di accreditarsi come la cultura unificante, ma, poi, i fatti mostrarono l’utopistica inconsistenza di questo tentativo fondante e soprattutto, comunque, il suo fallimento.

Il “renzismo” è il prodotto di un ”salto” storico : il PCI è passato dalla cultura comunista al liberismo , senza passare per la socialdemocrazia. Nonostante quello che ha scritto Folli sul Sole 24 Ore, la Leopolda non è la Bad Godesberg dell’Italia .

Al momento, la netta prevalenza e l’impetuosità del premier e la scarsissima consistenza di buona parte della dirigenza dell’opposizione, inducono a miti consigli , mentre si ipotizza un “console straniero” a guidare un eventuale partito nuovo : il leader dei metalmeccanici Landini, ma ciò sarebbe una ulteriore dimostrazione della mancanza di classe politica.

Non si tratta, comunque, solo di impetuosità ed arroganza . Si comincia ad evidenziare quello che Renzi sta costruendo: un forte radicamento di potere. Emerge non tanto un “giglio magico”, ma una sorta di “ghirlanda fiorentina” che parte da Serra e Carrai e prosegue con Fabrizio Landi di Finmeccanica, Alberto Bianchi di Enel e Marco Seracini di Eni che, a detta di loro stessi, costituiscono un “sodalizio” preesistente e collaudato con una impronta, oltre che di interessi, anche di una visione “modernizzante”. Una “ghirlanda” che tende ad inquadrarsi bene anche nei riferimenti internazionali , come ha dimostrato l’appoggio di Renzi a Cameron nel recente summit europeo.

Questa connotazione di potere rende ancora più chiaro e significativo il distacco tra le due concezioni politiche del “rosso” e del “nero”.

Quando potrebbe avvenire il distacco vero e proprio , cioè la scissione?

Una prova generale potrà essere la discussione alla Camera della legge delega sul lavoro. Se anche qui, al fine di impedire una differenziazione di voto all’interno del PD su emendamenti al testo, dovesse verificarsi la presentazione da parte del governo della fiducia , probabilmente nascerebbero i primi distacchi: Fassina ha già dichiarato che se il testo rimane quello non avrebbe il suo voto. Ma al Senato è successo tutto questo senza che le opposizioni del PD si differenziassero sul voto di fiducia.

La partita, probabilmente , si giocherà più in là, quando, tra sei mesi, si dovrà verificare il successo o meno delle formule renziane introdotte nella legge di stabilità. Se l’andamento recessivo e di stagnazione dovesse perpetuarsi, allora, l’indebolimento di Renzi , potrebbe far scattare lo spazio politico di una scissione che avrebbe il suo humus nella situazione sociale del Paese.

A quel punto si aprirebbe una corsa tra la possibile scissione a sinistra e la decisione di Renzi di andare ad elezioni .

Non è da escludere che, se dovesse verificarsi una condizione difficile per l’Italia, sul piano economico e politico , possano aprirsi scenari inquietanti come il tentativo di insediare una qualche rappresentanza della troika ( BCE, Fondo Monetario Internazionale e Commissione europea ) allo scopo di “finire il lavoro di Monti e Letta” come descrive la corrispondenza tra Obama e l’ambasciata americana durante il cambio che portò al governo Renzi ( vedi la corrispondenza di Mastrolilli da New York su La Stampa del 3 settembre di quest’anno ). Tuttavia per un incarico “tecnico” , Napolitano, non è nella condizione di imporsi come fece nel 2011 con la preparazione della svolta e la sostituzione di Berlusconi con Monti .

Una questione fondamentale e per il momento poco analizzata dai media è chi potrebbe sostituire Napolitano al vertice della Repubblica. Ne ha accennato De Bortoli nel suo editoriale su Renzi, parlando di un possibile contenuto nel patto del Nazareno. Scrivendo che l’elezione potrebbe avvenire all’inizio del 2015. Sul Corriere della Sera scrive Marzio Breda uno dei pochissimi giornalisti accreditati al Quirinale.

Si profila per l’Italia un groviglio economico, politico e istituzionale .

22/10/2014 [stampa]
L’INUTILE PROVOCAZIONE DI UN SINDACO VIRTUALE
Ignazio Marino ha fatto della virtualità la forma del suo sindacato. Ha iniziato pensando di illudere i romani che, nel caos del traffico, fosse possibile usare la bicicletta per spostarsi. Ha fatto passare per un grande progetto archeologico- culturale una limitazione delle auto private sulla via dei fori imperiali che ha intasato e inquinato le strade circostanti. Ha deciso di aumentare il ticket per la sosta e, nello stesso tempo, ha ridotto numero e frequenze dei mezzi pubblici, come dire ai romani: “arrangiatevi”.

Roma è oggi una città al buio . Provate ad attraversare piazza Venezia a piedi la sera, la sopravvivenza è a rischio. Si risparmia sulla illuminazione pubblica? Eppure Roma è la città più tassata d’Italia: ha l’Irpef comunale più cara, la TASI al massimo possibile, e , poiché esporta i suoi rifiuti, il romano ha la TARI più alta. Da settembre Marino fa pagare l’asilo nido anche per il terzo figlio, prima esente. Con un bilancio di questo tipo un sindaco “normale” non dormirebbe la notte. Il suo stesso partito prova imbarazzo. Eppure Ignazio Marino è sempre ilare e leggiadro. Provate ad osservare le sue foto: ride sempre.

A questo medico genovese “cacciato” da una organizzazione sanitaria USA per irregolarità amministrativa, piace governare virtualmente. Presa carta e penna ha trascritto - non si sa bene dove – 16 matrimoni stipulati all’estero tra omosessuali, senza alcuna validità giuridica, eppure, come ha scritto la supina corrispondente del Corriere della Sera: “ le coppie omosessuali festeggiano la legalità acquisita”.

Ilare e leggiadro è andato avanti , ignorando la circolare del Ministro dell’Interno , gli avvisi del Prefetto e la notizia che, dieci giorni prima la Corte di Appello di Firenze , accogliendo il ricorso della Procura ha trasmesso al comune di Grosseto, la sentenza con la quale dichiarava illegittima la trascrizione di un matrimonio omosessuale contratto all’estero , che, quindi, veniva cancellata.

Il Prefetto Pecoraro ha intimato al sindaco di cancellare l’atto entro domani, pur premettendo che “dal punto di vista penale” non c’è “ nulla” e , quindi assolvendolo da questa illegittimità, perché “si è trattato di un atto politico”.

Forse sarà vero che compiere atti illegittimi non abbia un rilievo penale. In fondo anche questo appartiene alla “virtualità” di un sindaco illusionista che , come una star, firma , come dice Alfano, solo “autografi”.

14/10/2014 [stampa]
IL CALIFFATO E GLI STATI UNITI
Quando ad agosto, qualche giorno dopo la decapitazione del reporter americano James Foley , Sergio Romano scrisse su il Corsera “Obama reagisce all’avvenimento del giorno , ma non sembra avere un disegno complessivo degli obiettivi da raggiungere” , coglieva i limiti della politica estera statunitense che , dopo l’era Bush, non ha più una strategia complessiva.

E , aggiungeva, “per salvare l’Iraq ciò che serve in questo momento è una grande coalizione fra tutti coloro che hanno un evidente interesse a fermare per tempo l’avanzata di una minoranza fanatica”.

Ora, gli avvenimenti che si sono susseguiti dimostrano che questa “grande coalizione” che sarebbe dovuta essere ispirata dall’iniziativa americana , ancora non esiste. Washington si è dimostrata incapace a convogliare su un interesse generale prevalente i soggetti che sono interessati alla stabilizzazione dell’area che continuano a seguire strategie divergenti e conflittuali, favorendo , di fatto, lo sviluppo del “Califfato”.

Assad deve combattere strenuamente contro gli attacchi dei guerriglieri finanziati dai sauditi e dagli stessi americani. L’Iran sciita che difende Damasco e che avrebbe interesse a combattere i sunniti e la degenerazione dello Stato islamico ( IS ) non è coinvolta per le diffidenze di Israele verso il suo sviluppo nucleare. Con la Russia che ha mostrato interesse per la difesa dell’Iraq con aiuti militari, Washington ha ripreso la sua politica di contenimento . La Turchia esita ad intervenire , di fatto favorendo l’avanzata dell’IS nei territori ove sono stabiliti i curdi per l’antica e mai sopita ostilità. I bombardamenti americani sono insufficienti a modificare sostanzialmente la situazione a terra che l’Iraq dilaniato da anni di “guerra civile” non è in grado di affrontare e vincere.

La prova evidente di queste contraddizioni sono le modalità con le quali Obama è sceso in campo con i bombardamenti , dopo molte esitazioni: senza un vero accordo con Damasco, senza una visione complessiva, senza una adeguata iniziativa diplomatica.

In qualche modo Obama, anche sulla Siria, si è dimostrato un apprendista stregone . Prima si è allineato all’offensiva dei sauditi contro Damasco senza mettere nel conto che il governo siriano poteva contare su appoggi esterni molto importanti : quello dell’Iran e quello della Russia. La efficace difesa di Assad ha prolungato una guerra che è andata degenerando, suscitando sia gli interventi dei quaedisti , sia l’ulteriore sviluppo del Califfato. Le due realtà paiono anche combinarsi .

La radicale iniziativa dell’IS , in qualche modo contenuta in Siria, dove è nata, si è quindi rivolta verso l’Iraq, il punto debole della regione ,dove ha trovato anche sostegno nei vecchi seguaci di Saddam, arrivando ad insidiare la stessa Bagdad.

La Turchia pur essendo un importante membro della NATO non appare , al momento coinvolta nella strategia americana, preferendo assistere passivamente di fronte agli scontri che vedono i curdi sul rischio di soccombere. Lo stesso premier non disdegna di rincorrere il sogno di un nuovo impero ottomano .

Tranne, quindi i sauditi che inseguono un loro preciso interesse, verso gli USA manca qualsiasi atteggiamento di coinvolgimento in una strategia complessiva. Il logoramento della inadeguata figura di Obama, probabilmente è la causa di questa sconfitta senza precedenti dell’iniziativa americana e del suo possibile fallimento sul campo.

Nel tempo che gli è rimasto Obama non ha la forza per affrontare la situazione . L’unipolarismo americano è nella parabola discendente : le diffidenze della Cina, la rottura con Mosca, la disarticolazione dei paesi europei dimostrano uno sfaldamento di un ordine internazionale che Washington aveva tentato di costruire negli anni della caduta dell’URSS, della Cina ancora in via di crescita e di un Medio Oriente stabilizzato intorno ai regimi dittatoriali, ovvero agli stati nazionali.

L’Occidente appare, oggi, quindi senza una guida autorevole in attesa delle elezioni presidenziali americane . E’ un’attesa rischiosa perché le “rivoluzioni islamiche” , “la guerra santa” , proprio per l’evoluzione che sta verificandosi , può espandersi oltre le zone di guerra del Medio Oriente. L’Europa è vicina e le minoranze islamiche non integrate possono essere il terminale del grido di guerra del “Califfo”.

Ci ritroviamo nella conclusione dell’editoriale del numero di settembre del mensile Limes dedicato appunto alle “maschere del Califfo”.

“ I primi a soffrirne saremmo noi , in Italia e nell’Europa più esposta ai venti di levante. Altre guerre del golfo, contemporanee alla grave crisi con la Russia , alla somalizzazione della Libia, alla stagnazione dell’Eurozona e alla deflazione in casa nostra, potrebbero infliggerci il knock out definitivo. Del quale saremmo corresponsabili , non solo per omissione. Forse i cinesi viaggiano gratis e gli americani si sono persi nel labirinto del mondo. Solo noi, però, paghiamo per andare a sbattere contro il muro”.

Pietro Giubilo

03/10/2014 [stampa]
IL POCO “QUANTITATIVE EASING” DELLA BCE NON BASTA ALL’ECONOMIA EUROPEA
Mentre Draghi presiedeva il Consiglio della BCE e confermava le sue intenzioni di portare avanti il suo programma “di acquisto di Abs , titoli che impacchettano prestiti a imprese e famiglie e di obbligazioni garantite bancarie” , ha anche sottolineato i rischi di carattere geopolitico ,mentre ha dovuto ammettere che le “aspettative antinflazionistiche sono peggiorate” , cioè una delle cause e sintomo della stagnazione.

In contemporanea ha parlato anche Christine Lagarde la numero uno del Fondo Monetario Internazionale che ha composto una diagnosi più negativa affermando che la “ripresa è fragile , irregolare e piena di rischi” e che ”ci sono alcune nubi preoccupanti all’orizzonte tra cui quella che la crescita resti lenta a lungo” mentre la ” politica monetaria da sola non è sufficiente” .

Del resto proprio in questi giorni si era espressa la posizione tedesca che aveva invitato Draghi ad una maggiore sobrietà, non condividendo molti aspetti delle intenzioni di Draghi. Il termometro della situazione l’ha fornito la reazione delle borse che , in tutta Europa hanno subito un crollo “bruciando” 222 miliardi di euro con Piazza Affari che ne ha lasciati 19 sul campo fermandosi ad un -3,9 %, seguita da Parigi ( -2,8% ) da Francoforte ( -1,99% ) e da Londra con una perdita dell’1,69%. Questa reazione dei mercati dimostra la scarsa fiducia nelle pur prudenti indicazioni del Presidente della BCE e , probabilmente, ancora meno fiducia nelle possibilità degli interventi dei governi per superare la crisi. Proprio in questi giorni viene diffusa l’edizione italiana di un agile volumetto che contiene le ”lezioni” di Ben Bernanke su “ Federa Reserve e la crisi finanziaria “ , nelle quali l’ex Governatore della Banca Centrale americana descrive quale sia il significato di questi organismi e come abbiano agito nella crisi iniziata nel 2008. Senza analizzare quanto descrive Bernanke basti qui sottolineare la riaffermazione che viene fatta della funzione di “prestatore di ultima istanza” della banca americana , gli interventi di “quantitative easing” portati avanti con continuità e di dimensioni superiori a quelli della BCE e, soprattutto, come acquisti diretti ed infine il fatto che” la Federal Reserve ha lavorato in ottimo coordinamento con le autorità degli Stati Uniti e di altri Paesi”. Tutti questi elementi non sono presenti nella “mission” della BCE che rimane assai limitata nella sua capacità ci intervento pur nello sforzo del suo governatore . Nella caratterizzazione della economia contemporanea ove la componente finanziaria ha assunto un ruolo elevatissimo proprio la mancanza di una adeguata autorità è una delle concause della crisi e della incapacità a risolverla. Anche l’assenza o la limitatezza degli interventi governativi – quelli che auspicava la dottrina economica di Keynes – costituisce un’altra “assenza” che limita fortemente il governo dell’economia. Questa affidata alla finanza privata tende a svolgersi su di un piano di carattere speculativo , soffocando l’economia reale, cioè quella che si fonda sulla crescita della ricchezza prodotta ed in particolare nell’ambito manifatturiere che, per esempio, in Italia costituisce il maggior fattore di sviluppo imprenditoriale ed occupazionale. Del resto la maggiore dimostrazione di questa differenza tra USA ed Europa sta nella condizione delle loro economie: negli USA , cioè nel Paese dal quale è partita la crisi del 2008, l’occupazione ha raggiunto unlive3llo soddisfacente e la crescita del prodotto interno supera il 4 per cento, in Europa abbiamo una disoccupazione media del 12 per cento ed una stagnazione generalizzata. Ora, il protrarsi di questa situazione provoca - è il caso soprattutto dell’Italia – la massiccia perdita di un patrimonio imprenditoriale assai difficilmente ricostruibile e la prospettiva di una protesta generalizzata per l’alto tasso di disoccupazione e l’impoverimenti dei ceti medi. In queste condizioni risulta sempre più difficile per l’Europa la costruzione della sua unità politica, perché la crisi provoca una lacerazione dei rapporti, come sta dimostrando anche il caso della Francia che , sul rispetto dei parametri europei sta divergendo le sue scelte da quelle che sostiene , invece, la Germania.

29/09/2014 [stampa]
RENZI ALL’ULTIMA SPIAGGIA ?
Come avevamo intuito e scritto con una nota del 16 luglio che titolava “ Il Corriere della Sera cambia verso su Renzi ? “ ( si veda nella stessa pagina ) , al sostegno piuttosto fideistico basato su dichiarazioni spesso rimaste pure intenzioni nei riguardi del premier , sta subentrando una critica sempre più netta , dovuta forse ad una incipiente delusione o a una partita di potere pesante e poco chiara.

I toni con i quali un certo establishment economico editoriale sta esercitando la sua critica al premier Renzi, infatti , vanno crescendo. Il Direttore pro tempore del quotidiano di via Solferino De Bortoli , ha messo nero su bianco la sua sfiducia nel governo; Della Valle , secondo azionista di RCS dopo la Fiat, addirittura arriva a definire Renzi a “Otto e mezzo” una “sola”.

La gravità dell’attacco dell’editoriale del Corriere della Sera di giovedì è dimostrata anche dal fatto che essa è avvenuta mentre il Presidente del Consiglio si trovava negli Stati Uniti. Il viaggio ha rappresentato la speranza in una ”zattera di salvataggio” per il naufragio della politica europea del premier . Renzi, infatti, aveva tentato, inutilmente, di convincere sia la Merkel a modificare la sua politica di interpretazione rigorosa dei regolamenti sia Hollande a schierarsi con lui su questa linea , non muovendolo, tuttavia, sostanzialmente, dalla politica nell’alveo dell’”asse” franco tedesco.

La questione , poi, sembra ingarbugliarsi perché il Corriere della Sera di domenica 28, ospita , come non avveniva da tempo, una intervista a Massimo D’Alema. Il titolo è eloquente: “D’Alema: Renzi istruito da Verdini”.

Quali le motivazioni che hanno portato allo scontro tra il Corriere della Sera e il premier ? Si potrebbe supporre che ci sia una sfiducia nei riguardi di alcune scelte programmatiche: l’art 18 interessa relativamente il mondo imprenditoriale, la legge delega non è considerata sufficiente in quanto darà i suoi frutti, se tutto va bene, tra un anno, un anno e mezzo; i provvedimenti previsti nella finanziaria riguarderebbe più le tutele sociali ( salario sociale – indennità di disoccupazione al posto della cassa integrazione ) che non la detassazione delle imprese, giunte ormai al collasso .

Ma non può essere solo questo, poiché sono provvedimenti in discussione sui quali la CONFINDUSTRIA può intervenire e riuscire a portare a casa qualcosa.

Il riferimento che D’Alema fa alla “vecchia guardia” degli “avversari … rappresentata da Berlusconi e Vedini” con la quale Renzi dialogherebbe , fa il paio con quanto ha scritto De Bortoli sullo “ stantio odore di massoneria”. E , poi, il cuore delle questioni sollevate da quell’editoriale è rappresentato dalla domanda angosciata del direttore : “ Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il Presidente della Repubblica all’inizio del 2015” ?

Con questa presa di posizione il Corsera entra con i piedi sul piatto delle questioni del potere istituzionale italiano, in quanto la Presidenza della Repubblica, nel caos istituzionale e politico imperante, rappresenta, come spesso in passato, la questione di maggior rilievo e lo scontro intorno al quale ruota il sistema politico.

L’editoriale tende a far sapere che non debbono esserci accordi che non siano conosciuti , valutati ed accettati dalla potente consorteria imprenditoriale che guida il quotidiano. Per questo obbiettivo si può fare tutto : attaccare il premier mentre si trova all’estero ( nessuno ricorda gli strilli di scandalo quando Berlusconi azzardò la mossa politica delle dimissioni dei suoi parlamentari mentre Letta era negli USA ? ) ; va bene D’Alema, da sempre attaccato dal Corriere, se denuncia il ruolo di Verdini nell’elaborazione dell’appoggio di Berlusconi al governo. L’ articolo 18 passa in ultima fila.

Renzi di fronte a questi attacchi non sembra scomporsi : non ha paura dei “poteri forti”, ma del “pensiero debole”.

Tuttavia Renzi è un personaggio costruito che ha vinto le primarie interne al PD e ha ottenuto un risultato elettorale incoraggiante, ma esaltato dall’astensionismo delle elezioni europee. Non ha una forza personale, non ha una legittimazione elettorale, ha una dissidenza parlamentare importante. Berlusconi possedeva le prime due e, ad un certo momento, subì la dissidenza finiana.

Sembra avere il sostegno di Giorgio Napolitano che, tuttavia , non può dimenticare che è stato proprio l’ex sindaco di Firenze a cacciare il premier da lui indicato anche contro Bersani e difficilmente gradirà una spaccatura del PD, anche se non è più il partito nel quale ha vissuto tanta parte della sua vita politica.

C’è poi un’altra ostilità che non andrebbe sottovalutata , la parte politicizzata della Magistratura che non gradisce riforme che ne riducano il peso nel sistema dei poteri. E i segnali, anche altolocati, non sembrano mancare.

Renzi, preso dall’euforia di vivere una stagione di grandi soddisfazioni che lo hanno fatto uscire dalla “piccola “Firenze non sembra cogliere il senso di ciò che sta accadendo.

Si stanno muovendo troppe cose e rischia di trovarsi troppo solo e l’appoggio di Berlusconi potrebbe essere agli occhi “discreti” di certi “poteri” una aggravante . E non sarà certo Mario Draghi a togliergli le castagne dal fuoco e ad evitare che la tanto attesa troika che, come dice Tremonti, è arrivata a Vipiteno, prenda la strada di Roma.

La ricreazione finirebbe e il pallone gonfiato si affloscerebbe ; il salvataggio dell’Italia sarebbe a prezzo della cessione di una parte importante della sua sovranità.

Dietro la nebbia delle parole renziane , si vanno dettagliando i contorni di una operazione “in grande stile”.

Pietro Giubilo

16/07/2014 [stampa]
IL CORRIERE DELLA SERA CAMBIA VERSO SU RENZI ?
Incuriosisce il recentissimo susseguirsi di articoli di fondo del Corriere della Sera critici o, quantomeno, non in linea con le posizioni e i risultati politici dell’azione del governo.

E’ vero che il quotidiano di via Solferino aveva fino all’ultimo supportato Enrico Letta, ma,poi, era passato a sostenere il nuovo premier , senza mettere in rilievo il golpe di partito con il quale aveva conquistato Palazzo Chigi.

Ha cominciato sabato 12 un fondo dell’autorevole Lucrezia Reichlin che metteva in evidenza l’inutilità delle richieste dell’Italia per una maggiore flessibilità sulla quale si era spinto oltre misura il governo , teorizzandone , addirittura l’inopportunità e il risultato di essere controproducente.

Si è poi aggiunto, domenica 13, un lungo ragionamento di Angelo Panebianco che nelle dichiarazioni di Renzi , ospitato su tre pagine dello stesso numero dall’intervista della sua “sostenitrice” Maria Teresa Meli , sottolineava l’assenza di due questioni fondamentali per l’Italia: la riduzione delle tasse e l’impegno europeo sull’immigrazione.

Lunedì 14 è stata la volta di un duro e lungo editoriale di Ernesto Galli della Loggia che, partendo dalle decisioni sul “servizio civile” rimproverava il governo di aver scelto “la burocrazia della solidarietà” per dare “un po’ di soldi pubblici in più”. Evidenziava poi, il “carisma vuoto” e “il senso di disillusione” che iniziava ad accompagnare l’azione del premier , mentre lo invitava a non lasciarsi ingannare “ da coloro che vogliono salire sul carro del vincitore”. Riferendosi alle europee , avvertiva Renzi che “la vittoria elettorale è un preannuncio di consensi a guai a considerarlo un consenso già acquisito e consolidato”.L’ Italia “sull’orlo di un vero e proprio declino storico” ha bisogno di “un mutamento rapido e radicale”,ma il governo finora “ non ha compiuto il passo decisivo per avviare la svolta che il Paese attende”.Concludeva con un dubbio sostanziale sulle capacità del premier: il Paese ha bisogno di “verità” , ma per farlo “serve una cultura politica , una conoscenza della società italiana e della sua storia , un’ispirazione anche morale che non so se egli abbia”.

Anche martedì 15 arriva ancora un fondo, questa volta di Michele Ainis che descrive come nelle pieghe della riforma costituzionale in discussione si realizzi la cancellazione di due strumenti di democrazia diretta : le leggi popolari e il referendum abrogativo che, con l’innalzamento delle firme necessarie, vengono , di fatto,abrogati.

Ci domandiamo come mai questa lunga sequela di critiche da parte del giornale di punta di RCS che, poi, è il gotha dell’ editoria imprenditoriale?

Un segnale “autorevole” di preoccupazione verso Renzi è uscito fuori dal Financial Time che ha scritto, proprio in questi giorni, due articoli per segnalare come la linea del Ministro degli esteri Mogherini non è appezzata dalla Polonia e dai Paesi baltici perché considerata non sufficientemente allineata contro la Russia di Putin e perché sostenitrice del progetto del gasdotto South Stream.

Una ulteriore motivazione potrebbe derivare dai numerosi segnali di fallimento che vanno emergendo: dall’aumento del debito, alla riduzione della produzione industriale, dall’incremento della aree di povertà alla netta deflazione, fino alle perplessità sulla richiesta di flessibilità che ha espresso anche Mario Draghi.

Inoltre la sensazione che la politica degli annunci produca un logoramento , mentre la revisione della spesa che dovrebbe finanziare la riduzione del cuneo fiscale sembra approdata al porto delle nebbie, nonostante le “autorevoli”e ben pagate consulenze .

Infine il pasticcio delle riforme con un Senato eletto dai gruppi regionali, cioè da coloro che hanno dimostrato il modo peggiore di gestire i fondi pubblici e la riforma elettorale sulla quale si svolge uno scontro non componibile tra Forza Italia e Nuovo Centro destra che porta Renzi nel dilemma tra la coerenza dell’ indispensabile alleanza di governo e il mantenimento del necessario patto del Nazareno con Berlusconi. Si ricordi che l’Italicum, dove si registrerà il principale scontro politico, verrà discusso prima della seconda lettura del ddl sulla Nuovo Senato .

Insomma, nonostante la iattanza che lo contraddistingue, Renzi rischia di avviarsi su un percorso di logoramento interno ed europeo e le “antenne” del “Corriere”, forse, lo stanno già avvertendo.

Pietro Giubilo

14/07/2014 [stampa]
USA – EUROPA: UNA CERTA IDEA DELL’ALLEANZA
Anche il compassato Sergio Romano, sulla vicenda dello spionaggio in Germania e l’espulsione decretata dalla Merkel , ritiene che “gli Stati Uniti … continua[no] a considerarsi ‘indispensabili’ e quindi autorizzat[i] a fare ciò che agli altri sarebbe proibito” . Questa concezione del rapporto con il resto del mondo, alleati compresi, l’ex ambasciatore la definisce “una candida arroganza” ( Corriere della Sera 11 luglio ). A nostro avviso l’aggettivo edulcora troppo la portata reale del sostantivo.

Romano giustifica questa invadenza, ritenendo che avvenga per quel “senso di insicurezza e vulnerabilità” seguito agli “attentati dell’11 settembre” , ricordando anche il “Patriot act” con il quale Bush introdusse “poteri e facoltà che in altri momenti sarebbero parsi clamorosamente illiberali”. Viene ricordato l’immenso patrimonio di dati di cui si impadroniscono i sistemi di intercettazione e le reti di sicurezza comprese “imbarazzanti conversazioni private , trattative confidenziali per la conclusione di un affare, scambi d’informazioni” e le loro possibili utilizzazioni sotto gli aspetti economici e dei relativi interessi.

Solo un paio di mesi fa’ è uscito in italiano il libro di Glenn Greenwald scritto sulla base delle “informazioni” inviate all’autore da “Cincinnatus” , alias Edward Snowden , quell’informatico che ha lavorato per CIA e NSA e che decise di “rivelare al mondo” ciò che accadeva in questi enti della sicurezza americani e che oggi è “ospite” di Mosca. Questo libro offre argomenti importanti a coloro che ritengono che la “democrazia sorvegliata” non sia una vera democrazia, come ha avuto modo di spiegare con grande efficacia Gennaro Malgieri nel convegno di presentazione del trimestrale Tradizione ( “L’alternativa alla democrazia incompiuta” ) i cui atti sono in imminente uscita sul n.4 . Quello che qui ci interessa rilevare è l’aspetto di politica estera che , secondo noi, sottende alla vicende dello spionaggio usa in Germania.

Ci aiuta a inquadrare la questione un’ interessante analisi di Alfredo Macchi , giornalista e inviato in Asia e Medio Oriente , contenuta nel numero di luglio di Limes ( “ A che servono i servizi” ) che esamina le influenze mediatiche e di intelligence sulle ”rivolte colorate” nell’est europeo ad opera di organizzazioni ispirate e finanziate negli Stati Uniti. Ricorda l’emblematica vicenda dell’ottobre 2000 che portò alla rivolta di piazza che condusse alla caduta del presidente serbo Slobodan Milosevich, inaugurando quello che viene chiamato il “metodo Belgrado” che ebbe modo di dilagare, in Georgia, Ucraina e Kirghizistan , fino a piazza Maidan ed alla crisi attuale tra Stati Uniti e Russia.

C’è un approccio geopolitico assai differente tra gli Stati Uniti e la Germania rispetto alla Russia di Putin. Le rivoluzioni colorate sono ispirate dall’idea statunitense di un contenimento della Russia come potenza regionale e, soprattutto c’è un allarme reale per il possibile “allaccio” tra la Germania e il resto dell’Europa . I progetti dei gasdotti , a nord – ormai realizzato ed in via di ampliamento – e a sud – in progettazione con l’importante contributo dell’Italia con l’ENI – , possono costituire l’infrastruttura energetica che può costruire un insieme di potenziale economico tale da creare difficoltà all’economia e alla politica americane. La Germania , come è noto , soprattutto con i suoi leader socialdemocratici ha sostenuto questa linea e Angela Merkel non si è certo sottratta ai vantaggi di un interscambio con l’est molto vantaggioso. La stessa recente vicenda ucraina ha visto gran parte dell’Europa ( Germania, Italia, Francia ) su posizioni non coincidenti con quelle americane e , più recentemente, da parte della politica europea si è sostenuto la necessità di una tregua nell’est dell’Ucraina che, di fatto avvierebbe un possibile riconoscimento dello status quo o di una posizione di quasi indipendenza per le zone russofone , rispetto all’indirizzo bellicista di GB e USA che spingono il neo eletto presidente l’oligarca Poroshenko ad andare avanti con la repressione per sfidare la Russia .

Una emblematica contrapposizione di queste linee di politica estera, come racconta Marco Gorra su Libero del 11 luglio , è rappresentata dalla presenza di R. Hunter Biden, figlio del vicepresidente statunitense Joe, in Burisma Holding la società nata col compito di resistere al colosso russo Gazprom, nel cui cda figura Gerhard Schroeder l’ex cancelliere socialdemocratico.

Di conseguenza dietro alla vicenda del ripetuto spionaggio americano nei riguardi della Germania e della stessa Cancelliera Merkel, si nasconde una profonda diversità politica ed una altrettanto evidente diffidenza . L’idea che si possa mettere sotto osservazione di intelligence un alleato dà l’idea della concezione attuale dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa . Non vi è dubbio che, invece, la prospettiva di una riconferma di questa alleanza si deva basare da un lato nella presa coscienza da parte europea della necessità di una più forte unità politica con le relative responsabilità sul piano militare e strategico, ma anche di un limes che comprenda lo sviluppo di una integrazione economica e di un rapporto non conflittuale con la Russia che consenta anche di impedire che nell’area centro europea si affaccino scenari di guerra a tutto danno di queste stesse nazioni sulla cui pelle si sono giocati troppe volte gli interessi delle grandi potenze. P.G.

14/07/2014 [stampa]
SUI DIRITTI DEI GAY UN SONDAGGIO CHE VUOLE FARE TENDENZA
Un sondaggio-inchiesta del Corriere della Sera sui diritti delle coppie gay - pubblicato domenica 6 luglio - dimostrerebbe che in Italia siamo di fronte ad un “ cambiamento” di opinione sul tema . Il sapore politico di questa inchiesta emerge , in particolare, quando viene sottolineato che questa “svolta” sarebbe avvenuta, soprattutto, da parte di “cattolici e centrodestra “.

Il titolo è costruito così: “ Coppie gay, svolta di cattolici e centrodestra . Il 78% degli italiani si schiera per i diritti”; per la verità il sondaggio era impostato con il seguente quesito: “Alcune forze politiche propongono che le coppie omosessuali abbiano gli stessi diritti delle coppie etero ad esempio per l’eredità e l’assistenza in ospedale . Lei è d’accordo ? “ . Il meccanismo è collaudato: si indicano alcune esigenze umanitarie per le coppie gay ( l’assistenza in ospedale ) o elementi che hanno attirato l’opinione pubblica (l’eredità negata al ‘compagno’ di Lucio Dalla), sui quali c’è una vasta opinione favorevole, per la verità anche un po’ costruita, per richiedere gli “stessi diritti” delle coppie eterosessuali.

Che poi risulta evidente dallo stesso sondaggio che gli “stessi diritti” di cui si dichiara l’opinione favorevole del 78 per cento , tuttavia, siano, in effetti, solo alcuni diritti , quelli forse più legati ad aspetti meno essenziali del codice civile. Il punto fondamentale è che se si richiedono gli stessi diritti , sarebbe, di conseguenza, ricompreso anche il diritto di adozione che appartiene , con gli approfondimenti necessari, alle coppie etero. Qui lo stesso sondaggio dimostra che alla domanda se uno sia favorevole “alla possibilità di consentire l’adozione da parte delle coppie omosessuali”, le risposte sono di decisa contrarietà per il 57 per cento degli intervistati e di “abbastanza contrario” per altri 14 per cento. E’ questo il sondaggio chiave che consente di stabilire il parere reale degli italiani rispetto alla proposta del “matrimonio” che viene ideologicamente richiesto dalle posizioni relativiste della sinistra . Per cui, il tutto, viene ridimensionato nell’idea delle “unioni civili” che , logicamente, registrano una discreta opinione favorevole ( il 40 per cento ) .

Ora il dibattito sulle unioni civili appare , oggettivamente, assai fluido in quanto il problema riguarda i contenuti di questo ipotetico istituto. Sono anni, infatti, che esiste una larga opinione favorevole a regolamentare meglio queste situazioni di “convivenza” che , per diverse ragioni si vanno moltiplicando nella attuale società, per una crisi del tradizionale istituto familiare. Lo stesso Berlusconi ha recentemente ribadito una opinione che era stata espressa già alcuni anni fa’. La Chiesa e quindi la posizione ufficiale dei cattolici non può che essere contraria rispetto a tutto ciò che partendo da una esigenza reale, intenda , poi, realizzare una forma surrettizia di matrimonio civile. Perché questo è un altro punto rivelatore dei reali intendimenti di queste proposte : si parte da esigenze del tutto condivisibili per arrivare ad introdurre elementi che costruiscono un matrimonio surrettizio. Un solo esempio: se un elemento della “coppia” dopo un primo matrimonio etero con figli, si decide ad una convivenza “omo” con la consacrazione di un’unione civile, nasce il problema dell’eredità che, se ricompresa nell’unione civile , può danneggiare i figli del precedente matrimonio. Il problema vero resta quello di considerare tutto ciò che è diritto di famiglia, come non trasferibile alle unioni civili ed esaminare quelle situazione che possono essere regolamentate senza che si invada o si danneggi ciò che appartiene al rapporto familiare. Le proposte della sinistra che andranno presto in discussione convergono tutte , di fatto, nell’idea che unioni significhi una forma di matrimonio.

Il sondaggio si presenta , sotto questo aspetto con una precisa puntualità. Si tende ad allargare l’opinioni di chi all’interno del centro destra si muove nella direzione di ampliare l’ambito dei diritti regolamentabili con le unioni civili. Uno dei massimi sostenitori, Lucio Galan, al momento è fuori gioco e , allora, si punta sulla “coppia” Feltri Pascale. L‘idea di far passare come un cambiamento dell’opinione dei cattolici, poi, serve per esercitare indirettamente una forma di pressione nei riguardi delle organizzazioni cattoliche che , a suo tempo, Ruini Presidente della CEI, organizzarono il Family Day che bloccò anche il tentativo di mediazione portato avanti dall’allora ministro Rosy Bindi. Oggi, peraltro, all’interno del PD, la cosiddetta componente cattolica, è completamente naufragata nel nulla.

Lo stesso sondaggio, poi, ha lo sguardo lungo. L’articolo, infatti, si conclude con alcune riflessioni che discendono dalla evidenza della netta opposizione alle adozioni. “Prevale dunque l’idea che per crescere un figlio siano necessarie sia la figura materna che quella paterna e la genitorialità delle coppie omosessuali rappresenti ancora un tabù” è la sconsolata prosa del sondaggista Pagnoncelli. Ma ecco che si accende una speranza e , qui si svela la tendenziosità del sondaggio: “Ma anche in questo caso- sono le ultime parole dell’articolo - come per le unioni civili, forse è solo questione di tempo”.

P. G.

Mentre i risultati vengono presentati come una modifica di opinione che riguarderebbe tutti i diritti , e su questo viene costruito il titolo dell’articolo, poi, nel sottotitolo si mette in evidenza che “7 su dieci sono contrari alle adozioni”.

19/06/2014 [stampa]
IL RIFORMISMO SU MISURA DI RENZI E LA NECESSITA’ DELL’ITALIA
Le vicende interne al PD in vista delle decisioni sulle riforme costituzionali segnalano le difficoltà del premier-segretario Renzi a portare il partito unito verso i passaggi decisivi. I giorni difficili del partito erano stati annunciati dalla posizione del “renziano” Giachetti che si era espresso a favore dell’emendamento , proposto dalla Lega , per approvare , alla Camera, una norma che introduceva la responsabilità civile diretta dei magistrati nei casi di dolo e di violazione delle leggi. Nonostante la linea nuova del premier rispetto ai temi un tempo tabù, come la riforma della giustizia , il partito non è preparato a strappi troppo forti.

Una “diversità” reale della sinistra e del PCI in particolare era stata la capacità di tenuta del partito di fronte alle sfide che provenivano dalla sua destra e dalla sua sinistra.

Questa diversità è finita a seguito di una parabola iniziata , sostanzialmente, con il dopo Togliatti. La lunga agonia politica della sinistra ,prese il via con la scelta “morale” di Berlinguer che mise in secondo piano il programma sociale, proseguì con la insipienza di Occhetto che sintonizzò il PCI sulle onde del partito “ Repubblica”, mentre la logorante ed irrisolta dialettica tra D’Alema e Veltroni avviò la trasformazione del partito nella decadente “ditta” bersaniana. Questi passaggi hanno prodotto un cambiamento che ha asciugato quella forza politica che , in altri tempi, aveva consentito non solo un forte radicamento sociale,” di classe”, ma anche una capacità di “compromesso” politico con la quale la sinistra comunista ebbe un ruolo importante in alcuni momenti della storia italiana del secondo dopoguerra: dalla svolta di Napoli alla approvazione dell’art.7 della Costituzione che introduceva i “patti” firmati da Mussolini.

In buona sostanza, la sinistra è , al momento, approdata al “renzismo” che apre a novità fino a ieri impensabili , avendo nel frattempo esaurito la sua tradizionale identità politico culturale. Tuttavia la sinistra non conosce la fine storia ed anche il “renzismo” deve fare i conti con quel “massimalismo” che si è sempre connotato come una sua possibile ”eresia” . Si tratta di un massimalismo conservatore e “giacobino” E’ così accaduto che una parte dei parlamentari si è opposta alla riforma del Senato così come l’ha connotata Renzi.

In particolare gli emendamenti che vedono come primo firmatario un autorevole parlamentare come Vannino Chiti, contestano la non elezione dei “nuovi” Senatori , introdotta nella bozza di riforma e difesa a spada tratta dal premier.

Per rafforzare la “blindatura” del provvedimento il gruppo pd del Senato ha deciso di sostituire il senatore Mineo con il capogruppo Zanda, assicurandosi solo così la maggioranza della importante commissione Affari costituzionali.

A seguito di questo passaggio “decisionista” voluto da Renzi in viaggio nella Cina, quattordici senatori si sono autosospesi dal gruppo . E’ evidente che le questioni politiche reali non si risolvono con i provvedimenti regolamentari o disciplinari . La sostituzione di Mineo era stata preceduta dalla defenestrazione di un altro componente della commissione, il senatore Mauro, anche lui in odore di eresia rispetto alla “maggioranza” , operata con la risoluta azione di killeraggio di Scelta civica, ormai a servizio permanente ed effettivo del PD.

A questo punto nonostante il tentativo di assicurarsi l’appoggio della Lega - ma l’abilità di Calderoli ad illudere la sinistra è nota – Renzi , con un pd in piena ebollizione, dovrà tentare di fare un accordo con Berlusconi che, dopo i risultati elettorali delle europee, è in cerca di una maggiore visibilità. E’ , quindi, probabile che se pur disponibile ad un accordo in materia di riforme della Costituzione, Berlusconi, porrà condizioni e modifiche che facciano risaltare il ruolo di Forza Italia. L’ex presidente del consiglio non deve cedere, in nome di un recupero di ruolo in appoggio alle riforme di Renzi, rinunciare ad una visibile connotazione politica delle riforme .

La riforma della Costituzione e soprattutto la modifica del Senato non può essere una cosa da “prendere o lasciare”. Forza Italia deve far sentire forte la sua posizione in materia. Certo, l’ideale sarebbe quello di aprire alla elezione diretta del Presidente della Repubblica. In materia costituzionale, essendosi finalmente aperta una fase di riforme, non si deve agire con timidezza, ma presentare proposte di un forte cambiamento che rafforzino la legittimazione del consenso popolare.

Berlusconi ha rilanciato il presidenzialismo con la proposta di una raccolta di firme per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica subito condivisa da Alfano sempre più in difficoltà a reggere il decisionismo di Renzi solo sulle questioni che riguardano primariamente il PD. Il tanto declamato ruolo di Renzi in Europa, per esempio, non è valso a modificare di un millimetro l’atteggiamento di Bruxelles sull’immigrazione. Questa posizione che colloca il quadro delle riforme costituzionali in una cornice più ampia e adeguata può essere un elemento di riorganizzazione del centrodestra.

La linea di Renzi decisa a “domare” la sua fronda interna con l’esplicito “ricatto” delle elezioni anticipate non è solo un fatto interno alla sinistra . E’ un messaggio per tutti. Tuttavia, in fondo, è anche un’arma spuntata perché se si dovesse andare, improvvisamente, ad elezioni anticipate per un ”collasso” della maggioranza, le formazioni minori sia interne al PD che quelle esterne ( NCD ) difficilmente concederebbero a Renzi il vantaggio dell’approvazione di una legge elettorale come l’Italicum e , di conseguenza, il sistema proporzionale, uscito dalla Consulta, garantirebbe al premier solo una maggioranza relativa che non gli consentirebbe di governare come lui ambirebbe , cioè come ”uomo solo al comanda”. Siamo, in definitiva, ancora in una condizione di vischiosità del sistema politico e dopo il non successo del “ berlusconismo” , anche il “ renzismo” mostra i segni di una “incompiutezza”.

Come è stato sottolineato recentemente a Roma al convegno di presentazione della rivista Tradizione, la “incompiutezza” della democrazia italiana risiede oltre che in aspetti storici, culturali e politici, anche nella crisi del sistema costituzionale uscito dal ’47 e al quale non si è provveduto con una “grande riforma”. P. G.

3/06/2014 [stampa]
L’EUROPA DOPO LE ELEZIONI DEL 25 MAGGIO
Quale sarà il quadro politico dell’Europa a seguito dei risultati elettorali del 25 maggio ? Anche se , nella sostanza, ridimensionato, il bipolarismo popolari-socialiasti mantiene la sua preminenza . Ci sono, tuttavia, degli elementi nuovi che avranno un peso politico importante e che potrebbero influire sulle scelte dell’Europa, se non altro perché esprimono un forte disagio di vasti settori popolari in alcuni Stati importanti.

In Gran Bretagna e in Francia hanno conquistato la maggioranza relativa due forze politiche che si pongono in modo alternativa al bipolarismo esistente. Nigel Farage guida l’UK Indipendence Party , che ha nel programma la più completa libertà di mercato e che ha mostrato di incidere sulle posizione del premier conservatore Cameron “sempre più preoccupato di prendere le distanze dall’UE”.

Marine Le Pen con il Front National raccoglie una posizione di tipo nazionalista che, comunque, ha solide radici culturali e politiche nella destra francese. Si tratta , quindi, di due partiti che nulla hanno a che vedere con il movimento di Grillo in Italia , un movimento privo di radici e di cultura politica, frutto della protesta che ha dilagato in Italia per la crisi economica che sta portando ad un mutamento della struttura del Paese, penalizzando giovani e ceti medi e per quella istituzionale, mai realmente affrontata per la resistenza della sinistra ad ogni cambiamento costituzionale. Ci sono, dunque, tutti i presupposti per la possibilità di una loro conferma come partiti di maggioranza relativa nelle prossime elezioni politiche, soprattutto di fronte alle difficoltà degli attuali premier Cameron e di Hollande.

Nei confronti di queste due forze politiche stanno scattando decise forme di esclusione e non ci sono dubbi che anche l’Italia parteciperà con forza ad un rilancio di una omologazione politica europea in chiave di conferma delle linee fino ad oggi portate avanti.

Un esempio di questa cintura di esclusione c’è stato, nel recente passato, anche nei confronti di un governo che pur era guidato da un esponente del partito popolare europeo , ma che intendeva realmente cambiare alcuni connotati della politica europea. La testimonianza dell’ex ministro del Tesoro americano Timothy Geithner ha dimostrato che la struttura di potere europeo rifiuta , anche all’interno delle formazioni politiche principali , tentativi di cambiamento del tipo di quelli che aveva tentato di ottenere Berlusconi. Figuriamoci se un esponente del sinistra come Renzi potrà muoversi realmente in una linea di modifica della politica monetaria e finanziaria degli organismi europei ! Come si fa a ritenere che la sinistra vincitrice in Italia possa intervenire per modificare e creare una svolta rispetto ad una costruzione che è stata portata avanti da decenni? Gli organismi europei a cominciare dal Presidente della commissione saranno , con molta probabilità, frutto di un accordo tra PPE e PSE e si andrà verso politiche di carattere consociativo , tutto sommato in una linea di programma che non si discosterà da quella fino ad oggi portata avanti e siglata nei trattati e nei relativi regolamenti. Sarà quindi assai difficile che avvengano quelle novità nella politica europea in grado di invertire un trend che sta penalizzando le economie reali, che ha tolto sovranità politica agli organismi elettivi , che ha stabilito un ruolo decisionale alle strutture tecnocratiche e burocratiche, che ha allargato il potere delle banche e che ha portato l’Europa ad essere un continente devastato dalla disoccupazione , dalle diseguaglianze e dalla erosione dei suoi sistemi sociali .

Non sono in vista neppure cambiamenti sostanziali della sua politica estera . Quel minimo orizzonte europeista andrà spegnendosi del tutto in una rinnovata organizzazione euroatlantica e la vicenda ucraina mostra che ogni tentativo di allargare Il limes europeo ad una concezione geopolitica di area più vasta , sarà soffocato da una imposizione di guerra fredda che rinnoverà uno scontro politico economico con la Russia, le cui conseguenze non solo economiche saranno del tutto negative per l’Europa occidentale.

L’Europa di oggi non appare in grado di reggere il confronto con le realtà economiche e nazionali emergenti sia sul piano dell’economia e dello sviluppo , sia e soprattutto come entità politica. Queste elezioni hanno mostrato un grande disagio di vasti strati popolari e di ceti medi , ma la costruzione europea che non ha un vero carattere democratico è del tutto impermeabile a comprendere ed agire rispetto alle cause di questo importante malessere che si è largamente espresso, soprattutto in Francia e Gran Bretagna, ma anche in altri paesi.

Ma il tentativo di mantenere lo statu quo – o di razionalizzarlo semplicemente - rinvia illimitatamente nel tempo il grande dilemma che ha di fronte questa Europa. O essa assume una dimensione adeguata a partire dal suo disegno geopolitico e ritorna a puntare sulla forza della sua economia reale e di valori che hanno le loro radici nella sua storia oppure la sua fine sarà non solo verso quella dimensione regionale e di desertificazione produttiva che la relegheranno ai margini del quadro internazionale ; terra di immigrazione , di denatalità, ma anche di decadenza civile e culturale. E’ sempre più urgente e drammaticamente necessario chiedere alle forze sane che ancora esistono nelle patrie di questa Europa che esse agiscano per il suo risveglio, ritornando ad offrire un senso ed un ideale ai giovani di oggi e di domani.

14/05/2014 [stampa]
GOGNA MEDIATICA E GIUSTIZIA. MUSICA E ORCHESTRALI SEMPRE GLI STESSI
L’ultima ondata di arresti a seguito di inchieste che corrono da un capo all’altro della Penisola, si accompagna, come sempre, ad una feroce ondata di notizie, intercettazioni, estrapolazioni di ogni genere che vanno a comporre quella “gogna mediatica” che anticipa i giudizi e, in un certo senso, ne rende superfui lo svolgimento e l’esito. Sulle pagine dei quotidiani si trova di tutto :dalle foto degli incontri per scambi illeciti,agli scatti sulla scollatura della moglie del ricercato di stanza a Dubai; dai brani delle conversazioni di tutti gli indagati, alle immagini “in diretta” dell’arresto dell’ex Ministro degli Interni , fino ai dettagli sulla cena in albergo di quest’ultimo con una avvocatessa della quale , poi, si fa nome e cognome.

Quale sarà la parte più rilevante nella vicenda ? La precisa consistenza delle accuse nella misura nella quale saranno confermate nei verdetti o tutta la serie di dettagli più o meno privati, più o meno collegati agli eventuali illeciti che vengono propinati a puntate sui media ? Sono passati oltre 20 anni dalle prime vicende giudiziarie , ma non cambia il rapporto tra inchieste e comunicazione . Qui non c’è una questione di libertà di stampa e di informazione , c’è il problema che, a volte, talune indagini hanno bisogno, per rafforzare il loro effetto sull’opinione pubblica, della divulgazione di altri dati più o meno – molto meno che più - strettamente connessi alle indagini stesse.

C’è da dire che quando la politica ha tentato di restringere lo spazio di questa connessione tra media e magistratura è stata bloccata ed i proponenti di modifiche legislative in tal senso, sono stati attaccati frontalmente come attentatori alla libertà e limitatori della attività investigativa. E le cronache di questi giorni dimostrano che la musica non è cambiata. C’è , però un altro aspetto ,per quanto riguarda l’attività affaristica intorno ad Expo’ 2015 , davvero interessante: anche taluni suonatori di prima fila non sono diversi da quelli di venti anni fa’. Il coinvolgimento di due esponenti , già protagonisti delle cronache di allora, di origine comunista e democristiana, sembra rendere immortale un bipartitismo di intervento negli affari che dimostra, come questi anni siano passati invano.

Non si vuole fare alcuna strumentale polemica politica mirata , sarebbe troppo facile e poco utile. Quello che questa conferma, simbolicamente, rappresenta, è che il sistema , su questi aspetti, pare non abbia fatto alcun cambiamento. A nessuna riforma del sistema e dell’architettura istituzionale, corrisponde , forse non troppo casualmente, nessun cambiamento di protagonisti e metodi che collegano l’attività amministrativa a presunti illeciti.

Si ha l’impressione, tuttavia, che, mentre nei primi anni ’90, accanto ad arricchimenti personali, si aveva il finanziamento a partiti che possedevano una articolata struttura organizzativa per il loro funzionamento, oggi i procacciatori di affari – che comunque mantengono un loro interesse personale - rispondono ad una organizzazione partitica autoreferenziale , ancora più lontana dalle reali esigenze dei cittadini.

Alcune scuole mediatiche e di pensiero ritennero, allora, che le inchieste giudiziarie avrebbero spinto al cambiamento, mutato la classe dirigente ed i partiti e aperto la strada ad un Paese diverso. I fatti si sono procurati di dimostrare che un cambiamento istituzionale del Paese non c’è stato, che la classe dirigente non è certo migliore di quella di allora ed i partiti sono pressoché scomparsi, sostituiti da leadership personali ed il Paese sta soffrendo una delle crisi più gravi alla quale la politica non riesce a porre rimedio , mentre dilaga - e rischia di montare ancor più – una protesta priva di categorie politiche.

Mentre si vanno affacciando modeste possibilità di modifiche costituzionali e l’ipotesi presidenzialista sembrerebbe non avere più l’assoluta contrarietà della sinistra , la riapertura delle inchieste con questi veicoli mediatici rischia di intervenire sulla stabilità del governo e della sua maggioranza e, di conseguenza, interrompere ancora una volta una possibile strada verso il nuovo. Sarà difficile , infatti, per il governo far finta di niente sul fatto che due esponenti dell’esecutivo sono collegati con settori imprenditoriali coinvolti , in maniera pressoché egemonica nelle attività in preparazione degli eventi del 2015. Per molto meno si chiesero gli scalpi di ministri o di viceministri del governo Letta , anche da parte dello stesso Renzi. La cosa non ci entusiasma , perché il caos rischia di aumentare come lo stesso voto di protesta, ma, se oltre alla musica ed alcuni orchestrali , la logica delle conseguenze sarà la stessa degli anni ’90, è difficile pensare ad esiti differenti.

09/05/2014 [stampa]
NELL’OLIMPICO PIENO ERA CALATO IL VUOTO DEL GOVERNO
Nei 45 minuti allo stadio Olimpico , mentre non si sapeva se la finale di Coppa Italia si sarebbe giocata o meno e fuori dello stadio avvenivano gravi turbamenti dell’ ordine pubblico, si è registrato un fatto che , sotto un certo profilo, è il più grave della difficile giornata: il vuoto dell’autorità politica.

E’ sbagliato dire che lo Stato fosse assente.

Nella Tribuna erano presenti le massime autorità: a cominciare dalla seconda carica dello Stato , fino al Presidente del Consiglio dei Ministri.

Le immagini fotografiche mostrano come i due personaggi - invece di comportarsi all’altezza di una situazione che stava violando non solo e non tanto la legalità, ma la condizione civile di quella parte della Città - apparivano smarriti e perplessi come le migliaia di altre persone che riempivano il catino dell’Olimpico.

Renzi, abbigliato da giovane tifoso della sua Fiorentina, trasmetteva solo una sensazione di smarrimento, mentre era del tutto svanita quella prontezza, al limite dell’arroganza, con la quale interviene nelle televisioni, risponde agli intervistatori, conduce una direzione di partito debole e prona ai suoi voleri. Renzi, avrà, forse, sperimentato quanto sia diverso parlare di fronte alla telecamere o essere pronti ad assumersi responsabilità di fronte a rischiose e impreviste evenienze.

Messa di fronte ad un grave imprevisto che avrebbe richiesto una prontezza di intervento politico nel senso più proprio del termine (polis) , l’autorità politica più elevata ,invece, si è sfilata ed ha assistito ad una vicenda di incontri e di “passeggiate “ sotto le zone calde dello stadio .

Anche nell’ascoltare i fischi durante l’inno di Mameli sarebbe stato più virile un gesto di riprovazione come anche quello di abbandonare lo stadio.

Su come siano andate le cose - trattativa o non trattativa - ancora non si è fatta chiarezza anche e, soprattutto, dopo l’intervento in Parlamento del Ministro dell’interno. Tra le dichiarazioni del Prefetto e quelle del suo Ministro non c’è assoluta concordanza, ma la “protezione” politica del PD funziona e le polemiche pian piano si stemperano .

Resta un dato non smentibile: nello stadio “infiammato” dalla tifoseria napoletana il ritorno all’ordine pubblico è sembrato essere stato affidato al capitano del Napoli Hamsik e ai funzionari di polizia che lo accompagnavano.

Parliamo chiaro : potrebbe essere stato l’”espediente” necessario per evitare incidenti più gravi e nulla ci sentiamo di dire contro questi protagonisti.

L’accusa di deresponsabilizzazione verso la politica ci sta tutta e questo ci allarma perché la sicurezza, l’ordine pubblico, la tranquillità della vita quotidiana sono , in ultima analisi, nei doveri delle più alte cariche dello Stato , a volte anche direttamente, ma, sempre, come immagine di fronte ai cittadini.

Questa volta ai cittadini è stata data una immagine diversa.

05/05/2014 [stampa]
DE BENEDETTI ANNUNCIA FASSINO
Giovanni Minoli - ex socialista genero di Ettore Bernabei, passato ora al gruppo confindustriale Sole 24 Ore – in occasione del festival della TV di Dogliani ha intervistato Carlo De Benedetti .

L’ingegnere ce n’ha per tutti . Dimentico dello scherzetto che stava per giocare a suo tempo agli Agnelli, critica Colaninno forse ritenendolo essere stato sleale; immemore della “buona uscita” pretesa da Calvi , accusa di rapina Tronchetti Provera ; rimprovera il direttore del Corriere della Sera perché non si è fatto pagare l’intervista a Marina Berlusconi, senza rammentare che Cossiga rimproverò Marini per non essersi fatto pagare dall’Ingegnere la campagna elettorale per il travaso all’Inps dei lavoratori della Olivetti in difficoltà.

Non ha neppure il senso dell’humor quando dice che Berlusconi non uscirebbe vivo dalle sue cliniche, proprio mentre la Centrale a carbone Tirreno di Vado Ligure – possedute al 39 per cento - è indagata dal gip di Savona per un possibile nesso tra emissioni e morti.

Ma sono significative le sue affermazioni politiche.

Definisce Renzi “una spugna”,” ha la capacità di imparare in fretta”” aggiungendo, forse proprio per questa sua caratteristica , “non è solo furbo , è intelligente”. Come dire : capisce quello che gli si dice.

Dimostrando che, comunque, giudica debole il governo pensa che si andrà al voto in autunno senza la riforma del Senato, suscitando una replica stizzita del premier il giorno dopo sul Corriere della Sera.

Come dire : ti appoggio ma hai la catena misurata.

Infine, con consapevole malizia dice che Napolitano “si dimetterà entro l’anno”, quasi a siglare una valutazione di accertata ininfluenza politica. Non è una sorpresa: da tempo i giustizialisti tengono di mira il Capo dello stato.

Alla domanda di chi potrà arrivare al suo posto risponde “ un signore alto, piemontese, con il fisico da corazziere: Piero Fassino”.

Fassino, di certo, non ha il “fisico da corazziere” ed è quindi possibile che questa sortita dell’ingegnere sia, in fondo, una sua boutade e basta.

Però, nei panni del sindaco di Torino , e viste le tante “sponsorizzazioni” finite male, ci sarebbero da fare i rituali scongiuri.

Pietro Giubilo

22/04/2014 [stampa]
IL “POPULISMO” DEMOCRATICO DI MATTEO RENZI
Se fossimo in presenza di una stampa obbiettiva e onesta intellettualmente, la “ manovra “ del governo Renzi per assicurare a una parte dei lavoratori un “bonus” fiscale di 80 euro al mese per il 2014, verrebbe quantomeno tacciata di “populismo”.

Questo , non solo per la concomitanza con le europee che tinge la manovra di un colore elettoralistico , ma anche per il clamore con il quale si dichiara di voler “per la prima volta restituito i soldi agli italiani”, dimenticando come anche Berlusconi voleva restituire l’Imu prelevato da Monti nel 2012 e venne aspramente criticato, proprio da coloro che esaltano il bonus del governo .

Anche un altro aspetto dimostra il fazioso interesse con il quale vengono esaminati i provvedimenti studiati e proposti nei riguardi di alcuni cittadini . Le aspre critiche verso l’eliminazione delle tasse sulla prima casa che, invece, non solo avrebbe portato una riduzione del carico fiscale sulle famiglie, ma avrebbe comportato una positiva iniezione verso un settore produttivo trainante economicamente , questa volta sono tacitate perché si sostiene dal governo che questa “quattordicesima” data ad alcuni e non a tutti i lavoratori e escludendo i pensionati , avrebbe un effetto positivo sul Pil, si calcola presuntivamente, fino ad alcuni decimali di crescita. Tra l’altro, mentre la eliminazione dell’Imu che non si è avuta in quanto la sua riduzione è stata compensata da maggiori tasse di nome diverso, avrebbe avuto un carattere strutturale, il “bonus”, appare al momento solo un “ una tantum”.

Anche sull’effetto di crescita le opinioni sono discordanti. In un senso macroeconomico , c’e chi dice ( l’ex ministro pd Fassina ) che dando qualcosa ad alcuni e economizzando in altri settori, l’effetto sulla domanda interna e, quindi sui consumi, si pareggerebbe non producendo effetti sulla crescita e sull’occupazione, come, invece, si proclama indebitamente.

Anche la stessa propensione al consumo di questa iniezione di liquidità appare molto problematica. Scrive Marco Galluzzo sul Corriere della Sera del 20 aprile “ A margine del Cdm di due giorni fa sono stati discussi i dati sui depositi bancari , aumentati del 7% nonostante la crisi : la gente preferisce tenere i soldi nei conti correnti piuttosto che fare acquisti”. “ Potrebbe succedere la stessa cosa “, prosegue l’articolo, “ con gli 80 euro di bonus che da maggio alcuni milioni di italiani troveranno in busta paga ? “.

L’analisi del quotidiano della grande industria prosegue dicendo che gli italiani si convincerebbero a “spendere” con la “fiducia” che verrebbe a determinarsi con l’approvazione delle riforme. Secondo questa analisi con l’”Italicum” e la riforma del Senato gli italiani verrebbero presi da un raptus di spesa, abbandonando la propensione al risparmio che in questa fase significa soprattutto che, per far fronte alla crescita continua delle tasse, gli italiani preferiscono mettere da parte i soldi per prepararsi ad un futuro che , sotto questo ed altri aspetti , si presenta sempre più fosco.

E non a caso il provvedimento degli “ 80 euro” presenta da subito una serie di inasprimenti fiscali e in prospettiva il ricorso alla clausola di salvaguardia che prevede come , in caso di non funzionamento della riduzione della spesa pubblica , si faccia ancora ricorso alla leva fiscale.

E’ significativo, poi, l’incremento dal 20 al 26 per cento della tassa sui proventi degli strumenti finanziari, come a disincentivare il risparmio e senza neppure graduarne il peso in relazione alla base imponibile . Anche questo provvedimento presenta problemi per la consistenza delle risorse bancarie finalizzate a sostenere investimenti e crescita. A questo proposito la CGIA di Mestre osserva acutamente che “ il settore bancario, finanziario e assicurativo si troverà a pagare , per il 2014, 5,9 miliardi di tasse in più”, comprensivo di addizionale IRES, nuove regole sulla svalutazione dei crediti e la tassazione delle rivalutazione delle riserve della Banca d’Italia. “Con questo aggravio , si domanda l’Istituto di Mestre, che farà crescere del 0,2% la pressione fiscale, quanti istituti continueranno a erogare il credito alle famiglie e alle piccole imprese?”.

Questi effetti negativi sulle piccole e medie imprese potrebbero essere devastanti anche in considerazione della crescita del peso delle sofferenze bancarie che, dall’analisi del Centro studi Unimpresa è un fenomeno “ legato soprattutto ai grandi prestiti che difficilmente vengono rimborsati”, con un dato significativo : “ su oltre 162 miliardi di euro complessivi ( a febbraio 2014 ) di rate non pagate 107 miliardi ( 66,1 % ) si riferisce a finanziamenti superiori a 500 mila euro”. L’affaire “Sorgenia” del gruppo De Benedetti ne è un esempio evidente . A quanti piccoli imprenditori le stesse banche chiedono un rientro del debito che , invece, in questo caso , si trasforma in azioni di una società che crea deficit e ancora debito ?

Siamo di fronte ad una operazione che presenta aspetti problematici, di non equità sociale, di appesantimento fiscale, di dubbia realizzazione ( come nel caso delle riduzioni di spesa per Stato, Regioni ed enti locali ) di probabili effetti negativi in termini di riavvio delle attività delle piccole e medie imprese.

Tutti queste problematicità vengono”coperte” da un uso spregiudicato del messaggio mediatico come neppure Berlusconi arrivò a organizzare ; in sostanza gli italiani non sono aiutati nell’essere realmente consapevoli delle prospettive che si aprono con queste decisioni del Governo.

La vernice populista di Matteo Renzi copre la verità e la realtà delle sue decisioni, ma viene perdonato perché si tratta di un “populismo” democratico, di matrice di sinistra e , quindi, accettato anche dalla malata grande borghesia imprenditoriale italiana.

Pietro Giubilo

14/04/2014 [stampa]
L’ IMPOSSIBILE MISSIONE DI D’ALEMA
L’assemblea delle opposizioni all’interno del Partito Democratico è stata, soprattutto, caratterizzata dalla frase di D’Alema con la quale il vecchio leader affidava ai presenti il suo appello a “riprendersi il partito”.

L’ex segretario , evidentemente, ritiene che la proposta politica di Renzi, oggi diventata programma di governo, si ponga fuori della tradizione storica di un partito che, abbandonata la sua origine comunista, tentò di darsi una identità con l’intreccio della cultura cattolica e marxista .

L’Ulivo è stata una esperienza fallimentare non tanto e non solo per non essere riuscita a prevalere su Berlusconi e il centrodestra, ma perché non ha saputo rappresentare una risposta convincente, di sinistra, ai problemi dello sviluppo della società italiana e delle riforme indispensabili per rendere il sistema competitivo di fronte alle sfide della globalizzazione.

D’alema non ha mai voluto “tradire” la tradizione politica del partito di Gramsci, Togliatti e Berlinguer, cioè non ha mai voluto diventare “socialdemocratico” ed , anzi , si adeguò , sollecitato dal radicalismo scalfariano, all’anticraxismo. In sostanza la cultura debole dell’Ulivo non è riuscita ad imprimere un indirizzo forte al partito , tale che lo ponesse in grado di non essere coinvolto nella spinta distruttiva della “modernizzazione”.

Il partito della grande risorsa della militanza e delle organizzazioni cooperative è diventato il partito delle primarie. E’, cioè, avvenuto che, non più respinta da ciò che rimaneva della vecchia struttura organizzativa, l’apertura alle influenze esterne avvenisse attraverso una “opinione” a lungo preparata da una cultura senza contenuto ideologico, ma permeabile agli interessi della grande impresa e della borghesia neoilluminista.

L’appello di D’Alema è raccolto da una base di quadri politici non più in grado di combattere una competizione contro i “barbari” improvvisati e privi di cultura, ma fortemente spalleggiati da potenti centrali di opinione che hanno ormai occupato il “palazzo d’inverno”.

Il tempo del PD è ormai, senza appelli , il tempo di Renzi e a D ‘Alema si può offrire, al massimo, un soggiorno nei freddi palazzi della tecnocrazia di Bruxelles.

Pietro Giubilo
27/03/2014 [stampa]
SUCCESSO IN FRANCIA DEL FRONTE POPOLARE , QUESTA VOLTA NON BASTA L’ACCUSA DI POPULISMO
Anche i sussiegosi giornalisti della “borghesia imprenditoriale” che governa la stampa hanno dovuto prendere atto che qualcosa è accaduto.

Il successo del Fronte Nazionale di Marine Le Pen è stato, ancora una volta, pervicacemente etichettato come un “messaggio di esasperazione populista” ,anche se , debbono ammettere che la leader della destra “ha compiuto il capolavoro politico che non era riuscito a suo padre” e che, infine, “ è riuscita a sfuggire all’esorcismo inutile di quanti si ostinano a definire populismo ed ‘eurofobia’ le domande di sicurezza , di giustizia fiscale, di difesa delle identità nazionali , di sviluppo e lavoro” ( Massimo Nava sul Corsera del 24 marzo ).

Aldo Cazzullo , sempre nella stessa giornata, a caccia dei risvolti interni e di costume politico, mostra, suo malgrado, l’inadeguatezza delle possibili risposte , alla vittoria della destra : dal prevedibile giro di walzer in casa socialista con il “ ritorno di Ségolène Royal” ed il “rialzo delle quotazioni di Valérie Trierweiler” la compagna tradite di Hollande , alla “sorpresa” della candidata sarkozyana a sindaco di Parigi Nathalie Kosciusko-Morizet splendido esemplare della “droite-caviar”.

Delle donne di Hollande si sa tutto o quasi tutto , di questa nuova star gollista poco, e sono esaltanti le descrizioni dei giornali nostrani : “ Quarantanni, a 29 era già all’Assemblea Nazionale. Figlia delle élites, cosmopolita, sangue polacco e spagnolo, laureata all’Ecole Polytechnique, … Va a cavallo, balla musica elettronica, veste jeans e giubbotto in pelle. Cita la Thatcher ma anche il sociologo comunista Edgar Morin e il postino trotzkista Oliver Besancenot”. E poi “ Si dichiara ‘femminista, ecologista , contraria al capitalismo finanziario e al consumismo esasperato’, rivendica il diritto alla disobbedienza civile … non si è unita alla battaglia del suo partito contro il matrimonio omosessuale … “ .

E’ l’esempio di quella “destra europea” che si auspica nei salotti di sinistra per contrasto alla destra italiana ostinatamente berlusconiana e leghista.

Questo duro ostracismo si rivolge anche a questa nuova destra francese come scrive Cesare Martinetti su La stampa del 24 marzo : “ dietro la signora Le Pen, c’è il nulla di slogan rabbiosi , nulla di gestibile sul mercato della politica europea”.

Può uscire di tutto dall’inchiostro di questo giornalismo con la puzza sotto il naso, ma è impossibile negare che questo importante successo della destra estrema nasca da un dato reale: la crisi dell’Europa della finanza, la lontananza dei due grandi partiti francesi dai problemi reali , le difficoltà del sistema democratico – incalzato e condizionato dai poteri forti - di misurarsi con i bisogni della gente comune.

La dimostrazione è la diserzione dalle urne di quattro francesi su dieci, astensionismo mai raggiunto prima.

E’ anche sbagliato confinare il voto francese assimilandolo alla protesta grillina in Italia. La destra francese ha una antica tradizione culturale: laica e religiosa, sociale e conservatrice, militante e combattiva. Il grillismo non ha radici, non ha cultura, non esprime leader di rango.

Queste elezioni , sul piano politico istituzionale, hanno anche mostrato le crepe del sistema bipolare che fino ad oggi aveva tenuto distante l’estrema destra dalle istituzioni parlamentari. Il pur solido sistema politico presidenziale francese subisce l’onda lunga del consenso lepeniano perché intaccato dalla crisi politica dell’Europa e dalla debole risposta politica alle sfide dell’ultima modernità priva di valori, del disagio sociale, della crisi della rappresentanza.

E, intanto, si avvicinano le elezioni europee che questa volta non saranno una poco utile routine elettorale, ma dimostreranno quale strada intende percorrere il popolo europeo per sottrarsi al potere delle élites finanziarie che sovrastano la democrazia.

Pietro Giubilo
18/03/2014 [stampa]
RENZI IN EUROPA : NON BASTA LA SPAVALDERIA PER CONVINCERE BERLINO
Il primo viaggio europeo del premier Renzi si è svolto nelle prime due tappe a Parigi e a Berlino.

La nostra stampa, assai compiacente, è arrivata a parlare di “asse di Parigi tra Renzi e Hollande per un’Europa senza austerity”, ignorando che da oltre venti anni l’asse della politica europea è quello tra Francia e Germania.

E se è vero che entrambi i Paesi , pur in maniera diversa, soffrono sul piano economico e occupazionale e vedono crescere segnali forti di protesta e la crescita di forze antisistema ,Francia e Italia non possono certo darsi una strategia alternativa , né tantomeno fare fronte comune nei riguardi di Berlino.

Monti, intervenuto con quell’astio che ormai lo accompagna in tutte le sue esternazioni, in una lettera a Repubblica ( preferita ormai rispetto al Corriere della Sera, dopo il clamore sulle anticipazioni del libro di Friedmann ) ha contrastato l’utilità di un asse antitedesco , rivendicando i suoi risultati positivi “ pervenuti non con un entente franco-italiana , né giocando la carta intergovernativa contro la ‘tecnocrazia’ della Commissione europea e del Consiglio”. Ogni occasione è buona per il senatore a vita per difendere la tecnocrazia di Bruxelles.

La politica francese, del resto è estremamente attaccata alla sua idea di “grande potenza media” coma la definì Giscard d’Estaing, per non ricordare De Gaulle, ma anche Mitterand e Chirac , ed anche se oggi all’Eliseo siede un personaggio non certo paragonabile - come del resto lo era stato Sarkozy – un’idea di nazionalismo resta una costante .

Alla vigilia dell’incontro con la Cancelliera Merkel, seconda tappa del suo viaggio europeo, Renzi ha fatto intendere che avrebbe giocato la carta di una alleanza contro il populismo , cioè a dire la comune necessità di allentare la morsa del rigore al fine di riassorbire le spinte dei movimenti antieuropeisti che in Germania, secondo i sondaggi, viaggerebbero intorno all’ 8 per cento, ma che in Italia sono molto più consistenti. Cercare la giustificazione per un tale cambiamento su questi presupposti appare oggettivamente non realistico, in quanto Berlino non presenta né gli indici negativi in termini di occupazione e di crescita del prodotto , né, di conseguenza, un allarme rosso per la consistenza dei gruppi estremisti, che, invece , caratterizza, quasi drammaticamente , in ambedue gli aspetti, Roma .

Ben più importante appare l’argomento della riduzione della spesa pubblica che Renzi, secondo le indiscrezioni, avrebbe presentato per convincere il governo tedesco che sta procedendo sulla strada giusta e per concordare un innalzamento del rapporto deficit/Pil dal 2,6 al 2,8-2,9. Anche su questo aspetto restano le perplessità derivanti dal fatto che il progetto di riduzione della spesa pubblica in Italia è conosciuto solo nei grandi numeri, mancando la specificazione delle voci sulle quali agire, il cui solo esame può consentire di valutarne la concretezza e la realizzabilità.

Siamo convinti che quella certa iattanza che ha caratterizzato alcune sue dichiarazioni sulla necessità di un cambiamento in Europa, sul rifiuto di farsi imporre i compiti a casa dalla Merkel o “niente ansie da prestazione nessun berretto in mano” , si sia, poi, smorzata di fronte alla prevedibile rigidità da parte di Berlino nel mantenersi sulla linea del rispetto dei parametri .

Sarà difficile riportare a casa risultati concreti.

Nonostante la sua baldanza, la mancanza di alcuni presupposti rende oggettivamente meno forte il premier italiano di fronte ai suoi colleghi europei. La sua premiership non è scaturita da un risultato elettorale che la legittimi , il sistema politico italiano fa acqua da venti anni , i colleghi europei in un anno e mezzo si sono visti arrivare tre presidenti del consiglio diversi .

Senza voler apparire spietati e strumentali, anzi frenando un moto di simpatia, ci viene da dire che quel cappotto abbottonato male di Renzi , rappresenta un po’ il pressappochismo del sistema istituzionale italiano , senza la cui modifica , è davvero difficile per chiunque, farsi largo in Europa.

Pietro Giubilo
05/03/2014 [stampa]
Il genocidio del ceto produttivo
Il drammatico suicidio del panettiere campano al quale era stato imposto di pagare entro 24 ora una multa di 2000 euro per non aver regolarizzato l’attività della moglie che lo aiutava nel negozio, ha richiamato all’attenzione di una Italia distratta ed egoista la questione sociale di una crisi che sta distruggendo il ceto produttivo delle piccole e micro aziende .

La serie ininterrotta di suicidi è solo ciò che emerge , la punta di un iceberg, di una mutazione genetica che sta cancellando il lavoro di centinaia di migliaia di piccoli imprenditori che creano una attività che rappresenta la sopravvivenza e l’occupazione per le loro famiglie e quelle di milioni di lavoratori che in queste hanno occupazione.

Sono imprese che trovano gli sportelli delle banche chiusi , quelle stesse banche che concedono scoperti e mutui per miliardi di euro ad imprenditori che, sull’orlo del crac, vengono ritenuti troppo grandi per fallire e i cui salvataggi finiscono sempre per essere coperti da interventi diretti o indiretti dello Stato , cioè con le risorse prelevata ai cittadini .

Sono piccoli imprenditori che devono pagare multe e tasse “entro 24 ore “ , mentre altri imprenditori che evadono tasse per centinaia di migliaia di euro , possono tranquillamente procrastinare i loro debiti verso il fisco per anni e anni.

Sono i piccoli imprenditori che non godono di strumenti di autotutela dei loro interessi attraverso la proprietà di giornali e mass media , che, in Italia, caso unico nei paesi occidentali , non sono mai di proprietà di editori puri.

I dati oggettivi dimostrano che le piccole imprese sono quelle che pagano interessi bancari più elevati, che hanno meno insolvenze verso le stesse banche perché, spesso pongono a garanzia i loro beni familiari, che concorrono all’occupazione in maniera più elevata rispetto alle grandi aziende, che formano , soprattutto nell’artigianato, nuovi lavoratori che, a loro volta, possono aprire nuove attività.

La crisi che stiamo vivendo è come una guerra , una guerra che sta falcidiando il ceto medio produttivo e che fa arricchire alcuni e impoverisce altri .

Sono note le cronache che raccontano dei mezzi funamboleschi che consentono a ricchi imprenditori con doppia cittadinanza di apparire come nullatenenti o ai quali si aprono i canali dell’esportazione di capitali e di evasioni fiscali , che nessuna rogatoria riesce mai a chiarire.

Sono note le procedure – legittime e costruite con scatole cinesi plurinazionali - che consentono ai grandi di evadere il fisco in Italia e cercare e scegliere il paradiso fiscale più conveniente, mentre i giornali di questi stessi “evasori “ inneggiano ai rastrellamenti sui bar e i tabaccai , magari a condizione familiare.

Le orchestrate campagne giornalistiche hanno, infatti, convinto gli italiani che gli evasori sono solo i piccoli imprenditori , mentre sono le banche e filiere finanziarie che organizzano le grandi evasioni fiscali, come alcune inchieste giudiziarie dimostrano , ma che ristagnano in attesa dell’arrivo di qualche prescrizione.

La politica italiana e i partiti non sono in grado di raccogliere l’anelito di sopravvivenza di questo ceto produttivo perché la loro voce è soffocata dalla loro stessa inettitudine e dal potere sociale e mediatico delle grandi lobby , dei grandi interessi.

E’ necessario e risponde ad un dovere etico e morale, ascoltare il grido di aiuto di chi con il proprio sacrificio e la voglia e la capacità di fare imprese è parte essenziale e dignitosa di questa Italia. Prima che sia tropo tardi e il genocidio del ceto medio produttivo raggiunga lo scopo di comprimere il lavoro libero e proletarizzare il Paese, la politica ritorni a rappresentare questa grande realtà e a salvarla, per il bene e il futuro dell’Italia.

25/02/2014 [stampa]
Emergenza etica in Belgio
Il Parlamento belga ha approvato, a larga maggioranza, una legge che introduce l’eutanasia anche nei riguardi dei minorenni.

E’ una ulteriore, grave, dilatazione di una legge che già prevedeva la possibilità di attuare il fine vita e che dimostra come, una volta indirizzatasi la legislazione in senso relativista , venga superata ogni remora per definire un quadro totalizzante , senza limiti di carattere morale o di rispetto della dignità della persona, anche della più indifesa come per i bambini.

Ciò che rappresenta una agghiacciante inasprimento è che questa legge dispone nei riguardi dei minori, senza vere protezioni o garanzie, stabilendo che altri decidano di porre fine all’esistenza di persone non in grado di averne, in alcun modo, consapevolezza. La legge , tra l’altro, affida a psicologi la certificazione della volontà del minorenne di scegliere il trattamento per la morte .

E’ la stessa logica che presiede alla legislazione abortista che non considera persona il nascituro con l’aggravante che, nel caso della nuova legge belga, siamo di fronte ad un essere umano vivo, anche se malato terminale.

La ragione di questa assenza di una vera pietas e della spes è riferibile all’affermarsi di una ideologia assolutista , che nega la sfera spirituale dell’uomo , che cancella quindi ogni riferimento alla legge naturale, fondamento per ogni difesa nei riguardi della sponda totalitaria del positivismo giuridico.

Che si tratti di una visione ideologica è dimostrato anche dalla correlazione dell’eutanasia con le altre concezioni relativiste come quella , ad esempio, del modello familiare omosessuale. Ha scritto Matteo D’Amico docente di storia e filosofia : “ Non è un caso che i paesi più avanzati sul fronte dei diritti dei gay e del matrimonio omosessuale, come Olanda e Belgio sono anche i paesi dove più avanzata è la legislazione a favore dell’eutanasia infantile , eutanasia che pressioni molto forti mirano ad allargare anche a neonati, handicappati e dementi” ( in “La teoria del gender: per l’uomo o contro l’uomo ?”, Solfanelli editore , Chieti 2014, pag 129 ).

Passando ad una valutazione più generale, possiamo dire che l’esperienza ci ha dimostrato come ciò che si avvia in uno stato europeo tende a diffondersi, a macchia d’olio, spesso anche attraverso risoluzioni presentate al Parlamento europeo come necessità di “nuovi” diritti .

Ebbene questa Europa non ci piace. Essa taglia le radici più profonde della sua civiltà. Essa è contro la persona.

E’ l’Europa totalitaria del pensiero unico che vuole annullare valori e tradizioni . La respingiamo in toto perché non è il modello politico da indicare ai giovani ed alle future generazioni.

Noi siamo contro questa Europa.
04/02/2014 [stampa]
Iniziano le manovre di Prodi per il quirinale
Intervistato prima dal Messaggero e poi dal Corriere della Sera , Romano Prodi è a tutto campo, anzi a tutta campagna. Nel corso del colloquio con Aldo Cazzullo, domenica 2 febbraio, difende l’euro, anche del suo rapporto di cambio ; tratta della sua diplomazia con la Cina ; descrive un Europa “ assente da qualsiasi grande problema internazionale”, dimenticando di essere stato Presidente della Commissione ; ritiene , tuttavia , che ci sarà “uno scatto dopo la crisi” per recuperare rispetto alle forze antieuropeiste.

Sugli aspetti della politica interna si rivela più esplicitamente : elogia il suo governo del ’98, ucciso da una congiura interna alla sinistra; esclude di voler ” andare al Quirinale”, con il tono ipocrita di chi nega di voler prendere “ parte alla politica attiva ” ; non risponde ad una richiesta di giudizio su Renzi, per non scoprirsi troppo. Al governo chiede una sortita usando , nella sostanza, gli stessi argomenti del neo segretario PD.c La sensazione che se ne trae è precisa: nella difficoltà del governo Letta , nel mutamento di rotta del PD, stabilito dal neosegretario Renzi, nel rallentamento dell’azione di indirizzo di Napolitano, l’ex presidente del consiglio e gran boiardo di stato tenta di trovare lo spazio per rimettersi in pista.

Probabilmente , nelle convulsioni che attraversano il partito democratico e che sono destinate ad accentuarsi, punta ad occupare uno spazio politico da padre nobile, un po’ come era stato, a suo tempo, Giorgio Napolitano.

