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GOVERNO E CAPO DELLO STATO. RIFERIMENTI STORICI E CONFLITTI ISTITUZIONALI



Nel difficile cammino della soluzione per dare un governo al Paese , si staglia l’ombra di quella incertezza istituzionale che da lungo tempo incide sulla condizione dell’Italia. Non vi è dubbio che l’esito delle elezioni con l’affermazione ( dire vittoria è troppo ) del M5Stelle e della Lega ha prodotto una situazione nuova che non solo emargina, al momento, le forze politiche più tradizionali, ma provoca una stato di attenzione particolare se non di allarme in quello che potrebbe definirsi l’establishment. Per la verità occorre dire che questo risultato trova la sua causa in una crisi che si è prolungata nel tempo aggravando il dramma del Sud, decimando il ceto medio produttivo, con altissimi indici di disoccupazione, intaccando alcune certezze sociali degli italiani quali casa e risparmio , oltre ai devastanti effetti sociali di una immigrazione senza controllo. Si è prodotta una radicalizzazione della rappresentanza politica che nei voti ha raggiunto e superato il 50 per cento. La condizione conflittuale, l’arretramento della sinistra e lo scarso risultato di Forza Italia hanno fatto arrivare al paradosso di una possibile coalizione tra Lega e 5 Stelle che si stanno impegnando per costituire un governo ed un programma sanciti da un “contratto”. Il vertice del sistema istituzionale , cioè il Capo dello Stato , dopo aver approfittato della fase di incertezza per proporre un “governo neutrale”, fuori dalla rappresentanza delle Camere , che sarebbe dovuto essere accettato dal Parlamento al fine di evitare elezioni in periodi inappropriati e per superare alcuni passaggi indispensabili ( documento di finanza, incontri europei , bilancio per il 2019 evitando l’incremento dell’IVA ), ha preso atto del rifiuto di tale proposta da parte della maggioranza delle forze politiche e, tuttavia, ha preavvertito più volte di non voler rinunciare a quelle che definisce, come sue prerogative e cioè la nomina del Capo del Governo e dei ministri, sottolineando che la sua funzione non ha un carattere notarile. Mattarella ha anche voluto fare , in proposito , un riferimento storico, ricordando che Einaudi volle sceglier un premier “senza avvalersi del principale gruppo parlamentare , la DC”. Marzio Breda sul Corriere ha commentato scrivendo della nomina di Giuseppe Pella “ex ministro democristiano del Tesoro inviso agli ‘amici’ di partito , il cui insediamento [ fu ] deciso di imperio dal Quirinale , evitando addirittura le consultazioni”. Il riferimento e il commento vanno un po’ oltre la realtà. Infatti allora, era il 1953, si verificò la crisi del tentativo di De Gasperi di formare il governo, per opera soprattutto di Saragat. Il Capo dello Stato, dopo aver tentato di convincere De Gasperi a ritentare, andando addirittura a trovarlo nella sua residenza di Gastelgandolfo, ripiegò, per indicazione della DC, su Piccioni, con la condizione che attribuisse a De Gasperi il ministero degli Esteri. Ma venne opposto lo stesso diniego da parte di liberali e socialdemocratici . Solo dopo la rinuncia esplicita di Piccioni ed esauritesi le indicazioni formali della DC per la soluzione della crisi, Einauidi, in mancanza di queste , incaricò Pella. Per la verità fu proprio la DC che decise di affidare al Presidente della Repubblica la designazione del nuovo Presidente del consiglio. Non solo, ma fu De Gasperi a indurre il segretario Gonella a consentire su Pella. Fu quello un modo con il quale, per lo scollamento e le divisioni interne della DC e per la crisi del quadripartito, si risolse la crisi con un governo dal profilo amministrativo, sul quale convenne la strategia di De Gasperi. Del resto, è bene ricordare, come non sia mai avvenuto che un Capo dello Stato decidesse un incarico di formare il governo, sostituendo la proposta di forze politiche in grado di costituire una maggioranza parlamentare. Mattarella ha fatto anche intendere che eserciterà tutto il suo potere di vaglio della copertura finanziaria dei provvedimenti e della loro compatibilità costituzionale. Queste schermaglie delineano quindi un rapporto dialettico che va instaurandosi tra il possibile governo composto da forze politiche radicali e il Capo dello Stato. L’Italia potrebbe quindi conoscere per il futuro una tensione tra questi organi dello Stato, come , peraltro , si ebbe con Scalfaro e Napolitano nei riguardi dei governi Berlusconi. Se il governo Di Maio-Salvini si costituirà, dobbiamo prepararci a nuovi conflitti istituzionali. Ci si accorge, in tali casi, che i poteri del Presidente della Repubblica e il suo essere al vertice delle istituzioni possono determinare una influenza forte sulla politica parlamentare . Assistendo a questo caso e ricordando i precedenti, ci viene alla mente un progetto che venne presentato alla fine degli anni ’60 da alcuni parlamentari della DC e condiviso da esponenti di altri partiti. Si propose una riforma della Costituzione che, conservando le prerogative stabilite dalla Carta costituzionale, cambiasse il metodo di elezione del Capo dello Stato , attribuendolo alla elezione popolare diretta. Il tema, messo da parte, dei limiti della attuale Costituzione, ritorna al centro delle vicende politiche . Continuare ad ignorarlo con l’alibi della cancellazione della “proposta indecente” bocciata dagli italiani a dicembre del 2016 non è possibile. PIETRO GIUBILO










