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07/2017 [stampa]
IL MERCATO ENERGETICO E RISPARMIO PER GLI EDIFICI
L’Italia ha l’energia e il gas più cari d’Europa. Non lo dicono solo gli utenti ma anche le statistiche. La bolletta della famiglia tipo italiana dal primo luglio 2017 è aumentata del 2,8 per cento. Una variazione, decisa dall’Autorità per l’energia, legata all’andamento dei prezzi dei mercati all’ingrosso conseguenza degli alti consumi collegati alla stagionalità del caldo periodo estivo, alla scarsa idraulicità accumulata durante l’inverno e al fermo di numerose centrali nucleari francesi. Per il gas si registra invece una riduzione dei prezzi del 2,9 % in conseguenza della stagione di bassi consumi a livello europeo pur restando per le famiglie il doppio della spesa elettrica. Il mercato energetico è in grande movimento. La fine del mercato tutelato di energia elettrica e gas è stata fissata per il primo luglio 2019 ma si trascina dietro polemiche di maxi bollette dovute a ritardi o disguidi. In queste settimane Eni gas luce ha lanciato una campagna pubblicitaria dal titolo “ G eni Us” per invitare i clienti a fornirsi di un diario energetico, un programma che monitora mese dopo mese l’uso che fa la famiglia dell’energia, e fornisce consigli e strumenti concreti per avere consumi più efficienti. L’altra iniziativa Eni riguarda il modo di ottenere calore ed energia elettrica da sistemi a concentrazione solare da un’idea di Archimede di 2000 anni fa. Gli operatori corteggiano i proprietari di casa in vista dei cambiamenti che provocherà la liberalizzazione del mercato. A Strasburgo si sta discutendo il pacchetto legislativo Clean Energy for All Europeans che riforma il mercato elettrico e le normative in materia di energia rinnovabili e di efficienza energetica. Il tema dell’energia è stato al centro del convegno milanese organizzato dal “ Centro per un futuro sostenibile” presieduto da Francesco Rutelli, presente anche l’ambasciatore cinese Li Ruiyn che si è soffermato sui rapporti Cina-Europa dopo gli ultimi sviluppi della Conferenza di Parigi sul clima provocati dall’uscita dall’accordo internazionale degli Usa di Donald Trump. In materia energetica nel passato si sono fatti molti errori. Occorre un cambiamento basato su un sistema poco “energovoro”. In Italia si stanno affrontando molti aspetti del contenimento del fabbisogno energetico degli edifici che rappresentano il settore che assorbe la percentuale più alta d’energia destinata agli usi finali (19%). C’è consapevolezza nei cittadini della necessità di ridurre la dipendenza energetica e a che punto è la preparazione dell’industria italiana in merito alla gestione del processo relativo all’efficienza e all’uso razionale dell’energia? L’utilizzo dell’energia primaria è destinata a crescere nel prossimo ventennio. Per un paese come l’Italia privo di materia prime l’efficienza energetica significa ridurre la dipendenza, stimolare la diffusione delle risorse rinnovabili, spingere le industrie a utilizzare impianti che prevedono l’uso di sistemi di trasformazione delle fonti possibili più efficienti. Si sta facendo strada la smart house, una casa intelligente in cui tutto è automatizzato: dal controllo degli impianti di condizionamento e de-umidificazione alla manovra dei serramenti. Con il condizionatore intelligente si può risparmiare in bolletta fino al 7%, bastano due gradi sotto la temperatura esterna mentre alcuni palazzi nuovi o ristrutturati hanno spazi multifunzionali e servizi in comune: più confort e costi ridotti. Per riflettere su questi problemi l’Enea ha organizzato una giornata di dibattito tracciando alcune linee relative all’introduzione delle tecnologie digitali legate all’efficienza energetica e passando in rassegna gli incentivi e i provvedimenti fiscali a supporto della rivoluzione industriale in atto. Il miglioramento dell’efficienza energetica passa anche per la riduzione degli sprechi, dalla modifica dei comportamenti socio-culturali dei vari soggetti interessati. Il problema dei costi coinvolge le aziende, le attività agricole, gli edifici e quindi i loro proprietari. ( smein)

01/2017 [stampa]
L ‘ ALLUVIONE DI FIRENZE E LE ASSICURAZIONI
Nei giorni scorsi si è giustamente ricordato il cinquantenario dell’alluvione che sommerse Firenze il 4 novembre del 1966, con ricchezza di foto attestanti la gravità dell’evento , insieme con articoli rievocanti gli interventi effettuati e gli attori degli stessi , nonché ricordi di testimoni oculari dei fatti . A queste testimonianze vorrei aggiungerne una , per conoscenza diretta , riguardante il rapporto tra l’alluvione e le assicurazioni . All’epoca la garanzia aggiuntiva dei danni d’acqua , nelle polizze di assicurazione “incendio” , era assai poco diffusa e limitata a quella ancor oggi presente nelle polizze dei fabbricati , cioè all’acqua cosiddetta “condotta” , proveniente da rotture di tubi e simili per cui questi danni poterono essere solo in pochi casi indennizzati. Una importante eccezione fu quella riguardante due importanti case editrici fiorentine , “La Nuova Italia” , specialista nella stampa dei nostri “Classici”, in primo luogo “I Promesi Sposi” del Manzoni , e la “Marzocco” , specialista invece in pubblicazione d’arte , dedicate alle città italiana , da Roma a Firenze. Queste due società avevano stipulato con la Riunione Adriatica di Sicurtà , la RAS, delle polizze “incendio” , garanzia base , alla quale , per le merci , cioè i volumi in magazzino , era stata aggiunta , come garanzia accessoria una clausola abbastanza generica di danni d’acqua , senza specifiche riguardanti l’origine dei danni stessi , e quindi non limitata alla rottura di tubi , come sopra esposto . Perciò l’evento alluvionale , non esplicitamente escluso , fu giustamente e correttamente ritenuto in garanzia ed indennizzato , per centinaia di milioni ( pensiamo all’epoca !), dopo le logiche operazioni di perizia per l’esatta valutazione del danno sofferto. I libri , furono praticamente resi irrecuperabili , in quanto si trovavano logicamente accatastati in locali seminterrati ed erano impilati quasi fino al soffitto , per cui , nel caso specifico della “Marzocco” , non si era tenuta una sufficiente distanza tra volumi e solaio , mai pensando a quanto sarebbe avvenuto, cioè l’accrescimento della carta , imbibitasi d’acqua , in maniera tale che , addirittura era riuscita a sfondare , dal basso verso l’alto , il pavimento del piano superiore ,che pure era in cemento armato , essendo il fabbricato della tipografia di costruzione abbastanza recente . E così dopo questo evento le Compagnie di Assicurazione studiarono una clausola più precisa ed articolata , per la copertura di questo genere di eventi per fare fronte alle richieste sempre più pressanti e numerose che provenivano da industrie , depositi commerciali ed anche enti territoriali con grandi patrimoni immobiliari, che volevano essere garantiti contro i rischi dell’acqua , purtroppo rivelatisi molto più frequenti di quanto pensassero le stesse assicurazioni . Dr.ing. Domenico Giglio – V.Direttore RAS a.r.-

09/2016 [stampa]
CROLLO DI PALAZZI E FASCICOLO DI FABBRICATO
Una benedetta insonnia ha salvato gli abitanti di via della Farnesina a Roma. Un inquilino ha dato l'allarme in piena notte e tutti sono fuggiti. Il palazzo è poi crollato per la presenza di due grosse crepe che si allargavano a vista d'occhio. A gennaio 2016 erano crollati due piani alti di un palazzone di Lungotevere Flaminio. Errori, perizie non adeguate, manutenzione carente, infiltrazioni nel sottosuolo, carente integrità delle condotte d'acqua transitanti tra le palazzine. Edifici evacuati, oltre 110 persone fuori dagli appartamenti. La Procura della Repubblica ha aperto un'inchiesta per valutare le responsabilità e il tipo d'intervento dei periti chiamati dagli inquilini. L'amministrazione comunale corre ai ripari e la sindaca Virgilia Raggi che si è recata due volte sul posto ha osservato “ c'è la consapevolezza che se il fascicolo del fabbricato fosse obbligatorio, se si fossero avviati seri censimenti sullo stato degli edifici, se si facesse attività preventiva e messa in sicurezza per il rischio idrogeologico alcuni di tali eventi sarebbero evitabili”. L'interesse, dopo la tragedia sfiorata, è di avviare un programma di larga scala di carotaggi per analizzare la stratigrafia del sottosuolo e fare una stima del rischio della zona di Ponte Milvio. Poi si potrebbe proseguire nei quartieri distribuiti lungo la anse del Tevere. Le zone più a rischio sono Appia Antica, Cinecittà, Caffarella, Momtagnola, Tuscolano, Quadrato, Prenestina. Ci sono cunicoli, necropoli e cave di tufo ovunque. Il suolo di Roma è fragile. Sorge su una rete complessa di cavità sotterranee, molte sconosciute, prodotte in duemila anni di storia, comprese le catacombe. Dal 2012 al 2015 ci sono state in media più di 100 voragini, crolli sotterranei dovuti a lavori dell'uomo e anche a infiltrazioni d'acqua. Gran parte sono su strada ( buche) ma anche sotto i palazzi. Furono i lavori di ristrutturazione al quinto piano a causare il cedimenti degli ultimi due piani del palazzo di via Lungotevere Flaminio, in cui non è tornata la normalità, con 4 persone indagate dalla Procura. Nel 1998 in via di Vigna Jacobini al Portuense 5 piani si schiantarono a terra come cartapesta. Secondo uno dei sopravvisuti Funaselli, che ha costituito un'associazione sulla sicurezza degli immobili, a Roma ci sarebbero oltre 500 palazzi a rischio grave. Secondo gli esperti il 60% degli immobili romani è stato costruito prima degli anni Ottanta e quindi non rispetta le attuali norma sulla sicurezza sismica e idrogeologica. Per l'istituto di geofisica il pericolo aumenta per le costruzioni realizzate vicino ai corsi d'acqua. Manca la mappatura e il monitoraggio degli immobili a rischio. Non esiste il fascicolo del fabbricato che invece potrebbe servire a ricostruire la successione di tutti gli interventi che sono stati realizzati all'interno dello stabile dalla sua costruzione. C'era in realtà una delibera del Comune di Roma del 1999 ma venne annullata dal Tar e dal Consiglio di Stato. Così nessuno conosce lo stato di salute degli immobili della capitale. Ma il problema riguarda tutto il territorio nazionale. Qualche esperto ha avanzato l'ipotesi che il terremoto di Amatrice abbia avuto qualche effetto anche nel sottosuolo della capitale e in particolare nella zona di Ponte Milvio dove si sono create delle infiltrazioni d'acqua che hanno bucato le fondamenta dei palazzi. Senza contare che manca dal 2008 una pulitura completa dei fondali del Tevere. Ci sono troppi ritardi, osserva il presidente della Federproprietà Massimo Anderson, sul piano della sicurezza sismica, stradale e idrogeologica. Se si avviasse un programma pluriennale si risolverebbero anche alcuni problemi occupazionali. E se si passa dal settore privato a quello pubblico le infiltrazioni sulla manutenzione delle case popolari sono di stampo mafioso. L'Autorità anticorruzione ha inviato ai Magistrati competenti un dossier sull'aggiudicazione dell'appaltone sulle manutenzioni ordinarie ed impiantistica delle case del Comune di Roma, la cui gara è del 2015, assessore al Patrimonio Luigi Nieri della giunta Marino. Le anomali segnalate anche all'ex Commissario Tronca ( tentativi di spartirsi l'appalto giocando sui ribassi) hanno riportato tutto a zero, con nuove graduatorie delle ditte nella speranza degli inquilini di veder finalmente iniziare i lavori. Mettere in sicurezza il patrimonio edilizio, non trascurando le scuole, dovrebbe costituire un dovere prioritario ma anche una opportunità di riavviare l'economia. Sergio Menicucci

07/2016 [stampa]
NEGLI USA SCONTRO SOCIALE
Nessuno si sarebbe aspettato che nel 2016, alla fine del mandato di Obama – primo presidente di colore a Washington - sarebbe accaduto quello che è accaduto a Dallas, dove un cecchino ha ucciso numerosi agenti di polizia bianchi, per “rappresaglia” delle uccisioni di alcuni negri da parte di agenti di polizia in altre città. Sono stati momenti difficili , di una gravità eccezionale che hanno tenuto con il fiato sospeso gli americani e che hanno mosso il Presidente Obama a intervenire direttamente per disinnescare quanto stava accadendo. Quali cause possono aver scatenato questo ritorno di scontri razziali che gli USA avevano conosciuto in un passato abbastanza lontano e che poche volte avevano raggiunto tale spietatezza ? Trump ha dichiarato che Obama ha diviso l’America e se possiamo concedere al candidato repubblicano l’asprezza di una polemica che è frutto anche di una campagna elettorale che ha visto episodi di violenza contro lui stesso, non possiamo sottrarci alla preoccupazione che qualcosa sia accaduto in questi anni obamiani. E riemerso qualcosa di grave, perché, da episodi di violenza di qualche poliziotto , possa essersi scatenato tutto ciò che è avvenuto a Dallas, dove nei quartieri più afroamericani girano le pattuglie dei vigilantes armati contro i poliziotti bianchi ( vedi Valeria Robecco su La Stampa dell’ 11 luglio ). E la “rivolta” non si è fermata a Dallas, ma è dilagata in tutto il Paese: dal Minnesota alla Luisiana, con 250 arresti e il ritorno delle Black Panter, le Nuove Pantere Nere. Anche se non si vuole gettare la colpa su Obama , gli USA, però, hanno un problema che non possono far finta che non esiste. Anche il Vescovi di Dallas, Kevin Farrel, lo riconosce e lo afferma: “ Le divisioni sono reali e i problemi sono evidenti”, pur separandosi e criticando, senza nominare il candidato repubblicano. Aggiungendo : “ l’America adesso ha bisogno di leader responsabili che sappiano difendere i poliziotti , ascoltare le ragioni degli insoddisfatti, risolvere i problemi e sanare le divisioni”. Ecco che il punto fondamentale è colto: il malessere americano deriva dalla frattura che si è andata creando a seguito di una economia attenta solo al mercato ed alla finanza, sempre meno orientata allo sviluppo della ricchezza reale ed alla crescita delle salvaguardie sociali. Il salvataggio delle banche non risolve i problemi della gente, anzi, a volte, può accentuare differenze sociali, soprattutto nelle classi che chiedono stabilità e sviluppo . Non sarà colpa di Obama e della Clinton, ma è altrettanto meno probabile che la si possa attribuire a Trump, il cui successo, invece, è la spia più evidente di una condizione grave che non si può ignorare. D’altra parte se si volesse conoscere chi negli ultimi anni si è più adattato alla globalizzazione finanziaria ed al suo paradigma non possiamo non scorgervi i Clinton e la discesa in campo dell’attuale presidente verso Hillary lo conferma in questa direzione. E gli Stati uniti avrebbero bisogno se non di cambiare direzione, quantomeno di correggerla per evitare che le insoddisfazioni, le divisioni, le nuove diseguaglianze , riportino ad un passato sembrava davvero passato.

PIETRO GIUBILO

05/2016 [stampa]
SULLE ROVINE DI PALMIRA ORCHESTRA RUSSA CELEBRA LA VITTORIA CONTRO LA BARBARIE
Il 5 maggio, tra le rovine dell'antico anfiteatro della città storica di Palmira, in Siria, l'orchestra russa del teatro Mariinsky di San Pietroburgo ha offerto un tributo solenne e commovente al trionfo della civiltà sulla barbarie nella forma di un concerto classico. Intitolato "con una preghiera per Palmira - la musica fa rivivere le antiche mura", il concerto è stato dedicato alla memoria di tutti coloro che hanno perso la vita a causa del terrorismo, in particolare a quella del Dott. Khaled al-Assad (1934-2015), l'archeologo siriano che fu custode delle antichità di Palmira per 40 anni, ed è stato decapitato dai terroristi dell'ISIS lo scorso agosto, dopo essersi rifiutato di dare loro accesso ad altre statue per distruggerle. Ed anche alla memoria dell'ufficiale russo delle forze speciali Aleksandr Prokhorenko, ucciso a metà marzo dopo aver richiesto l'intervento delle forze aeree russe dalla sua posizione, circondato dai jihadisti durante la battaglia per Palmira. Il concerto è stato diretto da Valery Gergiev, e i principali solisti erano Pavel Milyukov, violino, e Sergei Roldugin, violoncello, quest'ultimo direttore artistico del Conservatorio di San Pietroburgo. Il programma classico includeva la Ciaccona di Johann Sebastian Bach, che il grande violinista Yehudi Menuhin definì "il più grande assolo per violino mai esistito". L'esecuzione ha subito elevato il pubblico, e le milioni di persone che hanno ascoltato il concerto trasmesso in diretta, al livello del sublime. La Ciaccona è stata seguita dalla Prima Sinfonia di Sergei Prokofiev e da un brano dall'opera Non solo amore del compositore russo moderno Rodion Shchedrin (vedovo della famosa ballerina russa Maya Plisetskaya). Quando Gergiev ha presentato i pezzi del programma, ha sottolineato che Prokofiev scrisse la sua sinfonia "in omaggio ai grandi maestri del passato: Mozart, Haydn, Beethoven," le cui opere esprimono "ottimismo e speranza." Questo tributo alla musica classica, universale, organizzato in una situazione estremamente pericolosa, è l'ennesima mossa riuscita del Presidente russo Putin. Nel suo saluto al concerto, videotrasmesso, Putin ha ringraziato tutti definendo la musica classica un segno di "ricordo per tutte le vittime del terrorismo ovunque sia il luogo e il momento di questi crimini contro l'umanità, e di speranza, non solo per far rivivere Palmira come tesoro culturale per tutta l'umanità, ma per la civiltà moderna minacciata da questo orribile destino del terrorismo internazionale." Gergiev è molto vicino a Putin. Nel presentare il concerto ha dichiarato, in russo e in inglese: "Protestiamo contro i barbari che hanno distrutto meravigliosi monumenti della cultura mondiale. Protestiamo contro l'esecuzione di persone qui su questo grande palcoscenico", riferendosi alle uccisioni di massa da parte dello Stato Islamico il novembre scorso in quello stesso anfiteatro.

PIETRO GIUBILO

03/2016 [stampa]
DOPO LE STRAGI DI BRUXELLES: QUALCHE RIFLESSIONE
Ciò che colpisce - oltre l’efferatezza delle stragi del 22 marzo a Bruxelles – è la conferma e la determinazione di un nucleo operativo che già aveva agito il 13 novembre a Parigi ed anche precedentemente .

La vulnerabilità degli obbiettivi colpiti e le incertezze dimostrate dalle attività di prevenzione , insieme alla possibile diffusione di cellule terroristiche, debbono far riflettere sulla necessità di affrontare in modo adeguato la questione della pericolosità di questo “nuovo radicalismo”, tentando di risalire alle cause specifiche e di ricercare soluzioni idonee. Quale è stato il mutamento del mondo islamico che ha trasformato in terroristi esponenti di generazioni già presenti in Europa o che consente a immigrati più recenti di rendersi operativi in questa direzione ?

Oltre al ripresentarsi in termini di guerra dell’antico conflitto religioso tra sciiti e sunniti, si è andato diffondendo, negli anni più recenti, il credo salafita che si presenta come “la volontà di ritorno all’Islam delle origini“ che ha conquistato i settori più intransigenti dai talebani di al Qaida, fino all’ISIS , prevalendo negli insegnamenti wahabiti diffusi nelle moschee degli immigrati europei ( Carlo Panella , Le radici del fondamentalismo islamico, Mondadori 2002 ).

Si rinnova un antico duello che si contende la guida dell’Islam contemporaneo ; tuttavia esso non si limita allo scontro tra l’Iran e l’Arabia Saudita, cioè ad un conflitto che vuole modificare gli assetti regionali, ma si indirizza alla supremazia intorno alla jihad globale . In sostanza, come ha ben analizzato Maurizio Molinari ( Jihad, Guerra all’Occidente, Rizzoli, 2015 ) in questa battaglia, oltre al “fronte orientale” nell’area della penisola arabica ed in Iraq fino al Pakistan , vi è un “fronte occidentale”, che va dalla sponda sud del Mediterraneo all’area sub sahariana, ma che poi, comporta , il coinvolgimento dell’Europa sulla “linea del fuoco” e, quindi, dei paesi occidentali ed anche di quelli sulla dorsale dei Balcani. Il conflitto per la supremazia, non si limita ad uno scontro interno al mondo islamico; tale “primato” si conquista anche combattendo una guerra iconoclasta contro il cristianesimo e la sua società, oltre che i suoi simboli religiosi o sociali .

