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Pubblichiamo il Diario di Bordo 2017 Scarica il documento
APPROFONDIMENTI
di Pietro Giubilo

2018: L’ANNO DELLA GRANDE INCERTEZZA

La fine del 2017 si è portato via anche la legislatura. Sergio Mattarella ha resistito alle ultime perorazioni di esponenti del PD per prolungare l’attività parlamentare , rinviando lo scioglimento delle Camere, al fine di una improbabile approvazione dello jus soli. Del resto il 4 marzo era, in sostanza, la data limite per svolgere le elezioni che rinnoveranno un Parlamento che ha iniziato i suoi lavori il 15 Marzo del 2013, a seguito delle elezioni svoltesi il 24 e 25 febbraio . La politica parlamentare si chiude in modo differente da come era iniziata. Essa, innanzitutto, vede un PD in declino di consensi, che ha perduto quegli alleati con i quali nel 2013 aveva ottenuto alla Camera un vasto premio di maggioranza, che ha subito una scissione che sarà decisiva nei risultati di molti collegi uninominali e, soprattutto, che si mostra ormai non in grado di stringere alleanze, se non con modesti spezzoni centristi ormai logorati nell’uso dell’appoggio parlamentare al fine di ottenere posti di governo. Al contrario, nonostante non lievi diversità, si sta assistendo ad un fronte di centrodestra che appare sufficientemente coeso e si presenta in netta crescita e, soprattutto con un significativo recupero di Forza Italia che, potendo anche avvalersi della preferenziale sintonia del voto centrista, potrebbe ottenere la guida della coalizione, rastrellando per questo un ampio consenso moderato. Non c’è tuttavia certezza che la coalizione resterà unita di fronte agli scenari che si manifesteranno dopo il voto. Il Movimento 5 stelle si avvale ancora di una situazione di stallo del Paese, al di là di evidenti inadeguatezze politiche e di classe dirigente . La complessità generale dei problemi, che il 2018 si troverà di fronte, difficilmente offrirà spazi di governo ad un partito oggettivamente non in grado di assumere responsabilità di carattere internazionale, oltre che di quelle interne. Tuttavia la previsione dei risultati e degli scenari, che restano pieni di incognite, non sono il più rilevante problema dell’Italia. Ad essa si collega una ancora più incerta governabilità che, tuttavia, nasce da una crisi della rappresentanza, evidenziata clamorosamente dalla sempre miniore partecipazione al voto e da un travolgente fenomeno di trasformismo che ha coinvolto diverse centinaia di parlamentari, mostrando i nuovi connotati di larga parte del Parlamento: indifferenza per il mandato elettorale, spregiudicatezza, attaccamento al potere . Addirittura qualcuno ( l’on. Verdini ) è arrivato a teorizzare che la governabilità verrà garantita, nella prossima legislatura, proprio da questo disinvolto costume politico, con il quale si provvederà a far convergere i voti necessari, in caso mancassero, per la costituzione di un governo . E’ del tutto evidente che su tali basi si profila , qualunque potrà essere il risultato elettorale, la impossibilità di esprimere un forte disegno politico, cioè un vero progetto complessivo di ripresa istituzionale e di sviluppo