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APPROFONDIMENTI
di Pietro Giubilo

LA “NUOVA YALTA” OVVERO I TRE IMPERI

Era il 2008, quasi dieci anni fa’, quando un intelligente analista di geopolitica, Parag Khanna, scrisse un ampio saggio, tradotto l’anno successivo in Italia con il titolo “I tre imperi”, nel quale sosteneva che il sistema internazionale si andava riarticolando in un multipolarismo dove tre imperi sembravano essere gli unici in grado di costituire i poli decisivi: gli Stati Uniti, la Cina e l’Unione Europea. In particolare, il libro sosteneva che il vasto territorio che si stende dall’Ucraina al Caucaso fosse l’area naturale di espansione dell’”impero europeo” per la grande capacità di attrazione del suo modello. Nella prefazione Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali alla Cattolica, rilevava che la tesi dello scrittore “ sembra sopravvalutare … la disponibilità russa a lasciare che l’attuale penetrazione europea in quell’area continui “. Indubbiamente veniva colto un limite, ma anche una intenzione riflessa dell’autore, in quanto l’establishment internazionale, influenzato dagli Stati Uniti , nei cui media Khanna scrive ( New York Times, Financial Times ), propendeva per un contenimento della Russia al rango di potenza regionale e ispirava la pressione dell’Europa Occidentale per assorbire tutto quanto fosse possibile dell’ex impero sovietico nell’Est europeo , in un quadro di allargamento della NATO. I fatti dell’inizio del 2014 mostrarono quanto questa visione di allargamento occidentalista in Europa fosse carica di quelle intenzioni che avevano contribuito alle tragedie belliche del XX secolo. Pur di traslocare l’Ucraina nel campo dell’Europa occidentale venne fomentato ogni sorta di nazionalismo e di violenza per spezzare ogni rapporto tra Kiev e Mosca. I cecchini di piazza Maidan per fomentare la guerra civile, il nazionalismo ucraino e dei Paesi vicini , le irruzioni manu militari nel Parlamento della Capitale e le stesse decisioni del nuovo governo di eliminare il bilinguismo che, in alcune regioni ucraine vede la popolazione russofona , addirittura, in maggioranza. La reazione di Mosca è nota ed è alla base del tentativo ancora in atto di isolarla dalle relazioni con l’Occidente. Nel libro di Khanna c’è anche una notizia poco conosciuta e che potrebbe essere la chiave per comprendere le ragioni più profonde della drammatica svolta ucraina. “La Russia – scrive – non ha mai smesso di rivendicare il possesso della Crimea, ma nel 2015 finirà per sempre di godere del prestito delle attrezzature navali del porto di Sebastopoli, sul Mar Nero”. Il “violento” passaggio dell’Ucraina nel campo occidentale ispirato dalle ong finanziate dagli USA e al quale ,pur riluttante, l’Europa dovette inchinarsi, nascondeva, infatti, l’idea strategica di cancellare la Russia dalla importante base di Sebastopoli che rappresenta il punto strategico più rilevante dell’interesse geopolitco di Mosca nel Mediterraneo. Tra l’altro nella visone di Mosca, il suo radicamento in questa area è essenziale per il contenimento del terrorismo che ha solide basi nel Caucaso e per l’intento, poi manifestatosi, di intervenire in Siria nella battaglia ormai pressoché vinta contro il Daesch. La reazione di Mosca a tutela dei suoi interessi sulla Crimea, tra l’altro attraverso una consultazione popolare completamente favorevole al ricongiungimento con la Russia, insieme all’intervento in Siria e ai rapporti forti instauratisi con Ankara e Teheran, hanno mostrato i limiti delle analisi dell’autore de “I tre Imperi”. Con alcune iniziative decisive Mosca ha spezzato il tentativo di isolarla ed oggi appare la prima protagonista delle vicende mediorientali . Rispetto al quadro internazionale che si va evolvendo, sia per le vicende sopra descritte che per altri “fronti “ in movimento, il numero del 3 dicembre del settimanale L’Espresso, descrive quella che definisce “ La nuova Yalta”, con una simpatica iconografia che alla foto storica che ritraeva , seduti, Roosevelt, Churchill e Stalin che simboleggiava