In sintesi, la Jihad richiama in campo non solo gli abitanti delle aree sottoposte al conflitto diretto, ma anche i musulmani delle periferie delle grandi città dell’Europa occidentale , anche quelli presenti da più generazioni che sentono il richiamo alla “guerra santa”.

E’ questo il fatto nuovo, rivoluzionario , che trasforma in potenziali combattenti anche quei giovani le cui famiglie si sono da tempo inserite nelle società occidentali.

Inserite , ma non integrate.

Perché vi è un secondo elemento che finisce per concedere spazi a questa nuova Jihad : la mancata integrazione delle società occidentali. In Europa è andata prevalendo l’ideologia del multiculturalismo. Esso, come ha ben scritto Pierpaolo Donati ( Oltre il multiculturalismo, Editori Laterza, 2008 ) “ha generato effetti più negativi che positivi” e cioè “ ha creato frammentazione della società, separatezza delle minoranze, relativismo culturale nella sfera pubblica”. Il multiculturalismo si è di fatto opposto alla integrazione ed ha affermato una ideologia nichilista che non solo ha finito per radicalizzare la separatezza, come rileva Donati, ma non è stata in grado di “spegnere” quegli elementi strutturali di integralismo religioso a cui alcune minoranze mussulmane continuano a soggiacere.

Di fatto e non a caso , è proprio sulla base di una giustificazione multiculturale, che è avvenuto, ad esempio in Italia , ma anche altrove, quanto ha denunciato Galli della Loggia nel fondo del Corriere della Sera del 26 marzo e cioè che “oggi nelle comunità islamiche di più o meno recente immigrazione che si trovano in Italia ( e in Europa ), vigono sicuramente consuetudini di vita e rapporti sociali che i fedeli considerano ispirati a precetti religiosi ( che forse le stesse autorità religiose considerano tali ), ma che sono evidentemente contrari ai valori della Costituzione repubblicana ( oltre che in un buon numero di casi a delle leggi vere e proprie )” . Il professor della Loggia li elenca : il “ruolo della donna”; “la condizione delle giovani” con l’impedimento a frequentare gli studi e i coetanei; i “matrimoni combinati” e la “pratica delle mutilazioni genitali”. Questi sono i “fronti” più evidenti della mancata integrazione, ma ne esistono altri che riguardano proprio le relazioni sociali e l’inserimento nella storia e nelle cultura dei paesi ospitanti. E’ noto che il multiculturalismo, nelle sue forme più estreme, difende tutto ciò, anche se si tratta della negazione dei principi sui quali si basano la democrazia italiana e, analogamente, quelle europee. Ora , davanti a tutto questo, occorre uno sforzo di chiarezza indicando le logiche che possono indicare linee risolutive, ben oltre le analisi che quotidianamente ci vengono propinate da dibattiti televisivo sterili e superficiali.

Galli della Loggia suggerisce una linea rigorosa che obblighi al “rispetto della legge” , ma è del tutto evidente che occorra un’ opera di diffusione culturale che, confrontandosi con la cultura islamica, nel rigettare i “modelli di vita” loro proposti , indichi il sostrato “naturale” dei diritti umani sui quali si è costruita la società occidentale.

In quanto allo scenario geopolitico occorrerebbe innanzitutto prendere atto della origine della nuova Jihad ed avere ben chiaro che il dramma dell’immigrazione non si risolve con i muri e neppure con una indiscriminata accoglienza , ma operando per rimuovere le cause che dilaniano l’area del medio oriente e del nord Africa e che costringono centinaia di migliaia di persone a fuggire. In particolare i paesi occidentali, con ogni possibile alleanza, devono intervenire a livello diplomatico e con “sanzioni” anche di natura economica nei riguardi dei paesi che ispirano e finanziano l’aggressività sunnita ( sauditi ) che rappresenta il bacino di cultura dello sviluppo del Califfato dell’ISIS. L’accordo dei 5 più uno con l’Iran è positivo, anche se permane qualche preoccupazione israeliana e della quale occorre tener conto. L’abbattimento dei governi che si opponevano e si oppongono all’estremismo sunnita è stato un grave errore commesso dai paesi occidentali ed in particolare da USA, GB e Francia. L’ISIS , poi, va contrastato con ogni mezzo , così come esso agisce con ogni mezzo per diffondersi attraverso il terrorismo all’interno degli stati mussulmani e fuori di essi. La riconquista di Palmira in Siria – città di vestigia romane e cristiane - da parte dell’esercito di Assad, sostenuto dagli interventi russi, è un fatto grandemente significativo che, tuttavia , non ha trovato in Occidente adeguato apprezzamento .

In quanto alla necessaria difesa dalle azioni terroristiche che potrebbero intensificarsi in Europa, si deve compiere un passo fondamentale che è alla base di un indispensabile coordinamento delle politiche di intelligence e di sicurezza. Si tratta della questione di una comune difesa e sicurezza europea che, pensata agli inizi della costruzione del disegno europeista, una volta accantonata per il prevalere del nazionalismo francese, ha allontanato il progetto dell’unità politica dell’Europa. E’ evidente che, senza una visione unitaria della sicurezza che si deve concretizzare in un esercito comune, non sarà mai possibile raggiungere una integrazione dei servizi di intelligence che attengono strettamente all’aspetto militare. Il pericolo comune deve essere l’occasione per accantonare gli egoismi nazionalistici.

Vi è, infine, uno sforzo importante che richiama lo strato più profondo, l’essenza , della cultura e della stessa civiltà dell’Europa . Da troppi anni l’Europa è ripiegata in se stessa, rinunciando ad una missione complessiva nei riguardi dell’ ambito naturale dove la storia l’aveva condotta a portare la sua civilizzazione. Il cuore del mondo, nel quale abbiamo avuto sempre un ruolo fondamentale è, oggi, oggetto di influenza e di intervento di altre nazioni e di altre civiltà che portano un diversa visione culturale e sociale . Un solo esempio : la Cina che coniuga comunismo e capitalismo, non certamente democrazia , libertà e diritti civili , negli ultimi decenni, ha inaugurato una nuova “via della seta” che arriva fino in Africa , dove ha radicato una presenza non solo commerciale, ma di sviluppo civile.

L’Europa non sente più il fascino di dover aiutare la crescita dei popoli meno sviluppati . Ha rinunciato a se stessa. Anche le missioni cristiane che, coraggiosamente diffondono il rispetto e lo sviluppo della persona, sono accerchiate e non si contano più i luoghi dove sono oggetto di persecuzioni e di conseguente arretramento.

A livello delle istituzioni internazionali si è fatto ben poco per denunciare e contrastare questo genocidio terroristico, mentre i media ignorano pressoché del tutto il cruento sacrificio dei cristiani che avviene quotidianamente nelle terre dove operano le bande armate degli jihadisti . L’ultima odiosa strage di donne e bambini nel parco giochi di Lahor in Pakistan nel giorno di Pasqua, ad opera del movimento islamista di Jamatul Ahrar conferma questa “guerra” anticristiana. E’ sconcertante il divario di trattamento mediatico rispetto alle disgraziate vittime del terrorismo nelle capitali occidentali.

Non deve venir meno , complessivamente, la consapevolezza dell’Europa di rappresentare una civiltà da difendere e a cui non si può rinunciare. Il terrorismo che rappresenta la più grave minaccia per tali valori, si combatte continuando ad affermare il principio della libertà della persona .

Questa è l’essenza di un vero e proprio conflitto dal quale non possiamo pensare di uscire sconfitti.

PIETRO GIUBILO

02/2016 [stampa]
SAVONA DENUNCIA LO “SCANDALO” DEL BAIL IN
Con alcuni interventi ed , in particolare, due articoli su Italia Oggi del 21 gennaio e del 3 febbraio il professor Paolo Savona, forse il più autorevole economista vivente, a lungo collaboratore di Guido Carli, si esprime con critiche radicali sull’introduzione delle regole europee in materia di soluzione di crisi bancarie denominate bail in.

L’analisi di Savona si spinge bel oltre il merito delle stesse regole introdotte, per evidenziare gli “errori” di politica economica, ad esempio l’accettazione nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO ) di paesi “con rapporti di cambio manipolabili, per vendere merci che non incorporano i costi di una minima rete di protezione sociale”, imponendo così ai paesi civili “ di ridimensionare la rete di welfare” e arrivando anche a provocare la crisi in settori ove i costi di produzione non erano più concorrenziali. Ovviamente, l’origine di molte delle “sofferenze” bancarie è da attribuire a questa evoluzione economica , soprattutto, per i riflessi in quei settori produttivi legati alla piccola e media impresa che , comunque, risultano essere ancora i più solvibili e capaci di mantenere l’occupazione più delle grandi imprese. E’ noto infatti che le maggiori sofferenze riguardano l’erogazione dei mutui più elevati, sui quali le banche molto spesso fanno opera di riconversione dei crediti, come è avvenuto nel caso della Sorgenia della famiglia De Benedetti che ha visto trasformare una esposizione non più solvibile di circa 2 miliardi di euro, in azioni.

Vi sono poi gli errori della politica delle banche o l’insufficiente comunicazione verso i risparmiatori che evidenziano un altro addebito che non può risolversi in una penalizzazione dei depositanti o degli acquirenti di obbligazioni. Invece di denunciare tutto questo si accusano sovente i risparmiatori di “ignoranza in materia finanziaria”.

In sostanza la tesi di Savona è che “non si possono trasferire sui risparmiatori gli sbagli degli altri”, a cominciare dalla politiche governative, a quelle degli stessi istituti di credito o degli organismi di vigilanza. Anzi “giustizia vorrebbe che si proteggesse i risparmi delle famiglie necessari per fronteggiare i rischi non più coperti dallo Stato”. Infatti mentre si spingono i cittadini ad indirizzare i consumi verso beni non strettamente necessari, siamo in presenza “di una riduzione dell’offerta pubblica di beni indispensabili come quelli per la salute “ . Di conseguenza “la protezione del risparmio deve tornare ad essere uno dei cardini della convivenza civile in Italia ed in Europa”. Savona aggiunge un’altra considerazione che riguarda il ritardo con il quale si stanno affrontando le difficoltà della banche italiane. “Quante volte la banca d’Italia ha ripetuto anche nelle sedi ufficiali che la situazione delle banche in difficoltà era sotto controllo ?”. Ed aggiunge: “ quante volte le autorità hanno ripetuto che la ripresa era ‘dietro l’angolo’ o si intravedeva ‘in fondo al tunnel’ , inducendo a ritenere che anche le banche si sarebbero riprese , mentre le sofferenze aumentavano ; ciò ha causato ritardi nella soluzione delle crisi e delle sofferenze bancarie , rendendo impraticabili gli interventi dello Stato effettuati da molti paesi membri della Ue, a cominciare dalla Germania”. Sono accuse rivolte ai governi di Monti , Letta e Renzi che hanno continuato a spargere ottimismo infondato invece di analizzare ed affrontare la situazione ed operare criticamente verso le direttive che si andavano costruendo in Europa. Oltre alla critica sui decreti riguardanti le quattro banche e i pericolosi riflessi sulle perdite imposte agli obbligazionisti , Savona sprona le autorità politiche a richiedere , come ha peraltro sottolineato negli stessi giorni il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, “la correzione al provvedimento varato “ dall’Europa - “ uno scandalo da sanare” - e , superficialmente, confermato dal Parlamento italiano e “l’urgenza di una moratoria del provvedimento” e “la creazione di una commissione indipendente che studi la tutela del risparmio al fine di ridare fiducia ai mercati”.

Una conferma dei gravi errori con i quali l’Europa si è data la direttiva del bail in viene espressa anche da Federico Fubini sul Corriere della Sera del 7 febbraio. Fubini ricorda non solo che la garanzia proveniente “dalla piena fede e dal credito del governo degli Stati Uniti”in quel paese si eleva fino a 250 mila dollari, ma ricorda che in America la collocazione dei crediti in default avviene con la garanzia di una agenzia federale che coprirebbe una parte delle eventuali perdite . Ciò serve , commenta l’articolo, ad evitare che risorse finanziarie si allontanino in quanto “ quel’agenzia di Washington garantisce i depositi avendo dietro di sé tutti i contribuenti americani , i correntisti degli stati in crisi non spostano i loro risparmi verso le banche degli stati più forti quando la propria economia si deteriora”. “La garanzia comune americana – rileva Fubini – sui depositi serve esattamente per evitare questi comportamenti , che potrebbero accelerare la corsa ali sportelli e la crisi di fiducia locali”.

Ora la questione della necessità di una moratoria dell’applicazione delle regole europee del bail in viene da una situazione oggettiva, infatti manca il secondo pilastro della riforma , cioè il fondo di garanzia europea che la Germania si rifiuta di approvare nel timore che le banche di qualche stato siano nella condizione di dovervi ricorrere immediatamente. Anche la richiesta – indiretta – di provvedere ai risanamenti prima di approvare la garanzia collettiva europea, dimostrerebbe la necessità di una moratoria dell’intera regolamentazione, poiché è assolutamente inaccettabile che si siano determinate – anche per insipienza politica di qualche stato come l’Italia –condizioni così differenti nel salvataggio bancario , effettuato dalla Germani ad esempio con circa 240 miliardi di euro e, invece l’Italia che non avendovi provveduto , ora riversi i danni sui risparmiatori.

Va infine precisato che il presupposto della regolamentazione per includere i soldi dei depositanti nei fallimenti bancari , sia la separazione tra banca di affari e banche di investimento. Le banche nelle quali i risparmiatori, lontano da ogni forma di speculazion, offrono i propri denari alle banche per essere reinvestiti nei mutui per famiglie e per attività produttive, sia sotto forma di depositi che di obbligazioni , debbono avere una garanzia pubblica totale , mentre le banche che svolgono attività su titoli derivati ed altri strumenti finanziari, non possono avere forme di garanzia poiché tutto ciò rientra nel rischio dell’investimento speculativo.

Le tesi di Savona e di altri economisti hanno il compito di fare chiarezza su avvenimenti che , invece, dimostrano la deriva tecnocratica di una Europa che, ogni giorno, mostra non solo di allontanarsi dai suoi cittadini, ma di sradicare le basi e i valori della sua convivenza civile.

PIETRO GIUBILO

01/2016 [stampa]
CORRIERE PRO RENZI : IL CAPOLAVORO DEL”CAPITALISMO DI RELAZIONE”
Il “capitalismo di relazione” non è un astratto concetto della scienza sociale od economica. E’ una realtà, una dura realtà che in Italia ha un peso molto importante anche nelle vicende politiche. Esso si mostra attraverso il fatto inoppugnabile e del tutto particolare del nostro Paese che la proprietà dei media più importanti e dei quotidiani in particolare è della grande impresa e non di editori. Pochissime voci si sono levate contro questa sovrapposizione che fece dire ad esponenti della società americana che se ciò avvenisse negli Stati uniti si direbbe che si è instaurata una dittatura.

In Italia, in questo momento, un giornale in particolare si distingue nell’apprezzamento del governo Renzi e questo è il Corriere della Sera diretto da Luciano Fontana. Non ce la sentiamo di ironizzare sul fatto che questo giornalista abbia fatto gran parte della sua esperienza all’Unità, anche perché siamo sempre meno sorpresi del passaggio, ormai dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio, di tanti “intellettuali” di idee comuniste al libro paga della grande borghesia. E’ una galleria incredibilmente lunga fatta di volti tristi e furbastri che non hanno mai mostrato il coraggio di vere idee controcorrente, né di particolare intelligenza.

Il passaggio da Ferruccio de Bortoli a Luciano Fontana rende evidente l’opzione di via Solferino verso il Giglio magico, ma leggendolo in maniera ancora più chiara rappresenta il passaggio dalla guida di un giornalista di solide idee liberali a quella di un funzionario di partito che si inquadra nelle relazioni della proprietà della testata . Anche le ultime luci del giorno di una importante storia dell’informazione italiana si spengono in un tramonto cupo e mesto.

Il fondo del direttore del 15 gennaio è la dimostrazione di questo fervente sostegno. Su di un tema come quello della parificazione delle coppie omosessuali ai diritti derivanti dalle norme sulla famiglia , Fontana , dà il meglio di sé in termini di strabismo e di ipocrisia. Denuncia con cipiglio “il clima di contrapposizione ideologica” ovviamente nei soli riguardi di chi difende una visione di diritto naturale che trovò nel ’47 posto nella Costituzione quando si contrapponevano allora sì partiti ideologici e qualcuno anche collegato con l’URSS; difende la stepchild adoption con l’argomento che l’adozione è possibile con le coppie etero , come se fosse la stessa cosa , cioè che la famiglia possa essere egualmente etero o mono; aggiunge che la “maternità surrogata è un reato” , ma è fin troppo evidente che si possa ricorrerne all’estero fino a quando , immancabilmente, non verrà riconosciuta anche in Italia. Avverte , infine, a proposito di limiti sulla adozione che “le nuove regole dovranno essere coerenti rispettose dell’uguaglianza di tutti i cittadini” con la previsione che “non potranno contenere norme che nei prossimi mesi rischiano di essere cancellate o smantellate, una a una dai tribunali della Repubblica”. Il cerchio è fatto : non ci si deve opporre al progresso della storia e chi lo fa rischia di vedere annullato ciò che contrasta con le convinzioni culturali del partito dei giudici.

Ora, tutto questo, ancora una volta, non ci sorprende è la classica e conformista cultura della sinistra dei diritti individuali e dell’etica fai da te. Quello che, però, si rende evidente è il sostegno al governo e alla sua stabilità, nel momento nel quale una parte del PD ed anche di tutto il NCD si mostrano contrari quantomeno ad alcune norme della legge . Sgorga nel senso dell’articolo il soccorso di Fontana e della squadra del Corriere per evitare guai al governo Renzi, anche perché appare obbiettivamente una forzatura, su un tema così importante , per un giornale che dovrebbe essere liberale , una presa di posizione così radicale. Questo intervento ricorda per qualche verso la scelta che fece Paolo Mieli al tempo di Prodi , ma che allora gli costò la poltrona. Quella fu una indicazione dignitosamente politica ; qui il puntello a Renzi assume i contorni tronfi della tutela dei diritti , dell’attacco alle “proibizioni antistoriche”, insomma viene messo in campo uno spiccio armamentario di polemica culturale ammuffito , saccente e banale. Si dovrebbe avere quantomeno il senso di responsabilità andando a toccare un tema di fondo quale il modello di famiglia che non è solo una ”fisima” dei cattolici, ma permea profondamente tutta la cultura e la storia dell’occidente.

PIETRO GIUBILO

11/2015 [stampa]
DA MARINO A DE LUCA SI PREPARA LA FREDDA PRIMAVERA DEL PD
Fosche nubi si stanno addensando sul fiero capo del presidente campano De Luca. Si stanno preparando tutti quegli elementi “climatici” che annunciano l’arrivo di una”tempesta perfetta”. Dai “magheggi” del suo capo di gabinetto e dirigente del pd regionale, alla sempre ricorrente intrusione politica nella ghiotta torta sanitaria; dal permeabile rapporto tra politica e magistratura, al mercato delle nomine, spigliata vendita politica di moderne “indulgenze”.

E’ ovvio che la giustizia deve fare il suo lento percorso , ma in attesa di quello giudiziario - quando verrà – intanto gli elementi dettagliatamente diffusi rendono facile quello politico .

L’interessato mostra una spavalda sicurezza che tende ad assumere, però, i colori stridenti della sicumera ed il suo presentarsi, con ripetuta scansione , come ”parte lesa” è facilmente contestabile da una sperimentata sequela – anche giudiziaria – che ha sempre agito sulla base del teorema “non poteva non sapere” o della individuazione dell’ “ ultimo fruitore “. De Luca “non ci sta” , ma dovrà farsene una ragione ed il trasferimento del giudice che ha emesso la sentenza favorevole non promette bene sulla stabilità della sua condizione istituzionale.

