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PRESIDENZIALISMO SENZA PRESIDENZIALISMO



Lo spunto di questa riflessione ce lo offre l’editoriale di Antonio Polito del Corsera del 14 luglio che - a proposito di una “nave militare a cui veniva impedito l’ingresso in un porto italiano” e degli aut aut del Ministro Salvini che aveva annunciato “che avrebbe permesso lo sbarco dei migranti solo se ‘in manette’ “ - conteneva una esaltazione del ruolo di Mattarella che, invece, era intervenuto sollecitando la soluzione dell’impasse. Polito non contento di aver apprezzato il Capo dello Stato, invitava Conte a “non stare lì per fare il cerimoniere”, ma a svolgere pienamente il suo compito istituzionale di Presidente del Consiglio. Mentre cogliamo una attenzione critica nei riguardi dell’iperattivismo del ministro Salvini, originata dalla nota ostilità verso la presenza governativa della Lega da parte dell’”establishment editoriale”, qui ci interessa fare qualche considerazione di carattere istituzionale. L’invito al premier Conte a svolgere con indipendenza il suo ruolo rispetto ai suoi vice non tiene conto del fatto che questo governo è nato solo in base all’accordo di governo tra M5Stelle e Lega. A ben vedere non si tratterebbe neppure di un governo di coalizione, ma del contratto tra due forze che si sono nettamente contrapposte in campagna elettorale e che ora hanno trovato un compromesso per governare. Conte rappresenta un punto di equilibrio ed il suo profilo non è quello del leader di una delle due forze politiche, come poteva avvenire nel passato, ma, al contrario, di una figura tesa a garantire che nessuna delle due forze politiche prevalga. Conte non può avere, a prescindere dalla sua personalità, un ruolo del tipo di quello che svolsero De Mita o Craxi, cioè primario nel governo. La sua è una funzione secondaria rispetto alla esigenza politica prevalente di un equilibrio che, se venisse meno, costituirebbe la fine dell’esperienza governativa. La storia delle “repubbliche” italiane ha mostrato più volte come figure di questo profilo risultavano necessarie per superare fasi di transizione politiche. Questa idea di cucire addosso a Conte, una figura che comandi , mostra una voglia di premierato che non tiene conto che , nonostante inadeguati tentativi elettoralistici maggioritari, l’Italia è restata una democrazia parlamentare e che , soprattutto a sinistra, ci si è sempre rifiutati di prendere in considerazione una riforma costituzionale indirizzata vero il presidenzialismo. Questa surrettizia richiesta di presidenzialismo si palesa ancora di più nel costante tentativo di giustificare il debordare dalle loro prerogative per le figure dei Presidenti della Repubblica. E’ pur vero che questa esaltazione va a corrente alternata: si per Scalfaro, no per Cossiga, si per Napolitano e Mattarella, ma , andando indietro nel tempo , no a Segni e Saragat o Gronchi. Anche in questa circostanza , come nella giustificazione dei veti sui ministri nel corso delle trattative per la formazione del governo, si accetta questo “ruolo attivo” del Capo dello Stato. Questa volta i titoloni hanno magnificato la “discesa in campo “ di Mattarella , il suo “intervento risolutivo dall’alto del Colle” per evitare un ”conflitto tra i poteri dello Stato” invitando Conte a consentire lo sbarco degli immigrati “ che il capo dello stato ha potuto seguire in diretta tv”. Diciamo come stanno le cose : per anni la sinistra, per il proprio interesse politico, ha sempre sbarrato la strada alla riforma della Costituzione in senso presidenzialista e gran parte dell’establishment italiano – con i suoi seguaci sulla stampa - l’ha seguita. Nella misura in cui si affacciava nei partiti ( esempio destra dc, Craxi, MSI, ) la possibilità di una tale riforma, si paventava la “svolta autoritaria”. Anche in questa circostanza sentiamo emergere questa voglia di presidenzialismo ad personam , nel senso che solo chi occhieggia a sinistra può esercitare pienamente le sue funzioni, anzi è autorizzato a andare oltre . Questo albero storto è probabilmente una delle cause – certamente non la meno importante – della crisi istituzionale italiana dalla quale il Paese da decine di anni non riesce ad uscire. PIETRO GIUBILO