il mondo che sarebbe nato nel secondo dopoguerra , sostituisce i volti di Trump, Xi Jinping e Putin, i nuovi ed attuali leader del mondo contemporaneo. La “Nuova Yalta” rispetto a quella del 1945, oltre ad una parziale analogia circa il carattere globale degli interessi dei suoi protagonisti, presenta anche notevoli differenze. Sia di orine politico che di visione del mondo. Allora l’Inghilterra aveva ancora un Impero, tuttavia fu anche la Nazione maggiormente danneggiate dagli esiti ultimi della guerra del 1939-45. Era stata la prima responsabile delle cause o delle miopie che avevano condotto allo sgretolamento dell’Europa nella lunga guerra civile combattuta nei trenta anni dal 1915 al 45. Questa sua vocazione antieuropea finì per nuocere a se stessa. Oggi vive in una prospettiva di ruolo finanziario mondiale ( la City ), ma l’impero della finanza non significa una proposta e un destino di civiltà. Per questo Londra scompare nella iconografia del 2017. La Russia imperiale di Stalin - ricordiamo che il Cremlino al fine di compattare le energie del suo popolo per difendersi dall’attacco tedesco, resuscitò il mito di Mosca Terza Roma – appare in qualche modo confermata nella politica di Putin che ha posto a base del suo ruolo internazionale il contrasto al terrorismo , ultimo integralismo più ideologico che religioso. E’ anche la Nazione che più si oppone all’affermazione del pensiero unico relativista per il suo saldo rapporto con la Chiesa ortodossa. Sotto la brace dell’ateismo ufficiale della società comunista, infatti, era rimasto il fuoco della profonda religiosità russa che Putin oggi esalta, affermando ancora elementi di diritto naturale . In ultima analisi è questa diversità rispetto all’Occidente relativista il più profondo motivo dello scontro con il mondo anglo americano. La Cina è la vera novità della nuova Yalta. Anch’essa tende ad assumere una finalità globale. Addirittura, come è di recente accaduto al convegno di Davos, all’inizio dell’anno, essa viene da alcune parti indicata come la più accreditata sostenitrice della globalizzazione, anche se , a ben vedere, a parte un potenziale finanziario notevole con riferimento alla montagna di titoli pubblici americani e del resto del mondo che possiede, si muove su una strategia che tende a organizzare una rete internazionale di infrastrutture e di commercio ( “la nuova via della seta”) , quindi di economia reale. Essa al momento può agire senza problemi interni in quanto la struttura statuale prescinde dalla democrazia. Infine gli Stati Uniti, ancora decisivi nella nuova Yalta, ma non più in grado di decidere i destini del mondo come , in sostanza era avvenuto nel 1945. La presidenza Trump è il segnale di un malessere che si è manifestato abbastanza improvvisamente sul piano interno, ma anche per i limiti della politica estera del suo predecessore ( l’enorme errore di valutazione sulle primavere arabe ), con le conseguenti difficoltà sui diversi fronti, dal Medio Oriente all’estremo est dell’Asia, per la cui soluzioni deve ricorrere ad altri ( la richiesta alla Cina di intervenire su Pyongyang ). Gli articoli del settimanale Espresso, insieme ad alcune forzature , individuano molti aspetti interessanti. Dario Fabbri, un analista della rivista Limes, sostiene che il ruolo imperiale americano ancora resiste anche se la politica di Trump sembra ritrarsi dagli obblighi imperiali: ”la volontà dei leader” scrive “ non è in grado di estinguere l’impero “ . Definisce “strumentale” lo scandalo incentrato sui rapporti tra il Cremlino e i membri dell’entourage trumpiano: “Ne è derivata l’imposizione di numerosi militari nelle posizioni chiave dell’attuale amministrazione” con, aggiungiamo noi, un ripiegamento politico. La Russia è descritta assai efficacemente “nel ritorno … a status di player internazionale”, ottenuto da Putin che ritiene, è scritto, che il leader russo “è convinto di avere fatto in Siria gli interessi non solo russi , ma anche dell’Europa”. Di particolare interesse l’analisi sulla Cina e il rilievo con il quale viene esaminato il