Renzi , sembra un film già visto, si tiene lontano dal gorgo. E’ un precetto della sua logica mediatica e comunicativa che fonda gran parte del suo “successo”, ma che mostra anche i primi segni di un logoramento. Come agli inizi dell’”affaire Marino”, si comincia con una difesa un po’ soft che, in questo caso ancora non si vede ,poi, potrà succedere , che giungerà qualche tweet di distinguo , fino a trovare l’occasione propizia per far sbattere sugli scogli la procellosa zattera di De Luca. Uno scoglio che , ad inizio del nuovo anno, assumerebbe le sembianze di una sentenza della Corte costituzionale che potrebbe invalidare la sospensiva della sospensiva per la quale ha potuto evitare di mettersi in stand by.

De Luca, tuttavia non è Marino. Ha governato la sua Città con disinvoltura ed efficacia, ha padroneggiato le liste - con le note ed anche impresentabili alleanze – per poter sconfiggere di misura il suo avversario. Ebbe, con un richiamo alle armi , secondo antichi comparaggi politici, all’ultimo minuto il sostegno dell’immarcescibile De Mita. E’ riuscito a vanificare anche un serio attacco della presidente della commissione antimafia Rosy Bindi. Insomma, De Luca è un “ras” della politica del pd campano, mandò a dire a Renzi che il candidato doveva lui altrimenti il Pd avrebbe perso la Regione. Non è un “marziano” come Marino ; ciò significa che si difenderà con le unghie e con i denti, come, del resto, ha sempre fatto.

Il mite “Marino”, a cui rimane nei due anni il solo vanto di gran pedalatore, si è trovato contro presso ché tutto il partito. Con De Luca invece, sta la gran parte del partito campano, salvo un redivivo Bassolino, ma è una storia che il premier farebbe fatica a digerire.

La Campania dove si eleggerà il sindaco di Napoli si profila , per il segretario Renzi, come un problema aggiuntivo rispetto alle difficoltà di Roma, a possibili candidature milanesi sulle quali c’è il dissenso della sinistra interna che si va organizzando fuori , od anche ai dubbi sulla rielezione di Fassino a Torino. Siamo in pieno inverno e la tarda primavera, con le sue elezioni è ancora lontana, ma la brutta stagione rischia di prolungarsi per i democratici. Anche se si è ancora lontani, già si diffondono sondaggi che darebbero in alcune competizioni il Pd fuori dei ballottaggi.

Anche perché in un Pd in evoluzione è assai difficile che una opinione pubblica blandita o i ceti medi inseguiti, possano sostituire quella che è stata sempre la base elettorale prima comunista e ora del Pd, cioè i consensi organizzati nel sindacato e nel territorio.

Il quadro della decomposizione del sistema istituzionale locale, dunque , è ormai molto vasto e si sviluppa al di fuori del potere di intervento del segretario, soprattutto al centro sud: da Roma alla Campania, dalla Puglia dove Emiliano intende allearsi con Sel fino alla Sicilia di Crocetta sempre più imbarazzante.

Il profilarsi della crisi , tuttavia , ha un’altra e ben più grave conseguenza. La crisi istituzionale e politica, ma anche morale e sociale, negli enti locali.

Sono sempre più le elezioni locali nelle quali già nel primo turno e, comunque , al secondo, l’affluenza elettorale stenta a raggiungere il 50 per cento. L’inseguimento a tutti i costi , con liste e accordi impresentabili e trasformistici, della conquista del potere, unitamente alle conseguenze spartitorie , produce quella che potrebbe definirsi una delegittimazione istituzionale per troppo scarso consenso anche del vincitore di elezioni che rischiano di divenire sempre meno rappresentative. Anche la”panacea” delle primarie si sta sempre più rivelando inadeguata e spesso portatrice di corruttela e clientelismo di massa L’elemento più qualificante della democrazia italiana e cioè la robusta rete istituzionale degli enti locali, fulcro della partecipazione democratica, risulta sempre più sotto l’occhio del ciclone di scandali e giochi di potere che la personalizzazione della leadership non è in grado di risolvere , come dimostrato dalla inadeguata consigliatura di Marino a Roma.

Renzi ha voluto una riforma della Costituzione che costruisce un Senato rappresentativo di enti locali , non a carattere elettivo, ma come espressione di un potere partitico e istituzionale che si presenta sotto questa luce opaca , mentre il sistema elettorale approvato per la Camera , consentirebbe ad una lista parzialmente rappresentativa di prendersi tutto il potere legislativo . Cambiano i connotati storici della democrazia italiana e si va verso una verticalizzazione del potere istituzionale , con il primato della decisionalità e dello stesso decisionismo, della concentrazione del potere e della personalizzazione .

Come diagnosticò a suo tempo De Rita , è questa mortificazione delle sedi e delle forme della rappresentanza che conduce ad un “progressivo personale allontanamento dalla complessità sociale ed un impoverimento secco della vita collettiva , nella politica come nelle istituzioni”.

Si riapre , quindi , una “questione istituzionale”; è questo , in sintesi, il portato dei nuovi fatti e delle illiceità che, purtroppo, giungono dalla Regione Campania.

Pietro Giubilo

10/2015 [stampa]
MARINO NON FA IL SINDACO MA POLEMIZZA CON FRANCESCO
Un tempo Roma approfittava dei finanziamenti collegati alle occasioni internazionali per realizzare alcune opere infrastrutturali che mancavano. Fu così per le Olimpiadi del 1960 con la realizzazione della via Olimpica, rimasta a lungo la più importante strada di collegamento interquartiere. Anche per i Campionati di calcio di Italia ‘90 si riuscì a eseguire alcuni interventi ( dal ritorno del tram al Flaminio, alla pista ciclabile di Prati , dai sottovia di via Colombo e dell’Appia, al tunnel della Collina Fleming e numerosi parcheggi compreso quello interrato dell’Ostiense ). Il Giubileo del 2000 recò alla Città il sottovia sul Lungotevere ed il raddoppio della Galleria sotto il Gianicolo, anche per servire meglio il parcheggio per i pullman realizzato dal Vaticano . Negli anni ’90 si era tentato di istituire un organismo per rendere permanente un programma di adeguamento infrastrutturale per una Città che non doveva ricordarsi di essere Capitale solo in occasione dei grandi eventi. Il tutto si arenò con la mancata realizzazione del Sistema Direzionale Orientale nel tempo non esaltante della Giunta Rutelli .

L’indizione, circa nove mesi fa’, del Giubileo straordinario da parte di Papa Francesco, evidentemente, non ha consentito di progettare opere importanti ed allora gli immancabili finanziamenti statali sono stati indirizzati, con molte incertezze, verso opere di manutenzione ordinaria che, dopo le gare di aggiudicazione, si spera possano essere terminate in tempo onde evitare ulteriori disagi per la condizione già sufficientemente caotica della Città.

Questa scelta, peraltro, ha indirettamente, confermato un aspetto ormai acclarato da parte degli stessi cittadini e cioè che Roma oltre al debito infrastrutturale, ha accumulato anche un debito di manutenzione ordinaria, che comporta una disastrata condizione di vita e di uso per i cittadini residenti e non. La presenza di buche su strade e marciapiedi non solo nel centro storico , la pessima gestione della raccolta dei rifiuti, le incognite ordinarie del trasporto pubblico tra mezzi inadeguati e rivendicazioni sindacali a cui non si dà riscontro, la diffusione di ogni forma di abusivismo commerciale e di un ambulantato incontrollato, illecito e di disturbo per i cittadini proprio nelle zone più qualificate, costituiscono l’ordinaria condizione di una Capitale inadeguata e insicura. Il degrado complessivo , poi, non ha risparmiato, anzi , si è in qualche modo concentrato proprio nella zona della Basilica di San Pietro, mèta internazionale , affollata , per buona parte della giornata , da ogni sorta di commercio e di occupazione abusiva che pongono nel disagio le numerosissime presenze di turisti che non possono godere nella dovuta tranquillità il luogo maggiormente deputato alle visite e ai riti religiosi.

Nonostante i mesi trascorsi dall’indizione dell’Evento, proprio in quei luoghi , nulla è cambiato, anzi il degrado è aumentato . Come ha rilevato qualche giorno fa Monsignor Fisichella e riportato dalla stampa, “ i dintorni di San Pietro sono in condizioni critiche , assediati da degrado e venditori ambulanti senza licenza”. Il Messaggero lo ha efficacemente dettagliato : “ A partire da via della Conciliazione, e da Borgo Pio , per continuare su tutta la selva di stradine che fanno da cornice al colonnato del Bernini e che, nell’anno Santo saranno prese d’assalto da milioni di pellegrini”.

Questo caos , poi, ha anche un altro riflesso , assai più delicato e temibile, cioè la questione della sicurezza che non può essere affidata solo alle azioni di intelligence o dei corpi competenti , ma richiede che anche il comune faccia la sua parte con un adeguato controllo di traffico e abusivismo.

Insomma questa volta il “grande evento” , invece di mostrare solo i problemi della limitatezza di strutture ha reso chiaro che Roma è una Città abbandonata, anche e soprattutto per una carenza amministrativa. L’Associazione dei costruttori a tali propositi ha lamentato la scarsezza di investimenti, ma Cantone dell’Anticorruzione ha denunciato ritardi e “assenza di interlocutori” che stanno ritardando i provvedimenti e quindi l’esecuzione degli interventi.

In tutta questa situazione la inadeguatezza del sindaco appare in tutta la sua evidenza e le sue “assenze” e i suoi “viaggi” appaiono ormai come un elemento che induce più ilarità che perplessità. L’ultimo viaggio , per il momento, a Filadelfia, ha reso palese , se pur vi fossero ancora dubbi , che Marino disinteressandosi della Città tenta solo , ma senza riuscirci , operazioni mediatiche ( la bicicletta , l’area pedonale dei Fori, il registro delle coppie gay ) o qualche relazione internazionale , come la presenza non richiesta all’ incontro mondiale delle famiglie , nel quale ha ostentato di fronte al Papa la sua fascia tricolore, elemento irrituale all’estero.

Gelato dalle chiare parole del Papa che ha escluso ogni invito nei suoi riguardi e dileggiato da monsignor Paglia nella pseudo conversazione con Renzi , invece di tentare di fare buon viso a cattiva sorte, il Sindaco che in quanto a iattanza se la gioca con il suo rivale Renzi, si è permesso di censurare Francesco affermando che non avrebbe dovuto rispondere alla domanda che gli era stata rivolta nella conferenza stampa sull’aereo circa la presenza del sindaco all’evento di Filadelfia.

Anche l’ufficialià e l’estrema compostezza dell’Avvenire , di fronte a tanta sicumera, non ha potuto esimersi dal redarguirlo, esprimendosi con sarcasmo , “visto che ha parlato e straparlato in inesorabile favore di telecamere a Uno mattina “.

Il senso delle parole di Avvenire va oltre la specifica e cialtronesca gaffe del sindaco. Secondo il giornale di Vescovi è evidente che “ Ignazio Marino sia caduto in una certa confusione circa il ruolo che ricopre”. E per chi conosce il pur cauto linguaggio episcopale sa che il termine ”confusione” non è dei più blandi. E spiega: “ Sarebbe meglio che Marino si occupasse di cosa fare ( o non fare ) e che cosa dire ( o non dire ) come Sindaco di Roma, piuttosto che pensare a come si dovrebbe regolare il Papa di fronte ad una domanda postagli in una conferenza stampa ufficiale. “. E conclude : “E’ l’urgenza di un’efficace dedizione di Marino all’incarico che ha chiesto e ottenuto dagli elettori e ben chiara a tutti i cittadini , romani e non solo”.

E’ ormai dimostrato , come sottolinea Avvenire e come avvertono ormai i cittadini di Roma che Marino, pur aggirandosi da oltre due anni nei Palazzi capitolini, ancora non si sia reso conto dove stia e cosa sia chiamato a fare.

Non vi è più dubbio , ormai , che solo il concreto rischio di perdere eventuali elezioni anticipate spinge il PD a mantenere in vita la giunta Marino, ma di questa “ragione politica” è irragionevole e disonesto che debbano soffrirne i cittadini e non solo .

PIETRO GIUBILO

07/2014 [stampa]
ROMA SENZA EXPO ?
In un libro fortunato scritto ai primi anni ’60 e completato nel 1970, l’urbanista Italo Insolera descriveva le difficili vicende della Capitale nel secolo a partire dal fatidico 1870.

L’autore mentre apprezzava gli “entusiasmi” e le speranze che avevano accompagnato l’avvento della Capitale , mostrava tutto il suo giudizio negativo sugli anni del fascismo e delle giunte democristiane del dopoguerra. Anche i tentativi di progettare un adeguamento delle funzioni direzionali contenuti nel Piano Regolatore Generale del 1962-65 non erano apprezzati dal docente di urbanistica.

Gli anni che da allora completano ad oggi la storia urbanistica della Città hanno visto , anche temporalmente, prevalere la guida di sinistra – la parte politica alla quale apparteneva Insolera morto circa tre anni fa’ - e, tuttavia, i problemi fondamentali della Capitale non sono stati risolti, soprattutto nel lato della sua modernizzazione .

Messo nel cassetto il Sistema Direzionale Orientale per la cui progettazione erano stati chiamati nel 1989 i migliori urbanisti dell’epoca ( il giapponese Tange che firmò le Twin Towers, il museo della pace di Hiroshima e il piano per l’expo 1970 di Osaka , professori Sabino Cassese , Gabriele Scimemi ) e la più rappresentativa imprenditoria pubblica e privata italiana , la Città ha prodotto una diffusione delle attività terziarie, attraverso i meccanismi dell’urbanistica contrattata delle giunte Rutelli e Veltroni secondo le richieste della proprietà fondiaria , che hanno “soffocato” interi quartieri . Una parte della stessa cultura urbanistica di sinistra si è ribellata a questo modo di governare ( “il pianificar facendo” ) che, mentre disattendeva i progetti strutturali per il riordino della Città spargeva “cinquantadue milioni di metri cubi nel silenzio” ( S. Berdini, Il giubileo senza città. , Roma, Editori Riuniti, 2000 ).

“Questo comportamento – scriveva già nel 1996 Pietro Samperi docente della Sapienza, Presidente della Consulta Nazionale Ambiente e Territorio di Federproprietà e Presidente Nazionale dei Tecnici cattolici, conoscitore dei problemi di Roma - è tanto più preoccupante alla luce delle esigenze di chiarezza che dovrebbero caratterizzare le scelte riguardanti gli interventi da realizzare nella prospettiva dell’anno Santo del 2000 e delle eventuali olimpiadi del 2004” (“ Distruggere Roma - La fine dello SDO”). Cancellata a suo tempo la candidatura di Roma nel 2004 e nel 2012, ci troviamo oggi a pochi mesi dal Giubileo straordinario e ancora di fronte ad una ipotesi di candidatura per le Olimpiadi del 2024.

Ma Roma , a prescindere dai preziosi connotati storici e ambientali del suo essere “Capitale da sempre” , è in grado di offrire una struttura idonea come luogo di esperienze e manifestazioni internazionali ?

E’ ricorrente il tentativo di utilizzare eventi straordinari per adeguare la Città, quando, invece, le sue i funzioni “strategiche” dovrebbero essere riorganizzate attraverso un “Programma” costruito con la sinergia delle diverse istituzioni interessate: dal Comune alla Regione, dalla Città metropolitana allo Stato centrale . Proprio quelle indicazioni e quelle finalità che erano contenute nella legge 196 del 1990 e che , invece, divenne, nella gestione amministrativa della sinistra, uno strumento per risolvere questioni di carattere ordinario, senza affrontare i più rilevanti problemi strategici .

Uno spaccato evidente di questa inadeguatezza lo mostra la vicenda del quartiere fieristico. I gravi errori di localizzazione e di gestione hanno portato oggi ad una condizione fallimentare. I terreni della ex Fiera di Roma sulla Via C. Colombo, sono oggetto di un braccio di ferro tra le intenzioni della giunta di realizzare una elevata cubatura e le esigenze dei comitati di quartiere per opere leggere al servizio di questa parte della Città, il tutto ha fermato da anni ogni iniziativa. L’Eur, il grande quartiere nato per l’esposizione universale del 1942 vede l’opaco progetto congressuale della Nuvola di Fuxas fermo per lo sbilancio rispetto ai fondi preventivati e comunque privo di infrastrutture adeguate - i parcheggi - e con strutture ricettive che hanno costretto ad una forzatura progettuale con una notevolissima altezza e una pessima forma che ha soffocato tutta la zona. Le costruzioni dell’ex Ministero della Finanze che erano state oggetto di una privatizzazione con modifica delle destinazione in residenziale con un disegno di Renzo Piano, sono state retrocesse e ritornano, quando non è dato sapere, ad uffici, però privati. L’area del velodromo è da tempo una spinata che ancora mostra le rovine di quello che fu definito “il più bello e più perfetto del mondo” . L’ex Luneur ,un parco giochi a ridosso del Palazzo dei Congressi , rimane un’area inutilizzata , ferma da oltre un decennio, non si sa più con quale effettiva destinazione.

In questo bailamme di progetti inadeguati e di gestioni fallimentari , la realizzazione nel 2006 a Fiumicino della Nuova Fiera, costata 355 milioni , non ha ottenuto i risultati sperati e la sua amministrazione viaggia in un deficit ormai inarrestabile. “La localizzazione della Fiera – aveva scritto già nel 2008 Pietro Samperi - ampia e dalle linee architettoniche piuttosto scialbe, appare troppo lontano dalla città e neppure idonea per manifestazioni politiche che difficilmente trovano posto in un centro congressi “.

Insomma la Città di per sé più attraente del mondo, gestisce nella confusione dei progetti e con risultati fallimentari le strutture che dovrebbe essere la vetrina internazionale delle capacità culturali, espositive e congressuali della Capitale d’Italia.

Esse sono arrivate al fallimento tra l’indifferenza della giunta Marino. Questa è stata la ragione che ha spinto alle dimissioni di Franco Bernabè e dell’intero consiglio di amministrazione dalla Azienda Speciale Palaexpo che gestisce alcune delle grandi strutture culturali quali il Palazzo delle Esposizioni, le Scuderie del Quirinale e la Casa del Jazz e la sua sostituzione, dopo poco più di un anno, con Vincenzo Cipolletta. Un cambiamento privo della formulazione di una visione e di un progetto culturale della città.

Anche l’Ente Nuova Fiera di Roma che coinvolge in primis la Regione naviga in pessime acque in considerazione di una situazione catastrofica che ha visto dal 2010 al 2014 passare da un fatturato di 36,9 a 21,7 milioni di euro e un debito verso i fornitori salito da 11 a 15,8 milioni ed un indebitamento verso Unicredit di circa 200 milioni .

Di fronte a questi fallimenti – senza contare gli aspetti di corruzione e di irregolarità amministrativa che provengono dalla inchiesta su Mafia Capitale - appare del tutto velleitaria la ribadita candidatura della città per le Olimpiadi , seppur tra nove anni .

Roma deve pensare una volta per tutte alla sua modernizzazione , qualche volta tentata e mai realmente percorsa.

Questa non può che essere uno dei capisaldi sui quali di dovranno misurare i programmi e le capacità amministrative e politiche di una nuova classe dirigente, sempre più necessaria.

PIETRO GIUBILO

05/2015 [stampa]
LE “ LISTE IMBARAZZANTI” ALLEATE DEL PARTITO DEMOCRATICO
Per lungo tempo la cultura cattolico democratica aveva sostenuto che vi fossero le ragioni storiche e gli spazi politici e programmatici per una collaborazione con la sinistra .

Questa idea si fondava oltre che su presunte affinità di indirizzo sociale, su presupposti di carattere morale. Pietro Scoppola difese questa prospettiva ben oltre sia della famosa intervista di Berlinguer sulla “questione morale”, sia delle vicende di tangentopoli . Nel 2005 l’autorevole esponente della cultura cattolico democratica giunse a sostenere che “di fronte all’esigenza di ridare alla democrazia italiana una maggiore animazione etica … è essenziale che siano coinvolte le riserve etiche di cui è portatore il popolo della sinistra”( “ La democrazia dei cristiani “ ).

Una parte dei cattolici , quindi , contribuì a fondare il “mito” della ”diversità” della sinistra .

Un “mito” di cartapesta. Chi ha potuto leggere da vicino le attività politiche ed amministrative della sinistra ha constatato l’insussistenza di questa “diversità”. Di recente si è reso evidente un fatto che non è certamente nuovo e cioè il rapporto organico della sinistra con l’organizzazione delle cooperative foriero di traffici illeciti non solo dove essa amministra da anni.