del Paese, accompagnato da una incapacità di costruire un futuro adeguato . Per tali obbiettivi occorrerebbero valori di riferimento, programmi e classi dirigenti consapevoli, partiti in grado di richiamare i cittadini a partecipare alle scelte ed agli eventuali sacrifici. Manca del tutto, poi, nell’ambito degli apparati pubblici, una classe amministrative che sia in grado di sostenere uno sforzo nella direzione di una vera ricostruzione del Paese. Ne ha compiuto una disamina approfondita Galli della Loggia il 31 dicembre sul Corriere della Sera. E ciò vale per le diverse funzioni del sistema democratico : dalla giustizia alla sicurezza, dalla istruzione alla amministrazione centrale e periferica. Ma è nel riferimento al contesto internazionale che si mostra l’inadeguatezza dell’Italia. Stiamo scivolando in fondo a quell’Europa che negli anni ’50 contribuimmo a far nascere. Abbiamo abbandonato quelle iniziative di rapporti con la Russia e con il nord Africa che il governo Berlusconi aveva concretamente avviato con benefici di ordine economico, ma che, soprattutto, testimoniavano un dinamismo politico, oggi scomparso. Sopportiamo un carico di interventi sui fronti di guerra, senza che da ciò se ne tragga un vantaggio in termini di diplomazia generale . La prossima legislatura e il governo che dovesse prenderne campo, si troveranno di fronte ad un compito titanico per riordinare la matassa delle difficoltà interne e quella per la ripresa del posto che ci competerebbe in Europa e nel Mediterraneo. Il sistema istituzionale non ci aiuta. A dicembre del 2016 è accaduto un fatto che non è stato ancora compreso nella sua gravità: il popolo italiano ha bocciato un maldestro tentativo di riforma della Costituzione per il quale Renzi è riuscito a sbagliare tutto quello che era possibile sbagliare: nella forma, nella sostanza, nel procedimento, nella stessa campagna referendaria, compreso il farsi promotore di questo impasto inadeguato che ha aggiunto al dissenso di merito un giudizio negativo sulla sua stessa figura politica. Il segretario del PD non ha consapevolezza del danno che ha prodotto perché questo errore ha fatto perdere una opportunità di cambiamento della Costituzione che sarebbe dovuto avvenire con serietà e ponderatezza e con il massimo coinvolgimento culturale e politico. Si accede , con il 2018, ad una terra di nessuno. Nella sua storia l’Italia ha certamente conosciuto momenti peggiori, tuttavia non sono mai mancati punti di riferimento per orientarsi nelle difficoltà. Un ideale nazionale nel difficile cammino del Risorgimento, alcuni valori naturali e religiosi nel periodo dell’ambizioso ventennio fascista , idee ricostruttive nel duro dopoguerra ed una capacità di lavoro e di fare impresa che ci ha portato nell’ambito dei “grandi” paesi, durante gli anni duri della guerra fredda. L’elemento dominante con il quale si apre l’anno è una grande incertezza. Siamo ad un bivio, tra il declino e la ripresa. C’è solo da sperare di non aver ancora superato l’incrocio dei nostri destini e di trovarsi, invece, su una strada a senso unico e senza uscita , da percorrere inconsapevoli , distratti dalle nostre stesse incapacità.