Andando a votare alle primarie, lui al vertice del potere dell’economia pubblica fin dal 1982, ha scelto, impudentemente , di stare con gli innovatori per determinare un assonanza che potrebbe risultargli utile in tempi medio-brevi.

Questa assonanza, del resto, non è nuova. Come si ricorderà, quando il non ancora segretario del PD affondò la candidatura di Marini alla Presidenza della Repubblica propose, esplicitamente, quella di Romano Prodi.

Quella scelta del “rottamatore” per un personaggio che ha navigato , con risultati assai dubbi, nel potere italiano più di ogni altro, resterebbe un mistero solo se non si rammentassero i collegamenti di potere che Prodi ancora mantiene, come il rilievo delle interviste concesse dagli editori imprenditori dimostrano .

Ora, pensa l’immarcescibile bolognese, diventato Renzi segretario , probabilmente non cambierà candidato quando , approvate le riforme, Napolitano dovesse passare la mano.

Prodi si sente il candidato giusto per Renzi: conterrebbe dentro il PD i malumori degli ex margherita , contribuirebbe ad allargare la sua base di sostegno legata ai grandi interessi, il suo aplomb bonario equilibrerebbe l’arroganza del sindaco di Firenze. Rispetto alla precedente candidatura i rischi sarebbero nulli , in quanto la debacle dell’opposizione interna azzererebbe o quasi i franchi tiratori di marzo.

Prodi ritiene, poi, di essere chiamato ad un destino comune con Renzi per il fatto di aver avuto gli stessi nemici interni, a cominciare da D’Alema cui, ancora una volta ,nell’intervista, l’ex grand commis rimprovera quella telefonata-avviso con la quale gli annunciava che “ certe candidature non si possono fare in modo così improvvisato”.

Ancora un altro importante motivo, Prodi pensa di avere dalla sua parte: non avere una caratura prettamente politica . Già Renzi ha avuto modo di mostrare tutta la sua freddezza verso chi si presenti con una personalità tutta politica; infondo la dissonanza di Renzi verso Napolitano è anche questa . Il leaderismo personale non va d’accordo con la politica: con il nuovo segretario è mutata la sostanza del PD che ormai abbandona non solo la sua identità , ma anche la sua “ indipendenza “ politica.

Nel progetto di Prodi vi sono alcune variabili che non sono prevedibili : i termini temporali, per esempio, e se il nuovo Presidente della Repubblica sarà eletto prima o dopo le prossime elezioni politiche. Ciò, comunque, dovrebbe avvenire, dopo le dimissioni dell’attuale Capo dello stato.

Non pensiamo che Giorgio Napolitano aprirà a Romano Prodi i cancelli del Quirinale , soprattutto se dovesse, alla fine, arrivare l’appoggio di Matteo Renzi. Già ha dovuto subire l’invadenza del neo segretario sull’agenda politica e soprattutto sulla legge elettorale che il Capo dello Stato avrebbe gradito diversa, più proporzionale di quanto non sia stata parzialmente cambiata con gli ultimi accordi . Assolutamente sgraditi, poi, gli attacchi al governo che Napolitano ha costruito e forse non è stato sufficientemente in grado di difendere come “grande coalizione”. Non crediamo neppure che l’ inquilino del Quirinale abbia gradito , quando Cazzullo pone a Prodi la domanda sulla possibilità di “ fare il Presidente della Repubblica “ , di non leggere neppure una riga sulla necessità di mantenere a lungo l’attuale, citandolo, peraltro, solo come Ministro agli Interni di quando era Premier nel 1998. La foto che accompagna l’intervista al Corriere mostra un Prodi sogghignante davanti ad un Enrico Letta perplesso e distanziato. A volte le immagini spiegano più delle parole … ma questa potrebbe essere un’altra storia. P. G.
04/02/2014 [stampa]
Lea legge elettorale contro l'indecisionismo
Mentre si discute della legge elettorale che Renzi e Berlusconi tentano di orientare quanto più possibile in senso bipolare e riducendo il peso delle forze politiche minori, particolarmente centrato appare l’editoriale di Angelo Panebianco sul Corsera di domenica 2 febbraio dal tiolo significativo “Mediare sempre, decidere mai” che punta il dito sull’” immobilismo decisionale” che , insieme alle “risposte inadeguate che diamo ai problemi”, “ sono conseguenze della frammentazione politica, del fatto che qualunque decisione debba passare attraverso infinite mediazioni , e che si scontri con un grandissimo numero di veti”.

La causa è il sistema istituzionale poiché “la frammentazione è appunto figlia di una sistema istituzionale che, dopo averla generata, la perpetua”. “ Se non riusciremo a ridurre drasticamente la frammentazione, se non riusciremo a tagliare le unghie ai tanti poteri di veto che oggi ci paralizzano” Il prodotto di tutto ciò, secondo l’editorialista, sarà quello che “non disporremo di una democrazia capace di decidere”. Chi “resiste ad ogni cambiamento” sono “gli adepti di quello che potremmo definire ‘il partito traversale del socialismo reale’( all’italiana) e i cantori della ‘Costituzione più bella del mondo ’ “. “Sono gli stessi”, avverte Panebianco, “ che difendono l’assetto istituzionale vigente, e la frammentazione che esso contribuisce a perpetuare”.

Conclude l’articolo una valutazione sulla legge elettorale: “ la legge elettorale oggi in discussione, in virtù dell’accordo tra Renzi e Berlusconi , non è certo la migliore possibile ma è, a quanto pare, il massimo che si possa realisticamente realizzare nelle condizioni politiche attuali”. Gli argomenti tutti validi del professor Panebianco, sono tuttavia percorsi da una sottile contraddizione che l’articolo, risolve, in modo del tutto parziale.

Infatti mentre si critica il sistema istituzionale , si indica che la soluzione o, quantomeno, il suo avvio, si possa realizzare con una modifica di legge ordinaria nella materia elettorale. A parte il fatto che l’esperienza di questi ultimi venti anni ha dimostrato che con una modifica della legge elettorale non si risolve né la frammentazione dei partiti , né la capacità di opporsi ai veti delle forze politiche minori , la questione istituzionale deve trovare soluzione nella modifica della Costituzione.

Oltre alla questione del superamento del bicameralismo perfetto con il relativo travagliato iter legislativo, il punto centrale per superare l’indecisionismo è il ruolo del governo, la sua capacità di coordinamento dei ministri, la sua stabilità rispetto alle insidie parlamentari, soprattutto la sua elezione diretta che lo tutelerebbe con il consenso popolare nel caso del cancellierato ,oppure lo garantirebbe con il riferimento al Presidente eletto nel caso del semipresidenzialismo di tipo francese. Il pregio dell’articolo di Panebianco è nell’aver ancora una volta indicato il limite oggettivo del sistema politico attuale , ma non vanno mai dimenticate le ragioni di fondo che, appunto, attengono al limiti della nostra attuale Costituzione. P.G.
27/01/2014 [stampa]
COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLE RESPONSABILITA’ DELLA VICENDA DEI MARO’
Se l’autorevole quotidiano di Via Solferino deve pubblicare un articolo di fondo nel quale la “vicenda marò” viene definita “una questione politica che ha rilevanza nazionale”, dimostra come sia del tutto evidente che in tal modo, fino ad oggi, essa non sia stata considerata.

Anche l’auspicio di “continuare sulla strada intrapresa di recente - troppo tardi – dal governo e spingere per l’internazionalizzazione del processo ai due militari “, sottolinea il troppo lungo tempo nel quale non si è deciso di intraprendere questa strada nonostante vi siano sempre state tutte le condizioni.

Queste due circostanze, poi, danno adito di pensare che non solo siamo stati di fronte ad un atteggiamento neghittoso, ma anche a possibili influenze di interessi economici che avrebbero sospinto le cose per un atteggiamento morbido verso Nuova Dehli, al fine di non disturbare altro tipo di operazioni e di interessati rapporti. Non a caso si è parlato di telefonate e interventi verso alcuni componenti dell’esecutivo nei giorni nei quali era stata ipotizzata la possibilità di non far rientrare in India i due soldati giunti i in Italia per farli partecipare alle elezioni.

Per fare chiarezza e non rimanere in un vago alone di imprecisate responsabilità, diciamo che i comportamenti governativi da considerare sono ben evidenti : si tratta innanzitutto del governo guidato dall’attuale senatore a vita Mario Monti con ministro degli Esteri Giulio Terzi e, per quel che ne è seguito, del governo di Enrico Letta con Ministro Emma Bonino.

I nomi a cui facciamo riferimento sono considerati – così la stampa più “accreditata” ha fatto credere - tra coloro che più raccolgono la stima e la considerazione dell’opinione internazionale, dei circoli euroatlantici, degli organismi sovranazionali, insomma dei “poteri” che contano. Ed , allora, due sono le possibilità: o che non si siano mossi adeguatamente o che, in effetti, ce le hanno descritte come personalità stimate ed invece non lo siano affatto.

C’è assai poco da tergiversare: questi governi – ed in particolare il primo – non hanno mostrato quella necessaria determinazione nel rintracciare le responsabilità sulla consegna dei militari da parte dei responsabili della nave nella quale erano imbarcati svolgendo una missione autorizzata dalla Marina militare, si sono comportati in maniera contraddittoria trattenendoli e poi riconsegnandoli , sono stati fino ad oggi incapaci di attivare quella doverosa internazionalizzazione del caso , in quanto avvenuto in operazioni di sicurezza nei riguardi del terrorismo ( la pirateria è terrorismo ) per le quali l’Italia partecipa a tutte le iniziative previste e attivate dagli organismi sovranazionali.

Il Ministro Mario Mauro, anche di recente, ha rassicurato che si sta operando in questa direzione, ma si può dire con franchezza che sono trascorsi due anni senza che ci sia stato un comunicato da fonti autorevoli di tali organismi.

L’articolo di Danilo Taino sul Corsera del 25 gennaio chiede nelle conclusioni che “alla fine di questa vicenda sarà necessario aprire una discussione seria – magari con una commissione di inchiesta – su come il caso sia stato malamente condotto sin dall’inizio”. Giustissimo. Questa vicenda ha prodotto un danno di immagine e di considerazione enorme per l’Italia. Chi avendo le relative responsabilità non si è attivato come avrebbe potuto e dovuto dovrà renderne conto agli italiani.

Ed allora, probabilmente, con le personalità chiamate a chiarire i loro comportamenti, cadranno tanti falsi miti che abbiamo visto nascere e speriamo scomparire nell’oblio. P.G.
03/01/2014 [stampa]
Craxi e non Napolitano difese Cossiga dagli attacchi del PCI-PDS
Marzio Breda sul Corriere della Sera del 23 dicembre , imbeccato da Maurizio Caprara, attuale portavoce del Presidente Napolitano, pubblica con grande rilievo, una lettera che Francesco Cossiga il 2 novembre 2005 inviò al Senatore Giorgio Napolitano nella quale apprezzava “ il riferimento al dissenso dell’area riformista del Pci su episodi che hanno dolorosamente coinvolto la mia persona”.

Con la pubblicazione di questa lettera Giorgio Napolitano intende ribattere agli attacchi - fino alla richiesta di impeachment del Movimento 5 stelle – con i quali gli viene rimproverato di essere stato un nemico di Cossiga ritrovandosi, tuttavia, a doversi difendere dalle stesse “esorbitanze dai poteri” per le quali venne accusato il Picconatore.

Ora, per la verità, Marzio Breda fa un po’di confusione. Nell’articolo ricollega la lettera di Cossiga - nella quale l’ex Capo dello Stato , appunto, apprezza “l’ala riformista del Pci “ - ai fatti accaduti tra la primavera del ’91 e l’inizio del ’92 quando, il 6 dicembre 1991, su iniziativa di quello che allora si chiamava Pds, fu presentata in Parlamento, da parte della minoranza, la richiesta di messa in stato di accusa per Francesco Cossiga. L’esito fu che Il comitato parlamentare ritenne tutte le accuse manifestamente infondate, ma vennero archiviate,tuttavia, solo l’11 maggio 1993 , quando Cossiga non era più al Quirinale.

Cossiga ritenne ,commentando anni dopo quei fatti, che i comunisti fecero allora un “fuoco di controbatteria” in relazione alla organizzazione segreta Gladio di cui peraltro “il PCI sapeva dell’esistenza”. Marzio Breda, invece, ricollega, le accuse al fatto che le esternazioni dell’allora Capo dello Stato “avevano messo il sistema sotto stress … facendosi in prima persona patrocinatore di una vasta riforma della Costituzione”. Probabilmente anche questa è una verità, tuttavia il riferimento della lettera di Cossiga è al PCI, mentre le accuse del dicembre ’91 vennero dal Pds.

Queste valutazioni, comunque, dimostrano un dato importante e cioè che Cossiga, già oltre venti anni fa’ riteneva, tra l’ostracismo dei postcomunisti e di gran parte della stessa DC che non lo difese adeguatamente , che il sistema parlamentare fosse giunto al suo momento terminale e che occorresse approvare una grande riforma costituzionale in senso presidenziale. Qui inseriamo un altro elemento: non a caso in quegli stessi anni anche Craxi tentò di immettere nel dibattito politico il tema della “grande riforma” e si ritrovò di fronte gli stessi nemici ( PCI e sinistra democristiana ) che lo contrastarono fino alla morte. Questa assonanza tra Francesco Cossiga e Bettino Craxi, tuttavia, non si ebbe soltanto sulle motivazioni in quel tentativo di messa in stato d’accusa.

Questa si era dimostrata anche dodici anni prima,nei primi mesi del 1980, quando il PCI ( così è indicato nella lettera di Cossiga) e non il Pds , promosse contro lo stesso Cossiga – allora Presidente del Consiglio - un’altra iniziativa di accusa, relativa alla vicenda di Marco Donat Cattin , figlio del vicesegretario della DC, ricercato e fuggito all’estero, che, secondo un loquace esponente di Prima Linea , sarebbe stato avvertito dal padre, informato dal Presidente del Consiglio, dell’imminente arresto . La richiesta venne archiviata dal Parlamento riunito in seduta comune .

Come si svolse la vicenda? Cossiga la raccontò in una intervista a Mondo Operaio del 2009: l’iniziativa “in realtà serviva a far saltare un governo appoggiato e molto sostenuto dai socialisti. Berlinguer mi mandò a dire, attraverso Tonino Tatò, che se mi dimettevo da presidente rinunciavano a raccogliere le firme contro di me. E a proposito, due grandi sostenitori di Craxi nella DC furono Carlo Donat Cattin e Albertino Marcora. I due leader della sinistra sindacale e sociale. Gli oppositori a Craxi erano sostanzialmente quelli della “banda dei quattro”. Con Morlino ( moroteo ) e Marcora andammo da Zaccagnini per convincerlo a sostenermi in un primo incarico che poi non ebbi. Zaccagnini si convinse e poi la “banda dei quattro” (tra cui Bodrato e Pisanu) impedì la nomina. Quando il PCI mi mise in stato d’accusa Bettino convocò una riunione a Villa Madama e si scagliò duramente contro i comunisti che volevano principalmente fare cadere il governo: ‘Quelli ce l’hanno con me non con te!’ disse “.(Mondo Operaio n. 1/ 2009 )

Come conferma Massimo Pini nella sua biografia di Craxi “ Francesco Cossiga uscì indenne dalla vicenda , sostenuto da Craxi: in un incontro a Villa Madama tra il Presidente del Consiglio , Forlani, Piccoli, Spadolini divenuto segretario del PRI e Bettino, questi, dopo un’informativa sui fatti , disse a Cossiga: ‘Io ti credo, andiamo avanti …”. “( M. Pini, Craxi, una vita, un’era politica, Mondadori 2006, pag 174 ).

Marzio Breda confonde evidentemente i due episodi raccontando , con riferimento all’impeachment del ‘91 , che fu Napolitano a “contrastare la linea più aspra scelta dal Pds … e a [ indicare ] le dimissioni come via di uscita ” , ma si sarebbe trattato delle dimissioni da Presidente della Repubblica e quindi di una richiesta ancor più pesante rispetto a quelle da Premier come fu richiesto dal PCI nella messa in stato d’accusa del 1980. In questo caso la richiesta di dimissioni aveva un connotato politico assai rilevante perché tendeva ad eliminare le posizioni democristiane più favorevoli al PSI.

Non può essere stato Cossiga a scrivere PCI invece di PDS ed è indubbio che il contributo di Napolitano fu politicamente del tutto irrilevante, anche se apprezzabile sul piano umano.

Resta , poi, un ultimo elemento da sottolineare : a prescindere dai presunti o reali meriti nei riguardi di Cossiga, resta evidente la non incidenza di Napolitano rispetto alla evoluzione giustizialista del PCI, PDS, DS, PD che ha condotto la sinistra su una strada lungo la quale ha smarrito la sua capacità strategica, contribuendo alla crisi politica e istituzionale.

P.G.
03/01/2014 [stampa]
Una manovra di lobby e di "ritocchi"
In una nota del 21 ottobre, non a caso, dal titolo “Letta una manovra senza governo” , rilevavamo come si era “ voluto mantenere un tono basso sulla manovra e affidare, non solo al confronto sociale, ma soprattutto a quello parlamentare le modifiche da apportare” . Ed aggiungevamo : “ La … prospettiva di affidare al Parlamento lo spazio di modifiche sostanziali tuttavia, presenta un’ altro aspetto ancora più grave e cioè … dimostra , su di un punto fondamentale, la debolezza politica del governo”.

Mettevamo in evidenza anche lo” stravolgimento” che si sarebbe potuto verificare, pensando a quella lunga coda di clientelismo e di modesti interessi che si sarebbero potuti riversare sulla “finanziaria” per il 2014.

A ben vedere eravamo stati ottimisti perché se è vero che non si sono potuti fare interventi di riduzione della spesa pubblica che mantiene intatti privilegi ( pensiamo ai livelli pensionistici più alti ) e parassitismi ( pensiamo a indirizzi di rigore per le amministrazioni locali circa consulenze e spese per feste e fasulle attività “culturali” ), le modifiche hanno riguardato una feroce prospettiva di aggravio delle tasse sulla casa e l’apertura di un vero e proprio banco aperto per lobby, interessi di grandi imprese e pasticciata difesa di categorie .

Ne evidenziamo alcuni , quelli emersi nell’immediato.

Il caso delle slot machine – sul quale il capo gruppo di Forza italia Brunetta si è divertito a prendere in giro gli esponenti del Nuovo Centrodestra e il loro “ancoraggio alla dottrina sociale cristiana e ai valori del Ppe”; il cosiddetto “emendamento salva Sorgenia” che esenta gli impianti a ciclo combinato dall’obbligo di corrispondere ai Comuni gli oneri di urbanizzazione ; il divieto di cumulo tra pensioni d’oro e stipendi per i boiardi della pubblica amministrazione che comunque , invece, li salvaguardia fino a 302 mila euro – retribuzione del primo presidente della Cassazione – e che non riguarderebbe i contratti in essere; un lungo elenco di “marchette” che prevedono assunzione di nuove guardie forestali, cospicue risorse per l’Istituto italiano per gli studi filosofici a Napoli la lavorazione delle bucce dei limoni siciliani, un osservatorio per gli appalti della Camera, borse di studio per giovani extraeuropei, e così via. Alcuni di questi provvedimenti approvati con gli emendamenti , poi sarebbero stati eliminati .

Chissà quanti ne emergeranno una volta approvato in via definitiva il provvedimento ! Anche il quotidiano che ha più sostenuto il governo Letta, cioè il Corriere della Sera del 22 dicembre mostra un forte imbarazzo per quello che definisce “il caos dei ritocchi”, mentre due giorni prima l’articolo di fondo di Dario Di Vico ( “ Un’occasione gettata via” ) aveva stroncato la manovra del governo definendola “ un vestito di tanti colori e per di più cucito male” : “invece di agire sulla base di un disegno utilizzando e concentrando l’impatto “ delle poche risorse disponibili, ha fatto l’esatto contrario”, “ per tenersi buono un piccolo esercito di micro lobby ha finito per dare un po’ a tutti”.

Ed è questa la chiave per risalire a considerazioni di carattere più generale. L’impressione è che ormai siamo in presenza di una finanziaria elettorale, un uso cioè delle “poche” risorse per accontentare quanti più possibile.

E’ un classico segnale che nel 2014 , la prossima legge di stabilità, la farà il governo che uscirà da una tornata elettorale che appare sempre più probabile.

L’insistenza del nuovo segretario del PD per approvare la legge elettorale entro il mese di gennaio; le manovre tattiche di Berlusconi che dall’opposizione dialoga con Renzi sulla legge elettorale; l’appannamento e la perdita dell’improprio ruolo di sostegno politico del più strenuo difensore della stabilità cioè del Presidente Napolitano che arriva a minacciare le dimissioni; i primi episodi di debolezza anche numerica della maggioranza; le polemiche tra Nuovo Centrodestra e Renzi con le divergenze sulla legge elettorale, dimostrano l’insostenibilità di una formula di governo che, nata come grande coalizione, sta precipitando verso il piccolo cabotaggio parlamentare con una sopravvivenza di corto respiro.

Anche il quadro internazionale non sta aiutando, come invece era negli auspici, la stabilità e la continuità del governo. La Merkel e Bruxelles non si discostano da quelle linee politiche di rigore e se qualcuno aveva sperato che la SPD,con l’accordo di grande coalizione, avesse ottenuto di allentare il rigore delle ricette finanziarie europee è rimasto deluso perché i socialdemocratici si sono trincerati solo su un ampliamento dei meccanismi dello stato sociale, con un ‘occhio rivolto solo al “fronte” interno.

E , poi, è quel clima da mercato rionale che offre la sensazione che siamo agli ultimi scampoli di potere per correre a fare i buoni saldi.

Ma anche questa non è una sorpresa.

Ormai è da diverso tempo, anzi, è dall’inizio che sosteniamo, in questa pubblicazione on line, che la crisi italiana nei suoi aspetti economici, di rappresentanza politica e sociale, di costume e di prestigio internazionale ( da oltre due anni , contro ogni regola internazionale due soldati italiani sono prigionieri di uno Stato estero ) risiedono nella crisi del sistema politico così come definito dalla Costituzione del 1947.

Di tutto questo non vi è ancora sufficiente consapevolezza.
25/11/2013 [stampa]
La decadenza di Berlusconi, l'identità del centrodestra, la scissione di Alfano
Intorno all’intreccio tra decadenza, appoggio al governo e scissione del PDL si gioca una partita decisiva: il cambiamento dell’identità del centro destra, l’approvazione di una legge elettorale che di fatto vanifichi le riforme costituzionali, la costruzione di una operazione neocentrista già a suo tempo tentata con Monti e respinta dagli elettori.

In questa manovra complessiva la posizione più evidente e, tuttavia, meno insidiosa appare essere quella più estremista, cioè l’accelerazione della decadenza di Berlusconi, voluta con determinazione dal PD.

Se è vero che attraverso essa si intenderebbe decapitare il centrodestra del fondatore e della sua guida carismatica, l’operazione non tiene conto di due elementi : la capacità ritorcere contro la sinistra questa azione oggettivamente violenta e il fatto che , comunque, la connaturata identificazione della politica di centrodestra con la persona di Berlusconi potrebbe sopravvivere alla sua stessa eliminazione dalla presenza nelle istituzioni.

Ben più insidiosa appare l’intenzione esplicitata soprattutto dagli organi di stampa della borghesia imprenditoriale italiana di , mutare , con questa eliminazione, la natura e la politica di alleanze dello stesso centrodestra.

Non a caso intorno alla scissione di Alfano e la costituzione del Nuovo Centro Destra si sono create aspettative in questa direzione: “ E’ una intera identità politica che dovrà essere ridisegnata nelle prossime settimane” ha scritto Stefano Folli sul Sole 24 Ore, per concludere con un invito concreto alla “nuova destra post berlusconiana” affinché promuova: “ il compromesso sulla riforma , prendendo le mosse dal cosiddetto ‘Mattarellum’ magari corretto, è quindi nella logica della nuova destra moderata” .

Poi, con dovizia di particolari si è aperta una campagna mediatica per dimostrare, da una parte la virtuosa difesa del governo e della stabilità da parte dei lealisti e dall’altra la definizione di “populisti” ed “estremisti”, enfatizzando le polemiche logicamente scaturite dalla scissione, nei riguardi di coloro che sono rimasti in Forza Italia e che contestano più vivacemente le scelte dei governativi.

Viene volutamente minimizzato – ma non sfugge agli oltranzisti antiberlusconiani - lo sforzo posto in atto da Berlusconi si mantenere un filo conduttore tra Forza Italia e il nuovo movimento nella prospettiva che l’ex presidente del consiglio ritiene ancora possibile e cioè l’unificazione delle diverse posizione dell’arco politico di centrodestra , nel momento nel quale si dovrà andare al confronto elettorale che, peraltro, potrebbe non essere lontano, per la debolezza del governo e per gli attacchi rivolti ad esso dall’ imminente nuovo segretario del PD, Matteo Renzi.

Sfugge la capacità di coesione espressa da sempre da Berlusconi. Il Cavaliere creò un soggetto politico raccogliendo i cascami dei partiti di governo della prima repubblica, oltre alla Lega allora secessionista ed il MSI che vivacchiava fuori da quello che veniva definito l’”arco costituzionale”. Mantenendo questo coagulo unitario il centrodestra ha potuto governare l’Italia, contro l’ostilità operativa del potere consolidato : dalla grande industria ai mezzi di comunicazione, dai sindacati, alle corporazioni frutto del consociativismo, fino alla burocrazia statale compresa la magistratura . L’amalgama non è riuscito , tuttavia, a creare una forza realmente unitaria anche perchè non è stata realizzata una riforma dell’architettura istituzionale.

E’evidente l’interesse della sinistra e della borghesia proprietaria dei media di una modifica dell’identità del centro destra.

L’auspicato cambiamento , infatti, significherebbe, tagliare fuori quelle forze politiche e quell’elettorato che non rientrando nella logica dell’appoggio al governo Letta sarebbero tacciate , per sempre, di estremismo , mentre l’adozione del Mattarellum, produrrebbe l’istituzione di un bipolarismo senza presidenzialismo , cioè concedere al PD un sistema elettorale solo a lui favorevole, senza la compensazione della riforma costituzionale da sempre chiesta dal centrodestra. Contenuti diversi dai programmi del centrodestra , tra l’altro, da tempo proposti dai neocentristi Casini e Monti.

E’, infatti, la spinta nei riguardi del nuovo partito di Alfano verso una deriva neocentrista che si sta tentando di attuare , incuranti della debolezza di questa prospettiva già percorsa in modo fallimentare dal Monti e dalla sua “discesa” politica.

Alfano e il Nuovo Centro Destra sono di fronte ad una prospettiva ambivalente. L’appoggio al governo dovrebbe mantenere un profilo alto, cioè condizionarlo su politiche di riduzione della tassazione e di ripresa economica oltre che sulle necessarie riforme costituzionali. Questo obbiettivo forte – cioè il perseguimento dell’interesse a superare la strozzatura della crisi economica e istituzionale - potrebbe anche ridurre alla sua dimensione e confinare all’angolo le inquietudini estremiste , anche se a volte provocate , e ricondurre a ragione , cioè a una dimensione politica e a una vocazione di governo, anche le altre posizioni politiche del centro destra che, altrimenti, sarebbero destinate a percorrere vicoli ciechi, sbilanciando gravemente l’equilibrio del sistema politico. Non a caso il primo incontro che Alfano ha avuto dopo la scissione è stato con Maroni, proprio per avviare la tessitura di un centro destra unitario, ma più responsabile. Anche la intervista al Mattino di Napoli del ministro Quagliariello , “ideologo” del nuovo partito, appare chiara e rassicurante sull’orizzonte politico sul quale intende muoversi il nuovo partito.

Quella di Alfano è una difficile scommessa basata soprattutto sulla tenuta del governo Letta che, oggettivamente appare in continua difficoltà non solo per una debolezza interna, ma anche per le sollecitazioni che sono giunte dalla vicenda Severino espresse dall’immissione centellinata delle carte messe in circolazione sulle intercettazioni.

I prossimi giorni diranno fino a che punto questa complessa condizione del quadro politico potrà tenere, anche di fronte alla esplicita minaccia espressa da Renzi di cambiare l’agenda politica del governo nel senso di tenere massimamente conto del programma del PD.
25/11/2013 [stampa]
L'attacco dell'Europa alla democrazia - Una lettura della crisi del novembre 2011
E’ giunta una inaspettata ed autorevole conferma a quanto aveva di recente scritto Bini Smaghi.

L’ex componente del consiglio della BCE nel suo libro aveva detto che “ la minaccia di uscita dall’Euro non sembra una strategia negoziale vantaggiosa. Non è un caso che le dimissioni di Berlusconi siano avvenute dopo che l’ipotesi di uscita dall’euro era stata ventilata in colloqui privati con i governi di altri paesi”.

Adesso è l’economista tedesco Hans-Werner Sinn , presidente dell’istituto di ricerca congiunturale tedesco Ifo-Institut a raccontare, durante un convegno economico, che “ Berlusconi , nell’autunno del 2011, avviò le trattative per far uscire l’Italia dall’Europa”.

In breve arrivano autorevoli conferme sul contesto europeo che precedette la crisi del novembre 2011 che vide il passaggio dal governo Berlusconi a quello presieduto da Mario Monti.

Questo svelamento mostra come la questione che si andava presentando nell’autunno del 2011 in Europa , da parte dell’Italia, fosse la forte esigenza di una riconsiderazione delle politiche di rigore o, in alternativa una uscita concordata del nostro Paese da tali rigori e dalle strettoie dell’euro.

Del resto l’Italia aveva premuto, negli anni precedenti, per un cambiamento delle politiche europee, come ha ricordato l’ex ministro dell’Economia Tremonti nel suo libro “Uscita di sicurezza” contenente la lettera del settembre 2008 al ministro Christine Lagarde e le proposte presentate ai G7 e G8 del 2009, e nell’intervista rilasciata a Panorama a gennaio 2013 dove ribadiva quanto richiesto e cioè “ riduzione progressiva dei debiti pubblici , ma anche solidarietà con gli eurobond”, e la “richiesta di inserire nei piani di riduzione del debito gli ‘altri fattori rilevanti’ a partire dal patrimonio privato e dalla riforma delle pensioni e gli eurobond, portata avanti con forza dall’Italia”.

E evidente allora che furono le pressioni di Francia e Germania, oltre che della Inghilterra, a influire sulla vicenda politica italiana.

L’Europa forte aveva rifiutato di accettare le proposte italiane di riforma del sistema finanziario europeo e, di fronte alla prospettiva di una uscita dall’euro dell’Italia, avvenne contro Berlusconi sia l’attacco esterno attraverso le vendite dei titoli italiani, che provocò la salita dello spred, sia quello interno con una campagna mediatica e di pressione sui parlamentari pdl, costringendolo alle dimissioni.

Se si considerano i protagonisti di quella vicenda, si può dire che si verificò una convergenza tra le influenze dei governi esteri- in particolare la Germania -, la pressione dei media e dei quotidiani di proprietà della borghesia imprenditoriale e finanziaria , la completa adesione della sinistra alle tesi esposte da sostenitori del rispetto assoluto delle regole di Maastricht e l’attività funambolesca di chi lavorava ai fianchi la consistenza parlamentare del centro destra. Questa evidente lettura dei fatti dell’autunno del 2011 riceve indirettamente una conferma dai contenuti dell’ultimo libro di Luciano Gallino “Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa” (Einaudi , 2013 ).

n esso emerge una tesi interessante e cioè che gli attacchi della finanza e la subordinazione dei governi ad essa sarebbe volta alla “ privatizzazione dei sistemi europei di protezione sociale al fine di dirottare verso le imprese e le banche il loro colossale bilancio , smantellando all’uopo lo stato sociale in tutta la Ue” ( pag. 204). Questa tesi la si potrebbe applicare anche alla azione operata in Italia con l’enorme incremento della tassazione sulla casa, proprio al fine di muovere verso le banche il risparmio che gli italiani tradizionalmente hanno diretto all’investimento immobiliare.

L’autore, infine, denuncia questa “omogeneizzazione della capacità di giudizio indotta da una dottrina intrinsecamente totalitaria, qual è onni-neoliberalismo” che ha raggiunto la “gran maggioranza dei componenti dell’arco politico. ( pag. 261 ).

Anche alla luce di queste interessanti analisi emerge quello che anche per l’Italia può essere definito un “colpo di stato” che ha prodotto una svolta politica, rivelatasi fallimentare ( il governo Monti ) che ha fatto crescere ulteriormente il debito pubblico , che ha portato più recessione, maggiore disoccupazione e una tragica avanzata della deindustrializzazione dell’apparato produttivo del Paese.

Non solo, ma ha accelerato una crisi del sistema politico per aver indotto allo sviluppo del voto di protesta, accresciuto le tensioni sociali, senza avviare il Paese su una necessaria strada di ricostruzione dei rapporti politici e della governabilità, come dimostrano sia l’accanimento politico-giudiziario verso Berlusconi che le vicende difficili del governo Letta, nonostante lo sforzo del presidente Napolitano. L’interessato rifiuto dei media di scrivere la verità sulla storia degli ultimi tre anni in Italia rende evidente come non si voglia indagare su quella che può essere ormai definita la crisi profonda della democrazia .

Pietro Giubilo
24/10/2013 [stampa]
Officina nuova e operai riciclati
Fratelli d’Italia nella manifestazione di Atreyu ha lanciato la proposta di insediare una “officina” per costruire una destra nuova, aperta al confronto con personalità e gruppi diversi , in grado di confrontarsi con i temi interni e internazionali di oggi.

Uno sforzo per affermare un nuovo e più vasto orizzonte politico.

Siamo convinti che questa iniziativa possa avere successo nella misura in cui superi personalismi e vecchie polemiche, affronti i temi con un nuovo slancio culturale e politico , abbia il coraggio di superare vecchi ritualismi .

Non sarà l’affastellarsi di adesioni scontate di personaggi che hanno attraversato tutte le stagioni , di chi ha camminato su una strada che partendo da destra è giunto sino al punto di realizzare accordi elettorali o che ha aderito ad operazioni politiche realizzate in vista di uno sbocco politico a sinistra.

I risultati elettorali delle politiche di febbraio non solo hanno segnato una sconfitta clamorosa di FLI, ma hanno dimostrato come il consenso viene a mancare proprio quando si tenti di innestare e perseguire progetti fuori e contrari alla tradizione culturale e politica della destra.

La scomparsa politica di Gianfranco Fini non è solo il termine della sua troppo lunga carriera politica, ma rappresenta una lezione da non dimenticare per gli errori, le deviazioni, le rinunce all’identità culturale e programmatica rispetto ad una storia che era giunta con successo ad esprimere una esperienza di governo.

FLI sembra far parte con Roberto Menia della Officina aperta da Fratelli d’Italia.

Certamente non reca con se consensi, né può contribuire ad una chiarezza e coerenza di linea politica, né tantomeno ad un approfondimento delle ragioni della destra quando, su tanti temi, dal giustizialismo alle suggestioni laiciste, si è andati a braccetto con la sinistra.

Addirittura ci si è adattati a fare – momentaneamente blanditi e osannati – i battistrada delle sinistre.

Dalla confusione o dall’indistinto non può nascere nulla.

Nella costruzione di una nuova forza politica l’inizio è il momento più delicato: non deve essere una operazione a tavolino, si richiede una generosa disponibilità, occorre setacciare bene per separare le scorie , fare uno sforzo vero di chiarezza e novità.

Non occorre prestare il fianco alla illusione del più siamo e meglio siamo , assecondando interessati percorsi di rientro e riciclaggio .

La destra non può più avere questi compromessi Nella nuova officina, senza sbagliare, dovranno lavorare operai che creino un prodotto nuovo e non chi è stato mandato in cassa integrazione dagli elettori e cerca di riciclare produzioni scadenti.
09/10/2013 [stampa]
Come si costruisce un leader
Prosegue il tentativo della inadeguata borghesia imprenditoriale italiana di ispirare la costruzione di un partito di destra secondo le sue logiche e i suoi interessi.

Dopo aver sostenuto e addirittura esaltato l’operazione dei “ministeriali”- così definiti da Giuliano Ferrara - , dopo aver espresso, nelle parole e nelle vignette, ogni possibile dileggio su Berlusconi e su coloro che intendevano aprire una crisi politica, il Corriere spinge per rafforzare, nel confronto interno al PDL, la figura – peraltro assai poco carismatica – del segretario Alfano.

Ne è un esempio evidente l’editoriale dell’ 8 ottobre del quotidiano di via Solferino che, peraltro , poco tempo fa, con la penna della sua cronista giudiziaria, sulla vicenda dell’”esule” kazako , aveva fatto strame del Ministro degli Interni.

Angelo Panebianco scrive che “la domanda che bisogna porsi per ragionare sul futuro della politica italiana è la seguente: quanto è grande l’ambizione di Angelino Alfano e del suo gruppo”.

Il ragionamento successivo non è, poi, del tutto peregrino, nel senso che pone al vice premier degli obbiettivi : la scelta di non ” ammorbidire la battaglia per la riduzione delle tasse”, una “riforma elettorale” che eviti “il ritorno alla proporzionale” e quindi non “favorire la formazione di un partito neocentrista”, insomma una linea coerente con i contenuti programmatici del PDL.

L’articolo fa leva e sembra spronare l’ambizione di Alfano, anche se dovrebbe, più logicamente valutare le qualità dell’uomo che dovrebbero palesarsi e misurarsi nel corso degli eventi non facili della navigazione del governo del quale è il massimo esponente del PDL e, di conseguenza, della sua rappresentanza politica e programmatica.

Una prova imminente sarà la legge di stabilità che avvii una riduzione della spesa pubblica e delle tasse per alleggerire i pesi che impediscono la ripresa economica e i consumi delle famiglie . Più a medi termine le riforme istituzionali comprese quelle della giustizia.

Quello che non ci convince, comunque, è l’attenzione severa e puntigliosa con la quale certa stampa segue i comportamenti politici, muovendo vere e proprie campagne destinate ad orientare l’opinione pubblica non tanto e non solo per esprimere una critica legittima ed un confronto di idee e contenuti della politica, ma per costruire le strade da percorrere , segnate da confini precisi e obbiettivi stabiliti.

Panebianco termina il suo articolo con un apprezzamento : Alfano “adesso si è conquistato sul campo i galloni da leader mettendo in minoranza il capo” e con un auspicio che appare, però, anche un avvertimento: “se non commetterà troppi errori , Alfano avrà la possibilità di giocarsi la futura partita elettorale con qualche possibilità di vittoria. Persino con un Matteo Renzi”.

Da giovane, tanti anni fa’, mi capitò di leggere - avendolo acquistato a New York, - un libro scritto da un importante storico e giornalista americano Theodore H. White che si intitolava “The Making of the President 1964”. cioè “Come si costruisce il Presidente degli Stati Uniti del 1964”, sulla campagna elettorale tra Lyndon Johnson contro Barry Goldwather , la cui fascetta di copertina diceva testualmente “ qui si può leggere l’eccitante , eloquente a volte bizzarra storia di come gli uomini si comportano quando vengono acchiappati ( caught ) da grandi forze e debbano agire sotto spietate pressioni per essere a capo” nel quale venivano descritte le tecniche e le forme di pressione con le quali negli Stati Uniti si arrivava alle elezione del Presidente.

Avvertii , allora, un forte disagio per come sulla politica americana si esercitassero poteri estranei, assolutamente determinanti ,che influivano sulla volontà popolare e che costruivano i personaggi destinati ad avere ruoli istituzionali.

L’Italia non è gli Stati Uniti, ovviamente, ma non mancano le pressioni , il modellamento ed il sostegno a personaggi, purchè svolgano bene i compiti affidatigli, a casa e fuori.

di Pietro Giubilo
24/09/2013 [stampa]
La FED continua a stampare moneta
Con un minuscolo riquadro e taglio basso, il Corriere della Sera del 19 settembre in prima pagina , scrive che “Federal Reserve, la Banca Centrale degli Stati Uniti, sorprende tutti. Avrebbe dovuto dare il via a una riduzione progressiva delle operazioni di stimolo dell’economia. Ma il governatore Ben Bernanke ha definito ‘ancora incerta’ la ripresa e rinnovato lo stimolo da 85 miliardi di dollari al mese”.

Ora oltre a questi interventi di acquisto di titoli di stato e di titoli garantiti da mutui, c’è da rilevare che i tassi di interesse ufficiali sono sostanzialmente a zero. Tutto ciò non genera inflazione e questa situazione durerà fino a quando , scrive il Corriere” l’economia americana saprà crescere e creare posti di lavoro senza bisogno di stimoli”. Siamo in presenza di una politica economica e di una concezione della politica di bilancio esattamente opposte a quella portata avanti dall’Europa , con la marginale eccezione degli interventi di Draghi, che tuttavia non intervengono direttamente sulle economia produttive, ma si limitano a salvaguardare situazioni bancarie in difficoltà.

Questa notizia rappresenta una sonora smentita di tutti quegli economisti dipendenti dalle compagini finanziarie che teorizzano il rigore, la drastica riduzione del debito, senza curarsi degli effetti drammatici di queste politiche sull’economia reale e sull’occupazione.

Questa influenza negativa sull’economia e sulla politica non viene sufficientemente rilevata e criticata neppure dai più “autorevoli” quotidiani nelle cui proprietà si sono fatte largo le imprese finanziarie ed hanno inserito commentatori economici in qualche modo etero diretti, portavoce degli interessi della sola grande finanza.

di Pietro Giubilo
24/09/2013 [stampa]
La vittoria elettorale della Merkel non risolve i problemi dell'Europa
Il dato , indubbiamente, è significativo, dimostrato anche dalla differenza di consenso elettorale con i socialdemocratici.

L’aumento dei consensi, rispetto alle precedenti elezioni di circa l’8 per cento e il distanziare di 18 punti la SPD, costituisce un indubbio successo di carattere personale che conferisce alla Cancelliera un’aura di grande prestigio.

I commenti italiani sono stati quasi tutti improntati ad un vasto compiacimento.

Primeggia in questa esaltazione il quotidiano dell’imprenditore Carlo De Benedetti.

Sul sito de La Repubblica Andrea Tarquini, la sera stessa delle elezioni, ha raggiunto vette di lirismo e piaggeria che non hanno precedenti .

Ha descritto la “trionfatrice” soffermandosi sul “ sorriso disarmante che accende i begli occhi azzurri”, è riandato ai tempi di quando “era la prima della classe”, oggi che ha raggiunto “il titolo della più potente donna del mondo”.

Non ha risparmiato di richiamare il suo lato umanissimo ricordando che “ ha paura dei cani perché da bimba fu aggredita dallo Schnauzer d'un vicino, e il perfido Putin, sapendo tutto, da ex esponente del  kgb, a ogni vertice con lei, tiene vicino i suoi doberman”.

Viene descritto anche il suo lato di modestia : “Vive in un appartamentino in affitto a Mitte, non lontano dal quartiere dei musei della splendida Berlino”, ” rimpiange di non poter usare la vecchia Golf usata”.

Sul lato politico ha rammentato ,” quando era nei Pionieri (i boy scout della Ddr comunista)” e che, “non fu un'oppositrice accanita del regime “, mentre rispetto a Kohl “fu lei l'unica nella Cdu a rompere col padre-padrone del partito denunciando il suo scandalo dei fondi “ e , nota di colore con sfondo da immaginare , “ seppe della caduta del Muro di Berlino una sera mentre si rilassava alla sauna dell'accademia delle scienze”.

Abbiamo citato ampiamente la prosa del quotidiano Repubblica perché sembrerebbe dimostrare quanto sostiene il professore Giulio Sapelli circa i giornali del gruppo De Benedetti e cioè che si collocherebbero a favore di una posizione subalterna dell’Italia rispetto al capitalismo franco-tedesco.

Questa rappresenta una delle spiegazioni possibili di una linea di rigore imposta dalla Germania, che pur contribuendo ad aggravare la crisi italiana, con rischi di indebolimento dell’euro, viene apertamente difesa da ambienti imprenditoriali fortemente influenzata da logiche finanziarie.

E ,proprio sulla base di questa vittoria personale, sarà difficile immaginare un cambiamento sostanziale di tale politiche , anche se il fatto di non aver raggiunto una maggioranza autosufficiente, imporrà alla CDU/CSU di dover tentare un accordo con i socialdemocratici o rassegnarsi ad un monocolore minoritario in Parlamento.

Tutto ciò perché, a ben vedere, il risultato , soddisfacente sul piano personale, non appare ugualmente positivo sotto l’aspetto della coalizione di centro destra e, quindi, di una stabile governabilità anche perché la SPD ha provato sulla sua pelle la impopolarità a sinistra di una grande coalizione e non da per scontato un accordo.

In definitiva, pur essendosi limitata a fagocitare i liberali proprio per la sovraesposizione della premier e la sua risolutezza nel mantenere la linea di assoluto rispetto delle regole di Maastricht , una critica alla Merkel apparirebbe velleitaria e fuori luogo.

L’Italia non riesce a tutelare il suo interesse in Europa, né a porsi come nazione leader dei paesi in maggiore difficoltà economica per le ricette finanziarie europee.

Oltre i propri meriti e per le debolezze degli altri la Merkel si appresta ad essere l’esponente politico che più conterà in Europa e tutto ciò non contribuirà alla soluzione dei suoi problemi .

di Pietro Giubilo
17/09/2013 [stampa]
Dietro a Matteo
Matteo Renzi ha avuto la consacrazione di Porta a Porta con la connessa trovata mediatica di Bruno Vespa dell’intervista alla nonna.

Di conseguenza il sindaco di Firenze è pronto alla grande sfida, anche se non è ancora chiaro per quale ruolo : per le segreteria del PD o per la candidatura alla presidenza del consiglio, o … tutte e due.

Gli “altri” democratici appaiono sopraffatti , annichiliti, dalla sua esuberanza e ancor più dalla loro stessa inadeguatezza … non c’è Cuperlo che tenga e la Barca non va.

D’Alema che vede anche alcuni dei suoi seguire il nuovo leader , a momenti, sembra tentato dall’idea di stroncare la vacuità del personaggio oppure da quella di sostenerlo, in nome della sottile linea “stalinista”, come veicolo vincente per il potere.

I cattolici del PD, tagliati fuori politicamente nel partito, pensano con Franceschini di appoggiare uno di loro, ma Renzi risponde che al massimo con loro condivide un passato da boy scout. Ancora non si accorgono di essere tutti “rottamati”.

Di più: è il PD, come entità politica, ad essere rottamato, poiché non è più in grado di esprimere una guida politica che sia espressione della formazione della sua classe dirigente. Bersani è stato l’ultimo leader che la ”ditta” ha potuto esprimere ed il suo fallimento comporta e rappresenta la fine di questa possibilità.

E’ questo un mutamento genetico della condizione del PCI-PDS-DS-PD.

Si è detto,provocatoriamente, che il PD è in mano a due democristiani. Ma non è vero, anche se essi presentano qualche tratto che fu segnale della decadenza del “partito cristiano”.

La diarchia Letta e Renzi è il prodotto, invece, di due differenti influenze che, ormai stabilmente, si sono impossessate del PD.

Indichiamole schematicamente.

Il primo ha dietro di sé la lunga filiera di potere che va dal “Correre della Sera” a Washington e ne abbiamo avuto la prova al G 20 dove il premier – a cui Obama ha tirato le orecchie - ha , di fatto, smentito quanto aveva dichiarato il suo Ministro degli Esteri. Il secondo è assistito dal meridiano di potere cha va da” Repubblica” a Berlino , come è dimostrato dalla visita fuori protocollo alla Merkerl.

Ci soffermiamo sul “candidato” Renzi.

Il “ Giornale “ del 12 settembre ha indicato una serie di nomi della “rete di potere che spinge Matteo verso Palazzo Chigi”, in essi figurano finanzieri e imprenditori e dove spiccano quelli di Carlo De Benedetti e Diego Della Valle.

Del resto Carlo De Benedetti, intervistato da Vittorio Zucconi il 4 maggio aveva dichiarato esplicitamente: “ L’unico leader spendibile del momento è Matteo Renzi . E’ un fatto , è una persona nuova, pratica .. “. E l’impertinente Sansonetti ha ribadito il 12 settembre : “ Il Pd è eterodiretto da De Benedetti “.

Il pragmatismo ed il taglio liberal sono modalità studiate dal Sindaco per non dover rendere conto delle sue idee e dei suoi programmi al Partito ( “ a me non me ne frega niente di chi vota per me al congresso” ha detto a Bruno Vespa ).

Con la rottamazione ha portato avanti una strategia per togliere al PD la capacità di critica, cancellando quei riferimenti che, pur pallidamente, erano i perni sui quali si svolgeva il dibattito interno sull’idea di partito e sulle strategie politiche conseguenti al momento storico.

Annullato il partito come entità politica la strada viene indicata dai media, nel caso da Repubblica, che ovviamente è portatrice di interessi.

Anche il viaggio in Germania fa parte sia della sua autoreferenzialità rispetto al partito , sia della costruzione di una proficua rete di interessi.

“I renziani, che remano contro il governo Letta”, ha rilevato il professor Giulio Sapelli , in una intervista al Sussiduario «sono organici al gruppo di De Benedetti» .“ Quando ha incontrato la Merkel a Berlino, Renzi non ha spiegato di cosa abbiano parlato”.“D’Alema”, ricorda Sapelli,” ha auspicato che Renzi avesse detto alla Merkel che la sua politica è sbagliata”, invece, «il fatto che non abbia detto nulla mi fa venire il dubbio che abbia offerto il suo assenso alla politica della Cancelliera».

Sapelli, nel corso dell’intervista denuncia anche le manovre di «un piccolo establishment che si sta muovendo per ottenere un’integrazione subalterna dell’Italia al capitalismo franco-tedesco”.

La sinistra che non possiede più una ”gioiosa macchina da guerra”, che vede scomparire la sua residua classe dirigente , con il suo elettorato chiuso nel recinto del giustizialismo, si prepara ad assecondare un disegno che nega la sua stessa tradizione storica e politica.

Con Renzi si prepara una interessata macchina mediatica per dare l’assalto a Palazzo Chigi, ma anche e soprattutto al modello economico dell’Italia.

di Pietro Giubilo
05/09/2013 [stampa]
Caro banche e posti a rischio
La spesa per la gestione del conto corrente in banca presenta molte variabilità, anche in funzione delle caratteristiche soggettive del cliente. Spesso inoltre le condizioni risalgano ad anni indietro, per cui i costi sono maggiori. Occorrerebbe allora rivedere il contratto più spesso o utilizzare il servizio on line, sul quale ci sono molte remore sia per paura di sbagliare sia per il timore che i sistemi Internet vengano aggirati. La Banca d’Italia ha elaborato un campione di oltre 12 mila clienti distribuiti in 639 sportelli di quasi 200 banche e 24 dipendenze di Bancoposta. Ebbene la spesa media della gestione di un conto corrente è risultata pari a 103,8 euro, quattro euro in meno rispetto all’anno precedente.

Sulle banche, secondo il sindacalista della Fabi Sileoni, si sta per abbattere il peso degli accordi dei piani industriali. Saranno circa 20 mila i posti in meno, di cui ben 4.600 esuberi nel triennio verranno dal Monte dei Paschi di Siena. I dipendenti degli istituti di credito in Italia sono passati da 316 mila del 2011 a 309 mila. Aumentano anche le sofferenze salite a 138 miliardi di euro ( cresciute del 22% in un anno) e con mille filiali chiuse nel 2012.
30/08/2013 [stampa]
Secondo la Confartigianato 288 norme fiscali in 5 anni Troppa burocrazia frena le imprese
Troppa burocrazia frema le imprese. Il “ ventennio perduto” è iniziato per la Confartigianato nel 1993 ed è proseguito con 12 differenti governi, durante i quali sono stati varati 288 nuove norme fiscali. L’Italia è così un paese fiscalmente e burocraticamente ostile all’imprese e al lavoro. Lo dicono le tasse.

Le imposte sul lavoro sono pari al 42,3%, quattro punti in più rispetto alla media europea. Se si considera il cuneo fiscale ( tasse sul reddito e contributi sociali in percentuale del costo del lavoro) in Italia è salito al 47,6% per un dipendente medio senza figli mentre la media Ocse è del 35,6%. La pressione burocratica ( dato iniziato a calcolare dall’Istat nel 1990) ha lo stesso ritmo di crescita di quella fiscale: 44,6%. Per l’ufficio studi della Confartigianato le entrate fiscali in Italia sono salite tra il 2005 e il 2013 del 21,2%.

Negli ultimi 600 giorni ( 530 dei quali del governo Monti) il Prodotto interno lordo è diminuito del 3,4%, il credito al sistema produttivo ha subito una flessione di 65 miliardi, il debito pubblico è aumentato di altri 122 miliardi superando quota 2.075 miliardi di euro, pari al 136 %, la pressione fiscale è cresciuta di un altro 2 per cento mentre quella sulle imprese è arrivata al 68,3 per cento tra le più alte del mondo, la disoccupazione giovanile tocca il 41,9% e quella totale il 12,5.

“ In Italia sembra si faccia apposta, rileva il presidente Giorgio Merletti, per penalizzare il patrimonio produttivo. In 4 anni sono state varate 288 norme fiscali che hanno complicato la vita delle imprese non semplificata come promesso da tanti governo e partiti politici”. Neppure i tecnici del professor Mario Monti sono riusciti ad invertire la tendenza. “ Non possiamo, aggiunge Merletti, cercare sempre scuse o alibi. Chi governa deve assumersi le proprie responsabilità. Ci vuole meno fisco, meno burocrazia, più credito, servizi pubblici efficienti”.

E’ possibile? Dove si trovano le risorse? Un esempio è la tassa sui rifiuti.

Mentre il governo Monti con il decreto “ Salva Italia” della fine del 2011 inaspriva le tariffe dei servizi pubblici con la Tares in Germania la tassa rifiuti continuava a diminuire come scendeva la spesa pubblica. L’Ufficio studi della Confartigianato ha calcolato che soltanto allineando i livelli di spesa per le retribuzioni dei dipendenti e per le forniture delle 20 Regioni ( agli standard degli enti più virtuosi e non in basso) si risparmierebbero 20 miliardi. Cifra vicina cioè a quella che il governo Monti ha incamerato dal gettito globale dell’Imu.

30/07/2013 [stampa]
"Incomprimibilita' della spesa pubblica" effetto di un sistema pietrificato e della crisi istituzionale
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 28 luglio ( “ La spesa facile che non indigna” ) ponendosi delle domande circa “ l’inutilità” delle esortazioni del tipo “ bisogna ridurre la spesa pubblica al fine di abbassare le tasse e rilanciare così la crescita” , arriva sia ad una spiegazione quantitativa : “coloro che vivono di spesa sopravanzano ogni altro gruppo e rappresentano , sul piano elettorale, una ‘minoranza di blocco ’ ai cui veti nessun governo … può resistere”, sia ad un’altra spiegazione qualitativa riferendosi “all’esistenza di ‘ cani da guardia ‘ di istituzioni strategicamente locate che si sono assunte il compito di salvaguardare gli interessi facenti capo al partito della spesa pubblica”.

L’editorialista non si ferma ad una diagnosi generica, ma aggiunge degli esempi eclatanti: “certe sentenze della Corte costituzionale” per le quali “si può essere colti dal sospetto che sia addirittura ‘incostituzionale’ ridurre la spesa pubblica”.

Andando oltre, Panebianco fa anche riferimento ad “ un’intera infrastruttura amministrativa (alta burocrazia, magistratura amministrativa) che regge e dà continuità alla azione dello Stato che sembra chiusa a riccio nella difesa di un equilibrio politico e sociale fondato sulla incomprimibilità della spesa e su tasse altissime”.

Con aggiunta finale: “ la debolezza della politica fa poi il resto , rende impossibili interventi capaci di vincere le resistenze burocratiche e lobbistiche e invertire la rotta”, aggiungendo, infine , una notazione politica circa il fallimento di Monti in questo campo ( “era nella condizione migliore per ridurre la spesa”, invece “ accrebbe ulteriormente una pressione fiscale già altissima” ).

Ora non si può che concordare con questa spietata analisi .

Tuttavia, proprio attraverso questa analisi si rende evidente come il sistema istituzionale sia “pietrificato” a difesa dell’esistente , mentre per superare la crisi di sviluppo occorrerebbe operare dei profondi cambiamenti e, tuttavia, queste riforme non possono essere compiute per la debolezza dei partiti e della classe politica.

Tutto ciò conferma che il punto di snodo della situazione siano le riforme costituzionali che riguardano le istituzioni politiche: nuova legittimazione popolare dell’autorevolezza del governo attraverso un sistema presidenziale, riqualificazione della rappresentanza politica delle assemblee legislative attraverso una legge elettorale che consenta al cittadino di scegliere chi lo rappresenta, riequilibrio dei poteri e delle funzioni dello stato democratico che ripristini il primato della politica, un sistema degli enti locali che introduca un meccanismo di spesa ancorato a costi standard e a responsabilità amministrative dei governi locali ( federalismo responsabile ).

Di fronte a questo obbiettivo che il governo Letta si è dato programmaticamente ( tranne, purtroppo, la riforma della giustizia ), cogliamo con chiarezza alcuni rischi che si profilano all’orizzonte politico : una crisi politica che potrebbe innestarsi dopo la sentenza della Cassazione sul processo Mediaset, le divisioni all’interno del PD solo parzialmente convinto di una riforma della Costituzione, le azioni diversive poste in essere nei riguardi dell’iniziativa legislativa per i cambiamenti dell’articolo 138 della Carta al fine di snellire le procedure di modifica costituzionale.

A quest’ultimo proposito balzano in evidenza sia l’ostruzionismo posto in atto dai parlamentari del Movimento 5 Stelle per impedire l’approvazione della prima lettura del disegno di legge e il suo rinvio a settembre, sia l’iniziativa de Il Fatto, attraverso il suo direttore Antonio Padellaro che ha aperto una campagna “per non riformare la Carta”.

Queste posizioni giornalistiche e politiche che apparentemente fanno della denuncia e della protesta la loro ragione di esistenza, di fronte al tentativo di avviare un procedimento democratico di cambiamento della Costituzione per un rafforzamento della democrazia italiana, sparano ad alzo zero, mostrando la loro natura di forze legate alla più vieta conservazione di un sistema nel quale non si debbano abbattere le enormi sacche di spreco di risorse pubbliche, nè contenere le ingerenze della funzione giurisdizionale nel campo della politica, mentre la debolezza del sistema italiano apre all’ intervento esterno e al “saccheggio” delle sue più ambite risorse economico-imprenditoriali , obbiettivo, probabilmente, di interessi multinazionali stranieri, come si ebbe a seguito delle privatizzazioni dopo il 1992 che non significarono liberalizzazioni, ma svendita ad operatori internazionali.

Ettore Bernabei, nell’intervista che diede a suo tempo a Giorgio Dell’Arti ( L’uomo di fiducia , Milano 1999 ), ricordò la vicenda del “Britannia” ed anche lo spionaggio verso l’Europa , riscoperto ancora recentemente. “Ne La Repubblica del 3 gennaio 1998, sotto il titolo ‘Londra spiava l’Europa’, - disse nella conversazione con il giornalista - si legge che la Bbc, in un servizio , rivela come ‘gli 007 di Sua Maestà britannica siano particolarmente attivi nei paesi dell’Unione europea’, l’ex ministro degli esteri Callaghan ha ammesso che le informazioni rendevano la sua posizione nei negoziati più forte”.

Una democrazia debole costituisce il campo di azione per le scorribande della finanza globale ( Benedetto XVI li definiva “capitali anonimi” ) come già assistemmo al tempo della speculazione sulla lira , della erosione della sovranità nazionale come si è visto a volte negli interventi franco-tedeschi, dello scontro tra corporazioni e lobby per accaparrarsi privilegi a discapito dell’interesse nazionale e del bene comune.

La vera partita politica in Italia si gioca tra chi vuole una riforma costituzionale per adeguare la democrazia italiana nell’epoca della globalizzazione e chi, invece, si ostina a conservare un sistema che è arrivato al punto di rendere incomprimibile anche la “spesa facile” e neppure di “indignarsi”.

di P.G.
23/07/2013 [stampa]
Strada in salita per battere la disoccupazione Cambiare passo sul lavoro
Nel quadro negativo della situazione economica italiana ( la ripresa non è prevista prima della primavera del 2014, il debito pubblico resta sopra i 2 mila miliardi di euro, la tassazione cresce al punto che l’Italia è ormai al quarto posto tra i paesi con più alta pressione fiscale, la disoccupazione ha raggiunto il 12,5%) arrivano da Bruxelles e da Francoforte alcuni segnali d’incoraggiamento.

Risolta la questione della procedura d’infrazione per debito eccessivo, ottenuta più flessibilità nei conti pubblici di bilancio per permettere investimenti per la crescita rispettando comunque la soglia del 3% deficit/pil, triplicata la dote iniziale di mezzo miliardo ( ora ci sono 1,5 miliardi da spendere) per aiutare le imprese ad assumere giovani under 29 anni a tempo indeterminato. La Bce, ha annunciato all’inizio di luglio il presidente Mario Draghi, manterrà ancora a lungo i tassi al minimo storico dello 0,5%. Lo stesso farà la Banca d’Inghilterra del neo governatore Mark Carney, già alla guida della banca centrale canadese.

Anche la leader dei “ rigoristi” Angela Merkel ha allargato le maglie sotto le pressioni di paesi come Italia, Francia, Spagna e le incertezze della campagna elettorale per il voto politico del 22 settembre.

E proprio a Berlino sono state messe a punto dai Ministri del lavoro dei 28 paesi Ue ( è arrivata anche la Croazia) le misure per aggredire la disoccupazione in Europa che ha raggiunto quota 26, 5 milioni, pari al 12, 2 per cento.

E’ dipeso allora da vari fattori se nel vertice di Bruxelles sono stati aggiunti 3 miliardi ai 6 già stanziati, facendo passare tra l’altro l’ipotesi di spendere tutti i fondi nei primi due anni con un rifinanziamenti nel 2015.

L’obiettivo per l’Italia è quello di creare le premesse per trovare lavoro a 200 mila giovani. C’è ancora una montagna da scalare e lo scollinamento dovrebbe avvenire nell’autunno inoltrato per vedere poi in primavera la discesa.

Le risorse Ue serviranno anche per rafforzare i servizi per l’impiego e l’apprendistato su tutto il territorio nazionale. A settembre con la legge di stabilità ( ex Finanziaria) il governo aprirà altri dossier. Forse quelli delle pensioni e del cuneo fiscale. Ma occorrono per il Ministro Giovannini cifre molto più alte dell’intervento di 5 miliardi del governo Prodi che ebbe “ effetti quasi nulli sull’economia”. Il leggero miglioramento dei mercati finanziari ( non si avvertono più le tensioni del 2012 quando gli speculatori scommettevano sul default di alcuni paesi, anche se le ombre della crisi in Portogallo e Grecia preoccupano tutte le Cancellerie europee) dovrebbe coinvolgere l’economia reale.

“ Investire, crescere, ripartire” sono tre verbi che indicano la rotta da seguire nei prossimi mesi per “ scatenare le energie del paese, dalle imprese alle nuove generazioni”. Solo così hanno sottolineato i giovani imprenditori nell’annuale convegno di Santa Margherita ligure si possono eliminare le disparità sociali e consentire a migliaia di ragazze e ragazzi di entrare nel processo produttivo e guardare con fiducia al futuro. Gli ultimi dati Istat evidenziano, però, un quadro desolante. Un quarto della popolazione è fuori dalla forza lavoro. Gli “ inattivi” sono 14.326 milioni. Così ripartiti maschi : 1.972 al nord, 936 al centro, 2.298 al sud per un totale di 5.206 milioni. Donne: 3.309 al nord, 1.603 al centro, 4 milioni e 208 mila al sud per un totale di 9 milioni e 200 mila.

Come rilanciare l’occupazione? In queste ultime settimane sono state avanzate tante ricette. Bisogna fare presto hanno sollecitato Squinzi della Confindustria e Bonanni della Cisl. Ci vogliono fatti concreti. Il “ decreto del fare” varato dal governo Letta può essere una strada, come i provvedimenti sulle assunzioni dei giovani. Il rischio di tante discussioni politiche è che venga coltivata l’illusione che l’auspicata crescita porti automaticamente aumento d’occupazione. Le riforme tante volte richieste e sollecitate ( riforma della pubblica amministrazione, riduzione della burocrazia, liberalizzazione dei servizi, ammodernamento delle istituzioni) sono esenziali ma hanno tempi lunghi. Il lavoro è, invece, emergenza assoluta. Non può aspettare. Occorre uno sforzo di responsabilità collettiva delle classi dirigenti: partiti, imprenditori, sindacati. Per ora al di là delle buone intenzioni non si va. Anche per gli stanziamenti europei di 6 miliardi di euro occorrono soluzioni per impiegarli rapidamente. La variabile tempo è cruciale. Gli osservatori s’interrogano su quanti mesi di tregua sui mercati finanziari valgono il bonus Draghi ( tassi relativamente bassi) e lo “ sconticino” della Commissione Ue guidata dal portoghese Josè Barroso ( più margine per gli investimenti).

Forse è da seguire l’esempio dell’agricoltura. Si assiste ad un ritorno ei giovani nei campi. Secondo la Col diretti a seguito della crisi le assunzioni in campagna sono aumentate del 9 per cento e il fatturato delle esportazioni di prodotti alimentari( in testa frutta, verdura, pasta, olio, vino e formaggi) raggiungerà nel 2013 la quota record di 34 miliardi di fatturato. Ai quali si potrebbero aggiungere i miliardi dei marchi italiani passati in mano straniera come lo spumante Gancia ( russi), i salumi Fiorucci, gli oli Carapelli e Bertolli ( spagnoli), lo zucchero di Eridania e l’orzo Bimbo( francesi) , la birra Peroni ( australiani) e un’azienda del Chianti in mano cinese.

Per uscire dalle fiamme dell’inferno ci vogliono spinte decisive. Non bastano gli incoraggiamenti o le raccomandazioni esterne. L’Italia deve cambiare passo.

di Sergio Menicucci
23/07/2013 [stampa]
L'Italia soffocata dalla burocrazia
Pubblica amministrazione bocciata. L’Italia è soffocata dalla burocrazia, dalle scartoffie. Uno studio dei consulenti del lavoro su fisco, previdenza e riscossione evidenzia che alcuni lacci e laccioli derivano da procedure lente e da oneri inutili.

I diritti dei cittadini non sono sempre chiari e certi. Lunghe attese per un appuntamento, scarsa collaborazione, ripetizione di procedure, continua consegna agli sportelli del codice fiscale, degli indirizzi di residenza, del numero telefonico.

I consulenti del lavoro hanno discusso a Fiuggi per tre giorni sui dati relativi a tre settori: previdenza e quindi rapporti con l’Inps; pagamenti e in particolare vicende legate alla riscossione Equitalia; fisco e pertanto collegamenti con l’Agenzia delle entrate. Naturalmente si trovano anche impiegati e funzionari capaci e solerti ma nella maggioranza dei casi prevalgono le lamentele.

Dopo tante proteste dovrebbe cambiare l’approccio delle pubbliche amministrazioni con il contribuente. L’esempio degli arretrati non pagati ( un decreto ha fissato in soli 40 miliardi i primi pagamenti alle imprese, quando la somma totale che lo Stato e le Pa devono ai creditori si aggira sugli 80-100 miliardi) non va nella direzione della certezza e della trasparenza.

Il decreto “ Fare” e il secondo tassello del pacchetto crescita sulle semplificazioni sono piccoli passi sulla strada di meno oneri per cittadini, imprese ,fisco ed edilizia.
18/07/2013 [stampa]
Intervista sul potere: Carioti interroga Canfora
Sicuramente non sarà stato facile per Antonio Carioti portare a termine una complessa intervista sul potere con un interlocutore come Luciano Canfora.

Studioso dalle non poche specializzazioni: storico al corrente sino alle minuzie dell’antichità di Roma e della Grecia, indagatore del mondo moderno e contemporaneo, tutt’altro che digiuno dell’epoca medievale. La sua sicurezza, poi, non si esaurisce nell’estesissimo campo della storia, ma si manifesta nel valutarla anche come filosofo. Né vanno trascurati i contributi di filologo scrupoloso e i frequenti interventi da giornalista e da saggista sul terreno dell’attualità politica e culturale.

Va detto subito che anche in questa intervista il professore Canfora conferma di dover affrontare e superare una costante insidia dovuta alla sua forma mentis dominata da un permanente conflitto tra la vocazione scientifica e la passione di ideologo e militante. Ne consegue che non di rado i dati delle sue ricerche appaiono compromessi dalla calma violenza – se così ci si può esprimere – dell’uomo di parte verso il rappresentante dell’alta cultura.

Ciò premesso il ricusante consapevole della modestia del proprio bagaglio culturale, cercherà di sottolineare nel modo più chiaro possibile alcuni punti salienti dell’intervista che a suo giudizio meritano l’attenzione dei non addetti ai lavori. Si fermerà in particolare sui temi politici in cui l’illustre docente appare particolarmente deciso e serrato. In questa nota, pertanto, si eviteranno temerari azzardi che sarebbero presuntuosi e dall’esito scontato.

Innanzi tutto è interessante quanto Canfora osserva in merito ai giudizi espressi in questi decenni sul Fascismo. Il suo discorso, pur essendo inficiato dal posizionamento ideologico, lascia un margine di oggettività giovevole a chi si pone dinanzi alla storia con la mente aperta e desiderosa di capire.

Canfora, quindi, distinguendo tra fascismo e nazismo, anzi, tra fascismo, nazismo e comunismo si pronuncia in modo dissimile dai tanti storiografi che si pongono sulla sua stessa linea politica. Dopo l’elogio a De Felce per avere “tolto valore al concetto monolitico di totalitarismo” precisa: “c’è un abisso anche tra l’Italia di Mussolini e il Terzo Reich. Esistono differenze oggettive che non si possono dimenticare.”

Quanto al rapporto tra nazismo e comunismo, se bene trovi ampie giustificazioni ai regimi instaurati secondo i dettami del marxismo-leninismo e riduca i crimini dei suoi capi a espressione di un potere d’“impronta robusta”, registra che nel sistema hitleriano – da lui respinto – “in tantissimi elementi si coglie una vicinanza impressionante con la pratica bolscevica”. Ancora più singolare è l’opinione sulla repubblica popolare cinese: “certe volte, anche se mi rendo conto che è una diagnosi parziale – ammette – sono tentato di definire quella realtà come un gigantesco nazionalsocialismo”.

Sul presente, Canfora, che verso Berlusconi non trova le stesse attenuanti riservate alla sinistra, non sembra nutrire grandi speranze e lancia strali contro gli oligarchi che “stanno dietro la scena, abilmente dislocati nei vari partiti”: personaggi che spadroneggiano nell’Europa anche da lui vituperata se non altro per l’adozione di quell’euro che ha spinto alla fame mezzo continente.

Come si è constatato più di una volta procedendo nella lettura della lunga intervista, si deve prendere atto che le considerazioni di Canfora seguono il filo di ragionamenti irreparabilmente soggetti ad improvvise frenate o ad accelerazioni dovute in tutta evidenza ad un cinismo storicistico inconciliabile con il principio di civiltà solidale.

di Fausto Belfiori da http://lapievedelricusante.wordpress.com
10/07/2013 [stampa]
Il fondo monetario internazionale batte un colpo contro le case degli italiani
Il 30 agosto del 2009 Barry Eichengreen, ,professore di Economia e Scienze Politiche dell’Università di Berkeley (California ) e Senior Policy Advisor del Fondo Monetario Internazionale nel 1997 e 1998 scrisse un articolo sul Sole 24 Ore dal significativo titolo : “ Caro FMI se ci sei batti un colpo”.

Che cosa era accaduto ?

Si era in piena crisi finanziaria mondiale, partita dai subprime e dalla crisi della banche americane, nel quadro della bolla speculativa dei derivati .

Il professore californiano scriveva nell’articolo : “ il FMI non si è praticamente accorto dell’arrivo della crisi finanziaria globale” . Ne dava una spiegazione dal di dentro e strutturale: “mentre le nazioni più piccole sono soggette al mercato”, “ le grandi economie con valute usate a livello internazionale”, quando “hanno bisogno di risorse possono semplicemente stampare più moneta” , concludendo : “ non solo sono meno soggette alla disciplina di mercato , ma anche il FMI può far poco per metterle in riga, non essendo costrette a prendere soldi in prestito dal Fondo”.

Con riferimento alla crisi dei mutui subprime e delle banche usa , aggiungeva, con grande sincerità: “ il Fondo , non volendo mordere la mano di chi lo nutre, è stato riluttante a lanciare avvertimenti decisi in questi casi “ .

Ora, proprio in questi giorni il FMI si occupa dell’Italia e , forse non senza una imbeccata di qualche “autorevole” monetarista nostrano , e approfittando della “periodica missione di controllo”, così scrive l’autorevole Corriere della Sera del 5 luglio , sostiene che “ l’IMU sulla prima casa dovrebbe essere mantenuta per ragioni di equità e di efficienza, mentre dovrebbe essere accelerata la revisione del catasto”.

C’è innanzitutto da osservare, come ha giustamente sottolineato Francesco Forte su Il Giornale del 7 luglio che “L’Italia non è sotto la tutela del FMI, a cui non ha chiesto alcun aiuto. Ne consegue che i rapporti che il FMI fa sull’economia italiana non hanno alcun valore ufficiale di ‘raccomandazione’ e che le critiche in essi contenute alle decisioni del nostro governo rappresentano una interferenza indebita nelle scelte politiche ed economiche nazionali”.

Sarebbe, poi, interessante sapere cosa intendono queste - come le chiama Il Giornale, “sanguisughe” - per equità ed efficienza, in quanto l’Imu sulla prima casa appare iniqua per vasti ceti popolari e medi e in quanto all’efficienza è di tutta evidenza come questa imposta abbia contribuito ad innalzare il livello generale di tassazione degli italiani, giunto ai primissimo posti nel mondo e in continua crescita e abbia provocato crisi e disoccupazione nell’industria edilizia, un settore nevralgico dell’economia.

Ma non è neppure il caso di contrastare tesi che suonano offesa alla sovranità di un governo e di un Parlamento che hanno votato un programma che intende cancellare l’Imu sulla prima casa, come ha fatto bene a ricordare Renato Brunetta.

Va, invece, sottolineata l’accondiscendenza della sinistra rispetto alle ricette del FMI, compreso il viceministro per l’economia Stefano Fassina che ha trovato di “buon senso” l’assit del Fondo contro l’abolizione della tassa; mentre non ci sorprende la tecnocratica genuflessione del Ministro Saccomanni che dice “ne terremo conto”.

C’è una ultima considerazione che desideriamo fare.

Questa dichiarazione così esplicitamente tesa a mantenere e ad aumentare la tassazione sulla casa ( vedi la proposta di rivedere il Catasto in questo senso ) non può essere dettata da una esigenza di equilibrio di bilancio , poiché è noto che l’abolizione dell’ IMU sulla prima casa impegnerebbe solo 4 miliardi e che si finanzierebbe con un modesto, ma virtuoso, taglio ad una spesa pubblica che raggiunge la cifra di 800 miliardi.

E’ invece chiaro l’indirizzo verso il quale si muove il rilievo del Fondo: il risparmio degli italiani non deve più indirizzarsi sugli immobili che essi stessi possono gestire , sottraendoli alle fauci dell’impiego bancario. Gli italiani debbono sempre più lasciare i loro risparmi alle banche, farli gestire da queste , ritrovarsi spesso , per i risparmiatori più piccoli, con un pugno di mosche.

Questa istituzione monetaria internazionale, di proprietà esclusiva di grandi investitori privati, forte con i deboli e “distratta” con i forti, intenderebbe assestare un colpo alle prime case degli italiani, ma in democrazia le decisioni spettano al Parlamento che voterà senza tener conto degli interessati consigli dei rappresentati della grande finanza.

di Pietro Giubilo
08/07/2013 [stampa]
In Egitto: una tecnocrazia militare o un islamismo piu' radicale?
Ancora una volta sulle manifestazioni di piazza e sulle cause che hanno portato alla defenestrazione di Mohamed Morsi in Egitto sembra calare, da parte della stampa italiana una interpretazione forzata, secondo schemi culturali e storici “occidentali”.

Sarebbe stato il “fronte laico” contrario ai Fratelli Mussulmani e alla Carta ispirata ai principi islamici, a riprendere la piazza , mentre l’esercito sarebbe intervenuto per garantire questa linea.

Che ci siano state iniziative in questa direzione non vi è dubbio e Morsi paga anche le difficoltà del suo governo per avviare una ripresa economica.

Tuttavia questo schema non tiene conto a sufficienza di un altro attore della scena politica egiziana: quello dei salafiti che, con il raggruppamento al-Nur , nelle elezioni parlamentari del 2011, ha ottenuto il 27, 84 per cento, affermandosi come seconda forza politica del Paese a soli dieci punti di distanza da Libertà e Giustizia di Morsi e deI Fratelli Mussulmani.

Al Nur non solo ha appoggiato le manifestazioni di piazza e l’azione contro Morsi, ma nei caotici momenti successivi quando El Baradei, definito “unico rappresentante di tutta l’’opposizione laica” , sembrava giunto alla carica di premier , ha posto un veto che ne misura la forza anche nei riguardi dei militari.

Si vedranno gli ulteriori sviluppi.

L’esperienza di questi giorni in Egitto dimostra, intanto, che la linea islamica “moderata” dei fratelli Mussulmani, pur avendo una adesione maggioritaria nel Paese, appare fragile di fronte al potere militare.

Anche le manifestazioni a sostegno del premier arrestato - del resto brutalmente represse con decine di morti, ma per i sostenitori dei progressi della storia questi contano poco – non sono riuscite a incidere e a modificare il corso degli eventi.

Il futuro più o meno imminente dirà se le componenti islamiche moderate , di fronte al golpe militare ed alla repressione sanguinosa, verranno o meno assorbite dai salafiti che già detengono un forte peso elettorale che sembrerebbe destinato a crescere .

In questo quadro sarà difficile e rischioso far svolgere in tempi brevi o medi una competizione elettorale per un nuovo Parlamento, e si va profilando una tecnocrazia garantita dai militari con esponenti accreditati presso le istituzioni internazionali che, pur essendo “ stranieri in Patria” ( così il Corriere definiva il premio Nobel El Baradei ) e minoranza, intendono detenere il potere e sottrarlo a elezioni democratiche.

In Egitto la “ primavera araba” si va svelando come il contrario del “cammino verso democrazia”, mentre crescono complessivamente e non solo in questo Paese le componenti mussulmane più integraliste.

di Pietro Giubilo
03/07/2013 [stampa]
Intercettazioni e sovranita' nazionale
Sulla vicenda delle intercettazioni abbiamo già svolto alcune considerazioni ( Vedi nota del 24 giugno sulla rubrica esteri “ Democrazia sorvegliata “ ) , soprattutto per gli aspetti che riguardano le “incursioni” sulla Russia di Putin e sull’allora Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi.

Proprio in queste ore, assistiamo ad un gioco imbarazzante di prese di posizioni che suonano , si diceva una volta, come un ”soldo falso” .

? Per tutti vale quanto ha affermato il nostro Ministro degli esteri , Emma Bonino, subito intervistata dal Corriere, che, senza vergogna, si limita a dire che “spiarsi non è carino”, affrettandosi a ribadire che “tra Usa, Europa e Italia c’è amicizia” e, lanciare frecciate velenose alla Russia di Putin, vittima illustre delle intercettazioni.

Ma non è quest’ultimo il punto in gioco sulla triste vicenda e che , invece, strumentalmente viene proposto per schermare il problema.

L’Europa che si fa “spiare” anche durante gli incontri al vertice dimostra di non essere una Nazione. E questo già si sapeva.

Ma dimostra anche di non essere uno Stato, di non avere sistemi di sicurezza e di “intelligence” adeguati, di non avere una politica estera in comune ( vedi collegamenti tra 007 americani e inglesi ) .

Questa storia di spionaggio dimostra ancora una volta che non c’è vera partnership tra Europa e USA e che, da parte italiana, siamo lontani dai tempi nei quali esperti ( Achille Albonetti ) e ministri degli esteri del nostro paese, nella metà degli anni ‘70, esprimevano , per il sistema della sicurezza occidentale, la teoria dei due generali, uno americano ed uno europeo, che avrebbero dovuto rappresentare, paritariamente , il vertice di comando del suo sistema di sicurezza .

La Emma Bonino ci fa rimpiangere perfino Mariano Rumor, per non parlare della “dignita’ nazionale ” di Bettino Craxi a Sigonella.

Questa Europa si dimostra inflessibile solo nella politica economica e di bilancio , attenta a non contraddire il ruolo e le politiche della grande finanza.

E non sottoliniamo questa “eresia” politica del Continente solo per esprimere la nostra preoccupazione per il sistema produttivo e per il lavoro in alcune nazioni come l’Italia, strozzata da un rigore ormai denunciato da quasi tutti gli economisti; ci preoccupa anche la permeabilità di queste strutture istituzionali europee, come dimostrato dalle “intercettazioni”e la sua estrema debolezza politica in tutte le vicende che animano la scena internazionale anche quella dei paesi nordafricani.

E se è vero che non esiste una Nazione, questa condizione di un’Europa soffocata , comporterà inevitabilmente, a fronte dell’emergere di altre grandi nazioni a livello continentale, un declino inesorabile che porterà via anche quel “falso benessere” che sembra essere, ormai, il solo motivo di sopravvivenza per il cittadino europeo.

di Pietro Giubilo
24/06/2013 [stampa]
Consulta: sentenza Mediaset un esempio di "giurisdizione politica"?
La sentenza della Consulta che ha negato che, nella assenza di Berlusconi , allora Presidente del Consiglio, ad una udienza del marzo 2010, ricorressero i termini del legittimo impedimento è stata accolta con una serie di commenti riferiti alla reazione politica del PDL o alla constatazione di “una smentita bruciante della tregua” ( Massimo Franco sul Corriere della Sera del 20 giugno ) che sembrava essersi determinata a seguito dell’evoluzione politica, con il governo delle larghe intese al quale il leader pdl aveva dato un contributo assolutamente determinante.

Sono commenti di natura politica, cioè esulano dal fatto in sé per spingere i ragionamenti e l’attenzione dei cittadini sugli effetti collaterali, più o meno discutibili e opinabili.

Quello che deve , invece, interessare è il fatto che i giudici, in questo caso si sono arrogati il diritto di valutare se la fissazione di una riunione del Consiglio dei ministri, spostandola ad una data diversa da quella “concordata” , rientri nelle prerogative del premier il quale, peraltro , dovrebbe essere il solo a stabilire il senso , i contenuti e le finalità e quindi l’opportunità, di una riunione del massimo organo di governo.