C’è un altro aspetto ancora più interessante che mette in discussione il mito della diversità – nel senso di una superiorità democratica - della sinistra. Lo ha svelato un giornalista che è stato condirettore dell’Unità: Piero Sansonetti. In un libro di due anni fa ( “ La sinistra è di destra” ) , ha scritto : “ La sinistra italiana, anche la più moderata ( soprattutto la più moderata ), non si è mai liberata dello stalinismo. L’idea fissa è quella : la politica è presa del potere . Nient’altro conta. Presa del potere con un putsch, con uno stratagemma, con un colpo di genio tattico , con l’aiuto di una potenza esterna , con una alleanza spettacolare … va bene tutto. Conta solo il risultato”.

Che conti solo il risultato e che vada bene tutto pur di conseguirlo lo dimostrano ampiamente le scelte con le quali il Pd si presenta a queste elezioni regionali.

A parte le vicende controverse della Liguria – primarie contestate da Cofferati – e delle Marche – accantonamento del governatore uscente - appaiono inquietanti le alleanze e le candidature in Campania e in Puglia.

In Campania la candidatura di De Luca, vincitore delle primarie ma portatore di una condanna in prima istanza per abuso d’ufficio, ha ottenuto all’ultimo minuto l’appoggio di De Mita che ha rotto con l’Udc , il passaggio e il sostegno di esponenti provenienti da Forza Italia e di discussi personaggi della destra estremista confluiti su liste apparentate con il candidato governatore. La Stampa del 13 maggio è arrivato a titolare : “ Campania, alleati al Pd omofobi, fascisti, forzisti, indagati per camorra”.

Il partito ha detto che si tratta di “situazioni imbarazzanti” che lo stesso De Luca ha minimizzato sostenendo la superiorità morale ed antropologica del partito : “ chi dal centrodestra viene con me fa una scelta di vita , di valori morali , non un cambio di casacca”. Anche sui candidati in qualche modo, coinvolti in procedimenti relativi alle attività camorristiche, ha glissato con incredibile disinvoltura invitando “ a non votare quei quattro o cinque”. Ma , come si sa, le presenze nelle liste , soprattutto in quelle collegate, servono per portare voti al candidato governatore che è il primo beneficiario della “popolarità” dei candidati . Popolarità di ogni tipo , come quella della moglie di un inquisito per concorso esterno in associazione mafiosa, o dell’oppositore a Casal di Principe dell’uomo simbolo dell’antimafia.

Le cronache raccontano dell’imbarazzo di Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, di Rosaria Capacchione senatrice pd della commissione antimafia e dell’ onnipresente, ma evanescente, Roberto Saviano che è arrivato a dire che “nel Pd e nelle liste c’è tutto il sistema Gomorra”.

Nella Puglia, il candidato Pd Michele Emiliano procede verso una probabile vittoria per le divisioni di Forza Italia e tuttavia non ha rinunciato a fare di tutto pur di ottenere il risultato, raccattando ogni possibile alleanza e candidatura

Ne ha fatto un elenco lunghissimo l’Huffington Post. Le due liste di appoggio “ Emiliano presidente “ e “Emiliano sindaco di Puglia” vedono numerosa la presenza di chiacchierati ex di Alleanza Nazionale a Francavilla Fontana , a Foggia, a Taranto , a Lecce. Anche Forza Italia ha contribuito alle candidature pro Emiliano con il coordinatore delle liste civiche nella Provincia di Barletta-Andria-Trani che “ non è un uomo qualunque” in quanto a disinvoltura, essendo sindaco di Bisceglie e Presidente della Provincia con il centrodestra e a Trani ed Andria sostiene nelle comunali il centrodestra. A Molfetta è nata una disputa tra il sindaco uscente che si vede appoggiato dall’ex capo dell’opposizione di Forza Italia . Anche nomine importanti nelle municipalizzate hanno consentito passaggi di campo assai significativi a sostegno dell’area politica del candidato governatore.

Riportiamo direttamente- con la sola avvertenza di non citare i nomi - dal sito di Huffington Post: “ lo schema Emiliano prevede che i riciclati vanno a ingrossare le liste civiche per mietere messe di voti mentre gli indagati sono nel Partito democratico, che sarà il più penalizzato. Ecco che nelle liste del Pd troviamo candidato un ex deputato leccese del Pds chiamato a candidarsi da Emiliano al posto del figlio , condannato a due anni per bancarotta. Indagato anche un consigliere uscente per finanziamento illecito ai partiti, nonché un assessore uscente della giunta Vendola, a cui viene contestato il favoreggiamento nel maxi dibattimento per i disastri provocati dall’Ilva. Emblematico, poi, il caso di Altamura, provincia di Bari, Michele Emiliano ha concesso al candidato sindaco, di usare a sostegno la sua lista “Puglia con Emiliano”. Niente di strano, si dirà. Se non fosse che il suo avversario è del Partito democratico. E dunque, avversari al Comune, corrono tutti per “Michele” alle regionali. All’ombra del capo, ogni genere del trasformismo”.

E cosa dunque resta in Puglia di quella superba , quanto infondata , presunzione di “diversita” e di “riserva etica ” di cui dissertava solo dieci anni fa’ Scoppola ?

La verità è che pur di vincere in una regione chiave dell’Italia come la Campania e di confermare ii potere alla sinistra in Puglia, il Pd appare oggettivamente disposto a tutto. Fino al punto di giocarsi quel poco di illusoria superiorità morale che ancora tenta, autoreferenzialmente, di accreditarsi. In un fondo del Corriere del 15 maggio dedicato soprattutto alle liste del PD Gian antonio stella si domanda “ ma davvero ogni prezzo può essere pagato , pur di vincere ?”

Di fronte a questo scempio sono del tutto insufficienti le sussurrate riserve che il loquace segretario del Pd fa trapelare sulla stampa da parte di portavoce compiacenti anche su quotidiani importanti.

L’era delle “diversità” – se pur ci sia mai stata - è finita e il PD si immerge nel “guano” del trasformismo e dell’opportunismo sollecitato con ogni forma di “incentivo” di potere . Sarà assai difficile per l’abile segretario tirarsene fuori senza portarsi dietro una scia maleodorante.

PIETRO GIUBILO

03/2014 [stampa]
IL NUOVO CENTRO DESTRA E’ ALLA FRUTTA
Quando Silvio Berlusconi , di fronte alla determinazione del PD di non concedere la possibilità di una verifica costituzionale dell’applicazione retroattiva della legge Severino, decise di ritirare l’appoggio di Forza Italia al governo di grande coalizione presieduto da Enrico Letta, il Nuovo Centro Destra di Alfano rimase ad appoggiare l’esecutivo , giustificandolo per un senso di responsabilità , di fronte alla necessità di realizzare le tanto decantate riforme.

Avvenne in qual passaggio e, soprattutto, con la sostituzione di Letta con Renzi, nel frattempo eletto segretario del Pd, un mutamento della natura del governo . Evidentemente , per i rapporti di forza e per il ruolo nettamente trainante di Renzi, non si era più in presenza di una “grande coalizione”, ma di una maggioranza a netta prevalenza della sinistra.

Lo sbilanciamento creatosi avrebbe dovuto essere compensato da uno spazio di riserva di autonomia politica che, formalmente, ma anche sostanzialmente, avrebbe dovuto comportare l’uscita dal governo del segretario del NCD, Alfano, che invece , si acquattò sulla sedia dell’interno, divenendo un”collaboratore “ del premier.

Questa presenza del segretario ncd nell’esecutivo non è stato un punto di forza, ma un punto di grave debolezza in quanto ha esercitato un ruolo di ammorbidimento di ogni tendenza a manifestare posizione di critica o di dissenso.

Innumerevoli sono stati gli episodi di acquiescenza , ma soprattutto uno ha dimostrato l’arrendevolezza di Alfano. Durante la fase determinante dell’elezione del Presidente della Repubblica, di fronte all’opportunità politica di una posizione comune del centro destra e la scelta , per una logica di compattezza interna al pd del candidato Mattarella da parte di Renzi, Alfano è stato richiamato all’ordine e, in un brevissimo lasso di tempo, ha dovuto sottostare al diktat del segretario del pd, aggiungendo i propri voti ad un candidato scelto , senza alcun coinvolgimento politico.

Da quando a gennaio si è svolta l’elezione di Mattarella , si sono aggiunti ulteriori episodi nei quali il NCD ha dimostrato una arrendevolezza sconcertante.

Un esempio è stato il varo in consiglio dei ministri del provvedimento sulla trasformazione delle banche popolari attraverso un decreto legge sul quale si era registrato un dissenso da parte dei ministri ncd.

Il capolavoro è avvenuto quando , per la sua ratifica al Senato, è stata posta la questione di fiducia. Ora , su un provvedimento nel quale una parte politica esprime un dissenso , logica politica vorrebbe che non possa essere posta la questione di fiducia. In altri momenti della storia politica italiana questo “sgarro” non sarebbe passato : evidentemente Renzi se lo può permettere , perché da parte del partito di Alfano non c’è stata alcuna reazione politica.

Analoga vicenda sul provvedimento che allunga i termini di prescrizione su alcuni reati. Questa norma calpesta una esigenza vera, quella, cioè, della ragionevole lunghezza dei processi che, invece, viene prolungata a dismisura, in un Paese che ha visto ripetuti richiami delle autorità giudiziarie europee.

Il NCD che ha espresso alla Camera il suo dissenso astenendosi , ora al Senato, sta dimostrando di tergiversare per trovare una motivazione per rientrare . In questo caso è evidente che il NCD non ha , sul piano numerico in Senato alcuna possibilità di far pesare il proprio dissenso, in quanto il M5 stelle ha già dichiarato che farebbe convergere i propri voti sul provvedimento in sostituzione di quelli centristi. Anche questa manovra che consente al pd di non trattare sulla questione , costituisce un ennesimo schiaffo al Ncd che non è in grado di reagire a fronte di una sostituzione dei suoi voti con quelli dei grillini.

Proprio in questi giorni alla commissione giustizia del Senato la proposta di legge sulle unioni civili che contiene di fatto la possibilità dell’adozione da parte delle coppie omosessuali, è passata nonostante l’opposizione del NCD per l’apporto del Movimento 5 stelle. Un altro schiaffo al partito di Alfano che non è in grado di reagire. Anche su vicende come queste , in passato, si sarebbe aperta una crisi di governo.

Infine la vicenda Lupi nel quale è stato evidente l’atteggiamento di Renzi che, usando due pesi e due misure , non ha ritenuto di coprire politicamente il suo Ministro, cosa che , invece, ha fatto con Poletti quando emerse lo scandalo che ha coinvolto le cooperative dell’organizzazione di cui il ministro del lavoro è Presidente, o nei riguardi dei sottosegretari indagati e difesi dal premier.

Alfano ha sostenuto che Lupi ha dato le dimissioni per sue ragioni famigliari e la questione si sta dipanando sul peso ministeriale della nuova delega da offrire ad un esponente centrista.

La gravità di quest’ultima vicenda è evidente: si è trattato di un uso discrezionale e senza un criterio oggettivo valido per tutti da parte del premier del garantismo, in una inchiesta , nella quale, peraltro il ministro non risulta indagato. L’uso cioè del garantismo solo per coloro che sono nella “squadra” di Renzi , come ha sottolineato Emanuele Macaluso in una intervista al Messaggero.

La penosa inadeguatezza di Alfano sta portando alla rovina politica i centristi. E’ ormai evidente che una sua parte , soprattutto i governativi, arriveranno ad aderire al pd , magari sotto la specie del partito della nazione.

L’unica voce dissenziente – dopo quella di Sacconi durante la elezione di Mattarella – è stata quella del capo gruppo alla Camera Di Girolamo che ha saputo dare una vera e propria lezione politica al resto del NCD, dichiarando la necessità che dopo il caso Lupi sarebbero dovuti passare all’appoggio esterno. La debolezza politica del NCD nasconde, in realtà, una strategia di inserimento nel centrosinistra . Infatti, ci sarebbero tutte le condizioni per fare la “voce grossa” , in quanto Renzi non può minacciare di andare a elezioni anticipate perché vi andrebbe con la legge proporzionale uscita dalla corte costituzionale e, quindi, all’indomani del voto sarebbe costretto di nuovo a fare un governo di coalizione, spegnendo tutto il suo sprint politico. E sarebbe per lui, politicamente, una vera e propria debàcle.

Il NCD , poi, è ormai , nei sondaggio, nettamente sotto la soglia del 3 per cento ; andando avanti di questo passo, è destinato a fare la fine dell’UDC di Casini.

La politica italiana vedrà scomparire questo ultimo equivoco, anche se restano in piedi molti altri problemi per il centrodestra.

P. G.

02/2014 [stampa]
IN AEREO MATTARELLA E RENZI DUE STILI DIFFERENTI
Ha colpito l’opinione pubblica che il nuovo inquilino del Quirinale Sergio Mattarella, per andare a Palermo a far visita alla tomba della moglie e del fratello Piersanti, abbia utilizzato un volo di linea come un “normale passeggero”, così descrivono le cronache.

Infondo, si tratterebbe di un fatto assolutamente ordinario e che avviene in molte parti del mondo, poiché non sempre e ovunque il ruolo istituzionale si combina con privilegi che, se pur spiegabili in termini di prestigio o di sicurezza , troppo spesso e marcatamente corrispondono ad una visione arcaica del potere o a qualcosa di peggio.

La notizia ha subito fatto andare la memoria a quanto successe alla fine di dicembre quando il premier Renzi e la sua famiglia vennero portati da Firenze ad Aosta con un Falcon 900 di Stato per consentirgli di recarsi a sciare a Courmayeur.

Ne venne una polemica: da una parte per sapere quale fosse stato il costo dello spostamento a carico dei cittadini e dall’altra rispondendo sulla impossibilità di derogare a “un protocollo di sicurezza”.

Ciò che non fu messo in adeguata evidenza era stata la questione principale, quella dello stile, di una sobrietà di vita e di uso dei mezzi posti a disposizione di una carica pubblica che, in momenti difficili per molti cittadini, avrebbe invece richiesto uno spostamento con mezzi ordinari.

Si può non essere in sintonia con la cultura politica del nuovo Capo dello Stato. Si può anche pensare che qualche suo gesto appartenga a schemi storici e politici, comprensibili e rispettabili, ma che vorremmo sempre più indirizzati alla ricostruzione di una definitiva pacificazione nazionale. Tuttavia un comportamento che limiti al massimo quei fastidiosi e modesti vantaggi che separano istituzioni e popolo è del tutto apprezzabile. Ci piace.

E ci piace anche pensare che ,a prescindere dalle intenzioni, il gesto di mettersi in fila per attendere l’imbarco, come tutti gli altri passeggeri, sia stato anche uno schiaffo a chi invece si comportò, maldestramente e con una buona dose di sicumera.

Renzi allora mise i piedi nel piatto. Ora, non siamo tra i massimi estimatori della classe politica democristiana, ma possiamo riconoscere loro quello che Giolitti rispose a De Bono, a proposito delle ruberie che i suoi seguaci aveva compiuto: “Ma almeno sapevano stare a tavola”.

Pietro Giubilo

19/12/2014 [stampa]
LA TURCHIA LONTANA DALL’EUROPA
L’atto di repressione con il quale sono state arrestate 24 persone tra le quali molti giornalisti e due capi della polizia, mostra come Erdogan, pur uscito vincitore al primo turno ad agosto di quest’anno nelle elezioni presidenziali e avendo vinto quelle amministrative di marzo, non sia in una condizione di stabilità e di forza.

I giornalisti sarebbero accusati di essere in collegamento con il suo grande oppositore , il teologo Gulen, che, dal 1999 vive negli Stati Uniti, autentica “spina” al fianco dei rapporti di Ankara che pur è uno dei pilastri della NATO, con Washington.

La Turchia di oggi non è più l’”alleato fedele” che, ai tempi della guerra fredda, vedeva un’amicizia tra la sua casta militare ed il Pentagono. Con Erdogan il Paese ha camminato sulla strada di un nazionalismo che ha tentato di ripercorrere il “sogno” di un neo Impero Ottomano, ha interrotto i buoni rapporti con Israele, dimostrando - il caso della Mavi Marmara - amicizia e assistenza ai palestinesi della striscia di Gaza, salutò come il migliore degli interlocutori l’avvento di Mohamed Morsi alla presidenza della Repubblica egiziana, poi destituito dalla giunta militare di Al Sisi, appoggiata da Washington .

Il suo percorso, che assomiglia sempre di più ad un regime personale – i suoi sostenitori lo chiamano il Sultano di Ankara – è caratterizzato da un profilo autoritario: dalle violenze seguite alla decisione di distruggere il parco Gezi nella primavera del 2013, all’emergere del malaffare che ha visto incriminare quattro suoi ministri e sfiorare suo figlio, dalla chiusura delle reti sociali più popolari fino agli arresti di questi giorni.

Il suo spericolato percorso che, comunque, sta portando il Paese verso un sempre maggiore isolamento, pretenderebbe il ritorno ad una riapertura dei negoziati per l’ ingresso nella Ue. A questi fine, nel luglio scorso, il Ministro per gli Affari europei Cavusoglu si era incontrato alla Farnesina con la Mogherini e lo stesso Erdogan aveva definito il 2014 l”’anno della Ue in Turchia”. Ma tutto ciò al momento non è percorribile e il premier Renzi, reduce da una recentissima visita ad Ankara, farebbe bene a precisarlo.

Pur diversa dalle forme estreme del radicalismo mussulmano, l’impronta islamica del governo di Erdogan suffraga una condizione di limitazione dei diritti civili incompatibile con le radici storiche e culturali dell’Europa, mentre l’evoluzione della sua collocazione geopolitica lo allontana fino ad escluderlo da una integrazione con l’Europa e l’Occidente. A tali impedimenti non possono porre riparo quegli “appelli” alla “convinzione” – Gianni Riotta su La Stampa e Adriano Sofri su Repubblica – animati da una logica “relativista” che veicolano troppo evidenti e pretestuose convenienze di ordine economico .

23/06/2014 [stampa]
QUALCUNO STRAPARLA
La signorina Pascale da un po’ di tempo si interessa soprattutto di un argomento , quasi fosse una distrazione freudiana, per il quale balza anche agli onori della cronaca. In questi giorni ha fatto visita al Gay Village uno spazio all’EUR di Roma che da alcuni anni viene dedicato e gestito dalla “comunità” omosessuale. Fatti suoi .

Secondo quanto ha scritto il Messaggero di Roma il 28 settembre, la signorina di cui sopra, presa dall’”entusiasmo” per l’apprezzamento che la sua presenza ha riscosso in sede , avrebbe dichiarato - e non è certo una novità - che lei è convinta sostenitrice del matrimonio omosessuale. Niente da eccepire: se lo pensa lo dica pure.

Però … sempre secondo la cronaca del quotidiano romano , pare che abbia aggiunto che Silvio Berlusconi la pensa come lei , convinto della bontà della nozze gay.

Ora, non sappiamo quale sia il vero pensiero dell’ex Cavaliere in materia anche se, ci pare, abbia parlato di alcuni diritti, ma non di matrimonio. Tuttavia una cosa dobbiamo dirla. La signorina Pascale non è l’innamorata di un impiegato del Catasto o di un bravo professionista dedito brillantemente alla sua attività . E’ la compagna del leader di un partito che ancora oggi rappresenta milioni di elettori che ha avuto e potrebbe avere ancora responsabilità di governo. Dovrebbe tentare di stare al ruolo.