rapporto con l’Europa. “Tradizionalmente alleata degli Stai Uniti, l’Europa appare oggi facilmente esposta alle mire di Pekino e del suo leader”. Qualche dato: “con XI gli investimenti cinesi nella Ue sono saliti nel 2016 del 77 per cento , raggiungendo i 35 miliardi e se l’Europa non si renderà conto delle implicazioni di una dominazione commerciale cinese, imponendo quelle barriere che ha sempre abbassato, continueranno moltiplicarsi”. La politica di Pekino “ intende legare il territorio cinese a quello europeo “, e’ il senso della “Belt and Road, ” con la quale la Cina ha speso già 300 miliardi e avrebbe intenzione di spenderne altri 1000 nei prossimi dieci anni”. E l’Europa ? Essa presente con una Gran Bretagna a Yalta nel 1945, cioè con una Nazione che si è sempre mostrata ostile al Continente, oggi può solo assistere e subire gli eventi. Appare sempre più terra di conquista commerciale, finanziaria e negli stili di vita, degli altri imperi. Anche il settimanale diretto da Marco Damilano lo rimarca: “ L’America pur con Donald Trump è sempre un pilastro. Mosca è tornata potenza con l’orgoglio imperiale del suo nuovo Zar , Vladimir Putin. Nella Cina più sazia XI Jinping reclama il suo osto al tavolo delle aree d’influenza. Dalla piccionaia , l’Europa può solo guardare lo spettacolo”.

LIBERI E UGUALI E’ UNA “COSA ROSSA” ?

Non sarà semplice per Matteo Renzi mettere all’angolo il movimento politico a cui hanno dato vita il 4 dicembre coloro che hanno lasciato il PD . Con la nota tempestività comunicativa – ma riflettere a volte è più importante che comunicare – il segretario dem, all’indomani del Congresso che ha insediato Pietro Grasso alla guida della nuova formazione, l’ha bollata come “cosa rossa” . Il senso è evidente : si tratterebbe , secondo Renzi, di un qualcosa di indistinto ( “cosa” ) e, nello stesso tempo, etichettabile come “rossa”, cioè estremista o, quantomeno, caratterizzata ideologicamente. Ora, in questa classificazione c’è tutta la logica autoreferenziale dell’ex premier che non ritiene esservi spazio sociale e politico da rappresentare oltre quello che esprime il suo partito. Altre possibili confluenze, per le quali, senza entusiasmo, è stato incaricato il solerte Fassino, sono utili ai soli obbiettivi elettorali, come commensali intorno ad un solo capotavola. L’idea che le spinte globaliste, le diseguaglianze crescenti e l’ampliarsi della fasce di povertà siano una realtà che sta disarticolando il Paese, rispetto alle quali occorrerebbero ricette importanti, non riesce a farsi largo nel pensiero renziano . Una realtà che la sua attività di governo , insieme a quella di Gentiloni, pur potendo usufruire di una condizione monetaria facile gestita da Draghi, non è riuscita a scalfire, non andando oltre a qualche bonus e provvedimenti contingenti . Una realtà che ha spinto alla necessità di più ferme rivendicazioni sociali anche il centrodestra. Mdp poi, nella evidente capacità di regia dei “vecchi” segretari , ha saputo rovesciare in opportunità le incertezze ed il rifiuto di Pisapia ad entrare nella nuova formazione, facendo largo ad una personalità assai più significativa come quella di Grasso che, nei suoi trascorsi di magistrato, non ha mai ostentato un estremismo giustizialista. Il Presidente del Senato non è Ingroia ed ha mostrato sempre un rispetto istituzionale ed una visione equilibrata del rapporto tra politica e giustizia. Anche l’argomento - il solo - ampliamente utilizzato dai renziani, del ”voto utile”, con il quale contrastare le intenzioni elettorali verso il nuovo partito , risulta animato da mere contingenze e convenienze elettoralistiche, che non tengono conto di una esigenza di rappresentanza che si è ampiamente espressa , ad esempio, nel voto referendario del dicembre scorso. Ancora peggio difendere il PD, denunciando la “follia” di voler far perdere il centrosinistra. La sollecitudine renziana per la governabilità – che si presenta anche sotto il duro aggregato del potere – gli ha impedito di capire la lezione referendaria , tanto è vero che, su quel risultato, il