Non c’è, questo in sostanza dice la sentenza, una separazione dei poteri , poichè è evidente che i giudici si sono assunti il compito di valutare la decisione ultima circa lo svolgersi della funzione governativa che si esprime nelle adunate del massimo organo dell’Esecutivo.

Per commentare questo avvenimento istituzionale non riteniamo che sia obbiettiva e decisiva la pur interessante opinione di Giuliano Ferrara che ebbe a sottolineare nella Prefazione al libro di Mauro Mellini “Il Partito dei magistrati”, Enna , 2011 ) che riteneva essere i magistrati “un ceto che professionalmente, deontologicamente e logicamente, dovrebbe sanare in posizione terza ogni ferita inferta alle regole, e invece le travolge sistematicamente, a partire dalla regola delle regole, la divisione dei poteri”.

Ma Ferrara è, forse non sempre , troppo “berlusconiano”, per essere ritenuto oggettivo.

Il professor Giulio Sapelli che non è un “bocconiano”, e neanche può essere definito un ”berlusconiano” , in un recente saggio su “ Chi comanda in Italia” (Milano, 2013), offre una interessante lettura di un intervento della magistratura che produsse grandi cambiamenti politici ed economici.

Egli spiega come avvenne la più grande “trasformazione” del “capitalismo italiano”, che si determinò quando “crollò” “l’architrave dell’accordo tra le grandi famiglie private e capitale monopolistico di stato”, sottolineando che “il potere giudiziario fu l’arma della distruzione di quel patto”.

In un’altra parte del suo saggio, il professore di storia economica dell’Università di Milano, descrive come “i magistrati del cosiddetto ‘pool di Milano’ erano chiamati, in qual periodo, alle feste rituali dell’ ’ alto capitalismo ‘ sui laghi della bella époque finanziaria e emofiliaca del patrimonialismo familistico. Hanno potuto fare ciò forti sia della tradizione storica di opposizione al potere , sia , fatto ben più importante, dell’appoggio che l’ ‘alto capitalismo’ italiano, collegato ai grandi gruppi internazionali nordamericani, diede loro in quel decisivo lasso di tempo della prima metà degli anni Novanta del Novecento … “.

Vogliamo ricordare , infine, circa il ruolo assunto dalla Magistratura il giudizio netto di Francesco Cossiga che, non solo non può essere tacciato di filo berlusconismo, ma , che, anzi, per la sua cultura e per il fatto di avere svolto le più importanti funzioni istituzionali, non può essere ritenuto un critico incompetente ed non obbiettivo.

Nella Relazione al Disegno di Legge costituzionale da lui presentato il 14 gennaio 1997 in tema di “ Aggiunte e modifiche alla Costituzione in materia di ordinamento ed esercizio delle funzione giurisdizionale … “, Cossiga affermava che alla situazione di allora che comportava la “ ‘politicizzazione’ della giustizia” … “ si è giunti per la eccezionalità della situazione politico-istituzionale, per la crisi degli ordinamenti costituzionali, per la profonda delegittimazione della politica e della rappresentanza elettiva, per la domanda tumultuosa più di ‘condanna’ che di ‘giustizia’, propria di ogni periodo di crisi , in uno con la mancata , coraggiosa, chiara e aperta assunzione di responsabilità da parte della gran parte del ceto dirigente dell’ultimo quarantennio , ‘governo’ o opposizione”.

“Su questa crisi – concludeva – si è innestata la pseudo cultura della ‘giurisdizione politica’, della magistratura come ’potere’ e non ‘ordine’ “.

A questa sensazione del permanere di una ”giurisdizione politica”, a parte i più diretti interessati per un verso o per l’altro, non si vede alcuna reazione culturale, politica o istituzionale .

E la crisi istituzionale continua …

di Pietro Giubilo
10/06/2013 [stampa]
La UIL denuncia troppe irregolarità nel settore Dalle misure dell'Ecobonus il rilancio dell'edilizia
Edilizia travolta dalla crisi. Il panorama è preoccupante e grave. Una boccata d’ossigeno dovrebbe arrivare dalle norme del cosiddetto eco bonus per il risparmio energetico e le ristrutturazioni.

Nel Lazio, ma forse anche altrove, si aggiunge secondo la Feneal-Uil il lavoro nero: il 54% dei muratori, manovali, carpentieri delle 5 Province laziali non risulta registrato presso le Casse editili del territorio.

Dal 2008, anno d’inizio della grave crisi partita dagli Usa con i mutui non pagati e il fallimento delle banche, al 2012 le costruzioni hanno perso 40 mila posti di lavoro e oltre 3 mila imprese hanno cessato l’attività. La cassa int5egrazione ha raggiounto livelli record nel quinquennio. Sono in sofferenza tutti i comparti: calce e gesso, cemento, laterizi e manufatti in cemento, prefabbricati, legno.

Le irregolarità contrattuali comportano la rinuncia alle prestazioni economiche ed assistenziali erogate dagli enti bilaterali di settore.

Di fronte alle troppo irregolarità la Uil chiede di rendere più efficaci gli enti bilaterali soprattutto sul fronte della sicurezza nei posti di lavoro e nel controllo delle imprese di costruzione alle quali la legge vieta di operare in appalti o subappalti in lavori pubblici e privati. Per partecipare a questi la legge impone la regolarità dei versamenti per il personale dipendente all’Inps, all’Inail e alla cassa edile.

Controlli difficili? Penetrazione delle organizzazioni della criminalità organizzata come constatato in alcune regioni e in Lombardia?

Basterebbe verificare sempre l’esistenza del documento unico di regolarità contributiva ( DUR) e il regolare pagamento9 da parte delle pubbliche amministrazioni delle fatture delle imprese che hanno fatto i lavori. Pagamenti in tempi brevi, non come ora; ritardi vietati dalla ue.

Il Parlamento ha varato un provvedimento per iniziare a pagare una parte degli arretrati. Occorre fare presto se si vuole evitare ulteriori chiuse e disoccupazione. Un altri provvedimento del governo varato dal governo per aiutare la ripresa del settore è rappresentato dall’ecobonus nelle ristrutturazioni, l’adeguamento delle case alle norme antisismiche e la sua estensione alla filiera dei mobili.

Per una strategia di sviluppo la strada dovrebbe proseguire con opere per le ferrovie, porti, strade, aeroporti, viadotti. In sostanza tutto il campo dei dissesti dì idrogeologici e dell’edilizia scolastica per non continuare a correre ai ripari dopo i disastri.

La strategie sviluppo e del recupero dei posti di lavoro passa anche per la riqualificazione delle città e per una politica delle case a partire dalle ristrutturazioni e dal concetto di sostituzione edilizia: demolizione e ricostruzione con vincoli certi ma burocraticamente celeri e virtuosi e senza consumo di suolo. Come purtroppo spesso è accaduto.
10/06/2013 [stampa]
Zagrebelsky: una critica antropologica al presidenzialismo
Appena aperta la disponibilità da parte di alcuni esponenti della sinistra - per esempio lo stesso premier Enrico Letta – ad una modifica della Costituzione, con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, premessa di una possibile riforma in senso presidenziale, subito , sono iniziate le manovre e gli interventi per sbarrare la strada.

All’indomani della firma del decreto con il quale è stato nominato il collegio degli esperti che affiancherà il lavoro del governo per l’elaborazione dei progetti di riforma, con grande immediatezza, è intervenuto Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Corte Costituzionale per stroncare qualsiasi idea di cambiamento in questa direzione.

Le tesi lombrosiane del professore sono accolte in una intervista sul Corriere della Sera del 5 giugno.

Dove si fondano i motivi per i quali “l’Italia è inadatta”a questo modello politico ?

“Sotto ogni profilo” decreta Zagrebelsky e li elenca; “tasso di corruzione”, “degenerazione personalistica della politica”, “ frenesia di distruzione … atteggiamento molto diffuso”, “ il presidenzialismo può essere la tentazione per liberarsi del peso della democrazia e, con il peso, della democrazia stessa” e così via.

Non dice Zagrebelsky che lo sviluppo del sistema politico italiano, in senso personalistico, è avvenuto per l’assalto ai partiti e la distruzione di una classe dirigente per propria debolezza e per il fatto che non era confacente agli interessi di una parte del mondo imprenditoriale.

La corruzione ed il personalismo nella politica italiana di oggi è il risultato di una debolezza della politica, nella quale ognuno- in mancanza di solide organizzazioni partitiche – tende a garantirsi anche attraverso pratiche illecite.

La logica con la quale affrontare le riforme istituzionale parte da presupposti inversi rispetto a quelli considerati da Zagrebelsky.

Solo il rafforzamento della politica, da realizzarsi attraverso le riforme istituzionali, può avviare un processo virtuoso nelle forze politiche , nelle quali debbono partecipare e crescere migliori energie; con la crescita della qualità dei partiti si potranno creare le condizioni per le quali i suoi esponenti non saranno nella necessità di auto garantirsi , con sistemi irregolari.

L’esempio della IV repubblica francese è proprio la dimostrazione che ad una classe politica ormai indebolita e succube delle forze militari (su tutto ciò vedere quello che ha scritto Gaetano Quagliariello nel volume su De Gaulle recentemente riedito da Rubettino) , nel caos di un parlamentarismo in crisi, con la riforma presidenziale si offrì una strada per la sua riqualificazione (anche delle stesse forze politiche) consentendo di giungere ad una stabilità delle istituzioni, altro elemento di rafforzamento della politica.

Affermare come fa l’ex presidente della consulta che la corruzione appartiene all’Italia in quanto tale significa fare una lettura antropologica della condizione del Paese e indirizzarla in un determinismo assolutamente negativo e storicamente sbagliato.
22/05/2013 [stampa]
Non sono gli "opposti estremisti" a minare il governo Letta
Autorevoli commentatori sostengono che il governo Letta sarebbe minato sia da esponenti del Pd, sia da parlamentari del Pdl, che metterebbero “in tensione” la collaborazione politica tra i due partiti maggiori.

Massimo Franco su “Il Corriere della Sera” del 22 maggio descrive, come espressioni di questa azione per “mettere in difficoltà il governo”, da un lato il “riproporre l’ineleggibilità di Silvio Berlusconi” e dall’altro “proporre metà pena per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa”.

Questo voler porre sullo stesso piano le due diverse iniziative non aiuta a comprendere la reale situazione politica e , soprattutto, non consente di capire ciò che vi è di più profondo in questo malessere interno ai partiti presi in esame.

L’onorevole Compagna proponente del disegno di legge sull’abbreviazione delle pene non è certamente un peones del Senato. Figlio di un illustre giornalista e scrittore meridionalista e sempre schieratosi su di una linea garantista ha ripresentato una sua proposta in questo ambito per una modifica di un reato, peraltro, assai discusso anche da giuristi autorevoli.

Tuttavia il senatore Compagna non ha incarichi di partito ed è evidente , quindi, il carattere assolutamente personale del suo ddl che, peraltro ha ritirano non appena il Presidente del suo gruppo, per ragioni di opportunità, lo abbia richiesto.

Assai diverso è il discorso su Luigi Zanda. E’ il Presidente del gruppo dei senatori del Pd, di conseguenza le sue valutazioni non possono avere solo un rilievo personale ed autorizzano anche altri senatori del suo partito - anche gli stessi componenti della Giunta per le elezioni e le immunità parlamentari - ad agire nella stessa direzione.

Mentre, poi, la questione sulla valutazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa appartiene alla sfera di una norma giuridica e non comporta effetti politici diretti, la questione – peraltro già discussa e decisa nello stesso organismo parlamentare da oltre venti anni – della ineleggibilità di Silvio Berlusconi è una valutazione squisitamente politica che avrebbe effetti direttamente dirompenti sulla coalizione di governo.

Le due intenzioni e iniziative non possono quindi essere poste sullo stesso piano né per il merito, né per il ruolo politico parlamentare proponenti, né per gli effetti che ne deriverebbero sul governo Letta.

Come mai si tende a accreditare una sorta di teoria degli opposti estremisti ?

Da un lato si intende offrire un quadro di una rappresentanza sgangherata del Pdl , dando una lettura opaca delle proposte che rientrano in una linea di carattere garantista, condivisibile o meno, opportuna o meno, il cui animus è parte di una visione liberista.

Dall’altro lato non si intende andare a fondo nella lettura e nella denuncia di una spaccatura sempre più evidente nel PD tra una linea politica riformista e responsabile ed un’altra avventurista , movimentista, giustizialista e giacobina.

Quest’ultima appare sempre più inclinata verso il milieu grillino, sin dall’idea di proporre Rodotà alla Presidenza della Repubblica ed ora mantenendo una linea politica incentrata sull’antiberlusconismo.

Per la verità la stampa “illuminata” non coglie il senso distruttivo della linea giustizialista e, d’altra parte, i suoi editori non hanno mai guardato con simpatia al centro destra in genere e all’esperienza politica berlusconiana in particolare.

La base più solida dell’esperienza del governo Letta appare il responsabile sostegno di Berlusconi e la sostanziale compattezza della sua compagine politica ove, anche le sollecitazioni sulle decisione circa la ripresa economica ( eliminazione IMU prima casa – non aumento dell’IVA – non tassazione per i nuovi assunti ) ne costituiscono un elemento di forza e di consenso popolare.

Ci sono da aspettarsi , nell’immediato futuro, iniziative parlamentari e non che porranno a dura prova la stabilità del governo . All’interno del PD questa linea trova ampi consensi e nuovi adepti, come il disinvolto e “vivace” sindaco di Firenze.

di Pietro Giubilo
29/04/2013 [stampa]
Enrico Letta, Aldo Moro e gli Stati Uniti
All’indomani del conferimento ricevuto dal Capo dello Stato, Giuseppe Sarcina su Il Corriere della Sera del 25 aprile, descrive Enrico Letta come “ il pontiere in ‘stile Aspen’ “, assicurando, però, che “il premier incaricato ha una radice antica, democristiana, morotea”.

Per dimostrare questo assunto, Letta viene descritto come discepolo di Beniamino Andreatta, inventore dei “primi pensatoi” come “ Prometeia a Bologna e Arel a Roma”.

Più oltre, l’articolo ricorda che “Letta figura come segretario generale dell’Arel”, ed anche “ vice presidente dell’Aspen Institute Italia ( dove è arrivato nel 2003 )” definita “una creatura statunitense”. In un altro articolo si ricorda che Enrico Letta “ è uno dei 18 membri italiani della Trilateral Commission fondata da David Rockefeller nel 1973”.

Questa forzata connessione tra il premier incaricato , i pensatoi collegati agli USA e la visione politica di Aldo Moro, rappresenta una prima classica iniziativa di disinformazione per offrire alla nuova fase politica un quadro di riferimento storico, tuttavia non corrispondente alla verità.

Si tenta, forse, di connotare con un riferimento di alto spessore politico, una realtà che, invece, presenta un insieme di politica partitica e di grandi lobby internazionali.

La presunta radice morotea di Enrico Letta, per tramite di Beniamino Andreatta, è assolutamente debole da dimostrare. Andreatta, è stato osservato ( G. B. Bozzo – Pier Paolo Saleri: “Giuseppe Dossetti La Costituzione come ideologia “), offriva a Moro un “apporto di carattere prevalentemente tecnico, sostanzialmente di consulenza”, diversamente, la sua formazione era legata profondamente a Dossetti.

Come scrisse Baget Bozzo : “Dire che Nino Andreatta nasce spiritualmente e politicamente da Giuseppe Dossetti è cosa nota” – Il Giornale 28 marzo 2007 -.

Forse un “dossettiano anomalo” poichè, per le frequentazioni del mondo anglosassone, Andreatta , volse la sua simpatia a sostegno del mercato e del capitalismo, in una visione di capitalismo progressista e con collegamenti con il mondo bancario e finanziario italiano, ma aperto alle esperienze internazionali.

Moro, d’altronde non fu mai un dossettiano e, pur nell’attenzione verso ciò che si muoveva nella società , attribuì alla politica indirizzi che dovevano sempre rispettare il ruolo centrale della Democrazia Cristiana e la sua unità, in ciò esprimendo una diversità profonda con Dossetti e , soprattutto, con i suoi seguaci.

Questa condizione di unità e di forza della Democrazia Cristiana, questa centralità politica , per Moro, rappresentava il punto di forza per mantenere , nell’ambito delle alleanze internazionali, una condizione di autonomia dell’Italia.

E’ nota la sua contrapposizione alla politica estera di Herry Kissinger, peraltro autorevolissimo membro della Trilaterale.

“ Per Moro –, d’altro canto, come racconta Roberto Ducci - dal 1970 al 1975 direttore generale degli affari politici della Farnesina - Kissinger era l’espressione, forse non volontaria , dell’irresistibile egemonismo americano, che tendeva a non lasciar più respiro interno alle strutture politiche dei propri alleati di quanto i sovietici ne lasciassero ai propri” ( R. Ducci, I Capintesta, pag 82 ).

E il Segretario di Stato americano ricambiava : sono note le aspre considerazioni su Moro contenute nelle Memorie ( Gli anni della Casa Bianca volume I ).

Come può definirsi moroteo un personaggio che ,invece appare ben collocato negli ambiti delle organizzazioni internazionali ( Aspen – Trilaterale ) ? Tutto ciò senza soffermarsi sul carattere si esclusività e di segretezza delle discussioni che avvengono in tali contesti che dimostrano, quantomeno, una netta diversità con i confronti e le elaborazioni che avvenivano all’interno dei partiti politici . Ricordiamo che, particolarmente per la Trilaterale, i suoi membri vengono reclutati per cooptazione.

Tali organismi , poi, elaborano analisi ed indicazioni che rientrano in un quadro interpretativo della politica estera italiana come collocazione esclusiva euro atlantica, senza veri spazi per un disegno europeo dall’Atlantico agli Urali, in ciò allontanandosi dai contenuti della politica estera morotea e non solo, volti ad un dialogo tra l’ est e l’ovest dell’Europa.

Se volessimo sottilizzare, la scelta di Napolitano , a suo tempo definito come “ il più anglofilo dei dirigenti comunisti italiani”( Cereghino e Fasanella: Il golpe inglese, pag. 294 ) è stata quella di designare il più strutturalmente filoamericano del PD.

Come dire, nella crisi del PD, un giovane dirigente con le spalle protette, dotato di un curriculum rispettabilissimo ( si ricorda il fatto che già “nel 1998 tolse ad Andreotti il primato di ministro più giovane: 35 anni” ), ma di non eccezionale popolarità: nelle primarie del PD del 2007 ottiene solo l’11% dei voti. Ma non è questo che conta.

Il compito principale e più difficile per il nuovo Presidente del consiglio sarà quello di convincere i partners europei a rinegoziare le ristrettezze e i tempi del rientro dell’Italia in alcuni parametri e modificare alcune norme del sistema finanziario dell’euro. Senza tutto ciò per l’Italia, ma anche per altri paesi, si aprirebbe uno scenario economico e politico assolutamente devastante.

Forse il governo Letta, una volta costituito, potrà godere di un appoggio esterno all’Europa, più di quanto non ne avesse il suo predecessore, anche lui autorevole membro della Trilaterale?

di Pietro Giubilo
24/04/2013 [stampa]
Avanza il presidenzialismo
Ha ragione Piero Ostellino , la rielezione di Giorgio Napolitano è “ un passo verso il presidenzialismo”. Per essere precisi, aggiungiamo noi, è un altro passo in una condizione presidenzialista dell’Italia che deve , a questo punto, solo essere ratificata nella Costituzione.

Anche Angelo Panebianco all’indomani dell’affondamento di Prodi aveva osservato che le sollecitazioni verso una politicizzazione della Presidenza della Repubblica la rendono “incompatibile con il parlamentarismo”, rilevando che” è in qualche modo tragico il fatto che proprio coloro che sembrano tuttora orientati a favore di una scelta partigiana siano gli stessi che più si oppongono all’elezione diretta del presidente”.

Meno di un mese prima, il 27 febbraio, all’indomani delle elezioni, anche un intellettuale di cultura marxista come Antonio Polito aveva scritto un editoriale sul Corriere della Sera nel quale, rimproverando Bersani, ricordava che “ c’è stato un momento durante il governo Monti, in cui il Pdl aveva offerto un patto elettorale vantaggioso: una legge elettorale alla francese, in cambio del presidenzialismo alla francese”.

Mentre la “casa” - cioè le istituzioni - “brucia” , il sistema politico non riesce a contenere la protesta , la sinistra è travolta da una crisi che la espone ad essere fagocitata dal movimentismo, affannosamente, finalmente si fa strada l’idea del cambiamento della Costituzione.

Non possiamo non rammentare , amaramente, il lungo messaggio di Cossiga alle Camere del 26 giugno del 1991, nel quale, in sintonia con la posizione presidenzialista di Craxi, invitò i partiti a procedere alle riforme istituzionali. Come ricorda Sergio Romano quella proposta “fu sommersa in un mare di lazzi, invettive e polemiche” ( Prefazione a “Il grande gioco del Quirinale” ) e , come scrive nello stesso volume Antonio Carioti, meno di sei mesi dopo “ le opposizioni di sinistra chiesero la messa in stato di accusa di Cossiga, che il 23 gennaio lasciò la Dc, rimproverando al suo partito di non averlo difeso”.

Il messaggio di insediamento di Giorgio Napolitano ha certamente elevato il livello del confronto politico nelle istituzioni. Dopo tanti giorni di analisi semplicistiche o di scontri feroci, ma privi di adeguato spessore politico , finalmente sono risuonate parole ed incitazioni di alto profilo.

Il Capo dello Stato ha sottolineato l’ “ avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell’inconcludenza”, il biasimo per il “paio di decenni di contrapposizione – fino allo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile – ” e per “l’orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze ,mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse”, l’invito a “procedere senza indugio alla formazione del governo”.

Giorgio Napolitano ha stigmatizzato anche “ il nulla di fatto in materia di sia pur limitate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate”, oltre che “il tabù del bicameralismo paritario”.

Ma la massima critica il Presidente l’ha indirizzata sulla “mancata riforma della legge elettorale del 2005”, che “ha provocato un risultato elettorale di difficile governabilità e suscitato nuovamente frustrazione tra i cittadini per non aver potuto scegliere gli eletti”.

Tutte giuste considerazioni che, tuttavia, non delineano i contorni della vera esigenza dell’Italia ,cioè della grande riforma.

Una legge elettorale che consenta all’elettore di scegliere, l’eliminazione del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari, la rivisitazioni dei regolamenti della Camera, possono senz’altro migliorare il lavoro parlamentare e stabilire un più corretto rapporto dell’elettorato con le istituzioni.

Tuttavia il nucleo profondo della crisi sta soprattutto nel rapporto di rappresentanza, cioè nella rottura del patto tra popolo e istituzioni.

E’ in discussione la democrazia con l’influenza di élites, di poteri più o meno palesi, di meccanismi informatici che vogliono sostituire la libera espressione elettorale, di gruppi editoriali di proprietà del mondo imprenditoriale che apertamente giungono a sollecitare le designazioni dello stesso Presidente della Repubblica.

Di fronte a questa manipolazione della democrazia , alla restrizione dei suoi spazi, occorre una grande riforma che apra nuovi spazi di democrazia, cioè un più forte potere di espressione del popolo.

Solo il grande prestigio di Napolitano ha fatto in modo che il nuovo presidente eletto non approfondisse ancora di più il distacco della gente dalle istituzioni, come, invece, sarebbe avvenuto con l’elezione di altri candidati affacciati e cancellati nel giro di poche ore.

La repubblica parlamentare non ha più riserve avendo dovuto attingere alla rielezione di Napolitano.

Da ora in avanti, rimane solo la strada del presidenzialismo.

di Pietro Giubilo
10/04/2013 [stampa]
Napolitano e Berlinguer
Quando i dirigenti ex comunisti del PD avevano pensato di organizzare per l’8 aprile la commemorazione di Gerardo Chiaromonte nell’aula Zuccari del Senato, forse ricordavano un suo scritto di quasi quaranta anni prima.

Il 25 maggio 1973 – era avvenuta la strage davanti alla questura di Milano - il dirigente comunista scriveva su “Il Contemporaneo”: “Ammesso che le sinistre laiche, socialiste e comuniste conquistassero il 51 per cento dei voti, il progresso democratico e sociale dell’Italia non potrebbe essere assicurato in una contrapposizione frontale contro l’altro 49 per cento, al di fuori cioè della ricerca del consenso e della collaborazione con il grosso delle masse cattoliche e con le loro rappresentanze sindacali e politiche”.

Era quella una logica che si sviluppò alcuni mesi dopo – anche a seguito delle vicende che avevano portato alla sconfitta del fronte popolare cileno - attraverso gli articoli su “Rinascita” del segretario Berlinguer ,nei quali venne presentata la proposta politica di : “un compromesso storico tra le forze che raccolgono e che rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”.

Ma l’accordo vero e proprio avvenne, più avanti, nel 1976 , dopo le elezioni del 20 giugno , quando in un mese e dieci giorni Andreotti, incontrò la delegazione comunista guidata da Berlinguer , sciolse la riserva e compose un governo monocolore DC con il quale , ricorda Giorgio Galli, “non accorda alcuna concessione , né discute col PCI il programma di governo e la sua composizione”.

Tornando ad oggi. Bersani, intenderebbe ripercorrere la prospettiva del ’76, ma, in un certo senso, a parti invertite : il PD forma il governo senza trattare programma e composizione e il PDL si dovrebbe limitare ad una benevola astensione.

Ma quella soluzione derivava, allora, da un quadro fortemente influenzato da questioni ideologiche e di carattere interno ed internazionale. Agnelli auspicava che la DC non aprisse ad un governo con i comunisti, il cancelliere tedesco Schmidt ricordava come l’Italia,alla quale aveva concesso crediti garantiti dalle riserve auree, non mutasse quadro politico.

Berlinguer,d’altra parte, faceva i suoi viaggi in Bulgaria, si andava allontanando da Mosca, con la quale ,tuttavia, non aveva ancora rotto; l’Italia era attraversata da grandi problemi di ordine pubblico e da attentati terroristici e ,pur tuttavia ,dal governo delle astensioni cioè da una “non sfiducia” si sarebbe tentato, due anni dopo , un “accordo contrattato” con la trattativa tra Berlinguer e Moro un mese prima del tragico 16 marzo nel quale avvenne il rapimento del leader DC.

Napolitano intervenuto al convegno su Chiaromonte sembrerebbe offrire una diversa interpretazione delle larghe intese rispetto alle ipotesi del PD di oggi.

Sembrerebbe possibile ed auspicabile , così viene interpretato l’intervento del Presidente Napolitano , una intesa larga , per far nascere un governo stabile , per attuare cambiamenti necessari e avviare la ripresa economica del Paese.

Per la verità le “grandi questioni” che impedirono a quel tempo , giustamente, un governo di DC e PCI, non sussistono in alcun modo per impedire una grande coalizione tra PD e PDL . Che cosa non consente oggi di arrivare, dunque, a questo accordo?

Napolitano non lo dice, forse, da profondo conoscitore della storia del PCI, per averla vissuta da protagonista, la pensa e, guarda caso , riguarda proprio Enrico Berlinguer e la sua intervista a Scalfari del 28 luglio del 1981, con la quale compie la svolta sulla “questione morale”.

Una interessante interpretazione di questo passaggio l’ha espressa, in un suo recentissimo libro, Piero Sansonetti ( “ La sinistra è di destra” ).

Con essa – scrive Sansonetti – “Berlinguer … sconvolge la sua strategia politica precedente”. Da una via politica basata solo sui partiti politici passa, cioè, al movimentismo. “Il fallimento del compromesso storico – continua - … spinge Berlinguer a rovesciare del tutto la sua impostazione e a identificare nell’eccesso di potere della politica, e dei partiti, non un mezzo per le riforme … ma un ostacolo alla loro attuazione”.

L’analisi dell’ex direttore di Liberazione è ancora più interessante quando ricorda chi si espresse criticamente rispetto all’intervento di Berlinguer e alle sue possibili conseguenze che, inevitabilmente, avrebbero condotto alla riduzione del ruolo dei partiti: Giorgio Napolitano.

Paventò allora, l’attuale Capo dello Stato, un mese dopo, in un articolo del 21 agosto del 1981, che “alla presenza e persino all’aggravamento di fenomeni degenerativi nei partiti di governo o di parte di essi … possano comprensibilmente diffondersi nelle nostre file reazioni indiscriminate ,atteggiamenti di pura denuncia, stati d’animo pessimistici e finanche forme di smarrimento” e, per essere ancora più chiaro, Napolitano, ricordando Togliatti, metteva in guardia su “ tendenze nettamente reazionarie, rivolte a mettere sotto accusa e liquidare la funzione dei partiti per sostituirvi un sistema di gruppi di pressione”.

E’ proprio quella logica, lontana nel tempo, ma , probabilmente, sempre presente in Giorgio Napolitano che lo rende diffidente nei riguardi delle sperimentazioni di Bersani con il movimento di Grillo e verso la sua diffidenza ad un accordo con il centro destra.

Ed è proprio per questo che il PD, nel quale prevale ormai la linea giustizialista e pro movimentista, cercherà di attuare il suo disegno, eleggendo un Presidente che gli possa consentire quello che l’anziano dirigente comunista non gli ha permesso.

Solo una evidente e clamorosa rottura della sua unità potrà impedire tutto ciò.

di Pietro Giubilo
02/04/2013 [stampa]
L'antiberlusconismo "CAMICIA DI NESSO" di Bersani.
Per chi conosce le vicende della sinistra comunista italiana ha ben presente la sua capacità di adattamento strategico alle condizioni storiche e politiche del momento.

Quando Togliatti ritornò in Italia nel 1944 si dichiarò favorevole al mantenimento del regime monarchico ( la cosiddetta “ svolta di Salerno”) ,nonostante la sua propensione verso la costruzione di una Repubblica che, poi, avverrà solo qualche anno dopo. Fabrizio Cicchitto nel suo libro “La linea rossa” ha sottolineato “l’origine sovietica di quelle direttive”,come dimostrato anche da importanti storici, ma non vi è dubbio che Togliatti possedesse la duttilità di conformarsi ad una linea oggettivamente realistica.

Alla Costituente , resistendo con fermezza alle pressioni della sinistra radicale, lo stesso leader comunista accettò l’inserimento nella nuova Carta dei “patti lateranensi” nel testo firmato da Benito Mussolini , nonostante che Pio XII avesse assunto una linea di durissimo contrasto con il PCI ed operando nelle elezioni del 1948 per la sua sconfitta elettorale.

In tempi meno lontani Enrico Berlinguer propose il “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana, senza operare distinzioni tra le differenti “anime “ di questo partito.

Ci sarebbero poi da analizzare altri interessanti elementi di “contaminazione” della cultura e del partito comunista: da quella che fu definita la fase del ”socialfascismo”negli anni ’30 ( appello dell’agosto 1936 di Togliatti, Longo, Di Vittorio e Valiani “Per la salvezza dell’Italia riconciliazione del popolo italiano” ), alla influenza di quell’interessante storico che fu Delio Cantimori il cui “ passaggio dal fascismo al comunismo avvenne “, secondo Francesco Perfetti “ sul terreno di una netta e irriducibile opposizione al liberalismo e, … quasi in una sorta di ideale continuità” ( prefazione a “Delio Cantimori e la cultura politica del novecento”).

Non vi è dubbio che dal tempo di Berlinguer ad oggi l’evoluzione del PCI, nelle diverse trasformazioni del nome, si è accompagnato anche a due aspetti : l’indebolimento della sua capacità strategica e l’incremento dell’influenza radical giacobina che,invece, Togliatti, a suo tempo, aveva saputo frenare con assoluta fermezza.

Il risultato è che oggi il Partito Democratico non solo ha abbandonato la struttura ideologica del PCI nei riferimenti marxisti ,ma con essa anche la sua capacità strategica ,cioè di operare secondo una autonoma strada di scelte e di accodi per creare le condizioni della assunzione del potere . Il PD è oggi prigioniero della linea radicale espressa dal “partito Repubblica” che gli ha fatto assumere , secondo uno schema fascismo/antifascismo, la linea antiberlusconiana.

“Repubblica” ha imposto al segretario del PD di indossare la “camicia di Nesso” dell’antiberlusconismo, proprio mentre il leader del centrodestra ritornava al centro della politica italiana. Anzi, paradossalmente, si potrebbe dire che lo ha richiamato in campo.

In fondo la ridicola ed affannosa ricerca da parte di Bersani di un accordo con il Movimento 5 Stelle , dopo le elezioni di febbraio, risponde a questa logica ed è ben evidente il quadro neo illuminista sul quale poggia l’idea radical-gicobina di utilizzare la protesta dei grillini per costruire il solito arco di sinistra per combattere e frantumare la maggioranza moderata e non progressista del Paese.

Alcuni noti esponenti del movimento libertà e giustizia si sono, addirittura, incaricati ad essere i mallevatori di questa operazione l’11 marzo, con l’invito a firmare l’ “appello a Beppe Grillo”: “ se non ora quando?” .

La sconfitta di Bersani nel tentativo di formare una maggioranza, dovendo mantenere una ferma contrapposizione a Berlusconi, è, per il PD, molto più devastante di quanto non appaia.

Proprio per questo Napolitano li ha avvertiti e redarguiti con asprezza. Nel vecchio esponente comunista sono ancora presenti quelle categorie politiche orma scomparse nei democratici.

Il PD ha inesorabilmente dimostrato la sua debolezza proprio nella incapacità di realizzare un compromesso anche di fronte ad una difficile condizione del Paese.

La prevista sostituzione di Bersani con Renzi non sarà una operazione indolore.

L’eventuale nuova leadership potrà avvenire solo con un costo elettorale a sinistra e con conseguente spaccatura interna ,mentre la stessa immissione di una cultura liberista entro il corpo del partito formato dai due integralismi catto e postcomunista comporterà una sorta di “libera tutti”.

I vantaggi potrebbero essere inferiori ai costi proprio perché la sconfitta di Bersani è la sconfitta del PD.

di Pietro Giubilo
25/02/2013 [stampa]
Il patrimonio degli agnelli e gli italiani con un pugno di mosche
Margherita Agnelli non lo meritava.

Contro di lei avevano agito per tentata estorsione gli avvocati Poncet e Gamma in relazione alla vicenda assai complessa dell’eredità di Giovanni Agnelli.

Il giornale della famiglia – si fa per dire – non ha pubblicato la notizia della richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Milano.

Oltre il danno anche la beffa.

La notizia non è stata pubblicata anche perché la richiesta di archiviazione contiene alcune valutazioni della Procura che non presentano un’immagine positiva dell’operato dell’Avvocato. Viene descritto infatti che “ molteplici indizi …portano a ritenere come verosimile l’esistenza di un patrimonio immenso in capo al defunto Giovanni Agnelli le cui dimensioni e la cui dislocazione territoriale non sono mai stati compiutamente definiti”.

E veniamo al danno.

L’iniziativa giudiziaria della figlia Margherita – è scritto nella richiesta – “non può essere liquidata come una pretesa avventata” e “ non possono escludersi in linea teorica accordi tra le persone coinvolte per marginalizzare Margherita Agnelli sul piano economico”.

Alcuni elementi sono stati trovati e cioè l’esistenza di un conto in Svizzera da un miliardo di euro, due società offshore e una finanziaria destinata a schermare la proprietà di tre moli in Costa azzurra.

Non è certamente poco, ma la procura si è dovuta fermare a questo punto, come afferma Libero del 22 febbraio, “ per la mancata collaborazione di Svizzera e Liechtenstain”.

Una domanda è d’obbligo.

Si tratta di un patrimonio “frutto di evasione fiscale” ?

Non è dato sapere . Il sospetto è , tuttavia,assai forte. I PM, infatti , come scrive il Corriere della Sera del 22 febbraio, dopo aver affermato che “la rogatoria è stata respinta sulla base dell’assunto , non del tutto condivisibile, che la richiesta avesse esclusiva finalità fiscale” hanno attestato che “ i 109 milioni a Margherita Agnelli in base all’accorso del 2004 sull’eredità ( in tutto 1 miliardo e 166 milioni tra case oggetti d’arte a altri attivi ) “furono pagati da un conto della filiale di Zurigo della Morgan Stanley sicuramente sconosciuto al fisco”, in quanto “ non inserito nella dichiarazione dei redditi 2002-2003 di Gianni Agnelli”.

Sono d’obbligo altre considerazioni.

Prima di tutto quella sulla conoscenza dei grandi patrimoni che dovrebbero essere oggetto di tassazione patrimoniale, come dai programmi della sinistra. Da quanto leggiamo balza evidente la constatazione che i grandi patrimoni attraverso scatole cinesi, agenzia bancarie o societarie vengono nascosti e sono fuori dal raggio di intervento del fisco, con la conseguenza che chi volesse introdurre una patrimoniale con un importante risultato di risorse fiscali dovrebbe rivolgersi e tassare l’assai più modesto patrimonio dei ceti medi italiani . Questa è la verità che emerge anche dalla vicenda del patrimonio nascosto di Giovanni Agnelli che neppure un tribunale è stato in grado di poter scovare e valutare.

Un’altra conseguenza è che la vera evasione avviene a questi livelli ed è lì che dovrebbe esercitare la sua azione investigativa Equitalia e non andare a colpire soprattutto idraulici e tabaccai.

Si dovrebbero mettere sotto la lente di ingrandimento i grandi commercialisti , agenti di cambio, società affiliate al sistema bancario che rappresentano gli intermediari di queste azioni evasive, come è dimostrato da altre vicende giudiziarie che vedono indagato un Ministro ex amministratore di banca.

Il mancato recupero di questa grande evasione fiscale , poi, induce, come abbiamo già rilevato, ad attaccare quei patrimoni dei ceti medi, frutto della propensione degli italiani al risparmio, costituiti con risorse sulle quali si è già pagato come IRPEF un’ alta tassazione.

In questa azione di esproprio del patrimonio immobiliare degli italiani scorgiamo oltre alla facile azione famelica del fisco, un intento ancora più preciso degli uomini delle banche della compagine governativa in carica.

Gli italiani braccati da una tassazione insopportabile sul loro patrimonio immobiliare dovrebbero essere indotti a dimetterlo, per trasformarlo in liquidità da far gestire alle banche con nessuna garanzia di un ritorno di utile. Quando mai le banche sono portate a valorizzare cespiti mobiliari di poche decine o qualche centinaio di migliaia di Euro ?

Però queste risorse servirebbero alle operazioni bancarie anche con investimenti sui noti derivati.

Gli italiani, abbandonato un patrimonio immobiliare da loro stessi gestibile, si dovrebbero affidare alla gestione bancaria , per ritrovarsi … con un pugno di mosche.

25/02/2013 [stampa]
La fallimentare austerita' di Mario Monti
Il lungo e articolato servizio di Alessandro Banfi, andato in onda mercoledì 20 febbraio su la 4 dal titolo “La grande speculazione”, rappresenta un modo di fare giornalismo con competenza, serietà di documentazione e capacità di comunicazione ad alto livello.

La questione affrontata è tutta la vicenda economica e politica che va dall’estate del 2011 quando si muovono i mercati dietro sollecitazione delle vendite da parte delle banche tedesche di oltre otto miliardi di BTP,agli interventi delle agenzie di rating, alla crescita dello spread, la caduta del governo Berlusconi, l’avvento di Monti, le sue scelte di politica economica che provocano la recessione , la sottomissione del governo dei tecnici alle logiche economico finanziarie della Germania, il ruolo di Mario Draghi e la condizione di grande difficoltà di oggi, ma anche in prospettiva, dell’economia italiana.

Gli snodi della vicenda sono , nel servizio, contrassegnati dalle valutazioni di grandi esperti economici che , pressocchè unanimemente esprimono la più radicale critica alle scelte di incremento del carico fiscale decise da parte del governo tecnico.

Risultano particolarmente interessanti le prove documentali che il servizio mostra sulle vendite dei titoli italiani a lungo termine da parte tedesca , le argomentazioni esposte dalla procura di Trani sugli interventi di S&P di valutazione dei titoli italiani prive di un reale fondamento ricognitivo, le perplessità dei circoli economici statunitensi sulla scelte recessive di Monti, la necessità di un approccio economico diverso fondato sulla riduzione del carico fiscale , cioè l’opposto di quello operato da Monti .

E’ argomentata con dovizia di analisi la concatenazione logica degli avvenimenti che dimostrano come, con il passaggio da Berlusconi al professore della Bocconi, si sia determinato un vero e proprio commissariamento delle istituzioni politiche italiane.

Risulta con evidenza dal servizio , con le interviste al responsabile economico del PD Fassina , come a sinistra , non si siano resi conto di quanto sia avvenuto, mentre le stesse differenziazioni rispetto alla recente linea economica non sanno risalire alla radice delle cause che hanno operato nel sistema economico e politico italiano.

Il cuore dell’interessantissimo servizio è l’ intervista a Wolfgang Munchau (pubblicata integralmente su Il Foglio del 19 febbraio ) , editorialista del Financial Time che muove da una considerazione di fondo : l’”errore più grande è nell’insistenza sull’austerità come modalità principale per combattere la crisi” che “è ciò che sta accadendo in Italia” che “ è entrata in un programma di riduzione del debito , con l’austerità, ma il cui governo ha sottovalutato l’impatto del rigore sulla crescita”.

Del resto Munchau, proprio in questi giorni, aveva scritto su F. T. un editoriale su Mario Monti dal titolo assai esplicito: “Non è l’uomo giusto per guidare l’Italia”, spiegando che ” un abbassamento nel rendimento dei titoli ha giocato un ruolo in questa storia, ma la maggior parte degli italiani sa che deve questo ad un altro Mario, Draghi, presidente della Banca centrale europea”.

Dopo aver criticato l’ insufficienza degli interventi del governo in tema di riforme, Munchau sostiene che “l’Italia ha bisogno di elaborare una strategia sostenibile per l’Eurozona”.

In sostanza la crisi dovrebbe essere contrastata a partire dall’Europa, concordando differenti modalità di ripiano del debito: “Non è possibile per un qualunque paese della periferia diventare più competitivo e contemporaneamente ridurre il debito… nell’eurozona abbiamo bisogno di un accordo più ampio , abbiamo bisogno dell’Eurobond”.

E’ facile rammentare che proprio sulla proposta degli eurobond avvenne lo scontro tra il governo Berlusconi e la Merkel.

Su questo punto Munchau fa una notazione politica: “ Credo che Monti avrebbe dovuto dire la verità alla Merkel, avrebbe dovuto dirle che si devono realizzare questi obbiettivi o l’Italia non potrà rimanere un membro dell’Eurozona”.

Muchau, proseguendo, smonta anche la tesi che i governi precedenti a quello dei tecnici avevano portato la situazione sull’orlo del baratro: “l’Italia non ha visto esplodere il proprio deficit e nella recessione del 2009 ha avuto una quantità minima di esborsi per incentivi o salvataggi, ha mantenuto un baget piuttosto prudente. Per questo credo che l’austerità non fosse giustificata da nessuna ragione oggettiva. L’unica ragione che si poteva accampare era quella della mancanza di credibilità, cosa che non ritengo vera”.

Più oltre aggiunge: “ gli investitori con cui ho parlato erano preoccupati più per l’austerità che per la mancanza di austerità”.

La prospettiva del fiscal compact viene criticata aspramente : “ un autorevole economista di Washington mi ha detto, in confidenza, che se un suo studente di economia avesse redatto il fiscal compact non avrebbe superato il suo esame”.

La prospettiva del fiscal compact viene criticata aspramente : “ un autorevole economista di Washington mi ha detto, in confidenza, che se un suo studente di economia avesse redatto il fiscal compact non avrebbe superato il suo esame”.

Per la crescita la ricetta di Munchau è imperniata sulle riforme non solo di carattere economico ma anche di carattere istituzionale; occorre, afferma, “ la riduzione dei troppi “strati” di governo locale in Italia… Nella gran parte dei paesi c’è un livello locale, uno statale e uno federale. Tre livelli che è la cosa giusta…”.

Alla fine Munchau che, evidentemente, non è accecato da uno ostilità preconcetta , come gran parte degli osservatori economici e politici italiani, arriva ad una specie di endorsement per Berlusconi: “ e’ interessante che Berlusconi stia facendo campagna elettorale sulle misure anti austerità, che sono ragionevoli dal punto di vista economico. E’ difficile per me dire che si dovrebbe votare per Silvio Berlusconi, in quanto ci sono ragioni per non votarlo, ma economicamente parlando , è una strategia sensata. Io farei esattamente la stessa cosa: tagliare le tasse, tagliare le tasse, tagliare le tasse… Tagliare anche una parte di spesa e guaderei alle riforme strutturali. Taglierei le tasse e mi occuperei delle questioni strutturali allo stesso tempo. Questo Berlusconi lo può fare”.

E termina indicando la prospettiva virtuosa per l’Italia: “ Tagliare le tasse è un provvedimento popolare, ma poi si potrebbe sfruttare la popolarità come capitale per attuare le riforme strutturali. Questa sarebbe la mia proposta e la promuoverei come un modo per rivitalizzare l’Italia, per riportarla alla crescita. Un volta tornati alla crescita del 3 per cento , nessuno più si preoccuperebbe del debito”.

I ragionamenti di Wolfgang Munchau , così brillantemente raccolti da Alessandro Banfi , non solo esprimono una realtà che la stragrande maggioranza della stampa italiana volutamente ignora e distorce , ma è anche la dimostrazione che per uscire dalla crisi economica, politica e istituzionale è anche necessario che si aprano gli angusti orizzonti nei quali giornalisti, osservatori economici , professori universitari senza vero spessore scientifico ed accademico hanno rinserrato il dibattito in Italia propinandoci sclerotici pregiudizi ideologici, dimostrando una passiva adesioni alla casta imprenditoriale e bancaria, con una sciocca e consapevole sudditanza agli interessi esterni e ostili a quelli dell’Italia.

P. G.

06/02/2013 [stampa]
Evidente l'intreccio con la politica dalle vicende del Monte dei Paschi Le fondazioni controllano cinquanta miliardi di euro
Le vicende-scandalo del Monte dei Paschi di Siena ( e l’anomala posizione della Fondazione che detiene il 35% del capitale sociale) hanno aperto scenari difficilmente immaginabili da parte del grande pubblico di cittadini e risparmiatori. Quattro le inchieste: 1- l’acquisizione di Antonveneta nel 2007 da parte del Mps per 9,7 miliardi di euro dal Banco di Santander che l’aveva pagata circa 3 miliardi in meno; 2- la gestione e la moltiplicazione dei derivati dai vari nomi come Santorini e Alexandria per la quale si ipotizzano falso in bilancio e ostacoli alla vigilanza;3- la cresta di alcuni dirigenti dell’area finanza Mps pari al 5% su alcune operazioni; 4-trucchi contabili per ripianare il bilancio del 2010 attraverso il finanziamento ad un consorzio per comperare i suoi 683 immobili, portando in cassa una plusvalenza di 400 milioni di euro.

Queste vicende, al di là degli aspetti politici e penali, hanno riaperto il dibattito sul ruolo delle Fondazioni, sulla loro anomala costituzione nella legislazione italiana, sulla rispondenza allo spirito della legge iniziale del 1990 ( Amato-Carli) e sulle successive modifiche fino alla legge Tremonti del 2001 fortemente contestata, portata davanti al Tar del Lazio e poi alla Corte Costituzionale che si è mossa con un difficile equilibrismo per giustificare l’entrata nell’ordinamento giuridico delle Fondazioni bancarie. Una soluzione che già all’inizio degli anni Novanta il dr. Sottile, come viene chiamato il professor Giuliano Amato all’epoca presidente del Consiglio, definì “ un mostro giuridico” pur avendole volute e difese anche da Ministro del Tesoro ( presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi) nel 1998.

Il problema è che alcune Fondazioni hanno mantenuto posizioni di controllo o di maggioranza di alcune banche oppure continuano ad esercitare un forte condizionamento attraverso consistenti pacchetti azionari. Altre come per esempio la Fondazione Roma presieduta da Emmanuele Emanuele hanno scelto la strada di uscire fuori dai consigli di amministrazione delle banche, operando solo dentro la società civile.

Non era e non è compito delle Fondazioni di origine bancaria assicurare la stabilità del sistema creditizio dal punto di vista azionario. E su questo aspetto si sono aperte, come al solito in Italia, accese discussioni. A favore della permanenza del contatto tra potere politico e sistema del credito si sono espresse quelle forze dirigiste che propugnano una forte presenza dello Stato in molti settori dell’economia.

Le Fondazioni suscitano l’appetito dei partiti e degli enti territoriali locali anche per il loro patrimonio che viene stimato tra i 40 e i 50 miliardi di euro, con attivi da poter utilizzare per le iniziative strategiche che vengono decise da ognuno degli 88 comitati d’indirizzo in totale autonomia ma sotto la sollecitazione degli esponenti politici dei Comuni e delle Province che nominano la maggioranza del Consiglio generale in cui sono concentrati tutti i poteri principali, dall’approvazione e modifica dello Statuto alla nomina e revoca di tutti gli altri organi, dal bilancio alle scelte strategiche.

Le Fondazioni gestiscono una montagna di soldi. Quella del Monte dei Paschi ( 35% del capitale) finanziava tutto e tutti: dai fantini e cavalli del Palio, alle squadre di calcio e basket di Siena, alle attività culturali. Le Fondazioni hanno anche investito in Generali, Fiera Milano, Autostrade, Mediobanca, Aeroporto di Firenze, Mediaset, Iren, Sator, nelle banche di riferimento ( Unicredit, Intesa San Paolo, Monte dei Paschi).

Il nodo centrale del contatto tra potere politico e sistema del credito si trova nella composizione dell’organo di controllo, caratterizzato da una prevalenza di membri espressi dai Comuni e dalle Province in cui sorge la Fondazione ma non dalla Regione.

Il quadro che ne deriva, scrive il prof. Gennaro Barbieri, è una complessa ragnatela di poteri. Poiché le banche sono ancora controllate in qualche modo da alcune Fondazioni di riferimento il ruolo degli enti territoriali, gestiti dai politici, è determinante per gli assetti e le scelte degli istituti di credito. Tra i presidenti delle 88 Fondazioni quasi tutti ex politici e al di sopra dei 60 anni, ossia una longa manus dei partiti.

Sergio Menicucci

30/01/2013 [stampa]
Dal sito della Fondazione Italiana Europa Popolare pubblichiamo un articolo di Pier Paolo Saleri che illustra la “salita in politica”di Monti, ed il suo vero rapporto con i Movimenti cattolici di Todi.
(Commentiamo l'articolo con una foto provocatoria che gira sul web.)

Sono trascorsi diversi giorni dalla cosiddetta “salita in politica” di Mario Monti. La campagna elettorale ha ormai cominciato a prendere corpo in tutta la sua durezza polemica. L’irrompere sulla scena di scandali devastanti, come quello del Monte di Paschi di Siena rende poi, se possibile, la situazione ancora più grave ed inquietante.

In questo contesto l’immagine del Presidente del Consiglio uscente è ovviamente cambiata. Al tecnico riservato, misurato, professorale e, seppur determinato, sempre attento ad apparire istituzionale e “super partes” rispetto ai partiti della “strana maggioranza” è subentrato un leader elettorale sempre professorale, ma aggressivo, che trasforma la determinazione in durezza, talvolta astiosa, e non risparmia bacchettate e pesanti bastonate a competitori ed avversari.

Eppure, malgrado questa “mutazione”, sembra ad oggi, almeno dai sondaggi, che la proposta politica del professore non riesca a sfondare. Il piccolo “tridente elettorale”, cui ha dato vita con Fini e Casini, continua a collocarsi in un area che oscilla tra il dodici ed il quindici per cento: insomma, la sua iniziativa politica non riesce ad innescare quel profondo movimento di popolo indispensabile per determinare le vere grandi svolte nella vita delle Nazioni.

Per capire le ragioni di tutto questo bisogna tornare alla fine di dicembre: all’Agenda Monti. Non è certo un caso se il prof. Zamagni ha scritto di quell’Agenda su Avvenire: “Da Monti un bel documento ma senz’anima”: e partendo da un “documento senza anima” è difficile parlare al cuore del popolo. In primo luogo al mondo cattolico ed a quei movimenti, che molte aspettative e speranze avevano riposto nell’iniziativa politica di Monti. Una parte importante e vitale di popolo che è rimasta dubbiosa, delusa dall’asetticità di quell’Agenda, dal suo tacere sui valori e, non solo sui valori eticamente sensibili, ma addirittura su quelli sociali: basti pensare che la parola “sussidiarietà” non appare nell’Agenda Monti neppure una sola volta.

Come ha scritto sull’editoriale di Avvenire dell’11 gennaio il prof. D’agostino i temi etici “non possono essere messi tra parentesi”. La difesa dei principi etici, innanzitutto vita, famiglia ed educazione, non è, infatti una “battaglia confessionale” e, pertanto, non può neppure essere una scelta da demandare al “foro privato” della coscienza individuale. E’ una difesa di valori antropologici, connaturati alla natura stessa dell’uomo, che assumono forte rilievo di carattere giuridico, pubblico e politico. Vita, famiglia e libertà d’educazione sono, infatti, le fondamenta sulle quali poggia qualsiasi progetto, o programma credibile, per una nuova crescita della nostra comunità nazionale e della nostra economia. E senza crescita restano solo l’emergenza, le tasse ed i sacrifici.

Eppure, di fronte a a questa situazione i movimenti di Todi non sono, comunque, restati con le mani in mano. I cattolici hanno tentato di dare il loro contributo per arricchire l’Agenda Monti superando l’emergenza, ma, nei fatti ogni possibilità di confronto e di approfondimento è stata rifiutata.

E’ in questo contesto che si deve inquadrare l’invito rivolto a Monti, dal Presidente del MCL dalle pagine di Avvenire, ad intervenire all’incontro del Forum del 10 gennaio. Un invito, finalizzato a “creare l’occasione per un confronto pacato, ma molto franco”, per verificare la possibilità di riempire il “vuoto d’anima” dell’Agenda: per darle “un respiro ben più ampio … integrandola con il tema dei valori irrinunciabili, della sussidiarietà, della solidarietà, dell’economia civile e del terzo settore”: un confronto serio e serrato, dunque, non certo una scontata consacrazione. E’ proprio di questo che nell’incontro del 10 gennaio si sarebbe dovuto discutere e non si è discusso: non certo per responsabilità dei movimenti di Todi.

Ciò detto, vi è ancora un secondo aspetto che nella vicenda di cui stiamo ragionando ha un’importanza più contingente ma, non per questo, meno significativa. Si tratta della scelta politica operata da Monti di alleanza e collegamento, con le liste di Casini e di Fini in funzione “terzopolista”. Una scelta che gli inibisce, nella sostanza, ogni possibilità di assumere il ruolo politico di federatore e leader di un nuovo centrodestra in Italia. Un ruolo, invece, che il professore avrebbe ben potuto far proprio in riferimento specifico al Partito Popolare Europeo dando, così, anche un contributo determinante al definitivo superamento del berlusconismo.

Il professore compie, così, una scelta politica fragile ed asfittica che lega e appiattisce la sua immagine pubblica - il “patrimonio politico” più importante da lui accumulato nella sua esperienza di Governo! – su due “personaggi di nicchia” della Seconda Repubblica come Fini e Casini. E’ il punto sul quale si consuma la rottura tra il professore ed il ministro Passera.

Certo va detto, a sua scusante, che l’indiscutibile spregiudicatezza di Berlusconi nel gioco tattico non gli ha certo reso facile la vita. Bisogna però anche dire, per amore della verità, che lui ci ha messo molto del suo. Infatti, anche se la grande operazione di scomposizione-ricomposizione del centrodestra, culminata nella manifestazione di “Italia Popolare” del 16 dicembre 2012 a Roma, è fallita per l’attivismo “spregiudicato” di Berlusconi ed il “silenzio assordante” di Monti, uno spiraglio, per tener comunque vivo quel disegno politico, era restato aperto.

Mario Mauro ed un gruppo significativo di parlamentari europei del PPE-PDL hanno infatti tentato, fino all’ultimo, di varare una quarta lista, sempre collegata a Monti ma rivolta specificamente all’elettorato di centrodestra deluso del berlusconismo ed arricchita dal sostegno di alcuni importanti movimenti cattolici. Come si sia chiuso anche quest’ultimo spiraglio ce lo ha raccontato, su “Vatican Inseder”, il vaticanista della Stampa Andrea Tornielli: “Proprio in quei giorni stava avvenendo il tentativo, portato avanti dall’europarlamentare Mario Mauro, di dar vita ad una quarta lista pro-Monti, che mettesse insieme alcuni eurodeputati e alcune candidature provenienti dal mondo dei movimenti cattolici. Il pomeriggio del 4 gennaio si è tenuto l’incontro decisivo tra Monti, Mauro e altri due parlamentari europei del PDL, Paolo Bartolozzi e Giuseppe Gargani. Il premier ha chiesto 24 ore di tempo per consultarsi con gli altri alleati, poi il giorno dopo, ha telefonato a Mauro dicendo di non volere la quarta lista, guardata invece con simpatia dai vertici della CEI”.

Pier Paolo Saleri

Vicepresidente Fondazione Italiana Europa Popolare
23/01/2013
[stampa]
Monti “Recita” Sul “Matrimonio Gay” , Ma Non Intende Chiarire La Questione Nel Suo Programma – Si Allargano Le Perplessita’ Nei Sacri Palazzi

Quando il 17 gennaio, rispondendo ad una domanda di un giornalista , probabilmente concordata, sui matrimoni omosessuali, Monti disse con precisione : “ io penso che la famiglia debba essere costituita da un uomo e una donna”, i telespettatori constatarono che il premier, abbassando gli occhi, aveva letto un testo già preparato.

Ora Andrea Tornielli, intelligente analista de La Stampa, ci informa ( 22 gennaio ) che Mario Monti e il presidente della CEI Cardinale Bagnasco si erano incontrati, qualche giorno prima in “territorio neutro” .

L’intenzione di Bagnasco, scrive il giornale, era stata quella di conoscere “più da vicino le posizioni dello stesso Monti sui valori ‘non negoziabili’, un tema sul quale fino a quel momento il premier aveva scelto il silenzio”.

In conformità con l’incontro la risposta era stata impeccabile e , probabilmente, per non sbagliare, il premier l’aveva messa nero su bianco.

Però, come si dice, il diavolo si nasconde nei particolari. Monti , infatti , alla risposta aggiunse del suo, affermando, come sottolinea con sottile malizia Tornielli, “che la sua era una posizione personale, perché ‘nel nostro movimento ci sono forme pluraliste’” dicendo inoltre che “i parlamentari ‘possono trovare strumenti’ per riconoscere diritti ‘ad altre forme di convivenza’”.

Ora è assolutamente evidente che un conto sono le convinzioni personali ed un altro sono gli impegni di programma e di governo.

Cioè a dire: non sono in discussione le idee di Monti e la sua personale coerenza su tali argomenti – ci mancherebbe - , ma la CEI chiede una “coerenza di programma” ed una dichiarazione netta su ciò che si intende tutelare con le leggi sul tema del matrimonio gay.

Le testimonianze parlamentari e le loro iniziative individuali, le scelte di coscienza sono cosa assai diversa rispetto a chiare intenzioni di governo e a coerenze e decisioni di programma presentati agli elettori prima del voto.

E qui non ci siamo proprio.

Il possibile o probabile accordo dopo le elezioni tra PD e Centro rende ancora più evidente il motivo per il quale Monti si ostina, nonostante le “autorevoli” sollecitazioni, a lasciare questo argomento al livello delle convinzioni personali e non delle scelte politiche .

Reso così evidente tutto ciò, come si può giustificare un endorsement esplicito della Chiesa verso Monti attraverso i suoi organi di informazione come l’Osservatore Romano e, soprattutto, l’Avvenire, di fronte ad un ostinato rifiuto a chiarire questo punto?

E’ la domanda che sempre più insistentemente circola nei sacri palazzi, anche perché si mormora che il Cardinale Ruini sia uscito “esterrefatto” da un recente colloquio con Monti proprio su questi temi.
18/01/2013
[stampa]
La democrazia elitaria di Mario Monti

La Stampa a tutta prima pagina titola “Bersani-Monti, prove d’intesa”.

L‘ autore dello scoop Fabio Martini ,notoriamente bene informato, sostiene che si sarebbe parlato dell’ “ipotesi di un pareggio al Senato “ che “potrebbe spingere verso un accordo “ tra le coalizioni . Aggiungendo che - e pare più una conferma – “non è dato sapere se si sia parlato anche di possibili equilibri , di Presidenza del Senato, o di dicasteri”.

Qual è il senso di una tale prospettiva?

Non si tratterebbe di un compromesso per assicurare un governo di “grande coalizione” in quanto non si realizzerebbe tra le due formazioni politiche più forti ed in nome di una necessità di governo.

Il suo profilo sarebbe quello di un sinistra-centro , cioè di una formula politica sulla quale non viene assolutamente chiesto il giudizio ed il voto degli elettori.

Tutt’altro, le dichiarazioni ufficiali saranno tutte imperniate sulla autonomia di ciascuno dei due raggruppamenti e poi, una volta ottenuto il voto degli elettori le scelte verranno decise dai partiti .

E’ il modo per riesumare , pur in un sistema maggioritario, la logica proporzionale che nella prima repubblica si esprimeva nella richiesta del voto e di scelte decisive fatte a urne chiuse.

Ma questa operazione politica non ha nulla a che vedere con le formule politiche che caratterizzavano i rapporti nella prima repubblica.

Allora si era in presenza di partiti strutturati, sufficientemente autonomi rispetto al sistema dei poteri e che possedevano un ampio consenso elettorale ed un radicamento forte. Quantomeno fino agli anni ’60.

Il possibile accordo avverrebbe oggi senza alcuna chiarezza sugli obbiettivi politici, ma con grande attenzione alle esigenze di potere e dei posti da occupare nelle istituzioni.

Oggi, poi, questi penosi contorcimenti avvengono in un quadro di evoluzione della politica che qualcuna ha efficacemente definito come la prospettiva di “depoliticizzazione” della democrazia.

Come ha ricordato Mario Valerio Lo Prete su il Foglio del 16 gennaio, Mario Monti nel suo libro, scritto con l’eurodeputata Sylvie Goulard “ La democrazia in Europa” , “citava Bobbio per sostenere la tesi “ che “ la democrazia senza apporto tecnocratico non è più al passo con i tempi”.

Si avverte il senso della concezione politica del premier e cioè che la democrazia si cura con la tecnocrazia.

Non a caso questa visione viene diffusa, avverte Lo Prete , anche da autorevoli pubblicazioni statunitensi come il mensile liberal Harper’s che alla fine del 2012 è uscito con una copertina che raffigurava una scheda elettorale in fiamme e sotto il titolo “Why vote? E scrivendo “ Perché votare se poi il tuo voto non conta nulla ?” e continuando “ così come il capitalismo occidentale subisce un processo di deindustrializzazione, allo stesso modo la nostra democrazia si depoliticizza”.

La crisi politica in Italia è crisi delle istituzioni e di conseguenza si avvia ad essere crisi della democrazia.

E siamo ormai al bivio. Questa crisi può essere affrontata in due modi : o con una riforma che consegni la legittimità delle scelte al popolo o con l’apporto delle èlites tecnocratiche e dei relativi poteri.

La seconda ricetta ci porterebbe ad una dittatura dei poteri oligarchici.

La prima che passa attraverso una riforma della Costituzione. La democrazia si deve curare facendo contare di più il voto.

La repubblica presidenziale, che noi insistiamo a proporre ristabilisce il patto tra istituzioni e popolo, ad esso riconsegna le decisioni che contano, la sua rappresentanza politica, la scelta della classe dirigente e del programma con il quale si intende governare.
14/01/2013
[stampa]
Milano Finanza Scrive Su Fini E L’immagine Di Monti

Paolo Panerai, Direttore di Milano Finanza non può, in alcun modo, essere definito un berlusconiano. Tutt’altro.

Le sue analisi “Orsi e Tori” che ogni sabato appaiono sul settimanale sono sempre acute e, in qualche modo, controcorrente rispetto all’hestablishment degli analisti economici dei quotidiani di proprietà di banche e imprenditori.

Chi non ricorda la sua battaglia di quasi venti anni fa’ per denunciare la mancanza di editori puri e l’appoggio che diede a chi, in quegli anni, propose una legge per inibire alle aziende che fatturavano oltre una cifra rilevante la proprietà di quotidiani e periodici?

Il 12 gennaio conclude il suo lungo articolo immaginando una presenza del candidato Monti a Porta a Porta.

Secondo Panerai il conduttore dovrebbe porre una domanda al premier in questi termini: “ il rigorosissimo radiologo dei candidati, il dr Enrico Bondi da Arezzo, che referto fa dell’ex presidente della Camera , Gianfranco Fini, con un cognato accertato proprietario della casa di Montecarlo lasciata in eredità, per adesione ideale e ideologica , al partito da una nobildonna? Non aveva detto che se fosse stato accertato che il proprietario era il cognato (come se non lo sapesse) si sarebbe dimesso? Quando è stato dimostrato che il signor Giancarlo Tulliani , che gira in Ferrari, era proprietario di tutte e due le società caraibiche intestatarie della casa di Montecarlo, il presidente della Camera ha fatto sapere che era stato tradito , ma non si è dimesso. Caro Professore non crede che dall’accettazione di cooperare con Fini , la sua immagine di uomo che non si piega possa uscirne quantomeno un po’ obliqua?”.
05/12/2012
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L'astrolabio degli Hyksos, per uscire dalla notte bancaria

A cominciare dal momento in cui un dolente Antonio Gramsci ammise (nei Quaderni dal carcere) che la maggioranza degli italiani semplici nutriva ideali refrattari al sistema di Karl Marx, l'apparato culturale della sinistra fu severamente impegnato a diffamare e squalificare gli interpreti della tradizione nazionale.

Gli autori di fede cattolica e di ovvia cultura controrivoluzionaria, pertanto, furono sepolti, dai quadri intellettuali del Pci, nel cimitero della memoria vergognosa, il medesimo in cui gli antichi egizi avevano nascosto gli odiati Hyksos.

Hyksos di complemento furono giudicati anche gli italiani sconfitti nella seconda guerra mondiale e perciò rinchiusi all'interno delle parentesi marmoree scolpite da filosofo liberale Benedetto Croce. Degli italiani innominabil, è emblema il fratello, minore e vergognoso, del celebre Antonio, Mario Gramsci, ostinato combattente di tre guerre vinte e di una perduta, e federale del deprecato partito fascista repubblicano in Varese.

La storia, in breve.

Reduce dai fronti della prima guerra mondiale, il fratello innominabile aderì al fascismo nel 1921 e pertanto fu selvaggiamente affrontato e bastonato a sangue dai compagni dell'illustre Antonio.

Nel 1935, dimenticate le percosse, Mario fece pressione su Benito Mussolini perché al fondatore del Pci fosse concessa la libertà condizionata (in seguito definitiva) e l'opportunità di curare in un'attrezzata clinica romana la malattia che lo affliggeva.

Gli storici rispettosi tacciono elegantemente, ma Antonio Gramsci, a seguito dell'intervento del bieco duce, morì in libertà, assistito da medici qualificati e da premurosi familiari.

Diversa la sorte di Mario Gramsci, che nel 1943 aderì purtroppo alla Rsi. Catturato dai partigiani fu picchiato e torturato quindi consegnato agli inglesi, che lo deportarono in un campo di concentramento democratico.

Quando gli educatori inglesi accertarono che le condizioni di salute di Mario erano disperate lo rimpatriarono in fretta e furia. Anonimo fra gli anonimi, Mario morì in Italia nel dicembre del radioso 1945.

Il presente saggio è scritto per rivendicare il diritto alla memoria degli Hyksos pensanti. E per sollecitare, con motivata insistenza, il riconoscimento del diritto di cercare, nei proibiti libri firmati dagli Hyksos, le idee vincenti sulla crisi del 1929.

Estratto dalle crociane parentesi, il programma proibito può soccorrere gli affannati ricercatori di una via d'uscita dal presente, che è segnato dal drammatico collasso dell'economia liberale e/o di specchio.

r Nel solco della tradizione interpretata dalla destra che non c'è più, è proposto infine uno scandaloso scritto sui pensieri occultamente hyksos, che, nel secondo dopoguerra, hanno ispirato il principale autore del miracolo italiano, il professore Amintore Fanfani. Il miracolo, infine, fu speronato e affondato da un panfilo, il Britannia, che era adibito al trasporto delle presenti sciagure.

Un temerario aspirante alla squalificata identità hyksos, il professore Giulio Tremonti, sostiene che "la globalizzazione è stata una pazzia - fatta da pazzi autentici, illuminati fanatici". Il disordine causato dal mercato globale, la fatale inclinazione del sistema mercatista a produrre recessioni, sono implicitamente annunciati dall'elenco (stilato dall'incauto Tremonti) dei replicanti, intesi a rilanciare la mitologia intorno alla mano magica del mercato: “i liberali drogati dal successo appena ottenuto nella lotta contro il comunismo; i post-comunisti divenuti liberisti per salvarsi; i banchieri travestiti da statisti; gli speculatori-benefattori; e i più capaci pensatori di questo tempo, gli economisti, sacerdoti e falsi profeti del nuovo credo”. (Giulio Tremonti “La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla”, Mondadori, Milano 2008).

Tremonti rammenta altresì che alla lucida follia dei globalizzatori si è aggiunta la fulminante cupidigia dei banchieri americani, che il presidente Bill Clinton aveva sciolto dal guinzaglio di una buona legge: "Nel 1999 il presidente Clinton abroga la legge - voluta dal presidente democratico Franklin Delano Roosevelt - legge che vietava alle banche di speculare. La legge diceva: Se tu usi il risparmio dei cittadini lo puoi impiegare per dare soldi alle famiglie, ai lavoratori, all'industria, alle comunità, non per giocare in borsa. Se vuoi giocare in borsa lo fai con i soldi tuoi. Clinton abolisce quella legge e autorizza le banche a fare quello che vogliono".

L'associazione dei due fattori di disordine scatenati dall'oligarchia liberale - la globalizzazione incontrollata e la cieca avidità dei banchieri & gabellieri - hanno generato la crisi, che sta devastando l'economia occidentale.

La festa italiana, celebrata dagli svenditori democristiani imbarcati sul panfilo Britannia intanto è finita. Ai politici di cultura cattolica, adesso s'impone l'arduo compito di chiudere, senza pentimenti, la scena liberale allestita dagli entusiasti ruggenti intorno alla catastrofe del sistema comunista.

La fonte del cattolicesimo liberale, non è inutile rammentarlo, sta nei saggi scritti dal democristiano Jacques Maritain durante il soggiorno negli Stati Uniti. Saggi non a caso apprezzati dal cattoliberale Michael Novak e valorizzati quali scongiuri da lanciare contro la tentazione rappresentata dall'economia mista concepita e attuata dagli hyksos con felici esiti.

La ferocia della crisi in atto consiglia invece di fare un passo indietro e di rilanciare la magistrale lezione di Pio XI sulle cause ideologiche delle depressioni, che periodicamente sconvolgono le economie governate dalla mano magica del mercato.

Stabilito che le massime del liberalismo vacillavano per effetto dell'implosione della borsa di Wall Street (nota 1) , Pio XI nella Quadragesimo anno, affermò che dalla superstiziosa sopravvalutazione del mercato "come da fonte avvelenata, sono derivati tutti gli errori della scienza economica individualistica, la quale, dimenticando o ignorando che l'economia ha un suo carattere sociale non meno che morale, ritiene che l'autorità pubblica la dovesse stimare e lasciare assolutamente libera a sé, come quella che nel mercato o libera concorrenza doveva trovare il suo principio direttivo o timone proprio secondo cui si sarebbe diretta molto più perfettamente che per qualsiasi intelligenza creata".

Il coraggioso pontefice affermò di conseguenza che "il retto ordine dell'economia non può essere abbandonato alla libera concorrenza delle forze" e concluse il suo ragionamento riconoscendo la necessità inderogabile che la giustizia sociale sfosse garantita dalla legge dello stato: "è necessario che questa giustizia sia davvero efficace, ossia costituisca un ordine giuridico e sociale a cui l'economia tutta si conformi".

Pio XI, di conseguenza, approvava senza riserve l'intervento della politica degli Hyksos italiani, intesi a disciplinare la libertà del mercato e a correggerla instaurando quell'economia mista che fece uscire l'Italia dalla crisi causata nel 1929 dagli speculatori di Wall Street. Di qui la sconfessione dell'utopia mercantilista e il conseguente successo della scienza economica italiana.

La soluzione approvata da Pio XI convinse Amintore Fanfani, giovane professore dell'Università cattolica del Sacro Cuore, ad avviare uno studio approfondito sui rapporti tra morale cattolica ed economia.

Il risultato della ricerca intrapresa da Fanfani fu "Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo", un magistrale saggio pubblicato nel 1933 dalla casa editrice Vita e Pensiero. Fanfani, dopo aver dimostrato che la modernizzazione dell'economia non fu avviata dai riformatori luterani e calvinisti ma dai mercanti cattolici attivi nella Firenze del Trecento, sostiene che il capitalismo può convivere e di fatto ha convissuto felicemente con la morale prevalente nelle società fondata sui realistici princìpi del cattolicesimo (nota 2).

Quale benefico effetto della morale cattolica sull'economia, Fanfani citava la proibizione dell'usura: "La preoccupazione del rispetto della morale in questo campo prende talmente il sopravvento da indurre per lungo tempo i moralisti ad incoraggiare di sopperire alle necessità della vita economica non già con il semplice mezzo del prestito, ma con il ricorso alla formazione di società. Così si antempone ad una soluzione economicamente razionale quale è quella del prestito, una soluzione razionale anche noralmente quale è quella dell'associazione. Esempio questo d'evidenza solare, della subordinazione che per lo spirito cattolico hanno i problemi economici a quelli morali" (nota 3).

Coerentente la teoria di Fanfani esclude che il cattolicesimo respinga la razionalizzazione economica o che la voglia compiere secondo principi estranei all'ordine economico, "ma si è che il cattolicesimo ritiene che tale razionalizzazione deve avere dei limiti negli altri principi ordinatori della vita".

Pertanto "il cattolicesimo non piò accogliere quella organizzazione sociale in cui riceve piena sanzione di legalità l'interesse predominante, prescindendo dalle sue relazioni positive o negative collo scopo della società, dello Stato, dell'uomo cattolicamente inteso".

La morale degli hykos cattolici costituisce dunque l'unica via al superamento della morale dimezzata e inquinata dal liberalismo, un'ideologia che ha giustificato guerre pedagogiche, piraterie, usure, schiavismo e sfruttamento dei lavoratori, in vista di successi che puntualmente si rovesciano in tragiche carestie.

La conferma di tale conclusione si legge nel miracolo economico italiano, ottenuto negli anni Sessanta da un sistema di economia mista, puntellato da istituti assistenziali e previdenziali fondati dalla calunniata lungimiranza degli Hyksos.

La decrepitezza dell'ideologia liberale e cattoliberale progressista e la cecità del pensiero socialista si misura dalla proposta di abolire l'Iri e dalla motivazione antifascista degli oppositori democristiani a Fanfani.

Il giro degli anni che ha riportato l'Italia alla miseria regnante prima del miracolo economico, da Giano Accame definito cripto fascista, consiglia la rivisitazione delle teorie censurate dalla banca mangia uomini e dal delirio di scuola liberista.

Nota 1 - Nel 1929 la mano magica del mercato gettò sul lastrico milioni di americani. Per risollevare la loro sorte il presidente Franklin Delano Roosevelt fu costretto ad adottare provvedimenti ispirati da princìpi hyksos, irriducibili alla venerata mitologia liberale.

Nota 2 - Negli anni Novanta, l'economista Giuseppe Palladino, in continuità con Fanfani, rammenterà che "Il capitalismo italiano, storicizzato alla luce dell'etica e della teologia morale dei canonisti, fece di anguste aree della Toscana e di altre plaghe del Nord Italia, le terre più prospere del mondo di quel tempo" (Citato da Normanno Malaguti, cfr. "La moneta debito", Il Cerchio, Rimini 2012). Di recente l'economista Flavio Felice ha confermato la tesi fanfaniana rammentando che "Se per capitalismo intendiamo un modello di produzione fondato sul ruolo positivo svolto dalle imprese, dal mercato, dalla proprietà privata e dal libero, responsabile e creativo agire della persona, ancorata ad un saldo sistema giuridico e ad un chiaro orizzonte ideale, al centro del quale è posta l'opera del più affascinante, raffinato e prezioso fattore di produzione: il capitale umano, credo che sia difficile non cogliere proprio nella tradizione greca, romana ed infine cristiana, le radici stesse del capitalismo".

Nota 3 - "Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo", Matsilio, Venezia 2005, pag. 111.

Pietro Vassallo
23/11/2012
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Tra Montezemolo e Casini si muovono le acque del rinnovamento, ma il pesce Fini non esce dalla tana.

Non si sono ancora spente le luci della ribalta sulla manifestazione di Montezemolo “Verso la terza repubblica” che già si accendono gli animi e si sviluppano dure polemiche con l’UDC di Pierferdinando Casini.

Un certo timore di concorrenza c’è: con Montezemolo c’era il Capo della CISL Bonanni e Casini di deve accontentare dell’”arrugginito” Pezzotta, Italia Futura attira le organizzazioni cattoliche dalle ACLI ai “paolini” e lui, che a suo tempo aveva spinto fuori dal partito il presidente dell’MCL Carlo Costalli, si deve accontentare di Rocco Buttiglione.

La soluzione però Casini ce l’ha sempre in tasca ed ha pensato a due liste federate con due diversi programmi unite da un patto elettorale con un “cappello comune sull’agenda Monti”.

Il retro pensiero è quello che dall’alto del suo 6 per cento e pensando di attirare personalità da PDL e PD ( nomi, ma i voti ? ) farebbe mangiare la polvere a Italia Futura . Tutto da vedere.

Il bello è che a Italia Futura questo non soddisfa, chiede ricambio della classe dirigente dell’UDC che vanta al suo interno le più lunghe carriere parlamentari , mentre già si stava profilando all’orizzonte l’aggiunta di Pisanu che detiene il primato assoluto di longevità parlamentare.

Il punto delicato è che questa presa di posizione di Montezemolo mette in discussione addirittura il Presidente ed il Segretario dell’UDC: Buttiglione e Cesa.

Il primo con finta signorilità avrebbe anche preso in considerazione una sua disponibilità a non ricandidarsi – tutta da verificare - , ma il secondo non l’ha presa bene dichiarando, giustamente di “non accettare lezioni da nessuno”.

Giustamente perché, se vogliamo, anche LCDM non è proprio di primo pelo e le sue vicende FIAT “nella buona e nella cattiva sorte” hanno attraversato diversi decenni.

In questa disputa scarsamente edificante manca tuttavia un protagonista importante.

Gianfranco Fini tace, continua a nascondersi dietro il suo ruolo istituzionale , il dibattito sul rinnovamento non lo riguarda , si è dichiarato pro Monti e spera di riguadagnare uno scranno parlamentare, elargitogli dall’astuto Casini.

D’Alema e Veltroni a sinistra hanno compiuto il bel gesto, per la verità un po’ “sollecitati” dal birichino Renzi, al centro qualche scricchiolio si sente e qualcosa verrà fuori , ma lui sta fermo e zitto, un po’ come quei pesci che lui usa pescare e che invece a volte se ne stanno quatti quatti dentro la tana in attesa di uscire fuori una volta passato il pericolo.

09/11/2012
[stampa]
Sarà ancora recessione nel 2013

ISTAT e G20 vedono nero
Le prospettive di crescita sono deboli in tutto il mondo. L’Europa da parte sua deve moltiplicare gli sforzi per venire a capo della crisi. I rischi non sono scongiurati e il 2013 e il 2014 si presentano ancora pieni di incognite . Sarà ancora recessione. Si tratterà di un biennio nel quale si navigherà in acque agitate secondo una nota della Commissione Ue di Bruxelles. E le difficoltà che hanno investito molte aree dell’eurozona stanno interessando anche la Germania che ne era rimasta immune. Anche la locomotiva tedesca perde colpi a cominciare dalla produzione industriale. Dopo il balzo del 3% del Pil nel 2011 la Germania dovrà accontentarsi di un modesto + 0,8 per cento.

Anche l’analisi del G.20 riunito a Laos non lascia margini di dubbi. E neppure le rilevazione dell’Istat.

Per l’Italia ci sono in prevalenza note dolenti. Il prodotto interno lordo continuerà a calare l’anno prossimo anche se meno di quello del 2010 ( -0,5 contro il -2,3%), la disoccupazione salirà all’11,4 % dal 10,6, a causa del contrarsi dell’occupazione unito all’aumento dell’incidenza della disoccupazione di lunga durata, i consumi subiranno una ulteriore contrazione dello 0, 7 % dopo il crollo del 3,2 dell’anno che sta per finire a causa delle persistenti difficoltà del mercato del lavoro e della debolezza dei rediti nominali.

I principali fattori di rischio, osservano gli analisti del G.20, sino costituiti dal rallentamento del commercio mondiale e dal riacutizzarsi delle tensioni sui mercati finanziari.

Interprete della linea di rigore in Europa Angela Merkel ha osservato che “ ci vorranno 5 anni per superare l’attuale crisi economica”. Ma non è solo il Cancelliere tedesco. L’economista francese Nicolàs Vèron, vicino al presidente Francois Holland, ritiene che comunque ci siano ancora diversi anni di sacrifici davanti agli europei a causa della complessità della crisi. I governi allora hanno il dovere di essere attivi e propositivi.

Il punto verrà fatto al vertice europeo di fine novembre ma prima ci saranno una serie di incontri bilaterali ad alto livello diplomatico. La Grecia resta ancora appesa all’accordo con la troika europea e le nuove misure del governo Samaras hanno scatenato nuove proteste evidenziando la fragilità della coalizione greca.. La Spagna non si decide a chiedere l’intervento del Salva-Stati e del cappello della Bce per timore di perdere fette di sovranità.

E l’Italia? Monti ha ripetuto a livello internazionale di vedere la luce in fondo al tunnel, è andato in Estremo Oriente soprattutto a sollecitare investimenti alla Cina.

Il governo dei tecnici ha però scontentato tutti alla prova dei fatti. Troppe tasse, niente crescita, diluvio di provvedimenti contraddittori. Il disegno di legge sulla stabilità sta andando avanti in Parlamento a zig zag, con un toglie metti di grande confusione.

Non si è compreso bene se il governo Monti abbia effettivamente posto in essere le riforme fondamentali per riaccendere la miccia della produttività, degli investimenti oppure ha soltanto operato dei tamponamenti.

I cittadini, che tra pochi mesi si recheranno alle urne, vorrebbero comprendere cosa è stato fatto realmente e gli effetti delle manovre lacrime e sangue dal momento che lo spread continua ad attestarsi sui 350 punti base rispetto ai Bund tedeschi.

Per ora la maggioranza delle famiglie, dei lavoratori, dei pensionati è sempre più povera e i giovani sono, sempre di più, senza lavoro.