LIBERI E UGUALI E’ UNA “COSA ROSSA” ?

Non sarà semplice per Matteo Renzi mettere all’angolo il movimento politico a cui hanno dato vita il 4 dicembre coloro che hanno lasciato il PD . Con la nota tempestività comunicativa – ma riflettere a volte è più importante che comunicare – il segretario dem, all’indomani del Congresso che ha insediato Pietro Grasso alla guida della nuova formazione, l’ha bollata come “cosa rossa” . Il senso è evidente : si tratterebbe , secondo Renzi, di un qualcosa di indistinto ( “cosa” ) e, nello stesso tempo, etichettabile come “rossa”, cioè estremista o, quantomeno, caratterizzata ideologicamente. Ora, in questa classificazione c’è tutta la logica autoreferenziale dell’ex premier che non ritiene esservi spazio sociale e politico da rappresentare oltre quello che esprime il suo partito. Altre possibili confluenze, per le quali, senza entusiasmo, è stato incaricato il solerte Fassino, sono utili ai soli obbiettivi elettorali, come commensali intorno ad un solo capotavola. L’idea che le spinte globaliste, le diseguaglianze crescenti e l’ampliarsi della fasce di povertà siano una realtà che sta disarticolando il Paese, rispetto alle quali occorrerebbero ricette importanti, non riesce a farsi largo nel pensiero renziano . Una realtà che la sua attività di governo , insieme a quella di Gentiloni, pur potendo usufruire di una condizione monetaria facile gestita da Draghi, non è riuscita a scalfire, non andando oltre a qualche bonus e provvedimenti contingenti . Una realtà che ha spinto alla necessità di più ferme rivendicazioni sociali anche il centrodestra. Mdp poi, nella evidente capacità di regia dei “vecchi” segretari , ha saputo rovesciare in opportunità le incertezze ed il rifiuto di Pisapia ad entrare nella nuova formazione, facendo largo ad una personalità assai più significativa come quella di Grasso che, nei suoi trascorsi di magistrato, non ha mai ostentato un estremismo giustizialista. Il Presidente del Senato non è Ingroia ed ha mostrato sempre un rispetto istituzionale ed una visione equilibrata del rapporto tra politica e giustizia. Anche l’argomento - il solo - ampliamente utilizzato dai renziani, del ”voto utile”, con il quale contrastare le intenzioni elettorali verso il nuovo partito , risulta animato da mere contingenze e convenienze elettoralistiche, che non tengono conto di una esigenza di rappresentanza che si è ampiamente espressa , ad esempio, nel voto referendario del dicembre scorso. Ancora peggio difendere il PD, denunciando la “follia” di voler far perdere il centrosinistra. La sollecitudine renziana per la governabilità – che si presenta anche sotto il duro aggregato del potere – gli ha impedito di capire la lezione referendaria , tanto è vero che, su quel risultato, il segretario ha impedito qualsivoglia dibattito. Non a caso la rottura con la sua opposizione si è avuta a motivo di questa significativa ottusità e non per le questioni del regolamento congressuale che, peraltro, era fatto apposta per confermarne la leadership. Punto e basta. Liberi e uguali, però, rischia di misurarsi su un terreno difficile. Nel contesto generale la sinistra europea mostra un declino impressionante al punto che l’intelligente D’Alema è stato fermo nel non volerne fare menzione nel nome. Come ha ben analizzato Luca Ricolfi in un saggio di quest’anno ( “Sinistra e popolo” ) con riferimento all’evoluzione ispirata dal bleirismo “la sinistra che è emersa dalla rivoluzione della Terza via non ascolta le richieste e i sentimenti del popolo per l’ottimo motivo che essa, quasi ovunque e non da ieri , è diventata la rappresentante di un nuovo blocco sociale , al cui centro non vi sono più operai, né ceti deboli, Né i cosiddetti ultimi”. Anche la socialdemocrazia tedesca, che ha solide radici storiche, ne sta soffrendo, figuriamoci quel complesso ambito politico che in Italia non è riuscito ad affermarsi oltre il postcomunismo, cioè un qualcosa che si è mostrato solo come successione post morte dell’ideologia progressista marxiana. E’ vero che c’è uno spazio di rappresentanza molto vasto, non solo rivelato dall’alta percentuale di astensionismo , ma anche per la debolezza complessiva delle forze in campo. Come ha affermato Stefano Fassina nella intervista ad Avvenire “c’è un pezzo di popolo in grande difficoltà che va oltre i confini della sinistra tradizionale”. Ma è lecito domandarsi se il partito di Grasso rappresenti una novità forte che possa attrarre questo consenso; il distacco della gente dalla politica ha motivazioni profonde, complici lo smarrimento prodotto dalla tempesta di slogan e di mezzi di comunicazione che hanno sostituito partiti e organizzazioni intermedie, lasciando la gente senza punti di riferimento. A parte il successo o meno di questo nuovo esperimento politico, si riconferma l’esigenza che si riapra il confronto delle idee, di una analisi vera delle cause reali che producono il malessere sociale, di ciò che può riaccendere l’interesse dei cittadini per le istituzioni, di quello che dobbiamo tornare a definire il bene comune. Ed è questione che riguarda tutte le forze politiche. PIETRO GIUBILO