Le sue “confidenze” ci ricordano, invece, quelle delle giovani schampiste che dicono con ingenua complicità alle colleghe: “con il mio fidanzato la pensiamo nello stesso modo”.

di Pietro Giubilo

23/06/2014 [stampa]
ALTRO ANNUNCIO SPOT DEL GOVERNO RENZI: IL TAGLIO DELLE BOLLETTE NON PREMIA LE PMI
Il sistema economico italiano è composto , per una parte importante, da micro aziende. Il 95% delle imprese presenti in Italia ha meno di 10 addetti e ben oltre il 70% degli artigiani e dei commercianti lavora da solo. E’ una realtà importante in termini di produzione di reddito , di occupazione e , spesso, come ”ascensore sociale” . Infatti, in termini quantitativi, su un totale di oltre 21.700.000 lavoratori in Italia più di 13 milioni sono impiegati nelle piccole imprese con meno di 50 addetti , cioè il 61% degli occupati; ben il 50,7 % del totale lavora in micro imprese ( meno di venti dipendenti ) per un totale di 11.011.000; mentre nelle medie e grandi imprese , quelle cioè con più di 250 addetti si concentra solo il 26, 7 % degli occupati pari a 795.600 unità. Questo settore che sottrae all’assistenza sociale fasce importanti di popolazione, è colpito da una serie di iniquità. Ad esempio dal fatto che o non ha accesso ai mutui bancari o se vi riesce paga maggiori interessi: tali imprese, infatti, debbono non solo accontentarsi di una ridotta apertura di credito, ma pagano sui nuovi prestiti ,come aveva rilevato la CGIA di Mestre, tassi di interesse superiore , cioè il 5, 12 % , rispetto alle grandi imprese che, mediamente, è del 4, 36 %. Sul piano degli oneri operativi , devono affrontare un costo per l’energia del 61 per cento in più rispetto alle grandi imprese. Il governo è intervenuto nel Consiglio dei Ministri del 20 giugno con un provvedimento che nelle intenzioni dovrebbe ridurre , a regime, cioè con ulteriori finanziamenti che ancora debbono essere recuperati, questa forbicedel 10 percento. Anche in questo caso la verità è ben diversa. Il provvedimento è quasi ininfluente per le micro aziende. Come ha spiegato la Cgia di Mestre , nello studio sugli effetti del cosiddetto sconto energetico, esso non produrrà nessun beneficio per l'85% delle imprese e dei lavoratori autonomi. Il motivo va ricercato negli effetti del limite 16,5 kw . Secondo gli artigiani mestrini, il  beneficio riguarda solo le utenze con una potenza impiegata superiore a 16,5 Kw; quindi, almeno 4 milioni di attività economiche sotto questa soglia non potranno beneficiare degli effetti del 'taglia-bollette' .. Non crediamo che il provvedimento così inefficace sia stato approvato nella sua stesura per un errore. La verità è che il Ministro Guidi, che è espressione della grande industria, non ha considerato la necessità di un intervento che favorisca i lavoratori autonomi e, quindi, di quelle imprese che operano con soglie di potenza impegnata ben inferiore ai 16,5 kilowatt. E’ la logica di sempre che si sta accentuando nelle decisioni del governo Renzi. A questa disattenzione verso tale importante realtà economica dell’Italia, non corrisponde solo una diversa attenzione al “capitalismo di relazione” delle grandi imprese, ma costituisce anche una negazione dell’identità culturale del nostro Paese. Come ha rilevato a suo tempo Giulio Sapelli : “ il carattere della piccola impresa è costitutivamente pre-economico, sociale, antropologico. Più che un attore economico è testimone della mobilità sociale ascendente delle classi non agiate della società. Il suo rapporto di lavoro si fonda sulla fiducia , sulla inesauribile flessibilità di cui persone e famiglie sono capaci “. Tutto ciò spiega , appunto, quello che potrebbe essere definito un fondamento identitario del nostro Paese: “l’Italia – precisava Sapelli - è il paese per eccellenza della piccolissima e piccola impresa proprio perché è tra le società mondiali in cui è più pervasivo il predominio di quella società naturale che è la famiglia”. Ed è proprio per questo che possiamo dire che la crisi economica e la restrizione del ruolo economico ed occupazionale della piccola e media imprese costituiscono anche un grave fattore di destabilizzazione sociale, un cambiamento antropologico che va denunciato e fermato..

04/04/2014 [stampa]
ANCHE PER MARIANNA MADIA: “GIOVINEZZA, GIOVINEZZA, PRIMAVERA DI BELLEZZA …
Il problema della pubblica amministrazione italiana è rappresentato dall’abnorme sistema di “superpoteri” che si fondano su di una vera e propria giungla legislativa, con vaste aree di inadeguatezza e impreparazione. Il Ministro per Pubblica amministrazione Marianna Madia, anche per onorare la sua competenza per la Semplificazione, ha pensato bene di avviare , semplicisticamente, una riforma che si incentra sulla “staffetta generazionale”.

Rincorrendo la proposta , il dibattito si è tutto concentrato sul “rapporto di cambio” , se cioè il subentro dei giovani rispetto agli anziani dovesse prevedersi di 1 ogni 3 o di 1 ogni 1 e sulle modalità di “uscita” che dovrebbero comportare scivoli, prepensionamenti, in sostanza “buone uscite” che si tradurrebbero in un incremento di spesa pubblica e in favoritismi previdenziali .

L’idea di aprire l’ingresso dei giovani nella P.A. appare suggestiva, soprattutto nell’aspettativa di tanti che stanno da tempo ingrossando le fila della disoccupazione giovanile.

Tuttavia, ridurre a tutto ciò il necessario cambiamento del personale amministrativo pubblico appare non solo puerile, ma , nell’offrire benefici a coloro che escono e facendo balenare nuove assunzioni, si presenta anche come una manovra di sapore clientelare ed elettorale.

E’ nota la assoluta inamovibilità del personale del pubblico impiego, la frequente scarsa preparazione e propensione al lavoro di una sua parte, la frequenza a corsi di formazione inadeguati e di facciata, l’eccesso dei posti di dirigente, l’insufficienza dei criteri di valutazione, mentre è ugualmente conosciuta la necessità di sfoltire la pletore delle normative e la atavica ricerca di realizzare parametri e metodologie di lavoro più efficienti e produttivi.

Tutto ciò non compare nella proposta della Madia, che , invece, invoca la vecchia “bella canzone”: “giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza … “.

07/02/2014 [stampa]
D'Alema e Fini al viale del tramonto, ma...
In una Chiesa sconsacrata di Castenedolo in provincia di Brescia si sono incontrati D’Alema e Fini per la presentazione dell’ultimo libro dell’ex Presidente della Camera, che non leggeremo perché lo riteniamo, dalle anticipazioni, un testo inutile ed insulso

Il contorno è stato servito in salsa antiberlusconiana da Antonio Polito, ex direttore del Riformista, dal sindaco di Brescia del PD e da Maia Latella, nota per essere stata la confidente dell’ex moglie di Berlusconi.

Le cronache raccontano il bilioso astio di Fini per l’ex Premier ( “ il verbo preferito da Berlusconi non è convincere, ma comandare” ) , mentre D’Alema non si è risparmiato su Renzi . L’atmosfera della riunione è stata quella di un mesto viale del tramonto per ambedue, le cui opinioni , nonostante l’impegno di giornalisti e testate, non fanno più notizia. Osservazione riassunta da Polito che, spietatamente, li ha apostrofati con una frase tagliente: “ La verità è che voi e i vostri partiti avete perso la battaglia politica di questo ventennio “.

Con una differenza : mentre D’Alema si è battuto, a suo modo, per mantenere il PD in un solco tradizionale, rifiutando di liquefarsi dentro il giustizialismo scalfariano e per questo si è ritrovato contro tutta l’intellighenzia radicale e poteri connessi, Fini ha deviato dalle tradizionali posizioni della destra - arrivò a respingere anche l’idea della repubblica presidenziale - coccolato da Eugenio Scalfari e dal padronato antiberlusconiano , arrivò a ipotizzare anche una alleanza con la sinistra ( e in talune elezioni locali l’attuò ), si è ritrovato, infine, usato e gettato alle ortiche, come la sua insipienza meritava. D’Alema ha rappresentato un’idea politica della sinistra , coerente con quella concezione gramsciana di una egemonia che non venisse piegata dalle alleanze, dalle fusioni e dagli ostacoli di una evoluzione storica declinante. Per questo motivo rimarrà nella storia delle idee della sinistra italiana e la sua figura mantiene la stima e l’apprezzamento di gran parte del popolo della sinistra

Fini lascia dietro di sé il nulla . Neppure l’abbaglio del tradimento.

Quando l’ambizione personale , l’invidia disgregatrice, l’illusione di avere un ruolo, la disposizione a servire gli altri, i mesti intrugli familiari, prendono la mano e dettano i comportamenti, non siamo nel campo del tradimento, ma in quello del fuoco fatuo, della presunzione assurda, della cretineria politica.

A D’Alema sconfitto potremo sempre riconoscere “l’onore delle armi”, a Fini liquefattosi , no.

P. G.
13/12/2013 [stampa]
Scoppia la protesta dei piccoli trasporti
Le gravi difficoltà economiche che stanno colpendo soprattutto i piccoli imprenditori ed artigiani sono sfociate in alcune manifestazioni diffuse in diverse zone del Paese.

Prendendo spunto da una mobilitazione dei piccoli trasportatori che dai recenti rincari dei carburanti sono stati messi fuori dal mercato, diverse categorie di altri piccoli imprenditori si sono uniti dando vita ad iniziative sulle quali si sono avute ulteriori adesioni spontanee di lavoratori in difficoltà.

Il primo vero e reale aspetto di questa emersione sociale è il passaggio da una condizione spenta e remissiva del Paese in difficoltà ad un intervento attivo , ad una mobilitazione che si presenta anche come una forma irrituale di lotta sociale e di spontaneismo. La soglia di sopportazione di chi è in difficoltà obbiettiva, evidentemente, è stata superata e, c’è da registrare , che tutto ciò avviene al di fuori delle organizzazioni sindacali più accreditate.

E’ questa la dimostrazione che oltre alla rappresentanza politica è, oggi, in crisi, in Italia , anche la rappresentanza sindacale. Siamo cioè ad una omologazione sociale che intende annullare il peso ed il ruolo delle strutture portanti della democrazia italiana, e , tuttavia, si vanno presentando le prime crepe di questa apparente stabilizzazione.

Questa svolta del disagio sociale, proprio perché , trova forme di espressione al di fuori dei canali tradizionali , evidentemente, rischia anche di esprimersi in episodi di violenza. Non si può , tuttavia, condannare – giustamente – quegli atti di violenza , senza, denunciare la gravità della situazione. In questa forma di ottusità si è distinto il leader sindacale della CISL Bonanni che, della troika sindacale, è stato il più duro a denunciare la violenza, senza nessuna considerazione per le cause di questo diffuso malessere.

Ha inoltre colpito l’opinione pubblica l’episodio nel quale – così è stato presentato – alcuni reparti di polizia, sono sembrati esprimere una qualche espressione di solidarietà vero i dimostranti. Probabilmente in questo incontrarsi – addirittura sono state diffuse le fotografie che mostrano un abbraccio tra dimostranti e poliziotti - si esprime quella comprensione per un disagio diffuso che pesa nella consapevolezza di tutti , anche di chi , sarebbe unicamente preposto a far rispettare l’ordine pubblico.

Senza voler ingigantire fatti, per ora nettamente circoscritti, diciamo che da tutto ciò che sta avvenendo in questo spaccato di disagio sociale emerge, ancora una volta, la constatazione di una crisi del sistema politico e istituzionale.

Crisi che si dimostra nella decadenza dei canali della rappresentanza sociale e politica che si limitano alla difesa dei più forti, crisi delle istituzioni che non compiono il necessario lavoro di esame e soluzione delle problematiche sociali, crisi di chi dovrebbe garantire l’ordine pubblico e che, invece, anch’essi esprimono disagio e comprensione per chi protesta.

E’ preoccupante constatare che nessuno di questi elementi indicati compie la funzione a cui sarebbe preposto. E’ la dissociazione dalle proprie funzioni che mostra il disarticolarsi del sistema.

Se la crisi economica e sociale dovesse proseguire e, peraltro, non si vede all’orizzonte alcuna soluzione, possiamo dire, con preoccupazione, che potremmo essere solo all’inizio di una rischiosa avventura.
23/07/2013 [stampa]
Significato del fallimento di Detroit
La notizia che Detroit “la più grande città americana mai finita in bancarotta” si sia arresa al disastro dei suoi conti pubblici, ha destato sorpresa, ma, in effetti, appare come il risultato di una chiara evoluzione dell’economia americana.

Da diverso tempo e soprattutto da quando Bill Clinton nel dicembre del 1999 abolì la legge Glass Steagall che differenziava gli istituti bancari di risparmio e investimento, da quelli speculativi, l’economia americana ha camminato su una strada che ha privilegiato la finanza a danno dell’economia reale. Il grande gioco dei derivati, la creazione della bolla speculativa che, poi, scoppiò nel 2008, hanno determinato un profondo cambiamento dell’economia statunitense in quanto gli investimenti per le attività produttive negli ambiti agricolo e industriale hanno subito un contenimento in termini percentuali del PIL, compensato, per qualche tempo, dalle attività terziarie e , soprattutto, del credito, esaltate dalle attività finanziarie “drogate” dei derivati.

Dopo il 2008 la ripresa economia ha stentato a crescere ed è riuscita a migliorare la sua performance solo attraverso il sostegno delle notevolissime iniezioni di liquidità dalla FED, raggiungendo un certo incremento produttivo e occupazionale, ma il sistema produttivo nazionale dell’economia reale stenta a porsi ad un livello di grande sviluppo, tanto è vero che Bernake ha recentemente confermato, dopo qualche esitazione, la politica di stimolo monetario.

Uno stimolo che negli ultimi anni si è indirizzato al settore delle abitazioni e della produzione automobilistica ( rottamazione ). Detroit , la grande città industriale che nel 1950 aveva 1 milione e 850 mila abitanti , è scesa oggi sotto i 700 mila abitanti perdendone circa 270 mila negli ultimi dodici anni,con una disoccupazione che nel 2000 era del 7 per cento, ma che a ridosso della crisi del 2008 raggiunse e superò il 26 per cento, per poi rientrare parzialmente.

Ha visto la fuga dei ceti medi produttivi ed anche l’attuale, parziale ripresa del settore automobilistico non ha consentito di arrivare a livelli produttivi e di profitto tali da assicurare al Comune le entrate necessarie ad un pareggio di bilancio. L’insegnamento della vicenda di Detriot è assolutamente evidente: è soprattutto l’economia reale che assicura sviluppo e occupazione e, tramite la leva fiscale, le entrate necessarie al funzionamento della macchina pubblica con i servizi sociali .

La speculazione finanziaria, il cui scoppio ha determinato nella città il quintuplicarsi della disoccupazione, rappresenta un cerchio economico chiuso, ove non si crea né sviluppo , né occupazione e dove le risorse finanziarie non finiscono per favorire l’attività produttiva, ma vengono indirizzate alla massima ottimizzazione di un profitto che ritorna nello stesso ambito finanziario.

La cosiddetta “turbo finanza” rappresenta la malattia dell’economia occidentale, mentre le aperture dei mercati, possono aiutare le economie più grandi e ad alto contenuto tecnologico, ma finiscono per mettere in difficoltà le economie medie, se non si introducono meccanismi di gradualità. Lo scenario urbano delle fabbriche abbandonate di Detroit assomiglia a quello delle strade di molte città italiane nelle quali i negozi chiusi mostrano la fine di alcune attività commerciali che a loro volta creano l’arresto di altre attività produttive.

A questo declino occorre rispondere con la ripresa di un’economia a servizio dell’uomo , cioè volta a produrre nuova ricchezza e occupazione.
22/04/2013 [stampa]
Pensionati: la meta' sotto i mille euro
Il complesso mondo dei pensionati italiani ( 16,5 milioni di persone) presenta uno scenario tra povertà e sperequazioni. La fotografia è stata fatta dall’INPS in collaborazione con il Censis e si riferisce al 2011.

Metà dei pensionati ha un’età compresa tra i 65 anni e gli 80, un 30% meno dei 65 anni. Quasi la metà dei pensionati ( 44,1%) percepisce meno di mille euro il mese, di cui il 13,3% non arriva a 500 e l’altro 30,8% non supera i mille. La percentuale dei pensionati che a fine mese ricevono tra i mille e i due mila euro sono un altro 40%. Solo il 18% di coloro che stanno in pensione supera i due mila euro tra cui il personale di volo che hanno il record di circa 3500 euro.

Questi i numeri che non dicono cosa c’è dietro le tante storie che emergono anche dalla cronaca. I coltivatori diretti ritirano un assegno di 576 euro inferiore a tutti, a quello del clero che si attesta sui 617 euro, a quello dei commercianti che tocca 767 euro e degli artigiani che sfiora gli 838 euro.

C’è una larga fetta della popolazione che non ce la fa a vivere dignitosamente e che è costretta a ridurre drasticamente le spese, comprese quelle alimentari. Al classico modello delle tre “ R” ( rinuncia, rinvia, risparmia) la recessione ha tolto di mezzo l’ultima R, la virtù che aveva fatto degli italiani un popolo di risparmiatori e che investivano nel mattone per lasciare una casa di proprietà alle generazioni che venivano dopo. Una ricchezza, un tesoretto contro le incertezze e le difficoltà. Proprio in considerazione del valore del risparmio è stata inventata la giornata del risparmio che si celebra il 28 ottobre di ogni anno. Ora che il risparmio sta sparendo festeggiarla sembra quasi una beffa.

La realtà, precisata in un dossier della Confcommercio e del Censis, indica che 14,5 milioni di famiglie incontrano serie difficoltà a risparmiare, altre 7 milioni non rispettano con regolarità le scadenze di pagamento, circa 13 milioni entrano in affanno se debbono affrontare spese improvvise come pagare un medico ( tre milioni di persone non portano più i bambini dal dentista per mettere l’apparecchio), riparare l’auto, sostituire la lavatrice o il frigorifero ormai vecchi o rotti.

E’ triplicata la quota dei nuclei familiari che posticipa i pagamenti, che chiede prestiti ai parenti, che s’indebita ( il famoso credito a consumo di prende oggi e paga a Rapatale o Pasqua).

Undici milioni di famiglie temono, osserva la Confcommercio, di non riuscire a mantenere l’attuale tenore di vita. E il presidente Carlo Sangalli ha lanciato l’allarme che nel 2013 chiuderanno 250 mila aziende del terziario.
09/04/2013 [stampa]
Casini nel limbo
Ospitato su “ Il Corriere della Sera” del 7 aprile e non sul quotidiano “di famiglia” , Pierferdinando Casini mostra le evidenti “ferite” procurategli dal risultato elettorale.

Contraddicendo il detto che le sconfitte conducono ad una maggiore saggezza, il leader dell’UDC dimostra, nel colloquio con Aldo Cazzullo, che permane ancora nel limbo dell’incertezza e della confusione.

Critica il bipolarismo, ma non ha il coraggio di indicare un diverso sistema ; difende la politica di Monti, ma ammette amaramente di aver “donato il sangue” , “deluso da una scelta” cui ha “concorso”; chiede di “riformare le istituzioni”, limitandosi a quelle scontate come il “ superamento del bicameralismo” e una “ legge elettorale che consenta agli italiani di scegliere i parlamentari”, ma incerto tra collegi uninominali e preferenze; si augura “ un patto leale tra Bersani e Berlusconi” ma si ricolloca al centro, affermando che “ la prossima volta … si schiererà”, senza indicare dove: “ misureremo le alleanze sul grado di affinità che avremo nel processo costituente”.

Abbiamo netta una sensazione.

L’UDC ha conosciuto una sconfitta elettorale e politica che ne ha quasi azzerato la rappresentanza. Peggio: la sua modesta forza elettorale è emigrata altrove: verso una “Scelta Civica” che non riserva ai vetero centristi alcun ruolo.

Ma più evidente ancora è l’incapacità di questo partito e, soprattutto, dei suoi esponenti politici, di avere un sussulto di ripresa di iniziativa, ad impegnarsi in una vera analisi politica e in un severo, ma dignitoso confronto interno.

Ricorda in modo ancora più evidente la altrettanto poco dignitosa rassegnazione della fase della decadenza della Democrazia Cristiana, quando essa si arrese ai magistrati e ai suoi stessi errori, con la nascosta e vigliacca illusione che “la rivoluzione dei giudici” si limitasse a colpire e a distruggere il PSI di Craxi.

Negli ultimi cinque anni – e forse anche in precedenza – Casini si è divertito , come lui stesso ha rilevato, a scrollare l’albero, cioè soprattutto Berlusconi e il centro destra, con l’illusione di prenderne i frutti che oggi ammette “altri hanno raccolto”.

Questa instabilità del sistema alla quale ha contribuito massimamente Casini – ad esempio facendo sponda fino all’ultimo a Fini – non poteva premiare né i centristi , né la sinistra, ma ha avvantaggiato la protesta , facendo arrivare il M5S a sfiorare la prima forza politica.

Ma non è questa la beffa più amara per l’ex Pierfurby.

Il boccone più indigeribile è un altro: Berlusconi è ancora al centro della vicenda politica: senza il centro destra non c’è governo, né riforme.

Casini si rassegni: intorno a questo dato ruota la politica di questi giorni difficili.
04/02/2013 [stampa]
Oltre La Campagna Elettorale
La crisi del sistema politico italiano si dipana da molti anni.