segretario ha impedito qualsivoglia dibattito. Non a caso la rottura con la sua opposizione si è avuta a motivo di questa significativa ottusità e non per le questioni del regolamento congressuale che, peraltro, era fatto apposta per confermarne la leadership. Punto e basta. Liberi e uguali, però, rischia di misurarsi su un terreno difficile. Nel contesto generale la sinistra europea mostra un declino impressionante al punto che l’intelligente D’Alema è stato fermo nel non volerne fare menzione nel nome. Come ha ben analizzato Luca Ricolfi in un saggio di quest’anno ( “Sinistra e popolo” ) con riferimento all’evoluzione ispirata dal bleirismo “la sinistra che è emersa dalla rivoluzione della Terza via non ascolta le richieste e i sentimenti del popolo per l’ottimo motivo che essa, quasi ovunque e non da ieri , è diventata la rappresentante di un nuovo blocco sociale , al cui centro non vi sono più operai, né ceti deboli, Né i cosiddetti ultimi”. Anche la socialdemocrazia tedesca, che ha solide radici storiche, ne sta soffrendo, figuriamoci quel complesso ambito politico che in Italia non è riuscito ad affermarsi oltre il postcomunismo, cioè un qualcosa che si è mostrato solo come successione post morte dell’ideologia progressista marxiana. E’ vero che c’è uno spazio di rappresentanza molto vasto, non solo rivelato dall’alta percentuale di astensionismo , ma anche per la debolezza complessiva delle forze in campo. Come ha affermato Stefano Fassina nella intervista ad Avvenire “c’è un pezzo di popolo in grande difficoltà che va oltre i confini della sinistra tradizionale”. Ma è lecito domandarsi se il partito di Grasso rappresenti una novità forte che possa attrarre questo consenso; il distacco della gente dalla politica ha motivazioni profonde, complici lo smarrimento prodotto dalla tempesta di slogan e di mezzi di comunicazione che hanno sostituito partiti e organizzazioni intermedie, lasciando la gente senza punti di riferimento. A parte il successo o meno di questo nuovo esperimento politico, si riconferma l’esigenza che si riapra il confronto delle idee, di una analisi vera delle cause reali che producono il malessere sociale, di ciò che può riaccendere l’interesse dei cittadini per le istituzioni, di quello che dobbiamo tornare a definire il bene comune. Ed è questione che riguarda tutte le forze politiche. PIETRO GIUBILO

STORIE DI ECONOMIA
di Sergio Menicucci



OLIO- Una stagione di scarsa quantità ma di ottima qualità. A ridosso della raccolta le piogge hanno aiutato a superare i danni del lungo periodo di siccità. Le olive portate ai frantoi sono state belle e sane. Il mercato è intervenuto sostenendo prezzi medio-alti per l’extra vergine d’oliva da 9, 1,11 euro al litro a seconda delle zone. L’ilio è un prodotto che non manca sulle tavole italiane, in famiglia o nelle trattorie che sta conquistando mercati esteri come gli Stati Uniti, Giappone e Cina. I cambiamenti climatici, che hanno interessato negli ultimi anni tutto il settore agricolo, hanno determinato una consistente riduzione della produzione olivicola che in alcuni territori ha toccato il 50-60 per cento. L’olio con la pasta e il vino sono simboli dell’eccellenza italiana nel mondo. Nel corso dei due mesi di novembre e dicembre si ripetono in molti centri dell’Italia sagre, degustazioni, visite guidate nelle aziende e nei frantoi che diventano straordinarie vetrine di promozione per più ampie strategie di marketing. Una tradizione millenaria che guarda ancora al futuro con tutti i problemi della globalizzazione e dell’eterna nemica che è la mosca olearia (il parassita chiamato in termini scientifici bactrocera oleae) che rappresenta una minaccia costante per un’olivicoltura competitiva. La qualità finale dell’olio è strettamente correlata alla fisiologia della pianta e ad una corretta gestione dell’oliveto. L’Italia adotta un ventaglio di strumenti orientati ad una capillare assistenza alla coltivazione e agli impianti di lavorazione, razionalizzazione delle operazioni di portatura e raccolta ( a mano con le reti o con le macchine