STORIE DI ECONOMIA
di Sergio Menicucci



BREXIT- A volte certe parole sia in politica che in economia assumono significati che non hanno bisogno di essere spiegati. Diventano comprensibili a tutti. Sono chiari. Per molti anni Maastricht ha indicato i paletti che gli Stati dell’Unione europea dovevano rispettare in merito al rapporto tra il deficit di bilancio e il prodotto interno lordo (Pil). Tutti i conti sono al 3 per cento. Dopo la crisi e il fallimento delle banche americane che hanno causato la crisi mondiale più grave dopo quella del 1929 il pubblico ha familiarizzato con i termini mutui subprime, tassi d’interesse, misurazioni dell’Eurolibor, crac bancari, salvataggi. E quando la crisi si è fatta più acuta i cittadini europei si sono trovati davanti lo “spread”, ossia il differenziale dei rendimenti dei titoli di Stato italiani o bonos spagnoli rispetto ai Bund tedeschi, considerati il punto di riferimento più stabile. Si potrebbe continuare. Il termine Brexit ha suscitato prima curiosità, poi preoccupazione per il suo impatti e le conseguenze sull’assetto dell’Europa a 28 Stati. A seguito del Referendum in Gran Bretagna del 23 giugno 2016 si è aperta la strada, chiedendo l’applicazione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona, per l’uscita dall’Unione europea. Problemi complessi da definire con un negoziato al fine di delineare dopo il 29 marzo 2019 i termini delle future relazioni Ue-Regno Unito. Nonostante i sondaggi pubblicati nel dicembre 2017 indicassero un “ripensamento dei britannici” la premier conservatrice Theresa May ha assicurato “ non ci fermeranno”: Il divorzio da Bruxelles sarebbe questa volta bocciato con il 51 per cento favorevole al “ Renain”, restare contro il 41% per il “ Leave”, uscire. Indubbiamente più si va avanti e più i britannici si rendono conto delle difficoltà e conseguenze dell’operazione. Il via libera alla fase 2 dei negoziati contiene molte incognite sul piano economico e commerciale. Quale accordo uscirà dai negoziati in corso? In realtà pur essendo il premier Wiston Churchill favorevole ad una Confederazione europea i rapporti tra Regno Unito e Europa hanno incontrato incertezze e ripensamenti fin dalla nascita, nel 1973, della Comunità economica europea (CEE). I britannici sono sempre stati ferrei assertori della loro “isolanità” e difensori della loro sovranità mal sopportando quelle che chiamano le interferenze delle regole comunitarie. I momenti di maggior tensione furono quello dei governi di Margareth Thatcher, la “lady di ferro” dei Tories, il partito conservato, euroscettica e contraria al versamento dei contributi all’Unione. Il suo successore John Major firmò però nel 1992 il Trattato di Maastricht che creava l’Unione europea e metteva dei paletti per tutti gli Stati. Un periodo di maggiore collaborazione tra Londra e Bruxelles si verificò con i due leader laburisti Tony Blair e Gordon Brown. Altra svolta con il conservatore David Cameron che pur firmando nel 2016 un nuovo accordo con Bruxelles ne chiede l’attuazione soltanto dopo il voto di un Referendum generale. Si determinarono due schieramenti. Da un lato il fronte pro Ue ( Renain) composto dalla maggioranza dei Conservatori, dei laburisti , dei liberaldemocratici e dei verdi, oltre gli scozzesi e i gallesi. Dall’altra parte “ Leave” parte dei conservatori con il sindaco di Londra Boris Johnson e gli euroscettici del partito populista di Nigel Farge. Dalle urne del 23 giugno 2016 uscì un risultato incerto: 51,9% degli elettori votarono per l’uscita e il 48,1% per la permanenza. Preso atto della volontà popolare il Parlamento il 29 marzo 2017 notificò a Bruxelles l’avvio della procedura di uscita, dando il via libera ai negoziati Londra-Bruxelles. La prima intesa all’alba del 9 dicembre 2017. Il conto del divorzio ipotizzato intorno ai 45 miliardi che Londra pagherà a Bruxelles in più anni, compromesso sul confine anglo-irlandese, garanzia dei diritti dei 3,5 milioni di cittadini Ue residenti nel regno Unito e dei cittadini britannici residenti nei paesi europei. Aperta invece la questione del ruolo della Corte di giustizia. Da gennaio 2018 andranno avanti le discussioni sul periodo di transizione di due anni. Un negoziato molto difficile soprattutto perchè i termini dell’accordo vanno raggiunti entro ottobre 2018 per poi lasciare il passo alla ratifica da parte di tutti i Parlamenti (27+1). Diritti, commercio, confini, giustizia senza contare che alle prossime elezioni per il Parlamento europeo a Strasburgo non ci saranno più i 77 membri del regno Unito. L’accordo definitivo di separazione dovrà definire molte aree delicate compresi gli accordi internazionali stipulati e lo spostamento delle sedi delle Agenzie europee che erano state insediate sul territorio britannico. A Bruxelles c’è un accurato dossier sugli effetti di Brexit sull’economia dei 27 paesi Ue. Il futuro è come affrontare la globalizzazione che pur creando ricchezza e lavoro nasconde potenziali elementi negativi. Le nuove sfide sono quelle dell’economia digitale, degli effetti del cambiamento climatico, dei flussi migratori e del terrorismo. Pur vantando il miglior sistema di protezione sociale al mondo sia per qualità di vita che per benessere l’Europa si trova ad affrontare gli effetti della crisi, delle disparità sociali che persistono al suo interno, dell’invecchiamento demografico e della bassa natalità e dei profondi cambiamenti del mercato del lavoro, caratterizzato da una crescente precarietà.


IL CORSIVO
LIBERI E UGUALI E’ UNA “COSA ROSSA” ?[11/2017]
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