Ne fu prova l’affermarsi della Lega Nord che, specie all’inizio, apparve ai commentatori superficiali come una forza politica di protesta.

In verità, la “protesta” del movimento di Bossi si fondava su alcuni elementi reali: eccessiva fiscalità che colpiva il ceto medio produttivo, il centralismo dello stato italiano con i suoi parassitismi, le difficoltà della politica di integrazione delle ondate immigratorie, l’ordine pubblico.

In sostanza la Lega Nord non presentava né un connotato ideologico , né un carattere qualunquista e moralistico. Tanto è vero che il centrodestra tentò il suo assorbimento nell’ambito costituzionale, ovvero con la riforma federalista .

Intervennero le note difficoltà e con Monti il federalismo venne accantonato.

Il non compimento di questa riforma ha avuto il risultato negativo di volgere nuovamente sul piano del regionalismo autonomo questo movimento, dimostrato dal fatto che il suo leader non si candida per il Parlamento, ma sceglie la regione Lombardia.

Ora sorgono all’orizzonte forme di protesta più estreme e rischiose per il sistema politico.

Sono il Movimento 5 stelle di Grillo e la rivoluzione civile di Ingroia.

Da una parte una protesta che si esprime con il linguaggio del comico, dall’altra il giustizialismo puro e duro che prescinde da un connotato ideologico per fare “piazza pulita” della politica.

E’ ormai evidente che il sistema politico italiano produce una protesta che non è in alcun modo in grado di assorbire.

Tutt’altro, la protesta comporta il rischio di un ulteriore inquinamento e destabilizzazione del sistema.

Facciamo un esempio.

L’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro si è presentato nel recente passato anticipando, con una sorta di “sintesi”, i due movimenti : giustizialismo e protesta, con qualche elemento di comicità nelle espressioni dialettali dell’ex pm.

La fine assai ingloriosa dell’IDV tra fughe verso altri partiti e dèbacle morale per i finanziamenti pubblici ha dimostrato come i movimenti che nascono privi di radici culturali e politiche o comunque senza un connotato politico programmatico reale , finiscono per produrre fattori di ulteriore inquinamento del sistema politico , pensiamo alla compra vendita dei suoi parlamentari o alle polemiche che hanno investito anche le più alte cariche dello Stato. Anche sotto quest’ultimo aspetto si nota una correlazione tra Di Pietro e Grillo-Ingroia.

E’ questa la parabola politica ipotizzabile anche per Grillo e Ingroia?

Sul Movimento 5 stelle alcuni sintomi già si sono avvertiti e abbiamo assistito già a qualche “fuga”.

E’ plausibile che nel nuovo parlamento, dopo le elezioni, ci sarà la presenza di una cospicua pattuglia di parlamentari sia alla Camera che al Senato. Come non prevedere una diffusa diaspora verso qualunque forza politica nella prospettiva di una maggiore concretezza alle carriere politiche e personali degli eletti ?

Nel caso del movimento del magistrato Ingroia che, prevedibilmente, sarà presente in un ramo del parlamento, la sua finalità squisitamente giustizialista, di fatto, produrrà ulteriori germi di antipolitica che interverranno nel debole sistema politico, sollecitando, peraltro, un ulteriore squilibrio di poteri tra legislativo e giudiziario che è uno degli elementi della crisi istituzionale.

Guardando le cose in prospettiva mentre cresce la massa critica della protesta e la sua presenza nelle aule parlamentari, le divisioni tra le principali forze politiche e la loro stessa debolezza , impedisce di farvi fronte come sarebbe necessario.

Il sistema politico non possiede neppure una riserva “istituzionale”, cioè la forza e la saldezza delle istituzioni , per invocare un interesse generale ed una difesa del sistema democratico a fronte delle difficoltà interne e delle pressioni esterne che, certamente, si faranno più pesanti ed aggressive, dal livello finanziario a quello del quadro politico internazionale.

Oltre la campagna elettorale e il suo risultato è questa la frontiera alla quale guardare non senza preoccupazione .
22/11/2012 [stampa]
La strada in salita del professor Monti
Quel "non garantisco per il futuro" sfuggito al professor Monti domenica 18 novembre nel Quatar può essere stato un lapsus cioè una poco riflessiva considerazione, oppure una sorta di avvertimento alle forze politiche circa l’essenzialità del suo ruolo .

Monti è troppo misurato per considerarlo un momento di defaillance ed il luogo è troppo sotto osservazione internazionale per ritenere che ci sia stato un momento di non concentrazione. Del resto anche qualche giorno prima Monti aveva rimarcato che, nonostante le misure pesanti approvate dal suo governo, lui manteneva nei riguardi dell’opinione pubblica italiana una maggiore credibilità rispetto ai partiti.

Ci ha pensato il Presidente Napolitano a fornire parole rassicuranti agli osservatori internazionali ( “ il cammino è segnato” ) e a ristabilire il giusto rapporto tra i partiti e il Presidente del Consiglio, anche pensando ai riflessi negativi a livello politico e dei mercati che tali parole avrebbero potuto determinare. Napolitano , in sostanza, ha inteso essere il punto di garanzia dei partiti rispetto a queste “stravaganti” dichiarazioni del premier. Una pesante correzione. Lo stesso Monti, come ha scritto il Corriere della Sera (20 novembre ) , è intervenuto il giorno dopo per “responsabilizzare i partiti , almeno quelli maggiori, a una missione che non può essere raggirata”.

L’episodio conferma come il ruolo di Monti sovrasti l’ambito decisionale dei partiti sia sui contenuti di governo, sia sui tempi che andrebbero ben oltre la fase terminale di questa legislatura. Questa condizione il premier intende salvaguardarla poiché diffida della maturità a lungo termine dei partiti rispetto al programma di rigore e di riforme che dovrebbero incidere ancora nella società e nel sistema italiano. Se ne deduce che è assai difficile che, nonostante i richiami delle forze centriste – con un peso elettorale non determinante – Monti possa schierarsi e diventare il candidato premier di questo raggruppamento politico.

La diffidenza del premier è anche dovuta alla possibile condizione di instabilità che potrebbe uscire dalle elezioni della primavera del 2013 ed è lecito ritenere che preferirebbe rimanere una sorta di “riserva della Repubblica”, piuttosto che scendere in campo alla guida di una fazione politica. Poi c’è la condizione complessiva della politica italiana, le difficoltà dei partiti e le loro divisioni interne e non solo, la crescita esponenziale dei movimenti di protesta , la crisi delle istituzioni,la possibile saldatura di tutto questo con le turbolenze sociali che già si mostrano nelle piazze, e Monti ne ha sentito la colonna sonora quando è andato alla Bocconi , mentre i suoi ministri ormai preferiscono girare poco e parlare a porte chiuse.

Per non parlare della chiusura nei suoi confronti da parte della coalizione PD - Vendola , la diffidenza di Berlusconi e le posizioni non allineate di Alfano che rendono tormentata la strada per la sua riconferma dopo le elezioni.

La verità è che difficilmente Monti potrà svolgere qual ruolo federativo che svolse Berlusconi nel ’94 mettendo insieme un fronte del tutto eterogeneo portandolo alla vittoria , sconfiggendo il già vittorioso Occhetto.

Berlusconi imprenditore aveva anche un “quid” politico che gli consentì di mediare il non mediabile, di raccogliere e valorizzare gli emarginati , i sopravvissuti della prima repubblica ed il movimento di protesta per eccellenza , cioè la Lega Nord.

All’algido Monti manca il “quid”, mentre già coloro che più dovrebbero sostenerlo si beccano in liti da cortile.

31/10/2012 [stampa]
Per Berlusconi un aggettivo e una tesi lombrosiana
Una intelligente e provocatoria nota a firma di Umberto Silva su “Il foglio” del 30 ottobre chiosa le note considerazioni scritte dai giudici nella recente sentenza di condanna per Silvio Berlusconi sul cui merito non entriamo.

“Il tribunale – recita l’articolo – ha scritto che il Cavaliere ha ‘una naturale capacità di delinquere’, sposando così le tesi di Cesare Lombroso, autore de ‘Il delinquente nato’, ‘Imbecillità morale di una donna ladra e prostituta’… o ‘La ruga del cretino e l’anomalia del cuoio capelluto’ “.

Dopo aver tratteggiato con maestria su l’enormità dell’aggettivo “naturale”, l’articolo finisce con una considerazione pienamente condivisibile: “Nessuno nasce delinquente, nessuno lo è per natura; nemmeno Hitler può essere accusato di “naturale” capacità criminale, da bambino era innocente come tutti i bambini e artificiale fu la sua ferocia, costruita giorno per giorno a colpi di odio” E si domanda: “ volete farci credere che il Cavaliere è peggiore del Fuhrer ? “.

Di questa considerazione giuridica se ne impossesseranno le forze politiche.

Ci sono, infatti, forze politiche e commentatori che non solo accettano e condividono questa definizione, ma la ritengono anche un giudizio di valore e un ulteriore elemento per distruggerne la personalità.

Silvio Berlusconi è stato e lo è ancora uno degli imprenditori più importanti dell’Italia e per anni ha rappresentato il nostro Paese come Presidente del Consiglio. Chi non ricorda la sua presenza al Congresso degli Stati Uniti o negli organismi europei e internazionali come, ad esempio, l’Assemblea della NATO a Roma. Si possono non condividere e criticare le sue idee e le sue azioni politiche , ma resta il fatto che per anni ha rappresentato l’Italia.

Tratteggiarlo come “delinquente naturale”, al di la della stessa condanna, apparirà, anche non volontariamente, ma certamente , indirettamente, un giudizio sull’Italia.

Fino ad oggi si era arrivati a paragonare il berlusconismo al fascismo , ora siamo oltre.

Per quanto tempo ancora il nostro Paese dovrà caratterizzarsi per quella lunghissima linea di odio, per quella continua guerra civile (senza gli ideali di una guerra civile) condotta per diffondere quei germi che hanno impedito e impediranno ancora per troppo tempo di guardare all’Italia come ad una Patria comune , un bene da difendere , una storia da condividere , una comunità di popolo legata da vincoli di valori e di ideali. ( P.G. )

02/02/2012 [stampa]
Ecologia politica: una margherita ove scompaiano i petali.
I titoli dei giornali grondano stupore e ironia, come se si trattasse di un sorprendente fulmine a ciel sereno.

Stupore perché un post democristiano si è appropriato di 13 milioni di euro delle casse del partito. Ironia perché fa parte dei post democristiani di sinistra, in quanto, come titola Il Tempo, risulterebbe “diviso tra Agesci e Acli”.

Eppure si tratta , in fondo, di una storia già vista.

Quando gli eventi giudiziari e politici travolsero la Democrazia Cristiana, dopo alcuni anni e a seguito di vicende di liti interne ai sopravvissuti, si venne a sapere che l’immenso patrimonio immobiliare del Partito, che consisteva in oltre quattrocento edifici che componevano le sedi nazionali, provinciali e locali oltre che le sezioni della Balena Bianca, era sparito nel nulla e venne fuori, attraverso inchieste giornalistiche e qualche procedimento giudiziario, che al centro della vicenda vi era un pastore errante lungo i confini con l’est Europa che risultò residente in un gallinaio, amministratore delegato di una società creata ad hoc, e che al cronista ,che lo aveva raggiunto, balbettò qualche frase in un dialetto orientale il cui sunto era : “ si, mi pare di aver firmato qualcosa ma non so che dirle”.

Sembra l’effetto della maledizione di Aldo Moro, ma questa tendenza nei post democristiani di privatizzare i beni , ed in questo caso i danari , del partito , è come un fiume carsico che scorre nel sottosuolo e a volte esce prepotentemente in superficie.

Che, poi, questi fatti avvengano mentre è forte il ruolo nel post DC di quella che un tempo veniva definita la sinistra democristiana, può apparire sempre come una coincidenza. Ma quando le coincidenze si ripetono ….

Le reazioni, ovviamente, sono apparentemente indispettite e mostrano indignazione.

Ma per politici di grande ambizione che costituiscono o hanno costituito il nerbo della Margherita non essersi accordi di ciò che stava avvenendo non solo è poco credibile, ma qualora fosse vero, dimostrerebbe qualcosa di peggio cioè disattenzione, ingenuità, scarsissima capacità di governo di un partito, proprio l’esatto contrario di ciò che occorre per chi intenda occuparsi della cosa pubblica e del governo dei cittadini.

Mettiamola giù così.

L’impegno che in questi tempi viene messo in campo, anche autorevolmente, per ricostruire un nuovo impegno dei cattolici in politica, va bene, ma ci risparmi, in nome di Dio, anche solo l’idea di rifare la DC, perché il vecchio e glorioso partito è finito quando giunse ad un punto di non ritorno accompagnato dai balbettii dei suoi ultimi segretari nelle aule di tribunale, dalle infinite diatribe in pretura su simbolo e ultimi iscritti, da qualche furbo sottrattore con destrezza e dalla manifesta incapacità di molti dei suoi ultimi epigoni.
15/09/2011 [stampa]
Incidente al sito nucleare Francese vicino al confine Italiano.
Il brivido che ha scosso le agenzie di informazione di tutto il mondo per l’esplosione nel sito di riciclaggio scorie nucleari a Marcoule nel sud della Francia ha riproposto alcune verità che la strumentale propaganda dei referendum in Italia aveva tentato di cancellare.

Il sito dista meno di 250 kilometri in linea d’aria da Ventimiglia e dimostra, quindi, quanto era stato tante volte rilevato e cioè che non serve a nulla il rifiuto di costruire centrali nucleari in Italia , poiché ai confini del nostro Paese abbiamo centrali nucleari i cui eventuali incidenti, avrebbero effetti contaminanti anche da noi.

Le notizie rassicuranti che sono arrivate circa le conseguenze di quanto accaduto e sulle quali dovranno essere svolti i doverosi accertamenti dell’ Agenzia per la Sicurezza Nucleare, anche per una dettagliata conoscenza della dinamica di quanto accaduto, non servono a chiudere la questione.

A ben vedere anche la questione dell’energia prodotta dalle centrali nucleari rientra in una visione complessiva della politica estera e dell’autonomia dell’Europa rispetto ai condizionamenti internazionali.

E’ stato giustamente rilevato che “senza il nucleare la lotta per l’energia sarà più agguerrita” in quanto nella prospettiva di una sua sostituzione con il gas o gli idrocarburi, l’Europa vedrebbe accrescere la sua dipendenza da aree politiche sulle cui prospettive si vanno aprendo sempre più inquietanti scenari.

In fondo le “soluzioni” geopolitiche che si confrontano sono quelle che riguardano la “dipendenza” dai Paesi esportatori africani quali Egitto, Nigeria, Algeria e Libia o l’ “integrazione” con la Russia, rappresentata dai gasdotti Nord Stream, dove il metano è iniziato ad entrare e il South Stream progettato in collaborazione con L’Italia.

Nonostante le campagne di stampa alimentate da ben precisi interessi che contrastano la politica estera, condotta recentemente dall’Italia, di amicizia con la Russia di Putin, questa scelta resta di fondamentale interesse generale per il Paese.
20/12/2010 [stampa]
Prorogate le detrazioni Irpef per le ristrutturazioni immobiliari ecologiche Ecobonus e sgravi fiscali dalla legge di stabilità.
C’era una volta la “ Finanziaria”. Un provvedimento che vedeva impegnato il Parlamento, Camera e Senato, per vari mesi. A volte prima dell’approvazione si registravano anche tre-quattro passaggi assembleari, con una corsa agli emendamenti per ottenere qualche finanziamento in più. Si è parlato, in qualche circostanza, di “mercato delle vacche” in cui ogni deputato e senatore tentava di “ carpire” dal Ministro del Tesoro qualche stanziamento per il proprio collegio elettorale. Quello che negli Stati Uniti e in Inghilterra fanno le lobby quì in Italia lo svolgevano i rappresentanti del popolo.

Con la riforma della contabilità pubblica ( una delle tante riforme poco pubblicizzate come quella del collegato lavoro con le novità nel rapporto di lavoro subordinato) la vecchia Finanziaria è andata in pensione. E’ stata sostituita dalla legge di “ stabilità” che è stata approvata in maniera più veloce dalla Camera e dal Senato.

I suoi contenuti confermano il quadro di finanza pubblica delineato con la manovra estiva presentava dal Ministro Tremonti e che prevedeva per il 2012 una correzione dei conti pari a 25 miliardi e il rientro dell’Italia dentro il parametro europeo del 3 per cento nel rapporto deficit/ prodotto interno lordo. Un dato questo un po’ ottimistico in presenza di una ripresa economica ancora molto debole e il cui primo segnale è la riduzione del ricorso alla cassa integrazione, accompagnata dal calo delle domande di disoccupazione e di mobilità. L’industria sembra in ripresa ma i problemi restano perché sono in atto trasformazioni negli assetti proprietari o produttivi di molte società con conseguenza sull’occupazione, come dimostrano, dicono i Ministri del welfare e dello sviluppo Maurizio Sacconi e Paolo Romani, i tanti tavoli aperti con i sindacati e gli imprenditori Risolti i casi Indesit e dei lavoratori Vinys che hanno occupato per quasi 300 giorni l’isola dell’ Asinara si stanno aprendo le vertenze per i mille esuberi dell’Alitalia e della Rai.

Con la legge sulla stabilità sono stati reperiti circa 5, 8 miliardi di euro ( tutti coperti con nuove maggiori entrate, di cui 2,4 miliardi derivanti dall’asta delle frequenze radio lasciate libere dalla tv digitale, 1,7 dal fondo unico di Palazzo Chigi) assegnati al rifinanziamento innanzitutto degli ammortizzatori sociali ( un miliardo per il fondo occupazione che si aggiungono agli 8 attinti anche dai Fondi europei di competenza delle Regioni e messi a disposizione anche su sollecitazione dei sindacati nella fase più acuta della crisi. E’ prevista anche la detassazione del 10 per cento per il salario-produttività).

Il rifinanziamento riguarda anche la proroga del 55 per cento degli eco-incentivi sulle spese sostenute per l’efficienza energetica ( per le cosiddette case verdi la direttiva europea impone immobili verdi entro il 2020 ma limita gli incentivi e gli obblighi di efficienza per gli edifici esistenti. In sostanza a partire dal 2014 dovrebbe partire la sfida ai veleni dell’aria). Il bonus , tuttavia, si spalmerà su un periodo di 10 anni invece di 5 ( infissi, caldaie, pannelli solari ). Restano in vigore le normali detrazioni Irpef del 36% sulle ristrutturazioni edilizie non ecologiche.

Altre misure: proroga fino a maggio della cancellazione del ticket del 10 % sulla diagnostica introdotta nel 2007 dal governo di centrosinistra; al fondo di finanziamento ordinario dell’Università 800 milioni per recuperare i tagli del 2008 e inoltre 100 milioni destinati alle borse di studio ed altri 100 a favore delle aziende che commissionano ricerca agli atenei italiani, 25 milioni per le private . Per il finanziamento pubblico dell’editoria sono stati stanziati 125 milioni., oltre ai 194 già previsti.

Nonostante le tensioni politiche molto accese, nella legge di stabilità è stato accolto un ordine del giorno del Pd che impegna il governo a destinare ulteriori 300 milioni per il 5 per mille in aggiunta a 100 stanziati. E’ stata anche accolta la raccomandazione delle opposizioni relativa alla dismissione del patrimonio pubblico e alla razionalizzazione degli uffici territoriali.

Nel complesso le opposizioni hanno ritenuto la manovra inadeguata ma secondo il Sottosegretario all’economia, Luigi Casero, l’approvazione in tempi rapidi della legge di stabilità e di bilancio consente all’Italia di presentare all’Europa una situazione di conti in regola. In base, infatti alle nuove regole comunitarie il provvedimento, d’altra parte, deve passare al vaglio degli organismi europei. E come ottenuto da Tremonti ( che a metà dicembre ha incontrato a Roma il commissario Ue agli affari monetari Rehn ) a Bruxelles le valutazioni del debito degli Stati terranno in considerazione altri fattori rilevanti oltre al debito pubblico: tra cui la solvibilità. Certo il perdurare della situazione di incertezza avrà inevitabili ripercussioni sulla spesa per interessi ma per il Tesoro italiano non sarà , comunque, difficile collocare i titoli in scadenza. Come precisa Maria Cannata ,che al Ministero gestisce la montagna di 1800 miliardi di titoli pubblici, “il debito italiano non è a rischio”. smen
25/10/2010 [stampa]
Creare Edilizia sociale dal federalismo demaniale.
Il federalismo demaniale sarà una risorsa oppure un aggravio per le Regioni e gli Enti locali? I pareri, come sempre accade in Italia anche per le cose più semplici, sono discordanti. Non appena il governo e per esso il Ministero del Tesoro ha reso noto l’elenco dei beni che lo Stato intende vendere si è scatenata una ridda di ipotesi, di interpretazioni. Economisti, politici, intellettuali si stanno cimentando sugli aspetti marginali del problema. Lo Stato è in grado di gestire tanti immobili, terreni, sedi di sua proprietà? La situazione complessiva del debito pubblico non consente più di ricorrere sempre a “ pantalone-Stato”.