dove il terreno lo permette). Uno dei segreti della bontà dell’olio sta nella pianificazione delle attività di molitura e di conferimento delle olive per assicurare la lavorazione entro le 24 ore successive alla raccolta. Secondo aspetto essenziale è la tutela e garanzia dei consumatori che si realizza con l’applicazione di standard di certificazione volontaria, basati però su un sistema di analisi del rischio e dei punti critici di controllo relativi agli standard internazionali, finalizzati a monitorare i processi produttivi presso gli impianti di molitura e di confezionamento delle bottiglie ( 0,75 o un litro) e delle lattine. La tracciabilità della certificazione consente ai consumatori di conoscere gli aspetti qualitativi e di sicurezza alimentare. Dell’olio extra vergine italiano si sa la provenienza delle olive (Italia, paesi Ue, extracomunitari), l’azienda che lo ha lavorato e il periodo entro il quale va consumato. Due i rischi: le sofisticazioni illegali e i miscugli derivanti dal macinare olive provenienti da zone italiane ed extracomunitarie e l’introduzione anche sui terreni italiani di impianti super-intensivi (1400-1600 piante ad ettaro, contro le 200-250 piante in quelli intensivi e le 50-100 per ettaro degli impianti tradizionali). Una delle tipicità dell’olio italiano è rappresentato dal gran numero di varietà di olive (circa 500) coltivate nelle zone vocate all’olivicoltura. Negli ultimi due anni, a causa della scarsa piovosità, si registrano notevoli cali di produzione. Alla scarsa quantità ha fatto riscontro un’ottima qualità dovuta all’assenza di danni da parte della mosca olearia. Olio , quindi, con bassissimi livelli di acidità e perossidi con alto contenuto di polifenali. Da qualche tempo sono state incrementate in tutta Italia le iniziative “frantoio aperto” con percorso guidati per permettere alle famiglie e soprattutto ai ragazzi di vedere dal vivo come avviene la lavorazione delle olive e la produzione dell’olio con degustazione della tradizionale “bruschetta”. L’olio, per i consumatori italiani, deve essere genuino e naturale. C’è un mezzo visivo e sensoriale per individuarne i requisiti organolettici: si distingue dall’aspetto (limpido, brillante, opaco se non filtrato), dal colore (verde smeraldo con riflessi dorati), dal sapore (deciso con aroma fruttato e retrogusto amarognolo e piccante), dall’odore (pieno e gradevole che ricorda il frutto sano e fresco). L’importanza nutrizionale e dietetica dell’olio è stata dimostrata di recente da uno studio del professor Ancel Keys effettuato, nell’arco di 20 anni, su 12 mila persone che vivevano in Italia, Olanda, Grecia, Jugoslavia, Finlandia, Usa e Giappone. Il modello alimentare mediterraneo a base di frutta, verdure, legumi, cereali e olio d’oliva è risultato il più adatto a prevenire l’insorgenza di malattie cardiovascolatorie e l’arteriosclerosi. Cosa sta accadendo nel settore in campo industriale? I maggiori paesi produttori sono tre: Spagna con 1,28 milioni di tonnellate nella campagna 2016-17 e una riduzione del 9 per cento. La Grecia con 195 mila tonnellate e una riduzione del 39% e l’Italia con 182 mila tonnellate e una riduzione del 62%. L’Italia è colpita da due fattori negativi: la mancanza di investimenti e la calamità della xilella. Per tornare a produrre 400 mila tonnellate d’olio correr un piano di medio termine per piantare ulivi sul modello virtuoso del Trentino- Alto Adige con la mela Melinda. All’avanguardia c’è la Spagna che copre il 60% del mercato mondiale e vende in 100 paesi. Il gruppo leader si chiama Deleo, controllato da CVC,di cjui è presidente e amministratore delegato l’italiano Pierluigi Tosato. Il gruppo spagnolo mette in fila marchi ben conosciuti come Bertolli (primo extravergine al mondo con il 4,5% del mercato), Carapelli (settimo con 1,9%) e a seguire Olio Sasso, Carbonell, Friol,Maja, Giglio d’oro, Friggi bene. Per l’olio due anni di transizione. L’obiettivo è tornare a crescere.


IL CORSIVO
LIBERI E UGUALI E’ UNA “COSA ROSSA” ?[11/2017]
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