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Pubblichiamo il Diario di Bordo 2017 Scarica il documento
UNO SGUARDO DALLA TORRE
di Fausto Belfiori

CONSIDERAZIONI DOPO LE ELEZIONI IN GERMANIA

I risultati delle elezioni in Germania ribadiscono la consistenza di un fenomeno già registrato in Francia con le votazioni per la scelta del nuovo capo dello Stato. Il primo dato di fatto è l’ulteriore conferma del malinconico e indiscutibile tramonto del socialismo nelle diverse forme adottate in Europa come negli altri continenti. Dopo la fine ingloriosa del comunismo crollato, a ben vedere, più per le sue falle mortali che per l’impegno degli avversari, si sta assistendo a una lunga agonia dell’ideologia e del movimento che lo aveva generato, il socialismo. Agonia che si è manifestata la prima volta in Spagna dove ha contribuito a quello stallo elettorale - né vincitori né vinti - che, però, non ha provocato alcun effetto negativo: la vita è continuata regolarmente in un paese dove il re, sornionamente solo in apparenza, ha dimostrato fino ad oggi di saper calmare i bollenti spiriti della sinistra guardandosi al tempo stesso dall’esporsi troppo nella sempre più incandescente questione della Catalogna. Una questione non da poco che indubbiamente costituisce la preoccupazione più alta e il problema più impellente per chi ha il dovere di mantenere l’unità nazionale senza, però, urtare la sensibilità di un popolo legato alle proprie tradizioni e alla propria storia non sempre condivisa dai concittadini delle altre zone della penisola. Quanto a Parigi, si ricorderà che Macron con “En marche” - è il nome del partito che lo ha condotto al potere - vuole mantenere quel patto di unità d’azione con Berlino tanto a lui favorevole nella strategia in campo internazionale. Gli osservatori non hanno certo dimenticato che subito dopo la sua vittoria il neo presidente annunciò ai giornalisti che la prima telefonata sarebbe stata alla signora Merkel con la quale evidentemente voleva condividere la gioia del trionfo. C’è chi non ha mancato di sottolineare, non a torto, certi atteggiamenti “primatisti” assunti da Macron ma forse dimentica che questo è un difetto ricorrente nella storia di Francia. Per onestà va detto che l’ambizione di essere “primo fra tutti” non si riscontra soltanto tra gli statisti d’oltralpe così come non è solo un sogno dell’attuale primo cittadino francese quello di riformare l’Unione Europea che si rivela sempre di più un organismo senza alcun potere e direzione. Sulla situazione tedesca va detto che ancora oggi il tema dei risultati elettorali nel paese indubbiamente più potente e prestigioso d’Europa trova spazio rilevante nei più autorevoli quotidiani del continente e d’oltre oceano. Ovviamente la vittoria della signora Merkel, anche se non ha segnato un primato rispetto alle precedenti votazioni, non poteva non essere sottolineata da inviati e da corrispondenti che unanimemente hanno evidenziato come tale successo sia per l’Europa motivo di rassicurazione per il domani. I lamenti della sinistra per la scalata dei partiti “non omogenei”, secondo le dichiarazioni dei maggiori esponenti politici, non sono un problema dal momento che hanno offerto sufficienti garanzie negli anni trascorsi di adeguamento alle regole costituzionali. Pure qui il partito socialista, nonostante la mobilitazione di tutte le personalità di maggior spicco dell’intellettualismo progressistico e nonostante l’accorta strategia di Martin Schulz, rientrato da Bruxelles proprio per assicurarsi il rispetto della linea da lui indicata, non ha avuto il suffragio di milioni di elettori che fino ad oggi lo avevano appoggiato. E in Italia? Si seguita ad aspettare Godot. Inutilmente come Vladimiro (Didi) e Estragone (Gogo).

TRA MACRON E LE PEN DECISIVA L’EUROPA

Il leggero, ma significativo vantaggio ottenuto al primo turno da Emmanuel Macron su Marine Le Pen, costituisce una buona ipoteca

, ma non mette al sicuro il risultato del ballottaggio che, come spesso accade, è tutta un’altra storia, anche perché la scelta dei francesi che non hanno votato la coppia vincente rappresenta, nell’insieme, un decisivo 55 per cento. Un altro motivo che potrebbe lasciare più libertà alla scelta di questi elettori è la ridotta presa dei partiti tradizionali e dei loro leader, mentre non sono da trascurare le sollecitazioni provenienti dalle difficoltà sociali del Paese, che animano pulsioni antieuropeiste e contrarie all’establishment. Quindi non bastano le indicazioni di quasi tutti i candidati sconfitti di confluire sull’ex ministro dell’economia di Hollande. Già al primo turno roccaforti socialiste e golliste, in provincia, a nord come al sud, sono confluite sul candidato del FN. Due, peraltro, non si sono ancora pronunciati: Mélencon ( 19,6 % ) antieuropeista da sinistra e il sovranista, ex gollista, Dupont, con il suo “Prima la Francia” (4,75% ). Se questi elettori dovessero in larga parte essere attratti dalla Le Pen, questa si attesterebbe oltre il 40 per cento, ottenendo un risultato politicamente significativo.