STORIE DI ECONOMIA
di Sergio Menicucci



MONETINE- Le vicende delle monete da uno e due centesimi evidenziano una parte degli errori commessi con l’introduzione dell’euro. Stanno passando quasi 20 anni ma ancora le conseguenze negative non sono state eliminate. La Banca centrale europea ( Bce), con sede a Francoforte e guidata dall’economista italiano Mario Draghi ( fino al 2019), è l’unico organismo che ha il diritto di stampare monete. Per lo meno per i 19 paesi che fanno parte dell’Eurozona. Tra i tanti problemi dell’euro è sorta la questione delle monete di piccolo taglio e in particolare per quelle da uno e due centesimi che riempiono le tasche e i borsellini ma che non facilitano i pagamenti. Per lunghi mesi sui banchi dei mercati e nei negozi i consumatori si sono trovati davanti i cartelli con offerte a1,99 centesimi di euro, 9,99, 19,99 che a prima vista sembravano allettanti. Quando si comperava il prodotto l’arrotondamento era al centesimo superiore. In pratica l’uso comune diventata quello di pagare i prodotti a cifra tonda. Non solo: la montagna di monete di piccolo taglio sono finite per non essere utilizzate e buttate in un cassetto. Quante monete da 1 e 2 centesimi ci sono in circolazione? Secondo alcuni calcoli fatti in base ai dati della Banca d’Italia dal 2002 (entrata dell’euro) al 2016 sarebbero stati prodotti 6,3 miliardi di monete da 1 e 2 centesimi. Analizzando i micro-pagamenti risulta che di quei 6,3 miliardi di monete il 70 per cento sarebbero inutilizzato. Considerando che circa 3 miliardi siano sparsi per l’Europa la montagna di monetine circolanti in Italia supererebbero il miliardo. Un problema inserito nella manovra bis del 2017 approvata dal Parlamento. Con l’articolo 13 (poco conosciuto) veniva decisa la sospensione della produzione da parte del conio italiano (Zecca/Poligrafico) delle monete metalliche di piccola dimensione. Il processo doveva essere graduale per permettere alle macchinette di caffè, bibite, in ospedali, scuole, luoghi pubblici di arrotondare per eccesso o per difetto ai 5 centesimi più vicini il costo da pagare. Il problema era pratico e anche di risparmio per lo Stato. La produzione delle monete di rame di piccolo taglia sono costate per il valore di un centesimo circa 220 milioni e per quelle da due centesimi altri 120 milioni. Abolendo la produzione lo Stato italiano prevedeva di risparmiare circa 23 milioni l’anno. Tutto a posto? Il Parlamento ha convertito in legge il decreto 50/207 ufficializzando che la produzione sarebbe cessata dal primo gennaio 2018.Ma l’Italia non poteva decidere autonomamente la sospensione della produzione perché stampare moneta è una prerogativa demandata dalle istituzioni europee alla Bce. Cosa è successo allora? La riduzione delle monete da 1 e 2 centesimi dovrebbe comportare la necessità di stampare più monete da 5 centesimi e quindi addio risparmio. Secondo aspetto generale: cosa cambierà, a seguito dell’abolizione delle monetine, per i pagamenti in contanti e chi ha ancora in tasca o a casa queste monetine potrà spenderle? Il legislatore ha trovato una facile soluzione: i centesimi in circolazione continueranno ad essere utilizzati nei pagamenti in contanti purchè raggiungano i 5 centesimi. Per i pagamenti con bancomat, carta di credito e simili non è previsto alcun arrotondamento. Il conio delle monetine è stato sospeso oppure l’Europa non ha ancora dato il via libera? I centesimi in circolazione conservano il loro valore legale e quindi potranno essere usati per pagare le cifre arrotondate per eccesso e per difetto ai 5 centesimi. C’è il pericolo che i prezzi aumentino? Sulle anomalie dovrebbe sorvegliare l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Il miliardo di monetine in circolazione è un tesoro appetibile. Un patrimonio nascosto che una startup di Gallarate, la Centy di Davide Caiafa e Lorenzo Vidoz, ha intenzione di rimettere in gioco, trasformando le monete “fisiche” in valuta digitale da indirizzare verso carte di credito, carte ricaricabili o piattaforme di pagamento digitali attraverso macchinette collegate vicino a distributori di bevande o nei supermercati. In sostanza la startup Centy sta gettando le basi per essere presente a fianco delle macchinette che distribuiscono caffè ed altre bevande.


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