Occorre cambiare mentalità e atteggiamento.

Ma le innovazioni spesso fanno paura, altre volte nascondono strumentalizzazioni. Il dato di partenza è che l’Agenzia del Demanio ha reso noto un elenco di 19 mila schede di aree, terreni, caserme, sedi di musei, ex aeroporti, con relative valutazioni, da alienare alle Regioni e ai Comuni con l’obiettivo di valorizzarle. Con il cosiddetto federalismo demaniale il governo apre delle possibilità e incamerare oltre 3 miliardi di euro.

Le lista è lunga e riserva molte sorprese. A Roma ci sono un immobile a piazza delle Coppelle, l’archivio generale della Corte dei Conti alla Bufalotta, un complesso immobiliare alla Rustica, la sede del mercato di Porta Portese, l’idroscalo di Ostia dove fu ucciso Pier Paolo Pisolini, il cine Sacher in Trastevere gestito da Nanni Moretti, il terreno dove sorge il museo etrusco di Valle Giulia, l’ex Manifattura Tabacchi, una parte di Villa Ada. A Milano il conservatorio Verdi, la sede del Politecnico. In Liguria ben 1450 siti tra cui l’isola Palmaria, l’aeroporto di Villanova ad Alberga, la Caserma Diano Castello ad Imperia, la caserma Garibaldi a Genova, a Bologna l’ex convento della Carità, i fari di Mattinata e di Otranto, l’ex forte Sant’Erasmo a Venezia, le ex case del fascio di Desio e Lentini, alcuni isolotti di Caprera, le Dolomiti.

I piani di vendita si possono consultare sul sito dell’Agenzia del Demanio.

A livello politico- sociale si è aperto anche il dibattito dell’utilizzo di questi beni.

Una delle proposte che potrebbero essere prese in considerazione si riferisce all’impiego per l’edilizia sociale. In sostanza una quota dei ricavati potrebbe essere destinata alle giovani coppie che trovano difficoltà ad acquistare una casa e agli studenti universitari che devono lottare per trovare camere o appartamenti a prezzi accessibili.

La realizzazione all’Università di Tor Vergara di circa 1500 alloggi è un esempio di come si può venire incontro ai giovani studenti. Calmierizzando gli affitti per i giovani si giungerebbe alla riduzione/eliminazione dello sconcio dell’evasione e delle illegalità ( sm)
29/09/2010 [stampa]
Da dove verrà l'energia?.
“Io credo che la creazione di lavori verdi, sarà il traino della nostra economia per un periodo lungo. Per questo abbiamo destinato una grande somma di denaro per l’energia solare, quella eolica, il biodiesel e tutte le altre fonti di energia pulita. Nello stesso tempo, sfortunatamente, per quanto velocemente crescano queste fonti avremo un enorme fabbisogno di energia, che non potrà essere soddisfatto da queste fonti. E la domanda è: “Da dove verrà questa energia?”.

L’energia nucleare ha il vantaggio di non emettere gas serra e dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che paesi come Francia e Giappone ed altri paesi sono stati molto più aggressivi nel ricorrere all’energia nucleare e con molto più successo, senza alcun incidente. Siamo consapevoli dei problemi legati al combustibile esausto ed alla sicurezza, ma siamo fermamente convinti che questa via sia da percorrere se siamo preoccupati per il cambiamento climatico”. Queste parole non le ha pronunciate uno dei tanti esperti, o sedicenti tali, di casa nostra che brillano sempre per la pronuncia di opinioni tanto avvedute quanto inascoltate, e nemmeno un aspirante leader della destra italiana, nel tentativo di manifestare una sensibilità ambientale.

L’autore di questo pensiero è il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barak Obama, qualche mese fa, e ciò ha cominciato a destare anche in alcune parti della sinistra italiana il sospetto che forse il no, senza se e senza ma, nei confronti dei timidi passi in favore del ritorno al nucleare, operati dal Governo, sia culturalmente superato, sia per sensibilità ambientale, ma anche per sensibilità sociale. Infatti proprio negli ultimi giorni 72 intellettuali, dichiaratamente schierati a sinistra, hanno firmato un appello, pubblicato da uno dei quotidiani progressisti, in cui invitano al PD di rivedere la propria posizione pregiudizialmente contraria al ritorno all’energia nucleare.

E’ quindi auspicabile che sull’argomento si apra, finalmente, senza troppi ideologismi, un dibattito costruttivo sulla politica energetica nel nostro paese. I provvedimenti legislativi in materia di energia, sono stati sporadici ed occasionali negli ultimi decenni, nel nostro paese, al punto che è impossibile intravedere una qualunque scelta strategica che non sia discesa da scelte imposte dalla Comunità Economica Europea prima, come la legge 10 del 1991, oppure della Unione Europea, poi, come è avvenuto di recente con il provvedimento relativo all’obbligo di certificazione energetica per gli edifici residenziali e non.

La posizione espressa dal Presidente degli Stati Uniti d’America potrebbe aprire uno scenario diverso, in quanto pone sul tavolo alcune chiavi di lettura del problema, che possono essere recepite anche da coloro che vantano, anche senza troppo fondamento, una elevata sensibilità ambientale e sociale. In primo luogo infatti è un dato, ormai, inequivocabile, il crescente fabbisogno energetico nell’intero pianeta terrestre. Ed il maggiore incremento di richiesta viene proprio dai paesi che hanno maggiore margine di sviluppo e sono anche i più popolosi. Ciò significa che negare l’aumento di disponibilità energetica, oppure scegliere fonti di energia a costi più elevati significa, di fatto, limitare la possibilità di crescita del benessere di questi paesi.

Allo stesso tempo se tale processo non è governato dai paesi che possiedono i più avanzati strumenti tecnologici per la produzione di energia, è ragionevole attendere che il soddisfacimento della crescente domanda di energia avverrà con tecnologie tradizionali o superate, come le tradizionali centrali termoelettriche a carbone, che sono fra i principali fattori di produzione di anidride carbonica, elemento che contribuisce ad accrescere l’effetto serra nell’intero pianeta. Infatti uno studio presentato nelle ultime settimane condotto dalle principali società di consulenza economica europea indica, per l’Europa, l’esigenza di abbandonare entro il 2050 lo sfruttamento delle fonti energetiche fossili (carbone, olio e gas). Diversamente l’energia nucleare, se prodotta in condizioni di sicurezza, non presenta questo tipo di inconvenienti.

E la differenza fra Stati Uniti ed Italia in materia di scelte di politica energetica sta nella tempistica che divide le dichiarazioni di indirizzo dalle scelte operative. Infatti in Italia la dichiarazione di intenti del Governo risale ormai ad almeno sei mesi fa, ed ancora oggi assistiamo ad un braccio di ferro fra potere centrale e poteri locali sulla scelta dei siti di ubicazione delle centrali, il cui esito è del tutto incerto, atteso che anche le regioni governate da maggioranze omogenee con il potere centrale, hanno preso le distanze rendendo il percorso di ogni provvedimento operativo ancora più impervio ed accidentato.

Sono trascorse invece solo poco più di due settimana da quando è stata pronunciata la dichiarazione del Presidente Obama, riportata in questo articolo, che gli Stati Uniti d’America sono passati ad una fase operativa, annunciando lo stanziamento di oltre 8 miliardi di dollari, circa 6 miliardi di euro, per costruire due nuovi impianti termonucleari in Georgia, i primi sul suolo americano dal 1979, quando i progetti di sviluppo di centrali furono bloccati a seguito dell'incidente a Three Mile Island. I soldi andranno alla Southern Company, una delle quattro compagnie elettriche che si divideranno il budget di 18 miliardi di dollari, circa 13 miliardi di euro, stabilito l'anno scorso per il settore nucleare. Gli impianti saranno ultimati tra il 2016 e il 2017.

I due reattori georgiani dovrebbero essere in grado di produrre energia sufficiente a soddisfare i bisogni di circa 1,4 milioni di persone. I cantieri dovrebbero creare circa 3000 nuovi posti di lavoro e, una volta costruito, ogni impianto dovrebbe occupare stabilmente circa 850 persone. Al momento negli Usa sono attivi 104 reattori sparsi in 31 stati che producono circa il 20% dell'energia elettrica utilizzata dal paese. Inoltre rappresenteranno il 70% delle fonti energetiche che non provocano emissioni atmosferiche inquinanti, assieme all'eolico, il solare e l'idroelettrico.

Ma l’iniziativa del Presidente Obama è interessante anche perché ribalta una convinzione sbagliata, ma diffusa, secondo la quale l’energia nucleare sia la energia privilegiata dai capitalisti, mentre l’energia proveniente da fonti rinnovabili sarebbe lo strumento privilegiato di chi è più socialmente sensibile.

Le parole di Obama chiariscono finalmente un concetto importante: la scelta e la promozione della energia prodotta con risorse rinnovabili, dall’idroelettrico, al fotovoltaico all’eolica, attiene alla gamma delle opzioni etiche che l’uomo deve privilegiare per cercare di garantire la conservazione della propria specie. Tuttavia il ricorso alla produzione di energia nucleare è una necessità proprio per consentire ai paesi che hanno ancora più ampi margini di sviluppo, la chance di accrescere il proprio benessere a costi accessibili.

Perciò le prese di posizione particolari cui assistiamo quotidianamente in Italia, appaiono intrise di provincialismo culturale e prive del necessario buon senso, che dovrebbe essere uno degli strumenti fondamentali per governare un paese sviluppato e complesso, quale è il nostro.

Lo sono a maggior ragione se si considera che l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, il cane da guardia dell’ONU in materia, attesta che sono 32 i Paesi che producono oggi energia nucleare, e che dai 10 ai 20 se ne aggiungeranno nel prossimo decennio.

I reattori in funzione sono oggi 370, coprono il 15% del fabbisogno elettrico planetario. Sono circa 1.400, i nuovi reattori per i quali sono previste procedure di costruzione, entro il 2050. Al nostro Paese, la scelta di indirizzare col referendum del 1987, la maggior parte della produzione elettrica sul ciclo combinato gas-oli combustibili ha comportato un mix energetico fortemente squilibrato sull’estero, e dipendente da Paesi strategicamente “rischiosi”.

Importiamo essenzialmente dalla Francia - nucleare - il 15% del consumo di elettricità, ma la nostra dipendenza sul totale delle fonti energetiche, sommando petrolio e derivati e gas dai Paesi Opec e da Russia e Algeria, arriva all’85% del consumo energetico nazionale. Ogni anno, per 25 anni, a seconda dell’andamento del prezzo del petrolio, l’Italia ha “bruciato” in import energetico dai 3,5 sino ai 5 punti di Pil.

In un quarto di secolo l’Italia speso all’estero l’equivalente del Pil di un anno intero. Non è un ritardo che si colma in due o tre anni. Il ritorno al nucleare, nelle tecnologie di piena sicurezza attuali comprovate dalle statistiche Aiea quanto a incidenti nel mondo e quanto a siti e tecniche di trattamento delle scorie radioattive, non potrà che essere graduale.

Ed anche il governo italiano fissa, dall’atomo, un massimo di 25% di fabbisogno elettrico, a fianco di un’equivalente quota da energie rinnovabili. Ma pur nella timidezza e gradualità degli obbiettivi prefissati, si assiste in queste settimane ad un fuoco di fila, che fa temere che tali traguardi rischiano di diventare probabili.

La speranza è che le parole e l’esempio che viene dagli USA siano il pretesto per un cambio di marcia significativo e l’avvio di una politica energetica degna del livello di sviluppo del nostro paese. In questo senso i recenti incontri bilaterali del nostro Presidente del Consiglio con il proprio omologo francese e, successivamente, con quello russo, a conclusione dei quali sono stati stipulati specifici accordi per lo sviluppo di centrali nucleari, lasciano intravedere finalmente che dalle parole si stia passando ai fatti.
10/06/2010 [stampa]
Il "Rischio ambientale" del petrolio e il nucleare.
Alle ore 19 e 32 del 31 marzo scorso l’agenzia ANSA batteva la seguente notizia: “Barack Obama ha annunciato che il governo raddoppierà il numero di auto ibride nella dotazione delle vetture usate dagli enti federali. Inoltre il presidente americano ha annunciato di aver dato il via libera a trivellazioni al largo della costa atlantica degli Stati Uniti per l’estrazione di petrolio e gas naturale. Obama ha sottolineato che le estrazioni off-shore saranno fatte in modo da offrire la massima protezione dell’ambiente”.

In queste poche righe si riassume la caratteristica del messaggio mediatico del presidente USA. Un po’ di cipria: il raddoppio delle auto ibride degli enti federali; il volto duro degli interessi: le autorizzazioni per l’estrazione off-shore, cioè in profondità ; il messaggio rassicurante anche se infondato: le estrazioni fatte in modo di offrire la massima protezione dell’ambiente.

Quella certa sensazione di inadeguatezza che accompagna , nei giorni successivi all’incidente della piattaforma BP, le prese di posizione di Obama, sta scarnificando l’illustre destinatario di un premio Nobel per la pace che, qualche giornale irriverente ( Il Foglio) ha già declinato come premio Nobel per la pece.

Ma non è un antiamericanismo di ritorno che, auspichiamo, debba prendere posto nella vicenda.

E’ la demagogia ambientalista che deve considerarsi sotto accusa, quella cioè che pensa che le rinnovabili consentano di sopperire alla domanda di energia per le moderne società sviluppate e che della guerra al nucleare ha fatto una bandiera.

E’ un ambientalismo non disgiunto da interessi cospicui.

Tanti anni fa in Italia un noto imprenditore, proprietario di importanti media, fece una campagna di stampa, alla quale si accodarono i solidi radicali, con la Bonino in testa, per combattere il progetto di una centrale nucleare a Montalto. Si venne a sapere, anche, che lo stesso editore era proprietario dei terreni intorno alla centrale progettata.

Già si stanno calcolando i danni ambientali che deriveranno dall’incidente della piattaforma della BP nel golfo del Messico. Se ancora non quantificabili in termini monetari, anche perché il “buco” in fondo all’Oceano, a tutt’oggi, è lungi dall’essere chiuso, vengono, in qualche modo, stimati , temporalmente, in cinquanta anni di permanenza dell’inquinamento dell’area, mentre la enorme marea nera si va spargendo ben oltre le acque del Centro America.

Sul n. 38 dedicato all’ Eco catastrofismo, della rivista Aspenia, qualche anno fa, Marta Dassù accennò al fatto che “del nucleare avremmo bisogno, di fronte al rischio ambientale”, rilevando , tuttavia, che “le (false) paure dell’energia nucleare limitano la possibilità di rispondere alle paure ( in parte vere, in parte meno ) collegate al rischio ambientale”.
26/02/2010 [stampa]
Un Paese ad alto rischio idrogeologico.
Il dissesto idrogeologico a carattere catastrofico che ha interessato la città di Messina è solo il più recente di una serie di eventi analoghi che hanno funestato la Penisola negli ultimi decenni, con perdite di vite umane, ma anche con danni materiali ingentissimi. Contro il ripetersi di tali disgrazie occorre che il Governo si impegni a perfezionare gli strumenti di pianificazione e se necessario crearne di nuovi per evitare che si continui ad edificare in zone soggette a fenomeni che possono minacciare l’incolumità e i beni di chi ci vive.

Da alcuni anni si discute del rischio idrogeologico, termine con il quale la legge sintetizza due classi di rischio fra loro interconnesse: il rischio idraulico ed il rischio geologico. Al di là dei ritardi e delle difficoltà con cui le Autorità di bacino, nazionali, interregionali, e regionali (che presto transiteranno negli istituendi distretti idrografici), gestiscono il regime dei vincoli derivanti dalla presenza di pericoli di natura idraulica e geologica, il dato allarmante che emerge affrontando questo argomento è la completa assenza di considerazione dei vincoli di natura idraulica e geologica in fase di adozione della pianificazione urbanistica generale.

Ciò comporta, come non raramente accade, che anche iniziative pubbliche in materia edilizia, come le grandi lottizzazioni popolari, vengano finanziate, se ne avvii la progettazione e poi, al momento del rilascio dell’autorizzazione a costruire, quando è richiesto il parere vincolante dell’Autorità di bacino competente, il progetto si ferma e può perdere il finanziamento, perché il vincolo idraulico o geologico non consentono la realizzazione delle opere.

La casistica è tristemente copiosa in questo senso. Si figuri allora cosa rischia il privato che intende realizzare una qualunque opera edilizia in un contesto in cui il vincolo di natura idraulica e geologica viene scoperto solo occasionalmente o casualmente e, in ogni caso, tardivamente.

Ciò è quanto nella sostanza è avvenuto a Messina, ed altrove, al di là dell’eccezionalità dell’evento meteorologico, ma rischia di verificarsi in larga parte del Paese.

Se è vero infatti che il nostro territorio è soggetto a diffusi fenomeni di dissesto idrogeologico, è altrettanto vero che gli strumenti disponibili per prevenire il verificarsi di queste tragedie sono del tutto inadeguati.

La scelta obbligata in questo senso dovrebbe essere quella di avviare una fase di “allineamento” degli strumenti di pianificazione dei vincoli di natura idraulica e geologica con gli altri strumenti urbanistici, partendo innanzitutto dall’impiego di una cartografia univoca per tutti i regimi di vincoli.

Accade infatti spesso che la cartografia urbanistica sia di un tipo e quando si va a verificare il vincolo di natura idraulica o geologica, si scopre l’inadeguatezza della rappresentazione di quest’ultimo, e magari il fatto che la cartografia su cui è riportato quest’ultimo è superata e non sussiste più la condizione che richiedeva l’imposizione del vincolo, oppure, viceversa, solo a posteriori, quando è troppo tardi, si scopre che il vincolo idrogeologico che avrebbe dovuto essere posto, non c’è in quanto la cartografica utilizzata non consentiva la sua individuazione.

Nella sostanza, al di là dei limiti tecnici sopra menzionati, la linea da rivendicare con decisione consiste nell’attribuire al regime di pianificazione dei vincoli idraulici ed idrogeologici una dignità almeno pari agli altri strumenti di pianificazione urbanistica anche in pendenza dell’approvazione del piano di bacino previsto dalla legge n. 183/1989 e successive modificazioni.

Si tratta di una posizione che i recenti eventi catastrofici hanno sottoposto all’urgente attenzione di tutti, e che, nell’interesse della salvaguardia dell’ambiente, e dell’incolumità delle popolazioni, può trovare un concreto sbocco nella rapida attuazione dei piani-stralcio di cui all’art. 67 del d.lgs. n. 152/2006.

18/03/2010 [stampa]
Fare dell’Italia il Giardino d’Europa.
C’è voluto Berlusconi per dire una cosa semplice-semplice: piantare più alberi fa bene all’Italia. Il Silvio nazionale, forse memore dell’etimologia del suo nome di battesimo, lo ha enunciato proponendo il programma del Pdl alla fine della conferenza stampa sulle elezioni Regionali di mercoledì 10 marzo: “Dobbiamo mettere a dimora milioni di piante, per fare dell’Italia il Giardino d’Europa”. E’ facile immaginare il salto sulla sedia degli ambientalisti patentati, quelli convinti di essere detentori di un Verbo che agli altri è negato:

avranno percepito una violazione dei vincoli che hanno apposto al campo semantico della parola “ambiente”, eppure quella di Berlusconi non è stata un’invasione di campo, ma una proposta alternativa bella e buona. Vediamo perché.

Nella sua breve enunciazione, il Silvio ha parlato appunto dell’Italia come di un “giardino”. Cos’è un giardino? E’ un’area riservata alla flora e alla fauna, regolarmente curata e anzi prima ancora progettata: tutt’altro quindi che un’area incolta, sia pure delimitata e qua e là curata com’è l’Ambiente visto dagli ambientalisti patentati. Il “giardino” è un’altra cosa: e, va notato, la parola ha un significato che è molto vicino a quello di “parco”, o almeno non ne è più lontano di quello inteso dai suddetti ambientalisti.