Sergio Menicucci
06/11/2012
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"Notabili" e classe politica. La fine della rappresentanza
L’articolo di Galli della Loggia sul Corriere del 3 novembre individua uno scenario della politica italiana che riguarda il “Centro dello schieramento” che, peraltro, lo stesso editoriale indica in “quello gravitante dalle parti dell’UDC”.

Viene evidenziato come le adesioni all’indirizzo politico centrista si presentino come adesioni di “notabili”, o meglio di “notabili a disposizione … della politica”.

L’articolo fa anche i nomi: Corrado Passera, Andrea Riccardi, Luca di Montezemolo, Lorenzo Ornaghi, Ernesto Auci, Raffaele Bonanni.

Ed esaminando la dimensione del governo tecnico, la domanda che si pone il professor della Loggia ne è la conseguenza: “Che cos’altro è perlopiù un tale governo, infatti, se non per l’appunto un governo di notabili? “.

Condivisibile anche il riferimento all’ “archetipo” nella figura di Giuliano Amato.

Nota l’editoriale che “ tipico dei notabili a disposizione presenti sulla scena italiana è il loro silenzio”; a parte “i discorsi sui massimi sistemi”, “non ce n’ è uno, mi sembra, che si sia fin qui avventurato , invece , a dirci come, secondo lui, dovrebbe essere affrontato e risolto un problema specifico , uno soltanto dei tanti problemi con cui ci troviamo alle prese”.

La conclusione è una critica pesante ai partiti.

Così interpreta la situazione l’editorialista come atteggiamento dei “notabili” verso i partiti e gli elettori: “ Voi mi dovete eleggere non per ciò che io penso o propongo (quasi sempre nulla ), ma per ciò che io sono. Per il mio ‘rango’. Che non deve essere certo riconosciuto da voialtri, insignificante plebe elettorale. Basta che lo facciano i miei pari: a voi al massimo non resta che sottoscrivere”.

L’articolo mette in evidenza la crisi dei partiti che ormai si rivolgono come classe politica ai notabili non potendola esprimere né autonomamente, né come espressione della società.

Si sottolinea anche l’atteggiamento élitario dei “notabili” e la conseguente distanza tra questa realtà chiamata a governare e gli elettori.

C’è, indirettamente la constatazione di come siano ormai eliminati i canali di formazione della classe politica ( associazionismo, lavoro politico sul territorio e gli strati sociali, formazione culturale e ruolo della stessa politica ) con il conseguente deterioramento delle rappresentanze residue, appannaggio in molti casi di cialtroni, affaristi e inconsistenti praticanti dei propri interessi e delle relative modeste ambizioni. Oggi siamo andati oltre la nota allocuzione di Rino Formica sui “nani e ballerine” perché questi facevano comunque da contorno a una residua classe politica.

Siamo a quella che abbiamo sempre indicato come la crisi della rappresentanza che è poi il ganglio del sistema politico democratico, ad un passo dalla crisi della democrazia.

La delega politica ad un notabilato di non edificante consistenza, significa, da un lato, la rinuncia ad una ripresa del ruolo della politica e dei modi di costruzione di una classe dirigente e dall’altro quello che Piero Ostellino denuncia su un’altra pagina del Corriere della Sera dello stesso giorno, con riguardo all’Europa e che, significativamente, titola “Politici a rimorchio dei tecnocrati europei. Si perseguono interessi corporativi facendoli passare per ideali”.

Siamo di fronte a devastate forze politiche e ad una sconsolante piattezza di giornalisti e di “intellettuali” che, tranne alcune eccezioni tra le quali quelle citate, non sanno indicare alcuna via d’uscita.

Tutti si esaltano nel conformismo giustizialista, nei giochi a rimpiattino della riforma elettorale, nella via di fuga di primarie utili per un attivismo fine a se stesso e adatte ad un leaderismo che, tuttavia, non trova conferma nel sistema politico e nella sua necessaria riforma presidenziale.
16/10/2012
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Regioni da riformare, manca una visione complessiva dello Stato
Non vi è dubbio che in Italia vi è una questione morale che riguarda i partiti e una parte della classe politica.

Le vicende della Regione Lazio con gli scandali del capo gruppo del PDL e di quello dell’ IDV , pur particolarmente diffusi dai mass media (in particolare il primo), non costituiscono un fatto isolato.

Nella Puglia , in Emilia e in Sicilia con l’incriminazione dei presidenti di giunta, in Lombardia con il caso Penati e con gli arresti avvenuti , in Piemonte sui rimborsi kilometrici, ed altre situazioni regionali che non riferiamo ,si sta assistendo all’allargarsi degli scandali per cui qualcuno ha calcolato che una regione su due è oggi sotto la lente della magistratura.

A parte alcune vicende particolari di favoritismi o di influenze sospette sulle votazioni, la gran parte degli scandali riguardano l’eccesso e l’uso improprio dei finanziamenti ai gruppi consiliari .

Oltre a questi aspetti, si sono resi evidenti sia l’esorbitare delle Regioni rispetto alle propri competenze, aprendo attività e rappresentanze all’estero o in altre Regioni, sia il complicarsi delle procedure amministrative, in quanto, con le modifiche del titolo V della Costituzione e con l’ambito delle competenze concorrenti, non sono più apparsi certi i confini tra le istituzioni .

In sostanza, l’opinione pubblica viene sollecitata a ribellarsi ad uno spreco di risorse pubbliche da parte delle Regioni e con attività regionali che a volte appaiono come intralci ai procedimenti decisionali.

Ma i problemi del sistema istituzionale italiano sono anche altri.

La storia degli ultimi venti anni , infatti , dimostra che questo largo uso di risorse in modo improprio sia per i costi della politica, sia per operazioni nell’ambito della politica economica sia stato praticato anche dallo stato centrale.

Basterebbe ricordare ,solo per il suo valore emblematico, la vicenda Lusi e per quanto riguarda le scorribande finanziarie leggersi il recente libro di Altissimo e Pedullà “L’inganno di Tangentopoli”, per rivisitare Telekom Serbia, la Sme, la Olivetti con le forniture alla Poste, e il poco conosciuto “affaire” Omnitel, rete telefonica delle Ferrovie e Mannesmann.

Del resto anche la macchina amministrativa dello stato centrale dimostra un groviglio burocratico e una lentezza che impediscono adeguate decisioni.

Per quanto riguarda gli scandali regionali è tuttavia scattata subito una operazione mediatica volta a correggere il peso delle regioni nel sistema politico e costituzionale dell’Italia.

Correzione giusta per certi versi , tendenziosa per altri.

Partiamo dai secondi.

Chi si è posto in evidenza in questa campagna mediatica sono i giornali i cui editori si occupano anche di sanità, di cemento, di energia rinnovabile e di tante altre attività che godono di forti sostegni finanziari dello Stato e che, nel quadro di una riorganizzazione di competenze costituzionali, vedrebbero rafforzare quel rapporto tra imprenditoria e ministeri che, nel suo insieme, costa alle finanze pubbliche circa 40 miliardi di euro di incentivi, di trattamenti fiscali ed altro, come è stato analizzato da volume di Marco Cobianchi “Mani bucate”.

Rispetto a evidenti e necessari processi di riforma occorre essere chiari.

Il governo Monti assai attento alle esigenze del grande mondo imprenditoriale e bancario ha subito posto mano a interventi e proposte che , in buona sostanza, puntano non solo ad una indispensabile modifica del tanto discusso titolo V della Costituzione, ma anche al trasferimento alla stato di competenze in materia di energia, infrastrutture, commercio estero e probabilmente altro.

E’ giusto mettere ordine rispetto ad una condizione caotica.

Si tratta di un passaggio decisivo del Governo in quanto i tempi rimasti e la difficoltà di operare in questa direzione, per la resistenza politica delle Regioni, difficilmente consentiranno di approvare entro la legislatura la modifica della Carta.

Ma la questione è anche e soprattutto politica e istituzionale, ma in una visione molto più ampia.

Le regioni sono state costruite, a suo tempo , secondo una logica meramente geografica priva di reali riferimenti storici, culturali e di aggregazioni di interessi comunitari e di sviluppo.

Si dovrebbe avere il coraggio di ripensarne i confini e riprendere una strada di riforme normative che introducano ad esempio i principi della responsabilità e di una verifica delle spese su base dei costi standard, riproponendo il nucleo positivo di quella riforma federalista , che con troppa lentezza e qualche confusione era stata avviata.

Stiamo assistendo, invece, ad un irrigidimento che pur togliendo qualche competenza maldestramente affidata alle Regioni, non interviene nei gangli del non controllo e governo della spesa.

Si coglie, in queste intenzioni della compagine governativa, anche, un antico sapore centralistico che, purtroppo, venne introdotto in Italia nel Risorgimento, secondo una logica culturale e politica sul modello francese.

Sembra palesarsi una linea per la quale le politiche restrittive sul piano finanziario andrebbero nella direzione di un generale ricollocamento di risorse che dovrebbero raggiungere i più grandi soggetti economici a danno dell’importante ceto medio produttivo che rappresenta, invece, il nucleo storico ed economico del nostro Paese.

Tutto ciò perché è evidente che una più ampia competenza centrale facilmente si sintonizza sulla grande industria e la grande banca.

Storditi dalle vicende scandalistiche gli italiani e soprattutto la cultura politica del nostro Paese non sono in grado di compiere una analisi vera di ciò che sta accadendo.

Soprattutto non appare una capacità di discutere di una “ grande riforma” che ricomponga seriamente l’architettura generale del sistema politico.

E’ un ulteriore sintomo della crisi politica dell’Italia.
08/10/2012
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Per Roma un sindaco manager
Mentre rimane aperta la questione sulla data di svolgimento delle elezioni regionali nel Lazio che ha visto soccombere Renata Polverini di fronte ad una situazione che si era resa insostenibile, si profila anche , il problema del rinnovo dell’amministrazione comunale di Roma.

Alemanno eletto sindaco nel 2008 , ebbe nella competizione elettorale un successo significativo, raccolse cioè un consenso, in qualche modo, anche trasversale , nel senso che anche strati popolari orientati a sinistra ritennero la ”novità” Alemanno più attraente della “minestra riscaldata” Rutelli.

Ma i problemi, per Alemanno, si presentarono nel concreto della consiliatura.

La sua “ estraneità” ad una parte consistente del poteri “forti” dell’economia romana non ha facilitato una comunicazione positiva della sua gestione politica e amministrativa della città.

Questi poteri erano stati abituati dalla “urbanistica contrattata” di Rutelli e Veltroni a disegnare direttamente lo sviluppo della Città.

Questa prassi amministrativa ampliamente e spericolatamente utilizzata che, ricordiamo, essere priva di qualunque contesto legislativo , aveva consentito alla giunte di sinistra di realizzare milioni di metri cubi, in deroga ai piani urbanistici e paesaggistici vigenti, non in funzione di un disegno della città, deciso dall’autorità pubblica, ma degli interessi e dei progetti di una parte importante dell’imprenditoria romana e non solo.

Solo il gruppo di un noto imprenditore romano, proprietario del “giornale del mattino” di Roma e che ,all’indomani della uscita di Veltroni, invitò a voltare pagina, interessato al settore delle municipalizzate, non ha infierito sul sindaco in carica.

I media hanno calcato la mano pesantemente per compromettere l’immagine di Alemanno come apparve evidente nei giorni delle nevicate , quando cioè settori importanti dello stato mostrarono una evidente incapacità di fronte all’emergenza e intere aree della Provincia rimasero per giorni tagliate fuori, eppure la colpa e l’inefficienza vennero addossate solo e direttamente al Sindaco di Roma.

Alemanno, da parte sua, ha governato con alcuni limiti evidenti.

Rutelli e Veltroni furono le amministrazioni che governarono in funzione degli interessi immobiliari romani , Alemanno avrebbe dovuto esprimere con più forza e determinazione un governo per l’interesse generale della Città.

Il sindaco non è riuscito a operare con incisività in questa direzione e, soprattutto, a comunicare questa sua volontà nei cinque anni.

Quello che è riuscito a decidere , come per esempio per la riduzione del degrado dei nomadi e per la sicurezza, è stato distorto e minimizzato. Anche la troppo parziale correzione dell’urbanistica di sinistra non ha, comunque, avuto eco, né apprezzamento dalle forze sociali che in genere operano per la “difesa” della città.

Soprattutto poi , in questo contesto ostile, la sua squadra ha avuto modo di esprimere con evidenza limiti ed errori, come in alcuni aspetti della gestione delle aziende comunali.

In questa prospettiva, si va profilando, anche per il contesto complessivo politico che vede il centro destra in crisi, la possibile bocciatura dell’esperienza politico amministrativa di Gianni Alemanno.

Spiacerebbe veder fallire un esperimento importante della politica di centrodestra in una città importante, mentre sembra profilarsi all’orizzonte la prospettiva di un ritorno della sinistra al governo della città che, nella migliore delle ipotesi, spingerà in maniera soft la Capitale verso l’ampliarsi del multiculturalismo, dei diritti individuali attraverso i registri delle coppie di fatto e la ripresa in grande stile di un disegno urbanistico dettato dagli interessi immobiliari, come hanno già mostrato i possibili reali candidati del centrosinistra Zingaretti e Gasbarra, con l’operazione sede della Provincia da loro avviata e gestita.

Il centro destra di Alemanno avrebbe dovuto dimostrare che , a livello delle città, è possibile realizzare una politica identitaria e non relativista che a Roma, poi, avrebbe avuto un significato nazionale e, forse, non solo.

Al modello Roma di Veltroni, modello degli interessi immobiliari e della cancellazione di un disegno urbanistico, si sarebbe potuto contrapporre un modello Alemanno fondato sulla difesa degli elementi comunitari, di un disegno urbanistico organico, di partecipazione e di solidarietà, di interesse generale e di rispetto per i valori storici e indentitari che sono , poi, gli elementi per i quali vale la pena di fare politica e di governare a Roma.

La strategia della sinistra per Roma sembra, al momento, essere dettata dal segretario regionale del PD Gasbarra.

Nella sua corsa vero il Campidoglio, con una certa astuzia, sta giocando senza svelare i suoi veri obbiettivi. Ha lanciato Zingaretti, che fino ad ora era stato il più probabile candidato sindaco di Roma, verso la Regione e , poi, ha buttato lì la candidatura “cattolica” del professor Riccardi, senza, peraltro, percorrere quelle necessarie vie diplomatiche , obbligatorie , se si vuole essere seri, in questi frangenti.

Tanto è vero che Riccardi ha rinunciato o ha dovuto rinunciare alla candidatura.

A questo punto sembrerebbero aprirsi gli spazi per Gasbarra.

Del resto il suo curriculum , nel contesto della sinistra, appare adeguato, anche per il viatico che l’accompagna.

Il centro sinistra farà squadra intorno al suo candidato che sia Gasbarra o altri.

Il centro destra dovrebbe creare le condizioni per una alleanza alternativa, credibile e con possibilità di successo.

Il problema è che l’area moderata appare divisa -Casini intende a Roma tener fuori l’UDC da alleanze di centro destra – e, soprattutto, in difficoltà.

Occorrerebbe un colpo d’ala di carattere strategico.

A Roma le condizioni della politica mostrano che i partiti sviluppano scarsa coesione e altrettanto scarsa capacità di progettazione e di governo.

Per il contesto generale che vede momenti difficili per la politica , ma anche per la necessità che su Roma si determini una convergenza di forze imprenditoriali di livello nazionale o europeo per contribuire a investire per un risanamento e uno sviluppo della Città – pensiamo solo alla riconversione del suo immenso patrimonio pubblico - sarebbe necessario un sindaco manager.

Un sindaco , cioè , che offrisse la sua autorevolezza manageriale per indirizzare gli stessi partiti a pensare e progettare in grande o, comunque, ad assecondare uno sforzo serie ed impegnativo in questa direzione.

Il passo indietro della politica ed, in questo caso, anche di Alemanno che , altrimenti, dovrebbe tentare una improbabile riconferma, avrebbe una giustificazione importante ed una finalizzazione nell’interesse della Città , con una svolta che potremmo arrivare a definire di carattere storico.

C’è in Italia un personaggio che senta il fascino di investire sulla Capitale d’Italia, la Città che possiede la tradizione e la storia più alte , le proprie capacità, in una impresa per la quale varrebbe la pena misurare se stessi?

Un grande giornalista e scrittore , non romano, eppure conoscitore come pochi della Città, fu autore di un libro intitolato “Roma, non basta una vita” , raccolta postuma dei suoi scritti.

Parafrasandolo potremmo dire: Roma vale una vita.
25/09/2012
[stampa]
Una svolta per uscire da un’Italia vecchia e rancorosa.
L’articolo di Galli della Loggia di domenica 16 settembre sull’UDC definito “il partito galleggiante” apre alcuni squarci sulla condizione della politica italiana.

“ Ci si poteva spettare – scrive il professore - che la crisi della destra berlusconiana aprisse la strada a una ripresa in grande stile di quell’area cattolica e liberale di spirito moderato ma riformatore, che finora aveva avuto come suo sia pur parziale punto di riferimento l’UDC di Pierferdinando Casini”.

Qui ci sarebbe da dire che l’UDC ha pochissimo di riformatore (chiede l’abolizione delle province ) e ancor meno di quell’ idea e di un programma cattolico- liberale impegnato com’è, - e lo sottolinea Galli della Loggia - “ a perdersi in spossanti surplace sul proprio posizionamento, sulle alleanze, sulle leggi elettorali sulle preferenze e altri arabeschi del genere”.

Insomma tutta tattica e niente grande strategia.

Da queste carenze deriva, secondo l’editorialista, l’”inconsistenza della sua offerta politica” che è poi il senso della sua critica.

La condizione inadeguata dei centristi, secondo l’articolo, non si alleggerisce con “l’immissione di scoloriti professionisti della politica come Fini e Bonanni, ovvero di personaggi come Passera e Marcegaglia, privi di qualunque vera immagine pubblica che non sia quella di sedicenti ‘tecnici’, mentre in realtà si tratta di titolari di cospicui redditi d’impresa che li destina più che altro ad essere soggetti di un rilevante conflitto di interesse”.

L’implacabile professore conclude il suo articolo con una bruciante staffilata, accusando Casini di : “Affermare di voler costruire qualcosa che vada oltre , molto oltre , il piccolo partito attuale, ma poi non saper rinunciare al comodo riparo del cespuglietto cattolico-minidiccì con annesse ‘personalità’ da due di briscola”.

Non è un periodo buono per Casini che, oltre le critiche del Corriere, ha ricevuto un attacco pesante dal sito Italia futura di Montezemolo che ha bollato come "sommamente confusi" i messaggi lanciati dalla convention del partito di Casini a Chianciano , criticando la riproposizione di personaggi politici "vecchi", mentre rileva come “ i tonni della società civile” che, invece di riflettere sulla condizione politica del paese e vedere come essa potrà evolvere, si sono fatti catturare dalla “pesca a strascico di Casini”.v E poi, prosegue il sito di Montezemolo "da una parte l'Udc si candida a proseguire la politica del rigore e del rinnovamento inaugurata dal governo Monti, dall'altra schiera una prima fila che, sia pure con grande rispetto per le persone e le storie individuali, di nuovo ha davvero poco: Paolo Cirino Pomicino, Ciriaco De Mita, Rocco Buttiglione, Giorgio La Malfa, Giuseppe Pisanu e financo Renata Polverini".

Qualcuno ha commentato come il livore di Montezemolo derivi da una forma di gelosia nei riguardi della Marcegaglia che ha trionfato alla convention dell’UDC.

Ma non si tratta solo di questo. La questione della ricomposizione dell’area moderata intorno ad un progetto politico è un problema vero. Quest’area vede il proliferare di una serie di mini soggetti politici a cominciare dall’UDC, per proseguire con Italia futura e il neo raggruppamento di Oscar Giannino e per finire con il Pdl che si trova in una situazione di difficoltà.

Una difficoltà che si va accentuando ogni giorno come dimostrano le vicende del Lazio che hanno portato alle dimissioni della Presidente e sulle quali si è registrata una azione mediatica come mai era avvenuto in Italia. Ma l’attacco al PDL si volgerà presto anche verso le altre Regioni: innanzitutto la Lombardia dove l’opposizione, probabilmente usando il metodo Lazio, nei prossimi giorni di dimetterà, mentre si profila all’orizzonte anche l’indurimento della situazione in Campania e in Calabria.

Questo assalto mediatico ha sollecitazioni di interessi, legati alle proprietà editoriali , sui quali ritorneremo in altra occasione.

Come reagisce il centro-destra ?

Per quel che riguarda le sue scelte politiche Berlusconi ha assunto una posizione attendista che si accentuerà nei prossimi giorni.

La strategia di Berlusconi, già prima che le vicende laziali assumessero l’andamento finale, era condizionata dalla scelta della nuova legge elettorale.

Il clima politico che si sta creando, con l’assalto alle regioni guidate dal centro destra, sta rendendo sempre più difficile l’approvazione di una nuova legge elettorale. Inoltre la sinistra si rende conto che una legge proporzionale le impedirebbe di governare con sufficiente maggioranza e , di conseguenza, si sta irrigidendo per rendere impossibile l’accordo.

La decisione dell’UDC di staccare la spina alla Polverini rende , peraltro, più difficile un accordo PDL UDC per una nuova legge elettorale .

A questo punto si potrebbe andare a votare con l’attuale legge elettorale.

L’ idea di Berlusconi resta, comunque, quella di mettere insieme un’area moderata che coaguli una forza in grado di sfidare la sinistra e impedirle di vincere le elezioni.

E questo è tanto più vero in quanto il PD, con la sua strategia di coinvolgimento della sua sinistra, punta ad una posizione “frontista” per vincere le elezioni con un programma che reintrodurrebbe in Italia meccanismi statocentrici e di spesa pubblica coperti con l’aumento della tassazione non solo sui “grandi patrimoni”.

L’ex presidente del consiglio ha anche detto che all’Italia occorre un vero premier lasciando capire che solo con la riforma presidenziale già passata al Senato si garantirebbe nella ormai sempre più centrale figura del Capo dello stato, il punto di tenuta del sistema politico, offrendogli una base di legittimazione popolare.

Il fronte ottuso contrario a questa riforma si è in questi giorni rotto con la presa di posizione del gruppo di promotori dell’”agenda Monti” ( Cabras, Follini, Ceccanti, Gentiloni, Ichino, Mancina, Morando, Negri, Ranieri, Tonini ed altri) che ha chiesto a Bersani di aprire al doppio turno e al semipresidenzialismo.

Le riflessioni di Berlusconi che tenta di riavviare un discorso globale per i moderati, sono assai più valide del tatticismo di Casini che punta su una legge elettorale proporzionale per assicurarsi la centralità sia verso destra che verso sinistra, ma che produrrebbe una ulteriore frammentazione, mentre non garantirebbe una governabilità se non con un patto tra centrodestra e centrosinistra sulle cui tenute elettorali si hanno molti dubbi e che mantengono una forte divaricazione di contenuti politico programmatici.

Le critiche che giungono a Casini da autorevoli rappresentanti di quegli ambiti verso i quali muove il suo appello dimostrano che la sua strategia non è condivisa e che non può essere lui il “federatore” di un ampio rassemblement moderato.

Berlusconi lascia intendere che se si verificasse invece tale prospettiva potrebbe contribuire alla sua costruzione senza candidarsi a premier.

Come in altre occasioni la politica italiana gira intorno alla vicenda della presidenza della Repubblica.

Questa carica istituzionale a fronte delle prevedibili difficoltà n elle quali si svolgeranno le elezioni politiche e ne condizioneranno l’esito andrebbe ulteriormente rafforzata con un più marcata legittimazione.

Questa forte legittimazione appare necessaria in quanto occorre sottrarre la Presidenza della Repubblica dal gioco parlamentare e dalle sue insidie, in una condizione degli organi elettivi che, anche nel migliore dei casi, si presenterà assai difficile dopo le elezioni del 2013, non solo per la probabile presenza di un centinaio di parlamentari dei movimenti di protesta, oltre che degli attuali oppositori ( Lega Nord e altri), ma anche per le difficoltà della costruzione di una alleanza di governo.

Se si approvasse la legge sull’elezione diretta del Presidente in funzione di una candidatura forte del campo moderato , si verrebbe a ricostruire una prospettiva vincente per il centro destra.

Monti potrebbe far parte della partita?

Assai difficilmente, poiché l’attuale premier che pure sta muovendo i suoi primi passi per entrare in politica , e che non sembra cedere alle lusinghe di Casini ricordandogli la sua preferenza per Buttiglione come commissario europeo purtroppo , sta legando la sua azione di governo a ricette recessive, troppo condizionate dai meccanismi finanziari europei e il risultato è il crollo dell’economia reale del Paese come dimostra emblematicamente anche la vicenda FIAT.

Mentre l’UDC e la sinistra pensano di giocare questa partita in casa eleggendo o Casini o Prodi , espressioni del basso impero della prima repubblica, il centro destra deve rilanciare e chiedere di approvare la legge sul semipresidenzialismo per eleggere direttamente un capo dello stato autorevole , legittimando la sua elezione con il consenso popolare per dare un indirizzo di rilancio dell’immagine e dello sviluppo dell’Italia.

La crisi economica e soprattutto istituzionale richiede ricette nuove e forti per riaffidare alla politica il suo ruolo e per dare una svolta decisiva al Paese, facendo piazza pulita dei giochi tattici di partiti immagini di una Italia vecchia e rancorosa.
31/07/2012
[stampa]
Con la nuova legge l’elettore deve scegliere non le segreterie dei partiti.
Abbiamo più volte sottolineato come la crisi della politica italiana che , in compartecipazione con i limiti del disegno europeista, costituisce una causa importante dei dirompenti effetti economici che pesano sull’Italia , si dovrebbe curare con dosi massicce di modifiche della Costituzione.

Siamo di fronte alla inadeguatezza a cui è giunto il sistema parlamentare che dovrebbe lasciare il passo ad un sistema presidenziale .

La proposta semipresidenziale passata al Senato dovrà andare alla Camera, ma per l’opposizione tenace e conservatrice del centro sinistra difficilmente riuscirà a diventare norma costituzionale.

Tutto lo sforzo riformatore sul piano delle “istituzioni “ politiche si va concentrando sulla nuova legge elettorale che dovrebbe sostituire il cosiddetto “porcellum”, quel sistema che vede le segreterie politiche compilare la lista dei candidati che, poi , vengono eletti in base ai consensi ottenuti dalle liste, con qualche ulteriore manipolazione, come ad esempio, quella di mettere ovunque una testa di lista che, poi, viene fatta dimettere , per far rientrare i candidati che vengono dopo, con una regia centrale astuta e spregiudicata.

La questione che viene agitata come il punto più inaccettabile della legge elettorale attuale è rappresentata, giustamente, dalla impossibilità per gli elettori di scegliere gli eletti.

Critica sacrosanta che rende oggettivamente poco democratica la elezione parlamentare.

A questa esigenza il PDL risponde proponendo il sistema delle liste elettorali contrapposte nelle quali l’elettore, con la preferenza, sceglie da chi vuole essere rappresentato.

Si tratterebbe di liste abbastanza ampie nelle quali la scelta risulterebbe sufficientemente libera.

Su questo punto il PD ha un’idea diversa, cioè quella di cambiare il sistema delle liste e giungere al sistema dei collegi uninominali sui quali l’elettore eserciterebbe il voto.

Il PD desidera questo sistema perché con i collegi , soprattutto a turno unico, arginerebbe il voto alla sua sinistra che in liste contrapposte si potrebbe esprimere troppo liberamente.

Tuttavia questo sistema è stato usato nella legge elettorale precedente , il cosiddetto mattarellum.

Con quel sistema elettorale le segreterie dei partiti, analizzando l’andamento elettorale, potevano distinguere tra collegi sicuri, collegi incerti e collegi perdenti. E la conseguenza era che in quelli sicuri si sistemavano coloro che dovevano essere eletti perché graditi alle segreterie, in quelli incerti e , soprattutto in quelli perdenti andavano i peones ai quali , con tutti gli sforzi, era negata ogni possibilità di essere eletti.

Il caso più emblematico fu quello dell’on Mattarella , famiglia siciliana al 100 per cento - l’ideatore della legge elettorale – il quale non avendo più collegi sicuri nella Sicilia, per assicurarne l’elezione CON LA Margherita fu spedito in Trentino , alla faccia degli elettori locali che si videro arrivare nel loro collegio un personaggio paracadutato e di provenienza dell’altra parte dell’Italia.

Altro caso emblematico fu quello della presentazione, ideata da D’Alema, del giudice Di Pietro in un collegio del Mugello, dove i Ds ( ex PCI ) hanno da sempre maggioranze bulgare, chiunque si presenti, anche se in quelle zone non ha mai messo piede. E di Pietro batté nettamente il coraggioso Giuliano Ferrara.

Altro elemento che caratterizza la discussione sulla nuova legge elettorale è il premio di maggioranza ( circa il 10 per cento ) e cioè se esso debba andare alla coalizione più votata o al partito preferito dagli elettori.

Il PDL preferirebbe che venisse attribuito al partito , sembra che il PD indichi la coalizione.

Siamo nel tempo nel quale le coalizioni sembrano saltate: sia quella tra PDL e Lega, sia quella tra PD , Sel e Di Pietro.

Certo la scomposizione delle alleanze non giova alla governabilità, ma mentre il PDL ritiene di poter ricostruire, affrontando alcuni temi politici e istituzionali, in un futuro non certo prossimo, un nuovo rapporto con la Lega, il PD si trova di fronte ad una rottura piuttosto insanabile con la sua sinistra - a motivo delle politiche stataliste ormai per anni impresentabili – e , temendo un dimagrimento elettorale nel caso di presentazioni di liste contrapposte , tenterà di costruire una alleanza con UDC, forse salvando o assorbendo Sel, e ottenere maggioranza e relativo premio.

Anche qui siamo nella scelta di una strada tortuosa perché o si costruisce un sistema bipolare vero ed allora si indirizzano i sistemi elettorali verso maggioritario e coalizioni – con un sistema elettore al doppio turno di tipo francese - o alla fine è più giusto che ognuno si presenti con il proprio simbolo e lista e lasci decidere agli elettori quale sarà il partito vincente.

Certo il sistema proporzionale anche con premio di maggioranza non assicura la governabilità che, purtroppo nemmeno il meccanismo bipolare ha realizzato per la defezioni di Mastella con Prodi e di Fini con Berlusconi.

Bersani vorrebbe salvare capra e cavoli, alleanze e proporzionale, scelta degli elettori e collegi uninominali.

Più abile, fino a questo momento, appare la linea impressa al PDL dal redivivo Berlusconi che sta spiazzando completamente i suoi avversari sia con il semipresidenzialismo, già passato al Senato, sia con la presentazione di una legge elettorale che mette in difficoltà il PD.

Bersani risponde con un’arma spuntata: la minaccia di staccare la spina al governo, ma si assumerebbe una responsabilità troppo pesante. Berlusconi con i suoi dribbling sta mettendo in gravi difficoltà Bersani che appare sempre più come il leader di un partito immobile e conservatore e smarca anche l’abile tattico Casini che sta perdendo l’iniziativa politica che la vicenda Monti gli aveva aggiudicato.

Berlusconi , a differenza di molti dei suoi arrendevoli collaboratori, ha capito che la partita è ancora tutta da giocare con l’iniziativa, mettendo all’angolo i suoi avversari.

La strada per le elezioni è ancora lunga e la minaccia di complicazioni verso l’ex premier proviene sempre dallo stesso fronte: la magistratura.

Si tenterà ancora una volta di imbrigliare il Cavaliere ?

Se questo non avverrà, Berlusconi potrebbe ancora vincere - Occhetto perse quanto, apparentemente, aveva già vinto – o, più realisticamente e considerando il rango dei suoi “nemici”, perdere.

Tuttavia potrebbe rimanere protagonista del quadro politico di un’Italia che certo dovrà, per risollevarsi, avere a disposizione tutte le energie politiche positive.
23/07/2012
[stampa]
Carlo Casini prende le distanze da Pierferdinando Casini.
Con una lettera ben attestata sui principi e pacata nel tono, Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita , informa il segretario Lorenzo Cesa che non potrà essere presente alla riunione della direzione del partito udc che deve discutere di alleanze politiche.

Quando non si va ad una riunione di partito e la lettera con la quale lo si annuncia viene data alla stampa, ciò significa una presa di distanza rispetto alla linea politica dello stesso partito.

C’è di più. La lettera viene pubblicata con ogni evidenza dall’Avvenire del 20 luglio ed anche questo ha un altro significato : la presa di distanza è condivisa da una parte importante del mondo cattolico.

In effetti, la scelta di Pierferdinando Casini di decidere per una alleanza con il PD – senza Sel e Idv – uscita dalla direzione alla quale ha deciso di non partecipare il parlamentare europeo , avviene mentre dentro al partito di Bersani si sviluppa una forte polemica circa i diritti degli omosessuali a ottenere l’istituto del matrimonio. Polemica che sta imbarazzando il Partito Democratico e che è destinata ad accompagnare il confronto politico interno – e non solo – fino alla campagna elettorale.

La lettera di Carlo Casini fa riferimento al “mondo cattolico” che “ da tempo sempre più insistentemente ed autorevolmente viene invitato all’impegno politico” ed avverte, “ questo mondo guarda con attenzione all’UDC ma si spaccherà di nuovo , e forse irrevocabilmente, se le nostre decisioni saranno percepite o di sinistra o di destra”.

E’ un vero e proprio avvertimento ad un partito che in direzione decide una alleanza con il PD.

Carlo Casini denuncia anche lo scolorimento dei temi comprensivi dei “valori non negoziabili” che invece “costituirebbero una straordinaria opportunità a causa dell’attuale crisi”, nel confronto con “ chi ci chiede alleanze” essendo “la promozione umana dal concepimento alla morte naturale … l’ obbiettivo politico essenziale”.

Oltre a ricordare alcune proposte (“uguaglianza fin dal concepimento”, “consultori familiari “ ) Casini domanda al suo partito “perché la legge di fine vita, oggi alla porte del voto, non viene messa in discussione ? “.

Nella conclusione il parlamentare europeo precisa: “Non basta dire no quando la cultura avversaria propone le sue tesi. Dobbiamo sfruttare la nostra forza per perseguire con autentiche iniziative politiche i nostri essenziali obbiettivi”.

Questo concetto conclusivo fa a pugni con il documento approvato dalla direzione Udc nel quale si dice che i temi etici “ non possono far parte di alcun programma di governo, ma devono essere lasciate alla libera determinazione del Parlamento” che è la frase chiave per togliere dall’imbarazzo il segretario Pd Bersani.

Questa posizione del Presidente del Movimento per la Vita ed il contesto nel quale si va sviluppando l’attenzione nei riguardi delle alleanze che si appresta a concludere l’Udc di Casini, segnalano il rischio elettorale di un partito che non solo non riesce ad avvantaggiarsi dalle difficoltà del centro destra , ma che difficilmente vedrà rafforzare il consenso con una alleanza di centro sinistra dalla quale potrebbe prendere le distanze quantomeno una parte del mondo cattolico.

Mentre terminava la direzione dell’UDC , il capogruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri rilasciava una dichiarazioni nella quale affermava: “mentre il Pd sulle questioni etiche vede correre a sinistra anche la sua area cattolica… va accolto l’invito dell’onorevole Carlo Casini che propone il tema del diritto alla vita e della tutela della vita e della dignità umana fin dal concepimento come base per le alleanze politiche”.
11/07/2012
[stampa]
Napolitano e la legge elettorale.
Un altro “monito” di Giorgio Napolitano invita i partiti ad approvare la nuova legge elettorale “anche rimettendo a quella che sarà la volontà maggioritaria delle camere “ ed auspicando che il dibattito “è bene non resti ulteriormente chiuso nell’ambito di consultazioni riservate tra partiti”.

In questa ennesima presa di posizione del Presidente della Repubblica scorgiamo tutti i caratteri , peraltro già emersi in passato, di un surrettizio presidenzialismo.

Napolitano sveste i panni del garante super parte e super assemblee legislative per assumere quelli del Presidente che indirizza la politica legislativa delle Camere, funzione che non può che appartenere all’Esecutivo.

Ancora una volta non possiamo non rilevare che tutto ciò avviene per la debolezza delle camere, cioè del sistema parlamentare italiano e dei partiti . Il vuoto in politica viene sempre occupato e questo è un altro caso emblematico. Anzi, in qualche modo la funzione surrogatoria di Napolitano costituisce un necessario completamento delle carenze del “sistema”, ma , ovviamente, si tratta di una palese disfunzione politica.

Ma c’è un altro aspetto che ci preme sottolineare : l’invito di Napolitano ai partiti ad occuparsi della legge elettorale , di fatto significa che questa riforma costituisce l’atto decisivo per risolvere la crisi del sistema politico italiano. Si indica la legge elettorale e , di conseguenza, si emargina dal confronto politico la questione sollevata dal PDL con i suoi emendamenti sul semipresidenzialismo, cioè la riforma della Costituzione.

La rottura del rapporto di rappresentanza istituzionale e dei partiti sempre più evidente, non è solo una questione di legge elettorale, esso è avvenuto per un sistema appesantito a suo tempo dal consociativismo, incapace di assumere decisioni per la debolezza dell’Esecutivo, permeato di assemblearismo a livello di parlamento, anche per la caduta del livello delle forze politiche e delle relative classi dirigenti.

Ma non può essere la sola introduzione della preferenza o un sistema proporzionale che lascerebbe ai partiti la scelta del governo a risolvere il problema istituzionale italiano.

Le istituzioni, come spesso abbiamo ripetuto, hanno bisogno di una nuova legittimazione fondata su di un rapporto diretto con gli elettori e, di conseguenza, la forma più idonea appare , come in altre democrazie occidentali, un presidenzialismo.

Questa “grande” riforma , come dimostrò a suo tempo la Francia, può rilegittimare anche le stesse forze politiche e può accrescere la qualità della rappresentanza che, con l’ultimo sistema elettorale, ha raggiunto il livello più basso.

Il monito di Napolitano, poi, si tradurrà in quella logica di stretta convenienza partitica sulla quale si sono sempre ritagliate le leggi elettorali contribuendo , proprio per questo, a rendere più grave la crisi del sistema politico italiano.
11/07/2012
[stampa]
Sorpresa : Squinzi rompe lo schema imposto con il governo Monti.
La polemica tra il leader di Confindustria Squinzi e il premier Monti è davvero significativa per mostrare la situazione politica ed economica dell’Italia, i suoi assetti di potere , la sua condizione democratica .

Squinzi aveva detto anche a proposito della revisione della spesa “dobbiamo evitare una macelleria sociale”, uscendo un po’ dal seminato; Monti, indispettito , ha risposto: “ Le parole di Squinzi fanno aumentare lo spread”.

Subito alcuni esponenti della grande impresa si sono mossi all’attacco del Presidente di Confindustria che aveva osato criticare il governo.

Sono scesi in campo Bernabè, Montezemolo , Tronchetti , Bombassei ed altri. Più cauto Scaroni.

Si è aperto uno scontro , come lo definisce De Rita ,tra “dimensione verticale e dimensione orizzontale della dinamica economica e sociopolitica”.

Iniziamo dall’aspetto istituzionale che non è davvero secondario.

Ora, già la procedura con la quale è stato designato il governo Monti e soprattutto il fatto innegabile che i suoi componenti ed il suo programma non siano mai stati votati dagli elettori, dimostra una condizione al limite della democrazia. Un governo così formatosi dovrebbe svolgere un incarico temporaneo e straordinario, invece proprio dalle forze politiche con meno consenso elettorale ( Fli – UDC ) e da altri “ambienti”, si prospetta anche per il 2013 una riconferma dell’incarico, quasi a ritenere il voto dell’aprile un fastidioso intermezzo.

Se a tutto ciò si aggiunge la inammissibilità di esprimere una critica , siamo di fronte ad una vera e propria involuzione antidemocratica.

Si sta assistendo alla pericolosa costruzione di una sorta di “uomo del destino” imposto da una logica superiore che va assecondata e mai criticata.

La critica è invece il sale della democrazia e, poi, non è accettabile che tutti coloro che hanno sempre avallato gli attacchi della Marcegaglia verso il governo Berlusconi, oggi si indignino per le parole di Squinzi.

Che cosa ha spinto il nuovo Presidente di CONFINDUSTRIA ad esprimere un giudizio preoccupato ?

Sono i dati da economia di guerra che si presentano al Paese e il fatto che a pagare questa crisi siano oggi solo e soprattutto la piccola e media impresa oltre che le famiglie le quali , oberate da nuove imposte, hanno dovuto ridurre i consumi con conseguenze pesanti nel settore del commercio.

Squinzi rappresenta la ribellione interna di una parte del mondo economico (l’”economia orizzontale” come la definisce De Rita ) a questa politica miope che tutela solo i grossi interessi, che aiuta le banche, ma che non riesce a imporre a livello europeo una reale politica di contenimento della speculazione.

Questa orizzontalità riguarda soggetti: “ che peraltro non possono essere accusati di essere portatori di poteri forti, ma solo portatori di uno sviluppo che è stato sempre di quantitativa ricchezza di vitalità soggettiva”.

Le grandi imprese,( l’”economia verticale” ) i cui manager abbiamo sopra indicato e che - non a caso - sono anche proprietari di media, godono, invece, del sostegno delle banche che sono nella stessa proprietà e, di conseguenza non soffrono, come gli altri soggetti economici, la stretta creditizia e riescono a contenere la crisi anche grazie, alle lavorazioni estere e al giro d’affari internazionale operato dalle aperture del “mercatismo”.

Monti è l’espressione di questo mondo imprenditoriale e finanziario del quale ha sempre curato gli interessi e, di conseguenza, la sua azione di governo può tranquillamente abbattersi verso il mondo della imprese minori e delle famiglie, riducendo occupazione e consumi, tutto ciò con il coro consenziente di media e televisioni.

Come ha scritto sul Corriere della Sera del 10 luglio il sempre acuto Giuseppe De Rita : “Monti è oggi l’interprete più accreditato della spinta verticale , forte del suo rapporto di vertice con i vertici della finanza internazionale e delle istituzioni europee”.

La dimostrazione si è avuta con l’incredibile campagna di stampa che ha fatto passare il fine settimana del 28 e 29 giugno come una vittoria di Monti con l’adozione di un presunto salvagente per i paesi europei sotto attacco, poi rivelatori del tutto inesistente, come dimostrato dalla crescita dello spread tra BTP e Bund arrivato il 9 luglio a sfiorare i 500 punti. Anche le riunioni del 9 e 10 luglio a Bruxelles e le relative decisioni debbono essere verificate sul campo nella loro dubbia efficacia.

Il nervosismo di Monti si spiega proprio con questo fallimento , ma è addirittura puerile girare la responsabilità della risalita del differenziale alle dichiarazioni di Squinzi.

Si è trattato di un scatto di nervosismo a cui ha fatto eco la gran parte della stampa.

C’è di più.

Si comincia ad intravedere la possibilità che si ricomponga quell’ arco sociale che diede vita alla fase più dinamica del berlusconismo , nella quale il ceto medio produttivo prese consapevolezza di alcuni valori da difendere insieme a interessi economici.

Rispetto alle logiche tecnocratiche e del privilegio della grande finanza e della impresa multinazionale, l’intervento di Squinzi dimostra che non possono essere disattese le esigenze della vasta maggioranza degli italiani e delle sue aspettative.

Come ha ricostruito con efficacia Massimo Muchetti sempre sul Corsera del 10 luglio, l’industria italiana tenta di ricostruire, nello smarrimento al quale l’ha condotta anche la gestione Marcegaglia, un’identità e pertanto emergono le differenze.

Le critiche dei “grandi” a Squinzi sono il frutto del timore di un risveglio dei ceti medi produttivi.

La temuta conseguenza, infatti, è quella per la quale la tutela dei ceti medi e popolari può richiedere , per competere sul piano sociale e istituzionale, una rappresentanza politica, cioè una nuova possibilità per il centro destra che, speriamo lo comprenda bene e si muova di conseguenza, anche rinnovandosi.

Ai grandi gruppi e ai loro interessi andrebbe bene la riduzione del centro destra a poltiglia e la sua sostituzione con il mediocre ribellismo protestatario, inconcludente e qualunquista a cui ha dato vita il comico Grillo.

Ed è un gioco miope e pericoloso .

Anche questa polemica e il suo contesto dimostra tuttavia come il quadro politico dell’Italia sia in evoluzione e non ci sono , nonostante quello che pensano Bersani e Casini, scenari definiti e non modificabili.

La sinistra non ha ancora vinto, nonostante che molti vecchi e nuovi opportunisti si stiamo muovendo in questa direzione.
04/07/2012
[stampa]
I postcomunisti guardaspalle del capitale finanziario.
Il cuore dell’intervista di D’Alema al Corriere della Sera dell’ 1 luglio è la frase che riguarda Monti.

Nei precedenti interventi l’ex Presidente del Consiglio si era limitato a dire che chi avrebbe vinto le prossime elezioni conseguiva anche il diritto di governare, facendo intendere che al PD spettasse l’indicazione del premier o addirittura che essendo, fino a prova contraria, Bersani in qualità di segretario del Partito candidato premier, a lui sarebbe spettato di assumere il governo del Paese.

In questa intervista, forse perché convinto di una svolta definitiva di Casini per un accordo a partire da un centrosinistra, D’Alema indica Monti: “in un nuovo centrosinistra europeo Monti può trovarsi a perfetto agio. E’ una personalità liberale che con la sua azione può mitigare positivamente le resistenze stataliste che ci sono ancora tra i socialisti. La sua insistenza sul completamento del mercato unico è giusta. Ha posizioni che a me paiono compatibili con il nostro orizzonte programmatico”.

Questo del leader pd è un passaggio importante.

Viene accettato dai post comunisti un premier che esprime non solo una cultura liberista, ma che nella sua esperienza si è collocato con ruoli gestionali , nell’ambito delle strutture imprenditoriali multinazionali e, nelle consulenze, a servizio della grande finanza e delle sue articolazioni più importanti : da Goldman Sachs a Moody’s.

Ma è la stessa logica di una prevalenza della finanza sull’economia reale che anima tutte le proposte che Monti porta e sostiene in Europa, quando non viene posta la questione di un cambiamento radicale del ruolo della Banca Centrale Europea come , per esempio ,propone Paolo Savona.

Anche l’introduzione di una logica fiscale pesante e i conseguenti effetti recessivi che stanno facendo perdere fette importanti della ricchezza imprenditoriale nazionale, segue la stessa logica di salvaguardia delle sole strutture finanziarie.

La logica di Monti è quella che le Banche non possono fallire, le imprese produttive e gli Stati sì.

La compatibilità di tutto ciò con la sinistra, che sembrerebbe paradossale, in fondo così non è.

Tutto ciò non ci sorprende più di tanto .

Troviamo conferma di analisi , che più volte abbiamo sviluppato, nel libro intervista di Renato Altissimo ( L’inganno di Tangentopoli – Marsilio Editori – Venezia 2012 ).

L’ex segretario del partito liberale italiano a pagina 150 riferisce un singolare e significativo episodio. Dopo aver ricordato un brusco colloquio con l’allora direttore della Stampa Ezio Mauro al quale si era invano rivolto per poter esprimere la sua valutazione su un avviso di garanzia che lo aveva raggiunto, Altissimo racconta di aver parlato con l’ avvocato Gianni Agnelli e così descrive il fatto: “ L’Italia è un Paese che non ha editori puri. E allora come ora i giornali servivano a tutt’altro che a informare i lettori. Ne ebbi una prova lampante proprio con Mauro. Poco dopo la sua nomina alla direzione della Stampa, ne avevo parlato con l’avvocato Agnelli. “ Come mai - gli chiesi – avete messo un filocomunista al timone del giornale di Torino?”. “ Perché un comunista in redazione val bene la pace in fabbrica” mi rispose l’avvocato.

Agnelli considerava i comunisti come i guardaspalle del capitale.

Già allora e la storia è lunga. Ma c’è una novità.

Da guardaspalle del capitale imprenditoriale a guardaspalle del capitale finanziario.
28/06/2012
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L’autoreferenziale Buttiglione o del gioco delle tre carte.
Conosciamo da tempo la cervellotica autoreferenzialità di Rocco Buttiglione.

E non ci sorprendono le parole in libertà dell’intervista con Carlantonio Solimene su Il Tempo del 27 giugno.

Apre con una stupefacente: “Il nostro modello non è Prodi, con pochi democristiani isolati, ma Moro con i centristi principali ispiratori dell’alleanza”. E’ un paragone ridicolo e truffaldino: Moro sviluppò con un partito del 40 per cento un percorso per allargare la base democratica dello Stato: un compromesso compiuto, comunque, da posizioni di forza e con una leadership di alto livello; l’UDC con il suo modestissimo 6 per cento e con una classe dirigente nella quali primeggia Buttiglione , ha l’ambizione di rappresentare la posizione “leader della coalizione”. La realtà è che l’asse UDC progressisti significa solo un’aggregazione politicamente squilibrata, forse solo … personalmente … ben pagata.

Ci sarebbe da chiamare l’ambulanza.

Riguardo a Vendola : “ se confluisce nel PD e i democratici garantiscono per lui , per me va bene . Se resta leader di SEL, la cosa mi lascerebbe perplesso”. Anche in questo caso Buttiglione pensa di dettar legge e ritiene sufficiente la “garanzia” del PD sulle posizioni giustizialiste, moralistiche e anticapitaliste di un partito che, peraltro, avrebbe un peso elettorale pari all’UDC. La garanzia del PD sulla governabilità rispetto alla sua sinistra è già conosciuta: caddero due governi Prodi, figuriamoci quanto reggerebbe rispetto alle politiche di rigore e di razionalizzazione che si prospettano.

Ma ancor più vergognosa appare la posizione del professor Buttiglione sui temi sensibili a dimostrazione del cinismo, dell’opportunismo e della malafede rispetto alle posizioni affermate da Benedetto XVI, dalla CEI di Ruini e Bagnasco e dalla più attuale cultura cattolica nel contrasto del relativismo.

Ci riferiamo a quel punto dell’intervista nella quale gli chiedono “vi alleate con quelli dei matrimoni gay? “ e risponde : “l’alleanza non va fatta su tutti i temi”, precisando “il PD metta ciò che vuole nel suo programma , noi abbiamo valori non negoziabili”.

Questo atteggiamento ricorda la fase peggiore dell’opportunismo democristiano quando , incapace di porre condizioni agli alleati, la DC, pur di conservare il suo ruolo di governo, accettò che si formassero maggioranze alternative su divorzio e aborto , libertà di insegnamento e tanti aspetti della società italiana che fu invasa dal relativismo .

Non crediamo che tale rinuncia da parte dell’UDC di Buttiglione possa passare inosservata e aggiungerebbe altre perplessità a quelle che già circolano nei sacri palazzi.

Che ne dice la Binetti ? Ci piacerebbe conoscere la sua opinione su queste stravaganze del professore del Liechtenstein.

C’è infine un’altra affermazione che dimostra la spregiudicata ipocrisia di Buttiglione, quando dichiara la volontà di riformare la legge elettorale.

Ora, una volta per tutte va detta la verità sulla legge elettorale vigente : essa fu insistentemente richiesta soprattutto dal partito di Casini che voleva le liste per sottrarsi alla logica maggioritaria del collegi; si battè più di tutti per un proporzionale con premio di maggioranza e, alla fine accettò anche le liste bloccate (sostenute in particolare da Fini ) , aggiungendovi , poi, nella sua attuazione in tutte le circoscrizioni , la pratica delle teste di lista con candidati che poi si sarebbero dimessi impedendo, quindi, agli elettori al momento del voto di individuare coloro che , ottenendo un seggio o due sarebbero realmente entrati in Parlamento.

Non solo l’UDC accettò le liste bloccate , ma le inquinò ulteriormente con finti capilista per occultare, ancora di più, agli occhi dell’elettore colui che , poi, sarebbe stato realmente eletto. La segreteria del partito stabiliva così una doppia designazione , sia nell’assegnare un posto nella lista, sia nel decidere chi si doveva dimettere e chi e dove poteva rientrare.

Con l’affermazione “chi prenderà più voti guiderà il governo”, detta da chi è proporzionalista convinto, siamo al gioco delle tre carte .

Gli elettori possono decidere chi governa solo attraverso il modello politico presidenziale e con un sistema elettorale bipolare, ma assolutamente no con gli imbrogli proporzionalisti che Buttiglione e l’UDC continuano a sostenere .
26/06/2012
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Sarkozy trascina nella sconfitta anche il disegno politico gollista.
Gli elettori francesi dopo la vittoria di Francois Hollande hanno assegnato la maggioranza assoluta alla SFIO , il partito socialista francese.

La sinistra si è quindi pienamente insediata al governo della Francia.

Come sono lontani i tempi del 2002 nei quali i socialisti francesi avevano rischiato l’estinzione, quando , cioè , non passarono al secondo turno nelle presidenziali di quell’anno che videro lo scontro tra Le Pen e Chirac.

Il settennato passato sotto l’insegna del Presidente marito di Carla Bruni ha prodotto una sconfitta senza appello per il partito gollista.

La responsabilità e tutta da attribuire al modesto inquilino dell’Eliseo.

Non c’è dubbio che la causa principale che agisce in profondità sugli stati europei provocando le difficoltà sociali e, di conseguenza la perdita di popolarità delle istituzioni e dei governi , sia la crisi partita dagli stati Uniti nel 2007 e giunta, oggi, ad una fase avanzata, non solo nei paesi del sud Europa , ma in tutta l’euro zona.

Ma ci sono aspetti della conduzione politica degli anni di Sarkozy che vanno esaminati e che, a ben vedere, hanno segnato negativamente questa fase della politica francese, con le relative conseguenze elettorali.

L’ultimo settennato politico francese resta caratterizzato da due connotati di politica internazionale e da una modesta pantomima.

Invece di proporre una politica per l’Europa, l’orgoglioso Sarkozy ha rispolverato dall’archivio della storia l’asse Franco Tedesco.

Si è trattato di un asse che mentre rafforzava il partner berlinese ritornava ad introdurre nelle cancellerie europee lo spirito nazionalista e di parte contribuendo ad arrestare il processo di unificazione.

Come ha bene sottolineato Joachim Bitterlich, stretto collaboratore del cancelliere Helmut Kohl, su n. 3/2012 di Limes il “tandem franco-tedesco” non avrebbe operato per il consolidamento e l’approfondimento dell’unità europea, anzi “il ‘riflesso europeo’ dei due paesi – scrive - una volta elemento di forza del loro rapporto, sembra venuto a mancare”.

Anche la tentazione neocoloniale che ha spinto Sarkozy, prima ad ispirare i ribelli e poi a guidare l’intervento contro Gheddafy , rappresenta un modo di agire non in chiave europea o di un interesse geopolitico di più ampio livello.

La Francia si è inserita in una vicenda nella sponda sud del Mediterraneo che vede la Gran Bretagna e gli Stati Uniti seguire una logica di accettazione del mutamento dello status quo nella zona, anzi alcuni sostengono che in qualche modo ne siano gli ispiratori.

Questi cambiamenti hanno posto molti interrogativi sulla stabilità regionale , tanto è vero che sono note le perplessità espresse da Israele, a suo tempo, sui fatti d’Egitto che portarono Netanyahu a chiedere alla Casa Bianca di sostenere Mubarak nel gennaio 2011 ( vedi articolo di John C, Hulsman , membro del Council on Foreign Relation su LIMES n. 3/2011 pag, 54).

La debolezza della politica estera europea si è dimostrata anche in quei frangenti, ma , certamente, la politica di Sarkozy, in chiave nazionalista, ne ha accentuato i termini.

Infine la rottura di una solidarietà europea Sarkozy l’ha compiuta anche quando fece quella squallida pantomima ironizzando sul premier italiano Berlusconi. Non fu certo un episodio di solidarismo europeista.

Questa ritrettezza di orizzonti politici ha condotto il gollismo, nato sull’idea dell’Europa delle Patrie, ad una visione modesta di una cabotaggio nazionalistico ed utilitaristico, non riuscendo, peraltro, ad assordire neppure le pulsioni di destra del lepenismo.

La sconfitta gollista, provocata dal fallimento di Sarkozy ha, dunque, un rilievo storico.

Hollande e i socialisti , invece, pur nel non straordinario livello delle loro èlites politiche impelagati nelle cronache rosa delle coppie scoppiate, si sono innestati nella realtà di una esigenza che richiede politiche di sviluppo oltre il rigorismo tedesco, sul quale si era arenato il “tandem” franco tedesco.

Quanto , poi, questa politica troverà il terreno e gli strumenti per operare un cambio di prospettiva europea è tutto da vedere.
19/06/2012
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Mario Monti e l’opa di repubblica.
Non è bastata la sede “storica” della sinistra italiana quale è Bologna, non è bastato il contesto forte del festival di Repubblica per assicurare a Mario Monti il “cordone sanitario” per tenerlo fuori dalle contestazioni degli estremisti di sinistra.

Tuttavia si è sentita come più efficace un’altra forma di “tutela” da parte del partito Repubblica.

Il quotidiano diretto da Ezio Mauro , infatti, in questo festival ha messo in atto due offerte pubbliche di acquisto.

La prima nei riguardi del Presidente del Consiglio.

Forse ha esagerato Giorgio Ponziano che su Italia Oggi del 13 giugno ha attribuito al premier con la partecipazione al festival la voglia di dare una “ sberla” al Corsera, dopo gli attacchi rivoltigli da Giavazzi e Alesina .

Il dialogo di Monti con Scalfari e Mauro è diventato, comunque, l’evento primario della manifestazione.

Si delineano i contorni di una evoluzione politica del governo del professore della Bocconi.

Questi sta deludendo quegli ambienti industriali raccolti intorno a via Solferino e a CONFINDUSTRIA , poiché le decisioni del governo fino ad oggi hanno condotto ad una recessione stabile con perdita di capacità di produzione da parte delle imprese . Nello stesso tempo appare sempre più evidente che nelle ricette che continuamente vengono esposte a livello di governo manchi l’idea, centrale per superare la crisi, di operare a livello europeo verso una regolamentazione dei mercati finanziari .

Tanto per fare un paragone , un po’ forzato, ma che rende bene l’idea, Tremonti, nel suo ultimo libro ricorda come, pur senza riuscirci, abbia tentato di convincere sin dal 2008 gli interlocutori internazionali a partire dall’allora Ministro francese dell’Economia Christine Lagarde, nel periodo in cui la Francia aveva la presidenza di turno dell’Unione Europea, dell’inopportunità di “reagire a una situazione straordinaria con strumenti ordinari”, ma di affrontare la “speculazione” , “con un quadro di misure semplici” finalizzate a “combatterla e contenerla” ( G. Tremonti , Uscita di sicurezza, pagg. 188-189 ).

E’ certamente assai difficile che Monti pensi di muoversi su questo versante negli incontri europei; tutt’altro, come dimostra anche l’elemento emerso recentemente di una sua partecipazione in qualità di consulente con l’ agenzia di rating Moody’s una di quelle agenzie che fanno parte del “triopolio dominante” come descritto con dovizia di elementi dal libro di Paolo Gila e Mario Miscali su “I signori del rating”, dove si evidenziano anche gli intrecci con le attività produttive e gli interessi speculativi ( pag. 27 – 28 ).

Repubblica ha quindi ritenuto di presentare un’opa su Monti proprio sulla base di queste convinzioni.

Una secondo opa è sul Partito Democratico.

La “Repubblica delle idee”, invero, fa parte di quella “Dittatura delle lettere” con la quale la sinistra per tanto tempo ha egemonizzato la cultura italiana.

Più esplicito da parte del quotidiano debenedettiano non si poteva essere: il PD ”non deve temere di essere un partito scalabile” ha detto Ezio Mauro.

E’ una vecchia storia : il sogno radicale di costruire un partito di vasto consenso strappando la sinistra italiana dalla sua possibile evoluzione verso un riformismo di tipo europeo e socialdemocratico.

La kermesse bolognese di Repubblica è stata un’altra tappa verso questo obbiettivo.

Speriamo che il destino politico dell’Italia non sia quello preconizzato in un recente articolo de Il Giornale e cioè quello di una bipolarismo tra il movimento cinque stelle e il partito di Repubblica.
30/05/2012
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La sfida per il cambiamento : elezione diretta del Presidente della Repubblica.
Finalmente arriva al centro del confronto tra i partiti la questione della riforma del modello politico.

La proposta giunge mentre i partiti vivono nella più completa afasia di comprensione: la sinistra si sta arrovellando intorno alla “foto di Vasto”, Pierferdinando Casini è silente perché “deve pensare”( forse ha la sensazione che i giochini sulle alleanze siano finiti ), la Lega pensa di rifugiarsi nel localismo e il PDL, ferito, non sembra trovare la strada per uscirne.

Berlusconi, con la proposta di una riforma costituzionale che cambia l’architettura del sistema politico, ha rotto gli schemi entro i quali si stava incartando il dibattito politico e la stessa crisi .

L’elezione diretta del Presidente della Repubblica affronta la crisi politica dell’Italia puntando a rafforzare la governabilità attraverso un più diretto rapporto tra popolo e istituzioni.

Si ricostruisce la rappresentanza politica a partire dal massimo livello istituzionale, a seguire il cambiamento del sistema elettorale con l’uninominale a doppio turno per salvaguardare bipolarismo e scelta dell’eletto da parte degli elettori.

Non crediamo che il tentativo di far passare il sistema elettorale a doppio turno e il rinvio sine die dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica – come anche Sartori sul Corriere della Sera del 28 maggio sembra suggerire - possa passare. E’ evidente che il senso della proposta e la sua reale utilità per la situazione politica italiana sia quello di approvarle insieme. Del resto il nuovo settennato che si aprirà nel 2013 farebbe rinviare definitivamente la riforma costituzionale.

Berlusconi ha anche chiesto le primarie per i candidati, beccandosi la critica di Sartori che scrive “il doppio turno è già a suo modo una primaria”, ma Berlusconi vorrebbe intendere – ed è singolare che il professore faccia finta di non capirlo - che occorre evitare lo sperimentato sistema delle candidature dei collegi espresse dalle segreterie dei partiti, come avveniva paracadutando dall’alto quelli che dovevano essere eletti al tempo del “mattarellum”e quindi cancellando anche l’idea dei candidati naturali.

Il bandolo della crisi politica parte esattamente dal problema della rappresentanza politica dei partiti che spinge gli elettori o ad astenersi o a esprimere un voto di protesta.

Se l’elettore è di nuovo chiamato a fare le scelte e a decidere chi governa anche il programma elettorale diventa credibile , mentre una rafforzata governabilità può influire decisivamente sulla sua attuazione, riconsegnando, quindi, ai cittadini scelte e giudizio politico.

Certo, i gravi problemi del Paese e i sacrifici che si stanno imponendo costituiscono il vero assillo degli italiani. L’Italia si trova a dover affrontare questioni a partire dal livello europeo che richiedono autorevolezza, capacità di decidere e grande consenso che non possono essere surrogati dal governo tecnico anche in una formula di grande alleanza da ripetere – se i partiti manterranno un ampio consenso- anche nella prossima legislatura.

Le differenze di fondo tra le forze politiche che in Italia sono assai maggiori che negli altri paesi europei e la debolezza del sistema parlamentare rendono oggettivamente impraticabile una formula di questo genere, occorre invece avere il coraggio di un cambiamento radicale del modello costituzionale.

La proposta di Berlusconi ha scompaginato il quadro politico, aprendo spaccature nel PD e facendo riflettere anche politologi e opinionisti. Il fuoco di sbarramento è cominciato subito , come è sempre stato su questo argomento in Italia da oltre 40 anni. Il fondo consociativo del nostri sistema politico non vuole il cambiamento perché una vera governabilità e un vero bipolarismo scremerebbe tutte le sacche di consolidati interessi e di parassitismo che incrostano il sistema politico, amministrativo, economico del Paese.

In fondo, il nemico numero 1 di Berlusconi è stato questo potere consociativo – pensiamo solo al rapporto CONFINDUSTRIA sindacati o alle enormi sacche di spesa pubblica improduttiva ma a tutela di interessi e di soggetti sociali – oltre che un po’ del suo autolesionismo comportamentale.

E’ possibile, anzi probabile, che la riforma non verrà approvata perché difficilmente il Paese avrà, come sarebbe necessario, uno scatto di reni per il cambiamento.

Ma questo tema diverrà la questione dirimente della prossima campagna elettorale: chi voleva cambiare e chi ha detto no.

Dagli effetti imprevedibile sia verso le forze politiche che partono perdenti , sia verso quelle che pensano di essere già vincenti.
16/05/2012
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Per l’Europa allarme rosso. La prospettiva: costruire la casa comune .
La lunga crisi greca che sarebbe meglio definire agonia sta arrivando alle sue prevedibili conclusioni.

Alle enormi difficoltà di bilancio che hanno prodotto la crisi economica si è aggiunta una condizione di impasse parlamentare in quanto l’esito delle elezioni impedisce di varare un governo non solo tra forze politiche omogenee, ma anche di solidarietà nazionale.

La sequela degli avvenimenti riferiti al paese ellenico sono particolarmente indicativi: le spese fuori bilancio alle quali non si sono posti né freni né controlli, le operazioni dei “mercati” finanziari che fiutando la debolezza finanziaria del Paese sono intervenuti senza che regole internazionali ne limitassero la portata, la mancanza di una cintura di solidarietà europea che nelle fasi iniziali della crisi con limitate risorse ne contenesse i danni, le ricette del FMI che hanno drasticamente infilato il Paese nelle recessione economica, la instabilità politica e le soluzioni tecnocratiche inefficaci, il disagio sociale che punisce i partiti tradizionali e rafforza i partiti estremi rendendo impraticabile qualsiasi soluzione di governo, l’ulteriore crescita del livello della crisi che apre la prospettiva dell’uscita dall’Euro.

Già si possono mettere in prospettiva le conseguenze: l’effetto domino della speculazione internazionale sugli altri Paesi europei , i tentativi di ulteriori politiche rigoriste che prolungherebbero, oltre ogni sopportazione, la recessione in molti o quasi tutti i paesi europei, le difficoltà di governo e il diffondersi del disagio sociale a macchia d’olio.

Ci fermiamo a questo punto perché le ulteriori conseguenze possono delineare scenari di apocalisse per l’Europa.

Qual’ è il bandolo di questa matassa, cioè il senso degli avvenimenti e degli sviluppi che stiamo vivendo e che ci apprestiamo a vivere ?

Tra il potere dei governi e il potere della finanza vi è uno squilibrio che si sta allargando e che rende sempre più vulnerabili alcuni stati.

Sta fallendo il mito della globalizzazione come moderno universale , nel senso di un orizzonte internazionale che avrebbe dovuto tendere alla integrazione e nel quale si andava costruendo un sistema di relazioni improntare alla libertà di scambio e di aperta e leale concorrenza economica e che avrebbe dovuto diffondere sviluppo e benessere.

La verità che i soggetti che operano nello scenario internazionale innanzitutto hanno regole diverse.

Di fronte alle difficoltà economiche di carattere ciclico o congiunturale Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone possono iniettare liquidità nel sistema senza problemi di bilancio.

L’Europa si è imposta regole che lo impediscono.

L’attività produttiva nei paesi occidentali si svolge nel rispetto dei diritti dei lavoratori con i conseguenti costi di produzione, in Cina ed in altri Paesi questo non avviene.

La massa di liquidità reale, ma soprattutto virtuale che interviene nei mercati con intenti speculativi ha alcuni centri di potere fortissimi che sono fuori dell’Europa continentale e che agiscono senza barriere di regole e o politiche di contenimento.

In questo quadro si svolge una guerra finanziaria ed economica nella quale alcuni paesi sono destinati a soccombere.

L’economia o meglio la finanza è diventata una guerra condotta con altri mezzi.

E’ difficile intravedere una via di uscita poiché a questa condizione non si contrappone una forte dimensione delle politiche e dei governi o delle istituzioni internazionali. La più debole di queste è, proprio quella europea.

Anche il Presidente Obama di fronte alla crisi di J. P. Morgan parla di una “riforma di Wall Strett”, ma si resta nell’ottica che le banche non possono fallire mentre gli stati sì.

Negli ultimi tempi si sono affacciate idee e suggerimenti come la Tobin Tax , ma inapplicabile su scala nazionale e la cui efficacia di disincentivare la speculazione, oggi, appare tardiva; alcuni indicarono – anche Giulio Tremonti propose una nuova Bretton Wood – nuove regole internazionali, ma non è avvenuto e non avverrà nulla di tutto ciò; proposte più limitate, ma importanti come gli eurobond sono naufragate .

La ragione è semplice: il primato sulla scena internazionale appartiene alla finanza e nessun governo è in grado di limitarne il potere assoluto. L’Europa è chiusa nella prospettiva che si è data a suo tempo , quella di rinunciare all’unità politica e di ritenere che dall’unità monetaria potesse ineluttabilmente derivare l’unità e la forza del continente..

Si sta svelando e sta finendo anche quest’ultima utopia degli alchimisti tecnocrati: quella di far diventare politico , cioè interesse generale e bene comune, ciò che è solo interesse economico, cioè potere e interesse di pochi.

Il vento finanziario che si è levato da ovest sta spazzando via anche l’euro e il suo ambizioso progetto di essere una moneta non solo senza stato , ma del quale propriamente riteneva di potere fare a meno.

Ci può essere un ultima possibilità di assumere, nella dimensione europea, un atto di coraggio politico che delinei un orizzonte e un contenuto da salvare a dal quale trarre la forza per intravedere una via di ripresa?

E’ impossibile ricercarlo sul terreno economico, è difficile percorrerlo sul terreno politico.

Resta un ultimo ambito: quello di una idea forza sulla quale costruire una patria comune da difendere , un popolo al quale assicurare una condizione di vita dignitosa ed una prospettiva di lavoro e di sviluppo , un democrazia forte che rispetti la persona.

Gli ultimi due pontefici hanno parlato spesso, indicandone il valore, di una casa comune europea.

Giovanni Paolo II si adoperò anche per realizzarla.

Diciamolo con franchezza: l’Europa si può salvare solo se ritorna alle sue radici, se riassume il suo orizzonte geopolitico dall’Atlantico agli Urali , se ritrova le ragioni profonde di una solidarietà e di un grande interesse comune.
11/05/2012
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Meno male che Fini non c’e’.
Eppure era abbastanza scontato.

Rutelli e , soprattutto Fini, non avevano una linea politica – erano, come dire, dei “profughi”o, meglio dei “rifugiati” politici e Casini li agganciò, aggregandoli all’UDC, per utilizzarli nell’azione contro Berlusconi al fine di farlo cadere, perché, altrimenti i loro parlamentari sarebbero finiti su di un binario morto, possibili prede delle iniziative di “recupero” dei berluscones.

Colsero l’occasione e parteciparono , senza indugio, a quel caravan serraglio del Terzo Polo nel quale il solo conducente conosceva la meta.

Ma non ti fidare mai di un democristiano furbo che ti tende la mano se prima non analizzi le sue intenzioni per comprendere dove voglia , realmente , arrivare.

E’ un errore che non dovevano commettere, ma non potevano far altro, ed è arrivato l’ordine di scendere , trasmesso con un cinguettio, e gli schiamazzi che si stanno levando non salgono al cielo, né, soprattutto, turbano il conducente.

Questa fine ingloriosa mostra la loro caratura personale e politica.

Sbaglia “straccio” Paolo Liguori , una delle migliori intelligenze giornalistiche, quando, nella trasmissione Omnibus del 10 maggio, derubrica la rottura tra Fini e Berlusconi come una lite “per motivi personali”.

Aggiungendo che , se non si fossero divisi, si sarebbe potuto verificare un passaggio di consegne tra i due.

Sfugge all’ex direttore del Sabato che c’era tra loro una differenza di fondo, politica e culturale, e l’azione di freno del presidente della camera non poteva essere ignorata da Berlusconi.

E’ vero, se ne liberò bruscamente, avrebbe dovuto farlo isolandolo prima , alla maniera democristiana , ma Berlusconi democristiano non è mai stato.

Tutte quelle forse politiche che volevano fermare l’azione di riforma del Cavaliere fecero sponda alla “vittima “, ossequiata e vezzeggiata da stampa e televisione. I media, un tempo nemici, arrivarono a perdonargli anche il “pasticciaccio brutto” della casa di Montecarlo.

Tra i due c’erano differenze di fondo culturali e politiche poiché Fini non accettava l’ispirazione cattolica perché professava un laicismo antitetico ai valori della destra; era contrario alle riforme costituzionali e della giustizia smentendo su questi temi decenni di tradizione di destra; era un giustizialista e confondeva etica con legalismo.

Differenze anche personali , di carattere.

Fini non è mai stato popolare, ma un opportunista , così ha costruito la sua carriera politica; ha sempre praticato il contrario del coraggio: bisbigliava nei fuori onda ai magistrati nemici del Cavaliere ; è algido, invidioso e pigro.

Il 29 marzo del 2009 Eugenio Scalfari, che ha buon fiuto per le differenze, commentando l’intervento del presidente della Camera al Congresso del PDL, scrisse un articolo su Repubblica , intitolato “meno male che Fini c’è”.

Fini che per anni era stato dileggiato dal giornale radicale , forse , si inorgoglì, minimizzando il fatto incontrovertibile che quelli promossi da barbapapà hanno sempre fatto una brutta fine politica.

Che è arrivata puntuale tre anni dopo.

Meno male che Fini non c’è .
11/05/2012
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Grande coalizione e grande consociazione ma occorre una nuova Italia.
D’Alema, come sempre piuttosto perentorio - è nel suo dna – stringe i tempi e nell’intervista al Messaggero del 9 maggio tenta di snidare Pierferdinando Casini.

La prospettiva politica che indica è chiara: “Noi partiamo da una collaborazione di centrosinistra, in particolare con Sel” , poi, dopo aver sottolineato il declino e la scarsa utilizzabilità dell’Idv, arriva a proporre a Casini: “ che sarebbe importante una maggioranza che comprenda anche le forze moderate che si raccolgono intorno all’UDC per dare vita ad una vera alleanza tra progressisti e moderati”.

E tanto per far capire che si tratta di un prendere o lasciare mette giù un altro avviso al navigante Casini : “sarebbe saggio ripensare alla discussione intorno alla legge elettorale per promuovere un sistema a doppio turno che è quello che di più favorisce la possibilità di formare una maggioranza coerente”.

Ma il bipolarismo a doppio turno è indigeribile per Casini.

Lo stesso leader dell’UDC, nella pagina precedente dello stesso quotidiano, nel decretare il de profundis del Terzo Polo, lasciando per strada i “bolliti” Fini e Rutelli – ma lo abbiamo sempre scritto che prima o poi sarebbe avvenuto – e dopo aver detto che intende “fermarsi e riflettere” , stabilisce che: “ora è fondamentale … riunire i moderati del Paese”.

Il botta e risposta tra Casini e D’Alema è tutto qui: si affermano due differenti strategie politiche.

Il PD, ritenendosi il partito più forte, intende costruire intorno a sé una maggioranza allargata di centro sinistra, Casini riapre la questione di un partito unitario dei moderati .

E’ , infatti, oggettivamente difficile, conoscendo Casini, che possa aggregarsi ad una alleanza di sinistra. Per una eventuale trattativa con il PD ambirebbe, comunque, ad avere una forza più consistente.

Per fare cosa?

Giuliano Ferrara neofita delle qualità politiche del leader UDC prevede “per il 2013 ancora larghe intese per l’unità nazionale”.

Si affermerebbe, cioè, secondo il direttore de Il Foglio, quello che Casini va predicando da tanto tempo.

Sulla prospettiva del governo di unità nazionale vanno tuttavia fatte alcune considerazioni.

Tra le forze politiche che la dovrebbero realizzare non c’è quella affinità e quel sentire comune che caratterizza le pur differenti formazioni politiche degli altri paesi europei.

Il Italia non vi è la socialdemocrazia come in Germania, o il socialismo della Francia e della Spagna, c’è il postcomunismo che a suo tempo condannò all’esilio il protagonista del più importante sforzo fatto nel dopogurra di costruire una sinistra riformista.

In Italia c’è, a sinistra, la presenza di un cattolicesimo integralista che rappresenta la maggiore forza di conservazione del sistema costituzionale e che, dal punto di vista sociale si accompagna alle posizioni della sinistra massimalista.

In Italia giacobinismo e giustizialismo hanno invaso l’area politica della sinistra mettendo in circolazione le tossine di uno strumentale moralismo che inaridisce il confronto politico traducendolo nello scontro di una logorante guerra civile politica . Il prodotto più recente è stato l’antiberlusconismo.

Il centro destra d’altra parte non ha completato la formazione di una forza politica di vera omogeneità mantenendo al suo interno differenti anime non amalgamate: una forza federalista sempre sull’orlo di un impossibile secessionismo, una destra sociale non pienamente formata intorno alla ispirazione della dottrina sociale cattolica, un socialismo interessante nella sua linea riformista, ma non armonizzato con le altre posizioni liberiste.

Il centro postdemocristiano, privo di uno spessore culturale vero, indirizzato nel vicolo cieco del tatticismo dal suo leader ha sempre più dato la sensazione di essere più una mini democrazia cristiana abile ma solo tattica, sopravvissuta alla catastrofe, che una forza politica votata al compito di amalgamare e rappresentare, complessivamente, un’ area elettorale moderata .

Questa gelatina politica e culturale non garantisce che un governo di unità nazionale possa compiere quel compromesso positivo che condurrebbe alle riforme necessarie per l’architettura istituzionale dello Stato e per liberare le forze creative dello sviluppo e nella società, nella difesa dei ceti medi e popolari che non possono sopportare sacrifici non equi.

Si rischia di arrivare non ad una grande coalizione, ma di dar vita al massimo al una grande consociazione.

Del resto proprio il male consociativo scaturito dall’”intreccio” tra DC e PCI che ha caratterizzata tanta parte degli anni della prima repubblica impedì di realizzare quelle necessarie riforme costituzionali, preferendo sviluppare quelle politiche consociative che avviarono e fecero crescere il debito pubblico ponendo i semi dell’attuale difficilissima condizione del Paese.

La grande consociazione , poi, nella staticità di una difesa del sistema politico – perché non ci saranno i termini minimi per avviare delle riforme costituzionali – e nella difesa di ambiti sociali specifici di una presunta rappresentanza - perché il PD è cinghia di trasmissione della CGIL - rischierebbe di alimentare il voto e le rappresentanze della protesta, contribuendo a far implodere il sistema politico.

Questa prospettiva di un governo di unità nazionale appare non solo difficile, ma potrebbe presentarsi come ulteriormente perniciosa per il sistema.

Siamo sempre al solito punto.

Fino a quando non ci sarà sufficiente consapevolezza che per rafforzare la democrazia italiana e per darle la possibilità di riprendere la strada dello sviluppo occorre ripartire dalla riforma costituzionale, non si faranno passi in avanti.

Il sistema politico si sta sempre più avvitando su sé stesso.

Qualche voce si è levata , alcune analisi sono apparse, pur piuttosto isolate, anche sulla stampa “autorevole”, come ad esempio quelle di Galli della Loggia sul Corriere della Sera.

Questa ed altre le abbiamo raccolte anche nei nostri articoli.

Chi riuscirà a diffondere e a portare all’ordine del giorno questo programma avrà in mano il futuro di una Nuova Italia.
13/04/2012
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Affondare la lega.
C’è, indubbiamente , un significato politico nella sovraesposizione mediatica delle vicende che stanno coinvolgendo , con una pesantezza che ha pochi precedenti, la Lega Nord.

Sembra quasi che il sistema complessivo del Paese abbia colto l’occasione della notizia di un uso improprio delle risorse per i rimborsi elettorali per sferrare un attacco a questo movimento volto a distruggerne la forza politica e le motivazioni ideali e programmatiche.

Colpisce il fatto che di tutte le presunte irregolarità che vengono contestate nessuna avrebbe un connotato di illegalità e tuttavia alcuni uffici di questo partito o numerosi esponenti sono stati spiati e intercettati , mentre documenti e trascrizioni vengono largamente gettate in pasto all’opinione pubblica.

Questo ciclone mediatico distruttivo che sta agendo con grande risolutezza trova sponda nella immediata richiesta di “pulizia” di alcuni esponenti del partito che agendo con una certa sommarietà procedono in quella che da parte di taluni viene chiamato un vero e proprio regolamento i conti interno.

Non è assolutamente condivisibile il tentativo di coloro che, approfittando di questa vicenda, tentano di annullare l’esperienza politica leghista dichiarando “la fine di un mito”, cioè la fine un qualcosa che non avrebbe alcuna giustificazione storica, culturale , morale e politica.

C’è in questa valutazione quel carattere di assolutismo giacobino che ormai largheggia a sinistra, ma non solo a sinistra e che si diffonde con il linguaggio del giustizialismo e del moralismo che sono i termini sui quali si vorrebbe far camminare la politica italiana.

In fondo non si vuole la rigenerazione della politica, ma la fine della politica.

Ma, come succede a volte nella storia, per quella “misteriosa” eterogenesi dei fini, questa azione potrebbe determinare reazioni e “rimbalzi” con un esito del tutto diverso e opposto, rispetto alle intenzioni che lo avevano sollecitato.

Il “radicamento” della Lega non è solo territoriale, ma è sui temi di più immediata evidenza per i ceti dei quali essa ha assunto la rappresentanza e che , invece di avere soluzioni, tenderanno a rendersi più evidenti e gravi.

Si tenta di dimensionare la figura del leader e fondatore del partito, Umberto Bossi, come una persona devastata dalla inabilità, convertito ai favori familisti, pensando con questa disumana descrizione di annullare non solo i suoi indubbi meriti politici che hanno portato la questione del federalismo ad essere la più importante riforma che il Paese stava per attuare, ma di allontanare per sempre il “pericolo” di una trasformazione del centralismo dello stato italiano nel quale vivono e si alimentano privilegi, irresponsabilità, parassitismo, consociativismi grandi e spiccioli.

C’è un parallelismo con le motivazioni che portarono alla criminalizzazione di Bettino Craxi che ebbe anche lui un merito storico: quello di aver posto la questione comunista nella sua giusta dimensione cioè come impossibilità di allearsi fino a quando non si fosse verificata con verità la sua trasformazione nella socialdemocrazia. In fondo il Partito comunista fu indirettamente salvato dall’annientamento del leader socialista , trovando la sua sponda nella sinistra democristiana e sarebbe giunto al potere se Berlusconi non gli avesse sbarrato la strada .

L’emarginazione di Bossi - perché è questo il senso dei fatti che sono stati portati in evidenza dalle inchieste di un numero imprecisato di procure – è il tentativo di colpire colui che aveva condiviso il progetto berlusconiano di portare la Lega Nord nell’alveo costituzionale e di governo abbandonando le strade della secessione e dell’estremismo rivendicazionista.

Il Bossi piangente che chiede scusa è anche , senza dubbio, l’immagine della sconfitta di una linea politica, perché tutto quello che sta succedendo non appartiene solo alla sfera delle vicende personali, ma nasce e si presenta come una nuova e diversa prospettiva politica.

