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di Pietro Giubilo

L’INUTILE RITORNO DI PRODI

Nella attuale desertificazione politica, il ritorno di Prodi sulla scena a sostegno della lista “Insieme” e con l’indicazione, come conferma, del premier Gentiloni, costituiscono una notizia. Il Corriere della Sera di domenica 18 febbraio gli dedica il titolo centrale di prima e l’intera seconda pagina. Basterebbe questo per comprendere come anche la stampa più “autorevole” stia alla disperata ricerca di come “puntellare” una politica non più in grado di affrontare un disagio e una inadeguatezza ormai consolidatisi. Prodi ritorna dopo nove anni di “confino”. Nel frattempo ha assistito, con la fine dell’Ulivo, al fallimento del sogno dossettiano da lui inadeguatamente interpretato e all’”occupazione” del PD da parte del “leaderismo” renziano, vicino al fallimento . Ora questo “ritorno” avrebbe l’ambizione di evitare il rischio del disfacimento finale del centro sinistra, che si verificherebbe se alle elezioni politiche i dem scenderanno intorno al venti per cento. Prodi avrebbe comunque il compito di ricostruire un “centrosinistra più unitario possibile”. Si tratta , comunque , di un ritorno velleitario, perché l’impossibilità, anche per vecchi rancori risalenti alla sua mancata elezione alla presidenza della Repubblica, di appoggiare PD (Renzi) e LeU (D’Alema), ritenuti responsabili a vario titolo del “misfatto” di allora, lo confinano a sostenere una lista messa sù dal pavido socialista Nencini e dal professionista dell’ambiente Bonelli, oltre che dall’ improbabile “area civica” dello sconosciuto Santagata, nella quale Prodi afferma di ritrovare “gli stessi valori che sono stati alla base dell’Ulivo”. E’ una ben triste “compagnia di giro” , con un profilo politico assai meno esaltante di quello che accompagnò la nascita dell’Ulivo che, quantomeno, coinvolse i principali leader della sinistra post comunista e cattolico democratica. Unico tratto in comune è la somiglianza delle personalità a cui affidare il “progetto” : i volti pallidi di Rutelli, allora, e di Gentiloni , oggi; fratelli gemelli di un falso moderatismo di sinistra . La sinistra italiana si ritrova in una crisi di rappresentanza che, certamente, non potrà essere il professore di Bologna a risolvere. Essa è vittima della crisi e del fallimento della globalizzazione, alla quale si appoggiò negli anni dell’”Ulivo mondiale” affidato al democratico Clinton. Non seppe riconoscere che questa avrebbe comportato lo strapotere della finanza con la concomitante riduzione del ruolo della politica e delle istituzioni democratiche. Al programma sociale si sarebbero sostituiti i “diritti”, anche per nascondere la verticistica compressione del welfare e la crescita delle disuguaglianze , l’impoverimento e la proletarizzazione dei ceti medi. L’inadeguatezza della leadership ha fatto il resto; allo scontro tra D’Alema e Veltroni fece seguito la segreteria Bersani che non seppe opporsi alla affermazione di Renzi, un personaggio chiaramente veicolato da influenze esterne e accettato da una base di partito ormai snervata e incapace di mantenersi fedele alla tradizione politica e culturale della sinistra riformista. Una base che non leggeva più l’Unita e si cibava della “interessata” prosa di Repubblica. Il fenomeno dei 5 Stelle nasce e si sviluppa proprio per l’inadeguatezza delle sinistra a raccogliere la protesta che ha origine dalle nuove questioni sociali e, tuttavia, qualora dovesse spegnersi, il consenso raccolto non rifluirà verso una sinistra ormai ostaggio dei cosiddetti poteri forti. Anche la stagione che vide il coinvolgimento del cattolicesimo progressista verso la sinistra è ormai alle spalle, in quanto il quadro teologico che lo animò è stato contrastato a fondo dal pontificato e dalle linee culturali di Benedetto XVI; restano alcune posizioni, sostenute dagli ambienti gesuiti , ma senza un coinvolgimento popolare . Il ritorno in politica di Prodi, se pur dovesse realmente verificarsi, oltre questa apparizioni di campagna elettorale e qualche compiacente intervista, non darà i risultati che ambiziosamente si propone. Il treno del dossettismo e dei suoi frutti ulivisti, transitati a suo tempo, sono oggi nel deposito della storia . Pietro Giubilo