STORIE DI ECONOMIA
di Sergio Menicucci



VESPA- Al mitico scooter è legata l’immagine di diverse generazioni di giovani che hanno sfruttato l’agilità, la perfomance e i colori sgargianti delle varie edizioni. Sulla due ruote in giro per Roma si sono innamorati la principessa Audrey Hepburn e il giornalista americano Gregory Peck. Durante la lavorazione a Cinecittà del colossal film Ben Hur Charlton Heston girava per la capitale a bordo di un “Vespone”. Più tardi nel video Now That You Got It la cantante dalla famiglia d’origine italiana Madonna è sul sellino posteriore di una “Primavera gialla” dietro al suo toy boy. Era nata nel 1946 e divideva il popolo dei motociclisti in due fazioni: quella dei vespisti e quelli che gli contrapponevano la Lambretta. Quando nel 1951 il primo lotto di mille Vespe arrivò negli Stati Uniti il prezzo era di 325,95 dollari. In Italia si acquistata a rate. Qualche anno più tardi per promuovere lo scooter sulla rivista Fortune comparve lo slogan “Vespa tra i 100 prodotti best designed”. E per indurre gli americani ad acquistare la moto lanciarono l’annuncio “forse la tua seconda macchina non dovrebbe essere una macchina”. Una volata lunga per un mito. A maggio 2018 l’utile netto del primo trimestre del gruppo Piaggio (che comprende Vespa, Moto Guzzi, Aprilia, Gilera, Derbi, Ape) è quasi triplicato con quasi 4 milioni contro 1,5 dello stesso periodo del 2017. I ricavi sono stati oltre 312 milioni di euro. Ma perché Vespa? Spesso il successo di un marchio dipende da tanti fattori e anche da studi. Nel caso dell’imprenditore Enrico Piaggio quando si avviò a brevettare nel 1946 il modello esclamò “sembra una vespa” per via del motore e delle forme della carrozzeria vista dall’alto, con la parte centrale ampia per accogliere il guidatore e la vita stretta. Lo scooter più famoso del mondo sfreccia dovunque: non solo a Napoli ma anche a Miami dove i turisti entrano ed escono dal traffico in maniera spericolata tanto che il consiglio comunale della città ha deciso di adottare misure restrittive contro le violazioni compiute dai guidatori “ che, scrivono i giornali americani, guidano dal lato sbagliato della strada e invadono piste ciclabili e strisce pedonali”. Dalla Florida è stata trasmessa una pubblicità del gruppo dei Black Eyed in sella a tre Vespa Primavera senza casco che ha suscitato molte polemiche. Per noleggiare una Vespa occorrono 65 dollari per due ore e 90 per una intera giornata. Lo scooter è il modo migliore per girare, con sciarpa e capelli al vento. Un divertimento da giovani. La Vespa Primavera arrivò a ridosso del Sessantotto, era veloce come le sorelle più grandi ma era più maneggevole e per di più si viaggiava avvinghiati, quattro marce che davano il brivido di cambiare in continuazione, la frizione che poteva slittare, la miscela corretta ad hoc con più o meno olio. La prima generazione rimase inalterata per quasi 15 anni, poi la nuova 125 sulla quale i tecnici della Piaggio di Pontedera avevano apportate molte innovazioni. Solo nel 1976 arriva la Primavera Et3 con l’accensione elettronica e la marmitta allungata. Per i ragazzi italiani di 16 anni diventa l’oggetto del desiderio. Per celebrare i 50 anni di vita la Primavera 2018 si presenta con tre colorazioni: blu armonia, beige sahara e rosso profondo. Cilindrate da 50, 125 e 150 centimetri cubici. Vespa vincente tra passato e futuro. IL tutto messo in mostra a Pontedera dove il patron della galassia Piaggio Roberto Colannino ha voluto ingrandire il museo portandolo a 5 mila metri quadrati, con 250 pezzi esposti tra cui alcuni esemplari della Gilera, della Moto Guzzi, dell’Aprilia di Valentino Rossi che hanno conquistato tanti trofei mondiali e scritto le più belle pagine della storia del motociclismo italiano e mondiale.


IL CORSIVO
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Domenico Fisichella - "Dal Risorgimento al Fascismo 1861-1922"
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