E’ davvero significativo che proprio coloro che hanno criticato con asprezza la linea Bossi- Berlusconi che aveva fatto rientrare il “sogno barbarico” della secessione per il progetto costituzionale federalista , oggi si dimostrano aperti alla nuova leadership maroniana che sembra riprendere i toni aspri, - quantomeno sul piano dei rapporti interni, ma le parole sono pietre e costruiscono l’identità di una forza politica - di quella prospettiva leghista.

La Lega del cappio era una Lega secessionista, quella delle scope dove si dirigerà?

Quando il linguaggio politico diventa linguaggio moralista, a parte il dovere di sospettare verso coloro che lo enfatizzano, c’è la sensazione che si vogliano rendere meno netti o nascondere con volute di fumo i contenuti politici e programmatici.

Anche qui possiamo fare un non troppo azzardato riferimento storico.

Quando Enrico Berlinguer con la famosa intervista a Eugenio Scalfari del luglio del 1981 pose la “questione morale” fu per accantonare il programma del PCI e per aprire una fase che avrebbe piano piano condotto il partito di Bordiga e Togliatti nell’alveo accogliente del radicalismo neo illuminista .

La duttilità di Maroni , a parte il linguaggio interno, significa molto probabilmente che si apre una strada dai connotati non chiari che potrebbe anche far riaffiorare l’idea esposta a suo tempo da D’Alema che la Lega sia una “costola della sinistra”.

Proprio in un recente comizio di Bossi e Maroni, al linguaggio forte dell’ex ministro degli interni, il vecchio leader contrapponeva la realistica necessità che, per fare la riforma federalista, non sarebbero occorsi i fucili, ma bisognava “andare a Roma”, cioè realizzare una alleanza omogenea di programma e di prospettiva.

Sopravviverà al leader deposto la sua linea politica o annullare il fondatore significherà affondare la Lega ?

I fatti si incaricheranno di rispondere a questo interrogativo.
03/04/2012
[stampa]
Una nuova forza politica di centrodestra.
Si susseguono le dichiarazioni “di guerra” tra le due anime del PDL: ex Forza Italia ed ex A.N.

Galan propone una federazione di separati e vorrebbe inseguire l’UDC di Casini. La Russa, non a caso, risponde che la strada di Galan l’ha già percorsa Fini. E non è un ragionamento sbagliato.

Sembra di assistere a qualche vecchia rappresentazione quando cioè , nel secolo scorso , non riuscita, elettoralmente, l’unificazione socialista, le strade del PSI e del PSDI si divisero di nuovo.

Ma i tempi sono mutati, profondamente mutati.

Non siamo più in presenza di partiti ideologicamente schierati, organizzativamente strutturati e con leader e classi dirigenti frutto di una storia importante di cultura e di programmi.

Siamo in una condizione diversa, con forze politiche deboli, condizionate dai media, alla ricerca di una identità che non si trova.

Questa fragilità tende a favorire la diaspora e il modesto individualismo di una classe politica che non sa indicare un disegno unificante.

Il momentaneo – o definitivo ? – eclissarsi di Berlusconi ha scoperto dentro il PDL un disagio dovuto all’esaurirsi dell’esperienza di governo, al diverso collocamento del tradizionale alleato ( la Lega ) ed alla scarsa comprensione di una strategia collegata con lo svolgersi o la prospettiva del governo Monti.

La “balcanizzazione” del partito non è la strada vincente, non ci sono dubbi, perché fa assaporare il gusto di una sconfitta non solo organizzativa, ma di prospettiva politica.

Le liste civiche sono un fenomeno che sta impadronendosi di molti spazi , soprattutto nell’ambito delle aree dove operano esponenti ex Forza Italia.

Cosa rappresentano nelle elezioni amministrative queste liste civiche locali?

La risposta è assai semplice : sono il tentativo di ricollegare una forza politica declinante sul piano nazionale alle esigenze delle popolazioni, cioè un ritorno ai temi concreti, ai problemi dei cittadini, in sintesi la ricostruzione di una identità.

Si tratta di un elemento che ha connaturato anche l’esperienza della Lega, ove si dimostrano più valide le esperienze ben radicate sul territorio, senza derive estremiste.

Nel PDL, sembra conclusa l’esperienza berlusconiana che “creò” dal nulla una forza politica che, tuttavia,si impadronì della migliore tradizione e colmò il vuoto della cancellazione per esaurimento e per via giudiziaria dei partiti riformisti e moderati della prima repubblica.

Oggi, il vuoto è quello di un distacco tra popolo e istituzioni che può essere ricostruito solo sulla base di consensi ricercati e ottenuti nel cuore dei problemi, cioè come difesa e voce degli elettori che vivono nella frustrazione di non avere più una rappresentanza diretta e sono diventati spettatori non solo dei programmi televisivi, ma di poteri sovrastanti e che tentano soprattutto di quadrare i conti dei loro interessi. Le forze politiche di centro destra possono ricostruire un ruolo maggioritario sulla base della ricerca di un consenso sui temi reali, senza farsi irretire dalla strategia dell’UDC che alla crisi politica offre solo una strada di mera ricostruzione di alleanze o , peggio, con la legge proporzionale, di giochi di rappresentanze parlamentari che si amalgamano per creare maggioranze a prescindere dalle scelte degli elettori.

Poiché il successo degli anni passati del centro destra è stato ottenuto sulla base di una novità introdotta nel sistema politico ( bipolarismo ) e della condizione offerta agli elettori di essere “arbitri” della costituzione di maggioranze e di governi, riconvertirsi alla logica del parlamentarismo proporzionalistico significherebbe la morte della esperienza politica di centro destra.

Il nuovo partito che potrebbe sorgere dalla crisi del PDL, invece, potrebbe essere un soggetto federatore di esperienze locali, di liste civiche, di una ricostruita presenza territoriale, ove la rappresentanza politica assumerebbe un ruolo di intervento e di correzione , sulla base della difesa dei ceti medi produttivi e delle famiglie rispetto all’indirizzo di un liberismo che, lasciato ai soli operatori forti, porterebbe alla crisi di interi settori sociali.

Il pensiero politico di fondo dovrebbe essere quello di una linea di economia sociale di mercato nella quale fondamentali sarebbero i temi della libertà, dei corpi intermedi, del lavoro libero, del federalismo responsabili e solidale.

Il vero “modello tedesco” è questo: non a caso quello di un Paese dove vive un forte federalismo e il sistema economico vede esprimersi un forte pluralismo produttivo.

Questa cultura risulterebbe fortemente ancorata al pensiero forte della dottrina sociale della Chiesa e potrebbe spuntare le armi della logica delle oligarchie finanziarie e di una sinistra ormai incapace di allontanarsi dagli schemi che le ha imposto politicamente e culturalmente la borghesia finanziaria.
19/03/2012
[stampa]
Famiglia e identita’.
Le parole più giuste rispetto a quanto scritto nella sentenza della Corte di Cassazione rispetto alla pretesa di una coppia di omosessuali di poter trascrivere in Italia il matrimonio contratto in Olanda le ha dette Cesare Mirabelli giurista ed ex presidente della Corte Costituzionale in una intervista a l’Avvenire del 16 marzo.

La sentenza , dice il grande giurista “ conferma quanto già stabilito dalla Corte Costituzionale nel 2010, ovvero riafferma con chiarezza che non c’è un diritto fondamentale a contrarre matrimonio da parte di due persone dello stesso sesso”.

Inoltre, continua Mirabelli, la sentenza “respinge la richiesta della coppia di portare la vicenda davanti alla Corte di giustizia europea, evidenziando che questa materia ‘è del tutto estranea alle competenze dell’unione europea’ ovvero ogni stato membro è libero di stabilire se sia ammissibile un matrimonio tra gay”.

Impeccabile la critica dell’ex presidente della Consulta, invece, sulla parte della sentenza che definisce ‘radicalmente superata’ la concezione secondo cui la diversità di sesso dei due coniugi ’è presupposto indispensabile per così dire ‘naturalistico’ del matrimonio”.

Su questo punto , secondo Mirabelli, “la giurisprudenza o manifesta convinzioni personali oppure pretende di farsi interprete della sensibilità sociale, ma questo non è il suo compito”.

Questa valutazione merita tre considerazioni.

Si avverte sempre di più come nella magistratura, in questo caso si tratta della presidente della prima sezione civile, si vadano diffondendo concezioni di carattere ideologico che vengono assunte come convinzioni personali o si tenda a farsi interpreti di un ritenuto sviluppo sociale che, invece, appartiene alla funzione legislativa e di governo del sistema politico.

Il corredo della sentenza, poi, esprime il suggerimento nei riguardi del legislatore di allontanarsi dal diritto naturale , fino a mettere in discussione il concetto di famiglia come “società naturale”, una critica nei riguardi del testo costituzionale, considerato superato.

Infatti , come ha giustamente rilevato Mirabelli alla fine dell’intervista le parole della sentenza mostrano “quasi un rammarico per la differenza tra l’ordinamento italiano e quello di altri Paesi che secondo questa sentenza sarebbero più evoluti”.

“ Questa sarebbe una scelta ideologica”, si rammarica Mirabelli e, aggiungiamo noi, una scelta che vorrebbe cancellare ogni identità di storia e di cultura della nazione italiana.

“ La nostra identità è familiare” ha scritto a suo tempo il professore Francesco D’Agostino, non solo con riferimento al nome, ma ad una vocazione profonda del nostro Paese che andrebbe salvaguardata e valorizzata rispetto alle ideologie progressiste e pseudo-moderniste.
07/03/2012
[stampa]
D’Alema : l’ultimo epigone della prima repubblica.
D’Alema ragiona sempre bene. E’ forse il lascito più consistente della prima repubblica. Peccato che i suoi impeccabili ragionamenti puzzino di muffa.

A volte è anche attraente e in controtendenza rispetto a molti uomini del PD, come quando, nell’intervista al Corriere della Sera dell’8 marzo, critica l’ “affidabilità” della “finanza internazionale”, ma sa che molti dentro il PD non la pensano come lui sulla finanza, come ad esempio Enrico Letta, vice presidente dell’ Aspen.

Rispetto al ritorno della politica, si pone anche correttamente come quando afferma che “non si può governare solo adottando scelte tecniche efficaci. Occorre una visione del futuro e un progetto in grado di coinvolgere e convincere i cittadini: e questo può venire solo dalla politica” e, tuttavia, non bastano le pagine sociologiche ed accademiche della sua rivista “ Italianieuropei” a coprire il grande vuoto del postcomunismo.

Non rinuncia, sulla prospettiva politica, a distinguersi da Casini che vorrebbe Monti anche per la prossima legislatura, dicendo : “ chi fa politica si adoperi a progettare il dopo Monti”.

Ma il cuore dell’intervista riguarda il futuro del sistema politico: “Basta con un’interpretazione frontista del bipolarismo” e ,ancora meglio, aggiunge: “ siamo nel campo della democrazia parlamentare …dobbiamo far si che i partiti chiedano il voto per sé e non per gli alleati”.

Per non essere equivocato precisa: “ chi vince avrà il dovere di ricercare le necessarie convergenze programmatiche “ obbiettando che “ se si vuole che il capo del governo sia eletto dal popolo , bisogna avere il coraggio di proporre il presidenzialismo, con tutti gli equilibri e i contrappesi necessari”.

Poi c’è un’affermazione che suona come un ulteriore avvertimento a Casini “ in tutti i paesi democratici è il maggior partito che ha il compito di costruire una maggioranza parlamentare. E quale sia il maggior partito lo decidono gli elettori. Il sistema attuale enfatizza il potere di ricatto delle forze minori con gli effetti negativi che abbiano misurato in questi venti anni”.

Anche sulla candidatura alla premiership che il PD dovrebbe esprimere qualora si dimostrasse il partito più votato è lapidario: “Bersani è stato eletto con un voto popolare… chi volesse sostituirlo dovrebbe seguire lo stesso iter: congresso e primarie”.Ma la sera stessa della sua intervista Carlo De Benedetti, grande elettore del PD intervenendo a Servizio Pubblico, affonda Bersani al quale pure Repubblica ha concesso una intervista “postuma”.

Dulcis in fundo del D’Alema pensiero per Casini: “non ho mai pensato al rapporto con il Terzo Polo nella prospettiva di una rottura sinistra.”

Questa intervista di d’Alema merita un commento.

E’ evidente il vero limite dell’”intelligenza” di D’Alema : non ha la forza di guardare allo stato attuale del sistema politico italiano e di indicare una prospettiva realmente nuova.

La fine traumatica della prima repubblica ha spazzato via quei partiti che avevano già rinunciato a comprendere e interpretare il Paese. Il successo elettorale di Berlusconi non è stato un frutto avariato del conflitto di interessi, ma ha dimostrato la fortissima esigenza di rinnovamento che nacque nel 1994 dalla società e dai cittadini italiani.

Il consenso a Berlusconi è stato l’idea o anche l’illusione che la politica fosse cambiata restituendo ai cittadini il potere di scelta diretta, per voltare pagina e per un grande cambiamento.

Ma la grande rete di interessi corporativi, i grandi parassitismi e la prassi consociativa hanno saputo resistere a qualsiasi intenzione o programma di cambiamento.

La forza d’urto delle inchieste giudiziarie ha piegato e logorato la leadership berlusconiana non sorretta da un sistema politico capace di decidere.

In questa disillusione le forze politiche e la stessa la politica , indebolite, hanno subito l’onda della delegittimazione e del discredito politico fomentati da campagne di stampa dilaganti e ripetitive.

Sotto le rovine dell’attuale condizione politica, tuttavia, i problemi rimangono tutti.

Ricostruire il rapporto tra i partiti e i cittadini passa solo attraverso la capacità di programmi adeguati, di forza decisionale, di un più diretto rapporto con l’elettorato. Cioè di un cambiamento del sistema politico attraverso riforme della Costituzione.

Curare la condizione di oggi con doti di antibiotici scaduti della prima repubblica, cioè curare la crisi costituzionale con il sistema elettorale proporzionale non può né far resuscitare i partiti, ne riallacciare il rapporto di questi con gli elettori.

Massimo D’Alema , invece, pensa che tutto questo sia realizzabile e invece di guardare avanti, cioè alle vere riforme , guarda indietro a vorrebbe ricostruire un presepio di personaggi e di logiche che la storia , ma , purtroppo, anche la cronaca ha cancellato.
07/03/2012
[stampa]
Per salvare i due soldati tutta l’Italia si fa sentire meno Milano.
L’Avvenire del 6 marzo sulla questione del rilascio del maresciallo Massimiliano La Torre e del sergente Salvatore Girone titola l’editoriale “l’Italia tutta si faccia sentire”.

E spiega: “Per quanto riguarda la nostra opinione pubblica, occorre che anch’essa si senta mobilitata nello sforzo di salvare La Torre e Girone, affinchè sia chiaramente percepibile a Nuova Delhi come a chiunque , che questo è l’obbiettivo condiviso di tutto un paese e non solo del governo e delle istituzioni”.

E andando indietro con la memoria il giornale ricorda che “la mobilitazione dell’opinione pubblica italiana è stata richiesta e ottenuta per il salvataggio dei tanti cooperanti sequestrati in questi anni: dall’Iraq all’Afghanistan , dal Nordafrica allo Yemen. Per ragioni puramente umanitarie, essa diede il suo generoso sostegno alla causa della liberazione del caporale israeliano Shalit , rapito dalle formazioni di Hamas, avvenuto nell’ambito di un rapporto di reciproca e aperta ostilità”.

Conclude perentoriamente il giornale della CEI “ Non è possibile che la vita del maresciallo La Torre e del sergente Girone per i nostri media, i nostri sindaci e i nostri maitre-a-penser, valgano di meno”.

A proposito di sindaci – e il riferimento dell’Avvenire è chiaro – Pisapia a Milano si distingue per non essersi impegnato a mobilitare la cittadinanza per il rilascio dei due soldati, nonostante che in passato avesse chiesto la liberazione di Francesco Azzara, il collaboratore di Emergency , rapito nel Darfur e abbia esposto uno striscione per solidarizzare con Rossella Urru sequestrata in Algeria.

La maggioranza di sinistra in Consiglio Comunale , della quale fa parte anche il terzopolista Bruno Tabacci, ha respinto la richiesta presentata dall’opposizione per l’esposizione delle fotografie dei due soldati , come hanno già fatto la Provincia e la Regione; esplicitamente contrario il capogruppo del PD Carmelo Rozza.

Ma non c’è assolutamente da sorprendersi.

Il rifiuto dei valori liberali, nazionali e cattolici è una componente identitaria della sinistra ai quali, invece, si richiama la migliore cultura del centro destra.

E’ questo un discrimine rispetto al quale Casini e il Terzo Polo non possono far finta di nulla.

Oltre le tattiche politiche sempre più anguste, oltre i contorsionismi delle alleanze a macchia i leopardo, oltre gli appelli per grandi coalizioni in nome di una emergenza che comporta l’arretramento e la omologazione delle forze politiche, nei quali eccellono taluni partiti, c’è un grande terreno di identità e valori che soli possono richiamare gli italiani, ed in particolare i giovani, a tornare alla politica.
20/02/2012
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Politica e giustizia.
Emanuele Macaluso su Il Riformista del 17 febbraio interviene su “Politica e giustizia ieri e oggi” per contestare l’idea diffusa dagli interventi di questi giorni di alcuni magistrati e dalla stampa giustizialista che “solo i togati potevano rigenerare la politica” , per concludere che “la salvezza della giustizia è un errore che non dovrebbe essere ripetuto”.

Per la verità, assai più preciso è Mauro Mellini nelle conclusioni del suo libro , uscito in questi giorni “Il partito dei magistrati” (Bonfirraro Editore ) nel quale scrive che “il partito dei magistrati è e rimane un partito che sembra destinato più ad impedire che si governi, piuttosto che a governare. Si può dire che esso sia sempre in armi contro chi ‘rischia’ di governare effettivamente il Paese, trovando alleanze potenti tra i grandi interessi, che pure temono soprattutto di dover sottostare ad uno stato e ad un governo effettivi e non solo apparenti”.

Anche Angelino Alfano segretario nazionale del PDL e recente ex Ministro della Giustizia, nel suo libro “La mafia uccide d’estate” ( Mondadori ) ricorda che Mino Martinazzoli, nominato nello stesso dicastero il 4 agosto 1983, nelle memorie uscite nel settembre 2009, descriveva i problemi della giustizia, citando le stesse problematiche che lui aveva incontrato e per le quali aveva presentato un disegno di legge costituzionale oltre che un decreto legislativo in materia di giustizia civile.

Peraltro lo stesso Alfano commenta che “per provare a riformare la giustizia ci vogliono tanta tenacia , forza e determinazione” ricordando anche “il consiglio del compianto presidente Cossiga …che mi invitò, e secondo il suo stile lo fece pubblicamente, a recarmi al CSM scortato dalla polizia penitenziaria sventolando bandiera bianca”.

Mellini ricorda, peraltro, che Arturo Diaconale ebbe a paragonare il ruolo dei magistrati a quello dei militari in Turchia “eredi e custodi della tradizione kemalista”, anche se preferirebbe assimilarli al “consiglio degli Ulema o ayatollah in certe repubbliche islamiche”.

Ora le perorazioni di Macaluso se non vengono esplicitamente rivolte all’area politica e mediatica che si è connotata con un strenuo carattere giustizialista, invocando sempre come alibi la Costituzione del ’48, e se non chiedono un chiaro cambio di rotta, sono solo un abbaiare alla luna, senza alcun effetto.

Quest’area politica e mediatica è la sinistra dossettiana, post comunista e radicale.

A questo proposito sono sempre esemplari le parole di Francesco Cossiga quando affermava alcuni concetti molto chiari sulla sinistra che , scriveva , “in Italia è ancora giustizialista e poliziesca” e che “ ha cercato di aprirsi una strada giudiziaria al socialismo, organizzando in fazione parte della magistratura”.

“ La sinistra – aggiungeva Cossiga nel suo “Discorso sulla giustizia” ( Liberlibri ) – non riesce a liberarsi né di questa cultura giustizialista, dopo esserne stata sacerdotessa tra i suoi elettori, né dell’alleanza con l’ala ‘militante’ della magistratura, di cui non dovrebbe accettare il potere politico, ma il cui potere politico invece accetta perché essa ha qualche interesse politico coincidente con alcuni dei propri”.

Mentre sembra delinearsi la possibilità di un accordo tra le forze politiche che sostengono il governo Monti per una riforma delle istituzioni , facciamo anche noi una piccola previsione: mancheranno all’ appello di questo “compromesso” due temi che invece restano assolutamente essenziali: una riforma costituzionale in senso presidenziale che consegni definitivamente agli elettori la scelta di chi deve governare e una riforma della giustizia che restituisca ai magistrati la loro funzione di ordine e non di potere.
14/02/2012
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Sanzioni per la Cristianofobia , una nuova richiesta ricordando Oriana Fallaci.
Ci voleva una personalità particolare come l’esponente del Partito Popolare per la libertà e la democrazia, l’ olandese Ayaan Hirsi Ali, per denunciare con forza la cristianofobia che si diffonde nei paesi a maggioranza araba e per rilanciare la necessità di interventi che impediscano che sia messa in pericolo la sopravvivenza non solo del cristianesimo ma di tutte le altre minoranze religiose.

In Nigeria - ha scritto su Newsweek e sul Corriere della Sera del 13 febbraio – dove “sono gli estremisti islamici, in prevalenza, a scatenare le tensioni, i cristiani sono stati sottoposti a persecuzioni “ come “ leggi antiblasfemia, gli omicidi più efferati, gli attacchi con ordigni esplosivi, le mutilazioni e l’incendio dei luoghi di culto”.

La denuncia riguarda anche il Cairo, dove “in seguito al rovesciamento della dittatura di Hosni Mubarak”, sono avvenuti “incendio di chiese, stupri, mutilazioni e omicidi”.

A seguire anche Pakistan, Indonesia, Iran, ma anche Arabia Saudita, Etiopia mostrano un dilagare della violenza.

“ Da questo catalogo di atrocità - sottolinea Hirsi Ali - sarà ormai ben chiaro che la violenza contro i cristiani rappresenta un problema spesso ignorato o sottaciuto”.

Quello che chiede con forza questa esponente politica ex musulmana ed ora atea è che “anziché ingigantire i casi di islamofobia in Occidente, proviamo a prendere una ferma posizione contro la cristianofobia che sta infettando il mondo musulmano”.

Non siamo in presenza di una posizione integralista che denuncia le violenza musulmane, anzi Hirsi Alì è descritta come un ultra liberale anche su temi come l’aborto o l’omosessualità.

Questo ci interessa relativamente.

Quello che ci meraviglia è come una tale denuncia , che si accompagna anche alla richiesta di vere e proprie sanzioni su commercio investimenti e sugli stessi aiuti umanitari, non provenga da un esponente politico di ispirazione cattolica o cristiana.

Una atea olandese ha più coraggio di tanti personaggi politici , che, in Italia , forse in nome di un assurdo politicamente corretto, poco o nulla fanno per esporre all’opinione pubblica, con la necessaria durezza e il conseguente clamore, le atrocità di questa guerra anticristiana e per richiedere sanzioni da parte degli organismi internazionali.

Pochissime voci hanno denunciato nel nostro Paese e nei giusti termini questo dramma , forse per non inimicarsi la “dittatura delle lettere” della sinistra.

Lo fece, invece, splendidamente e con coraggio , un’altra grande atea, Oriana Fallaci per la quale migliaia di cittadini richiesero prima a Carlo Azelio Ciampi e, poi a Giorgio Napolitano , senza essere ascoltati, la nomina a senatrice a vita.

La ascoltò invece Papa Ratzinger che, nell’agosto del 2005, la volle incontrare, intuendo che, dentro quella coscienza battagliera e leale , germogliava, forse, il seme della fede cristiana.
24/01/2012
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Il vero nodo politico del governo monti: agire in europa, “tutto il resto e’ noia”.
Le cosiddette liberalizzazioni che stanno occupando il dibattito politico di questi giorni e che inducono reazioni diffuse negli ambiti sociali e nei settori sui quali dovrebbero intervenire, costituiscono, per certi aspetti, un falso problema.

Il governo ed una opinione mediatica piuttosto “drogata” stanno caricando questi provvedimenti di un peso economico e di un valore sociale più forti di quanto obbiettivamente essi abbiano. Si è giunti addirittura a dichiarare da parte del Presidente del Consiglio che nei prossimi anni questa manovra potrebbe comportare un incremento del reddito nazionale lordo di oltre il dieci per cento.

La valutazione del peso di quanto approvato in CdM , tuttavia, non trova un giudizio unanime e sembra prevalere il commento di chi li definisce troppo limitati a categorie e non realmente incidenti sulla capacità di crescita e sviluppo dell’economia nazionale.

Sono stati presi provvedimenti che colpiscono settori che potrebbero comportare solo qualche parzialissima economia da parte dei cittadini. Cosa positiva in sè, ma che non consentirebbe, neppure limitatamente, il recupero di quanto i cittadini dovranno sborsare, a partire dal 2012, in più per gli aumenti dell’IVA, della Benzina e del carico fiscale e delle imposte locali.

La solita Marcegaglia si è espressa in termini favorevoli probabilmente perché quanto disposto sposta l’attenzione dalla reale esigenza di una verifica dei 40 miliardi di euro che lo Stato centrale destina ogni anno alle forze imprenditoriali con interventi a pioggia e che, invece, dovrebbero subire una seria analisi di efficacia in termini di sviluppo reale, occupazione e di crescita di produttività.

Di questa oggettiva necessità non si parla e non si deve parlare.

Ma c’è un’altra considerazione da fare e cioè che questo governo sta percorrendo una strada che rischia di creare confusione sociale, ma che non affronta il vero nodo politico della condizione italiana , nel quadro della situazione dell’Europa e della moneta unica.

Senza un intervento nei riguardi della spregiudicata azione speculativa che distorce i mercati, senza una riforma dell’organizzazione monetaria europea, senza un diverso ruolo della BCE, senza un intervento europeo sulle agenzie di rating tutto ciò che viene deciso all’interno ( “ i compiti a casa” ) non servirà a nulla e la strada per una ripresa sarà lunga e dolorosa e non priva di rischi gravi.

Si è detto e si ripete che questi interventi non sono realizzabili per l’opposizione della Germania e per l’impermeabilità ( “autononia” ) delle strutture tecnocratiche europee il cui potere prevale sulle autorità politiche degli Stati. Il risultato paradossale di quanto sta avvenendo è che mentre le banche non possono fallire, come è stato dimostrato dagli interventi di salvataggio anche recentemente apprestati, possono invece fallire gli stati.

Come possono gli stati europei e le autorità monetarie contrastare l’azione delle private agenzia di rating , definita una “tirannia” anche da Rainer Masera su La Repubblica del 23 gennaio, quando solo pochi anni addietro non riuscirono a creare una borsa europea e , in ordine sparso, realizzarono accordi con realtà economiche esterne all’area euro e alle relative borse ?

Il PD e, soprattutto, il Terzo polo non solo inneggiano alle decisioni del governo, ma affidano carta bianca alla sua azione che tuttavia non riesce a decollare sui veri problemi a livello europeo.

Sta nascendo la vera questione che non può non gravare sul giudizio di fondo di questo esecutivo tecnico.

E’ presente nel governo una effettiva volontà di porre in Europa le vere questioni, in termini pesanti e adeguati o si intende accettare e subire il quadro esistente ?

In una recente trasmissione televisiva, il direttore di Limes, il professor Caracciolo ha detto chiaro e tondo che, senza una azione incisiva e con adeguati risultati a livello europeo tutto ciò che si sta facendo in Italia in termini di sacrifici non solo non porterà ad alcun risultato, ma potrebbe contribuire fortemente ad un andamento recessivo senza uscita, ovvero verso il default del Paese.

Quelle forze politiche che sostengono il governo Monti non possono non presentare, e al più presto, questo conto che , altrimenti, ricadrà sull’Italia.
18/01/2012
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“Il trattato di Maastricht allargo’ all’Europa la costituzione monetaria della Repubblica Federale di Germania”
Anche un governatore della Banca d’Italia e Ministro del Tesoro come Guidi Carli non percepì fino in fondo dove avrebbe portato la scelta di un modello finanziario come quello dell’accordo di Maastricht.

Scriveva, infatti nel suo libro del 1993 “Cinquant’anni di vita italiana” ( Laterza, Bari 1993) : “ Il trattato di Maastricht si propone proprio di allargare all’Europa la costituzione monetaria della Repubblica federale di Germania, che proibisce al principe, vale a dire al governo , di stampare moneta a proprio piacimento: costringe tutti ad assumere comportamenti non inflazionistici” (pag. 432 ).

E qualche pagina prima si era espresso con più precisione: “ Il trattato di Maastricht …mira… alla creazione di una sola unità monetaria e di una Banca centrale europea nella quale confluiranno i poteri attualmente esercitati, ufficialmente, dalle banche centrali nazionali, ma de facto dalla Deutsche Bundesbank”.

L’acuta osservazione di Carli che, fuori dall’euforia generale sul carattere unitario dell’Europa dell’euro, coglieva il senso delle cose , tuttavia non poteva prevedere come una crisi globale innestata dalla finanza derivata avrebbe diviso ciò che era stata solo apparentemente unito, avrebbe cioè posto su piano diversi e con interessi diversi i Paesi dell’Europa.

Quella concezione della BCE e le drastiche politiche recessive poste in atto rischiano di diventare dei cappi che si stringono sui paesi più esposti sul debito pubblico a prescindere dagli altri elementi fondamentali dello loro economie.

Nello stesso tempo, sul piano politico, Maastricht si palesa sempre più come un’Europa a guida tedesca, ove il potere di scelta politica si conforma, al massimo, ad accordi bilaterali e non c’è posto neppure per direttori a tre , ed il potere di veto sulle riforme del sistema monetario europeo viene espresso con durezza dalla signora Merkel.

C’è un aspetto di democrazia che viene poco rilevato.

Giancarlo Galli in un libro del 2001 dal titolo significativo “L’Euro, la grande scommessa “ ( Mondadori, Milano ), nelle considerazioni finali, già si domandava (pag. 296): “ Senza rabbia, ma con smaliziata intelligenza, si prenda dunque atto che la democrazia non ha cittadinanza nel Regno delle Monete. Gli statisti moderni si comportano esattamente come i prìncipi d’antan, soggiacendo ai tecnocrati, ultima generazione degli alchimisti. Che puntualmente promettono l’età dell’Oro. Non è stato così anche con l’euro?”.
19/12/2011
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Le piccole e le grandi Lobby.
I titoli di prima pagina della stampa del 16 dicembre sono tutti per condannare le lobby che condizionano l’azione del governo.

Vengono anche indicati i settori che si sono organizzati per frenare l’azione del premier: tassisti, farmacisti e edicolanti.

Repubblica tuona con un titolone in prima pagina, virgolettato : “Liberalizzazioni , piegheremo le lobby”.

Poi, inizia l’articolo con la dichiarazione di guerra del sottosegretario alla Presidenza del consiglio Catricalà: “La forza delle lobby in Parlamento è ancora potente. Io vengo dall’antitrust. Monti è stato commissario europeo alla concorrenza. Vuole che non siamo delusi ? Lo siamo, ma non ci arrenderemo”. E, poi: ” A gennaio ripresentiamo tutto”.

Ritenere che il problema dell’influenza lobbistica sulla politica provenga da farmacisti, tassisti ed edicolanti è davvero singolare.

Nel contempo è, come dire, simpatico pensare che , una volta “liberalizzati ” questi settori, si creino le condizioni per un migliore sviluppo economico.

Si dirà che queste decisioni rappresenterebbero un primo esempio, una decisione simbolica di voler aprire la società italiana ed eliminare aree franche.

Qui potremmo anche essere d’accordo, ma il problema è che questa valutazione viene da quell’informazione che ha sostenuto a spada tratta il referendum per far uscire i capitali privati dalle aziende municipalizzate, per aiutare un voto che veniva interpretato contro Berlusconi.

Questa stessa informazione, poi, glissa completamente su un’altra situazione assai rilevante che vede i più impegnati manager bancari , proprio nel settore delle infrastrutture diventare Ministri e vice ministri nei settori nei quali hanno avuto importantissime responsabilità.

Ci riferiamo, tanto per iniziare al nuovo viceministro alle infrastrutture, Mario Ciaccia, ex amministratore delegato di Banca Infrastrutture e Sviluppo, braccio operativo dell’istituto milan- torinese che interviene nei finanziamenti agli enti pubblici per le infrastrutture, chiamato da Corrado Passera ex amministratore delegato di Intesa S,. Paolo.

Ad esempio Mario Ciaccia è noto per aver seguito e sollecitato la realizzazione del progetto del Ponte di Messina. Il 20 ottobre 2009 pronunciava queste parole:“Penso che il Ponte sullo Stretto di Messina possa essere un ulteriore incubatore di sviluppo e di crescita per un’area di importanza strategica per tutto il paese”.

Basta andare suI siti internet per trovare le continue dichiarazioni del neo vice ministro sulle iniziative per favorire i finanziamenti e la partecipazione diretta alle grandi opere del suo istituto di credito, come ad esempio quando è intervenuta in qualità di capofila del pool di banche che ha rilasciato la garanzia fideiussoria per la partecipazione alla gara ad Eurolink, il consorzio d’imprese aggiudicatario dell’appalto del Ponte (linee di credito per 350 milioni di euro),mentre il 21 luglio 2009, Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo faceva sapere per bocca del suo amministratore delegato di essere pronta a intervenire direttamente nel finanziamento dei lavori.

Sotto la direzione del neo-viceministro dell’Economia, delle infrastrutture e dei trasporti, la banca ha finanziato grandi progetti in Italia ed all’estero dal valore complessivo di oltre 30 miliardi di euro.

“Abbiamo erogato finanziamenti all’Anas per la realizzazione della terza corsia del Grande Raccordo Anulare di Roma, per un importo di 390 milioni di euro; e del secondo lotto della Salerno-Reggio Calabria,

per oltre 430 milioni di euro”, ha aggiunto Ciaccia su Specchio Economico. “Siamo presenti nel Passante di Mestre con un investimento di 800 milioni di euro e abbiamo favorito la realizzazione di parcheggi in varie città per un importo di 130 milioni. Abbiamo attuato il

collocamento e la sottoscrizione di parte dell’emissione obbligazionaria della ex società Infrastrutture Spa per la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Milano-Napoli, per un importo di 320 milioni di euro. Siamo i consulenti per la realizzazione e gestione delle autostrade Brescia-Bergamo-Milano e delle Tangenziali esterne di Milano, rispettivamente per 1,6 e 1,4 miliardi di euro”

Autostrade, ma anche sanità, linee ferroviarie ad alta velocità, porti settore idrico, settori fieristici, cartolarizzazioni , di tutto , di più.

Si presenta un problema di conflitto di interessi?

E’quanto chiede a proposito di Corrado Passera, in una intervista del 19 novembre 2011, Maria Giovanna Della Vecchia a Franco Debenedetti – economista ed editorialista, con un passato da senatore del centrosinistra per tre legislature che così si esprime : “Se Passera vende le sue partecipazioni, non credo che ci sia a priori conflitto d’interessi. Il conflitto ci sarebbe se restasse in possesso di azioni e stock option di Banca Intesa, “che dovrebbe vendere il prima possibile”.

Poi, ricorda un episodio di un film: “Nel film “Too big to fail”, un tizio che malignamente accenna al fatto che Hank Paulson, chiamato al Tesoro da Bush, era CEO di Goldman Sachs, viene energicamente zittito: Paulson ha venduto tutte le azioni al momento di assumere la carica. Passera dovrebbe mettersi in condizioni di poter rispondere allo stesso modo: senza eccezioni e senza distinguo”. In un senso più generale, questo passaggio dagli interessi imprenditoriali alla politica era stato previsto da Giancarlo Galli , un acuto osservatore delle vicende economiche italiane ed in particolare delle banche.

In un articolo su cronache di Liberal il 4 settembre 2010 scriveva: “La scommessa su Corrado Passera da banchiere a politico è dunque più che mai aperta ed attuale”.

Infine il Foglio del 29 novembre 2011 in un articolo intitolato” le pericolose relazioni fra governo e banchieri”, scriveva:

“Ma se non esiste conflitto di interessi, questa union sacrée tra banca e politica come si configura oggi? Secondo Giancarlo Galli, storico della finanza italiana e autore del saggio “La giungla degli gnomi” (Garzanti editore), è “una unione di due debolezze, un patto opportunistico tra due forze deboli”.

Due classi che non si sono rinnovate, in questo parallele: “Si chiede da anni il ricambio della classe politica che non è stata all’altezza. E va bene. Ma quella bancaria? Qui, il ricambio è ancora più lento. A parte Profumo e Geronzi che si sono, diciamo, autoespulsi dal sistema”.

“I banchieri italiani non hanno dato grande prova in questi anni di grande lungimiranza – dice Galli – e hanno pensato invece a frequentare i loro amici delle fondazioni, a inventare merger ( fusioni n.d.r. ) sempre più grandi”. “Anche colui che ha guidato la più grande banca italiana (Passera, ndr) avrà qualche responsabilità”, conclude Galli.
13/12/2011
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Democrazia senza voto.
Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 12 dicembre, rompendo un bieco conformismo diffuso su larga parte della stampa italiana, denuncia come non possa passare sotto silenzio lo stato di eccezione della politica italiana nella quale sta operando – pur con scelte positive – il Presidente della Repubblica.

Denuncia ancor più duramente alcuni commentatori come Eugenio Scalfari, il quale ritiene che il governo Monti “realizzi in pieno il ritorno alla Costituzione” e che non è affatto detto che dopo che “avrà compiuto la sua opera e realizzato i suoi obbiettivi tutto debba tornare come prima “, augurandosi che “i futuri governi siano sempre governi istituzionali che riflettano gli indirizzi della maggioranza parlamentare ma la cui composizione sia decisa dal capo dello stato come la Costituzione prescrive con estrema chiarezza”.

Scalfari nell’articolo citato ribadisce , per essere esplicito, che la scelta dei ministri “spetta al capo dello stato” e non ai partiti, essendo questa “una distinzione fondamentale che preserva l’essenza del governo istituzione”.

L’articolo di Galli della Loggia si conclude con un appello affinchè “la grande voglia di novità … che investe … anche parti decisive dell’assetto costituzionale dei poteri pubblici … deve manifestarsi all’insegna della chiarezza attraverso una grande discussione pubblica”, avvertendo che “in un paese democratico non può esserci posto per modifiche della carta costituzionale attraverso vie surrettiziamente interpretative e forzando a piacere il testo della medesima”.

Galli della Loggia coglie appieno il pericolo per la democrazia di una via interpretativa della Costituzione che cancelli il ruolo dei partiti. Siamo all’opposto dei costituzionalisti cattolici che , invece, sostenevano che i partiti rappresentassero la costituzione materiale ( Mortati ) .

E’ evidente quale sia l’obbiettivo che Eugenio Scalfari ha in mente: quello di dare un fondamento ed una giustificazione ad una visione di istituzioni senza democrazia, ovvero contro la democrazia, in quanto nell’attuale sistema parlamentare i partiti rappresentano l’espressione della volontà popolare.

E’ indubbio che tale espressione può essere commisurata alla necessità di ridurre i rischi di una involuzione partitocratica – che prevalse in alcune fasi del sistema parlamentare italiano prima del 1992 - ma ciò può avvenire solo favorendo una riforma della Costituzione che ampli i poteri di scelta degli elettori con l’elezione diretta del Capo dell’esecutivo o con un presidenzialismo di tipo francese.

In termini di democrazia è solo possibile un trasferimento del potere dal parlamento al corpo elettorale.

La riduzione o addirittura l’annullamento del ruolo dei partiti non bilanciato da una ampliamento del ruolo del “cittadino arbitro” (Roberto Ruffilli ), significa soltanto consentire l’espandersi delle posizioni lobbistiche che detterebbero le stesse scelte sulle quali si orienterebbero le decisioni di un capo dello stato che nel suo lungo settennato non dovrebbe render conto né ai partiti , né agli elettori.

Vengono alla mente quanto scriveva un grande filosofo del diritto Giuseppe Capograssi a proposito del valore impegnativo delle elezioni e dei programmi presentati e scelti dal voto.

“Qui si vede esattamente il valore giuridico che assumono i programmi elettorali, poiché un partito e un governo non possono essere ammessi a sollevare ed a risolvere una importante questione legislativa, se le elezioni non furono condotte sopra tale questione”. “ Ritorna sempre più netta l’idea – aggiunge Capograssi – che la volontà elettorale è non pura e semplice volontà di scelta , ma è volontà positiva la quale si afferma sopra quelle idee e quegli indirizzi concreti che sono stati agitati nella lotta elettorale”, concludendo che ” la manifestazione di volontà dell’elettore avviene non sopra la scelta di questo o di quell’individuo, ma avviene sopra la scelta di questa o di quella soluzione dei problemi pubblici più importanti sui quali la consultazione elettorale è stata impostata”.

“Così” - aggiungeva infine – “ l’elezione diventa un vero e proprio atto positivo di sovranità e non una delegazione o un mandato o un conferimento di rappresentanza” ( Giuseppe Capograssi La vita etica , Giuffrè editore. pag 1121 ).

La teoria di Scalfari va in direzione opposta scindendo il governo dal vero “sovrano politico” rappresentato dal corpo elettorale e non dal Presidente della Repubblica.

L’interpretazione di Scalfari se si adattasse pienamente, come lui intende, al governo Monti metterebbe in una luce particolare le vicende di queste ultime settimane e darebbe fondamento alle letture circa la “preparazione” della recente svolta politica.

Poiché abbiamo sempre combattuto le tesi “complottiste” in quanto le riteniamo inconsistenti fughe dalla politica, auspichiamo che l’articolo di Galli della Loggia richiami tutte le forze politiche alla necessaria consapevolezza del loro ruolo di rappresentanza democratica, contrastando le linee interpretative di una visione élitaria, cioè di una democrazia senza popolo.

E’ avvilente come le classi politiche in campo oggi, salvo rare eccezioni, siano succubi di una violenta campagna di denigrazione che ne investe lo stesso ruolo e non sappiano argomentare presso l’ opinione pubblica, il principio democratico per il quale senza un programma ed un rappresentanza sottoposti al voto popolare non si ha democrazia.

01/12/2011
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Concita de Gregorio confessa e svela l’intrigo.
Questa volta non siamo in presenza di una dietrologia, né della solita stampa berlusconiana e delle sue ricostruzioni più o meno ardite.

Le dichiarazioni pubbliche e non smentite di Concita De Gregorio sono assai significative, evidenti, forse dettate da un certo risentimento per aver dovuto lasciare la direzione dell’Unità, ma gravi.

“Un altissimo dirigente del Pd mi disse. A noi nel Lazio ci conviene perdere per rafforzare Fini che ha la Polverini come unica candidata in questa tornata elettorale. Se lei vince , Fini si sgancerà da Berlusconi”.

All’epoca la De Gregorio era direttore dell’Unità e la sua preoccupazione di allora era evidente: “Ma come farà a spiegare agli elettori che volete perdere? “.

La sensazione più forte – e il Giornale l’ha scritto - è che l’”altissimo dirigente”, sia quello più legato alla strategia di una alleanza tra PD e Terzo Polo, cioè a Massimo D’Alema.

E la De Gregorio dovrebbe chiarire anche questo, ma è già evidente che l’identikit politico corrisponde all’ex presidente del consiglio.

Casini all’epoca cambiò strategia piuttosto improvvisamente. Aveva dichiarato che avrebbe appoggiato il candidato del PD che stava indicando Zingaretti, ma, poi, quando si rese evidente la disponibilità di Berlusconi a candidare la Polverini, suggerita e imposta da Fini ed il PD ritirò la quasi certa , importante e sperimentata candidatura del Presidente della Provincia di Roma, il leder dell’UDC, abbastanza repentinamente, si adattò ad appoggiare la Polverini della quale non aveva una grande stima.

Anche questo racconto dimostra che il dissidio politico tra Fini e Berlusconi non è assolutamente relegabile al famoso “e allora mi cacci?” , che il PD e la stampa antiberlusconiana hanno sempre sostenuto per coprire uno scontro reale che poneva l’ex leder di AN su di una strategia diversa ed opposta a quella di Berlusconi.

Poiché è anche evidente che l’”altissimo dirigente del PD”, non poteva muoversi al buio, fantasticando di una linea di Fini che si andava sempre più opponendo a Berlusconi, ma questa supposizione non poteva che essere una strategia comunicata al PD da chi allora stava ancora nel centro destra, balza evidente a tutti che l’azione destabilizzante del Presidente della Camera era iniziata e, poi, sarebbe stata portata avanti fino alla fine.

Questo episodio dimostra due cose: la prima è che la politica italiana ha bisogno di fare piazza pulita di quei personaggi che hanno nel loro DNA una visione eversiva e intrigante della politica, la seconda è che queste manovre richiedono un grande rinnovamento del rapporto tra partiti ed elettori nel senso di una riforma della Costituzione che ricollochi nella base elettorale la fonte della legittimità di chi governa, con tutti i passaggi necessari e trasparenti: dalle primarie per la scelta dei candidati ( la Bonino non fu scelta dal PD con le primarie ) alla elezione diretta di chi governa.

Autorevoli uomini della Chiesa hanno detto qualche tempo fa’ che occorre aprire le finestre e far entrare aria pulita nella politica.

Ecco dove aprire le finestre: nelle stanze dove si pensò e si giustificò questo imbroglio ai danni degli elettori, della lealtà e della stessa stabilità politica.
26/11/2011
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Il mito infranto della Democrazia Cristiana.
Il neo ministro Professor Riccardi in un recentissimo incontro su “La Democrazia Cristiana e la Chiesa” ha chiuso la sua relazione con quella che alcuni commentatori hanno definito una “profezia”: “I partiti muoiono, la cultura politica che fa grande i partiti non muore. Essa c’è e soffia potente ed amica”.

L’on Bartolo Ciccardini ex parlamentare ed ex sottosegretario di lungo corso, e , soprattutto ex presidenzialista oggi pentito (remenber when Europa Settanta), di sicura vivacità intellettuale, commenta così sul suo blog: “La cultura democratico-cristiana c’è ed è viva. Il Governo che per caso ci governa c’è e ci sono diversi Ministri cattolici, scelti per la loro competenza. Ha parlato il Professore o ha parlato il Ministro? Comunque il Ministro c’è. Il popolo democratico-cristiano, non ancora”.

Abbiamo un grande rispetto per la cultura cattolica da don Sturzo fino al pensiero forte che caratterizzò il pontificato di Pio XII con i suoi radiomessaggi che offrirono la cornice culturale e politica della democrazia e che oggi riappare ad un grande livello di ispirazione nel pensiero di Benedetto XVI.

E’, però, veramente paradossale che in nome di uno spinoso antiberlusconismo si esalti una presenza di “cattolici” nel governo, priva di legittimazione popolare.

Nè può essere la “competenza” a legittimare la presenza dei cattolici. Il popolarismo non è mai stato èlitario, e diviene tragicamente ambiguo quando lo si vuole alleato e subordinato all’oligarchia finanziaria e burocratica.

E, poi, che farne di una cultura senza popolo? L’università Cattolica, la Comunità di Sant’Egidio o Intesa S. Paolo non è popolo sono poteri, autorevoli poteri, ma non popolo.

Ancora: non si può, a scatola chiusa, esaltare tutto, ma proprio tutto della Democrazia Cristiana. Alcuni anni e alcuni uomini meritano un giudizio alto.

Ma quale nostalgia ci può essere per una DC che si fece cancellare da un Di Pietro qualsiasi o che certificò la sua fine attraverso l’invio di un fax del suo ultimo segretario nazionale, eppure santificato alla sua scomparsa ?

E’ vero nei nostri tracciati di ricordi tendiamo ad esaltare i giorni belli e a dimenticare quelli brutti, ma pochi episodi nella storia d’Italia mostrano una fine più fallimentare e ingloriosa di una vicenda politica che si sciolse con i balbettii di Forlani in un’aula di tribunale o la vigliaccheria di una intera classe dirigente di fronte al discorso verità di Craxi sul finanziamento illecito alla politica.

Non c’era più la DC di Moro che gridava : “non ci faremo processare nelle piazze ! ”.

E’ vero che i partiti possono morire, ma la questione storica che deve essere vagliata è come e perché la DC morì senza mostrare quella “dignità” di fronte alla morte che una grande tradizione politica avrebbe dovuto avere.

Ricostruire il mito della Democrazia cristiana che si fece scannare nelle grigie aule di tribunale certo non può lasciare tracce esaltanti, tanto è vero che nessuno storico oggi analizza la vicenda democratico cristiana e l’unico che lo ha fatto con rigore ed intelligenza, in fondo per un amore non corrisposto, è stato don Gianni Baget Bozzo.

Ed è stato un giudizio giusto.

La nostalgia ci fa guardare indietro e rimpiangere il bel tempo che fu, ma non sempre restiamo nel giusto.
18/11/2011
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Cazzullo intervista un De Benedetti trionfante
L’ intervista di De Benedetti al Corriere della Sera di giovedì 17 dicembre interpreta in modo efficace lo scenario che si va aprendo nella politica italiana.

E’ una lettura “da dentro” poiché l’imprenditore di Ivrea che Craxi definiva in altro modo, è tra i protagonisti del milieu che ha sostenuto la corsa di Monti alla Presidenza del Consiglio.

Attribuisce, mostrando la modestia di non ricordare che fu lui il primo a proporlo, il merito di questa operazione – e giustamente – a Napolitano elogiandone “la lucidità, il tempismo, la determinazione e la vera genialità politica con cui ha trasformato un professore in un padre della patria” , per , poi, aggiungere, facendo intendere sotto quale auspicio si è prodotto il tutto : “ Monti era l’unica scelta. Ho molta fiducia in lui”.

Mettendo in non cale i goffi tentativi di una parte della sinistra che continua il bla bla sul “governo politico”, De Benedetti chiarisce che “ Monti rappresenti il meglio che la tecnocrazia può offrire” per, poi, senza attendere neppure le dichiarazioni programmatiche o un primo provvedimento, glorificarlo: “ è la nostra ultima occasione , guai a perderla; viva Monti , mille volte”.

Poi aggiunge, forse per un finto sussulto di preoccupazione democratica: “ ma la gente come me , che sono un democratico vero, spera che la tecnocrazia venga presto sostituita dalla politica”.



Ma qual è la democrazia e la politica a cui pensa l’imprenditore di Ivrea, diversamente definito da Craxi ? Per comprendere questa categoria del pensiero di De Benedetti leggiamo il giudizio cha dà su Obama: “ ottimo candidato, pessimo presidente”, per poi precisare a chi, secondo lui, spetterebbe il giudizio e la opportunità di essere rieletto: “al punto che alcuni tra i suoi grandi finanziatori, stavolta voteranno per Romney”.

E’ questo per De Benedetti il “voto” che pesa e decide della politica ?

Sulla classe politica l’intervista si sbizzarrisce in un lungo dileggio di Berlusconi mostrando un odio verso il suo avversario di sempre non placato dall’intervenuto risarcimento, arrivando a giustificare, gli insulti “sotto casa” ( “talvolta il popolo ha bisogno di uno sfogo” ) . Ma fin qui il tutto appare piuttosto scontato, anche questo significativo pathos vendicativo.

Il meglio l’imprenditore di Ivrea , diversamente definito da Craxi, lo esprime su Bersani, leader di quel PD, al quale aveva richiesto, a suo tempo, la tessera n. 1 :“In un epoca in cui la comunicazione è così importante, lui è più efficace comunicativamente nella versione Crozza che in quella originale”.

C’è una diversità rispetto al dileggio del “nemico” Berlusconi, c’è verso il segretario Pd tutto il tono del “padrone” che piglia in giro il suo devoto “cortigiano”.

Infine, De Benedetti non rinuncia a indicare il principale punto programmatico del nuovo governo: “una patrimoniale light, sotto l’1% su tutto” , vantandosi: “patrimoniale che personalmente ho suggerito due anni e mezzo fa’”.

E quando gli domandano quanto dovrebbe durare il governo Monti, risponde con chiarezza: “ Parlare di governo a termine è ridicolo. L’unico termine sono le elezioni del 2013”. “Ma”, significativamente, aggiunge: “ in 15 mesi Monti potrà solo iniziare un lavoro che durerà molto di più. Ci vorranno, cinque, forse dieci anni per riparare ai guasti degli ultimi venti”.

Gli apprendisti stregoni che hanno favorito questa svolta politica, pensando di rientrare presto, sono serviti e, si sbrighino , seriamente, a trovarsi un’altro lavoro.
17/11/2011
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Bocchino non serve piu’
L’uscita di scena di Berlusconi e la nascita del governo Monti stanno innestando effetti importanti sugli schieramenti e all’interno delle stesse forze politiche.

In attesa di un più approfondito esame di tali prospettive registriamo intanto un netto cambiamento da parte di alcuni organi di stampa rispetto ai protagonisti, fino ad oggi, della polemica politica verso Berlusconi.

Italo Bocchino sul Corriere della Sera di martedì 15 novembre, ragionando delle opzioni che il Terzo Polo ha di fronte , non escludeva una “alleanza con il Pd che preveda Monti come candidato per palazzo Chigi”.

Ora questo intervento, oltre a seminare il sospetto che si risolvesse di un intralcio al cammino del presidente incaricato, era interpretato come un “assist” a tutelare la candidatura a Presidente della Repubblica di Casini ma anche a smagliare quella “tela” di possibili alleanze che il leader dell’UDC si tiene aperte in vista delle elezioni del 2013 o precedenti.

A parte la “irresponsabilità” (Quagliariello ) o l’”errore” ( Fini ) o la “fantasia” ( Bindi ) con le quali è stato etichettato il goffo intervento del vicepresidente di Fli, quello che si nota, è la cornice di commento che lo stesso Corsera dedica al personaggio dilungandosi sulle sue disinvolte frequentazioni,comprese sprezzanti considerazioni della ex moglie che lo accusa di “cretinismo da separazione”.

Morale della vicenda: il clima è cambiato. Prima della caduta di Berlusconi tutto quello che veniva riversato sul premier era ben accolto e i protagonisti di questa azione demolitoria erano trattati con sussiego e considerazione. Ora che l’obbiettivo è stato raggiunto possono pure accomodarsi, non servono più.

Anche Fini percepisce tutto questo e si guarda intorno, forse perché non vuole morire democristiano e si appresta a fare qualche altra “giravolta” delle sue. Ma lo spazio gli si è irrimediabilmente ristretto e con una ulteriore mossa potrebbe precipitare definitivamente.
15/11/2011
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A parlar chiaro….
L’intelligente Maurizio Molinari inviato negli Stati Uniti de “La Stampa”, all’indomani dell’annuncio delle dimissioni di Berlusconi, fa una carrellata sulle opinioni degli “investitori” statunitensi rispetto alla crisi di governo, con un titolo già di per sé significativo: “ Wall Street vuole il nome del successore”.

Preoccupa la borsa americana , descrive Molinari “il timore di un imminente default italiano”.

Ma il pensiero più esplicito e chiaro, riferisce il giornalista, è di tal Nicolas Spiro, titolare della Spiro Sovereign Strategy di Londra che, perentoriamente, afferma: “i mercati vogliono per l’Italia un governo tecnico non eletto dal popolo capace di varare riforme impopolari per migliorare la crescita di una delle economie più stagnanti del mondo”.

Sarebbe facile dire: Spiro chiama e D’Alema risponde.
09/11/2011
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Finis d’alemae.
L’intervista di d’Alema al Messaggero di venerdì 4 novembre con la quale rinnova l’appello per arrivare ad un governo di emergenza, si conclude con l’esaltazione dell’”esperienza politica e istituzionale di primaria grandezza” del professor Mario Monti.

E’ l’esplicita indicazione di chi dovrebbe assumere la guida di questo esecutivo destinato a “fare la riforma elettorale ed affrontare l’emergenza della crisi . Emergenza che richiede misure forti”.

Orbene è noto a tutti che queste “misure forti”, sono destinate a cambiare nel profondo alcuni connotati sui quali si è organizzata la condizione sociale degli italiani.

Si tratta di un cambiamento epocale che comunque presenta un dilemma: o si innestano elementi di libertà nel sistema consociativo del Paese per aprire la strada della crescita o si difenderanno prerogative e poteri che rispondono alle logiche dell’oligarchia economica.

La scelta di Monti, sostenuto da queste logiche già indica quale sia la direzione possibile.

Tuttavia anche ammettendo che le ricette per la ripresa siano quelle di una liberalizzazione che cambierebbe nel profondo gli schemi sui quali si disperdono le risorse del Paese, sorge una domanda: perché questa svolta storica non compete alla politica?

Intuiamo che troppi interessi guadano con diffidenza alla possibilità che un cambiamento operato dalla politica possa danneggiare privilegi e parassitismi consolidati e pretendono arrogantemente che una “personalità di alto livello e fuori della politica” gestisca questa fase, senza mai sottoporsi al giudizio elettorale.

Avvertiamo anche il timore che i leaders dell’antiberlusconismo non se la sentano di operare quelle “scelte impopolari” e pensano, tatticamente e furbescamente, di far fare il “lavoro sporco” a questa personalità.

Ma questa è la fine della politica.

Se nei momenti storici difficili che comportano anche decisioni impopolari la politica rinuncia al suo ruolo, in una dilagante condizione di aggressione e scherno che sta montando, essa scava la fossa nella quale verrà seppellita.

Che l’ultimo esponente di una tradizione importante come quella comunista indichi la soluzione tecnocratica ci rammarica ma non ci sorprende.

E’ il punto di arrivo di un lungo percorso che vede il comunismo tradire con Gramsci la rivoluzione, rifiutare con Togliatti e contro Amendola il possibile esito socialdemocratico, cambiare con Berlinguer il programma politico in programma moralizzatore, accettare con Occhetto di entrare nell’orizzonte del giacobinismo di Scalfari , assumere con Veltroni il giustizialismo di Di Pietro, illudersi con Bersani di un ritorno al fronte “antifascista” contro Berlusconi.

Se la cultura politica italiana non fosse giunta al punto nel quale si trova sarebbe interessante analizzare le radici di questo percorso che si svolge secondo una trama culturale che va dall’influenza di Gobetti su Gramsci, di Mattioli su Togliatti, di Rodano su Berlinguer.

Ma qui parliamo di cose importanti.

La finis d’alemae è assai più banale.

Un tempo non molto lontano il leader massimo aveva accennato alla Tobin tax e sorriso con scetticismo sul “capitalismo illuminato” ( chiesa all’intervistatore : “ e’ l’ENEL ? “).

Ma erano solo tic di una condizione di cattività, piccoli passi consentiti da una catena misurata.
04/11/2011
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La crisi dell’euro, le decisioni del governo, Berlusconi allo scontro finale.
Il significato politico e sociale della lettera di Berlusconi alla Ue



Analizzata sul piano strettamente interno, la lettera che Berlusconi ha presentato all’Unione Europea appare come una mossa strategica destinata a provocare effetti importanti sul quadro dei rapporti sociali e delle forze politiche di opposizione.

La lettera contiene un programma preciso; per la prima volta si inverte il rapporto che da sempre ha caratterizzato il sistema sociale italiano : il primato spetta alla libertà di impresa, l’assistenzialismo è subordinato allo sviluppo e non vice versa.

Il Italia le ultime stagioni politiche della prima repubblica avevano, dagli anni ’70, con alcune brevi interruzioni, diffuso capillarmente un sistema di tutele e di assistenzialismo che non riguardava solo la giusta difesa delle situazioni sociali in crisi, ma regolava la stessa struttura produttiva sia pubblica e municipale che privata.

La cartina di tornasole di questa caratteristica strutturale del sistema sociale italiano è il rapporto tra CONFINDUSTRIA e sindacati, rivelato dalla lettera di Marchionne alla Marcegaglia, ed in particolare tra la rappresentanza degli imprenditori e la CGIL.

Si ricordi che la scala mobile venne introdotta da un accordo tra industrie metal meccaniche e la FIOM, destinato, poi, a diventare, per moltissimi anni, il principale ammortizzatore sociale, fino a quando Craxi impose e vinse il referendum che l’aboliva.

A questa visione dei rapporti sociali e, in ultima analisi della stessa società - nella quale, sottoliniamo le libertà individuali, di lavoro e di impresa sono subordinate non solo alle istanze sociali, ma anche ai rapporti di potere sociale – avevano recato il loro apporto non solo la cultura marxista che rifiutava l’ipotesi socialdemocratica, ma anche quella cattolico dossettiana che leggeva i rapporti sociali come condizione preliminare per la libertà dell’individuo.

La lettura della realtà da parte di queste due culture aveva una analoga valutazione circa l’impossibilità che le libertà fossero la cornice sufficiente per assicurare la giustizia dei rapporti sociali ed il capitalismo doveva lasciare il posto ad un sistema diverso.

I cambiamenti epocali intervenuti negli ultimi due decenni hanno profondamente mutato la prospettiva: la “terza via” non si è concretizzata, il socialismo reale è stato sconfitto, i sistemi liberisti occidentali hanno vinto, il capitalismo non è fallito.

L’Europa, tuttavia, abbandonata la strada della costruzione politica, subisce l’influenza e le sfide dei mercati globali e di quelli della speculazione finanziaria.

L’Europa debole provoca la crisi degli stati il cui indebitamento rende sempre più difficile la difesa del sistema sociale che si fonda sull’assistenzialismo.

La crisi del nostro Paese è causata dal soffocamento che le risorse e le energie del Paese subiscono per questo collasso finanziario.

L’Italia attardata e appesantita per il debito pubblico, frutto della logica sociale degli anni ’70, non può salvarsi che sollecitando le sue risorse di creatività imprenditoriale, liberando la società dalle impalcature sociali non più utili per equilibrare i rapporti , ma divenute architetture ed aree di potere destinate a mantenere privilegi, parassitismi, assistenzialismo, inefficienze, tenute in piedi con un forte drenaggio di risorse.

In sintesi: meno Stato e più Società



La sfida che Berlusconi propone e si impegna a realizzare è un cambiamento epocale. Il premier sfida tutti i poteri che fino ad oggi hanno compresso la sua azione di governo.

Ristabilisce, in sostanza il motivo che lo ha condotto alla scelta di entrare in campo e che lo portò a contrastare tutti i partiti e le culture della prima repubblica.

Queste forze politiche sfidate non hanno più una cultura di riferimento – il marxismo è finito, i presupposti teologici del progressismo cattolico sono emarginati dalla svolta di Benedetto XVI –, però hanno dalla parte loro le rappresentanze di potere del sistema parassitario e assistenzialista.

Per questo CONFINDUSTRIA, CGIL e PD sono dalla stessa parte e si avvalgono di un circuito di potere giornalistico editoriale potente.

Le reazioni politiche



La dimostrazione di come sia difficile operare una profonda trasformazione del sistema sul quale si è andato accumulando il debito pubblico viene dalle reazioni che l’iniziativa e, soprattutto, i suoi contenuti, hanno provocato.

Dalla CISL di Bonanni e dalla UIL di Angeletti ci si aspettava un rifiuto dell’appello alla mobilitazione emesso dalla CGIL della Camusso, o , quantomeno, un tentativo di entrare nel merito delle questioni sulla mobilità aziendale, in un quadro di tutele che il governo nei tre anni ha ampliato considerevolmente. La logica della contrapposizione alla modifica dell’articolo 18 è una pura logica di potere alla quale i sindacati non vogliono rinunciare.

Le grandi imprese hanno accolto con scarso entusiasmo le proposte di Berlusconi in quanto il loro problema riguarda le risorse che il sistema Italia devolve al mondo imprenditoriale e che una recente inchiesta giornalistica ha quantificato in 40 miliardi di euro. Per ovviare alla difficoltà nel garantire ancora tali risorse , si richiede l’applicazione di una tassa patrimoniale e la reintroduzione dell’ICI sulla prima casa. L’operazione, in brevis, sarebbe quella di tassare il patrimonio quantomeno a cominciare dai ceti medi, per sostenere il sistema degli incentivi economici alle imprese.

Un esempio classico dell’uso distorto di tali incentivi è quello dei sussidi all’editoria che attualmente non vengono dati agli editori puri , ma , per la gran parte, riguardano i giornali che però sono di proprietà dei grandi complessi industriali. E’ questa una anomalia tipicamente italiana.

Le grandi imprese parlano per bocca di Montezemolo chiedendo un “governo di salute pubblica”, cioè che venga loro affidato il vertice politico ed un governo formato solo da loro rappresentanze.

D’altra parte a quegli imprenditori che non vivono dei sussidi statali, il programma di Berlusconi piace. Paolo Galassi numero uno di Confapi ha dichiarato il 30 ottobre a Libero: “ il programma presentato dal governo a Bruxelles è il mio sogno”.

Sul piano politico si registra nel PD la divaricazione tra chi vuole dialogare con il governo e condivide il senso delle misure ( Ichino ed altri ) e chi fa quadrato invocando la discontinuità e proponendo una contro lettera da inviare alla Ue. Le iniziative del sindaco di Firenze Renzi più che per i contenuti assai vaghi, sono significative dello stato comatoso della dirigenza del PD, ancorata a vecchi schemi ormai assolutamente inadeguati. Ed è significativo che per alcuni esponenti di questo partito la soluzione sia l’incarico a Monti, con ciò si dimostra non tanto il vecchio assioma di Del Noce sul “suicidio della rivoluzione”, già avvenuto, ma il suicidio della funzione politica della sinistra, ormai entrata nell’orizzonte tecnocratico.

Bersani è portato a guinzaglio dall’asse Confindustria CGIL, ma non rinunciando all’alleanza elettorale con IDV e Vendola.

Ancora contraddittorio e tattico il comportamento di Casini che continua a scommettere sulla spaccatura del PDL e su di una analoga sponda nel PD.

La speranza dei reduci della prima repubblica è che Berlusconi non sia in grado di approvare il suo programma , cioè di non riuscire a fare questa rivoluzione “culturale “ e “sociale”.

Nei momenti più difficili e decisivi si misura la statura di chi ha addosso grandi responsabilità.

Poiché con grande sforzo e sofferenza Berlusconi ritiene di aver intravisto il percorso giusto, gli oppositori possono essere certi che agirà con grande determinazione.

Superato ogni indugio e ogni resistenza il premier ha deciso di agire in questa direzione con il consiglio dei ministri di mercoledì 2 novembre.

Lo strumento più adeguato all’urgenza di intervenire sarebbe stato il decreto legge che tuttavia è osteggiato dal Presidente della Repubblica richiamando problemi di costituzionalità.

Se dovesse apparire corretto il rilievo è evidente come ci si trovi di fronte ad una carta costituzionale che, ad oltre 60 anni dalla sua promulgazione dimostra di non essere adeguata ai ritmi che il sistema internazionale ormai impone agli stati che, a fronte dell’aggressività degli operatori finanziari, dovrebbero avere strumenti adeguati per intervenire a difesa dell’interesse generale del Paese.

Le opposizioni sono in profonda contraddizione. Infatti se da un lato chiedono interventi forti ed immediati, dall’altra propongono la messa da parte del premier e un governo di larga coalizione la cui costituzione appare impossibile per la diversità di linee e contenuti programmatici.

Di fatto, con questa contrapposizione dura che non entra nel merito dei provvedimenti si tenta unicamente di impedire al governo di agire.

E’ tempo che si denunci con fermezza questa azione e emerga con chiarezza, la responsabilità di ognuno di fronte all’Europa, all’Italia e ai suoi cittadini.

Di questa preoccupazione se ne fa interprete il Presidente della Repubblica. E’ evidente che sia l’intervento della Merkel, sia la successiva dichiarazione dopo l’incontro con Bersani dimostrano che siamo in presenza di una sollecitazione a tentare di trovare gli elementi unificanti per una tempestiva presentazione e approvazione dei provvedimenti. Chi interpreta le parole di Napolitano come una sollecitazione a superare l’attuale governo sbaglia ed ha ragione Berlusconi quando dichiara che “al Quirinale non c’è un capo dello stato intento a ordire trappole”.

Casini nella acque limacciose della crisi si muove disinvoltamente, contrasta il tentativo del governo di andare avanti sui provvedimenti, favorisce il passaggio di qualche deputato del PDL all’UDC, ma la trama non può tradursi in una alternativa politica.

La soluzione che , del resto, anche lui intravede è la rinuncia all’opzione politica e dichiara che occorre che assuma il potere una personalità fuori dalla politica. E’ come quando Martinazzoli scelse Ciampi e si predispose all’accordo con la sinistra. Ma allora c’era l’illusione di un potere politico partitico forte che decideva e che, invece oggi non esiste e questa rinuncia aggraverebbe ulteriormente la crisi della politica.

Un “golpe” democratico ? Il governo di una personalità fuori dalla politica equivale all’esproprio del diritto democratico che spetta ai cittadini di scegliere e giudicare chi governa.

Possibilità di riuscita della “rivoluzione” berlusconiana



C’è, innanzitutto, una constatazione da fare. La crisi dimostra che le risorse della finanza speculativa sono superiori a quelle che possono essere messe in campo dalle banche centrali.

E’ questa lo scenario sul quale operano i diversi soggetti istituzionali

Le istituzioni politiche europee sono deboli e stanno pagando il prezzo di un’Europa costruita soprattutto come entità economica che, proprio per questo limite, rischia un collasso economico.

Berlusconi è al vertice del governo, ma il potere istituzionale con il quale attuare un programma che tenta una riforma così profonda è debole .

Al paese occorrerebbe un sistema politico di tipo presidenziale come esiste negli Stati Uniti, in Francia, nel bipolarismo tedesco e non un parlamentarismo al livello al quale è oggi ridotto e sul quale si fonda il modello politico della Costituzione del ’48.

La democrazia deve essere in grado di difendersi e di vincere le sfide: Roosevelt raddrizzò l’economia americana negli anni ’30, De Gaulle gestì l’uscita dalla vicenda algerina negli anni ‘60, Kohl attuò la riunificazione delle due germanie negli anni ‘90.

La sfida che Berlusconi deve combattere si svolge su un terreno difficile e senza questa cornice istituzionale.

E’ possibile che il tentativo non riesca: tanti, troppi, elementi giocano contro. Nello sfondo si delineano i contorni di uno scontro elettorale sul quale si decideranno le sorti del Paese. Il dibattito sui provvedimenti e il contesto politico di oggi anticipa la campagna elettorale: o l’Italia andrà verso una maggiore libertà politica e sociale o riappariranno i vecchi fantasmi di un sistema che arrovellandosi sul potere, difende lo statu quo del declino.

Il miracolo che Berlusconi è chiamato a fare per vincere questa sfida è quello di far capire agli italiani, al popolo che vive del suo lavoro e che non appartiene al “sistema” sopravvissuto alla prima repubblica , cosa rappresenti la libertà e scenda in campo per affermarla e difenderla per sé e per il futuro del Paese.
21/10/2011
[stampa]
Giavazzi denuncia il consociativismo di confindustria.
L’articolo di fondo di Francesco Giavazzi su Corriere della Sera del 18 ottobre rappresenta uno dei rari momenti nei quali si fa chiarezza su importanti elementi del sistema economico e sociale del Paese.

I concetti di fondo dello scritto sono validissimi : “non è la mancanza di infrastrutture a impedirci di crescere … ma i mille interessi particolari che da decenni impediscono le riforme”; poi, “un conto è la libertà di associazione, di proposta, di lobby, la promozione trasparente di interessi legittimi, un altro è sedersi al tavolo con il governo per ‘concertare ‘ le leggi, contrattando dei ‘do ut des’ con la pretesa di avere il monopolio degli interessi di tutte le imprese”; ancora, i grandi monopoli pubblici e privati in Confindustria comandano ”ma con quale credibilità rappresentano gli interessi delle mille piccole e medie imprese che tengono in piedi questo Paese ?”; mentre sulla vicenda dell’articolo 8 il cambiamento della norma reintroducendo il fatto che “l’accordo fra lavoratori e impresa sia negoziato e approvato da un sindacato nazionale”, dimostrerebbe che l’organizzazione degli imprenditori sia stata dalla parte dei sindacati, commentando , infine: “Non credo che (Confindustria) abbia a cuore i lavoratori delle piccole aziende, ma perché un’associazione degli industriali si giustifica solo se vi sono dei sindacati nazionali altrettanto potenti”. Il giorno successivo Emma Marcegaglia ha inviato una lettera al Corsera nella quale difende il suo operato affermando che le pratiche consociative appartengono al passato dell’organizzazione e che la rappresentanza prevalente di Confindustria riguarda le piccole e medie imprese, rivendicando lo scontro con il governo e , indirettamente tacciando come “inutili” polemiche come quella aperta da Giavazzi.

Ora, mentre a parole la Presidente degli industriali cerca piuttosto affannosamente di esprimere una linea di difesa, i fatti dimostrano ormai la perdita di ruolo di questa organizzazione verticistica che non è in grado di liberarsi di una visione provinciale e consociativa: l’abbandono di Fiat, la crescente esigenza di una contrattazione aziendale, l’evoluzione che la politica governativa e la possibile nascita del federalismo stanno imprimendo all’intervento di sostegno degli incentivi pubblici una diversa prospettiva assai poco controllabile dai vertici confindustriali.

Per difendere le prerogative della sua gestione la Marcegaglia ha assunto toni politici di dura polemica con il governo, con proposte che puntano a mantenere le risorse a disposizione degli incentivi alle industrie.

La dichiarazione di Berlusconi che avverte della penuria di risorse, in vita dei provvedimenti per la ripresa economica, ha determinato una ulteriore reazione polemica della Presidente di Confindustria.

Su questa dialettica e , soprattutto, dall’allontanamento della FIAT e di altri importanti gruppi industriali, sta ormai derivando un lento logoramento ed un giudizio negativo e fallimentare della gestione Marcegaglia.

L’esigenza del nuovo che investe la classe politica si presenta come una necessità anche per l’ambito della rappresentanza del mondo imprenditoriale.
19/10/2011
[stampa]
Una lettura delle violenze a Roma.
E’ iniziata, pur con molte cautele, la solita catena di illazioni e interpretazioni per tentare di gettare addosso al governo la responsabilità dei fatti di sabato 16 a Roma.

E’ evidente che gli interventi delle forze dell’ordine sono stati misurati sulla opportunità di evitare scontri aspri che avrebbero, con quasi assoluta certezza, comportato fatti luttuosi; poiché l’intenzione dei violenti era quella di creare l’evento per drammatizzare la situazione e estremizzare ancor di più il messaggio politico e sociale di Roma.

Questa linea interpretativa è, poi, collegata ad una critica di fondo che tende a riemergere a sinistra e che ha conosciuto, in passato, le sue forme estreme come ai tempi del terrorismo : “né con le B.R., né con lo Stato”.

La violenza che si è scatenata ha trovato nel clima che si è andato costruendo nei giorni precedenti il suo brodo di cultura, così come gli estremisti si sono mescolati, indisturbati, all’interno dei cortei.

C’è una correlazione tra la feroce campagna politica e mediatica contro Berlusconi e il governo e i violenti che poi sono passati all’azione.

Non a caso la manifestazione si è svolta all’indomani dell’”agguato” parlamentare sulla fiducia che, poi, è fallito.

C’è un fatto che svela questa correlazione: la contestazione, non solo a parole, di Marco Pannella.

Non erano infatti black bloc quelli che hanno assalito il leader radicale che, pur avendo una sua storia di battaglie per i diritti, era colpevole ai loro occhi di aver fatto svolgere il loro dovere di parlamentari radicali intervenendo e votando contro nel dibattito sulla sfiducia al governo.

Si è così espressa la solita sinistra giacobina e giustizialista, oggi moralista e multiculturale, che canta l’inno nazionale ma sputa su Pannella, libertario, eticamente inaccettabile, ma rispettoso del Parlamento.

E non c’è da sorprendersi poi troppo.

Qualcuno si è meravigliato che analoghe manifestazioni, svoltesi nello stesso giorno in tante altre città, non abbiano mostrato i gravissimi segni di violenza che si sono verificati a Roma.

C’è, però, una lunga linea rossa di odio inoculato nell’Italia che la rende differente dagli altri Paesi.

Da nessuna parte si ebbero ventimila morti dopo la fine della guerra per vendette e esecuzioni sommarie come da noi, da nessuna parte le azioni terroristiche negli anni 70 colpirono la massima espressione del partito maggioritario come in Italia,da nessuna parte il ’68 è durato decenni come da noi, da nessuna parte riemerge, costantemente, una sinistra estrema che pur avendo abbandonato le idee comuniste veste oggi i panni del giacobinismo. Certo non è la sinistra che ammazzava anarchici e organizzava agguati a Bandiera Rossa; essa, però, è diventata permeabile alle azioni di gruppi violenti che non sa più controllare.

Non basta la tesi dei “cattivi maestri”, cioè degli ideologi e dei vecchi maitre à penser , per spiegare tutto quello che avviene, ricorrentemente, a sinistra. Anche se quella cultura è finita in soffitta, l’odio, la denigrazione come sistema di confronto politico, il giustizialismo spinto, radicano l’animus di chi legge che poi decide di passare ai fatti e colpire.

Alimentare lo scontro sociale e denigrare l’azione politica, sempre e comunque, crea pericolosi discepoli senza cattivi maestri, ma non per questo meno pericolosi e disposti a tutto.
08/10/2011
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Con la legge sulle intercettazioni sono in gioco i diritti della persona.
Il dibattito sui provvedimenti di legge per regolamentare le intercettazioni richiedono alcune precisazioni di fondo.

L’Italia è la Nazione dove i diritti della persona sono connaturati alla sua storia.

Roma ha conosciuto quella legge naturale che ha sostanziato anche il pensiero cattolico ed ha diffuso nel mondo occidentale quel diritto sul quale si basano i rapporti tra i cittadini.

Anche il diritto più recente reca il segno della cultura italiana impresso nelle pagine del Beccaria.

Eppure in questo Paese, un’ondata di imbarbarimento politico e mediatico sta cambiando i connotati della sua cultura e della sua storia.

Il giustizialismo che giustifica e diffonde i processi mediatici e di piazza , come ha scritto Maurizio Tortorella in un interessantissimo saggio, sta uccidendo il garantismo.

Un tempo, ormai lontano, due prestigiosi uomini politici, Moro e La Malfa, si ribellarono al tentativo di trascinare delle persone nel tritacarne di accuse frutto di strumentali indiscrezioni su documenti riservati. Ed uno di essi disse in Parlamento: “non ci faremo processare nelle piazze”.

Si dirà che Moro difendeva un galantuomo come Gui.

Però, come dimostra il libro di Tortorella, anche uomini politici e personaggi ugualmente rispettabili hanno subito una gogna mediatica immeritata e falsa.

E poi, tutti, ma proprio tutti i cittadini, hanno diritto al rispetto dei diritti di tutela della libertà personale , della riservatezza, del giusto processo, come recita la Costituzione, tanto spesso e , a volte strumentalmente, invocata.

Il processo mediatico, quasi sempre frutto della diffusione di verbali e di intercettazioni che dovrebbero essere coperti da segreto d’ufficio, è innanzitutto, violazione dei diritti della persona.

La giustizia, con questi metodi e questi risultati, rischia di essere stravolta e diventare mero strumento di lotta politica.

E’ questa la posta in gioco delle leggi in discussione che regolamentano materie che toccano i diritti delle persone e che , invece, per un malinteso diritto all’informazione, si tenta di non far approvare. r
22/09/2011
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Un autorevole giudizio sulle agenzie di rating.
Mentre la presidente di Confindustria raccoglie il declassamento di Standard & Poor’s attribuendolo “alla fragilità del governo nell’implementare le decisioni e perché non si cresce”, il suo giornale il Sole 24 ore getta benzina sul fuoco titolando in prima pagina “ E ora si allunga l’ombra della recessione multipla”.

Anche il Corriere della Sera titola , virgolettandolo “ se l’Italia non cresce , nuove bocciature”.

Colpisce questa accondiscendenza della lobby degli industriali nei riguardi di decisioni che non risultano sufficientemente motivate anche ad una obbiettiva analisi economica.

Le sentenze delle agenzie di rating sono il frutto di considerazioni economiche ma, soprattutto, di valutazioni politiche.

E’ peraltro esemplare come negli USA, un Paese ove il ruolo delle lobby economiche è rilevante, ad aprile la reazione del governo all’ammonimento dell’Agenzia e ad agosto quando S. & P. ne declassò con “bocciatura politica” il debito pubblico, fu netta ed incontrò il consenso di tutte le forze politiche. Lo stesso Congresso convocò per una audizione i dirigenti dell’agenzia di rating obbligandoli a giustificare le loro decisioni davanti all’organismo politico .

In Italia la strumentalizzazione da parte delle opposizioni e delle lobby porta ad avvalorare decisioni che altri paesi democratici vengono stigmatizzate come dettate da valutazioni politiche.

E’ questo il grado di difesa dell’interesse nazionale al quale è stata condotta l’Italia dall’azione da questa opposizione al governo Berlusconi.

Un caso a parte è rappresentato dall’economista francese Jean Paul Fitoussi.

Con coraggio e argomentazioni ineccepibili questo professore all’Istituto di studi politici di Parigi e alla Luiss di Roma e Presidente dell’Osservatorio francese sulle congiunture economiche va decisamente contro corrente.

Definisce in una intervista al quotidiano Nazionale del 21 settembre il declassamento “un errore grottesco” e aggiunge “ queste agenzie sono inattendibili, smettiamole di prenderle sul serio”.

Ritiene anche che , a differenza della Grecia, l’Italia sia “ paese solvibile”.

Spiega con efficacia la “cantonata” di S.& P. perché “queste agenzie hanno performance medie quando valutano le imprese, mediocri quando giudicano i prodotti bancari , nulle quando si esprimono sugli stati”.

Ad agosto in una intervista a La Repubblica si era espresso con analoga chiarezza: «Le agenzie di rating continuano a gettare scompiglio sui mercati, ma è tempo che qualcuno ricordi loro che non sono comparabili a veri esperti delle economie nazionali. E non tocca a loro indicare quali sono le riforme da fare. Ci mancherebbe».

Aggiungendo:« perché dobbiamo fidarci di questi signori? Non ho mai visto analisi rigorose: chi sono gli economisti che lavorano con loro, quali metodi usano, quali parametri considerano? Nulla ci viene fatto sapere: la mancanza di trasparenza nelle loro analisi sarebbe già una colpa: se l´aggiungiamo alle responsabilità che hanno avuto nella crisi, per le quali non hanno pagato un soldo di danno né hanno subìto riforme o regolazioni, ne esce un quadro deprimente.

La conclusione è che non bisogna più starle a sentire». Così spiegava l’attivismo di queste agenzia : “Sa qual è la verità? Che le agenzie hanno visto ridursi la clientela fra le aziende private, e si concentrano sui debiti sovrani. Cercano pubblicità con uscite a sensazione».