STORIE DI ECONOMIA
di Sergio Menicucci



PETROLIO- Ottimismo in eccesso per l’oro nero. Dietro i record che stanno riportando il prezzo al barile sopra i 70 dollari si nasconde una folla di speculatori. Il timore è che si stia combattendo una sottile guerra geopolitica con Riad che accelera il piano per la possibile Ipo di Saudi Aramco, la compagnia nazionale di proprietà del governo saudita. La quotazione in Borsa di una parte di Aramco, gestita dalle due banche Goldman Sachs e Citigroup, porterebbe i dollari necessari al principe Mohammad bin Salman ( 32 anni reggente di fatto del paese) per la realizzazione del piano di investimenti “ Vision 2030”. Il prezzo nella terza settimana di febbraio dei due petroli di qualità il Brent Blend era di 64,9 dollari e il Witi (West Texas Intermediare) di 61,67 in rialzo e quindi ai massimi da 3 anni. Il prezzo medio della benzina in Italia si attestava a 1560 al litro quella verde e il gasolio a 1423. Tutto il mondo dell’economia si sta interrogando su cosa sta succedendo per non ripetere gli errori del passato che portarono a ben due guerre del petrolio all’inizio degli anni Settanta. I giochi sono complicati. Per avere una semplificazione dello scenario partiamo dal nome: petrolio deriva dal latino che significa olio di roccia. E’ una sostanza liquida, vichiosa, infiammabile, ricca di idrocarburi, depositata sulla crosta terrestre in giacimenti in migliaia di anni. Ha un alto valore commerciale, tanto da essere definito l’oro nero per essere ormai la principale fonte di energia superando il carbone. IL petrolio è chiamato “greggio” e bisogna estrarlo dal sottosuolo per mezzo di pozzi impiattati in corrispondenza delle piattaforme petrolifere individuate attraverso complessi studi geologici. Un quarto della produzione mondiale petrolifera proviene dalle piattaforme marine. Si comprendono così le motivazioni che spingono la Turchia a bloccare la possibilità alla Saipem 1200 di procedere, dopo aver ottenuto le autorizzazioni, alle trivellazioni nelle acque di Cipro nord dove è stata individuata dall’Eni, assieme alla Total francese, una riserva di 230 miliardi di metri cubi di gas. Le tensioni al largo di Cipro sono uno degli aspetti della guerra che si sta sviluppando in quella parte del Mediterraneo dove con la scoperta di un maxi giacimento di gas da parte dell’Egitto e quella ad opera di Israele si potrebbero determinare un profondo cambiamento del mercato ormai sempre meno in mano ai paesi dell’Opec. Due sono stati dopo le crisi del 1973 e del 1976 i caratteri che hanno dominato l’andamento del mercato: il carattere di scarsità delle risorse (le attuali tecnologie non estraggono più del 60% del contenuto di un giacimento) e l’esauribilità del grezzo. Le quotazioni sono state quindi sempre attentamente messe sotto controllo subendo continui sbalzi in avanti ma anche indietro. Il prezzo al barile che nel 1998 era di 11 dollari nel 2008 era salito a 48 ma nel tempo ha oscillato anche sopra i 100 dollari, toccando anche quota 147. Il controllo del prezzo è una questione di potere oltre che di ricchezza. Il principale produttore, ma anche esportatore, è l’Arabia saudita con oltre 4 milioni di barili al giorno seguita da Russia e Stati Uniti. Il Mediterraneo sta diventando mare di conquista e sede di tensioni. Dopo il caso Cipro è esploso il problema Libano che si avvia a maggio alle elezioni presidenziali. Il gruppo Eni con Total francese e la società russa Novatek hanno firmato un contratto con il governo di Beirut per l’esplorazione di due blocchi nelle acque libanesi ma la sovranità su quella zona di mare è rivendicata anche da Israele perché si trova a cavallo delle rispettive acque territoriali. Lo sfruttamento del gas implica collaborazione tra i paesi per far passare le turbine e gestire i costosi impianti di liquificazione. IN quella parte del Mediterraneo l’Eni è presente in Egitto, Turchia, Cipro, Libano, Libia. Secondo qualche osservatore si starebbe formando una inedita strada di collaborazione energetica tra Roma e il Cairo. La società del cane a 6 zampe ha chiuso il bilancio 2017 con risultati, ha detto l’amministratore delegato Claudio Descalzi, “eccellenti che dimostrano come il processo di profondo cambiamento avviato nel 2014 abbia trasformato l’Eni in una società capace di crescere e creare valore anche in condizioni di mercato molto difficili”. I conti presentati registrano un utile di 3,43 miliardi di euro contro una perdita di 1,4 miliardi nel 2016, beneficiando delle plusvalenze sulla cessione del 40% del giacimento di Zohr in Egitto e del 25% di quello in Monzambico. Per il 2028 il gruppo prevede una produzione di idrocarburi superiore del 3% rispetto ai quasi 2 milioni di barili al giorno del 2017. C’è un sottile filo diplomatico tra i 24 paesi alleati dell’Opec, la Russia, gli Stati Uniti e la Cina per trovare un riequilibrio del mercato verso la fine del 2018. La domanda di petrolio, con la ripresa economica, dovrebbe aumentare di 1,4 milioni di barili al giorno


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