Macron rispetto alla Le Pen è ispirato da un deciso europeismo e , quindi, possiede titolo per diventare Presidente dei francesi e, probabilmente, lo sarà, in quanto il vero discrimine di queste elezioni è tra un’Europa confermata e capace di misurasi sulla scena internazionale e una Europa decadente che, invece , assista ad un rifluire nel nazionalismo, con tutti i suoi limiti, a cominciare dal rifiuto dell’Euro . Tuttavia l’esperienza storica francese non mette al sicuro il risultato per questo decisivo obbiettivo , in quanto troppe volte, proprio da Parigi, sono arrivati “rifiuti” che hanno rallentato il corso dell’integrazione europea, come nel 1955, con la bocciatura della Comunità Europea di Difesa o, ancora paggio , con la cancellazione della Costituzione europea nel referendum del 2005 dove prevalsero i no con il 55 per cento. . Emmanuel Macron dovrebbe dare un cuore al suo europeismo che non può corrispondere né agli interessi della finanza della quale è in qualche modo espressione , né dell’arido “socialismo” paramassonico di Hollande con il quale è stato ministro . Il suo essere di centro, così come viene presentato e come può definirsi il suo pur incerto posizionarsi politicamente ( Caracciolo lo ha definito “né carne, né pesce”), lo dovrebbe indurre a recuperare un po’ di quell’europeismo costituzionalista di Giscard d’Estaing o di quel ”socialismo” personalista di Jacques Delors, che tanto contribuirono ad un’Europa più solidale e integrata e dalla quale rischia di allontanarsi definitivamente. Non sarà sufficiente la conferma di una Europa misurata sull’asse franco tedesco. Quella fu la “soluzione” per il fallimento di una più adeguata idea di integrazione della politica estera e di difesa; oggi non sarebbe sufficiente di fronte al rischio della dis-integrazione. Macron sta diventando protagonista nel tempo della emarginazione dei partiti , ma anche delle culture politiche. E se non si debbono rimpiangere le ideologie che hanno contribuito a devastare il ‘900, non ci si deve rassegnare ad assistere ad una dicotomia rischiosa quella , cioè, tra il relativismo che annulla le radici dei popoli e il nuovo integralismo spinto dalla jihad che esplode in aggressioni terroriste in una Europa esitante che teme, forse oltremisura, per la sua sicurezza, ma proprio questo è significativo . Il suo capolavoro politico non si può fermare alla affermazione elettorale ottenuta in pochi mesi , forse aiutata da chi ritiene che possa rinsaldare poteri messi in discussione dalla crisi e da qualche scandalo di troppo che ha colpito Francois Fillon, colui, cioè, che avrebbe potuto essere il concorrente più insidioso, anche per la candidata del Fronte Nazionale, oltre che per la sua improvvisata prospettiva, nata dalla diaspora socialista. Il vero capolavoro politico è quello che l’attende dopo il 15 maggio e, cioè, la consapevolezza di non aver solo ricevuto il voti degli sconfitti, ma di dover accettare qualcosa di significativo di quello che essi non hanno saputo rappresentare. Anche perché , il suo essere senza partito che lo aiuta oggi , lo rende fragile di fronte alle elezioni legislative di luglio e non è detto che questa debolezza non finisca per condizionarne il decisivo test del ballottaggio . Del resto il ritorno del ruolo della politica è la questione che riguarda sia la stabilità e la rappresentatività dei sistemi democratici, sia la stessa crescita dell’Europa nel suo disegno integrativo e politico, oltre le “convenienze” e i “mercati”. Una politica non più ancella dell’economia, che ricostruisca un tessuto sociale giusto e solidale, che non distribuisca favori, ma opportunità, che sappia ritrovare le vie della stabilità e della sviluppo. Che vada oltre l’idea di una Europa come libero scambio e libera circolazione, ma che affermi, così come la pensarono i suoi “fondatori”, l’ integrazione di popoli , di culture , di civiltà, un’idea di pace e sicurezza , in un mondo che sta assistendo al ritorno della politica di potenza, economica o militare che sia. L’Europa nacque nel tempo della “guerra fredda”, ora deve affermarsi, definitivamente, nel tempo di una “terza guerra combattuta a pezzi ”. PIETRO GIUBILO