Ma quando i cronisti italiani e gli “esperti” economici nostrani si decideranno ad uscire dal loro provincialismo intellettuale e misurarsi con le opinioni più autorevoli e di rango internazionale?
16/09/2011
[stampa]
Il partito democratico e i disordini davanti a Montecitorio.
Il PD non rinuncia ad una sua antica vocazione, quantomeno nella versione ex PCI, quello di partito di lotta e di governo. Ora, all’opposizione, si potrebbe autodefinire partito di lotta e di responsabilità.

Gli scontri davanti a Montecitorio, nella giornata della fiducia al governo per la manovra, hanno avuto un tono cruento con fumogeni, vernice , bombe carta, aggressioni alle auto in sosta ed altro.

Poi La Repubblica, che tenta di derubricare i fatti a goliardate, riferisce dell’aggressione all’ex Ministro Ronchi, reo di aver abbandonato il transfuga Fini, definendola un “gavettone”.

Fin qui tutto abbastanza scontato. Non ci fa meraviglia la costante ripresa dell’attivismo della sinistra più o meno estrema.

Significativa è la tesi giustificazionista del “responsabile” Bersani che arriva ad affermare e, diremmo, ad avvisare il governo che “dare messaggi che non incrociano mai il senso comune del Paese è pericoloso”.

Come dire la responsabilità per la violenza di piazza è tutta del governo.v Salire sui tetti delle facoltà universitarie per protestare contro una riforma giusta, sfilare con la CGIL nel corteo dello sciopero generale, giustificare i disordini di piazza fanno parte del bagaglio politico del segretario di un partito che si appresterebbe a partecipare ad un governo di responsabilità nazionale.

Forse c’è l’idea di una diversità, intesa come superiorità morale. E Penati dove lo mettiamo ?
16/09/2011
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Carlo Pelanda: quel che serve è una Reppublica Presidenziale.
Il professor Carlo Pelanda la cui alta specializzazione non gli ha mai impedito di avere una visione complessiva e strategica degli scenari economici e geopolitici ha scritto un importante articolo di fondo su Libero del 13 settembre dal titolo “ Quel che serve è una Repubblica presidenziale”.

L’analisi che viene svolta introduce nel dibattito politico sulla condizione economica italiana ed internazionale il fattore politico, ma non nel banale ed errato convincimento di una polemica sull’inadeguatezza dell’attuale governo, ma come necessità di introdurre elementi di solidità istituzionale.

L’articolo ripristina “il primato della politica sull’economia” come premessa fondamentale per intervenire sul modello economico, con conseguente “rafforzamento del potere esecutivo” e “possibilmente con l’elezione diretta dell’esecutivo”.

Poiché le tesi del professor Pelanda coincidono, con autorevolezza e fondatezza di argomentazioni, con quanto abbiamo più volte esposto, pubblichiamo integralmente il testo .

Gli appelli all`orgoglio ed alla coesione nazionale - l`Italia deve e può farcela da sola ad uscire dall`emergenza - sono molto sensati sul piano tecnico economico. Nella nuova economia, infatti, la capacità di darsi un`architettura politica che produca disciplina di bilancio e favorisca la crescita è il criterio principale con cui il mercato valuta l`affidabilità di una nazione. Pertanto è venuto il momento di mettere in priorità nei commenti economici il fattore politico.

Le agenzie di rating hanno declassato, e gli attori economici disertato, il debito italiano non perché l`Italia abbia problemi tecnici a rifinanziarlo. Pur in lento declino con sprazzi settoriali di rilancio dai primi anni `90, resta una potenza economica formidabile, con patrimonio e riserve abbondanti, risparmio tra i più alti del pianeta e potenziali di rilancio ancora intatti. Il mercato ha ridotto la fiducia sull`Italia perché valuta che il sistema politico italiano non sia in grado di cambiare il modello.

Non basta, pur necessario, inserire in Costituzione l`obbligo al pareggio di bilancio.

Se non si riformerà il sistema per rilanciare la crescita, il pareggio sarà ogni anno perseguibile solo con più tasse e tagli, inducendo una deflazione endemica fino all`implosione.

Questo è il punto: il mercato non crede che il sistema politico italiano riuscirà a varare politiche di reflazione capaci di bilanciare la deflazione perché vede un`architettura politica ed istituzionale inadeguata alla novità storica che ha cambiato la relazione tra politica ed economia.

Questa novità è la nascita della moneta fiduciaria in sostituzione di quella ancorata all`oro. La sostituzione avvenne nel 1971, ma solo nei primi anni`90 si cominciò a vederne l`effetto. Il capitale finanziario divenne abbondante e ciò permise il capitalismo di massa, ma ad una condizione: tutto il sistema politico e sociale doveva adeguarsi al suo ciclo.

Detto altrimenti, il nuovo tipo di denaro è direttamente convertibile in politica e la politica in denaro.

Perché la fiducia che regge la nuova moneta è basata sulla politica e questa per produrla deve convergere verso i requisiti del ciclo espansivo del capitale finanziario.

Cioè, la qualità del capitale politico determina la qualità di quello sociale che si converte in quantità di quello finanziario che si riconverte in qualità politica e sociale, e via così.

Questo è il ciclo di trasfigurazione del capitale che caratterizza la nuova società finanziarizzata. Ma la politica, dappertutto, ha enormi problemi ad adattarsi alla novità o perché non la ha capita o perché ha trovato difficile trovare un compromesso tra politiche di protezione ed il nuovo requisito di efficienza e/o ha percepito la novità stessa come un inaccettabile primato del mercato sulla politica.

Luttwak, Tremonti ed io scrivemmo "Il fantasma della povertà" (Mondadori, 1995) con la comune missione di ripristinare il primato della politica sull`economia.

Tremonti scelse una strategia di limitazione del mercato finanziario, Luttwak una di compromesso ed io una di complementarietà convergente tra Stato e mercato dove il primo si modifica per diventare parte essenziale del ciclo del capitale. Dopo 16 anni insisto nel proporre che sia quella giusta perché i fatti così mostrano.

In tale logica sarà necessario cambiare il modello economico italiano, ma per riuscirci ci vuole il potere per farlo.

Ecco perché la priorità per rendere credibile l`Italia agli occhi del mercato è quella di rafforzare il potere esecutivo e non solo quelle di inserire il pareggio di bilancio in Costituzione ed avere più coesione nazionale.

In conclusione, l`annuncio credibile di un progetto di Repubblica presidenziale, possibilmente con l`elezione diretta dell`esecutivo, è il principale atto di politica economica capace di ripristinare la fiducia prospettica del mercato sull`Italia e avviarne il rilancio.
07/09/2011
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Sciopero generale, crisi istituzionale e riforme.
Il Foglio in un editoriale del 6 settembre scrive come nel partito di Bersani “si è tutt’ora succubi di una specie di cinghia di trasmissione al contrario che va dalla CGIL al Pd”.

Questa notazione mostra la doppia debolezza del PD: la mancanza cioè di una valenza realmente riformista e la subordinazione nei riguardi di posizioni massimaliste nell’ambito sindacale.

Se si aggiunge l’attrazione che i “poteri forti” esercitano verso questo partito e la ritrovata unità politica con le posizioni alla sua sinistra, ci si rende conto della assoluta inaffidabilità di questa forza politica a fronte del quadro complesso e difficile nel quale si trova l’Italia.

Non a caso i sondaggi, mentre confermano le difficoltà del governo e la disaffezione del suo elettorato, ancor più segnano un giudizio negativo nei riguardi dell’opposizione.

In generale al venir meno della fiducia nei riguardi di una maggioranza di governo da parte dell’elettorato, si verificava la crescita del consenso dell’opposizione e si ponevano premesse virtuose di una alternativa di governo.

Questa normalità istituzionale e politica, oggi, in Italia, è saltata.

La grande stampa e i poteri corporativi spingono fortemente per accantonare il ruolo dei partiti in quanto tali , sostituendoli con una acquisizione diretta di potere politico.

Nella complessa storia politica del nostro Paese ed in particolare nelle difficili vicende degli ultimi venti anni questa condizione non si era mai verificata.

E’ il segno che, oltre alla crisi economica e politica, ci si trova di fronte ad un qualcosa di più complessivo che riguarda il rapporto di rappresentanza tra istituzioni e cittadini.

La soluzione di questa crisi istituzionale deve essere compito della politica.

Il bandolo di questa intricata matassa politico istituzionale è il riconoscimento che al popolo spetti la sovranità, che i partiti la esprimono negli organi istituzionali e che a loro spetti il dovere di proporre quelle riforme in grado di superare la crisi istituzionale e approvare gli interventi che affrontino il difficile momento economico del Paese e il quadro dei rapporti in Europa.

Non ci possono essere scorciatoie, né confusi assemblaggi di posizioni che si dimostrano, nei fatti , opposte e incompatibili tra loro .

Lo sciopero che divide non solo i sindacati, ma anche le forze politiche è la dimostrazione che il governo di salute pubblica non è nelle cose possibili .

Le violenze e le manifestazioni del giorno dello sciopero non aggiungono molto: è la conferma che non si può stare in Parlamento attendendo la chiamata al “governo” e sfilare in piazza con le manifestazioni violente.

Resta solo l’irrinunciabile dovere da parte della maggioranza di indicare la via e i contenuti delle riforme. E’ in gioco la tenuta dell’Italia.
01/09/2011
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Diario di Bordo.
1 AGOSTO. LA “STRANA CONVERGENZA” TRA MERCEGAGLIA E CAMUSSO, MA IL “CONNUBIO” HA ORIGINI LONTANE.

L’Avvenire definisce “strana” la convergenza che si è realizzata per “il comunicato congiunto” della scorsa settimana tra le parti sociali. Nello stesso tempo Montezemolo tuona dal suo “Italiafutura” per il “fallimento della rivoluzione liberale”.

Sarebbe troppo facile ricordare al mondo imprenditoriale come le punte avanzate del consociativismo italiano furono le industrie metal meccaniche e il sindacato CGIL. Da quel consociativismo esplosero i meccanismi che incisero sullo stato sociale e contrinuirono a gonfiare la spesa pubblica. Si affermò in quegli anni una visioni statalistica del sistema economico e politico.

Come ricorda il libro “ Anni ’70 i peggiori della nostra vita”, si affermò allora “ una costruzione concettuale volta ad affermare e giustificare le prerogative e le concessioni che la struttura economica dominante, composta dal connubio di categorie sindacalizzate e grandi imprese industriali pubbliche e private, riservava a se stessa, imponendola a una classe politica debole e accomodante”

Si dirà che si tratta di vicende e di anni lontani. La verità che nessuno spiega o, meglio, vuole spiegare, che, per superare quella politica la Fiat ha dovuto lasciare Confindustria.

E allora , ma di quale “rivoluzione liberale” si vuol parlare?

Desta un po’ di scetticismo che siano gli stessi protagonisti di allora a chiederla.

LA “GEOPOLITICA DI KOHL E GORBACIOV

Il Giornale dà notizia che lo Spigel ha avuto accesso a migliaia di documenti, copiati segretamente, della fondazione Gorbaciov che rivelano come Kohl all’inizio degli anni ’90 abbia aiutato il protagonista della perestroika per rimanere al potere contro Boris Eltsin che lo sta scalzando, convincendo le potenze occidentali.

E’ interessante come Gorbaciov sottolinei l’intromissione degli americani che “incoraggiano” Eltsin e la disponibilità di Kohl ad intervenire con aiuti nei riguardi del leader russo in difficoltà anche economiche.

Si dispiega in questo rapporto tra due leader europei una linea di geopolitica che tenta di superare le antiche ferite e che assume i caratteri di una indipendenza che agisce per un interesse comune.

Non a caso Mario Losano nel suo libro su “La geopolitica del novecento”, rileva che “ i termini geopolitici …fecero la loro comparsa anche nei discorsi di Kohl”.

Il giudizio del cancelliere tedesco su “ zar Boris” è netto: “ Che succederebbe se Gorbaciov uscisse di scena e al suo posto arrivasse Eltsin? “, si domanda.

A cementare il rapporto tra i due protagonisti di questa fase era stata la vicenda della riunificazione tedesca che si svolse sotto la loro egida, ma che preoccupò alquanto alcune potenze occidentali , in particolare la Gran Bretagna che , negli anni successivi, diede asilo politico a quegli oligarchi che arricchitisi sotto Eltsin, furono poi contrastata da Putin.

2 AGOSTO. SCONTRI CON GLI IMMIGRATI NEL CENTRO DI BARI PALESE; DECINE DI VITTIME DEI NUOVI MERCANTI DI SCHIAVI.

Le notizie degli scontri che hanno assunto caratteri di vera e propria guerriglia tra profughi nordafricani e polizia e la tragica morte di 25 immigrati e forse più partiti dalla Libia, sottolineano come la regolazione dei flussi immigratori deve essere affrontata dalle autorità internazionali e non può essere lasciata alle sole politiche nazionali.

Quando la sinistra minimizza il problema affermando che l’Italia può da sola risolvere il problema, poiché altri Paesi hanno gestito ben più forti flussi immigratori, imposta scorrettamente la questione poichè è evidente che i movimenti tra Africa e Italia hanno un carattere completamente diverso rispetto agli spostamenti tra i paesi europei.

Qui siamo in presenza di veri e propri mercanti di schiavi che trattano gli uomini in fuga dall’Africa come bestie esponendoli a rischi e a morti drammatiche.

Nello stesso tempo il controllo su chi sbarca, provenendo da aree ove il terrorismo islamico può reclutare è doveroso e va fatto rigorosamente , offrendo, forse, spazi di sosta più decorosi. Su tutti e due i fronti l’Europa non può sottrarsi sia per il coordinamento delle politiche, sia per le necessarie risorse.

4 AGOSTO. BERLUSCONI NON NEGA LA CRISI, MA DICE “IL PAESE E’ SOLIDO”. LA SINISTRA CONTINUA AD INVOCARE IL “GOVERNO TECNICO”, CASINI SI SMARCA, ALFANO : “I MERCATI NON SCELGONO CHI GOVERNA”.

Il discorso alle Camere del premier che Sergio Rizzo sul Corriere della Sera definisce “deludente” mostra, invece, che Berlusconi ha tenuto conto delle valutazioni di Draghi e degli inviti di Napolitano.

Ha detto quel tanto che doveva dire senza anticipare o scavalcare l’incontro del giorno successivo con le forze sociali.

Per valutarne la validità o meno basta osservare le reazioni degli altri partiti. Bersani che a ragione delle fastidiose vicende che riguardano il manager della sua campagna congressuale, è apparso nervoso e ripetitivo con la richiesta di “un passo indietro”. Di Pietro e Bocchino sono apparsi sulla stessa posizione, come cioè le sentinelle della linea intransigente contro il premier.

Casini la cui cultura democristiana gli consente di muoversi a proprio agio nei momenti di crisi e di turbolenze politiche, in assenza di una alternativa e non condividendo la soluzione “tecnocratica”, si è differenziato dalle posizioni oltranziste per chiedere “una tregua” politica. Ha cioè confermato la sua indisponibilità a rompere definitivamente con il centrodestra, strada sulla quale ha provato a portarlo Bersani.

Chi ha colto meglio di tutti lo scenario sul quale si muovono le vicende politiche e le turbolenza finanziarie è stato il nuovo segretario del PDL Angelino Alfano per riaffermare un linea di difesa della democrazia: “ i mercati non scelgono chi governa”.

Queste semplici, ma efficaci affermazioni hanno l’effetto di una bruciante frustata verso una sinistra culturalmente in disfacimento e chiusa nell’orizzonte del partito Repubblica.

A destra il fronte antioligarchico resiste perché, come ha sottolineato il direttore de Il Tempo Mario Sechi “ se la finanza sceglie anche chi governa e si sostituisce agli elettori è la fine della democrazia e l’inizio della dittatura tecnocratica”.

CONTINUA IL TERREMOTO BORSISTICO IN EUROPA E IN ITALIA

La speculazione finanziaria che qualcuno si ostina a definire “mercato” continua l’assalto alle borse, soprattutto a quelle del vecchio continente.

L’ANSA riferiva che Oltreoceano Wall Street perdeva il 3%. Il dato definitivo di Milano, in un primo tempo indisponibile per blocco del calcolo dell'indice, è, poi, stato calcolato in oltre il 5%; hanno segnato perdite anche tutte le piazze più importanti: Londra (-3,43%), Parigi (-3,9%) e Francoforte (-3,4%). Stoccolma (-4,27%), é sembrata la peggiore , fino a quando non è arrivato , più tardi, il dato di Milano.

Gli analisti tentano di giustificare quanto sta accadendo secondo le logiche e le analisi economiche che, evidentemente ci stanno tutte.

Tuttavia, per parte nostra, riteniamo di offrire uno spunto per inquadrare ciò che sta accadendo con una lunga citazione da un libro di Luciano Gallino “Finanzcapitalismo”( torino, 2011) pagg. 292-293:

“Nel 2007 gli attivi finanziari globali ammontavano a quattro volte e mezzo il Pil del mondo. Da essi proviene l’eccesso di liquidità che circola nell’economia mondiale alla ricerca spasmodica di rendimenti eccezionalmente elevati che sono realizzabili soltanto se si sottrae valore a qualcun altro”.

“Le transazioni sui mercati finanziari globali corrispondevano nel 1991 a 15 volte il Pil del mondo; nel 2007 erano salite a 75 volte il Pil del mondo, raggiungendo i 4050 trilioni di dollari . Si stima che oltre l’80 per cento di tali transazioni perseguano unicamente finalità speculative”.

“I soli titoli derivati scambiati privatamente ammontavano alla fine dello stesso anno a 12 volte il Pil del mondo. I derivati sono di fatto scommesse finanziarie delle maggiori banche anglosassoni mediante denaro creato al computer”.

“ Una ulteriore prova del predominio del finanzcapitalismo si è avuta nel corso del 2010, quando l’intera zona euro, più il Regno Unito rischiarono il collasso perché alcuni dei maggiori operatori finanziari privati, tra i quali non mancavano investitori istituzionali , poterono impiegare in poche settimane capitali sufficienti per attaccare il debito pubblico degli stati “.

5 AGOSTO. IN EUROPA NON C’E’ UNA LINEA COMUNE PER CONTRASTARE LA CRISI.

Si è reso evidente ieri che non esiste una linea comune in Europa per affrontare la crisi innestata dalle ondate speculative sui titoli pubblici. Infatti mentre Jean Claude Trichet annunciava che la Bce tornava all’acquisto dei bond sovrani , dopo una pausa di diciotto settimane, il nuovo capo della Bundesbank Jens Weidmann faceva sapere di essere contrario alla riapertura del programma di acquisto dei titoli , come del resto lo era stato il suo predecessore.

Queste diverse linee che continuano a coabitare in Europa tendono a produrre, anche per la disomogeneità delle economie, un andamento divaricato nei valori finanziari.

Il differenziale tra gli interessi dei titoli pluriennali tra bond tedeschi e di altri paesi come Spagna e Italia assomiglia molto all’andamento dei cambi all’epoca delle monete nazionali.

I titoli di stato hanno sostituito le monete anche perché, in fondo si tratta di moneta a breve e lungo termine.

Si avverte con chiarezza l’esigenza di uniformare questo ambito con la creazione, sostenuta da Tremonti e avversata dalla Germania , di un bond europeo.

Si sta riproducendo, in qualche modo, la condizione della guerra dei cambi che negli anni ‘90 sanzionò l’impoverimento di alcuni paesi europei mentre rischia di fallire tutta l’impalcatura creata con l’Euro.

E’ evidente che ci troveremmo di fronte ad una crisi che farebbe arretrare l’Europa.

Nella situazione data il punto di appiglio per ogni iniziativa di resistenza economica deve poggiarsi su una condizione politica forte e qui siamo di fronte al problema di una condizione istituzionale debole dell’Italia, unico Paese rimasto nel Continente a mantenere un sistema parlamentare debole.

L’AVVENIRE: “AGIRE SUBITO”. CONFERENZA STAMPA BERLUSCONI-TREMONTI: ANTICIPARE IL PAREGGIO DI BILANCIO AL 2013, CAMBIARE LA COSTITUZIONE.

Giancarlo Galli mai troppo tenero con gli “gnomi” scrive sull’Avvenire un editoriale per invitare ad agire: “non è tempo né di risse , né di illusioni”. Pur sottolineando la gravità della situazione il giornale dei Vescovi non si schiera con quell’entourage economico ed accademico chee su altri quotidiani invitano alla svolta politica.

“La lunga quaresima” – scrive – alla quale occorre prepararsi riguarda maggioranza e opposizione”.

Il governo, secondo Galli, può e deve fare la sua parte: “è urgente che gli incontri di ieri tra governo e parti sociali abbiano un seguito concreto ed immediato”.

E’ interessante anche come Galli analizza il comportamento delle autorità centrali europee, quella che definisce la “questione cruciale” : “come e perché gli organismi internazionali, con il loro stuolo di superpagati burocrati ed esperti che affollano grattacieli zeppi di uffici, non hanno percepito l’arrivo del ciclone ?”.

Il pomeriggio si chiude con la conferenza stampa straordinaria di Berlusconi e Tremonti. Oltre all’anticipo del pareggio di bilancio e gli interventi su spese ed entrate, è significativo l’impegno a modificare la Costituzione. Molti analisti e politici dell’opposizione hanno minimizzato l’importanza di questo impegno. Invece è significativo che l’ancoraggio delle politiche di rigore e di liberalizzazione trovi posto nella Carta. Queste due modifiche sono fondamentali perché correggono il “manifesto politico” del 1948 che presenta caratteri frutto di una intesa che sguaiatamente è stata definita “cattocomunista”, ma che ignorò presupposti e contenuti cattolico liberali e socialriformisti che, invece, avrebbero prodotto meno Stato e più Società e reso più aperto e libero il nostro Paese.

6 AGOSTO DECLASSATO IL DEBITO USA.

La crisi globale, continuazione di quella del 2008, per la quale non poche responsabilità attengono alle scelte operate , a suo tempo, dal governo e dalle autorità monetarie di Washington e dal sistema finanziario angloamericano, coinvolge anche gli Stati Uniti.

Certo l’evento è “storico” visto che il declassamento del debito americano ha tolto agli USA la tripla A che detenevano dal 1941,Presidente F. D. Roosewelt.

Se in America si ragionasse come da noi verrebbero richieste le dimissioni di Obama che, obbiettivamente, presenta un bilancio politico pesante : ha perso le elezioni di mezzo termine, è realmente senza maggioranza al Congresso, ha allungato una logorante trattativa prima di prendere le decisioni che, poi, le agenzie di rating non hanno ritenuto sufficienti. Ma nessuno negli USA pensa di cambiare cavallo mentre infuria la crisi e resta saldo il senso dell’interesse nazionale .

Il becero provincialismo italiano invece, rispetto al quale si è distinto solo Prodi, mostra il linguaggio della decadenza del sistema parlamentare e parla di “discontinuità” . Questo provincialismo non è solo patrimonio di una opposizione divisa, ma è connaturato anche a una certa borghesia imprenditoriale senza veri ideali e con troppo poco senso civico.

DALL’EUROPA POLITICA ALL’EUROPA DEI CAPITALI ANONIMI

Dopo ambiguità e ritardi, dopo l’impegno del Governo ad anticipare il pareggio di Bilancio al 2013, Germania e Francia, dopo aver esitato di fronte ai “mercati”, “concedono” di intervenire per alleggerire la pressione speculativa sui titoli di Stato.

Non è mercato, così come lo si intenderebbe secondo uno schema classico, quando mani “nascoste” ( o meglio che non si vogliono conoscere: siamo nell’era dell’informatizzazione di ogni nostra attività quotidiana ) speculano sui titoli del debito di un Paese che non si trova a rischio default.

Anche le variazioni di Borsa che prima impoveriscono il valore azionario delle aziende (è il caso in Italia di quelle bancarie, passate indenni al vaglio delle autorità europee ) per poi puntare al rialzo, mostrano la tendenza largamente speculativa degli operatori finanziari più forti.

Di fronte a queste speculazioni, le incertezze delle autorità europee sono da registrare come un esitare innanzi ad un potere più forte.

Avevamo sperato negli anni ’50 e ’60 in una Europa diversa ! Con il passaggio dall’epoca delle ideologie a quella di un nuovo processo storico sembrava si potesse costruire un’idea di Europa che, superando i nazionalismi , conservasse i valori più profondi della tradizione del nostro Continente.

Con una strategia politica: pensiamo al progetto CED (Comunità Europea di Difesa ),fallito per l’opposizione di Francia e Inghilterra e che avrebbe dovuto creare una forza di difesa europea che rendeva operante una politica estera comune.

Le svolte economiciste e monetariste ci hanno portato ad un Europa senza una strategia comune, nella quale regnano gli egoismi e i “capitali anonimi”,come li ha definiti Benedetto XVI , l’Europa degli “gnomi”,terreno di conquista dei nuovi pirati del XXI secolo.

7 AGOSTO MONTI E L’AFFONDO TECNOCRATICO.

Puntuale come un doganiere svizzero arriva sul Corriere della Sera il commento di Mario Monti alle indicazioni del governo ( “Il podestà forestiero” ).

Mettiamo da parte il pensiero maligno che ci coglie: il malumore del Rettore della Bocconi potrebbe sembrar motivato dal fatto che mentre i soliti noti avevano lavorato a fondo per un “governo tecnico” che lo avrebbe visto alla guida, le cose stanno andando in modo diverso.

La penna sembra peraltro tradire una aspettativa mancata: “dopo aver rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con le altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un ‘governo tecnico’ “. Come dire: dovevamo fare insieme un governo, adesso fate tutto da soli.

Lo “sdegnato” Monti sciorina in modo micidiale le critiche: “scarsa dignità”, “downgrading politico”, “tempo perduto”, “crescita penalizzata”. Non si salva nulla.

Questo attacco frontale al governo la dice lunga sulla terzietà tecnocratica.

In nessun paese occidentale la “rivoluzione dei tecnici” offre esempi di così aspra polemica politica.

Al di là di chi oggi ricopre l’incarico di governo, la debolezza strutturale della leadership italiana deve essere curata eliminando le sbavature ( designati e non eletti, riduzione del numero dei parlamentai e del bicameralismo, equilibrio tra i poteri dello stato ) e con più dosi di stabilità e legittimazione popolare.

E’ ora che le forze politiche , tutte, si pongano con urgenza, insieme alla misure economiche e di bilancio, la questione delle riforme costituzionali.

AFGANISTAN: AGGUATO A SAYYEDABAD.

Non è solo la triste conta degli uccisi a Sayyedabad, nell’elicottero colpito da un razzo talebano, a definire l’attacco più sanguinoso dal 2001.

E’ grave che 31 delle 38 vittime (gli altri erano militari locali ) appartenessero al corpo speciale dei Navy Seals che era intervenuto nella missione che aveva eliminato Bin Laden in Pakistan (vendetta da parte di chi? ).

Questa capacità di interdizione del fuoco nemico ( un tiro solo fortunato ? ) apre inquietanti domande circa la forza di resistenza dei talebani e getta ombre sulla prospettiva di transizione alle autorità locali per la prevista uscita delle forze occidentali dal Paese.

Viene in mente il fallimento dell’azione repressiva sovietica nella zona che se pur non agiva con l’altissima tecnologia usa, possedeva dosi di risolutezza assai maggiori.

La storia è piena di episodi che al di là del loro bilancio militare, divengono segnali di un capovolgimento di prospettiva o, più semplicemente, di una evoluzione diversa degli eventi bellici.

E accaduto questo a Sayyedabad?

8 AGOSTO CONTINUANO LE POLEMICHE POLITICHE, CASINI CAUTO, IL PD CONTRARIO A MODIFICHE DELLA COSTITUZIONE.

Il Pd e l’Idv, con qualche sponda nei “salotti buoni”, insistono a chiedere al governo un passo indietro.

“Il governo Berlusconi – attacca Migliavacca del Pd – non ha più il controllo economico e finanziario dell’Italia. Siamo di fronte ad un esecutivo confuso, debole e schizofrenico considerato da tutti senza più credibilità”.

Antonio Di Pietro batte il record del qualunquismo e indica nel Parlamento “ che si vende per trenta denari” il male del Paese. A confronto l’ “aula sorda e grigia” di mussoliniana memoria sembra quasi un complimento.

La Lega, rispondendo, azzarda l’invettiva più micidiale : “abbiamo il forte sospetto sul fatto che i gruppi finanziari , i poteri forti e i salotti buoni vicini al Pd abbiamo degli interessi inconfessabili a peggiorare ulteriormente la situazione del nostro Paese per prender parte alla grande speculazione internazionale”.

Al di là delle cortine fumogene, si delinea una prospettiva, per quanto provvisoria e incerta poiché la politica italiana rimane con rotta a vista.

Dopo il discorso di Berlusconi in Parlamento, il dibattito e gli incontri con le forze sociali e le linee di decisione del governo è cambiata la prospettiva uscita dalle elezioni amministrative e dai referendum.

I risultati di quegli appuntamenti elettorali avevano fatto apparire vincente il fronte Idv, Pd, Sel che, avendo battuto Berlusconi , aveva posto all’Udc la prospettiva di unirsi per andare alle elezioni.

Era sembrato il miglior successo della strategia di Bersani.

Casini abituato più di tutti alla navigazione in acque difficili ha capito che occorreva sbarrare la strada a questa prospettiva e alla sua subordinata del “governo tecnico”. Cogliendo al volo la necessità di un interesse nazionale da difendere di fronte alla gravità della situazione economica del Paese e alle scelte difficili e necessarie, ha invitato il governo a decidere, rifiutando la contestazione aprioristica di Bersani e Di Pietro.

Bersani, quindi si è visto costretto a rinunciare alla “spallata” che, del resto, non ha i numeri.

Con questa mossa, sempre comunque tattica, l’Udc ha costretto gli altri oppositori ad allinearsi.

Anche Bocchino , dopo gli attacchi raso terra al governo si mostra tatticamente accomodante . Occorrerà seguire gli sviluppi per capire se Casini intravede una strategia verso il centrodestra. Intanto l’opposizione di Bersani a inserire in Costituzione l’obbligo di pareggio e la liberalizzazione mostra una diversità con i centristi della quale l’UDC dovrebbe tener conto.

BENEDETTO XVI: “ORA PACE IN LIBIA”.

Mentre gli scontri in Libia, acuendosi nella fase finale, si palesano sempre più come una guerra civile , piuttosto che come guerra di liberazione, il Papa all’Angelus di ieri esprime l’invito “agli organismi internazionali e quanti hanno responsabilità politiche “ a “rilanciare, con convinzione e risolutezza, la ricerca di un piano di pace per il Paese, attraverso il negoziato e il dialogo costruttivo”.

Le parole del Papa mostrano i limiti degli obbiettivi di giustizia e pace che apparentemente animano le politiche e gli interventi di molti paesi.

Solo le invocazioni del Capo della Chiesa Cattolica si elevano al di sopra di quegli interessi che, invece, animano le campagne propagandiste e militari.

Mentre risuona la voce di Ratzinger che denuncia anche la situazione in Siria, non può non impressionare la debolezza dell’invito dell’ONU ad Assad per “fermare i militari”. Intanto secondo le stime dell’osservatorio nazionale siriano per i diritti umani le vittime da marzo salgono a 2.059.

LONDRA: SCENE DI GUERRA.

Tottenham, periferia nord di Londra, è,come sottolinea una corrispondenza del Corriere della Sera “una scena di una guerra”, “come a Beirut, come a Kabul, come nelle città devastate dai conflitti”.

La difficoltà, ma si dice anche l’ “incapacità” di risolvere i conflitti latenti è un altro segnale, molto grave, di una multietnia che non si integra.

E’ anche una ulteriore richiesta di attenzione ad un tema che, troppo spesso,in nome di una visione ottimista o utopica, si vuole ignorare.

9 AGOSTO SACCONI: DOV’E’ IL PARTITO DELLO SFASCIO

Il Ministro Sacconi conosce la “disonestà intellettuale” di coloro che si limitano ad attaccare il governo in un tempo nel quale “le intere classi dirigenti … sono chiamate al coraggio della discontinuità”.

Nella lettera al Corsera sottolinea “gli effetti pervasivi che produce” questa disonestà “pericolosa perché spezza la coesione e suscita il circolo vizioso dello scaricabarile”.

Sacconi chiarisce la inaffidabilità delle opposizioni di fronte al “risanamento della finanza pubblica e l’obbiettivo del pareggio di bilancio (che ) comportano inesorabilmente il pieno controllo sui conti della previdenza dell’assistenza,della sanità,della finanza locale e del pubblico impiego”.

“E’ indiscutibile” precisa “che le opposizioni interne non abbiano mai assecondato questi percorsi, anzi opponendo resistenze caparbie al centro e ancor più nei territori”.

Il Ministro offre anche l’elenco di queste resistenze: dalla disinvolta eliminazione della riforma Maroni sull’età pensionabile, d’accordo Confindustria, alla contestazione sulle “invalidità generose”, dall’ opposizione alla “costrizione della finanza locale” alle “resistenze corporative ogniqualvolta si vuole mettere ordine nel pubblico impiego”, dalla contrapposizione “perfino violenta” alla “sola evocazione della riforma del lavoro”, alla “criminalizzazione della flessibilità”, fino alle liberalizzazioni nei servizi “invocate”, ma smontate con il “recente referendum che (le) ha volute bloccare nel segno della peggiore mistificazione dei fatti”.

Sacconi conclude che “non vi sono quindi maggioranze parlamentari diverse da quella attuale che possono essere disponibili al cambiamento; nemmeno per sostenere ambiziosi tecnici che aspirano, senza fatica, ad un ruolo politico”. Il riferimento sembra proprio diretto a Mario Monti.

Il Ministro svela così l’inganno di un governo tecnico appoggiato dalle opposizioni che affonderebbe il bisturi sui ceti medi, senza intaccare i privilegi ed il parassitismo difesi dalla sinistra. Un governo che non renderebbe mai conto agli elettori del suo agire politico.

OBAMA, LE BANCHE E LA CINA

Sempre più fosche nubi sull’orizzonte politico del Presidente Obama.

Sul fronte interno gli americani stanno constatando in questi giorni che le scelte dei loro governanti, negli ultimi anni, li hanno penalizzati.

Nel 2008 ingenti risorse sono state messe in circolazione dal Governo e dalla Federal Riserve per salvare il sistema bancario, gonfiando ulteriormente il debito pubblico.

Oggi non ci sono risorse sufficienti per gestire la crisi. Si era detto, allora, che salvare gli istituti di credito significava salvare il sistema economico. Oggi, l’opinione pubblica americana sospetta che gli aiuti di allora sono stati utilizzati dai bankers per ricominciare a giocare al monopoli della finanza perché nonostante le iniezioni di liquidità l’economia reale perde colpi: meno 4% il reddito delle famiglie, meno 7% la produzione industriale. Le Borse continuano a perdere colpi.

Gli USA avevano aperto , negli anni passati, il vaso di Pandora della finanza a rischio che si dimostra oggi un elemento della crisi del suo stesso sistema economico.

Sul fronte estero il richiamo della Cina sul debito americano è il segnale di un cambiamento epocale.

E’ vero , come scrive Gotti Tedeschi sull’Osservatore Romano che non bisogna enfatizzare il peso della Cina il cui Pil pesa poco più di quello della Germania, ma il fatto che Pekino si permetta di porre problemi finanziari a Washington è troppo storicamente simbolico per essere minimizzato.

Sperando che il Presidente dello Ior abbia ragione, purtuttavia rimaniamo nel dubbio: per gli USA è umiltà o declino?

10 AGOSTO. LE RIVOLTE INGLESI CHE NESSUNA SA SPIEGARE

E’ impressionante come la cultura moderna non riesca ad interpretare alcuni fatti che accadono e che mostrano i limiti delle società occidentali.

Il Corriere della Sera ospita due interventi per analizzare i gravi disordini che dilagano a Londra ed in altre località inglesi: Tony Travers direttore della London School of Economics e Dominique Moisi dell’Istituto Francese di relazioni internazionali ed editorialista del Financial Time e di altri autorevoli quotidiani.

Impregnati di sociologismo non comprendono ciò che irrompe nelle periferie britanniche e che anche in Francia coinvolse settori emarginati della società, giovani immigrati e bande di nuovi teppisti.

Lo confermano loro stessi: Travers confessa che “ dovremmo capire meglio che cosa sta accadendo”, mentre ammette “nessuno può mai sapere quando una scintilla si trasforma in caos” per concludere che “ sì, davvero, la società britannica ha molto, molto da lavorare” per conciliare la “broken society “, ma in quale direzione non è dato sapere.

Moisi si limita a sottolineare le “pulsioni nichiliste” (non ne aveva scritto un certo Nietsche alla fine dell’800 ? ) “a Londra, come a Parigi” e mostra di apprezzare le rivolte arabe che “hanno dato vita”, secondo lui “a una vera rivoluzione, come la rivoluzione francese” ( oh grande mito ! ).

Nessuno parla sull’evidente assenza di ideali o di valori nelle società e nelle periferie delle grandi metropoli. L’alienazione di interi strati sociali è la dimostrazione che qualcosa manca alle democrazie occidentali. Oltre alle regole democratiche e alla diffusione delle opportunità le società hanno bisogno di ambiti a misura della natura umana e della sua esigenza sociale. La distruzione degli istituti intorno ai quali si organizzava la società, dalla famiglia allo stato organico fondato sulla sussidiarietà, sta portando ad un esasperato individualismo che, poi, senza un “contenimento”, un “katekon”, si riversa facilmente nel ribellismo.

Resta difficile per la cultura moderna comprendere tutto questo.

SCOMMESSA VINTA DA SOROS ?

Voci da internet , citate da Mail on line, dicono che l’ottantenne finanziere Gorge Soros “potrebbe aver a che fare con il misterioso investitore che ha guadagnato 1 miliardo di dollari scommettendo sul downgrade USA” ( Il Giornale ).

Registriamo senza avallare; crediamo, invece, al diffondersi dell’economia della scommessa che caratterizza il “mercato” finanziario mondiale e che poche voci sanno o vogliono analizzare e criticare.

11 AGOSTO NELLA TESTA DI CAZZULLO

Tra una graphic novel e l’altra, nell’attraente “speciale” del Corriere della Sera spunta, dalla rubrica tono su tono, un pezzo di repertorio di Aldo Cazzullo su “il fascismo è cosa nostra”.

L’esercitazione parte da una critica alle piatte interpretazioni nostrane della folle esplosione xenofoba di Oslo.

Cazzullo coglie anche l’occasione per ribadire il suo antifascismo italiano, giusto e legittimo, anche se un po’ scontato: dall’audace penna dell’editorialista del Corriere però ci aspettavamo di meglio.

Ci rammenta la guerra di sterminio nei Balcani e in Russia condotta a fianco dei nazisti, rievoca “le molte Oslo” pianificate dai movimenti neonazisti, “coperti e talora appoggiati dallo Stato”, si indigna, giustamente, perché a Roma sui muri ci sono ancora manifesti che affermano che “il Duce … mandava gli oppositori in vacanza”.

Tutto vero: bravo Aldo ci ricordi il vero Cazzullo: quello in prima linea (minuscole ) nella lotta antifascista, tuttavia non riusciamo a scacciare il sospetto, ma questa è una nostra pura illazione, che pensi che sia stato più salutare mandare gli oppositori al Gulag piuttosto che a Ponza.

Siamo, però curiosi di conoscere dove sia diretta questa rinnovellata sequela antifascista.

E’ presto detto: “i tratti genetici, linguistici, stilistici del fascismo” – conclude l’articolo – “sono palesi in uomini che governano il Paese da anni , con vasto consenso”.

Ci risiamo: Berlusconi uguale fascismo ! E’ pasta scotta.

Ma noi il bravo editorialista lo prendiamo sul serio e cominciato subito una indagine, come dire , genetica e tipologica, sui membri del gabinetto Berlusconi.



Ci viene subito in mente un nome su tutti: Giulio Tremonti. E’ biondo, ha una compostezza “nordica”, potrebbe essere equiparato a Roehm, non solo per la sua sospetta autonomia. E’ troppo, non ci siamo. Il “romanesco” Gasparri o il “siculo” La Russa ? Mmm, assolutamente troppo poco nazi.

Calderoni come Starace? E’ un giocherellone, poco militaresco.

Possiamo seriamente sospettare di Sacconi: anche lui socialista, ma non marxista e quindi…

Beh, la Gelmini qualche tratto della “giovane fascista” ce l’ha, così composta e fedele al …Capo !

Abbiamo, improvvisamente, un lampo, ma sì, finalmente abbiamo capito!

Cazzullo ha nella testa Gianfranco Fini con impermeabile e occhiali scuri che fa il saluto romano o che a Genova assiste alle azioni antisommossa del G 8.

Ma, allora, perché Aldo, quando lo hai intervistato non glielo hai detto?

Aldo, sei come i titoli di Borsa di questi giorni, da Prima Linea ( maiuscole) alle interviste ultra boniste: che picchiata!

LE CONTRADDIZIONI DEL PD E IL FUTURO DI GOVERNO.

L’articolo di Antonio Polito sul Corriere della Sera fa emergere tutte le contraddizioni del PD di fronte alla crisi.

Difende il pareggio di Bilancio contro l’abbassamento delle tesse, ma è contrario al suo inserimento nella Costituzione, si dichiara per le liberalizzazioni e appoggia il referendum sull’acqua, rifiuta le manovre sull’assistenza e previdenza, ma non indica neanche misure alternative.

L’ex direttore del Riformista individua le “ambiguità” di Stefano Fassina quando questi afferma che le richiesta che vengono da Bruxelles sono fatte “da governi di centro-destra che stanno portando nell’abisso” e che “nel giro di un anno o due le elezioni in Francia e in Germania potranno cambiare, insieme con i governi in carica, anche il tabù secondo il quale non si finanzia la crescita in deficit”.

In fondo lo schema sul quale lavora il PD è vecchio e non ripresentabile. La realtà,come sempre, si incaricherà di mettere alla prova le intenzioni e la capacità di governo di tutti. Con i tempi cadenzati,ma con decisione, il governo sembra voler affrontare la crisi, uscendo dall’angolo nel quale era stato messo dalle confuse vicende giudiziarie e dalle divisioni interne.

Berlusconi affermando che intende “metterci la faccia” dimostra di comprendere bene che il futuro di governo spetterà a chi saprà dimostrare come affrontare i veri nodi della crisi: tagli giusti, governo della spesa, equità, riforme della Costituzione.

Gli italiani, di fronte ai sacrifici che saranno chiamati a fare ,cosa se ne faranno delle “chiacchiere” sulle intercettazioni telefoniche , sulle serate di Arcore e sugli intrighi di Bisignani e co.

Conteranno i fatti. Ma, attenzione, si può chiedere tutto a tutti ,ma non si possono tollerare aree di privilegio; le “caste” vanno combattute tutte, da quelle politiche a quelle professionali e giornalistiche; i patrimoni eventualmente da tassare non possono essere quelli del ceto medio se non si scovano e si colpiscono quelli di coloro che li nascondono nei “tesoretti” all’estero, nelle anagrafi svizzere e nei patrimoni aziendali.

AGOSTO.

BANCHE E FONDI A RISCHIO DI NUOVO A CACCIA DI DERIVATI

Due pagine del “Sole 24 Ore” segnalano due aspetti delle vicende finanziarie europee e mondiali che confermano che la crisi in atto è generale e va affrontata a partire da questi livelli.

A pagina 11 si racconta come l’Europa compia timidi passi per tutelare un controllo dei “mercati” finanziari con un comunicato dell’ESMA (Autorità europea dei mercati finanziari ) che blocca per 15 giorni in Italia, Francia ,Spagna e Belgio lo short selling, la vendita di titoli allo scoperto.

Si scopre però che tali operazioni sfuggono ai controlli (obbligo di comunicazione) anche recentemente introdotti perché viene spiegato da alcuni brokers “tanti investitori … vendono e non consegnano i titoli”.

A pagina 10 si analizzano le posizioni delle banche europee nei riguardi della “leva finanziaria”, il cui indice è definito dal rapporto tra il capitale netto e il totale attività, con la considerazione che se la leva è eccessiva , una eventuale svalutazione di parte dei titoli (derivati compresi) comporta l’erosione del patrimonio.

E’ una vera e propria esposizione alle operazioni speculative.

Alcuni dati su tale indice: Deutsche Bank (54,3% ), Credit Agricol (50%), Dexia (66,8%). Le banche italiane sono tra quelle meno esposte , intorno al 20 per cento.

L’elemento che dovrebbe essere tenuto d’occhio è il fatto che nell’esposizione della leva finanziaria, una ampia fetta riguarda le operazioni sui derivati. Il quotidiano della Confindustria a questo proposito in una nota di due colonne rileva che “banche e hedge found sono tornati a caccia di strumenti speculativi che rimettono in pericolo la stabilità finanziaria”, ricordando le inchieste che il giornale ha svolto sull’argomento tra il 27 aprile e il 5 maggio.

Queste note dovrebbero essere lette da coloro che sostengono l’idea che una patrimoniale sarebbe necessaria per ammortizzare una parte del debito pubblico e sarebbe tollerabile per buona parte degli italiani in quanto detentori di ricchezza.

A questa idea contrapponiamo invece il concetto che il risparmio va tutelato e difeso mentre le scommesse finanziarie no.

Le autorità europee si facciano promotrici di una normativa finanziaria che consenta la tracciabilità delle operazioni speculative ed un loro reale controllo.

L’ALGIDO TREMONTI

Nel dipanarsi della costruzione delle proposte del governo emerge un quadro che così si può sintetizzare: un Ministro dell’Economia consapevole ed altero, un Berlusconi e parte del governo preoccupati di dover prendere decisioni che non appartengono alloro credo politico, una opposizione in ordine sparso.

Quest’ultima appare particolarmente impotente con Bersani che punta solo a fare sponda al possibile scontento, a difesa di tutto e di tutti; Di Pietro con la sola idea di mandare via il premier e con Casini che vuole apparire responsabile, ma la situazione non gli consente troppa mobilità tattica.

Allo “splendido” isolamento di Tremonti, al quale non interessa neppure di fare chiarezza su ciò che intende proporre – lo farà con il decreto – si contrappone una opacità dell’opposizione.

In questo “duello” lampeggia la stoccata del Ministro al “feroce” Bocchino, costretto ad allinearsi al “moderato” Casini e, quindi, a non dire nulla: “Ho ascoltato con grande interesse anche l’intervento di Bocchino, che è stato, come dire? Un intervento complesso, che merita certamente una lunga riflessione”.

LA RICETTA BCE: LACRIME E SANGUE.

Pur non diffusa nel suo testo, per evidenti ragioni di rispetto diplomatico, la lettera “confidenziale” della BCE propone lacrime e sangue: tagli degli stipendi pubblici attraverso licenziamenti o dimissioni del personale, interventi sulle pensioni di anzianità e sull’età pensionabile delle donne, liberalizzazioni dei servizi pubblici e delle professioni; questo ed altro e che il Ministro Tremonti ha specificato: “ non è detto che il governo l’adotti”.

Mentre i cosiddetti “tiepidi” europeisti a destra mostrano preoccupazione, colpisce il silenzio ipocrita dei “supereuropeisti” di sinistra con la lingua di legno di fronte a quella che , secondo lo schema classico, dovrebbero definire “macelleria sociale”.

Sono rimasti spiazzati: se a fare queste proposte fosse stato il governo allora saremmo alla mobilitazione sociale, invece, qualche mugugno e basta.

L’”Europa uber alles” questa volta gioca un brutto scherzo ai postcomunisti e postdemocristiani.

AGOSTO I SACRIFICI DEGLI ITALIANI CHIAMANO ALLA RESPONSABILITA’ GLI AMMINISTRATORI LOCALI.

Nonostante che la pesantezza della manovra coinvolga, per quanto riguarda l’incremento delle entrate solo i redditi più elevati, i tagli verso gli enti locali potrebbero ripercuotersi su coloro che affollano la domanda dei servizi (assistenziali, di trasporto, dei servizi pubblici) che riguardano in gran parte le aree sociali medio basse.

Questa ulteriore dieta dimagrante di Comuni, Province e Regioni potrebbe, tuttavia, asciugare quegli spazi di discrezionalità amministrativa che, in parte, riguardano attività pseudo culturali, ludiche e di rappresentanza che hanno acquisito spazi rilevanti nei bilanci di tali enti.

Ne dovrebbe conseguire l’eliminazione delle filiere di parassitismo di vario genere, senza intaccare i capitoli di bilancio di quelle che un tempo erano chiamate le “spese obbligatorie” e che oggi sono solo una parte degli impegni amministrativi degli enti locali.

Invece di concentrare le accuse verso la manovra, minacciando la chiusura di asili nido e dell’illuminazione pubblica, questi amministratori dovrebbero compiere un esame critico dei propri bilanci. Nel caso delle Regioni, ad esempio, tra Bilancio di Previsione e assestamento, con annessi collegati, ogni anno vengono approvate due finanziarie con una lunga coda di decine e, qualche volta, centinaia di nuove norme, vere e proprie carovane di spesa dove spuntano impegni di ogni genere.

I “sacrifici” che gli italiani sono chiamati a compiere si devono compensare con altrettante “revisioni” di un metodo di lavoro che, impostato negli anni ’70 con i ripiani a piè di lista (decreti Stammati ) ha richiesto un duro travaglio legislativo (patti di stabilità – commissariamento dei comparti sanità ) per essere ricondotto su una strada di governabilità della spesa.

La politica degli amministratori locali deve saper affrontare tutto questo con una forte visione riformatrice e di governo.

LA MANOVRA, GLI INTERESSI COLPITI E LA TRIPLA A DEL PRESIDENZIALISMO FRANCESE

Il paradigma con il quale Berlusconi ha affrontato il problema politico della manovra è quello di un governo che assume le sue responsabilità e decide.

La reazione scomposta delle opposizioni nelle quali non brilla questa volta il tatticismo di Casini, non danno la sensazione di poter mettere in difficoltà la maggioranza.

Il Premier si trova di fronte ad una prova decisiva, ma rischiosa: ha dovuto in parte colpire le aree sociali che appartengono alla sua base elettorale ( contributo di solidarietà) , i veti all’interno della maggioranza lo hanno costretto su questa strada impervia. La sua opportunità reale a questo punto è quella di accompagnare la manovra con interventi di riforma per contenere gli spazi dove la ingovernabilità della spesa si produce. Senza incidere su questo non si può venire a capo del deficit. Accanto a riforme che mettono ordine nel sistema di spesa dell’Italia, occorre procedere con le riforme costituzionali alfine di garantire quella stabilità e quell’efficacia per la quale le decisioni del governo siano realmente operative.

A questo proposito è significativo quanto afferma Panebianco sul Corriere della Sera: “gli interessi lesi dalle misure predisposte dispongono di numerosi mezzi legali per bloccarle e distorcerle”.

Nelle polemiche da parte di partiti e forze sociali si leggono facilmente e con immediatezza questa “resistenza”.

E qui il ragionamento dell’editorialista, finalmente, sembra chiaro nell’individuale la causa prima ed è lo stesso che da mesi ci sforziamo di indicare.

“E questo “ – prosegue Panebianco – “è tanto più vero che in un Paese come il nostro, dove l’assetto istituzionale garantisce la permanente debolezza dell’Esecutivo e la presenza di innumerevoli canali e poteri di veto”.

“Quei costituzionalisti” – prosegue - “che difendono il nostro assetto istituzionale così com’è dovrebbero riflettere sul fatto che l’unica ragione per cui la Francia ha fin qui meritato la tripla A, e non è stata ancora declassata, è dovuta esclusivamente al suo particolare sistema costituzionale: un Presidente istituzionalmente fortissimo, un Parlamento debole, un numero assai ridotto di poteri di veto”.

Auspichiamo che anche questo ragionamento suggerisca a Berlusconi la strada da compiere.

AGOSTO UOMINI PER TUTTE LE REPUBBLICHE

Anche l’acido prof. Mario Monti riconosce sul Corsera che “venerdì il governo ha preso decisioni che avranno un notevole impatto sull’economia e la società italiana … anche nel settore pubblico”.

Ma poche pagine dopo sullo stesso quotidiano Luca Cordero di Montezemolo le giudica “non all’altezza dell’emergenza”, “solo indirizzi generici… poco più di qualche buona intenzione”.

L’ex pupillo dell’Avvocato va giù con un giudizio a tutto campo sulla classe politica: “stanno asserragliati in due chilometri quadrati nel centro di Roma, rinchiusi nei palazzi della politica e non si rendono conto di quello che il Paese reale sta attraversando”. E’ solo la vecchia, stantia polemica tra paese reale e paese legale, svolta da un rappresentante di un settore economico che ha vissuto per decenni di sostegni di ogni genere da parte del “potere legale” .

“I provvedimenti non sono quelli di cui l’Italia aveva bisogno” e propone di “ cedere le municipalizzate”, “vendere la RAI”, “rimuovere tutti gli ostacoli allo sviluppo delle imprese, con un occhio di riguardo all’alta velocità” anche se l’intervistatore (non è Cazzullo), azzarda un “qui però lei ha un interesse privato”.

Si riaffaccia anche la patrimoniale, ma il riferimento non è chiaro.

Montezemolo continua: “accelerare la vendita del patrimonio soprattutto immobiliare… con un’agenzia pubblico-privata”. “la cassa depositi e prestiti dovrebbe vendere, vendere, vendere”, tutto giusto ma occorrerebbe evitare le svendite degli anni ’90, anche allora con governi deboli.

Dulcis in fundo: “ se il governo continuerà a dimostrarsi non all’altezza dell’emergenza … è necessario che la parola torni rapidamente ai cittadini con le elezioni “ (stesse tesi di Bersani ) ed aggiunge: “è necessaria una rivoluzione anche etica … nella finanza e nell’industria personaggi che sembravano inamovibili sono tramontati … nella politica non è ancora successo ed il bilancio della seconda repubblica appare già fallimentare”.

Domanda finale : “ Si prepara per la Terza?”; risposta di alto tono: “Ognuno dovrà fare la sua parte … solo così il Paese potrà risollevarsi”.

Un tempo lontano nella politica della prima repubblica vivevano uomini per tutte le stagioni, nel senso che mentre si modificava il quadro delle alleanze politiche i protagonisti rimanevano gli stessi. Chi non ricorda le “ cadute” e le “risurrezioni” di Fanfani, Moro,Andreotti

… Il tempo della seconda repubblica ci ha portato “uomini per tutte le repubbliche”; pensiamo a politici come Fini, Casini, D’Alema,Veltroni ,Rosy Bindi, Bersani, forse non protagonisti , ma quantomeno comprimari della politica molto tempo prima della discesa in campo di Berlusconi.

Nessuno mette in evidenza come, per alcuni personaggi, sempre gli stessi, il viaggio politico non giunga mai al termine e questo vale anche per quei non più giovani imprenditori, già presenti alla corte dell’Avvocato al tempo del consociativismo, rilanciati nell’epoca dell’alternanza e ora, sopravanzando tutti, porsi a “disposizione della Repubblica” , anche della Terza.

Questo gattopardismo italiano non ha nulla a che vedere con quello che avvenne in Francia con il passaggio dalla quarta alla quinta repubblica. Cambiò la Costituzione e, veramente, cambiarono gli uomini.

AGOSTO UN “ESECUTIVO” DI LIVELLO EUROPEO

Nonostante gli apprezzamenti delle autorità europee sulla manovra(l’ultima è di Von Rompty ), ricomincia il gioco di smontare il provvedimento a cui partecipano tutti: da Casini (contro il contributo di solidarietà) a Bersani (presenterà una contromanovra ) fino ai giochi interni alla maggioranza (Martino, Scaiola, Alemanno, Formigoni, Crosetto ed altri ) .

Sacconi, invece, invita a fare proposte razionali.

Non ci interessa di entrare nel merito delle proposte , tutte legittime, ci mancherebbe, ma notiamo che la gran parte di esse rispondono più a letture politiche che al merito economico.

Esemplare il leader dell’UDC che propone di intervenire sulle pensioni o alzare l’IVA che colpirebbe i consumi di tutti, anche dei “poveri” piuttosto che sui redditi oltre i 90 mila euro o la difesa della provincia di Rieti da parte del PD ricordando che l’aveva istituita Mussolini .

Sono pillole di antileghismo, visto che Bossi si oppone a interventi sulle pensioni ed è tiepido sulle province.

A dar retta a tutti si aprirebbe una trattativa logorante e senza fine, il contrario di ciò che chiede l’Europa.

Non ci interessano le richieste delle autorità europee, qualcuna giusta, altre opinabili, quello che è evidente è il “passo diverso” tra l’Europa e l’Italia.

Più che sulle “ricette” – ogni Paese ha una sua specificità sociale – il nostro sistema politico deve sintonizzarsi sul meccanismo decisionale e sul funzionamento istituzionale dei governi nazionali del continente.

Nessuno presenta un così logorante iter decisionale parlamentare.

Invece di dare sponda a tutte le manovre politiche e alla difesa di ogni specifico interesse, la “grande stampa” dovrebbe porre la questione di quell’indirizzo riformatore che allineerebbe l’Italia alla capacità decisionale e operativa degli esecutivi europei.

LA TASSA PIU’ INGIUSTA: QUELLA SUL RISPARMIO

Ha ragione Francesco Forte ( Il Giornale ) a criticare la proposta di Montezemolo di una patrimoniale sui superricchi.

I meccanismi di elusione dei grandi patrimoni rendono questa ipotesi teoricamente giusta, quanto poco applicabile.

Perché è evidente che , a parte la scarsa resa complessiva del “balzello”, l’area di questo intervento non è facilmente identificabile: pensiamo ai “tesoretti” costituiti all’estero, o, come scrive, al possesso di titoli fluttuanti o a imprese non quotate poco definibili patrimonialmente.

C’e inoltre il pericolo che questa tassa scivoli facilmente “sul risparmio del contribuente medio, punendo coloro che hanno mostrato maggior senso di responsabilità comprandosi la casa o costituendosi un capitale proprio”.

I patrimoni dei superricchi non sono sufficientemente conosciuti dagli stessi familiari e Luca dovrebbe aver ben presente la lunga controversia che ha fatto seguito all’eredità dell’avvocato Agnelli,dove, per far valere i suoi diritti la figlia Margherita ha dovuto farsi strada con i giudici, nell’intricato labirinto societario.

Un mirabile articolo di Giampaolo Pansa intitolato “Evasori di panna montata”di qualche anno fa dipingeva un quadro molto indicativo: “Il grande, grandissimo Gianni messo sullo stesso miserabile piano di tanti riccastri qualunque, pare siano 170 mila, che hanno inguattato i conquibus in Svizzera per sottrarli al fisco italiano”.

AGOSTO L’EUROPA DEI PICCOLI PASSI DI MERKEL E SARKOZY

Merkel e Sarkozy si incontrano nel giorno nel quale vengono resi noti i dati che mostrano il ristagno delle economie di Francia e Germania nella crescita del PIL nel secondo trimestre 2011, anche rispetto a Italia e Spagna.

La politica estera bilaterale è un’antica vocazione della diplomazia francese e ad essa si mantiene fedele anche nell’epoca dove servirebbe più Europa. Ed è, quella uscita dall’incontro, un ‘Europa di piccoli passi che ignora o non sviluppa una politica sui nodi fondamentali.

Esce ancora una volta confermato il rifiuto degli Eurobond. Ma a cosa serve una moneta unica se, poi, l’altra “moneta” quella dei titoli di Stato, rimane una prerogativa solo nazionale ?

Piccoli, anzi, piccolissimi passi anche per il contenimento della speculazione finanziaria e ciò per due motivi: perché la Tobin Tax che sembra far parte delle proposte uscite dall’incontro, se non è applicata a livello internazionale determinerebbe solo un orientamento settoriale delle operazioni finanziarie ed anche perché, senza una regolamentazione dei fondi a rischio, ogni intervento è come contenere con un cancello l’acqua del mare.

Nel marasma incontrollato della finanza strutturata a livello internazionale o si arriva ad una regolamentazione che annulli quelle decisioni a suo tempo partite dagli Stati Uniti o la crisi rischia di colpire in modo drammatico lo stesso dollaro, come “annuncia” l’apocalittico Ron Paul del Texas che sogna il ritorno al “gold standard”.

Piccolo passo anche la proposta di un governo permanente della zona euro con un presidente stabile, ma che riprodurrebbe gli stessi limiti di analoghi organismi.

MARRAZZO LA “FEMMINILITA’“ E LA DONNA

Maria Luisi Agnese sul Corriere della Sera critica le parole di Marrazzo nell’intervista a Repubblica che, secondo lei, teorizza l’esaltazione dei trans “ donne all’ennesima potenza”.

La critica prosegue nel rifiutare l’idea della “donna geisha”, compresi i rapporti mercenari “riposanti e accoglienti” che, invece, Marrazzo mostra concretamente di apprezzare. E che apprezzamento per questa “accoglienza” ! Anche se non intendiamo ritornare sulla domanda che tanti italiani si sono fatti e cioè con quale bancomat o prelevamento di cassa regionale il Presidente della Giunta Regionale si approvvigionasse dei lauti contanti con i quali esprimeva il suo “gradimento”.

Tornando all’essenziale, respingiamo la confusa e disordinata equiparazione tra donna e trans, anzi la definiamo una vera aberrazione.

Al più si dovrebbe intendere quella dei “trans” una femminilità di un genere costruito unicamente su di un’ ambigua dimensione sessuale o presunta tale.

Ma anche la critica della Agnese ha un sapore di rivendicazione femminista quando si inquieta e sottolinea l’assenza nella concezione di Marrazzo della “donna compagna con cui sostenere un rapporto dialettico”.

E’ realmente emblematico del costume della sinistra questo dialogo relativista, tra sostenitori della donna ridotta alla sola dimensione di femmina o femminista.

Ci domandiamo dove sia finita la donna , nel suo carattere classico, nel rispetto della legge naturale ove l’aspetto sessuale aveva una sua finalizzazione, nella vocazione familiare o nella dimensione di procreazione e di educazione dei figli.

Semplicemente annullata, da questo esasperato relativismo privo di valori reali, favola utopica di una società malata e priva di un futuro di civiltà.

AGOSTO LONDRA: NO ALLA TOBIN TAX

I piccoli passi di Merkel e Sarkozy si fermano subito a Londra, quantomeno sulla tassa antispeculazione.

Come sottolinea l’inviato del Corriere della Sera da Berlino “Londra difende la sua City” e , secondo l’associazione delle banche britanniche, la tassa ipotizzata “turberà solo i mercati”.

I grandi speculatori dei quali il Corriere inizia a fare i nomi possono stare tranquilli: “potenza di fuoco” indicata da via Solforino: Soros 27 miliardi di dollari, Paulson 35, Cohen 16.

Riteniamo piuttosto eccessivo indicarli come i grandi protagonisti delle operazioni speculative poiché, come viene rilevato “gran parte delle transazioni quotidiane passano attraverso i principali istituti di credito” ed è in quell’ambito che andrebbe posta una regolamentazione più efficace.

PATRIMONIALE, MA I CAPITALI SONO ALL’ESTERO

A proposito di patrimoniale che, soprattutto a sinistra , trova sostenitori, ma che piace anche a Montezemolo che continua il tour estivo di interviste dal “suo” Corriere al Giornale, fino a Repubblica, parlano i dati di Bankitalia.

Da uno studio condotto si deduce che a tutt’oggi, dopo l’ultimo rientro,rimangono all’estero circa 80 miliardi di Euro. E se ne deduce, in linea con quelli rientrati con l’ultimo “scudo” , che buona parte sia nelle banche svizzere.

Trova quindi conferma l’ipotesi che più che dell’utilizzo di “spalloni” questa emorragia di risorse passi attraverso l’attività delle stesse banche o istituti assimilati, cioè società e operatori finanziari partoriti dalle stesse banche.

Con quale faccia esponenti del mondo imprenditoriale propongono una tassa nei riguardi di coloro che hanno costruito alla luce del sole i propri patrimoni, mentre difendono a tutto campo un sistema di regolazione finanziaria internazionale che dal 1988 ha imposto la cancellazione in Italia del reato di esportazione di capitali e che, sistematicamente, consente una fuga di capitali e l’evasione ad ogni tipo di imposizione fiscale.

AGOSTO BENDETTO XVI: “LA DIMENSIONE ETICA NON E’ UNA COSA ESTERIORE AI PROBLEMI ECONOMICI”.

Mentre le incertezze e le divisioni tra i governi misurano il cedimento della politica di fronte al potere finanziario,risuona alta la voce del Papa che richiama tutti alla dimensione etica.

Ribadisce concetti fondamentali quali: “l’economia non si misura nella logica del profitto” o una reale attenzione verso i giovani: “schiacciati dalla precarietà e dalla mancanza di lavoro” e verso coloro che “hanno bisogno di essere messi in guardia per non cadere nella rete della droga o di avere una assistenza efficace, se, purtroppo, ne fossero caduti”.

Ma tutto questo richiede una “saldezza” ed il Papa ritorna sul fondamento che contraddistingue la sua missione: il contrasto al relativismo: “ Ci sono molti che credendosi degli dei , pensano di non aver bisogno di radici, né di fondamenti che non siano essi stessi” e “desidererebbero decidere solo da sé ciò che è verità o no, ciò che è bene o male, giusto o ingiusto, decidere chi è degno di vivere o può essere sacrificato sull’altare di altre prospettive, fare in ogni istante un passo a caso, senza una rotta prefissata, facendosi guidare dall’impulso del momento”.

Queste parole nella conferenza stampa sull’aereo in volo per Madrid annunciano ancora una volta, come ai giovani il Papa indichi quel futuro che, come suggerisce il fondo dell’Avvenire “devono potere costruire su una terra non inaridita da speculazioni ed egoismo”.

ATTACCO TERRORISTICO A ISRAELE

Come afferma l’esperto israeliano di terrorismo Ely Carmon a proposito dell’Egitto, il Paese sembra aver di fatto perso il controllo della penisola sinica diventata sempre più zona franca per bande di terroristi e contrabbandieri. Questa sembra essere la causa che ha prodotto gli scontri tra la striscia di Gaza e il confine con il Sinai.

Azioni di vera e propria guerriglia protrattesi per 7 lunghe ore.

Forse sarà un po’ duro il commento di Fiamma Nirenstain quando dice che “Hamas ha avuto in questi mesi un bel regalo dall’Egitto del dopo Mubarak”, ma risponde a verità che, dopo la primavera araba, esaltata e paragonata al nostro risorgimento da commentatori sprovveduti, si sono intensificate le azioni di sabotaggio e gli attacchi contro Israele.

La lettura degli eventi internazionali spesso, a sinistra, risponde ad una ottica ideologica e, quindi, falsificatrice della realtà.

BIDEN PAGA IL CONTO POLITICO DEGLI USA BOND IN CINA

Il viaggio del numero due della Casa Bianca in Cina dopo le critiche delle autorità di Pekino alla politica del debito pubblico di Washington assume un connotato politico particolare.

L’agenzia Xinhua scrive che Biden ha riconosciuto che Tibet e Taiwan sono parte integrante degli interessi nazionali cinesi.

Questo riconoscimento alla geopolitica della Cina comunista contrasta con la conclamata tradizione americana circa la tutela della democrazia e dei diritti umani considerati ad un rango superiore rispetto agli interessi nazionalistici ed alle sfere di influenza.

Tutto ciò non costituisce,però, una novità nelle evoluzione della politica estera statunitense e l’America ricorre a queste scelte di politica internazionale quando sono in gioco i suoi interessi di grande potenza.

Nel caso della dichiarazione di Biden non può non considerarsi l’esigenza di porre sotto controllo l’atteggiamento della Cina sul debito USA, detenuto da Pekino pari a 1165 miliardi di dollari di Bond.

Questo incontro dimostra una politica di apparente doppio binario di Osama che il 6 luglio aveva ospitata nella Casa Bianca, ma non nello studio ovale, il Dalai Lama, forse per accontentare l’opinione pubblica che l’auspicava , mentre , nella sostanza, prevale l’interesse a porre nel massimo equilibrio il rapporto con la Cina.

E Pekino, approfittando della debolezza finanziaria di Washington e della necessità di Biden per una maggiore comprensione con la Cina, offre una lettura a suo vantaggio dell’incontro.

AGOSTO L’ITALIA CHE RIFIUTA I SACRIFICI E I NECESSARI INTERVENTI STRUTTURALI

Il fondo di De Rita sul Corriere della Sera ha il pregio di rendere evidente un dato che era sfuggito alla gran parte degli analisti dei quotidiani, molto impegnati a difendere interessi di lobby.

Il dato è che nelle vicende di questo mese di agosto è apparsa la difficoltà delle forze sociali: “non si è vista “ sottolinea De Rita “ la traccia di una loro idea, iniziativa, proposta” poiché se ne è”profilata l’inesistenza”, nonostante i “tavoli su tavoli” preparati dal premier.

Questa constatazione riguarda anche la Confindustria che, persa la leadership della Fiat, appare debole ed esposta agli interventi surrogatori di Montezemolo.

Lungi da un rilievo di carattere polemico, questo “silenzio” è l’espressione di una condizione della società italiana nella quale, scomparsa l’idea dell’interesse generale e di bene comune, ogni settore finisce per giocare in proprio a difesa del suo interesse di parte.

Con due risultati: le forze politiche deboli e influenzate anche dai riflessi elettorali di questa parcellizzazione, finiscono per inseguire i percorsi e le proposte espresse a tutela di ogni angolo sociale e, di conseguenza, ogni proposta che il governo mette in campo è sistematicamente smontata non da una diversa ipotesi di riparto generale dei sacrifici, ma dal fuoco di sbarramento che ogni parte apre.

La stampa, dal canto suo, di proprietà del mondo imprenditoriale, corre a dilatare ogni polemica, a offrire spazio ad ogni ipotesi raccolta nei corridoi e nelle anticamere del”palazzo” o della sedi dei partiti , aumentando incertezze e reazioni polemiche.

Uno sforzo interessante per presentare alcune linee di intervento per dare risposte strutturali alla crisi è compiuto da Nicola Rossi, ex PD ora in forza alla fondazione Italia Futura.

La proposta vendita delle proprietà pubbliche per la riduzione del debito era stata una delle idee forza di Tremonti ed è corretto riproporla anche se non bisognerebbe commettere gli errori delle dismissioni dei primi anni ’90 che consentirono forti operazioni speculative a occhiuti operatori di affari che lucrarono ampiamente nell’acquisto a prezzi stracciati e nella successiva rivendita di tali beni. Non si è mai fatta chiarezza su quella vicenda. Il mondo bancario, d’altra parte, preso dal complesso sistema finanziario internazionale sembra più interessato a favorire la corsa ai titoli speculativi che a finanziare investimenti immobiliari.

La tassazione dei patrimoni oltre i 10 milioni, di per sé più che accettabile, dovrebbe comportare una revisione di normative che impediscano vie di fuga verso zone franche, vie non consentite ai risparmiatori del ceto medio, ma aperte ad élites che operano attraverso norme a maglia larga e paradisi fiscali anche europei.

In quanto alla eliminazione delle province essa costituisce un esempio di rigore più che un vero e proprio incisivo risparmio e va quantomeno avviata.

Mancano nelle richieste di Rossi proposte che tendano ad evitare che ingenti capitali prodotti in Italia si vadano a collocare al di fuori. Pensiamo a quegli 80 miliardi di Euro che , secondo stime di Bankitalia, giacciono all’estero e a quali effetti positivi produrrebbero se venissero ricollocati nel sistema economico produttivo nazionale.

In tempi nei quali si richiede la tracciabilità per i pagamenti di 2.500 euro, la libera circolazione dei capitali, ovvero il loro nascondimento, non ci sembra cosa buona e giusta.

AGOSTO LA LEADERSHIP DI ALFANO: DAL CARISMA ALLA RASSICURAZIONE

L’intervista di Angelino Alfano a La Stampa è ragionevole e ferma nei rapporti con gli alleati, attenta al dibattito interno, rassicurante nei modi e nelle espressioni.

La crisi, mettendo a nudo problemi che pongono in discussione la sopravvivenza stessa del sistema economico e politico, ha spazzato via il potere del “carisma”.

In fondo anche quello genuino o costruito di Obama è rimasto sul terreno di una difficile congiuntura economica e politica.

L’intelligenza di Berlusconi ha percepito per tempo che ad una fase nuova della politica occorresse proporre una leadership nuova e diversa. Questa intuizione gli concede un ruolo politico anche nel dopo di lui.

Alfano appare più credibile dell’imperturbabile tatticismo ormai un po’ logoro di Casini, e il suo è il percorso giusto per ricostruire il rapporto tra il centrodestra e i moderati delusi.

Gli italiani percepiscono, infatti, che questo è il tempo della responsabilità, della sobrietà, del governo di una fase difficile che richiede equità e sacrifici .

Alfano difende Tremonti, si dimostra rispettoso di un importante dibattito interno tra due anime del PDL,quella liberista di Martino e quella dell’economia sociale di mercato di Tremonti, Sacconi e Formigoni. Per anni l’opposizione aveva criticano il PDL come un partito senza dibattito interno, ora ne denuncia le contrapposizioni.

Con Bossi Alfano assume l’atteggiamento del leader che vuole convincere l’alleato sulla base di un concetto vero (“ è ragionevole che vivendo più a lungo, si vada in pensione più tardi” ), ma ne rispetta le preoccupazioni sociali ed elettorali ( “ogni discussione sarà maturata insieme”)

Fini è considerato per quello che ormai si è dimostrato di essere: un personaggio costruito sulla sabbia ( “si è caratterizzato soprattutto per la sua opposizione a Belusconi” ), e a Casini ,che “distingue” rispetto all’ex segretario di AN, ricorda che “ non possiamo non tener conto del rapporto, dei sentimenti, che ciascuno ha nei confronti del premier “, cioè a dire: una possibile alleanza con l’UDC non potrà comportare di ricollegarsi con un personaggio privo di spessore politico e animato solo da risentimento come il Presidente del Senato.

La crisi mondiale cambia la politica italiana, ma all’orizzonte non c’è il raccolto delle messi d’oro per una opposizione che polemizza e non pensa e quando pensa lo fa con idee ormai cancellate dalla realtà.

Intorno ad Alfano può iniziare un percorso ricostruttivo e, non a caso, “La Stampa” se ne è accorta.

22 AGOSTO ANCHE FINI SI AGGRAPPA ALLE ULTIME MISTIFICAZIONI LAICISTE

Mentre anche Zapatero si inchina di fronte all’autorità di Benedetto XVI che a Madrid raccoglie due milioni di giovani che partecipano, pregano e sono invitati a credere nell’amore di Dio, in Italia la compagnia di giro laicista, spalleggiata da una diffusa complicità mediatica, accusa la Chiesa cattolica di presunti privilegi fiscali.

Il quotidiano dei Vescovi di oggi smentisce questa accusa, dimostrando l’inesistenza di un vantaggio specifico, poiché la tassazione per le attività assistenziali è inibita a tutti i soggetti non profit.

Non ci meravigliano le iniziative promosse dal logoro e colorito caravan serraglio radicale, anzi le consideriamo la riaffermazione di tesi anticlericali che hanno lontane radici risalenti a componenti massoniche del Risorgimento. C’è in fondo una coerenza e, quindi, una dignità anche nel laicismo.

Ciò che non ha né dignità, né coerenza è l’adesione di Gianfranco Fini alle tesi radicali ( Il futurista scrive apertamente: “E adesso è arrivato il momento di far pagare l’ICI alla Chiesa Cattolica”).

Dopo l’accusa ai Vescovi di ingerenza politica, dopo la concordanza con le tesi eutanasiane per Eluana, dopo il boicottaggio del dibattito parlamentare sulla Dichiarazione Anticipata di Trattamento, giunge ancora una conferma della evidenza laicista di Fini.

Fini risulta alleato di Casini, ma su tale scomoda alleanza, tacciono nell’UDC il “supercattolico” Buttiglione e l’ex teodem Carra.

Ma non sarebbe meglio lasciare il Presidente della Camera al suo destino, in compagnia di …Marco Pannella?

I “POTERI FORTI E BUONI” DEL SINDACO PISAPIA

La strada in salita per il sindaco Pisapia spinge il neoeletto primo cittadino, come si dice a Roma, a buttarla in caciara.

Nell’intervista all’Unità di ieri accusa i “poteri forti” di tentare di condizionare il suo operato.

Operato che, peraltro, si muove su di uno schema del tutto prevedibile: partecipazione al Ramadam e multiculturalismo a gogo per dimostrare il suo status di innovatore , ma aumento dell’Irpef , del biglietto del tram, tassa per le scuole materne e di soggiorno e ipotesi di far pagare tutte le auto che entrano in centro, per riempire le casse comunali in vista dei nuovi impegni.

Non manca neppure un po’ di retorica: un bel dibattito sul famoso dipinto del “quarto stato” di Pellizza da Volpedo da traslocare dalla Pinacoteca a Palazzo Marino.

L’invenzione dei “poteri forti” che vorrebbero condizionarlo è un banale stratagemma per mettere su, anzitempo, qualche scusa, perché, per la verità, alcuni “poteri forti” sono stati tra i sostenitori del nuovo Sindaco.

L’autoreferenziale Bassetti che si sente chiamato in causa invita il Sindaco a “non aver paura dei poteri forti cattivi e a trovare il modo di allearsi con i poteri buoni”.

E’ evidente il gioco di mediazione del vecchio imprenditore e politico di tutte le stagioni intorno a spazi che la borghesia “illuminata” vuole rafforzare nella Milano sotto l’egida dell’ex avvocato di De Benedetti.

Ed è altrettanto banale l’alibi che Bassetti fornisce alle delibere sui rincari approvate dalla nuova amministrazione quando afferma che “i sacrifici necessari” sono “ resi dalle malefatte dei predecessori e dalla mareggiata economica”.

CHI VINCE A TRIPOLI ?

La domanda di Magdi Cristiano Allam rivolta “ai comandanti NATO e ai governanti occidentali” è insidiosa: “siamo proprio certi che in Libia non stiamo aiutando gli islamici radicali a conquistare il potere?”.

Lo scrittore e parlamentare europeo la formula al termine di un articolo su Il Giornale nel quale descrive “l’avanguardia dei ribelli in marcia sul centro di Tripoli” che esibisce “ il comportamento di chi è ispirato dall’odio e dallo spirito di vendetta più di chi esprime con certezza e orgoglio la volontà della maggioranza della popolazione che aspira ad affrancarsi dal dittatore”.

Lo stesso dubbio non lo formula Sergio Romano sul Corriere della Sera ,ma dice qualcosa di più partendo dalla constatazione che “ la guerra in Libia …sappiamo chi l’ha perduta … non sappiamo, invece, chi l’ha vinta”.

“ Il Paese – scrive Romano – sarà governato da una coalizione di opportunisti, postgeddafiani, lungamente complici di colui che ha dominato la Libia per 42 anni”.

VIEN DA CORTINA IL NUOVO PARTITO

A Cortina Incontra, Luca Cordero di Montezemolo lancia l’ipotesi –ma è qualcosa di più – di “un’offerta politica nuova”, preannunciando che , trascorse le ferie nelle Dolomiti, “ Italia Futura praticherà una grande spinta sulla modifica della legge elettorale”.

Segue un drastico giudizio su tutti i politici: “la classe dirigente che ha operato negli ultimi 15 anni ha fallito”.

E la classe imprenditoriale che da oltre 30 anni calca la scena?

Montezemolo è parte organica di una classe di imprenditori che ha praticato il consociativismo ( la scala mobile nacque da un accordo tra confindustria e metalmeccanici ), che è vissuta sulle commesse pubbliche (Olivetti e veicoli Fiat ) che ha socializzato le perdite e privatizzato gli utili e per i cui interessi l’Italia degli anni ’60 realizzò un modello di sviluppo costruendo la più diffusa rete autostradale , dimenticandosi di metropolitane e ferrovie.

Questa dirigenza imprenditoriale aveva praticato i suoi piccoli vizi (come i peggiori segretari dei politici importanti, soldi in cambio di presentazioni ) e si dichiarò vittima di estorsione nelle inchieste di Tangentopoli , cavandosela con pochi danni.

Ora, il rinnovamento d’Italia preannunciato a Cortina dovrebbe veder insieme qualche transfuga della seconda repubblica, qualche editore- imprenditore che farebbe gridare allo scandalo negli Stati Uniti, giornalisti che criticano una casta, quella politica, ma chiudono gli occhi sulle altre cento caste di questa povera Italia.

PISAPIA SI CORREGGE E CHIEDE SCUSA

Dopo l’intervista a l’Unità non poteva mancare la precisazione di Pisapia, con una lunga lettera al Corriere della Sera che lo aveva bacchettato.

Sui “poteri forti, forse mi sono espresso male e voglio tranquillizzare tutti”

Giusta la preoccupazione del neosindaco che vuole far star sereni coloro che stanno “guardano con attenzione alle nostre scelte”.

Più chiaro di così!

La prosa di Pisapia scorre suadente, come una melodia da incidere su di un disco.

Chissà perché ci viene in mente una vecchia etichetta discografica : La Voce del Padrone.

23 AGOSTO L’ULTIMA BATTAGLIA DEL DITTATORE GHEDDAFI

E’ un destino, ma le battaglie finali dei dittatori di combattono intorno a un bunker.

Anticipano il destino di Gheddafi il fragore mediatico che accompagna la conquista di Tripoli da parte dei rivoltosi.

La foto di quattro sorelline con bandiera libica e il segno della vittoria appare come una immagine di repertorio.

Continua, in sostanza,la diffusione di una acritica valutazione sui nuovi protagonisti del potere libico, anche se , si confessa di non conoscerne le vere intenzioni e la possibile “tenuta”.

Balza agli occhi il fatto che tra i rivoltosi vincenti hanno posto molti uomini del passato regime dall’ex ministro degli interni, all’ex ministro della giustizia oltre che la guida dell’esercito del dittatore a Tobruk.

Una analisi della “svolta militare” che ha consentito di uscire da uno stallo delle operazioni che si era protratto per alcuni mesi, dimostra come il fattore determinante sia stato “l’aiuto esterno”: “dalle incursioni mirate degli aerei NATO, al ruolo dei velivoli senza pilota americani e a un decisivo supporto terrestre. “ Al fianco delle colonne ribelli”, scrive il Corriere della Sera “ hanno operato unità speciali francesi, inglesi e italiane”.

Il quotidiano milanese pubblica anche una interessante intervista a Valentino Parlato che non solo ricorda come “prima di consegnare la Libia al re Idris, gli inglesi cacciarono tutti i rompiscatole, anche me giovane comunista”, ma sottolinea come le ostilità verso gli ebrei, era il tempo dello sviluppo della questione palestinese, avvennero per opera “di re Idris e non certo di Gheddafi”. Anzi quando il giornalista intervistò nel 1998 il Rais, domandandogli perché gli ebrei libici non fossero tornati dopo la caduta di Idris, la risposta fu che “a suo tempo sarebbero stati i benvenuti, ma che non era in grado di assicurare la loro incolumità e, naturalmente, si riferiva ancora alla questione palestinese”.