Certo, questo concetto non piace ai suddetti ambientalisti perché per loro le aree verdi dovrebbero essere lasciate così come sono.

L’idea è piaciuta in passato ed ha fatto breccia in una cultura come la nostra, impregnata di rimorso post-industriale e di romanticismo, ma purtroppo è utopistica. Ce lo dice la cartografia, o un viaggetto su Google Hearth: non c‘è area verde nel nostro Paese che non interagisca con le aree antropizzate.

Anche i più massicci complessi alpini o appenninici sono in stretta relazione con le valli sottostanti, se non altro perché le comprendono nei loro bacini idrografici.

Allora è utopistico pensare che queste aree possano essere lasciate a se stesse: al contrario, l’abbandono dei versanti non più ripiantumati e la scarsa cura delle reti di raccolta delle acque piovane è causa di frane e alluvioni non meno di quelle follie urbanistiche che sono state le edificazioni nelle aree di esondazione di fiumi e torrenti e la cementificazione dei loro letti.

Ecco perché l’idea di “parco” come “giardino” curato e addirittura progettato non è negativa, ma addirittura più positiva di quella di “natura incolta” che ne hanno gli ambientalisti patentati. E’ un’idea pragmatica, ben diversa da quella utopistica che quelli ne hanno. E, a ben vedere, appartiene alla nostra cultura, specialmente a quella valligiana e in particolar modo alpina, e ci consente oggi di godere di una natura stupenda ed incontaminata ogni volta che percorriamo un sentiero di montagna.

Sempre “volando” sullo Stivale col nostro Google Hearth vediamo però che le aree curate in questo modo sono poche. Manca gran parte dell’Appennino, manca buona parte delle Isole.

E mancano, soprattutto, le città, le aree metropolitane, le conurbazioni, gli hinterland, cioè tutte quelle immense aree edificate spesso ben più grandi del territorio di un singolo Comune, per quanto esteso. Eh, già, questo è il bello: l’idea di “giardino” non si limita alle grandi aree verdi, ma si può applicare anche a quelle edificate. Quanti piccole aree verdi esistono fra le case, ai margini delle strade, negli svincoli delle grandi arterie stradali?

Quanti versanti scoscesi, quanti dossi, quante collinette incolte ci sono qua e là fra le palazzine tirate su a casaccio o fra i capannoni industriali affastellati lungo le strade di periferia? Di queste brutture il Bel Paese è pieno, ma piantare alberi le cancellerebbe almeno in parte:

visto che in genere il paesaggio non è quello che sorvoliamo con l’occhio del computer ma quello che vediamo a livello del terreno, è indubbio che filari e cortine di alberi stenderebbero un pietoso velo sullo scempio del territorio dovuto alle follie urbanistiche degli ultimi cinquant’anni, oltre a prevenire alluvioni o semplici allagamenti, darci più ossigeno, diminuire l’insolazione e migliorare il clima. E’ un’idea pragmatica, fonte di molti vantaggi a prezzo modesto, che qualsiasi pubblica amministrazione grande o piccola che sia può fare sua. E può rilanciare una cultura diffusa, anche urbana, persino domestica di un’autentica interrelazione uomo-Ambiente.
29/01/2010 [stampa]
Una svolta culturale per la tutela del territorio.
È passato quasi mezzo secolo da quando la Commissione De Marchi pubblicò i tre volumi della propria relazione sul disastroso stato del nostro territorio, individuando non soltanto le molteplici criticità, ma anche la spesa di massima complessiva occorrente per farvi fronte. Da allora non sono mancati appelli di vario genere e delle più disparate provenienze ed anche abbozzi di provvedimenti parlamentari e governativi, ma senza esito alcuno (tra l’altro va notato come la pianificazione dei bacini idrografici prevista dalla legge n. 183/1989 non abbia dato i risultati sperati), mentre eventi peraltro nefasti si sono avuti e spesso per le ricorrenti calamità naturali.

Ecco l’alluvione di Messina che può definirsi significativa (anche se certamente meno grave) quanto il sisma dell’Aquila, perché conferma che l’attività antropica non soltanto non è intervenuta a prevenire i danni, ma ha contribuito ad esaltarli: intendiamo riferirci specificamente alla violazione delle norme urbanistiche nonché alla scriteriata pianificazione (che hanno portato a costruire financo nell’alveo dei corsi d’acqua), ma anche alla pessima progettazione ed esecuzione degli edifici, spesso effettuata con materiali scadenti e in regime di autocostruzione, con enormi responsabilità anche delle autorità locali e regionali di vigilanza di controllo.

Questa situazione di diffusa illegalità, non soltanto nei luoghi dove le catastrofi sono avvenute, ripropone l’esigenza che ci sia anzitutto un’efficace azione di monitoraggio del patrimonio edilizio esistente, attraverso strumenti d’iniziativa privata, che dovrebbero essere oggetto di una legge di principi di livello statuale (anche specificamente da tempo dai proprietari immobiliari), strumenti che già qualche lungimirante Amministrazione comunale aveva previsto, ma che necessitano di robuste agevolazioni fiscali e finanziarie per venire incontro ad oneri non lievi che i proprietari non sarebbero in grado di sopportare. Si aggiunge che alcune Regioni e segnatamente il Lazio, la Campania, la Basilicata, l’Emilia-Romagna e la Sicilia hanno previsto esplicitamente tra le norme del loro piano-casa strumenti di tal genere, in alcuni casi quale adempimento indispensabile per fruire di benefici ed agevolazioni.

Correlativamente, come da più parti auspicato, anche da esponenti politici degli opposti schieramenti, è arrivato il momento di porre mano, a partire da una legge nazionale che la disciplini appropriatamente, ad un’assicurazione obbligatoria contro il rischio dei danni da calamità naturali, compreso quello sismico, anche con l’intervento dello Stato nelle forme che si valuteranno più opportune, dal momento che la relativa polizza avrà l’effetto di azzerare o quanto meno rendere più sopportabile l’onere ora gravante sulle pubbliche risorse per far fronte agli eventi calamitosi.

Al riguardo va però subito detto che i premi assicurativi non potranno non essere stabiliti secondo indici di rischio, in primo luogo dipendenti dall’effettiva situazione delle varie zone territoriali, ma anche dallo stato dei singoli edifici con riferimento alle tecniche costruttive adottate, ai materiali impiegati, alla specifica situazione statico-funzionale-manutentiva di essi, secondo accertamenti fondati su documentate valutazioni in rapporto alle normative di settore per la sicurezza. A completamento degli interventi già pubblicati a favore dell’introduzione della predetta assicurazione va segnalato quello del Ministro Brunetta che così si è espresso: «Se ben disegnata, non è una tassa, ma un incentivo a comportamenti virtuosi da parte dei cittadini e delle amministrazioni e un investimento nei beni relazionali».

Secondo Brunetta, è necessario che questa nuova polizza assicurativa «sia improntata a caratteri di obbligatorietà e progressività in un’ottica federalista che preveda la partecipazione attiva delle amministrazioni locali insieme alla responsabilità individuale dei proprietari di immobili».

Attualmente lo Stato spende 5 miliardi di euro l’anno a piè di lista per gli interventi di ricostruzione in seguito a terremoti ed alluvioni su un territorio che per 2/3 è a rischio frane ed alluvioni. Circa un terzo di questa somma è relativo alla ricostruzione degli edifici privati che potrebbero essere oggetto di una copertura assicurativa, con alleggerimento dell’onere per lo Stato quanto al finanziamento di riparazioni e di indennizzi. Il meccanismo potrebbe funzionare con una polizza obbligatoria sugli edifici il cui premio, a livello locale, sarebbe mitigato con l’intervento dello Stato in relazione alle politiche di tutela ambientale e di prevenzione poste in essere dalle singole istituzioni.

Si responsabilizzano così i cittadini e si contrasta il “lassismo” degli enti locali. Resta ferma peraltro la necessità che l’azione (e le opere) di prevenzione sia prontamente e complessivamente studiata e posta in essere.
20/11/2009 [stampa]
Indirizzi per una corretta politica ambientale.
Raramente l’Italia si è trovata ad affrontare due emergenze ambientali e logistiche di portata così consistente come quelle che ha fronteggiato e sta affrontando l’attuale Governo, che, appena insediato, ha condotto la regione Campania fuori da quella profonda crisi ambientale in cui il commissariamento dei rifiuti l’aveva precipitata negli ultimi dieci anni. Molti pensavano che le promesse fatte in campagna elettorale sarebbero rimaste lettera morta una volta vinte le elezioni, come purtroppo accade troppo spesso nel nostro Paese.

Invece occorre riconoscere che c’è stato un deciso ed evidente segno di inversione di marcia nella gestione dei rifiuti in questa regione. Allo stesso tempo quando ormai la emergenza Campania poteva cominciare ad essere un ricordo ecco che il terribile terremoto de L’Aquila ha imposto di profondere la massima attenzione alla assistenza dei sopravvissuti alle scosse sismiche, alla rimozione delle macerie e da alcune settimane al risanamento, ove possibile, delle case.

È indubbio che l’attività di assistenza ai terremotati e di ricostruzione dei centri abitati assorbirà ancora a lungo l’impegno dello Stato, ma è altrettanto vero che, a meno della esplosione di qualche altra emergenza ambientale, è auspicabile che si possa intravvedere nel breve termine qualche elemento di una politica ambientale che abbia un qualche respiro strategico.

Ed allora in questa ottica ci permettiamo di richiamare l’attenzione su alcune tematiche che potrebbero contribuire a definire una linea di tendenza governativa in materia di politica ambientale. In altre parole si vuole porre sul tavolo alcuni argomenti e possibili soluzioni o indirizzi che potrebbero concorrere a comporre una politica ambientale per il Paese. Ed allora se l’impegno del Governo è stato ritenuto efficace per il superamento della crisi dei rifiuti in Campania, alcuni elementi di indirizzo generale per la politica ambientale a livello nazionale possono essere tratti.

È vero che nel caso citato l’urgenza ha dettato anche le scelte in materia di tipologia di trattamento, ma è altrettanto vero che nella impostazione della politica emergenziale in Campania non c’è traccia di impegno nel settore della raccolta differenziata. Perciò si potrebbe dedurre che il Governo Berlusconi segni una netta differenziazione rispetto a quello che lo ha preceduto anche in questo campo, laddove sembra non più così urgente il raggiungimento della soglia del 35% per quanto riguarda la aliquota di rifiuti solidi urbani da destinare alla raccolta differenziata.

È augurabile che non sia così, ma se alla minore attenzione verso la raccolta differenziata corrispondesse un impegno più deciso e dichiarato verso la termovalorizzazione completa dei rifiuti, con conseguente recupero energetico, allora la scelta di indirizzo potrà rappresentare una interessante scelta di carattere strategico.

In sostanza quelle avanzate in questa sede sono solo ipotesi interpretative, ma è auspicabile che superata la emergenza rifiuti in Campania il Ministero dell’Ambiente, si esprima sulle linee che intende seguire in materia di smaltimento dei rifiuti. Sia in termini generali ma anche più particolari.

A titolo esemplificativo, è sufficiente a tal proposito ricordare che un recente direttiva dell’Unione europea prescrive l’adozione di microtrituratori per lo smaltimento dei rifiuti organici domestici da destinare così alla diretta immissione nelle condotte fognarie, invece di essere recapitati nei ricettori in strada. Tale direttiva non è stata ancora recepita dalla nostra legislazione e in riferimento ad essa è interessante notare che la procedura proposta dalla UE per il trattamento finale dei rifiuti organici domestici avrebbe più di un risvolto positivo: primo fra tutti l’eliminazione dei rifiuti organici dai cassonetti, con immediata riduzione dell’impatto ambientale di questi nei centri urbani.

In secondo luogo la eliminazione della parte organica, cioè dell’umido, dai rifiuti domestici, comporterebbe una significativa semplificazione della gestione di essi anche nella fase del trattamento finale, anche e soprattutto se destinati alla termovalorizzazione. Infatti la riduzione della componente organica nei rifiuti solidi urbani determina un significativo aumento del potere calorifico di questi. Dunque come si vede le scelte in materia di rifiuti sono complesse ed articolate e su di esse si attende una espressione di orientamento del Governo.

Ma l’auspicio è che le linee strategiche della politica ambientale siano definite anche negli altri settori di competenza di questo Ministero, come per esempio il settore energetico. La forte iniziativa assunta dal Governo in favore del ritorno alla produzione di energia nucleare, si è immediatamente confrontata con forti opposizioni di vario genere, ma ha soprattutto lo svantaggio di essere, nella migliore delle ipotesi, sfruttabile non prima di venti anni. Pertanto occorre orientare le scelte politiche verso tipologie di produzione di energia alternativa (a quella derivata dagli idrocarburi) che abbiano una più rapida applicazione e, possibilmente, presentino un ridotto impatto ambientale.Ed a tale proposito alcune considerazioni sono forse necessarie.

Le statistiche provenienti da altri paesi europei soprattutto guardando alle esperienze della Germania, sembrano suggerire che le principali fonti alternative di energia siano il fotovoltaico e il solare termico. Infatti molte Regioni italiane si sono attivate, in parte giustamente, con forti incentivi per l’installazione di impianti fotovoltaici.

Si tratta di scelte legittime ed in larga parte corrette, ma la crescente cultura in materia di produzione di energia, cosiddetta pulita, indirizza verso delle opzioni fra energie rinnovabili, che siano fortemente ancorate alle caratteristiche ambientali del territorio cui si devono applicare ed anche, occorre aggiungere, alla tradizione culturale dei diversi paesi. Con questo si intende dire che la produzione di energia derivata da insolazione non ha molti precedenti in Italia. Notoriamente il nostro è il Paese del sole, ma qui ci si è orientati verso opzioni migliori per la produzione di energia da fonti rinnovabili. In particolare l’energia idroelettrica costituisce da sempre una primaria risorsa in Italia.

Ciò perché la morfologia del terreno e la ricchezza di corsi d’acqua hanno costituito una singolare opportunità di produzione di energia “pulita” a costi decisamente ridotti, e con modesto impatto ambientale. In Italia infatti abbondano fiumi e torrenti, ricchi d’acqua, che incontrano significativi salti di quota, che possono essere sfruttati dal punto di vista energetico.

Non è un caso del resto che il nostro Paese non dispone di tecnologie proprie per il fotovoltaico, mentre è sicuramente leader nella progettazione e realizzazione di impianti idroelettrici. E se è vero che nel recente passato gli impianti idroelettrici sono stati osteggiati da alcune frange ambientaliste, oggi si assiste ad un complessivo ripensamento in favore di questa tecnologia, in particolare del mini e micro idroelettrico, il cui impatto ambientale, ove adeguatamente progettato e realizzato, può essere davvero trascurabile.

Come si vede i temi in materia ambientale sono tanti e consistenti, perciò è lecito attendersi che, superate le emergenze degli ultimi mesi il Governo, e per esso il Ministero dell’Ambiente, magari anche dopo avere consultato i diversi e molteplici portatori di interesse esponga ai cittadini quali siano le proprie priorità in merito e le relative linee di indirizzo. .
Corte Costituzionale e Democrazia.
La sentenza sul lodo Alfano è la ennesima e coerente dimostrazione del ruolo politico che la Corte Costituzionale ha acquisito negli anni e che comunque le appartiene per le scelte che vennero fatta alla Assemblea costituente e, soprattutto per la lettura e le caratteristiche della Costituzione indicate della cultura cattolico democratica. Essa non ha tenuto in alcun conto della soluzione ai rilievi già espressi con il precedente provvedimento, il lodo Schifani, e ha visto collocare la decisione su di un nuovo versante, quello della gerarchia delle fonti, precedentemente del tutto ignorato, dimostrando ancora una volta quel ruolo dinamico della Corte che è stato più volte acutamente analizzato. La suprema corte è l’organo di garanzia posto a suo tempo per sorvegliare sulla rigidità e sulla immodificabilità della Costituzione, sintetizzate dalla famosa espressione di Dossetti degli anni novanta “il potere costituente è oggi esaurito”. La decisione produce, probabilmente, anche, un serio imbarazzo da parte della più alta carica dello Stato che aveva ritenuto il testo conforme alla Costituzione e, nel contempo non può non aborrire conflitti istituzionali. Questa vicenda comporta alcuni rilievi di carattere politico che attengono ai rapporti tra le istituzioni e tra le istituzioni e la democrazia. Ad una semplice e letterale lettura del testo costituzionale, nei primi anni cinquanta, sembrò che il compromesso costituzionale si fosse trovato “sull’idea che la Corte costituzionale dovesse valutare la normale e fisiologica validità della legge”, cioè casi di evidente difformità rispetto alla Carta. L’idea sottesa all’influenza dossettiana che la Costituzione, manifesto ideologico ( G.B. Bozzo, P.P. Saleri Giuseppe Dossetti la costituzione come ideologia politica), dovesse avere la precipua funzione di condurre ad una rifondazione della comunità nazionale , insieme ad una evoluzione che ha visto “l’opera del legislatore affiancarsi a quella della Corte”, hanno comportato che tale organismo da una semplice funzione di garanzia divenisse organo di governo del Paese. Come ha sottolineato in un interessante ed equilibrato saggio Damiano Nocilla ( I cattolici e la Costituzione tra passato e futuro), professore di diritto costituzionale e consigliere di Stato, già allievo di Crisafulli, dalla “prima sentenza del 1956 che smentì ogni interpretazione riduttiva dei propri poteri, asserendo che la propria competenza a giudicare della legittimità costituzionale delle leggi dovesse estendersi anche alla legislazione entrata in vigore anteriormente al 1 gennaio 1948, cioè alla legislazione prerebubblicana”, fino a quando “si è trovata ad affrontare la questione delle legittimità delle leggi che si assumevano contrastare con l’art.3 della Costituzione” , la Corte costituzionale ha esteso “il proprio sindacato fin quasi a sfiorare quella valutazione politica che si voleva in origine riservata al Parlamento”, fino alla sentenza n.1146 del 1988 che testualmente esprime l’idea che “ la Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali”. C’è da supporre che , così permanendo gli orientamenti di questo organo, non passerebbe neppure una legge costituzionale che intervenisse in materia. Siamo di fronte all’esercizio di un ruolo essenzialmente politico che non solo interviene rispetto alle decisioni del Parlamento, modificando norme da esso approvato (il caso, tra i tanti, dell’annullamento di alcune norme sulla legge per la procreazione assistita), ma ad un organo dello Stato che limita di principio l’attività dell’istituzione fondamentale della democrazia rappresentativa, cioè del Parlamento. E’ evidente che questa condizione del sistema politico italiano determina quella che potrebbe definirsi una democrazia limitata o meglio e per i riguardi della sovranità popolare, una democrazia a sovranità popolare limitata. Ma il ruolo politico della Corte costituzionale rappresenta anche il vertice di un “regime” politico che impedisce all’Italia di assumere quelle riforme condivise e volute dalla maggioranza dei cittadini e che sono presenti nei programmi delle coalizioni vincenti nelle elezioni politiche generali. Come ebbe a scrive Gianni Baget Bozzo “ il conflitto tra Costituzione e democrazia diventa la vera divisione sovrastante le stesse forze politiche. L’arma materiale di questo regime invisibile è la magistratura inquirente, che interpreta il suo potere come ultima istanza della legge e dell’ordine e lo attua iniziando un processo continuo contro Berlusconi, divenendo così la chiave del sistema politico italiano, in cui si esprime l’alternativa tra costituzione e democrazia”. Il conflitto che si conferma dopo questa sentenza è di tale natura. Per il futuro del nostro Paese è necessario che se ne abbia piena consapevolezza. A fronte di questo condizionamento del sistema politico appare necessario un programma che punti a rafforzare la democrazia a partire dal pieno riconoscimento della sovranità popolare. Occorrono riforme che colmino un vuoto dell’attuale Costituzione nei riguardi della stabilità e legittimazione del governo, riempito durante la cosiddetta prima repubblica dal ruolo del partiti che, di fatto, erano la fonte di legittimità dei governi, fonte che oggi non può che essere il voto e la sovranità popolare. Una democrazia debole può far correre seri rischi all’Italia ed aprire spazi ad involuzioni autoritarie, magari sotto la specie di formule tecnocratiche.
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Domenico Fisichella - "Dal Risorgimento al Fascismo 1861-1922"
Carozzi Editore - Sfere pp.336, € 22,00

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