STORIE DI ECONOMIA
di Sergio Menicucci



AUTO ELETTRICHE- La rivoluzione della mobilità ecologica passa per le vetture elettriche. Nei paesi del Centro Europa, negli Usa, in Cina, in Giappone le colonnine per la ricarica delle auto sono già diffuse. I veicoli del domani stanno facendo passi avanti giganteschi. La Nissan ha lanciato, nelle scorse settimane del 2017, la seconda generazione di auto elettriche. La Opel dopo la fusione con i francesi di Psa Peugeot-Citroen proporrà, entro il 2020, 4 motori elettrificati, tra cui un Suv e entro il 2024 una gamma di auto completamente elettrificata con propulsione elettrica pura ( vuole diventare leader europeo nella riduzione della C0 2). Nei centri di ricerca procedono a ritmo serrato gli studi e gli sperimenti per l’uso di nuovi pianali e batterie solide. L’Italia si sta attrezzando. L’autodromo a nord di Roma intitolato al pilota romano Piero Taruffi e di proprietà dell’Automobil club sta per diventare un centro di eccellenza per la tecnologia “emissioni zero”. A Vallelunga sono stati installati 20 infrastrutture di ricarica e un impianto fotovoltaico che produce 1, 2 milioni di Kwh all’anno ma secondo il progetto dell’Enel diverrà la “Electric Vally” italiana dove si faranno test per le nuove soluzioni riguardanti i veicoli elettrici. Nella realtà che cambia l’Enel ha scelto di cavalcare la strada della e-mobility. Il piano dell’energia rinnovabile è stato illustrato dall’amministratore delegato Francesco Starace e prevede l’installazione, entro il 2020, di 7 mila colonnine di ricarica per diventare 14 mila due anni dopo. L’obiettivo è quello di contribuire alla cosiddetta “ de-carbonizzazione” del trasporto per raggiungere le mete fissate dalla Conferenza sul clima a Parigi dalla quale si è ritirata l’America di Donad Trump. La prima fase della costruzione della rete di ricarica comporterà investimenti tra i 100 e i 300 milioni di euro. Secondo il direttore della divisione globale Francesco Venturini “i vantaggi delle auto elettriche sono vari: fanno bene all’ambiente, sono più efficienti, hanno un’ampia autonomia, portano benefici al settore elettrico”. I problemi sono almeno di due specie: le case automobilistiche produrranno vetture a costi accessibili? La rete di ricarica oltre ad interessare le aree urbane sarà in grado di coprire anche i territori extraurbani? La multinazionale tricolore è decisa ad accelerare la costruzione delle infrastrutture per la diffusione di veicoli “zero emissioni”. Si arriverà tra breve ad un cambiamento del modo di muoversi e di viaggiare? I veicoli elettrici hanno fatto appena i primi passi. In Italia ne circolerebbero quasi 10 mila con mille punti di ricarica, in Germania superano le 80 mila, in Norvegia 13 mila, in Olanda 11 mila. Dei paesi extraeuropei la Cina con 650 mila vetture batte gli Usa che ne hanno 540 mila mentre il Giappone ne possiede 15 mila. Come per ogni novità le preoccupazioni maggiori in questo campo sono il costo delle vetture, la manutenzione, il timore di rimanere a secco, l’accesso ai parcheggi e alle zone Ztl. L’auto elettrica è ormai una realtà? Non proprio. La strada da percorrere è ancora lunga. In Toscana si stanno facendo passi avanti. Roma nel 2018 sarà sede di una tappa della Formula E, il nuovo campionato Fia di monoposto elettriche in programma nelle principali metropoli mondiali. Si stanno intanto moltiplicando gli studi e le iniziative di “ bio-economia”, un sistema basato sull’impiego di risorse naturali per favorire la transizione verso un mondo produttivo slegato all’uso delle energie fossili. Negli ultimi tempi sono state inventate molte tecnologie utili per lo sviluppo sostenibile: dagli impianti per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili come il vento e il sole ai veicoli elettrici. Dalle teorie alla pratica per “ de-carbonizzare” l’economia il passo è lungo. Dipenderà comunque dalla capacità di tagliare le emissioni a effetto serra nei prossimi 50 anni se si garantiranno le condizioni di vita delle persone sulla terra per altri 10 mila anni. Il tempo speso nel traffico dovrà diminuire del 60%, l’emissione di C02 dovrà calare del 48% entro il 2030. Con troppa anidride carbonica il clima sarà sempre meno stabile con effetti disastrosi su tutti gli esseri viventi. Si è tenuta alla Triennale di Milano una giornata di riflessione verso un futuro più verde per tutti. Lo studioso svedese Johan Rockstròm ha sostenuto che l’umanità può continuare a crescere e svilupparsi a patto di rispettare 9 limiti planetari fondamentali. Tra questi va inclusa la sostenibilità ambientale. L’uso a tappeto delle auto elettriche e delle energie rinnovabili costituiscono le sfide da non perdere per l’intera umanità. Al summit dell’Onu a Bonn il 15 novembre 2017 Angela Merkel e il presidente francese Macron hanno ribadito che le misure messi in campo finora non bastano, le emissioni aumentano. La Conferenza di Parigi del 2015 è stata soltanto un inizio perché “nel cambiamento climatico è scritto il destino dell’umanità, occorre proteggere il mondo dal surriscaldamento terrestre”.


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