Parlato chiude con una considerazione interessante perché esprime la stessa preoccupazione di Sergio Romano : “Penso all’Egitto, a una rivoluzione che si annunciava democratica, e invece ci ritroviamo con i Fratelli Mussulmani …”.

L’AUTUNNO CALDO DELLE TELEVISIONI. SI PREPARA L’OFFENSIVA CULTURALE E POLITICA. E MEDIASET ?

Santoro ha lasciato la Rai e avrebbe dovuto arrivare alla Sette, anche se non è ancora chiaro l’ultimo approdo dell’impegnato anchorman.

La squadra della TV di Telecom può contare sul collaudato Gad Lerner, sulla nuova star Saviano, sul TG di Chicco Mentana, su Fabio Fazio, e tra i volti nuovi Corrado Formigli “storica spalla di Santoro”.

E’ interessante anche l’annunciata accoppiata Telese - Porro, mentre un'altra penna de Il Giornale, Filippo Facci, entrerà in un altro programma di approfondimento.

E’ dimostrato che , se sapientemente condotti, i programma culturali e politici sono seguiti dai telespettatori. In sostanza la gente che non ha più i tradizionali canali di partecipazione politica, segue ciò che appare sul teleschermo con una certa avidità.

E’ facile immaginare che, complessivamente, la nuova squadra della Sette si porrà in termini di critica del governo, soprattutto in vista delle difficoltà che emergeranno in conseguenza delle restrizioni e dei sacrifichi che i cittadini e telespettatori dovranno affrontare nel 2011, 2012 e 2013.

Questo periodo coincide con la lunga campagna elettorale e nessuno può dubitare che anche le questioni di “approfondimento culturale” avranno una forte caratterizzazione politica.

Resta anche l’incognita della Rete 3,ma non pensiamo proprio che da lì possa venire un contrasto alle posizione politiche o culturali della sinistra.

Mediaset come si prepara a questa battaglia di autunno?

Non è dato sapere. Ma è certo difficile che il TG di Fede, la pulita conduzione di Vinci o il tradizionale ed equilibrato TG 5 possano competere con questa corazzata che si va armando nella TV concorrente.

Ma c’è anche un altro ragionamento da fare.

L’audience per la politica porta anche pubblicità. Non c’è dubbio che questo spazio trova del tutto impreparata la televisione di Berlusconi, con altre prevedibili conseguenze.

AGOSTO. GUERRA CIVILE IN LIBIA: UNA VALUTAZIONE OGGETTIVA

Una valutazione abbastanza oggettiva delle vicende libiche la fornisce il generale statunitense Anthony Zinni, già capo del Centcom (Comando generale americano per il medio oriente ) definito dal Corriere della Sera “negoziatore tra Israele e i palestinesi “.

Giustamente Zinni svolge delle considerazioni che pongono in evidenza alcune caratteristiche della vicenda libica.

“Quando si interviene in una guerra civile come quella libica bisogna scegliere che strada fare e percorrerla il più rapidamente sino in fondo. O si media tra le due parti con tutti i mezzi disponibili, o se ne appoggia una delle due con un massiccio ricorso alla forza. Non mi opposi all’intervento,ma criticai la maniera con cui era condotto”.

La spiegazione che dà è convincente, infatti si lamenta che la campagna Nato sia durata troppo a lungo, sette mesi “ e abbia contribuito a una tragedia umanitaria che si poteva limitare, con distruzioni di intere città e spaventose perdite di vite umane”.

Il generale non va oltre ma da queste considerazioni abbastanza oggettive emergono la forzatura francese, la poca chiarezza della risoluzione ONU e,soprattutto, il carattere di una vera e proprio guerra civile con uccisioni da ambo le parti, distruzioni di obbiettivi civili e di vittime per le quali ,riteniamo, non sarà mai fatto un bilancio vero, poiché smitizzerebbe di molto il significato della svolta democratica di tutta la vicenda che, invece, presenta aspetti legati ad interessi e a manovre dei protagonisti all’interno stesso del passato regime.

MANOVRA: PD OLTRANZISTA E CGIL SCIOPERO GENERALE

Dietro una facciata di “liberalizzazioni” le proposte correttive del PD sulla manovra appartengono al novero di una visione classista e massimalista non certamente nel senso classico del linguaggio comunista, ma come visione sostanzialmente statalista e di accentuazione della imposizione fiscale: piani industriali di ogni amministrazione per ottimizzare le scelte, intoccabilità dei contratti collettivi generali, tracciabilità oltre i 1000 euro, patrimoniale sugli immobili progressiva, ulteriore patrimoniale sui capitali “scudati” e, soprattutto, niente viene indicato come alleggerimento del ruolo pubblico e come snellimento dell’apparato statale o regionale.

In sintonia con questo irrigidimento del PD appare la presa di posizione della CGIL con l’indizione della classica arma sindacale: lo sciopero generale, rifiutato e criticato dalle altre organizzazioni sindacali. Il responsabile economico del PD pur non entusiasta per la decisione ha dichiarato che sarà in piazza. Bersani resta sostanzialmente favorevole anche perché la CGIL si è decisa per lo sciopero coperta dalla durezza della polemica del PD e la “fronda” dei “quarantenni” non sembra avere sufficiente voce in capitolo. Lo sciopero trova anche la sponda dell’Italia dei Valori.

Ulteriore sponda alle posizioni ipercritiche è quella di Famiglia Cristiana che definisce il provvedimento “un decreto da serial killer”; in tal modo si ricompone il fronte della sinistra, sotto le diverse caratterizzazioni: cattolica, sindacale e postcomunista.

Dal Terzo Polo non emergono prese di posizioni forti rispetto a questo festival del massimalismo e le mosse dell’UDC continuano a risolversi in un tatticismo fine a sè stesso. Casini ha definitolo sciopero generale “un grave errore politico” , ma la motivazione lascia alquanto perplessi: “serve ai falchi della FIOM e a quanti nella maggioranza non vedono di buon occhio l’unità del sindacato”.

Forse Casini è nostalgico dell’unità sindacale che coraggiosamente Bonanni e Angeletti hanno infranto ? Mentre piuttosto scoperta appare la furbata di invitare Berlusconi a mollare la Lega sulle pensioni e di accettare i voti dei centristi in Parlamento. Tutto sommato più coraggiose appaiono le critiche di Montezemolo al PD.

Nel PDL si confrontano linee che si richiamano all’economia sociale di mercato o ad una visione liberista che sono tradizionalmente presenti in questa formazione politica. Ma per Alfano è giunto il tempo della sintesi politica.

Complessivamente scarseggia un necessario e più elevato senso di responsabilità.

AGOSTO LA LIBIA COME L’IRAK ?

Negli ambienti della NATO si accrescono le preoccupazioni per l’evolversi della vicenda libica.

Dopo la “liberazione” di Tripoli, il lavoro di intervento sulla guerriglia , che si sta sviluppando in tutta la regione e nella Capitale, appare assai più complesso .

Il sostegno aereo dei bombardieri occidentali appare poco fattibile negli scontri cittadini e non bastano per affrontare la situazione i “consiglieri” dei paesi occidentali che già, pare , operino sul terreno.

Ne’ sembra facilmente ottenibile un apposito mandato ONU per massicce azioni di terra.

Nonostante l’evoluzione positiva delle vicende belliche per i risoltosi e il sostanziale insediamento di un nuovo governo nella Libia, con i relativi riconoscimenti internazionali, la condizione del Paese sembra sfuggire ad ogni possibile soluzione che garantisca in tempi brevi una pacificazione, necessaria per una ripresa economica e sociale.

Cominciano a filtrare le “atrocità” da ambo le parti e qualcuno sostiene che ai tribunali internazionali dovrebbero essere denunciate anche le efferatezze degli oppositori del Rais. Intanto una prima conta dei morti arriva a 20 mila.

Il protrarsi del caos, emblematicamente dimostrato dalle raffiche delle armi automatiche sparate in aria continuamente dai rivoltosi, può favorire le posizioni più estreme, comprese quelle del radicalismo islamico, tenuto compresso per anni da Gheddafi.

ELKAN: L’ITALIA HA VOGLIA DI FARE AUTO?

Orgoglio e rispetto. Con queste due categorie John Elkan calca le scene del Meetin di Rimini, divenuta ormai una passerella generalista, rispetto ai primi tempi che portarono forti novità nel linguaggio della politica italiana.

La richiesta del Presidente della Fiat è corretta, come lo è altrettanto la risposta di Sacconi: l’”Azienda ha avuto dal Paese tutte le certezze che chiedeva per avviare gli investimenti”.

Ma nel presentarsi sulla scena riminese gli uomini dell’azienda torinese rimandano al tempo nel quale la Fiat era l’Italia, il modello di vita degli italiani era l’automobile che percorreva l’autostrada del Sole ed il sistema produttivo italiano non aveva forza senza l’azienda degli Agnelli.

Anche nella politica italiana non si prescindeva dalla Fiat: Pajetta quando si riferiva al “padrone dell’Italia” intendeva l’Avvocato.

I tempi sono cambiati e la Fiat di Marchionne sembra trovare più sintonia negli ambienti finanziari e politici statunitensi, piuttosto che nel parterre nostrano.

Non è più il tempo della strategia produttiva fondata sull’automobile; da altri cieli e da altre terre ci lanciano quelle sfide alle quali dobbiamo saper rispondere .

E tuttavia la capacità dell’Azienda torinese di costruire le alleanze necessarie a competere in uno spazio non facile, la chiarezza con la quale propone le nuove relazioni industriali, la distanza che ha voluto prendere rispetto a organizzazioni imprenditoriali provinciali e consociative, la collocano ad un livello più alto rispetto ai soci del salotto buono, invidiosi sostenitori di cause perse.

C’è un aspetto “culturale” importante che accompagna oggi il nuovo messaggio Fiat che non può essere quello di chi, come Montezemolo, è vissuto senza gloria e senza coraggio in tutte le repubbliche.

AGOSTO BOCCHINO: OK A MONTEZEMOLO

I finiani del Terzo Polo hanno imparato presto la lezione.

Le dichiarazioni di Bocchino favorevoli all’uscita di Montezemolo ricordano, nella logica e nella meccanica dei rapporti, quelli che caratterizzavano le correnti interne alla DC rispetto ai partiti alleati o alleabili al partito cattolico.

Quando l’assetto interno risultava stretto rispetto alle ambizioni e ai disegni politici delle correnti interne, cominciavano i giochi di sponda delle dichiarazioni e delle mosse politiche che riaprivano le combinazioni interne con inevitabili modifiche degli assetti di potere.

Casini nei riguardi di Montezemolo pensa che, al massimo, possa lavorare per il re di Prussia, cioè per lui. Lo ha già fatto capire quando si è espresso contro le elezioni anticipate e quando si è detto contrario alla soluzione tecnocratica.

Quando Martinazzoli realizzò il governo Ciampi resisteva ancora l’illusione di una DC forte e di un sistema nel quale i partiti avevano in mano la situazione e il segretario DC si illuse di affidare all’ex governatore di Bankitalia solo il compito di superare una contingenza difficile senza l’ostilità dei “poteri forti”.

Il corso degli eventi fu completamente diverso e quella mossa anticipò solo la fine del sistema dei partiti e della stessa DC.

Casini sa che la discesa in campo dell’uomo Fiat ,difficilmente inglobabile nello schieramento centrista,e contando anche su appoggi mediatici e di poteri economici, annullerebbe il già gracile peso del Terzo Polo e aprirebbe una strada senza ritorno per una modifica degli equilibri di potere non certo a vantaggio dell’UDC.

ALEMANNO DA ROMA A MIRABELLO

La presenza del Sindaco Alemanno alla festa dei finiani a Mirabello non è una sorpresa.

Questo protagonismo politico del primo cittadino di Roma tende a completare una immagine che sul solo aspetto romano non appare soddisfacente.

Gli anni di Rutelli e Veltroni avevano costruito a Roma un sistema di potere molto articolato con una solidità di rapporti tra il mondo imprenditoriale e la sinistra quasi inattaccabile.

Dagli anni di Petroselli che sancirono l’ingresso stabile del mondo imprenditoriale comunista nel sistema romano, la lunga strada aveva condotto all’appoggio esplicito dei costruttori romani alle giunte di sinistra .

Alemanno nel 2008 ha ottenuto una vittoria che, comunque, non lo ha reso protagonista.

La scommessa del Sindaco per la sua rielezione è quella di consolidare un successo ottenuto a prescindere dai poteri forti, cioè riuscendo a dimostrare che dalla Città per pochi della sinistra, si passa alla Città per tutti.

E’ questa una prospettiva non facile per la quale non bastano le manutenzioni stradali che ,peraltro, sono in ritardo, o qualche gesto simbolico di difesa della Capitale.

La tentazione di Alemanno, quindi , è quella di porsi più come defensor urbis che come Sindaco, aggiungendo aspre polemiche con la Lega e forti critiche alla manovra.

Anche una disinvolta strategia di alleanze (accordo con l’UDC ), fino a presentarsi a Mirabello, servirebbero, nelle intenzioni, a rafforzare una posizione che non appare sufficientemente solida.

Alla festa di FLI, Alemanno non cerchi gli applausi dei finiani. Non gli serviranno né per fare meglio il Sindaco, né per rendere più solido il suo avvenire politico.

AGOSTO PENATI NON E’ UN “MARIOLO”

C’è una lettura delle vicende amministrative e degli illeciti finanziamenti alla politica a Sesto San Giovanni che tendono a presentarle come episodi di corruzione personale.

C’è anche il tentativo di presentarli come fatti locali, pur rilevanti, ma fatti locali.

A parte l’entità delle operazioni, a parte i soggetti coinvolti che hanno ricadute di carattere locale, ma anche di carattere centrale, ma quello che non torna in queste interpretazioni è che Filippo Penati non è Mario Chiesa.

Come ha scritto Antonio Polito “Penati non può essere trattato come una ‘melamarcia’”. E aggiunge: “Non c’è niente di ‘marcio’ in quest’uomo politico che si è fatto le ossa nella gavetta comunista , prima da Sindaco e poi da Presidente della Provincia, salendo un po’ alla volta fino a diventare il braccio destro di Bersani, alle cui truppe aveva portato la bandiera dei riformisti lombardi”.

Il senatore ed ex procuratore Gerardo D’Ambrosio e la presidente del Partito Rosy Bindi pensano di risolvere il caso con l’idea di trovarsi di fronte ad un compagno che sbaglia.

Chi sbaglia deve fare un passo indietro e quindi l’”autosospensione” è una “cosa molto corretta” anche se “le prescrizioni non sono assoluzioni”, sentenzia la Bindi.

Ma nessuno nel PD analizza la vicenda per quello che effettivamente è, cioè l’espressione di un sistema che, passata tangentopoli, si è protratto per 15 anni. I pubblici ministeri scrivono di un “direttorio finanziario democratico” e non sembrano allontanarsi molto dalla realtà.

Addirittura nelle carte dei pm si prospetta come il “sistema” avesse preso in considerazione anche “come erano andate le cose a Milano”, cioè ,secondo quanto riferisce il Corriere della Sera, gli inquirenti ritengono che “la vittoria del centrosinistra alle recenti elezioni amministrative ampi il rischio di reiterazione del delitto”.

Il PD era sceso in campo negli ultimi due anni per tentare di bollare il PDL come un sistema di corruzione del potere utilizzando casi assai dubbi come quelli sorti intorno a personaggi legati a relazioni di potere spesso trasversali.

L’affondo su Papa e il salvataggio di Tedesco si spiegano come un ultimo tentativo di dimostrare una diversità che la valanga staccatasi da Sesto San Giovanni ora travolge definitivamente.

AGOSTO “UNA DELLE GUERRE PIU’ STUPIDE E SPORCHE DELLA STORIA EUROPEA”

Giuliano Ferrara si diverte a castigare le ipocrisie dei pacifisti di tutte le frontiere.

“Una delle guerre più stupide e sporche della storia europea”, così definisce l’operazione libica, è nata dalla necessità “di difendere i civili da Gheddafi” e “dalle fosse comuni ( inesistenti, si trattava di un cimitero marino)”. Essa si è poi risolta “in un bagno di sangue clanistico e tribale”

Ricordando le “urla sull’Irak” , si domanda: “avete per caso visto un manifestante pacifista di quelli indignati contro la ‘guerra per il petrolio’, che non ha portato una goccia di petrolio nelle casse imperialiste e ha lasciato l’oro nero finalmente nelle casse di uno stato riconosciuto secondo giustizia, ribellarsi alla vera guerra del petrolio, per di più cinica e levantina perché non era in discussione la giugulare petrolifera libica ma solo le condizioni di forza tra tra diversi paesi europei per il suo accaparramento?”.

E continua: “ avete letto qualcuno dei commentatori ma mostosi e insinceri del dolore iracheno, scrivere con toni indignati del carattere neocoloniale, assurdo surreale e sanguinario , della guerra dei cieli che la NATO è stata portata a combattere senza una strategia chiara , senza un senso politico accettabile, con un dispendio vano e crudele di risorse dall’alto che ha imposto la feroce, lunga carneficina in corso?”.

Anche il giudizio finale sulla guerra è tranchant : “una insidiosa avventura che al meglio è destinata a sostituire Gheddafi con i gheddafiani, al peggio è candidata a procurarci un’altra bella Somalia nella quarta sponda”.

Alla luce di queste riflessioni le esitazioni di Berlusconi avevano o no un senso?

TREMONTI E L’”ETA’ DEL PAPA SCOMODO”

Della parole di Tremonti a Rimini ci colpiscono particolarmente quelle rivolte al sistema bancario.

“I banchieri avrebbero dovuto proporre ai governi regole anti crisi ma non l’hanno fatto e noi possiamo fare autocritica, ma la grossa responsabilità è la loro”. Poi, ricordando un precedente storico: “Nella crisi del’29, Roosevelt non salvò le banche che giocavano d’azzardo ma quelle al servizio delle famiglie e delle industrie. Sono stati fatti alcuni errori sulla crisi a cui si può porre rimedio”. Come? Ad esempio non dando più retta ai “sacerdoti del denaro ma ai sacerdoti veri. Come Benedetto XVI che a Madrid ha detto che questa crisi è stata favorita dalla ricerca del profitto a tutti i costi”.

Il New Deal di Roosevelt, infatti, curò la crisi nata dalle Borse con iniezioni nell’economia reale, per rilanciare il sistema produttivo americano, promuovendo concorrenza e traguardi produttivi.

Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1 gennaio 2009 disse che “i problemi dello sviluppo, degli aiuti e della cooperazione internazionale vengono affrontati talora senza un vero coinvolgimento delle persone, ma come questioni tecniche, che si esauriscono nella predisposizione di strutture, nella messa a punto di accordi tariffari,nello stanziamento di anonimi finanziamenti”.

E’ significativo che Il Ministro dell’Economia, non solo per il particolare uditorio di Rimini, citi Benedetto XVI, consapevole di trovarsi, come ha scritto Stefano Fontana, nell’”età del Papa scomodo”.

AVVENIRE: CAMPAGNA MASSONICA CONTRO LA CHIESA

Il quotidiano dei Vescovi del 27 Agosto parla di massoneria dietro la campagna politico mediatica per far credere che la Chiesa Cattolica sia il grande evasore d’Italia.

I modi con i quali viene portata avanti sono descritti come “una replica ossessiva, fedele al famoso insegnamento di Goebbels”.

Più che una risposta ai propugnatori di questa campagna , il pezzo è da dedicare soprattutto, a coloro che civettano con i temi laicisti, si compiacciono di essere presi in considerazione da Repubblica e trovano l’Espresso sempre pronto a difenderli nella loro azione per demolire Berlusconi.

Indovinate di chi stiamo parlando?

AGOSTO GASPARRI ATTACCA E VELTRONI QUERELA

Forse Gasparri ci è andato giù pesante: “Bersani – ha detto – spera di farla franca come i suoi predecessori graziati dal Di Pietro magistrato che così salvati dalla tangente Enimont i capi Pds D’Alema, Veltroni e Fassino, si avviò verso la carriera ministeriale”.

Veltroni replica annunciando querela.

Certo le inchieste su Tangentopoli che devastarono le classi dirigenti soprattutto del PSI e della DC, pur coinvolgendo “la corrente migliorista” del PCI/PDS sembrarono salvare l’idea della “diversità” comunista; anche se una parte della “tangente Enimont” non circolò nella Lombardia “migliorista”, ma si perse nei corridoi di Botteghe Oscure.

Qualcuno azzarda ancora il vecchio e non convincente teorema e cioè che l’inchiesta Penati sia una coda del distorto ambito “migliorista”.

Ma anche – veltronianamento parlando – la denuncia dell’ex segretario del PD non convince.

Paradossalmente – poiché è impensabile che l‘ex braccio destro di Bersani abbia operato per un suo tornaconto personale – il PD dovrebbe avere il coraggio di fare il discorso che fece Craxi in Parlamento sul finanziamento della politica.

Ma Craxi per quel suo discorso di verità dovette bere il calice fino in fondo , cioè morire in terra di Tunisia.

Ma Veltroni non è Craxi e pensa che la verità gli venga riconosciuta da una sentenza che condanni Gasparri per diffamazione.

Ma quella non sarebbe la verità e su questo equivoco irrisolto si dipana la politica italiana, mentre alla “diversità”comunista oramai non ci crede più nessuno.
28/07/2011
[stampa]
Oslo: una strage folle senza giustificazioni .

L’iniziativa stragista del norvegese Anders Behering Breivik non ha giustificazioni.

Anzi l’impressione è quella della eterogenesi dei fini, nel senso che l’efferatezza di questo episodio può comportare che la questione dei problemi che nascono dal multiculturalismo – e si tratta di questioni importanti che le società occidentali debbono saper affrontare e risolvere - subisce una criminalizzazione per la devastante crudeltà dell’ azione di un killer con chiari connotati di follia.

Temiamo che possano derivare da questa agghiacciante vicenda una duplice prospettiva: quella della emulazione terroristica e quella della preoccupata pavidità verso ogni tentativo di una politica di integrazione corretta che crei il giusto rapporto tra la cultura originaria con i valori democratici delle società occidentali e la presenza di flussi immigratori espressioni anche di diversità.

Un segnale in questa direzione sono quei commenti che in maniera assolutamente falsata pongono a carico di un presunto “fondamentalismo cristiano” la causa di quanto accaduto.

La storia europea dimostra il contrario e cioè che la diffusione della democrazie e il loro sviluppo anche in senso sociale sono il frutto della cultura cristiana e non a caso ciò che va caratterizzando questo inizio di secolo è l’attacco ai connotati pluralisti delle società occidentali.

L’esempio più clamoroso e significativo è stato l’attacco terroristico dell’ 11 settembre e la definizione degli Stati Uniti e la sua società – che pur nella sua complessa e non sempre positiva espressione, rappresenta tuttavia il modo di vita di una liberà società - siano stati definiti dalla rete di Bin Laden come “il grande satana”.

Al contrario di quello che si tenta di fare da alcune parti non si debbono trascurare le questioni dei flussi immigratori in Europa.

E’ dalla soluzione di questi problemi che dipende il futuro di pace e di sviluppo della vita dei cittadini d’Europa.
26/07/2011
[stampa]
Una “ guerra civile” con altri mezzi.

Il deputato PDL Papa per il quale la Camera autorizza l’arresto e il senatore Tedesco del PD che il Senato lascia libero, sono l’espressione, ci si consenta l’immagine ardita, della ripresa della lunga “guerra civile” italiana.

La politica in Italia, parafrasando una definizione storica, sta ritornando a presentarsi come la continuazione della guerra civile con altri mezzi.

E’ evidente la disparità di trattamento di queste “sentenze” parlamentari, ma il fatto che tale diversità sia il risultato di una decisione politica è più grave che se fosse stato il frutto di una sentenza giudiziaria.

E la situazione che si presenta non è solo quella descritta nella conclusione dall’articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio del 21 luglio ( “Una Camera che si consegna mani e piedi a Henry John Woodcock ratifica la sua irrilevanza e merita di sopravvivere nell’ignavia” ), né le preoccupazioni possono essere solo quelle avvertite e riportate nel fondo del Corriere della Sera dello stesso giorno da Pierluigi Battista ( “ è stato … solo il calcolo politico a garantire esiti così difformi”, “ un evidente e rovinoso tracollo del berlusconismo”, “compromessa la credibilità del PD” ).

Certo, le difficoltà e la perdita di potere di Belusconi rischia di riportare nella Lega i fermenti eversivi sui quali era nata e non è una buona notizia, per nessuno.

Di Pietro, poi, pur dichiarando di essere su una posizione moderata, appare orgoglioso e “rampante”, per l’esito dei suoi referendum che riportano indietro l’Italia, mentre al suo giustizialismo, oggi, si aprono spazi ancor maggiori rispetto anche alle sue inchieste giudiziarie del ’92 – ’94.

Questo giustizialismo che costituisce l’arma ideologica sulla quale si costruiscono le politiche nel Paese aggredito dalla finanza internazionale acquisisce sempre nuovi seguaci.

Si è aggiunto, per calcolo politico, anche Casini che pur reca nelle carni del suo partito le ferite impresse dalle inchieste giudiziarie dei primi anni ’90 e successivamente .

Ma questo giustizialismo, quando anche utilizzato tatticamente, come dimostra la storia del PCI, è una camicia di Nesso della quale difficilmente ci si può liberare.

I segnali inquietanti sono solo l’iceberg di una condizione che va nel profondo.

Anche l’analisi di Antonio Polito sul quotidiano di RCS che, a ragione, si diverte a descrivere il parallelismo con l’inizio di tangentopoli, non arriva al punto più importante .

C’è infatti una diversità decisiva tra l’oggi e lo ieri: allora si produceva la fine della stagione politica della ”repubblica dei partiti”, oggi si rischia assai di più, cioè la tenuta internazionale dell’Italia.

Il Paese, poi, non ha più i “gioielli di famiglia” da offrire, quelli per i quali si decisero le sorti sul “Britannia”, come ha ricordato Ettore Bernabei nel suo libro “L’uomo di fiducia” .

La debolezza della politica italiana è anche , dimostrata dalle stesse ricette che, furbescamente, vengono presentate come quella del governo di ampia coalizione.

Ma come si fa a ritenere sufficiente per l’Italia una ricetta come quella tedesca, quella cioè di un Paese dove esistono e sono profondamente sentiti il senso dell’unità e dell’interesse nazionale , dove due grandi partiti si sono confrontati e si alternano al governo , ma posseggono in comune una omogeneità sostanziale, dove il giustizialismo non è stato usato neppure verso coloro che avevano servito il potere dispotico e criminale della Repubblica Democratica dell’Est.

Il declino dell’Italia che questa “guerra civile” sta innescando si può contrastare solo se, per un miracolo, che, a volte la storia umana concede, torni a farsi sentire nelle coscienze dei cittadini, nel linguaggio politico e negli obbiettivi delle forze politiche un forte spirito unitario, quella unità nazionale, cioè, che abbiamo sempre invocato e mai pienamente conseguito.

E’ grave che anche gli appelli di Napolitano in questa direzione vengano da taluni rispediti, arrogantemente, al mittente.

In altre parole, stenta a crescere quel patriottismo vero, identitario e di valori che, soprattutto la sinistra, nelle sue variegate ideologie, ha sempre contrastato.

Il giustizialismo di oggi svolge , con maggiore ottusità e devastazione ciò che le ideologie producevano come divisione dell’Italia.

Nella lunga stagione del dopoguerra , anche per responsabilità della DC, non si comprese il senso e l’importanza della costruzione di una unità nazionale.

A maggior ragione senza questa unità resteremo un Paese debole con una democrazia debole.

Nella scena internazionale che la storia oggi ci presenta, questo non ce lo possiamo proprio permettere.
14/07/2011
[stampa]
Crisi finanziaria, tecnocrazia e riforme costituzionali .
Gli assalti della speculazione finanziaria nei riguardi dei Paesi europei e, più recentemente, anche dell’Italia, oltre agli aspetti più propriamente economico finanziari, fanno emergere taluni connotati dei sistemi politici , sui quali occorre riflettere.

Il contesto nel quale si muovono queste vicende è abbastanza evidente: alla globalizzazione e alla crescita di quello che il professor Luciano Gallino chiama “finanzcapitalismo” non ha corrisposto un analogo rafforzamento delle istituzioni politiche democratiche degli stati che subiscono assalti alle loro economia e ai loro bilanci pubblici.

Ad esempio, a livello europeo, è noto che alla nascita dell’euro non ha corrisposto uno sviluppo delle istituzioni politiche né sul piano formale né come coesione politica e le iniziative speculative , oltre a colpire i singoli paesi, indeboliscono la moneta unica europea, non trovando adeguate risposte istituzionali a Bruxelles.

Le divisioni politiche interne e l’influenza dello lobby economiche, poi, incidono anche nei riguardi delle decisioni politiche dei singoli stati.

In Italia la lunga transizione politica ha indebolito le istituzioni politiche. Il sistema parlamentale reso non riformabile dal conservatorismo della sinistra non ha più l’innervamento di partiti forti come nella prima repubblica e l’autorevolezza di questi è sempre più compromessa, provocata dal corto circuito tra deboli partiti che producono deboli classi dirigenti.

Dopo le giornate negative dei titoli bancari e dei titoli del debito pubblico di venerdì 8 luglio e di lunedì 11 , l’accelerazione della manovra, con un sussulto di senso di responsabilità di maggioranza e opposizione, è stata accolta da una serie di auspici che indicano delle soluzioni che non colgono il vero significato della crisi in atto.

Massimo Franco sul Corriere della Sera del 13 luglio chiede “una comunione di forze per un periodo prolungato”,mentre qualche tempo fa’ Carlo De Benedetti aveva invocato in una intervista sul Die Zeit Mario Monti come premier.

Il retro pensiero delle lobby economiche italiane è quello di realizzare un commissariamento delle istituzioni politiche con un governo “tecnico” – definito anche “governo del Presidente” - che veda una partecipazione delle forze politiche maggiori che dovrebbero sostenere un esecutivo guidato da una personalità economica in grado di affrontare la situazione . Per sostenere questa soluzione ci si richiama ai precedenti di “governissimi” realizzati nella Repubblica Federale Tedesca. Tuttavia queste ipotesi non sono assolutamente paragonabili a ciò che avvenne in Germania, dove dal 1966 al 1969 fu formato un nuovo governo, composto anche dal SPD, con cancelliere Kurt George Kiesinger della CDU che affrontò le proteste studentesche in tutta la Germania, originate dall'approvazione delle Leggi di Emergenza del 1968 e dove, dopo le elezioni federali del 2005, i leader di SPD e CDU/CSU si accordarono per formare un governo di grande coalizione diretto da Angela Merkel della CDU.

Gli accordi politici che avvennero in Germania si realizzarono grazie alla presenza di due grandi partiti, cioè di un sistema sostanzialmente bipolare e vennero costruite non a discapito delle forze politiche perché il premier venne espresso dal leader del partito maggiore. In sintesi non avvenne quel commissariamento della politica e dei partiti che, invece, i poteri economici italiani invocano e che produrrebbero una ulteriore delegittimazione dei partiti stessi.

E’ giusta quindi la posizione di Berlusconi che rifiuta di dar corso ad una operazione di “governassimo” a danno della classe politica e che corrisponderebbe all’obbiettivo di trasferire dalla politica ai tecnici la guida del Paese. Anche perché queste personalità dell’economia non hanno mai brillato per capacità di diagnosi della condizione economica interna e internazionale.

Nessuno dei soloni chiamati al capezzale del governo ha saputo diagnosticare per tempo, ad esempio, la crisi del 2008 nonostante che l’enorme sviluppo del mercato dei derivati e dei fondi a rischio avesse fatto chiaramente intendere che la crescita fuori da ogni controllo della finanza speculativa avveniva a danno di un corretto rapporto tra banche e finanziamenti per lo sviluppo produttivo.

In conclusione, le sfide in atto tra politica ed economia e le prove che si ripresenteranno sullo scenario europeo e nazionale debbono richiamare tutti alla responsabilità di affrontare le difficoltà al loro giusto livello, cioè a spezzare quel tabù che impedisce di discutere la questione delle riforme costituzionali per ridare forza e legittimazione alle rappresentanze parlamentari e di governo, per consolidare un sistema politico bipolare, scelto dagli elettori, un sistema con il quale esprimere corrette alternanze politiche, autorevolezza di governo e , in circostanze eccezionali accordi vasti che non significhino la mortificazione e la marginalizzazione delle istituzioni democratiche che, invece, devono essere rafforzate dal consenso dei cittadini e non commissariate dai grandi interessi economici.
24/06/2011
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Preoccupazione per l’Italia.
Nonostante il vento nuovo che gonfia le vele della sinistra che farebbe pensare, per questa parte politica, ad un percorso facile verso il potere , la situazione presenta una complessità che lascia aperti molti punti interrogativi su ciò che potrebbe accadere nei prossimi due anni e nelle elezioni politiche, quando si presenteranno.

Berlusconi ha perduto parte del suo appeal a seguito di due cause.

La prima è senz’altro la feroce campagna mediatico giudiziaria che si è scatenata all’indomani del giorno nel quale raggiunse il punto più elevato di consenso.

Quel giorno può essere indicato nel 25 aprile del 2009.

Cosa disse allora il Presidente del Consiglio?

“Oggi, 64 anni dopo il 25 aprile 1945 e a vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino, il nostro compito, il compito di tutti, è quello di costruire finalmente un sentimento nazionale unitario”.

“Dobbiamo farlo tutti insieme, tutti insieme, quale che sia l’appartenenza politica, tutti insieme, per un nuovo inizio della nostra democrazia repubblicana, dove tutte le parti politiche si riconoscano nel valore più grande, la libertà, e nel suo nome si confrontino per il bene e nell’interesse di tutti. L'anniversario della riconquista della libertà è dunque l'occasione per riflettere sul passato, ma anche per riflettere sul presente e sull'avvenire dell’Italia. Se da oggi riusciremo a farlo insieme, avremo reso un grande servizio non a una parte politica o all'altra, ma al popolo italiano e, soprattutto, ai nostri figli che hanno il diritto di vivere in una democrazia finalmente pacificata. Noi abbiamo sempre respinto la tesi che il nostro avversario fosse il nostro nemico. Ce lo imponeva e ce lo impone la nostra religione della libertà. Con lo stesso spirito sono convinto che siano maturi i tempi perché la festa della Liberazione possa diventare la festa della Libertà, e possa togliere a questa ricorrenza il carattere di contrapposizione che la cultura rivoluzionaria le ha dato e che ancora “divide” piuttosto che “unire” “.

In sostanza fu un appello all’unità nazionale, al superamento delle contrapposizioni, per quella “pacificazione”, la cui esigenza ha attraversato, senza essere mai stata raggiunta definitivamente, tutti i 150 anni della storia dell’Unità dell’Italia.

Dopo questo appello si divaricarono le posizioni all’interno del PDL, si misero in moto i meccanismi diabolici dello scandalismo e delle inchieste giudiziarie, mentre l’opposizione per nulla apprezzando questo discorso accentuò la sua dura contestazione politica.

La seconda causa che, in parte, deriva da quanto fin qui esposto, è stata la difficoltà a conseguire gli obbiettivi programmatici in base ai quali Berlusconi aveva ottenuto lo straordinario successo elettorale del 2008. Soprattutto si interruppe la strada che doveva portare il governo e la maggioranza a proporre le grandi riforme, tranne , anche per la ostinata volontà politica della Lega, quella del federalismo fiscale.

Su questi due inviluppi si è fermata l’azione politica e si è andato logorando il governo di centrodestra.

I risultati negativi nelle elezioni amministrative del maggio scorso, compresi i referendum, sono la conseguenza di questa situazione di stallo e, pur nella sopravvivenza di una maggioranza parlamentare, appare netta l’ impressione che non siano più presenti le condizioni per un governo che affronti le tre grandi riforme : quella della Costituzione sul modello politico, quella della giustizia e quella della fiscalità.

I due anni di tempo sono stretti, ma se ci fosse sufficiente autorevolezza, compattezza , capacità di direzione politica e, soprattutto, agibilità dei lavori parlamentari, forse, si potrebbe fare in tempo.

Soprattutto sarebbe necessario investire, comunque, il Parlamento di queste riforme, che, non vi è dubbio, troverebbero contraria l’opposizione, ma il rifiuto di questa ad esaminare e approvare le grandi riforme consentirebbe agli elettori nelle elezioni del 2013 di orientare le sue scelte tra chi ha inteso attuare una politica di cambiamento e chi, invece , si è opposto, in nome di una linea preconcetta e conservatrice.

Altrimenti le prossime elezioni politiche si giocheranno tra chi saprà più infangare l’avversario o su illusorie prospettive programmatiche.

Questo perché , oggi, la scena politica appare investita d’altro e cioè dalle difficoltà della maggioranza , assediata da ogni parte e con ogni mezzo e dalle divisioni di fondo di una opposizione che trova i soli momenti di aggregazione in nome di un antiberlusconismo fine a se stesso.

L’hanno fatto capire con chiarezza Di Pietro e Vendola: il PD,dope le vittorie ottenute grazie a loro contro Berlusconi, non pensi di poter farne a meno.

Nessuno si illuda che gli effetti negativi di questa condizione di impotenza della politica nei due versanti siano a senso unico e cioè solo verso il centro destra.

Gli effetti di questa condizione rischiano di essere pagati dal tutto il Paese che si va disgregando, in preda allo scontro tra i poteri dello stato, alle scorribande dei poteri imprenditoriali attraverso il controllo del media, alle istanze corporative di ogni genere, alla divulgazione di idee sbagliate che sembravano appartenere solo alla stagione degli anni’70 e per la cui influenza, oggi, paghiamo ancora i prezzi, in termini di difficoltà a riportare al senso di un bene comune le scelte ed i sacrifici da affrontare per rilanciare la competitività dell’Italia nel duro contesto internazionale.

Siamo preoccupati non più per ciò che sta avvenendo nei partiti e nella politica, ma soprattutto per quello che si prospetta all’Italia.
20/06/2011
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Un “tappeto” per Gianfranco Fini.
Gianfranco Fini al compiacente Cazzullo spiega che lui vuole “costruire un polo della nazione” che “attragga moltissimi elettori del centrodestra”.

Dopo aver contribuito, direttamente o indirettamente, al successo della sinistra nelle amministrative di Milano e Napoli, dopo aver spinto gli elettori a votare no ai referendum con un contenuto oggettivo da sinistra ambientalista , promossi da Di Pietro, contribuendo alla vittoria dei si, dopo aver ricevuto giustamente ogni interessato apprezzamento da parte della sinistra, Fini pensa a ricostruire il centrodestra.

E’ realmente paradossale che tutto questo trovi la stampa dei grandi imprenditori devotamente disponibile , senza minimamente cercare di far capire all’intervistato la sua funzionalità ad un disegno contrario ad una destra sia essa liberale, conservatrice o altro.

L’unica timida domanda che il “portavoce” del Corriere pone all’ex leader di AN riguarda se avesse “ fatto meglio a lasciare la presidenza della Camera per guidare il partito anche nelle campagne elettorali”.

A Cazzullo non viene in mente la sgradevole vicenda della sua dichiarazioni di dimissioni nel caso che la vicenda Montecarlo avesse dimostrato il ruolo del cognato, oppure la oggettiva incompatibilità fra presidenza della camera e ruolo di leader del partito. Gli domanda se non “fosse stato meglio”.

E qual è la risposta che Cazzullo si merita e alla quale il prono giornalista non controbatte nulla: “no”. Punto e basta.

A ben vedere alcuni giornalisti del Corriere pensano di tessere la tela di regime nuovo nella quale appaia anche Gianfranco Fini, seduto su uno strapuntino scomodo, senza sapere che nell’autobus per il nuovo regime il biglietto del terzo polo lo stacca il furbo Casini.
17/06/2011
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Dai referendum una spinta a sinistra e limiti allo sviluppo del paese.
Il successo dei SI nei referendum pur non implicando un significato politico immediato evidenzia elementi importanti dello scenario politico.

La sinistra, che ha già ottenuto la conquista amministrativa di Milano e Napoli, oltre che un rafforzamento in alcune situazioni locali, ora punta a tentare quello che non riuscì alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto.

I referendum hanno avuto il compito di cementare un insieme di forze che presentavano alcuni distinguo in ambiti programmatici e politici, come per esempio il ruolo dei privati nei servizi pubblici, le politiche energetiche compreso il nucleare, ma che ora vengono superati dal nuovo clima che si è determinato.

L’impegno referendario e la sua utilizzazione politica hanno cancellato alcune distinzioni a sinistra producendo un mutamento di strategia politica.

D’Alema aveva vagheggiato di affrontare le prossime elezioni basandole sull’asse PD-UDC, lasciando ai margini il ruolo de altre forze politiche alle quali si sarebbe offerto solo il prendere o lasciare, cioè di accettare di aggregarsi senza poter porre condizionamenti.

La situazione è ora cambiata. Il PD non è in grado di vincere se non con una alleanza organica con la sinistra. I risultati di alcuni comuni in Sicilia o il modello marchigiano di un rapporto preferenziale PD-UDC funziona in qualche area periferica, ma nei centri importanti vale l’alleanza complessiva della sinistra e, di conseguenza questa alleanza strategica appare necessaria e non eludibile.

Non può essere sottaciuto l’altro aspetto del risultato referendario: è sempre più evidente che la strumentalità dei referendum sui temi ambientali provocherà la eliminazione della possibilità della parziale privatizzazione della gestione dell’acqua e di altri servizi municipali mentre , sul versante energetico, l’Italia cancella per sempre la possibilità di uno sviluppo nel settore nucleare come elemento del complesso di apporti energetici, al fine di limitare le dipendenze estere e i costi per utenti.

Non staremo ad elencare le contraddizioni di quella parte della sinistra riformista che su questi temi aveva tentato di fare scelte diverse, né l’affidabilità di forze politiche e leader che, pur di cavalcare l’onda lunga antiberlusconiana, hanno preferito contribuire, pur lasciando libera scelta o indicando il NO, alla vittoria della linea ambientalista antinucleare impedendo per il futuro, in settori nevralgici, un sviluppo moderno dell’Italia.

Altre due considerazioni vogliamo porre all’attenzione: l’incapacità di esprimere una posizione autonoma e forte da parte del terzo polo e il clima complessivo che si sta instaurando dopo il successo nei referendum.

Una forza politica che pur di giungere ad un obbiettivo tattico sacrifica la propria coerenza e offre spazi notevoli a chi propone l’opposto di quanto ripetutamente sostenuto in settori importanti per lo sviluppo del Paese è dimostrazione di scarsissima affidabilità politica , ponendo una grave ipoteca sulla credibilità ad essere forza di governo.

Non solo FLI, quando i suoi parlamentari erano al governo e in maggioranza, ha votato i provvedimenti sottoposti ai quesiti referendari , ma anche l’UDC ha sostenuto da sempre la privatizzazione delle municipalizzate ed è stato favorevole al nucleare, oltre che promotore del legittimo impedimento. Tralasciamo quest’ultimo punto anche se, tolto questo velo, non auguriamo a Casini, ove dovesse essere un giorno premier, dover far i conti con il potere invasivo della magistratura. I suoi uomini, anche più vicini, ne sanno già qualcosa.

Di fronte alla ghiotta possibilità di dare la “spallata” a Berlusconi si sono invitati gli elettori del terzo polo ad andare a votare, magari per il no, ma si tratta di una ipocrita foglia di fico in quanto è evidente che il problema di questi referendum non era la scelta tra il Si e il No, ma se essi raggiungessero o meno il quorum per la loro validità.

Paradossalmente l’invito del Capo dello Stato è paragonato da Casini a quello di Ruini, al tempo del quesito sulla procreazione assistita, ma il secondo invitò esplicitamente a non partecipare alla votazione, con una indicazione coraggiosa alla quale non aderì, anzi con essa polemizzò, Gianfranco Fini, mostrando un segno evidente della sua vocazione laicista che , poi, lo portò , insieme ad altre idee allo scontro nel PDL.

Non è quindi per assolvere a doveri istituzionali che impongano di andare a votare, che si sia scelto per la partecipazione al voto, anche perché questo significherebbe per Casini, ridurre ad una banale genuflessione clericale la sua scelta sul non voto sul referendum sulla procreazione assistita.

Resta infine evidente che il risultato ha rafforzato quel clima di una sinistra anti moderna e anti sviluppo che potrebbe invadere altri settori sui quali si gioca la capacità dell’Italia di essere competitiva sul piano internazionale.

Che poi, questa ideologia ambientalista nasconda interessi precisi anche nella proprietà editoriale della stampa che ha partecipato e mosso la campagna referendaria è assai evidente, ma anch’essa mostra come questo Paese rischi di diventare sempre più un terreno di scontro di lobbies, con scomparsa di una intellettualità libera e vivace, di una informazione autonoma dagli interessi.

E’ questo il classico terreno di cultura della decadenza sociale e civile al quale, consapevolmente o inconsapevolmente, anche coloro che si definiscono forze moderate, riformiste o di centro, hanno apportato il loro modesto obolo.
08/06/2011
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Avviso ai naviganti centristi.
Enrico Rossi, pur con un cognome piuttosto scontato, non è uno qualunque.

E’ il Presidente della regione Toscana, dove da sempre governa il PCI-PDS-DS-PD. E dove la legge elettorale ricalca, nell’assenza di preferenze, la legge per la Camera dei Deputati.

Così dice in un’intervista del 7 giugno a la Repubblica: “Invece di inseguire alleanze con UDC e Terzo polo noi dovremmo concentrarci sul rafforzamento dell’asse con SEL e Italia dei Valori: le amministrative dimostrano che dove corre unito il centrosinistra viene premiato”.

L’effetto delle elezioni amministrative e dei risultati di Milano e Napoli si fanno sentire e l’orizzonte politico delle alleanze a sinistra è ormai chiaro: a parte qualche “furbizia” è ormai ineluttabile il radicarsi di un’ irrevocabile frontismo . C’è anche chi teorizza il partito unico di tutta la sinistra ( Bettini ).

Poichè questa linea del Nuovo Ulivo presenta molti dei limiti che condussero, a suo tempo, al fallimento degli esperimenti prodiani, si vanno concentreranno gli sforzi per sostenerne, attraverso l’ acquisizione di posizione mediatiche, i contenuti politici e culturali.

In fondo Prodi cadde una prima volta per opera di D’Alema, nonostante che il leader maximo abbia sempre negato tale circostanza e la seconda volta per il venir meno delle posizioni “moderate” di Dini e Mastella.

L’interesse di De Benedetti per irrobustire la 7 è quello di creare un supporto che consenta di rendere autonomo il nuovo centrosinistra ( sarebbe più logico definirlo nuova sinistra) dalle posizioni moderate di Casini oltre che tenere a freno quelle autonomiste di D’Alema.

E’ molto probabile che questi due personaggi politici diverranno, oltre al “nemico” Berlusconi, il bersaglio principale della TV che si prepara ad acquisire l’imprenditore di Ivrea.
31/05/2011
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Dedicato ai nostalgici del proporzionalismo.
Mentre affluiscono i risultati elettorali si scorge dietro a questi lo svilupparsi di un frazionismo politico.

Il PD minimizza la portata elettorale di SEL e IDV, ma il successo di due sindaci a Milano e a Napoli, candidati contro il Partito guidato da Bersani, la dice lunga sulla crescita politica alla sua sinistra. Anche la eterogeneità delle alleanze nelle quali il cosiddetto terzo polo si è equamente distribuito in ogni direzione dimostra lo sfarinamento dei partiti, così come le percentuali non irrilevanti del partito di Grillo, la diffusione di liste personali e civiche non solo nei piccoli comuni ma anche nei capoluoghi di provincia.

Siamo di fronte ad una disgregazione politica sempre più evidente.

Questa si è, momentaneamente, ricomposta grazie al sistema elettorale a doppio turno che ha coagulato la frammentazione che si era registrata al primo turno.

Il premio di maggioranza poi, farà il resto , nel senso che anche vittorie di misura dei sindaci e le maggioranze risicate godranno di un allargamento del numero dei consiglieri che porrà riparo alle difficoltà politiche .

Anche il meccanismo che porta , in caso di dimissioni del sindaco, allo scioglimento dei consigli comunali eletti provvederà ad assicurare quella stabilità che in linea di massima dovrebbe assicurare la governabilità degli enti locali.

In presenza di questa condizione che vede un impazzimento della maionese politica che ritrova un suo modo di assestarsi solo grazie a sistemi maggioritari, ricorre la tentazione di ritornare , per le elezioni politiche, al sistema elettorale proporzionale, magari sub specie del sistema tedesco.

Il sistema elettorale adottato in Germania, anche nell’opinione di alcuni esperti legati alla Fondazione Adenauer, sta presentando inconvenienti dimostrati non solo dalla necessità, nel recente passato, di apprestare governi di grande coalizione, ma, soprattutto per il segnale inequivocabile del proliferare dei partiti: in pochi anni si è passati da due partiti forti ed uno che superava a stento il cinque per cento, ma alleato stabile di uno dei due , a cinque partiti di non facile aggregazione di alleanze.

Cosa accadrebbe in Italia con un sistema politico di questo tipo ove i massimi strumento di stabilità sono costituiti da una soglia di sbarramento che sarebbe difficile collocare oltre il tre per cento e dalla “sfiducia costruttiva” che, tuttavia, le cronache politiche della cosiddetta prima repubblica raccontano non svolgersi in Parlamento, ma spesso nell’ambito degli accordi delle segreterie politiche.

Si facevano fuori i governi o i presidenti del consiglio non appena le maggioranze interne dei partiti avevano predisposto una soluzione diversa.

Se il frazionismo impera anche laddove esiste un disincentivo fornito dal premio di maggioranza, figuriamoci quello che accadrebbe il giorno che anche questo impedimento venisse a cessare.

Senza contare , poi, il fatto che il sistema tedesco o, più propriamente, i sistemi elettorali proporzionali, lasciano ai partiti la scelta, dopo le elezioni e aver fotografato i rapporti di forza con la raccolta de i voti, di stabilire le alleanze e i governi a cui riterranno di dover dar vita.

E i programmi ? E la coerenza dei programmi? E il giudizio degli elettori sui programmi promessi e non mantenuti in coalizioni spesso variabili ?

Giriamo queste riflessioni ai nostalgici del buon tempo che fu, anche se non possiamo dirci soddisfatti dello spettacolo a cui stiamo assistendo.
20/05/2011
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Dalla "Repubblica dei partiti" alla "Repubblica delle liste personali".
La vita dei partiti e dei poteri ad essi riferibili sono stati oggetto di analisi politologiche, ma anche più propriamente politiche.

Nella DC dell’inizio , come descrisse Baget Bozzo in una tavola rotonda sulla “grande coalizione” pubblicata sul n. 216 del Mulino nel luglio-agosto 1971, “il potere… sono gli enti” e, continuava “’l’ente crea l’esistente’ , ironizzava Togliatti applicando il linguaggio giobertiano alla politica italiana. Ed aveva ragione, Togliatti diffidava di Mattei, e della sarabanda degli enti anche riformatori, mentre Nenni ci si buttò a corpo morto, ritenendo di poter usare il bisogno di copertura politica degli enti per scalare il governo”. Concludeva questa disanima rilevando che “nel campo degli enti, la DC si è trovata a suo agio”.

Dopo il potere negli enti venne il potere locale.

Nel tempo dello sviluppo del correntismo all’interno della DC, al quale diede un apporto decisivo la sinistra dossettiana, i poteri dei capi corrente tendevano a degenerare nel fenomeno del “cacicchismo” che descriveva come il potere politico mettesse solide radici nei sistemi amministrativi e politici locali.

Prima di Galli della Loggia che ne scrisse a marzo del 2010 a proposito del PDL, una analisi simile la sviluppò Ciriaco De Mita quando, eletto direttamente segretario della DC, aprì un braccio di ferro con il potere dei capicorrente dorotei.

Poiché del fenomeno si erano caratterizzate tutte le correnti, anche la sua, la guerra di De Mita non riuscì e le cose nel partito democristiano rimasero le stesse.

Con il passaggio dalla “repubblica dei partiti”, all’attuale sistema, non solo questo sviluppo ha invaso tutte le forze politiche poiché l’autoritarismo dei vertici non riesce a controllare lo sviluppo dei feudi locali, ma la frammentazione politica giunge ad uno stadio ulteriore. I leader politici, sindaci o presidenti di regione,infatti, hanno pensato bene di fare liste proprie, aperte anche ad accordi con le opposizioni: nel Lazio il caso Polverini ne è un esempio, anche se non il solo.

Questo proliferare di liste personali o”civiche” più che dare spazio ad istanze locali costituiscono strumenti per accordi che nulla hanno di programmatico e tantomeno di carattere politico.

Sono situazioni aperte al più plateale mercanteggiamento o trasformismo che finiscono per indebolire ulteriormente la politica e i partiti, sviluppando filiere clientelari che divengono le finalità vere dell’impegno politico e non solo un mezzo per rastrellare voti.

Anche questo fenomeno rientra nel quadro della difficoltà dell’attuale sistema politico di esprimere indirizzi, coalizioni e alternative e deve sollecitare la necessità di immettere nel sistema elementi di autorevolezza, di convergenza e di chiarezza nelle scelte da porre all’elettorato.

A livello regionale e comunale i partiti sono chiamati ad esprimere classi dirigenti valide, in grado di misurarsi sui problemi, come dicono le più autorevoli autorità cattoliche, generazioni capaci di rappresentare una nuova classe politica e non ricorrere a personalità esterne che solleticate dai sistemi leaderisti finiscono per esprimere una esasperata personalizzazione della politica ed una dilagante autoreferenzialità.

A livello nazionale appare sempre più evidente che la crisi assume sempre più i connotati di una crisi istituzionale non curabile con il pannicello caldo di una diversa legge elettorale.
10/05/2011
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A Milano prove amministrative di "santa alleanza".
Che a Milano si stiano svolgendo le prove per una “santa alleanza” dai centristi al PD, dai vendoliani al movimento di Grillo, non emerge solo per la dichiarazione di Pisapia , come scrive Repubblica del 9 maggio , “di voler dialogare con ‘chi avrà votato Terzo polo e Movimento 5 stelle’ “.

L’humus sociale e culturale viene da Bassetti e da quel mondo cattolico di sinistra che a Milano ha goduto, tradizionalmente, di autorevolissimi appoggi, anche per tentare di contrastare le attività dei ciellini, e che ha partorito l’iniziativa del “51 per cento”.

Il sole 24 Ore nel mese di aprile aveva fatto un’analisi precisa. Ecco i brani salienti di quell’articolo.

“L'idea del gruppo dei Cinquantuno viene fatta risalire al 26 febbraio, quando, durante la serata di Pisapia e Nichi Vendola al teatro dal Verme di Milano, Stefano Boeri parlò di imprese, Valerio Onida di legalità e Piero Bassetti di alleanze. Il movimento si ispira a quest'ultimo concetto, e lo promuove con le prime prove tecniche di dialogo allargato col Terzo polo”. “La riflessione parte già dal nome, il 51%: se al ballottaggio il centrosinistra vuole incassare la maggioranza dei consensi dovrà pure allearsi con il centro, decisivo, evidentemente, in questa tornata elettorale.

Tra i primi interlocutori del gruppo dei Cinquantuno c'è, non a caso, Carlo Scognamiglio, ex presidente del Senato, oggi vicino all'Udc, Fli e Api. Lo stesso Marco Vitale, che oggi ha aderito al movimento pro Pisapia, era inizialmente un sostenitore del Terzo polo nella speranza di vedere candidato Bruno Tabacci (a cui è stato preferito però Manfredi Palmeri)”.

Troviamo, in sostanza gli stessi ingredienti che avevano animato, a suo tempo, l’iniziativa unitaria del centrosinistra intorno a Prodi, con l’ipotesi che il sostrato cattolico progressista possa compiere il “miracolo” di mettere insieme gli interessi imprenditoriali con il “racconto “ vendoliano della classe operaia, il legalismo di Fini con il qualunquismo di Grillo, il rancore antiberlusconiano di Tabacci con un PD ormai catturato dal giustizialismo.

Chi uscirebbe annullato da una eventuale successo di questa “santa alleanza” è il terzismo più o meno tattico di Pierferdinando Casini che si troverebbe nell’impossibilità di svolgere il suo ambizioso disegno di essere il perno delle alleanze , in questo caso quella alternativa a Berlusconi.

Si vanno sempre più notando i segni di questa difficoltà nella quale viene sempre più a trovarsi il leader dell’UDC che ha innalzato i toni polemici nei riguardi di Berlusconi, preoccupato, forse più da questo ritorno che potremmo forzatamente definire “neodossettiano”, che della stessa ipotesi di modifica della legge elettorale che la maggioranza sta preparando per uniformare il premio di maggioranza del Senato a quello della Camera, vanificando le manovre da ago della bilancia di Casini.

Il leader dell’UDC si sta immergendo sempre più nella melma formata dal rinnovato attivismo cattolico progressista e dall’ antiberlusconismo viscerale dei finiani e le elezioni milanesi non possono essere catalogate come un episodio locale, per il carattere politico nazionale che hanno ormai assunto.

Chiunque vinca a Milano e, certamente, resta alta la possibilità che la Moratti diventi sindaco al primo turno, la linea politica di Casini andrà incontro ad una sconfitta che questa volta la proverbiale astuzia tattica del leader centrista non riuscirà a nascondere.
06/05/2011
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Guerra in Libia: sconfitta delle opposizioni alla Camera.
Eppure era tutto, ragionevolmente, prevedibile.

Che il dissidio tra Bossi e Berlusconi sull’azione militare in Libia , pur avendo toccato livelli notevoli, fosse, tutto sommato, destinato a ricomporsi.

Che le linee politiche all’interno delle opposizioni fossero nettamente contrastanti e che nulla facesse pensare che avrebbero trovato un’unità.

Che la richiesta di dibattito parlamentare e di voto, voluta dal PD e da Franceschini, apparisse, anche ad una parte consistente del partito di Bersani, senza un briciolo di utilità.

Eppure si è andati avanti fino a sbattere contro il muro rappresentato dalla vittoria numerica e politica della maggioranza. Il testo della mozione Reguzzoni, Cicchitto, Sardelli, poi, non ha quel carattere eversivo che gli è stato attribuito , per esempio, da Pierferdinando Casini.

Ogni operazione militare ha un tempo di azione e a maggior ragione in Libia, in accordo con gli organismi internazionali ed anche perchè la soluzione diplomatica sembra essere la via più concreta; il costo di una missione , che non trova apprezzamento nell’opinione pubblica del Paese, non deve comportare oneri fiscali aggiuntivi; il “concorso di tutti i paesi alleati rispetto alle ondate migratorie in essere” è una richiesta logica e doverosa.

Il crack del PD in aula, poi, ha ricevuto un sonoro rimbrotto dallo stesso Presidente della Repubblica il quale, allevato ad una logica politica seria, è rimasto sorpreso per la sua illogicità.

Il desolante scenario offerto dalle opposizioni ha, infatti, coinciso con il richiamo di Napolitano che, intervenendo nelle stesse ore al dibattito sulla figura di Antonio Giolitti, rivolto alle opposizioni , ha ricordato le parole dell’illustre uomo politico: “Chi fa politica a sinistra, che è, a quanto pare oggi all’opposizione, dovrebbe leggere la definizione di cosa sia l’alternativa”, che , appunto, deve essere “credibile, affidabile e praticabile”.

Il “capolavoro” del PD ha portato ad un altro risultato che non è stato sottolineato a sufficienza. La mozione della Lega corretta dal PDL nel senso di collocarne gli impegni nel quadro delle decisioni degli organismi internazionali, ha obbiettivamente, contribuito ad innalzare lo status leghista dal recinto locale al livello nazionale.

Dopo la mozione proposta, corretta in maggioranza ed approvata, la Lega – ci dispiace per i detrattore di questo partito – si è ritrovata ad avere un rango nazionale per il raggiungimento del quale aveva trovato difficoltà, sia per oggettive ragioni interne, sia per l’ostracismo degli avversari.
29/04/2011
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L'accordo tra FLI e Sinistra è già fatto.
Forse Pierferdinando Casini fa finta di ignorarlo, ma l’accordo tra FLI e sinistra è cosa fatta.

Il Giornale pubblica come prova il programma elettorale della candidata sindaco di Cassini , espressione dell’UDC, ma che vede allineati, oltre a due liste civiche, i simboli di Psi, Pd, Udc e Fli.

Ma a Cassino l’accordo è ispirato dall’esponente locale e parlamentare del partito di Casini che, dopo essere stata assessore della giunta Storace, è da anni alleata con il PD e che , forse anche per questo, ha fortemente ridotto la sua forza elettorale.

Cassino non è Milano il cui risultato, insieme a quello del capoluogo regionale della Campania, deciderà del bilancio politico di questa tornata elettorale.

Qui il massimo esponente del FLI è stato chiaro: “è più facile che Santoro diventi portavoce di Berlusconi che Fli si apparenti con la Moratti”.

L’accordo elettorale FLI-PD è anche il riflesso di una linea comune tra questi due partiti anche a livello parlamentare, come hanno dimostrato la votazione alla Camera sul fine vita che hanno visto misurarsi PDL, Lega, UDC contro PD ( con esclusione di parte degli ex popolari ) , FLI, IDV e radicali eletti nel PD.

Ma tutto ciò è anche logico: il cammino del distacco dei finiani dal PDL è una strada senza ritorno.

La prima uscita elettorale di FLI avviene su un terreno scivoloso poiché il meccanismo di voto è nettamente bipolare.

La posizione dell’UDC ha un retroterra di adattabilità maggiore poiché una linea di centro può avere un comportamento più duttile nelle alleanze. Un partito di centro,infatti, può anche perdere l’elettorato di destra mantenendo un ruolo politico, anche se di poco spessore elettorale, ma un partito che si dichiari di destra se perde l’elettorato schierandosi contro il centro destra, perde consensi e funzione politica.

Il percorso di FLI, dicevamo, è obbligato, ma – e Casini lo sa bene – anche senza uscita. Ed è per questo motivo che Casini continua a difendere Fini e Bocchino, ben sapendo che del terzo polo rimarrà solo lui.

Già i sondaggi indicano che, pur non crescendo, i consensi per l’UDC sono nettamente sopra a quelli per FLI che l’astuto Casini si appresta a razzolare.
20/04/2011
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Come costruire un presidente.
Casini, nell’intervista a Il Corriere della Sera del 18 aprile , l’ha buttati lì, come al solito con nonchalance.

“Mi auguro che scendano in campo personalità come Montezemolo e la Marcegaglia” e, aveva detto prima ” io non ho mai creduto e non credo a sante alleanze”.

Il combinato disposto di queste due affermazioni spiega la strategia del leader dell’UDC.

Con una metafora vietcong si potrebbe dire che Casini vuole conquistare la città, essendosi impossessato prima della campagna.

Fuor di metafora, Casini , pur pensando di dover fare un accordo con il PD e non intendendo mollare l’elettorato moderato, il cui blocco sociale fa riferimento a Berlusconi, ritiene necessaria, come elemento attrattore, la candidatura di un esponente del mondo imprenditoriale.

L’idea è di puntare a togliere il nutrimento sociale a Berlusconi, svuotandolo del consenso moderato che invece, garantito da un’esponente della CONFINDUSTRIA, potrebbe riversarsi su un accordo UDC – PD, cioè su un centro sinistra che si definirebbe “moderato e riformatore”.

Il candidato ideale non sarebbe il logoro Montezemolo, in fondo poco attraente non solo per le sconfitte della Ferrari, ma anche per quelle scappatelle giovanili che Agnelli , da buon padre di famiglia, gli perdonò e che il rancoroso Romiti ha avuto la malvagità di ricordare in una intervista abbastanza recente.

La Marcegaglia è un’altra cosa. E’ donna e questo rappresenterebbe una novità importante; è una espressione diretta dell’industria italiana, non ha nemici anche perché agli occhi del geloso mondo degli imprenditori non appare arrogante, né troppo potente economicamente; è più simpatica di Montezemolo.

Che senso avrebbe questo disegno politico?

La politica ricorrerebbe ancora una volta al mondo esterno, in questo caso al capo degli industriali, per ricoprire il massimo degli incarichi politici. Cioè una ulteriore abdicazione al proprio ruolo.

Non siamo in presenza di una personalità di grande rilievo. A capo della CONFINDUSTRIA ci sono stati uomini di grande spessore da Alberto Pirelli ad Angelo Costa, da Furio Cicogna a Giovanni Agnelli, da Luigi Lucchini a Guido Carli a Sergio Pininfarina. Ma all’astuto Casini questo va bene, anzi benissimo: è la “caratura” giusta, verrebbe garantito il suo ruolo di grande ispiratore di questa svolta politica.

Agli elettori? La storia ci insegna che non basta il possesso di risorse e l’appoggio dei media amici (gli imprenditori posseggono la maggior parte della stampa ) a fare di un personaggio legato a interessi sociali, un leader politico. Berlusconi ha realizzato il suo obbiettivo partendo da un’idea politica ( occupare l’area moderata la cui rappresentanza era stata debellata da tangentopoli, proponendo un cambiamento e operando con un miracolo di comunicazione ). Senza questa idea i mezzi non sarebbero serviti a niente.

Non sarà facile costruire con la Marcegaglia un Presidente.

E poi, il PD sarebbe in grado di scrollarsi di dosso le sinistre contestatarie e il giustizialista Di Pietro?

Quanto è in grado di reggere l’elettorato PD nel sostenere un presidente “dei padroni” e non cedere a sinistra troppi consensi ?

Berlusconi e la Lega, poi, ricevono consensi di strati popolari che si sentono garantiti da una politica che non è a servizio dei grandi interessi che tanto hanno pesato nel Paese drenando risorse pubbliche. Questo consenso del centro destra non è facilmente trasferibile ad un centro sinistra moderato che sia rappresentato, in prima persona, dal potere economico.

Ma ci sono altri aspetti, ancor più rilevanti, da sottolineare.

La crisi politica che attraversa il sistema è anche crisi istituzionale e deve essere curata con la politica e con le riforme istituzionali.

Non potrà essere un leader legato ed attento a specifici interessi a costruire un progetto politico di questa portata.

E’ la politica e sono i politici a doversi assumere la responsabilità e dimostrare il coraggio di scendere in campo in prima persona.

La politica deve avere il coraggio di misurarsi con i progetti e chiedere il consenso per governare.

Nascondersi dietro i paraventi confindustriali è una operazione certamente astuta, ma non all’altezza dei grandi temi che premono sull’Italia.
13/04/2011
[stampa]
Delusi dall'Europa.
L’ondata immigratoria rafforzata dai recenti “moti” nordafricani e che è giunta sulle coste italiane, si inserisce in un quadro di questioni di carattere generale che meriterebbero un approccio di alto livello geopolitico.

L’atteggiamento dell’Europa nei riguardi dell’Africa si è impostato, dopo la fine del colonialismo, come abbandono e senso di colpa. Questo spiega il sostanziale disinteresse delle istituzioni comunitarie verso questo continente che negli anni della guerra fredda vide l’attenzione dell’URSS e oggi della Cina.

E’ vero che le nazioni europee avevano svolta anche un’opera di sfruttamento, tuttavia, come ha rilevato G. Baget Bozzo nel libro “Tra nichilismo e islam”: “ l’europeizzazione era sentita da parte dei popoli colonizzati come la costituzione della loro identità politica, come l’uscita da una concezione della vita dominata dal sistema arcaico della tribalità e costruita solo in funzione della totalità religiosa in cui essi erano vissuti”.

Il paradosso, sempre seguendo questa analisi, è che mentre “ la modernità europea è concepita dai popoli colonizzati come la forma di civiltà a cui essi aspirano”, “i popoli che l’anno creata la sentono come una storia perduta, come un’avventura finita male”.

Questa ragione profonda spiega come mai manchi una politica dell’Europa verso l’Africa e l ‘assenza di un impegno per lo sviluppo.

Senza questi presupposti il continente subirà nel tempo una progressiva emigrazione che può essere accresciuta da concause come le guerre , le lotte tribali , le dittature più o meno sanguinarie. E’ possibile una politica di interventi per lo sviluppo in Africa da parte delle istituzioni europee? Questa è la domanda alla quale l’Europa non è capace di rispondere.

Oggi, siamo, addirittura, al rifiuto di predisporre una politica comune nei riguardi dell’immigrazione.

E’ un segnale di inesistenza dell’Europa.

La constatazione, come scrive Giorgio Ferrari in un articolo di fondo dell’Avvenire del 12 aprile, del “guazzabuglio politico e diplomatico nel quale è usa navigare” l’Europa, “dove ciascuno si muove in ordine sparso e spinto da interessi e pressioni interne che nulla hanno a che fare con una politica estera comune “ è del tutto evidente e porta argomenti a chi critica la politica comunitaria.

Anche il segretario di stato Cardinal Bertone si è detto “deluso dall’Europa” perché essa “ ha perso il suo spirito profondo di grande solidarietà”.

In altre parole l’Europa delle istituzioni comunitarie non si presenta più come civiltà e cristianità e quindi ,perdendo la sua identità, finisce per essere nulla.

Solo i reperti politici della sinistra postcomunista esaltano sempre e comunque le istituzioni europee, forse perché la cultura e gli intessi della tecnocrazia europea risultano affini alla ideologia “borghese” che prevale in questa parte politica.

Si può essere europeisti e criticare l’Europa, si può aver creduto del progetto europeo degli anni’50 ed essere delusi per il livello di oggi. Si può avere una cultura europea e cristiana e guardare con scetticismo agli egoismi e particolarismi di oggi.

Se per le sinistre l’Europa delle lobbies è intoccabile, questo non può essere vero per tutti.
12/04/2011
[stampa]
La decomposizione delle forze politiche e il presidenzialismo.
E’ interessante quanto scrive Angelo Panebianco su Il Corriere della Sera del 9 aprile.

Più che un’analisi è una rappresentazione della realtà.

Giustamente l’editorialista descrive la “radicalizzazione del conflitto politico” e soprattutto “la decomposizione delle forze politiche esistenti”.

Questa “disarticolazione”, rileva, sta avvenendo anche nel PDL con la nascita di “raggruppamenti autonomi”. Vengono citati Scaiola e Miccichè.

“La classe politica , a destra e a sinistra, sembra disgregarsi in una miriade di piccoli potentati autonomi “ e la causa viene fatta risalire nell’articolo alle inchieste giudiziaria dei primi anni novanta che ruppero i contenitori, ritornando, “con gli aggiornamenti del caso, alla politica dei notabili dell’Italia pre-fascista o della Terza Repubblica francese”.

Con la legge maggioritaria e, soprattutto con Berlusconi e la sua forte leadership si riuscì a garantire “la tenuta e la coesione del contenitore elettorale” del centro destra , ma ora con il declino “vero o presunto” del premier si ritorna verso lo “sfarinamento politico”.

Angelo Panebianco anche in questa occasione, pur facendo una analisi corretta che gli deriva da una sua acutezza sociologica, non riesce ad intravedere una indicazione politica.

Infatti conclude il suo articolo sostenendo che le leggi in vigore non sono in grado di evitare la disgregazione, forse ipotizzando che ne occorra un’altra, poi sostiene che “sarebbe necessario” “un accordo fra le principali forze politiche per interventi anti-frammentazione”, anche se “quelle forze politiche sono ormai troppo frammentate per poterlo stipulare”.

E’ vero. Non è realistico pensare alla possibilità di un accordo tra forze politiche che, ormai, hanno abbandonato la politica per rifugiarsi nel giustizialismo e nella intoccabilità della Costituzione ( PD- IDV ), nel nostalgismo ideologico ( SEL ), in una politica di solo tatticismo (UDC ), nella levità del programma politico per un pragmatismo fine a se stesso ( PDL ) o nella visione unidirezionale del federalismo ( Lega).

Per far ritornare i partiti a svolgere un ruolo politico alto occorre avere la forza di indicare obbiettivi importanti, storici.

La frammentazione non si risolve solo con una nuova legge elettorale. Si tratterebbe di un mero espediente tecnico, come si è dimostrato con tutte le leggi adottate negli ultimi anni: dal “mattarellum”, al cosiddetto “porcellum”.

Si è risolto il tutto in un fallimento perché la disgregazione politica non è stata arrestata.

Occorre indicare l’obiettivo di una Nuova Repubblica , prendendo atto che il parlamentarismo fondato sui partiti, cioè la repubblica dei partiti, è morta perché sono state cancellate le forze storiche che l’avevano costruita e gestita, dimostrandosi incapaci di difendere quel modello politico e avendo perduto anche la consapevolezza del loro ruolo storico.

Oggi quella politica è finita per sempre, quella forma partitica è stata cancellata per sempre e senza i partiti il modello parlamentare è debole, non rappresentativo, inadeguato a risolvere i problemi della gente.

Da queste rovine rimane solo un elemento di fondo sul quale ricostruire i modelli politici : la sovranità popolare che deve trovare le vie istituzionali per esprimersi e ridare ruolo e fiducia ai cittadini.

Se non può essere un patto tra le forze politiche “per interventi antiframmentazione” a ricostruire la saldezza e la rappresentatività del sistema politico, allora solo un nuovo patto tra cittadini e istituzioni può ricostruire i partiti e le loro classi dirigenti , realizzando un modello politico presidenziale.

Basti ricordare che la riforma presidenziale in Francia salvò il sistema politico ed anche i partiti.

Sul grande tema della riforma della Costituzione che non si risolva in piccole ricette per modesti obbiettivi e per marginali ritocchi, può riaprirsi un confronto importante che ridarebbe alle forze politiche ruolo e credibilità.

La sinistra post comunista e post democristiana chiuse nel “patriottismo costituzionale” sono incapace di affrontare questo tema, altri partiti sono espressione di qualcosa che è al di fuori della politica o si perdono nel tatticismo politico.

Il PDL che non ha i complessi storici della sinistra, se non finirà nella palude del correntismo post democristiano, ha questa sola chance, altrimenti non si salverà dallo sfascio generale.

Insieme alla riforma della giustizia deve proporre anche questa riforma istituzionale.
07/04/2011
[stampa]
"Ne' di destra, nè fascista".
Antonio Martino che per stile va realmente apprezzato e che non può essere accusato di disonestà intellettuale come, invece, dice, Generazione Italia, un errore, tuttavia lo commette quando scrive su Il Giornale : “ Fini non è più di destra, ma resta sempre un fascista”.

Questo perché Fini non è né di destra, né fascista.

Il suo pensiero naviga tra un’incoerenza etica personale approdata ai principi laicisti, ed un concetto di legalità chiuso in se stesso, cartaceo e giustizialista, senza radici in valori e programmi di spessore storico e culturale.

La sua incoerenza politica lo sta portando a mostrarsi utile al disegno della sinistra e soggiogato dalla capacità tattica e politica di Casini.

Gioca a fare il democristiano, ma non ha lo spessore, né la cattiveria dei personaggi di quella politica e di quel partito e si prende le piccole vendette impedendo ai parlamentari di votare, con il risultato che il voto della Camera non corrisponde alla maggioranza dei presenti in aula.

Non è, come dice Martino, “un episodio grave e inedito”, ma una banale, piccola cattiveria di un modesto presidente d’aula.

Questo episodio che, giustamente, ha fatto arrabbiare Antonio Martino, però non è sufficiente a definirlo un fascista.

Scrive Generazione Italia che Fini “ha fatto un percorso difficile, tortuoso ma necessario per depurare definitivamente la destra italiana dai residui del fascismo”, ma non è così perché gli uomini della destra – vedi Democrazia Nazionale - hanno ragionato e compiuto il loro percorso per andare oltre il fascismo, chiudendo con quella esperienza, ma incontrando idee, valori che si ritrovano nella tradizione storica e nazionale italiana.

Fini, invece, al termine del suo percorso ha incontrato Eugenio Scalfari e il giustizialismo e, forse, presto, Niki Vendola.

Auguri!
25/03/2011
[stampa]
Emergenza Immigrazione.
Sfugge la logica politica che sta dietro all’affermazione fatta da alcuni esponenti della sinistra per la quale solo con una forte partecipazione all’attuazione della risoluzione 1970 dell’ONU che tradotto nel linguaggio guerrafondaio di certi esponenti del PD significa solo impegnandoci seriamente nella guerra alla Libia, potremmo contare sulla disponibilità dell’Europa ad affrontare insieme l’emergenza immigrazione.

E’ fuori delle categorie di analisi dell’ideologia multiculturale cercare di governare un fenomeno che non può essere valutato solo sotto l’ aspetto umanitario, ma che comporta problemi di sicurezza, di organizzazione di accoglienza, costi non lievi di carattere economico e sociale, impatto con le popolazioni locali, rischi di influenza da parte di nuovi “mercanti di schiavi”.

Anche l’accordo con il governo libico che aveva consentito quasi l’azzeramento dei flussi immigratori era stato valutato con grande sufficienza dai partiti di sinistra in nome di una solidarietà strumentalmente proclamata e non vivibile e reale.

Si dice che tutto il nord Africa sia in una fase di grandi trasformazioni verso quale risultato è assai difficile prevedere, mentre è certo è che questi sconvolgimenti politici rallenteranno per un po’ di tempo lo sviluppo economico di questi Paesi e che, quindi, anche per queste ragioni, i flussi immigratori sul nostro territorio avranno un aumento esponenziale. E’ dovere del governo affrontare adeguatamente la questione.

Mentre appare utile che le diverse regioni si siano dimostrate disponibili ad accogliere quote parti dei questi immigrati, occorre con fermezza, come ha sostenuto la Lega, porre in sede europea e come elemento da tener conto anche nell’ambito degli obblighi inerenti le operazioni sulla Libia, la questione della regolazione e controllo del fenomeno.

Occorre valutare da parte delle autorità preposte quali siano coloro che abbiano diritto alla posizione di profughi tutelati da norme internazionali e costituzionali e, invece, riservare un diverso trattamento verso coloro che, senza motivi legati ad apetti di insicurezza personale, emigrano con una speranza che, spesso, diventa illusione, di un futuro diverso.

Questi ultimi vanno riaccompagnati verso i paesi di origine anche al fine di far cessare quei fenomeni speculativi che lucrano sulla disperazione .

I flussi immigratori vanno controllati da organismi internazionali; non possono essere lasciati ai comandanti delle imbarcazioni e devono svolgersi in condizioni di sicurezza per porre anche fine ai tanti naufragi e alle morti nell’oblio alle quali non si concede neppure una riga di notizia.
08/03/2011
[stampa]
Federalismo e nazione italiana.
Con l’approvazione da parte della Camera del testo del decreto sul federalismo municipale , la riforma più rilevante in discussione nell’attuale legislatura ha fatto un ulteriore passo avanti.

Questo importante cambiamento della struttura politica ed istituzionale del nostro Paese presenta difficoltà di percorso normativo – pensiamo ai problemi dell’articolazione della fiscalità regionale e la determinazioni dei costi standard – e resistenze di tipo politico.

Queste ultime non dimostrano un adeguato e qualificante livello di argomentazioni.

E’ evidente la strumentalità di coloro che hanno proposto alla Lega l’approvazione del federalismo in cambio di una disponibilità ad abbandonare Berlusconi.

Se non sorprende che sia stato l’ex leader di AN – ormai mosso dal solo antiberlusconismo - a proporre questo “scambio”, lascia perplessi che un partito – il PD - che si era proposto come un partito di forte capacità propositiva, finisca, su temi di carattere istituzionali, per scivolare in un tatticismo privo di spessore e destinato ad essere sconfitto, poiché la Lega resta alleata del PDL.

La crisi del PD è ormai evidente, registrata non solo dall’abbandono di decine di parlamentari, ma ancor più palesata dall’ assenza di temi riformisti e dal prevalere della deriva giustizialista. Deriva, peraltro, che si potrebbe dimostrare, in questi giorni, assai fragile.

Questo difficile federalismo si scontra con una problematicità legata alla stessa storia d’Italia.

Lo Stato italiano è stata costruito secondo una logica centralista a motivo storico del ruolo del Piemonte nella vicenda risorgimentale.

Come ha scritto Giovanni Sale ( L’unità d’Italia e la Santa Sede – Milano 2010, pag. 21 ) “nel tumultuoso e affrettato processo di unificazione lo ‘Stato accentratore’ soffocò e annientò la ‘nazione’ “.

L’unità della nazione è stato un percorso lungo e difficile. L’Italia ha conosciuto nella sua storia contemporanea le tragiche vicende di divisioni fratricide sia nella fase di annessione del Regno delle due Sicilie, che negli ultimi anni del conflitto mondiale. Le stesse vicende politiche del dopoguerra non hanno contribuito a rendere possibile il raggiungimento di una forte, condivisa e compiuta coscienza nazionale. Anche oggi assistiamo a scontri e divisioni oltre il lecito nella dialettica tra politiche e partiti diversi.

Il Federalismo non può rimanere nei limiti di un rivendicazionismo delle risorse o nel solo pur importante aspetto della responsabilizzazione delle amministrazioni o, addirittura mortificato dal tatticismo degli schieramenti politici, ma deve assumere un fondamento di largo spessore storico e cioè quello di servire la causa della nazione italiana che era ed è portatrice di istanze sociali e culturali diverse tra loro.

Questa italianità che Gioberti chiedeva non fosse snaturata in “un’Italia imbelle, schiava e scimmia” degli altri Paesi e delle altre culture nazionali, questo pluralismo e questa ricchezza devono trovare nel Federalismo la loro cornice istituzionale.

Registriamo con interesse la pubblicazione nel numero di gennaio di Studi Cattolici di un pregevole saggio di Pier Paolo Ottonello su “Rosmini & l’Italia federale”.

Ne consigliamo la lettura agli esponenti di quelle forze politiche che ritengono di ispirarsi alla cultura cattolica e li invitiamo a riflettere sulle radici vere del federalismo per superare una pregiudiziale contrarietà e a contribuire e collaborare per fare di questa riforma una occasione storica per la nazione italiana.
28/02/2011
[stampa]
Gianfranco non sarà santo ma alleato si.
Ci sarà pure una ragione se Il Riformista del 25 febbraio , in prima pagina, a proposito degli interventi televisivi e delle interviste di Fini , titola “ Gianfranco non sarà santo, ma alleato sì”.

E nell’intervista ad Anno Zero dl 24 febbraio il Presidente della Camera spiega che è disposto anche ad una alleanza che arrivi fino a Vendola: “Ci dovrebbe essere non una lista comune alle elezioni, ma un’intesa nello stesso momento in cui si ravvisa la necessità di riformare il Paese”.

Il tema delle riforme costituzionali richiama la parte più qualificante del programma di ogni forza politica e sappiamo tutti che sulla forma della Repubblica, sulla giustizia, sulla libera iniziativa in campo economico e su aspetti connessi con il sistema politico quali i metodi di elezioni, tra il centro destra e il centro sinistra vi sono analisi storiche, culture, progetti politici assai diversi che , auspicabilmente dovrebbero trovare uno spazio di intesa, ma che partono da punto di vista assai diversi.

Ora indicare una intesa che vada da Vendola al Terzo Polo per le riforme, significa condividere, nella sostanza, quanto propone, in questo ambito, la sinistra, cioè pensare ad una alleanza strategica sui temi più importanti che l’agenda del Paese si trova ad affrontare, ovvero, fare una scelta di campo

Questa scelta non sorprende: quando sui temi etici ci si sposta a sinistra, quando non si crede più, sostanzialmente, nel bipolarismo, quando si sceglie il giustizialismo e non si ritiene che ci sia uno squilibrio tra potere politico e potere giudiziario, quando si sposa il “patriottismo costituzionale” rinunciando alla tradizione riformista della destra, quando, sul piano culturale, ci si avvicina ai testi e agli autori del radicalismo laicista, quando si sceglie consapevolmente tutto ciò che è gradito alla sinistra e ai suoi mass media, la scelta è fatta.

E tanti auguri! g
16/02/2011
[stampa]
Fini un monarca senza popolo
L’argomento principale usato dai finiani nelle polemiche con Berlusconi e il PDL è sintetizzato nella formula che questo partito sarebbe retto da un monarca.

Certo, sarebbe facile ricordare come lo stesso Fini guidò Alleanza Nazionale in un modo non democratico e ignorando il pluralismo delle idee. Ne sanno qualcosa gli stesi ex “colonnelli” che, a seguito di una indiscrezione su alcune critiche da bar, si videro azzerate le posizioni in quattro e quattrotto.

Quello che è successo a Milano al congresso di fondazione di FLI, sul piano della conduzione monocratica, rappresenta una vetta mai raggiunta , nella storia dei partiti politici democratici.

Messo, inizialmente, nel simbolo il nome di Fini, alla vigilia del congresso il nome viene cancellato e sostituito con FLI, poi, al congresso viene acclamato Presidente lo stesso Fini che, senza passare per gli organi che dovrebbero essere abilitati alle scelte ( direzione politica e gruppi parlamentari ), decide di nominare il suo vice, i capi gruppo parlamentari e il portavoce.

Una volta decisi gli assetti di vertice, lo stesso Fini si autosospende dalla carica e gli subentra l’on. Bocchino.

Con quale argomenti FLI continua a criticare la “monarchia” di Berlusconi quando, già dai primi passi, il nuovo partito si muove nella stessa logica denunciata ?

Mentre assistiamo a questi spettacoli inverecondi, cresce la moral suasion per le dimissioni di Fini da Presidente della Camera.

E’ quello che chiedono non solo opinionisti assolutamente imparziali che firmano articoli di fondo nei quotidiani più autorevoli, ma anche qualche intellettuale che nell’ambito di FLI tenta di mantenere una indipendenza di pensiero.

Questa arroganza personalistica, insieme ad evidenti errori tattici e strategici, sta logorando il consenso verso FLI e, come appare dai sondaggi effettuati all’indomani del Congresso di Milano, contribuiscono a frenare le intenzioni di voto verso il cosiddetto terzo polo.

Quella di Gianfranco Fini sta diventando una “monarchia” senza popolo.

E’ ancora presto per anticipare gli sviluppi della situazione, ma l’impressione è che la stessa scelta di Bocchino quale coordinatore del nuovo partito provocherà disagi e malumori nelle altre due formazioni politiche ( UDC e API ) che, pur essendo chiaramente all’opposizione di Berlusconi, non intendono condividere gli stessi metodi e lo stesso linguaggio politico dei vertici di FLI.
03/02/2011
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L'Europa che nega la verità non può difendere la libertà
L’incontro tra i ministri degli esteri dell’Unione europea sugli impegni per la difesa della libertà religiosa si è concluso con un nulla di fatto.

La dichiarazione di condanna per le persecuzioni contro i cristiani, per il fatto che non venivano citati né i Paesi nei quali avvengono le persecuzioni e gli eccidi, né gli impegni concreti a difesa delle comunità perseguitate non ha trovato d’accordo alcuni paesi sopratutto Italia e Francia.

L’Italia ha insistito perché la parola “cristiani” fosse presente nel documento, scontrandosi , come ha rilevato l’Avvenire “con il muro eretto dalla gran parte degli altri ministri”.

Questo esplicita posizione dell’Italia conferma la linea politica del governo attento alla difesa dei caratteri cristiani, anche su aspetti di politica internazionale.

La posizione dei Ministri degli Esteri evidenzia anche un atteggiamento di distacco da quanto aveva approvato il Parlamento Europeo nei giorni precedenti.

Il Parlamento europeo, infatti aveva accolto una iniziativa italiana originata dal l’europarlamentare del PDL Mario Mauro presentando una mozione che denunciava i gravissimi atti di terrorismo contro i cristiani in Egitto , Nigeria ed Iraq e le violenze in Pakistan ed Iran.

Il documento chiedeva che l’azione diplomatica dovesse garantire la libertà di culto e la sicurezza delle comunità come una priorità nelle relazioni dell’Ue con il resto del mondo, anche rispetto agli accordi di cooperazione economica e politica.

Si richiedeva , anche, di mettere in piedi “ un elenco di misure contro gli stati che non tutelano le confessioni religiose” e la riunione dei ministri degli esteri del 31 gennaio con la Ashton avrebbe dovuto approvare le possibili misure concrete e le eventuali sanzioni economiche o politiche da applicare nel caso di Paesi che deliberatamente negassero protezione alle minoranze religiose.

La riottosità di molti paesi europei ad esprimersi favorevolmente rispetto a quanto indicato dal Parlamento dimostra i limiti della costruzione politica europea.

L’Europa non diverrà mai uno stato, e la sola moneta unica non basterà a caratterizzarlo come una realtà politica vera.

La questione delle radici cristiane non è un elemento aggiuntivo e laterale rispetto all’Europa, ma ne è l’essenza.

Questa caratterizzazione dell’Europa deve entrare come un discrimine per le alleanza che si vanno costruendo anche in sede politica interna. Qualche forza politica spaccia per vero europeismo quello che si presenta come un disegno economicistico e privo di quei riferimenti civili che appartengono alla storia ed alla tradizione del Continente.

Un’Europa senza radici cristiane , è anche un’Europa che, negando la verità non è in grado di affermare la libertà.
25/01/2011
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Magistratura e politica.
Erano trascorse appena poche ore dalla sentenza della Corte Costituzionale che aveva spostato a favore della valutazione del giudice la sussistenza dell’impedimento a presentarsi da parte dei rappresentanti del governo, che un invito a comparire, collegato ad una richiesta di processo immediato, giungeva alla Camera, nei riguardi di Silvio Berlusconi.

Balza agli occhi, in maniera evidente, che la costruzione dell’accusa è avvenuta attraverso un sistema di indagine che ha fatto dire ad un osservatore acuto ed imparziale come Piero Ostellino che ci si trova di fronte ad un “attacco alle libertà individuali”: “ non mi pare – ha scritto sul Corriere della Sera del 17 gennaio – né consono ad uno Stato di diritto, né tantomeno, ad un Paese di democrazia liberale , diciamo pure, civile, che – per suffragare le accuse nei suoi confronti – si siano monitorate centinaia di altre persone, finendo con infangarne la reputazione, quale che essa sia o si presuma che sia”.

Peraltro, ha ragione Massimo Franco che, il giorno successivo sempre sul Corriere, esprime perplessità sulla linea difensiva che il centro destra ha costruito che si esaurisce nel resistere e rifiutare il processo.

Ora, innanzitutto, la questione è come la politica possa reagire ad una situazione nella quale le iniziative della magistratura, oggettivamente, comportano una invasione del campo politico con la conseguente instabilità, indebolimento e ricorso a elezioni che si svolgerebbero in un clima nel quale il distacco degli elettori ridurrebbe la legittimazione degli organismi parlamentari e di governo.

In questa situazione, la politica è chiamata a fare il suo ruolo fino in fondo e cioè a compiere quelle scelte e ad approvare quelle riforme che tendano a irrobustirne l’attività, togliendo quei condizionamenti che finiscono per indebolirla di fronte ai poteri economici, oggi transnazionali.

Questa forza della politica si deve basare sulla piena espressione della legittimazione popolare, cioè l’investitura diretta del governo, sull’equilibrio dei poteri che escludano invasioni di campo, su una correlazione tra programmi e governo, ovvero sulla prevalenza dei programmi rispetto alle politiche di schieramento, sulla impossibilità di aprire crisi al buio, su sistemi elettorali chiamati a sostenere la stabilità e le aggregazioni politiche e a penalizzare il frazionismo.

Il sistema politico della prima repubblica che aveva per anni mantenuto un suo equilibrio ed una sua positiva operatività, va cambiato fino in fondo, con una stagione di riforme costituzionali che pongano l’Italia nella condizione di affrontare le sfide che la condizione della globalizzazione comporta. Ne va della sopravvivenza del Paese: a ben vedere la crisi di crescita economica dell’Italia si è svolta parallelamente alla crisi politico istituzionale che ha accompagnato la fine della prima repubblica e la mancata trasformazione istituzionale del Paese.

Chi è in grado di far compiere all’Italia questo percorso riformatore ?

La sinistra è, oggettivamente, la forza più conservatrice sulla scena politica: essa è culturalmente legata all’attuale sistema costituzionale che costituisce la camicia di Nesso del Paese.

Berlusconi ha trasformato di fatto il sistema politico instaurando una condizione bipolare, ma senza le riforme costituzionali questa condizione appare fragile e aperta al ritorno dei vecchi metodi e delle antiche politiche consociative.

Potrebbe Berlusconi dar vita a questa necessaria politica di cambiamento?

Nonostante la pesantezza delle accuse e la divulgazione mediatica di aspetti non certo edificanti della sua vita privata non sembra venire meno la compattezza del suo blocco sociale ed elettorale al quale ha, tutto sommato, impresso una identità più forte di quanto non sia ritenuto dalla sinistra. I sondaggi di Piepoli paiono poterlo dimostrare.

Lo stesso atteggiamento del mondo cattolico non di sinistra, nonostante talune perplessità ( il direttore dell’Avvenire non esprime giudizi, ma un invito a fare ognuno per intero la propria parte ), non ritiene che le vicende attribuitegli possano indurre ad auspicarne la messa da parte ( Vittorio Messori su Il Giornale afferma: “meglio un politico puttaniere , ma che faccia buone leggi di un notabile cattolicissimo che poi fa leggi contrarie alla Chiesa” ).

La compattezza politica del centrodestra non sembra essere in discussione poiché senza Berlusconi è difficile per la Lega realizzare il federalismo e lo stesso Tremonti, senza il premier, apparirebbe come un tecnico pregiatissimo, ma senza valore politico.

Che dovrebbe fare Berlusconi?

L’invito ad andare dai giudici ricorda molto da vicino l’invito rivolto a suo tempo a Craxi di farsi processare.

Craxi preferì l’esilio politico al riconoscimento ed alla legittimazione dell’operazione mani pulite. Certo l’obbiettivo è quello di fargli fare la fine del leader socialista. Se Berlusconi si presentasse dai giudici riconoscerebbe la legittimità di un’azione giudiziaria criticata dai più seri opinionisti liberali.

Berlusconi deve essere in grado di imprimere una svolta e cambiare lo spartito sul quale si cerca di far suonare la politica italiana.

Le difficoltà e gli ostacoli hanno sempre risvegliato nel premier la sua più profonda e forte capacità di reazione e di vitalità politica. Probabilmente siamo alla prova decisiva.

Verificata la sussistenza della maggioranza e portato a termine la riforma federalista, deve scendere sul terreno delle riforme e su questo arrivare allo scontro finale.

La politica italiana, certamente si dividerebbe, tra riformatori e conservatori e se dovessero mancare i numeri e si dovesse andare ad elezioni su questo scontro si dovrà basare la campagna elettorale.
11/02/2011
[stampa]
Svolta in sicilia:l'UDC per il riconoscimento delle coppie omosessuali
Il deputato Pino Apprendi (PD), come sostiene lui stesso “all’indomani del Gay Pride di Palermo”, ha ritenuto di presentare una proposta di legge che “ risponda alle esigenze rappresentate da coppie conviventi eterosessuali e omosessuali”.

Questa legge prevede il riconoscimento di “ogni forma di convivenza, rifiutando qualsiasi discriminazione legata all’etnia, alla religione e all’orientamento sessuale”.

Fino a qui non ci sono novità. Nel PD, è noto, non si sono riversate quelle idee che un tempo facevano dire a Sartre, di antica militanza comunista, che il nazionalsocialismo era una accolita di omosessuali.

Il lato comico della proposta è che essa prevede l’istituzione dell’elenco regionale delle unioni civili presso … l’assessorato regionale alla famiglia.

Il lato serio della vicenda è che il capo gruppo dell’UDC, Giulia Adamo, ha firmato questa proposta e si è presentata alla conferenza stampa affermando di “aver aderito all’UDC per l’apertura fatta da Casini al mondo laico con l’obbiettivo di mettere insieme i valori laici con quelli cattolici”.

La Giulia Adami ha, come dire, contestualizzato la sua presa di posizione affermando che “ l’UDC ha avuto la forza di voltare pagina .. e che , sui temi etici il Nuovo Polo lascia piena libertà di coscienza”.

Il lato patetico della vicenda è quello che vede, due ore dopo l’annuncio della responsabile dell’UDC nell’Assemblea, intervenire il coordinatore regionale dell’UDC siciliano Gaimpiero D’Alia dichiarando che “l’onorevole Giulia Adamo ha firmato il ddl per il riconoscimento delle unioni civili a titolo del tutto personale”.

L’UDC che continua, sul piano politico a manifestare una disponibilità tattica altalenante a destra e a sinistra con l’obbiettivo di rafforzare il centro, ora arriva ad esprimere sul piano dei valori etici una doppia posizione.

Ma non è in questo modo che si rafforzano le ragioni ideali di un partito e i presupposti di una politica per la famiglia fondata su valori autentici.
11/01/2011
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D'Alema, Casini e...Ruini.
Era nell’aria.

Il PD ed in particolare D’Alema, dopo una serie di prese di posizione – no al bipolarismo, si al sistema tedesco, si al terzo polo, offerta di una larga coalizione, disponibilità a indicare il leader dell’UDC a candidato premier - stavano osservando con attenzione i rivolgimenti tattici di Casini, con qualche segno di nervosismo.

Alla fine del periodo festivo l’ex Presidente del Consiglio ha rotto gli indugi e, in una intervista sul Riformista ha preso di petto la questione. Anche perché, secondo lui, il tempo delle scelte si avvicina poiché “Berlusconi pensa alle elezioni” e la finale elettorale e politica sta per essere giocata.

“ Non riesco a capire bene – ha detto a Stefano Cappellini - dove possa condurre la tattica dell’UDC che non vuole andare con Berlusconi ma non vuole lo scontro”. Per aggiungere: “ Si tratta di una posizione ambigua e logorante”.

Casini ha risposto sul Corriere della Sera del 10 gennaio da par suo: “ Non mi sento per nulla intimidito da D’Alema , un amico con cui ho da tempo un dialogo proficuo”. Gli esegeti del linguaggio democristiano sanno bene che le parole “amico” e “dialogo”, possono significare tante cose. Chi non ricorda la allocuzione piena di un senso minaccioso con la quale, in anni lontani, Fanfani appellò il “governo amico” di Pella?

“ Ma D’Alema - continua Casini – finge di non capire che io ho già scelto” e aggiunge, con grande destrezza, rimettendo nell’angolo l’incauto laeder maximo: “ l’unica cosa che mi può far cambiare opinione è che scelga il PD; cosa che si ostina a non fare”; e chiarisce: “il PD cerca sempre di assemblare, ma io non sono assemblabile. Non possiamo fare alleanze di governo con chi sbandiera il giustizialismo come Di Pietro, o con chi come Vendola sceglie la FIOM anziché la Cisdl e la Uil, Landini e non Bonanni”.

Sembrerebbero parole chiarificatrici del leader dei centristi che, comunque, influenzeranno la imminente riunione della direzione dei democratici, creando ulteriori difficoltà interne poiché difficilmente il PD potrà fare a meno di riconfermare l’alleanza con Di Pietro e Vendola, anche perché il giustizialismo e la sinistra come linguaggio utopistico sono dentro il suo corpo elettorale, non essendo riuscito a divenire una forza politica realmente moderata e riformista. E’ come se l’ombra di Craxi e la sua uccisione politica pesino ancora dentro il Partito democratico.

Ma su altre questioni Casini mantiene un ampio margine di ambiguità.

Quando gli viene fatto notare da Cazzullo che sulle questioni etiche vi sono “divergenze” nel terzo polo, Casini se la cava riferendo che “la maggioranza dei parlamentari di Fli la pesano esattamente come noi”, ignorando le continue e coerenti prese di posizioni di Fini lontanissime dalle posizioni cattoliche. Qui è sin troppo evidente il suo tatticismo che, per far pesare più voti parlamentari, gli fa velo sulle diffide poste ripetutamente da Avvenire. Questo ostinato rifiuto di lasciare il Presidente della Camera nel suo isolamento non può passare inosservato.

Infine ciò che continua a non essere chiaro in Casini è il quadro del sistema politico sul quale pensare il futuro del Paese.

Il cardinale Ruini nell’intervista al Corriere della Sera del 24 dicembre aveva affermato che “il bipolarismo è un tentativo di adattare all’Italia, e alla molteplicità dei suoi soggetti politici, uno schema che consenta l’alternanza e una certa governabilità”.

La difesa del bipolarismo e del maggioritario da parte dell’ex Presidente della CEI, tuttavia, “ non convince” Casini, ma questa presa di posizione dimostra, invece, che il tempo del compromesso costituzionale che fondò il proporzionalismo e il consociativismo è, a giudizio di Ruini, finito.

Riuni guarda avanti ad un Paese che di fronte alle sfide di oggi si dia un assetto politico stabile e fondato sulla coerenza dei programmi, i soli ad essere valutati dalla Chiesa.

Casini minimizza: “ le questioni etiche non diverranno certo il laboratorio di alleanze politiche”, aggiungendo “ guardiamoci dal neoclericalismo”.

Ruini ha posto una questione che riguarda l’Italia ed il suo futuro, Casini risponde guardando alla sua convenienza politica. Non sarà facile andare lontano.
22/12/2010
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Lo scarabocchio di D'Alema.
Massimo D’Alema non ha più un disegno politico.

Quello per il quale si sta spendendo è un accordo tra il Partito Democratico e il cosiddetto Terzo Polo, tentando di mettere insieme anche il SEL di Vendola e, possibilmente, l’IDV. Ma questo composto è qualcosa di meno amalgamabile dell’Unione di Prodi che aveva come collante l’ideologia della scuola di Bologna.

Del resto è evidente che l’antiberlusconismo, non può riuscire dove è fallito il dossettismo.

D’Alema subisce ancora i danni arrecati da Veltroni che non solo concepì l’utopia di una partito “liberal”, ma, soprattutto, archiviò il tentativo dalemiano di una forza socialdemocratica di tipo europeo che poteva tentare un’alleanza con il centro. Sbarrò la porta alla sinistra neo comunista, ma la spalancò al giustizialismo di Di Pietro, ed oggi, questi provoca Bersani dicendogli che IDV e SEL potrebbero da soli rappresentare gli elettori del centrosinistra.

Il Terzo Polo non è il centro. FLI attacca i manifesti con l’impegno ad andare più a destra. E’ un’alleanza tattica di una fragilità evidente: già sulla riforma universitaria si è diviso in tre, poi, la questione dei valori, inizialmente elusa da Casini, sta segnando differenze non colmabili con Futuro e Libertà, mentre è evidente a tutti il raffinato e dinamico tatticismo di Casini che un giorno apre a sinistra e l’altro “non chiude” al centrodestra, mentre Fini appare rattrappito sulla sua sconfitta, logorato anche dalla ostinata intenzione di non dimettersi dalla Presidenza della Camera, come ormai anche il PD gli chiede. Poi ci sono le questioni non risolvibili.

D’Alema sa che è impossibile portare Fini ad una alleanza che comprenda la sinistra di Niki Vendola, anche se fosse vi arriverebbe nudo, privo di voti; si accontenterebbe di coinvolgere, l’ UDC che, però, non può “vendersi l’anima” per la candidatura alla premiership di Casini. Nell’epoca del postcollateralismo pesano, ancor di più sul partito di centro le richieste ecclesiastiche di coerenza nei contenuti e nelle alleanze politiche.

L’alleanza ipotizzata da D’Alema, infine, ha un elemento di debolezza che potremmo definire strutturale: al suo interno comprenderebbe due posizioni radicali: il giustizialismo di Di Pietro e il populismo neocomunista di Vendola. Una alleanza deve pur avere una ragione programmatica e politica e tali posizioni radicali non sono coniugabili con una proposta moderata e riformista.
01/12/2010
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I reports di Dibble su Berlusconi e i giudizi di Kissinger su Moro.
Fanno scalpore i giudizi di tal Elisabeth L. Dibble, da ottobre vice assistente segretaria dell’Ufficio Affari Europei ed Euroasiatici al Dipartimento di Stato e ,tra il 2008 e il 2009, vice capo missione e incaricato d’affari all’ambasciata statunitense a Roma.

L’autrice dei rapporti sul Presidente del Consiglio viene presentata come l’espressione di quel che pensano gli americani di Berlusconi, dando a questo “vice capo missione” una rilevanza eccesiva.

Non altrettanto scalpore, anzi, un moto di ripulsa , ebbero giudizi ben più drastici, a suo tempo, espressi da un importante Segretario di Stato americano, Henry Kissinger, su Aldo Moro.

Vogliamo rievocarli per evidenziare come, in alcune circostanze , gli Stati Uniti hanno giudicato i rappresentanti del nostro Paese, a prescindere da Berlusconi, e come il nostro giornalismo, spesso, valuti la consistenza delle informazioni sulla base di un “partito preso”.

Scrive Henry Kissinger a pagina 94 del primo volume delle sue memorie su “Gli anni della Casa Bianca”(Sugarco Edizioni 1980): “ Moro chiaramente era il personaggio di maggior spicco. Era tanto taciturno quanto intelligente; possedeva una formidabile reputazione intellettuale. L’unica prova concreta che ebbi di questo suo ingegno fu la complessità bizantina della sua sintassi.

Ma poi gli feci un effetto soporifero; durante più della metà degli incontri che tenne con me mi si addormentò di fronte; cominciavo a considerare un successo il semplice fatto di tenerlo desto. Moro si disinteressava chiaramente degli affari internazionali.

Era lo stratega del Partito per eccellenza, destinato ad architettare con straordinaria sottigliezza nuovi sbocchi in tema di politica interna; si assunse il portafoglio degli Esteri non per intima vocazione, ma come puro e semplice trampolino di potere “.
22/11/2010
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Dal Professor Sartori una proposta assai confusa.
Il professor Sartori ancora sul Corriere della Sera del 18 novembre ( “Una Repubblica assai confusa”) insiste nella sua critica al premio di maggioranza.

Cosi dice: “ sia chiaro: un premio di maggioranza è accettabile se rinforza chi ha già vinto il 50,01 per cento dei suffragi; ma non se trasforma una minoranza in una maggioranza come fa il Porcellum attribuendo il 55 per cento dei seggi alla maggiore minoranza”.

Il ragionamento ha una sua logica , ma la realtà dei sistemi elettorali italiani dimostra cose diverse.

Cominciamo dall’affermazione di trasformare una minoranza in una maggioranza.

Questo avviene spesso nelle elezioni regionali, regolate da un sistema elettorale che, tuttavia, non viene contestato dall’illustre politologo.

Ad esempio, il tanto esaltato Vendola governa con il 60 per cento la Puglia pur avendo ottenuta solo la più alta minoranza (48,69 % ) ed ha in Consiglio 47 seggi , rispetto ai 27 del suo più votato avversario Palese che, peraltro, ha ottenuto il 42,25 % dei voti.

Il sistema elettorale con premio di maggioranza della Puglia ha attribuito 20 seggi in più alla coalizione che ha sostenuto Vendola pur avendo ottenuto solo il 6, 44 % in più dei voti.

E’ democratico, secondo il professor Sartori, questo sistema elettorale?

Ci viene il dubbio che non siano considerati democratici solo quei sistemi elettorali che potrebbero permettere a Berlusconi di vincere le elezioni, ottenendo più voti dell’avversario, e governare, mentre democratici sono gli altri sistemi che consentono ad un antiberlusconiano di governare, con larga maggioranza, pur non avendo ottenuto il fatidico 50,01 per cento.

Aggiunge il noto professore che “il bipolarismo tedesco ha sempre funzionato bene con un terzo partito minore al centro”.

A parte il fatto che negli ultimi anni anche il sistema elettorale tedesco non sempre ha consentito il formarsi di una stabile maggioranza di governo e si è dovuto ricorrere alla grande coalizione, ma, soprattutto, il sistema bipolare tedesco ha funzionato non solo e non tanto come sistema elettorale, ma come sistema politico. La presenza dei due grandi partiti democratico cristiano e socialdemocratico e l’assenza dei comunisti ha determinato una forte tendenza bipolare sulla quale si poggiava, anche per vocazione politica e per scelta, il partito liberale, quasi sempre alleato della CDU/CSU.

Immaginiamo un meccanismo elettorale di questo tipo che plani sul sistema politico italiano e la sua proverbiale tendenza alla frammentazione , sviluppatasi ai tempi del mattarellum e parzialmente ridotta solo con la legge elettorale vigente.

Senza l’indicazione di un leader, di una coalizione e di un programma, ma affidandosi alla sola soglia elettorale del tre- cinque per cento, si eleggerebbe un Parlamento balcanizzato nel quale, anche la presenza di formazioni politiche che nulla hanno di politico ( IDV, Grillo, ) renderebbe impossibile qualsiasi stabile mediazione politica.

E, nell’attuale sistema fondato sul leaderismo chi avrebbe la capacità di svolgere quell’alta mediazione politica che c’era ai tempi della prima repubblica e che peraltro, neppure a personaggi politici come Aldo Moro consentiva di ottenere una forte stabilità politica?

La stabilità politica, cioè il formarsi di una maggioranza, è una necessità che il sistema politico italiano deve mantenere se non rafforzare, in un clima politico individualistico, trasformistico, con forti influenza esterne alle stesse forze politiche.

L’accusa che l’attuale sistema bipolare non abbia assicurato la necessaria stabilità è del tutto strumentale, in quanto se l’ampia maggioranza uscita dalle urne nel 2008 è venuta meno ciò è stato determinato da ambizioni politiche e personali. Se è stato tradito il patto politico e programmatico con gli elettori dal gruppo politico dei finiani, il tutto non è certo stato causato dal sistema elettorale.

Togliere il premio di maggioranza significa esporre ancor più il governo del Paese ai mutevoli umori ed alle ambizioni personali e politiche, giungendo, in sostanza, ad indebolire il sistema politico a tutto vantaggio di quei poteri che pensano di essere tanto più forti, quanto più si indebolisce il potere politico.

L’Italia ne ha avuto un esempio con la crisi dei partiti nei primi anni novanta dalla quale deve ancora uscirne.

E, non a caso, ora, come allora, si fa avanti la soluzione tecnocratica sotto la specie del governatore della BANCA D’ITALIA o di un ex presidente di CONFINDUSTRIA.

Ma la partita politica che sembrava avviata, verso un certo risultato, cioè l’eliminazione di Berlusconi, si sta riaprendo.
16/11/2010
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Fini scrive all'avvenire, ma il direttore ribadisce: "non c'è una risposta chiara e convincente".
Con i toni che si addicono al quotidiano della CEI, il suo direttore Marco Tarquinio risponde ad una lettera che Gianfranco Fini ha inviato al giornale dopo la ferma stroncatura del discorso di Bastia Umbra.

La lettera del Presidente della Camera usa un tono basso nel ribadire l’”umana disponibilità” nei riguardi di “coloro che versano in situazioni di forte disagio causato dall’assenza di adeguate politiche di integrazione e di difesa dei diritti”. Il testo inoltre ribadisce che “di fronte all’insufficienza di forme e istituti giudici” non ritiene giusto “ignorare alcune legittime esigenze che meritano di essere prese in considerazione dal nostro ordinamento, in virtù di quell’idea di ‘laicità positiva’ intesa come punto di incontro tra diverse concezioni etiche presenti nella società”.

La banale lettera di Fini si conclude rilevando come “il nostro Paese sia molto più avanti, in termini di scelte e di orientamenti culturali, di quanto talvolta lo sia la classe politica italiana” ed, infine, sottolineando che occorra “giungere ad una nuova ‘dimensione etica e morale’… perseguita con il contributo fattivo ed intelligente di tutti i ‘grandi attori’ che operano nel nostro territorio a cominciare dalla Chiesa cattolica…”.

A parte la superficialità degli argomenti messi in campo dal neoleader di Futuro e Libertà, questa lettera, ribadendo la neutralità dello stato di fronte alle questioni etiche o, peggio, sostenendo un’etica laicista, è la dimostrazione di come Fini sia su posizioni opposte rispetto a quelle sulle quali oggi la Chiesa invita ad essere come cattolici.

Il politico cattolico, ha scritto nel suo libro “Il cattolico in politica” monsignor Giampaolo Crepaldi, “non si nasconderà dietro questioni tecniche e non si intenderà come un vigile che si limita a regolare il traffico, indifferente a dove vada la gente”., aggiungendo: “la politica” CHE “ deve avere a cuore il sistema morale globale di riferimento del proprio contesto sociale”, “ non è solo amministrazione di cose”.

Non a caso il direttore di Avvenire nel rispondere a Fini gli ricorda “il valore non negoziabile” dell’idea di famiglia, e, nel riferirsi ad un ambito più generale, cioè nel “fare leggi”, ribatte che “non può darsi uno ‘Stato neutrale’ “; aggiungendo le parole pronunciate dal presidente della CEI, cardinal Bagnasco: “ Se uno Stato , in nome di una ipotetica neutralità o di altri pregiudizi, non si allarmasse a fronte di un prosciugamento dei presupposti etico-culturali cui deve invece attingere se vuole prosperare, come potrà rispondere con solidarietà e giustizia a situazione e sfide emergenti ? ”.

E’ il senso della caritas in veritate e di tutto l’insegnamento di Benedetto XVI, la carità non può essere disgiunta dalla verità.

Proprio per questo, nella conclusione della risposta e riprendendo la questione posta dal presidente della CEI, Marco Tarquinio sottolinea: “Trovo che questa sia una delle domande-chiave nel tempo che viviamo. E nella sua cortese e utile lettera, per la quale la ringrazio, onorevole presidente Fini, non c’è purtroppo una risposta chiara e convincente”.
01/09/2010
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Riforma della legge elettorale o/e riforma della costituzione?.
Era l’inizio del 1971 e cominciava quello che Bruno Vespa definì nella sua ricostruzione della storia d’Italia “il decennio buio della Repubblica”.

Il decennio vide il tramonto della formula politica di centro-sinistra e la crisi di un sistema politico emblematicamente rappresentata dall’uccisione di Aldo Moro che quella formula aveva avviato e gestito. Si era in presenza di una poco avvertita crisi istituzionale che andava logorando le forze politiche e con l’indebolimento il sistema istituzionale ed il Paese assistevano all’espandersi dell’eversione, anche armata.

Il “correntismo” della Democrazia Cristiana sviluppava strategie mutevoli, spesso articolate anche sulle linee politiche delle altre formazioni politiche; una tessitura complessa nella quale l’attività di governo subiva il logoramento dovuto alla sempre maggiore difficoltà di mediazione politica.

In quel periodo, anche all’interno della DC, cominciarono ad affacciarsi tesi sulla necessità di superare il sistema proporzionale, sia come regola interna ai partito – si arrivò all’elezione diretta dei Segretari politici (1976) - , sia come metodo elettorale, mentre presero il via le proposte di superamento del sistema parlamentare, per intravedere forme di presidenzialismo che giunsero in seguito ad applicarsi per le elezioni dirette dei Sindaci, dei Presidenti delle Province e delle Regioni (1993)

Nel dibattito politico, in quegli anni, si innestarono, con grande rilievo, le tesi della scienza politica che si dipanavano dall’Istituto Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

Giovanni Sartori insegnava ancora in Italia e nel primo numero della Rivista Italiana di Scienza Politica (1971) pubblicava un saggio destinato ad aprire un importante dibattito: “Proporzionalismo, frazionismo e crisi dei partiti”.

In esso veniva affermato che “mentre il proporzionalismo non è, da solo, causa efficiente di multi-partitismo, diventa, da solo, causa sufficiente di multi-frazionismo”. Il sistema politico italiano veniva definito come “pluralismo polarizzato” e tendeva a riprodurre i propri inconvenienti all’interno dei partiti; Sartori così concludeva: “A certi effetti siamo ancora governati dai partiti; ma ad altri effetti le vere unità operative sono le frazioni, e quindi il nostro è diventato un sistema di sottopartiti. Si badi: un sistema autonomo, che va per suo conto, di sottopartiti. Autonomo a tal punto che il gioco delle frazioni non si svolge soltanto per linee interne (al partito di appartenenza), ma anche per linee esterne, e cioè in sostanziale alleanza con frazioni di altri partiti”.

Sul saggio di Sartori intervennero numerosi intellettuali e politici.

Sempre sulla Rivista Italiana di Scienza Politica, nel n. 2 dell’anno successivo apparve un saggio del prof. Antonio Lombardo, allievo dello stesso Sartori, che concludeva, usando una metafora proposta da Stefano Passigli, con l’indicazione di quella che riteneva essere la soluzione da dare alla crisi del sistema politico dilaniato dal frazionismo: “Se vogliamo dare un fondamento realistico ai nostri paragoni, dobbiamo definire chirurgico solo l’intervento che è veramente tale: e cioè quello di ingegneria costituzionale. Se volessimo usare i ferri, la via sarebbe quella della riforma istituzionale. Senza mezzi termini bisogna dire che l’intervento chirurgico è uno solo: quello che consente di creare la leadership non al vertice dei singoli partiti, ma al vertice delle istituzioni. Cioè, l’intervento cui molti pensano e che alcuni chiedono, che porterebbe all’instaurazione di una repubblica presidenziale; o, almeno, ad un sistema di cancellierato”.

Come si sa le ricette dei politologi non fanno la storia.

Quasi quaranta anni dopo, il sistema elettorale si è parzialmente trasformato attraverso l’improprio uso dei referendum negli anni ‘90 e con provvedimenti legislativi del tutto scoordinati: prima la legge elettorale maggioritaria, poi il proporzionale con premio di maggioranza, quindi la riduzione e, poi , la eliminazione delle preferenze e l’indicazione del premier sulla scheda.

I risultati politici sul piano istituzionale, tuttavia, sono incompleti.

Le frazioni sono state ridotte, ma non annullate, la leadership si è affermata a livello dei partiti, ma la condizione politica della stabilità non è stata ancora pienamente conseguita, anche se non siamo in presenza di frequenti crisi politiche, come al tempo della prima repubblica. E, tuttavia, siamo ancora nella transizione.

A fine agosto, si è tornati a parlare del sistema elettorale che trova scarsa attenzione nell’opinione pubblica, delle cui priorità, ci si interessa solo quando, strumentalmente, si vogliono contrastare alcune iniziative del governo in materia di riforma della giustizia.

Le ricette suggerite oggi sono tre: il ritorno ad un sistema elettorale che ripristini il proporzionalismo con soglia di accesso, secondo il sistema tedesco,oppure il ritorno ai collegi uninominali già sperimentati con il “mattarellum” o, infine, una correzione del sistema elettorale attuale che reintroduca la preferenza, ma realizzi anche l’elezione diretta del presidente della repubblica, con i relativi poteri di tipo francese (presidenzialismo o semipresidenzialismo) o, del presidente del consiglio (cancellierato).

03/08/2010
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Crisi politica e sovranità popolare.
La rottura tra Berlusconi e Fini con la conseguente costituzione di gruppi separati al Senato e, soprattutto, alla Camera preannuncia, nonostante alcune dichiarazioni distensive da parte di esponenti finiani, una prosecuzione difficoltosa della legislatura per la maggioranza e per il Presidente del Consiglio.

Il programma di riforme, dalla giustizia a quelle più propriamente costituzionali, va ad incidere su complesse strutture di potere consociativo e di conservatorismo del sistema per le quali, difficilmente, una ridotta maggioranza potrà “tenere” di fronte alle resistenze che verranno poste in atto, con ogni tipo di pressione.

E’ altrettanto improbabile che la pattuglia dei fedeli del Presidente della Camera consentirebbe al premier di portare avanti il programma riformista che avrebbe l’effetto di rafforzare la figura e il successo politico di Berlusconi.

Alternative a Berlusconi non ce ne sono.

Pierferdinando Casini il più attento e capace manovratore del sistema, comprendendo che l’alleanza di tutti contro il premier è impresa impossibile e squalificante cioè priva di connotati politici, , da mesi ha indicato un governo di unità nazionale come una modalità per uscire dal possibile stallo politico che già aveva intravisto.

Per questa scelta occorrerebbe l’accordo dello stesso Berlusconi o un colpo di palazzo con la sua messa in minoranza. Tutte e due le ipotesi non sono obbiettivamente prevedibili.

Si va profilando, infine, una ennesima ipotesi: quella di una soluzione “tecnica” cioè di un governo presieduto da una personalità non appartenente al mondo politico, soluzione che viene teorizzata da quel complesso di poteri che da tempo continua a menar fendenti sui partiti e gli esponenti politici.

E’ una soluzione tecnocratica che ricorda quella che consentì a Ciampi di assumere la Presidenza del Consiglio ai tempi del declino della cosiddetta prima repubblica.

C’è tuttavia una differenza che non consente oggi di ripetere quanto avvenne nell’aprile del 1993 fino al maggio del 1994 ( Governo Ciampi).

Il sistema politico ha subito un profondo cambiamento: dalla repubblica dei partiti siamo passati ad un sistema politico nel quale, anche se non compiutamente, la scelta di chi governa è decisa dalle elezioni politiche nella quali i cittadini votano un programma, una coalizione , un premier.

Cancellare la scelta degli elettori del 2008 ed eleggere, se pur transitoriamente, un governo con lo scopo di cambiare la legge elettorale, è una prospettiva da “golpe democratico”.

Si vorrebbe,con un governo tecnico, cambiare una legge, quella attuale, che stabilisce un sistema politico bipolare, con un’altre legge che porterebbe al ritorno del proporzionale. Questo cambiamento è ben più profondo di quanto non appaia poiché questa nuova legge toglierebbe al cittadino la scelta di chi governa per riaffidarla ai partiti che sarebbero liberi di decidere maggioranze variabili come si è sempre tentato da quanto è stato istituito l’attuale bipolarismo incompiuto.

E’ una scelta che va ad incidere sulla costituzione materiale oggi vigente e questa decisione può essere presa non da una coalizione temporanea di partiti messi insieme da un comune denominatore antiberlusconiamo, ma da una coalizione di forze politiche che presentando questo obbiettivo programmatico dovesse ottenere il necessario consenso degli elettori.

Al di là dell’ improbabile accordo su questo nuova legge elettorale – Veltroni ha già ribadito che “non bisogna buttare a mare il bipolarismo” – questa svolta, che qualcuno vorrebbe dare al sistema politico, assumerebbe un connotato non democratico sul quale, certamente, rifletterebbe il Presidente della Repubblica.

Napolitano non è Scalfaro.

La via ordinaria di fronte ad una crisi di governo non potrà che essere il ricorso al popolo la cui sovranità è scritta nella Costituzione.
19/07/2010
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Il caso Fiat e il rispetto delle regole.
Quando il licenziamento non è più un tabù?.
Tensione alla Fiat. Sono tornati gli scioperi in tutti gli stabilimenti del gruppo torinese proprio mentre il Lingotto indica con un consiglio di amministrazione presso la sede americana della Chrysler la strada dello scorporo che prenderà le mosse a partire da settembre.

Lo scontro sindacale è partito dalla Fiom-Cgil prima con l’opposizione alla chiusura di Termini Imerese nel dicembre del 2011 e poi con la mancata firma all’accordo sulla ristrutturazione dello stabilimento di Pomigliano d’Arco dove il gruppo torinese intende investire 700 milioni per produrre la Panda riportandola dalla Polonia in Italia.

Ad aggravare la tensione si sono inseriti altri due fatti: il mancato saldo del premio di produzione aziendale non essendo stati raggiunti gli obiettivi fissati e i licenziamenti annunciati dall’azienda nei confronti di tre operai ( di cui due delegati Fiom)di Melfi, accusati di aver “boicottato” la produzione, bloccando ,con un corteo interno, i robot adibiti al rifornimento delle attività dei lavoratori che non intendevano scioperare.

Una serie di episodi che evidenziano profonde divergenze di vedute tra la Fiom-Cgil e l’azienda ma anche tra le tute blu di Epifani e quelle degli altri sindacati che costituiscono la maggioranza come ha dimostrato il referendum nello stabilimento campano di Pomigliano ( l’accordo separato è passato con oltre il 70 per cento dei sì).

La vicenda Fiat riporta in superficie il ruolo di un tipo di sindacalismo considerato troppo legato alla lotta di classe e poco partecipativo come avvenuto invece negli Usa con la crisi del colosso dell’automobile, tornato all’utile operativo di bilancio, grazie alla cura Fiat, ad appena ad un anno dal rischio di fallimento.

La Fiom insiste nelle posizioni di rottura. Persino il “ moderato” Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, ha invitato la Fiat “ a non inseguire l’irresponsabilità della Fiom”. E Luigi Angeletti della Uil ha ricordato che in Italia “ non si può licenziare se non per giusta causa”.

E allora questo è il punto: i tre operai di Melfi, accusati di aver sabotato la produzione durante uno sciopero, hanno fermato o no alcuni carrelli automatici di rifornimento alle linee? Se sì il licenziamento è una misura prevista anche dallo statuto dei lavoratori. A meno che la Fiom e la Cgil non vogliano far passare il principio che, comunque, in Italia non si può licenziare nessuno. Neppure i dipendenti assenteisti, neppure coloro che usano i mezzi aziendali impropriamente, neppure quando si assentano per malattia durante le partite di calcio, neppure quando fanno un doppio lavoro, neppure quando insultano i capi oppure minacciano o violentano colleghe.

La difesa del posto del lavoro è legittima ma le regole, aziendali e generali, vanno rispettate. Il licenziamento è sempre un fatto traumatico. La decisione dell’amministratore Sergio Marchionne di procedere al licenziamento dei tre operai di Melfi in piena bagarre sindacale è un segnale che si vuole rompere un tabù e cambiare atteggiamento nei rapporti tra azienda e lavoratori. Come in tutte le cose che accadono in Italia sulla vicenda non mancano i tifosi dell’una e dell’altra parte.

Il Ministro del lavoro Maurizio Sacconi ritiene che sia “ comprensibile che l’azienda voglia avere ordine nel rispetto delle leggi e delle regole. Il che non vuol dire ridurre il diritto di sciopero ma impedire che questa azione si trasferisca su quelli che non la vogliono compiere ed evitare che una minoranza possa interrompere la produzione”.

Una questione di cultura delle relazioni sociali. Troppo spesso in Italia ognuno vuole farsi le regole per conto e uso proprio.
23/06/2010
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Nuove regole del patto di stabilità di Maastritcht.
Case e Risparmio contro debito pubblico.
Il risparmio delle famiglie italiane e la proprietà della casa per oltre l’ottanta per cento dei cittadini sono il punto forte dell’economia reale. Anzi il puntello contro gli sbandamenti dell’elevato debito pubblico che ha raggiunto nel 2009 il 118 per cento del prodotto interno lordo.

La propensione al risparmio e la preferenza d’investire sul mattone fanno così dell’Italia uno dei paesi più solvibili dell’Eurozona. L’assalto della speculazione che ha colpito la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda non si è esteso alla penisola perché l’indebitamento medio delle famiglie è tra i più bassi d’Europa e perché la gran parte dei titoli di Stato ( che costituiscono il debito pubblico) è in mano dei privati cittadini e non di enti, associazioni, banche straniere.

Il principio che il risparmio delle famiglie deve essere protetto è codificato all’art.47 della Costituzione anche se questa azione è stata a volte trascurata dalla legislazione.

Sono molte le cause che possono incidere sulla ricchezza delle famiglie italiane e tra queste l’inflazione, le tasse eccessivamente pesanti, le espropriazioni, gli scandali finanziari.

Resta, però, un punto fermo: l’acquisto della casa dove si vive è un obiettivo da raggiungere anche in periodi di maggiori difficoltà e turbolenze economiche e da parte dei giovani.

I mutui casa sono cresciuti nell’ultimo trimestre del 2009 dell’8, 2 per cento per un ammontare di circa 247 miliardi. Secondo l’Istat il 73, 3 % delle famiglie residenti ( 17, 3 milioni su circa 24 milioni) e il 74, 7 degli individui (44 milioni) vive in abitazioni di proprietà. A queste cifre bisogna aggiungere il 9,1 di famiglie( 2 milioni) e l’8,7% degli individui che beneficiano di alloggi in usufrutto o uso gratuito, fenomeno diffuso soprattutto nel Sud. Solo il rimanente 17, 7 per cento ( circa 4, 2 milioni di famiglie e il 16,6% di individui ( 10 milioni) sono in affitto.

Il processo di crescita, invece, del risparmio ha subito un rallentamento a causa della crisi che ha colpito anche le famiglie. Secondo l’Istat ,infatti, sono salite dal 15 al 17% le persone oltre i 14 anni che incontrano molte difficoltà ad arrivare a fine mese. Negli ultimi 14 anni, tuttavia, la ricchezza delle famiglie è cresciuta costantemente passando da 4.212 miliardi del 1995 agli 8.414 del 2007. Il risparmio, pur diminuito, raggiunge ancora i 44 miliardi di euro. E nel 2008 c’è stato un aumento di 1.115 miliardi.

Con questo quadro alle spalle il governo italiano ha proposto e ottenuto dal Consiglio europeo di tenere conto nella valutazione della solvibilità di uno Stato non solo il debito pubblico ma anche altri parametri, quali quelli dell’economia reale. L’Italia ,pertanto, si presenta a riscrivere con gli altri 27 paesi dell’Ue le regole di Maastritch sul “ patto di stabilità” da una posizione meno negativa di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Inghilterra.
01/06/2010
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Apprezzamenti sulle misure di Palazzo Chigi come punto di partenza per le riforme e la crescita economica.
Sacrifici ma finalizzati alla crescita manovra economica al vaglio paese.
Manovra correttiva di Palazzo Chigi, assemblea annuale degli imprenditori privati, considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia. Tre momenti ravvicinati nel fine maggio per analizzare e riflettere su quanto sta accadendo in campo economico e finanziario in Italia e nel mondo. Un ventaglio di ipotesi, di programmi, di proposte che, partendo dalla situazione di crisi mondiale e in particolare dell’Eurolandia, si riverbera sull’azione dei governi dell’Unione europea, tutti alle prese con tagli e sacrifici per mettere sotto controllo i deficit pubblici e per individuare le vie di una nuova crescita.

Emerge dalle varie angolazioni d’osservazione, innanzitutto, la necessità di cambiare passo, mentalità e modo di gestire la cosa pubblica. Dopo la crisi innescata dal crac delle banche americane, la scoperta della montagna di “ derivati” come strumenti finanziari inquinamenti, dopo il dissesto della Grecia, i declassamenti operati dalle agenzie di rating il panorama economico offre una situazione da affrontare e risolvere con tempestività e determinazione. A livello globale. Il pericolo-contagio è dietro l’angolo. Fermata la Grecia sul baratro, in pericolo default Spagna, Portogallo e Islanda i vertici mondiali hanno finalmente deciso di intervenire con forza politica ponendo molti paletti.

Dall’euro non si torna indietro ha osservato il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ma la lezione degli ultimi mesi dice che la crisi è più ampia della Comunità a sedici( l’Inghilterra adotta ancora la sterlina e molti paesi dell’est non hanno adottato la moneta unica). C’è molto da fare.

La crisi rende più urgenti le riforme: la moneta da sola non può fare l’Europa unita, la via è quella di rafforzare la costruzione europea in termini politici, con un governo dell’Ue più attivo nella disciplina dei bilanci pubblici e nel progresso delle riforme strutturali a partire dal patto di stabilità e crescita che deve essere più vincolante e più esteso. A livello mondiale occorre, invece, una regolamentazione universale dei servizi finanziari. La lezione della crisi è che nessun paese può più fare da solo. Occorre,quindi, condivisione di obiettivi, di politiche e di sacrifici.

L’Italia, per ora, non si è sottratta alla sua parte di responsabilità. Il governo Berlusconi ha varato, a parte qualche sbavatura, una manovra con “ misure tempestive e inevitabili” ha commentato Draghi. Una manovra che riduce la spesa ma che ora deve pensare alla crescita secondo la presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. La firma del Capo dello Stato Napolitano, dopo qualche incomprensione, ha dato il via libera ad una serie di provvedimenti che sono al vaglio del Parlamento, dei sindacati e dell’opinione pubblica. Per ora sono stati limitati i danni: è andata male ma poteva andare peggio.

Tagliare la spesa era “ indispensabile” ma l’Italia deve tornare a crescere.

La sfida allora è quella di coniugare la disciplina di bilancio con il ritorno alla crescita, una “ sfida, precisa Draghi, che si combatte con capacità di fare, equità, desiderio di sapere, solidarietà”. I primi responsabili della “macelleria sociale” sono gli evasori, un grave fenomeno che frena la crescita: tra il 2005 e il 2008 è stato evaso il 30% dell’imponibile Iva, pari a 30 miliardi l’anno e 2 punti di prodotto interno lordo. L’evasione ( il sommerso rappresenta il 16% del pil) e la corruzione nella pubblica amministrazione vanno combattute in modo radicale. Gli effetti della crisi sono stati devastanti per le famiglie italiane: nel biennio 2008-09 il pil è sceso di 6,5 punti, il reddito ridotto del 3,4, i consumi del 2,5, le esportazioni calate del 22 %.

Nelle nuove condizioni di mercato “ era inevitabile” ,pertanto, che il governo italiano intervenisse ( come hanno fatto anche Germania, Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia) anche se le restrizioni di bilancio incidono sulle prospettive di ripresa, a breve, dell’economia.

Una medicina amara sulla quale le categorie economiche, la popolazione, i sindacati, le forze politiche e sociali si riservano un attento esame degli effetti e delle conseguenze.

I sacrifici di ora devono servire per varare le necessarie riforme strutturali che vadano a vantaggio della crescita e soprattutto delle generazioni giovanili che stanno pagando un duro prezzo ( la disoccupazione è al 13%). Il paese , ha commentato il premier Berlusconi, ha forze sane e sufficienti per vincere la sfida. E’ atteso alla prova. La crisi economica e finanziaria, come osserva il presidente della Commissione Ue Josè Barroso, ha spazzato via 10 anni di crescita e di progresso e non è ancora passata.
06/04/2010
[stampa]
Il PD nel vicolo cieco del giustizialismo e dello scalfarismo.Una analisi di Peppino Caldarola.
Da tempo sosteniamo che il male che ha debilitato e sta conducendo alla morte il PD è rappresentato, di recente, dall’aver indossato la camicia di Nesso del giustizialismo e, più indietro nel tempo , dall’ aver assunto dosi sempre più massicce di scalfarismo.

Ci fa piacere che una chiara e gustosa analisi sul PD che coincide con le nostre valutazioni sia stata scritta da Peppino Caldarola sul Riformista del 1 aprile.

“ Al PD – scivere Caldarola – è capitata la sfortuna di essere affiancato da un giornale come la Repubblica che riesce a trasformare in piombo tutto l’oro che tocca e da un giornale antipatizzante come Il Fatto che tifa per il ‘fuoco amico’ “.

“Il quotidiano di Padellaro e di Travaglio – prosegue il giornalista - ha scelto la militanza nell’area giustizialista… Il rapporto privilegiato con le procure regala primizie giornalistiche e Marco Travaglio ha l’incarico di menare fendenti su tutti quelli che non amano le manette, ma soprattutto sugli opinionisti cosiddetti terzi”.

Il condizionamento sul PD di questa testata è evidente, soprattutto per l’alleanza che Veltroni nel 2008 ha sancito con l’IDV: “E’ il giornale di Di Pietro e Beppe Grillo…La vicenda politica italiana raccontata dal Fatto è una successione impressionante di episodi criminali che si concludono con il costante invito alla ribellione morale e con la condanna di chi propone alla sinistra un’altra linea politica”. Non sfuggono a Caldarola gli effetti di questa incisiva azione pubblicistica: “In pochi mesi di vita il Fatto è diventato un successo editoriale ma ha contribuito come pochi a disarmare e azzoppare la sinistra”.

Anche la descrizione dell’influenza de La Repubblica sul PD coglie nel segno: “ Nella sua lunga vita il quotidiano di Scalfari e di Mauro è riuscito ad entrare nelle abitudini quotidiane di gran parte del pubblico di sinistra “. La sua vera natura è decifrata correttamente, anche se, forse, il quotidiano di De Benedetti non solo recentemente “ è diventato un vero partito di carta”, ma, in quanto espressione del radicalismo, lo è sempre stato.

“ La Repubblica - descrive Caldarola – è il giornale più letto dallo stato maggiore della sinistra, i suoi editoriali sono compulsati, le prese di posizione diventano ordini, le campagne giornalistiche si trasformano in campagne politiche che il partito subisce senza batter ciglio”. E’ correttamente visto anche il riferimento politico interno al PD di questa influenza devastatrice: “Con Veltroni e soprattutto con Franceschini l’affiancamento era diventato imbarazzante, ma anche Bersani non ha saputo resistere agli appelli e alle richieste di proteste di piazza fino al limite dello scontro con il Quirinale”.

Caldarola passa ad esaminare gli effetti sulle recenti elezioni: “Anche questa campagna elettorale conclusa con un risultato infelice porta la firma di Ezio Mauro e dei suoi commentatori “. “ Sono anni – continua l’articolo del Il Riformista – che ci fanno perdere perché sono anni che ci viene proposta una linea di condotta di fronte al berlusconismo che è fatta solo di barricate. Una campagna elettorale che avrebbe potuto essere dedicata a raccontare il fallimento del governo nella gestione della crisi ha finito per diventare l’ennesima prova di forza sul tema della libertà e del regime. Nessuno è sceso in piazza per gli operai di termini Imerese o per i 1600 dipendenti di Villa Pini a Chieti che non prendono lo stipendio da un anno”.

Agli occhi di Caldarola, anche dopo il risultato delle regionali, la prospettiva non cambia: “Invece di radunare le idee, di chiedersi come mai questo paese in cui malgrado tante campagne giornalistiche la maggioranza del popolo italiano vota a destra e persino più a destra, i due giornali continuano imperterriti a bombardare il partito della sinistra in cui troveranno sicuramente orecchie attente e dirigenti pronti a far propri questi suggerimenti suicidi. Non ci sarà un editorialista che si interrogherà sul berlusconismo, che cercherà di tentare una spiegazione sul fenomeno politico-culturale della nuova destra italiana, che analizzerà le ragioni della sfiducia dell’elettorato di sinistra”.

L’articolo termina con una simpatica descrizione della Caporetto del PD: “ Come quegli ufficiali felloni della prima guerra mondiale che mandavano in battaglia i propri soldati senza una strategia intelligente e senza scarpe, malgrado i morti e le sconfitte”.

Domanda finale: “ C’è a piazza del Nazareno un generale che smetterà di ascoltarli e si assumerà la responsabilità del comando unico senza farsi dirigere da costoro?”.

La domanda , evidentemente, chiama in causa il Massimo D’Alema dei tempi della bicamerale, dove si discusse seriamente di riforme costituzionali, senza i ricatti del giustizialismo e i condizionamenti di un uso strumentale del “patriottismo costituzionale”.
22/03/2010

A cinquant'anni dall'insurrezione di Genova.
Ricordare Tambroni, per capire dove può condurre l'odio contro Berlusconi.
Il 30 giugno del 1960, un corteo di attivisti e facinorosi , inquadrati soprattutto dal Pci , irrompeva nel centro di Genova per scatenare una devastante e incontrollabile azione di guerriglia urbana.

L'intento dichiarato dai promotori dell'azione violenta era impedire il sacrilego svolgimento del congresso del Msi in un teatro della via XX Settembre, situato nelle vicinanze del monumento ai partigiani caduti nella guerra civile. Il pretesto accampato dai dimostranti era infondato e ridicolo, dal momento che i comunisti non avevano mai contestato i comizi che gli esponenti del Msi tenevano regolarmente da quasi dieci anni nelle vicinanze del sacrario partigiano. Senza contare che a pochi metri dal sacrario partigiano era aperta ,dal 1948, la sede della federazione provinciale del Msi e, argomento ancor più evidente, il Sindaco di Genova aveva l’appoggio esterno e determinante dei voti del MSI in consiglio comunale.

Il congresso missino era, dunque, un pretestuoso e falso obiettivo. Il “male” da aggredire era il vasto consenso popolare ottenuto in poche settimane dal governo di Ferdinando Tambroni che era stato costituito grazie al voto determinante dei parlamentari del Msi.

La politica di Tambroni era intesa a trasferire almeno una parte dell'ingente ricchezza prodotta dal “miracolo economico” in benefici (forte riduzione dei prezzi di alcuni generi di prima necessità e della benzina) a favore delle famiglie italiane .

Un governo di destra, che diffonde il benessere e ottiene il consenso dei lavoratori era un doppio, intollerabile schiaffo appoggiato sul sacro volto dogmatico dell'utopia comunista e del suo programma che contemplava l’emergere di disvalori che contribuirono in modo determinante allo sfascio della famiglia tradizionale e alla lotta senza quartiere contro il benessere borghese.

Negli anni che seguirono quei fatti che opposero la violenza di piazza al governo votato dal Parlamento., ottenendone la caduta, influirono non poco. Le maggioranze che sostennero l’esecutivo furono condizionate dal “peso” del PCI che impresse il suo segno politico e culturale sull’evoluzione della società italiana e gli italiani hanno potuto misurare l'enormità dei risultati conseguiti al seguito dei pregiudizi ideologici contro la famiglia e contro il benessere: crisi della società italiana, denatalità, diminuzione del benessere, immigrazione senza controllo, crescita esponenziale della sessualità violenta ecc.

Non adeguatamente considerata, invece, è la puntuale collaborazione della falsa destra, che di fatto si ebbe, al disegno del PCI. Il governo Tambroni, infatti, cadde, anche, in seguito all’errore compiuto dall’'ala intransigente del Msi, che faceva riferimento a Giorgio Almirante e che respinse la ragionevole proposta ,avanzata da Tambroni, di spostare in una sede difendibile ,la delegazione di Nervi, il congresso del Msi.

Il risultato della decisione altamente masochistica di tagliare il ramo politico sul quale la destra italiana poteva vivere e prosperare fu un'umiliante emarginazione, durata trentatré anni e finita grazie all'intervento di Silvio Berlusconi. Rievocare la drammatica caduta del governo Tambroni e i suoi frutti velenosi, aiuterà a far capire l'immensa miopia e la pericolosità di quegli esponenti della destra, per fortuna pochi, che lavorano per logorare ed abbattere Silvio Berlusconi?
11/03/2010

Il senso della misura.
Mille voci si sono levate scandalizzate ad affermare che si era perpetrata una grave violazione della giustizia nel riammettere, attraverso un decreto avallato da un attento Capo dello Stato, le liste elettorali delle regioni del Lazio e della Lombardia. La cosa ha del ridicolo.

Non si può considerare violazione della giustizia il superamento di un intralcio burocratico mediante l’interpretazione di un regolamento, cosa non rara né illecita, di fronte alla superiore esigenza di evitare il danno di quello scopo, l’elettoralità, che proprio quel regolamento è chiamato a tutelare.

La tutela dell’esercizio del voto, cardine del sistema, è tale che ai presidenti di seggio è data ampia facoltà di interpretazione nell’ammettere qualche formale irregolarità, purché sia certa la volontà del votante: votazioni al letto degli ammalati, nei corridoi del seggio per i non deambulanti, imperfezioni nell’indicazione di una preferenza.

Non è ragionevole pertanto confrontare la situazione che si era determinata con il danno che subisce un candidato che viene escluso da un concorso per ritardo nella presentazione dalla domanda o quello che subisce un viaggiatore ritardatario che perde il treno. In questi casi il danno è di singoli, nella vicenda in corso, senza un rimedio interpretativo, si sarebbe avuto il danno di milioni di persone nella loro rappresentanza in due delle regioni più importanti d’Italia e, di conseguenza, una vera crisi del sistema istituzionale.

Ma la vicenda raggiunge il grottesco se si pensa che proprio gli attuali contestatori avevano affermato di non voler “vincere a tavolino”. Ed in tal caso, quale risorsa avrebbero proposto?
05/03/2010

Fantasma di un partito.
In un articolo di fondo prima pubblicato “per errore” sul Corriere della Sera, poi ritirato ed infine di nuovo pubblicato, Galli della Loggia, descrive, riferendosi al PDL, “il fantasma di un partito”.

Nonostante che l’argomento sia di grande rilievo storico e culturale, la penna del giornalista scorre secondo una lettura “ di repertorio”. Descrive per i tre quarti dell’articolo, con maestria, gli intrighi interni, le lotte per la successione al premier, le mosse “allo scoperto” di Fini, “la confusa accozzaglia”, la”estraneità” alla politica di Berlusconi. Il testo finisce, nelle ultime righe, per entrare su un tema caro all’autore e cioè “la fine virtuale di tutte le culture politiche” della modernità italiana, ed il deserto di idee: “nessuna visione per l’avvenire”, “nessuna idea nuova”, “nessuna indicazione significativa”, “nessuna nuova energia realmente politica”, per affermare, infine, che “un deposito è rimasto solo nel centrosinistra”, “così come nel centrosinistra sono rimasti quasi tutti i vertici della classe politica che fu cattolica e comunista” e, chiosa finale, “ alla Destra è toccato solo il resto: a cui poi, per il sopraggiunto, generale, discredito della politica, non si è certo aggiunto il meglio del Paese”.

E’ difficile anche per un intellettuale dello spessore di un Galli della Loggia cercare di capire un fenomeno come quello della decadenza delle culture politiche e dei partiti partendo dagli effetti e non dalle cause. Ed è addirittura ingeneroso vedere il “deserto” della Destra e guadare con considerazione al “deposito” della sinistra e della sua cultura cattolica e comunista. Proviamo a partire dalla fine degli argomenti dell’editorialista del Corsera.

Per quasi tutto il periodo della seconda metà del novecento italiano le culture dominanti sono state due: quella che ruotava intorno alle idee comuniste, secondo una lettura gramsciana che, seppur si differenziava dall’ortodossia comunista, ne subiva il fascino attraverso l’ossequioso stalinismo di Togliatti (l’unico capo comunista italiano che ebbe il coraggio di opporsi a Stalin fu Amadeo Bordiga) e quella cattolica che, superati i veti della Chiesa fino a Pio XII, con una intelligente rilettura del modernismo e con una particolare interpretazione del Maritain di “Umanesmo integrale”, preparò il Concilio e diffuse il post Concilio , in una ispirazione che scorreva parallela all’espansione delle idee della sinistra.

Cultura ufficiale, università, case editrici, redazioni di giornali furono la cassa di risonanza di queste sole due culture. Pallide e minoritarie furono le culture liberali ( la scomparsa di Croce), mentre il radicalismo neoilluminista – assolutamente minoritario, come lo fu il partito D’Azione - si preparava alla lunga marcia per trasformare il PCI e la sinistra in un partito radicale di massa, come profetizzava Augusto Del Noce. La cultura della tradizione cattolica sopravviveva in ristretti cenacoli ( Renovatio) e tutto ciò che aveva fatto grande il novecento italiano, ma non legato alla cultura cattolica o comunista veniva equiparato al fascismo e, quindi, ritenuto marginale o “barbaro” e trovò rifugio in qualche terza pagina di quotidiani ( Il Tempo ) o, parzialmente, nel Borghese di Mario Tedeschi. E poco altro.

Le cultura alternative all’egemonia comunista e del progressimo cattolico erano anche fisicamente cancellate, come è stato dimostrato dall’ostracismo, fino all’attentato fisico, nei riguardi del più importante storico italiano: Renzo De Felice.

I giovani che in quegli anni volevano leggere qualcosa di diverso dalla dittatura delle lettere di allora, dovevano ricorrere o a cercare testi nelle librerie di occasione e nelle Biblioteche pubbliche o darsi a letture di testi di case editrici semiclandestine. Poi qualcosa è cambiato. La ceduta del Muro di Berlino ha sferrato il colpo decisivo alla condizione strutturale sulla quale poggiava la cultura comunista, mentre la lenta, ma raffinata messa a punto della dottrina cattolica dalla Congregazione della Dottrina della Fede spuntava le armi al progressismo cattolico che aveva invaso le facoltà di teologia e la cultura delle associazioni cattoliche, per preparare la giusta lettura del Concilio e per riproporre il pensiero forte della Chiesa.

Da allora ai giovani si sono aperte le porte di una cultura diversa, più aperta, pluralista, non più condizionata dalla dittatura delle lettere comunista e modernista.

Nel frattempo, negli stessi anni, non per mera coincidenza storica, i due partiti ( DC e PCI ) svuotati dall’interno, privi di ragioni storiche di sopravvivenza e non più capaci di difendersi anche nei riguardi delle inchieste della Magistratura (DC) finivano la loro vicenda sociale e politica.

Ciò che è sopravvissuto in campo cattolico progressista e comunista, in sede politica, si è riunito prima nell’alleanza DS - Partito Popolare, poi, nell’Ulivo ed, infine nel PD. Ed ha ragione Galli della Loggia, il deposito qui c’è, ma, diciamolo, è un deposito di cadaveri. Franceschini e i cattolici democratici si rifanno alla cultura dossettiana che è stata definitivamente sconfitta come dimostra il fallimento di Prodi, mentre D’Alema insegue una linea riformista, cioè una socialdemocrazia italiana di carattere europeo, ma questa possibilità in Italia è finita con la morte in esilio di Craxi. Tanto è vero che quando Veltroni si pose il problema di dare un’identità al neo nato PD, pensò di varcare l’Oceano ed approdare agli improbabili lidi dei liberals statunitensi.

A Destra il discorso è più complesso. Qui fortunatamente non c’è un “deposito” di roba vecchia, ma se si legge il discorso di Berlusconi al Congresso di fondazione del PDL che parla di patriottismo della storia e della tradizione e della libertà come di un diritto naturale, se si considerano i testi e gli atti di Tremonti, ispirati all’economia sociale di mercato, se si valuta con attenzione il senso del principio naturale di precauzione che spinse Sacconi alla scelta di campo per la vita di Eluana Englaro, se si riflette sulle analisi e le indicazioni di Gaetano Quagliariello su democrazia e questione antropologica, in sintonia con il pensiero di Ruini e Ratzinger se si considera questo ed altro che si affaccia nella confusa congerie delle parole della destra , si notano segnali nuovi, importanti e che colgono l’attualità della storia di oggi. Nonostante l’ostracismo della stampa di proprietà degli imprenditori “ atei e possidenti” segnali culturali nuovi sono solo a destra e non è giusti ignorali o minimizzarli.

Certo, sul piano organizzativo e della classe dirigente la Destra paga il prezzo di una inesperienza quasi tragica e di un partito che non deve tentare di essere la brutta copia di quelli del tempo che fu, rispetto ad un PD che ha nel suo seno gente di mestiere. Più degli altri la destra paga il prezzo del fatto che in Italia risulta difficile costruire una nuova forza politica secondo una logica che non può essere solo quella del partito di opinione.

Ma la costruzione di un partito nuovo non è solo un’operazione volontaristica è anche e soprattutto un tema che chiama in campo il quadro istituzionale del Paese e ancor più la necessità di riproporre con forza la questione dell’identità nazionale.

Magari fosse solo la crisi dei partiti. Non ci si rende conto – e le analisi di Galli della loggia non aiutano - che siamo in presenza di una crisi della politica e delle istituzioni. Gli italiano non solo non si identificano con partiti di scarso spessore, ma, ed è più grave, non si identificano più con le istituzioni rappresentative.

Va ricostruito il patto tra il popolo e le sue istituzioni e come ricostruirlo senza il coraggio di volere riaffermare l’ identità nazionale ? Certo se si rincorre il multiculturalismo, se il patriottismo è solo negli articoli di una Costituzione vecchia di oltre sessanta anni , se si stempera l’idea di Nazione nel mercatismo o nelle asettiche e tecnocratiche istituzioni comunitarie, se i temi civili riguardano unicamente i diritti individuali e non si “cerca un orizzonte di identificazione collettiva ‘ulteriore’, rispetto alle prassi economico-sociali” come suggerisce l’importante giuspubblicista tedesco Bockenforde, l’identità nazionale si stempera sempre più.

Il bandolo di questa intricata matassa che imbriglia l’Italia, in fondo, è quello stesso che De Gaulle seppe individuare quando, chiamato per superare una crisi politica ed istituzionale, introdusse quella riforma della Costituzione che indicò ai francesi la strada per consolidare la democrazia ed il sistema politico e per rafforzare il prestigio della più alta carica istituzionale della Repubblica e con essa, l’orgoglio di una identità che stava svanendo. Il gollismo sopravvisse al suo fondatore e la Francia fu salva.
10/02/2010

Stato di coma e stato di coscienza.
Ha suscitato grande sorpresa il caso riportato da tutti i giornali di due soggetti da anni in stato di coma che hanno dimostrato, attraverso la functional magnetic resonance imaging, la capacità di recepire le domande che venivano loro fatte e di dimostrare una limitata ma adeguata risposta ad esse (SI-NO) e di dimostrare perciò di intendere e di conservare uno stato di coscienza.

Questo si è ottenuto soltanto in due casi su un totale di 54 pazienti consimili tutti sottoposti ad un accurato e prolungato periodo di osservazione.

La rarità o meglio la singolarità dei casi che hanno dato risultato positivo e la sofisticata metodica di indagine adottata non possono portare certamente ad affrettate conclusioni.

In merito tuttavia due note possono essere fatte. La prima è che riemerge la norma generale dell’astensione ove si abbia il semplice dubbio di agire in maniera lesiva; la seconda, ancor più meritevole di attenzione, è che va respinta quella grande superficialità con cui, sulla base di presunte certezze scientifiche , si dovrebbero omettere assistenze ordinarie in soggetti dotati di una vita, sia pure vegetativa, ma pur sempre vita umana.
02/02/2010
La Polverini e le unioni di fatto.
“Sono favorevole a normare le unioni di fatto a patto di non produrre un matrimonio di serie B” si legge in un intervento sul suo blog curato da Velardi della candidata alla carica di governatore del Lazio Renata Polverini. L’uscita appare piuttosto improvvida, pur in una formulazione che sembra non voler mettere in discussione il carattere costituzionale del matrimonio.

Per la verità la “correzione” del sindaco di Roma Gianni Alemanno che ha sottolineato che il tema delle unioni civili è “materia statale”, risolve solo in parte la questione che si presenterà con tutto il potere dirompente nelle attività legislative della Regione nel prossimo quinquennio.

Infatti, nell’ambito delle politiche sociali e di sostegno alle famiglie il concetto da chiarire è quello di cosa si intenda per famiglia, se ad essa possano far riferimento anche le coppie di fatto o le unioni a qualunque titolo o se per tale istituto si intenda, secondo l’assunto costituzionale, la “società naturale fondata sul matrimonio”.

La questione, nella legislatura ormai al termine, emerse quando, rispetto ad un disegno di legge arrivato in consiglio e mai discusso che riorganizzava l’intera materia delle politiche sociali, l’Assessore al Bilancio di Sinistra, Ecologia , Libertà Luigi Nieri propose un emendamento che, definendo il significato del termine famiglia, nel corpo dell’interno progetto di legge, introduceva la equiparazione con il concetto di “famiglia anagrafica”. La reazione politica dell’itero centro destra, UDC compresa, fu di netta opposizione.

Peraltro questa presa di posizione della Polverini, oltre a deludere significativi ambienti del mondo cattolico, sta provocando perplessità nel partito di Casini che nel programma presentato e sul quale ha stabilito l’accordo nel Lazio con la candidata Presidente si è nettamente attestato sulla definizione costituzionale di famiglia.

C’è chi fa rilevare che questa dichiarazione sembra in qualche modo risentire di una ispirazione acattolica che fa muovere talune elaborazioni culturali e politiche di fondazioni vicine ad esponenti istituzionali o, tatticamente, dall’esigenza di non farsi “stringere all’angolo” sui temi dei diritti individuali dall’antagonista Bonino.

C’è da rilevare, invece, che il terreno che la sinistra lascia alla concorrente di centrodestra è quello di un forte impegno sociale che il PD e i suoi alleati hanno abbandonato e che vede nel programma della Polverini una credibile ripresentazione.
17/01/2010
Una fotografia digitale del Paese.
Molte vicende recenti stanno rivelando uno spaccato del nostro Paese, che per la sua attualità definirò fotografia “digitale”, sconcertante e pericoloso, ma, per certi aspetti, anche foriero di speranze perchè fa intravedere che la grande maggioranza della popolazione, ancorchè silenziosa, comincia a capire la vera situazione e a reagire.

La popolazione è sempre più divisa, ma la novità è che, oltre a esserlo sostanzialmente in due sole parti, queste stanno differenziandosi quantitativamente e, soprattutto, non più in base a vecchie e superate ideologie.

Si stanno, piuttosto, distinguendo in base all’appartenenza o meno alla categoria amorale di chi intende far parte o aderire ai nuovi “poteri forti”, la cui sola forza sta nella prevaricazione. Essi sono ovunque, senza distinzioni di classi e livelli sociali, di categorie culturali, idelogie politiche, attività lavorative ed economiche, ossessionati dal desiderio di prevalere a qualunque costo. La forza non è esercitata con i soli strumenti tradizionali della grande finanza, ma attraverso la commistione con settori della grande imprenditoria, in particolare immobiliare, edilizia, editoriale, con pericolose collusioni di interessi.

E’ emblematica la figura di quel finanziere “militante” e “imprenditore” nel campo .....fallimentare, che prospera grazie al suo quotidiano le cui fortune stanno ormai nelle stravaganze del gossip politico. La dimostrazione lampante di tutto ciò è il rabbioso atteggiamento di una minoranza violenta contro un uomo, Silvio Berlusconi, indubbiamente di capacità superiori alla media, che, provenendo da altre realtà ed esperienze ma, soprattutto, dotato di grande coraggio, si propone di rompere la sudditanza e l’omertà nei riguardi dei nuovi poteri forti e di combattere ogni forma di sopraffazione, convincendo la maggioranza della popolazione, vera vittima della situazione.

Gli avversari di quest’uomo non appartengono solo alle tradizionali tipologie della concorrenza politica, ma se li trova anche in casa, in personaggi di rilievo, che fino a poco tempo fa apparivano a lui affini, traendo vantaggi dalla sua popolarità.

L’alleanza di questi avversari è trasversale e, nei propri comportamenti, avvicina la mafia e altre forme di criminalità organizzata alle categorie più “nobili” della società, quali la Magistratura (dove una minoranza rumorosa, gelosa dei poteri acquisiti grazie all’autonomia, all’autogestione, all’impunità, condiziona l’intera categoria), la cultura “accademica” che abusa di una superiorità spesso solo apparente, il giornalismo legato all’editoria, ecc. In particolare, si è giunti in pratica, attraverso pericolosi e falsi pentiti, a una sorta di equivoca collaborazione fra alcuni magistrati e la mafia, incattivita dalla lotta senza precedenti condotta dall’attuale governo.

Molti politici, preoccupati dalla constatazione del successo popolare e internazionale di quest’uomo, che non fa loro intravedere una vicina alternanza democratica, stanno ricorrendo ai mezzi più squallidi per toglierlo di mezzo, con il risultato però di ridurre il proprio seguito che, per interesse o inerzia politica, seguita a partecipare stancamente a cortei e manifestazioni di protesta per chiedere soltanto di abbattere quest’uomo e il suo governo.

Questi, stimato e considerato durante 30 anni di brillante attività imprenditoriale, esercitata in campi diversi, da quando è sceso in politica ha avviato un’amministrazione di tipo nuovo e convincente, mettendo a nudo errori e debolezze dei concorrenti politici, presenti e passati. Da qui la crisi di una sinistra che non ha saputo far di meglio che accusarlo progressivamente di tutti i reati possibili, senza che, in 15 anni di attività politica e di processi, ne sia stato dimostrato uno solo.

Ma, come ha rilevato il Presidente della Repubblica, “nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini elettori il consenso necessario per governare”. E’ una dichiarazione significativa, della quale vanno pesate le parole: non cita solo la “maggioranza del Parlamento”, ma anche i “cittadini elettori” che le hanno dato il consenso. Quando 15 anni fa la coesione venne a mancare fu tradito il consenso ottenuto dai cittadini. Ma possiamo confidare che ciò non si ripeterà e che il Presidente della Repubblica, preso atto di tale consenso, a differenza di un suo predecessore, richiamerebbe i cittadini alle urne. Il colpo di mano del 1994 non si ripeterà.
07/12/2009
Accanimento terapeutico ed eutanasia.
Tra i problemi etici del momento è senza meno di scottante attualità quello del trattamento di malati con serie difficoltà di ordine medico e non solo. Le discussioni emergono o si accentuano al giorno d’oggi perché le maggiori possibilità terapeutiche che la scienza mette a disposizione sembrano voler infrangere i limiti e gli insuccessi che la patologia purtroppo impone.

L’argomento fu spesso motivo di attenzione e di orientamenti della Chiesa ed è senza meno utile ricordare che non solo nel pensiero cattolico, ma nella stessa più diffusa opinione dei cultori di bioetica e degli stessi medici la vita del malato va salvaguardata secondo il dettame contenuto nel giuramento di Ippocrate per il quale in nessun caso si doveva provocare la morte del malato: “Non darò un farmaco mortale a nessuno per quanto richiesto, né porrò un tale consiglio”

Al riguardo bisogna riflettere sulle difficoltà che si presentano per classificare i comportamenti distinguendo elementi che alterano l’essenza del problema, cioè la salvaguardia del bene del paziente e della sua vita nello svolgersi nei termini che la natura prevede. Questo scopo va perciò sottratto a iniziative che non corrispondano a quella esigenza o dovere.

In altre parole: la vita va salvaguardata, ma la salvaguardia non può essere tale se si rivolge a finalità diverse da quelle che le sono proprie come potrebbe essere, da un canto un cedimento al pur anche generoso desiderio del medico di vincere ad ogni costo la sua continua lotta contro la malattia, dall’altro un cedimento al sentimento affettuoso e struggente dei familiari di conservare in vita sempre e comunque la persona cara. Si tratta di fattori che complicano le valutazioni e queste, su un opposto versante, sono ulteriormente complicate da considerazioni di diverso e colpevole interesse.

Esse possono essere la volontà di favorire una sopravvivenza a fini utilitaristici oppure, al contrario, oppure interromperla attribuendo pretestuosamente alle cure gli estremi propri dell’accanimento, onde giustificare l’eutanasia. E’ evidente la difficoltà che si incontra in pratica a distinguere quanto sia o non sia moralmente lecito in questo campo per cui all’accanimento terapeutico va assegnata una definizione che- premessa l’assoluta necessità del consenso del paziente alle cure – sia un trattamento

1) straordinario per novità, infrequenza o complessità di attuazione
2) che comporti eccessivo rischio oppure danno psicologico e/o grave mutilazione o altra menomazione fisica
3) che presenti scarsi o nulli vantaggi per la vita o per il miglioramento del paziente essendo sproporzionati alle sue condizioni cliniche.

Questa identificazione intende chiaramente che un trattamento ordinario, come per esempio l’idratazione o l’alimentazione assistita non rientrano nella categoria dell’accanimento perché non sono pratiche straordinarie ma ordinarie, non sono rischiose ma sicure, non sono inutili ma proficue.

Quando si afferma che l’idratazione operata per fleboclisi e l’alimentazione con preparati per sondino gastrico costituiscono un trattamento straordinario si confrontano questi trattamenti con l’abituale alimentazione mediante un normale cibo o una normale bevanda normalmente somministrati; ma si deve riflettere che il confronto della straordinarietà non va fatta in questo senso ma con una procedura che sia straordinaria per l’abituale pratica chirurgica e medica, non con le modalità di una normale alimentazione della vita quotidiana. Inoltre straordinario l’intervento non deve essere tanto per la sua rarità di utilizzo, ma per il peso che esso esercita sul paziente e per l’invasione che esso esercita sul suo corpo o sul suo sentire.

Altre esemplificazioni ci porterebbero al di fuori degli scopi indicativi propri del nostro compito e riconosciamo che dalla esposizione dei limiti indicati in teoria per la loro identificazione permangano serie difficoltà in pratica, ma riteniamo che esse debbano venir superate tenendo presenti le motivazioni esposte.

L’importante è che dalla giusta rinuncia all’accanimento terapeutico non si scivoli al rifiuto di cure con lo scopo di attuare l’eutanasia; questa anche ha la necessità di una definizione propria che è quella della provocazione della morte come finalità voluta e ricercata sia pure per evitare ulteriori sofferenze al malato. Nel primo caso, la rinuncia all’accanimento, ha per conseguenza un evento accettato e subito, nel secondo caso, l’eutanasia, è uno scopo ricercato ed attuato.

C’è da precisare che una delle esigenze di fronte al malato sofferente è quella di rispettarne la dignità: ma è possibile che per rispettare tale finalità lo si debba sopprimere sia pure a sua richiesta? La dignità del malato consiste certamente nel rispettare la sua volontà in quanto desideroso di non soffrire e per questo si deve mettere in opera per lui ogni mezzo curativo o palliativo assistenziale a questo fine e non quella di sopprimerlo neppure a sua richiesta.

In fine è necessario parlare anche del testamento biologico. Si può affermare che esso non ha in sé nulla di immorale, qualora con esso non si intenda precostituire una prescrizione del soggetto a intervenire nel senso negativo esposto ma nel senso di evitare trattamenti inutili e dannosi. In tal caso però potrebbe sembrare persino incongruo dato che esso esprimerebbe la scelta di un soggetto che al momento di redigerla non sa quali saranno a suo tempo e in tutti i sensi le sue condizioni o future risorse né può prevedere la possibilità di una qualche rettifica; superfluo poi perché le garanzie contro l’accanimento terapeutico debbono esistere in senso proprio e per se stesso.

Qualora poi lo si dovesse adpttare non per evitare un accanimento terapeutico ma per realizzare l’eutanasia, bisogna ricordare che tale scopo – in quanto in sè ingiusto – è già per tutti assolutamente da proscrivere.



Sull'argomento potete vedere il documento scaricabile nella sezione libri con il titolo"SE LA MORTE CEREBRALE” NON È LA VERA MORTE, SONO LEGITTIMI I TRAPIANTI?
29/11/2009
Una "Cristianità" che sia lievito.
Sono trascorsi trentasei anni da quando vide la luce “Cristianità”, organo ufficiale dell’Alleanza Cattolica, un’associazione che si è distinta per la sua testimonianza a favore della dottrina d